Antologia Premio Nazionale di Arte letteraria Metropoli di Torino - XIX Edizione - Anno 2022

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Arte Città Amica Centro Artistico Culturale - Torino -

PREMIO NAZIONALE DI ARTI LET TERARIE METROPOLI DI TOR I NO

A N TO L O G IA

S ele zione d i op ere d el l a X I X e di z i one - An no 2 0 2 2 Con il patrocinio di


Arte Città Amica

Centro Artistico Culturale Via Rubiana, 15 Torino Tel.: 011 776 88 45 338 766 40 25 Presidente, Raffaella Spada Direttore letterario, Danilo Tacchino

Pubblicazione legata al concorso letterario

"Metropoli di Torino" Edizione 2022

Selezione delle opere meglio classificate

Copertina e grafica, Egidio Albanese Sito internet curato da Giorgio Viotto www.artecittaamica.it info@artecittaamica.it

Opera in copertina Teseo e il Minotauro, acrilico su tela, 80 x 80 di Egidio Albanese

Stampato in proprio ottobre 2022


PREMIO NAZIONALE DI A RT I L E T T E R A R I E “M E T ROP OL I DI TOR I NO”

ANTOLO GIA

Selezione di opere della XIX edizione - Anno 2022 -


Prefazione

Il

2022 ci vede ancora partecipi e presenti alla diciannovesima edizione del premio, fondamentalmente con lo stesso staff e la stessa giuria di sempre, con persone che amano e credono nella letteratura, nella

cultura e nell'arte. L'organizzazione è da tempo consolidata e il ventennio di presenza nel panorama letterario è alle porte, proponendo una domanda per la Continuità stessa di tutta la letteratura in genere: un patrimonio letterario in un ventennio di impegno, di ricerca e di sviluppo per autori e organizzatori, può rimanere nel tempo e nella memoria della letteratura? Io direi che DEVE rimanere, perché è tutto quello che resterà della presenza di una importante produzione letteraria di un periodo storico e, non si può perdere né deve essere dimenticata. Ecco come lo scopo e l'obiettivo dell'antologia che pubblichiamo da anni, come memorial delle varie edizioni, diviene prezioso e raro, in quanto in ogni antologia sono presenti tutte le opere premiate e segnalate, tutti i riferimenti di copertina per le opere edite, con tutte le motivazioni della giuria, a cui si aggiungono una rosa di autori che, pur non essendo tra i premiati, sono stati ritenuti meritevoli di pubblicazione. Anche quest'anno, abbiamo cercato, sia come giuria, sia come organizzazione, di svolgere al meglio il nostro compito, per la continuità di uno sviluppo letterario che non deve assolutamente fermarsi, perché la letteratura ha anche lo scopo di far riflettere nella coscienza di desiderare sempre ottimismo e redenzione per il futuro dell'umanità.

Il direttore letterario e coordinatore della giuria. Danilo Tacchino 4


Centro Artistico Culturale

“Arte Città Amica”

Manifesto Premio Nazionale di Arti Letterarie dal 2003 “NELLA LOGICA DELLA CONTINUITÀ LETTERARIA” Nello spirito dell'evoluzione dell'uomo, del suo pensiero e della sua concezione artistica, ricerchiamo la valenza affine all'elettività dell'espressione letteraria attraverso la continuità. Essa viene intesa come forza di propulsione espressiva che riconosce il passato come comunicazione del futuro e rinvigorimento dei rapporti letterari e umani nella nostra moderna società italiana. Nell'espressione del valente filosofo ottocentesco Oswald Wirth:

“Le idee non hanno età, sono vecchie quanto il pensiero umano, ma sono state espresse in modo diverso, secondo le epoche” , ritroviamo il concetto introduttivo della tematica del nostro concorso, con il sostegno scenografico della storia dell'uomo nelle sue espressioni formali e di pensiero, così identificabili in tutte le sue manifestazioni.

Nelle idee, l'uomo vivifica la sua espressione vitale di continuità, e nell'identificazione della sua storia, traccia nuove tappe per rinvigorire le idee e la forza emozionale tratta dal suo bisogno di vivere le emozioni dell'anima, nella costruzione del reale, e dalle sue pulsioni, ricostruire dal pensiero tramite il linguaggio gli elementi essenziali della sua continuità. Telefoni: 011/7768845 - 338 766 4025 E-mail: info@artecittaamica.it Sito web: www.artecittaamica.it

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Giuria: Presidente di giuria, Danilo Tacchino, direttore letterario di Arte Città Amica; Segretaria, Raffaella Spada, presidente di Arte Città Amica. Sezione Prosa Edita Bruna Bertolo, giornalista e scrittrice; Mauro Minola, Docente e scrittore; Pier Giorgio Tomatis, scrittore. Sezione poesia edita Andrea Bolfi, Poeta; Bruno Giovetti, Poeta; Mario Parodi, docente e scrittore. Sezione Prosa inedita: Claudio Calzoni, scrittore e poeta; Davide Ghezzo, docente e scrittore; Imma Schiena, docente e scrittrice. Sezione Poesia inedita Piero Abrate, giornalista e scrittore; Angelo Mistrangelo, giornalista e scrittore; Danilo Torrito, poeta. Sezione speciale Saggio Massimo Centini, docente e scrittore; Danilo Tacchino, giornalista e scrittore; Ernesto Vidotto, presidente del "Centro Studi Cultura e Società". 6


Danilo Tacchino, Laureato in Lettere moderne con tesi in Sociologia del lavoro, scrittore saggista, poeta, articolista, operatore culturale e organizzatore di premi letterari, direttore letterario dell'associazione culturale e artistica Arte Città Amica di Torino dal 2001 e coordinatore del Premio letterario sin dalla sua fondazione. Ha pubblicato dal 1983, libri di poesia, di saggistica storica e misterica, di folklore popolare Ligure e Piemontese, testi sull' ufologia, sulla sociologia dell'industria, sulle leggende e i miti storici della Liguria e del Piemonte, testi di narrativa: un romanzo storico ambientato in Piemonte nella valle di Susa, sul periodo antico della seconda guerra punica, varie serie di racconti sulle condizioni del disagio sociale del nostro tempo, una sceneggiatura teatrale storica sul Risorgimento piemontese e i testi per un calendario commemorativo per i 150 anni dell'unità italiana. Ha partecipato al Dizionario Enciclopedico di Torino, (Newton Compton, 2003) Scrivendo voci su scienza, industria letteratura e misteri. Nel maggio 2017 è uscito il libro Liguria nascosta e sconosciuta per le Edizioni Ligurpress e sono in corso di pubblicazione altri due testi, una monografia storica piemontese sugli UFO, ed un altro sulle Storie, tradizioni e misteri dei monti e delle valli dell'arco Alpino nord occidentale. * * * Bruna Bertolo, rivolese, tesi di laurea in Storia della filosofia, giornalista pubblicista dal 1988, ha pubblicato numerosi libri di argomento storico, focalizzando la sua ricerca sull'800 e 900. Tra i vari titoli, la poderosa “Storia della Valle di Susa. Dall'800 ai giorni nostri”. Già responsabile delle pagine culturali del bisettimanale “Luna Nuova” collabora a numerosi giornali, tra i quali la rivista “Segusium” e il trimestrale “Passaggi e Sconfini” con articoli di costume, arte e recensioni di libri. Dal 2011 ha concentrato la sua ricerca sulla storia delle donne, con la pubblicazione di diversi titoli, tra i quali “Donne del Risorgimento. Le eroine invisibili dell'Unità d'Italia”; (premio nazionale “Ambiente pecial 150°/2011”, 36a edizione, assegnato a Teano); “Donne e cucina nel Risorgimento”; “Prime, sebben che siamo donne”; “Donne nella Resistenza in Piemonte”; “Donne della Prima Guerra Mondiale”. E ancora "Donne e cucina in tempo di guerra" e il fortunatissimo "Maestre d'Italia", presentato nel gennaio 2018 alla Camera dei deputati e vincitore del premio internazionale "Marcel Proust". Nel 17 l'autrice, viene insignita dal “Centro Pannunzio” del prestigioso premio “Alda Croce”, assegnato alle donne piemontesi che abbiano raggiunto meriti di particolare valore culturale e sociale. Un grande successo livello nazionale per il volume “Donne e follia in Piemonte”, premiato a Roma, a cui è seguito il libro Donne nella Shoah”. Da oltre un anno è Presidente dell'Unitre di Rivoli, Associazione di grande rilevanza culturale nella città *** Mauro Minola, nato a Torino, si occupa da lungo tempo di storia del Piemonte, in particolare degli episodi legati alle vicende militari sabaude con interessi legati alla storia e alla tecnologia delle fortificazioni delle Alpi e alla storia militare, in particolare del Piemonte sabaudo. Ha intrapreso approfonditi studi sulle fortificazioni italiane delle Alpi occidentali e sull'evoluzione funzionale delle tipologie dei sistemi difensivi dell'intero arco alpino. Ha partecipato a convegni di studio promossi dall'Associassion Piemonteisa ed è intervenuto come relatore a diverse sezioni delle UNITRE del Piemonte. Ha pubblicato articoli e saggi storici su diversi periodici.

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Collabora alle pagine culturali del bisettimanale Luna Nuova di Avigliana. È socio della Società Storica Segusium di Susa e dell'Associazione per gli Studi di Storia e di Architettura militare di Torino. I suoi interessi sono legati alla storia del Piemonte e dei Savoia, alle fortificazioni e alla storia militare *** Pier Giorgio Tomatis, è nato nel 1965 a Torino, vive a Cantalupa e scrive da sempre racconti e sceneggiature. Ha collaborato con Il Monviso, Il Piccolo di Pinerolo, ex Direttore del Bollettino Comunale di Saluggia. Presidente dell'Associazione di Volontariato Gruppo SISIFO. Redattore del Progetto La lettura è magia e 10 Piccoli autori. Titolare della Libreria, Casa Editrice, Comunicazione e Organizzazione di Eventi, Hogwords di Pinerolo. L'esordio narrativo è del 2008 con il fanta-thriller “Gateland”, seguono “Todos Caballeros”, Satan's Womb/L'utero di Satana”, “Lo strano caso del dottor Chances”, “Enfante terrible” e “Pazzi e matti S.P.A.” Nel 2010 nasce La Casa Editrice Hogwords per iniziativa dell'omonima libreria pinerolese gestita dall'autore. A questa si è affiancato, più tardi, il Circolo Artistico e Letterario presieduto, attualmente, dal Dott. Fabrizio Legger. *** Andrea Bolfi (La poesia di strada). Sono nato a Genova Sestri Ponente nel Luglio 1967. Ho scoperto la passione per la poesia a sedici anni. Sono stato speaker e D. J. presso emittenti radio genovesi. Nel ‘89 mi sono trasferito a Torino, dove attualmente vivo e lavoro. Ho frequentato un corso di recitazione durato 3 stagioni, presso il teatro D'Uomo, recitando i classici e migliorando dizione e presenza scenica. Da quest'esperienza prende corpo il bisogno di unire le grandi passioni, legando indissolubilmente il verso scritto, alla lettura recitata. È il momento di urlare la poesia. Leggo ovunque, ove possibile, nelle piazze, nei pub di Torino, Genova, Bologna. Ho frequentato il gruppo esordienti presso il Circolo dei Lettori di Torino. Ho viaggiato molto per lavoro: in Europa, Asia e America Centrale. *** Bruno Giovetti, nato a Canale il 22 marzo 1956, di origini contadine, diploma tecnico industriale, tecnico elettronico presso un'azienda multinazionale. Riscopre la poesia in età adulta e si immerge in essa, sia in lingua italiana che piemontese. Canta la vita, le passioni, il mondo che lo circonda e sé stesso, a volte in modo serio, a volte ironico. Ha conseguito riconoscimenti sia per la poesia in italiano che in piemontese. Campione Nazionale di Poetry Slam Italia nel 2017/18 e nei primi 10 in Europa nel 2018. Partecipa ad eventi, conduce caffè letterari e collabora con associazioni culturali e di volontariato. Sul palcoscenico si diverte a dar vita a maschere e personaggi immaginari in dialoghi improbabili È membro del "Gruppo Storico Conti Vagnone", dove si diletta ad impersonare di volta in volta, Giuseppe Mazzini, un conte, un frate, un cardinale, un armigero, un menestrello.... Mario Parodi, torinese (1950), laureato in Semiologia, ha insegnato

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per trentacinque anni materie letterarie nelle scuole medie inferiori e superiori della sua città. Da decenni si dedica a svariate attività culturali. Per il Comune di Torino ha fondato e gestito, dal 1991 al 1995, l'Osservatorio poetico giovanile Opere d'inchiostro. Ha al suo attivo oltre una ventina di pubblicazioni, che testimoniano la poliedricità dei suoi interessi. Dalla poesia (Il tonfo delle gomene; Odore del 2000; Caro Marco; Play, Satchmo) allo sport (In bianco e nero; Boom!; Rotative del mio cuore), dai romanzi (La lama di Pascal; Giocavamo senza numero; A voi studio centrale; Gli stadi di Giovannino) ai saggi letterari (La sfida di Demodoco), dal jazz (Quando il jazz crea parole; Poem jazz live; La bellezza senza tempo-Il jazz giovane a Torino) a Tex Willer. Recentemente ha scritto settantadue poesie per settantadue tavole dell'illustratore Giovanni Ticci, inserite nel libro di Verger, L'avventura e i ricordi *** Claudio Calzoni. Da sempre è appassionato di poesia, letteratura fantastica, musica, storia antica, fantascienza e di tutto ciò che riguarda il mistero, la religione, la fantasia e l’arte umana. Alla vita da imprenditore e professionista affianca l’attività di romanziere, poeta, giornalista, critico d’arte e giudice in concorsi letterari. Delle sue pubblicazioni ricordiamo i 4 Romanzi di avventura (tra storia, mistero e thriller) della Saga de “La Traccia del Fuoco”, il controverso “L’Altro Dio, ovvero se il Re dei Re” ed il diario “Non solo Covid” pubblicati dalle Edizioni Hogwords. Nell’ambito della letteratura sportiva, scrive per i blog “ControcalcioRadioWeb” e “vivoperlei” ed ha scritto per Yume Libri il bestseller “I Luoghi del Toro”. È direttore della rivista web “la Gazzetta di Hogwords” e ha partecipato ad iniziative letterarie benefiche come “La schedina vincente” pubblicato da Gian Giacomo Della Porta Editore. Per natura è convinto che il meglio debba ancora arrivare. *** Davide Ghezzo insegna Materie Letterarie e Latino nei Licei torinesi. Ha tenuto corsi universitari di scrittura giornalistica. Ha pubblicato una ventina di volumi, tra narrativa, saggistica, poesia e curatele scolastiche (per editori come SEI e Il Capitello). Ha conseguito svariati riconoscimenti, tra cui un Premio Italia per il saggio Dei padri fondatori, sulla storia e i temi della narrativa fantastica. La sua opera più recente è il romanzo ‘Memoriale alieno’ (ed. Hogworts, 2020). Da sempre appassionato delle tematiche del mistero e dell’insolito (oltre che di musica, scacchi e astrologia), ha incentrato le sue opere e l’attività di relatore e conferenziere, sul versante non mimetico della creatività letteraria, tra fantascienza e surrealismo, traendo spunto dai materiali della mitologia, dell’ufologia, della spiritualità. ***

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Imma Schiena nasce a Carovigno (BR). Dopo gli studi socioeconomici, si dedica alla poesia e al teatro. Insegna e vive a Torino. Scrive pezzi teatrali e, dal 2011, recita con la compagnia “I Fumeri per caso”. Nel 2013 pubblica la sua prima silloge: “Teatrando e Poetando Goccia di Vita” con Arduino Sacco Editore, Roma. È inserita in varie Antologie tra cui “I Grandi Classici della Poesia Italiana” del '900, Ali Penna D'autore, 2013. È nella Raccolta di poesie e commenti liberi “Perché tu mi dici: Poeta”, Hogwords, 2014. Con la casa editrice Pagine di Roma, pubblica alcune sue opere nella collana Navigare, 2016, n. 53. È premiata in diversi concorsi letterari e al Poetry Slam Nazionale a Milano, nel 2018. Nel '19 pubblica “Parole in pietra. Sarà l'aurora” con Genesi Editrice. Nel 2020 partecipa con la mostra Lib(e)ri in cammino alla Giornata Mondiale Migranti e Rifugiati. Dai testi si evince il suo impegno civico e sociale contro ogni forma di discriminazione. La penna è lo strumento che usa per far parlare i più deboli. Organizza mostre a sostegno della pace, mettendo insieme diverse forme di espressione artistica. Nel 2022 pubblica, "Qui giace amore", GCL edizioni. Lei dice: “La poesia è per me linfa vitale, è un'implosione esplosiva, è la mia fedele compagna di vita. Quando non scriverò più, sarà perché non vivrò più”. *** Piero Abrate è nato nel 1955 e vive a Torino. Laureato in Scienze Politiche, è giornalista professionista. Dopo aver lavorato per una ventina d'anni come redattore a “Stampa Sera” e a “La Stampa”, ha diretto un mensile a diffusione nazionale dedicato alle auto, il quotidiano Torino Sera e il settimanale dell'area metropolitana “La Nuova”. È stato docente di giornalismo prima alla scuola Carlo Chiavazza e poi all'Università Popolare di Torino. Ha all'attivo diversi volumi legati al territorio, come Nascita della stampa politica in Piemonte (Scuola giornalismo di Torino, 1989), Cento anni di cinema in Piemonte (Abacus Edizioni, 1997, scritto con Germano Longo), Il Piemonte del crimine - Storie maledette (Ligurpress), Io mi chiamo, Dizionario dei cognomi piemontesi, Dizionario dei cognomi liguri, Storie assassine (Ligurpress, 2015). * ** Angelo Mistrangelo, giornalista, scrittore, critico d’arte, è nato a Tripoli (Libia). Dal 1979 scrive per le pagine di arte e cultura de "La Stampa", "Torinosette/La Stampa. Ha collaborato a "Stampa Sera" (ha curato la Pagina dell’Arte), "Il Giorno", "Il Nostro Tempo", "Le Colline di Pavese", "Uomini e Libri", "Quinta Generazione". Presidente Onorario di "Io Espongo" Torino, è direttore della rivista "Il Platano" e della "Collana d’Arte" Associazione Culturale Azimut. Vicepresidente della "Promotrice" al Valentino, è stato coordinatore artistico di Palazzo Boglietti a Biella. Curatore di mostre per la Regione Piemonte, Fondazione Accorsi-Ometto e Accademia Albertina di Belle Arti, ha fatto parte della cabina di regia del "Portale" del MIUR (Ministero Università Ricerca). Sue poesie sono inserite nelle antologie "Voci Nuove", "Poesia Verde", "L’Uomo Oggi", "Poesie del Novecento", "Magica Luna", "Lettera" (University College Cardiff), "R-esistenze" Albertina Press, mentre ha pubblicato i libri "Ilico", "La quinta stagione" (con Angelo Caroli) "E poi il silenzio", "Poesie". É componente delle giurie artistiche e letterarie di "Arte Città Amica", Associazione Culturale, "Talento" e membro dell’AICA, Associazione Internazionale Critici d’Arte).

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Danilo Torrito (Torino 1965). Dopo il Liceo Classico si laurea presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. Esercita la libera professione e l’architettura d’interni è il campo di applicazione che lo vede maggiormente impegnato. Ha due grandi passioni: la poesia e il teatro. Il filo conduttore della sua poesia è sicuramente la rima e con i suoi componimenti prova a trasmettere pensieri ed emozioni che, si augura, possano arrivare al Lettore con lo stesso impatto emotivo con il quale sono stati creati. Ha pubblicato con Neos Edizioni due raccolte di poesie, “Passaggi” e “Succede”, e una raccolta di fiabe rielaborate in chiave poetica dal titolo “Rime da favola”. Le partecipazioni a vari concorsi letterari gli hanno portato riconoscimenti e premi che certamente hanno coronato la sua passione per la poesia. Ama scrivere e descrivere, con rime baciate o alternate, le sue intime sensazioni e le esistenze che, inventate o reali, lo circondano. È un poeta? Forse, secondo una bellissima frase di Oscar Wilde: “Quando l’uomo agisce, è un pupazzo. Quando descrive, è un poeta. Il segreto è tutto qui.” Ai posteri, l’ardua sentenza! .*** Massimo Centini, laureato in Antropologia Culturale presso la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Torino. Ha lavorato a contratto con Università e Musei italiani e stranieri. Attualmente collabora con la Fondazione Università Popolare di Torino dove è titolare della cattedra di Antropologia culturale e di Antropologia dell'arte; tiene anche corsi presso il MUA – Movimento Universitario Altoatesino – di Bolzano. Ha pubblicato numerosi saggi con Mondadori, Piemme, Rusconi, Fondazione Terra Santa, Newton & Compton, Yume, Diarkos, Xenia, San Paolo e altri. Alcuni dei suoi volumi sono stati tradotti in varie lingue. .*** Ernesto Vidotto. Coordinatore del Centro Studi Cultura e Società. Laureato in Lettere, la sua esperienza professionale si è sviluppata soprattutto in ambito formativo. Dal 1991 al 2007 è stato responsabile della funzione Formazione del Personale della Regione Piemonte. Nell'ambito dell'AIF (Associazione Italiana Formatori) ha ricoperto ruoli di responsabilità dal 1996 a fine 2016, tra cui Presidente Regionale dal 2003 al 2008 e Vicepresidente Nazionale dal 2009 al 2012. Di particolare rilievo, infine, la collaborazione (dal 1996 al 2007) con il Dipartimento per la Funzione Pubblica per la redazione del Rapporto sulla Formazione nella Pubblica

Amministrazione. Ha maturato una notevole esperienza in giurie, sia di premi letterari che di premi che valutano progetti complessi, come il Premio Basile per la Formazione bella PA che il Premio Persona e Comunità, che premia i migliori progetti di valore sociale, in ambito pubblico e no profit.

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SI RIPORTANO QUI DI SEGUITO I RISULTATI DELLA GIURIA DEL "PREMIO NAZIONALE DI ARTI LETTERARIE METROPOLI DI TORINO” - XIX edizione – anno 2022 Composta da: Sezione Romanzo: Bruna Bertolo, Mauro Minola, Pier Giorgio Tomatis; Sezione poesia edita: Andrea Bolfi, Bruno Giovetti, Mario Parodi; Sezione Racconti inediti: Claudio Calzoni, Davide Ghezzo, Imma Schiena; Sezione Poesia singola: Piero Abrate, Angelo Mistrangelo, Danilo Torrito; Sezione speciale Saggio: Massimo Centini, Danilo Tacchino, Ernesto Vidotto. Presidente di giuria: Danilo Tacchino. Segretaria del premio: Raffaella Spada (Presidente del Centro Culturale Arte Città Amica). La giuria preliminarmente ha esaminato gli elaborati selezionando una prima “rosa” di finalisti. Dopo ulteriori e comparative riletture ha così definito le graduatorie: Sezione Prosa edita 1° premio Marcello Loprencipe da Sacrofano (RM) per l’opera, Olmo – Edizione Campi di Carta; 2° premio Marina Rota da Torino per l’opera, Sotto le stelle di Fred - Casa Editrice Buendia Books; 3° premio Claudio Rolando da Giaveno (TO) per l’opera, Peccato di Gola - Edizioni del Capricorno; 4° premio Davide Rubini da Borgaro T.se (TO) per l’opera, Le chiare intenzioni Ventura Edizioni; 5° premio Erica Bonansea da Torino per l’opera, Grand Puy - Golem Edizioni. Segnalazione di merito: • Angelo Simone Cannatà da Blera (VT) per l’opera, Volevo essere Mogol - Armando Curcio Editore; • Clambagio da Bolzano per l’opera, Scandalo in Val Gardena - Giovane Holden Edizioni; • Franca Rizzi Martini da Torino per l’opera, Oltremare - Neos Edizioni; • Francesca Sassano da Potenza per l’opera, Desideri liberati - Edizioni I libri di Pan. Sezione Prosa inedita 1° premio Paolo Casella da Sapri per opera, Febbre d'estate; 2° premio Tina Caramanico da Abbiategrasso (MI) per l'opera, I tre giorni che

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sono stata madre; 3° premio Lorenzo Oggero da Pisa per l'opera, Il caso della donna scomparsa; 4° premio Ferdinando Romito da Diamante (CS) per l'opera, Ascolta il vento; 5° premio Andrea Poggipollini da Bologna per l'opera, Mein Kampf – La mia battaglia. Segnalazione di merito: • • • • •

Ubaldo Busolin da Milano per Stop war; l'opera, Lettere d’amore ovvero Come rovinare la vita di u n uomo; Alberto S. Morra da Torino per opera, Lettere d’amore ovvero Come rovinare la vita di u n uomo; Caterina Perrone da Firenze per l'opera, Sharazàd. Un racconto mi ha salvato la vita; Mario Trapletti da Roma per l'opera, L'inferno è l'assenza degli altri;.

Sezione volume di Poesie 1° premio Stefano Vitale da Torino per l'opera, Si resta sempre altrove; 2° premio Raffaele Floris di Pontecurone (AL) per opera, La macchina del tempo; 3° premio Vincenzo Di Giulio da Roma per l'opera, Anima mundi; 4° premio Matteo Casale da Camaiore (LU) per l'opera, STUDI OP 9; 5° premio Alfredo Rienzi da San Mauro T.se (TO) per l'opera, Sull’improvviso. Segnalazione di merito: • • • •

Maria Grazia Bajoni da Monza (MB) per l'opera, Il giorno della Candelora; Carmelo Consoli da Firenze per l'opera, Divino disincanto; Raffaele Manduca da Catania per l'opera, Restò solo voce; Dario Marelli da Seregno per l'opera, L'infinito dentro.

SEZIONE POESIA INEDITA 1° premio Alessio Baroffio da Rescaldina (MI) per l’opera, Tramonto ad est: 2° premio Giancarmine Fiume da Rovellasca (CO) per l’opera, Se queste fossero le mie ultime parole; 3° premio Franco Fiorini da Veroli (FR) per l’opera, Odor di casa; 4° premio Franca Donà da Cigliano (VC) per l’opera, Kintsugi; 5° premio Lucia Lo Bianco da Palermo per l’opera, Non saranno lacrime di pioggia. Segnalazione di merito • Pietro Catalano da Roma per l’opera, Il sogno di Danilo;

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• Grazia Dottore da Messina per l’opera, Al varco del sogno: • Dario Marelli da Seregno per l’opera, Le meccaniche dei fiori (Capo Caccia); • Francesco Mosconi da Ivrea (TO) per l’opera, Una giornata a Burma. Sezione Speciale Saggio Inedito/Edito Menzione d'onore • Maurizio Aragno da Torino per l’opera, Il confine italo-francese. Da Cavour a Macron; • Arianna Ceschin da San Pietro di Feletto (TV) per l’opera, Preferisco sbagliare tutto ma buttarmi a capofitto; • Franco Chiavegatti da Ostiglia (MN) per l’opera, I Monicelli. Storia dell'Italia del '900; • Francesco Sinigaglia da Bisceglie per l’opera, Il Metodo Stanislavskij dalle origini alle “azioni fisiche”. Il comitato direttivo di Arte Città Amica oltre ai giudizi espressi dalla giuria competente, ha ritenuto di inserire le seguenti opere sull’antologia delle opere finaliste: Sezione Racconto Inedito • • • • • • • • • • • •

Gabriele Andreani Silvia Aonzo Anna Bani Francesco Battista Claudio Botteon Mauro Caneparo Emilio Chiave Giacomo Fantechi Fausto Paolo Filograna Maria Luisa Giustetto Thea Moscatelli Maurizio Rosi

da Pesaro, Che cosa mi rimane: da Milano, Il sigillo dei mondi; da Gallarate (VA), Salon Kitty; da Londra, Il corsaro del XXII secolo; da Godega San Urbano (TV), La lunga marcia; da San Nazzaro Sesia (NO), Il dizionario tascabile; da Roma, Nonno Edoardo; da Firenze, La scelta; da Matino (LE), Prima di morire di; da San Mauro T.se (TO), Giovanni Pantoni; da Rivoli (TO), Dillo a tutti; da Torino, Delitto d'amore. Sezione Poesia

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Maria Accorinti Massimo Apicella Paolo Barbagelata Giuseppe Bianco Angelo Chiarelli Anna Maria Conti Patrizia Cosenza Antonio Costantin Valeria D'amico

da Nichelino (TO), Era mio padre; da Cumiana (TO), Tutto in un respiro; da Genova, Rivetti a dar forma all’ala; da Casoria (NA), Milano binario 21; da Padova, Funambolismi; da Collegno (TO), Pagine di Guerra; da, Torino, L'addio di una madre; da Cantalupa (TO), Colli Euganei; da Foggia, Avremo;


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Luca Di Gianfrancesco Vittorio Di Ruocco Sergio Donna Luciano Giovannini Alessandro Izzi Daniela Lazzeri Beatrice Lucchesi Andrea Mauri Pina Meloni Antonella Padalino Roberta Pagotto Giuseppe Raineri Fabio Rondano Rodolfo Settimi Tristano Tamaro

da Roma, Deserto; da Pontecagnano Faiano (SA), Il bosco delle anime; da Torino, Madonna fiorentina; da Roma, Come Tex Willer; da, Gaeta (LT), Kabul; da Torino, E dirsi Addio; da Lucca, Noi due, poeti dannati; da Roma, La dittatura dell’amnesia; da Nichelino (TO), Dite a Caino; da Alpignano (TO), Quel che resta dell’eternità; da Pordenone, La casa dell’effimero; da Bergamo; Al tramonto; da Torino, Quando un uomo pensa un uomo; da Roma, Di molti grigi; da Trieste, Nonna Olga.

La Giuria è lieta di riconoscere il buon livello dei testi inviati per la fantasia, la creatività, l’ispirazione e la scrittura. Il presente atto redatto in data 5 ottobre 2022 viene firmato dal Direttore del premio letterario Dr. Danilo Tacchino e dalla Presidente Raffaella Spada.

Il Direttore letterario

Danilo Tacchino

La presidente

Raffaella Spada 15


■ Marcello Loprencipe - 1° premio prosa edita

Marcello Loprencipe da Sacrofano (RM)

Olmo Editore Campi di Carta

Una storia intensa, che si svela a poco a poco attraverso il rapporto di amicizia e di affetto che si instaura tra due donne, inizialmente così lontane l'una dall'altra. E non solo per l'età. Marcello Loprencipe costruisce in un percorso emozionante - che ci porta nella realtà di una Roma diversa da quella in genere rappresentata nella letteratura - una delicatissima vicenda in cui le storie personali sembrano trovare un senso profondo anche nel rapporto con la Natura, con quell'Olmo simbolo di un legame infinito, destinato a durare nel Tempo. Un giudizio unanime quello della giuria che premia un romanzo costruito su più piani, su più tempi, ma su un unico grande tema che è in fondo quello dell'Amore, grande, puro, infinito.

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2° premio prosa edita - Marina Rota ■

Marina Rota da Torino

Sotto le stelle di Fred Editore Buendia Books

Si può esprimere qualsiasi tipo di giudizio per questo libro scritto da Marina Rota ma non certamente che “era piccolo così”. La penna ispirata dell’Autrice regala immagini poetiche che paiono refrain, perle narrative equiparabili a jazz ensemble, una trama seducente molto più del fumo e di quegli abusi di Fred Buscaglione con ghiaccio, soda e voglia di America. Che bello, anche per la giuria, salire sulla macchina del tempo, vivere accanto a miti e leggende che hanno segnato la loro epoca e respirare il clima di una società che aveva appena superato una seconda guerra mondiale e il futuro era più ricco di sogni che di convinzioni. Un plauso per l’Autrice e una ovazione per il grande Fred.

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■ Claudio Rolando - 3° premio prosa edita

Claudio Rolando da Giaveno (TO)

Peccato di gola Editore Edizioni del Capricorno

Un romanzo noir, ambientato nella tranquilla cittadina di Giaveno, in provincia di Torino, dove i ritmi della vita quotidiana sono scossi da un evento inatteso e cruento: il cadavere di un curato viene ritrovato in canonica con un profondo taglio alla gola. Ma non basta, nel giro di pochi giorni il caso s’ingarbuglia quando, al primo morto, se ne aggiungono altri. Subito la paura, i sospetti e la diffidenza contagiano la gente spingendola ai comportamenti più strani. Toccherà al protagonista, Leo Delfos, indagare sugli omicidi e giungere alla soluzione. Un giallo scorrevole e avvincente, scritto con gusto dell’ironia, che non mancherà di emozionare il lettore fino all’ultima pagina.

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4° premio prosa edita - Davide Rubini ■

Davide Rubini da Borgaro Torinese (TO)

Le chiare intenzioni Editore Ventura Edizioni

Un testo perfetto fin dalla copertina che si nasconde e ti confonde fin quando non sei entrato nel pieno delle vicende che vive il personaggio principale. La trama ispirata, più ancora del titolo del libro, volutamente spiazzante, contribuisce ancor più a ingarbugliare le tue aspettative. Perché in fondo, la vita è proprio così: un casino senza capo né coda che va però presa seriamente perché la libertà è proprio l’incosciente coscienza che deve organizzare il disordine con il quale si cerca di raggiungere la strada dei sogni nella speranza di esaudirne il maggior numero possibile. La giuria ringrazia Davide Rubini per la splendida chicca con la quale ha impreziosito questo Concorso.

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■ Erica Bonansea - 5° premio prosa edita

Erica Bonansea da Torino

Grand Puy Editore Golem edizioni

Una borgata di alta montagna, Grand Puy, è il teatro delle vicende di due fratelli e di un loro amico, dalle vacanze estive dell’infanzia e dell’adolescenza ad un ritorno inaspettato, dopo parecchi anni di assenza, in una notte di bufera di neve. Inizia così un serrato confronto tra i due fratelli che il destino aveva allontanati, alternati con tanti flash-back che narrano e intrecciano le storie estive degli anni passati con quelle del presente. I misteri sono tanti, troppe le domande, poche le risposte. L’autrice, con uno stile elegante e una narrazione intrigante, caratterizza i personaggi, mettendone in luce la loro personalità spiccatamente umana e emotiva. Per convergere infine su un’unica strada, uniti da un solo filo invisibile che li porta fatalmente ad incontrarsi e a dipendere l’uno dall’altro.

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segnalazione di merito prosa edita - Franca R. Martini ■

Franca Rizzi Martini da Torino

Oltremare Editore Neos Edizioni

Una grande fluidità di scrittura per questo appassionato racconto che parte in realtà da una storia vera: quella di una donna che affronta qualunque difficoltà per inseguire il suo sogno, per raggiungere l'uomo al quale ha deciso di legare la sua vita. Una donna in viaggio per la Malesia, in un periodo terribile per l'umanità intera, nel pieno della Prima Guerra Mondiale. Sequenze quasi cinematografiche per questa storia romanzata che l'autrice, attraverso una forma espressiva molto accattivante, rende quasi visibile agli occhi del lettore.

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■ Angelo S. Cannatà - segnalazione di merito prosa edita

Angelo Simone Cannatà da Blera (VT)

Volevo essere Mogol Editore Armando Curcio

L’opera con cui l’Autore Angelo Simone Cannatà partecipa a questo Concorso è pregno di una deliziosa vena umoristica tanto che parecchie volte i giudici hanno dovuto riguardare la copertina per esser certi che si trattasse di “Volevo essere Mogol” e non “Citarsi addosso” o “Saperla lunga” di quel tal Allan Stewart Königsberg più noto ai più come Woody Allen. Il premio con il quale lo Scrittore viene gratificato è il giusto riconoscimento alla sublime virtù che ha saputo trasferire in ognuna delle pagine di questo curioso capolavoro. La giuria si augura per l’Autore un portentoso presente e un altrettanto eccellente futuro anche economico perché, dopotutto, non si vive solo… “per una Lira”.

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segnalazione di merito prosa edita - Clambagio ■

Clambagio da Bolzano

Scandalo in Val Gardena Editore Giovane Holden

Il romanzo, ambientato a Santa Cristina in val Gardena nei primi anni Cinquanta, narra le vicende di una ragazza madre e del suo bambino illegittimo, per questo ripudiata dalla famiglia e dalla comunità moralista dell’epoca. Da adulto, come un moderno Conte di Montecristo, il protagonista cercherà di rivalersi contro coloro che avevano fatto soffrire la madre. Con uno stile dinamico e ricco di colpi di scena, l’autore affronta i temi dell’adozione, del caso e del destino, della vendetta e del perdono, fornendo una lettura avvincente e profonda che supera i confini del romanzo d’azione.

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■ Francesca Sassano - segnalazione di merito prosa edita

Francesca Sassano da Potenza

Desideri liberati Editore I libri di Pan

Tre donne del nostro tempo. Sono loro le protagoniste di questo libro che viene definito come una libera creazione della fantasia da parte dell'autrice ma che certo può essere facilmente ricondotto a reali situazioni di vita. Tre storie sofferte, quelle di Angela, Micol, Nihhila, che evidenziano la pena di vivere in determinate situazioni di sofferenza, di emarginazione, di violenza. Francesca Sassano, nei suoi tre racconti, si serve di una forma espressiva quanto mai incisiva, essenziale, che ben si adatta all'intensità delle storie inserite.

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1° premio sezione volumi di poesie - Stefano Vitale ■

Stefano Vitale da Torino

Si resta sempre altrove Editore puntoacapo

Si resta sempre altrove, di Stefano Vitale, sono scarne parole che lasciano il segno lieve di una scia nel mare, come un gozzo che esce dal porto, su acque calme, ma si sa il tempo può cambiare repentinamente. Amo molto questo tema dell’altrove in poesia perché si può essere in altri mille mondi, fermi o mossi come le gocce di pioggia che cadono nel posacenere lasciato, come a perdersi, nel dehor di un bar di provincia. Malinconia e gioia s’intersecano come bandiere strappate nella vita che urla. Sempre in bilico tra provvisorio e certezze auspicate. Amo questa poesia asciutta e calibrata, quasi tecnica, mirata alla sostanza terrena. Mi piace fare risonanza e leggervi a voce alta: Arrembanti ginestre/ arrampicate sul muro/ a strapiombo sul mare/ antichi fiocchi di luce.

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■ Raffaele Floris - 2° premio sezione volumi di poesie

Raffaele Floris da Pontecurone (AL)

La macchina del tempo Editore puntoacapo

Ivan Fedeli, nella prefazione, definisce acutamente “La macchina del tempo” un esaltante esercizio di “felicità mentale”. Ci fornisce utilmente questa indicazione all’inizio della prefazione della silloge di Raffaele Floris. E il lettore viene come stregato dalla eleganza della metrica dell’autore alessandrino nel percorrere gli instabili territori di frontiera del tempo. Si viaggia su una macchina alimentata dal dolore, dalla provvisorietà, dalla lacerazione. Inquietante quanto sorprendente la metafora-chiave per illustrare la mancata conoscenza del tragitto del tempo: ne sono protagonisti sconfitti i pipistrelli, “araldi del sapere notturno”, in ultima analisi “rabdomanti smemorati”. Lettore, tu prosegui nei progetti poetici di Floris: lasciati cullare dal silenzio vacillante nelle vaste zone d’ombra, riuscirai a trovare, perché no, l’onirico trucco strategico della macchina del tempo.

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3° premio sezione volumi di poesie - Vincenzo Di Giulio ■

Vincenzo Di Giulio da Roma

Anima Mundi Editore puntoacapo

Vincenzo Di Giulio volteggia, divaga, di verso in verso, tocca l'impalpabile e lo rende visibile. Racchiude l'irrazionale in una "Sezione aurea", dove "l'uno si somma all'ignoto". Il suo confine è "il finito che racchiude l'infinito"e questo è insito nei secondi come nei millenni. Il momento è "l' innesto di un tempo nel tempo fuggente",che ci affianca e supera. L'istante è un bacio. La nostra esistenza è una serie di ossimori, legittimati da quello che non siamo, come la luce nel buio che pare sfuggire alla luna. Noi "siamo germoglio (...) siamo vagito del cosmo", attimi tra "l'essere presente e il divenire niente" e nel nostro annullarsi ritroviamo il Dio dimenticato. L'Autore gioca tra improbabili ipotenuse stellari e "capriole di fumo", prendendo spunto, tra le altre e non a caso, dalle opere di Italo Calvino e Giuseppe Ungaretti

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■ Matteo Casale - 4° premio sezione volumi di poesie

Matteo Casale da Camaiore (LU)

STUDI OP. 9 Editore puntoacapo

Gli Studi OP. 9 di Matteo Casale sono emblema di vertigine, perché durante la lettura il nostro ci farà salire verso vette altissime. Una poesia leggera ma densa e definita da cesure e tagli netti, amabile ma anche secca come una ferita alla memoria. I versi rappresentano suoni di vita eterna e crudele, desiderio di stelle dilaniate da esplosioni primordiali. Ciò che mi ha fatto innamorare di questa poesia è l’uso della parola sempre definita e sprigionata per essere dolce come carezza che aspira ad essere tutto con il fine di migliorare il mondo. Mi piace fare risonanza e leggervi a voce alta: Ho nuvole esauste per l’insonnia/ di notti che han visto troppe stelle/ ferite di sogni ed orizzonti/ del sangue del sole quando piange

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5° premio sezione volumi di poesie - Alfredo Rienzi ■

Alfredo Rienzi da San Mauro

Sull'improvviso Editore Arcipelago Itaca

La poesia di Alfredo Rienzi è ricercata, ma mai leziosa, ricca di lemmi e termini non usuali. É uno scavare continuo con domande e risposte (da estrarre) in pochi versi. La curiosità del "fanciullino", di Pascoliana memoria, cede il passo all'osservazione del ricercatore che va oltre all'apparire nel "tentativo di comprensione del lampo dell’evento", come dice lo stesso Autore. Nella prima parte del libro sono schegge di luce, dei flash. Attimi che il poeta riesce a fissare in un immaginario obiettivo per poi sezionarli in particelle di poesia. Nella seconda parte dell'opera, "Di sesta e di settima grandezza", l'obiettivo si allarga alle stelle, alla luna, ai suoni e ai cinguettii degli uccelli, al "leggero sibilo" di un astronave dove "si restò, come cavità nell’albero". "Ho chiuso gli occhi e aperto l’obiettivo" . Così, come chiosa in "Fotografia di una rondine" l'Autore si pone dinnanzi all'improvviso

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■ M. Grazia Bajoni - segnalazione di merito volume di poesie

Maria Grazia Bajoni da Monza (MB)

Il giorno della Candelora Editore ETS

Maria Grazia Bajoni, dalla nobiltà del suo retroterra culturale, trova una raffinata pista poetica nel giorno ambiguo della Candelora, il “festum candelarum”, la luce per illuminare la gente. Siamo, si sa, il 2 di febbraio, giorno in cui si celebrano, 40 giorni dopo il Natale, la Purificazione di Maria Vergine e la Presentazione del figlio, Gesù, al Tempio, giorno anche di vertiginosi incontri fra la conclusione della durezza dell’inverno e l’inizio della leggerezza della primavera. La Bajoni opta per la “pars destruens”: le parti si invertono, la madre non trova alcuna luce nell’ostico cammino della vita e quindi non si purifica; la figlia colleziona nuove esperienze distanti da angosce esistenziali e quindi deraglia dal suo iter religioso. Le luci delle candele si affievoliscono, la primavera è ancora lontana.

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segnalazione di merito volume di poesie - Raffaele Manduca ■

Raffaele Manduca da Catania

Restò solo voce Editore NULLA DIE

In un mondo che si è fatto così difficile per le responsabilità di uomini folli e irresponsabili, qualche mese fa ho scritto: “Prima i virologi, adesso gli esperti di geopolitica, quando ci vorrebbero soltanto i poeti”; Bene, ci vorrebbe Raffaele Manduca con Restò solo voce, i suoi versi sono aperti e immediati e accompagnano il lettore in un bel mondo; è tutto ciò che ci serve per migliorarci dentro. Come dice Raffaele nella prefazione: “Queste voci, questi silenzi, questi giorni sono figli della notte e dell’ombra”. Il suono della sua poesia è come essere in un giardino fiorito con il suono che arriva diretto all’anima. Mi piace fare risonanza e leggervi a voce alta: restò solo voce/ passero impagliato, aggrappato/ a riflesso di luna/ costretto in rivolo d’inchiostro

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■ Dario Marelli - segnalazione di merito volume di poesie

Dario Marelli da Saregno (MB)

L'infinito dentro Editore Montedit

"Tu che sei l’infinito dentro (...).raccontami il vento che spazza via le nubi le gambe esili ed i pensieri duri". Dario Marelli apre così la raccolta "L'infinito dentro". Nella stessa poesia,poco versi dopo, affiora "un orizzonte nuovo" per poi concludere con "Nelle ferite della terra il passo necessario alla ricerca del mar". Questa è la sintesi e la traccia di tutta la silloge. L'infinito dentro è anche "l'arte di creare poesia da sparute minutaglie"che però non lo preserva da "un'altra sera senza quiete". Momenti dolci e amari vissuti, si alternano. Il credere di essere ad un passo dal possedere la felicità e accorgersi che questa è "ai margini del nulla". Quel nulla che lo spinge ad alzare lo sguardo verso nuovi orizzonti, "un nuovo passo, oltre il cono d’ombra" per ritrovare "la luce del possibile".

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segnalazione di merito volume di poesie - Carmelo Consoli ■

Carmelo Consoli da Firenze

Divino disincantato Editore Giuliano Ladolfi

Con “Divino disincanto” siamo in presenza di un romanzo poetico sulla scia di “La camera da letto” di Attilio Bertolucci. Ma se il parmense ci consegna un’epopea di ampio espiro, dal profumo aulico, l’autore catanese ci riversa la sua anima ribollente dell’Etna che ha tuttavia la fortuna di placarsi con gli aromi dei gelsomini, il fuoco della fantasia degli dei, il battito curioso dei fanciulli, dove la poesia fa da padrona e apre le porte alle eroiche bizzarrie giovanili. L’età vichiana degli uomini di Carmelo Consoli ha i profili della Garfagnana, sono tramonti succosi d’amore vero, ma dal respiro fuligginoso. Si desidera il miracolo del ritorno all’adolescenza, regno assoluto di eterna bellezza. Chi ci guadagna è la poesia che viaggia dolcemente tumultuosa.

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■ Maurizio Aragno - menzione d'onore saggio edito

Maurizio Aragno da Torino Il confine italo-francese Da Cavour a Macron (Passando per Totò e Fernandel)

Editore Gaidano & Matta

Un libro, che per gli appassionati della storia sabauda e francese è tutto grasso che cola nel comprendere le difficoltà e le discontinuità di un confine che a livello storico ancora oggi fa discutere, come la diatriba della collocazione del monte bianco o la frammentazione di paesi ubicati ambiguamente tra le due nazioni, che fa ricordare con ironia il film con Totò e Fernandel: La legge è legge, del 1958. Una storia che da metà 800 arriva sino a noi.

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menzione d'onore saggio inedito - Arianna Ceschin ■

Arianna Ceschin da San Pietro di Feletto (TV) Preferisco sbagliare tutto ma buttarmi a capofitto Tesi di dottorato

Attraverso l'analisi puntuale di due scrittrici inizio 900 come Paola Masino e Alba de Cespedes, nella sua tesi di dottorato Arianna Ceschin rileva una più completa visione del mondo femminile nel suo sviluppo più completo ed espressivo, e specialmente in letteratura, attraverso un'analisi profonda dei sensi artistici, quale la visione, la scrittura e il giornalismo, attraverso la conclusione che la donna ha comunque la colpa di non aver sfruttato in maniera adeguata le opportunità di poter migliorare la propria condizione, sia da un punto di vista morale che economico.

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■ Franco Chiavegatti - menzione d'onore saggio edito

Franco Chiavegatti da Ostiglia (MN) I Monicelli

Storia dell'Italia del '900

Editore Editoriale Sometti

Un testo di oltre 400 pagine, ben calibrato nel narrare i primi 18 anni di storia d'Italia del 900, attraverso la figura del regista MARIO, del fratello giornalista Giorgio e del padre Tomaso MONICELLI, anch'esso giornalista e scrittore. Un libro nel quale appaiono non solo fatti di cronaca e di politica, ma anche particolari e pregnanti eventi culturali.

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menzione d'onore saggio edito - Francesco Sinigaglia ■

Francesco Sinigaglia da Bisceglie (BT)

Il metodo Stanislavskij Editore TRALERIGHE LIBRI

Nell'analisi del metodo teatrale del famoso Maestro russo Stanislavskij, l'autore ci fa partecipi nell'interpretazione delle parti degli attori attraverso la ricerca della verità, e la capacità di ben amalgamare le componenti dello spirito con quelle del corpo.

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S e zione raccont i ine dit i

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1° premio prosa inedita - Paolo Casella ■

Paolo Casella da Sapri (SA)

Febbre d'estate

D éstati. S ei un brandello di nuvola traf it to dall’aurora: spicchi un volo di favola, svani s ci dopo un’ora. Fa’ presto. Tenue come una lunula nel buio che g ià aff iora, con f il di voce tremula chiedi un minuto ancora. Adess o dor mi. 2 4 g iug no 1 9 8 9 Mi s e nto inquie to, u lt imame nte. L a p enombra del fond a le m i d ona c on for to, mi manc a pi ac e volmente i l respiro. Tiepidi fas ci d i lu c e m’inve stono e proie tt ano una rete dorat a che os ci l l a t r a g l i s c o g li e le c onch ig lie. Una stel l a mar ina si cel a in un c e spu g l i o di p osidon i a. Mi manc a pi a ce volmente i l respiro. Un g u i zzo di v it a mi rac c og lie e m i t ira vers o l’a lto. L a luce non f luttu a più, m’inve ste i l c olor f i ord a lis o del cielo. L a s a ls e dine m’i nv a d e l a gol a, le onde mi c u l l ano. I gabbi ani st r idono e 39


vol ano i n stor mi, una vel a r ic a lc a l a line a del l’or izzonte. Ancora u na volt a l a v it a mi è r imast a ag g rapp at a come un p aguro a l l a conch i g l i a . Sai, Bi anc a , è u na s e ns az ione p ara doss a le quel l a che sto espl or and o. Non mi s e nto del tutto v ivo; m i r icordo chi s ono s olo i n qu e g l i ist ant i in c ui l a v it a m i st a abb andonando, qu and o m i manc a pi ac e volme nte i l respiro e non s o s e s aprò g iu nge re i n sup e r f ic ie pr ima di an negare. Dicono che qu ando hai qu i nd i c i ann i i dì e le nott i durano s ett imane e i l temp o è u na r is ors a i nes aur ibi le, e ppu re io mi s ento come un fanciu l lo che g i o c a p e r l a pr ima volt a su l l a spi ag g i a . Il temp o m i sf ug ge come u na manc i at a di s abbi a d ag li spirag li t ra le dit a ; m i r it rovo qu and o t ramont a i l s ole che i l g ior no è vol ato e non s o dove s i s i a p e rduto. E c c o: qu ando m i r if ug io nel m io nido in fond o a l mare, i l te mp o ra l le nt a e asp ett a che lo rag g iunga . Mi s e mbr a qu asi di r i af fe r rarlo, io che in quest i p omer ig g i di g iu g no s ono i nde c is o c ome l a b ass a mare a che dis eg na una r iga d i s a l e su g l i s cog li. C hiss à s e t i r ic ordi. È t ra que st i s cog li che quel g ior no nauf r ag am mo c on l a b arc a a re mi. Non s o qu anto impiegam mo a to c c are l a r iva: anc ora non s ap e vamo m isurare i l temp o, ma ave v amo g i à s c op e r to che nu l l a p ote va legarci come i l s ap ore st r u g gente del l’av ve ntura. Giungem mo su una spi ag g i a mi nus c ol a , u na lingu a di s abbi a su nost ra m isura a delim it are i l mare d a l b os c o. L a c ost a s’imp e n nava t ra le g inest re, le cic a le c ant av ano, i l prof u mo del rosmar ino s ov rast av a a spra zzi qu el l o d el l a s a ls e dine. R ipre nde mmo f i ato s e dut i in r iv a a l mare, i nc ant at i d ai delf in i che s a lt av ano d avant i a l t ramonto come zampi l l i su u n r i lie vo di bron zo. Sai, qu and o c e rc o u n p osto p e r annegare tor no s empre a l l a no st r a c a l e tt a s e n z a nome. Pot re i rag g iungere spi ag ge d a s og no come l a Mol ara o l a R e s ima, o p e r f i no B ai a Inf res chi; eppure s c el go s e mpre l a ste ss a, minus c ol a c a lett a dove ho una del le me mor i e più felic i. Pens and o c i b e ne, non ho me mor ie felici di c ui tu non f acc i a p ar te. Ti r ic ordi, Bi anc a? L e nost re av venture erano inte r m i nabi l i, i p ome r ig g i si di l at avano e i l s ole non t ramont ava mai, i l mond o e ra nost ro e s e mbrava di v ivere in un s og no; pr i ma che g iu nge ss e l a ma l att i a. 8 lu g l i o 1 98 9 40


L e te nd e c olor miele del l’osp e d a le chiudono l a v ist a su l mare e f i lt rano l a lu c e del t ardo p omer ig g io. L a vo ce i ns i c u r a di Luc io B att ist i s i sp ande d a l lo stere o. L o s qui l lo d el l’el e tt ro c ardiog ramma ne s c andis ce i l r it mo, ma fat ic a a te ne re i l te mp o. Hai l a p el le p a l lid a c ome l a lu na , l a mano un p o’ più f re dd a di i e r i. Me nt re le g go le p o e sie di L e op ardi che t anto am i, qu asi m i s e mbr a che ar r ic c i g li angoli del l a b o cc a . « D ottore, c e l a f arà?» L a vo c e mi es ce t remu l a , a c ut a . I l pr i mar i o s ospira e mi s f iora l a sp a l l a . « No, r ag a zz o. A me no che non si ver if ichi un m ira colo, Bi anc a non s i s veg lie rà». « Non pu ò f are propr io nu l l a?» S c rol l a l e sp a l le. Imp ote n z a e ram mar ico neg li o cchi p ater ni. « Mi hai g i à p osto que st a domand a . Trov are i l donatore p er un t r api anto di c uore è qu as i imp ossibi le. Bi anc a è in g ra du ator i a p e r l a d onaz ione, ma si t rova t ropp o in b ass o» . Si ag g iust a g l i o c ch i a li, s ospira anc ora. «L a v it a s a ess ere ter r ibi lmente amar a . Tu tor na qu ando vuoi a leg gerle i l suo libro. Or mai p o ss i amo s olo re nde re più dolc e i l suo r ip os o» . Tr as c i no i pie di s otto i l p or t ic ato a l l’ing ress o e sp erdo lo s g u ard o a l c on f ine t ra c ielo e mare. Sai, og ni p omer ig g io che p ass o a c c anto a l tuo le tto imp aro qu a lcos a . Og g i ho c apito qu e sto: del le t ante f ac c e del l a natura umana , l a f rag i lit à è qu el l a più c aduc a, quindi l a più pre zios a . Pe r l a v i a di c as a mi s c or re di f i anco una r ing hiera fam i li are, che c i rc ond a uno de i luog h i dove si sno d ano le nost re pr ime me mor i e. Ti r ic ordi l a ve c ch i a s c uol a element are, con l’aiuol a d i ge r an i e i l melo in fondo a l cor t i le? E ra lì che g io c av amo i ns i e me p e r l a pr ima volt a, qu ando non desiderav amo a lt ro che i nost r i ge n itor i t ard ass e ro a l l’us cit a p er p oter cor rere f i no a l melo e ar rampic arc i un m inuto sui ram i. Q u ando p oi tor navamo a c as a c on le g ino cchi a sbucci ate e g li o cchi c onte nt i, ci s e nt ivamo ar r ic ch it i di qu a lcos a che non p ote v amo c ompre nde re, e fors e tutt’ora non ne si amo in g ra do. L’am icizi a , d i rebb e l a mae st ra Marg he r it a; l’amore, os erebb e i l profess or Proi e tt i. S aran no d av ve ro du e c o s e dist inte? E chiss à come – t ra u na c ors a a l melo e un’av ve ntura p er mare – ci si amo r it rov at i u na matt i na nel l’e dif ic io di f ronte a d af f ront are due anni di g i nnas i o. R ic ordi c ome t i st r inge vo l a mano s otto i l b anco p er 41


f arl a s me tte re di t re mare, qu ando l a profess oress a di lettere si g u ard av a attor no c ome una ve c ch i a volp e e t i t ra e v a in inganno con l e su e d omande astute ? Mi pi ac e p ens are che fossimo s empre g li ste ss i, i o e te, anche s e non c or re v amo più nel cor t i le e non ci ar r ampi c av amo più su l melo, ma attende v amo l a r icre a zione e p ass e g g i av amo ne i c or r idoi de s e r t i, e ci r ub avamo un b a cio o du e nas c o st i d ai dist r ibutor i di bibite. Non s o d ove t rove rò i l c orag g io di af f ront are d a s olo i l lice o. E s e p e r abitu d i ne t i c e rc o ac c anto a me, t rovo s olo un abiss o di c u i non ve d o i l fondo. 22 luglio 1 9 8 9 Tutto è i ni zi ato c on una febbre d’est ate dop o un tuf fo d a l l a s c o g l i e r a i n fondo a l p or to. Il te mp o di un gel ato su l lungomare e l a tu a f ronte g i à s c ott ava, p oi nel l a notte t i s ei a ddor ment at a p e r s e mpre. C ome p ote vo s ap e re che quel p omer ig g io t i ve de vo r id e re p e r l’u lt ima volt a? Sai, non s o p e rché non t i ho mai de tto che t i amo. Fors e p erché non ave v amo bis og no di st ipu l are u n cont ratto; l’ess enzi a le ce lo le g ge v amo i n fondo ag li o c ch i og n i volt a che incro ci av amo lo s g u ard o. L e p arole s e r vono a c ons ol are le cos cienze tor ment ate d a l dubbi o, quel le che f u g gono i l si lenzio come un pres ag io di s ve ntu r a . C ome vor re i, Bi anc a, che tutt i c onos cess ero l a piene zza dei no st r i s i l e n zi. Tras c or re vamo p ome r ig g i a b e arci del s ole che ci spl e nd e v a su l v is o, inspirando i l prof umo del mare che inv a d e v a i l b o s c o, e mai s e nt ivamo i l bis og no di romp ere quel pre z i o s o s i l e nz io. L e nost re ore e rano p er me ate d a una t a cit a , li mpi d a s e re n it à. È s ol o qu and o t i s e i addor me nt at a p er s empre che ho compres o p e rché t ante an ime ne provano angos ci a . Q u ando m i ha s f ior ato u n s i l en z io dive rs o: vac uo, f unesto, inelutt abi le come u n b ar at ro d’ombra. Q u and o r i c e rc o i l si le n z io pl ac ido dei m iei r icordi, r ip ercor ro i no st r i p ass i su l monte Bu lg he r i a, l a le oness a ass opit a che veg li a su l C i l e nto. I l r if le ss o del s ole su l mare era l a s ol a l ancett a che s c and iv a l e no st re ore. Tra i f ior i di zaf ferano e l a l av and a s elvat i c a , tu c or re v i a c og lie re i s of f i oni e m i app ar iv i f rag i le e ind om it a c ome u na pr imu l a di Pa linuro sb o cci at a d a l l a ro cci a . I l s e nt i e ro s i ar rampic a ai f arag lion i, dove l a piog g i a e i l vento 42


han no s c olpito i l massic c io c on p a zienza s e col are, e si sp orge c ome u n b a lc one su l golfo di Polic ast ro. Il mare si st ag li a proromp e nte che puoi sf iorarlo tendendo l a mano. S e s o cchiudi g l i o c ch i, i l C r isto di Marate a emerge a l l’or izzonte. Tr a l e t ante c os e che abbi amo imp arato insieme, abbi amo s c op e r to che l a mont ag na s a of f r ire una nuov a prosp ett iva su l mond o. Q u ando s e i più v ic ino a l cielo che a l l a ter ra , nu l l a c ont ano i di le mmi uman i. C os a si amo, in fondo, s e non un m is e ro ist ante nel l’in f in it à del temp o? Ver ranno a lt re civ i lt à – fors e a lt r i mondi – qu ando l’umanit à si s arà est int a d a un’era . C os’è a l l ora l a mor te, qu ando l a nost ra v it a app are come uno s bu f fo d i ve nto in u n de s e r to? C he dir itto abbi amo di s of f r ire, qu and o s i amo u na p e r turb az ione imp ercett ibi le di qu a lcos a che fors e ne mme no e siste del tutto? E propr i o qu ando c i si s e nte ing hiott ire d a l l’im mensit à del te mp o, l a più g rande c ons ol az i one è i l più piccolo nido che s i p o ss a conc e pire, c ome un s a cco a p elo rattopp ato d a c ui e spl or are le sf umatu re del l a Vi a L atte a . Ti r icordi, Bi anc a ? O g n i notte di s an L ore n z o s c a l avamo i l monte Bu lg her i a , ci ste nd e v amo nel l a radura a l lim it are del b os co e cerc av amo le stel l e c a d ent i, e d e spr ime vamo f ino a l l’a lb a lo stess o desider io. Tr iste d e st ino, non ave rlo v isto av verato. Me nt re, s opra di noi, Pe rs e o d av a v it a a l Pegas o a l ato e t ra e v a i n s a lvo Androme d a, tu ch iude v i g li o cchi e t i a d ag i av i su l m io p e tto. È p er qu e sto che bramo t anto i l mare: le onde s’inf rangono su l l e spi ag ge del nost ro golfo e si r it rag gono come un respiro p e r p e tu o ; nel l a nost a lg ic a melo di a che ef fondono r it rovo una p ar te d i te che s i addor me nt a su l m io c uore. 6 agosto 1 9 8 9 Hai i l c or p o di don na, i l volto di b ambina . S ei l’euforbi a che r ive ste l e nost re s c og lie re, c on le gem me verdi che tendono app e na a l g i a l lo e p are s e mpre su l punto di sb o cci are e p oi non s b o c ci a mai; inve c e è g i à f ior it a e nessuno s e n’è a ccor to, e s otto i f i or i st a g i à app ass e ndo. Me nt re d or mi su l tuo le tto s e i inc ante vole e imp er turb abi le c ome u na b amb ol a di p orc el l ana , ma non r ies co a s c a cci are un p e ns i e ro che nel profondo mi turb a più di tutt i. C ome p oss o s ap e re s e, s otto l a p orc el l ana che r iveste i l tuo v is o, og ni f ibra d el tu o c or p o non implora di p or re f ine a questo limb o? 43


Q u and o p e ns i er i af f i l at i mi t raf ig gono l a mente, s e non r ies co a s c a c c i arl i m i re st a l a sp e ran z a di c opr irli con a lt r i più nit idi; e nu l l a è n it i do c ome le me mor ie di noi due che cres ce v amo ins ie me. C os ì mi r if ug io in s of f itt a e m i l as cio nauf ragare neg li a lbum d i r i c ordi che i nost r i ge n itor i hanno c usto dito. S ono p o st i sp e c i a li, le s of f itte che c usto dis cono r icordi. L’ar i a è p e r me at a d a l l’o dore del le g no ant ico, i rag g i di s ole f i lt rano a f as c i p a lp abi l i e mi s e nto s e re no c ome nel m io nido in fondo a l mare, c ome s e p ote ss i r i af fe r rare i l temp o che è vol ato. L a me mor i a più pre z ios a è quel g i or no di s ettembre in c ui ci av ve ntu r ammo a l l a g rott a del l’Acqu a , dove nas cost i d a l le st a l ag m it i g i g ant i ch iude st i g li o c chi e p os ast i le l abbra su l le mi e. Mai c ome quel g ior no ho amato quel l a st r is ci a di p ara dis o che è l a c o st a del l a Mass e t a, dove l’er ic a e i l m ir to dis cendono d a l l a c ol l i na d eg li u liv i f in su l dors o deg li s cog li, e protendono le f rond e a l l argo c ome a vole r sf iorare le b arche dei p es c ator i. Mi ch i e d o s e in autun no mi gu arderai p ercor rere i nost r i s e nt i e r i s e re name nte s e dut a su l le p anchine che d a l l a col lina s i sp orgono su l mare. D’a lt ronde, s e esiste un dop o non p oss o immag i narl o dive rs o d a l pi anoro di Ciol andre a . Q u and o m’i m me rgo nel le me mor ie felici, ne divento av ido come u n t ass o del miele. Tra s e die a dondolo e s c af fa li imp olve r at i, l a s of f itt a nas c onde s c atole e c ar tel le s enza f ine. Molte app ar te ne vano ai non n i: i loro r icordi m’inv a dono g li o cch i me nt re c e rc o a lbu m di fotog raf ie e i dis eg ni che hai re a l i zzato p e r me c oi tu oi ac que rel li. Q u anto amo l a tu a Venere d i B ott i c el l i, che c ome te af f iora t ra i l vento e le onde e p are si p o ss a d iss olve re c ome spuma in r iva a l mare. Ment re i l s ol e t inge d’ambra l’or izzonte, m’imb atto in una pi cc ol a s c atol a , l a più ant ic a di tutte, che g i a ce r inforzat a d a l f i l d i fe r ro. S ono s ic uro di non averl a mai ap er t a . S ciolgo l’o c clus i one e m i t rovo t ra le man i qu a lcos a che m i l as ci a s enza f i ato : u n ve c chio re volve r ar r ug g in ito. I l non no non era fors e uf f ic i a le di mar ina ? A l lora r is a le a l l a s e cond a g u e r r a mondi a le. S ono r imast i due colpi in c anna , ch iss à s e f u nzi ona anc ora. Nas c ond o i l re volve r nel lo z aino di s c uol a e cor ro g iù p er l a d is c e s a che p or t a a l mare. L e onde del l a mare a che si a lz a s’i n f r angono su l l a r iva, u n gabbi ano r ip os a sug li s cog li a l l’u lt i ma lu c e del g ior no. R imu ovo l a s i c u ra e punto i l re volve r vers o i l mare. Un’esplosione 44


m i ass ord a, d a l l a c an na s’in na lza un velo di f umo e p olvere che o d or a di br u c i ato. Il gabbi ano è vol ato v i a , i l proiett i le è s c omp ars o t ra le onde. C he ide a bizzar ra : qu ando le m ie stess e o ss a s ar an no c e ne re, tutto c iò che av rò l as ci ato a l mondo s arà qu e sto proie tt i le che v i ag ge rà p er mare in b a li a del le cor rent i. D u nqu e, è avan z ato un u lt imo colp o. C he si a questo i l s eg no che asp e tt avo? Fors e ora p oss o lib erar t i d a l tuo tor mento. 1 9 agosto 1 9 8 9 L’e st ate st a p e r te r minare, ma quest’anno non ho col le zionato ne ssu n r i c ordo. D e v’e ss e re l a s or te di chi si l as ci a annegare nel p ass ato. L e p a l me onde g g i ano s ospinte d a l g re c a le e si af fa cci ano su l p or to g re mito di b arche e garzoni che legano f uni a l le bitte. L e lu c i d el s ab ato s e ra mi c irc ond ano su l lungomare di S c ar io me nt re i l te mp o c ont inu a a sf ug g ir m i d ag li spirag li t ra le d it a . Attor no a me s c or rono volt i abbronzat i e s or r ident i, e v u ot i. C or rono ve rs o i l molo, af fol l ano i lidi e le dis cote che. S ai, non provo pie t à p e r le p e rs one s ole, ma p er quel le av ide d i d ive r t i me nt i, p e rché p e ns o a qu a le intol lerabi le vuoto si s for zi no di c olmare. Non p ot rò mai dir telo, ma most random i u n’a lte r nat iva a que st a s c onclusionat a f renesi a m i hai s a lvato l a v it a . C ome vor re i, ade ss o, p oter s a lvare l a tu a . Volto l e sp a l le a l le b arche e mi a l lont ano d a l p or to. L ancio u no s g u ardo a l l a s c uol a ele ment are e a l nost ro g innasio, e m’i m me rgo nel s ottop ass ag g io del l a st a zione. St as era t rovo c on for to nel l a p anch ina di le g no s otto l a p ensi lina del binar io mor to, d i f ronte a l le rot aie ar r ug g inite che p ercor re vamo f ino a l l a g a l l e r i a me nt re asp e tt avamo i l t reno p er le nost re g ite. S ai, non ave vo mai c olto i l fas cino del le piccole st a zioni, qu el l e d ove g li a ltop arl ant i f unzionano a met à e c’è s empre u n an zi ano che ge tt a i l p ane ai p es ci rossi. Sarà che m i manc a s c opr i re c os e nuove ins ie me, e in moment i come questo m i b aste rebb e c ondiv ide re c on te qu a lcos a di s emplice, qu a lcos a d i ant i c o. C os a ne s aprà mai l a gente av id a di dist ra zioni, del l a c ompiute zz a che dona c ondiv idere l a s emplicit à di un att imo? Una l a c r i ma s’in f range su l l a b anchina . È d av ve ro qu e st a l a v it a, Bi anc a? Ve dere mor ire tutte le p ers one che am i, a me no che tu non mu oi a p er pr imo? Mi chie do p erché ne p arl i no tutt i c ome u n dono – a ddir ittura un m ira colo – qu and o app e na s otto l a sup e r f icie si cel a quest a cond anna . Non 45


p o ss o tol l e r are che tu st i a s of f re ndo, ma come p oss o p or t ar t i v i a l a c os a più pre z ios a che hai? Ment re ci p ens o, l’abiss o non cess a d i ch i amar mi. Ma or mai ho pre s o u na de c is ione. Non s o dove t roverò i l cor ag g i o, ma de vo, in qu a lche mo do, dir t i a ddio p er s empre. 3 s et te mbre 1 9 8 9 Manc ano p o ch i g ior n i a l l’in iz io del l a s c uol a . Il c uore m i v ibra s e mpre più for te me nt re nas c ondo i l re volver nel lo zaino e m’inc am m i no lungo l a v i a. L a bre z za di s ettembre m i sf iora i l v is o e m i a c c are z z a le brac c i a. Il mare tuona e bi ancheg g i a su l l a s c og l i e r a , i l marc i apie di s’insinu a s otto i l p or t ic ato d el l’o sp e d a l e. Q ue st’e st ate l’ ho p e rc ors o t ante volte che p ot rei r it rov are l e m i e or me nel c e me nto. L’o d ore d e i c amic i e del l’ant is e tt ic o m’investe f in d a l l a s a l a d’asp e tto; nel c or r idoio inc ro c io lo sgu ardo p ater no del pr i mar i o. Lu i non s a c os a st a p e r succe dere. Sarà una do cci a g h i a c c i at a , qu ando lo s c opr irà. L a p or t a d el l a c ame ra c igol a, l a s o c chiudo lent amente. Bi anc a , s ono d i nu ovo ac c anto a te. L o s ai che av rei d ato tutto, p er u n’a lt r a av ve ntu ra insie me. C h iss à s e nei tuoi s og ni s ei r ius cit a a v ive rl a a l me no tu, p e r tutt i e due. L e te nd e c ol or miele, c osì s bi adite che p ot rebb ero svanire, l as c i ano f i lt r are un rag g io di lu c e p a lp abi le come nel l a s of f itt a e nel m i o n i do in fondo a l mare, dove i l temp o cess a di s f u g g i r m i e non de vo più af f an nar m i di tenere i l p ass o. C he st r ano, c om i nci a a manc ar mi pi ac e volmente i l respiro. Sai, i l p e ns i e ro del l a mor te mi ha angos ci ato p er tutt a l’est ate, eppu re or a che l’ ho abbrac c i ato non mi sp avent a più. Mi app are p e r f i no s o ave, c ome s e l a f ine di questo limb o foss e l a cos a più d olc e che p oss a de s ide rare. Acc are zzo i l g r i l le tto, l a c an na del re volver m i s ol let ic a i c ap el l i. St r i ngo in t as c a l a le tte ra su c ui ho b attuto a ma cchina l a m i a u lt i ma volont à. Ti r i c ord i ? Ti ho prome ss o che i l mio c uore av rebb e b attuto s olo p e r te. Q u ando i l t rapi anto s arà u lt imato, a cc a drà d av vero. Mi a amat a Bi anc a, t i au guro tutt a l a felicit à che io ho p erduto. L’est ate è f i nit a , ma l a tu a v it a può r icom inci are.

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Pe r Antonio Racana , che mi ha donato un’amiciz ia prezios a s e n z a mai v iolare la mia s olitudine

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Eleg ia di un s entimento che os cilla tra la nostalg ia della pa ssione tra s cors a e il dolore d'una malattia implacabile, f ino a una chiu s a s or prendente che sublima lo slancio inter iore in un supre mo, totale s acr if icio.

