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Editoriale

Sommario

Vascoterapia: GiamPi rivela come Blasco sia il compagno più solidale per ritrovare il sorriso di ben altra vita spericolata. Natale in Psichiatria: Rosanna Motta svela il disagio di una giornata particolare vissuta all’ombra di un ricovero festivo. Le Libere donne di Villa Aurora: uno speciale a puntate sull’esperienza storica di Villa Aurora quando, agli inizi degli anni Settanta, un manipolo di donne accompagnate da coraggiose infermiere lascia il manicomio per vivere un’esperienza all’avanguardia in Italia. Cristina Ughi racconta il suo primo ricovero. I love shopping in San Martino: sulle tracce del best seller della Kinsella Elena Poli, la giornalista di costume racconta come uno shopping può aiutarti a sopravvivere. Spariscono le rondini crescono le gru: dalla città cantiere ai senza dimora, servizio d’attualità del fotoreporter d’assalto, Mario. Che magra consolazione: ampio reportage contro i luoghi comuni sull’anoressia e la bulimia. Dalla Russia con amore: un toccante ricordo di Nicolaj nostro amato corrispondente all’estero senza ritorno. Dio esagera col silenzio: reportage fotografico a puntate sull’ex manicomio provinciale. Grandi Mostre: i writers che non ti aspetti.

Oltre il giardino nessuno è perfetto è: Testimonianze uniche rare di un’umanità disarmante… un progetto poetico giocato con estrema accortezza e fantasia in uno spazio vasto - scomodo nel grande formato - che possa dare respiro all’arte di un fotografo raffinato e sensibile come Gin Angri, a capo di un gruppo di fotoreporter in un volario di farfalle d’assalto e la regia grafica di un designer - Tomaso Baj - geniale nel suo non aver frontiere e una redazione in esilio in una città ostile a tempi di ascolto accoglienti e meno frenetici. Questo numero lo dedichiamo ad Amalia che ci ha scritto un’affettuosa lettera da un luogo culmine del disagio ed a Nicolaj che ha lasciato un’ombra di tenerezza in redazione. Ora accomodatevi: graditi ospiti nel nostro Giardino/Oltre. Mauro Fogliaresi

Oltreilgiardino ...Nessuno

perfetto

è

Fare di una debolezza un punto di forza. Dare voce a chi spesso non ha ascolto. Giocarsi la propria fragilità sino in fon­ do, oltre il giardino. Scoprire oltre il giardino che... nessuno è perfetto. Nasce così un giornale, una rivista, un periodico, un trimestrale: con lo sguardo alto di chi ha tenuto spesso il capo chino. Cogliere un cielo terso dalla prospettiva di un basso marciapiede. Si diceva: Oltre il giardino nessuno è perfetto è una redazione di persone sen­ sibili al profumo delle rose dalla parte “pungente” delle spine. Oltre il giardino è una rivista bella ricca dignitosa nata in un luogo spesso messo al margine. La gioiosa sfida di comuni­ care il bello dove d’abitudine non si va oltre uno sgualcito ciclostilato e al disa­ gio si somma il brutto: la noncuranza. Oltre il giardino non è un periodico co­ mune. È un pudico bacio di bellezza con­ tro il sentimento dilagante del volgare, dell’apparire fine a se stesso. Da qui la copertina con un ritratto femminile intenso che prende distanza dall’eccesso di corpi femminili giocati impunemente sui rotocalchi alla moda.

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Numero Distribuzione gratuita

Dio esagera col silenzio Le Libere donne di Villa Aurora Spariscono le rondini crescono le gru I love shopping in San Martino Che magra consolazione Dalla Russia con amore Natale in psichiatria Grandi mostre Vascoterapia


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a i t a i c p i h s r Natale in

In prima persona

Testo Rosanna Motta Foto Archivio NèP

icordo a flash il mio ricovero in “psichiatria” al Policlinico di Milano. Il Natale del lontano 1973: dall’ottobre al 31 dicembre ’73, trascorsi tre mesi presso il padiglioni Ponti. Ricordo ancora mi accompagnò l’Alberta, una delle due infermiere che lavoravano nell’infermeria dell’azienda dove ero impiegata già da 13 anni. Già perché su consiglio suo - avevo accettato di recarmi presso tale istituto a sostenere un colloquio con il medico che lavorava sia in ospedale, sia nell’infermeria dell’ufficio Acquisti della Rinascente: nome del grande magazzino che aveva sede in Milano dove ero stata assunta nel settembre 1960, come stenodattilografa. Tornando a prima: da quel colloquio, nel sotterraneo del Policlinico, mi sentii proporre, dal medico, il ricovero. Allora avevo accettato e firmato il documento che mi veniva sottoposto, così mi autodeterminai bisognosa di cure. Mi fermai lo stesso giorno in reparto, dopo un piccolo colloquio con la dottoressa, dal quale scaturì il bisogno di cura con psicofarmaci, che io poi nascondevo nella busta degli oggetti della

toilette. Così trascorsero quasi tre mesi prima che se ne accorgessero. Poi mi dimisero in pochi giorni. Fu così che trascorsi il Natale in ospedale. A tenermi compagnia avevo il presepe vicino. Ci fu un pranzo frugale, ma non ricordo cosa ci diedero come pietanze. Ricordo invece che mi misero a tavola con altre donne più anziane di me e sentii del freddo perché le altre donne non socializzavano, guardavano nel vuoto. In quei giorni mi avevano spostata anche come posto letto. Questo mi tolse dalla mia sicurezza psicologica con la quale avevo convissuto dai primi giorni del ricovero. Per Natale dalla mia amica Luisa ebbi in regalo un panettone che io condivisi con le altre donne. La causa del mio bisogno di riposo e di togliermi dal mio ambiente fu dovuto ad accumuli di stress dovuto a errori burocratici che mi privarono di subentrare nel mio appartamento, che mi trovai occupato da una coppia di sposi polacchi. Difficoltà di dialogo, dovuto alla mia timidezza, con disagi e malvessazioni nel mondo del lavoro. Il rifiuto di mio cognato Ferruc-

cio del quale ero innamorata, alla mia domanda di matrimonio. Quindi stress e dolore folle per l’assenza dell’amato. E una serie di lutti familiari che mi privarono di affetti importanti. Il 31 dicembre 1973 uscivo dall’ospedale con la diagnosi di psiconevrosi grave, e nonostante tutto la malattia mi consentì di continuare a lavorare con i dirigenti dell’Uffucio Personale che continuarono a stimarmi. Da questa amara esperienza ho imparato ad affrontare la complessità dei problemi con più calma e pacatezza. Mentre continua la mia sofferenza nei rapporti con le al-

tre persone. Ma, il capire che è “dolore” che mi accompagna, ha dato un senso e dignità alla mia vita. E soprattutto: “amare” come “dono” mi fa star bene. Inoltre quello che percepisco: è il muro che la timidezza frappone sempre fra me e gli altri. Ma ho sempre tenuto duro in tutti questi anni ed ho fatto tesoro della mia esperienza. Una mia riflessione conclusiva mi porta a dire che : “avere degli ideali costa, ed essere rifiutati è una frustrazione molto dura da superare ma ciò fa parte di un tradimento che poi la stessa vita aiuta a farti crescere e maturare”.


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i racconta – testimonianza rara – di una vicenda unica in città… Agli inizi degli anni Settanta con un progetto precursore, anticipando l’uscita della legge “Basaglia”, un gruppo folto e colorito di donne venne ospitato in un luogo ben più sorridente che l’angusto vecchio manicomio, sulla dolce collina sopra Villa Olmo che porta verso la Svizzera: Villa Aurora. Cristina a Villa Aurora ci arriva a modo suo: in un contesto particolare, e racconta: Un giorno da me non bene identificato, vidi dalla finestra di casa mia una macchina a bordo della quale vi erano tre persone. Scese un uomo ricciolino che si dichiarò infermiere del Centro Psico Sociale. Era lì per accompagnarmi a Como, in una certa Villa Aurora. Mia madre si fece spiegare cosa fosse quel luogo e non trattenne le lacrime. Mio padre chiese all’infermiere se agisse su ordine dello psichiatra. L’uomo annuì e fui invitata a preparare frettolosamente le valigie. Dopo un quarto d’ora mi trovai di fronte Villa Aurora. Salimmo gli infiniti gradini della stessa e ci venne incontro la direttrice. Mi salutò non troppo cordialmente e mi disse “non crederai di stare qui degli anni, tre settimane e via” poi mi presentò le mie compagne. Mi portò alla camere dove avrei passato tredici anni della mia esistenza. I primi tre giorni a Villa Aurora li trascorsi a letto e ricordo una signora che mi teneva compagnia leggendomi attentamente le Sacre Scritture; le sue labbra erano truccate di un rosso acceso e i suoi capelli erano biondi come il grano maturo. Chiudevo gli occhi scegliendo i versetti che mi scatenavano visioni oniriche paradisiache, che mi facevano tremare tutta. Dove sono? Mi chiedevo mentre ero preda di questi stati mentali. Aprivo gli occhi, si parava davanti a me un’infermiera che mi contava le gocce nel bicchierino, arrivava alla quindicesima ed ero quasi addormentata. Stavo sempre in camera e quando mettevo fuori il naso vedevo numerose donne che mi sembravano tanti manichini che si muovevano meccanicamente. Dopo un po’ di giorni di residenza in Villa Aurora scesi un piano e vidi un finestrone grandissimo dal quale si vedeva la strada piena di macchine, credevo che queste ultime mi seguissero e non lo dissi a nessuno. Qualche volta uscivo e mi sentivo inseguita dalle persone che occupavano le macchine. Mi nascondevo nei portoni e negli anfratti. Poi, quando vedevo le persone, le dividevo in angeli e diavoli secondo la loro bellezza o la loro bruttezza. Mi capitarono tante cose nel periodo che trascorsi in Villa Aurora, qui narrerò le più salienti. Dato che avevo l’abitudine di scappare, lo feci numerose volte. Ne riferirò qui di seguito almeno un paio. Una sera sentii una voce che mi diceva: “Vai a Lourd e troverai la pace”. Presi una trousse e vi

misi dentro un paio di mutandine. E così come mi trovavo uscii da Villa Aurora. Feci l’autostop e una macchina si fermò. Salii. Soldi non ne avevo, altresì possedevo numerosi anelli e catenine d’oro. L’autista della vettura mi chiese dove volevo andare e io risposi: “A Lourd, ma non ho soldi in compenso ho qui dell’oro”. La compagna dell’autista visionò i gioielli e disse : “Sì! Sì! vanno bene”. Dopo cinque minuti ero a piedi nei pressi di una stazione ferroviaria. Mi dissi che forse uno di quei treni andava a Lourd. Presi il primo che mi capitò. Era notte inoltrata, ero stanca ma felice. Dal finestrino vidi la città d’oro, la Nuova Gerusalemme che si muoveva in tutte le direzioni. Ero contenta ma non sapevo cosa mi sarebbe capitato. Passò il controllore e mi chiese il biglietto. Naturalmente non l’avevo. Mi guardò male e vidi, credo nei suoi occhi, qualcosa di storto. Tirò fuori il telefonino e chiamò il 118. Di lì a cinque minuti robusti infermieri mi misero addosso le mani, e mi caricarono su un’autoambulanza. Caddi in uno stato di dormiveglia, incosciente. Sentivo voci volare dal profondo ma non le distinguevo bene. Passò così del tempo e