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■ Tina Caramanico - 2° Premio prosa inedita

Tina Caramanico da Abbiategrasso (MI)

I tre giorni che sono stata madre

Lunedì 2 0 g iug no St amatt i na m i s ono ch ius a in b ag no, app ena i m iei s ono us cit i d i c as a , e ho f atto i l te st di g rav id anza . L’ave vo comprato ve ne rd ì s e r a , i n f i l andomi in f ar maci a qu ando or mai manc ava t ip o u n m i nuto a l l a ch iusura. Non c’era nessuno, t ranne i l f ar ma c ist a g i ov ane, p are c ch io s c o c c i ato p er l a m i a app ar izione a u n p el o d a l f u or i te mp o massimo. “D esidera .” m i ha chiesto, s e n z a ne m me no i l punto inte r rogat ivo. “E h. Vor rei, un att imo, lo c e rc o i o.” ho r isp osto, r ic ord andom i dop o un s e condo di p an i c o che d i s olito i te st di g rav id anza li tengono esp ost i, e prend e rl o i o e p agare s e mplic e me nte m i av rebb e r isp ar m i ato qu el l o s c ambi o di due - t re b attute imb ara zzant i, indisp ens abi li nel c as o ave ss i ch ie sto a lu i i l pro dotto ( Q uale prefer i s ce? S a come si u s a ? Ne ha g ià u s ati pr ima di og g i? Q uanti g ior ni di r itardo ? O, peg g io di tut te: Q uando è stato che avete fatto la f r it tata ?) . Ho g i r ato t r a g li s c af f a li, me nt re lui sbuf fav a imp a ziente e s e n z a ne ssu na ve rgog na die t ro i l b anco, e inf i ne ho a d o c ch i ato quel li che c e rc avo, esp ost i propr io s otto i pre s e r v at iv i : un mo do c ome u n a lt ro di far t i s ent ire cret ina . Stavolta t’ hanno ing uaiato, la prossima volta però fatti f urba. C he p oi c i s ono t ant i mot iv i p e r r it rov arsi i l venerdì s era in 48


far ma c i a a c omprare un te st di g rav id anza , ma ess ere cret ine s ì, bis og na amme tte rlo, è quel lo or ig inar io e fond ament a le. “Po ss o aiut arl a.” ha ch ie sto i l g iov anotto col c am ice e s enza punt i i nte r ro g at iv i, s e mpre più s f in ito e desideros o di st ras cinare g iù anche p e r qu el l a s e ra l a b e ne dett a s er rand a e and ars ene a c as a a ve d e re l a f id an z at a, o l a t v. “No no, fatto.” Ho de tto io ag gu ant ando un pro dotto a c as o t r a i m i l i on i di marche disp on ibi li e p or t andolo con f rettolos a r is e r v ate zz a a l l a c ass a. Pag ato, i nc ar t ato, in f i l ato in b ors a , l as ci ato lì p er due g ior ni e t re nott i. Non che non c i abbi a p e ns ato, ov v i amente. Poss o dire con g r and e t ranqui l lit à di non aver p ens ato a d a lt ro ment re stu d i avo, mang i avo, dor mivo, p arl avo di v ar ie e d e ventu a li e p e r f i no me nt re b ac i avo G abr iele, i l m io raga zzo. C or re o, ma che non s a anc ora nu l l a, p e rché pr ima di prendere l a su a v it a p e r mano e sb atte rl a a l t app e to di qu a e di l à come uno spiet ato k ar atek a de vo c apire io ste ss a dove vog lio and are a p arare, con qu e st a stor i a. Ci ho p e ns ato anche me nt re dor m ivo, a g iudic are d ai s og ni che ho fatto p e r t re nott i e in c ui s ono st at a ma dre amoros a , ma dre r i nu nc i at ar i a, non madre c on un g rande s ospiro di s ol lie vo (m i tor nav ano le me st r u az ion i e p er for tuna era tutto un s og no). A h , no. Non e ra u n s og no, dove vo fare i l test. E c os ì, st amatt ina, l’ ho f atto. Ci ho mess o me zz’ora a leg gere tutte l e ist r uz ion i e i c onsig li p er l’us o, che p oi, ho s cop er to, s i r is olvono in t re s ole p arole : r it ardo, pipì, r ig hett a ros a . Il r it ard o c e l’ ho, or mai più di u na s ett imana . L a pipì l’ ho fatt a , g iust a su l t amp one. R ig he tt a ros a : c’è. O ddio, sbi a dit a d a mor i re. Q u as i non si ve de. Ma, a gu ard are b ene, c’è. C ’è. S ono i nc i nt a . Non e ra u n s og no. O g g i non c i vado, a l l’u n ive rs it à . D e vo st are s ol a e c apire. Ho 23 ann i, s ono g iovane, ma non abb ast anza p er d are l a colp a d i qu el l o che è suc c e ss o a l l’adoles cenza . S o come si fa , a fare u n f i g l i o, e s o c ome si e v it a. Non era l a pr ima volt a . Non era i l mome nto. Eppu re è suc c e ss o lo stess o. Ave vo p ass ato una br utt a g ior nat a , di quel le così. Non era c apit ato mic a n ie nte di g ross o, s olo che ave vo dor m ito ma le, ave vo stu di ato me no di quel lo che av rei dovuto, con un es ame a g i or n i, vole vo st are a die t a che m i st a venendo un c u lone così, 49


a f u r i a d i p an i n i, e ave vo s a lt ato i l pranzo, era br utto temp o e pi ove v a d a u na s e tt imana. E f ina lme nte era venerdì, così l a s era è ar r iv at a e s ono us c it a c on g li amic i. Gabr iele era ner vos o, m i d av a i l tor me nto c on le c os e sue, ne m meno si a ccorge va che io ave vo l a lu na stor t a e non ave vo vog li a di st arlo a s ent ire. Av rei voluto u n abbrac c io, un p o’ di te ne re zza , del l a cio ccol at a , cos e co s ì. Gi r av ano bir ra e sup e ra lc olic i, ho pres o quel li. Non s ono u na che b e ve p e r abitu dine, ma qu a lche s era ci v uole. E quel l a s e r a , a l te r zo g iro, st avo de c is amente meg lio: m i diver t ivo e non p e ns avo a n ie nte, b ast a t r iste zza . Anche Gabr iele era c ambi ato, r i d e v a qu ando dic e vo s c io cche zze e m i b a ci ava come s i d e ve. Tutto b e ne, u na me rav ig li a . Si amo f init i a letto, ci s i amo d ive r t it i p are c ch io. Ma propr io p are cchio, d a quel lo che r icord o. Ad e ss o p e rò d e vo de c ide re c os a f are. S e fare f int a che quest a co s a che è suc c e ss a non s i a suc c ess a , non si a imp or t ante, in for mar m i, pre nde re i dovut i prov ve diment i e r icom inci are l a mi a v it a nor ma le, c ol mio ragaz z o a c ui vog lio b ene abb ast anza , l’Un ive rs it à , l a l aure a in Giur ispr udenza , un l avoro e un f uturo piutto sto i nte re ss ante, s e tutto va b ene. O ppure l as ci are che qu esto pi c c ol iss imo c os o mi c re s c a nel l a p anci a e p oi nas c a , con c ons e g u e n z e p e rlopiù impre ve dibi li. S olo una def iciente ass olut a s c e g l i erebb e l a s e c ond a opz ione, dici amo celo. S olo che io a qu e sto af fare che mi nav iga de nt ro g i à s ono af fe zionat a , e non ch i e d e te mi p e rché. Mi v i e ne d a pi ange re. A l lora t iro f uor i i l test di st amatt ina d a l l a b ors a e me lo r igu ardo, e re sto qui, come un’imb e ci l le, a p arl are c on u na r ig he tt a ros a che p oi, s e non st r izzi b ene g li o cch i, ne m me no si ve de.

Mar te dì 2 1 g iug no G abr i el e m i g u ard a a b o c c a ap e r t a. Gliel’ ho app ena detto, s enza t ante manf r i ne: “S ono inc int a.” “Ma abbi amo us ato s e mpre i l pre s e r vat ivo.” “Una volt a no.” “O cc a zzo. Va b eh , ma u na volt a s ol a” “S ono i nc i nt a .” r ip e to p az ie nte me nte. C apis co che è s convolto, 50


d i s c e mate ne ho p e ns ate p are c chie pure io, a l l’inizio. Gli de vo d are te mp o. “Ma s e i s i c u ra? A volte i te st s b ag li ano.” “S ono s i c u ra. C ’è l a r ig he tt a. I test sb ag li ano nel s ens o che s ei i nc i nt a , ma anc ora non si ve de. S e es ce p osit ivo è p osit ivo.” “Ma” “Ma che ? Vuoi s ap e re s e è tuo? È l a prossima domand a st and ard d el mas chio st ron z o me dio; le a lt re le hai g i à fatte tutte.” E c c avol o, ade ss o i l te mp o te l’ ho d ato. Fattene una rag ione. “S c us a . È ve ro.” S or r ide e p e r un att imo m i i l ludo che si a fel i c e. C he si a u n imb e c i l le c ome me, l a m i a anima gemel l a . Ma pu r t ropp o dop o un p o’ r ic ominci a : “C omunque bis og na and are d a l d ottore, p e r e ss e re propr io sic ur i.” Sto p e r mand arlo a qu el p ae s e, ma cont inu a e p eg g iora l a s itu a zi one: “E p e r ve de re c ome si fa .” “C ome s i f a c os a? ” ch ie do, tor va e m ina ccios a . “A fare l’i nte r r u z ione di g rav id anza .” L o f iss o e lo o dio, molt issimo. Mi crol l a tutto i l f uturo a ddoss o: è p e s ante, f a ma le. “L’ab or to.” pre c is a, c ome s e io fossi s ord a o st raniera . O cret ina . R e spi ro, p e rché s ono u na brava raga zza e non p oss o ucciderlo, non subito. “Ma io lo vog lio, i l b ambino.” Mi g u ard a e fors e non c apis c e : “C ome? ” chie de con g li o cchi v u ot i. “Non ho i nte n z ione di ab or t ire. Ho de cis o che lo fa ccio, questo b ambi no.” C ont i nu a a t ac e re, s e mbra st i a p er venirg li un colp o. Io non s opp or to le p e rs one f l a ccide, quel le che non s anno d a che p ar te st are qu ando è ne cess ar io prendere p osizione. E c o s ì c apis c o f ina lme nte che uno che t i pi a ce abb ast anza , non t i pi ac e abb ast an z a. Mi a lzo e m i a l lont ano, ment re lui c ont i nu a a e me tte re si le n z i inopp or tuni e sgu ardi p ersi. Io e i l pi c c ol o c os o inve c e si amo tost i, e ce ne andi amo p er l a nost ra ( tor tu os issima) st rad a. Me rc ole dì 2 2 g iug no Pe r o g g i p ome r ig g io a l le 1 7 ho pres o appunt amento d a l g i ne c ol o go; vog lio s ap e re c ome va i l piccolino, che qu a si amo in me zzo ai gu ai e bis og na che non ci manchi l a s a lute, a nessuno 51


d ei du e. Inve c e st amatt ina, c ol c af f è, ho de cis o di comunic are a m i a mad re e a l m i o re c e nt issimo p at r ig no che presto diventeranno non na e non ni g no. “C ome s arebb e s ei incinta ? ” g r ufol a lui t ra una fett a bis cott at a a l l a mar mel l at a e u na a l l a nutel l a. “S ono i nc i nt a .” r ip e to c on c a lma, p erché non c apis co cos a si a p o c o ch i aro nel l’assunto, ma mi p are che l a cos a r isu lt i s empre piutto sto m iste r ios a ai mas ch i di qu a lsi asi et à . “C ome s arebb e s ei incinta ? ” ch ie de p erò anche m i a ma dre st r i du l a , c on g li o c ch i di f u or i e i l c af fel l atte che le col a g iù d a l l a t a zza che t re ma nel l a su a mano dest ra , che t rema . L a gu ard o stupit a. Pe ns avo s ap e ss e come succe de, s e non a lt ro p e r e sp e r i e nza . “Sarebb e c os ì, s ono inc int a c ome tutte le donne incinte. È c apit ato.” “Ma s e i s c e ma? ” ch ie de i l p at r ig no, che in ef fett i m i p are va st ron zo. D a subito. Non ho mai de tto niente p erché m i a ma dre s e mbr av a f i na l me nte di nu ovo felice, e non me l a s ent ivo di romp e rl e l e s c atole. In fondo s ono fatt i suoi. Ma anche m iei, in qu e sto f r ange nte. Gu ardo mi a ma dre: dov rebb e ess ere lei a d ife nd e re l a su a c re atu ra in st ato interess ante. “È u na d e f i c i e nte !” r isp onde inve c e l a m i a genit r ice a l l’amore su o. E p oi : “E c ome di avolo ave te f atto? Ma dove ce l’avete, l a test a ? E a d e ss o c ome s i f a? ” sp ara a me tutte le domande br utte. “Si f a che l o te ngo. S arà t anto c ar ino. O c ar ina . Voi m i aiuterete, f inché non p ot rò t rovar mi un l avoro e una c as a .” dico con l a mag g i ore t r anqui l lit à p ossibi le. “Ma s e i s c e ma? ” ch ie de di nu ovo l’energumeno, pieno di s e ns ibi l it à . “Noi t i aiute re mo? ” ch ie de mi a madre coi c ap el li dr itt i. “Pe r for za . G abr iele non ne vu ole s ap ere. O meg lio, s ono io che non ne vo g lio più s ap e re di lu i. O ins om ma , si amo tutt i e du e d’a c c ord o c re do. C he c i l as c i amo. Sarò s ol a col b ambino. Ma non p o ss o l avorare f inché non f inis co l’Universit à . E anche d op o, bis o g na ve de re. Ma t anto qui c’è sp a zio, no? ” “Gu ard a che non abbi amo u na lira, manteni amo a stento te. Nel l a sp e r an za che t i tog li pre sto d a l le” dice lui, dolce come i l mi el e e s e n za ne ppu re un c ong iunt ivo. “E comu nqu e i o non c e l a f ac c io a st are diet ro a un a lt ro b ambino pi cc ol o. Vol e vo r if ar mi u na v it a, st are un p o’ t ranqui l l a con lui. 52


D op o tutto qu el lo che ho p ass ato. E a dess o,” m i a ma dre smette d i g r i d are e c ominc i a di c olp o a sing hiozzare, come s a fare lei. E b ast a , f i n it a c osì. Par t it a p e rs a . C he le p oss o dire, a dess o? Ne m me no loro t i vog liono, c os o. Ma io sì. Io non t i mol lo. Tel e fono a p ap à. Mi r isp onde a l l ar mato, si amo f uor i d ag li orar i abitu a l i, qu indi c apis c e che c’è qu a lcos a che non va : “Ci a o, cos’è su c c e ss o ? ” D e c i d o d i and are subito a l s o do: “Niente p ap à , tutto ok. S ono s ol o i nc i nt a, ma sto b e ne. Og g i v a do d a l dottore.” Si l e nzi o. Ade ss o me lo ch ie de. “C ome incint a ? Ma s ei sic ura ? ” “Sì, p ap à . Ho f atto i l te st . E c omunque lo tengo.” Si l e nzi o. “Lu i, i l tu o ragaz z o, i l p adre” “C i s i amo l as c i at i ie r i.” Si l e nzi o. “Mam ma l o s a? ” “Gl i el’ ho de tto st amatt ina. Ha detto che non può aiut ar m i. Lu i e c i c cino mi vor rebb e ro f uor i di c as a a bre ve. Figurat i s e te ngono me e pure u n ne onato url ante, che g li rov ina le s erate romant i che.” Si l e nzi o. Si l e nzi o. “Pap à ? ” Si l e nzi o. Si l e nzi o. Si l e nzi o. D e f in it ivo. C os o, qu a l a s itu az ione si f a dram mat ic a . Tienit i st retto. A l l e 17 s i amo d a l g ine c ologo. L’ ho f re quent ato p o co, in quest i an ni : me st r u az ion i doloros e, a l l’inizio, p oi ant iconce ziona li qu and o ho c onos c iuto Gabr iele. Mi s a lut a cor tes e e m i chie de c ome v a . C he c avolo di domand a . “S ono i nc int a.” Lu i non m i ch ie de s e s ono sic ura , né fa f int a di non aver c apito. Né p e r for tu na vuole che g li spieg hi come è success o. Il pross i mo f id an z ato lo vog lio c o sì, con una l aure a in me dicina . Mi ch i e d e u n p o c o di d ate, s i fa due cont i. Mi pres cr ive un prel i e vo di s angue p e r i l dos ag g io del le B et a HC G, così si ch i ama l’or mone del l a g rav id anza , e m i spiega che de vo farlo p e r du e o t re volte, og n i s e tt imana , p er ve dere s e aument a e c api re c ome st a i l b ambino. C i o è l’embr ione, come lo chi ama 53


lui. “Non m i fa l’e c og raf i a? ” ch ie do io. Nel le s er ie t v e nei f i lm è co s ì che s i s c oprono le g rav id an z e. E c’è anche i l b ambino che t i f a c i a o c on l a man ina, e i l dottore t i dice s e è mas chio o fem m i na . Lu i r i d e, d i c e che è t ropp o pre sto p e r ve dere qu a lcos a . C he p er o g g i c omu nqu e p ossi amo f are u n te st, p er avere confer ma che i l m i o r it ard o s i a dovuto a una g rav i d anza . Ma c ome ? Si amo a l le s olite : “S e i s ic ura ? ” “D ottore, c ome le dic e vo, io un te st l’ ho g i à fatto a c as a . È p o s it ivo. Gu ardi.” Q u as i indig nat a , est rag go d a l l a b ors a l a bust i na p e r su rgel at i in c ui ho c ons e r v ato i l m io test c as a lingo. L a r i g he tt a non è più ros a, adess o. Si è tutt a sf umat a , s qu a d e r nat a ; s e mbra più uno s c arab o cchio che una rett a . Ma io le vog l i o b e ne lo ste ss o e mi c ommuovo a r ive derl a . Tremando l a c ons e g no a l g ine c ologo, che p erò nem meno l a oss er v a con atte n zi one: “S e mpre me g lio r ifar ne uno anche qui, p er s ic ure zza .” d i c e s or r ide ndo e f inge ndo di non not are che ho g li o c ch i lu c i di. Vabb è, de v’e ss e re un difetto di fabbr ic a zione d eg l i u om i ni qu e st a c os a del l a s ic ure zza . D el resto loro m ic a tengono i c o s i nel l a p anc i a, non si s entono st rani, non hanno l a naus e a e non g li v ie ne d a pi ange re p er niente. Fanno fat ic a a c re d e rc i, anche c on una l au re a in me dicina . “Ok .” a c c e tto, p o c o c onv int a. Mi mand a d a l l’infer m iera , che mi c ons e g na un c onte n itore e mi sp e dis ce in b ag no. Niente t amp on i e n i e nte line e tte a c u i af fe zionarsi, st avolt a . Fanno tutto l oro. Io re sto p e r u na de c ina di minut i ( lung hissim i) in s a l a d’attes a , p oi l’i nfe r m i e r a mi r ich i ama nel lo studio del dottore. Mi r isie do e lo g u ard o. Lui mi gu ard a e, s i ve de, è p are cchio imb ara zzato. “I l te st è ne g at ivo.” dic e. “C ome ne g at ivo? ” È i l mio mome nto p er fare domande d a imb e c i l l e. Lu i, p a zi e nte me nte, mi spie ga che a volte l’embr ione si impi ant a e c om i nc i a a c re s c e re, e s i ha u n te st p osit ivo, ma a l l’inizio l a g r av i d anza è f rag i lissima e può inter romp ersi qu asi subito, e co s ì i l te st tor na a e ss e re ne gat ivo in p o chi g ior ni. “C ome ne g at ivo? C ome inte r romp e rsi? ” chie do di nuovo io, s c oppi and o a pi ange re. I l d ottore s i a lz a e mi me tte una mano su l l a sp a l l a : “C apit a sp ess o, pu r t ropp o.” 54


“Ma v u ol dire che c os o c’e ra, e adess o non c’è più? ” Lu i m i st r inge s olo l a mano su l l a sp a l l a , ment re io cont inuo a pi ange re e a dire s c e mate : “Ma non p ot rebb e ess ere st ato un e r rore ? Un f a ls o p osit ivo? Ins om ma , magar i cos o non c’è mai st ato? ” Lu i s c u ote l a te st a, p oi, a f at ic a , cerc a di ass e cond ar m i: “In te or i a è p ossibi le anche que sto. Ma molto raro. R ar issimo d i re i.” Mi s a che lo dic e s olo p er cons ol ar m i. Tor no a c as a, che non è più c as a m i a p erché io con quest i du e che non vole vano e ss e re i nonni di m io f ig lio p er p oter and are a b a l l are l a s e ra non c i vog lio più v ivere. Me ne andrò app e na p oss ibi le. Mi t rove rò un l avoro. Tanto l a fa colt à di Giu r ispr ude n z a mi pi ac e va s olo abbastanz a. E comunque ho mand ato a qu el p ae s e b e n più di una l aure a e di un f uturo ( fors e ) s i c uro: mi s ono lib e rat a di un f id anzato s enza spina d ors a l e, di due ge n itor i e goist i e di un p at r ig no st ronzo. S ono st at a ma d re p e r t re g ior n i s c arsi, e cos o m’ ha s convolto l a v it a d a c ap o a pie di. E ho c apito, ne i qu asi t re g ior ni che s ono st at a ma dre, che l’amore non è mai abba stanz a, è tutto o niente. C he i l f uturo è s e mpre i mpre ve dibi le, qu a ls i as i cos a tu fa cci a . C he qu ando si d e ve s c e g l ie re, s i de ve s c e g lie re. E a dess o che tutto v a di nuovo abba stan z a bene , io non r ie s c o a smettere di pi angere. Ins om ma , tutto qu el lo che s o me l’ ha ins eg nato cos o, in nem meno t re g i or n i. C os o, mio f ig lio, che c’era , e a dess o non c’è più. C os o che, fors e, non c’è ne ppu re mai st ato.

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Stor ia di una g rav idan z a di bre ve durata, che mette a nudo debolezz e , eg oi smi, v ig liaccher ie di chi dov rebbe prendersi cura di una f utura madre e del suo bambino, e insieme l' amaro ma libe rator io di sincanto provato dalla donna stess a. 55


■ Lorenzo Oggero - 3° premio prosa inedita

Lorenzo Oggero da Pisa

Il caso della donna scomparsa Nessuno chiede alla ver ità di ess ere verosimile o immediatamente ingeg nos a. Jorg e Lui s B orges, Introdu z ione a L e Mille e Una Notte s econdo Bur ton - R ag a zzi, bu ong ior no. S ono pront i i prof i li p er l a pr ima pu nt at a ? ch i e d e c on le g ge ra imp az ie nza E lena R icci ai suoi due ass iste nt i, g l i inv i at i D onatel l a B ona de o e Adelmo R ic ucci. - Sì, s ono pront i. - B e ne. C om i nc i amo d a quel lo di D olores Morel l a , l a donna s c omp ars a . Adelmo, hai pre p arato tu l a su a s che d a ? chie de E lena a l g i ov ane s e duto di f ronte a lei, c ap el li a sp a zzol a e un app ar is c e nte t atu ag g io su l brac c io sinist ro. - C e r to, e c c ol o qu a. È – Adelmo s i blo cc a e f iss a l a R icci con ar i a i nte r ro g at iva – oppure e ra? Magar i è g i à mor t a . - Fa c c i amo c onto che s i a anc ora v iva . Si amo a R oma , in v i a Te u l ad a 6 6 , s ono le s e dici e t rent a del 1 0 s e tte mbre 2 0 1 2 , lune dì. St an z a di re d a zione del nuovo pro g r am ma tele v is ivo ' A l l a r ic e rc a del l a p ers ona p erdut a '. - A l l or a , D ol ores Morel l a, pros e gu e Adelmo, è st at a v ist a l’u lt ima volt a i l 28 lu g lio 2 0 1 2 , c ome ospite di B eness ere & S alute, f amo s a beauty far m di Me rano. Tre ntotto anni b en p or t at i, l a 56


d e s c r ivono c olt a, ele gante, intel ligente e opp or tunist a , o cchi pi c c ol i e p e ne t rant i e un v is o l argo e s qu a drato. O ttu s o , l'ave va d e f i nito un c r it ic o c on i l qu a le ave va avuto un diverbio di f u o c o du rante u n c onve g no le tterar io. L avora come editordel l a Unive rs al B ooks e d è d a qu asi s ei anni l a f id anzat a uf f ici a le del d ottor R e a le. - B e ne. D onatel l a, anche tu hai prep arato una s che d a ? - C e r to. Narc is o R e a le, di professione s cr ittore. Pubblic a con l a c as a e dit r ic e del l a Morel l a. Pur avendo più di s ess ant’anni, è u n u omo anc ora pre st ante, b arb a e b af f i g r ig i, o cchi chi ar i e a c qu o s i. È dive nt ato f amos o c on i l libro L e av venture di uno s c r ittore g iramondo, c on c u i ha v into i l Faler num. - Q u and o? - Nel 2004. - B e ne. D onatel l a, tu hai anche l a s che d a di R ina ldo Marchett i? - Sì, r isp onde le i, tog lie ndos i g li enor m i o cchi a li bi anchi con l e nt i r i f l e tte nt i, ade ss o ve lo le g go. R ina ldo Marchett i, gestore d i B e ness e re & S alute. È g raz ie a l le sue c ap a cit à imprenditor i a li s e è d ive nt at a u na del le B eaut y Far m più famos e del Nord It a li a . È ch i amato d ag li amic i i l lo c andiere. È un t ip o colto e raf f inato, ha i nte re ss i le tte rar i s oprattutto p er g li autor i m itteleurop ei, pr i mo su tutt i Fran z Kaf ka. L a su a p assione s eg ret a è l a p o e s i a , ambito dove f ino ad og g i, nonost ante l’imp eg no e l a p e rs e ve r anz a, non è r ius c ito a ottenere r iconos ciment i r i le vant i, s e s i e s clu de qu a lche s e g na l az ione in prem i e concorsi letterar i d i s c ars a r is onan z a. È u na del le u lt ime p ers one a d aver v isto D ol ore s Morel l a. - Bu on l avoro anche i l tu o, c omment a E lena . - Gr a zi e. Gi à che e ravamo lì, ag g iunge D onatel l a , ho p ens ato d i pre nd e re in e s ame un a lt ro p ers onag g io che ha un r uolo di r i l i e vo nel l a lo c and a. - Chi è? - Si ch i ama Gius e pp e ( Pino) Puccini. È i l maît re del r istorante I S apor i della L ocanda . D op o aver fatto l a s c uol a a lb erg hiera a Vi c e n za, ha matu rato u na lunga e for mat iv a esp er ienza a Mi l ano e a B olog na. In s e gu ito è st ato assunto d a l Marchett i ( ne i c on f ront i del qu a le s e mbra avere l’atteg g i amento ironico e s e r v i l e d i L e p orel lo nel D on Gi ovanni di Mozar t), re a lizzando l a su a aspiraz ione di r itor nare nel le ter re d’or ig ine. Molto st i mato, t anto d a assu me re le f unzioni di direttore v ic ar io. Non l o s i può de f in ire b el lo, ha i l nas o un p o’ ingobbito, c ap el li 57


r a d i. D u e b af fett i c urat i s opra u na b o cc a d a l le l abbra s ott i li, p or t at a natu r a lme nte a l s or r is o. È sp os ato con un’aust r i a c a , di molt i ann i più g iovane e ha u na b ambina , Antoniett a , di nove an ni. - B e ne, molto b e ne, s ono tutte p e rs one legate o interess ate in qu a l che mo d o a l mondo le tte rar io, com ment a E lena . Di pr imo a cch ito, p e rò, m i s e mbra che ne ssuno dei t re uom ini p oss a aver av uto u n qu a l che vant ag g io d a l l a s comp ars a del l a Morel l a . Ad e ss o fate m i d are un ' o c ch i at a a l le foto del l a lo c and a , pros egue E lena me nt re in iz i a a oss e r var ne a lc une che most rano, d a d ive rs e angol a z ion i, una c ost r u z ione elegante e or ig ina le. L’este r no è molto luminos o: te tt i a t ronco di cono, p or te e f inest re d i u n a zzu r ro inte ns o, p are t i bi anche. L’e dif icio app are, a chi ar r iv a d a l l a v a l le in una g ior nat a di s ole, un piccolo c astel lo inc ant ato. D op o l a r ist r uttu raz ione del l a p ar te ester na volut a d a l Marche tt i, g l i inte r n i de i du e pi an i e del l a mans ard a non s ono t ropp o c ambi at i, c ons e r vando ne g li ar re di, nel le de cora zioni d el le p or te e ne g li af f re s ch i de i mur i, l a pretenziosit à di un temp o non d is g iu nt a d a una c e r t a p es ante zza di st i le. - L e l e g ge nd e int r is e di miste ro, di ce D onatel l a , cont inu ano a volte g g i are c ome c or v i intor no a l le cinque gug lie del l a lo c and a , st ando ai rac c ont i nar rat i a b ass a vo ce d ag li anzi ani d el p o sto. A l c un i de i più ve c ch i, c on l’ar i a di dire qu a lcos a di c u i non vor rebb e ro p arl are, a l ludono t ra s ott intesi e ret icenze a stor i e c r u d el i. Una p ar te de g li ambient i s otter ranei è st at a r ist r uttu r at a e t ras for mat a in c ant ine d a l le volte b ass e, col s a cro compito d i prote g ge re l a nobi lt à di g randi v ini a cc urat amente cons e r v at i. - Si r a c c ont a anche, inte r v ie ne Adelmo, che l a v isit a a l le c ant ine, r ich i e st a d a molt i ospit i, li abbi a inquiet at i, e che a lc uni s i ano st at i c olt i d a l de s ide r io di abb andonare i mur i um idi e c upi p e r l ib e rars i d a l l a s e ns az ione di f re dde zza e dis ag io. Fors e anche p e r tog lie rs i d a l le ore c chie i l r umore r ug g inos o di ve cch i ch i av istel li c or ros i, che s ono s otto i l cont rol lo es clusivo d i Marche tt i e di Puc c in i. Pe r i l momento, questo è qu anto abbi amo r a c c olto di atte ndibi le su l l a lo c and a . - Abbi amo molte in for maz ion i, dic e E lena , ma a dess o s ent i amo le vo c i e i p e tte gole z z i che ave te rac colto. Sp ess o s ono quest i a for n i re i nd i zi i mp or t ant i. - Pr i mo p e tte gole z z o, dic e D onatel l a . S embra che neg li u lt im i tempi l a c oppi a Morel l aR e a le non f unzionass e più e che questo 58


s i a st ato dovuto ad a lc u n i inc i ampi professiona li del l a Morel l a . Tr a tutt i, qu el lo di ave r sp ons or izzato con ins olit a b ene volenza E ro s Pag ano, u n g iovane autore dot ato di un cer to fas cino, i ns iste nd o c on l’e ditore p e r u n s olenne l ancio del l a su a op era pr i ma . In re a lt à s i a i l me rc ato si a l a cr it ic a hanno r isp osto c on u na t ie pide z z a s c orag g i ante. Vo ci ma lizios e che, come s appi amo, p op ol ano in mo do sur rett izio, a volte anche fero ce, i l mond o l e tte rar io, mor morano che i l l ancio del g iov ane s cr ittore d ebb a e ss e re att r ibuito a me r it i di natura non s quisit amente l e tte r ar i a . - C he c o s a ha s c r itto? - Un roman z o s e nt ime nt a le, i l t itolo è L a v ittor ia ci unirà . Natu r a l mente, e c’e ra d a asp e tt ars elo, le vo ci ma lig ne hanno subito c omme nt ato: b eh , int anto è s er v ito a unire loro due... - Pe rò, d i c e E le na, l a ge nte a volte è c att iva , ma anche spir itos a . - S e c ond o p e tte gole z z o su D olores Morel l a , pros egue D onatel l a . C onsiderat a di costumi non ir reprensibi li, ama dichiarare in og ni o c c as i one che l a re a le p ar it à di genere si de ve re a lizzare anche nel l’i nt i mit à del t a l amo olt re che nel l’ambito professiona le, e che t a l e obie tt ivo s arà rag g iu nto s olo qu ando si us eranno g li ste ss i te r min i p e r qu a lif ic are ident ici comp or t ament i del l’uomo e d el l a d on na ( e non , c ome ancora succe de, v iveur o tombeur de fe mmes p e r lu i, e don na di f a ci li costum i o putt ana p er lei). Q u e sto qu anto rac c olto su l l a s ig nora s comp ars a . - D ot at a di una for te p e rs ona lit à , l a sig nora . - Sì, s e nz a dubbio. Pe r qu anto r igu ard a i l Marchett i, og ni volt a che pu ò ospit are p e rs onag g i famosi in c amp o letterar io, s e mbr a p e rde re i l suo prove rbi a le dist a cco p er de dic arsi ai ‘p or t ator i di c u ltura’, e spre ssione con c ui ama a du l are og nuno d i l oro, nut re ndo l a s e g re t a sp eranza , nem meno t anto s eg ret a , d i r i c av are c omme nt i c r it ic i e sug ger iment i p er le sue p o esie e d i e nt r are in c ont atto c on le g iuste conos cenze p er pubblic are i su oi ve rsi c on u na c as a e dit r ice di livel lo. - Ag g iu ngo qu a lc os a su l Puc c ini, inter v iene Adelmo. Noto p er v ant ars i di ave re suc c e ss o c on le client i, vers o le qu a li non l e s i na atte g g i ame nt i oss e qu ios i come i l b a ci amano, p er a lc uni t r att i p ot rebb e r ic ord are Gabr iele D’Annunzio. Lui af fer ma d i ass om i g li arg li s oprattutto p er cer te af f init à ar t ist iche e s e du c e nt i. Z oppic a le g ge r me nte, a c aus a di un incidente che g l i c apitò d a b ambino s c i ando, che l’ ha cost retto a r inunci are p e r s e mpre a l l’att iv it à agon ist ic a . 59


- C om me nt i su l R e a le ? - Si d i c e che p e r i l Faler num si a st ato de cisivo l’aiuto del l a f id anzat a . I l s iste ma di vot az ione del concors o, che pre ve de che c i as c u n voto si a c ons e g nato a l l a c as a e dit r ice, è st ato d a più p ar t i c r it ic ato, s e n z a che qu e sto abbi a pro dotto a lc un c ambi ame nto. - L o s appi amo, lo s appi amo, c omme nt a E lena . - I l su c c e ss o di Narc is o R e a le, pros egue Adelmo, s c atenò un cer to s c a lp ore nel mondo le tte rar io: i l suo libro f u re censito con aspre zza d a l l a c r it ic a p e r l a pros a s cont at a , l a t rama g iudic at a narc is ist i c a ( nomen omen !) e l a pi atte zza del le av venture del prot agon ist a , pre s e nt ate c ome e ve nt i st ra ordinar i. In re a lt à , g r and e sp a zi o è d ato a stor ie a s fondo s essu a le con donne lib ere e d e manc ip ate. Ma lig n i non sprov ve dut i ip ot izzarono d a subito che i l prot agon ist a foss e l’autore stess o, noto anche come f re qu e nt atore di prost itute e donne mo deste, a l le qu a li us a d onare anche og ge tt i pre g i at i in r icordo del l a su a ars amator ia . D i v i ag g i i l nost ro p e rs onag g io ne ha fatt i d av vero molt i : lu ng h i s og g ior n i in Ve ne z uel a , C olombi a e Per ù, un s e r v i zi o foto g raf ic o su C ebu nel le Fi lippine dop o lo tsunam i d el 2013, u na sp e diz ione su l rompig hi a ccio r uss o L et Po deby. L’autore r a c c ont a le sue c onqu iste in og nuno di quest i v i ag g i: a l d i l à d el l’e splic it a e più volte s ottoline at a venera zione p er l a d onna , i n qu el lo che v ie ne rac c ont ato si p ercepis ce – così l a cr it i c a più autore vole – u n’indole mas chi list a e un animo che r ic a l c a i t r att i me no nobi li e d ele gant i di Gi a como C as anov a . Vo c i piuttosto dif f us e lo dipingono sim i le a un B el l’Antonio, che s i e s ibis c e in c or te g g i ame nt i inut i lmente s e ducent i. D a ass idu o f re qu e nt atore di b ordel li, si compi a ce di el arg ire lu ng he d is qu isiz ion i su l le dive rs e us anze erot iche r is cont rate ne i v ar i p a e s i e sui molte plic i r itu a li che a ccomp ag nano l’atto s e ssu a l e. - B ene, c om me nt a E le na, s apre mo c ome prenderlo. Av rebb e tutto d a r i me tte rc i d a l l a s c omp ars a del l a sig nora . Un p ers onag g io molto ambi zi o s o, s e mbra b e n deline ato. Q uesto è uno di quel li d a a du l are.. . - Un’u lt i ma i n for maz ione imp or t ante, dice Adelmo: una del le c ame r i e re ha r ife r ito che ha v isto i l Marchett i dis c utere in mo do ani mato c on l a Morel l a l a s e ra pr ima del l a s comp ars a . - Q u e st a è u n’in for maz ione ut i le, molto ut i le. R aga zzi, g ra zie, d ice E l e na , s e non c’è a lt ro, l as c i ate m i copi a di tutto, lo studierò 60


b e ne, t r a p o ch i g ior n i debutt i amo. Buona s erat a . - Anche a te, r isp ondono Adelmo e D onatel l a . Lu ne d ì, 17 s e tte mbre 2 0 1 2 , ore vent it ré. St anza di re d a zione. - A l l or a , com’è and at a? ch ie de E lena , l as ci andosi sprofond are i n u na p olt rona di p el le d ai g randi bra ccioli ner i e d a l l’ampi a sp a l l i e r a . Nel c ors o del l a pr ima pu nt at a, app ena ter m inat a , è st ato ospit ato i n stu d i o Narc is o R e a le e s ono st at i inter v ist at i Marchett i e P u c c i n i i n c ol le game nto d a Me rano. - B e niss i mo, E le na, b e n issimo, r isp onde con enfasi D onatel l a . S e i st at a molto brava, qu ando hai r isp osto con a degu ato d ist a c c o a l melo drammat ic o inter vento di R e a le, che a me non è p e r ni e nte simp at ic o. - Ne ppu re a me, r in forz a Adelmo. Hai fatto b ene a chi ar ire che noi non s i amo l a p oliz i a, e ne m meno un’agenzi a invest igat iv a . - Mi s e i pi ac iut a anche qu ando g li hai detto con eleganza , pros e g u e D onatel l a, che non abb andoneremo un c as o così i mp or t ante. - Vi r i ng raz io, ma i l me r ito ce lo condiv idi amo, p erché voi ave te fatto un ott imo l avoro di ind ag ine prelim inare. È st ato d e c is ivo p e r i l suc c e ss o del l a punt at a . Adess o un b el br ut, non c e l o l e v a ne ssuno. Ho ordinato anche dei s a l at ini. C hi amate p e r favore g li op e rator i, luc i e suoni s ono deter m inant i p e er l’and ame nto del l a t ras missione. Me nt re st an no br ind ando: - È interess ante, inter v iene Adelmo, qu el l o che ha de tto p e r tele fono Puccini, che cont inu av a a d ol e rs i d el l a s c omp ars a del l a Morel l a , manco foss e una p ers ona d i fam i g li a. In studio c ' e rano una tensione e un si lenzio i nc re d ibi li qu ando lu i ha r ic ord ato di aver s ent ito lit igare vers o l 'u na d i notte, in una s a le tt a v icina a l l'uf f icio di Marchett i, du e p e rs one, Morel l a e qu asi di sic uro i l R e a le. Ha anche af fe r mato di e ss e rs i pre o c c up ato p er un g rande b otto, s eguito d a u n s i l en z io ass oluto, e ha ag g iunto che i l g ior no dop o l a s i g nor a non e ra s c e s a p e r l a col a zione. P uccini è dunque l a te st i mon i an z a c e r t a che f ino a l l'una di quel g ior no l a sig nora e r a anc or a v iva. R e a le, d appr ima dispi a ciuto, ha ag g iunto che s i e r a t r att ato di uno de i loro s olit i lit ig i e che subito dop o si e r a r it i r ato nel l a su a st an z a, dove è r imasto f ino a t ardi. R oma , v i a Te u l ad a 6 6 , mar te dì 14 ottobre 2014, ore ventuno. 61


Stu di o d el prog ramma tele v is ivo ' A l l a r icerc a del l a p ers ona p e rdut a '. - Si g nore e sig nor i, bu ona s e ra, es ordis ce con un ampio s or r is o E l e na R ic c i. Mi r ivolgo ag li ospit i pres ent i in studio, a tutt i i nost r i sp e tt ator i che g i à s ono divent at i nost r i fe deli as c olt ator i e i n p ar t ic ol are a tutt i coloro che r icord ano una v ice nd a che r is a le a due an n i f a, molto s eguit a : l a s comp ars a , f att a r is a l i re a s ab ato 2 8 lug lio 2012, di D olores Morel l a , e d itord el l a Un ive rs a l B o oks e p e rs onag g io di r i lie vo nel mondo d el l a c ar t a st amp at a. C ome r ic orderete, ne abbi amo p arl ato nel c ors o d el l a nost ra pr ima t rasmissione del 17 s ettembre di du e ann i fa : l a s c omp ars a del l a s ig nora era divent ato un c as o che ave v a v isto, c ome sp e ss o ac c ade, l a p op ol a zione div idersi in i nno c e nt ist i e c olp e volist i, t ra qu ant i erano conv int i che Morel l a fo ss e f u g g it a o addir ittura si foss e suicid at a , e qu ant i, inve c e, s i e r ano s ch ie rat i c ont ro R e a le, r itenendolo in qu a lche mo do re sp ons abi le del l a su a mor te. Il c a d avere p erò non era mai st ato t rov ato, g li inte r rogator i non erano appro d at i a nu l l a e le i nd ag i n i e rano st ate abb andonate. Di D olores Morel l a , non s e n’e r a più p arl ato. C ar i ospit i e c ar i telesp ett ator i, p er quest a s e r a ave v amo prog rammato di in iz i are pres ent andov i i l c as o d i u na r ag a zzi na s c omp ars a, ma è ar r ivat a una not izi a che ha d el l’i nc re d ibi l e. Immag ino che l’abbi ate lett a o as colt at a : un v iole nt iss i mo te mp ora le si è abb attuto due mesi fa , pre cis amente i l 12 ago sto, su Me rano, provo c ando g rav i d anni a tutte le colt iv a zi on i d el te r r itor io, a molte abit a zioni e anche a ve cchi c as ol ar i d el l a va l le. Pre go l a re g i a di most rare a lc une s cene del d is ast ro. Poss i amo p ar t ire c on le im mag ini? - E c c o, ave te p otuto c onst at are l’e nt it à dei d anni. Sappi amo che qu e sto è i l p e r io do che re g ist ra su l l a zona le mag g ior i pre c ipit a zi on i e f re qu e nt i te mp ora li, e quest a volt a si è t ratt ato d i u n ve ro e propr io tor nado. S e mbra qu asi che l a temp est a abbi a pre s o d i mira propr io l a lo c and a B eness ere & Sa lute, fors e p e r l a su a p os iz ione ele vat a. L a not izi a , r i le vante a livel lo naz i ona l e, assume p e r noi, olt re che p er g li inquirent i, un s ig n i f i c ato p ar t ic ol are : i l tor nado si è s c atenato su l l a lo c and a d ove e r a a l l o g g i at a D olore s Morel l a , provo c ando d anni a l l a st r uttu r a , romp e ndo le imp oste, mand ando in f rantum i i vet r i d el le f i ne st re esp oste a nord e a l l agando tot a lmente le c ant ine. L’a cqu a ha c aus ato g rav i d an n i si a nel l a zona r ist r utturat a si a in qu el l a ve c ch i a , dist r u g ge ndo u n ve ro e propr io p at r imonio di 62


b ott i g l i e di pre g io, vanto del propr iet ar io R ina ldo Marchett i. Po c o d op o l’in iz io de i l avor i di sma lt imento e r ipr ist ino, ar r iv a l a not iz i a st rabi li ante : i p ompier i durante le op era zioni d i s gomb e ro s i s ono t rovat i d avant i i l cor p o di una donna , ‘ i mp ast ato’ – c ome ha de tto uno di loro – nel fango e nel v ino. C ome av re te intu ito, si t ratt a del cor p o di D olores Morel l a , s c omp ars a d a p o c o più di due anni. Un cor p o mum m if ic ato. St and o a l le pr ime not iz ie non uf f ici a li che i nost r i inv i at i s ono r ius c it i a rac c og lie re, l a mu mmi f ic a zione si è ver if ic at a p erché l a d onna è st at a s e p olt a, qu asi murat a , in una st anza s eg ret a d el l e ve c ch ie c ant ine, e que sto ha imp e dito l a de comp osizione d el c a d ave re. Una not iz i a deg na di attenzione è che l a mu m m i f i c az ione, pre s e r vando i l cor p o, dov rebb e p er mettere a l R I S d i p or t are a te r mine le ana lisi in g ra do di st abi lire l a c aus a d el d e c e ss o. Pe r c omp e te n z a ter r itor i a le, le r icerche s aranno af f i d ate a l RIS di Par ma, di c e r to a l l a S e zione Biolog i a , e fors e anche a d a lt re. - A lt r a not iz i a s or pre nde nte : p are che Pino P uccini, i l maît re d el r istor ante, a l l a v ist a del c ad avere del l a Morel l a si a svenuto, r i mane nd o p e r a lc un i minut i in st ato conf usiona le. Pr ima di r ipre nd e re i l prog ramma pre v isto, vog li amo assic urar v i che s e g u i re mo g li sv i luppi di que sto c as o e v i ter remo infor mat i su l l’e volu zione de g li av ve n iment i. Inolt re cercheremo di i nv it are di p e rs ona in stu dio i t re uom ini che s ono st at i in c ont atto con Morel l a ne i suoi u lt im i g ior ni di v it a , e che g i à ave te av uto mo do di ve de re, ov vero Narcis o R e a le, R ina ldo Marche tt i e Gius e pp e Pu c c in i. - Ad e ss o p assi amo a l c as o drammat ico, c ui ho a ccennato pr ima : l a s c omp ars a del l a g iovane di Ter ranov a ... Mar te d ì, 13 ge n naio 2 0 1 5 , ore dici annove. St anza a ccess or i a d el l o stu dio del prog ramma tele v isivo 'A l l a r icerc a del l a p e rs ona p e rdut a' . E l e na st a c on f id andosi c on D onatel l a e Adelmo. - C re d o che l a s or te c i abbi a aiut at i. Q uel lo di D olores Morel l a e r a d ive nt ato un c as o s e n z a sb o cco, inve ce l a natura , chi av rebb e p otuto immag inarlo? è inter venut a e ci ha mess o s otto g l i o c ch i una s oluz ione in immag inabi le. - Sì, è ve ro, ma noi abbi amo l avorato b ene, dice D onatel l a , non abbi amo mai c e duto a ip ote s i f ant asios e o s c and a list iche, si amo r i mast i anc orat i ai f att i e qu ando si è t ratt ato di impressioni, 63


lo abbi amo d e tto. - Hai r ag i one, inc a lz a Adelmo, si amo st at i aiut at i d a l l a natura , p e rò c e l o s i amo anche me r it at i, noi fa cci amo ind ag ini s er ie, a lt ro ché. - Sap e te, d i c e E le na, in qu e sto p e r io do ho letto un libro, us cito d a p o c o, S et te bre v i lez ioni di f i sica, di C arlo R ovel li, uno stu di os o d i f isic a qu ant ist ic a. Af f as cinante. Mi s ono pi a ciute le r i f l e ss i on i di ampio re spiro su l l a rel a zione t ra s cienza e mitol og i a , l a tot a le manc an z a di presunzione che p er me a og ni c apitol o, i l v a l ore att r ibuito a l dubbi o. S cr ive che ci s ono molte co s e che non c api amo e t ra que ste sic uramente noi stessi. Q u e st a d i ch i araz ione di u mi lt à, dett a d a lui, m i è s embrat a appre zzabi l e. Una f ras e mi ha c olpit a : noi non conos ci amo i l mond o o u n e ve nto, noi c onos c i amo s oltanto le infor ma zioni che abbi amo su l mondo o su quel l’e vento: questo c ambi a l a pro sp e tt iv a e c i r ich i ama i nost r i lim it i. Ne dis cende una d if fe re n za e nor me t ra opin ion i ge ne r iche o supp oste e opinioni circ os c r itte e ve r if ic ate. È u na r if lessione profond a , a ldi l à d el l’abiss o s c ont ato che s e p ara l’in for ma zione s c and a list ic a e l’i n for ma zi one do c u me nt at a, t ra le fake ne ws e le tr ue ne ws. E lena è u na don na di c irc a c inqu ant’anni, s obr i a , elegante, c ap el l i c or t i, o c ch i ch i ar i, v is o re gol are. Parl a in mo do netto, ch i aro, i nc is ivo. Ispira f idu c i a e attendibi lit à . S e l’ ha detto la Ricc i , è u na f r as e che d a te mp o g ira nel l’ambiente. E lena e me tte un lu ngo s ospiro. - Ad e ss o, b eh , sp e r i amo b e ne, p e r noi questo è l’u lt imo atto d el l a v i c e nd a , i l miste ro è r is olto. - E le na c ar a , l’u lt imo atto è l a b el lissima pres ent a zione che st ai p e r fare tu, i n c u lo a l l a b a le na, ma l’u lt im issimo atto s arà una ciu c c a che c i pre ndi amo tutt i ins ie me. - Po c o ma s i c uro, dic e Adelmo. E le na , in c u lo a l l a b a lena . - Ok , g r a zi e, ade ss o p e r f avore r ip assi amo insieme tutt i i p ass ag g i, m i d ate i te mpi e le p aus e e tutto i l resto, come s e mpre, d’a c c ordo? Mar te d ì, 13 ge n naio 2 0 1 5 , ore ve ntuno. Studio del prog ram ma tele v is ivo 'A l l a r ic e rc a del l a p e rs ona p erdut a '. - Sig nore e s i g nor i, au gur i di bu on anno a tutt i e b en r it rovat i, an nu nc i a E l e na R ic c i. L a pu nt at a di og g i, l a pr ima del l’anno, è d e d i c at a a qu el lo che v ie ne or mai c omunemente chi amato d ai me d i a Il ca s o della donna s compars a , che ver rà r icord ato come 64


Il ca s o della donna mummif icata . Parleremo con l a massima ch i are zza p ossibi le del l a mu mm if ic a zione e dei suoi ef fett i, v i ag g i or ne re mo sug li u lt imi refer t i del le ana lisi del RIS. Vi ave v amo prome ss o nel l a punt at a di ottobre di inv it are in stu d i o i t re uomin i, anche s e non si amo st at i in g ra do di farlo p e r i mot iv i che t ra p o c o v i dirò. Ci col leg heremo, s e de ciderà d i a c c e tt are i l nost ro inv ito, s olo con Narcis o R e a le. Vor rei c om i nc i are i l lust rando un asp etto te cnico del l a v icend a , e c i o è che c os’è l a mummif ic az ione. Si t ratt a di un pro cess o in c u i u n c a d ave re subis c e u na rapid a disidrat a zione massiva in mo d o t a l e che i te ssut i r imangono come f iss at i e st abi lizzat i. Q u e st a s e ra non pre nde re mo in considera zione le te cniche in us o nel l’ant ic o Eg itto, c onsiste nt i in l ab or iosi pro cessi tesi a pre s e r v are i l c or p o in qu anto s e de indisp ens abi le p er garant ire l’i m mor t a lit à del l’an ima. C i concent r i amo inve ce su l l a mu m m i f i c az ione natu ra le, che av v iene a c aus a del l a pres enza d i p ar t i c ol ar i c ondiz ion i e ste r ne e inter ne, come un clima f re d d o che ost ac ol a l a put re f az ione, o l’inuma zione in ter reni as c iutt i i n g rado di ass orbire liquidi in g rande qu ant it à . O ppure anc or a , e que st a s e mbra l’ip otesi più a ccre dit at a nel nost ro c as o, p e r l a pre s e n z a di de te r minate muf fe che disidrat ano i te ssut i. Di s olito i l pro c e ss o di mum m if ic a zione non st ravolge i t r att i f is ic i del l a p e rs ona che anzi, cons er vandoli abb ast anza b e ne, p e r me tte che e ssi si ano r iconos cibi li. Si è temuto p er molto te mp o che D olore s Morel l a foss e st at a uccis a fors e p er mot iv i d i gelos i a, e i s osp e tt i e rano c a dut i su l R e a le, av va lorat i d a l l e d i f f i c olt à che st ava att ravers ando l a loro rel a zione e d a u n v i ol e nto lit ig io ve rb a le t ra i due vers o l'una di notte i l g i or no stess o del l a s c omp ars a, come ebb e a r ifer ire Puccini nel c ors o del le ind ag in i prelim inar i. Ma i r isu lt at i di queste i nd ag i n i – d av ve ro c ele r i, asp etto del qu a le non p ossi amo che c ong ratu l arc i c on i l RIS – s ono or mai uf f ici a li: D olores Morel l a è mor t a p e r in f ar to del m io c ardio. Infar to c aus ato d a l l a c ons iste nte e c onte mp orane a assunzione di co c aina e a lco ol, più pre c is ame nte, di v ino a me di a g ra d a zione a lco olic a . C ome s appi amo, i l mix di que ste du e s ost anze ha ef fett i de v ast ant i su l c e r vel lo e su l c uore, e f fe tt i che nel c as o del l a sig nora s ono st at i le t a li. Ora, s e a l l a luce dei r isu lt at i emersi era st at a e s clus a nel mo do più ass oluto l’ip otesi di om icidio, r imane v a d a s c opr i re c os a foss e suc c e ss o a l cor p o del l a sig nora . D op o un approfondime nto di natu ra biolog ic a su l c a d avere e a s eguito 65


d i lu ng h i e s e r rat i inte r rogator i de i t re prot agonist i di quest a v ice nd a , i nte r rogator i c aratte r iz z at i d a una s er ie di a cc us e re cipro che, l a p oliz i a ha for n ito una versione uf f ici a le dei f att i, che ha p e r me ss o di inc r iminare Marchett i e P uccini non p e r om i c i d i o, c om’è g iusto, s olo p e r o cc u lt amento di c a d avere. - Ad e ss o s ono in g rado, pros e gue dop o una p aus a E lena R icci, d i r a c c ont are l a ve rsione u f f ic i a le del l’a cc us a , che si b as a su l l a s e g u e nte r i c ost r u z ione de i f att i. Pubblicit à , rest ate con noi. - C i vol e v a u na p aus a, dic e E le na, ment re si sie de, confor t at a d ai su oi du e assiste nt i. - St ai and ando b enissimo, le dicono a l l’u nis ono. - B e ne, r ipre ndi amo, st i amo ar r ivando ag li att i f ina li del l a v ice nd a , r ipre nde c on e n f as i l a c ondutt r ice. Morel l a e R e a le han no u n v i ol ento dive rbio, a s e gu ito del qu a le lei s e ne v a e non r i e nt r a nel l a c ame ra che o c c up av ano insieme. Lui, abitu ato ai s e mpre più f re qu e nt i lit ig i, non s i pre o cc up a più di t anto, s e ne v a a l e tto, s i pre nde l a su a s olit a p ast ig li a di Tavor e nel g iro d i p o c o, st and o a l l a su a te st imon i anza , si a ddor ment a . E lena fa u na lunga p aus a. - Ad e ss o ar r iv a l a nov it à. Puc c in i, non v isto, as colt a i l lit ig io. Non app e na s i ac c orge che l a sig nora si av v i a d a s ol a vers o l a ha l l d el l’ hotel, int rave de l a p ossibi lit à , dici amo così, di cons ol arl a . Si dir ige ve rs o le c uc ine, prende una b ott ig li a di br ut d i a lt iss i ma qu a lit à, i l B ollinger Special Cuvée (p er g li amant i d el ge ne re, si t ratt a del lo C hamp ag ne di James B ond), prep ar a i l v ass oio, l a g l ac e tte, du e f lûtes e si av v i a vers o l a ha l l. - Q u i i nc ont r a l a sig nora che s i presume abbi a av uto temp o e mo d o, st and o a l le in for maz ion i uf f ici a li, di ‘farsi’, e inizi a l a su a op e r a d i c or te g g i ame nto, lo d andol a si a p er lo st i le si a p e r l’el e g anza e ass e c ond andol a r isp etto a l le cr it iche che lei cont i nu a a r ip e te re ne i c on f ront i di R e a le. - Nel g i ro d i p o c o te mp o i du e hanno un rapp or to s essu a le su u no d e g l i ac c og lie nt i divan i del l a ha l l, s enza a lc un t ip o d i pre c au zi one. Sig nore e s ig nor i, l a not izi a non s embr i pr u r i g i no s a né di s c ars o r i lie vo, p e rché diventerà uno dei mot iv i che i ndu r r à P uc c in i a o c c u lt are i l c ad avere del l a Morel l a . - L a s i g nor a , or mai ubr i ac a e s otto g li ef fett i del l a droga , ch ie d e a P u c c i n i di vole r provare un’a lt ra marc a di C hamp ag ne, r ich i e st a a l l a qu a le lui c e de, s e ppure a ma linc uore. R itor na nel le c u c i ne, s c e g lie un’a lt ra b ott ig li a , prep ara i l v ass oio e i bi c ch i e r i, impie gando un c e r to temp o che lei ut i lizza , 66


pre su m ibi lme nte, p e r u n’a lt ra dos e. Q u ando r itor na nel l a ha l l e s i av v i c ina a l divano, ve de i l cor p o del l a donna stes o a ter ra . Si ch i na su di le i, e l a s c u ote, l a s c uote ancora , ma è inut i le: D ol ore s Morel l a è mor t a. A lt r a p aus a di E le na. - Pre s o d a l p an ic o, va lut a le c ons eguenze che comp or terebb e i l r it rov ame nto del c ad ave re. Sarebb e a cc us ato di om icidio o qu antome no di ave r avuto una p ar te nel l a mor te di una donna ubr i a c a e drogat a. C ome e g li stess o av rà mo do di am mettere, e nt r a i n c on f us ione : c e rc a disp erat amente una s oluzione e b en pre sto s i c onv inc e che l a c os a mig liore si a quel l a di far sp ar ire i l c a d ave re. L a su a immag ine di professionist a , conquist at a ne g l i ann i c on non p o ch i s acr if ici, ne s arebb e p er s empre c ompromess a, l a su a f amig li a s arebb e s convolt a . D e cide così d i nas c onde re i l c ad ave re. D ove? O ccor re un p osto sic uro e i na c c e ss ibi le. - Ad e ss o, c ar i ospit i e ge nt i li telesp ett ator i, v i prego di s eguir m i c on atte nz ione anche p e rché dobbi amo fare un p ass o indiet ro nel te mp o. Pu c c in i, p o c o dop o ess ere st ato assunto, ave v a p er c as o s c op e r to l’e s iste n z a nel le c ant ine di una p or t a s eg ret a . Nas c ost a die t ro u n ve c ch issimo s c af fa le di leg no mass el lo, l a p or t a s i af f ac c i a su u na st an z e tt a s enza luce, piena di b ott ig lie d i v i ni ro ssi d i g r and e inve c ch i ame nto e inest imabi le v a lore e dot at a di u na s e r i e di n ic ch ie c on pic c ole b ott i di rovere non ut i lizzate d a te mp o. - C ome r ius c ire a p or t are i l c a d avere f ino a l le c ant ine? Il P u c c i n i prova a t ras c inare i l c or p o p er qu a lche met ro, ma si a c c orge subito che si t ratt a di un’op era zione sup er iore a l le su e for ze. L’u n ic a p e rs ona in g ra do di aiut arlo è i l suo c ap o. Si c u ro, p ens a, s olo R ina ldo può aiut ar m i, s e non lo fa lui, s ono sp a c c i ato. Si dir ige c on rapidit à vers o i l suo app ar t amento e c om i nc i a a buss are, pr ima c on delic ate zza , p oi s empre più for te. Marche tt i apre, s i ac c orge subito del lo st ato di ag it a zione d i P u c c i n i, lo f a e nt rare e s e de re. Neg li att i deg li inter rogator i e f fe ttu at i a più r ipre s e d a l l a p olizi a , si r is cont rano divergenze, c omu nqu e marg ina li: a l l a f ine i due, l’uno p er e v it are lo s c and a l o che r ic adrebb e su di lui e su l l a su a fam ig li a , l’a lt ro p e r non c omprome tte re l a f ama del l a lo c and a e non p erdere d el tutto una st ag ione tur ist ic a g i à compromess a p er i l clima qu anto mai c apr ic c ios o, de c idono di far sp ar ire i l cor p o e di 67


p or t arl o nel l o c a le s e g re to. - D op o ave rl o av volto in un le n z u olo, lo t ras cinano f ino a l le c ant i ne. Tol gono l a pic c ol a b otte che o cc up a una del le nicchie, lo spi ngono d e nt ro: ras ch i ano i l più p ossibi le l a p arete s ov rast ante p e r far c a d e re l a te r ra s opra i l c ad avere, g li a cc umu l ano cont ro tutto i l te r r i c c io che t rovano su l p av imento, f inché r ies cono a r icopr i rl o c omple t ame nte e a o c c u lt arlo. - L’u lt i mo atto de i due è eliminare l'e ventu a le s ci a su l le s c a le e su i p av i me nt i lu ngo i qu a li è st ato t ras cinato i l cor p o del l a Morel l a . C ome u lt ima pre c au z ione P uccini, p ers eguendo l’i nut i l e obi e tt ivo di eliminare i l supp osto o dore del c a d avere, sp arge u na g r an qu ant it à di prof umo a l l a l avand a p er tutto i l p erc ors o c ompiuto. - Ebb e ne, qu e st a è dunque l a dinamic a a ccer t at a di tutt a l a v ice nd a . Ad e ss o prov i amo a c ol le garci con Mi l ano, dove un no st ro i nv i ato s i t rova nel l’u f f ic io di Narcis o R e a le che, del tutto e st r ane o a l l a v ic e nd a, ha accons ent ito con pi a cere a ess e re i nte r v ist ato. - C ’è i l c ol l e game nto? Ok, g raz ie, b enissimo. E cco a voi i l no st ro o spite. D ottor R e a le, buonas era . L a r ing ra zio a nome mi o e d el l a re d az ione p e r ave r ac c e tt ato i l nost ro inv ito. - Gra zi e a l e i e un s a luto ai nu me rosi telesp ett ator i di questo f amo s o pro g r am ma, dic e c ompi ac iuto i l R e a le, fa cendo un lie ve inch i no e s fo d erando, è propr io i l c as o di dirlo, uno smag li ante s or r is o d a c onsu mato v ive u r. Appl aus i i n studio.

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Stor ia ' g ialla ' di un omicidio a sfondo passionale, r icostr uito at trave rs o una pung ente anali si psicolog ica ma anche s ociale dei pe rs onag g i , be rs ag lio di una s atira s ottile che colpi s ce l' ar r iv i smo e l 'ipoc r i sia di una cer ta fa s cia alto borghes e 68


4° premio prosa inedita - Ferdinando Romito ■

Ferdinando Romito da Diamante (CS)

Ascolta... il vento (L ib er am ente i spi r ato a l c ap ol avoro di Gr az i a D el e d d a C anne al v e nto) E r ano s e dute lì, su l mure tto b ass o di piet re che fa ce v a d a c on f i ne a l pic c olo p o de re, asp ett ando g i à d a un b el p e zzo. L a lu na non s i e ra anc ora le vat a, e i contor ni di ciò che rest av a d el ve c chio c astel lo si st ag li avano nett i nel cielo ters o del p ome r i g g i o inolt rato. « C re d i che ar r ive rà?» C h ie s e R it a . L a d on na più g iovane s or r is e di un s or r is o a cc us ator io. « C er to che ar r ive rà. Si r itor na s e mpre, qu ando non si ha più nu l l a d a ch i e d e re a l l a v it a. » E i n e f fe tt i, a l di l à del l a va l l at a s ottost ante, olt re i l piccolo f iu m i c i attolo che div ide va in due un folto c anneto, t ra l a r icc a ve ge t a zi one, i p as c oli e g li a lt r i p o der i colt ivat i a d a lb er i d a f r utto, u n’e si le f igura bi anc a si fa ce v a fat icos amente st ra d a s a l e nd o p e r l a mu l att ie ra app ena a ccennat a , or mai in disus o d a te mp o. D i t anto in t anto quel l a f igura si fer mav a , fors e p e r pre nde re f i ato, gu ard ava in su, r iprende va l a su a fat icos a as c e s a , i ne r pic andos i att rave rs o quel c anneto che, d a l l a p ar te b ass a del f iume, e ra c ost ituito d a s ott i li e f rag i li c anne, r a ch it i che, d a l le qu a li anche le s olit ar ie fog lie che d a ci as c una p e nd e v ano ve rs o i l te r re no s e mbravano non ess ere cres ciute più d i t anto. A l c ont rar io, i l c anneto a l di qu a del f ium ici attolo 69


er a u na f itt iss ima s elva di mae stos e p er t iche, dr itte a to cc are i l c i el o, i c u i f ust i l arg h i qu anto i l me d ag lione app es o a l col lo d el l a d ottore ss a D olore s, e rano b e n pi ant at i in ter ra e le fog lie, abb ond ant i e r igog lios e, f ac e vano ad ess e deg no corol l ar io. «E cc ol o. C he t i ave vo de tto?» c ont inuò Na di a , distog liendo s olo p e r l o st retto ne c e ss ar io lo s gu ardo d a l lo s ci a l le che st ava abi l me nte c on fe z ionando c on i fe r r i d a l avoro. L’u omo d i r a d ò le u lt ime c an ne che g li ost r uiv ano i l p ass ag g io e g u ard ò ve rs o di e ss e. Provò u n vago s ens o di smar r imento, nel ve d e rl e s e dute nel me de s imo p osto che eg li ave va o cc up ato p er co s ì t anto te mp o, p osiz ione d a l l a qu a le s ole v a st are ore e ore a s c r ut are l a v a l l at a s ottost ante e r imug inare sui suoi p ensier i p e s ant i c ome mac ig n i, b e n olt re i conf ini v isibi li del l’umana natu r a . C ’e r a , p oi, anche una f ast idios a s ens a zione in quel le pres e nze, che non r ius c ì a de f in ire. R ipre s e a s a l i re, qu e st a volt a più c ele r mente, de cis o a r iprendersi ciò che e r a s e mpre st ato suo. Ne ave v a un imp el lente bis og no. Si fe r mò d av ant i a loro e, s ebb e ne foss e di g ran lunga più a lto d el le d on ne, l a line a de i loro sgu ardi lo p one v a a l di s otto di ess e, p e r v i a d el te r re no for te me nte s cos ces o. «Av re i u n d e s ide r io» diss e, «s e de r mi lì dove ho s ost ato p er t anto te mp o e dove ade ss o voi s ie te, s e dute a far nu l l a .» E lena , l a me no g iovane, lo gu ardò indif ferente e lui, att ravers o le le nt i d a l l a mont atura dorat a e s ott i le, s’incont rò inve ce con g li o c ch i d i R it a, mansue t i e c on una leg gera not a di mest izi a nel fond o ; p oi f u l a volt a di quel li di Na di a che, propr io in qu el mome nto, s i s ol le varono d a l lo sfer r uzzare f renet ico del le man i, du r i e a cc us ator i. R imas e ro così p er qu a lche ist ante, a l ter m i ne d el qu a le, s e n z a s c omp ors i più di t anto, el l a si le vò in pi e d i. « Pre go, dot tore. » lo ap ost rofò, s arc ast ic a . « D el resto l a r i c ono s c e n za, c osì c ome l’u mi lt à, non s ono v ir tù di questo mond o. Non è fors e c osì?» Nadi a fe ce un muto cenno col c ap o a l l e a lt re s orel le, e s or t andole a s ol le varsi. C osì fe cero, o g nu na c ol su o int imo mo do di f are. Tutte e t re ar ret rarono d a l mu re tto d i qu a lche p ass o, s e n z a che in a lc una di loro nas cess e l’i nte n zi one d i and ar v i a. L’u omo i n c am ic e bi anc o, a disp e tto del l a su a et à prossima a l l a f ine, che ave ss e ve nt i o c e nt’an n i nu l l a c ambi av a , si s ol le vò ag i le su l mu re tto di pie t re e t rovò p osto lì dove erano s e dute le t re d on ne ; e nel lo ste ss o ist ante i n c ui a d ag iò p enzoloni le g amb e st anche nel vu oto, l a su a inquietudine crebb e e d’un 70


t r atto s i ch ie s e, p e r l a pr ima volt a , cos a lo avess e spinto a r itor nare lì dop o c osì t anto te mp o. St r i ns e u n p o c o g li o c ch i, e l o sgu ardo com inciò a d er rare s e nza u na pre c is a me t a su l l a va l le, come t ante volte ave v a fatto i n p ass ato, c oi morsi del l a f ame att anag li arg li lo stoma co, le b ol l e p e r i l c ont inu o z app are br uci arg li le mani e l a vog li a di farl a f i nit a inond arg li l a me nte. Ma a d e ss o no: ade ss o non c’e rano crampi e i l suo stoma co, a d isp e tto del l a su a mag ra f igu ra, era b en pieno di cib o sup er f luo; non c’e r ano c ic at r ic i, né pi ag he, né ross or i, in quel le sue mani b e n c urate. Fors e s olo qu a lche lie ve c a l losit à residu a e re s iste nte p e rsino a l lo s c or re re del temp o. Non c’erano p ensier i autol e s i on ist ic i, a r ie mpire l a su a mente, ma s olo agende c ol me d i appunt ame nt i e nu mer i di telefono, conveg ni e s a le op e r ator i e, in fe r mie re e don ne, e. L ag g iù, i n fondo, olt re i p o de r i che ancora resiste vano int att i a l prog re ss o, l’e dif ic io bi anc o del l a clinic a , del l a su a clinic a , s ve tt av a pug no bi anc o nel ve rde circost ante. L’ar i a era ters a c ome non mai, e non c’e ra un a lito di vento. C osicché r ius civa p e rs i no a s c orge re qu a lche s agoma f ug ge vole diet ro le f inest re d el l’u lt i mo pi ano. O fors e e rano s olt anto i l lusioni, i l lusioni d i vol e r ve de re p e r forz a anche quel lo che non si può. E p oi c’e r ano tutt i que i c olor i br i l l ant i, nett i, de cisi, come s olt anto in qu e st a p orz ione di mondo i l s ole, or mai prossimo a s comp ar ire d i e t ro l 'or iz z onte, r ie s c e ad of f r ire. E r a or mai s olo, e d a s olo dove va disp erat amente comprendere d el p e rché l’ans i a c re s c e ss e a dism isura , anziché stemp erarsi nel l’ambi e nte c irc ost ante, c os ì incline a p oter a ccett are i suoi p at i ment i. C os a l o pre o c c up ava? C he c os a g li s er rav a l a gol a e g li fa ce v a b atte re for te i l c uore nel p e tto? R i af f i or arono lont an i r ic ordi s opit i, r icordi che volut amente e r ano st at i r ic ac c i at i ne i c ass e tt i più nas cost i del l’io cos ciente. Si r it rovò b ambino, ad ins e guire lucer tole su quel lo stess o mu ro, ch i amando ist int ivamente e dist ratt amente, s enza otte ne re r isp ost a a lc una; si r it rovò raga zzo, a d ins eguire su qu el l o ste ss o mu ro anc ora, nel le nott i lunar i e quiete, i l suo s og no d i f ug g ire v i a p e r s e mpre d a quel p o dere che con t ant a fat i c a , f is ic a e mora le, e ra c ost retto a colt iv are nel l a p over t à più ass olut a, ma le dic e ndo i morsi del l a fame che p ane e cip ol l a non r ius c ivano a pl ac are. 71


Poi e r a ar r iv at a l a s volt a, quel l a manna dal cielo, unic a p o ss ibi l it à d i r is c atto. E d e g li di qu el l a manna s e ne r iempì l a b o cc a , l e mani, le t as che de i c a lz on i e del l a m is era g i a cc a , f ino a d i me nt i c ar ne i l s ap ore dolc e e r istoratore. Ma si s a , qu ando s i st a b e ne e d in s a lute non c i s i pre o cc up a del le ma l att ie: è qu and o qu e ste s oprag g iu ngono, improv v is e e tem ibi li, che ci s c onvol gono a t a l pu nto d a r itor nare a d appre zzare pienamente le c o s e s e mpl i ci e d imp or t ant i del l a v it a . Tutt i qu e i p e ns ie r i lo st r itol avano, anima le pres o a l l a t ag liol a , e più te nt av a di div inc ol arsi, più i dent i st r inge vano, s egav ano, d i l an i av ano c ar n i e oss a e anc ora più in fondo. l’anima . E s i a l zò i l ve nto. D appr i ma u n ac c e n no di bre z z a, lie ve lusinga e sussur ro di amant i ; u n c anto, dolc e di sire na. Poi r inforzò un p o co, e g i à i l c am i c e bi anc o c ominc iò a f luttu are nel l’ar i a moss a . E ancora i l ve nto au me ntò, e tutto pre s e ad ag it arsi p er icolos amente: m i l le re fol i s ibi l av ano, in f i l andosi nel fog li ame dens o deg li a lb er i, ne i più nas c ost i an f ratt i del l’e rb a, nei l abir int i contor t i del le c an ne pi e g ate. Pana s, s e mbrò d a qu a lc u no u dire, è il lamento delle Panas e i l su o i o ne r i mas e s c onvolto. S ces e d a l mu re tto, più d a l l a forz a del vento s ospinto che d a u na su a pre c is a volont à di c ompie re quel gesto. Gu ard ò ve rs o i l c an ne to, qu el lo a l di qu a del r ivo: le c anne er ano pi e g ate d a l l a forz a del ve nto, divent ato nel f rattemp o imp e tu os o, qu as i dove ss e ro st ac c ars i d a un momento a l l’a lt ro, t ant a e r a l a f u r i a a l l a qu a le e rano s og gette. Abbiamo tanto desiderato, abbiamo tanto s offer to, url ava i l ve nto, nel l e sue ore c ch ie e molto più dent ro di s é. Che resta di noi, s e non una par te di noi stess e? L a nostra stess a nuova v ita be nedet ta . Almeno loro e il nostro s acr if icio. I l d ottore spi ns e lo sgu ardo olt re, a l di l à del f iume, vers o i l c an ne to d ai suoi f r utt i più e si li. St r ins e g li o cchi, f ino a s ott i l i st r i ng he, e c iò che v ide lo l as ciò più im mobi le di una ro c c i a s otto u na tor me nt a di ne ve : le s ott i li c anne, anch’ess e in b a l ì a d el ve nto, e rano qu as i p ara l lele a l ter reno, ma piegate d a l l a p ar te opp ost a a quel le del c an neto sup er iore. E ra come s e s of f i ass e ro ve nt i d ag li opp ost i punt i c ardina li, e ag iss ero su l le p or z i on i d i te r ra a loro ass e g nat i in maniera indip endente l’uno d a l l’a lt ro. Nu l l a l e m is e re c an ne p ote vano; a lc une vol avano v i a con ess o, 72


st r app ate a l l a loro te r ra c os ì, come foss ero st ate dei s emplici f us c el l i che, sibi l ando, si p e rde v ano nel buio del l a notte or mai s oprag g iu nt a; a lt re si dimenavano, qu a e l à , nel gof fo e v ano te nt at ivo di re s iste re a forze t ropp o g randi p er ess ere c ont r ast ate. E i l ve nto url ava, p ote nte, e molto i suoi u lu l at i s om ig li av ano a l l o st r a z i ante l ame nto di ne onat i l as ci at i s enza né cib o né c a lore. C om i nc i ò a piove re, e g randi go cce dolci c a de vano su l l a ter ra s fe r zat a d ai ve nt i, e g randi go cce amare s olc avano i l v is o d el l’u omo, arato d a profonde r ug he. Una v iolent a raf f ic a g li st r app ò g li o c ch i a li d a l nas o, che si p ers ero a r incor rere le m is e re c an ne st rapp ate d a l l a l oro ter ra , e dent ro i l ament i d e g l i Istr umin z u. S e nt iva i l c u ore b attere f in qu asi a s coppi are, e nel l a te st a i l tu rbin io di immag ini e s ens a zioni, che s olo in app are nza p ote va e ss e re p aragonato a l l’uragano attor no a s é che tutto s c uote va e st rapp ava, di quel le m is ere e d esi li c anne, p e rs i no l a loro ste ss a natura, g li blo cc ava i p ensier i in una mors a l e t a le. S ott i l iss i mi g ranel li di s abbi a, t rasp or t at i in un vor t ice d a l ve nto, g l i ac c e c arono g li o c chi. Eppure, Eppure r imas ero d av ant i a s é, ne tte e dist inte, l e im mag ini del le c anne for t i e r i gog l i o s e p e nde re ve rs o e st che, f iere, resiste v ano a l l a v iolenza d el ve nto ; e pure ne tte e dist inte app ar ivano, inspiegabi lmente, anche l e e s i li c an ne, de c imate e iner m i a l l’imp eto del vento, pi e g ate f i no a l limite del l’imminente sp e zzarsi a l l’unis ono, ve rs o ove st . E s e è ve ro che g li o cchi del l a mente non p oss ono ch iu d e rs i, c osì c ome qu el li del l a memor i a , f u quel lo i l momento nel qu a l e e g li tutto c ominc iò a comprendere, di s é, del l a su a v it a , d el p e rché ave ss e avuto l’imp el lente desider io di r itor nare a l su o pu nto di or ig ine dop o c o sì t anto temp o. Int anto i c ant i del le Pana s, c ant i di dolor i f isici e s of ferenze d el l’ani ma p e r i l dist ac c o imminente d a l le loro cre ature, e qu el l i d e g li Istr umin z u, a lc un i c on o cchi app ena abb ozzat i, a lt r i g i à i n g r ado di ve rs are l ac r ime f uture che non s arebb ero st ate ve rs ate mai, s’int re c c i avano, si s ciog lie vano, si r incor re vano c ome fanno le f ar f a l le nel l’ide a imp el lente di r icong iungersi p e r s e mpre. A l l’i mprov v is o, app ar ve d a l c anneto una donna che, con and atu r a st anc a, s i dire ss e ve rs o i l f iume, c ant ando, anch’el l a d e g l i ste ssi c ant i del ve nto. E così com inci arono a s cendere 73


ve rs o i l f iu me molte a lt re di quel le st rane f igure, d a l le mura del c astel l o, d ai p o de r i v ic in i, d a l le c oste sinuos e del f iume. E l l a , p e r pr i ma , ch i nat asi su l le c re sp e onde del l’a cqu a , com inciò a l av are. I l d ottore c a d de su l le g ino c ch i a e af fondò i l v is o nel le mani t re mant i ; l o s ol le vò dop o un p o c o, s ap endo in c uor suo che qu el l a f i g u r a non p ote va che e ss e re L idi a , l a ma dre che non ave va mai c onos c iuto, s e non in rare, sbi a dite, fotog raf ie d el te mp o. Ma s e anche le i e ra u na del le Panas, che di notte and av ano e r r ando lungo i l c ors o del f iume a l avare l a tut ina d ei su oi b ambin i mai st re tt i a l s e no, questo sig nif ic av a che anch’el l a ave v a s ac r if ic ato l a su a v it a p er lui. E, p e r c ont ro, che c os a ave va f atto, lui, nel l a su a v it a ? Gu ardò le for t i c an ne i n b a lì a del ve nto, e c ompres e che ess e tent avano di re s iste re a l l’i mp e to del l’av ve rs o de st ino con tutte le loro forze, p e r d onare v it a e re ga l are b ac i e c are zze inf inite ai loro f r utt i più pre zi o s i. Anche le deb oli c an ne tent avano di s oprav v ivere, con l a for za natu ra le ins it a in og ni for ma di v it a volt a a l l a su a auto c ons e r vaz ione. Ma che c os a p ote v ano, loro, indifes e e nu d e c om’e r ano? Vol avano s e mplic emente v i a , s enza ne anche f are r u more. Si e r a s ost itu ito a l D e st ino; ave va r ichi amato a s é tutt a l a p ote nza d el Ve nto, di ac c are z z are c ome bre zza o st rapp are come u r ag ano. E r a u n dio, c ap ac e di p or re r ime dio a d un er rore o a d u na l e g ge re zza , p e rs ino in g rado di s o ddisfare i desider i di chi a lu i s i r ivol ge ss e, di e ss e re lib e re e di de cidere p er s é, ma non p e r g l i a lt r i. Ma l e d iss e i l g i or no in c u i inc ont rò l a dottoress a D olores, quel l a che ave v a f i no a l p ome r ig g io c onsiderat a l a su a p ers ona le manna dal c ielo . Ma non può e ss e rci a lc un Pane c a duto d a l cielo s e nza fe d e. Tutto i l re sto non è a lt ro che fa ls o nut r imento. L a ce r ato d ai r imors i, c ome az z an nato d a una mut a di c ani r abbi os i, pi ans e amarame nte. «Non ma l e d i re, mai. » diss e una vo ce diet ro di s é. « As colt a i l ve nto.» E i l r i cordo del le t re don ne che ave v a t rovato a l suo p o sto, qu and o e ra ar r ivato in quel luogo, r i af f iorò d ai turbinii d el l a su a me nte. L’uomo vols e lo s gu ardo vers o di ess e. E rano ancor a l ì, i m mobi li nel ve nto c ome colonne, i loro o cchi fa cce d iss i m i l i d i u na ste ss a me d ag li a: t re sgu ardi tot a lmente diversi t r a l oro ma ste ssi c aratte r i s omat ic i. «I l ve nto d el Fato. » Ag g iu ns e s e n z a t rasp or to a lc uno E lena . 74


« I l ve nto de g li uomin i. » urlò m ina ccios a Na di a . « Non hai anc or a s of fe r to abb ast an z a. » « L as c i a l o in p ac e, una buona volt a .» replicò R it a , l a più amore vol e del le t re «A tutt i è concess a un’a lt ra p ossibi lit à , pr i ma che s i a t ropp o t ardi. C he vento vuoi s eguire, E do ardo? È g iu nto i l mome nto di de c idere. E l a tu a de cisione s arà p er s e mpre.» « As c olt a i l ve nto. » R ip e té ancora E lena , d a l l’a lto del l a su a s api e nza . I l d ottore moss e le g ge r me nte le l abbra far f ug li ando qu a lcos a che s i p e rs e ne i c ant i del ve nto. « Hai s c elto b e ne. » D iss e Nadi a, che non ave va mai smess o di l avor are a l suo s c i a l le. E i l ve nto, c e ss ò. E l e c anne, pie gate ma non sp e zzate, r itor narono a svett are ve rs o l’a lto, f ie re, ad indic are un cielo che di lì a p o co s arebb e r itor nato limpido e lu minos o di stel le. « Po ss o re st are in p ac e. » s i diss e E do ardo, s ol le vandosi a fat ic a su l mu re tto di pie t re e l as c i ando che i l suo cor p o st anco v i si a d ag i ass e pi ano, le nto c ome le nte st avano s comp arendo ai suoi o c ch i l e don ne, og nuna s é ste ss a , og nuna p ar te di s é. C h ius e g l i o c ch i, ma l a su a mente r imas e v ig i le e d attent a anc or a p e r molto, molto te mp o. Ave v a f re ddo, e p er questo si st r i ns e for te le brac c i a attor no a l p etto. Q u and o l o r it rovarono, t re g ior ni dop o, p oss e de va un a ccenno d i s or r is o su l le l abbra liv ide, i l volto lis cio s enza r uga a lc una , e u no s c i a l le f atto a mano, a c opr irlo p er intero.

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Riproposi z ione di un 'antica leg genda s arda, non a cas o i spirata all ' ope ra di Gra z ia D eledda , centrata su un s acr if icio che è r i s cat to per un ipotetico male commess o, sullo sfondo di una natura trag ica e par tecipe. 75


■ Andrea Poggipollini - 5° premio prosa inedita

Andrea Poggipollini da Bologna

Mein Kampf – La mia battaglia. L ib e r ame nte t ratto d a l l' ide a del libro-bibbi a di un ditt atore in nom i nabi l e. Fu rono nar r a z ion i di v it a e opin ioni, p oi imp oste. Ciò si a spu nto p e r non e ss e r mai un dom inatore, s em mai s olo un gove r nante d el b e ne, att rave rs ando anche i l ma le ne cess ar io p e r far ne d ist i n z ion i, ut i li p e r indic are l a v i a che lib era tutt i, p e r e ss e rc i tutt i ins ie me. C o op e r i amo p e r og n i s a lve z z a! Bre ve C apitol o Pr imo ( ch i s ono) In no c u o e, c ome t ant i a lt r i, c ome tutt i g li a lt r i ess er i che v ivono, s ono c omp ars o. Facc i o p ar te d el c iclo del l a v it a. Nas cere, esistere, mor ire. Per est ing u e r m i nel nons is adove. Anche s e ch i ha i l dono ne g li u man i del p ens are, r ivel a cer te zze su l p oi e su l pr ima. S ono m i c ros c opic o nel le mie dime nsioni. Q uesto è i l punto di v ist a , ma e ss e si an nu l l ano c ons iderandone og ni ve dut a , che s i a opi n i one o re a lt à. D i voi mi accorgo ora , p oiché us o g li stess i me zzi nei c aratte r i, st amp at i e im mag inat i, p er d are m ie in for ma zi on i, c os a che in re a lt à f ac cio in a lt ro mo do, anche s e non ho i nte re ss e nel l' in for mare. Nas c o c ome og nuno, ma s olo l a s c ie nza umana r icerc a i p erché e i c ome. I l re sto s ono f ant as ie di re a lt à di g r uppi di voi, nate d a l l a vo st ra s e c ol are stor i a, c osì bre ve nel l'inf inito a c ui app ar te ngo. 76


E s isto c ome a lt r i mie i s imi li e cres co r imanendo t a le. Si amo t ant i, i n f in it i e, fors e, s e n z a e t à e anche eter ni e sp ess o mai c ono s c iut i né r ic onos c iut i. Ma non imp or t a . Nas c o s c onos c iuto. Nas c o s e n z a s e ss o e s e n z a un s ens o, fors e. Mi r ipro duc o ad att andomi, cib andom i, int r ufol andom i nel l 'i nasp e tt ato. L e mie ambizioni s ono p a cif iche e resto p e r c ons e r vare l a mi a raz z a che si int romette p er bis og no e ne c e ss it à , in sp e c ie v ive nt i e in tutto ciò che ha v it a . S ono l e regole del l' e s iste re te r reno, m i ins eg nate. S er vono p er mante ne re og n i e qui libr io che è nel sistema Pi anet a . Ma , a volte, a c c a de qu a lc os a. C i ac c org i amo di avere un compito d a s vol ge re, c ome foss e u na m iss i one inspie gabi le. L e ch i amate v ir tù, t a lent i, s ono tes or i p are, ma non s e mpre e me rgono. E c c o i o, mi lione s ima p ar te di v ivente, oppure g igante p er a lt r i v ive nt i anc or più in f in ite s ima li di me, ho un compito, una m iss i one, p e r i l mio e ss e rc i, e non s o che tempi abbi a e s e ne av rò mai. Provo c o l' ig noto. Spi az z o i l pre ve dibi le. Q uesto a cc a de nel lo s v i lupp o del mio dive n ire molte volte. S ono i nge nu o a l mio c omp ar ire, ma s ono p or t atore di regole, d i re gol ame nt i. L a m i a m issione p ot rebb e e ss ere cre are c a os t ra voi umani, att r ave rs ando e amma l ando c or pi, i vost r i, i l cib o anima le e ve ge t a l e, vost ro nut r ime nto, inter romp endo i vost r i e ccessi nei pro c e ss i c on f usi, imp one ndo le mie leg g i, p er s a lvar v i d ai vost r i i nc i ampi che s ono i l b arat ro p e r l'est inzione del l'e qui libr io. Io s ono e qu i libr io. Il p aradoss o del l'e qui libr io. S ono c a o s p ac if ic o, p ac if ic o c a os, dip ende d a cos a vog lio otte ne re, nel l a missione che ho. Cre s c o, c re s c o, mi e volvo, ir romp o in voi, non p er am ma l ar v i ma p e r g u ar ir v i att rave rs o l a c ons ap e vole zza , così l a chi amate. Cre s c o, avan z o, mi e du c o e duc andov i. E s isto d a l S e mpre che voi c ono s cete e d a un a lt ro S empre che anc or a non ave te s c op e r to, e non avete invent ato. Nas c o or a s e n z a e t à. S ono avanzato e av anzo, est inguendo sp e c i e v ive nt i, an ima li e ve ge t a li, complice l a Natura nel suo i ns i e me, che ha t ras for mato e t rasfor ma i suoi element i. I l r i n novo è ne c e ss ar i a e voluzione, come un ramos cel lo di 77


fo g l i e, c re s c iuto d a un t ronc o che p are va iner me. Ins i e me, d ist r ug g i amo p e r r ic re are. Ci ag g ir i amo e ag i amo con presu ntu o s a , i nv isibi le, inasp e tt at a ir r uenza . Io non m i e st ingu e rò. S ono u n f r utto del vost ro cre ato e d el l'e s iste nte i g noto. S er vo p e r l 'E qui libr io natura le. S ono qu i p e r i mp or re, ad og n i c osto, s ag ge zza in voi, che dite d i s ap e r p e ns are. Un dono, u na v ir tù p are, a me s c onos ciut a . I l f i l o s ott i l e p e r l a FINE è nel l' att imo. C he s i a av ve r t ime nto. Bre ve C apitol o S e c ondo ( l a missione) Vir us . Q u e sto p are i o si a. É ne c e ss ar io cl assif ic are p er d are un nome, u n s e ns o e u n’an ima ad og n i c os a. Vir us nas c o e re sto. R e st ando nel l a stor i a come i l r icordo del b el l o o d el br utto d a c ui pre nde r e s empio o e v it are. Ave te stu d i ato mie i simi li qu ando e ra ne cess ar io farlo. Ave te s f i or ato mie i s imi li ma non e rano imp or t ant i. O r a a c c a d o, ma s ono s e mpre ac c aduto. È i l mome nto. Ho c onv issuto in a lt r i e ss e r i me nt re vost ra Ma dre Natura , di c u i fate p ar te s e n z a dif fe re n z e, v i av ver t iv a , s eppur s e vera e pre c is a nel l e sue st ag ion i, in mo di dolci e c are zze d a intuire, ma p oi a lt r i v i ole nt i, c on fe r ite e v ident i. Ma voi nu l l a , nu l l a, nu l l a, e anc ora NULL A . L a vost r a sp e c i e ha i l pr iv i le g io di p oter invent are lib eramente, g r a zi e a l l a me rav ig li a del p e ns are. Si ete st at i s c elt i p e r que sto dono, e volvendov i e fa cendolo ancor a . O r a . Fors e. Fe r m i, i m mobi li, d avant i a c irc ost anze t remende, ins ensibi li anche a l pi anto di u n bimb o o u rl a di una donna . In og n i te mp o f urono inc e ndi e inond a zioni, ter remot i e temp e ste, ma l att ie e c are st ie, c at ast rof i e dis ast r i. Fors e non inte re ss av ano p oiché non ac c ade vano nei luog hi g iust i, ma lu o g h i d i u n for mic are umano di p o co conto. Ma p oi anc or a e anc ora ANC OR A. Natu r a u rl av a minac c i ando di e st inguere sp e cie imp or t ant i, d iste s e d i natura le va lore e ne c e ssit à , ma nu l l a , nu l l a , nu l l a e N UL L A A NC OR A. 78


Id i ot i ! S ono ar r ivato a voi s e n z a s e mbi anze. Avete fatto ar te di me, c on o g n i fant as i a. Anche a l l ' asp e tto d ate imp or t anza . Mi avete incoronato s enza e ss e r re o re g nante. S ono ar r ivato de nt ro voi d a u n cor p o ig naro, a l vost ro ig naro c or p o. Ho us ato l a vost ra f ame, l a vo st ra af famat a fame, ingord a e famel i c a che v i p or t a a non ac corger v i, p oiché and ate s empre più d i f rett a. D el mio s i le n z io ve ne siete a ccor t i p erché fa ma l e. I l s i l e nzi o f a ma le a voi, sp e ss o è i l dolore più at ro ce. E m i s ono in f i lt rato. Un c or p o e st rane o. Io. D i s olito ne cess ar io p er l'e qui libr io. Ma or a p ar assit a. D e nt ro voi, nel l' e st re ma c ors a a sup erar v i, olt re a d og ni vel o c it à , olt re a l l a rag ione. C e rc and o quel l a vost ra f re tt a p er ar r iv are chiss à dove, m i s ono i nt rome ss o e mi ave te p or t ato nel mondo, nel vost ro mondo, nel l a vost ra Te r ra che dite di voler amare. Ora p are im mondizi a . Vi s i e te c ont ag i at i. Non io. Voi. Mi s ono s olo molt iplic ato g razie a l l a vost ra incomprensibi le vel o c it à , a l l a f re tt a di ar r ivare pr ima e pr im i. Non c apis co di ch i, ve rs o ch i o c os a. Vi ho fe r mato. Non v i l as c io a lte r nat ive, ma s c amp o sì. Ve l a siete s empre c av at a . L a vost ra stor i a lo dimost ra . Og ni volt a era l a pr ima volt a . O g ni e ve nto g rave è s e mpre i l più g rave di s empre. O g n i pr i ma volt a ins e g na, c ome og ni ma dre che p ar tor is ce i l pr i mo f i g l io. L e e moz ion i han no s empre i l s ap ore di una pr ima volt a . L o s o. Me lo f ate p e rc e pire. Q u e sto ora, ac c ade c on me. Vi fa c c i o p au ra. È l a mi a c onquist a . S ono ve nuto p e r indic ar v i l a st ra d a . Per non est inguer v i, come p e r a lt re sp e c ie è ac c aduto. S ono qu i p e r f ar v i c apire. C apite? C apire, c apire, CA PIRE ! Tutto è s e mpre s e mplic e. Tutto ha log ic a . Tutto ha un p ercors o. Un i n i zi o, un du rante, una f ine, un f ine. S ono t r a voi. Pe r f are del b e ne, ma i l ma le è ne cess ar io p er r i c ono s c e re c iò che è g iusto. 79


Ir romp o c ome u n ditt atore, u n c ondott iero, un le a der, un d om i natore, l i ch i amate. D a voi c omu nque ele tto, c on re gole ma le dette, ster m ino ciò che v i è più c aro, coloro che v i s ono più c ar i. Non d o s c amp o a ch i è deb ole a ch i è anzi ano, approf itto del le vo st re s v iste. Vi a l l e g ge r is c o di stor i a ant ic a, p e r far v i a ccorgere di qu anto è i mp or t ante. Ma non s ono un ass assino. S ono una vost ra cre atura . Nato d ai vo st r i e c c e ss i. Vi f a c c i o s of f r i re. Ag is c o nel c or p o, p e r f ar v i ac c orgere con i s ent iment i, del l a g r and i os it à d el p e nsie ro. Us o i l c or p o, p e r f ar v i url are att rave rs o i me zzi invent at i, g r id a p e r og n i s a lve zz a. Ave te i nve nt ato t anto, c on ge n io e ingeg no, e lo st imolo è s e mpre ar r iv ato d a qu el l a che è l a vost ra Ma dre Ter ra , che tutto ha su g ge r ito ne i s e c oli, donandov i mater i a e cib o e d energ i a p e r far v i s opr av v ive re s e mpre di più a lungo. O g ni d ono è sp ess o, s e mpre r isu lt ato non una r is ors a di s c ambio, ma u n pr i mato d a c ons e r vare e dist r ibuirlo provo c ando r iss e, b att ag l i e, g u e r re, e c onquiste ut i li p e r r iprop or re ancora , guer re av i d e d i mor te e p ote r i. Vi sie te div isi in ra zze, lingue, St at i, C ont i ne nt i, non p e r u n Mondo e un mo do comune ne cess ar io, ma p e r t r atte ne re, t ratte ne r v i, e dist inguer v i pro cl amando una d ive rs it à che i mp e dis c e og n i ac c ordo. Sarebb e me r av ig lios a inve c e p e r uno s c ambio di conf ronto. S ono ve nuto s e n z a f ami ac c e tt are, c ome un ampless o inasp ett ato, che pro c re a u n f ig lio non voluto. Mi i m me d e s i mo ne i ditt ator i che vole v ano conquist are i l mond o c on re gole improb abi li e mai ci s ono r ius cit i, s e non in p ar te, mass a c rando indist int ame nte numer i di umani. O r a v i mass a c ro io. C or p o e me nte. In un att imo ho dimost rato che p oss o farl o. Ma non è m i o inte nto. Non ho inte nt i. Mi st ate us ando voi p er qu esto. Mi molt ipl i c ate c ont ag i andov i, inci amp ando nel l'ig noranza us and o i me zzi intel lige nt i e ut i li che avete invent ato. 80


Uc c i d e nd ov i, amma l andov i, v i indico l a v i a di og ni s a lve zza , p e r l a s a lvaz ione di c iò che v i circond a , f uor i e dent ro voi ste ss i. Am ma lo le vost re pr ior it à , ut i li p er v ivere e d esistere. Ave te d e c is o re gole su l le mie leg g i imp oste. Vi tol go i l re spiro, v i le vo i l s or r is o, v i fa ccio indoss are mas che re, p e r d ar v i c onto de i t ravest iment i che d a s empre ave te nel l a vost ra stor i a. R a l le nto l a vost ra f rett a . L a r inchiudo c ome fate c on le vost re b e st ie d a comp ag ni a o d a ma cel lo. Vi fa c c i o me tte re in f i l a, c ome in f i l a si mettono quel li di voi che s of f rono l a f ame p e r s oprav v ivere. Vi obbl i go a dis c ipline mai avute. Vi pr ivo a l c onsumo del sup e r f luo, dei v izi, del le dip endenze. C on fond o og n i vost ra fe de, i l c u lto dest inato a luog hi. Vi fa c c i o adde nt rare e me dit are nel l'im me di ato, su l le vost re i nve n zi on i che han no p or t ato a l l a velo cit à p er s or p ass are i l p e ns abi l e. Vi fa c c i o c og lie re l a r inunc i a, l'attes a , l a p a zienza , l'as colto. Vi fa c c i o c apire l a dif fe re n z a t ra re a le, sur re a le, e im mag inar io. As c olt ate i b ambin i, g li an z i an i, che g r id ano in mo do divers o, or a . Oss e r vate l a B el le z z a, che esu lt a e si es a lt a ora che siete r i nch ius i. Not ate c ome tutto g r id a , che si a l a Natura di tutto i l pi ane t a , e l a natu ra di tutto ciò che avete cre ato nel l a stor i a . Am ma l o b e ne f attor i e delinque nt i. Vi fa c c i o av v ic inare, p e r c omprendere chi è l a D onna , che si a c omp ag na , mog lie, amic a. E c api re c om' è l' uomo, i l mas chio, p er comprender ne og ni r u ol o. E p oi anc ora, i l va lore de i de nar i, del lo s c ambio, di un p overo, d i u n r i c c o e di og n i c aratte re deb ole o for te, f rag i le o p otente. E p oi, e p oi, e p oi. . . O r a è i l mome nto, p e r c omprendere che l a diversit à , le d i f fe re nze, g li opp ost i, s ono ne cess ar i p er r iconos cere e p er mante ne re in v it a l' E qu i libr io che è l a s oprav v ivenza . Vi obbl i go a l l a c ura. L a mi a cr udelt à s er v a p er t rovare i l v a c c i no. Non p e r s c on f ig ge r mi ma p e r r it rovar v i. Mi ave te d ato l a p arol a. L ' att imo è conclus o. Non s o qu anto è du r ato. Ho mo st rato e dimost rato che p oss o inv a der v i e uccider v i, fe r mar v i, c on l a ma l att i a, nel cor p o e nel l a mente, ora nel pre s e nte, r ip ass ando l a stor i a di ditt ature che hanno mass a crato 81


vo st r i s i m i l i e l as c i ato s e g n i indel ebi li. In a lt ro mo do, a l lo stess o mo d o. L a mor te è u na. O r a ve ne a c c orge te e tutto pu ò r ip etersi. Io s ono i l v i r us. Io s ono i l p ote re. Io s ono l'ass assino. Io s ono voi. È tutto molto s e mplic e. Era s e mplice pre ve der m i. Fe r mate qu e sto omic idio a c u i v i p or to, int ro duzione a l l' e st i nzi one del l a vost ra sp e c ie. Q u and o v i re nde te c onto che è u n suicidio inve ce. C apirete. E tutto tor ne r à. A l l a nor ma lit à e a l l a lib er t à di c ui p arl ate. Fors e or a , p oi, d av ve ro c ons ap e vole. A lt r i me nt i tor ne rò, tor ne rò, TORNE RÒ. Ma non v i abb andone rò. Mai. Bre ve Epi l o go A bre ve s arò stor i a. Pe r og nuno nar rat a in mo di e mo do divers o. L a c ap a c it à d i compre nde re i l Te mp o s arà e d è s empre l a chi ave p e r or i e nt ars i nel l' E s iste n z a. Vol are, vol are, vol are in a lto, z o omare p er a l lont anarsi d a o g n i pu nto d i v ist a, non sig n if ic a ig norare e s or vol are, ma compre nd e re l a s e mplic it à del l' insieme, p er a ccett are le d if fe re n ze, s e nz a l a p aura de i de tt ag li. Q u e sto è i l mo do, p e r c onv ive re c on i l dis ag io, l a ma l att i a , l a mor te e og ni c at ast rofe in e qui libr io con l a B el le zza . Dif f i c i l e ? No. Ma l a s e mplic it à r isu lt a ess ere l a dif f icolt à mag g i ore. S e mpre.

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Paradoss ale autopres enta z ione del v ir u s con la corona, che dichiara il suo intento involontar io ed elenca ciò che all' uomo necessita pe r r itrovare la presunta nor malità, o meglio la sua più profonda natura ed ess en z a 82


segnalazione di merito prosa inedita - Alberto S. Morra ■

Alberto S. Morra da Torino

Lettere d’amore ovvero Come rovinare la vita di un uomo - Ma , c ommiss ar io, p e rché m i ha di nuovo convo c at a ? L e ave vo g i à for n ito i l mio a libi molto pre cis o: nel l a s ett imana d el l’om i c i dio io s ono s e mpre st at a f uor i citt à p er quel conveg no d i c u i l e ho p arl ato. Ma ins omma ! C os a vuole ancora d a me? - Sù, sù, non si ag it i. C ome le ave vo g i à detto, abbi amo ver if ic ato tutte l e sue indic az ion i e non abbi amo r is cont rato anoma lie. L e i non è af f atto ind agat a come es e c ut r ice del l’om icidio; r i mane anc ora in pie di, c ome le ave vo anche detto, i l s osp etto che l e i p o ss a e ss e re st at a l a mand ante, ma or mai è un’ip otesi s ol o te or i c a, dop o le u lt ime ind ag ini. Il mot ivo p er c ui l’ ho c onvo c at a og g i è le gato sì a l l’om icidio, ma in un mo do che lei non s’i m mag ina ne ppure. - Gu ardi, dop o quel lo che è acc a duto, s ono pront a a qu a lsi asi st r ane zza , e p oi s ono c osì s c oss a . a ddolorat a p er quel l a mor te. - Sì, l o p oss o c apire. Pe rò, pr ima di ent rare nel v ivo del l a qu e st i one, mi l as c i r ie pi logare i fatt i, anche s e le s ono b en not i, p e rché fors e c iò può aiut arl a a c apire i l s ens o di quel lo che qualc uno vuol f arle s ap e re. - Q u a l c uno? C h i? - Un mome nto, e c apirà. D u nque, lei è st at a una br i l l ant issima stu d e nte ss a un ive rs it ar i a, ha v i nto tutt i i prem i e av uto tutt i i r i c ono s c i me nt i p ossibi li p e r i l mo do in c ui si è l aure at a . L a su a c ar r i e r a l avorat iva è st at a, s e p ossibi le, ancora più br i l l ante e tutto c i ò l e ha p e r me ss o di ac qu isire una fama che ha t rav a lic ato 83


d i molto i l su o ambito di studi e l avoro. Non sto qui a cit are tutte l e i nte r v iste e v i a dic e ndo, d ato che le conos ce meg lio di me. A u n c e r to punto un r ic ch issimo imprenditore, che ave v a fond ato e re s o f lor ide a lc u ne f amo s e a ziende inter na ziona li, com i nc i ò a i nte re ss ars i a le i. Il mot ivo lo conos ce v a lui s olo e fors e g l i el o av rà anche c on f id ato, ma l a cos a r igu ard a s olo voi du e. I l fatto è che qu e st’u omo, or mai molto anzi ano, ma l ato e s of fe re nte p e r una profond a s olitudine, le chies e di st arg li un p o’ a cc anto p e r a l le v i are l a t r iste z z a de i suoi u lt im i anni, cont ando su l me d e s i mo inte re ss e di studi e l avoro. L ei a ccons ent ì e, d a qu anto m i ha de tto e d a qu anto abbi amo appurato, f ra voi nacqu e u n’i nte ns a amic iz i a, qu as i un rapp or to di p a dre e f ig li a . È co s ì ? - Sì, g l i vole vo molto b e ne. - Fors e l e av rà anche c on f id ato che l’ave v a nom inat a su a ere de u n ive rs a l e, ma non c i s ono indic az ioni che questo abbi a p otuto indu rl a a d am maz z arlo p e r e nt rare i n p oss ess o del l’ere dit à ; ci s ono i nve c e r is c ont r i che qu e sto sig nore av rebb e s o ddisfatto o g n i su o d e s i de r io a su a s e mplic e r ichiest a . E ci s ono prove che d op o l a su a mor te le i ha p ass ato un p er io do molto dif f ici le a l pu nto che ha s osp e s o l’att iv it à l avorat iva p er qu a lche mes e. - Sì, tutto ve ro. Ma p e rché c ont inu a a r ip eter m i queste cos e che p e r me s ono dolorosissime e mi mettono in ag it a zione? - Mi d i c a , le i c onos c e un c e r to C arlo M. ? - Sì. Ma che c’e nt ra quel t ip o ant ip at ico? - Fors e è lui l’ass assino. - Lu i ? ! - Ho d e tto fors e. Ha c on fe ss ato e ci ha pro dotto a lc uni ind i zi che s ol o l’ass assino pu ò c ono s cere e a lc uni p ar t icol ar i che noi non ave vamo ne ppu re r i le vato. Tutto è st ato r is cont rato con ass olut a pre c isione e quindi p are che non ci si ano dubbi. C i s ono anc ora a lc u n i punt i d a ch i ar ire, ma s ono di m inore imp or t anza , t ant’è che i l g iu dic e ha confer mato l’ar resto. - Ma p e rché ? - Mi l as c i dire. - Ma . - Ho qu i u na le tte ra, a le i indir iz z at a , che i l presunto ass assino, qu esto C arl o M . , mi ha pre gato di l eg gerle s of fer mandom i in du e pu nt i pre c is i p e r spie garle a vo c e i l s ens o di qu anto s cr itto. Mi c re d a , p e r me è molto imb araz zante, ma ha insist ito così t anto che non p oss o s ott rar mi, s a lvo che lei r if iut i in mo do 84


ne tto qu e st a, mi c ons e nt a, biz z ar ra r ichiest a . - S e l e i è imb araz z ato, io s ono non s olo s concer t at a , ma anche molto s ch if at a. C os a vuole che m’interessi quel lo che p e ns a l a p e rs ona che mi ha pr ivat a di un af fetto così intens o? - L o c re do b e ne, ma le i è t ropp o intel ligente p er farsi s opr af fare d a l le e moz ion i e c re do anche che l a su a c ur iosit à si a sup e r i ore a l suo dis gusto. Mi di c a , p oss o leg gere? - Ma h , le g ga, ma non le assic uro che l a l as cerò ter m inare. - D el re sto non è lunga e le spiega zioni che farò s ono anch’e ss e bre v i e sug ge r ite d a lui stess o. E cco i l testo: “C ar a Ama li a, p e r me tt i mi di in iz i are c on quest’ag gett ivo, c ara , che non è s ol o i l mo do c onsue to e b ana le di inizi are una lettera , ma che e spr i me i nve c e c ompiut ame nte i l s ens o di quel lo che provo p er te. Mi pi ac e anche r ip e te re i l tuo nome p erché ne cont iene un a lt ro, ma lì a, che mi r ic ord a l’inc antesimo che hai op erato su d i me. C i c onos c i amo or mai d a a lc uni de cenni, d a qu ando f re qu e nt avamo lo ste ss o lic e o, si a pure in cl assi divers e p oiché i o ho du e an n i più di te. A s c u ol a ci s’incont rav a sp ess o, com’è ov v i o, ma t a lvolt a anche f u or i, in qu a lche r it rovo f ra student i du r ante i qu a li si c e rc ava s e mpre di ess ere a l leg r i e sp ensierat i. Pe rò, c ome tu s ai b e ne, non s e mpre era così a c aus a di tutte le i nc e r te zze e t imide z z e in c ui ci pre cipit ava quel l’et à ter r ibi le che è l’a d ole s c e n z a. Fu a l lora che io inizi ai a prov are p er te un s e nt i me nto s e mpre più inte ns o, che non t rovo p arole a d atte a d e f i ni re, ma che c omp or t ava che i m iei p ensier i foss ero qu asi s e mpre r ivolt i a te, s oprattutto p erché non r ius civo a t rovare i l mo d o d i p arl ar te ne. C onside rando che ent rambi si amo s empre st at i du e p e rs one di bella pres en z a, ho anche sp ess o im mag inato che f r a noi p ote ss e nas c e re u n’int im it à sp ont ane a , piena di s e ss o e sub e rante, ma i mie i p o chi gof f i tent at iv i di far telo c api re f u rono, p e r t ropp o imb ara zzo, dei s olenni dis ast r i e tu, i nve c e d i inte re ss ar t i a me, c om inci ast i a considerar m i uno s c o c c i atore piuttosto ant ip at ic o; era e v idente che non s ent iv i a l c u na att raz ione ve rs o di me. Non hai ide a del dolore che prov avo p e r i l tuo atte g g i ame nto, ma s oprattutto p er l a m i a i nc ap a c it à di f ar t i anche s olo intuire i m iei s ent iment i. Mi a c c onte nt ai di e ss e re s olo un tuo lont ano am m iratore e non t r as c urai mai di s e guire, anche con t repid a zione, i tuoi 85


su cc e ss iv i p assi nel lo studio e nel l avoro. Ho cons er v ato con c u r a tutt i i r it ag li di g ior na li e p oi i rep or t inter net che t i r ig u ard av ano e le re g ist raz ion i del le tue conferenze, anche s e non c apivo i l s e ns o di quel lo che dice v i a c aus a dei t roppi te cni c is m i s c i ent if ic i che us av i; og n i t anto le r i as colto, p erché non è t anto qu el lo che dic i che m’interess a , che appunto non c apis c o, ma i l mo do inte ns o, app assionato del l a tu a espre ss i one ; provo a immag inare che quel lo stess o mo do tu p ot re st i i mpi e garlo p e r p arl are a me e dir m i cos e dolcissime. Non r i d e re d i que ste di que ste mie p arole. Mi rendo conto che p o ss o s e mbrare un imb e rb e, imp a cci ato a doles cente, ma è co s ì, m i p are che g li an n i non s i ano p ass at i e i m iei s ent iment i s ono s e mpre f re s ch i e sp ont ane i c ome a l lora . Q u ando c apit av a che c i s’i nc ont rass e p e r c as o ( ma non era vero, queg li incont r i non e r ano mai c asu a li, ma inve c e f r utto di una m i a t att ic a stu di at a ne i p ar t ic ol ar i) , io c e rc avo s empre di dir t i qu a lcos a inte re ss ante che ave vo pre p arato, ma f inivo s olo p er sus cit are l a tu a i ns of fe re n z a, s e mpre più c re s c ente nel temp o. Anzi c apitò anche che, nel l a r ic e rc a di e ss e re più s or prendente del s olito, f in iss i p e r d i re qu a lc os a di spi ac e vole fa cendo ing igant ire i l tu o d ispre zzo. C re di che non me ne rendessi conto? L o c apivo b en iss i mo e l a dis ist ima ve rs o me stess o non fa ce v a che au me nt are. Q uel lo che provavo e ra un dolore im mens o. M’i nge g nai a l lora di c e rc are qu a lcos a di concreto p er ess e r t i ut i l e e non fe r mar mi s olo a l le chi a cchiere. R icorderai cer t ame nte che a l l’in iz io del l a tu a c ar r iera , qu ando non er i ancor a af fe r mat a, non r ius c iv i a t rovare f inanzi ament i a degu at i a s v i lupp are l a tu a in novat iva e in un cer to s ens o r ivoluzionar i a me to d ol o g i a s c ie nt if ic a; e ra c os ì in novat iv a d a sus cit are molt a d if f i d e n za e ne ssuno r ius c iva a comprender ne g li enor m i v ant ag g i ; s ol o c ol te mp o e ssi dive n nero e v ident i e appre zzat i a t a l pu nto d a f ar t i c onos c e re a l ivel lo inter na ziona le. Ma g li i n i zi f u rono dif f ic i li e r ius c ist i a sup erarli s olo g ra zie a l note vol e f i nanz i ame nto che una b anc a t i a ccordò su l l a f iduci a . C ons i d e r and o che un f atto del ge nere è s enz’a lt ro ins olito nel no st ro p a e s e, t i s e i mai ch ie st a come tutto ciò si a p otuto a cc a d e re ? Cre do di s ì, ma c re do a lt resì che non tu non ne abbi a mai s aputo i l ve ro mot ivo. Il f inanzi amento t i f u a ccord ato p e rché i o, a l l ora g iovane, ma g i à molto appre zzato f unzionar io d i qu el l a b anc a , mi fe c i in un c e r to s ens o garante in tuo favore, g iu nge nd o anche a f a lsif ic are a lc uni do c ument i che l a r ig id a 86


bu ro c r a zi a b anc ar i a r ite ne va impres cindibi li. Ho c ors o un g ross o r is ch io, de vo am metterlo, ma qu a lcos a d’i r re s ist ibi le mi spinge va a t anto, fors e l a sp eranza di r ius cire f i na l me nte a. Anche s e più volte s ono st ato su l punto di r ivel ar t i l a ve r it à , non s ono mai r ius c ito a p arl ar tene, p erché teme vo l a tu a i r a , s ap e ndo qu anto s e i orgo g lios a del le tue c ap a cit à , e non vol e vo che tu t i s e nt issi in debito nei conf ront i di una p ers ona a te i nd i f fe re nte. È ov v io c ome tutto ciò foss e pr ivo di s ens o, p e rché s e non te ne p arl avo a cos a era s er v ito tutto quel m io ag it ar m i nel l’ombra p e r aiut ar t i? Ma non c’era vers o, era t a le l’i mb ar a zzo che provavo ne i tuoi conf ront i che non r ius civo a us c i re d a l l a mi a t ana. C ont i nu ai inve c e a c e rc are i l mo do di favor ir t i s enza che tu te ne a c c orge ssi, f inché r ius cii a compiere i l m io piccolo c ap ol avoro ( c onc e dimi di de f i nirlo così). Il ve cchio che ho am ma zzato e ra u n clie nte molto imp or t ante di un’a lt ra s e de del l a b anc a , a l l’e ste ro, e, dop o u na v it a di successi imprenditor i a li, or mai st r ar ic c o, ave va de c is o di r it irarsi in t ranqui l lit à nel le su e v i l l e. D urante una p e r io dic a r iunione di ver t ice, venni a c ono s c e n z a del l a su a att iv it à preg ress a e dei suoi p ass at i i nte re ss i. Q ue sto s ig nore, in g ioventù, si era o cc up ato di un s e ttore af f ine a qu el lo di tu a c omp etenza , ma p oi le o cc asioni d el l a v it a lo ave vano p or t ato a o cc up arsi di tutt’a lt r i af far i. I l c as o m i s e mbrò inte re ss ante e dop o averlo approfondito, su g ge r i i a l l a mi a dire z ione di farg li un’imp or t ante prop ost a . A d i re i l ve ro, e ra un’ide a u n p o’ b a lzana , ma l avorando ci un p o’ s opr a fors e s i s arebb e ro p otut i ottenere ott im i r isu lt at i p e r tutt i, s oprattutto p e r te. Assunsi quindi l’inc ar ico di prosp e tt arg li u na p ossibi le, u lt ima (p er lui), g randios a sf id a i mpre nd itor i a le : inve st ire massicci amente e inter na ziona lmente nel tu o s e ttore c oinvolge ndot i come resp ons abi le s cient if ic a , e non s ol o, di tutto que sto imp onente progetto. Il resto t i è noto. Vi c ono s ce ste e nac qu e f ra voi quel l a st ra ordinar i a sintoni a che p or tò e nt rambi a l su c c e ss o. Ne s ono orgog lios o, p erché tutto è p ar t ito d a u na mi a ide a , d a una m i a inizi at iva . Non l o s ap e v i, ve ro? Ma anche s e te ne avessi p arl ato, tu ci av rest i c re duto? Fors e no; e qu e sto è i l m io più g rande dolore. Pe r r ag g iu nge re i l loro massimo splendore tutte le ide e hanno bis o g no di u n ambie nte ad atto, di una for te spint a inizi a le, a lt r i me nt i f in is c ono p e r r imanere s olo deg li ster i li es ercizi. 87


E c co, i o t i ho for n ito, a tu a ins aput a , quel l a spint a inizi a le che t i s e r v iv a p e r e spr ime re i l me g lio di te stess a , io s ono st ato i l li e v ito d el l a tu a ir re sist ibi le as c es a , io ho a ccomp ag nato, s i le nzi o s o c usto de, non s olo i tuoi pr im i p assi, ma anche e s opr attutto i l rag g iung ime nto de i tuoi obiett iv i, (p oss o dire “s o g n i” ? ) , i o ho c ont inu ato a tutel are i tuoi interessi f inanzi ar i. Non vog l i o c e r to s minu ir t i, ma s e n z a i l m io aiuto s eg reto, fors e o g g i tu s are st i s olo u na br i l l ante r icerc at r ice universit ar i a , mag ar i i n u na pre st ig ios a un ive rs it à a l l’estero, ma non av rest i ass ap or ato i l d olc e miele del suc c e ss o. Eppure, anche dop o che l a d i re zi one d el l a mi a b anc a t i c omunicò di rapp or t ar t i a me p e r l e ne c e ss it à f inan z i ar ie del le vost re a ziende e anche dop o aver c o st at ato l a mi a f att iva c ol l ab ora zione in prop osito, tu non c ambi ast i mai ide a su di me, anzi a ccog liest i con dis ag io qu el l a che p e r te e ra s olo u na de c isione inter na del l a b anc a , s e n z a appre zzare in mo do ade gu ato i l m io de cisivo e cont inuo cont r ibuto a l l a vost ra af fe r maz ione. In ag g iu nt a ve de vo che f ra voi due, i l ve cchio e te, era nato un s e nt i me nto p e r me inc ompre nsibi le, una v icinanza innatura le, che f i n iv a p e r of fe nde r mi c ome uomo e che a c uiv a i l m io int imo d ol ore. Pass arono dive rsi an ni in questo mo do che p er me d ive nt av a s e mpre più ins oste n ibi le, p erché non s olo non r ius c ivo a far bre c c i a nel tuo c uore, ma anzi t i divent avo s empre più i nd i f fe re nte o, p e g g io, f ast idios o. Ma questo a cc a de va p e rché tu non s ap e v i quel lo che io ave vo fatto e fa ce vo p er te. Anche s e te ne ave ssi p arl ato, non av rei cer to ottenuto l’ef fetto d es i d e r ato, p e rché i f att i più imp or t ant i erano or mai lont ani nel te mp o, s c olor it i. No, non s arebb e s er v ito a nu l l a . O ccor re va f are qu a l c o s a di nuovo, qu a lc os a di molto vant ag g ios o p er te e che t i c aus ass e u n’e moz ione for te, s convolgente ma g randios a . Per qu e sto ho u c c is o i l ve c ch io.” A qu e sto punto i l c ommiss ar io s’inter r upp e e cercò di spi e g are qu anto g li ave va c on f id ato C arlo M. a prop osito di qu esto ge sto e st re mo. - Ve d e, s i g nora, io non s ono c er to l a p ers ona g iust a p er espr i me re u n g iudiz io su que st a st rana v icend a . Tutt av i a , non p o ss o fare a meno di dirle che C arlo M . era veramente com moss o nel s ottol i ne are que sto pu nto. Era qu asi in l a cr ime e non t anto p e r l’or rore e l’e nor mit à del suo ge sto, ma p erché teme che lei non r i e s c a anc ora a c apire l’inte ns it à dei suoi s ent iment i. 88


- A h , p e rché s e c ondo le i qu esto ess ere sprege vole prova dei s e nt i me nt i? - Non f ac c i a f int a di non c apire quel lo che le sto dicendo. Lu i ha ag ito p e r c e rc are di f are i l suo b ene; l’ ha fatto pr ima nel l’u n i c o mo do di c u i disp one v a nel suo l avoro in b anc a e p oi c on u n ge sto r iprove vole e te r r ibi le ma sincero e app assionato, m i c re d a . - C om m iss ar io, l as c i p e rde re l a p assione e cont inui l a lettura . I l c ommiss ar io s i s e nt ì un p o’ ur t ato d a queste p arole spre zzant i che dimost ravano c ome Ama li a non r ius ciss e o non vol e ss e c ompre nde re l a profondit à dei s ent iment i mas chi li. R ipre s e qu indi l a le ttura: “I l m i o è st ato s e n z a dubbio u n gesto est remo e cond annabi le e p e r qu e sto s ono pronto ad af f ront are tutt i g li anni di c arcere che m i me r ito, ma c e rc a di c apire l a situ a zione disp erat a in c ui m i t rov avo. Non ho mai avuto una g ioi a come quel l a che im mag inavo av re i p otuto ave re c on te e quindi dove vo t rov are un mo do st r a ord i nar io p e r f ar t i c ambi are ide a su di me; non ave vo a lt ro mo d o p e r f ar t i c ompre nde re appieno i m iei s ent iment i. Nel lo s c e g l i e re l a ga le ra è c ome s e t i avessi donato l a m i a v it a . L’ ho fatto s ol o p e r te, c apis c i?! L’ ho fatto p er render t i indip endente, p e r far t i dive nt are r ic c a c ome mai av rest i im mag inato. Gra zie a me, g r a z ie a tutto i l mio l avoro deg li anni p ass at i, g ra zie a l m i o ge sto e st re mo, ora tu s e i una donna famos a , r icc a e non hai più bis og no di ne ssuno, pur t ropp o neppure più di me. E non c re d i che dov re st i e ss e r mi r iconos cente p er tutto quel lo che ho fatto? e c ominc i are f ina lmente a d appre zzar m i e d are un s e ns o ai t r ist i an n i che mi asp e tt ano, fa cendom i s ent ire v icino i l c on for to del l a tu a c ompre nsione e del tuo af fetto? C on i l d isp e r ato amore che hai sus c it ato in me, hai rov inato l a m i a v it a d i u omo lib e ro, non mi rov inare anche quel l a di detenuto. Non p oss o c re de re che tu r imanga ins ensibi le di f ronte a tutt a que st a v ic e nd a e qu indi r imango in attes a di un tuo s e g na l e. C on amore CARLO” - Q ui te r mina l a le tte ra. D e vo s olo più dirle che C arlo M . c onf i d a ve rame nte che le i si fa cci a v iv a in qu a lche mo do, 89


co s i c ché g l i ann i f utur i non si ano t ropp o di p es o p er lui. I l c om m iss ar io r ipie gò l a le tte ra, l a inf i lò in una bust a su c ui, d iss e, C arl o M . ave va impre ss o u n b a cio pr ima di af f id arg liel a e ch i e s e a l l a d on na qu a li foss e ro le sue intenzioni. - L e i p e ns a su l s e r io che io prov i qu a lche s ent imento che non s i a d i profondo dis gusto ne i c on f ront i di quest a p ers ona che non s o ne ppu re c ome de f in ire, t anto m i r ipug na ? No, non ho ne ssu n me ss ag g io che le i p oss a r ife r ire. Fors e s cr iverò anch’io u na l e tte r a , s e r ius c irò a sup e rare l a naus e a . L e farò s ap ere. Buong i or no. L a d on na s e ne andò br us c ame nte e i l com m iss ar io r imas e u n p o’ b as ito p e r que sto c omp or t amento che non l as ci ava pres ag i re ne ppure i l te nt at ivo di c apire l a disp era zione di C arl o M. Tutt av i a, dop o qu a lche g ior no l a donna tor nò e con f are s br i g at ivo g li r ivols e qu e ste p arole: - E c c o, c ommiss ar io, l a mi a le tte ra . L e chie do l a cor tesi a di f arl a ave re a chi di dove re ; l a bust a, come ve de, è ap er t a , p erché vor re i che l e i l a le g ge ss e pr ima di c ons eg narl a . Cre do che s arò convo c at a p e r i l pro c e ss o e quindi av remo fors e l’o cc asione d i r ive d e rc i, ma l a pre go f in d’ora di non p arl ar m i mai più di qu el l’e ss e re i mmondo. Buong ior no. I l c om m iss ar i o apr ì l a bust a e le ss e l a lettera di Ama li a : “Spre ge vol e indiv iduo, s ono st at a molto inde c is a s e r isp ondere a l l a tu a lettera , t anto è i l d is g usto e l o s ch ifo che ho provato nel leg gerl a e nel tenerl a nel le m i e man i. C e rche rò di e ss e re bre ve p erché tu non mer it i ne ppu re che s i spre ch i del te mp o p er s eguire le tue mes chine p ass i on i. Nel c e rc are un s e ns o a l le tu e p arole, si c apis ce che l a tu a s e ns ibi l it à s i r idu c e s olo a du e asp ett i: s ess o e s oldi. Per te s ono s ol o qu e ste le c os e imp or t ant i del l a v it a . Q u ando eravamo g iov an i, hai provato ne i mie i c on f ront i s oprattutto e s olt anto u n’att r a zi one s e ssu a le ( que sto hai s cr itto) s enza d ar t i p ena d i s for zar t i p er c apire inve c e qu a l i foss ero i m iei interessi d i stu d i o che, p e r tu a e splic it a amm issione, non comprendi o, me g l i o, non vuoi c ompre nde re. In s eguito, come ci t ieni a s ottol i ne are c on u n’ins opp or t abi le ar roganza , hai p ens ato che i l m i o ve ro obie tt ivo foss e ro i s oldi, s oldi e p oi ancora s oldi! Per tu a i nfor maz ione, s appi che di tutt a l’ere dit à t ratter rò s olo 90


l a v i l l a a l mare e qu anto suf f iciente a v ivere t ranqui l l amente p e r d e d i c ar mi ai mie i studi e che cor r isp onde più o meno a qu el l o che av re i c omu nqu e gu a d ag nato con i m iei bre vett i; tutto i l re sto, c ompre s e le az ie nde, e tu s ai che enor m it à si a , lo d e volve rò in b e ne f ic ie n z a. R i e s c i a c apire che, a b e n ve dere, tu non m i am i, ma m i d ispre zzi, p e rché mi c ons ide r i l a donna che t i de ve tutto, a l pu nto che mi dov re i inch inare di f ronte a te p er r ing ra zi ar t i? L a ve r it à è che tu, c ome qu as i tutt i g li uom ini, s ei un v iolento che c ons i de ra le don ne c ome e ss er i infer ior i che de vono ess ere g u i d ate e c ont rol l ate, buone s olo p er una s cop at a e p o co a lt ro. S ono c onv int a che t i pi ac c i ano quei f i lma cci, s cr itt i ov v i amente d a u om i n i, in c u i c omp aiono s olo pug ni, s ess o e pistole in me zzo a t rame s e g re te e v iole n ze di og ni t ip o. Possibi le che tu non r i e s c a a provare i l de side r io di us cire d a l l a tu a c aver na e c ono s c e re u n mondo, p e r te nu ovo, in c ui s copr ire i s ent iment i ve r i e non le s e mplic i att raz ion i moment ane e? S ai u na c os a che mi pi ac e va molto nel rapp or to con quel lo che tu chi ami “ i l ve c ch io” ? C apit ava t a lvolt a che st r ingessi l e su e man i f ra le mie. A c aus a del l’et à , erano un p o’ f re dde e p e rc ors e d a u n le g ge ro t re mito. C on quel piccolo gesto lui s e nt iv a i l mio c a lore e ave va l’impressione, p er qu a lche ist ante, d i s e nt i re l a s e ns az ione di u na nuov a v it a , i l tenero, improv v is o e i nasp e tt ato r is orge re di una sp eranza or mai diment ic at a . Mi e r a molto g rato p e r quel le pic c ole attenzioni che s ap e v a ess ere s i nc e re e non c e r to de tt ate, c ome tu p ot rest i p ens are, d a una s e g re t a e i ns az i abi le av idit à. Hai s c r itto che mi hai aiut at a a re a lizzare i m iei s og ni. Sappi che u c c i de ndo i l ve c ch io tu hai dist r utto un m io s og no, uno d e i più b el li. Tu, che s e i g iovane, hai uccis o un ve cchio p er s o d d is fare l a tu a in f ant i le gelosi a . Mi ch i e di di mand ar t i un s e g na le. In un pr imo momento ho p e ns ato d i dir t i che non mi s e nt i rai mai più, t anto è i l dispre zzo che provo p e r te. Ma p oi ho c ambi ato ide a . S e tu fossi sic uro di non r i c e ve re nu l l a, p ot re st i rass eg nar t i e, non de dic ando più te mp o a me e c onside rando che ma lg ra do tutto s ei una p ers ona i ntel l i ge nte, p ot re st i d ar v it a a qu a lche inizi at iva appre zzabi le nel l’ambito c arc e rar io e re ndere i tuoi prossim i anni tutto s om mato s opp or t abi l i. E i nve c e no. È natu ra le che anch’io c ambierò col temp o e qu i nd i, pr ima o p oi, p ot re i r ive dere tutt a l a v icend a in un 91


mo do d ive rs o. Vog lio qu indi l as c i are ap er t a l a p ossibi lit à che u n g i or no i o p o ss a f ar mi v iva. Q ue st a è l a m i a cond anna p er te. Pass e r ai i l re sto del l a tu a v it a c on i l p ensiero e l a sp eranza di s e nt i r t i d i re u n g ior no: “Vai in p arl ator io. C ’è una donna che t i v uol e ve d e re”. Ac c a d r à ? Ne ppure io lo s o. Tant i s a lut i Ama li a” I l c om m iss ar io r imas e turb ato d a quel l a lettera , d a quel le p arol e c r u d el i che dimost ravano l’inc ap a cit à di una donna d i c ompre nd e re i s e nt ime nt i di un uomo s otto l’app arente du r a s c or za che li nas c onde. R ipie gò l a lettera , l a ins er ì nel l a bust a che s i g i l lò p e r b e ne e l a f ic cò nel fas cicolo di C arlo M. che av rebb e v isto l a s e tt imana successiv a p er un nuovo inte r rog ator i o. Gliel a av rebb e c ons eg nat a in quel l’o cc asione, fors e.

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Un racconto av v incente, che at travers o intrecci e f lashback svela le trame di un amore incompres o. C on uno stile or ig inale ci si s offe r ma in modo eccentr ico sulla diff icoltà di conos cere le ver ità s cr it te nell’uomo, sui concet ti del donare e r ice vere amore. C on il suo f inale trag ico, l’ incompren sione s embra ess ere alla radice di og ni male e provoca la rov ina di un uomo. 92


segnalazione di merito prosa inedita - Ubaldo Busolin ■

Ubaldo Busolin da MIlano

Stop war Ho qu as i te r minato i l avor i. Q u and o nel mio p a l az z o è app ars o i l c ar tel lo “vendesi”, m i s ono i nc u r ios ito, ho pre s o un appunt amento con l’im mobi li are che l’ave v a af f iss o e mi s on f atto a ccomp ag nare p er l a v isit a . Mi è subito pi ac iut a. È u na mans ard a nel s ottote tto a l l’u lt imo pi ano, l’ott avo. Di l assù, g u ard ando d a l l’ampi a ve t rat a che s’apre nel r ivest imento d el te tto, l a v ist a abbrac c i a una l arga p ar te del p arco s ottost ante, me nt re d a l f ine st rone prat ic ato nel s of f itto, s cost ando l a c op e r tu r a a pu ls ante, s i pu ò gu ard are i l cielo. L’ ho a c qu ist at a d’impu ls o anche s e i l pre zzo non era propr io a bu on me rc ato. C osì ho dovuto fare un piccolo mutuo, ma non me ne p e nto. Il proge tto che ho in mente ne va le l a p ena . A l me no sp e ro. L o sp a zi o inte r no non è molto ampio, una s or t a di monolo c a le c on u na s a l a c e nt ra le e i s e r v iz i l atera li: un angolo cottura col l avel l o e s c a ld ab ag no a gas , u n piccolo b ag no con l a do cci a e anche u n minus c olo r ip ost ig lio. I l g as p e rò l’ ho f atto tog lie re – non m i f ido – e l’ ho fatto a l l a c c i are a l l’impi anto ele tt r ic o. L’angol o c u c ina non mi inte re ss a più che t anto, p er le “e ventuali necessità culinar ie” pre nde rò un for netto a m icro onde e una ma c ch i ne tt a del c af f è e spre ss o a c apsu le. Per i l f r igo non s o, p ot re i anche f ar ne a me no. S e r v i r an no u n p o’ di stov ig lie, p ens avo di ut i lizzare dei ve cchi 93


re g a l i d el l’e p o c a del l a c onv ive n z a c on l a comp ag na di a l lora e che s ono r i mast i i n fondo a l l a disp e ns a; anche b el li, ma press o ché inut i l i zzat i. L e i non li ha volut i tutt i con s é: “facciamo un po’ pe r c ia s c uno, s ono anche tuoi, ti potrebbero s er v ire”. B e ne, a l l or a , ut i liz z i amoli. C i s ono anche dei s opram mobi li: p ot rebb e ro ve nir bu on i anche loro. L’i mpi anto WI- FI c’e ra g i à, ho s olo dovuto for ma lizzare l’ute nza a m i o nome e ste nde ndo qu el l a che ho g i à in c as a m i a . Ve d rò p oi c ome e qu ando us arlo e c on qu a li st r ument i. Int anto c’è, u na i nc omb e n z a in me no. Pr i ma d i tutto, ov v i ame nte, ho f atto r it integ g i are le p aret i: s olu zi one bi c ol ore, due dive rs e tona lit à di b eige e magent a . Mi s on fatto c ons ig li are su l l’ac c ost ame nto. Pe r i mobi l i ho p e ns ato a u na s oluzione cent rat a s otto l a f ine st r a d el s ottote tto in mo do che, qu ando c’è, l a luce l’i l lum ini d a l l’a lto. Un t avolino c e nt ra le con l amp a d a or ient abi le s ov rapp ost a , due /t re s e die p olt rona , un divanetto a f i anco d el l a p or t a d’e nt rat a. Sto s fog l i ando de i c at a log h i – una cos a s obr i a , su l cl assico piutto sto che su l mo de r no, le g no più che pl ast ic a - ma m i farò cons i g l i are me g lio d a l mobi lie re : l’of fer t a è vast a , lo sp a zio r id otto, bis o g na e ss e re o c u l at i e io non m i o cc up o più di queste co s e d a lu ngo te mp o. A h , u na l amp ad a a stelo, re gol abi le, che di a luce a tutt a l a st an za . Ne d e vo ave re u na in s of f itt a, col p ara lume - inc ar t ato – in ve t re r i a di Murano: di un c e r to preg io, ma non s’a d att ava a l l a c as a ; u n p o’ k itch in quel ambiente, ma s arà l’o cc asione bu ona p e r d arl e v isibi lit à. Un p osto p ar t ic ol are lo vog lio r is e r vare a l l a librer i a . Q u anto più ampi a p o ssibi le s e n z a stonare, intonat a a l resto del l’ar re do, s’i nte nd e : v i vo g lio me tte re tutt i i libr i che hanno av uto p er me u n s i g n i f i c ato p ar t ic ol are, che magar i non consu lto d a temp o o p ass at i d i mo d a, ma d ai qu a li non vog lio s ep arar m i. E le immag i ni d i g it a li del le mie foto su CD o chi avett a , quel le non o cc up ano molto sp az io. Q u a l i l ibr i ? Q ui mi s ono are nato: più ci p ens avo, più au me nt av ano di nume ro. D ov rò s acr if icar ne qu a lc uno, t rov and o, p e rò, u no sp az io e qui librato t ra i v ar i s ettor i. Nel c onte mp o lib e re rò u n p o’ i r ipi ani del l a librer i a che ho in c as a , d a te mp o su l l’orlo del t rab o c c o e che r if iut ano s empre di più i “nu ov i ar r ivat i”. Ti di c e vo d el proge tto: è p e r noi due! 94


C olp o d i te st a, re g re ssione in f ant i le, s cio cche zza ? C he imp or t a , abbi amo f atto le p e rs one p e r b ene p er una v it a e ora “ licet in s anire”. C ’è qu a lc uno che può imp e dircelo? Mi spi e go me g lio. Ci pi a c e st are ins ie me, no? Abbi amo imp arato a conos cerci anche su asp e tt i molto p e rs ona li ai qu a li si amo st at i p ar te cipi l’u n l’a lt ra, c on sinc e ra st ima e d af fetto. È st at a anche u n’o c c as i one di c re s c it a. Non abbi amo v incoli p ar t icol ar i che p ot rebb e ro imp e dire un “p ass o imp or t ante”. Però. A l mat r i mon io non abbi amo mai fatto cenno supp ongo s enza d i rl o - p e r non inc or re re nel le s e cche che hanno arenato le nost re pre c e d e nt i e sp e r ie n z e. D el re sto, a l l a nost ra et à , non s arebb e fa c i l e r i c i cl are le nost re abitu di ni e i nost r i comp or t ament i. C onv ivere ? S arebb e g i à una s oluzione p otenzi a lmente app ag ante e me no imp e g nat iva, ma , p er qu anto r igu ard a i l me nage quot idi ano, le s c elte indiv idu a li e cc. non farebb e molt a d i f fe re nza . R isp ar mi amo s olo l’anel lo a l dito e le pro ce dure bu ro c r at i che. Prov i amo dive rs ame nte, mi s on detto: uno sp a zio lib ero p er st are i ns i e me quando v iene, come v iene, s e v iene s oprattutto. P u ò e ss e re anche l a pi att afor ma p er p ar t ire con inizi at ive e proge tt i che p ossi amo c ondiv idere. L’a lt r a s era s ono s a lito f in l assù, sug gest ionato d a l l a limpid a s e r at a e d a l l a lu na pie na a lt a nel cielo che s embrav a cor rere t ra l e nuvol e : ch iss à s e s i ve de va d a l l a f inest ra su l tetto. C he spl e ndore, mi s on p or t ato una p olt roncina e m i s ono s e duto i n c onte mpl az ione : le i, l a sig nora del l a notte nel suo l e nto i nc e de re, Ve ne re - Ve sp e ro, g i à a l t ramonto - p o co più in su Gi ove e, p o c o v isibi le, i l Pi anet a R oss o, Mar te. S olo qu a lche t r a c c i a d i c ostel l az ion i c aus a l’inquinamento lum inos o del l a g r and e c itt à. B e n a lt ra c os a t ra le dune in pieno des er to, r i c ord i ? Inge nu it à f anc iu l le s c a, ho p e ns ato che av rei p otuto p osizionare anche u n pic c olo tele s c opio: raz io cino d a a du lto “un C ass eg rain”, me no sp a zio e mag g iore ing randimento fors e no, un r if lettore d i t ip o ne wton i ano, me no p otente ma più cl assico, ga li lei ano p e r d i re. Ho p e ns ato che p ote va e ss e re anche un b el punto di v ist a p er l e ne v i c ate. Va b e ne c osì, c omu nqu e vad a, de cisione g iust a , m i s on detto. Pe rò, sto and ando t ropp o in f re tt a : non ho ancora fatto “ i conti con l’oste” c ome s i dic e, c io è con te. Pr ima di dire sì o no, 95


d e v i ve ni re a ve de re, ov v i ame nte, e, s e t i va , p ot rem mo p ens are ins ie me anche a l l’ar re do. Pot re st i metterci anche qu a lcos a di tu o e, p e rché no, p e ns are anche a u na “sistema zione” p er Per ro, i l tu o c ane, l e volte che vor rai te ne rlo con te, qui con noi. Ment re g u ard avo le stel le e l a lu c e c inere a che l a luna proiett ava su l l e pi ante e i v i a li del p arc o, mi s on t rovato a fant ast ic are in tu a i d e a l e c omp ag n i a. Q u ante c os e abbi amo ancora d a s copr ire l’u no d el l’a lt r a . Non dic o s olo le v icende p ers ona li, ma anche le nost re e sp e r ie n z e umane e c u ltura li, così divers e t ra noi du e. Ho i m mag inato che p ot re mmo a lter narci come do cente/ d is c e nte c on re c ipro c a s o ddis f az ione. Pot re m mo s c eg lie re de i f i lm in t v o st arcene in si lenzio a d as c olt are l a music a l as c i ando c i s c ivol are v i a le fat iche del l a g ior nat a . Uno she r r y t i andrebb e ? A l l e tto non ho p e ns ato, p e r quel lo p ot rei ospit ar t i di s otto, a c as a m i a . S e vor rai fe r mar t i l a notte. Ho l as c i ato i l avor i a me t à, d a qu ando t i ha c atturat a i l C ov id non ho più p otuto pro c e de re. Ho t r as c r itto l’it ine rar io del mio progetto come s e lo p otessi condiv i d e re p e rs ona lme nte c on te. L a fant asi a p erò cor re in av ant i, anzi o g n i g ior no s i ar r ic ch is ce di nuov i p ar t icol ar i, ma p e r pro c e d e re nel c onc re to ho bis og no di s ap er t i gu ar it a , che s ar ai f is i c ame nte qu i c on me. É St ato u n p e rcors o lu ngo e s of fe r to, nel momento più cr it ico ho anche c re duto di p ote r t i p e rde re e questo m i era intol lerabi le. Non p ote r t i ve de re, non p ote r t i p arl are neppure con g li o cchi, st r i nge r t i l a mano p e rché a te e non a me? Mi s on t rov ato a preg are, i o che non vado in ch ie s a d a qu ando ero b ambino, l aico conv i nto d a a du lto. In c e r t i mome nt i – t a cit ando l’ins ens ate zza d el l a prop ost a – ho ch ie sto a l l a D iv init à di fare c ambio d ando u n v a l ore ag g iu nto a l l a tu a v it a su l l a m i a . Ve d i c ome s i amo c ombinat i? A me nte più f re dd a , ancora una volt a m i s on t rovato a c onst at are come le pu lsioni inter ior i r ies c ono a pre va le re su l l a nost ra ra ziona lit à . C he dico, su l no st ro bu on s e ns o. che s arà mai, p oi ? Però qu e ste “ventate cardiache” s ono l a cif ra di ciò che s ent i amo d i più, s ono l a nost ra ide nt it à nas c ost a , s otto le mas chere che d obbi amo i nd o ss are p e r f ar p ar te del l a s o ciet à che ci ospit a . B a h , i l p e g g io s e mbra p ass ato, rest a l a conv a les cenza e l a 96


qu ar ante na. Fin d a ade ss o, t i asp etto qui s opra . Int anto, noi do c e nt i s i amo st at i co opt at i p er i l v a ccino ant i C ov i d. S e mbra che c i to c che rà quel lo del l a c as a far ma ceut ic a più d is c uss a, dive rsi di noi han no r inunci ato o s ono p ass at i a l s e c ond o tu r no, a lt r i han no c e rc ato s c app atoie p er appro d are a u n’a lt r a s ig l a, te me ndo i l p eg g io propr io qu ando si v a a c e rc are l a “s alvez z a”. Te lo c on fess o, io non m i s ento del tutto t r anqu i l l o, ma c i andrò c onv i nto, vog lio s com mettere su l l a lu c e olt re i l bu io che c i os c u ra d a mesi. Per me, cer to, ma anche p e r i m i e i stude nt i, p e r ch iunque m i incont r i, ma , s oprattutto, p e ns and o ai nost r i inc ont r i. O r a , f i na l me nte, l’a lb a s e mbra i l lum inare un nuovo g ior no. Pi an pi ano, p ass o dop o p ass o, c on t itub anza , ma con un anelito i ne s austo a l r itor no del le nost re consuetudini, del le nost re l ib e r t à . Abbi amo c omple t ato i l ciclo dei va ccini, a s c uol a l a DA D non è più u n inc ub o, p ossi amo f re quent are i luog hi di c u ltu r a , c on c autel a, anc ora l a “mu s er uola” a ddoss o, monitorat i d i g re e n p ass e dist an z i at i, i dehor nel le b el le g ior nate s ono pi e n i, s ono r ipre s i i v i ag g i. Si g u ard a avant i, si v ive, anche s e non cess a i l t imore di ess ere d i nu ovo ins e guit i d a l l’e n ne sima v ar i ante C ov id. C er to non è più c ome pr ima, è c ome s e si a i nizi at a una nuova ep o c a anche s e ste nt i amo a re nde rc e ne c onto. E s i amo qu i a rac c ont arc i le nost re stor ie nel p osto che ho s og nato : qu as i non mi p ar ve ro che il progetto si si a p otuto c onc re t i zzare, t a lvolt a de vo p e rsu a der m i che non sto s og nando. St as e r a – s e n z a dir telo pr ima - t i ho inv it at a p er l’e clissi lunare, sp e r and o che p ote ssimo go de re del fenomeno in tutt a l a su a mag ni f i c e n z a. E c os ì è st ato: luna piena , a lt a nel cielo, s erat a l i mpi d a , noi du e s e dut i v ic in i con lo sgu ardo a l l’insù, mano nel l a mano, s e n z a p arl are. L’ast ro ch’era s a lito a “mezz ocielo” nel su o sple ndore, a u n c e r to punto è divent ato op a co, s’è t into d i ro ss o, p oi s’è imbr un ito f ino qu asi a s comp ar ite ing hiott ito d a l c ono d’ombra del l a Te r ra e le stel le, lib ere d a l l a su a luce, s i s ono a c c e s e di luc e nuova. Q u a lche m inuto, p oi l a luna ne è r i e me rs a : d a br u na a ross ast ra e p oi ancora lucente come ne e r a e nt r at a. M’è s embrat a una me t afor a del nost ro temp o, l’e cliss e p and e m i c a e ra te r minat a. 97