liri mi strapparono dal ventre i miei due angioletti, passarono anni e il tempo lenì le mie ferite e la mia sfortuna fu ripagata dalla cosa più importante e più felice: l’incontro con il mio attuale compagno Maurizio. Ci amiamo profondamente e spero tanto che il Padreterno ci faccia invecchiare insieme. Anche perché figli non ne abbiamo avuti. Mi dice sempre il Maurizio: “Io non ho che te, tu non hai che me, entrambi non avremo un gran che.” Maurizio mi è stato sempre vicino anche nei miei ricoveri più malinconici in vicinanza delle grandi Festività. Ho trascorso diversi Natali nel reparto psichiatrico e questo non mi fa onore. Ricoverata per depressione (stavo sempre a letto a compiangermi, e non riuscivo a dormire). In reparto passavo i giorni camminando per stancarmi e quindi dormire, ma non ce la facevo. Di notte facevo la ronda e assistevo a tutti i ricoveri notturni. Dopo 20 giorni dormii. Questo mi riempii di gioia e contentezza. Ricordo che era ricoverata con me una giovane sposina in gra-

molto carina e cerimoniosa. Stringemmo una bella amicizia. Tutte le mattine mi pettinava e mi truccava, si alzava molto presto la mattina e puntualmente mi svegliava. Era un po’ la “cocca” degli infermieri, i quali la trattavano con rispetto. Natale si avvicinava e il mio cuore soffriva perché sapevo che l’avrei festeggiato ancora una volta in reparto. Il cappellano prese i nomi di chi voleva partecipare alla Santa Messa di Natale. Naturalmente diedi il mio nome. Allestimmo un piccolo altare con una scrivania e vi mettemmo sopra il Santissimo. Schierammo un po’ di sedie e voilà la piccola chiesetta fu costruita con mezzi di fortuna di cui disponemmo. Natale venne, mi misero una flebo, ma ero contenta lo stesso perché quel giorno aspettavo il mio compagno. Lo vidi alla porta e tutto il mio essere era se-

reno e tranquillo. Gli chiesi se voleva partecipare alla messa di Natale ed egli, pur essendo ateo, accettò. La vigilia non dormii, ma pensai a Maria, nella capanTesto Cristina Ughi Foto Archivio NèP

l’unica cosa che sentivo fu l’ago di una puntura nel braccio. Aprii gli occhi e mi accorsi di essere in mezzo a numerose persone che mi osservavano. Di nuovo in autoambulanza e infine in un letto d’ospedale. Mi diedero delle pastiglie ed io caddi in un sonno profondo. Non mi rendevo conto se era giorno o notte, se ero morta o viva se ero in Paradiso o all’inferno. Mi svegliai da questo incubo e vidi l’infermiere che mi disse: “Ti vuoi lavare o no?” L’acqua scese su di me e mi diede una stupenda sensazione di benessere. Egli mi porse un pettine che affondò nella mia testa alla quale avevo fatto la tinta e la permanente. Sentivo lui che rideva e si burlava di me. Non sapevo assolutamente dove mi trovavo. Villa Aurora? Un episodio che segnò la mia vita fu la pratica di due interruzioni di gravidanza. Stetti molto male quando secondo i miei de-

vidanza, la quale gridava tutto il giorno e continuava a bagnarsi. Era spesso legata e suo marito veniva a trovarla la sera. Si sedeva accanto al suo letto e leggeva il giornale. A me sembrava assurdo quel dolore di mamma. D’altronde il marito aveva messo la firma perché sua moglie partorisse. Torniamo a bomba. A quel tempo ero molto giovane e, dato che era quasi un mese che ero ricoverata, avevo formato un piccolo gruppo di pazienti con il quale andavo d’accordo. C’era anche un ragazzo giovane molto bello che mi faceva la corte, ma io ero già fidanzata con un uomo meraviglioso che si chiama Maurizio. Un giorno venne il cappellano, molto simpatico, per la confessione. Gli dissi che non volevo assolutamente confessarmi. Egli replicò che non era una cosa neccessaria e mi fece i complimenmti per il trucco che avevo quel giorno. Conobbi anche una cinesina

na di Betlemme, che senz’altro aveva più freddo di me, ma il suo bambino le scaldava il petto gemendo. Lei teneramente lo cullava e lo accarezzava. La mattina di Natale venne il cappellano e mi fece una carezza, avevo la solita flebo, ma non era un problema per me, perché ci tenevo tanto alla Messa. Maurizio venne e mi baciò dolcemente. Egli mi teneva la mano e seguiva la messa. Girava la testa per non essere visto, ma io vidi lo stesso sgorgare dai suoi occhi lacrime di intenso dolore. Gli sorrisi e dissi: “non piangere, oggi è nato Gesù e vedrai che ci aiuterà”. Egli mi strinse la mano e mi fece un mezzo sorriso. Alla sera mi portò una rosa e dei pasticcini che divisi con i miei amici. Lo abbracciai e con una carezza gli dissi: “Vai a dire al mondo che esisto anche io”.


I LOVE SHOPPING in San Martino In prima persona

Sulle orme della nota scrittrice Sophie Kinsella (con il best seller “I love shop­ ping”, e la serie fortunata seguente, ha venduto più di 15 milioni di copie in 35 diverse nazioni nel mondo), Elena Poli, la nostra redattrice di costume, ci svela con un personalissimo “I love shopping” con il quale ha saputo esorcizzare - tra un ricordo e l’altro - disagi e malinconie.

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primi tempi della mia malattia, negli anni ’80, senza la consapevolezza di chiedere i miei diritti, concessi il divorzio a mio marito; mio figlio ancora neonato fu affidato ai nonni paterni. Ormai abbandonata a me stessa, come le onde del mare in burrasca, amici e parenti erano spariti, avevo il vuoto intorno a me; era il periodo del pieno squilibrio psichico, con allucinazio-

ni, all’apice della follia. Essere ricoverata, unica soluzione, pur nella rigidità e nella bruttezza della struttura ospedaliera, mi sentivo protetta come in un grembo materno. Colma di sofferenza continuavo a piangere logorroicamente. Privata di qualsiasi conforto umano, non mi riconoscevo e non conoscevo nessuno. I molti medici che mi visitaro-

no non riuscivano a trovare una terapia mirata a calmarmi ed a stabilizzarmi. Io senza capire del tempo che passava e della realtà, accettavo e ingoiavo farmaci di prova. Intanto passavo il tempo a dormire. In seguito mi lasciarono uscire in permesso, dove mi recavo spesso a Milano, città che conoscevo bene. Mi perdevo nelle bellezze delle vetrine: della