*** - C om’è che ti s ei deci s o a fare il pa ss o? - D i pre c is o non s apre i r isp onde r t i con ra zio cinio, è st ato un impu ls o c u i ho de c is o di ade r ire s e nza p ens arci su t ropp o. Sai qu el l e c o s e che t i ve ngono d a l di de nt ro e che s ent i vere più di qu a ls i as i r ag i oname nto che t i p or t i a v a lut are l a cos a . - C osì d’ improv v i s o, s en z a neanche una r if lessione, uno stimolo, che s o, un’espe r ien z a luminos a . Non è stata cos a da poco. - B eh , d i r i f l e ssion i in me r ito c e n’e rano in abb ond anza , av rai v isto anche tu le immag in i che c i mand ano d a l l’Ucraina . - O v v io, le immag ini, i prof ug hi, le loro inter v i ste, i s occorsi, le r ichieste d’aiuto. I r ifer imenti per fare i vers amenti in denaro, i luo ghi raccolta dei beni di pr ima necessità, l’attiv i smo di volontar iato s ot to var ie etichet te e s emplicemente spontaneo. L e manifesta zioni di s olidar ietà con migliaia di par tecipanti in tante par ti d’ Italia e in tut ta Europa . E non s olo. È questo che intende v i, vero? - Sì, più o me no. - C onos ce ndoti, av rai fat to anche qualcos a per s ostenere queste iniz iative . - Ma c e r to. Q u a lche sms ai nu me r i che ci s eg na l ano d ai me di a , u n p ai o d i b on i f ic i b anc ar i. l a sp e s a p er l a p or t iera di c as a che è Ucr ai na , ha i p are nt i l ag g iù e st a organizzando una “sp e dizione” d i s o c c ors o p e r ar r ivare qu anto più v icino p ossibi le a loro. Me ne ha p arl ato, come puoi immag inare, con le l a cr ime ag li o cchi e le s i l e g ge v a u n‘angos c i a profond a di quel le che non r ies ci a me t ab ol i zzare c ompiut ame nte, ma che t i t raf ig ge l’anima . Nel p a l a zzo l’abbi amo aiut at a qu asi tutt i, si è fatt a b en volere in qu est i ann i. C ome t ant i, m i s ono me ss o u n p aio di volte t ra le fol le che, s otto l a b and i e ra g i a l lo- blu, han no att ravers ato i l cent ro citt à e che s i s ono fe r mate nel le pi az z e c on c ar tel loni, v ide o, dis corsi d i autor it à e p e rs onag g i del mondo del volont ar i ato. Av r ai fatto qu a lc os a di s imi le anche tu cre do ... - Sì ce r to, come si fa a r imanere indifferenti di f ronte a questo macello. Ma il s ot totet to col teles copio puntato vers o il cielo – il nostro r if ug io - come ti è venuto in mente di cederlo? Ci ave v i investito così tanto, una cos a profondamente tua, anzi nostra, os o dire. - È che a u n c e r to pu nto ha c ominc i ato a insinu arsi un’ide a . Va b ene l a s ol i d ar ie t à, i l s oste g no e c onom ico, i gener i di pr ima 98


ne c e ss it à , ma quel l a ge nte che ha p ers o tutto e d è f ug g it a s enza più ni e nte, u na c as a dove l a t rov ano? Una c as a , c apis ci, non un d or m itor i o in un c e nt ro di rac c olt a qu a lsi asi nel l a prom is c uit à ar r ang i at a del l a ne c e ssit à. E c o s ì s’è f att a s e mpre più for te l a vo ce dent ro di me di for nire u n a l l og g io, mi s ono t rovato a palpitare p er quel le fam ig lie che s’e r ano fatte avant i ospit ando a c as a propr i a fam ig lie intere, sp e ss o c on b ambin i. S oprattutto loro, così bis og nosi di tutto, c os ì f r ag i l i e dip e nde nt i ne i loro abbig li ament i colorat i, ancora i nve r na l i, che p e rò e rano tutto ciò che p oss e de vano f ug gendo. A l c u ni anc ora in f as c e, p e r dire, a lt r i del l’et à dei nost r i che v an no a l l a s c u ol a mate r na, a l l a pr imar i a . Non che quel li più g r and i non abbi amo le loro e s igenze, ma quest i. - Q u i nd i ? - Ho p e ns ato che io, in fondo, ne ave vo due di c as e. Una p er abit arc i p e r d av ve ro, l’a lt ra p e r sf izio. L a mans ard a non m i e r a p oi così ne c e ss ar i a e p ote va ospit are qu a lche p ers ona bis o g nos a . Vi ho p e ns ato a lungo, p oi, d’impu ls o l’ ho mess a a d isp os i zi one. S c us a s e non t i ho inte r p el l ato. - Pe n si che ti av rei contra stato ? - Non s o, è c ome s e f ac e ndolo ra l lent ass e l a m i a de cisione, che foss e d’o st ac olo a l l a nost ra rel a zione o p erlomeno l’av rebb e app e s ant it a. Av re i dovuto spie gare, ne av rem mo dis c uss o ... me ss o i n c amp o t ante c onside ra zioni, av rem mo p arl ato del l a opp or tu n it à di f arlo. - Q uesto sì, mi di spiace. Non del fatto che abbia deci s o di farlo, ma che abbia pen s ato che av rei potuto ostacolar ti o, come dici, “appes antire il nostro dialo g o” con pr udenz e e oppor tunità. No, invece, ti av rei detto subito “facciamolo”! S e mi per metti il plurale v i sto che, in fondo, la cas a è tua. Hai mai pen s ato ai centr i s oc iali coi quali collaboro nel mio lavoro e che cos a mi capita di vedere og ni g ior no con gente, sulla s o glia della di spera z ione, che cerca un posto dove stare oltre le necessità quotidiane? E siamo s olo agli inizi, mi s a: molta gente è g ià in v iag g io. Hai conclu s o ? - F i g u r at i ! Mi s ono r ivolto ai s it i, l aici e d’ispira zione relig ios a , ho s c op e r to che c’e ra p e r f ino una pi att afor ma dove r ivolgersi e che a c c og lie le disp on ibi lit à come l a m i a . E ro a l l’os c uro, c ome molt i, di qu e st a p ossibi lit à e vole vo do c ument ar m i un 99


p o c o pr i ma d i de c ide r mi. Ho t rovato molt a disp onibi lit à e le spi e g a zi on i ne c e ss ar ie, p e rò, c on tutte le più buone intenzioni, ho anche s c op e r to che le pro c e du re non s ono im me di ate e comp or t ano d el le c omple ssit à. - Ho pres e nte , ti av rei aiutato s e avessi s aputo delle tue intenzioni. Ma vallo a dire al “s ov rani smo dei mas chi” come te! - E v a b e ne, hai rag ione. Ma ade ss o vog lio pro ce dere più sp e dit ame nte p ossibi le. Non c’è te mp o d a p erdere, m i p are. - C he cos a ti hanno chiesto ? - Pr i ma d i tutto ho dovuto ident if ic ar m i p orgendo l a d o c u me nt a zi one ne c e ss ar i a, p oi che t ip o di a l log g io vole vo me tte re a d isp osiz ione, s e e ra u na p ar te del l’app ar t amento abit at ivo o u n’a lt ra un it à, dove s i t rov av a , in che condizioni er a e a lt re c o s e. C i han no te nuto a sp e c if ic are che non p ote v a in a lc un mo do ess e re u na “s or t a di af f itto”, né, t ratt andosi di m inor i, l’inizio d i u na “procedura di adoz ione”. C i s arebb e ro p oi st at i de i mo du li d a compi l are p er g li uf f ici d el l a p ol i zi a . - Naturale , aldilà dell’emerg en z a , l’ iter si presta a molte insidie, bi s o g na procedere con molta cautela . Il bi s og no è una calamita che at tira pe rs one che non desiderano altro che approf ittars ene. E s ot to il prof ug o stess o non si s a mai chi poss a nas condersi e con quali s copi. - Mi hanno anche ch ie sto ve rs o qu a le t ip olog i a di a ccog lienza s are i or i e nt ato. - E tu ? - Ho p e ns ato a un nu cle o f amig li are, p a dre, ma dre e f ig li. C he p ote ss e ro st abi lirsi in quel lo sp a zio come - p er dire - una s e cond a c as a . Av re i p e ns ato io a supplire con l’att re zzatura che ancor a manc a con i l loro aiuto, s e c ondo ne cessit à . M’ hanno r i ng raz i ato p e r l a disp on ibi lit à , ma m i hanno anche f atto not are che i mas ch i, p e rlopiù s ono r imast i a difendere l a loro p at r i a . Si t ratt a sp e ss o di don ne, ma dr i e anche nonne, coi b ambi n i appre ss o che s ono st ate ac c olte a l l a f ront iera dei p a esi li mit rof i a l l’ Ucraina. - Eh , sì , tanti pa ss ag g i da fare. Provenienz a, destinazione, ve r if ica de i documenti, controlli s anitar i. Mi sure anti C ov id, molti non s ono vaccinati anche s e l’ incidenz a del v ir u s s embra minore che da noi. Però. E c’è poi il problema dell’acco g lienz a e della i str uzione, dei 100


bambini più piccoli in par ticolare che spess o non conos cono neppure l’a -b -c dell’ Ing les e e de vono cominciare tutto daccapo. L e nostre maestre, ov v iamente, non conos cono l’ Ucraino. - Gi à . Non c i ave vo p e ns ato. A l lice o i raga zzi st ranier i o i m m i g r at i ar r ivano abb ast an z a for mat i a l l a nost ra lingu a e a l nost ro “mo dus v ive ndi”; a quel l’et à l‘apprendimento pro ce de vel o c e s e nz a dist in z ion i e t n iche. E p oi ci s ono le comp ag nie che aiut ano l a s o c i a liz z az ione ; anche s e sp ess o non ne prendi amo atto, v iv i amo in u na s o c ie t à mu lt iet nic a e p er i g iovani è un d ato s c ont ato. Tu a n ip ote c ome ha pre s o qu e st a “nov it à”! - Eh, la mia Silv ia ! Siamo c res ciute insieme. S ono la sua conf ide nte da s empre. Q uest’anno è diventata mag g iorenne e si appresta all’ E s ame di Stato. C on una cer ta trepidazione come puoi immag inare. Pr ima la clau sura della Pandemia e la “coa z ione” della DA D, poi il r ipr i stino – s embra - della Matur ità anti C ov id, adess o le de vastanti notizie che ar r ivano dall’ Uc raina . Non c’è treg ua per questa g ioventù. C ome tut ti ne è r ima sta s convolta, og ni g ior no di più man mano che i media si s ono g et tati sull’e vento e ci recapitano 24 ore su 24 le immag ini s convolg enti di quella gente s otto i bombardamenti. G e nte che s cappa di sperata col minimo che è r iu s cita a por tare con s é , pala z z i incendiati, ca s e di str utte, edif ici butterati dalle bombe , mez z i civ ili e militar i in marcia, carcass e di autoveicoli f umiganti , pompier i all’opera coi pochi mezzi che restano . Non s e r ve cer to che ti faccia l’elenco: così è per noi, così è per i g iovani , per tut ti. È la pr ima volta che si trovano a tu per tu con le cons eg uenz e di una g ue r ra . C ombat tuta , f ra l’altro, coi mezzi più s of i sticati che la tec nolog ia off re ag li es erc iti. A dire il vero anche nel bre ve per iodo dei loro anni ce ne s ono state g ue r re e di str u z ioni, g ente ma ss acrata o costretta ad emig rare, ma e rano e venti lontani dove le cronache ci interess avano marg inalmente come s e queg li e venti non ci av rebbero mai toccati . I nostr i g iovani ave vano altre “preoccupazioni”: il C ov id e come s oprav v ivere alle costr iz ioni cui s ono stati s og getti, la s alvag uardia del pianeta con la “svedesina” ( come dici tu) in testa e ultimamente, “nel nostro piccolo”, in mass a a manifestare contro la nuova ediz ione dell’es ame di matur ità e l’alter nanz a s c uola - lavoro. O ra tut to questo è pass ato in s ordina, non è che 101


non s e ne parla, ma è subentrato questo Moloch che ha mess o in s econdo ordine qual siasi altra cos a che g iu stif ichi le mobilitazioni. Al ma ssimo si nota qualche spar uta dimostrazione che cerca di met te re in sieme l’una e l’altra cos a, il caro combu stibili, ad es. , con la necessità della “tran siz ione ecolog ica”. Su tutto però l’ ideale di Pace . Non mancano i cor tei e le manifesta zioni con la bandiera g ialloaz z ur ra , ma si percepi s ce la inanità della loro voce di f ronte ai pote nti che gover nano il pianeta e ai blocchi che hanno creato. Poi sì , tra questi c’è s empre qualcuno che v uole emergere con la br utalità delle ar mi e non s er ve che ti dica a chi alludo. - Q u ante c os e abbi amo dovuto r ive dere su l nost ro Welfare. R ic ord i, p e r farl a bre ve, qu ando dic e vo che l’asp ett at iv a di una r ivolu zi one e c olog ic a b as at a su l l a r inunci a dei combust ibi li fo ssi l i e nt ro i l 2 0 3 0 e ra u na i l lus ione? Sinceramente, p erò, a l lor a non p e ns avo che s i pre s e nt ass e con una sim i le e v idenza e i n te mpi c o s ì bre v i. Si p arl a di r i att ivare le cent ra li a c arb one, d i p ote n zi are i l nu cle are, di c e rc are nuov i approv v ig ionament i d i g as e p e t rol io, e ne ssuno più f i at a s otto l’inc ub o che tutto p o ss a fe r mars i, d a l le mate r ie pr ime, ai t rasp or t i, a l le merci. O che, s e mpl i ce me nte, tutto dive nt i più c aro, che nel le c as e i no st r i i nve r ni dive nte ran no f re ddi come un temp o. E l’est ate, s e n z a c ond i zi onator i, tor r id a. E h, s ì. Mi a c ara “sve de sina”, c ome f acci amo a s eguir t i ancora ? E d i f ronte a t a li c a l amit à c ome f ac ci amo a s cendere in pi a zza cont ro l’e s ame di matu r it à che, b e ne o ma le, ora app are – s e ci s i p e ns a - c ome un pr iv i le g io. Supp ongo che, c ome nel l a mi a, anche nel l a s c uol a di tu a f ig li a s i ano st at i p ara liz z at i d a qu e sto ve nto di mor te che com inci a a s of f i are d a l ont ano, ma non t anto di non s ent ire i l suo a lito geli d o che s’av v ic ina. S’inte nd e che mi dispi ac e molto. Ne p arl avamo con molt a p ar te c ip a zi one di que ste c os e te mp o fa , io e te. - Ammet to che anch’ io ho questa s ens azione. Rimango attonita con le i a vede re ciò che succede e a immag inare, og nuna a suo modo, c iò che può accadere. Og ni g ior no una nov ità, mai un rag g io di s ole che penetr i oltre la plumbea coper tura delle notizie. Non ne parliamo tanto, ma percepiamo, una nell’altra, il cor to respiro dell’an sia che tut to poss a f inire presto. - Ve d e nd o i l prog re ss o del l a te c nolog i a b el lic a , si è a c uito i l p e ns i e ro che og n i t anto e me rge dent ro di me come i l 102


pre s e nt i me nto di una c at ast rofe inelutt abi le s e cont inui amo a non re a l i z z are ch i si amo re a lme nte su quest a p a l l a a l l a p er ifer i a d el l a g a l assi a che s’è t rovat a nel l a condizione di ospit are l a v it a . C as o un ic o p e r qu anto ne s appi amo f inora . - C os a intendi dire? - Parl o d el l’ Homo s apie ns e più p ass a i l temp o, più m’a ccorgo che qu el “t itolo” che s’è d ato è st ato una mera presunzione, p er qu anto a c c ade u n non s e ns. C he c o s a c’è di “s apie nte” in una umanit à di otto m i li ardi d i p e rs one me nt re st a re nde ndo inabit abi le i l “globo” che abit a pr iv andolo del le r is ors e che ha res o disp onibi li, che non s’a c c orge che l a p op ol az ione st a esplo dendo: otto m i li ardi o g g i, u na de c ina t ra me z z o s e colo e anche meno, ma 2,5 s olo u n s e c ol o f a, 1 mi li ardo due s e coli fa e così v i a . Fa i mpre ssione ve de re l a c ur va di cres cit a deg li umani nel te mp o. È u na c u r va qu asi e sp onenzi a le che tende a v a lor i i ns o ste nibi li c on l’avan z are del temp o. L a te c nolog i a ha sì mig liorato di molto i l mo do di sf r utt are l e r is ors e del pi ane t a e i l mo do di v ivere, ma è a lt resì vero che l e r is ors e s on s e mpre le ste ss e, anzi vengono cost antemente i mp ove r ite, me nte c i as c u n e ss e re umano che nas ce ambis ce, in u na s o c i e t à p e re n ne me nte inte rconness a , a un prog ress o che v u ol d i re in nan z itutto “consumi”. Ma c i ò che più mi angos c i a è const at are qu anto ha fatto i l “s apie n s” cont ro i l suo s imi le. Non c’è st at a s c op e r t a che non si a st at a im me di at amente appl i c at a p e r c ost r u ire ar mi; d a l l a cl av a ai met a l li, d a l l a p olvere d a sp aro a l l a b omb a atomic a, d ag li a erei sup ers onici ai droni e a l l e applic az ion i del l a te c nolog i a dig it a le che annient ano u om i ni e c os e s e mplic e me nte s chi a cci ando un pu ls ante a d ist an za . Q u e sto non è “naturale” è c r im inos o e suicid a . Tutte l e sp e c ie v ive nt i, su l mo del lo del le qu a li si amo cost r uit i anche noi, c omp e tono, ma non ar r iv ano a “farsi la g uer ra”, anzi c e rc ano sp e ss o l a v i a me no c r uent a p er non d anneg g i arsi. Noi no, noi s i amo “s apien s”! Si amo una sp e cie intel ligente, ma s i amo inc ap ac i di gu ard are in fondo a l l a st ra d a che st i amo s ve nt at ame nte p e rc or re ndo. Per questo asp etto è come s e i l nost ro c e r vel lo abbi a pre s o l a for ma di una v ite s enza f ine che d re na c ont inu a v iole n z a o u na r uot a di mu lino che g ira f in che ha c onsumato tutt a l’ac qu a disp onibi le e p oi s’ar rest a p er 103


s e mpre. B el e pi l ogo p e r i l s apie ns , me nt re, verosim i lmente – non s appi amo b e ne qu ando - qu el lo che resterà di ciò che chi am i amo natu r a s i pre nde rà l a r iv inc it a del suo p ass ag g io. - Papa B e rgo glio è inter venuto molto duramente contro la g uer ra e il prolife rare delle ar mi, contro l’ impiego di una percentuale de i bilanc i de i paesi occidentali per investire in mater iale bellico . pe r f ino condannando la vendita di ar mi all’ Ucraina. - Sì, ma l’ave va g i à de tto St a lin : quante div i sioni possiede il papa ? E non sto qu i a spie gar t i che c o s a sig nif ic ava a l lora e che co s a s i g ni f i ch i ora. Di c i amo che Su a S ant it à “fa il suo mestiere”, che lo fa con ene rg i a , app el l andosi a tutt i “ i c ost r uttor i di p a ce”, e vo c ando i s i mb ol i d el l a c r ist i an it à più v icini a l l’ide a di Sa lve zza , r ivol ge nd os i anche ad a lt re c on fe ssioni, ma chi g li d arà as colto, che su c c e d e r à p oi? . Anche p ap a B e ne de tto X XV si s chierò con v igore cont ro i l con f l itto d el l a pr ima Gue r ra Mondi a le, s cong iurando i p otent i d i e v it are i l mass ac ro inumano che si st ava prof i l ando, ma r imas e i nas c olt ato e ve nt’an n i dop o ci f u una guer ra p eg g iore, mond i a l e ve r ame nte que st a volt a. - Ins om ma p e r te non c’è s a lve z z a. - S e c ont i nu i amo c osì, c re do propr io di no. - In a lte r nat iva? - Pe ns o a l c onc e tto di “f r ug alità”, applic at a un p o’ a tutte le tende n ze d el mondo mo de r no che ci st anno p or t ando a un pu nto i ns oste nibi le. Pe ns o a l l a r iduzione deg li spre chi, a l conte n i me nto del le abitu din i c osto s e, a l l a lim it a zione del l a g r at i f i c a zi one imme di at a me di ante l a r icerc a del l'ef f icienza ; a l l’e v it are l e t rapp ole me di at iche ad es. O v v i ame nte a l l a r idu z ione drast ic a del le sp es e m i lit ar i. F i nor a abbi amo de clinato i l “pro g ress o” come “ incremento de i con sumi” , di qu a lsi as i ge ne re a com inci are d a l le r is ors e d el pi ane t a e del l a bios fe ra in p ar t icol are, ma è ora – anzi è inelutt abi l e - r ip e ns are que sto mo del lo. App o g g i amo c i a una S c ie n z a che non ag is c a s olo vers o l a te cnol o g i a d el pro dotto di c onsumo, ma che gu ardi a l le in nov a zi on i inve c e anc orate a p ossibi lit à re a list iche e ve r i f i c abi l i, a s oluz ion i prag mat iche che va d ano vers o un “ambie ntali smo s cientif ico”, c ap ac e cio è di gu ard are con ef f ic a c i a a l l a c ons e r vaz ione del pi anet a che abit i amo. 104


- In de f initiva pen s are e at tuare una s or ta di decres cita. Q uesto var rebbe s oprat tut to per il mondo occidentale, ma come la met tiamo per quelle popola z ioni che vedono il nostro beness ere da lontano al quale mirano come ad un punto d’approdo per loro, a qual sia si costo ? Ag g iungo che questo nostro beness ere de r iva spess o da r i s ors e “prele vate”, per non dire “depredate”, dai loro te r r itor i. D obbiamo costr ing erli a fer marsi nell’ indigenz a in cui si trovano per con s entire a noi di diventare - come dici – più f r ugali ? L’ambientali smo un lu ss o per r icchi? Già mi piace poco quando si parla di s alvare le foreste dell’Ama zz onia : non che a questo punto non sia necess ar io, ma r if let tiamo mai su cos a i paesi benestanti hanno fatto delle loro foreste ? Ambienti che or mai trov iamo s olo nelle favole. - D a qu e sto punto di v ist a, hai rag ione, come d ar t i tor to? Però c’è u n a lt ro c onc e tto che p ot re mmo-dov rem mo tener pres ente: più che una “decres cita felice”, p ens are a una “r iduzione dell’ infelic ità” del le p op ol az ioni che v ivono nel l’indigenza – più o me no du e te rz i del l a attu a le p op ol a zione mondi a le proge tt ando ass ie me a loro uno sv i lupp o più e quo. Appro d are a l l a c ons ap e vole z z a che “v ivere bene” non è s olo r icche zza mate r i a l e, ma anche qu a lit à del l e leg g i e dei progett i del v ivere s o c i a l e, d el r isp e tto del l’ambie nte. C he l a guer ra non conv iene a ne ssu no, in f in de i c ont i ne ppure ai v incitor i come t ante volte è a c c a duto nel l a nost ra stor i a. D ov rebb ero ess ere concett i d a r a d i c are nel le me nt i f in d a l pr imo ins eg namento s col ast ico. L o s o, p e r c ome van no le c os e - s oprattutto in questo f rangente d el l a g u e r ra in Uc raina - può s embrare pura utopi a , ma nel l’ambi e nte de g li “ intellet tuali” qu a lc uno com inci a a l anci are qu e ste i d e e. C ome u n’anc ora di s a lve zza . un s a lv agente, meg lio. - E tu con queste idee che ti circolano in testa, hai pens ato di met te re a di sposiz ione dei prof ughi la tua (nostra) mans arda ar redata . È così? - D i c i amo di s ì. Non subito. Ma pi an pi ano ho p ens ato che p ote vo fare anch’io qu a lc os a p er chi s’è t rov ato a manc are di tutto. In fondo mi pr ivavo del sup er f luo. - E io s arei stata tra le cos e super f lue? - C he d i c i? D ai non in f ie r ire. D’a ccordo, ho sb ag li ato a non d i r tel o. Ti ch ie do s c us a in g ino cchio, p erò non m i è s embrato che p ote ss e int ac c are i l nost ro rapp or to e p oi ho av uto pudore a d i r tel o. A most rami c osì munif ico. In og ni c as o sp ero che si a 105


u na ospitalità transitor ia . - Ma dai , ti ammiro invece. Però s arebbe stata una bella cos a condiv ide re l’ idea f in dall’ iniz io. S e non ti di sturba vor rei dar ti una mano per si stemare le cos e in modo che tut to proceda s econdo reg ole e competenz e. - Mano b e ne de tt a. Ti c on fe ss o che una volt a ent rato nei me and r i d el l a qu e st ione mi s ono u n p o’ p ers o e ho p ens ato di aver fatto u n p ass o più lungo del l a gamb a in un s ettore a me d el tutto s c onos c iuto. - Allora vediamo. C ollaboro con un’ i stitu z ione che potrebbe fare propr io al cas o tuo / nostro. Ha g ià due s ecoli di v ita e, nel tempo, si è attivata in var i s et tor i che operano nell’ambito del bi s og no s ociale. C on tut te le e me rge n z e prof ug hi che s ono montate in questi anni, si è allargata ed è at tiva in diversi contesti. Ti faccio bre vemente un ele nco C’è il “C e ntro i str u z ione per tut ti”. Vuol favor ire l’ integ razione nella s oc ietà c iv ile italiana di cittadini e famiglie provenienti da altr i Paesi . Effet tua corsi di Italiano per donne e mamme ( con nido anness o) e per adulti (corsi s erali) . Ci s ono spor telli di infor ma zione, or ientamento e a s colto. Il C entro inoltre è in contat to con l’ Università Statale e l’ Università C attolica del S acro Cuore . Potrebbe ess ere il punto di r ifer imento per i bambini che inte nde resti ospitare e anche per le loro madr i. Vi è anche una str uttura che mette a di sposizione alcuni bilocali a famig lie bi s o g nos e in modo che poss ano mantenere la loro intimità , ma s ostenuti da un’equipe di educator i e accompag nator i in modo che poss ano avere autonomia s ociale, economica ed abitativa . L oro potrebbero dar ti utili indica z ioni per il progetto che hai in me nte . Ah, c’è pure un piccolo super mercato, con cass e automatizz ate, car relli , s caf fali e una quantità di prodotti. Chi entra s ceglie quello di c ui ha bi s og no, r iempie il car rello e paga attravers o una tess e ra a punti, mi pare. O v v iame nte , f ulcro di tut to è la S eg reter ia che gesti s ce le attiv ità, dà con sigli e or ienta at travers o la rete di s olidar ietà della città. Pe r quanto o g g i poss a pa ss are in s ottordine r i spetto ai luccichii della mode r nità , Milano ha av uto e mantiene una for te spinta ve rs o il bi s o g no, in cui lo slancio umanitar io si spos a con 106


l’e f f ic ie n z a e l’org aniz z a z ione per cui è nota. Ed emerge propr io ne i mome nti più cr itici. Il loro motto ti piacerà : “s e cias cuno di noi facess e il suo pezz et tino, ci troveremmo in un mondo più bello s enz a neanche accorg e rce ne”. - Gi à , u n p e z z e tt ino ma p e r a lc uni di loro i l p e zzett ino non p ot r à mai ar r ivare. - Pe ns i a qu el li che s ono mor t i? - Sì, p e ns o a l le immag in i che ci s ono ar r iv ate d a Bucha , p oi o g n i g i or no più or r if iche, ampl i ate a l l’inverosim i le d ai me zzi d i c omu n ic az ione che me ttono in r is a lto i dett ag li di quei c or pi an nich i lit i e st raz i at i in uno s cenar io ap o c a litt ico di d ist r u zi one e s i le n z io. Il “f ant asy hor ror” è qui t ra noi. E c’è pu re i l s og ge tto che s e ne inte nde di f ic t ion, un ex attore, i l pre s i d e nte u c raino Z ele nsky. S olo che quest a volt a attor i e c omp ars e non re c it ano . . . e i l f ina le s embra prosp ett are s cene s e mpre più c omple ss e e drammat iche. - Ho v i sto anch’ io e s ono r imasta inchiodata davanti al T V e alle pag ine dei g ior nali davanti a quei cor pi iner ti, alcuni legati mani e piedi, adulti e bambini, uomini e donne nelle pos e in cui il proiet tile li ha colti mentre tentavano di dare s ens o alla loro v ita quotidiana g ià profondamente de vastata dai bombardamenti e dall’avan z are dei mez z i cora z z ati. E poi le foss e comuni! C ar ne umana tolta agli sg uardi per dive ntare concime per le radici delle piante. E s embra che siamo s olo all’ iniz io per queste s coper te. Una te r ra, l’ Uc raina, che ha g i à esp er ienza di queste “s olu zioni”. Av rai s e nt ito p arl are di B abi Yar. - No, di che si trat ta ? - É a c c a duto durante l’invas ione na zist a nel 1941. A l lora l’ Uc r ai na e ra te r ra s ov ie t ic a. 3 3 ,700 p ers one t r ucid ate e s ep olte i n foss e comun i in s oli du e g ior ni. Nei g ior ni successiv i i l mass a c ro si e ste s e. - Impressionante, una cif ra così alta in s oli due g ior ni!? Av ranno lavorato ad uccidere g ior no e notte. - Fu u n’op e raz ione pi an if ic at a e mess a in op era con l a notor i a e f f i c i e n za te de s c a. E non f u ne anche l a mag g iore: 42.000 in Pol on i a , 5 0 . 0 0 0 ad O de ss a, t anto p er st abi lire dei pr imat i. - C onfess o la mia ig noran z a , ma non mi pare che abbiano av uto molta r i s onan z a . Eppure, a f ine g uer ra, queste dimensioni av rebbe ro dov uto su s citare il ma ssimo cordoglio delle popolazioni 107


locali e la i stitu z ione di “ luo g hi della memor ia”. Non s ono una stor ica , ma “e venti” simili, s ono impressi nella cultura comune. Pe n s o a Srebrenica , al ma ss acro dei mu sulmani bosniaci pe r petrato dall’es ercito s erbo durante la g uer ra dei B alcani negli anni novanta del s ecolo s cors o. Per quanto, mi pare di r icordare, le v it time non siano state così numeros e. - É che p e r molto te mp o non s e n’è voluto p arl are; s’è l as ci ato che l’e r b a c re s c e re su di loro e che g li a lb er i – come dice v i af fond ass e ro l e radic i nel le c ar n i put res cent i dei c a d aver i. - Raccapr icc iante s olo a pen s arci. E le popolazioni locali non ebbe ro nulla da dire in s eg uito ? - L o c a l i s ì, l e v itt ime, ma pr inc ip a lmente Ebrei. C osì in molte a lt re l o c a l it à d’ Eu rop a ( e non s olo). Non erano “ ben v i sti” e p e r f i no, i n qu a lche o c c asione, i nazist i ebb ero l’app og g io di f az i on i c ol l ab oraz ion iste de i re sident i. A quei tempi, p er molt i ve rs i, l a mor te de g li Ebre i non era considerat a un atto cr iminos o . L a sho a h è anche qu e sto, non s olo “depor tazioni e campi di concentramento”. Neppure i Ru ssi? Av rebbero av uto argomenti s olidi per condannare gli eccidi dell’“es ercito invas ore” e il s entimento anti s e mita che fer mentava in Europa. - Ne ppu re. D el re sto, anche l a loro stor i a e ma cchi at a d ai “Po g rom” ( 1) cont ro g li Ebre i che durav ano d a s e coli. D obbi amo, p e rò, propr io a un r uss o, i l p o et a Ev tus enco (2) che, nel 1961 s c opre, s otto una dis c ar ic a, i l luogo del le s ep olture di B abi Yar. Prov a sgome nto e c omp one una lunga p o esi a in c ui si id ent i f i c a c on le var ie t ip olog ie e c oi s ent iment i del le p ers one s e p olte, s i d i ch i ara in f ine un vero Ru ss o s olo r iconos cendo la loro dig nità e il cr imine commess o. - C omplime nti alla tua cultura . - O g g i non c i v u ole molto a most rarsi “colti” in qu a lche s ettore: c’è i nte r ne t , i not iz i ar i e le inch ie ste T V, i g ior na li e i loro ins e r t i. Una gue r ra s otto c ch io c os ì, con tutte le implic a zioni che c omp or t a , ch i s e l a p e rde ? Ult imamente ho voluto conos cere me g l i o l a Stor i a di un p ae s e che f inora conos ce vo s olo di nome, p e r l e c ondutture di gas che l’att ravers ano d a l l a Russi a , p er le imp or t a zi on i di c e re a li e . p e r le b ad ant i. - E che idea ti s ei fat ta dell’ in sieme? - C he c’è molto d a c onos c e re. C he si amo v issut i in una s or t a d i b ol l a “e d on ist ic a”, dop o ave r s c ava lc ato due guer re mondi a li nel s e c ol o s c ors o p e ns ando che s are mmo st at i im muni d a quest i 108


e ve nt i, me nt re a lt re p ar t i del mondo non lo s ono st ate, né p er i l wel fare, né p e r le gue r re e i conf litt i in genera le. O r a l a g ue r ra s i è av v ic inat a, ci fa p aura anche s e è divent at a u n g r and e sp e tt ac olo; i l mondo è manifest amente div is o in bl o c ch i i n c ui noi, in Eu rop a, r is chi amo di divent are l’anel lo d eb ol e. - Pau r a ? - Non s o come de f in ire i l s e nt imento che provo, inquietudine, qu e sto s ì. Me nt re l’or iz z onte s embra sp ar ire in una nebbi a d a d ove pu ò e me rge re – in me t afora - un most ro d anzante del te at ro k abu k i ( 3 ) - C ome ne u s ciamo? - Ma h , fors e r ic ord ando c i di ess ere Uom ini, di ve dere nel nost ro pro ssimo l a nost ra f isionom i a non quel l a di un nem ico. R i c ord ando che non si amo s olo ar m i e mass a cr i, ma anche un anel ito i ne s austo di az ion i di s olid ar iet à di c ui abbi amo d ato - e c ont i nui amo a d are - molteplici es empi che att ravers ano i s e c ol i, i p op oli, le relig ion i, le s o ciet à dei v ar i p a esi. A zioni c ome qu el l a che st i amo p or t ando avant i p er l’Ucraina . Q u e st i one di s c e g lie rsi, d a l l’una o d a l l’a lt ra p ar te, nel le pi c c ol e e g randi c os e p e r d an no s ens o a l nost ro bre ve app ar ire su qu e sto pi ane t a. C e rc ando l a nost ra ver it à profond a “ in inte r iore homini”, nel l a c os c ie n za , s e Agost ino d’ Ipp ona (4) m i c onc e d e que sto ac c ost ame nto. - C on le restr iz ioni alla Ru ssia, g ià si stanno diffondendo le lame ntele per le e ventuali limitazioni sul r i s caldamento inve r nale e g li impianti di condi zionamento estivo. E non s ono s olo dice r ie popolar i, stanno pre ndendo posizione media maître à pe n s e r var i, politici . In fondo chi s ono gli Ucraini, che cos a ce ne impor ta , si facciano da par te e liber ino le condotte del gas che ar r ivano f ino a noi. Che cos a gliene v iene, non vedono come s ono r idotti? - Appu nto. C ome dic e vo, l a r isp ost a è nel l a cos cienza inter iore, sp e ss o of f us c at a d a inte re ss i piccoli e g randi, a lt re volte propr i o ass e nte. L a g lob a liz z az ione cer to non aiut a e “ l’ululato dell’ “Homo homini lupu s” ( 5 ) r ie cheg g i a , s empre più for te, su l l’i nte ro pi ane t a; le g g i e c o dici mora li non s empre hanno g li st r u me nt i p e r t ac it arlo. - S e nti , tor nando a noi due . mi piacerebbe tor nare con te - per un’ultima volta pr ima che veng a occupata - alla nostra mans arda. - Sì, pi a c e rebb e anche a me. An zi, ment re ne p arl avamo, vole vo 109


prop or tel o i o, ma non os avo ch ie de r telo dop o . la r ivelazione. - D’accordo allora , ti faccio s apere. - Ti e n it i l ib e r a p e r u na s e rat a, magar i invent at i una t rasfer t a che non t i c ons e nt a di r ie nt rare a c as a p er l a notte. D am m i i l temp o p e r . l’a c c og lie n z a. 1) Il te r mine r u ss o Po g rom , sig nif ica “demolire, di str ug gere con at ti v iole nti" . In par ticolare ci si r ifer i s ce alle v iolente ag g ressioni contro g li Ebrei da par te delle popolazioni locali, av ve nute nell ' Impero Ru ss o e successivamente in altre par ti del mondo. 2) Ev ge nij Aleks androv ič Ev tu š enko ( Zima, Ru ssia, 18 luglio 1932 – Tul s a , Oklahoma , 1 º apr ile 2017) , è stato un poeta e roman zie re r u ss o. D i s eg uito una traduzione dei versi conclu siv i della sua poesia per B abi Yar -- “Non c’è s ang ue ebreo/ Nel mio s ang ue / Ma s e nto l’odio di sg u stos o / D i tutti gli anti s emiti/ come s e fossi stato un ebreo/ Ed ecco perché s ono un vero r u ss o.” 3) Il Kabuki è una delle for me di teatro tradizionali del Giappone . I drammi kabuki s ono ins cenati interamente da at tor i uomini che, mediante un tr ucco molto pes ante, v i stosi mas che rame nti e costumi elaborati, inter pretano anche r uoli fe mminili . 4) Agostino d’ Ippona , noto nella iconog raf ia cr i stiana come S . Agostino. Il suo pen siero con si stette nel tentativo g randios o di tene re uniti la rag ione e il s entime nto, lo spir ito e la car ne, il pe n sie ro pagano e la fede cr i stiana . 5) “L’uomo è un lupo per l’uomo”, è la massima coniata dal f ilos ofo ingles e T homa s Hobbes (1 5 88 - 1679) . S econdo l’autore la natura umana è fondamentalmente egoi stica e a deter minar ne le az ioni s ono l'i stinto di s oprav v ivenz a e di s opraffazione.

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C on uno stile s emplice, il racconto des cr ive in modo quasi fotog raf ico le v ici ssitudini del nostro tempo. Si s corge un f inale protes o al be ne. Nella lot ta tra il bene ed il male, ciò che s alva g li uomini s ono valor i come la s olidar ietà e l’accoglienz a. 110


segnalazione di merito prosa inedita - Caterina Perrone ■

Caterina Perrone da Firenze

Sharazàd Un rac c onto m i ha s a lvato l a v it a . Non ave vo p aura di lu i. Fors e p erché l a p aura non ha mai abit ato i l mio c uore. Q u and o dissi che av re i af f ront ato l a g rande prova , m i s arei of fe r t a c ome sp os a a l nost ro re Sha hr iy àr, che Dio lo cons er v i, non c i vole vano c re de re. Mi o p a d re, i l v is ir, s i st rapp ava le vest i. C ome p ote v a su a f i g l i a non c onos c e re l a f ine c e r t a c ui s arebb e st at a dest inat a sp os and olo? A lz ava le brac c i a, p oi le l as ci ava c a dere s cons ol ato, s i vol ge v a a mi a madre che g i à st ava pi angendo. Ma i o c ont inu avo a inte st ardir m i su l l a m i a s celt a : non ave vo p au r a . Mi r i c ord avano che e ro u na g iovane inesp er t a , mai us cit a d a l l a p or t a di c as a, a lme no d a qu ando i l nost ro re pretende va o g n i notte una ve rg ine d a p oss e dere e p oi s a cr if ic are, in ve nd e tt a del l’o dios o t radime nto del l a mog lie. In queg li anni ave vo t r as c ors o inte re g ior nate t ra le nost re mura , con i m iei p ass ate mpi. Cu ravo i l g i ardino: l e pi ante hanno s empre r isp osto a l l e m i e c ure c on g randi f ior itu re; le chi amavo p er nome ment re l e i nnaf f i avo, tog lie vo le fog lie g i a l le, re cide vo i ramett i p er far ne t a l e e ; rac c og lie vo i p e t a l i prof umat i di ros e, l avand a e gels om i ni p e r dist r ibuirli t ra l a bi ancher i a ; p arl avo con loro me nt re r i c amavo i mie i abit i e i m iei veli; m i as colt avano me nt re l e g ge vo le stor ie a l l a mi a s orel lina D uniy a zà d. E qu ante ne s ap e vo. Mi s ono s e mpre domand at a c ome i l nost ro re Sha hr iy àr non s i fo ss e fatt a u na s e mplic e domand a : “Perché mai l a m i a sp os a 111


mi ha t r a d ito c os ì spu dorat ame nte con uno s chi avo nero, prefe re nd ol o a me, i l suo uomo, i l suo re? ”. A me vengono t ante r isp o ste, anche s e s ono st at a ch ius a in c as a p er l a mag g ior p ar te d ei m i e i an ni. Mi ave v ano te nut a nas c ost a e c usto dit a f in d a qu ando ero ancor a b ambi na, p e rché i l nost ro re Sha hr iy àr, luce dei s ag g i, non s ap e ss e del l a mi a e siste n z a. Ma io p ote vo r imanere ind i f fe re nte a l te r r ibi le s c e mpio di m i l le fanciu l le s a cr if ic ate a l l a su a fol l i a ? C e r to ne anche l’A lt issimo, Sig nore dei mondi, er a st ato c ap a ce di f arlo de s iste re d ai suoi s anguinosi intent i, ma i o s ol o p e r qu e sto dove vo s ott rar m i? Non s arebb e st ato d a me. S are i and at a a diss e t are l a su a s ete di vendett a . Non ave vo p au ra d i lu i. Pe rché mai? È s olo u n uomo, in fondo, m i dice vo. L ame nt i e g r i d a r isuonavano p e r f ar m i desistere d a quel l a che ch i amav ano fol li a. C he io inve c e intende vo come una int repid a impre s a , i n c ui s i g io c avano l a v it a e l a mor te. C ’è qu a lcos a d i più e s a lt ante ? di più inebr i ante? C ome quel le gest a che ave vo c ono s c iuto ne i mi l le rac c ont i lett i, f in d a l l’infanzi a , ne i volu m i d el l a nost ra bibliote c a, e in a lt r i m i l le che ave vo s e nt ito nar r are ag li angoli del le v ie, a ccomp ag nate d ai c ant i e d ai ve rs i che r isuonano nel le pi az z e. Nel libro del profet a p oi ave vo c ono s c iuto tutt a l a s ag ge z z a del mondo. C he cos a m i p ote v a manc are ? Im mag i navo i c omme nt i. L e stor ie s ono favole, fandonie, inve n zi on i, d ove è l a mag i a a pre nde re i l s oprav vento. C he cos a p o ss ono g l i u omin i c ont ro l a mag i a? R isp onderei inve ce: che co s a p oss ono le don ne c on l a mag i a? L e donne manov rano d a s e mpre l e for ze s otte r rane e del l a natura , e p erciò le dom inano me g l i o d i qu a ls i as i uomo, di qu a ls i asi mago e del più p otente d ei ge n i. Q u ante volte le don ne han no s aputo manip ol are l a volont à d eg l i u om i ni ? C er to av re i d ovuto af f ront are u n re che ave va p ers o l a s ag ge zza . Ma u n re è pu r s e mpre u n u omo, c on qu a lche punto deb ole, e lì una d on na pu ò ins e r ire i l suo puntel lo. L a m i a app arente f r ag i l it à p ote va ge ne rare l a mi a v ittor i a : g li uom ini non si d ife nd ono d a una don na p e rché si s entono sup er ior i p er forza e i ntel l e tto. Anche a l l or a s ap e vo che non lo av re i conquist ato con l a b el le zza , ma c on l a m i a me nte e i l mio s e nt ire, font i del l a st rateg i a con c u i l o av re i p or t ato a l l a rag ione. 112


In f i ne nu l l a p ote rono c ont ro l a m i a volont à e i l m io p overo p a d re pre s e ntò a Sha h r iyàr i l m io nome; m i a ma dre int anto pre p ar av a i l sud ar io in c ui s arei st at a av volt a dop o aver c ono s c iuto i l re nel su o t a l amo, e d ess ere p oi g iust izi at a ; lo av vol ge v a e lo inond ava di l ac r ime. Io e ro c u r ios a, e c c it at a: f ina lmente av rei conos ciuto l’ebbre zza d el l’amore. Non av re i r inunc i ato p er nessuna rag ione a quest a s c op e r t a . R imane ndo nas c ost a s arei inve cchi at a s enza aver mai i nc ont rato u n u omo. Ac cett ando l a sf id a inve ce, s arei d ive nt at a l a sp os a di u n re. Q u ando mai av rei p otuto s og nare t anto? C e r to p ote vo mor ire, c ome in tutte le g randi impres e c’è u n pre zzo d a p agare. Ma io. s ì, ero conv int a che av rei t rov ato l a st r a d a . Una don na s a ve de re, ha l a p a zienza , lo sgu ardo che p e ne t r a i l profondo. Q u and o ar r ivò i l g ior no, s a lii su l l a mu l a b ard at a a fest a ; un vel o, s or mont ato d a u na c orona di f ior i, copr iva i l m io volto, ma i o s c orge vo att rave rs o l a t rama del tessuto i l mondo che m i g i r av a i ntor no. L as c i ai l a mi a c as a con l a s eg ret a sp eranza di tor nare più felic e di pr ima. Pote vo f i na lme nte r ive de re l a citt à dop o t re lung hi anni, l a ge nte che c or re va e si af f an nava p er i v icoli, t ra le c as e d’arg i l l a e l e f i ne st re f ior ite. Il ve nditore d’a cqu a chi amava a ra ccolt a l e ge nt i ass e t ate d a l c a ldo del g ior no; i c ani cor re vano e si a zzannav ano p e r un oss o, ins eguit i d ai monel li: le donne, ond e g g i ando le ve st i nel l a g razi a di una d anza , s or reg ge vano p e s ant i bro c che di ac qu a. D ai bra cier i si dif fonde v ano f um i d i c ar ni, s e ntore di sp e z ie, di b e vande prof umate a l l a ment a . L assù, su un te tto, u na c ic og na ave v a fatto i l nido e oss er vav a c omp ass at a g li af f an n i del mondo. I l m i o pic c olo s e gu ito att irava l’attenzione dei p ass ant i. Ne ssu no più si sp os ava in qu e sto reg no, s olo lui si prende va le d on ne più g iovan i, le ve rg in i. C on sgu ardi di com m is era zione, l a ge nte si s c ost ava c ome s e p ass ass e un f unera le e non un c or te o d i noz z e. Ci vol e v a a lt ro a s c a lf ire l a mi a sic ure zza : i l cielo era ters o, s e nza c att iv i pre s ag i, un ve nto lie ve fa ce va incresp are i l velo bi anc o. I l prof umo di gels omi no di c ui m i ero inond at a m i r ass i c u r av a: e ro c e r t a che s arebb e st ato amore. Ar r iv ai a l l a re g g i a, s c e si d a l l a mu l a , s a lut ai i m iei c ar i annichi lit i d a l d ol ore; e ro io a dove rli rassic urare, con le c are zze, con 113


mi l l e abbr a c c i. L oro p e ns avano di cons eg nar m i a l l a mor te. Io non ve d e vo i m mag in i olt re i l domani, s olo p ercepivo una luce lont ana che m i r inc u orava: p ote va ess ere l a luce del p ara dis o, d op o l a m i a f i ne. Olt re p ass ai l a p or t a del p a l az z o, ent rai nel m io dest ino. Att r ave rs avo c or t i li c usto dit i d a gu ardie ar mate che a stento s i inch i nav ano a l mio p ass are, p e rché s ap e vano che s arei st at a re g i na s ol o p e r u n g ior no. I l g i ard i no r isple nde va di luc e, i f ior i rende v ano prof um i dop o i l c a l d o d el p ome r ig g io; g li uc c el li l anci avano l’u lt imo c anto p e r me ; d a l l a font ana z ampi l l avano le a cque. Ent rai i n u na g rande s a l a, abb ag li at a d a l buio; dop o qu a lche ist ante, v i d i l a me rav ig li a de g li stucchi dorat i, le s cr itte del cor ano che r isuonavano t ra le volte : t ant a s ag ge zza in un luogo d i stolt a c r u d elt à. Una d onna vel at a mi c onduss e, muovendo a fat ic a l a mole onde g g i ante, i n una pic c ol a st an z a. Il suo si lenzio, g li o cchi b ag nat i d i l a c r ime mi fe c e ro piomb are a ddoss o le p aure deg li a lt r i. L’a lc ov a , nas c o st a d a veli sp e ssi, dove si s arebb e consumat a l a mi a pr i ma , l a mi a u lt ima notte, mi app ar ve come una tomb a . Mi s e d e tt i a l l a f ine st ra che d ava nel cor t i le e f u a l lora che lo v i d i, p e r l a pr ima volt a, avan z are, s cor t ato d a l le gu ardie. Improv v is ame nte r is ors e i l mio c uore, r ius civo a p ens arlo come sp o s o, non c ome c ar ne f ic e. Mi inte st ardivo a volerlo amare. B atte v a i l m i o c uore c on lo ste ss o r it mo imp etuos o dei suoi p ass i. Improv v is a s i r i an imò l a mi a aud a ci a . St av a com inci ando l’av ve ntu r a d el l a mi a v it a. Sha h r iy àr e nt rò nel l a st an z a, s i ar re stò su l le gamb e div ar ic ate. E c co qu e sto e ra l’u omo, c osì me lo i m mag inavo: a lto, le sp a l le for t i, c ome d e ve e ss e re u n re ; i l ve st ito ross o int arsi ato di p erle e pi e t re lu c e nt i; d a l tu rb ante s f ug g ivano r iccioli ins of ferent i. L ì i n i zi ò l a nost ra b att ag li a. Si fe r mò a l l’i mprov v is o, c ome s e avess e p ercepito qu a lcos a che non s i asp e tt ava. C on lo sgu ardo ind agava l a m i a f igura vel at a . Fors e i l m i o i nch ino lo s c onc e r tò, c omp osto e pr ivo di t imore. B ar b a ne r a , o c ch i profondi e g i à s c orsi un velo di ma linconi a . L ì m i s are i ag g rapp at a. Ave vo d i f ronte u n uomo fe ro c e, av v i lito d a l l a mor t if ic a zione, t anto d a vol er in f lig ge re ag li a lt r i lo stess o dolore, l a stess a u m i l i a zi one, lo ste ss o tor mento che ave v a subito lui, pr iv and ol i d i qu a ls i asi f utu ro. Q u est a dove v a ess ere l a p ena 114


p e r i l t r a dime nto di u na don na, p erché lui cre de v a , o si vole v a c onv i nc e re, che tutte le don ne foss ero ugu a li e mer it ass ero d i e ss e re pu n ite, an n ie nt ate pr ima di p oter inf lig gere a d a lt r i u om i ni i l te r r ibi le smac c o che lui ave va subito. E i o m i ero ac c ol l at a i l c ompito di farlo desistere d a t ant a fol l i a . Propr io io? C on che me zzi di f ronte a l l a v iolenza br ut a d i u n p ote nte che c on una s ol a p arol a p ote v a tor ment ar m i, an ni e nt ar mi, e s e mbrava ave re tutt a l’intenzione di farlo? S ol l e vò i l velo che nas c onde va i l m io v is o. C olsi una smor f i a i n r isp o st a a l mio s gu ardo, dove non ave v a s cor to i l dubbio ma l a d e te r m inaz ione. Q u el l a pi c c ol a fe ssu ra di inc er te zza fe ce nas cere in me un s or r is o. E c c o, sì, ave vo anc ora una p ossibi lit à e l’av rei g io c at a tutt a . Q u and o mi ch ie s e i l mio nome e c apì che ero l a f ig li a del v isir, ag g iu ns e s e c c o: «Pe rché s e i qu i ?» e m isurava a p assi fero ci i l t app e to che c opr iva tutt a l a st anza . Gl i d e tt i u na r isp ost a che dove v a l as ci arlo di stucco. « Vole vo c ono s c e re i l mio re, c onos c e re l’amore.» S ap e vo che non s arebb e st ato f aci le ma l a su a r is at a s arc ast ic a m i f u l m i nò, una r isp ost a che non p ot rò diment ic are. « Bug i ard a c ome tutte le don ne. » L anc i ò u n urlo di b e st i a fe ro c e che s a di ess ere in t rapp ol a ma anc or a non lo vuole ac c e tt are. « Sp og l i at i » mi diss e, e storc e ndo a l l a su a anima un sussu lto di ar rog ante dispre z z o. C ome pu ò s e nt irsi u na don na c ui v iene ordinato di most rare i l c or p o nel l a su a f rag i lit à, che è come denud are i l propr io animo a l l’amore ? Non e ra qu e sto che m i asp ett avo p er i l m io incont ro c on u n u omo. L a mi a v it a dunque era st at a un s og no, d a c ui ora m i st avo r isve g li ando. Tre mav ano le mie man i, ma io comunque esige vo di ess ere amat a . Sì, s ono te st ard a, non m i ar rendo mai, e ora , qui che c os a p ote vo mai f are ? C om i nc i ai a tog lie r mi l a ve ste, con lente zza , s coprendo le sp a l le p oi l e br a c c i a. Lu i mi b e ve va con g li o cchi, come s e ve dess e u na d on na p e r l a pr ima volt a. Gu ardò i l m io s eno a cerb o, a l lu ngò l a mano p e r to c c arlo ma , s or pres o d a un r ip ens amento, l a r it r ass e. L a ve ste e ra c adut a ai mie i pie di e io ero complet amente nud a , vel at a s ol o d ai c ap el li che r ic ade v ano su l le m ie sp a l le f ino a l l a v it a . 115


I l m i o c or p o ave va s e te del suo, vole vo s ent ire l a su a p el le e i l su o c a l ore, vole vo s e nt ire le sue mani prender m i, vole vo s e nt i re i l su o af f an no e le sue p arole più dolci. C erc avo nei m iei r icord i l e stor ie felic i, dove don na e uomo si erano incont rat i nel l a p ass i one e nel l’amore. E con s f ront ate z z a, c ons ap e vole del p er icolo c ui m i s ottop one vo d iss i : « L as c i a che t i aiut i mio s ig nore a tog lier t i g li abit i.» Si voltò d i s c atto ve rs o di me c ome s e avessi cerc ato di ag g re dirlo. C on g l i o c ch i vole va inc e ne r ir mi. «Tu intendi s e dur m i.» «Mai m i p e r mette re i mio s ig nore di fare qu a lcos a che t i p oss a s c onte nt are. Io non ho mai c onos c iuto uomo, fors e s arà l’u lt ima volt a che m i to c che rà. D ammi qu est a p ossibi lit à . Fa l lo p er me. Q u a l c o s a tu mi de v i. Ti pre go mio sig nore, p er mett im i di to g l i e r t i g l i abit i. Anche ai c ond an nat i si conce de di s o ddisfare u n u lt i mo d e s i de r io. » «Mor i r ai, che c os a t i imp or t a?» «Tutt i d obbi amo mor ire, l a v it a è bre ve, ma og ni cos a b el l a che ci s ar à of fe r t a s arà u n re ga lo in più, d a non disp erdere.» Er a i nd isp e tt ito, lo ve de vo che un p ensiero comb atte va diet ro qu el l o s g u ard o. «C he v u oi d a me ?» «Una notte d’amore mio s ig nore. » «Non l’av r ai, m i hai s f in ito c on le tue p arole, donna . S e cont inui s arò c o st re tto a t ag li ar t i l a lingu a. » «Io t a c e rò, ma voi c or ic ate v i ac c anto a me nudo. Ve ne prego. È l a m is e r i c ord i a che D io c i c onc e de og ni ist ante a d ins eg narci. S e é l’A lt iss i mo a f arlo, non p ot rà fors e un re, anche p otente, avere m is e r i c ordi a p e r og nu no de i suoi suddit i im mer ite voli? Q u and o s arò a l l a su a pre s e n z a p arle rò di voi come di un s ov rano c ar it ate vol e, che s a as c olt are le suppliche del suo p op olo. S ono cer t a che qu e sto f arà dime nt ic are anche le vost re ine v it abi li colp e. » I l su o s d e g no s i inc r inò; s e n z a garb o si tols e l a g iubb a e l a c am i c i a bi anc a, si s f i lò g li st iva li e i p ant a loni. E c col o nu d o d avant i a me, b el lo c ome nessun uomo mai av rebb e p otuto e ss e re. I mus c oli p ote nt i, temprat i d a l le lotte, d a l le c av a l c ate, d a l l a c ac c i a. L a p el le s c ura , c are zzat a d a l s ole. Il mi o c u ore ebb e u n b a lz o, si fe r mò, p oi r ipres e a cor rere, l a m i a b o cc a s i apr ì nel l a s or pre s a di t ant a b el le zza . Pote v a un uomo co s ì subl i me non e ss e re anche g iusto? e generos o? e dolce? «Vi e n i, non p e rdi amo te mp o, st anotte s arai m i a e a l lo s c a dere d el l a notte mor irai. » Mi pre s e p e r i l bra ccio, m i p or tò a st rattoni 116


su l l e tto dove u na mano s c onos ciut a ave va sp ars o p et a li di ros a d amas c e na. E s istono p arole p e r rac c ont are come era morbid a l a su a p el le e i l su o a l ito prof umato? L e su e mani m i st r inge vano p er far m i ma l e e p oi s i abb andonavano a una incer t a c are zza . I l su o fa l l o mi p ar ve e nor me, ma i l m io desider io così intens o che fe c e sp a l anc are l a mi a p or t a. Ohimè, i l dolore f u più for te d i qu anto non immag inass i. C ’è dunque più dolore che pi a cere nel l’amore ? Si a lte r nav ano su l suo v is o e spressioni di fero ci a e subito dop o d i appre nsione p e r le mie g r id a di dolore. A l l a f ine di una c ors a s f re nat a l anc iò u n urlo, c ome di b est i a f ur ios a . « L as c i at i c are z z are mio sig nore. D op o l’amore si dice che i l s on no s i a più profondo e p or t atore di s og ni.» Anc or a c i provavo, or mai e ra chi aro che ave vo qu a lche p otere su d i lu i e non mi s are i fe r mat a ne anche d avant i a l b oi a . Si vols e s garb ato, s i s ol le vò d a l letto. « Per me le nott i s ono i nf i nite e i l s on no non mi è amico. Attendo l a matt ina , che non ar r iv a mai, c amminando p e r i l p a l a zzo, p er i l g i ardino, p er l e st r a d e del l a c itt à, nas c osto d a un mantel lo, p er cerc are un r ip o s o che mai mi rag g iunge. » Em is e un g r ug nito di dis appunto ve rs o s e ste ss o. «Non s o p e rché t i ra cconto queste cos e.» « Ho i o, mio s ig nore, l a me dic ina che fa p er te.» « Tu c e rch i di ingan nar mi p e rché hai p aura del l a m i a vendett a . S e i u na pic c ol a don na, c ome tutte le a lt re.» « L as c i a che io ch i ami a me l a m i a s orel l a D uny a zà d, vog lio s a lut arl a p e r l’u lt ima volt a. » « Ti ho g i à c onc e ss o di sp og li ar mi, non vor rai che t i di a ancora re tt a ? » « Mi o s i g nore, s e tu mi p e r me tterai di ve dere m i a s orel l a in tu a pre s e nza , io t i d arò un r ime dio p er l a tu a ins onni a . Anche lei, c ome te, v aga nel bu io p e r c as a e io s empre r ies co a d a cquiet arl a nel l a notte. » S bu f fav a , u rl ava p arole inc andes cent i, p erché s ent iva che s arebb e st ato c ost re tto a c e de re ancora a l le m ie rag ioni. « E s i a ! » diss e in f ine rass e g nato, p er non s ap ere più come te ne r m i a b ad a. L a m i a s orel lina g i à atte nde va l a m i a chi amat a , come io l’ave vo pre g at a d i f are. «S e non mi s e nt irai pr ima del l a matt ina , tor na a c as a e d isp e rat i: av rò p e rs o l a mi a s com mess a . Ma non smettere d i sp e r are f ino a che i l s ole non si s arà le v ato.» 117


Ent rò t re mante nel l a st an z a, dove di nuovo io e i l re ave v amo cono s c iuto l’amore. «S orel l a c ar iss ima c ome è st at a l a tu a notte?» chiesi a D uniy a zà d. «Mi s ono manc ate le tue stor ie, Sha hra zà d, come farò a d a d d or me nt ar m i? Ti pre go, anche s e foss e l’u lt ima volt a , r a cc ont ame ne u na c ome s ai f are tu. » «Una stor i a ? » diss e Sha h r iyàr indisp ett ito, gu ard andol a come fo ss e u n fant asma. «Sì m i o s i g nore, s e me lo p e r me tt i t i ra cconterò una stor i a p er inc or ag g i are i l s on no. » «C h i d i c e che ho bis og no di stor ie ? Ne s ento a m ig li ai a tutt i i g ior n i, non ne p oss o più. S olo stupidit à , ig noranza e ma l a fe de. I m i e i su d d it i s ono de i mis e rabi li nel l’animo.» «E s istono l e stor ie del l a s ag ge z z a . Per og ni stolto c’è un s api e nte, p e r o g n i in f ame c’è u n c orag g ios o, p er og ni m is erabi le c’è un’an i ma pi a e ge ne ros a». «Fand on i e. Tu s e mpre mi c ont raddici. C ome tutte le donne. Ma s ono c u r i os o» diss e e subito s i s arebb e mang i at a l a lingu a . «A l l or a v i r a c conte rò l a stor i a del Merc ante e del D emone.» Mi r ive st i i, s e de tt i su l le tto e c ominci ai. « Ho udito nar rare, o re fel i c e, che c’e ra u na volt a un me rc ante, r icco in denaro e in af f ar i, i l qu a l e montò u n g ior no a c av a l lo e us cì dir igendosi ve rs o u n a lt ro p ae s e. » S eg u iv a l e m i e l abbra c ome foss e ro un ora colo, non le p ers e d i v ist a u n s ol o mome nto. B e ve va le m ie p arole come foss ero a cqu a p e r u n ass e t ato, c ome s e non avess e mai udito a lt ra stor i a nel l a su a v it a . L a mi a vo c e us c iva p a c at a e a cc are zzava le sue ore c ch i e. L o ve de vo pi an pi ano s o c chiudere g li o cchi e subito r ipre nd e rs i d a l l’insidi a del s on no che t anto ave v a cerc ato, pur d i non p e rd e re una si l l ab a. Per bu ona p ar te del l a notte pros e guì i l ra cconto e, lott ando cont ro l’abb andono, Sha h r iyar r ius cì a s eguir m i f ino a che d e cis i d i fe r mar mi. Diss e D u niy a zàd «Q u anto è b el lo, pi a ce vole e dolce i l tuo nar r are. » «Q u e sto è b e n p o c o r isp e tto a qu el lo che v i ra cconterò l a notte pro ss i ma s e s arò in v it a e i l re mi f arà rest are.» Sha h r iy ar fe c e app e na in te mp o a dire: « Ci s arai» , che si a d d or me ntò t r a le mie brac c i a. Mi sve g l i ai abbrac c i at a a lu i. Ero g iu liva e c ant avo s om mess a . Lu i s i s c o ss e e, qu ando mi v ide, s i r it rass e f ur ios o. « C he cos a 118


fai tu qu i nel mio le tto? C om’è che s ei ancora v iv a ? Nessuna d on na pu ò s oprav v ive re a l l a pr ima notte.» D’ist i nto mi c opr ii c on i l le n z uolo di s et a , st remat a d ai suoi c ont i nu i c ambi ame nt i di umore. « O r a r i c ordo, hai inve nt ato qu a lcos a p er stordir m i con i l s on no. S e i u na maga o piuttosto una st rega . Ti farò mettere a mor te pr i ma che tu approf itt i del l a m i a indu lgenza e m i uccid a c on i tu oi s or t i le g i. » « L a m i a mag i a è st ato un rac c onto, m io sig nore. Non r icordi l a stor i a d el me rc ante e del de mone?» « E c c o r i c ordo, un de mone mi ave va fatto pr ig ioniero, ma io s ono r ius cito a r ime tte rlo nel vas o, a sig i l l arlo e butt arlo in mare. » « Fors e m i o sig nore hai s og nato l a f ine del l a stor i a che ancora non t i ho rac c ont ato. » « Sme tt i l a di c ont raddir mi. » Si l e vò d i f u r i a, s i r ive st ì c ome s e avess e p aura di t rov arsi nudo d av ant i a una don na. Us c ì d a l l a st anza p est ando i p assi cosicché ar r iv arono le gu ardie e lo s c or t arono, ment re li s om merge v a di u rl a , ord i ni e improp e r i. C os ì p o c o re ga le i l mio sp os o! Tor nò l a don na vel at a, c on g li o cchi l a cr imosi. Fors e era pront a a r a c c og l i e re un c ad ave re p e rché, qu ando m i v ide and arle i nc ont ro su l t app e to, s i mis e u na mano su l l a b o cc a a t rattenere u n u rl o. Mi p arl ava c on g li o cchi, as colt ava i m iei s ospir i: anc or a e ro nel me z z o del l’inc e r te zza . Ma in fondo che cos a di c e r to abit a l a v it a di noi mor t a li? L e s or r is i e si af f an nò, s c rol l andosi su l le gamb e c ur vate d a l l’e nor me p e s o, ad aiut ar mi. I l m i o c or p o e ra imme rs o in una nuvol a di prof umo che m i fa c e v a s e nt ire anc ora t ra quel le bra cci a . C ome p ote va non e ss e r ne av volto anche lui? L a d on na non r isp onde va a l le m ie domande, fors e le era st at a t ag l i at a l a lingu a. C he c os a ave va os ato dire? E ra fors e int repid a più d i qu anto ave ssi p otuto immag inare. O fors e ave va fatto un p atto d i s i le n z io c on s e ste ss a, così dif f ici le d a mantenere p er u na d onna . Mi c are zzava l a p el le s og nante, come s e stess e v ivendo l a delizi a d i u na notte d’amore c ol su o re. Gu ard ai f uor i d a l l a f ine st ra, s cesi nel g i ardino av volt a d a l lo spl e nd ore de i c olor i e de i prof um i; m i sf ioravano g li uccel li i n vol o, i c ant i r isuonavano ora non più guttura li e f unest i. L e 119


g u ard i e m i ge tt avano o c ch i ate s gomente e si inchinav ano con r in nov ato r isp etto. Ero dunque anc ora in v it a ? Una m ira col at a . S or r i d e vo d el pic c olo p ass o app e na f atto, che ancora r ichie de v a in f i nit i a lt r i p assi, e mi go de vo qu el g i ardino che av rei p otuto c u r are ne i g i or n i f utu r i. Un pi c c ol o b o cc iolo di ros a bi anc a, app ena sf umato di ross o, s i nas c ond e v a die t ro g li a lt r i, ma io lo v idi e as colt ai qu anto mi di c e v a . «Non ave re t i more, hai g i à f atto bre cci a nel suo c uore. Hai v isto c ome e r a f ur ios o? È p e rché ha p ers o l a pr ima b att ag li a . Lu i, che o d i a tutte le don ne, ne ha t rovat a una che g li ha fatto d ime nt i c are l a ve nde tt a a lme no p e r un att imo. E non vor rebb e p e rd onar tel a .» «Non è fa c i l e » r isp osi, «p ot rebb e st anotte aver diment ic ato tutto, e i o c ome p ot rò f are ? A volte lo sgomento m i prende, p e rché l e p arole p ot rebb e ro non e ss ere più così p ersu asive. Pot rebb e st anotte e ss e re af f ranto d a g rav i problem i di gover no. C hi s ono i o p e r rabb on irlo?» «Fai c ome s ai f are tu. Oss e r va lo, ama lo, s aprai suonare l a cord a g iust a . D oman i piuttosto v ie ne a raccont ar m i come è and at a .» E c co c ome andò. Er a or mai bu i o qu ando s e nt ii i su oi p assi, quest a volt a st anchi. L a m i a s orel l i na e ra ac c anto a me ; l’ave vo fatt a g i à venire nel l a mi a st anza . Sha h r iy àr sp a l anc ò l a p or t a e d e nt rò di f ur i a . Ave va fors e premu r a d i tor nare d a me o e ra piutto sto infero cito di t rovar m i ancor a v iv a , s e g no del l a su a c e de vole zza ? R imas i i m mobi le, in pie di, s e n z a chinare i l c ap o ma piuttosto g u ard and ol o ne g li o c ch i. Vidi i suoi divenire fessure. Non ci p ote v a c re d e re. Non t rovava le p arol e. Fors e st ava p ens ando di f ar m i a c c e c are p e rché non lo gu ard assi in mo do così ins olente. Si av v i c i nò a l l a f ine st ra p e r pre ndere temp o, si st r izzava le man i d i e t ro l a s ch ie na. «S e i anc ora qui?» «S e c ond o i l tu o vole re, mio s ig nore.» «1 l m i o vol e re è che tu si a g i à mor t a .» C he te r r ibi l e st i le tt at a a l c uore. D unque non ave vo fatto n i ent’a lt ro che r imand are l a mi a f ine. Mi p e rc or re v a c on o c ch i imp assibi li d ai pie di a l l a test a , p oi ancor a d a l l a te st a ai pie di; st ava v a lut ando qu a lcos a , non s ap e v a d e c i d e rs i. «E qu e st a ch i è? C h i l’ ha int ro dott a? C hie derò conto a Zuy a .» 120


« Q u e st a è l a mi a s orel lina, D uniy a zà d, che ier i m i ave v i p e r me ss o di t ratte ne re. Anche lei ha bis og no di stor ie di s ag ge zza , c ome tutt i. » « Q u e sto non va le p e r le fe mmine, che r imangono s empre stolte e i ng annat r ic i. » C he c os a p ote vo mai r isp onde rg li? « Pens ate a l l a ma dre che v i ha p ar tor ito, a l l a b a li a che v i ha a l l att ato.» « Fand on i e. D ic i s c io c che z z e, come tutte le donne. Q uel le p e g g i or i. Non mi c ap ac ito di non aver t i ancora fatto t ag li are l a te st a . » « S ono qu i mio s ig nore, pu oi f are di me quel lo che vuoi, fors e p e rò.» « Fors e p e rò?» s i volt a di s c atto. « Fors e pu ò s e r v ir t i l a mi a vo c e che ra ccont a .» « E ro s f i nito ie r i s e ra, è p e r questo che m i s ono a ddor ment ato, non c e r to p e r me r ito tuo. » « C i ò nono st ante. » « Approf itt i del l a mi a st anche z z a . Ho avuto una g ior nat a molto d i f f i c i l e. Pe r st anotte re ste rai, prefer is co le es e c uzioni di pr ima matt i na . » Subito i nte r ve n ne D un iyaz àd: « Ti prego s orel l a , f inis ci di r a c c ont ar m i l a stor i a che ave v i inizi ato ier i s era . S e tu mor rai i o non s aprò mai c ome andrà a f inire.» « Io s o g i à c ome va a f in ire, l’ ho s og nat a st anotte» diss e i l re. « Ne c ono s c o t ante a lt re d a r ie mpire nott i e nott i f ino a più di m i l l e. » « Vu oi s e mpre ave re l’u lt ima p arol a . A l lora sp og li at i inf i l at i nel l e tto; pr ima t i p ossie do, p oi ve di amo s e av rò vog li a di as c olt ar t i. » Non c i s ono p arole p e r dire qu anto s ono dolci le sue l abbra , p ote nte i l suo pi ac e re, ass oluto i l suo abb andono. I suoi gem it i s ono mus ic a, i l suo u rlo una t romb a che r isuona . Q uel l a notte ave vo ass ap orato l’amore e p oi m i s arebb e to cc ato mor ire? Non c i p ote vo ne mme no p e ns are. Mi l l e nott i s ono p ass ate nar rando, e t anto ho imp arato d el l’amore che anc ora non ave vo imp arato d a l le stor ie a lt r ui. Mi d i c e m io p adre, i l v is ir, che i l p a es e ha r ipres o v it a , che l a ge nte è g i oios a, i g ior n i s c or rono lie v i, le messi cres cono più folte, g l i an ima li f ig li ano, i t r ibuna li s ono più b ene voli e l a prosp e r it à b e ne dic e i l p op olo. Tu, m i o re, hai imp arato che nel mondo c’è t anto dolore e che i l 121


tu o a l c on f ronto è p o c a c os a, che s olo l a s ag ge zza , l a g iust izi a , i l p e rd ono p o ss ono rass e re nare l a v it a e d arle compimento ag li o cch i d el l’A lt iss imo. Eppu re or a , p er l a pr ima volt a, si af fa cci a in me un g rande t imore. I m i e i t re f i g li s i muovono intor no: i l più g rande r incor re g li u c c el l i n i, i l s e c ondo si t ras c ina gattonando e g io c a con le for m i che, l’u lt imo suc ch i a l a mi a p opp a . E io ho p au r a . L’amore che ho c onos c iuto in queste m i l le nott i non m i r ass i c u r a , anzi, p e rché ora s o di ave re molto d a p erdere. S corgo ne g l i o c ch i di Sha h r i hàr l a p assione, ma anche l ampi d i ant i c a fe ro c i a: ne g li uomin i fors e i l p otere si av v ing hi a a l l’amore, c os ì c ome nel le don ne l’amore si int re cci a con i l d olore. O r a che l e m i e stor ie s i s ono e s au r ite con A l a dino e l a mog lie B ad r A l -Bu du r, che c os a p ot rò anc ora ra ccont arg li p er s ent irlo a d d or me nt ars i t ra le mie brac c i a? C ont i nu e r à a te ne r mi ac c anto a s é ? Mi p er metterà di prender m i c u r a d e i m i e i pic c oli f ig li, che s ono anche i suoi? Perché, propr i o or a , mi pre nde uno s c oramento che m i s chi a cci a nel p oz z o d el l a d isp e raz ione ? Ho c ono s c iuto f ina lme nte l’amore e l a p assione p er un uomo, ho c ono s c iuto l’a lt ro amore, quel lo dei f ig li, che m i fanno ag g r app are a l l a v it a più che mai. Eppure. S cio c c a che s ono! L e nu ove stor ie le inventerò io; niente è più fe cond o d el l a me nte umana, che non es aur is ce mai l a mater i a d ei r a c c ont i. Sarò i o a i d e arl e e que st a volt a, p arl ando del mondo, g li p arlerò d i me e lu i non p ot rà più r inu nc i are a l l a m i a vo ce, a l l a forza am ma l i at r i c e del mio p e nsie ro.