Rinascente, viale Vittorio Emanuele, Corso Europa; ricordo che inconsciamente portavo con me il libretto degli assegni. Le bellezze degli abiti e pellicce di marche firmate compensavano il lugubre ambiente in cui vivevo e anche le umiliazioni ai maltrattamenti di alcuni operatori che assorbivo in psichiatria. Nessuno si accorgeva di ciò che facevo e dicevo e nemmeno della mia grave situazione familiare e sociale. Mi mancava tutto: casa, appoggi. Questo disagio lo compensavo con il mio senso estetico asciugandomi così le lacrime versate. Acquistavo cose di valore come pellicce e abiti firmati e entravo nei negozi con disinvoltura dovuta alla sicurezza delle commesse di vendere: una grande gentilezza e un sauvoire faire mi davano la sicurezza che il capo valeva e, sottolineando i pregi e il prezzo, mi circondavano e adulavano, complimentandomi. Vedendomi attraente uscivo apparentemente soddisfatta, pavoneggiandomi allora con un corpo piacevole e snello; alla gente non passavo inosservata esprimendo la mia vanità. Un’altra volta col permesso della psichiatria vagavo per Como senza una meta precisa; passai sotto i portici, allora Standa, e vidi in esposizione una macchina cabrioescort decapottabile. Ho girato parecchie volte attorno a quel gioiello luccicante senza capire niente di motori e cilindrata e quanto consumasse di benzina. Mi lusingava acquistare e desideravo intensamente fosse mia. Di colpo sborsavo 20 milioni e dopo due giorni ero al volante; mi placava apparentemente l’animo quella vettura e in un unico viaggio portai con me capelli nel vento, la mia solitudine con tutte le solitudini di chi soffre come me... Testo Elena Poli Foto Mario Civati


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ario lo conoscono tutti: è il volontario per antonomasia. Quando c’è bisogno non manca mai. La barba con il pizzetto i suoi occhi curiosi risaltano sempre durante le riprese che la tv locale manda in onda durante la diretta speciale per il Consiglio Comunale. Mario è molto legato alla sua cit­ tà: cittadino modello da quando l’abbiamo conosciuto fotografo al San Martino, da allora ci segue sempre: e i suoi scatti in redazio­ ne arrivano a frotte… Qualche difetto di pronuncia nel parla­re!? e allora “scatta” “scatta” “scatta” fotografie è il suo modo spontaneo di comunicare, di vi­vere la città. Mario aiuta tutti: senza distinzione di colore, di lingua, di pelle, dai barboni ai

...spariscono le rondini crescono le gru La Nikon in spalla e il cuore in mano.

malati terminali dell’Hospice o della “Sorgente”. Tutti indistintamente. Lui non si riconosce più in questa Como disanimata sempre più cantiere a cielo aperto... Vede sparire le rondini e crescere a dismisura le gru e tanti appartamenti inabitati li contrappone dolorosamente al disagio degli amici clochard che persino negli inverni più rigidi

non hanno un tetto dove ripararsi. E così quasi con rabbia per solidarietà da Robin Hood fotoreporter continua a scattare foto di: gru ponteggi gru ponteggi gru gru ovunque dappertutto spietatamente nell’obiettivo vede: La sua città un cantiere aperto con il cuore sempre più chiuso.

Testo Mauro Fogliaresi Foto Mario Civati


Essere magri o grassi: la vita va comunque stretta. Da un laboratorio “fotografico/poetico” di Gin Angri e Mauro Fogliaresi, nel Centro per i Disturbi del Comportamento Alimentare di Asso.

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o accompagnato Gin Angri fotografo dall’obiettivo fragile come cristallo di Boemia, in questo cammino d’aure e di corpi immortalati in bilico nel vuoto esistenziale. Come funamboli improvvisati sulle corde di un trapezio di nervi scoperti abbiamo incontrato anime pastello con passi da ballerina sul filo a precipizio e l’ombrellino giusto a fare da contrappeso all’equilibrio esposto al volo del vivere sofferto, incompreso. E se la vita è quel giro di pista trattenuto, nascosto, nella maschera triste di un clown, noi, abbiamo condiviso insieme un sorriso agrodolce a queste amiche senza età nello specchio effimero del tempo. Abbiamo cercato un tempo diverso un grandangolo infinito che immortalasse anime senza confini, inconsolabili. Anoressia? Bulimia? i è voluto alleggerire il peso del mondo in questa punta di compasso che cercava il centro rimato in una comunità di Asso. E in un cerchio familiare si sono trovati prospettive di profonda umanità. Non è stato facile usare la macchina fotografica emblema del mondo dell’immagine per accarezzare lo spunto creativo di un corpo non più rivale o nemico. La stessa immagine spesso svilita nel mondo dei me-

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dia da un’idea di gratificazione solo per “il corpo che si mostra senza spirito” a costi di saldi e ribassi ed altro ancora... Ma che dice il poeta atterrando da questo volo solidale? Silvana, Moira, Simona, Jessica etc... Ognuna un’età, uno specchio e un sorriso nella rubrica del cuore ad aspettare la conferma di uno scatto d’amore, nell’accettarsi con meno rigore, in un totale ar­­monioso volersi bene… Il mondo fuori e il mondo dentro tratteggiati da un’ombra nobile, elegante e Gin fotografo esile, ed io poeta senza rima, rispettosi, teneramente turbati da tanta terrena disarmata corporeità. Poco sappiamo di diete ferree e vomiti accelerati. Al DCA siamo atterrati (non atterriti) disarmati con una Nikon e una rima nel taschino della giacca. E pensando in umiltà di “insegnare” quanto abbiamo imparato. In fondo ne eravamo certi (e senza l’obbligo di un risconto fotografico). Rose pregiate e lussuose orchidee? Anime lievi come: ranuncoli, papaveri, fiordalisi ci hanno arricchito di indimenticabili sorrisi… Mauro Fogliaresi

In prima persona Il buio e vuoto che si prova dentro, perché è proprio all’interno che sta il problema ma tutto questo avvolge anche l’esterno c’è solo una maniera “difficile” dare una luce dentro di me, il buio si taglia il vuoto si riempie “la magra consolazione” è che la luce è flebile come la fiammella di una candela basta un soffio per spegnerla, sta a me cercare di “alimentarla”. La piccola luce anke nei momenti più bui ha fatto sì che io ora ci sia e possa scrivere queste parole! Melissa

NOTA I nomi utilizzati negli articoli in questa pagina sono di fantasia


ValeAna, il libro

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al best seller – Valeana - della scrittrice Marti­ ta Fardin sul tema dell’ano­ ressia. Volume presentato dall’associazione NèP presso il Centro Diurno di Como. Un commento poetico al libro/blog diventato un caso nazionale... L’idea è di segnare il proprio corpo ma di non avere confini. Il tuo libro. Mi sono lasciato attraversare – non finisce mai – come i treni di Liguria sul mare sanno di sale ma non sono navi... Hanno binari come vele ma non danno certezze di orizzonte... come il tuo sguardo di scrittrice Martita: la leggerezza che si compie in una sciarpa al vento color temporale… la tua scrittura nella puntualità di un chiodo che lacera la pagina... il sorriso innocente del redento così come la colpa del bimbo che affonda il dito nella Nutella... l’offesa di non avere difesa... la tenerezza che graffia più di uno schiaffo e lo schiaffo con il retino acchiappa/nuvole che ti riporta sulla terra . - Date a un poeta questo libro tra le mani e ne uscirà – arrugginita - una lacrima in forma di Origami. Non chiedete alla scrittrice l’età, lo spazio, un tempo (?) All’orizzonte la luce galante di alcune stelle arriva quando già sono buio freddo in altri universi... non sempre ci sono cappotti caldi ad indossare il giusto significato delle parole passeri freddi nell’inverno della grammatica ma... soprattutto date alla fragile caducità del corpo il senso alto di una redenzione infinita... Mauro Fogliaresi

Foto Gin Angri


“Dio esagera col silenzio” “D

io esagera col silenzio, l’uomo con la parola.” Un cartello inchiodato su un albero. I colori. Una foto bellissima: la scelta dell’inquadratura... La bellezza della foto ci sorprende ma, presto, la nostra immaginazione è attratta da un volto che non appare. Conosciamo i luoghi da cui provengono le immagini fotografiche che abbiamo visto scorrere nel volume.

Cerchiamo allora di immaginarci il volto di chi ha scritto quelle parole che ci risultano familiari. Quante volte ci siamo interrogati sul silenzio di Dio? Quante volte ci siamo sentiti sgomenti di fronte al mistero della parola? E l’accostamento tra il silenzio di Dio e il mistero della parola? Un ricoverato forse ha espresso nostri stati d’animo ricorrenti! Uno dei volti segnati di cui c’è ancora traccia negli archivi dell’Ospedale Psichiatrico? Lo vediamo scrivere con due co-

lori diversi: “DIO ESAGERA COL SILENZIO” in nero e “L’UOMO CON LA PAROLA” in bianco. Lo immaginiamo nell’atto di appendere il cartello all’albero scelto. Qualcuno l’avrà aiutato? Siamo tentati di chiedere agli organizzatori dell’evento... “le parole dimenticate” se è possibile risalire all’autore... Torniamo però al presente. Ci domandiamo: è possibile che le foto di questo libro ci consentano una lettura “estetica”

dell’esperienza manicomiale e post-manicomiale? Qualcosa che le parole non potrebbero dirci? Un convegno tenuto a Roma qualche anno fa, avente per tema il fallimento del manicomio come luogo di cura, si concluse con una domanda: Come è potuto accadere? Come è potuto accadere che la tensione filantropica che voleva la realizzazione di luoghi di cura abbia così spesso prodotto luoghi di concentrazione senza ritorno? Eterogeneità dei fini? “Uninten­ ded consequences”? Conseguenze non intenzionali, come in modo più semplice vengono definite in lingua inglese. Ma, forse di maggiore interesse è la domanda: potrebbe ancora accadere? La legge che ha determinato la chiusura dei manicomi del nostro paese, non è possibile negarlo, è stata una legge brutale; le intenzioni erano buone, come quelle degli utopisti che vollero con forza la realizzazione dei luoghi di cura manicomiali. Molte,

troppe, le conseguenze non intenzionali. “Malattie degli affetti” e “diritti umani’”avrebbero richiesto meno “zelo riformatore” e maggiore “educazione sentimentale”. Ecco che una lettura sentimentale, uno sguardo alle immagini d’archivio può finalmente riproporre un percorso dolce alla cura dei disturbi mentali. Non meno della cura, la promozione della salute mentale non ammette brutalità. Le buone intenzioni non sono garanzia di coerenza con i fini. La “terapia” è dare voce a chi non è stato ascoltato per troppo tempo. Il nuovo paradigma è mettere le persone che sono, oggi, titolari di diritti, nella condizione di poterli realmente esercitare. Insomma, meno “unintended con­ sequences” attraverso una maggiore attenzione ai percorsi di “empowerment”. Antonio Mastroeni