•• Un delicato racconto che ci conduce in un mondo onir ico. O r ig inale il contenuto e lo stile espositivo. Il lettore è por tato, con su spe nce , in una mag ica favola . Il conf litto tra uomo e donna è af f rontato, nel racconto, con la tenacia e la comprensione fe mminile . S e si la s cia uno spirag lio, l’amore può por re f ine alla s offe re n z a . Chi ama non ha paura . 122


segnalazione di merito prosa inedita - Mario Trapletti■

Mario Trapletti da Roma

L'inferno è l'assenza degli altri Hai ge tt ato tutt i nel lo s c onc e r to, li hai l as ci at i a b o cc a ap er t a . C h i s e l o s arebb e mai asp e tt ato d a te. B el lo s cherzo che hai fatto. Tu fo ss i, che s o, un ac cl amato s cr ittore; un celebre uomo di sp ett acolo o anche s olo un p olit ico in car r iera, g ià si s catenerebb e l a pl e tor a de i re t ros c e n ist i d a roto c a lco. C a cci ator i di turb e; s c and ag l i ator i di c ontor te biog raf ie; annus ator i di t ra cce di f re u d is mo noir : tutt i a l l a sp as mo dic a r icerc a del Vero Perché, d el l’Aute nt ic a C h i ave di Volt a. Tu, p e rò, l a Vit a ha voluto fossi un comp onente del C lub deg li Anon i m i Q u a lunque, qu el li c ui, qu ando g li va b ene, to cc a in s or te u n r u olo d a c omp ars a p er die ci m inut i in quel l a che qu a l c u no g i à de f in ì “Una favola raccontata da un idiota”. S ei s olt anto, vole ndo a tutt i i c ost i g rat if ic ar t i di un p aragone l e tte r ar i o, u n s e dic e nte uomo dal f iore in bocca. Ma nessun Pi r and el l o af fonde rebb e le f au ci nel le tue v icende p ers ona li, nel l a tu a stor i a, p e r nut r irs e ne, met ab olizzarl a e rest ituirl a a l mond o s otto le sp og lie di un’op era te at ra le. Q u e st a l a s c e na che si t rove rebb ero d avant i ag li o cchi g li ard it i sp e tt ator i qu a lora a u n Pirandel lo anche s olo de noantr i foss e ve nuto l’e st ro di c ime nt arsi con un s og getto così p o co af fas c i nante. L’i nte r no di u n app ar t ame nto c ome t ant i, di quel li dove v ive l a molt itu d i ne che sp e ss o ama inebr i arsi con i ra ccont i del le v ite 123


d i i l lust r i u omin i e don ne. In pr i mo pi ano, u n t avolo d a l l a line a s emplice, ma non b ana le ( tu ab or r i l a b ana lit à, t anto d a p ass are p er e ccent r ico); color g r i g i o ch i aro, c ome g r ig i a è l a s e di a , s e vera , ess enzi a le nel l a su a ani ma me t a l lic a. Gr ig io è i l c ast igato ma non comune l amp a d ar i o. I l fond a l e nel qu a le p ar rebb e vole rsi m imet izzare e fondersi l’ar re d ame nto è di u n raf f inato g r ig io p erl a , l a c ui r icerc a t i è c o st at a non p o c a f at ic a, c ome del resto og nuno deg li a lt r i c omp one nt i. Nu l l a, a c osto di fat icos e ma app assionate r ice rche, è st ato l as c i ato a l c as o: tu non am i le a ccozzag lie, le s c elte sup e r f i c i a li, i l dis ordine c romat ico. Nero, i nve c e, è l’abbig li ame nto: c a lz oni, c am ici a , t- shir t, g i a cc a , s c ar p e. Anche le c a lz e, c i manche rebb e. Si è fatt a sp ess o, d a p ar te d i am i c i e p are nt i, del l’iron i a su l l a mono-toni a del tuo ve st i re, c os ì c ome ne è st at a f att a su quel l a del l’ar re d amento, p e r qu e i qu att ro gatt i che l’ han no v isto. Dicess ero pure quel lo che vol e v ano : non t i s e i mai f atto c ondizionare nel le tue s celte, f atte s e mpre d a s olo, s e n z a mai c onsu lt are nessuno, e s enza a lc u n t i more de i p are r i a lt r ui. L a lu c e è te nu e, f re dd a, t ipic a del le l amp a de a r isp ar m io ene rge t i c o. Tr a le a lt re c os e i l lumina , su l pi ano del t avolo, un pi cc ol o p ar a l l ele pip e do di c ar tonc ino bi anco, su l qu a le spicc a l a s c r itt a BN Z D Z P. Anche i l tu o s gu ardo lo sf iora p er un att imo, c ar i c o d i i nc e r to o dio, c ome si può o di are l a sir inga di una b ene f i c a e nd ove nos a. Q u as i subito lo distog li p er r ivolgerlo a l v u oto. Sp e nto. L e or bite d e g l i o c ch i s ono c e rch i ate di s c uro, o cchi aie sim i li a bu ch i ne r i d ove tutto si p e rde. Si an nu l l a . I l cr an i o r as ato a z e ro r if le tte i l gelo del l a luce che lo s ov rast a , e con fe r is c e una tona lit à inqu ie t ante a l p a l lore del l a fa cci a . Gu anc e b ols e, qu as i foss e ro brac ci a l as ci ate c a dere p er l a st anche zza , l a disp e raz ione. Rug he s er p eg g i ano su l l a f ronte e intor no a l l a b o c c a, g raf f it i che non mentono. Q u ant i an ni hai: s e ss ant a? fors e qu a lcos a meno? p or t at i o s opp or t at i ? D omande oz ios e, c ommenterest i s e p otessi udirle. L’et à , qu el l a che hai o quel l a che dimost r i p o co imp or t a , non è mai u na bu ona c omp ag na di st rad a, anche s e sp ess o è l’unic a che t i re st a . Iron i a del l a s or te : più g li anni si a cc umu l ano, più t i r it rov i s ol o. Pe r un mot ivo o p e r l’a lt ro, chi pr ima t i st av a 124


i ntor no d a un c e r to mome nto in avant i com inci a a d avere a lt r i i mp e g ni, a lt r i inte re ssi; s e mpre più mot iv i p er non ess erci. E s e mpre v a lidi, c i manche rebb e. Q u ando si p arl a di s olitudine, d op o d e g l i che c i s i me tte ? Infanti? adulti? C hiss à p erché, v iene sp ont ane o abbinarc i anz iani. Tu, ve c ch io non s e i, anche s e or mai fai p ar te del l a cosiddett a te r za e t à . Eppu re, hai s e mpre avuto p er comp ag no di v i ag g io un a c uto s e ns o di is ol ame nto, di es clusione. In cer to qu a l mo do, u na for ma di forz os o romit ag g io, che non tu hai s celto, ma nel qu a l e t i s ei r it rovato a s fog li are i g ior ni del l a tu a esistenza . L e man i, b e n c u rate, e le bra cci a g i a cciono, sp oss ate e i nd i f fe re nt i, su l pi ano del t avolo; le p a lme r ivolte vers o i l b ass o, c ome c e rc ass e ro un s olido app og g io. A t ratt i s coss e d a t re mor i, a l p ar i del le l abbra. I l s i l e nzi o t i av volge ass oluto, complici l a notte e l’af fa ccio tutto i nte r no del tu o pic c olo app ar t amento. Sino a p o co fa si s arebb e p otuto udire anche i l tumu ltu are dei tuo c uore, che a d e ss o p e rò si è pl ac ato; b atte regol are, noios o e rassic urante c ome i l toc toc di una p e ndol a. L’ass e n za tot a le di r u more c re a l’i l lusione di p oter as colt are i tu oi p e ns i e r i, p e rc e pire le tu e emozioni; le tue angos ce. Non s ai più dist ingu e re s e s e i tu che li el ab or i oppure s ono i p e ns i e r i che t i ag g re dis c ono provenient i d a chiss à dove. D ent ro o f u or i che s i ano, vor re st i non esistess ero p er niente, che t i l as c i ass e ro in p ac e. Si l e nzi o e ste r no. Vu oto inte r no. Q uiete ass olut a . C os ì g r a dire st i tu, ma c osì non è, non con i l s ens o di v a c uit à che s i è imp oss e ss ato di te. Gre ve come un ma cig no che t i oppr i me ; t i c ompr ime i l di af ram ma ; rende af fannos o i l respiro. L a te st a s ì, l a te st a vor re st i che si p otess e sg rav are con un t iro d i c ate nel l a, c ome i ve c ch i s c i acquoni del water. Uno s cros cio, e v i a , g iù nel le fog ne del l’oblio. Potessi farlo. Si l e nzi o. S ol itu d i ne. Vu oto. Ti mont a de nt ro l a vog li a di g r id are, mettere le a li a quel l’urlo che t i pre me de nt ro, f ino a f ar t i s cr icchiol are l a c ass a tora cic a . Ar r anc a su su f ino a l l a t rache a , smani a p er venire a l l a luce, r ive rs ars i nel l a st an z a, magar i in un app are cchio telefonico. Ma v a a c oz z are c ont ro le l abbra er met ic amente s er rate, 125


e comu nqu e i l c el lu l are l’ hai sp e nto d a un p e zzo. In questo mome nto non vuoi disturb ator i, chi a cchiere fors e f ut i li, ma che i nve c e p ot rebb e ro f ar t i vac i l l are, m inare l a tu a fer ma d e cis i one. Fe r ma f inché ne ssuno l a s c uote. Giunt i a qu e sto pu nto, non vu oi imp or tuni sp ett ator i o as c olt ator i : ch i è st ato ass e nte f ino a og g i, p o co imp or t ano le mot iv a zi on i, c ont inui a e ss e rlo; s e nza ip o cr isi a . Adess o, qui nel l a tu a st an za tu s e i s olo. Una s olitudine che di l aga a l l’inter no. S olo c on te ste ss o: l’u lt ima p e rs ona con l a qu a le in questo mome nto vor re st i t rovar t i in c omp ag ni a . L’unico non in g ra do d i d ar t i u na mano, ma anche l’un ic o pres ente. Gli a lt r i, i nve c e Gi à, dove s ono g li a lt r i? Dist ratt i e t ravolt i d a l l e l oro v ite. Og nu no d a l l a propr i a . Og nuno ass orbito d a l le propr i e g i oi e, d ai propr i dolor i. C on i propr i t appi nel le ore c ch i e e fe tte di s a l ame sug li o c chi. Anche tu, c e r to; anche tu c ome tutt i t ravolto d a l l a tu a v it a : un f iu me i n pi e na , imp az z ito. St ravolto d a l s ens o di vuoto che t i d ivor a e t i i mp e dis c e di ve de re qu a lsi asi a lt ra cos a che non si a lu i. Non s ai più re g ge r t i in pie di. Non d a s olo. Ma s e i s ol o. Av re st i bis o g no di st amp el le p e r re g ger t i; le p ers one a te più c are han no c e rc ato di for n ir tele ; c ome p ote vano, ov v i amente; come s ap e v ano. Ti han no pro c urato un nome, un numero di tele fono. E che pre te nde v i, che loro si fa cess ero c ar ico di qu el l a c ro c e che tu p e r pr imo t i r if iut i di p or t are? Vole v ano s olo aiut ar t i. Aiut ar t i a c ompre nde re, e a ccett are che s ei tu che a tutt i i c o st i vu oi c onside rare u na cro ce quel l a che è s olo una mome nt ane a d if f ic olt à, una f as e del l a v it a . D epre ss i one, ha s e nte n z i ato lo ps ichi at ra d a l l’a lto del l a su a s c ie nza me d i c a. S e i c onv into che a quel li che t i ave v ano ind i r i zzato a lu i ha ag g iu nto g rave, ma a te no, si è b en gu ard ato d a l farl o. P u ò e ss e re c ont ropro du cente dirlo in fa cci a a un p a z i e nte. D epre ss i one. a l mome nto di c onge d ar t i, con un s or r is o che vole v a e ss e re rassic urante e una st rett a di mano v ir i le ma non t ropp o, t i ha c ons e g nato due fog liett i: l a p arcel l a e l a pres c r i zi one d el r ime dio mirac olos o. Ar r icchito d ai m ig lior i cons i g l i, p e r a lt ro g ratu it ame nte el arg it i: 126


Sia costante nel prendere la medicina: è di v itale impor tanz a che le i non r if iuti la cura . C on questa, non s olo si s entirà, ma starà meglio, vedrà . Starà . vedrà . L’atte s a d i un f uturo me ssi an ic o, di un Messi a che ci monderà d e i no st r i dolor i, de i nost r i vu ot i. D el le nost re s olitudini. L e st re g he ne i s e c oli del l’intol leranza inquisitor i a veniv ano me ss e a l rogo qu a li s e gu ac i di Sat ana . Noi ci si amo e volut i, s i amo mo de r n i, sup e r ior i: l a p ozione mag ic a og g i v iene re gol ar mente pre s c r itt a, e c e dut a con est rema fa ci lit à e con i s a c r i c r is m i del l a s c ie n z a u f f ic i a le. C hi l a el arg is ce non r is chi a nu l l a , s a lvo l’e ve ntu a le de c e ss o del p a ziente. Un p ossibi le e f fe tto c ol l ate ra le f ra i t ant i, fors e nem meno i l p eg g iore. Il male os curo . i l ma le di v ive re. l a p aura , l’angos ci a di v ivere. Per te adess o non è più i l momento di r if lessioni e re cr iminazioni: l e c o s e s ono and ate c osì e or mai p o co imp or t a che p otess ero and are i n mo do dive rs o. In f in dei cont i, l a tu a v it a non si è d ip anat a dive rs ame nte d a quel l a di molt i a lt r i. È ve ro, non t i ha c e r to aiut ato l’ambiguit à s essu a le: p er anni, t roppi an ni, hai nas c osto anche a te stess o qu a li erano le tue ve re pu ls i on i. Ti f ac e va p au ra, t i mette va a dis ag io s copr ire che d’ist i nto provav i att raz ione più p er i mas chi che p er le fe m m i ne. C io è : t i t rovav i b e ne con le rappres ent ant i del gent i l s e ss o, ma s olo s e e rano di p are cchi anni più mature di te, e s e nza che c i foss e di me z z o u n br iciolo di erot ismo. L o s ap e v i anche tu, qu a lc os a ave v i le tto, che prob abi lmente s otto cov av a l a r i c e rc a di qu el l a f igu ra mater na che a te era manc at a , ma qu e sto non c ambi ava n ie nte : l e raga zze tue co et ane e o più g i ov ani d i te non t i inte re ss avano, anzi: t i annoi av ano. Non c o s ì i mas ch i. Ma l’anoma li a del le tue pu lsioni era t a le d a re nd e rsi ins opp or t abi le : non p ote v i am metterl a nem meno a te ste ss o. Il pi ac e re del l a t rasg ressione non ha mai fatto p ar te d el tu o b agag lio c u ltu ra le. Q u anto hanno g rav ato su l l a tu a e mot iv it à l a dif f ic olt à a v ive rs i p er quel che si è; l a p aura del g iu d i zi o, del l’inc ompre ns ione, del lo s cher no? Si fa pre sto a iron iz z are o a minim izzare qu ando si ig nora c os a s i g nif ich i nas c e re in una fam ig li a t ra diziona le, c attolic a o ss e r v ante, nel l a prov inc i a del C ent ro Sud, e s copr ire che s ei d ive rs o d ag li a lt r i. D ag li a lt r i che s ono diversi d a te, ma loro s ono i n mag g ioran z a, s ono s econdo natura: quindi, i l divers o 127


s e i tu. F inge re, mas che rare, re pr ime re. Tutto questo, b enché a f in di b ene, ha u n c o sto; s i p aga c aro. Tu a l momento ig nor i qu anto, ma c on i l te mp o, dive nt a ins oste n ibi le. E a l l or a , non re st a che l a f u ga d a l l a piccol a citt à , d a l r ist retto or izzonte d el l a prov inc i a, che t i as f issi a s e non s ei come loro, s e non s e i uno di loro . E non puoi nem meno a cc us arli di non aver t i voluto c apire, qu ando tu hai f atto di tutto p erché non t i c apiss e ro. L a r i c e rc a d i u n l avoro mig liore, di un f uturo più r icco di s o d dis fa zi on i. Anc ora u na volt a una s c us a , una mes china f u g a ve rs o l’i l lusione : s e g li a lt r i non m i conos cono, p ot rò nas c ond e r m i me g lio. Hai s c elto l a g rande c itt à p e rché of f re mag g ior i e m ig lior i opp or tu n it à d i re a liz z az ione in ambito l avorat ivo, così hai r a cc ont ato ai tuoi f amig li ar i. In re a lt à , p erché t i a ccog lie s enza ch ie d e r t i p ate nt i di a lc u n t ip o; non t i s ottop one ai rag g i X pr i ma d i am me tte r t i nel suo c ons e ss o. Vero, ver issimo; come è ve ro che omologa tutt i; pre ss a c ome una s chi a cci as assi; t i re nde anon i mo; t i sp e rs ona liz z a. In c itt à p e ns av i di p ote r v ive re s e n za dram m i l a tu a diversit à : ne ssu no qu i t i pre st a atte n z ione più di t anto. Ma s e anche si a ccorge, s e t i s gama, non d à in e s c andes cenze, non punt a l’indice d el g r and e Inqu is itore : abb ass a l a s ara cines c a del l’indif ferenza , e ch i s’è v isto s’è v isto. L a ge ne ro s a e prag mat ic a c itt à t i of f re, s e propr io v uoi, s e non pu oi far ne a me no, rapp or t i me rc e nar i; b ast a che tu abbi a i me zzi, ne t rove rai di dis c re t i, che non t i esp ongono, non t i comprome ttono. Ma l as c i ano né più né meno l’amaro in b o cc a ; ancor a u na volt a, t i t rov i a sgu az z are nel v uoto, nel l’ass enza . L a g r and e c itt à non è pic c ol a, l a gente non mor mora - ma ne m me no t i s a lut a p e r st rad a qu ando t i incont ra ; a ddir ittura , s e l a i nc ro c i p e r le s c a le del c ondom inio. L a dis cre zione, s opr attutto. Tu, p e rò, ass e condi e p e r c os ì dire incent iv i questo st i le di v it a , qu e st a ge st ione de i rapp or t i inter p ers ona li: in p o chi an ni hai c ambi ato c as a più volte, t rasferendot i in zone s empre d ive rs e e d ist ant i u na d a l l’a lt ra. S e nza mai l as ci are i l nuovo re c apito anche s olo a u na p or t inai a. C ome a voler s ottoline are 128


e approfondire l a sp e rs ona liz z a zione del tuo v ivere citt a dino, hai s el e zi onato p e r lo più anon i m i s em inter rat i, meg lio s e con i ng re ss o i ndip e nde nte e af f ac c i o tutto inter no. Sprofond are e sp ar i re ; s c ivol are imp a lp abi le t ra l a fol l a e di t anto in t anto g i r ars i, nel l a sp e ran z a che qu a lc uno abbi a colto i l tuo p ass ag g io, a l me no c on l a c o d a del l’o c ch io. Non v iv i ch ius o in c as a, que sto no: dop o i l l avoro, f re quent i c i ne ma , te at r i, p a le st re. B ar e r istorant i no, p erché b ere e mang i are in s olitudine t i int r ist is ce più del r icordo del f i lm Inc ompre s o. E propr io p e r non ess ere s empre s olo prendi a d a c c omp ag nar t i, nel le o c c asion i c u ltura li, con donne più mature d i te. C on le qu a li, p e rò, non st r ing i ver i rapp or t i di am icizi a : t r a d i voi, u n ic ame nte inte re ssi c u ltura li comuni; mai una cena , u n d op o te at ro, una p ass e g g i at a a due. Di te, g i ov a r ip e te rlo, si c onos c ono s olt anto am icizie fem m ini li, pre ss o ché s e mpre di e t à sup e r iore, a l l a tu a , e nem meno di p o co. Non hai amic i, non r isu lt a tu ne abbi a mai avuto, s e non in un re moto p ass ato che r is a le a l l a s c uol a del l’obbligo. Vien fatto d i p e ns are a qu el li che non te ngono dolci in c as a p er e v it are anche s ol o l a te nt az ione, e p e rché non si p ensi che s ono golosi. S ol itu d i ne, c omu nqu e s olitudine: bramat a e o di at a . L a fam i g l i a, si dic e che tutto t rag ga or ig ine d a lì. Si a pure, ma ha s ens o r ivangare l a tu a infanzi a e a doles cenza a l l a r i c e rc a d ei vu ot i, del le ass e n z e dov ute a l l avoro? Q u ant i s ono i ge n itor i che, c ost re tt i f u or i c as a d a imp eg ni l avorat iv i, d anno l’i mpre ss i one di t ras c urare i f ig li? Te l a s ent irest i di af fer mare che ne d er iv ino s e mpre de i delinquent i, tossico dip endent i o e marg i nat i, dis ad att at i in ge nere? Tropp o sup er f ici a le, no? e mag ar i anche ing iusto. In fatt i, non hai mai r in f ac c i ato niente ai tuoi: p overett i, s e ne s ono pure and at i abb ast an z a g iovani, a p o c a dist anza uno d a l l’a lt ro. Tutto ve ro, ine c c e pibi le; ma non t i r ius cirebb e propr i o di ne garlo: l a loro ass enza l a s ent iv i, e ccome, e i nv i d i av i i c omp ag n i di cl ass e che ave v ano l a mam ma c as a linga , g l i pre p arava l a me re nd a e magar i li s eguiva qu ando fa ce v ano i c ompit i. A te to c c ava s e mpre ar rang i ar t i d a s olo, oppure c onv i nc e re un tuo c omp ag no di cl ass e a inv it ar t i a c as a su a , p e r fare i c ompit i insie me, e magar i r ime di are l a merend a . 129


Gi à , i l c ib o. Pe r un lu ngo p e r io do hai cerc ato comp ens a zione nel c ib o, f i no a ras e nt are l’ob e sit à. Intendi amo ci: non è che t i fo ssi me ss o l ì a t avolino e ave ssi pi anif ic ato di s ost ituire con le g h i ottone r i e le f amige rate c are n z e af fett ive. Hai com inci ato e b ast a , qu as i p e r c as o: u no de g li am ici che t i ospit ava p er stu di are i ns i e me att rave rs ava una f as e di inapp etenza , e tu t i s e i ge nt i l me nte pre st ato a r isp ar mi arg li le repr imende del l a mad re. D and o fondo anche a l l a su a ra zione di p ane e nutel l a o d i tor t a o d i budino o di z ab ag lione con i bis cott i. F inché u n g i or no, che l’adole s c e n z a era g i à un r icordo, non t i s e i pi a c iuto più ; non c e l’ hai più fatt a a gu ard ar t i nel lo sp e c ch i o e ve de r t i c ome e r i. Hai de cis o d a l l’og g i a l domani d i farl a f i n it a c on l’e c c e ss o di a liment a zione, qu asi b ast ass e p e ns arl o e d i rs elo. Q u ante lotte ; qu ant i a lt i e b assi; pi ant i, s c or ame nt i. Hai c apito pre sto che con le tue s ole forze non ce l’av re st i mai f att a. E a l lora s e i c aduto nel l’e ccess o opp osto: le di e te s f i anc ant i, l a p a le st ra, i r ime di m ira colosi che hanno cons e g u ito l’obie tt ivo, ne ssuno può negarlo, ma a l temp o stess o han no s f i anc ato i l tuo f isic o, e qu as i cer t amente sf ibrato l a tu a p s iche. S e i d i mag r ito; d a an n i puoi f ina lmente vest ir t i come a te pi a c e. Ma a che pre z z o e anc ora non r ies ci a sb ara zzar t i d eg l i abit i ne r i, che un te mp o ac quist av i p erché t i sf inav ano. S e tu hai s me ss o di c omp e ns are i vu ot i r impinzandot i di cib o, i f am i g l i ar i che non s ono mor t i nel c ors o deg li anni tu cont inui a p e rc e pi rl i l ont an i, non t i f an no s e nt ire a ccolto come vor rest i. Non t i pre st ano l’atte n z ione che, magar i un p o’ morb os amente, t i asp e tte re st i d a loro. Non s opp or t i, p er es empio, che tu a s orel l a d e d i ch i c on t anto fe r vore i l suo temp o lib ero a l le att iv it à p ar ro c ch i ane ; ar r iv i a e ss e re gelos o del s a cerdote p er i l qu a le f u nge d a s e g re t ar i a f ac totum. C ompito che, t ra l’a lt ro, svolge s e n z a che s i p o ss ano supp or re rapp or t i tr uffaldini f ra i due: a te non è ov v i ame nte s f u g g ito che a lui non s ono le donne quel le che, s e propr i o, inte re ss e rebb e ro. E questo, chiss à p erché, t i fa ancor a più r abbi a. Un d is ast ro d a s e mpre, p e r te, l a f am ig li a ; a lmeno p er come l’ hai v issut a tu. Gli am i c i d i un te mp o, di or mai t ant i, t roppi anni fa , s ono u na nebbi a i ndist int a nel l a qu a le non si s corge a lc unché. C he p e ns e rebb e ro loro di te, loro che s ono s empre r imast i 130


l à , f is i c ame nte e c u ltura lme nte? Non è nem meno l a p aura d el l oro g iu diz io, del p ossibi le s cher no: siete re cipro c amente i nd i f fe re nt i. Pu nto e a c ap o. Me g lio non cerc arli, non incro ci arli. L a g r and e c itt à of f re ampi sp azi, moment i c u ltura li e di svago a non f i n i re. B ast a s olo ave r vog li a , e disp onibi lit à di me zzi p e r stord i rsi e non p e ns are, a lmeno a s e stessi. E nt rare in un vor t i c e stup oros o dove anche l a f re quent a zione co att a di s a le c i ne mato g raf iche e te at ra li può t rasfor marsi a lungo and are in u n oppi o del p op olo. Tu p e rò non r ie s c i ne mme no a cons eguire quel livel lo di s o c i a l i zza z ione a lie nat a; non ing rani, s empre con l a p a l l a a l pi e d e del cos a pen s eranno gli altr i. Il p ara doss o di v ivere nel l’i nd i f fe re n z a più o me no ge nera le, e p erò temere i l g iudizio d el pross i mo. Ti r it rov i is ol ato, più nel l a te st a che nel l a re a lt à : s ei tu che s c ans i l e a lt re p e rs one, e non v ice vers a . Hai ment a lmente i nd oss ato i p an n i del re ie tto b arb one: un b arb one, p erò, vest ito c on el e g an z a e b e n nut r ito; dot ato di un l avoro remunerato e di u n c omo do a l log g io. Ma u gu a lmente s olo. Eppure, tu vor rest i anc or più s c ivol are anon imo t ra l a fol l a , fant asma che sf ug ge ai r a d ar d el l’a lt r ui p e rc e z ione. E più s e i s olo, più g li a lt r i t i manc ano. I p e ns i e r i anc ora van no e ve ngono nel l a s c atol a cranic a , ma è u na mare a che si f a v i a v i a s empre più lent a ; un f luss o e r i f luss o che s i ste mp e ra nel l’indif ferenza . L a tu a mano s c ivol a s e n z a e ntusi asmo vers o l a s c atolett a marc at a BNZ D Z P; l’ac c are z z a; s embra su l punto di af fer rarl a , d i apr i rl a . Poi s i fe r ma, qu as i attendess e un u lter iore comando. C he non v ie ne. L o s g u ardo v it re o, ass e nte, non s a dove p os arsi; non c’è niente su c u i p o s ars i. Gli o c ch i non t rovano appig li nel g r ig io; i l v uoto non s i l as ci a me tte re a f uo c o. Anc or a b ag lior i di r if le ss ione; f l ash che p er un att imo s qu arc i ano le te nebre dove st ai sprofond ando. Pe r qu el l i che v ivono s itu az ioni come l a tu a l’epidem i a di c ov i d 19 è st at a, a qu a le me t afora v uoi app el l ar t i ? L a cilieg ina sulla tor ta, o pre fe r is c i la g occia che ha fatto traboccare il vas o? Ma s ì, ma s ì, f ac c i amo pu re del l’ironi a : l a ver it à è che p er te è 131


st at a u na ve r a e propr i a maz z at a, a l l a fa cci a dei s ensi f igurat i. S ei s c amp ato a l c ont ag io del v ir us , ma non a l v ir us del l’is ol amento. Per me s i e me si ch ius i c ine ma, te at r i, p a lest re: a zzerat a l a tu a pu r mar tor i at a s o c i a lit à. Inte r minabi li, ins opp or t abi li ore e ore d i te mp o l ib e ro (sic!) s g ranate nel c arcere del le qu att ro mura d ome st i che. Pen nel l ate di g r ig iore che hanno fatto comunel l a con l e tona l it à del tu o g r ig iore c as a l ingo. L e ore d el l’otium indige st ame nte tol lerate d a c arcerato in c as a tu a, a l p ar i d i quel le del neg otium . L o smar t working , binom io este rof i l o che c i ha a l luv ionato in un amen, ha cons ent ito di non bl o c c are molte att iv it à l avorat ive, s a lv agu ard ando a l temp o stess o l a v it a de i l avorator i. Ine c c e pibi l e. C ond an nand o, in p ar i te mp o, te e tutt i g li a lt r i come te a l l’is ol ame nto tot a le. S e g re gat i in c as a . Ar rest i dom ici li ar i ag g r av at i d a l l’ass e n z a di c ont att i u mani in c ar ne e oss a . I s oc ial media , c e r to, a lt ro p e r vasivo binom io esterof i lo. Non ne s e i mai st ato att ratto, te nuto l ont ano d a una profond a d if f i d e n za : non r ie s c i a st abi lire un rapp or to, un cont atto, s e non hai d i f ronte l’a lt ro. Tu s e i c elebre f ra le tue conos cenze p er l a c ap a c it à d i p arl are a raf f ic a p e r tempi inf init i, s a lt ando d a u n argome nto a l l’a lt ro s e n z a s oluz ione di cont inuit à . Dif f ici le d i a l og are c on te che hai qu as i s e mpre tu i l b o ccino in mano. S ei u n br i l l ante c onve rs atore a s e ns o unico, c ap a ce di non an noi are ch i è disp osto a st ar t i ad as colt are. È b en raro che t i manch i no g li argome nt i, e anc ora più raro che i l tono del l a tu a vo c e s c ivoli su l de pre ss o. S coppiettante t i si a ddice a l l a p e r fe zi one. Q u a lc u no, t ropp o profondo o t ropp o infast idito, ha p arl ato d i hor ror vacui. Eppu re, a l l a fac c i a del l a tu a f ac ondi a , qu ando hai prov ato a me tte r t i d av ant i a l lo s che r mo e a l l a t ast iera , niente: p ara lisi tot a l e. Ne m me no fossi v itt ima del l a sindrome del l a p ag ina bi anc a . C on i l b el r isu lt ato che i l lo ckdow n, integ ra le o s em i, ha u lte r i or me nte t ar p ato le a li a l le tue rel a zioni s o ci a li. Inte nd i amo c i : i tu oi rapp or t i c on i col leg hi, p er dirl a in cer i mon i a l e s e, s ono s e mpre st at i impront at i a l l a massima cordi a l it à e a l r isp e tto re c ipro co. O v vero: for ma lmente ine c c e pibi l i. Mai, p e rò, s c e si a l di s otto del l a sup er f icie: di f acc i at a , i ns omma. Non hai st re tto legam i con nessuno di loro. E mag ar i s ar à st at a l a s olit a p aura: s e li f requentassi, pr ima o 132


poi f inire i con il tradir mi. E chi ss à come potrebbero prenderla , Me g l i o non c or re re r is ch i, st are a l l a l arga anche d a l le cene d’u f f i c i o, ac c amp ando l a s olit a s c us a del l a diet a . Presto o t ard i, è i ne v it abi le, ne mme no t i convo c ano più, e i l problema è r is olto. I l c ov i d 19 te l’ ha liquid ato del tutto: s ei t ra g li anzi ani d el l’u f f i c i o, quindi, f ra i s og ge tt i a r is chio; quindi, d a tutel are mag g i or me nte. R isu lt ato: non s ei più r ient rato in uf f icio. C hiusi c i ne ma , te at r i, p a le st re – e p e r te anche i l luogo di l avoro. L a mors a s i f a più st re tt a, asf issi ante. Tu p e r pr imo non t i c ap ac it i di come, in questo clima d isu mani z z ante, non s e i tor nato a f iond ar t i su l cib o. Tu che p e r an ni e an n i hai r is ch i ato l’ob esit à , p er g iunt a in f rangent i d e c is ame nte me no drammat ic i di questo. Insieme a p are cchi d e nar i s e n’è and at a non p o c a energ i a ment a le; e fors e, ma non ne hai l a c e r te z z a, le c ure a l le qu a li t i s ei s ottop osto non e r ano c os ì in no c e nt i c ome mi l l ant av a l a pubblicit à . Fors e, e i l dubbi o non è s olo tu o, han no pro c urato s comp ensi dei qu a li ne m me no hai pie na av ve r te n z a, ma che, fors e, t i hanno res o più i nst abi le. Non , p e rò, nel l’inibir t i durante l a s eg rega zione p e r f i no l e g rat if ic az ion i che può fa l l a cemente for nire i l cib o. In u n anno e olt re in s olitudine qu asi ass olut a t i s ei concess o g iusto l e inc ursion i s a ltu ar ie a l sup er merc ato: non t i s ei c omp e r ato u n s olo c ap o di abbi g li amento nuovo. È a l l or a che hai c ominc i ato a inc ur v are le sp a l le, a d av ver t ire m i na c c i os o i l p e s o del l a v it a. Il vuoto del l a tu a v it a . I l c ov i d ha pr ivato molt i, p e r p er io di più o meno lung hi, del s e ns o d el gusto e del l’olf atto; tu, inve ce, v ir us o non v ir us, hai p e rs o i l g usto p e r l’e siste n z a. Ad e ss o, s e duto a quel t avolo, g li o cchi va c ui, i l cer vel lo r i d otto a u na maione s e imp az z it a , l’angos ci a t i mont a dent ro. I l p ozzo ne ro lie v it a, gorgog li a, è su l punto di int as ar t i l a gol a . An naspi, de g lut is c i, t i p or t i le mani a l p omo d’Ad amo; p oi le l as c i r i c a de re su l pi ano del t avolo. F iss i d av ant i a te, ma ve di i l vuoto, s empre e s olt anto i l v uoto. L a re t i na non re g ist ra n ie nte. È u n att i mo, una di ap osit iva proiett at a su l l a nebbi a : int rave di te ste ss o su l l’orlo di un pre c ipizio, un bur rone del qu a le non si i ntu is c e i l fondo. Hai p au ra, vaci l li, t i r it rai. 133


Bu io. Nu ov a d i ap o s it iva: t i t rov i s e mpre su l l’orlo del pre cipizio, t i sp org i i n av ant i, s e mbr i att ratto, af fas cinato d a l v uoto, d a l nu l l a che t i st a d avant i e s otto. O vu nque. C a d e re. L as c i arsi and are. Sprofond are nel buco nero d el l’i ne s iste n za. Sp ar i re. Farl a f in it a. Ma no, s e i anc ora lì, anc ora inc ol l ato a l l a s e di a , le bra cci a d iste s e su l pi ano del t avolo. Si le n zi o. Ti g u ard i i ntor no inc re du lo, smar r ito come un c ucciolo che ha p e rs o l a mam ma: p ossibi le che ne ssuno t i ve d a , si a ccorga di te? che ne ssu no p e rc e pis c a l’inquie tudine che t i att anag li a , l a tu a p au r a d i v ive re - a l te mp o ste ss o p aura di mor ire? Ne ssu no. Nessu no ha av ve r t ito i l tuo nuovo dis ag io di f ronte a l l’i ns orge re del l a ma l att i a, ma più ancora di f ronte a l le su e p oss ibi l i c ons e gu e n z e. Tu ste ss o ag li inizi hai prov ato a lme no a m i n i miz z are i sintomi, i dolor i; a cl assif ic arli come temp or ane i. Q u ando non è più st ato p ossibi le, s ei dovuto r icor re re p e r forz a a l tu o me dic o, che t i ha indir izzato, a su a volt a , a l l o sp e ci a list a. D i ag nos i impl a c abi le: urge inter venire, p e rché l a p au ra t i ha f atto c omme ttere l’imp erdonabi le er rore d i t r as c u r are i me ss ag g i che i l tuo c or p o t i indir izzav a . O p e r are. I me d i c i, c on og n i prob abi lit à imb e cc at i d ai p arent i, mi ni m i zzano, i l s or r is o su l le l abbra: non è niente, stia tranquillo, tut to s ot to controllo. C he b el l a e spre ssione : tutto s otto c ont rol lo. Più r i l ass ante di u na t is ana a l l a p ass if lora. Faci l e a d i rs i, p e r loro; ma tu v iv i s olo; s ei s olo. E le loro p arole su onano l ont ane, pr ive di v igore. Parole, appunto. O p e r are ; e t i han no op e rato: tut to bene, stia tranquillo, ancora qualche piccolo di sturbo, col tempo, vedrà. Ve d r à . Tu p e rò non t i s e nt i b e ne ; non st ai b ene. Hai p ers o l’app et ito, e p e rd i p e s o; p e r l a pr ima volt a in v it a tu a s enza desiderarlo. No, non st ai af f atto t ranqui l lo, e av ver t i pure che i p arent i, e fors e i me d i c i, t i v ivono c ome un ma l ato im mag inar io. Si pre o c c up ano p e r l a tu a te st a, non p e r i l cor p o. C on b el l a le vat a 134


d’i nge g no t i sp e dis c ono a c onsu lto d a uno psichi at ra . A t anto s i amo ar r ivat i: t i pre ndono, s e non propr io p er p a zzo, p e r u no che ha c omunque del le turb e ment a li. D a c urare con l a c am i c i a d i forz a del l a ch imic a far ma ceut ic a . Non c’è nessu no che t i c apis c a, che si sforzi di c apir t i. Ti s ent i, s e i s e mpre più is ol ato, un nauf rago a l l a der iva . Tu, p e rò, non s e i matto, g li a lt r i p ens ass ero pure quel lo che vo g l i ono. S e i angos c i ato d a l le prosp ett ive del l a tu a v it a f utu r a : e s e l a ma l att i a, quel l a che nessuno ve de e t i r iconos ce, d ive nt ass e inva lid ante ? S e, u n p o’ a l l a volt a , g ior no dop o g ior no, t i tog l i e ss e l’autonomi a p e rs ona le, l a c ap a cit à di gest ir t i s enza bis o g no di inte r ve nt i a lt r ui – e p er i l resto dei tuoi g ior ni? C ome p ot re st i v ive re, s oprav v ivere, tu che g i à ora v iv i, di fatto, abb and onato a te ste ss o? e che non r ies ci a far c apire ag li a lt r i l a tu a f r ag i lit à, i l tu o te r rore di f ronte a l l’av venire? Q u a lsi asi c os a è me g lio di tutto c iò; qu a lsi asi a lt ra cos a . S e i ar r iv ato a l punto di non voler dor m ire p er i l ter rore che qu el l’inc ub o c ont inu ass e ad abit are le tue nott i, s e ne i mp a d ron iss e e d a lì pre nde ss e p oss ess o anche dei tuoi g ior ni. Inc ub o d e ge ne rato in oss e ss ione. S ol o. S ol o. S olo Ma l ato. Ma l ato. Ma l ato. Non autosuf f ic ie nte. D ip e nde nte in tutto d a est ranei, p ers one che non s an no n ie nte di te, de i tuoi s ent iment i, del le tue p aure. D e i tu oi dolor i. S e f i n qu i non si s ono pre s i c ura di te i fam ig li ar i, i p arent i, g li am i c i, c ome pu oi p e ns are che lo farebb ero queg li a lt r i? P uoi i m mag i nare di ve de r t i, ine r me, nel le mani di gente p er c ui tu non s e i a lt ro che p ar te del loro l avoro? Mercenar i, in f in dei c ont i. L a te st a t i s c oppi a, t i va in f i am me app ena l a att ravers ano qu e st i p e ns ie r i, que st a ins opp or t abi le prosp ett iv a . No, non s arebb e più v it a, e a l lora. L e mani af fe r rano l a s c atole tt a, s enza deg narl a di uno sgu ardo. S e mbr ano su l pu nto di st r itol arl a , annient arl a , c ancel l arl a p e r s e mpre d a l tu o or iz z onte. Poi, di b otto, s enza app arente mot ivo, s i pl ac ano. C ’è anc ora temp o, fors e. Improv v is a,

v iole nt a,

inc ontenibi le

ar r iva

l’ag g ressione: 135


t re st re g he, mas che ron i or ror if ic i, t i si av vent ano cont ro, t i st r app ano c on le ung h ie le p a lp ebre, quel le p a lp ebre che tu cerc av i c on tutt a l a forz a di te ne re s er rate. C ome i l b ambino che ch iu d e nd o g li o c ch i s i i l lu de di non ess ere v isto d ai most r i che p op ol ano i l bu io. Tre st re g he : Si le n z io, S olitudine, . Vuoto. Hanno g hig ni fero ci, f an no a br andel li e ingoi ano i tuoi residui di v it a lit à . Ti co st r i ngono a te ne re le pupi l le f iss e su di loro, a non p erdere u n ist ante d el l a loro c ar ne f ic ina . Ter ror izzato come s ei d a l l a s e mpl i c e ide a di t rovar t i f ac c i a a fa cci a con i loro cef f i mo st r u o s i, mas che ra sp ave ntos a, spiet at a del l a re a lt à . Una f itt a d ol oros a, f u lmine che si abb atte su l cer vel lo in d is ar mo : Di o, g i à, dov’è D io, p e rché non t i d à una mano? Tu s ei cre d e nte, pr at i c ante ; s ai che non de v i - che non dov rest i. L a v it a è s a c r a , ma s oprattutto non c i app ar t iene: ci è st at a rega l at a , e s ol o C h i c e l’ ha donat a pu ò ch ie derci di rest ituirg liel a , o prend e rs el a . Noi, no, non p ossi amo disp or ne lib eramente, non ne abbi amo i l dir itto. Q u ante volte le hai s ent ite r ip etere nei d ib att it i su l l’eut anasi a. Parol e, n i e nt’a lt ro che p arole, che adess o t i r isuonano v uote, come v u ote su onano tutte quel le a lt re che t i ronzano dent ro e f u or i l a te st a - mos che imp or tu ne, s enza un p erché, s enza uno s cop o. Anche D i o t i ha abb andonato, inut i le farsi i l lusioni: p er qu a le mot ivo d ov rebb e o c c up arsi propr io di te, del le tue s of ferenze, d el le tu e ango s c e, de i tu oi p e ns ie r i ? Anche lui si è dist ratto. E non pu oi p e rdonarg lielo. Ti mand ass e pure nel suo Infer no: non s ar à c e r to p e g g iore di quel lo ter rest re. R icordi, t i p are d i r i c ord are, una f ras e di S ar t re, le tt a o s ent it a chiss à dove e ch iss à qu and o : “L’ infer no s ono g li altr i”. Sarà . Per te l’infer no è l’ass e nza d e g l i a lt r i; l a loro indif fe renza . Vor re st i pi angere, ma le l ac r ime dove s ono or mai? S ent i che ar r iva, di nuovo, s a le d a l l a b o cc a del lo stoma co, v i a v i a d i l ag a ovu nqu e, su su f ino a es ond are nel cer vel lo. È qu a l c os a d i non umano che u n e ss e re umano non può tol lerare, ge st i re, re spi nge re. Padre , allontana da me questo calice ma s ai g i à che anche quest a volt a l’ist anza re ste rà ine vas a. È u n d ol ore che non ha nome, non ha volto, non ha conf ini: è inc onte n ibi l e, i napp el l abi le. Non è f isico, ma a l f isico pros ciuga 136


tutte l e e ne rg ie, lo l as c i a c omplet amente pr ivo di forze. Uno st r a c c i o f radic io di angos c e s e nza v i a d’us cit a Vuoto. Ti s e nt i come u n ag nel lino in me zzo a un branco di lupi famel i c i : del tutto inade gu ato e imp otente, inc ap a ce di una qu a ls i as i re az ione che non s i a quel l a di b el are disp erato. Tu, p e r g iu nt a , ne mme no qu el lo r ies ci a fare. Figur i amo ci tent are u na v i a d i f u ga. L’angos c i a di non c apire che cos a t i st a succe dendo, e di non r ius c ire c omu nqu e a opp orsi. Ve dersi rotol are a v a l le, e ma c e r ars i nel l a più tot a le imp otenza . S ens o di ina degu ate zza a l l a v it a . L a s c i e n za me dic a, s ole r te e pietos a , è pront a a metterci u na topp a: t i re ga l a, p e r u na mo dic a cif ra , l’i l lusione del l a nor ma l it à, del tut to s ot to controllo. Af fe r r i, c on mano t re mante, inde cis a , l a piccol a confe zione di c ar tonc i no march i at a BNZ D Z P. L a t ieni p er un att imo d av ant i ag l i o c ch i; lo s gu ardo, g i à olt re, nem meno l a mette a f uo co. A fat i c a , dop o a lc u n i te nt at iv i a v uoto, r ies ci a d apr irl a , a e st r ar ne i l c onte nuto. App are un insig nif ic ante b ott ig lino in ve t ro s c u ro. L o f issi s e n z a inte ress e. Eppure, s e r ies ci a t rovare e ne rg i e su f f ic ie nt i p e r sv it are i l cop erchio e apr irlo, d a lì, come i l ge n i o d a l l a l amp ad a di A l a dino, sgorg herà i l p or tentos o r i me d i o p er tutt i i tu oi ma li. L a p a ce ass olut a . L a mus er uol a p er qu el l a mut a di c an i rand ag i e spiet at i che s ono og ni volt a su l pu nto d i f ar t i a p e z z i, l ac e rar t i le c ar ni e lo spir ito, e cib ars ene famel i c i. C he hai fatto di ma le p e r me r it ar t i t anto st ra zio? S e a lmeno tu fo ss i un indù o un buddist a a l lora p ot rest i cre dere nel l a re i nc ar na z ione, c ons ol ar t i p e ns ando che st ai p agando p er una pre c e d e nte v it a p e c c aminos a. E t i ver rebb e s empre of fer t a l a sp e r anza nel l a re de n z ione in un prossimo cor p o. Pur t ropp o p e r te, D io, qu a lsi as i D io, è t ropp o imp eg nato a lt rove p er o c c up ars i del le tue mis e r ie u mane. S ono g li u lt im i s c amp oli di lu c i d it à , s e c osì l a s i può ch i amare, e non s ai che cos a augurar t i p e r i l tu o f utu ro: i l nu l l a e te r no con l a re quiem a eter nam , o u n qu a ls i asi A ldi l à, che t i c omp ensi di qu anto non hai avuto i n qu e st a v it a? Gi à, ma s e p oi d av vero esistess e un infer no? No, non de v i p e ns are, ade ss o; non è più i l momento del le r i f l e ss i on i. B ast a assi l li, c e rch i a l l a test a , nott i c ancel l ate d ai 137


s on ni fe r i. Po che go c c e, e non t i s e nt irai più oppress o d a l ma le di v ivere. Po che go c c e, e l a p ac e si imp oss e ss e rà def init iv amente del tuo s iste ma ne r vos o. E p az ie n z a s e non t i erano st ate pres cr itte a qu esto s c op o. e s e vede che non fanno effetto con questa dos e, nessuna paura, non si facc ia prendere dal panico : ba sta ag g iunger ne poche altre, e vedrà che presto si s entirà meg lio. D etto c on i l s or r is o c omp assione vole di chi s a che l’obiett ivo non è l a g u ar ig ione, ma l’ane ste si a cerebra le, l’annu l l amento d el r i mb omb o nel l a s c atol a c ran ic a S e ntirsi meglio, p arole vuote, pr ive di un m inimo sig nif ic ato. A lme no p e r te. S ent i rs i me g l i o p e r te or mai s ig n if ic a non s entire più nulla: ess e re tot a l me nte re f ratt ar io a og n i st imol a zione ester na , ma anche i nte r na . Ins e nsibi le a tutto p er non s ent ire i l dolore: come pr at i c are l a s e d az ione profond a a chi è st ato abb andonato d a l l a p e rs ona amat a e non s opp or t a più di crog iol arsi nel l’auto c om m is e raz ione. Po che go c c e, l a mus e r uol a ch imic a p er tenere a f reno i l at rat i e i mors i d el l o st raz io di dove r v ive re. Q uando si s e nte così, così male, - ti ha detto suadente lo psichiatra - lei dov rebbe reag ire, non fars ene s offocare. Ma s e propr io non ce la fa da s olo, e g uardi che succede a molti, non si de ve di sperare, abbat tersi, s entirsi infer iore agli altr i. Bi s og na s e mplicemente accettare il dato di fatto che ci si trova in una fa s e di cong iuntura neg ativa , e che da s oli è molto più diff icoltos o u s c ir ne. Vedrà : - s empre quel f uturo oss essionante - ba sta un piccolo aiutino chimico, e il pes o della v ita non le s e mbre rà più così in s ostenibile. I problemi, cer to, ci s ono, ma chi non ne ha . Mi dica : lei è fors e dell’ idea che io non ne abbia? L’ impor tante è vederli nella g iu sta dimensione, r idurli alle loro reali propor zioni. Poche g occe, e la malattia, qual siasi malattia, non le par rà più così de va stante, s overchiante. E s e av rà costanz a nell’a ssun zione e s en s o di equilibr io nel dos ag g io, vedrà che non s arà ne mme no necess ar io che lei perda molto tempo venendo da me ad a s coltare le mie chiacchiere. L ei de ve imparare ad as coltarsi e auto g estirsi! Q u e ste s ono st ate le p arole, le u lt ime del l’af fabi le st r izza cer vel li. Q u e st a , che ora g i ac e indif fe re nte d avant i ai tuoi o cchi, l a 138


p ozi one mirac olos a, i l f i lt ro c ont ro l a p aura di v ivere. L o s g u ardo è vu oto, c ome vuot i s ono g li o cchi: non hanno più l a c r i me, né lu c e. Non t i han no c apito; non s ei r ius cito a far t i c api re. S e i de pre ss o, lo s ai anche tu: p ot rest i ess ere p er icolos o p e r te ste ss o. L a c amic i a di forz a chim ic a è s olo p er i l tuo b ene, s e r ve a e v it are che tu t i f ac c i a in qu a lche mo do del ma le. L e go c c e. C os ì st ai buono, sme tt i di vac i l l are s otto i colpi del l’angos ci a , s otto l e s fe rz ate del l a s olitu dine. L e go c c e. E non s e r ve ne mme no più che vai a col lo quio d a l lo psichi at ra : lu i t i ha for n ito i l p araore c ch ie p er non far t i s e dur re d a l le s i re ne d el l’auto dist r u z ione. Ti ha for nito le st amp el le p er re g ge r t i d a s olo. Fors e Ma me nt re inizi av i a muovere i pr im i p ass i, fors e av rebb e p otuto f ar t i b ene, far t i s ent ire più sic uro, ave re a l f i anc o qu a lc u no che t i p arl ass e, t i as colt ass e; una pre s e nza u mana, ins omma, non chim ic a . L e go c c e. D ove v i pre nde rle, c e r to. E p e rò, com’è che a nessuno è venuto i n me nte che insie me a l f ar ma co ave v i bis og no, press ante bis o g no, di c ure anche p e r l a psiche? R a ccont are emozioni, s e nt i me nt , angos c e. Parl are del ter rore del l’av venire. Parl are, e as c olt are. Non l e hai mai pre s e, quel le go cce; non ci cre di, tu, che st i a lì d e nt ro l a s oluz ione de i tuoi problem i. In og ni c as o, non è di l oro che hai bis og no: qu ando l a ma l att i a , che nessuno vuole r i c ono s c e r t i, t i ave ss e r idotto a l l a non autosuf f icienza , cos a p ot rebb e ro mai qu el le poche g occe? Af fe r r i i l f l ac onc ino c on l a mano sinist ra ; lo s ol le v i. L o f issi p e r u n ist ante s e n z a a lc una e mozione, ma pure s enza a lc un fast i d i o. Non è c on lu i che puoi avercel a . C on i l p ol lice e l’i nd i c e d el l a mano de st ra in izi l’op era zione di rot a zione del d o s atore che f u nge d a t app o. Incont r i resistenza , s eppure lie ve: t i s e nt i f i ac c o, è d a ie r i matt ina che non to cchi cib o, e l a notte or mai i nc omb e. Non hai f ame, e del resto, a che t i s er v irebb e mang i are ? Un pi c c olo s forz o anc ora, u na t remu l a pressione, e l a pl ast ic a c e d e ; r u ot a. Asp e tt i che s i pl ach i u n lie ve af fanno e che l a mano si a fer ma . 139


Un’a lt r a l i e ve pre ssione su l l a gomma , e l’ar i a v iene espu ls a d a l cont ago c c e ; l o imme rg i s e n z a f re tt a nel liquido, e aspir i f inché non l o ve d i pi e no. L o f issi c on indif ferenza : e cco pront a l a prob abi l e d o s e p e r pre nde rsi una s olenne sb or ni a , o c a dere in u n s on no profondo che t i st rappi a l mondo p er p are cchie ore. Ins e ns ibi l i l’u no a l l’a lt ro. L a pro sp e tt iv a dov rebb e pl ac are le tue p a lpit a zioni, e inve ce l’angos c i a tor na a mont are, e mont a i l p anico. Insieme, spi nge nd os i a v ic e nd a, s fo c i ano nel l a disp era zione più tet ra . Ti t rov i d i nuovo su l l’orlo di u n bur rone, s empre lo stess o. Vaci l l i su l l e punte de i pie di, st ai p e r c a dere in avant i. Di f ronte a te s i ste nd e l’at ro vu oto, un g igantes co p ozzo del qu a le non s c org i i l fond o. Un tu f fo nel Nu l l a. Os c i l l i, te nte n ni, ma f in is c i c on i l r it rar t i: non v uoi pre cipit are - non vor re st i. Non dov re st i. È u n att i mo: ment re pre ndi f i ato, a l le sp a l le av ver t i, s comp ost a , l a c ors a org i ast ic a de i t re c an i rand ag i che vengono a morder t i ancor a u na volt a, l ac e rar t i le c ar n i, st ra zi ar t i l’anima . Si le n zi o. S ol itu dine. Vu oto I c ani s ono a l gu in z ag lio del le t re st reg he, che li aizzano, li inc it ano a non ave re pie t à. Non s e i i n g r a do, lo s e nt i c on fe ro c e lucidit à , di resistere ancora p e r molto; hai g i à lott ato t ropp o a lungo. Ti s ent i sv uot ato di o g n i e ne rg i a . D avant i a te i l s a lto nel l’ig noto, i l Nu l l a s enza ag gett iv i; diet ro, g i à s e nt i nel l a c ar ne i morsi del te r rore di cont inu are a v ivere; l’i nc ub o d i u n a lt ro doman i, c on i l suo c ar ico di ins ostenibi li amb as c e. Os c i l l i, v a c i l l i, te nte n n i: l à i l s a lto nel l’ig noto; qu a l a cer te zza d el l a p e na , d el l a c ond an na a v it a. D olore, comunque dolore. Inizi a respirare con af fanno, s empre più s comp osto. Il f laconcino d i BN ZD ZP s i è f atto di c olp o p e s ante, stent i a reg gerlo. L o l as c i qu as i c a de re su l pi ano del t avolo; t i af fer r i l a test a f ra le mani ; l a s c uot i me nt re u na s mor f i a di s ord a s of ferenza t i d etur p a l a fa c ci a. Il c ran io pu ls a mar tel l ante, s embra su l punto d i e spl o d e re, t anto è l anc inante i l dolore. Fissi p er un att imo i l p e zzo d i c ar t a che g i ac e a f i anc o del l a mano sinist ra : r ip et i a me zza vo c e le p arole che hai s c r itto p o co fa . L e confer m i: ind i e t ro non s i tor na. L a prosp e tt iva del l a mor te è sp aventos a , 140


t i atte r r is ce, ma mai qu anto qu el l a del l a v it a . D el l a tu a v it a . Av ve r t i i l s angu e che pre c ipit a nel le vene e nel le ar ter ie, come vol e ss e e splo de re a l l’e ste r no. Ins opp or t abi le, tutto t i è ins opp or t abi le, or mai. Q u a lsi asi cos a è me g l i o di que sto maelst rom che t i de v ast a i l cer vel lo, i l c uore, l’ani ma . Vi a , v i a di qu i! Vi a d a que sto most ro or rendo che t i st a d ivor and o brandel lo dop o brandel lo; che vor rebb e imp e dir t i p e r f i no d i s c e g lie re i l tuo c ar nef ice. St r i ng i i de nt i, s e r r i i pu g n i, f ino qu asi a conf icc ar t i le ung hie nel p a l mo del le man i. No, hai de cis o che non ce derai: s arai tu ste ss o i l tuo b oi a; s arai tu a re ga l ar t i l a lib era zione def init iv a . L’Ame n. Af fe r r i i l f l ac onc ino; sv it i, con deter m inat a p a c ate zza , i l c ont ago c ce, che ave v i r i av v it ato dop o averlo sv uot ato. L o r i e mpi ; te lo p or t i a l l a b o c c a. E st rof lett i l a lingu a , v i l as ci c a d e re, go c c i a dop o go c c i a, i l c ontenuto del dos atore. R it rai l a l i ng u a ; i nge r is c i. R ip e t i l’op e raz ione c on me to do qu asi oss essivo f int anto ché i l c onte n itore è del tutto vu oto. Mor mor i p e r l’u lt ima volt a, a f ior di l abbra , come temessi di d istu r b are, le p o che p arole che hai dep osit ato su l big lietto: Non s ono un v igliacco. Non s ono un eroe. S ono un ess ere umano. S olo.

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D oloros a di s amina di una s olitudine, cui vengono cercati invano i più di sparati r imedi, in un cerchio di s offerenz a e oss essione che por ta al trag ico e stoico epilogo. 141


Sezion e p oesie inedit e

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1° premio poesia inedita - Alessio Baroffio ■ Alessio Baroffio da Rescaldina (MI) Tramonto ad est Si o dono le s irene url are c on f us e d a u na luce s c ura , nott i di lu mi sp ent i in ore di ve g li a e di p aura . D e nt ro i l s ap ore di zolfo s i st r inge l’impietos a mano, u na lu na ross a come fa lce p or t a c ar r i di f uo co. Il mar tel lo si abb atte s e n z a r isp ar mi are i v irgu lt i, s otto ne c rot iche stel le sp og lie af fond ano nei c ampi me nt re l’o c c idente si sveg li a in l ac r ime di imp otenza . Nel ve nto g r ig io del tor mento c ome A lc e st i tor nano g li uom ini su l l a te r ra g i à preg na di s angue ve st it i del s olo orgog lio. Nel l’atte s a che l’a lb a abb ag li l'inver no att rave rs o nuvole di mor te av v ie ne l’e s i lio del le ma dr i, anc ora i l s ole t ramont a a d est e ne g li sp asimi di un p op olo le c olomb e f ug gono d a Kie v. Mentre dalle televisioni rimbombano i colpi di cannone e l'occidente si sveglia incredulo per un'invasione premeditata da tempo, si ascoltano le voci delle madri in ore di veglia e di paura, nella breve attesa di potersi incamminare verso l'esilio dalla terra dei loro avi. L'Ucraina è offesa, vilipesa. E come recita il poeta "nel vento tormento come Alcesti tornano gli uomini sulla terra già pregna di sangue vestiti del solo orgoglio". Le città si svuotano e sui confini con la Moldavia e la Polonia si ammassano a decine di migliaia in cerca d'un riparo, mentre il sole tramonta ad est e le colombe fuggono da Kiev.

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■ Giancarmine Fiume - 2° premio poesia inedita Giancarmine Fiume da Rovellasca (CO) Se queste fossero la mie ultime parole

Se queste fossero le mie ultime parole io le scriverei al rallentatore tra i raggi di sole che sollevano il mio viso fino all’ombra dei corpi stesi sui muri affinché, nei germogli dei giorni a venire, tu riesca ancora a sentire il mio tiepido sorriso lambirti, d’amore, nel vento le ciglia.

La parola è l’assoluta e determinante artefice di una poesia che unisce l’interiore visione esistenziale alla meditata scansione dell’immagine evocata, l’"ombra dei corpi" all’essenziale definizione del lievissimo fluire dei giorni che diviene misura del tempo. E il sorriso affiora impercettibile come un segnale, un incontro, un alito di vento nella ricerca di una straordinaria stagione di sorprendenti e magiche attese e incompiute rivelazioni.

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3° premio poesia inedita - Franco Fiorini ■ Franco Fiorini da Veroli (FR) Odor di casa

O dore d’er b a del l e tue col li ne che i l vento s c iog l i e a l g i a l lo d i g i nest re a l p or p or ino del l a lupi nel l a a p o g g i di mentucce e d i l avand a e u l iv i su c ui g r and e i l ci elo s cend e. O dor di g r ano del l e tue pi anure a l l’oro del l e spig he ap er te a l s ole t r a f uo chi di p ap aver i a d an z are e f iord a l isi a r isp e cchi are i l ci elo. O dor di ter r a del l e tue c amp ag ne a l f umo del l e zol l e r ivolt ate d a l vomere lucente d el l’arat ro ant ico i l gesto del b ovaro e nuovo a gover nare i buoi ar res i a l g i ogo. O dor di p ane di quei tuoi p aes i abb ar bic at i a s assi mi l lenar i o stesi s otto i pioppi d el le va l li a int iepidirsi a l s ole d ei t ramont i.

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O dor di mo sto del l e tue vend emmi e a l l e v it i p es ant i di s ettembre i c ant i del l e donne t r a l e v i g ne a c are zzare i g r app ol i matur i. O dor di vento del l e mie st ag i on i att r avers ate come un p el leg r i no su l l e st r ade imp er v ie dei s antu ar i a r icerc ar s eg ret i di B el l e z z a dent ro i p assi esit ant i del c ammi no. O dor di c as a del l a ter r a mi a

Odor di erba, di grano, di terra, di pane, di mosto, di vento. Attraverso questi versi coinvolgenti, così minuziosi nella loro poetica narrazione, pare proprio di sentirli questi odori, così avvolgenti e protettivi. Odori che si rinnovano, che prendono forma, che prendono vita. Odori destinati all’immortalità. Odori della propria terra, della propria casa, del proprio vissuto. Si può andare ovunque, per svariati motivi, adattarsi in nuovi luoghi cercando a volte di farli propri, ma il cuore resta là, nella terra di origine. Un antico proverbio arabo così recita: “la felicità non è un posto in cui arrivare ma una casa in cui tornare”.

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4° premio poesia inedita - Franca Donà ■ Franca Donà da Cigliano (VC) Kintsugi S arà quel tremare di stelle a svelare la notte il tor mento di vele ammainate sul c iglio d’abi ssi spalancate le fauci rapaci di onde a ing oiare quei f ig li piov uti dal cielo. D entro le voci sperdute alle nebbie lo stra z io di madr i che cercano i f igli l’ang os cia dei f ig li che invocano madr i e tut to il mondo si sg retola intor no s otto a montag ne di fango e detr iti di g hiaccio il silen z io sporco di s ang ue. Ver rà a farsi car ne la parola c urando d’oro le fer ite luce ad o g ni crepa e di respiro il tempo a far ne cicatr ice.

Un tremare di stelle a svelare nella notte il tormento di vele ammainate sul ciglio degli abissi. Un esodo, un altro dramma. Ogni giorno si ripete, puntuale. Come un uragano senza fine, tra lo strazio delle madri che cercano i figli e l'angoscia dei figli che invocano le madri, mentre tutto il mondo si sgretola attorno. Questa terra meriterebbe di meglio: la natura nella sua crudezza non è mai così crudele, mentre lo è l'uomo nella ricerca di regole per ripulirsi la coscienza. L'uomo nella sua fallace umanità, sbaglia ad ogni respiro e attende che sia la storia a giudicare. Una storia mai scritta dai vinti.

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■ Lucia Lo Bianco - 5° premio poesia inedita Lucia Lo Bianco da Palermo Non saranno lacrime di pioggia Fors e non s aran no l ac r ime di piog g i a a d ar re st are i l ampi del ter rore, s qu arc i in u n c ielo s e n z a stel le, b o at i nel c r ist a l lo de i si lenzi. R it rove re mo qu el f i lo inesistente d i un g ior no s c omp ars o nel l a notte, mut i e nas c ost i c ome p olvere di tomb a , l a c e r i ast ant i di v it a or mai a brandel li. E s c r ive re mo di un te mp o ma le detto e d i que g li an n i p e rdut i di i l lusioni, r a c c onte re mo di s og n i e di sp eranze i nf rante a c as o p e r guiz z o di fol li a . Un t ag lio ne tto, u na l ama indif ferente su p el le e c ar ne br uc i ate p er er rore, ma s arà for te e c o c e nte g iudic are l a pura of fe s a di u man i fatt i a p e zzi me nt re i l g io c o di anon ime p e dine p or t ava avant i un ' u lt ima p ar t it a . S aran no suon i u dit i nel si lenzio a r ip or t are me mor i a del l e ore e d el le f ug he su ro c c e ma le dette e d el le man i t ag li ate nel l'attes a . Non b aste ran no o c e an i d'inchiost ro a d are s e ns o a c iclic a v iolenza , u na cle ssidra l anc i at a nel suo g iro i n u na stor i a che ha p e rs o l a su a stor i a . Fors e nas c e ran no l ac r ime di piog g i a , fors e u n di luv io, s a lve z z a d a l l'abiss o.

L’intensità dei sentimenti, l’alternarsi delle personali intuizioni, la capacità di riannodare i percorsi di vita e dell’anima, concorrono a delineare il senso di lacerati pensieri, di perdute illusioni e sogni e speranze. La scrittura riflette la dimensione della "storia che ha perso la sua storia", in un singolare riannodare memorie, silenzi e il "gioco di anonime pedine". Una poetica che trasforma e fissa sguardi e annuncia salvifiche lacrime.

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segnalazione di merito poesia inedita - Pietro Catalano ■ Pietro Catalano da Roma Il sogno di Danilo D edicata a D anilo D olci S ono ve nuto d a l Nord in quest a ter ra d ove i l ve nto c a ldo ac c are zza i c ar r ubi e le re t i de i p e s c ator i t r ab o cc ano d i ton n i t radit i d a l l a r icerc a di lib er t à . Q ui i l p ane ha f rag ran z a d’olt ra lp e e l’ac qu a ha s e te di g iust izi a , st r id a disp e rate di aqu i le fer ite l ambis c ono l’ar i a di p olvere e s angue: c os ì radio p ove r i c r ist i ha d ato vo ce a l s og no di lib e r t à d a l le c atene del l’inganno. E ho s c elto di v ive re in questo luogo, f r a i mis e rabi li de i g ior ni ugu a li a d as c olt are i l brontolio del le p ance vuote e le me n z og ne d’u n f uturo che mut ava . I m ie i f ig li han no nel le vene s angue d el Ve spro e di R ina ldo, s cr ut ano i l mare az z u r ro c on l’ant ico v igore d ei c ava l li nor man n i che ga lopp ano nel l a pi ana ass ol at a dove sventol ano b andie re c ome le n z uol a bi anche ai b a lc on i f ior it i in pr imavera . Q ui, te r ra di c on f ine t ra cielo e mare, d ove i l c orag g io è le gato a d un no e v ive re è lott a t ra p arol a e si lenzio, ho pi ant ato u n a lb e ro d’u livo d ove ragaz z i e ragaz z e s’incont rano p er c ant are p arole di p a ce e d’amore, s c r ut ando i l s ole olt re l a verde col lina . Il flusso delle emozioni percorre i versi in un continuo e inesausto ricordo dell’impegno civile di Danilo Dolci, in una piena adesione a un paesaggio che è terra secolare, fraganza di pane, sete di giustizia. Un luogo, quindi, che si affaccia sul mare azzurro dove galoppano cavalli normanni e sventolano bandiere come lenzuola bianche ai balconi. Si avverte in ogni parola la penetrante energia del dialogo che intercorre tra l’uomo e le colline, la pace e l’amore.

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■ Grazia Dottore - segnalazione di merito poesia inedita Grazia Dottore da Messina Al varco del sogno

Filo spinato avvolge i miei pensieri, latrano i cani che mi tengono chiusa, intorno a me sgomento e dolore. Non so più chi sono, né come mi chiamo, solo un numero marchiato sulla pelle, la dignità calpestata, la testa rasata le mie ciocche sparse per terra. “Arbeit macht frei” in alto v’è scritto, ma una verità amara si sta palesando. C’è freddo stanotte, non vedo le stelle, ghiacciato è il petto debole e disarmato, vola libera la mente agli occhi azzurri strappati alla mia vista da ladri di vite. Quegli sguardi li sogno ogni notte e vagheggio che mi seguano ogni ora. Un solido filo spinato ora ci separa, un filo di ferro che prostra e affligge, con gocce di pena la mente ricama deboli speranze e desideri proibiti. Duro pane nero o scipita brodaglia

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non importa, amore, mangia e resisti, fra poco i tiranni saranno smascherati. Andremo ancora nel bosco incantato, canteremo le melodie dei tempi felici, ritorneranno presto i giorni di festa. Dormi se puoi e nel silenzio dell’alba mareggiata d’amore sarà il tuo sogno, dolci parole e abbracci senza tempo inonderanno il cielo della grigia baracca.

“Arbeit macht frei”: il lavoro ti rende libero. Era questo il motto posto all’ingresso di molti lager prima e durante la Seconda Guerra Mondiale. Una scritta dal forte significato simbolico dietro la quale si celarono per molto tempo le menzogne dei campi di concentramento, campi come luoghi di lavori forzati, campi come luoghi di privazioni, campi come luoghi di morte. Un motto ingannevole e beffardo al di là del quale una verità amara era pronta a palesarsi alle migliaia di anime che varcavano quei famigerati ingressi. Un motto, che ritorna con forza nella potente tensione emotiva di questi struggenti versi. Per non dimenticare.

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■ Dario Marelli - segnalazione di merito poesia inedita Dario Marelli da Seregno (MB) Le meccaniche dei fiori (Capo Caccia) Puoi udirla quest’eco di galassia che scorre come un’onda e si frantuma nell’infinita sintesi degli atomi ammassati a corazzare il cuore. Puoi sentirlo questo canto di balena che si propaga dentro il mare e si disperde come luce all’orizzonte nell’eterno brodo primordiale che mugghia controvento. E se ne ascolti il respiro a fil di cielo puoi afferrare con lo sguardo lo stupore del precipitare alto dei grifoni sullo strazio inesplorato delle lepri e più in là fra gli strapiombi intuire il gentile ansimare del faro, erto tra le brume e l’impossibile. Poi, fermarsi a una promessa di silenzi, carpire le meccaniche dei fiori. E indomiti alle trame del tempo, come vecchi bucanieri, salpare.

Come è possibile udire l'eco della galassia, una eco muta, d'un muto assordante? E sentire il canto della balena che si propaga dentro il mare, disperdendosi come luce all'orizzonte? A Capo Caccia, imponente promontorio di roccia calcarea, il poeta si ferma ad ascoltare con i sensi, con il cuore, immerso tra profumi e ricordi, per carpire quelle che definisce le meccaniche dei fiori, tra il precipitare alto dei grifoni e lo strazio inesplorato delle lepri, mentre più in là ode il gentile ansimare del faro che si ripete puntuale ogni notte. E lo fa prima di salpare, indomito attraverso le trame del tempo, come un vecchio bucaniere

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segnalazione di merito poesia inedita - Francesco Mosconi ■ Francesco Mosconi da Ivrea (VC) Una giornata a Burma

Il s ol e d anzav a nel s or r is o del l e fanciu l l e, i bimbi ins eguiv ano i l vento nei b o s chi… E qu ando i l si l enzio g i ace va app ol l ai ato ag l i angol i d el ci elo, l a notte p or t av a s og ni come ninfe e su l f i l o di un r i f less o lunare. A queg l i ess er i infer ior i b ast ava i l f r utto d’un a lb ero, un f i ore su l c ap o d’una bimb a: non es iste va a l mondo p aes e più r i cco di f ior i… E d anche l a mis er i a, i n quel p aes e, ave v a l a c are zz a d i un c a l do g i acig l io... Ma una r af f ic a di c olpi l acerò i l si l enzio e most r i sg hig naz z ant i most r arono l e l oro fauci ap er te. . . Un f iore anno d ato su l c ap o d i una bimb a si c opr ì di s angue e una madre fer it a f u l as ci at a af fo gare nel fango del l a r is ai a.

ov ve ro Myanmar

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Nel r if l ess o ros a del l a l ima, t r ame di s o g ni f r anarono d a una c ap anna v uot a a p a l af itt a su l l’acqu a. E ars e l a volt a del c iel o nel s angue che incr ina l a ter ra ai marg ini del l e r is aie, ars e nel le v is c ere di l ani ate di mo st r i dig r ig nant i...

Bur ma , Bir mania , Myanmar. Tre es onimi per la medesima te r ra che , a par tire dalla S econda Guer ra Mondiale, ha v i sto av v ice ndarsi var i cambiamenti per quanto r ig uarda la propr ia de nomina zione uff iciale, in uno s cenar io di implicazioni politiche dai r i svolti spess o de va stanti e incontrollati. D opo l’ultimo golpe del 1 Febbraio 2 0 2 1 , i r if lettor i inter nazionali su questa ter ra si s ono spe nti , ma non si s ono spente le atrocità dittator iali che continuano a mietere di str u z ione e mor te. Uomini, donne, bambini s ot to raff iche di colpi cadono a ter ra, affogano nel s ang ue e nel fang o, s ot to la luce di un S ole che non danz a più, s ot to il r if less o di una Luna vestita a lutto. Una g ior nata a Bur ma r iacce nde i r if lettor i, tanto poetici quanto strazianti. 154


Nelle sezioni che seguono una selezione di opere, pur non entrando nella rosa dei premiati, sono state ritenute meritevoli di pubblicazione.