Il parco del San Martino e il suo futuro O

ra che una nuova visione del mondo e della malattia ha determinato la chiusura degli OPP, la struttura dell’ex San Martino, con il suo splendido parco, le sue architetture e i suoi ampi spazi, i suoi mille e spesso dolenti ricordi, vorremmo fosse restituita alla memoria della città di Como Il nostro sogno è di farne un polo di azione culturale aperto a tutti e dedicato, caso unico in Lombardia, alla cultura dell’accoglienza del “BenEssere” della persona. Percorrendo lentamente il viale principale del parco sono state evidenziate numerose varietà di essenze vegetali presenti, la maggior parte delle quali ben conservate e di notevole pregio per bellezza, rarità e dimensioni, altre meritevoli di interventi di manutenzione per l’incombenza di rami pericolanti a causa di un’eccessiva ed incontrollata crescita. Tale esuberanza è da attribuire al substrato acido e ricco di humus sul quale le piante si sono sviluppate, poiché sul sedime dell’attuale parco c’era un castagneto, che ha lasciato in

eredità un terreno molto fertile. Durante il tragitto sono stati via via descritti numerosi esemplari di cedro, abeti di varie specie, cipressi, magnolie, faggi penduli, tassi, aceri, tigli, platani e nel sottobosco ortensie e bossi; di fronte all’ingresso principale dello stabile, una coppia di platani con curiosi rami a candelabro. Nelle vicinanze si impone superbo al visitatore un maestoso cedro secolare che, secondo la guida, non ha nulla da invidiare a quello presente nel parco di Villa Olmo. Il disegno del parco, non casuale, è ancora chiaramente leggibile nonostante la presenza di piante infestanti o di altre con uno sviluppo disordinato; specifici interventi di manutenzione basterebbero per valorizzare le specie pregiate e monumentali presenti, sapientemente disposte in modo da costituire suggestive quinte cromatiche che attraverso scorci prospettici orientano lo sguardo sulla città e sui rilievi circostanti. L’edificio principale, risalente al 1882, è una struttura in stile neoclassico che richiama quella di Villa Olmo, frutto di uno studio

preliminare effettuato da parte di alcuni architetti su quindici nosocomi italiani. Si tratta di quattro corpi di fabbrica uniti al corpo centrale che delimitano due cortili nei quali sostavano i malati. Nel 1905 vennero costruiti altri edifici separati e fra loro simmetrici, chiamati ville. Nel 1910 venne istituita la colonia agricola la cui manutenzione era affidata ai degenti. Nello stesso anno la via Statale per Lecco fu deviata per ampliare il terreno agricolo della colonia. Verosimilmente in quegli anni furono piantumati anche i centenari alberi del parco. Nel 1936 la poco capiente cappella dell’edificio centrale venne adeguata alle mutate esigenze con la costruzione di una chiesetta in stile decò, collocata nella parte alta dell’azienda agricola. Progettista fu l’architetto Muzio a cui si deve anche l’idea di deviare la strada per Lecco onde formare una grande estensione di prato davanti alla chiesa, quasi a dominare e proteggere contemporaneamente la città. La facciata della chiesa presenta ai lati del portone d’ingresso due

grosse colonne decorative che ricordano i templi antichi; di fianco spiccano tre paia di nicchie vuote che creano un movimento di chiaro-scuro, mentre l’interno è a croce greca. Caratteristica dell’edificio è la grande luminosità ottenuta grazie ad ampie vetrate e alla cupola in materiale trasparente: scelta fatta per venire incontro alle esigenze di luce degli ammalati, che potevano essere intimoriti dal buio. L’abside è decorata da un dipinto del pittore comasco Conconi, mentre la balaustra e il pulpito riprendono nel disegno il simbolo della croce greca. All’esterno lo sguardo si perde verso un boschetto situato al margine del pratone antistante: si tratta di salici, ontani, pioppi, frassini, noccioli, tutte piante spontanee che sono cresciute in un grande cratere creato, sembra, dall’esplosione di una bomba caduta in quel punto nell’ultima guerra. Nell’area del San Martino sono compresi anche territori a copertura boschiva. Infatti la zona che alle spalle della chiesetta dei frati Cappuccini di San Giuseppe si estende nelle vicinanze

della via Fornace, inerpicandosi verso Lora, è costituita da boschi misti di latifoglie con aree occupate da piante idrofile data la presenza di umidità nel terreno. Le specie più rappresentate sono robinie, castagni superstiti di vecchie colture, querce, e, nelle zone umide, pioppi, aceri, salici ed ontani. Il sottobosco annovera sambuchi, noccioli, buddleje e pungitopo mentre a primavera lo strato erbaceo del bosco si copre di numerose varietà di fiori spontanei. Il suggestivo itinerario ha svelato ai numerosi presenti aspetti paesaggistici, vegetazionali e storico artistici di un lembo di città per anni sconosciuto, un tempo deputato a funzioni di isolamento, oggi meritevole di un rinnovato interesse anche come occasione di relax e di riflessione a due passi dalla città. I pregi derivanti dalla bellezza del luogo e la facile accessibilità esigono quindi la giusta attenzione ed una adeguata riconversione d’uso per una pubblica fruizione. Luisella Monti e Ambra Garancini


Il Bosco delle Parole Dimenticate L

Un particolare della prestigiosa vegetazione del parco del San Martino.