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■ Gabriele Andreani da Pesaro Che cosa mi rimane Squillò il telefono di casa. «Pronto?» dissi. Nel soggiorno entrò una voce maschile. Non la riconobbi subito. «Ciao, sono Franco.» «Chi?» «Franco, tuo cognato.» «Scusa, ero distratta.» «Alberto...» «Alberto cosa?» «Alberto è morto...» «Ma... ma... quando... come...» «Un infarto. Un’oretta fa.» Vomitai un urlo cianotico, poi gli occhi e infine una grande quantità di fitte al cuore. «Pronto? Rossana?» Avrei voluto rispondere di nuovo, ma non riuscivo a smettere di vomitare il dolore che mi piantava chiodi nelle ossa. «Dov’è Alberto?» riuscii a dire dopo un lungo istante. Tra le lacrime, Franco balbettò qualcosa. Poi le lacrime tacquero e ricomparvero le parole. «Nella Sala Rossa del Pronto Soccorso. È lì da una ventina di minuti. Infarto miocardico acuto... Pare che sia andata così: tuo marito stava ritirando dei soldi al bancomat quando, all’improvviso, si è accasciato sul marciapiede, privo di conoscenza. Mani femminili hanno tentato di rianimarlo. All’arrivo dell’ambulanza, su di lui soffiava un vento glaciale...» A sentire quelle parole, a sentire di quelle mani femminili, un lungo, inspiegabile brivido mi corse lungo la spina dorsale, come in preda a una strana sensazione. «Rossana» continuò Franco, «Silvia sta venendo da te. Poi andrete all’ospedale insieme. Sarò ad attendervi all’ingresso del Pronto Soccorso fra... diciamo... una mezz’oretta, alle undici meno un quarto. Va bene?» «Sì, penso...» dissi con le lacrime nella voce prima di riagganciare. Durante i venti minuti che precedettero l’arrivo di mia cognata non feci che ripetere sempre le stesse parole: «Dio, perché? Dio, dove sei? Dio, aiutami!» E mentre prendevo il soprabito, in un eccesso di collera storsi la bocca e urlai: «Non ti pregherò mai più, Dio crudele!» 156


Undici anni prima, seduta nella lunga automobile nera diretta in chiesa, mi ero detta: “Sono in una fiaba. Sto per andare ad abitare nel cuore del ragazzo più amorevole, sensibile e leale che esista al mondo. Com’è bello diventare compagna per la vita di un sogno, un sogno che si può toccare, ascoltare, riempire di calore ed emozioni!” Oggi, mentre il disprezzo nei confronti di Alberto tocca altezze vertiginose, penso: “Il sogno era un lago salato e fetido. E io, ingenua, ci sono scivolata dentro fino alla punta dei capelli”. L’uomo che, una volta, riempiva le tasche del mio cuore con il profumo delle sue parole si era guardato bene dal rivelarmi che era anche un commerciante di maschere, complete di tutti gli accessori: sorrisi non autentici, sguardi che celavano segreti, gesti schiavi della disonestà. Il suo pezzo forte era una maschera di camaleonte abile a mimetizzare i propri sentimenti: sul palcoscenico prendeva le sembianze di un Romeo indossando dietro le quinte la biancheria intima di un Don Giovanni; con sottile crudeltà faceva il viso tenero alla civetta che stringeva fra le braccia mentre il suo cuore sospirava per una colomba; in preda a una forte eccitazione sessuale per il fuoco e la follia di Cleopatra, simulava passione per Salomè. Il camaleonte sapeva anche parlare: ogni giorno mi diceva che il suo cuore era attaccato al mio, che il pensiero di tradirmi non l’avrebbe mai sfiorato e che gli adulteri erano manichini di uomini in abito da carnevale che vendevano sé stessi al mercato delle emozioni. Sì, era una dolce malattia entrare con l’anima dentro l’uomo che credevo solo mio e uscirne estasiata, sognante, felice. Nulla lasciava intuire che il mio amore non fosse in grado di vivere neppure un giorno senza trasformarsi in un’altra persona, manipolatrice, crudele, esperta nell’arte della metamorfosi. Con un sorriso stereotipato e il viso imbrattato di trucco. La quintessenza della doppiezza e della perversione. Con quanta devozione mi raggiravi, Alberto, nel teatro di casa! Con quanta devozione hai fatto a me quello che non avresti voluto fosse fatto a te! E io ti applaudivo! Vomitai l’impossibile. Avevo appena svuotato una cassettina di legno che conteneva gli effetti personali dell’uomo dai sentimenti diabolici: le sue numerose e variopinte maschere, lo choc di una moglie ingenua e undici anni di matrimonio buttati via. 157


Mi era stata consegnata il giorno prima da un suo collega di lavoro. O era il diavolo in persona? In cinque taccuini erano stati annotati con meticolosità nomi, date, luoghi, caratteristiche particolari di ogni donna che l’ammiratore di Rodolfo Valentino si era portato a letto, la qualità e la durata degli amplessi, e il colore della pelliccia di ogni gioiello. C’era anche un cellulare che non gli avevo mai visto, un telefonino segreto: l’amico dei fedifraghi e dei viziosi. Sapeva di sporco e aveva un nauseante odore femminile. Premetti il tasto di accessione come se fosse il campanello di casa dell’uomo nero. Quando i miei occhi divennero specchi di un gran numero d’immagini volgari di fidanzate o mogli di qualcun altro vestite di niente, mi alzai e accoltellai il ritratto di Alberto incorniciato alla parete. Poi ruppi qualche dente a una bambola e presi a calci la luce che entrava dalla finestra. Tornata a sedermi, agguantai con piglio tremante il cellulare e premetti un altro tasto: sullo schermo apparvero il sesso di mio marito e quello di una donna rotondetta. Con grande talento, ballavano un valzer tribale su un letto disfatto. Caddi svenuta sul pavimento. Quando ripresi conoscenza era notte. Mi sentivo la testa gonfia. Avrei voluto vuotarla: era affollata da tante, troppe nefandezze. Ma non ero nemmeno in grado di piangere. La mattina seguente m’impadronii di nuovo dei segreti del commercianteattore e lessi un gran numero di messaggi. Le frasi che aveva inviato alle sue amanti erano le stesse che diceva a me. A Giovanna e ad altre sette aveva scritto: Sei sempre presente nei miei pensieri. A Loredana e ad altre nove: Si sta d’incanto con te nel cuore. A Elettra aveva dato un consiglio: A letto saresti perfetta se fossi più artistica. Artistica? Una donna musicale che si concede con ritmi creativi e visionari? Un attimo dopo mi trasformai in una lampadina fulminata. Qualcosa di molto serio stava accadendo a una reginetta del teatro di Alberto. In un messaggio lacrimoso gli diceva che aveva bisogno di riflettere. Il commerciante-attore-demonio sosteneva, invece, che bisognava fare presto. Alberto, sono spaventata. Il cuore mi sanguina a pensarci. Non faccio che piangere. È un essere umano. Dammi ancora una settimana di tempo. Principessa, a che serve prendere altro tempo? Devi perderlo! Sei già quasi alla fine del secondo mese... Umanamente, non possiamo fare altro. Rilassati. Ne riparleremo con calma domani pomeriggio al solito posto. Ora ho gente intorno. 158


Ciao, mia futura regina. Mio marito aveva messo incinta una delle sue amanti, una ragazza di appena diciotto anni! Alberto e Principessa facevano l’amore senza precauzioni? Irresponsabili! Un figlio non è mica un raffreddore! Piena di stizza, rimasi una decina di minuti a urlare dentro le mie stesse lacrime. Poi rilessi inorridita la risposta del mascalzone. Devi perderlo! Umanamente, non possiamo fare altro. Canaglia, gridai, come hai potuto rivolgere parole cosi disumane nei riguardi di una donna che aspetta un figlio tuo? Ti ha dato di volta il cervello, farabutto? Quando affrontavamo l’argomento dell’aborto, non mi dicevi che non bisogna uccidere l’anima appena creata? Dannato e impostore. Così eri, Alberto! Singular da l’altra gente, direbbe Petrarca in tono spregiativo. Di tuo conserverò il coltello che per undici anni mi hai piantato nella schiena! A fine settembre, un mattino, mi sentii liberata da pensieri angoscianti. Giorgia, come si chiamava in realtà Principessa, era appena diventata mamma. Nelle ore immediatamente precedenti al parto avevo temuto una qualche disgrazia: nell’ultimo mese la ragazza aveva accusato forti dolori addominali accompagnati da atroci mal di testa. Non aveva un bell’aspetto. Nessuno, fino al momento del parto, avrebbe saputo dire se il bambino avesse pianto, tremato, dormito fra le braccia della madre. Grazie al cielo, il suo cuore pulsava di vita. Il mio era un’infermeria. Ma fino ad alcune settimane prima era ancora un ospedale da campo. E quello di Alberto, per parecchi anni un bancomat di menzogne. Dopo il parto, Giorgia riprese il suo colorito naturale. Per tutti i restanti mesi della gravidanza, aveva sofferto le pene di una madre afflitta dalla paura di partorire un bambino morto. Mi ero incontrata con lei numerose volte durante la gestazione. Volevo proteggerla da altri simulatori e commedianti, volevo che aspirasse solamente a un amore di fiaba. A dire il vero, non furono questi i motivi che mi spinsero ad avere la prima conversazione con lei, cinque giorni dopo il funerale dell’uomo disumano. Erano il maligno bisogno di dirle che il padre del futuro bambino non era che un vile teatrante, uno scarabocchio d’uomo, un donnaiolo pervertito, un parcheggio di corpi femminili sdraiati sotto di lui, e che anche lei aveva fatto parte, a sua insaputa, delle comparse del suo teatro. Rivedo la scena, è un po’ confusa. Allora, il mio stato d’animo era la superficie di una bolla di sapone percorsa dalla corrente elettrica. 159


Interno di un caffè. Entra una donna giovanissima. Si guarda intorno con aria imbarazzata. Io, seduta a un tavolino, mi alzo e le vado incontro. Sono molto agitata. Mi presento. Lei annuisce. Non ci stringiamo la mano. Le faccio cenno di seguirmi. Ci sediamo. Le chiedo se le va un caffè. Lungo, dice piano. Passo l’ordinazione al cameriere. Silenzio fino a quando il cameriere non si allontana. Poi la mia voce, quasi un sussurro: «Quanti anni hai?» «Diciotto.» «I tuoi sanno che sei incinta?» «Non ancora.» «Che hai deciso di fare del bambino?» «Lo tengo.» «Perché?» Ritorna il silenzio. Dura qualche secondo. Poi Giorgia parla di nuovo: «È il bambino dell’uomo che amavo. E lui amava me. Saremmo stati una bella coppia se...» Vorrebbe evitare di continuare, ma io la incalzo. «Se, cosa?» «Se sua moglie gli avesse concesso il divorzio...» Rimango impietrita. Ansimo. Sanguino ovunque. Poi riesco a dire: «Alberto era tutto meno che sincero. Sex appel e un’ottima recitazione... Mi manchi terribilmente mi diceva quando viaggiava per lavoro. Allargava le braccia per attirarmi a sé a ogni rientro. Sai cosa mi ha detto la mattina del giorno della sua ultima replica, uscendo di casa? Non posso vivere senza di te, mio grande e unico amore... Anche la passione a letto non gli mancava... Immaginava di far l’amore con te? Immaginava di far l’amore con una delle sue tante amanti? Prendi, questo è il suo cellulare. Dagli un’occhiata. Ti si rivolterà l’intestino com’è capitato a me.» Scoppio a piangere. In un attimo sono sbronza di lacrime. Arriva il cameriere. Mi chiede se può essermi d’aiuto. Non dico nulla. Si gira e va a servire un altro cliente. Giorgia mi guarda con aria tormentata. Poi, lentamente, appoggia la testa sulla mia spalla. No, mi confondo: questo accadde la seconda volta che ci incontrammo. Con le dita mi tocca una mano. Non la ritraggo, la apro. Lei vi versa la sua parte di lacrime, con timidezza, delicatamente. Infine si alza e se ne va. 160


Silvia Aonzo da Milano ■ Il sigillo dei mondi

Artefax, pianeta Terra, 3053 d.c. Avanzo con cautela, facendomi largo carponi tra il recinto elettrico incastrato tra i rovi e la melma radioattiva sul terreno, che cerco di schivare. Ho solo una debole speranza che la guaina intradermica che mi protegge non subisca lacerazioni, perché altrimenti tutto andrebbe perduto. I raggi elettromagnetici della ricetrasmittente che mi sovrasta, nella cupola aerea schermata, emettono una breve pulsazione. È il segnale che mi hanno individuato. Prima che riescano a scoprirmi, cerco di attivare il simulatore del pensiero automatico. È l’unico falso bersaglio che possa salvarmi, una delle tante immagini al laser di un catalogo precostituito che mi permetta di camuffarmi coi miei simili, per sfuggire all’occhio inquisitore. Il Tribunale dei guerrieri di Seth è una casta sacerdotale a cui i Rettiliani hanno affidato il potere occulto di ripulire il pianeta. Una nuova inquisizione, ma assai più terribile. Sono loro, oggi, i dominatori. Vengono dalla costellazione del Drago a Sette Teste, quella che una volta si credeva essere lo Scorpione. Stolti: un’aquila reale dei tempi dell’oro, il Serpente piumato del Satya Yuga scambiato per un volgare aracnide. «Erano loro i re del sole che ci hanno donato il sapere» mi disse il mio maestro Ghendalf, quando ancora era in vita. L’ultimo dei druidi conosceva i segreti che il tempo ha rimosso dalla memoria degli uomini. «Ma allora come è stato possibile?» «La degenerazione li ha colpiti per primi. La conoscenza che ci hanno donato nei tempi antichi è stata attaccata alla radice, direttamente nel loro Regno.» «Parli delle sette macchie solari che si sono oscurate?» «Esattamente. Le sette teste del drago sono progressivamente sprofondate nell’Ombra, così gli dei di quella costellazione si sono trasformati in demoni, e noi ne siamo divenuti le prede. Fa parte del Sigillo del Tempo, l’orologio cosmico che governa ogni cosa: l’ombra avanza sulla luce fino a saturarla, per poi discendere nel vertice opposto, generando un nuovo ciclo. Ma tu dovrai impedire che a questo giro venga distrutto il nostro pianeta.» Semplice, vero? Nell’anno domini 3053, quasi quattordicimila dall’inizio dell’ultima epoca dell’oro, Artefax è diventato il campo di battaglia finale. 161


Dopo avere toccato il vertice dell’abisso, non siamo riusciti a riemergere dal Kali Yuga: qualcosa si è inceppato nell’ingranaggio sottile dell’orologio cosmico, e noi siamo rimasti intrappolati nell’ombra che continua ad avanzare senza sosta. Farla retrocedere sembra impossibile, l’Antitempo continua a spingerci nel vertice può basso dell’oscurità, per sprofondarci in una fossa senza fine. Pochi sono gli El di luce che dal lontano Orione possono ancora intervenire ad aiutarci, mentre i Rettiliani ci vogliono sterminare. In mezzo, imperversa una gamma di alieni che usa i resti di quello che un tempo fu il nostro Gan Eden come un laboratorio a cielo aperto per le loro sperimentazioni. Di cui noi, ormai un ibrido tra il genere umano e quello cibernetico, siamo le cavie. Attivo il microchip sottocutaneo per farlo esplodere in una fontana di luci laser, e così, almeno per qualche istante, posso tirare il fiato. Il radar governativo dovrebbe avere ricevuto la segnalazione di ordinaria attività vegetativa. “Pensiero dell’eroe: vivi il presente come il regalo più prezioso e scarta l’attimo fuggente. Il bonbon alla ciocco-fragola ti darà la gousta carica per affrontare il nuovo giorno. I raggi nascenti del sol levante attiveranno la liquidina, la molecola ad alta vibrazione energetica che saziarà ogni sete.” Ecco fatto: ora non resta che sforzarmi di mangiare fingendo un po’ di eufomania. Palloncini galleggianti al vento senza un filo logico: è questo che la gente comune oggi si scambia al posto delle parole, illudendosi di intessere un dialogo. Successioni di immagini preconfezionate, perfette per atrofizzare le sinapsi già deboli dei miei simili. Una lenta e costante erosione dell’aura ci sta portando allo sfinimento, ma non ne siamo consapevoli. Sappiamo solo che è proprio questo, il vero Inferno da scontare, la tragedia quotidiana con il nome di vita. Lo sforzo di disattivare le immagini programmate dallo schermo al plasma sui miei occhi è quasi estremo. Ce lo applicano al momento della nascita al posto della cornea, e non c’è nulla da fare. Ma il mio Maestro mi ha insegnato ad attivare l’occhio interno, ed è per questo che sono stato scelto per lottare. Mi chiamo Phoenix, ho ventun anni, e da oggi ho deciso di trovarlo io, l’apriscatole. Quello per evadere dal sottovuoto del barattolo tossico in cui ci hanno rinchiusi. Prima che l’aria divenga diserbante, e ci trasformi in mosche. Prima che l’ammasso di fango e polvere in cui siamo immersi diventi la miccia, e il pianeta sia trasformato in dinamite. Prima che l’Ombra che incalza dall’Antitempo si incontri con l’ultimo residuo di materia ed inneschi la scintilla. Non sono sicuro di essere l’Avatar inviato dai padri celesti, ma anche se le mie facoltà fossero quelle di un semplice umano, ci proverei lo stesso, a sacrificarmi per la salvezza. 162


Ecco, sono giunto: questo deve essere il punto. La pietra megalitica che s’innalza dinanzi a me come un grande obelisco è la porta. I sacerdoti di Seth la credono solo un rudere, per questo l’hanno risparmiata dallo scempio. Per fortuna. Me lo aveva detto Ghendalf, poco prima di morire. «Arriverai sopra l’ombelico di Brighid, il Menhir sarà il segnale. È quello il vero Omphalos, il punto energetico dove è ancora possibile sprigionare i residui vitali di Ghea. La pietra ti aiuterà a indirizzarli verso Orione, per incanalare la tua richiesta agli El. Fai attenzione, però: è un portale sacro. Come ogni tunnel, possiede due aperture. Se imboccherai quella sbagliata, dischiuderai per sempre le tenebre.» Inspiro, prima di immergermi in una profonda meditazione. Aprire quella porta significa lievitare nella morte e da lì trovare il passaggio segreto per le dimensioni più sottili. Senza inciampare nell’abisso. Ed ecco che il Menhir dinanzi a me inizia a girare su se stesso, come il timone centrale di un’enorme ruota. La volta celeste sopra il mio capo fa un’intera evoluzione, come se la grande pietra ne avesse azionato gli invisibili ingranaggi, riuscendo a squarciarne l’occhio centrale che mi si apre dinanzi come un diaframma, mostrandomi il punto focale della galassia. Proprio lì, nel cuore dello sciame siderale, una luce multicolore disegna il sigillo del tempo: l’orologio cosmico cui si riferiva il mio maestro. Posso leggerne i quattro spicchi principali, gli Yuga delle leggendarie ere. L’ultimo dei druidi mi ha donato la conoscenza iniziatica tramandata dai suoi avi, ora sta a me farla fruttare. Al suo interno, sei stelle si allineano sino a formare un esagramma. Due triangoli equilateri che si intersecano al centro, toccando con le punte opposte gli estremi della circonferenza. È lo Sri Yantra, il simbolo tibetano usato nelle meditazioni più profonde, fusione di Shiva e Shakti, germe di tutto il Creato. «Mio caro Phoenix, sei riuscito ad arrivare alla soglia. Il Sigillo del Tempo ti si è mostrato benevolo, in tutta la sua gloria. Adesso toccherà a te trovare la chiave per azionarlo. È la nostra ultima possibilità, la prova che gli El ci hanno lasciato prima di andarsene, per invocare il loro aiuto. Se riuscirai a capire quale sia il modo per attivarne gli ingranaggi sottili, che agiscono nelle dimensioni parallele, udiranno la nostra invocazione e arriveranno a salvarci. Se invece fallisci, saremo finiti.» ****** Egitto, Mausoleo Djeser Djeseru -Tebe- 1873 d.c. «Avendo percorso tutti gli scritti dei saggi, non ignoro nulla di quel che è successo a partire dal primo giorno. Incredibile. Samuel, ti ricordi di quel testo che abbiamo letto le scorse settimane nella piramide di Giza?» 163


«Certo, professore: Vivi e sii giovane di fianco a tuo padre Orione nel cielo.» «Esatto! Il Duat ha afferrato la tua mano nel luogo dove si trova Orione capisci? Direttamente sopra alle nostre teste, proprio davanti ai nostri occhi, ecco la conferma illustrata di quanto riportato dalle piramidi: oltre mille anni dopo, queste stesse verità vengono finalmente chiarite con una mappa dettagliata. La cintura di Orione, qui raffigurata sopra il dio Osiride.» Quando il professor Panofsky si trovò a contemplare quel tesoro fino ad allora ignorato dall’archeologia ufficiale, non poté credere ai suoi occhi. Aveva visitato imponenti tombe e sfarzosi mausolei, per non parlare delle monumentali piramidi, ma quell’edificio racchiuso tra le rocce, nel cuore del deserto, poco distante della Valle dei Re e dalle meraviglie di Luxor, nascondeva qualcosa di unico. Per nulla al mondo avrebbe barattato con il vincolo del silenzio l’importanza incomparabile di quello che i suoi occhi, ancora increduli, stavano a poco a poco decifrando. Neanche lo avessero torturato. Se non avesse potuto rivelare quel segreto ai posteri, avrebbe a ogni costo trovato il modo di affidarne il testimone al suo fedele discepolo che lo seguiva in incognito in quella missione. Lasciandogli un solo legato: il sigillo del riservo si sarebbe dovuto sciogliere a tempo debito, quando la coscienza degli uomini, finalmente matura, sarebbe stata pronta a riceverlo. Allora la verità sarebbe potuta riemergere in superficie, e di riflesso la salvezza per il genere umano in essa contenuta. Del resto anche la semantica rivelava che Emet, la Verità, esisteva per liberare da Met, la Morte. E lui, che conosceva alla perfezione i segreti della Torah e del Talmud, questo lo sapeva bene. Tremante per l’emozione, aveva rivolto in alto la lampada a olio in modo da rischiarare meglio le meraviglie che la volta sopra il suo capo era in procinto di rivelargli. Non era, come si aspettava, dipinta nel blu zaffiro che caratterizzava le tombe appena visitate, come quella di Seti I, che gli aveva tolto il fiato più della Cappella Sistina. Ma il messaggio che conteneva era capace di superare la bellezza di qualsiasi altra opera che avesse mai visto prima. Al centro del soffitto, un geroglifico univa a cerniera le immagini del riquadro superiore con quelle della parte inferiore. Pareva la rilegatura di un libro, solo che quelle verità racchiuse, lungi da essere delle parole di una lingua morta, erano ancora vive e piene di significato. Lesse con attenzione, e al termine, calcolò di avere il tempo strettamente necessario per spiegare al suo assistente quanto dovuto. Dopo, gli sarebbe toccato mettersi in salvo. Era solo una questione di tempo: se qualcuno lo avesse voluto cercare per impedirgli di parlare, come temeva, prima o poi lo avrebbe scoperto. Ovunque c’erano tracce del suo passaggio: aveva chiesto i dovuti permessi alle autorità locali, lasciando la sua firma e il suo nome. 164


Sebbene avesse fatto attenzione a mantenere il più assoluto riserbo sulla sua missione, da quando si era messo in viaggio sapeva che qualcuno ne stava seguendo le tracce, come un’ombra instancabile che gli lanciava costanti moniti. Intimidazioni in codice che lui aveva decifrato senza esitazione, tutte volte a comunicargli che, qualsiasi cosa avesse scoperto, doveva prima riferirla a “loro”. La firma era sempre la stessa. Un geroglifico contenuto in un ovale, una specie di formula chimica che, per gli antichi egizi, valeva a designare l’essenza del nome. Quello che apparteneva al suo mittente risaliva alla misteriosa Setta di Seth, il cui dio venerato dagli adepti era simbolo di caos, morte e distruzione. «Vuol dire che…» «Che Orione corrisponde al Duat, l’Aldilà egiziano, e forse anche il nostro Eden spirituale. E che quest’uomo, Senenmut, non era solo un architetto di grandissima levatura, ma addirittura un iniziato! Deve aver avuto accesso agli scritti segreti del tempio di Karnak. Questo spiegherebbe tutto. Anche la successiva damnatio memoriae imposta dai faraoni dopo la morte della regina Hatshepsut.» «Ma che interesse avevano gli antichi a occultare questi scritti?» «Come puoi capire, caro Samuel, queste sono verità che oltrepassano il sapere dogmatico. Parlano di un oltretomba legato fisicamente, oltre che spiritualmente, al cielo. Ho come la sensazione che vogliano addirittura indicarci l’esistenza di una civiltà antecedente alla nostra, che ce le ha tramandate.» «Intende la mitica Atlantide?» «È probabile … e la porta metaforica che univa la vita terrestre a quella celeste, poteva essere una delle tre piramidi, verosimilmente quella centrale. Che qui, come vedi, è raffigurata come la stella al centro della cintura di Orione. È cerchiata con quella triplice goccia, che era l’antico simbolo dell’origine della vita. Per questo, le piramidi non erano semplici tombe come ci hanno voluto far credere.» «Guardi la diagonale delle stelle: Sirio, Orione, le Pleiadi ed Alcione. Sono tutte allineate! Quasi a voler tracciare una rotta invisibile in quella direzione. La via Lattea, per gli antichi egizi, era come il Nilo!» «E la barca dell’aldilà la percorreva dopo la morte, come testimonia l’antico Libro dei Morti. Ti ricordi quel famoso papiro con lo scarabeo, la barca e il disco solare? La dea che forma un cerchio coi suoi stessi piedi simboleggia il ciclo cosmico e infinito della vita.» «Eccole qui, professore! Sulla parete laterale. Le raffigurazioni. Il faraone defunto viene trasportato su una barca in mezzo a due ali, ed è paragonato al dio sole al tramonto, come nel Libro.» «Per gli antichi egizi morte e vita si rincorrono come il giorno con la notte, 165


e come il caos con il cosmos. Questo, mio caro Samuel, è il loro grande insegnamento, racchiuso in un simbolo segreto ancora più potente, sotteso in queste raffigurazioni.» Si udì improvvisamente un suono cupo. Era il rumore pesante di un portone in ferro, che le pareti spesse di quell’edificio, incastrato nella roccia, amplificavano. Qualcuno era entrato nel mausoleo. «Le guardie all’entrata ci avevano assicurato che ci avrebbero lasciati soli.» «Sapevo che mi cercavano. Ma sono arrivati molto prima di quanto mi aspettassi.» Il professor Panofsky cercò di non scomporsi. Mantenendo una calma quasi ascetica, eseguì al meglio ogni minima mossa nei pochi minuti che gli restavano, senza dispendio di energie. Si tolse l’inseparabile gilet con le grandi tasche e, dopo averne estratto il prezioso taccuino in pelle, lo porse all’assistente. «Contiene i più importanti appunti di questi ultimi viaggi. Conservalo come un tesoro e consegnalo, come io ho fatto con te, solo al tuo discepolo più fidato. Avrai cura di integrarlo annotandovi quanto ti ho appena spiegato oggi.» Così facendo, si sfilò dall’anulare della mano sinistra un anello in oro bianco. «Tienilo: ti proteggerà. Io non ne ho più bisogno.» Era un sigillo, e riproduceva la stella a sei punte del Re Salomone. «Sono venuti a cercarmi perché tutto resti nella nebbia. Ma tu puoi scappare: dietro il sarcofago, sul lato ovest, c’è una piccola rientranza nella parete. Imboccala veloce. Se ti concentri sull’invisibilità, l’anello ti fungerà da mantello. Io li distrarrò per un po’, dandoti un margine di tempo. Ora vai!» Da quel giorno, nonostante lo avesse ricercato per mari e monti, Samuel non ebbe più alcuna notizia del professore. Riprendersi dal trauma fu dura, capire le ragioni che avessero spinto qualcuno a voler costringere al silenzio un uomo tanto mite e colto sembrava quasi impossibile, ma così era, doveva arrendersi. Quando un giorno finalmente, sentendosi invaso da una serenità che da tempo non provava, riuscì ad aprirne il prezioso taccuino, notò che nel bel mezzo vi era riprodotto un disegno che già conosceva e, al suo centro, un simbolo che solo allora riconobbe con chiarezza. La croce ansata della mitologia egizia traeva la sua luce dal disco solare, le piccole mani in cui terminavano i raggi di Aton le infondevano energia, per trasmetterla al faraone Akenaton. Al centro della croce, sul transetto, vi era un serpente e, all’interno dell’ansia superiore, un albero dalla grande chioma. Gli appunti del professore così dicevano: “Ra porta in mano l’Ankh. I raggi di Aton conferiscono energia all’Ankh.” Era quella, la chiave segreta della vita legata al ciclo cosmico. ****** 166


National Library of India, New Delhi, 1918 d.C. Nell’archivio storico della più grande biblioteca dell’India, a Nuova Delhi, si trovava custodito uno dei pochi originali del Corpus dei libri sacri dell’induismo. Al vederlo, per poco le gambe non cedettero all’ingegner Pandit Subbaraya Shastry. Tempo prima, alcuni ceffi dall’aspetto sinistro lo avevano incaricato di svolgere un’indagine assai particolare. Avevano barbe lunghe e sudice, indossavano abiti usurati dall’incuria e dei turbanti neri che alla sommità del capo recavano uno strano sigillo. Un cerchio che per raggi aveva otto frecce. Riconobbe subito il simbolo del caos, ma prima che riuscisse a sfuggir loro, lo circondarono sfoderando i pugnali. Otto rilucenti lame, affilate da malvage intenzioni. «Il nostro capo ti manda i suoi ossequi, e ne approfitta per conferirti il suo primo incarico. Dovrai trascrivere nei dettagli tutto ciò che leggerai nei Rgveda. Il frutto del tuo lavoro sarà ben pagato, a patto che manterrai il segreto su quanto scoprirai, e che il libro venga consegnato solo a noi, direttamente nelle nostre mani. Attento: pagherai con la vita il tradimento. Seth non tollera errori.» Accettò suo malgrado. Chi meglio di lui del resto, specializzato in ingegneria aerospaziale, sarebbe stato in grado di decifrare il significato nascosto dei misteriosi Vimana e capire se i leggendari carri celesti di cui si narrava corrispondessero alle raffigurazioni che anni prima lo avevano tanto colpito nel tempio della città sacra di Puri, nel nord est dell’India? Si rassegnò, persuadendosi che quello forse era il suo karma. Ma allorché si trovò faccia a faccia con la verità nascosta di quanto era stato tramandato, tutto cambiò. Quello che addirittura per millenni era stato spacciato per mitologia, pareva essere saltato fuori da un’era dimenticata. Un futuro molto più all’avanguardia del suo presente premeva per ritornare a galla, e di certo non proveniva da un passato preistorico come da sempre si era voluto far credere. “Vedemmo in cielo una luce luminosa come di fiamme di fuoco ardente. Da questa emerse un’enorme macchina volante che lanciò dei dardi fiammeggianti, che si avvicinò al suolo a folle velocità lanciando anche ruote fatte di fuoco.” Erano quelle le guerre stellari di cui si serbava memoria. Deva contro Asura: il segreto millenario nascosto in quelle pagine. Vi era stato un tempo in cui le divinità convivevano in pace. Gli anti-dei, i cosiddetti demoni, non erano distinti dai luminosi Deva. Finchè, in un dato momento, avvenne una svolta. Una specie di click nell’orologio cosmico da cui era nata una contrapposizione duale: il bene contro il male. Quello che non sapeva ancora spiegarsi, e che nemmeno la logica né la sua grande capacità intuitiva riuscivano a risolvere, era che fine avessero fatto gli Asura una volta sconfitti dai Deva. Che fossero rimasti nelle viscere della Terra in attesa di liberarsi fortificati, con l’avvento dell’Ombra? 167


Tremò, percorso da una terribile sensazione. Cosa sarebbe successo se, specularmente a quanto avvenuto nei millenni precedenti, fosse arrivato il turno degli Asura di prendere il sopravvento sui Deva? Uscì di corsa dall’archivio storico sentendo l’impellenza di mettersi in profonda meditazione. Solo un Grande Maestro del passato poteva dargli le risposte giuste. Quando ne riemerse, dopo un tempo che gli era sembrato un’eternità, decise che oltre agli otto libri commissionati dai banditi, contenenti le tecnologiche descrizioni delle antiche navicelle spaziali, ne avrebbe redatto un nono. Il segreto di quel manoscritto sarebbe però restato rinchiuso ai piedi di un Menhir. ****** È stato un lampo che è durato un secolo, o un secolo che mi è sembrato durare come un lampo? Non saprei. Quello che però so ora, è che devo agire. Era necessario che fossi io, il prescelto, a trovare la chiave. Non a caso Ghenfdalf mi ha condotto sino al Menhir. È questa roccia, la soluzione di tutto. L’ho letto nel libro segreto tramandato ai druidi, una formula magica di antichissima memoria che gli El ci hanno consegnato nella notte dei tempi per giungere sino a noi. L’origne della vita, da cui il nostro genere ha preso luce, s’incastra col respiro cosmico che ha generato il Creato. Come in cielo, così in terra, è il segreto. Devo fare in fretta, perché la stella a sei punte iscritta nella cupola eterica si sta restringendo progressivamente. Quando il suo invisibile cerchio interno, che so contenerla, compierà un intero giro, il diaframma del Sigillo si chiuderà per sempre, e tutto andrà perduto. Inspiro profondamente, è giunto il momento. Estraggo il coltello che serbo nella protezione infradermica e incido la base del Menhir. Pochi movimenti netti che disegnano un simbolo. Sento che qualcosa inizia a muoversi, ma non ho tempo per guardare. Non è ammessa alcuna distrazione. Quando si è all’inferno, la regola è vedere con gli occhi della fede. «Ghendalf, ho fatto tutto ciò che è stato in mio potere. Adesso non mi resta che aspettare.» Posso finalmente guardare. Dalla punta del Menhir si sprigiona un’aura verde smeraldo che colma del suo splendore ogni punto della volta celeste. Tutte le stelle iniziano a ruotare, mettendo in moto l’intero esagramma. Nel suo occhio più interno, il punto nevralgico di quell’intersezione, ecco disegnarsi un simbolo di luce. È l’Ankh cosmico, la chiave della vita che ha attivato l’esagramma sacro. 168


Anna Bani da Gallarate (VA) ■ SALON KITTY Non sappiamo mai qual è il momento in cui le cose tornano a galla. Dopo un sonno profondo, riemergono a sorpresa dal più buio degli scantinati e chiedono a gran voce di essere ascoltate; bussano alla porta che separa le tenebre della memoria dalla luce del presente e pretendono anch’esse un po’ di quel chiarore. É per questo che ora, nella piena maturità, mi sono decisa ad aprire quella porta, a rimettere ordine in quel deposito dove tutto, a un certo punto, è stato scaraventato troppo in fretta. Fino ad ora, tra me e quelli che, maliziosamente, mi chiedevano qualcosa sulla mia “singolare” esperienza, sperando che io snocciolassi loro tutta la storia, ho alzato un muro e se avessi potuto lo avrei reso ancor più invalicabile con cocci aguzzi di bottiglia, come dice un famoso poeta, ma, a un certo punto, mi sono resa conto che quei cocci ferivano me, prima degli altri, anzi solo me. Comincerò dal giorno in cui “zia” Kitty è entrata nella mia vita; che non fosse veramente mia zia lo compresi solo più tardi. Del resto, avrei dovuto capirlo dagli sguardi stravolti e quasi sgomenti con cui le suore dell’orfanatrofio, in cui ero ospite, l’accolsero: Kitty, vestita di seta sgargiante e profumata sino all’inverosimile, era già quello che sembrava, ma che, allora, nessuno osava confessare. “Come stai, cara?” mi chiese, chinandosi su di me, che vedevo pericolosamente avvicinarsi le sue labbra scarlatte e mi sentivo minacciata da quell’ondata di profumo soffocante. Non so cosa risposi, ma le braccia premurose di una giovane suora che forse intuì il mio disagio, mi sollevarono, giusto in tempo per salvarmi dal naufragio. L’unica cosa che riuscii a capire, fu che Kitty era una mia parente, per quanto sino ad allora sconosciuta, e che la mamma, di cui per il momento mi nascosero la scomparsa, mi aveva affidato a lei “come la sua cosa più cara”, aveva sottolineato la zia con un sorriso tutto miele della sua formidabile bocca a cuore. Non ricordo precisamente la mia reazione a quella notizia, ma era troppo inaspettata e implicava troppi cambiamenti radicali e improvvisi nella mia vita, per non risvegliare in me emozioni contrastanti. Avevo solo otto anni e vivevo già in quel collegio da cinque; mentirei se dicessi di ricordare come e perché vi ero giunta, ma visto che di mia madre ho sempre avuto pochi e sbiaditi ricordi, devo presupporre di esserci arrivata molto presto. Le mie compagne e le suore che, bene o male, avevano cercato 169


di sostituire per me una figura materna latitante, rappresentavano tutta la mia famiglia. Loro erano state la mia fune, quella corda ruvida ma sicura cui ci si aggrappa per non precipitare nel vuoto; me l’avevano calata dall’alto e io l’avevo afferrata. Adesso, la comparsa di Kitty, come quella di un fiore sgargiante che affiori da una palude, mi faceva lo stesso effetto di certe bevande inebrianti vendute dagli zingari ai margini della strada, che tutte noi guardavamo con spavento ma, da cui, nello stesso tempo, ci sentivamo tentate. Partimmo in un mattino nebbioso di Novembre, dopo che ebbi messo in una valigia le mie quattro cose e guardato un’ultima volta negli occhi le compagne che, intimidite dalla presenza ingombrante e chiassosa di Kitty, non osarono nemmeno afferrarmi le mani o abbracciarmi un’ultima volta. E così, da una cittadina di provincia come Kitzingen, mi trovai catapultata improvvisamente a Berlino: era il 1932 e il Nazionalsocialismo, la medusa dallo sguardo che acceca, stava per affacciarsi al balcone della Storia. Credo che Berlino sia una delle città più violate e costrette a subire metamorfosi violente e repentine della storia d’Europa. Non esiste un’unica Berlino nella memoria delle persone che hanno vissuto più a lungo, ma almeno tre città, ciascuna con i suoi spettacoli e le sue esibizioni più o meno convincenti, più o meno felici: la Berlino nazista, la Berlino del Muro, la Berlino dopo la caduta del Comunismo. Io stessa, benché avessi ben pochi ricordi di quel luogo dove avevo abitato con mia madre nei primi anni di vita, la ricordavo diversa: non avrei saputo dire in che cosa e perché, in fondo avevo solo otto anni, ma avvertii un mutamento di atmosfera, come quando in una galleria di dipinti si passa da una sala all’altra e si nota subito un cambiamento radicale di stile. Dei miei primi quattro anni vissuti in quella città, ricordavo uomini eleganti con grigi cappelli a cilindro che leggevano il quotidiano sui tram o sulle panchine dei viali, le stazioni del metrò rigurgitanti di folla, i lustrascarpe bambini, le auto decapottabili, i ristoranti all’aperto dove nelle Domeniche di primavera le giovani coppie danzavano. . . Ora, invece, mi colpivano i passi veloci della gente, come se alla dolcezza del vivere si fosse sostituita l’ansia di mettersi in salvo, e lo squallore di quartieri proletari, dove nei cortili interni non batteva mai il sole. Dalla stazione camminammo a piedi per raggiungere la pensione dove Kitty abitava e notai che davanti alla sinagoga di Rosenstrasse anche lei affrettò il passo. “Perché corri?” le chiesi, affaticata dalla valigia che stavo trascinandomi dietro dall’inizio del viaggio, senza che Kitty avesse mai fatto il gesto gentile di sottrarmela. “Perché, perché. . . cammina e basta!”. 170


Non riuscivo ancora a capire di che pasta fosse fatta realmente: ogni volta che mi aspettavo una gentilezza, mi rispondeva in modo sgarbato e quando, invece, mi aspettavo d’essere maltrattata, si mostrava gentile. La pensione si trovava in Via Giesebrechtstrasse , a Charlottemburg, il quartiere più elegante di Berlino, e il suo nome era “Pensione Schmidt”, il cognome di Kitty. Fu allora che capii: la pensione non era il suo alloggio ma una sua proprietà. Ci aprì una ragazza con un vestito vertiginosamente scollato e la sigaretta tra le labbra, che si sforzò di trattarmi gentilmente, tentando di farmi persino una carezza. “Tutto bene, Agathe?” chiese mia zia sbrigativa. “Tutto bene, madame!”. Ben presto scoprii che Agathe non era l’unica ospite, ma che la pensione contava ben venti ragazze: alcune alloggiavano lì stabilmente, altre, invece, andavano e venivano per ragioni che, all’inizio, lo confesso, mi erano oscure. Kitty mi assegnò una camera dalle pareti rosa, piccola ma graziosa, e in quel momento capii che non avrei dormito con lei. La cosa invece di rattristarmi, mi sollevò, giacché era chiaro, ormai, che nonostante si fosse messa in testa di prendersi cura di me, noi non saremmo mai state amiche. Cominciai a comprendere dove ero capitata quando fui inserita nella Grundschule, la scuola primaria del quartiere, e feci la conoscenza delle mie compagne , tutte provenienti da famiglie dell’alta borghesia, che storsero subito il naso, dandosi di gomito tra risatine soffocate, quando videro il mio grembiule e i miei miseri abitucci. Una di loro, la leader di questo gruppetto di super-piccole donne, un giorno che la sua antipatia per me e per quell’ aria di candida innocenza che dovevo portare ancora stampata sul viso raggiunse il culmine, disse a voce alta nel cortile, durante la ricreazione: “Ecco l’innocentina che vive nel bordello della zia!”. Tutte risero in modo fragoroso e intonarono immediatamente un coro “Agnes Hure, Agnes Hure!...” , che poi sarebbe la storpiatura del mio cognome Hube; niente di male se non fosse che “hure” vuol dire prostituta, termine il cui significato non mi era allora molto chiaro, così come, d’altra parte, quello di “bordello”. Da quel momento, mi misi d’impegno per cercare di capire quali fossero le vere cause di tanto trambusto all’interno della pensione di Kitty e perché, di giorno e di notte, le ragazze si accompagnassero con uomini sempre diversi e come mai si sentissero tutti quei rumori attraverso le porte delle camere. Non impiegai molto a capirlo, complice il dizionario che, anche se con termini un po’ troppo pomposi, aveva avuto il merito di rendermi abbastanza chiara la natura di tutti quei traffici e di quei movimenti. A Kitty non potevo e non volevo chiedere nulla: i nostri rapporti si riducevano a prendere i pasti insieme, tranne la prima colazione che facevo da sola con 171


Agathe, perché mia zia si alzava sempre molto tardi al mattino. Passò così un anno e nel ‘33, mentre chilometri di fiaccolate sfilavano nella notte attraverso la porta di Brandeburgo per festeggiare la nomina a cancelliere del Führer, nella pensione si tenne una festa memorabile a cui, naturalmente, mi fu proibito di partecipare. La subii comunque, perché la musica, gli schiamazzi, le grida provenienti dal salone dove scorrevano fiumi di champagne, durarono sino all’alba; a parte questo, quello fu per me un giorno come un altro. Ma quanto tutto fosse cambiato ce ne rendemmo conto presto, io per prima e un’altra volta fu la scuola ad insegnarmelo, perché, all’improvviso, non fui più io il trastullo delle giovanissime fraulein ma un bambino ebreo, di una delle classi inferiori, che si chiamava Albert. Il suo viso triangolare, dove spiccavano gli occhi nerissimi e mobili, sembrava uno straccio pallido su cui si fossero posate due piccole mosche. Me lo ricordo perennemente con le braccia alzate, come a ripararsi dalle percosse ancora prima di riceverle; questo aizzava maggiormente le sue aguzzine, senza che nessuno, tra le maestre o i compagni, facesse nulla per impedirlo o per punire le colpevoli. Fu allora che presi coscienza della presenza degli ebrei tra noi: fino ad allora, benché tutti i giorni passassi davanti alla sinagoga di Rosenstrasse per andare a scuola, non mi ero mai posta il problema della loro esistenza; la stessa Kitty aveva tra le sue ragazze alcune ebree, così come ebrei erano alcuni tra i suoi clienti più fedeli. D’altronde Berlino, e in particolare Charlottemburg, dopo la rivoluzione del ’17, era diventata la seconda patria per molti intellettuali esuli dalla Russia, quasi tutti ebrei. A partire da quel momento, mi resi conto di quanti ve ne fossero perché i maltrattamenti o gli abusi nei loro confronti, che si facevano sempre più frequenti, li rendevano immediatamente riconoscibili e permettevano ai veri fanatici del regime di mettersi in mostra. Quanto a me, avevo deciso di sospendere ogni giudizio e non solo perché non ero ancora in grado di comprendere a fondo le ragioni degli uni e degli altri , ma perché l’unica , vera amica che io avessi mai avuto all’interno dell’orfanatrofio era ebrea. Si chiamava Micol e mi raccontava sempre, con abbondanza di particolari, l’episodio biblico che riguardava il personaggio di cui portava il nome. Non l’ho mai più rivista ma una volta, durante il grande rogo dei libri organizzato in quello stesso anno dal Reich per eliminare “la corruzione giudaica” dalla letteratura tedesca, al riverbero delle fiamme, per un attimo, mi sembrò di riconoscere il suo viso. Era una bambina della mia età, dalle trecce fermate alla fine da due fiocchi 172


azzurri, proprio come le portava lei, anche l’altezza e l’espressione corrucciata del viso me la ricordavano; la seguii, urtando la folla che si stava accalcando nella Opernplatz, mentre lei, scomparendo dietro quella massa indistinta, si stava allontanando dalla piazza. La persi e benché fosse evidente che non poteva essere Micol, ancora oggi, in cuor mio, ne dubito e, a volte, arrivo a credere che la sua apparizione sia stata un prodigio, che lei fosse lì per me. Nulla di tutto questo preoccupava Kitty, il cui comportamento era quello di sempre. Non appariva mai turbata e l’unica cosa che sembrava interessarla davvero era che i suoi clienti non avessero nulla di cui lamentarsi in merito alla qualità dello champagne o della disponibilità delle ragazze. Tutti conoscevano il suo perfezionismo, che poteva raggiungere, specialmente nella cura della sua persona, punte quasi maniacali: si diceva, ad esempio, che qualche anno prima si fosse addirittura sottoposta ad un intervento di chirurgia plastica al viso, cosa per quei tempi davvero inverosimile, e che per questo a cinquantacinque anni suonati ne dimostrasse a malapena trentacinque. Le cose cominciarono a cambiare qualche tempo dopo, quando Kitty si rese conto che alcuni suoi affezionatissimi amici, come Hertz e Levy, non si erano più fatti vedere nella pensione e, in seguito, si venne a sapere che avevano lasciato Berlino per rifugiarsi a Londra. Capì, allora, che la sua posizione e i suoi guadagni in quella città non erano più sicuri e decise di aprire un conto nella città londinese, su cui cominciò a trasferire ingenti somme di denaro. Di tutto questo parlava per ore al telefono con i suoi amici banchieri ed io, se non avevo nulla da fare, mi mettevo ad origliare, aprendo un poco lo spiraglio della porta di camera mia. Ricordo poco di quel periodo, come se un buco nero galleggiasse nella mia memoria e avesse via via catturato porzioni sempre più ampie di ricordi. Credo dipenda dal fatto che stavo per affacciarmi all’adolescenza e sentivo spasmodicamente il bisogno di una madre con cui parlare e sulla quale riversare la mia affettività repressa. Vivevo in una sorta di palude emotiva, eppure, non osavo chiedere a Kitty notizie della mamma perché quel limbo in cui vivevo era sempre meglio dell’Inferno in cui sarei precipitata se avessi saputo che mia madre era davvero morta. La verità venne fuori inaspettata una Domenica di Maggio: doveva essere il 1937, se non sbaglio, o forse il 38. Kitty mi fece chiamare e, senza tanti preamboli, mi comunicò la sua decisione di partire il giorno dopo per Londra. “Qui l’aria si è fatta irrespirabile!” fu la sua unica giustificazione “ Tu per adesso rimarrai qui. Quando tutto sarà sistemato, tra un mese al massimo, tornerò a prenderti”. Abbassai gli occhi, non sapendo se ridere o piangere e fu allora che lei, per la 173


prima volta da quando abitavamo insieme, mi attirò a sé e mi fece sedere sul suo letto. “Non devi preoccuparti, Agnes. Tanto tempo fa, ho promesso a tua madre di badare a te e manterrò la promessa!”. “Ma la mamma dov’è?” trovai finalmente il coraggio di chiedere “perché non viene mai a trovarmi?”. Kitty mi accarezzò con quelle sue mani così perfettamente curate da parere scolpite: “Cara, la tua mamma non c’è più! Un giorno ti racconterò la sua storia ma ora non è il momento”. E questo fu tutto. Partì in un mattino radioso che sembrava di buon augurio per tutti i suoi progetti, ma qualcosa non funzionò perché alla frontiera olandese la fermarono, requisendole passaporto, denaro e gioielli. Tutto questo io, le ragazze e Agathe, a cui ero stata affidata, lo venimmo a sapere molto più tardi perché, al momento, nessuno si preoccupò d’informarci dell’accaduto e noi rimanemmo senza sue notizie per quasi un mese. Quando Kitty tornò, era praticamente irriconoscibile: magra da far spavento, malvestita, con un vistosa ricrescita di capelli bianchi, la bocca e gli occhi circondati da rughe profonde, non sembrava nemmeno più una donna della sua età, ma semplicemente una vecchia. Al momento, non volle darci nessuna spiegazione: così come si trovava (era tornata senza valigia) si buttò sul letto della sua camera e dormì per quarantotto ore. Io e le ragazze ci guardavamo sconcertate e abbastanza spaventate ; fu in quell’occasione che ci rendemmo conto di cosa Kitty rappresentasse per noi. Quando ella si riprese, ci aspettavamo tutte una spiegazione, ma questa non venne mai e io stessa appresi la verità più tardi, in una circostanza tragica per me. Nel frattempo, però, Kitty si stava rimettendo e presto, grazie ai soliti misteriosi trattamenti che non rivelava a nessuno, ritrovò la forma di un tempo. Da quel momento tutto cambiò, a cominciare dall’alloggio dove abitavamo che da pensione Schmidt divenne Salon Kitty. La trasformazione non fu solo di nome ma anche, anzi soprattutto, di fatto e riguardò, in particolare, il piano di sotto dove, al posto delle vecchie stanze, furono ricavati due salotti, il boudoir di madame e una cucina nuova di zecca. Anche i bagni furono rinnovati ed erano gli unici a possedere una caratteristica che scoprii solo in seguito. Quando io, o qualcuna delle ragazze, domandavamo il perché di quelle modifiche, mia zia rispondeva sempre in maniera vaga o adduceva come scusa la necessità di adeguarsi alla nuova clientela, molto più selezionata di quella di un tempo. Durante i lavori, io e Kitty ci trasferimmo in due stanzette in affitto, mentre 174


le ragazze furono per il momento “licenziate”con la promessa che ben presto sarebbero state richiamate alle loro mansioni. Questo, però, non avvenne e, tranne Agathe, non rividi mai più nessuna di loro. Fu propio questo, forse, l’aspetto più traumatico per me che, col tempo, per quanto gli usi e i costumi di quel luogo fossero senz’altro inconcepibili per un’ adolescente, avevo finito con il considerarlo come la mia casa e le persone che lo frequentavano come la mia famiglia. Ben presto arrivarono le nuove ma, questa volta, mi rifiutai di istaurare con loro un qualsivoglia tipo di rapporto o di dialogo. L’altra novità era che queste ragazze non alloggiavano più da noi, come era stato nella vecchia pensione, ma venivano chiamate per telefono da madame, su richiesta del cliente, che le sceglieva a partire da un catalogo dove esse comparivano in pose e abbigliamenti che lasciavano ben poco all’immaginazione. Quando Kitty non era in circolazione e il salone era vuoto, mi divertivo a bighellonare in giro e fatalmente finivo per scovare il catalogo che lei ficcava sempre in nascondigli diversi, nella speranza che io non lo scovassi. E ogni volta, benché ormai lo conoscessi a memoria, mi confrontavo con quei corpi, quei seni, quei volti, sentendomi una “guardona”, né più né meno di quegli uomini che andavano là per i loro scopi. Ma avevo sedici anni e stavo scoprendo il mio corpo e i suoi misteri. Ben presto, durante una di queste mie perlustrazioni solitarie, scoprii, inaspettatamente, un secondo catalogo, sistemato in uno stanzino attiguo alla cucina. Le donne che vi comparivano erano molto diverse dalle altre, non solo per la bellezza scultorea dei loro corpi ma anche per qualcosa di sofisticato e di elegante che contraddistingueva l’abbigliamento; e poi c’era quel sorriso che, per quanto invitante o sottilmente ambiguo, contrastava con la fissità inanimata del loro sguardo da manichino o da bambola meccanica. Forse, riflettei, questo secondo album era riservato a una particolare clientela: questa, infatti, negli ultimi tempi, era molto cambiata, dato che i nuovi clienti erano quasi tutti ufficiali delle SS e dei vecchi frequentatori, cari a madame, non era rimasto più nessuno, men che meno i banchieri ebrei, che avevano abbandonato, l’uno dopo l’altro e ormai da tempo, la Germania. Uno degli ufficiali che preoccupava particolarmente mia zia, aveva il volto affilato come la lama di un coltello e un nome che somigliava a uno scricchiolio sinistro: Hydrick. Ogni volta che arrivava, ed era sempre per chiacchierare con Kitty e solo raramente per scegliere qualche ragazza, ella si affrettava ancora più del solito a spedirmi in camera, ma io sentivo quegli occhi puntati addosso come un 175


mitra, finché l’ombra del corridoio non mi ingoiava. Eravamo quasi alla vigilia della guerra, quando un nuovo cliente si presentò al Salon Kitty: si chiamava Karl Linden e vi giunse il giorno in cui si festeggiava il compleanno di madame, a cui, però, nessuno, conoscendo la sua paura della vecchiaia, osava chiedere quanti anni avesse. Lo incontrai per caso in cucina perché, in piena notte, mi ero svegliata a causa del solito baccano, nonostante la mia camera si trovasse al piano superiore e fosse lontana dal salone. Lo trovai in maniche di camicia e quell’aria furibonda, ma nello stesso tempo innocente, che doveva provenirgli dall’ubriacatura, gli conferiva una strana aria da angelo caduto; a giudicare dalle apparenze, non doveva avere molti più anni di me. Mi guardò fissamente mentre mi stringevo sempre più nella camicia da notte e, all’improvviso, mi chiese come mai non fossi nel salone con le altre. Divenni di bragia e riuscii solo a balbettare, col bicchiere di latte in mano, che ero la nipote di “madame”; dopo di che corsi su per le scale e mi ficcai subito nel letto, tirando le coperte fin sopra le orecchie. Passò del tempo prima che riuscissi a calmarmi e a non sentire più il cuore in gola. La mattina dopo, trovai Kitty furibonda: un ufficiale, mi disse, aveva osato chiedere informazioni su di me e questo perché non avevo obbedito alla regola che mi proibiva nel modo più assoluto di lasciare, durante la notte, la mia stanza e che mi era stata imposta sin dall’inizio del mio arrivo in quel luogo. Avevo quasi diciotto anni e quella convivenza cominciava a pesarmi: decisi che, al termine del ciclo superiore di studi, avrei trovato un lavoro e me ne sarei andata. Ma c’era qualcos’altro ad attendermi sulla strada, qualcosa che mi avrebbe tratto fuori da me stessa come un’ostrica dal guscio, come un animale smarrito appena uscito dal lungo letargo. Da quella famosa sera, rividi Karl qualche altra volta, sempre di sfuggita e a orari diversi; solo più tardi mi resi conto che in questo modo egli cercava di capire quali fossero i miei e quali possibilità avessimo di incontrarci. E già in quei fugaci momenti, quella sua eleganza un po’ impacciata, quella continua altalena di emozioni che oscillava nel suo animo e non mancava mai di trasparire dal suo viso, aveva conquistato il mio corpo e il mio cuore. Un pomeriggio suonarono alla porta ma, data l’ora insolita per un cliente, non mi preoccupai di lasciare subito il salone dove abitualmente studiavo. Sentii Agathe parlare in corridoio e a un certo punto vidi entrare Karl; indossava ancora il cappello e sembrava più alto. “Buongiorno Agnes, sei sola?” mi domandò, dopo essersi accomodato sul divano e aver tolto il cappello. Balbettai una risposta e ricordo che mi diede fastidio il fatto che mi desse del tu, quasi fossi stata ancora una bambina. 176


“Di dove sei, Agnes, sei tedesca?”. Ecco, ci siamo, mi dissi, comincia l’interrogatorio. Fui tentata di rispondere in modo indisponente che appartenevo alla razza ariana e che poteva, quindi, rilassarsi, ma preferii raccogliere le mie cose e cominciare a fare le prime mosse per filarmela e tornare in camera mia. “Cosa studi?” mi chiese subito, con l’evidente intenzione di trattenermi. “Charles Darwin!” risposi, continuando a radunare le mie scartoffie. “Oh, interessante! Ma ho sempre pensato che siano gli animali a rappresentare la specie superiore, non l’uomo. L’essere umano è il più imperfetto nell’universo perché ha la coscienza di uccidere quando uccide e la consapevolezza di far soffrire quando infligge dolore. L’animale non ha questa debolezza, egli è assolutamente perfetto nella sua totale incoscienza, ciò ne fa una creatura più forte e più nobile”. “Dev’ essere per questo che trattate gli uomini come animali!” ribattei io. Non so perché, ma in quel momento mi era tornato in mente il piccolo Albert, con le braccia perennemente alzate, e quella reazione di sdegno che non avevo avuto allora, improvvisamente mi travolse. Karl sbatté le palpebre, come se qualcuno lo avesse colpito in pieno viso e io capii, in quel preciso momento, che provavo qualcosa per lui. Un attimo dopo, entrò nel salone Kitty e immediatamente si rabbuiò: è incredibile come la sua visione “disinvolta” dell’esistenza e dei valori comunemente accettati convivesse con un’estrema rigidità nell’applicazione delle “sue” regole. E per me la regola era che non potevo e non dovevo per nessuna ragione avere relazioni, amicizie o conversazioni con i clienti della casa. Radunai le ultime cose ma, per la fretta, feci cadere un quaderno che Karl raccolse subito, porgendomelo. “Grazie!” mormorai senza guardarlo, sgusciando via dalla porta. Passarono alcune settimane senza che lo rivedessi, ma già da allora, pur non osando confessarlo nemmeno a me stessa, ogni volta che sentivo una voce maschile o un po’ di trambusto nel corridoio, sentivo salirmi il cuore in gola e mi precipitavo per le scale con un pretesto qualsiasi. Fu una sera in cui al piano di sotto si stava, “in allegria”, come diceva Kitty, che sentii bussare piano alla mia porta. Lì per lì pensai che fosse mia zia o una delle ragazze, benché non riuscissi proprio ad immaginare alcuna ragione per quella visita ad un’ora così tarda. Quando mi trovai davanti Karl, fu come accorgersi di essere sull’orlo di un precipizio e rendersi conto, nello stesso tempo, che non si può tornare indietro. “Ho pensato che, forse, a causa di tutto il nostro chiasso tu non riuscissi a dormire e mi sono chiesto . . .” non concluse la frase ma tirò fuori da dietro la schiena una bottiglia di champagne e due calici. 177


“Non posso . . . davvero. . . se madame venisse a saperlo sarebbero guai per me!” mi affrettai a dire. “Presto partirò” mormorò Karl “non so se e quando potrò tornare!”. Sapevo che non era vero ma quel pretesto bastò per decidermi a farlo entrare in camera. Scambiammo qualche parola e bevemmo un po’ di quello champagne in silenzio, quasi come un rito sacro. Poi si avvicinò e mi sciolse con delicatezza le dita che tenevo contratte sulla scollatura della camicia da notte, così come, a volte, sciogliamo una pianta che abbiamo curato con amore dal rampicante che la soffoca. Quando essa piombò a terra, mi abbracciò quasi timido e quella esitazione iniziale bastò a rassicurarmi. Fu così che caddi in un abisso e mai il cadere fu più dolce di quello: prima di allora, non avevo mai avuto qualcosa di mio e ora, improvvisamente, in quell’intimità inaspettata e trepida, sentivo per la prima volta di essere riconosciuta; fu quello, per me che non avevo avuto una madre nel vero senso della parola, il primo riconoscimento. I nostri incontri si ripeterono per alcune settimane, senza che Kitty si accorgesse di nulla, grazie alla complicità di Agathe: Karl faceva finta di sceglierla per passare qualche ora, mentre invece bussava alla mia porta e si intratteneva con me; poi, prima dell’alba, sgusciava via. Agathe, all’inizio, aveva insistito a coprirci solo per amicizia, perché, come spesso soleva dire, lei “sapeva cosa fosse l’amore”, ma poi accettò il denaro che Karl le passava per compare il suo silenzio. Ben presto, però, fummo tutti raggiunti dal passo della Storia, come il povero fuggiasco delle fiabe viene raggiunto dallo stivale dalle sette leghe: il nostro orco era il Furher che nell’estate del ‘41 decise di invadere la Russia, trascinando l’intera Germania, e non solo essa, nel baratro. Karl avrebbe dovuto partire nel Giugno e poiché mancava ormai pochissimo alla nostra separazione, cercava di intensificare le sue visite. Arrivò un pomeriggio che Kitty non c’era e io, che temevo il suo arrivo da un momento all’altro, decisi di evitare la mia camera per paura che potesse bussare e sorprenderci insieme. Decisi, perciò, di scegliere una qualsiasi delle camere libere, la numero 21, e feci di corsa le scale per prendere la chiave che era nel cassetto di un mobile, nel boudoir di madame. Quante volte ho rivissuto nella mia mente quella corsa a precipizio e mi sono detta: se solo fossi caduta . . . se fossi addirittura morta! Ma poiché il destino non ripensa mai alle sue mosse, tutto filò liscio, aprii la porta della stanza senza difficoltà e insieme vi scivolammo dentro. Quell’incontro, che doveva essere l’ultimo per noi, fu diverso da tutti i precedenti perché Karl si aprì interamente, rivelandomi ciò che, forse, fino al quel momento, non aveva osato confessare nemmeno a sè stesso. 178


Mi confidò che, al contrario degli altri ufficiali, ansiosi di recitare la loro parte nella grandiosa rappresentazione del Terzo Reich, egli non era affatto entusiasta di partire ed era angosciato dalla convinzione che ben presto quella spedizione militare si sarebbe trasformata in un mattatoio. “Ed io” concluse “dovrò essere più feroce degli altri!” Rabbrividii a quelle parole e, sciogliendomi dal suo abbraccio, mi sollevai sui cuscini. “Perché dici questo, perché mai dovresti essere più crudele degli altri?”. Mi guardò senza vedermi, come se fissasse qualcosa di spaventoso alle mie spalle che ci sovrastasse entrambe. “Perché sono ebreo!”. Rimasi di sasso e per un momento smisi di respirare. “Come è possibile?”. “Lo sono al cinquanta per cento, visto che mia madre lo è . . . sono uno di quelli che ‘inquinano’ la purezza del sangue ariano!” aggiunse poi con un sorriso amaro. “Ma come hai fatto a nasconderlo?”. “In tempi non sospetti, quando ero ancora un bambino, mia madre si è fatta battezzare ed è diventata cristiana, ma naturalmente questo non poteva bastare . . . Così è stato necessario pagare una colossale somma di denaro per falsificare tutti i suoi documenti e cancellare l’atto di nascita in cui ella figura chiaramente come ebrea. Da quel giorno, io e la mia famiglia viviamo nell’incubo che l’intera storia venga alla luce. Perciò dovrò scansare ogni dubbio, evitare ogni esitazione e, per stornare qualsiasi sospetto su di me, dovrò mostrarmi più fanatico di tutti gli altri!”. Non sapevo cosa dire ma, per la prima volta nella mia vita, ebbi paura, la percepii all’altezza dello stomaco e ne sentii il sapore in bocca. Fu un incontro grondante di tragedia, dove ogni gesto stentava a spiccare il volo e quando ci salutammo fu quasi con distacco. Mi promise che sarebbe tornato l’indomani, dato che mancava ancora una settimana alla partenza, ma il giorno dopo la mia attesa andò delusa. Lo attesi il giorno dopo ancora e, con ansia sempre più spasmodica, tutti i giorni successivi, ma egli non ritornò. Non sapevo cosa pensare e mi consumai in una sterile attesa per quasi un mese, mangiando, respirando e vegliando in un mondo fatto di ovatta in cui le parole e i gesti altrui mi arrivavano come da un’infinita lontananza, tanto mi erano estranei. Finché una sera, tra il confuso vociare dei clienti del salone, percepii il suono odioso della voce di Hydrich, l’uomo più potente del terzo Reich dopo il Fũrher, e in un attimo presi la mia decisione. Indossai un abito scarlatto che mi donava particolarmente e sciolsi i lunghi 179


capelli castani sulle spalle. Nel salone erano già cominciati i soliti eccessi e Kitty aveva concluso il giro di champagne con cui era solita accogliere i suoi clienti. Trattenni il respiro e senza bussare entrai. Nella confusione generale, il mio ingresso passò inosservato a tutti, tranne ad Hydrich e Kitty che stavano chiacchierando in un angolo del salotto. Kitty ammutolì quando mi vide, mentre l’ufficiale, che stava sorseggiando una coppa di champagne, mi fissò con la solita espressione mista di curiosità e di disprezzo. Ma ci voleva altro per fermarmi. “Herr Hydrich” cominciai, cercando di conferire alla mia voce quanta più sicurezza possibile, “mi duole disturbarla ma vorrei chiederle notizie di una persona che mi sta a cuore e che è nostra amica: Karl Linden”. Mia zia sbiancò e dal suo viso defluì il sangue come quando si svuota una vasca e l’acqua, risucchiata via, scompare rapidamente. “Karl? Karl Linden?” rispose Hydrich, posando con estrema lentezza il calice sul vassoio “Non mi risulta che sia tra i nostri amici!” concluse, accentuando quello sgradevole sorriso che gli tagliava la faccia come una lama. “La perdoni, herr Hydrich, ultimamente vive in un perenne stato confusionale . . . Agnes, fila immediatamente in camera tua!” tuonò mia zia, finalmente tornata in possesso del suo sangue freddo. Ebbi la saggezza di non insistere e mentre tutti gli altri cominciavano a notare la mia presenza e mi fissavano incuriositi, abbandonai il salone in preda a una vera e propria tempesta emotiva. La serata, però, non era ancora finita perché qualche ora dopo, nonostante fosse notte fonda, Kitty si precipitò nella mia camera come un uragano e tale era la sua rabbia che pensai volesse picchiarmi. Invece mi prese per un braccio e mi trascinò nel suo bagno personale; mi teneva così forte che il braccio cominciò a dolermi. Però, quando ebbe chiuso la porta dietro di sé, cambiò atteggiamento e il suo volto, più che rabbia, sembrava esprimere una grande preoccupazione. “Ora mi racconterai tutto!” mi intimò “Per filo e per segno!”. E così, nonostante quel mettermi a nudo davanti a lei mi costasse un’immensa fatica, iniziai il mio racconto. Kitty attese abbastanza pazientemente che arrivassi alla fine e fu solo quando le parlai del mio ultimo incontro con Karl che mi interruppe per chiedermi dove era avvenuto. “Perché, che importanza può avere?” ribattei io, irritata “Comunque, nella stanza numero 21 !”. Fu allora che si portò le mani al viso e con un grido soffocato esclamò: “Dio mio, cosa hai fatto, piccola sciagurata!”. “Ma perché, perché?” replicai io, sempre più stizzita. “Tu non hai proprio capito, vero, cos’è questo posto!”. 180


“Certo che l’ho capito: un bordello!” gridai io con quanto fiato avevo in gola. “No mia cara, è qui che ti sbagli; perché questo bordello, come lo chiami tu, è diventato una centrale di spionaggio del regime e Hydrich ne è l’ideatore. Ti sei mai chiesta cosa è successo in quelle lunghe settimane in cui sono scomparsa e non avete più avuto notizie di me? Beh, te lo dico io: mi hanno tenuta rinchiusa in uno scantinato a dormire per terra tra scarafaggi ed escrementi, costretta a subire interrogatori brutali quanto inconcludenti, affamata e minacciata sino a che non ho ceduto al ricatto e il ricatto era questo: trasformare Salon Kitty in un covo di spie della Gestapo!”. Questa volta fui io a impallidire, quando mi fu chiaro che in ogni stanza delle ragazze che lavoravano per mia zia erano stati collocati dei microfoni, tranne le nostre due stanze e i relativi bagni. “Ma le ragazze lo sanno?” le chiesi. “Alcune, solo un gruppo!”. Mi venne in mente, allora, il secondo album che avevo trovato quel giorno per caso, contrassegnato dalla misteriosa sigla. “Oh Kitty, cosa ho fatto!” esclamai al colmo della disperazione, buttandomi tra le sue braccia. Quella fu l’unica volta in cui si comportò come una vera madre, stringendomi a sé e carezzandomi i capelli. A quel punto le rivelai le confidenze fattemi da Karl e anche se mi aspettavo la sua risposta, ebbi ugualmente, nell’ascoltarla, la sensazione che il pavimento si aprisse sotto i miei piedi. “Povera Agnes, non lo rivedrai mai più! Quello che ti ha rivelato sarà la sua condanna!”. “Che gli faranno zia? Ti prego, dimmelo!”la scongiurai . “Non lo so cara, ma forse è meglio così; anche per te sarà meglio non saperlo!”. Passarono i giorni e poi le settimane e poi i mesi, senza che giungesse nessuna notizia di Karl e, sebbene Kitty non ne parlasse mai, sapevo che ad ogni visita di Hydrich tremava per paura che la lunga mano della sua vendetta nei confronti di quel giovane che aveva osato ingannare la fiducia dell’ ‘amato’ Furher, potesse raggiungere anche noi, me e lei. Ma la conoscevo troppo bene per non sapere quanto sottile fosse la sua capacità di compiacere e quanto fosse forte il suo potere di seduzione. Quanto a me, iniziai a fumare e quando il senso di colpa e la mia capacità di sopportazione giungevano al limite, arrivavo al punto da schiacciare il mozzicone di sigaretta sul dorso della mia mano, pur di dare sfogo alla mia sofferenza. Kitty, un giorno, mi sorprese in quel gesto e mi diede un sonoro ceffone: fu l’unica volta che osò colpirmi, ma quello schiaffo mi fece bene. Mi gettai nello studio e, mentre la Germania iniziava a capitolare, io terminai a pieni voti gli studi superiori. Ma nulla mi dava più soddisfazione: ormai, 181


una sorta di rabbia sorda aveva riempito ogni fibra del mio essere e qualsiasi emozione veniva respinta al mittente. Così i giorni passavano, compatti come una colata di cemento, senza vie di fuga o bolle d’aria in cui trovare sollievo. In questa tetra atmosfera, il bombardamento di Berlino fu l’ultimo atto di una tragedia annunciata da tempo e la sconfitta non vi pose fine, anzi, spalancò per noi tedeschi le porte di un Inferno che ancora oggi stentano a chiudersi. Intanto, del nostro Salon Kitty erano rimaste solo macerie, ma noi ce n’eravamo già andate e da qualche tempo abitavamo in un piccolo paese non molto lontano dalla capitale , dove mia zia aveva una sua proprietà, poco più di una stamberga ereditata alla morte della madre, ma che ora, data la situazione, ci apparve una dimora principesca. Da quel momento, mi attaccai morbosamente a lei che però, col passare del tempo, andava sempre più manifestando gli acciacchi dell’età e dell’abuso di alcool, di cui ormai non sapeva più fare a meno. Dopo quasi un anno, mentre la città, nonostante fosse ancora occupata dall’antico nemico, cominciava a dare qualche timido cenno di ripresa, mi iscrissi all’Università, non tanto per passione quanto per il fatto che lo studio, obbligandomi alla concentrazione, mi distoglieva dalla rappresentazione che i miei spettri allestivano ad ogni risveglio, soprattutto quello di Karl, protagonista assoluto di quella lugubre pantomima. Mi iscrissi alla Facoltà di Fisica, materia che mi aveva sempre interessato, e lì incontrai un gruppo di coetanei animati da una vera e propria passione scientifica e, soprattutto, dal desiderio di lasciarsi il passato alle spalle. Uno di loro mi aveva colpito sin dall’inizio per un’aria vagamente familiare a cui, per quanti sforzi facessi, non ero riuscita a dare un’identità. Un mattino, però, mentre eravamo tutti seduti ad un caffè ed egli sorrideva soddisfatto davanti a una ben misera colazione, all’improvviso lo riconobbi: era Albert, il bambino ebreo perseguitato dalle mie compagne di classe , che io ricordavo sempre nell’atto di difendersi . Non ebbi il coraggio di farmi riconoscere, né di chiedergli come e perché fosse riuscito a salvarsi, ma da quel momento la mia vita cambiò ed io ricominciai ad accogliere nel mio animo emozioni dimenticate, che non erano più fatte di sola angoscia e di disperazione. Fu Albert stesso a raccontare la sua storia, durante un pomeriggio in cui avevamo assistito ad una lezione particolarmente impegnativa. Era d’inverno, forse l’inverno del quarantasette, e un freddo gelido ci accolse all’uscita dall’Università; Albert mi invitò a bere qualcosa di caldo nella sua stanza ed io accettai. Quel che accadde dopo tra noi, fu molto diverso da ciò che avevo vissuto nella mia esperienza precedente: se tra le mani di Karl mi ero sentita sbocciare come 182


una gemma, con Albert mi sentii finalmente liberata da una pesante corazza di ferro : per troppo tempo ero stata Clorinda, la giovane guerriera, ed ora tornavo ad essere Angelica, desiderosa di vivere e di dimenticare. Quanto alla sua storia, egli mi raccontò di essersi salvato grazie alla generosità dei suoi genitori che raccolsero tutto il loro denaro e lo imbarcarono su un transatlantico in partenza per l’America. Aveva otto anni e fece l’intero viaggio da solo; là, ad accoglierlo c’era un fratello del padre che alcuni anni prima aveva fatto fortuna a New York, come commerciante di stoffe. “E i tuoi genitori?” gli domandai, pentendomi quasi subito della domanda. Egli non rispose ed io non ebbi difficoltà a interpretare quel silenzio. Tutto sommato, quelli furono anni abbastanza sereni per me, rattristati soltanto dalla difficile situazione politica di Berlino e dalla morte di Kitty, che ha lasciato nella mia vita un profondissimo vuoto. Un mattino che sembrava quasi essersi ripresa, poco prima della sua scomparsa, mi chiese: “Hai presente la statua di Rosa Luxemburg a Liebknechtplatz ….?”. “L’ideologa marxista? Certo!” risposi. “Quando passi di lì, lascia un mazzo di rose bianche ai suoi piedi. É proprio in quella piazza che è stata uccisa tua madre da una spedizione punitiva dell’estrema destra. Era un’attivista del partito comunista e per quanto abbia amato di più la causa politica che il resto dell’umanità, era una gran donna!” Fu così che finalmente appresi la vera storia di mia madre. Il giorno della morte di Kitty, acquistai il più bel mazzo di rose bianche che riuscii a trovare e lo deposi ai piedi della statua.