e “grandi” idee nascono dal- Così all’ultimo giorno di laborala fusione fra mente e cuo- torio scatta l’idea! Come stimore. Se la mente ha cuore e se il lazione creativa e letteraria viene cuore non mente allora la fu- dato il tema: Silenzio e Parola. sione può ritenersi perfetta. Ed I risultati sono straordinari! Il è proprio da un giocare con le tutto, poi viene trascritto su taparole che nasce il "Bosco del- vole di legno con pennarelli inle Parole Dimenticate". Dieci delebili. Le tavole di legno erano anni fa, quando ritenni che era state recuperate precedentemenarrivato il momento di andare te da me in un piccolo cantiere in pensione, ebbi la “visiona- nautico a Laglio, “Riva e figli”. ria” certezza di dover iniziare Erano pezzi di barche sfasciate Due betulle del Bosco delle Parole DiL’erba del San Martino venduta per essere utilizzata nello un’altra vita. In quel periodo e la cosa diventava ancora più menticate. stadio di San Siro. usciva dalla fase embrionale e poetica, poiché era in atto anche prendeva consistenza il progetto un recupero metaforico di questi Luoghi Non Comuni, sognato, mezzi di trasporto e dei pensieideato e concretizzato da Mauro ri viaggiatori che loro avrebbero Fogliaresi. E fu proprio Mauro imbarcato in un viaggio senza a chiedermi se me la sentivo di fine. Il luogo scelto come dimora intraprendere un laboratorio di delle parole da non dimenticascrittura creativa presso il Cen- re fu un betulleto, non lontano tro diurno del CPS di via Vitto- dalla chiesetta del manicomio. rio Emanuele a Como. Allievi Se c’è la convinzione che il caso sarebbero stati malati psichici non esiste, allora la scelta delche frequentavano il Centro. la betulla era la più indicata. Com’è mia abitudine, agli ami- Infatti questo albero nella simci non dico mai di no. In questa bologia universale rappresenta mia nuova avventura sarei stato l’unione fra la terra e il cielo e affiancato da Wolf Testoni, un racchiude in sé il conoscibile e giovane che aveva già avuto si- l’inconoscibile. Così, con una mili esperienze, operando in una preghiera antidolorifica, ognuno comunità. E venne il giorno del di noi affisse ad un albero il prodebutto! L’entrare in contatto prio pensiero di legno. Nel tardo con una realtà a me semiscono- autunno di quell’anno vi fu ansciuta mise in moto nella mia che l’inaugurazione. Alla luce di mente una specie di flashback e torce e seguendo il suono di una mi ricordai delle paure e dei pre- cornamusa, un corteo di persogiudizi che avevo nei confronti ne partì dall’ingresso del manidi quelle persone. Ma quando i comio e si avviò verso il bosco, fogli bianchi distribuiti comin- dove vennero lette tutte le frasi ciarono ad essere percorsi dai poetiche e ascoltato il silenzio loro segnali d’anima, la pellicola che le circondava. Nel febbraio del flashback iniziò a bruciare e sempre di quell’anno, poi, è stata si polverizzò. L’anno successivo, una quarta elementare di Mongrazie anche all’intuito e all’in- te Olimpino (sez. A e B) a fare telligenza di Ornella Kauffmann visita al Bosco delle Parole Die Tiziana Mason, responsabili menticate. È stato un momento della Agenzia sociale/Diparti- commovente. I bambini hanno mento Salute Mentale, il labo- colto la “religiosità” del luogo, ratorio venne tenuto presso l’ex esprimendola in pensieri estemOPP San Martino e allargato ad poranei. Come per magia sono altre comunità. E a “scemare” saltate fuori altre tavolette, visto (checché ne pensi l’opinione co- che c’era ancora qualche betulla Boschetto cresciuto sulla fossa causata da una bomba nella II Guerra Mondiale. mune) erano, in quelle giornate, disoccupata. Il bosco ora è vivo, solo i fogli bianchi! Di foglio in parla, racconta di un silenzio difoglio, di parola in parola si ar- sarmato, e per raccontarlo usa le rivò alla soglia dell’estate, con la voci degli uomini/donne betulprospettiva di chiudere il labora- le. “In silenzio ascolto la vita”, torio per vacanze. Nel frattempo “Non parlare stai in silenzio che il San Martino, cominciava ine- ti tocco i capelli”, “Anche se le sorabilmente a diventare sempre nostre parole non s’incontrano, che le nostre anime si possano più un luogo di ombre. E nei prati con l’erba incolta, sui unire sempre, al di là di tutto, muri feriti da crepe sempre più perché libere da ogni vincolo”, larghe, sembrava che la parola “Essendo senza parole, meglio circondarsi di grandi silenzi”, “Il d’ordine fosse: DIMENTICARE! Il progetto “Luoghi Non Comu- silenzio è un modo di far rumoni”, che in quei giorni acquistava re”, “Certo che il silenzio è un sempre più i connotati di asso- bel casino”, “Il lavoro - l’esistenciazione vera e propria, si assu- za - l’essere - la fame - la sete meva l’onere idealistico di fare - l’avventura - il rifugio - il siin modo che la memoria di quei lenzio è oro - l’educazione fisica. luoghi non venisse spazzata via Risposta=?” Vito Trombetta dall’incuria e dall’indifferenza. Dal libro Le Stagioni del San Martino Foto Mario Civati e Melissa Masieri Chiesa di San Martino e alcuni padiglioni dell'ex manicomio. Vista dalla mongolfiera.


Nikolaj Yurin “Ho vagato in un bosco fitto

Dalla Russia con amore

Nikolaj è passato di qui come un treno notturno con luce fioca deragliando per sempre nei nostri cuori... Una virgola in meno, una lacrima in più. Un abbraccio infinito a un fratello del mondo.

di giocattoli e ho scoperto una grotta celeste Io porto la tristezza nel cuore, come un uccello grigio Il cielo che tace, è morto. Da un campanile velato di nebbia qualcuno ha tolto la campana. E resta orfano e muto lo spazio come una vuota torre bianca dove sono nebbia e silenzio.” OSIP MANDEL’ST, poeta russo

G

razie ad Alberto abbiamo conosciuto Nikolaj e nella maledizione di Babele non capire il suo russo ci ha aiutato - ancora di più teneramente a leggere nei suoi occhi tristi e inconsolabili. Poi in redazione con la sua nuova macchina fotografica è apparso come un timido raggio di sole e il suo sorriso raro e profondo - mio dio - portava con sé tutte le lingue del mondo. Ha fotografato la nostra città; ha immortalato il nostro affetto per lui: Nikolaj era il nostro corrispondente dall’estero e all’orizzonte quello sguardo smarrito nella pienezza di un tramonto: rimarrà.