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■ Francesco Battista da Londra Il corsaro del XXII secolo Pensavo che questi dannati test sulla mia salute fisica e mentale non sarebbero più terminati. Ma finalmente ci muoviamo. Anche per il costume e la tuta ci vuole un tempo infinito, con tutti i cavi, le spie e questi pulsanti che non ho veramente memorizzato a cosa servono. Mi basta sapere due cose: come funziona l’ossigeno e come ricaricare la mia arma. Per il resto sono pronto. Tanto quanto lo ero un mese e mezzo fa, quando ho varcato i cancelli di questa baracca. Questa è un’epoca di merda. Non mi ci sono mai adattato. Perciò qualsiasi altra realtà mi andrà a genio. O per lo meno, varrà la pena di essere esplorata. Sono un avventuriero, io. Non ho paura di nulla. Mi portano in una sala che davvero sembra il set di un film di fantascienza. Molto scenici, devo dire. Non hanno badato a spese. Ma la più grossa posta in gioco resta la mia vita, comunque. Ecco il mio mezzo di trasporto. Demolecolarizzatore gravitazionale, lo chiamano. Niente più che una cabina, non molto diversa da come deve essere una doccia su un’astronave, penso. Mi chiudono dentro, ermeticamente. Altrimenti il trucchetto non funziona. Stanno per spedirmi nel 1800. É solo una prova iniziale. La mia missione è passare inosservato, raccogliere dati che provino la riuscita dell’impresa e tornare. La tuta è per sicurezza, non si sa mai dove dovessi finire. Ma sotto ho dei vestiti di moda tre secoli fa. Entro. Apro l’ether-c e sfoglio i wireframe. Si parte. Mi sento come immerso nell’acqua minerale. Poi luce. Solo luce. Prima di poter vedere alcunché, odo un gran casino. Suoni di voci, sbuffi, rumori di zoccoli e ferraglia. La polvere si posa e guardo attraverso il vetro. Mhf! Passare inosservato un cazzo! Sono finito in una specie di piazza brulicante, durante lo svolgimento di un fetido mercato. Alcuni omuncoli sporchi e brutti mi guardano esterrefatti mentre indietreggiano a fatica. Una donna grassa e pelosa con un cesto di frutta bacata in mano mi osserva, immobile come un robot cui hanno staccato l’alimentazione. Una manciata di marmocchi si distribuisce intorno, cominciando a toccare e insudiciare il vetro. Poi il baccano si fa più forte, vedo sul muro poco lontano un tizio con calvizie che indica a due soldati la mia posizione. Stanno dando l’allarme e a me non 184


va di iniziare subito a far saltare capocce, né di sporcarmi la tuta. Cazzo, non si comincia una spedizione scientifica usando il grilletto, dico bene? Ma i cosiddetti scienziati hanno fallito, coi loro calcoli astronomici a cazzo di pecora. É come se mi avessero spedito su un palcoscenico. La mia destra è sulla pistola...l’abitudine. Ma la sinistra è sulla plancia di comando. Sto per pisciare immediatamente quest’epoca di zozzoni. Ma la missione? All’improvviso <<Baam!!>>. Un colpo secco alle mie spalle fa rimbombare la cabina. Mi giro e vedo il fottuto gobbo di Notre-Dame con una specie di clava di legno che ride furioso coi suoi tre denti sparsi e si prepara a menare il secondo colpo. Quel cazzo di tronco è davvero grosso, non so come faccia a sollevarlo, ha una forza sovrumana. Non mi sfonderà subito la mia bella doccia blindata, ma non sono intenzionato a testarne la resistenza. Apro l’interfaccia virtuale per selezionare la destinazione e <<Baam!!>>, il goffo energumeno mi regala un’altra mazzata roboante. Digrigno i denti in una smorfia, gli faccio una linguaccia, poi scrollo le schede olografiche per selezionare un epoca e fare il numero di magia di sparire davanti ai suoi occhi, quando l’umanoide con un gesto fulmineo si puntella sul bastone e scaglia un calcio a piedi uniti contro il mio box. La cabina s’inclina, io perdo l’equilibrio, scivolando di lato. Nell’aggrapparmi sento di aver azionato l’ether-c. Di nuovo bollicine nel corpo e la luce. Appaio in uno spazio verde e immenso. La vegetazione su un lato e alle mie spalle è altissima. I fusti sono spessi come pilastri di ponti. Mai vista roba del genere, nemmeno nei documentari. Il terreno ricoperto di erba lunga scende in ampie e morbide ondulazioni. Rocce alte come grattacieli riposano l’una vicino all’altra in lontananza. Aziono il computer, il cui ologramma guida reca la scritta “Paleozoico”. Dio Santo! Spero proprio che questo trabiccolo funzioni a dovere per riportarmi indietro. Però sono andato così a ritroso da trovarmi in un’epoca nella quale gli umani erano milioni di anni di là da venire. L’idea mi dà il capogiro. La tentazione è troppo forte. Decido pertanto di dare un’occhiata per vedere com’era l’infanzia della vita sulla Terra. Uscendo dalla capsula, subito nella mia mente si accendono le spie di quelle poche nozioni che posseggo riguardo quest’era. L’ossigeno nell’aria deve essere ad una percentuale elevatissima. Il che non dovrebbe uccidermi, ma 185


per ora terrò la maschera. Questo fattore fa sì che ciò che vive qui raggiunga dimensioni colossali. E quindi non mi tratterrò molto neanche stavolta. L’erba mi arriva al petto. Fa caldissimo. Regolo la temperatura interna della tuta. Questa tuta mi è utile per tanti motivi, ma in tale dannata sterpaglia mi rende difficili i movimenti. Il vento non è forte, eppure ha un suono potente. È l’unica cosa che si ode, d’altronde. Vorrei raggiungere gli alberi titanici, ma non riesco a stabilire con esattezza a che distanza si trovino. M’incammino. Dopo una spossante marcia giungo al limite della distesa erbosa ed esco allo scoperto. Le spaccature nel terreno disegnano zolle enormi per un’area sconfinata. Gli arbusti sono ancora lontani e sembrano immensi. Oscillano lenti e maestosi. Uno spettacolo magnifico. Sono sudato per lo sforzo ed ho bisogno d’aria fresca. Non ci resisto in questo scafandro. Voglio sentire il vento, in faccia quantomeno. Respirare. L’ossigeno mi farà bene. Al massimo mi darà un po' di brio, il che non mi dispiace. Fanculo questa boccia di policarbonato! Sgancio il casco da astronauta, lo ruoto e appena comincio a sollevarlo una folata calda e soffocante mi investe. Tossisco. Esito. Sto per riagganciarlo, mentre calmo il fiatone con respiri profondi e rumorosi, la bocca aperta a cerchio. Ma dopo una trentina di secondi mi abituo all’atmosfera. Quindi me lo sfilo. Però! Non è affatto male, devo dire. E mi piace sempre più quando penso che nessuno ha mai respirato quest’aria, nessuno ha mai potuto essere qui. Ahh! Che goduria! Col casco sotto al braccio, rivolgo il viso al cielo, gli occhi chiusi, il sole che mi cuoce il volto. I profumi sono quelli dell’erba e della terra, decisamente intensi e pungenti. La lieve brezza s’inalbera in una folata più energica. Sento il fruscio dell’erba ciclopica alle mie spalle, è come un susseguirsi di scudisciate rapidissime e ovattate. Apro gli occhi e osservo inebriato una specie di primordiale domino vegetante. Poi un suono comincia a fendere l’aria. Impiega parecchi secondi per farsi più distinto e mi allarma perché non ha nulla di naturale. Sembrano dannate lame rotanti in avvicinamento, o una gigantesca elica meccanica messa in funzione. 186


Guardo in ogni direzione senza capire. Che diavolo sarà? Non può essere niente che sia stato prodotto da mani umane, lo so bene. Eppure non riesco a pensare a nessun fenomeno naturale che spieghi questo fracasso sempre più fragoroso. Sono confuso e agitato. Forse anche l’ossigeno mi sta dando alla testa, perciò riaggancio il casco. All’improvviso scorgo lontano qualcosa di scuro sul terreno ondulato che si muove rapido. Osservo meglio, si sta avvicinando...un attimo: è solo un’ombra. Alzo gli occhi al cielo ed eccolo in controluce: un lungo dannato elicottero da guerra in avvicinamento. Cristo! Non devo essere l’unico a spasso nel tempo, a quanto pare. Quei bastardi di scienziati si sono dati da fare. E mandano qui dei mezzi militari? Perché? A quale scopo? Con lo sguardo fisso, il rumore si fa assordante ed io resto esterrefatto quando l’oggetto volante giunge abbastanza vicino da potere essere visto chiaramente. E non è un elicottero. È una strafottutissima libellula pantagruelica. La mandibola mi si abbassa da sola. Dio di un dio! Per un attimo non credo ai miei occhi. Col rombo al culmine che cambia di tono, passa sopra la mia testa e comincia ad allontanarsi. Quindi penso che è perfettamente logico. Com’è che si chiamavano? Meganeure, o roba del genere. E deve essere pieno di insetti titanici qui intorno. L’ho appena pensato, abbassando gli occhi a terra, che scorgo alla base dei pilastri arborei un essere piatto, lunghissimo e corazzato. Neanche mi avesse letto nel pensiero, volge le sue luride antenne nella mia direzione e comincia a correre su decine di zampe che si muovono in onde sincronizzate. Oh cazzo, viene proprio verso di me! Ne ho abbastanza. Me la do a gambe. Sul terreno non avrei speranza contro quel bacarozzo atavico. Ma qui tra la vegetazione alta non dovrebbe addentrarsi. Me lo ficco in testa come una certezza, senza risparmiare un grammo d’energia alle mie gambe, che lavorano simili a pistoni infuriati. Per fortuna il mio lento incedere dell’andata ha aperto un leggero varco tra gli steli. Spero non sia agevole anche per quell’affare. A circa metà strada mi fermo un attimo esausto e mi volto. Spuntando solo con la testa oltre la vegetazione, sul terreno bruno non vedo niente. Purtroppo con timore scorgo una scia tremolante che si disegna celere nell’erba, dritta verso di me. Non arriverò mai alla navetta prima che mi 187


raggiunga. Resto fermo e mi concentro. Ho già sfilato l’arma. Il fruscio si arresta, a una decina di metri. Io sono immobile. Sguardo fisso. Pistola puntata. Poi qualcos’altro attira la mia attenzione. All’interno del mio campo visivo, una a destra e una a sinistra si stanno disegnando altre due scie nel mare d’erba. Cazzo! Fottuti millepiedi ingrassati! Si fermano anch’esse. Cerco di trovare un lato positivo e penso che almeno non si sono frapposti tra me e la macchina del tempo. Il primo si alza sulla parte posteriore del corpo, così da visualizzarmi. È veramente disgustoso. Gli sparo un paio di colpi per spaventarlo. Ma si rivela un’idea stupida. I proiettili gli rimbalzano sulle tenaglie che ha al posto della faccia e ciò sembra imbestialirlo. Infatti si rituffa a capofitto. Sfreccia verso di me. In pochi secondi mi sarà addosso, sono spacciato. Armeggio con la pistola per spostarla sulla funzione laser, ma è tardi. Il mostro uncinato riappare fulmineo, ergendosi al mio cospetto nella sua grossa mole rivoltante e si appresta ad affettarmi...quand’ecco che sul mio capo calano due ombre scure e <<Stah-taffh!>>. Sulle zampe posteriori due cosi come scarabei giganti si sono alzati a combattere con l’anthropleura, bloccando congiuntamente il suo attacco rivolto a me. Fanno un fracasso peggio che se avessero delle spade ed io sono come una pulce che riesce a sgusciare via dal campo di battaglia. Corro come non credevo fossi in grado di fare e davanti alla mia cabina mi volto per osservare lo scontro. Tutt’intorno l’erba è schiacciata e rovinata. Ci sono schizzi di gelatina giallastra ovunque. Ringrazio i due scarafaggi, miei inconsapevoli salvatori, ma noto che il loro tentativo sembra volga al peggio. Le pinze della bestia rossastra sono il doppio delle loro e quel corpo racchiuso nell’armatura rotea con sorprendente agilità. Il risultato è una protezione e un’offensiva tanto efficienti che lo svantaggio numerico viene annullato. <<Avete fatto male i calcoli, amici>> dico ai malcapitati mentre il vetro si richiude davanti a me. Un secondo dopo uno spruzzo giallo lo imbratta nella parte alta. In culo il passato! 188


In culo la missione e la raccolta dati! È tempo di spassarsela sul serio e vedere se questa bagnarola assolve ogni sua funzione. Per quanto riguarda il futuro i capoccioni non sono stati granché precisi. Avevano parlato di non so quale coefficiente che modificava la velocità e la capacità stessa di viaggiare verso realtà non ancora esistenti. La relativa sezione è attivabile solo tramite procedura d’emergenza. Non si erano profusi in troppe spiegazioni. La possibilità di andare oltre il nostro tempo non era contemplata in questa mia prima missione. Ma la procedura dovevo impararla per sicurezza; e l’ho imparata. Quindi in culo anche gli scienziati! Il mio collo stava per essere reciso da una schifa di scolopendra abnorme. Decido io. Perciò attivo l’ether-c e ordino l’avanti tutta nella sezione rossa, aggirando il “Warning” e avviando il protocollo eccezionale. L’ether-c esegue fedelmente i miei comandi. Un ghigno si disegna sul mio volto. Il futuro mi attende. . Questa volta, quando la luce si dissipa, l’aria intorno resta di un percepibile color caldo. Anche la sensazione di effervescenza nelle mie membra non svanisce del tutto. Mi sento come leggero, patinato, sfocato. Deve essere suggestione. Appena il processo di materializzazione ha termine, la totalità delle parti in glasstech e recblock del demolecolarizzatore vanno in frantumi. Si sgretolano davanti ai miei occhi senza un suono. Cadono come per effetto di una bacchetta magica invisibile, ridotti a polvere di vetro ai miei piedi. Non un rumore. Attorno a me rimane la parte strutturale, quella meccanica, il propulsore ed il reattore e la plancia. Ma la capsula esterna è andata. Sono sgomento. Come cavolo… Va bene, un secondo: non so né dove sono, né in che epoca, quindi inutile porsi inutili domande. Devo basarmi su quello che so, per provare a cavarmela. E per ora so che non posso tornarne indietro, finché non avrò sistemato ermeticamente questa trappola. Fanculo! Uscendo dalla bagnarola metto i piedi su una superficie che potrebbe essere un metallo. Ma non ne sono sicuro. Non sono sicuro di nulla, non ho idea di dove caspita sia finito. Tasto istintivamente la mia cintola e sono colto dalla seconda tragica rivelazione: è vuota. Nella fondina residui della stessa polvere opalescente e un paio d’ingranaggi. Questo futuro già mi sta sui coglioni, e non poco. Non saprei neanche dire se mi trovo all’aperto o al chiuso. In alto c’è una nebbia arancione, immobile. Non un filo d’aria. Le pareti sono dei grossi bitorzoli di 189


un marrone quasi nero. Non scorgo altro da qui. Il piano su cui mi trovo non è molto esteso. È un ballatoio, che costeggia queste strane pareti nodose disegnando angoli retti. Non ci sono balaustre. Avanzo verso il bordo e guardo giù. Ogni materiale mi è così poco familiare che non saprei definire l’altezza alla quale mi trovo. In fondo comunque c’è qualcosa di verde acido, quasi fosforescente. Ha come delle increspature e sembrerebbe un liquido, ma è immobile ed impossibile giudicare da qui. Mi incammino verso destra. Costeggio questi ammassi informi. La loro superficie sembra viscida. O forse solo lucida. Potrebbero avere qualsiasi consistenza e non mi interessa scoprirlo, in realtà. Questo posto non ha odore. Appena costeggio il secondo ammasso bruno mi accorgo che ce ne sono decine, da un lato e di fronte, fin dove la foschia color arancio non li nasconde alla vista. Il ballatoio sul quale mi muovo prosegue in uno zigzagamento squadrato a perdita d’occhio. Ci sono vari blocchi e corti pontili che li legano, dello stesso materiale dell’immenso pianerottolo. Cammino e cammino in questo labirinto liquescente. Non tolgo il casco, che per fortuna è rimasto intatto. Già, come mai? Bah! Non so cosa diavolo si respira in questo postaccio, quindi meglio così. Il silenzio è totale. Sono finito in una fottuta fogna avveniristica. Mi chiedo come farò a ritrovare la mia navetta, qui dentro. Poi un rettangolo di luce si apre sopra la mia testa. Il mio corpo comincia a sfrigolare. Non mi piace, non mi piace proprio...la luce mi investe. Riapro gli occhi ed ho subito il vomito. Non riesco a vedere bene. Il colore è come invertito, come in una sorta di visuale termica. Si ode un ticchettio incessante e irregolare, un battito elettronico intervallato da stridori intermittenti. Sono intorpidito e bloccato. Disteso supino, nudo, varie parti del corpo legate con...non so...sembrano lacci trasparenti e gommosi. Non mi stringono sulla carne, né mi immobilizzano. Non li sento addosso, ma ciononostante non mi permettono di alzarmi. Ogni tentativo di muovermi provoca delle oscillazioni del mio corpo di pochi centimetri e nient’altro. Non sento nulla sotto di me. Piego più che posso la testa. La inclino da un lato, dall’altro, per quanto è possibile. Sembra non sia appoggiato ad alcunché. Cristo, sto fluttuando. Delle onde scure si propagano nella mia direzione. Sono l’unica cosa nera in quest’esplosione di colori nauseanti e sfumati. Cosa sono? Che succede? Sono attorno a me, si muovono veloci e sinuose come tentacoli di medusa. Una di esse continua ad avvolgere e ritirare una sua proiezione attorno alla 190


mia coscia, ma io non percepisco nulla sulla pelle. Il tatto e l’olfatto sono completamente assenti. Eppure sento di non averli perduti, semplicemente non interagiscono con questo ambiente. Non so neanche bene come o cosa io stia respirando cazzo, non avverto aria. Questi ammassi di fasce nere si muovono avanti e indietro lungo pareti colorate e cambiano la loro forma con modulazioni ora verticali ed ora orizzontali, affusolandosi e ritornando ad una forma ellittica ancora e ancora. Al loro interno sono in costante fermento. Si percepiscono delle sottilissime linee grigio-bluastre che li percorrono, facendoli pulsare come in un eruzione continua in cui strati interni si sovrappongono a quelli esteriori senza posa. Un’altra di queste ombre si porta alla mia sinistra e avvolge spire di una sua protuberanza attorno all’altra mia gamba. Guardo queste due macchie gloglottanti ai lati del mio letto inesistente, avverto le vertigini, faccio uno sforzo per liberarmi...ma è inutile...le osservo: vedo che ora sono perfettamente sincronizzate, sono identiche nella forma e nel movimento ed hanno avviluppato la totalità dei miei muscoli femorali. All’improvviso si fermano, sembrano rivolte l’una all’altra e poi...si allontanano contemporaneamente lasciandomi libero...ma...allora…o mio dio! Oh dio Cristo: sono vivi! Questi cosi sono vivi, cazzo! Sono degli schifosissimi maledetti cosi alieni...e che mi stanno facendo? Cosa cazzo mi fanno, perdio? La testa…oohh, la testa! La testa mi batte come il batacchio di un pendolo gigantesco. Il pulsare alle tempie è insostenibile e questi maledetti colori come filtri ottici...oddio….non resisto, non resisto...la mia arma...il corridoio ipersferico...aaahh...immagini decomposte...immensi quadri di luci...poligoni di colore sempre più piccoli e irregolari...una logica irreale...tutto scorre… Sotto gli alveoli astrali le scie rade impallidiscono, sfregando velocemente contro un vuoto cosmico esterno, attraverso il quale sbalzo in atoni frammenti di vibrazioni interspaziali. Gli archi siderali si chiudono lenti, uno nell’altro, maestosi sopra la mia testa. Il dolore è assente. Al mio interno, esplosioni di pulviscoli di luminosa materia azzurra in sospensione. Le figure d’ombra, ora enormemente oblunghe, mi scortano ai lati, sparendo ad intervalli alla visuale in tunnel molecolari fluorescenti, riaccendendosi in sfreccianti code opalescenti simili a fruste di luce. Frattali...indefinita assenza di tempo...mobilità fluida su onde continue, inglobanti...assenza di suoni...spazio infinito scevro di confini tra dimensione esteriore ed interiore...frattali e frattali… Quando riapro gli occhi mi sembra di riemergere da un lunghissimo stato di coma. Le immagini un po' sfocate si muovono lentamente. Il cielo è scuro, ma svariati riflettori puntati su di me illuminano la zona circostante. 191


Gli scienziati nelle loro tute protettive si affaccendano attorno a me. Mi caricano su una barella. Finalmente dei suoni arrivano al mio orecchio. Odo motori, ronzii e voci confuse. Sono nudo e la sensazione del vento sulla pelle e quanto di più appagante abbia provato in vita mia. Mi sento vivo, di nuovo vivo. Mentre mi trasportano dentro, mi sembra che il grosso edificio sia il centro operativo dal quale sono partito. Mi attaccano ai macchinari, fanno controlli e accertamenti, la loro frenesia non si placa. Io sto benissimo. Mi sento solo ovattato, come quando dormi troppo, sei sott’acqua o stai uscendo da una sbornia di droga pesante. Alla fine mi rimettono in piedi, mi infilano un camice, mi dicono che i miei valori sono regolari e che non ho problemi di salute di alcun genere. Le mie condizioni sono anzi migliori di quando sono partito. Non ho nulla di anormale nel mio corpo, ci tengono a specificare. E sembrano stupiti anche. Il gotha medico attorno a me pare quasi deluso da questi risultati. Dico, avrebbero preferito che tornassi invecchiato di cent’anni forse? O bambino, o sputando sangue? Che so…con una mutazione magari, perché no? Dio santo, questi medici! Mentre si allontanano sfilandosi i guanti, un’infermiera lì a fianco mi rivolge la prima vera parola umana e mi chiede: <<Come si sente?>>, accennando un sorriso dietro la mascherina. <<Magnificamente>> rispondo io, e nell’attimo in cui pronuncio questa parola, la sensazione di torpore viene risucchiata via. Sono perfettamente lucido, tornato al cento per cento alla realtà. <<Benissimo ragazzo>> una voce severa mi aggredisce alle spalle, <<perché adesso deve assolutamente spiegarci dov’è stato e come diavolo ha fatto a tornare senza demolecolarizzatore!>>. Rivolto al personale: <<Dategli dei vestiti>>, poi a un tizio in camice bianco con una cartellina in mano: <<Tra quindici minuti, nella sala ottagonale>>. E lascia la stanza, seguito dalla sua scia di collaboratori. Vengo riaccompagnato nel mio dormitorio. Richiusasi la porta alle mie spalle, butto l’uniforme sul letto ed espiro rumorosamente. Mi sgranchisco i muscoli del collo e mi piazzo davanti allo specchio. Eccomi qua, sono tornato e sto bene, ce l’ho fatta anche stavolta. Perfino il mio ghigno è intatto. Mi tolgo il camice e...oddio! E questi che sono? Che cosa cazzo… Mi piego in avanti per osservarmi meglio: nei due interno coscia, molto vicino 192


all’inguine, innestate nella carne due placche grigiastre affiorano dalla pelle, rivelando delle venature azzurre percorse da rapidi bagliori d’energia. O mio dio! Che significa? Cosa mi hanno fatto? E come mai non li ha notati nessuno? Provo a toccarne uno con la punta del dito e l’energia si fa più intenza e comincia a sfrigolare. Ritraggo la mano. Scatto dritto, la mia faccia a un centimetro dallo specchio. Sono con gli occhi nei miei occhi. Mi sento forte. Ma adesso? Nell’iride azzurra, per un attimo, si disegna fulmineo un identico lampo di luce.

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■ Claudio Botteon da Godega San Urbano (TV) La lunga marcia Un sibilo acuto tagliò l’aria, la tradotta stava arrivando in stazione pronta ad accogliere i suoi figli alpini, il loro destino era già stato deciso negli androni dei palazzi romani, la loro destinazione un paese dal nome gelido: Russia. Egidio aveva salutato la madre il giorno prima, il tempo era soleggiato e caldo, Agosto si faceva sentire, nessuno pensava al freddo che sarebbe arrivato sulla steppa tra qualche mese. Il commiato era stato frettoloso, i compagni di reparto, alcuni dello stesso paese, lo stavano aspettando in stazione, il treno non poteva attendere, affrettò il passo mentre pensava a sua madre che lo fissava negli occhi bagnati dall’emozione, si scosse ricordando il bacio in fronte ricevuto da lei mentre guardava quel figlio tanto amato e diretto verso chissà quale destino. Con l’esuberanza dei suoi vent’anni si stava dirigendo verso la stazione, mentre nella sua mente scorrevano ancora i fotogrammi del saluto della madre, la sua pelle chiara, i capelli raccolti in una treccia chiusa da un nastrino, gli occhi che guardavano l’infinito come se un pensiero l’avesse rapita. Le aveva fatto una promessa, ma non era sicuro di poterla mantenere, erano troppe le incognite che lo aspettavano in quella terra lontana, così immensa, così fredda. In stazione ritrovò gli amici dei paesi vicini, appena rientrati come lui dalla “Campagna di Grecia”, si apprestavano a partire per Gorizia dove li attendeva il resto della Julia, tutti gli alpini si stavano preparando a ripartire ma questa volta la baldanzosità dei loro vent’anni aveva lasciato il posto all’incertezza, alle paure ancestrali che tentavano di affiorare dalle loro menti, questa nuova destinazione si preannunciava piena di incognite. Il mattino seguente tutta la Divisione alpina Julia era pronta, la tradotta arrivò in perfetto orario, salirono in silenzio con il capo chino e la mente già indirizzata verso siti lontani. Dopo un paio d’ore il treno aveva già superato il confine italiano dirigendosi verso Nord-Est, Egidio guardava i paesaggi dal finestrino, montagne e mucche si ripetevano all’infinito, ogni tanto il silenzio era rotto da qualche canzone alpina intonata senza troppo entusiasmo dagli Ufficiali che in questo modo tentavano di sollevare il morale di quei “boce” di vent’anni. Le montagne iniziavano a colorarsi d’autunno, all’interno dei vagoni quegli ammassi di forza e gioventù stipati all’inverosimile, con gli occhi vitrei e lucidi fissavano il vuoto, mentre l’odore riempiva gli scompartimenti di aromi di sudore e paura. 194


Dopo alcune ore il sole li abbandonò facendo capolino dietro una montagna i cui colori prossimi all’autunno illuminavano il tramonto, la luce della luna cominciava ad affacciarsi tentando di penetrare nei riquadri dei finestrini per creare un gioco di chiaroscuri; qualche alpino si era addormentato, altri pensavano al dolce tepore di casa, mentre il treno nella sua corsa inarrestabile li stava portando verso un incerto destino. Dopo una ventina di giorni di viaggio sempre uguali, un mattino di buon’ora passarono gli Ufficiali tra le corsie dei vagoni svegliando tutti e ordinando di prepararsi a scendere, erano arrivati in Ucraina a Izjum la loro destinazione. “Giù tutti, prendete la vostra roba, si va a piedi verso il Caucaso” gridavano gli Ufficiali, aggiungendo poi: “i binari hanno uno scartamento diverso, dobbiamo proseguire con le nostre gambe”. Zaini in spalla gli alpini eseguirono gli ordini incamminandosi verso le montagne ignote ma dopo qualche giorno arrivò una staffetta a bordo della sua “moto Guzzi” portando al Colonnello l’ordine rettificato, la nuova destinazione era diventata l’argine del Don per tutti, terra piatta non adatta alle truppe alpine. “Cominciamo bene” disse Egidio rivolgendosi ai suoi compaesani. Era Settembre, di giorno marciavano sotto un tiepido sole autunnale ma di notte l’aria fredda della steppa iniziava a sibilare tra le penne degli alpini, Egidio si alzò il bavero della giacca e proseguì nel suo cammino. Dopo alcuni giorni ecco apparire un fiume molto largo, calmo, pieno di anse, in una terra perfettamente livellata: il Don, erano arrivati a destinazione. Fino ai primi giorni di Dicembre non ebbero modo di pensare alla guerra, scrivevano a casa, scavavano trincee e ricoveri, costruivano baracche e depositi, intanto il tempo passava e la temperatura scendeva, ormai era arrivata a trentacinque gradi sotto zero e il gelo cominciava a farsi sentire in tutta la sua intensità. Egidio da qualche giorno aveva indossato i mutandoni di lana che sua madre gli aveva fatto con infinita pazienza sferrucchiando giorno e notte, e anche un bel paio di guanti di lana fatti sempre con i ferri da calza, con quelli si sentiva riparato dal freddo. Poveri ragazzi erano contadini trasformati in soldati da una volontà superiore, mandati alla conquista di una terra lontana e infinita, era una guerra che non sentivano e non volevano, ma dovevano farla, c’era la leva obbligatoria e dovevano compiere il loro dovere di soldati, così li avevano cresciuti e loro avevano dovuto adattarsi. Egidio aveva ricevuto l’incarico di condurre una slitta reperita in un villaggio e pagata con il baratto attraverso lo scambio con il sapone, era la merce che le donne russe chiedevano di più, per fortuna ne avevano a camionate. L’aveva attaccata ad un mulo e sulla candida neve eseguiva i trasporti di viveri 195


e munizioni dai depositi delle retrovie verso la prima linea; gli alleati tedeschi invece avevano i camion con le catene e in questo modo potevano stare seduti al caldo, come li invidiava. Arrivò l’antivigilia di Natale, il ventitré Dicembre 1942, gli alpini avevano preparato i rifugi sottoterra riscaldati con le stufe di terracotta e si apprestavano a passare il Natale riparati, ma quella notte, inaspettatamente, i Russi sconvolsero i loro piani iniziando una controffensiva con una tale quantità di uomini e mezzi che non si sarebbe più fermata fino a Berlino. I Tedeschi si ritirarono verso una linea difensiva più arretrata, le fanterie italiane li seguirono, solo gli alpini dovettero rimanere sul Don per rallentare i Russi. Questi sparavano con cannoni, Katiusce, carri armati, tutto ciò che non avevano gli alpini, costretti a difendersi con i pochi mezzi che si erano portati dietro, la temperatura in qui giorni era arrivata a quaranta gradi sotto zero, mentre i riflessi luminosi della neve accecavano i loro occhi. I bianchi cristalli scendevano copiosi attutendo i colpi delle bombe, mentre il loro colore si tramutava da bianco a rosso appena toccavano terra, intanto la bufera non accennava a diminuire. Il diciassette Gennaio arrivò il tanto atteso ordine di ritirarsi, ma era troppo tardi, erano completamente circondati; inizia il racconto di Egidio della ritirata di Russia: “I Russi avanzavano inesorabilmente giorno dopo giorno, mentre noi pregando e bestemmiando cercavamo di rallentarli, la marcia nella steppa innevata proseguiva inevitabile, il terreno era un enorme inferno di ghiaccio, piatto, senza le sagome delle nostre amate montagne, non avevamo più mezzi, era finita la benzina, ci rimanevano solo le nostre gambe. La bassa luce del crepuscolo russo si impadroniva della steppa calando verso il buio illuminato solamente da un mare di neve, faceva tanto freddo, un altro giorno se ne stava andando ma la nostra meta era ancora lontana. Un giorno camminando insieme ad un gruppo di alpini della mia zona abbiamo incrociato un carro armato russo che si avvicinava con la bocchetta aperta e con un soldato che sporgeva sparando con il suo mitra, mi sono subito riparato dietro un’isba, la classica casa russa con il tetto di paglia, l’ho aspettato e quando si è avvicinato ho lanciato una pietra colpendolo sulla fronte, per fortuna il carro si è girato e si è allontanato. Il mio cappello alpino era andato perduto durante un assalto dei Russi, ma l’ho prontamente sostituito con un pezzo di coperta legato sulla testa, altrimenti mi congelavo anche il cervello. La steppa gelida fagocitava gli invasori alpini in un abbraccio mortale mentre la bufera imperante li perseguitava con il vento gelido dell’est, era Gennaio, 196


pieno inverno. I magazzini viveri li avevano presi i Russi e così quelli delle coperte e del carburante, avevamo anche problemi di orientamento per ritirarci, gli Ufficiali ci avevano istruito di seguire la direzione Nord-Ovest ma senza bussole come facevamo a trovarla? Per fortuna mi sono ricordato che qualche anno prima avevo lavorato nei boschi in montagna e un vecchio del posto mi aveva insegnato a orientarmi attraverso il muschio che cresceva sugli alberi e così ho fatto. Camminavamo di giorno ma anche di notte se non si incrociavano villaggi dove fermarsi per riposare, una volta abbiamo proseguito per quarantotto ore di seguito, non si trovavano isbe dove poterci riparare e chi si fermava all’esterno moriva assiderato dopo pochi minuti. Tenevamo il contatto a vista con la colonna in ritirata camminando parallelamente per evitare di incontrare i Russi, sapevamo che puntavano sui grossi gruppi, per questo noi alpini della Julia procedevamo in piccoli gruppi di soldati originari della stessa zona, per aiutarci a vicenda in caso di bisogno. La bufera intanto imperversava da due giorni seppellendo ogni punto di riferimento e trasformando la steppa in un gelido bianco oceano, chilometri e chilometri da coprire alla disperata, camminando in quella neve maledetta, un passo davanti all’altro senza fermarsi, con il fiato che si gelava ancora prima di uscire dalle labbra. Le gambe erano stanche, lo stomaco vuoto, la mente impazziva pensando alla meta che sembrava irraggiungibile, un miraggio sfocato che fluttuava tra quei giovani tramortiti dalla fame e dal gelo. Avevamo qualche scatoletta di carne nello zaino ma era congelata, impossibile mangiarla e pure il pane, non si tagliava con la baionetta, abbiamo provato a farlo a pezzi con l’accetta tentando poi di scioglierli in bocca ma l’unico risultato che abbiamo ottenuto è stato quello di congelarci anche la lingua. La sola cosa che potevamo utilizzare erano quelle poche gallette che avevamo al seguito, si potevano sbriciolare e sciogliere in bocca, ma erano poche. Un giorno siamo arrivati in un villaggio ma erano già passati i Tedeschi qualche giorno prima, le isbe erano state svuotate, per fortuna rovistando dentro una baracca ho trovato un favo di miele, quella è stata la mia salvezza perché mi ha fornito l’energia necessaria per proseguire anche nei giorni successivi. Il paesaggio era di un bianco sconfortante, infinito e accecante, il cielo e la terra si confondevano all’orizzonte, le nostre condizioni erano sempre più disperate, quella notte la temperatura era scesa a quarantadue gradi sotto zero, ma dovevo andare avanti, avevo promesso a mia madre che sarei tornato, non potevo mollare. In quelle condizioni eravamo costretti ad abbandonare i feriti gravi, non guarivano con quelle temperature e noi non avevamo la forza di trascinarli 197


avanti. Un giorno ho incrociato due fratelli dei quali uno era ferito gravemente, l’altro non voleva abbandonarlo, è passato un Ufficiale che ha convinto quello sano a mollare l’altro fratello dicendogli che in quel modo la loro madre avrebbe potuto abbracciare almeno uno dei due figli, purtroppo quella era la dura legge della steppa. Perfino il sacro rito della sepoltura era stato sospeso, la terra era congelata e dura e noi non avevamo più la forza nemmeno per proseguire. La sosta nelle poche isbe che incontravamo durava al massimo tre o quattro ore, per dar modo anche agli altri compagni che arrivavano dopo di noi di potersi riposare. Da qualche giorno ci eravamo accorti che gli scarponi non tenevano più, facevano entrare la neve, il piede si gonfiava e non si potevano togliere; abbiamo escogitato un sistema, con la baionetta tagliavamo la suola, poi facevamo a fettine la parte superiore e una volta liberati i piedi ce li massaggiavamo a vicenda con l’antigelo dei motori, viene da ridere solo a pensarci, ma funzionava se il congelamento era appena iniziato, altrimenti eri spacciato. Poi per sostituire gli scarponi mettevamo un pezzo di coperta ai piedi legandolo con lo spago all’altezza delle caviglie, era l’unico modo per poter proseguire. Un giorno abbiamo trovato un’isba dove poterci fermare ma ci siamo accorti che dalla fessura della porta usciva del sangue, i Russi erano passati di notte, da quel momento abbiamo cercato di evitare le case riparandoci in baracche, pagliai e ricoveri vari. La sera dopo ho trovato un pagliaio dove potermi riposare, ho scavato una nicchia nella parte bassa, mi sono disteso sotto e ho messo un po' di fieno sopra le gambe per ripararle dal gelo. Dopo qualche ora svegliandomi mi sono accorto che non riuscivo a muoverle, qualcuno era passato dopo di noi e mi aveva rubato il fieno per ripararsi, in questo modo erano rimaste scoperte. I miei compagni hanno preso l’antigelo e iniziato a massaggiarle ma invano, non le sentivo, dopo un po' cominciai a notare qualche stimolo ma non riuscivo a camminare, per fortuna in quel momento è passata una slitta trainata da uno dei nostri muli, purtroppo era già carica di feriti, dovetti quindi procedere alternando tratti sulla slitta e tratti a piedi trascinato dai miei compagni, in quel modo verso sera le mie condizioni erano migliorate permettendomi il giorno dopo e con l’ennesimo massaggio, di riprendere il cammino. Dovevamo continuare, il miele mi stava dando un po' di energia necessaria per proseguire, tant’è che l’ho diviso anche con gli alpini del mio gruppo. In quei momenti tragici la mente impazziva, forse era una difesa contro il dolore, in questo modo ci riportava ai dolci ricordi della famiglia, al caldo tepore delle nostre case, ma improvvisamente ci pensavano gli occhi a farci tornare alla realtà, mentre le speranze si afflosciavano giorno dopo giorno 198


e nel dolore la vita sembrava raggomitolarsi su sè stessa allontanandosi dal nostro corpo. Un giorno siamo arrivati in una “balka”, un avvallamento del terreno tra due basse colline, i Russi erano sopra di noi, in un attimo ci hanno circondati e presi prigionieri, ci hanno messo insieme ad un altro gruppo in cui c’erano anche due Tedeschi, li hanno separati ed eliminati subito con una raffica, in quel momento pensai: “ora tocca a noi”. Guardai verso l’azzurro, respirai l’ultima boccata di ossigeno degli uomini ancora liberi e mi preparai al grande balzo incontro all’infinito. Inaspettatamente ci hanno portati in una specie di stalla chiudendoci dentro e mettendo due sentinelle di guardia che si alternavano tre volte al giorno a causa del freddo, aspettavamo che iniziasse l’inferno del “Davai”, la marcia dei prigionieri di guerra verso la Siberia. Dopo due giorni, verso l’alba abbiamo sentito alcuni spari e qualche colpo di mortaio, erano alpini della Tridentina che stavano avanzando in ritirata, dalle fessure della porta abbiamo notato che le guardie erano scappate, a quel punto con le nostre baionette abbiamo fatto dei buchi sulla porta in prossimità della serratura, poi con una spinta l’abbiamo sfondata, una volta usciti verso la libertà abbiamo chiamato i nostri colleghi in ritirata, proseguendo con loro nell’infinita colonna fino a Nikolayewka. Anche quella volta ci è andata bene. Erano dieci giorni che camminavamo in quelle condizioni, ma peggioravano sempre più, avanzavamo ormai barcollando in quell’inferno di ghiaccio senza renderci conto dell’immensità dello spazio che ci circondava e del tempo che passava. Quella notte non ci siamo fermati, abbiamo continuato il cammino, non riuscivamo a trovare nessun villaggio, né baracche o pagliai, nel buio illuminato solamente dal bianco della neve e senza punti di riferimento era difficile tenere una direzione che fosse quella giusta per tornare a casa, il vento gelido era carico di cristalli di ghiaccio ma fermarsi significava morire congelati, ne avevo visti troppi che avevano fatto quella fine, ci siamo appoggiati gli uni agli altri e abbiamo proseguito come fossimo un solo uomo. A quel punto erano già diversi i gruppi ormai sbandati che si erano aggregati alla colonna, la quale andava ingrossandosi e dividendosi in molti rivoli. In uno di questi rivoli c’eravamo anche noi che continuavamo a camminare con la testa bassa e lo sguardo perso nel vuoto, ma in questo modo il giorno dopo ci siamo accorti che eravamo tornati nel punto dove eravamo passati due giorni prima, ci assalì la disperazione, non c’erano Ufficiali nel gruppo, il più alto in grado era un caporale, non avevamo mappe né bussole al seguito, ma orientandomi con il sole come mi aveva insegnato mio padre qualche anno prima sono riuscito a ritrovare la giusta direzione e salvare tutto il gruppo. 199


In questo caso abbiamo avuto una doppia fortuna, perché abbiamo ritrovato la giusta rotta da seguire e poi perché, a causa del ritardo, siamo arrivati a Nikolajewka quando la colonna aveva già sfondato il blocco Russo subendo grosse perdite. Era l’ultima sacca, da quel momento potevamo considerarci in salvo, anche se mancavano ancora quattro giorni di cammino per arrivare a Leopoli dove avevano allestito un ospedale militare per accoglierci e curarci. Eravamo in condizioni pietose, feriti, congelati, pieni di pidocchi e molti con il tifo a causa di questi, ma con una voglia di vivere che nessuno poteva fermare, è come quando si dissolve la foschia e davanti a noi tornano nitidi i contorni delle case, riprendono vita i volti dei compagni, i suoni, i sentimenti che prima erano nascosti e profondi. Eravamo rimasti in pochi, la maggior parte dei compagni mandati in quell’avventura artica si era persa nella notte della steppa gelata. Ma noi eravamo vivi. Ora mi resta la memoria, i ricordi di chi non c’è più, i dolori dovuti ai congelamenti subìti, le paure ancestrali affiorate all’improvviso, posso fermarmi per ricordare, per risvegliare sentimenti capaci di ammaestrare il presente. La memoria è uno dei nostri valori alpini che ci ostiniamo a portare avanti, illudendoci che qualcuno continui a seguirci, a ricordare il passato per istruire il futuro, per portare avanti i nostri valori di civiltà, di sacrificio, di dedizione che sono il fondamento di una Nazione. Quando parliamo orgogliosi dei nostri alpini del passato e delle loro storie drammatiche non lo facciamo per retorica, ma “per non dimenticare”, come recita il nostro motto alpino, affinché gli errori del passato non debbano mai più ripetersi”.

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Mauro Caneparo da San Nazzaro Sesia (NO) ■ Il dizionario tascabile Le doctionaire de poche

- Non è possibile! - Esclamai nervosamente. – È da ieri che lo cerco! Dove diavolo l’avrò lasciato? Era la prima volta, da quel lontano primo settembre del ’39, che mi separavo da quel libro... un libro, semplicemente un dizionario tascabile Italiano – Francese, regalatomi dalla cara cuginetta Martine. Pensare che era stato il mio fedele ed inseparabile compagno per tutta la vita e grazie ad esso avevo imparato il Francese. L’avevo portato perfino in guerra e.… in quell’istante squillò il telefono. Fortunatamente fui distolto dai ricordi che da un po’ di tempo avevano preso il sopravvento nei miei pensieri. Era la direttrice dell’archivio di Stato che m’informava di avere rintracciato quella tal pergamena del 1048 che stavo cercando da diversi giorni. Finalmente una buona notizia! Giusto il tempo di cambiarmi d’abito ed in pochi istanti mi trovai fuori di casa, diretto all’archivio. La distanza da coprire era di qualche centinaio di metri così, per via del mio lento passo claudicante, ebbi modo di analizzare ogni mio movimento del giorno precedente, cercando quindi di capire dove avevo dimenticato il dizionario. Non ero stato in altri luoghi all’infuori dell’archivio di Stato e della biblioteca civica. “Già, pensai, potrei averlo lasciato proprio sulla mia scrivania, però è strano... forse sto invecchiando...”. Decisi di passare prima in biblioteca e poi raggiungere l’archivio, considerando che i due edifici erano a pochi isolati l’uno dall’altro. Avrei dato una rapida occhiata alla mia postazione privilegiata (da anni, infatti, mi era stato assegnato un piccolo locale) e lì avrei sicuramente ritrovato il mio fedele dizionario, caro, vecchio inseparabile compagno... indelebile ricordo di Martine. Martine, già... Martine... erano passati ormai troppi anni da quella breve ma intensa vacanza a casa dei cugini... sessanta... settanta. Più di settanta! Lo sgomento per una lontananza rivelatasi improvvisamente in tutta la sua profondità. “Non è possibile... un’intera vita volata via in un solo istante...” Mi sentii addosso una strana inquietudine: sicuramente dipendeva da quei pensieri, la cruda realtà del tanto tempo passato, la struggente nostalgia legata a quei ricordi. Così mi fermai proprio a ridosso di una colonna dei portici dell’antico centro cittadino. Vidi in quel momento alcune persone che presero a correre 201


verso di me. “Beh, che succede?” Pensai riprendendo il cammino. A malapena riuscii a scansarle. “Che modi! E per cosa?” Mi volsi a guardare dove si erano fermate. Ad un paio di metri dietro le mie spalle, ai piedi di una colonna, giaceva un vecchio. “Poveretto, sicuramente un malore... certo che a quell’età...” Notai accanto a lui una borsa verde scuro con le cinghie di pelle marrone. “Pare proprio la mia!” Ma la mia borsa, identica all’altra, era ben salda tra le mie mani. Altra gente si raccolse in poco tempo attorno a quel corpo. Io, invece, proseguii risoluto verso il seicentesco edificio che ospitava la biblioteca. Salii lentamente l’ampia scalinata che conduceva al primo piano dove, in un angusto locale adiacente alla balconata interna, era situata la mia postazione di lavoro da oltre cinquant’anni. Stranamente non incontrai nessuno. Neppure il personale della biblioteca. A quell’ora di mattina, erano quasi le dieci, le sale di lettura erano sempre affollate e gli addetti non avevano un attimo di tregua. Entrai nel mio studiolo. Sulla scrivania, tra alcuni libri aperti, lasciati il giorno precedente, ritrovai il mio dizionario tascabile. Lo presi delicatamente tra le mani e lo accarezzai... la sensazione delle carezze tra i lunghi capelli scuri di Martine, poi lo strinsi forte al petto... l’ultimo abbraccio della cuginetta alla stazione di Modane, infine lo baciai... la bocca di Martine sulle mie labbra, nell’unico bacio che mi portai sempre nel cuore... Nell’agosto del ’39 avevo trascorso una decina di giorni di vacanza a casa dei cugini francesi. Abitavano in un casello ferroviario nei pressi di Freney, ad un paio di chilometri da Modane, poco distante dal confine italiano, lungo la linea internazionale che portava a Grenoble. Lì conobbi Martine, figlia di mio cugino Jean. Era una ragazzina semplice, il volto sempre sorridente e con tante lentiggini che la rendevano graziosa. Martine aveva diciannove anni, di quattro più giovane di me. Non conosceva una sola parola d’Italiano, ed io non capivo nulla di Francese, ma ci s’intendeva ugualmente. Eravamo sempre in giro in bicicletta lungo le strade della verdissima vallata, dolcemente percorsa dalle limpide acque dell’Arc, oppure a piedi in lunghe camminate per i boschi. Martine parlava ed io, lentamente, cominciai a capire il senso di ciò che diceva; in fondo, le due lingue si somigliano abbastanza. Le promisi che al mio rientro in Italia avrei studiato il Francese. Più stavo con Martine e più sentivo dentro una vaga sensazione di... Quei pochi giorni di vacanza furono talmente intensi e spensierati che svanirono in un attimo: mi ritrovai alla stazione di Modane per salire su quel treno che mi avrebbe riportato a casa. Raggiungemmo la stazione con la sola bicicletta di Martine. Io a pedalare e lei seduta sul portapacchi posteriore. Mi cingeva la vita con un braccio ed il suo 202


viso si appoggiava alla schiena. Sentivo il calore del suo respiro e ne intuivo le labbra socchiuse... quante cose avrei voluto dirle! Mancavano solo pochi minuti alla partenza. Martine mi teneva silenziosamente per mano: aveva le calze bianche arrotolate alle caviglie, una gonna nocciola fin sotto il ginocchio, una leggera camicetta a quadretti, un fazzoletto di seta al collo ed un nastro bianco a legare i lunghi capelli scuri. Mi porse un pacchetto : - C’est pour toi, un petit porte-bonheur. Ci guardammo teneramente negli occhi e capii... ci abbracciammo forte e ci baciammo. Un bacio breve ma intenso e mi ritrovai sul treno che già si stava avviando e che mi allontanava sempre più da Martine. - Je t’aime cousin! – Gridò, correndo lungo il marciapiede. - Anch’io, cuginetta! - Urlai dal finestrino. Avrei voluto buttarmi giù da quel convoglio in corsa per stare con lei, per vivere sempre con lei. Avevo tra le mani il pacchetto di Martine. Lo scartai delicatamente: era un dizionario tascabile Italiano-Francese. Iniziai a sfogliarlo, cercando in Francese le parole che non ero riuscito a dire neppure in Italiano. Notai, nell’ultima pagina bianca, una serie di numeri scritti a matita. Chissà cosa significavano? Tornato a casa, non ebbi neppure il tempo per scrivere a Martine né ricevere sue lettere. In quello stesso giorno, infatti, le lunghe ombre della guerra oscurarono il mondo. Fui subito richiamato e tra i primi a partire. Il dizionario si rivelò come il “porte-bonheur” che Martine aveva auspicato. Quando mi amputarono le dita congelate dei piedi, strinsi forte tra i denti quel “porta-fortuna” che mi consentì di tornare dalle steppe di neve. Anche quella mi rimase per sempre nel cuore. Nei lunghi giorni di angoscia, scoprii il significato di quei numeri nel foglio bianco: ad ognuno di essi corrispondeva una pagina con una parola segnata da un punto a matita. Era il messaggio di Martine: avrebbe voluto vivere sempre accanto a me... per l’eternità. Ecco la forza che mi spronò al ritorno! Cercai Martine alla fine del conflitto e la trovai... la trovai assieme ai cugini al cimitero di Modane, tra i civili caduti sulla linea del fuoco. Il nostro! Dedicai tutta la vita alle ricerche storiche. Una fuga? Sì, una fuga decisamente voluta: correre sempre più indietro nel tempo per allontanarmi il più possibile dal presente. Ormai è tutto chiaro: riprendo il dizionario tascabile e lo accarezzo amorevolmente. So che mi sta accompagnando al giudizio... “ho terminato il mio compito, Signore...” e mi avvio verso quel corridoio che conduce alle immense sale d’archivio. Le sue lunghissime pareti sono tappezzate di scaffali pieni di libri... Dio mio, quanti... che peccato non aver mai avuto il tempo per leggerli... 203


Proprio in fondo al corridoio s’intravede una porta che dà sull’esterno, forse un giardino, un parco inondato di luce ed accarezzato da quella leggera brezza primaverile che ti riempie il cuore di giovanili entusiasmi e pare condurti ad una nuova stagione di vita... ... e ti svela i confini del tempo... la lontananza alle spalle, il tempo finito... davanti, una sensazione di eterno, il tempo infinito... ...ed in quella luminosità diffusa ecco venire verso di me una figura vestita secondo l’usanza di sessanta, settant’anni fa: le calze bianche arrotolate alle caviglie, una gonna nocciola fin sotto il ginocchio, una leggera camicetta a quadretti, un fazzoletto di seta al collo ed un nastro bianco a legare i lunghi capelli scuri. Ci guardiamo teneramente negli occhi ... - Eccomi, sono arrivato... excuse moi... je suis arrivé ...

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Emilio Chiave da Roma ■ Nonno Edoardo «Mi chiamo Edoardo Chiave e sono il nonno paterno di chi sta scrivendo questa storia sotto mia detta-tura. Tutti gli eventi qui narrati corrispondono a realtà anche se, per alcuni di essi, sono stato influenzato dalla mia immaginazione» Nota dell’autore Ho potuto scrivere di tutti gli eventi storici riguardanti il 54° reggimento e il 48° reggimento fante-ria consultando il sito www.storiaememoriadibologna. it e Wikipedia. Molte cose narrate sul nonno Edoardo sono frutto della mia fantasia, ma i dati essenziali sono stati desunti dai certificati in mio possesso che troverete alla fine del libro. In particolare dallo stato matricolare che riporta le varie tappe militari del nonno. La ruota È il 1° dicembre 1882 a Moncalvo d’Asti. Serata fredda in questa cittadina circondata dai vigneti del Monferrato dove si produce un ottimo barbera. L’inverno quest’anno è stato inclemente per tutto il nord Italia. Già in autunno, a settembre, l’alluvione del Polesine aveva causato numerosi morti e una grave carestia. Come ogni sera il cappellano Don Giovanni Carao dell’ospedale di San Marco, adiacente alla chiesa che porta lo stesso nome, controlla il portone dell’ospedale per vedere che sia ben chiuso. Fa anche un breve giro per verificare che qualche intruso non si sia nascosto nel sottoscala per sottrarsi al freddo dell’inverno o per rubare qualche cosa dalla cucina. Sono quasi le undici di sera e Don Giovanni si avvia stancamente verso il suo alloggio, pensando alla notte di riposo che darà sollievo ai dolori reumatici riacutizzatisi, in mo-do preoccupante, negli ultimi mesi. Entrato nella sua cameretta, arredata solo di un letto, un inginocchiatoio e un piccolo armadio, si accinge a togliersi la tunica quando il suono ben noto di una campanella lo fa arrestare. Alza gli occhi al cielo ed esclama “Buon Dio, ecco un altro piccolo frutto del peccato” La campanella è quella che viene automaticamente azionata quando la cosiddetta “Ruota degli esposti” riceve un ospite. Vale a dire un neonato abbandonato dai genitori. Il cappellano si riveste in fretta e corre verso il corridoio del piano terreno che conduce in una piccola camera dove, nella parete di sinistra, è situata la ruota. Si tratta di una bus-sola girevole cilindrica in legno, suddivisa in due parti, una all’esterno e una all’interno, chiusa da uno sportello, dove si può depositare il nascituro senza essere visti. Don Giovanni apre lo sportello e un neonato esprime tutto il suo disappunto per il freddo 205


con un pianto irrefrenabile, probabilmente dettato anche dalla fame. Il sacerdote controlla se nella piccola cassetta sotto la feritoia presente accanto alla ruota, la madre abbia lasciato qualche oggetto o documento. A volte, in prospettiva di un successivo riconoscimento, i genitori lasciano qualcosa che permetta loro di poter rivendi-care tale diritto. In questo caso Don Giovanni non ha trovato nulla. Dopo aver accertato che si tratta di un maschietto, lo porta in una saletta dove è presente una piccola e semplice culla per questi casi, in verità abbastanza frequenti. Il cappellano, dopo essersi assicurato che il piccolo sia ben coperto, si infila il pastrano ed esce per andare a svegliare Giuseppina Gambino, la levatrice, che abita a due strade dalla chiesa. Fa freddo e comincia a cadere qualche fiocco di neve. Giuseppina sa perfettamente il motivo per il quale il cappellano bussa alla sua porta a quell’ora tarda. Non chiede nulla: prepara la bottiglietta con tettarella piena di latte caldo e dei panni di cotone per cambiare il neonato. Arrivati in ospedale, mentre Giuseppina calma il pianto del bimbo dandogli il latte caldo che il bimbo finisce in un batter d’occhio, il primo compito che spetta al sacerdote consiste nello stilare il verbale di ritrovamento che poi servirà per la registrazione allo stato civile. Don Giovanni scrive: “Il sottoscritto, cappellano dell’ospedale di San Marco eretto in questa città, fa stato all’ufficiale dello stato civile che alle ore undici pomeridiane del primo del mese di dicembre milleottocentottantadue è stato raccolto nella ruota di detto ospedale un bambino di sesso maschile dall’apparente età di un giorno munito di due cuffietti l’uno di cotone e l’altro di lana lavorato al Kroché, avviluppato in una pezza di tela canapina logora ed un altro straccio di tela e legato con una pezza di fascia di cotone sdrucita. Non aveva segni particolari” Dalla descrizione possiamo solo desumere che la madre deve aver abbandonato il figlio per mancanza di mezzi di sostentamento, vista la condizione dei pochi indumenti indossati dal neonato. Dopo averlo descritto, resta solo un ultimo compito che Don Giovanni e Giuseppina Gambino devono assolvere: dare un nome al bimbo. Qui la loro decisione è coperta da un velo di mistero: decidono di dare al bimbo il nome di Edoardo e, fin qui nulla di strano. Ma per cognome scelgono Chiave. Come noto, ai neonati abbandonati nelle ruote venivano assegnati cognomi in un certo senso distintivi della loro situazione: Esposito, Diotallevi, Degli Esposti, Sperandio, Proietti. Ma il cognome Chiave che c’azzecca, come direbbe un noto personaggio politi-co? Su questa scelta permarrà per sempre il mistero. Subito dopo quest’ultimo compito, Don Giovanni si reca nella vicina chiesa di San Mar-co dove Padre Giovanni Camurati provvede a battezzare Edoardo alla presenza della levatrice Giuseppina che gli fa da madrina. Ecco, questo, in breve, è l’inizio della mia vita terrena. 206


Vent’anni dopo Non posso dire di essere stato sfortunato. Mi hanno ospitato in un orfanotrofio dove so-no stato allevato insieme a tanti altri bimbi che condividevano il mio destino di figlio di N.N. Mi hanno insegnato a leggere e scrivere ed ero un allievo abbastanza diligente tanto che, all’età di diciassette anni, quando mancava un mese all’inizio del nuovo secolo, un commerciante di stoffe di Moncalvo mi ha preso come apprendista nel suo negozio e ha iniziato a insegnarmi il mestiere. Il 21 giugno del 1902 sono stato iscritto alle liste di leva di Casale Monferrato e l’anno dopo, il 26 marzo, sono stato chiamato alle armi. Giunto al distretto di Casale, sono stato assegnato, in data 2 aprile, al 67°reggimento fanteria di stanza a Treviso. Appena arrivato, mi hanno mandato al deposito per la vestizione e poi assegnato al terzo plotone. Molti dei miei camerati vengono dal sud e faccio molta fatica a capire i loro dialetti; comprendo solo che molti sono arrabbiati con lo Stato perché hanno dovuto lasciare la famiglia senza sostentamento e altri sono felici perché qui riescono ad avere due pasti al giorno. Il servizio militare è durato meno dei tre anni previsti. Mi hanno congedato il 13 settembre 1905 e alla fine di ottobre mi hanno dato il certificato di buona condotta e l’attestato per votare. Sono tornato a Moncalvo e ho ripreso il mio posto nel negozio di stoffe. In questo periodo, per evitare il previsto richiamo alle armi per istruzione, come mi aveva suggerito il mio comandante, mi sono iscritto alla società di tiro a segno di Casale Monferrato. Per ottenere l’idoneità e l’esonero, ho dovuto frequentare tutte le otto lezioni e totalizzare nelle ultime sei almeno 46 punti. Sono riuscito ad ottenerne 50. Per fortuna il mio datore di lavoro si è fatto carico del pagamento delle tre lire per l’iscrizione. Il proprietario del negozio mi ha dato molta fiducia e nel 1906 mi ha incaricato di andare a New York per imparare le nuove tecnologie di tessitura del cotone adottate negli Stati Uniti. Sono partito il 14 giugno e sono rimasto laggiù per un anno. È stata una notevole esperienza che mi ha consentito, al rientro in Italia, di allargare la mia attività in altre zone manifatturiere del Piemonte, in particolare nel biellese dove ho incontrato la mia fu-tura sposa. Mi sono unito in matrimonio con Emilia Boffa Lero Bignolin il 13 novembre 1909 a Quittengo e siamo andati a vivere a Biella. Qui non ho potuto proseguire la mia attività di negoziante di stoffe, nonostante la mia esperienza. In compenso mi hanno offerto un lavoro da vetturale. Trasporto merci varie da Biella ai comuni limitrofi. Un anno dopo il matrimonio è nata la nostra primogenita, Caterina, e nel 1912 è arrivato Giovanni. Pur-troppo non mi sono goduto molto i miei figli: infatti il 24 ottobre 1915 sono stato richia-mato in guerra. La guerra 207


Mi hanno assegnato al 54° reggimento fanteria che si trova già al fronte, ma non mi dicono qual è la mia destinazione. Partiamo numerosi da Biella su una tradotta colma di reclute che salutano i propri cari. Anche Emilia è venuta alla stazione con Caterina per mano e Giovanni in braccio: non ci sono parole, solo profonda tristezza consapevoli entrambi che quello potrebbe essere un addio. Mi guardo intorno e vedo che molti sono più giovani di me. Fra poco più di un mese compirò trentatré anni, l’età di Gesù. Speriamo che sia di buon auspicio. La maggioranza sembra avere meno di trent’anni: alcuni sono felici di andare in guerra per difendere la patria e intonano canti patriottici. Il viaggio è lunghissimo e passiamo il tempo raccontandoci le nostre storie. Molti aprono i pacchetti che i parenti hanno dato loro con pagnotte, salumi e formaggi. Non mancano i fiaschi di vino. Sembra di essere a un picnic. Ancora non ci rendiamo conto di quello che ci aspetta. Dopo moltissime ore e varie soste sul percorso per far salire altri coscritti, arriviamo a destinazione. Dal finestrino scorgiamo la stazione di Cortina d’Ampezzo. Ci fanno scendere e un ufficiale, credo si tratti di un tenente, coordina il raggruppamento di tutte le reclute per condurci al deposito del reggimento. Qui ci forniscono tutta l’attrezzatura e il vestiario. Giberne, gavetta, tascapane, l’uniforme grigio verde, biancheria e scarponi, coperta, zaino ed elmetto. Le armi e le munizioni ci verranno assegnati successivamente. Coloro che hanno già prestato servizio militare vengono separati dagli altri che dovranno seguire un corso accelerato. Passiamo qualche giorno al comando del reggimento a Cortina in attesa di essere desti-nati in territorio in stato di guerra. Sappiamo che i reparti avanzati del 54° reggimento si trovano in Val Popena, ma per il momento non ci muoviamo ancora. Nel frattempo, sono diventato abbastanza famoso presso i miei commilitoni in quanto so leggere e scrivere. Moltissimi di loro sono analfabeti e si rivolgono a me per leggere le lettere ricevute dai loro cari e per scrivere le risposte. Purtroppo ho grosse difficoltà a comprendere alcuni di loro che parlano unicamente i dialetti del sud Italia. A metà novembre circola voce che saremo riassegnati a un altro reggimento. Si parla del 48° reggimento “Ferrara” che si trova sul fronte del Carso. Infatti raggiungiamo con i camion Conegliano e proseguiamo con una tradotta verso Udine dove giungiamo il 20 novembre. Il tempo di riorganizzare i plotoni e poi si inizia la marcia per raggiungere Cavenzano, a trenta chilometri, dove il 48° ha una base arretrata. Giungiamo il 23 no-vembre e troviamo un campo con numerosi feriti provenienti dalla prima linea dov’è in corso quella che qui chiamano la quarta battaglia dell’Isonzo. Ci raccontano che il II battaglione è 208


duramente impegnato presso la Cima 4. Il giorno dopo arriva la bella notizia che siamo riusciti a sfondare la trincea nemica “Superiore” conquistando un ridotto e facendo 500 prigionieri. Purtroppo dobbiamo anche contare forti perdite umane: 1400 morti tra cui 76 ufficiali. È il nostro momento: il II battaglione viene fatto ripiegare per un meritato riposo e noi ci prepariamo per sostituirli. Vengo chiamato dal mio comandante, un giovane tenente, il quale, visto il mio foglio matricolare e il mio punteggio al tiro a segno, mi affida l’incarico di tiratore scelto, quelli comunemente chiamati cecchini riferendosi ai tiratori sudditi di Cecco Beppe. Mi informa che, purtroppo, i nostri fucili Carcano mod. 91 non sono ancora dotati di cannocchiale come quelli austriaci, ma che il comando sta provvedendo. Arriviamo in prima linea il 26 novembre giusto in tempo per salutare gli ultimi uomini del II battaglione che tornano nelle retrovie. Il primo impatto con le trincee è devastante. Migliaia di uomini accalcati in camminamenti colmi di fango dove il freddo è insopportabile. La mantellina in dotazione ripara poco e il pastrano, inzuppato di pioggia, diventa di ghiaccio. Per non parlare delle con-dizioni igieniche: l’acqua è razionata, viene distribuita in piccola quantità solo per bere. In questa situazione i topi e gli insetti proliferano, portando malattie come la dissenteria e il tifo petecchiale. Di giorno l’artiglieria nemica non ci dà tregua: il rumore assordante delle bombe che scoppiano in continuazione ci stordisce e ci massacra i nervi. La paura non ci lascia mai e ogni mattina preghiamo di riuscire a vedere il tramonto. Davanti a noi lo spettacolo è terribile: i cadaveri dei nostri compagni giacciono in quella che si chiama terra di nessuno e il tanfo di morte ha impregnato tutto ciò che ci circonda. Nel mio ruolo di cecchino, ho la fortuna di non partecipare agli assalti periodici fuori dalle trincee. Attacchi che il più delle volte si risolvono in un massacro. Le mitragliatrici nemiche non lasciano scampo. Durante questi attacchi, ho una postazione dalla quale, con adeguata copertura, posso puntare il mio fucile verso le trincee austriache e, quando riesco a inquadrare un nemico, il più delle volte non gli lascio scampo. Se avessi, come loro, un cannocchiale potrei essere molto più preciso. Siamo quasi a metà dicembre e manteniamo la posizione fra la Cima 4 e San Martino. In questo momento è il freddo il peggior nemico. Entrambi gli schieramenti hanno deciso di sospendere gli attacchi frontali, mantenendo un sostenuto fuoco d’artiglieria. Stiamo in questa situazione fino alla primavera del 1916 quando lanciamo la quinta battaglia dell’Isonzo. Facciamo molti prigionieri, ma non avanziamo molto. Fino all’estate calma relativa, poi - alle 5,15 del 29 giugno - dalle trincee di San Martino e di San Michele gli austroungarici aprono bombole di gas fosgene 209


mescolato a cloro. È un momento terribile: il vento spinge i gas verso l’ala sinistra e il centro del nostro schiera-mento mentre io mi trovo sul lato destro. I miei compagni cercano di sottrarsi alla nuvola tossica, ma senza maschere non c’è nulla da fare. È un massacro: prima di morire li vedi contorcersi per le gravi ustioni e per l’impossibilità di respirare. Chi è solo ferito viene finito dai soldati ungheresi con le mazze ferrate. Mentre le truppe colpite dai gas arretrano per cercare riparo, noi, dal lato destro, contrattacchiamo aggirando il nemico per evitare il peggio. Se qualcuno di loro si arrende, non abbiamo alcuna pietà e la sua fine è segnata; la rabbia è tanta e non si fanno prigionieri. Nel pomeriggio il vento cambia direzione e i gas, democraticamente, investono le trincee austroungariche dandoci un po’ di respiro. Alla sera la situazione territoriale è rima-sta uguale a quella del mattino, ma noi lamentiamo oltre 7000 vittime. Pochi giorni fa mi hanno chiamato al comando che si trova nella trincea di retrovia. Il capitano mi ha dato una buona notizia. Finalmente anche noi abbiamo in dotazione un fucile con cannocchiale: si tratta sempre del Carcano mod. 91 modificato per poter inserire un cannocchiale prodotto dalla Filotecnica Salmoiraghi di Milano. Mi hanno fatto un corso accelerato per l’inserimento e la taratura e mi hanno raccomandato di averne la massima cura. Dopo l’uso, devo sempre riporlo nella sua custodia di pelle ed evitare colpi che potrebbero danneggiarlo. Inoltre mi hanno detto che d’ora in avanti dovrò es-sere accompagnato da un altro milite che, in caso io venga ferito o ucciso, ha il compito di riportare l’arma al comando. In agosto, con la sesta battaglia dell’Isonzo, riusciamo a conquistare la Cima 4 di San Mi-chele, ma subiamo molte perdite: circa 2700 uomini fuori combattimento. Anche con la settima battaglia, a metà settembre, e con l’ottava a ottobre non otteniamo molti risultati: piccole conquiste territoriali, ma con gravi perdite umane. Ora, con la mia nuova arma, sono alla pari con il nemico austriaco. Finalmente riesco a individuare il più piccolo movimento e a colpire con precisione. L’importante, per un tiratore scelto, è cambiare immediatamente posizione dopo ogni tiro per evitare di esse-re individuati dal nemico. Mi segue un soldato che si chiama Giovanni, come mio figlio. È un ragazzo di ventidue anni di Treviso. Stiamo bene insieme. Anche questo inverno, le operazioni di guerra subiscono un rallentamento e noi ci occupiamo di rafforzare le nostre difese. Veniamo dislocati a Palmanova per un riordino e per istruzioni. Nei primi mesi del 1917 non ci sono grandi operazioni a parte qualche attacco nemico prontamente respinto. A maggio si svolge la decima battaglia dell’Isonzo: cerchiamo di sfondare le linee nemiche, ma veniamo respinti e dobbiamo tornare sulle nostre posizioni. In agosto inizia la battaglia 210


della Bainsizza e riusciamo ad avanzare catturando 800 prigionieri e molte mitragliatrici. La vita di trincea alternata ai continui attacchi ha messo ormai a durissima prova la no-stra resistenza nervosa: quelli considerati “duri”, soffrono di convulsioni, tremori, vomi-to e profonde prostrazioni. Gli altri, i più deboli e sensibili, non resistono e possono arrivare alla follia e al suicidio. Chi invece cerca di fuggire di fronte al nemico o disertare, ha il destino segnato: viene fucilato sul posto. Caporetto La dodicesima battaglia, altrimenti chiamata disfatta di Caporetto, è quella che ha segna-to la tragedia italiana. L’esercito austriaco ha sferrato l’attacco alle ore 2 del 24 ottobre coadiuvato da ingenti truppe tedesche. Ci respingono oltre il Tagliamento fino al Piave e subiamo numerose perdite. Da novembre fino a febbraio 1918 ci attestiamo nei pressi di San Donà, ma gli austriaci non demordono e, dopo aver spianato la nostra prima linea con l’artiglieria, oltrepassa-no il Piave e ci fanno retrocedere. Sono stanco e non ce la faccio più. È il 15 giugno 1918. Il mio plotone è rimasto isolato rispetto al resto del battaglione. Io sono appostato, con Giovanni, in un cratere col mio fucile puntato verso il nemico che avanza senza difficoltà con una manovra a tenaglia. Sparare ora sarebbe un suicidio e anche Giovanni mi mette una mano sul braccio e mi guarda con gli occhi colmi di lacrime. Ci troviamo in breve circondati da truppe nemiche insieme a tanti altri compagni e ci arrendiamo. Ci disarmano e ci spingono verso le loro retrovie, insultandoci e sputandoci addosso. Quelli feriti che non possono camminare vengono uccisi sul posto. Questa guerra ci ha reso tutti delle bestie. È fine giugno 2018 e sono in un campo di prigionia nel sud Tirolo. Dormo in una baracca di legno dove siamo più di cento. Muoiono in tanti per denutrizione e per tubercolosi. C’è anche una strana malattia che alcuni chiamano la febbre dei tre giorni. Sembra un’influenza con tosse, ma molto più grave e tanti si aggravano e muoiono. Il vitto è appena sufficiente per sopravvivere: ci danno un caffè d’orzo alla mattina, una minestra di acqua con foglie di rapa a mezzogiorno e alla sera una patata con un’aringa. Se muore qualche compagno, lo nascondiamo sotto il pagliericcio per dividerci la sua razione finché il tanfo della decomposizione non è più sopportabile. Per gli ufficiali pri-gionieri è diverso: hanno anche uno stipendio e possono comprarsi cibo all’esterno. Noi soldati semplici siamo solo carne da macello. Dobbiamo anche stare molto attenti a cosa scriviamo a casa. Il nostro comandante in ca-po, il Generale Cadorna, ha un chiodo fisso: le nostre sconfitte sono dovute solo alla no-stra vigliaccheria e non alla loro incapacità di comando. Quindi bisogna scoprire se sia-mo caduti prigionieri dopo un 211


atto eroico oppure per sfuggire ad una guerra che ormai disgusta tutti. Se in una lettera a casa ti lasci scappare qualche giudizio meno che lusinghiero sulla condotta della guerra da parte del comando, non riceverai più alcuna lettera né pacchi viveri dai tuoi cari. Inoltre loro non riceveranno sussidi di guerra e verrà affisso sulla porta di casa il comunicato di denuncia. Vittoria È il 14 novembre 1918. Abbiamo vinto la guerra terminata 10 giorni fa e vengo liberato dal campo di prigionia. La gioia è tanta, ma lo sfinimento lo è di più. Vorrei tanto tornarmene a casa per riabbracciare mia moglie e i miei due figli, ma mi trasferiscono al campo di concentramento di Mirandola vicino a Modena dove veniamo interrogati per verificare le circostanze nelle quali siamo caduti prigionieri. Se tali circostanze sono me-no che chiare, rischiamo anni di prigione o addirittura la fucilazione per diserzione. Devo aspettare più di un mese prima di venire rilasciato. Arrivo al distretto di Casale Monferrato il 28 dicembre 1918. Non ce l’ho fatta a passare il Natale con la mia famiglia anche perché ho cominciato ad avere un malessere continuo con tosse, mal di gola e febbre. Mi dicono di stare tranquillo. È una semplice influenza. Arrivo finalmente a casa a Biella ai primi giorni del gennaio 1919, ma questa influenza sembra peggiorare di giorno in giorno. È il 10 gennaio quando vengo ricoverato all’ospedale di Biella; cercano di alleviare i miei sintomi con impacchi caldi e somministrazione di laudano, ma faccio sempre più fatica a respirare. Qualcuno in visita ad un letto vicino dice che si tratta dell’influenza spagnola che colpisce migliaia di reduci. Forse hanno dato un altro nome alla febbre dei tre giorni che circolava al campo di prigionia, ma non riesco ad averne conferma visto che muoio alla 15,30 del 15 gennaio 1919 all’età di 36 anni»