Grandi


D

isprezzata, amata, sfruttata, ammirata, copiata, colpita, insultata, strumentalizzata… Irresistibile per alcuni ed inaccettabile per altri. Nel bene e nel male… THIS IS STREET ART! Sotto questo termine (dall’inglese arte di strada), sono racchiuse tutte quelle forme d’arte che si manifestano in spazi pubblici, come i classi-

ci murales, gli stencil, gli adesivi, i poster e istallazioni varie. A Como purtroppo questa forma è ancora disprezzata perché si fa fatica a distinguere l’inciviltà di qualcuno che scarabocchia sui muri del centro e le opere che vengono eseguite da giovani artisti comaschi. Scritte e tag, soprattutto quando queste avvengono sui muri del centro e ancora peggio sui muri di edifici storici, sono assolutamente

sfregi osceni alla città, eseguite tra l’altro non da writers ma semplicemente da vandali che si trovano un pennarello in mano. Ma i numerosi articoli allarmistici che ogni giorno escono sui quotidiani comaschi vanno però ad infangare anche il lavoro di giovani street artists comaschi che utilizzano muri periferici in zone abbandonate per esprimere la loro arte. Attraverso un’arte figurativa, comprensibile a tutti ed attenti all’estetica dei loro lavori, questi ragazzi abbelliscono e

donano colori ai muri di Como. Nella nostra città sono numerose le fabbriche dismesse e le zone grigie e abbandonate, e se si iniziasse a concepire il fenomeno della street art come una forma artistica, ci si renderebbe conto che è una forma di riempimento e di decorazione per i tanti luoghi morti della nostra città. I benefici che potrebbero derivare da questo tipo di arte sarebbero enormi e il tutto con una relativa economicità. Attraverso manifestazioni artistiche, ma anche più semplicemente concedendo a questi ragazzi spazi per prati-

Mostre

care le loro attività artistiche nella piena legalità, alcune zone di Como potrebbero riacquistare una dignità estetica ottenendo anche la riqualificazione di aree degradate e la creazione di nuovi posti di aggregazione sociale per giovani. Facendo attenzione a zone come il sottopassaggio delle caserme ed i muri adiacenti (eseguiti tra l’altro quando era ancora legale dipingere i sottopassaggi), a fabbriche dismesse, ad alcune pareti della Ticosa, e soprattutto all'enorme area che sorge a Camerlata che un tempo comprendeva il Consorzio Agrario Provinciale, ci si rende conto della bravura di questi ragazzi che usano il loro tempo e i loro soldi in vernici e pennelli. Su questi muri si possono incontrare strani visi simili a volti cubisti o espressionisti; bizzarri mostriciattoli tracciati con pochi tratti crudi e taglienti, che ricordano le figure di Tim Burton per quell’aria un po’ lugubre e pazzerella ma che allo stesso tempo ispirano simpatia; figure totemiche tipo divinità maya dai forti colori accesi; un’ombra nera che vive la sua vita sui nostri muri e ancora mostri che sembrano usciti da una sorta di bestiario medievale. Spesso questi pezzi vengono ignorati, perché non siamo abituati a vedere dell’arte gratuita sui muri delle città, e per questo non degniamo di uno sguardo le creazioni che popolano i muri lariani. Ma questi ragazzi sono veri e propri artisti, tra l’altro non interessati al guadagno, a far conoscere il proprio nome, o a vedere le proprie opere in un museo o in una galleria. Quello che gli street artists chiedono ai cittadini è di assumersi la responsabilità dello sguardo, di non ignorare le loro opere solo perché eseguite su un muro di Como e non su una tela. Chiedono alla gente di caricare le loro opere di quell’aura che hanno perso uscendo dai musei, perché quello che vediamo ovunque è già potenzialmente una mostra, e a deciderlo è il nostro sguardo. Fateci caso d’ora in poi e scoprirete che Como è un piccolo museo a cielo aperto.

Testo Lara Giamminola Foto Paolo Caramel Mario Civati


Le Stagioni del San Martino un volume fotografico unico e raro

Apritelo e vivrete un’emozione unica da cui non tornerete più indietro... Diviso in stagioni come amari capitoli un reportage toccante sulla psichiatria. Grazie alle foto di Gin Angri potrete vivere in prima persona i segreti nascosti di un’umanità dimenticata… quasi a toccare con mano una delle quarantaduemila polverose cartelle che compongono l’archivio dell’ex manicomio: ogni faldone un film, un libro, una vita unica da raccontare. Le immagini storiche della dismissione degli ultimi degenti del San Martino avvenuta solo nel 1999 sulla lunga coda della Legge Basaglia/1978. Il parco/la memoria/le attività che accompagnarono sino alle comunità sul territorio gli ultimi abitanti dell’ex Opp. La testimonianza di un progetto poetico di Mauro Fogliaresi: rendere il più avvolgente possibile un passaggio fragilissimo, doloroso, storico per la città. La chiusura sulla collina dimenticata, dell’ultimo manicomio di confine.

È possibile acquistare il volume presso Centro Diurno - Dipartimento di Salute Mentale Via Vittorio Emanuele II, 112 - Como Telefono 031.3314734 oppure presso Libreria Meroni Via Vittorio Emanuele II, 71 - Como

EDITORE Associazione NèP Onlus Nessuno è Perfetto Via Vittorio Emanuele, 112 22100 Como associazione.nep@gmail.com telefono 347.596.95.36

PROGETTO POETICO Mauro Fogliaresi ART DIRECTOR Tomaso Baj SEGRETARIO DI REDAZIONE Andrea Santoni REDAZIONE Nicoletta Caminada, Mario Civati, Marina Cusimano, Giovanna Galeazzi, Lara Giamminola, Melissa Masieri, Rosanna Motta, Andrea Nardini, Giada Negri, Elena Poli, Demir Regalia, Cristina Ughi, Giampiero Valenti

DIRETTORE RESPONSABILE Gin Angri COMITATO DI REDAZIONE Gin Angri, Tomaso Baj, Isabella Cardani, Mauro Fogliaresi, Carla Tosini RECAPITI REDAZIONE

oltreilgiardino.nep@gmail.com 335.685.82.85

FOTO DI COPERTINA Gin Angri

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Oltre il giardino... Nessuno è perfetto STAMPA Newpress di Angelo Botta & C. sas Como registrato presso il Tribunale di Como n. 8/010 del 23 Giugno 2010

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Nel prossimo numero: I HAVE BEEN THERE, pazienti che assistono pazienti, una nuova professione? Il progetto Supporto tra pari del Dipartimento di Salute Mentale dell’Ospedale S.Anna di Como è una realtà.

Oltre il giardino n.1  

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