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Giacomo Fantechi da Firenze ■ La scelta La scelta era una di quelle da cui non sarebbe più potuta tornare indietro. L’indomani avrebbe dovuto decidere l’Elemento che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita. Acqua, Aria, Terra, Fuoco. Quattro possibilità per quattro esistenze completamente differenti. Veniva da una famiglia di Terra e Fuoco ma non capiva perché dovesse rinunciare a uno di questi due, o all’Acqua e all’Aria che le erano state così care e vicine durante alcuni momenti della sua vita. Era finita anche per lei l’età delle sfumature. Doveva scegliere da che parte stare, per sempre. Si svegliò molto presto come per cercare di aggiungere minuti al presente e cogliere ovunque dei nuovi indizi che potessero convincerla a fare il passo nella giusta direzione. “Quando ho bisogno di aiuto non c’è mai nessuno lassù che mi possa dare una mano” pensò amareggiata. Continuava a guardarsi intorno come ricercando simboli nascosti tra le pieghe del reale che riuscissero a renderle improvvisamente chiaro ciò che non lo era stato per tutto quel tempo. Sul sentiero di fronte a casa vide un sassolino che rotolava giù per la discesa. Questo le sembrò un evidente segnale dell’Aria che sospingeva la piccola pietra verso una nuova destinazione. «Aria! Questo è sicuramente un messaggio inequivocabile!» Peccato che, come finì di dire la frase, iniziò a sentire sui capelli qualche goccia che cadeva dalle foglie degli alberi carichi di umidità lasciata dalla notte primaverile. «Acqua! Effettivamente collegare il sasso all’Aria era stato un po’ azzardato. Acqua! Ma certo!» Eppure sentiva che si stava forzatamente autoconvincendo. A ragionarci bene, come era possibile che, in una famiglia di Terra e Fuoco, lei potesse andare verso Acqua? No, effettivamente erano molto rari questi casi e sicuramente non poteva essere lei l’eccezione: ragazza qualunque di un paese qualunque situato in una provincia qualunque. «Acqua non mi accetterà mai. Non sono abbastanza convinta. Ma perché devo fare questa cosa proprio oggi? Non sono pronta... e forse non lo sarò mai!» «Su vieni sbrigati che non c’è più tempo,» la richiamò la madre, «dobbiamo finire di prepararci e incamminarci per arrivare in tempo di fronte al 213


Consiglio.» «Ma mamma non sono pronta per questa scelta!» «Non importa che tu non sia pronta. Lo devi fare e basta. Pensi che tutti lo siano quando si trovano di fronte i quattro Maestri? Non lo ero nemmeno io, ma è andata com’è andata e non mi ha cambiato la vita. Rafforzi alcune tue caratteristiche e ne perdi altre. Questo, comunque, non ti impedisce di vivere, crescere e farti una famiglia. Dai sbrigati che dobbiamo andare!» Dopo queste parole se ne stette in silenzio tutto il tempo cercando di immaginarsi cosa sarebbe potuto accadere durante il suo turno. Il rito sarebbe iniziato con la presentazione di ciascun Maestro Elemento che prometteva quali speciali qualità avrebbe avuto in dono il candidato, seguendo un protocollo ormai consolidato nei millenni. Al termine di questo ciclo sarebbe toccato al candidato presentarsi e rivolgersi direttamente a uno dei quattro Maestri per convincerlo a essere scelto. Se il primo Maestro avesse rifiutato le sue motivazioni, si sarebbe dovuto rivolgere a un secondo Maestro e così via. Se infine fosse stato rifiutato anche dal quarto... non ci sarebbero state ulteriori possibilità e il passaggio alla nuova età non sarebbe mai avvenuto. Arrivate di fronte all’ingresso del Palazzo furono bloccate dal Segretario che, senza nemmeno guardarle negli occhi, riprese subito la ragazza con il solito vuoto richiamo all’ordine: «Tra poco toccherà a te! Mi raccomando!» «Ma che Elemento è questo qui mamma? Ciuccio?» e fece una risatina che fu immediatamente interrotta. «Tu forse ancora non ti rendi conto dell’importanza di questo momento. Ti sembra questa l’occasione per fare certe battute? Concentrati su quello che devi dire e non pensare ad altro.» “Il problema è proprio questo. Non ho proprio idea di cosa potrei raccontare né a chi” pensò la ragazza tra sé e sé senza rivelarlo alla madre che era già sufficientemente agitata e nervosa. Da fuori si poteva udire soltanto il responso finale «Terra.» «Aria.» «Aria.» «Fuoco.» «Acqua.» I verdetti si alternavano a un fischio fortissimo che faceva venire i brividi. «Mamma, cos’è questo sibilo che spacca i timpani?» «Non preoccuparti, non pensarci, non è niente.» «Avanti il prossimo!» urlò il Capo Sala. «Vai, forza amore. Ci vediamo più tardi» disse la madre dandole un bacio sulla fronte. «Pensa quando dici le cose e mostrati convinta. Ciao bella» e si allontanò dal portone che nel frattempo si era spalancato per far avvicinare sua figlia al tavolo semicircolare e farla fermare esattamente sul simbolo a forma di X presente sul pavimento. 214


La ragazza entrò e iniziò a guardarsi intorno per tentare di dare dei confini al luogo in cui si trovava. «Vieni, forza, procedi verso quel simbolo sul pavimento e fermati lì sopra,» le intimò il Capo Sala. «Arrivo, arrivo, non vi arrabbiate,» gli rispose con rispetto anche se dentro di sé pensò “ma che rompicoglioni questo qui! Ma chi si crede di essere!” «Eccomi. Sono qui. Che devo fare ora?» Come ebbe finito di fare la domanda si accesero quattro luci su quattro figure incappucciate che avevano i quattro Elementi proiettati sopra di loro. Da sinistra verso destra distingueva Fuoco, Aria, Terra e Acqua. “Per fortuna che il Fuoco e l’Acqua stanno ben lontani sennò il primo l’avevamo già perso da un po’” pensò cercando di strapparsi un sorriso in questo momento così sacro, serio e noioso. «Tu sai perché sei qui,» ruppe il silenzio il Capo Sala indicando con il capo chino i quattro Maestri, «ora ascolta in silenzio ciò che hanno da dirti.» Fuoco si alzò in piedi e, con il suo mantello rosso e il volto nascosto dal cappuccio, cominciò a pronunciare la seguente formula: «Con me, Fuoco, vivrai le esperienze della vita al massimo delle tue possibilità. L’intensa passione brucerà dentro di te e amerai profondamente tutte le bellezze che incontrerai sul tuo cammino. Il vivo desiderio sarà la tua nuova anima.» Lo stesso fece Aria, nelle sue vesti opache e trasparenti allo stesso tempo. «Con me, Aria, affronterai il mondo che ti circonda con la massima leggerezza. Porterai il peso della vita con positività per trarne il massimo del vantaggio e navigare con il favore del vento. Troverai la luce anche nei momenti più bui grazie al buonumore e alla positività.» Anche Terra scattò in piedi per esporre la sua proposta. «Con me, Terra, non potrai mai cadere. La stabilità ti porterà a decisioni appropriate e ponderate, comportamenti coerenti senza sbalzi d'umore. Una routine sicura che ti libererà da drammi inutili e con la quale otterrai grandi successi nel lavoro e nella vita privata.» Senza un attimo di pausa toccò infine ad Acqua chiudere la fase introduttiva. «Con me, Acqua, imparerai a cavalcare le onde imprevedibili della vita così da potertele godere senza mai esserne sopraffatto. Accetterai le vicissitudini e gli imprevisti allo stesso modo con il quale festeggerai i tuoi successi adattandoti sempre a qualunque circostanza.» Al termine di queste quattro presentazioni la ragazza era più confusa di prima, e non avrebbe mai pensato di poterlo essere ancora di più. Cercava di rimettere in ordine nella testa tutto ciò che le era stato detto ma alla fine riuscì solo a ricordarsi una parola chiave per ciascun Elemento. Fuoco intensità, Aria leggerezza, Terra stabilità, Acqua adattabilità. 215


Ma magari poterle avere tutte e quattro! Perché avrebbe dovuto sceglierne solo una? «Forza, tocca a te. Devi decidere a quale Maestro chiedere l’affiliazione e spiegare le tue ragioni.» le disse il Capo Sala spingendola in modo da riportarla sulla X dalla quale si era leggermente allontanata. “Oh mamma e ora che mi invento?” si domandò la giovane mentre continuava a guardarsi intorno come a cercare un suggerimento o un qualsiasi appiglio a cui potersi aggrappare. “Non voglio sceglierne uno solo. Io li voglio almeno tutti e quattro. Perché dovrei rischiare di vivere una vita di rimpianti per una scelta fatta ora? E se poi si rivelasse sbagliata? Io voglio poter utilizzare tutte le possibilità che ho a disposizione. Non voglio precludermi niente. Non ci sono Maestri che tengano.” E mentre stava procedendo in tutti i suoi ragionamenti, il Capo Sala si avvicinò per richiamarla nuovamente all’ordine «Forza, tocca a te. Non possiamo star qui tutto il giorno. Prego!» “Benissimo, allora mi rivolgerò a tutti e quattro” annuendo con la testa per confermare quest’ultima idea avuta. «Cari Maestri…» «No, scusa cara», la fermò il Capo Sala, «puoi rivolgerti solamente a uno di loro.» «No, scusi signor Capo Sala, ho deciso che mi rivolgerò a tutti e quattro.» Questa risposta gelò i presenti e si sentì qualche grido provenire dalle retrovie nel quale si riuscivano a distinguere queste due parole: la profezia. Si intravedevano delle ombre che si allontanavano sempre più rapidamente dalla sala e si potevano distinguere oggetti che cadevano e rotolavano via. Lei non riusciva bene a individuare di chi fossero quelle ombre e i motivi di tutta questa improvvisa agitazione. «Posso continuare quindi?» chiese cercando un volto con un’espressione di assenso. «Puoi continuare,» le rispose il Capo Sala, «ma sai la fine che ti aspetta in caso di rifiuto di anche un solo Maestro.» «Sono perfettamente al corrente signor Capo Sala. Mi faccia proseguire e vedremo se le mie aspirazioni saranno così scarse da essere bocciate.» «Prego, continui» disse balbettando il Capo Sala che stava lentamente arretrando fino a entrare nella zona più oscura della stanza. «Dicevo... Cari Maestri, non ho intenzione di rivolgermi a uno solo di voi ma a tutti e quattro. Non voglio essere una sola delle cose che avete detto ma voglio esserle semplicemente tutte insieme. Chi siete voi per impedirmi di essere oggi in un modo e domani in un altro? Come potete costringermi a prendere una decisione del genere che mi obbligherà in una prigione emozionale per il resto della vita? 216


Non sono come voi. Non giudico nessuno e probabilmente non sarei in grado di farlo. Per me è più importante che tutti possano scegliersi liberamente la propria strada ogni secondo di ogni minuto di ogni ora di ogni giorno della propria esistenza. E non a caso ho usato tante volte il termine ‘propria’; perché è di loro proprietà e non vostra. Deve finire questa stupida usanza. Non avete più alcun diritto nei nostri confronti. Siamo liberi, lo siamo sempre stati e sempre lo saremo. Volete ancora un esempio da parte mia nella vostra lingua? Se dovessi esprimermi in termini metaforici come avete fatto voi beh… direi che voglio girare il mondo lungo il confine tra Terra e Acqua, sospinta dall’Aria del vento e portando dentro di me il Fuoco della passione per le cose belle e giuste. Io sono tutto; noi siamo tutto. Voi, invece, non siete più niente.» Terminato il suo discorso, si accorse che tutti gli abitanti del paese avevano fatto irruzione in sala e la stavano ascoltando in silenzio dietro di lei. «La profezia si è avverata!» urlò qualcuno alle sue spalle. «Ora, cari Maestri, ve ne dovete andare!» L’illuminazione improvvisamente saltò e scatenò il panico tra i presenti. Chi correva da una parte, chi dall’altra, chi andava a sbattere contro altre persone o contro il muro. La ragazza fece solamente un passo in avanti dalla X sulla quale era stata ferma troppo tempo e urlò «Luce!» Al suo grido i fari si accesero nuovamente e vide che dei quattro Maestri erano rimasti soltanto i mantelli abbandonati sul pavimento. Senz’anima, senza vita, come chi li aveva indossati. I suoi concittadini si fermarono di colpo e fecero insieme a lei questa straordinaria scoperta. La giovane ragazza fu portata in trionfo al paese dove riabbracciò la famiglia e dove si celebrarono dei festeggiamenti su cui non ci sono mai state notizie certe in merito all’esatta durata. In realtà non sappiamo nemmeno precisamente quando questo episodio sia avvenuto. Quello che sappiamo con certezza è che, grazie a quella ragazza, noi siamo liberi di essere tutto ciò che vogliamo e quando lo vogliamo. Possiamo coltivare le nostre passioni, i nostri interessi, le nostre aspirazioni e cambiare la strada che abbiamo intrapreso, o per spostarsi su una nuova o, perché no, tornare su una su cui eravamo già transitati ma che non avevamo percorso fino in fondo.

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■ Paolo Fausto Filograna da Matino (LE) Prima di morire “Posso dubitare che questo colore si chiama “blu”?” C’è forse solo un ordine per le mie parole, ed è questo. Quando stavo bene vorticavano nella mia testa senza forma. Ora Wittgenstein le ha messe così, o forse sono stato io. Non lo so più. Forse mi sono sbagliato, ma anche i miei errori ora hanno creato un sistema. E se qualcosa è sbagliato, bÉ. Stavo terminando di leggere le Ricerche filosofiche quando ci prendemmo la mamma malata e ce la portammo in casa. Come ogni cosa importante furono i sogni ad anticipare questo fatto (o questa frase, non so ancora se fu un fatto o una frase la malattia di mia madre), e a seguirla: i fatti, quelli davvero importanti, si pensano poco o quasi niente; tuttavia li sogniamo di continuo e questa è la decadenza della mia e nostra memoria. Quasi per sbaglio, come si entra sbadatamente nella porta di casa propria senza guardare dentro, come non si fa caso alle chiavi che si tengono in mano (se si inciampa in una frase, in un mobile troppo vicino alla porta che si conosce troppo bene?) la andammo a prendere in macchina io e mia moglie. Come mi guardavano, ora, le Ricerche filosofiche in copertina sbiadita, poggiate sul cruscotto come terzo passeggero... Dovevo apparire ridicolo nella mia camicia sbottonata e sudata, a guardarmi da lì; non più ridicolo di chiunque altro, senz’altro, e poi… ero io quello? Con addosso una camicia di mio padre, per non aprire le valigie ancora chiuse dall'imminente trasloco di me e mia moglie nella nostra nuova casa. Del viaggio di andata, dottore, non ricordo nulla, se non l’equilibrio dell’auto sulle corsie dell’autostrada. Non ricordo nemmeno chi guidasse, anche se so che ero io (io lo so, dico, senza pensarci ma con una certezza enorme, ma come posso esserne così sicuro, chi mi ha convinto, di chi è che mi sto fidando, vergine Maria?). Del viaggio di ritorno invece ricordo solo gli occhi liquidissimi, omerici e stampati di Wittgenstein sulla copertina delle Ricerche che mi guardavano dal cruscotto. Forse scrutavano mia madre sul sedile di dietro, e il suo viso che girato verso sinistra sul finestrino, anche nel moto apparente della macchina sembrava squadrare ogni problema di lato, conscia del fatto che tutto quel movimento e quella velocità non le costava nessuna fatica e non toccava nemmeno a lei mantenerla; e infine il silenzio di Caterina – gli occhi di Wittgenstein, dico, come due biglie in un acquario blu: il viaggio era lungo, e per questo, e per la sua intelligenza suprema e la sua importanza nella tradizione filosofica ecc... speravo che in essi si formulasse un’ipotesi sulla mamma, su chi fosse esattamente quella lì dietro dopo la malattia; eppure 218


in essi non notai nulla, se non un contrasto indicibile con la primavera che faceva gesti di nascere intorno a noi, a due passi eppure così misteriosa nel suo involucro di gelo e fango. Ricordo nulla, in fondo. Nulla. Accucciato tra le mie mani sul volante, ferito e sano, conscio eppure stordito, dormiente e eccitato come un baco; guidavo, e l’essere dentro di me si sentiva come se fosse nella stiva di una nave, dondolato a sua insaputa nel mare calmo della malattia. Così, giunti a metà di quella che ormai è solo la nebbia della mia geografia interiore, posso solo fare ipotesi sul luogo che attraversavamo, solo per darla a lei come un regalo in questo testo, e farla sentire seduta al centro del mio male, sulla polvere dell’asfalto; ipotesi basate sui terrapieni che nella nebbia facevano da confine dell’autostrada e sparivano come se a divaricarli fosse la nostra auto. Forse in tutto ciò la mamma parlò tutto il tempo, rendendomi tutto ancora più confuso di quanto non sembri, ma a me cosa importa... Il paesaggio attrae tutto, e ad esso si fonde anche il tono generico della gola della mamma a cui non badavo più, ma che ora attraversa le mie orecchie come un lamento troppo cristiano, cordiale, monastico, convenutale, ipocritamente vaticano, ovvero il suono che fanno le malattie quando sono percosse dal vento, una cosa italiana: sì, no, dicevano queste voci, sì e no insieme, nel loro tono falso e anfibio come quello dei giocattoli, fondendosi al suono maschio del carburatore e a quello della radio, che avevo acceso per pensare meglio alla sua nuova natura, mentre la sua voce risaliva i miei timpani come una colonna di formiche la mia verticale fisiologia. Oh Maria Vergine, più parlo della natura e più questa mi si confonde. Più parlo di lei (della mia mamma) e della natura e più queste mi si confondono insieme. È questo che mi angosciava, dottore. La mano della natura mi entrava dagli occhi e mi toccava i neuroni, e dalle orecchie invece mi entrava la mano della mamma e io, fior fiore dell'intelligentija italiana, le sentivo intrecciate nel cranio senza saperle distinguere. Perché due sono le mani, ma una sola è, per ora, la mia testa. La primavera cresce e si prende la mamma, pensai, attorcigliando il mio pensiero allo sciabordio delle ruote. La natura quasi primaverile che ci sfilava ai lati dell’autostrada. I terrapieni. I fiori dei pioppi predisposti alla diffusione. Poi quando ci fermammo a lato, forse per un’urgenza, tutto il paesaggio si condensò nella mia mente e si concretizzò sul faccino di una volpe che vidi rintanata sopra un terrapieno, riparata nei cespugli a qualche metro di altezza da noi, scura e distante. Bella era, soprattutto perché non ne avevo mai vista una di giorno ma solo di notte. Avevo già letto che fossero piccole piccole, ma quando lo vidi, bÉ. Dicevo, era accucciata e rivolta verso uno dei tanti cespugli sul lato destro dell’autostrada, con la schiena alta, arcuata come i denti di una forchetta e il faccino e il muso verso il cespuglio, timida ma al contempo incuriosita da qualcosa. Mentre la guardavo il suo piccolo sistema nervoso analizzava milioni di odori, guardava in un tenue bianco e nero un universo 219


senza colpe, forse una cucciolata di gattini lasciati lì temporaneamente da una gatta randagia, e per lei piccoli e grandi fa differenza solo perché i piccoli sono più semplici, non certo perché sono innocenti, senza peccato, senza disordine. Sicuramente era lì dopo aver fatto qualche saltello, e infatti le sue zampe posteriori, rizzate più delle anteriori, erano ancora tese e esprimevano la danza e lo sforzo dei momenti prima. Solo un attimo, credo, si girò dalla mia parte, e ho visto le ciliegie degli occhi, anche se non ero io a interessarle, né noi della macchinata. Se no, avrebbe visto tre uomini in macchina, tre poverini, fermi a lato per la quarta volta, nel bel sole del Norditalia, dottore. Uno sportello che si apre come la porta di un forno. Avrebbe visto una faccia che spunta in basso, non da un cespuglio ma dallo sportello di una macchina. L’avrebbe vista spalancare la bocca - e son sicuro che la bocca la riconoscerebbe perché gli occhi sono occhi dappertutto e significano viso, anima, anche per gli animali spalancare la bocca e tirare una striscia di vomito in fuori con un piccolo urlo. Uno scoppio di fucile in lontananza. E poi lo sportello che si richiude. E poi la mamma rientrare. Nient’altro, di suo interesse; di ciò avrebbe capito ben poco, se non dei quattro merli, che prima ancora che ripartissimo si fiondarono sulla pozza di vomito lasciato dalla mia mamma, becchettandone i bordi, e iniziando a bisticciare tra loro mentre altri due arrivavano da lontano con lo sguardo appuntito, solleticando il suo interesse ancora in volo. Li vidi nel retrovisore. Il muso della volpe fece una U nel cielo per seguirli, tre o quattro volte quanti erano loro. Finché non dovettero volare via, e la volpe non lo so, che fine ha fatto. Forse il bordo strada era troppo anche per lei. Ciò avviene nel silenzio, nel paesaggio stepposo e verde scuro sopra la congrega degli uccelli, dove la nostra auto aveva impedito alla polvere di depositarsi per qualche momento; e a nulla serve aggiungere adesso il rumore di macchine (anche questo lo so, che c’era, ma come?), lasciamolo così. Senza niente. Mi chiedo infine se quella piccola volpe avesse guardato la mia mamma, forse. Magari l’avrebbe guardata come si guarda il proprio fratello? Come si guarda l’unico ulteriore animale in un deserto di pietre? Volpe a volpe nella devastazione del mondo, o come i due ladroni in croce ultimi rimasti di questo mondo distrutto. Avrebbe notato quanto di germogliante, di erbaceo, di metabolico e di nutriente stava accadendo dentro di lei da tempo? No ripeto, non c’è dettaglio che ha senso aggiungere. Basta. Com’è che puzzi di vomito, eh, ma’? Ho detto. Proprio ora che ti portiamo al Nord? È vero che la portavamo verso Nord. A te fa schifo il Nord. A te il Nord fa schifo non perché è il Nord, ma’. A te fa schifo il Nord perché tu vuoi morire a casa come la nonna. E lei poi è non è neanche morta a casa. E il tumore ce l’aveva al pancreas, lei. Altra roba. Altra riabilitazione. Sopravvivenza. Pensavo alla mamma prima, poi adesso. Ancora provo forte colpa, forte colpa per una frase che le dissi sicuramente, perché non l’ho mai dimenticata: anzi, 220


ne ho dimenticato la forma, ma la sostanza era: che c’era tempo per vomitare a casa, quando non disturbava nessuno. Ma tu continui a fare di testa sua. Tu continui a fermare tutto. Se avessi saputo quanto avrei pensato in seguito non le avrei detto così, e se avessi saputo quante cose sporche avrei tenuto nella testa dopo l’avrei cominciata da allora a tenerla pulita, e forse è per questo che sogno spesso di bucarmi il cranio, e mi sa che l’ho bucato ed è da lì che parlo. Credo che, non so se prima o dopo, mi disse di fermarmi ancora perché voleva prendere il suo fazzoletto che era nel bagagliaio. Proprio quello ti serve, eh? Dovetti dirle. Voleva il suo, quello col ricamo a uno degli angoli. Perché devi farmi arrabbiare già prima di arrivare, ma’? Almeno fai in fretta, ho detto. Almeno fai in fretta, ho detto. E ne ho approfittato per riposare il piede della frizione, è vero, l’ho detto a Caterina e lei mi ha detto: riposato? O forse non hai fatto in tempo, forse non c’è stato il tempo? No, certo, chiaro che se ci fosse traffico sarebbe un’altra storia. Ma sembra che siamo soli stamattina. Pensavo ad Arturo Belano, in macchina nel romanzo di Roberto Bolaño. Lei dottore non lo sa di sicuro, ma neanch’io lo sapevo prima. Arturo Belano attraversava spavaldo il deserto Sonora per ritrovare una poetessa scomparsa, la famosa Cesárea Tinajero, che forse non era mai esistita, chissà, ma forse per questo era da ricostruire, come una funzione della mente che non si è mai avuta, o una lingua o un ponte su un fiume che non si è mai visto o una volpe scorta in una pietraia. La ricostruzione in quell’anima libresca che avevo letto pochi mesi prima, in questo brano, ecco, le faccio vedere dove ce l’ho scritto, sta qui, ecco, che dice con queste parole del suo ultimo viaggio che mi spiegano bene: E quando fecero il nome di Cesárea io alzai gli occhi e li guardai come se li vedessi attraverso una tenda di garza, garza da ospedale per essere esatti e dissi non mi chiamate signore, chiamatemi, non mi ricordo come mi dovete chiamare e poi ...E come ci sono donne che vedono il futuro io vedo il passato, vedo il passato del mondo quando non ero morta ma per questo neanche viva, e vedo la schiena di questa donna che si allontana dal mio sogno, e le dico, dove vai, Cesárea? dove vai, Cesárea Tinajero… Così dal suo fazzoletto la vedevo nel retrovisore, mentre si puliva il naso, trasformata in un reticolo col fazzoletto tutto sulla faccia. A volte mi chiamava senza toglierselo dalla bocca, per poi dirmi niente. Hai chiamato, ma’? No no. E allora sono pazzo. Il mio stomaco è nel profondo di una stiva. Ora mi chiedo solo: quand’è che hai smesso di accettare qualunque fazzoletto e hai ostinatamente voluto il tuo? Poi lo laviamo, ma’, anche se è il mio, anche se è quello di papà. Macché. Macché. Vuole il suo. A casa vomiterai. Ma quale 221


casa? C’è una casa dove va bene se vomito? Dove si mettono i malati non troppo gravi e non troppo in salute? Il mio fazzoletto perché non voglio che mi si screpoli la pelle, fa ancora freddo mi pare che disse per farmi chiudere i finestrini – e altre cose, disse. Ma no, ma no, che dici, ma’, quale freddo, dissi. Si riparava col fazzoletto. E tutto ciò che vidi dopo io lo vidi attraverso un fazzoletto sporco e ospedaliero. Qualche uccello lo vedemmo ancora, forse che andava verso la pozza da cui la mamma stava dando da mangiare ai merli. Forse avevamo fatto non più di due chilometri, ma una cosa che c’è, c’è ovunque tu sia. La mamma è un’altra cosa, mi sa. E poi la portammo come una cosa, come quel che rimane di una cosa perché mi pare che c’era altro dentro di lei, c’era qualcosa in qualcuno di cui mi sono accorto solo ora. Forse al termine del viaggio fu solo una donna visibile solo attraverso una garza di ospedale, come quando mi entrò una scheggia nell’occhio. Forse posso vedere tutto solo da una garza di ospedale, le luci (o sono ombre?) che si muovono? Forse è solo morta, forse è solo morta. Quella sera stette male e mi venne la febbre. Sognai le falene attorno a una luce spenta.

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Maria Luisa Giustetto da San Mauro Torinese ■ Giovanni Pantoni Sabato, 9 Aprile 1864 Questa notte ho deciso, e non cambierò idea per nessuna ragione al mondo. ----Il mio nome è Giovanni Pantoni, abito in contrada dei Fornelletti, al numero civico 2. Sono ancora un ragazzo, compirò diciotto anni tra poco più di due mesi, ma il malessere che porto dentro mi fa sentire vecchio. È un fardello che cresce, anche se faccio di tutto per celarlo agli occhi della mia famiglia. Le mie sorelle, Teresa, Margherita e Maria, nonostante l’età infantile, sembrano già delle piccole donne: aiutano nelle faccende domestiche e si impegnano a imparare i mestieri del cucito e del ricamo. Sono molto affezionato a Maria, l’ultima nata. È una bimba minuta, tutta nera: capelli, peli sulle braccia e sulle gambe. Non è certo bella, ma la sua bocca aperta al sorriso e i suoi occhi profondi sottolineano una sensibilità d’animo molto rara. Quando mi vede triste cerca di rallegrarmi, cantando e saltellando imitando i ranocchi. Solo a lei ho confidato il mio segreto. Paolo è il secondogenito, basso di statura e di costituzione robusta, ha un viso quadrato e un ciuffo piuttosto lungo che ricade lateralmente, coprendo totalmente l’orecchio destro. I suoi bicipiti sono molto sviluppati, ogni giorno per accrescerli va a spaccare legna nel casolare di un cugino alla lontana; parla ad alta voce e ride volentieri. Questa sua esuberanza e prestanza fisica piace ai miei genitori e li rende orgogliosi. Io sono diverso: alto, esile, e i capelli, che porto pettinati all’indietro, sono radi e fanno intravedere una lieve stempiatura. La mia camminata è un po' instabile a causa di un problema alle ginocchia che mi porto dietro sin dall’infanzia, un difetto trascurabile che ho imparato ad accettare e non mi limita nella quotidianità. ----In famiglia si mangia bene: facciamo due pasti al giorno, carne una volta alla settimana, uova, latte e pane a volontà. Ci riuniamo, seduti al tavolo davanti al focolare, e le fiamme crepitanti accompagnano le preghiere che recitiamo prima di ogni pasto. Alla domenica andiamo a messa nella chiesa di Sant’Agostino, ci vestiamo a festa e occupiamo sempre lo stesso banco: quello in fondo a sinistra, vicino alla colonna di marmo rosso; il più isolato di tutti. In casa ho sentito dire che, quando arriverà l’ora, avremo diritto a una tomba privata sotto il campanile. 223


Siamo fortunati, ma la gente ha paura di noi e al nostro passaggio allontana i figli, voltandosi dall’altra parte. Io so il perché. Mio padre di mestiere fa l’esecutore di Giustizia. L’Omega dell’Alfa dei giudici, come lui stesso ama definirsi quando torna a casa dopo una giornata di lavoro. Lui è Pietro Pantoni, il più famoso boia di Torino, il migliore nel suo campo e “figlio d’arte”. Il nonno Antonio, del quale ho solo il vago ricordo di un uomo severo che mi tendeva la mano callosa in gesto di saluto, ha speso tutta la vita a giustiziare per lo Stato Pontificio. Era molto temuto e rispettato per la determinazione e il rigore che usava nel portare a termine le condanne emesse dal tribunale. Con lo stesso rigore pretese che i figli seguissero le sue orme, facendoli crescere in un contesto di morte. Nonostante la strada tracciata mio padre tentò di opporsi al destino di boia, rifugiandosi in Francia alla ricerca di altre fonti di sostentamento. Girovagò nei paesi del nord e bussò a molte porte, ma non trovò alcun aiuto e in assenza di un’occupazione sostenibile patì fame e sete. Pentito e rassegnato, tornò indietro e iniziò a giustiziare, era il 1831. Il primo che impiccò fu un uomo, padre di dieci figli, condannato per aver rubato un maiale nella cascina Brandino e ucciso un giovane che cercava di rallentare la sua fuga. Eseguì il lavoro in modo esemplare e la sua fama si diffuse rapidamente accreditandolo come miglior carnefice, anche fuori dalla regione. Fu in quel tempo che conobbe mia madre: una fanciulla timida e silenziosa, nata in una famiglia umile, quasi in povertà. Lavorava nei campi sino a tarda ora e accudiva le pecore nella stalla, senza lamentarsi mai. Si sottomise alla volontà dei genitori che vedevano in mio padre una persona di successo e un “buon partito”, e si trovò velocemente maritata a un uomo che non aveva scelto. ----La condizione di “moglie del boia” ha reso mia madre una donna infelice, vergognosa e addolorata quando deve andare in mezzo alla gente. I negozianti del quartiere, particolarmente il panettiere e il macellaio di Via Vibò, la trattano con disprezzo. Il panettiere le consegna il pane capovolto e il macellaio disinfetta con l’aceto i soldi che lei porge a pagamento della mercanzia. Mortificata si rifugia in casa, dove si occupa delle faccende domestiche in maniera maniacale, pulendo senza sosta. Le finestre sono sempre socchiuse, quasi ad impedire ai raggi di sole di far luce sul suo viso duro e segnato. Anche i capelli, un tempo biondi e profumati come il grano nei campi, sono diventati grigi e raccolti in uno chignon a forma di cipolla che non le dona 224


affatto. Non l’ho mai vista sorridere e provo pena per lei. ----A Torino c’è tanta miseria: le contrade sono piene di mendicanti, storpi, ciechi e affamati. Quando cammino, trovo sempre qualcuno che mi tira per la maglia chiedendo un soldo per un pezzo di pane. Qualche tempo fa lo Zoppo – lo chiamano così perché ha una protesi di legno al posto della gamba sinistra – si è avvicinato a me, e con la sua bocca nera e sdentata mi ha urlato bòia fauss! Sputandomi addosso. Sono scappato e ho vomitato all’angolo della strada; da allora faccio di tutto per evitarlo, ho cambiato percorso e non l’ho più rivisto. Anche sotto casa nostra c’è una donna che chiede la carità, seduta sul gradino di pietra dell’entrata: è sporca e in braccio tiene un bambino con gli occhi pieni di croste. Mi sento a disagio quando le passo accanto e la mia fede in Dio vacilla; ho molti dubbi e troppe domande senza risposta. Allora stringo la medaglia della Vergine Maria: un piccolo dono che mi accompagna sin dai tempi del battesimo. ----I miei fratelli non sono istruiti e vivono in allegria, senza tante storie per la testa, come dicono loro. Paolo, per la gioia di mio padre, farà il boia; è ansioso di prendere il suo posto e presenzia a tutte le esecuzioni per imparare bene. Non si preoccupa del disprezzo della gente, lui bada alla paga: 21 lire per ogni impiccagione, e un guadagno annuo che è quasi il doppio di quello di un insegnate dell’Università Nazionale. Io ho frequentato la scuola regia di San Francesco d’Assisi dove ho imparato a leggere, scrivere e soprattutto a disegnare. Mio padre non ha mai approvato il mio desiderio di studiare, ma grazie all’intercessione di Don Lorenzo Prinotti, posso recarmi, a giorni alterni, nella sagrestia della chiesa di San Dalmazzo e dedicarmi all’arte e alla pittura sotto la guida del maestro Matteo. Il profumo dei colori che si amalgamano sulla tavolozza, le sfumature, la profondità delle figure che prendono vita sotto le mie mani mi coinvolgono totalmente. Davanti alla tela, come per magia, dimentico la realtà che mi circonda. Domenica, 10 Aprile 1864 Oggi mio padre festeggia sessantasette anni: trentatré di carriera e centoventisette esecuzioni. Per l’occasione ha invitato a pranzo il suo amico, l’unico amico che ha, il signor Caranca che fa il becchino a Rivarolo. Li osservo di nascosto mentre si stringono la mano sorridendo e si siedono a tavola: sono molto eleganti, sembrano due gentiluomini. Mio padre indossa la giacca grigia, la camicia bianca e il gilet con l’abbottonatura alta. È di 225


mezza statura, robusto, con le spalle larghe e un collo taurino. Non riesce a farsi crescere i barbis come vorrebbe, mentre i basettoni corrono giù lungo la guancia fino a coprire parte della pelle butterata. È ambizioso nel vestire e questo, tutto sommato, lo rende un uomo piacente. Il signor Caranca porta la redingote, un po' lisa ma bella, nera con revers e fiore blu all’occhiello. È un uomo grasso, con la pelle liscia e glabra; la sua bocca, rossa e carnosa, sembra quella di una donna e nonostante la scura e rada dentatura ride sempre ma gli occhi sono neri e freddi come l’inferno. Mi vuole garzone nella sua bottega di pompe funebri e, alla sua proposta, mio padre ha acconsentito ben felice di trovarmi un impiego. Ma io, non lavorerò mai per il signor Caranca. ----Quella povera donna di mia madre è in piedi dall’alba per cucinare, e corre avanti e indietro con il suo faudal a fiori. Ha preparato un pasto speciale: tajarin, gran bollito con fagioli, quaglie arrosto e, per finire, la bavareisa con i torcèt. Per la circostanza ha comprato anche il vermouth. Gli uomini pranzano in sala, noi siamo seduti al tavolo della cucina e mangiamo gli avanzi di ieri. Le voci si abbassano all’improvviso, così mi avvicino alla porta per sentire meglio. I miei fratelli mi prendono in giro, Paolo mi fa le boccacce e Margherita mi tira l’orlo dei pantaloni. Ridono tutti. Mi porto l’indice alla bocca, dico “Shhh! Zitti per favore, devo ascoltare”. Mio padre sta raccontando i particolari dell’impiccagione di Antonio Sismondi. “Ho fatto proprio una brutta figura. Io, Pantoni, con la mia esperienza!”, dice in tono dimesso. “Ma come è andata, Pietro? Raccontami bene”, domanda Caranca, avido di crudeltà. “Ho tirato la corda con forza e più volte, con colpi a ritroso sulla testa. Non per vantarmi, ma sono un esperto, e ho due tirapiè al mio servizio. Sembrava morto!” risponde mio padre. “Un sopravvissuto alla forca?” Il becchino sorride incredulo. “Sismondi è morto poco dopo. Comunque domani rivolgerò supplica al Procuratore Generale per chiedere l’abolizione dell’impiccagione e l’adozione della ghigliottina, come in Francia. Bisogna andare avanti, al passo con i tempi. Alleviare le sofferenze dei poveri pazienti”. Mio padre li chiama “poveri pazienti”, gli uomini e le donne condannati a morte, esseri afflitti e disperati, abbruttiti da una vita misera e senza speranza. Non li difendo, ma ho pietà dei loro travagli. Alle quattro hanno finito di mangiare, si alzano, saziati dal cibo e con le guance 226


arrossate per il tanto vino bevuto. Sento mio padre dire, con tono autoritario: “Fumna, ven a salutè monsù Caranca”. Mia madre si asciuga le mani e corre di là a testa bassa e con un filo di voce dice: “Cerea monsù Caranca, grasie”. “Cerea madama”, risponde l’uomo con aria tronfia, senza guardarla in faccia. Mentre esce, Caranca si rivolge a mio padre: “Allora aspetto tuo figlio, il Giovanni. Facciamo venerdì, al cimitero di Favria. Sarò lì per la sepoltura del Trumlin”. “Certo, monsù Caranca, lo mando di sicuro. Grasie”, risponde mio padre. A sentire quelle parole mi viene un groppo in gola e i muscoli si irrigidiscono, con uno sforzo enorme scendo le scale e vago senza meta. Solo dopo aver fatto molta strada mi calmo un po' ed entro nella chiesa di San Dalmazzo. Mi inginocchio al confessionale e la voce benevola di Don Lorenzo mi accompagna fuori dallo sconforto, ma non gli dico tutto e non vengo assolto per quello che ho deciso di fare. Lunedì, 11 Aprile 1864 Ho trascorso parte della mattinata con mia madre per acquistare il cibo che servirà a sfamarci tutta la settimana. Ho riempito la sporta a più non posso per alleviarle un po' l’onta che deve subire ogni volta che si reca dai bottegai. Verso mezzogiorno corro via, ho fretta di passare in sagrestia e, attraversato il ponte sul Po, spingermi fino ai piedi della collina. Con me ho portato la tela, i colori e il cavalletto che mi ha prestato maestro Matteo. Voglio dipingere la Chiesa della Gran Madre di Dio: un capolavoro architettonico costruito circa trent’anni fa per festeggiare il ritorno di Re Vittorio Emanuele I. Ha la forma di un tempio e non sono certo di riuscire a trasporre su tela la maestosità e il mistero che rappresenta. Le due statue poste ai lati della scalinata esterna, Fede e Religione, attirano la mia attenzione, sembrano sfidarmi. Fede ha le fattezze di una donna, con abito e manto lungo e per un motivo che non conosco è stata creata senza pupille. Con la mano sinistra alza il calice e tiene un libro aperto in grembo, trascurando il piccolo angelo seminudo alla sua destra. Anche Religione ha sembianze femminili, come Fede è ricoperta dall’abito e dal mantello. Innalza una croce enorme con la mano destra guardando l’orizzonte e pare ignorare il giovane inginocchiato che le tende due tavole di pietra, sulle quali nulla è scritto. Prima di iniziare a dipingere rimango immobile per molti minuti, colpito dall’incisione latina che troneggia sul fronte della Chiesa: Ordo populusque taurinus ob adventum regis, “la nobiltà e il popolo di Torino per la venuta del 227


Re”. Non riesco a dare una spiegazione all’emozione che sento e mi preparo alla pittura. La mano non trema e tratteggia senza interruzione, obbedendo a una forza interiore che non ho mai sentito prima. Terminata la scalinata e gli enormi basamenti, sui quali sono poste le statue di Fede e Religione, ho difficoltà a riprodurre il profilo cilindrico e i capitelli delle colonne frontali. Cerco di superare lo sconforto che mi assale e proseguo pieno di dubbi. I bassorilievi, che narrano episodi della vita della Vergine, alla base della cupola tondeggiante, mi portano via molto tempo, ma riesco a rappresentarli con cura nel loro significato. Proseguo la mia opera nuovamente motivato finché mi accorgo che, attorno a me, sta calando la notte. Il tempo è trascorso veloce, tornerò domani. Martedì, 12 Aprile 1864 Il mio unico pensiero è rivolto al dipinto della Gran Madre di Dio, lo devo terminare oggi, assolutamente. Pieno di energia mi alzo dal letto, non mi lavo e non mangio nulla. Arrivo di corsa di fronte alla Chiesa. I colori che ho scelto sono il risultato di tanto studio e degli insegnamenti del mio maestro. Utilizzo un grigio pietra per la gradinata, le colonne e i pilastri, il bianco con le sue ombre per le statue e un ocra chiarissimo per la struttura, il celeste tenue è perfetto per la cupola. Attendo l’imbrunire per dipingere lo sfondo della collina e il cielo che, dall’alto, pare avvolgere la Gran Madre in un grande e protettivo abbraccio. Quando si fa sera, le sfumature, gli odori che cambiano mi incantano trasformando il mio stato d’animo, e i turbamenti che vivo si acquietano un po'. Terminato il dipinto mi reco alla sagrestia e consegno il quadro a Don Lorenzo. Ho il respiro affannoso e le mani che tremano. Lui e il maestro lo posizionano sull’inginocchiatoio appoggiato al muro, rimirandolo a lungo. Il maestro Matteo nota immediatamente che lo sguardo di Fede e Religione è diverso da quello reale, ma non mi chiede il motivo e non mi sgrida. Entrambe hanno gli occhi rivolti all’osservatore, un leggero sorriso sulle labbra rende indulgente l’espressione dei visi. Don Lorenzo non parla e si commuove portandosi le mani alla bocca. Mi 228


sento felice. Torno a casa che è molto tardi. Ho fame, ma non trovo nulla sulla tavola, i miei fratelli sono già andati a dormire e mia madre si allontana velocemente dalla cucina senza una parola. All’improvviso, mio padre sbatte per terra il bicchiere che tiene in mano, si alza dalla sedia e mi spinge contro il muro. Sono colpito dal suo odore: un misto di sudore, vino e l’acido dell’ira. Mi punta un dito sotto il mento e dice, scandendo le parole: “Tu, venerdì, andrai a fare il garzone dal signor Caranca”. Non rispondo e non abbasso gli occhi. Mercoledì, 13 Aprile 1864 Mio padre si è alzato presto, tutto deve essere pronto per l’esecuzione delle undici che si terrà alla Cittadella. Mi alzo anch’io e lo seguo insieme a mio fratello Paolo. Per strada si respira un’aria di festa. Vecchi e giovani, uomini e donne corrono, ridono, si spintonano per garantirsi un posto in prima fila e assistere alla pubblica impiccagione. Mio padre controlla ogni dettaglio, si accerta che sia pronta la corda benedetta dal prete, il crocefisso e la scodella di minestra che offrirà al condannato come ultimo pasto. C’è anche la benda che il Sindaco della Misericordia metterà sugli occhi di Carlo Sapino: un giovane uomo ritenuto colpevole di cospirazione politica. In fondo alla piazzetta vedo arrivare il tirapiè Giacomo, con la sua strana andatura: un passo più corto, uno più lungo, ora verso destra e poi a sinistra; ricorda un ubriaco alla ricerca di sé stesso. Mi sistemo in un angolo piuttosto lontano dal patibolo. Sento le campane con i rintocchi a morto e le urla della gente che si levano all’arrivo del carro con il condannato, legato al capo e alle mani. Lo accompagna Don Filippo Graneri, sacerdote succeduto a Don Cafasso, il prete della forca, scomparso quattro anni prima e ancora ricordato come consolatore e redentore dei carcerati. Il carro è fiancheggiato dai soldati e preceduto dai confratelli dell’Arciconfraternita della Misericordia. Indossano cappuccio e mantello nero e procedono recitando il Misere. Quando svoltano l’angolo riesco a vederli bene e un brivido mi scuote. La gente grida, lanciando sassi e immondizia contro Sapino, altri bestemmiano e le pietre le indirizzano a mio padre, il boia. Mio fratello Paolo è vicinissimo alla forca e segue, passo dopo passo, ogni particolare dell’esecuzione. 229


Tutto si svolge lentamente e sembra galleggiare nell’atmosfera rarefatta di un sogno. Ora, il boia porge la tazza di brodo al condannato, lui cerca di bere ma il liquido fuoriesce quasi totalmente dalla sua bocca. Don Graneri si avvicina e gli concede l’assoluzione. È un rituale superfluo alla sofferenza del morituro, solo un’attenuante per la coscienza dei carnefici nell’apice della crudeltà umana. Il tirapiè sta issando le scale, appoggiandole alla trave centrale. Sapino sale la prima scala, scivola più volte dai gradini e più volte viene spinto su. Cala il silenzio e sulla seconda scala si inerpica il boia per fissare il cappio alla trave. Non riesco più a guardare, mi mordo le labbra fino a farle sanguinare, ho le mani sudate e il cuore palpita forte, mi sento soffocare. Così, fuggo via, corro senza fermarmi e dietro di me sento le urla salire, gli applausi, i fischi e il suono dei tamburi per festeggiare l’avvenuta impiccagione. Arrivo sfinito alla chiesa di San Dalmazzo e crollo davanti alla porta chiusa. Prostrato sulle scale, mi sento sollevare con fatica da qualcuno, voltandomi vedo il viso sgraziato dello Zoppo. Il suo tanfo è orribile, ma vuole aiutarmi. Una volta in piedi lo osservo e mi accorgo che ha gli occhi blu, i capelli chiari e una profonda piega amara ai lati della bocca: un solco, che denuncia l’assenza di sorrisi, da sempre. Per un attimo riesco a immaginarlo da bambino. Una tristezza infinita sembra attraversare il suo volto poi, chinando la testa, se ne va senza sputarmi addosso. Giovedì, 14 Aprile 1864 La giornata è volata via. Sono nel letto con gli occhi spalancati aspettando che arrivi l’ora, per ingannare l’attesa conto i battiti del cuore. Nell’aria aleggia ancora l’odore della minestra di cipolle che mia madre ha cucinato per cena. Nella stanza accanto odo il russare di mio padre, indisturbato e prepotente. Mio fratello respira così piano che faccio fatica a sentirlo. Guardo la luce nel cielo: sono quasi le tre, sollevo piano la coperta e scendo dal letto senza fare rumore. Sono già vestito con i pantaloni blu e la camicia bianca, quella nuova e non ancora indossata. Mi copro anche con la giacca di cotone. Metto la mano in tasca e il contatto con la medaglia della Vergine mi dà la forza di proseguire. Passo davanti alla stanza delle mie sorelle, il pianto soffocato di Maria mi colpisce come un pugno nello stomaco. Vorrei tanto abbracciarla ma non 230


posso fermarmi, esco e chiudo la porta di casa. Scendo le scale leggero come fossi una piuma, ho solo un po' di arsura in bocca. In strada mi sento smarrito, ma procedo vincendo la paura e vado verso Porta Susa camminando veloce. Nel silenzio della notte percepisco in lontananza lo sbuffo stanco della locomotiva a vapore. Sollevo il bavero della giacca e mi stringo nelle spalle come faccio quando ho freddo. Attraverso piazza delle Erbe; sotto il monumento al Conte Verde scorgo Milord, il vecchio barbone che parla con la sua ombra, giorno e notte. Vive in un mondo che vede e conosce solo lui. Mi guarda e il lampo di curiosità che si accende nei suoi occhi rossi mi accompagna fino a quando svolto nella contrada Italia. Procedo giungendo in fondo alla via Cernaia. Il vento che soffia tra le foglie dei platani mi accoglie e grida come mille anime dannate, alcune mi chiamano, altre mi allontanano. Rallento il passo. Poi la vedo, nelle mura della Cittadella, alta e austera, stagliarsi in un cielo ancora pieno di stelle. Mi avvicino, il cuore batte così forte da risuonare in gola e nella testa, come tuoni nella bufera. Guardo in alto, stringo la medaglia e salgo sulla prima scala.

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■ Tea Moscatelli da Rivoli (TO) Dillo a tutti Ascoltami, se ti va, stanotte ho fatto un sogno. Fluttuavo sopra il cielo, non so dove, non so quando ed a un certo punto mi sentivo toccare sulla spalla “Vuoi venire con me?” Era una creatura mai vista prima, normale come sembianze ma con qualcosa di diverso, una veste leggera di pochi veli le ornava un corpo esile, senza trucco, senza mani laccate, con capelli sciolti colore naturale. La guardo con curiosità, da un lato mi attraeva l’idea, ma dall’altro sentivo anche quel consapevole timore di fidarmi e di assecondare un invito così misterioso ma soprattutto poi perché a me? Sono una curiosa, non c’è niente da fare, non mi sono mai tirata indietro a cimentarmi in avventure, non ho mai avuto paura, l’unica paura che ho è delle giostre del Luna Park, e infatti non capisco perché ho fatto questo sogno ambientato nel cielo, dato che nella realtà ho una folle paura del vuoto. Comunque, tornando a noi, Lei me lo chiede e io accetto. Mi porge la mano, gliela do. Sento quella mano, è carnale, forte, sicura, entriamo in una strada fatta di nuvole bianche molto pannose (quasi mi viene di raccoglierne con un dito e di assaggiarne un po’) con tanti bivi ed incroci, tutti segnati da palloncini di vari colori, che evidentemente segnavano dei percorsi particolari, senza numeri, senza scritte, senza niente di indicativo. Continuo a seguirla ma sono distratta. “Cos’è questo - mi domandavo - e perché?” Questo azzurro è così azzurro e questo sole è così tiepido, con questa luce così calda ma che non ti brucia, ti avvolge come quando la sera, nei tramonti d’estate, il cielo diventa tutto rosa e tu incantato lo stai a guardare, mentre si adagia assonnato su quel velluto di mare…Il silenzio era lo stesso, non sentivo il vociare di nessuna persona, un silenzio bello, sottile di natura, con qualche uccellino che ogni tanto faceva capolino, colorato come un pappagallino ma col canto di un usignolo. “C’è qualcuno che ti vuole vedere” mi dice la ragazza e io mi giro verso di Lei di scatto: “Davvero?” Ero troppo stupita. “Chi vorrebbe vedere me? E poi “Dove mi trovo? Non potresti dirmelo per favore?” Silenzio. Mi porta ancora avanti, entriamo in un grande spiazzo, il pavimento diventa più corposo, ha delle grandi losanghe romboidali molto simili a dei marmi chiari con leggere venature, dei gradini tutti intorno che incorniciano la 232


platea, mi ricordano esattamente le strutture della Roma antica come Porcia o Opimia, con grandi colonne e lo sfondo di grossi palazzi. In fondo c’era una enorme vasca di acqua trasparente, azzurra come quei mari che hanno fondali talmente bianchi e compatti che l’acqua ti pare irreale, quasi non la vedi. Tutto intorno c’era una polvere bianca che emanava un profumo dolce, delicato, avvolgente. Mi chino con la mano e ne prendo un po’: era Borotalco, indubbiamente, mi faceva inebriare e, man mano che andavo avanti mi dicevo; ma questo è un posto da favola, sono entrata dentro una favola? “Chi è che mi vuole vedere?” Entriamo in un palazzo, era tutto dorato, mai visto tanto oro in vita mia Neanche Versailles poteva competere con lui, aveva saloni, camere ammobiliate, camini, intarsi, splendidi lampadari, meraviglie in ogni angolo, ma aveva una particolarità: non c’era nessuno, vuoto, deserto, in effetti in tutto il percorso fatto non avevo mai incontrato una persona. Era strano quest’ambiente, un posto di silenzio, isolato da tutti e da tutto, mi attraeva e mi spaventava. La ragazza si ferma davanti ad una porta e mi dice: “La persona che vuole vederti è qui”. Il cuore mi sussulta, sono curiosa e, diciamo la verità, terrorizzata. “Chi sarà mai?” “Vai, mi dice la ragazza, Vai.” Ero impietrita, ma mi dicevo: “Vai devi entrare, hai scelto la tua sorte” Apro la porta, pesantissima per le mie forze, ci sono due uomini, uno dietro ad una scrivania e l’altro davanti che non vedo. “Venga!” mi chiama con voce imperiosa la figura dietro la scrivania, che inizio a focalizzare con la vista: era un signore barbuto, tutto bianco, avanti con l’età, vestito semplicemente con colori chiari coloniali, la scrivania era trasparente, di cristallo, ma con niente sopra e l’anziano bianco vestito aveva solo una matita in mano, una matita d’oro. “Allora, so che lei si definisce una persona coraggiosa? Vero?” Io lo guardo, ma sono ancora un po’ lontana, mi avvicino lentamente, ma la mia timidezza sta prendendo il sopravvento. “Si, abbastanza”, farfuglio incominciando a tentennare. “Perché c’è qualcuno qui che la voleva salutare, quell’ultimo saluto che lei con la sua codardia e la sua incapacità di affrontare la Morte non ha voluto dare! Ci risulta che tutte le altre sue sorelle lo hanno salutato in punto di morte, ma lei no! Altro che paura delle giostre, qua si tratta di cosa ben più sera eh?” “È vero tutto ciò?” Sono paralizzata dalla testa ai piedi, mi avvicino, voglio provare a dire qualcosa ma, balbetto, ora so chi c’è seduto di fronte a quello sconosciuto, mi avvicino, Lui si volta e mi guarda, mi perdo come mi sono sempre perduta dentro quello sguardo di un azzurro pervinca tendente al viola, unico nel suo genere, innamorata da subito, da quando sono nata, persa per il suo modo di essere, di seguirmi senza esserci, di preoccuparsi senza una ragione, di parlarmi quando lo doveva fare, di tacere quando era necessario, di consigliarmi per farmi seguire la giusta strada, persa perché è l’uomo che ho amato incondizionatamente e 233


quello che più mi ha fatto male, quando se n’è andato. “Papà, “Gli dico, sei Tu?. Sei Tu che mi hai voluta vedere?” “Si, sono io, avevamo questo in sospeso io e te. Tu non sei venuta quel giorno ed io ti aspettavo. Ma lo so, ti conosco, è questa la tua vera debolezza, non ce la fai ad affrontare la tua paura, quella vera, la paura della morte, della morte dei tuoi cari. Era questo il motivo lo so perché non ho potuto vedere il tuo viso per l’ultima volta, anche bagnato dalle lacrime che avrei voluto assaporare. Volevo dirti che non ti devo perdonare, perché un papà capisce perfettamente tutto quello che hanno dentro i suoi figli, le loro fragilità, i loro limiti, i loro innumerevoli difetti, non ti devo perdonare perché so quanto tu hai sofferto per non avere fatto questa cosa, un senso di colpa che ti porti dietro e che non ti fa dormire bene la notte, lo so. Sono venuto qui per salutarti, guardandoci negli occhi, vedendoti adesso, serena e pronta ad affrontare la Vita senza di me. Abbracciami la mamma e dille che l’aspetto, anche se è troppo presto per Lei, abbracciami i tuoi bimbi, i miei amati nipoti che tanto mi sono mancati, anche se ho vegliato sulle loro vite dando a loro tutto il mio amore, a tuo marito che ha tenuto duro e non ti ha lasciata, nel momento in cui gli è crollato tutto. Tu non lo nego e lo sai, eri la mia preferita, anche se un padre non dovrebbe dire così, ma lo eri, perché tu sei la più fragile ed io ho sempre saputo che tu avresti avuto una vita altalenante, senza una linea sicura. Si alza e ci avviciniamo tutti e due, guardandoci intensamente. “Papà, Addio” Il suo calore mi entrava nella pelle, era tiepido, sembrava quel sole che si percepiva prima al tramonto sul mare. “Non addio, figlia mia, ma arrivederci, ti aspetto qui, ti porterò, quando verrai, a vedere le meraviglie di questo palazzo, infinite e stupefacenti. Adesso vai, è chiarito tutto tra di noi. Stai serena, ma ricordati, non devi avere paura della Morte, ognuno di noi deve abbandonare la vita terrena, ma esiste altro, ricordatelo. Dillo a tutti quando torni, promettimelo. Non voglio che le persone non sappiano. “Ti voglio bene, vai adesso, è tardi”. “Sì, Papà, è ora, a presto!”

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Maurizio Rosi da Torino ■ Delitto d'amore Qualcuno, che non aveva voluto dire il suo nome, aveva allertato il 113. C’erano stati degli spari a turbare la quiete di una villetta di Baldissero Torinese, sita in una pacifica via nella quale si succedevano, ben distanziati, lindi edifici monofamiliari. Oltre che alla Questura di Torino, una telefonata di soccorso era giunta dal medesimo indirizzo anche alla Stazione dei Carabinieri di San Mauro Il maresciallo aiutante Saverio Pizzuti, al comando della Stazione, aveva ritenuto di portarsi personalmente sul posto per controllare. Da quelle parti abitava anche un suo cugino. Al volante della Tipo nera si era messo il brigadiere Anselmo Giacchini, che si era presentato, quel mattino, con un taglio di capelli nuovo, al limite del regolamento. Strada facendo, Pizzuti si era ripromesso di mettersi lui al volante al ritorno. Quella specie di Ercolino del brigadiere guidava come se il servosterzo non l’avessero mai inventato e la frizione fosse lì per bellezza. La strada per Baldissero era stretta e fitta di curve cieche. E stava piovendo, anche se non tantissimo, ma quanto bastava per rendere l’asfalto viscido. Il suo malumore crebbe vedendo che davanti alla villetta che si presumeva fosse teatro della tragedia vi erano già parcheggiate due vetture e una di esse era un’auto bianca e celeste della Polizia. Invitò Giacchini a rimanere in auto. Lui, invece, smontò dalla Tipo e constatò con sollievo che la pioggia era cessata. Avanzò schivando alcune pozze d’acqua sul selciato per non rischiare d’inzaccherare la divisa e salutò con ironica cordialità il poliziotto in borghese che l’aspettava accanto alla Volante, mostrandogli il proprio distintivo che lo qualificava un ispettore di P.S. «Buongiorno, ispettore. Come mai da queste parti, nel territorio di nostra competenza?» «Per pura combinazione, maresciallo. Stavamo dirigendoci a Chieri per un sopralluogo, quando ci hanno avvertito dalla centrale» rispose il poliziotto, di media statura e dal viso gioviale, contornato da una corta barbetta. Pizzuti si presentò e l’ispettore Enrico Bianconi fece lo stesso. «Vi hanno telefonato? La chiamata al 113 era anonima e generica. Hanno parlato solo di alcuni colpi d’arma da fuoco» precisò quest’ultimo. «Sì. L’abbiamo ricevuta alle dieci e trentacinque, per la precisione. Ci ha avvertito la sorella della vittima, che ha però parlato di due morti». «Ma alla nostra centrale hanno telefonato alle dieci e quindici, maresciallo. È vero Tripodi?» 235


Il sovrintendente Alfio Tripodi, interpellato, lasciò anch’egli la vettura e si affrettò a spegnere la sigaretta che stava fumando. Prese posto accanto al maresciallo, di statura non eccelsa, sovrastandolo di quindici centimetri buoni. «Proprio così. Ho preso io stesso la telefonata passatami del centralino, maresciallo» confermò il poliziotto dal cranio rasato, che aveva lasciato il berretto in macchina. «Quindi non ci resta che collaborare» concluse Pizzuti «Siete già entrati?» «Non ancora. Siamo appena arrivati. Che si fa? Andiamo a vedere insieme cos’è successo?» Il maresciallo fece un cenno a Giacchini, che lasciò l’auto col lampeggiante in funzione e si unì ai tre. Alto e di robusta costituzione, il trentatreenne formava, assieme al ben più maturo Tripodi, una coppia vivente dei Bronzi di Riace. Il quartetto si mosse di conserva e si fece strada fin dentro la villetta. Sia il cancello esterno sia il portone d’ingresso erano socchiusi. Li avevano aperti dall’interno quelli che avevano notato l’arrivo della Volante. Sull’uscio si fece loro incontro una donna non ancora quarantenne, gli occhi pieni di lacrime. Questa, rispondendo alla domande delle forze dell’ordine si presentò come Immacolata Lamastra. La villetta era l’abitazione di sua sorella minore Filomena. Li condusse dapprima in cucina, dove sul pavimento si trovava il cadavere della sorella, immerso in una pozza di sangue. «E non è finita» disse la donna, invitandoli a seguirla. Nella stanza da bagno giaceva riverso su un fianco un altro morto. Un uomo sulla quarantina che, apparentemente si era suicidato sparandosi un colpo in testa. Qui di sangue ce n’era di meno. La donna e i quattro inquirenti si portarono nel soggiorno, per non disturbare la scena dei crimini. «Visto che siamo arrivati per primi, maresciallo, se non le dispiace inizio io l’interrogatorio». Pizzuti fece un cenno d’intesa al sovrintendente e assentì col capo. La morta, confermò la teste, era sua sorella Filomena. L’uomo nel bagno era il marito separato di lei, Daniele Dabbene. «Avevo appuntamento con Filomena, ma, non vedendola, ero passata da lei. Ero sicura che fosse in casa e invece non mi rispondeva al telefono. Così ho fatto un salto fin qui con l’auto. Appena arrivata di fronte al cancello esterno ho sentito sparare, allora mi sono affrettata a entrare con le chiavi che mi aveva dato lei e li ho trovati morti come li vedete voi» raccontò Immacolata. Avendo constatato che entrambi i coniugi erano morti e stecchiti, i due investigatori decisero che era inutile allertare un’ambulanza. Quanto alla Mortuaria, ci avrebbero pensato gli specialisti della Scientifica dopo i loro rilievi. Furono invece subito avvertiti il medico legale e il magistrato di turno. 236


Giacchini e Tripodi rimasero nella stanza con la signora Lamastra. Bianconi e Pizzuti, invece, tornarono prima in cucina e poi nel bagno. Constatarono che la defunta, Filomena Lamastra, aveva ricevuto due pallottole nel torace. Il sangue fuoriuscito da quelle ferite mortali era poi colato a formare una pozza sulle piastrelle grigie del pavimento. Non indossava abiti da casa, forse si preparava a uscire, come affermato dalla sorella. Era distesa su un fianco e protendeva un braccio verso una portafinestra che dava sul retrostante piccolo giardinetto. Una scia rossastra sul pavimento sembrava suggerire che non fosse morta sul colpo. Questo era invece certo avvenuto per il marito. Una pallottola l’aveva colpito al centro della fronte, ma non gli aveva spappolato il cranio. L’arma usata giaceva accanto al cadavere, spiccando sulle piastrelle blu che tappezzavano la stanza da bagno. Era una pistola semiautomatica di piccolo calibro, una Walther PPK380. Il morto era a torso nudo e indossava i pantaloni di un pigiama. I due ispezionarono al meglio anche gli altri ambienti della villetta, stando attenti a non pregiudicare il lavoro degli specialisti che sarebbero intervenuti in seguito. Non trovarono alcunché si potesse collegare alle due morti. «Mi sembra abbastanza chiaro quello che è successo» concluse Bianconi «Si tratta di un altro femminicidio, purtroppo. L’ennesimo, di questi tempi. Stavolta, per fortuna, non ci sono andati di mezzo bambini o altre persone. E quello stronzo del marito ha deciso di togliere il disturbo». Il maresciallo non replicò e lo seguì per tornare nel soggiorno. Dopo la pioggia ora il sole entrava dalle grandi finestre in contrasto con l’atmosfera lugubre causata dagli eventi. Immacolata Lamastra era seduta su una seggiola, china su se stessa, gli occhi arrossati per il pianto. Il giovane brigadiere della Benemerita le stava vicino, apparentemente per farle coraggio nel suo dolore. In realtà, non gli dispiaceva affatto quell’incarico. Stare accanto a quella bella figliola era un premio, non un incarico gravoso. Magari avrebbe avuto una scusa per poterla conoscere, in futuro. I due nuovi venuti si fermarono dinnanzi alla donna e attesero che quella, sollevato il capo, li guardasse. «Mi spiace molto disturbarla in questo momento così tragico, signora, ma occorre che le faccia anch’io qualche domanda» iniziò con la massima delicatezza il maresciallo, dopo essersi presentato. «Cos’altro vuole che le racconti? Non basta quello che vi ho già detto?» Pizzuti scambiò uno sguardo con Bianconi e mormorò «Le chiediamo scusa se siamo troppo pressanti, signora Lamastra, ma è la prassi». «Signorina Lamastra, in effetti. Che cos’altro volete chiedermi? Dite pure, allora». «Si tratta di una tragedia improvvisa e imprevedibile, o è l’epilogo di una lunga storia? Abbiamo capito che i due coniugi si erano separati, ma provi ad aggiungere qualche particolare, se può». 237


«I rapporti tra mia sorella e Daniele erano andati peggiorando sempre di più negli ultimi mesi. Quel disgraziato si era messo con un’altra donna, capisce, da un paio d’anni. E quando Filomena ne è stata certa, hanno iniziato a litigare. Per parecchio tempo; poi, alla fine, lei aveva chiesto la separazione. Qualche mese fa lui si era riavvicinato a mia sorella, per qualche giorno erano tornati a vivere insieme, ma in realtà mio cognato non aveva mai lasciato l’altra, perché l’amava davvero. Era iniziata una nuova separazione e Filomena aveva giurato che non se lo sarebbe mai più ripreso. Invece da qualche giorno lui sembrava tornato di nuovo all’ovile, il pecorone, contrito. Ed è finita così: A schifio. Mi chiedo cosa sarebbe successo se fossi arrivata prima. L’avrei salvata? O magari quello avrebbe ammazzato pure me?» Mentre la donna parlava, Pizzuti l’osservava con attenzione. Le due sorelle si assomigliavano parecchio. La viva più attraente della morta, ma entrambe assai piacenti, tipi mediterranei con occhi e capelli scuri e forme ben delineate. Che poteva solo intuire, infatti Immacolata aveva ancora addosso un impermeabile umidiccio e calzava stivaletti pesanti da pioggia. Qualcosa non quadrava e nonostante continuasse a tormentarsi i folti baffi, non si sentiva soddisfatto. «A che ora è arrivata qui, signorina?» «Qualche minuto prima che telefonassi al 112, maresciallo. Non so perché non ho chiamato voi a San Mauro. Ma avevo visto subito cos’era successo, purtroppo, ed ero agitatissima». «E come ha fatto a dire che erano entrambi morti? Si è avvicinata? Li ha toccati?» ricominciò l’interrogatorio Bianconi. «Soltanto a mia sorella, per essere sicura. Che quell’accidenti fosse morto, con un colpo in testa, era evidente». I due investigatori interruppero il colloquio. Era arrivato il medico legale. La porta del soggiorno fu chiusa, mentre quello esaminava le due salme. Bianconi e Pizzuti assistettero in silenzio. Alla fine quello li relazionò e tornarono dalla testimone. «Grazie per il suo tempo, signorina. Però, mi ascolti, dobbiamo per forza attendere che arrivino anche quelli della Scientifica. Ci vorrà del tempo. Si metta comoda e si tolga di dosso quell’impermeabile, che poi magari si ammala» l’invitò l’ispettore col suo miglior sorriso, che quella non si fece pregare di rendere, mentre ne seguiva il suggerimento. «Maresciallo Pizzuti, mettiamoci d’accordo. La nostra Scientifica o il vostro RIS? Per favore, mica tutt’e due!» Decisero che sarebbe intervenuto il Reparto Investigazioni Scientifiche dell’Arma da Torino e si disposero ad attenderlo. Intanto lo sguardo del giovane Giacchini non smetteva di perlustrare la testimone, che indossava dei jeans, ma anche una camicetta notevolmente stretta e fasciante che ne sottolineava il seno fiorente. La camicetta era gialla a fiorellini arancioni. 238


Anche Bianconi era stato attratto dall’avvenenza della donna. Pizzuti, invece, non aveva mancato di notare qualcos’altro. Tra i fiorellini arancioni ve ne erano altri, più piccoli, di colore rosso vivo. «Se con me avete finito, mi piacerebbe tornare a casa mia. Non abito lontano, ispettore. Poi, se vi servo ancora, posso tornare in cinque minuti». La testimone lanciò un altro invitante sorriso a Bianconi. «Per me va bene». «Io invece la pregherei di restare ancora un po’ in nostra compagnia, signorina» insisté il maresciallo. Era stato colto da un’intuizione e si allontanò per andare a telefonare all’ARPA, chiedendo del responsabile della meteorologia. «Allora comanda lui, qui?» chiese provocatoriamente Lamastra, in sua assenza. «No, ma io sono un funzionario della Mobile, mentre il maresciallo è il comandante della Stazione Carabinieri di competenza territoriale. E il mio dirigente mi ha pregato di non pestargli i piedi». «Almeno una sigaretta posso fumarmela, ispettore?» «Ma certo, signorina. La prego». Immacolata si accese una Marlboro e iniziò a tirare boccate nervose. «La infastidisce così tanto aspettare qui con noi?» domandò cortesemente Bianconi. La giovane donna non poté rispondere perché in quel momento rientrò nel soggiorno il maresciallo esclamando «Bene, bene, bene!». L’ispettore e la testimone si volsero a guardarlo in maniera interrogativa. «Direi che, a questo punto, potremmo tirare alcune conclusioni. Iniziamo dal suo arrivo, signorina. Dal Servizio Meteorologico mi hanno confermato che qui a Baldissero ha piovuto abbondantemente dalle nove alle dieci circa. Poi solo poche gocce d’acqua fino alle undici. Dopo, alcuni scrosci di pioggia seria che sono durati fino alla undici e mezza, come ho constatato io stesso al mio arrivo. Lei abita a cinque minuti in auto da questa villetta, così ci ha detto. Ed è venuta in macchina, parcheggiata qui davanti. Se fosse arrivata diciamo alle dieci e mezza, cinque minuti prima della sua telefonata al 112, non si sarebbe inzuppata come l’abbiamo trovata. Se invece fosse giunta prima delle dieci, ecco che le condizioni del suo impermeabile e del suo ombrello, che sta ancora gocciolando adesso, troverebbero giustificazione. «Ma cosa inventa, maresciallo! Sono arrivata quando vi ho detto e poco dopo li ho trovati morti e ho telefonato. Pioveva un bel po’ qui a Baldissero» pronunciò a voce piuttosto alta Lamastra, che si affrettò a spegnere quanto restava della sua sigaretta. «Andiamo avanti, signorina. Il medico legale ha stabilito che la morte di entrambi i coniugi si colloca tra le nove e trenta e le dieci e trenta. Occorrerà l’autopsia per una maggiore precisione. I tempi sono compatibili, per un pelo, 239


con la sua testimonianza». «Compatibili, appunto. E allora? Dove vuole andare a parare? Vuole forse sostenere che ho mentito? Perché dovrei farlo?» sbottò di nuovo la donna. «Ottime domande, davvero. Vedremo di rispondervi. Ma il medico legale ci ha già detto qualcosa d’altro. È piuttosto anormale che ci si suicidi sparandosi in fronte. Piuttosto alla tempia, o in bocca. In questi casi, lo scoppio dell’arma provoca una bruciatura più o meno estesa dell’epidermide circostante la zona d’ingresso del proiettile. Che sul cadavere di suo cognato è assente. Pertanto, escludendo che si sia tolto la vita sparandosi tenendo il braccio teso di fronte a sé con la pistola in mano, Dabbene non si è suicidato. Eppure sono convinto che sulla pistola accanto al suo cadavere gli uomini del RIS troveranno le sue impronte. Io ho nel frattempo fatto controllare che la Walther era di sua sorella Filomena, che l’aveva regolarmente denunciata. Sono altrettanto sicuro che lo STUB che eseguiranno sulla mano di suo cognato non mostrerà le particelle di polvere da sparo che avremmo sicuramente trovato se lui avesse esploso tre colpi». «Quindi questi indizi sarebbero contraddittori, maresciallo» osservò Bianconi. «Forse no, ispettore. Perché quei tre colpi d’arma da fuoco erano stati segnalati da una telefonata anonima arrivata a voi intorno alle dieci e quindici. Mentre lei, signorina Lamastra, ci ha detto di averli sentiti prima di entrare, intorno alle dieci e trenta. Ora dalla pistola, un’arma da donna, mancano solo tre proiettili. Che evidentemente non sono stati sparati quando sostiene lei. Adesso possiamo provare a fare delle ipotesi. Che lei sia arrivata qui ben prima delle dieci e quindici, quando pioveva forte, e abbia assistito al fattaccio. Oppure ancora, che le cose siano andate del tutto diversamente. Volete venire, ragazzi?» Fecero ingresso nel soggiorno due carabinieri vestiti di bianco. Erano giunti gli esperti del RIS. Da una cassetta uno di loro estrasse un tubicino. «Dovremmo passarle questo reagente sulla mano, signorina» disse uno dei carabinieri in tuta. «No! Mi rifiuto!» esclamò lei, incrociando le mani sotto le ascelle. «Non può. Dobbiamo portarla in caserma in manette e farglielo lì il test?» disse piuttosto rudemente l’ispettore, che stava iniziando a capire dove il maresciallo volesse andare a parare. Immacolata si rassegnò e porse la sinistra. «È mancina, lei?» Quella scrollò il capo, lanciò uno sguardo carico d’odio al maresciallo, e stese la destra. Il tampone, dopo essere passato tra le sue dita finì nel reagente. «Positiva. Senza errori. Ha sparato» confermò il tecnico del RIS. «Va bene. Adesso la controprova: fate il test al presunto suicida» ordinò Pizzuti. Passarono pochi minuti, poi arrivò la conferma. Non c’erano tracce di polvere 240


da sparo sulle mani di Dabbene. «A questo punto possiamo ridisegnare la storia degli avvenimenti» tornò a esporre il maresciallo. «Daniele Dabbene sposa Filomena Lamastra. Ma, non sappiamo quando, inizia una relazione segreta con la di lei sorella Immacolata. Filomena scopre che il marito la tradisce, ma non con chi. Forse preso da rimorsi o rimpianti, Daniele si riavvicina alla moglie, dalla quale si è separato dopo la rottura. Ma la sorella, lei, non vuole perdere “quel disgraziato” del quale è diventata gelosa: è convinta che Daniele “l’amava davvero”. Infine, colpito da una notizia, il marito “pecorone” decide di tornare in famiglia. Tutte parole sue, signorina. Immacolata, se non potrà averlo per sé, non lo lascerà ad altre, nemmeno alla sorella. Così uccide prima lei e poi lui, o magari viceversa. Simula che si sia trattato di un femminicidio e pensa di averla fatta franca». «Che fantasia! Per quale motivo Daniele sarebbe tornato da Filomena?» esclamò con un falso sorriso colei che da testimone stava diventando accusata. «Perché sua moglie era incinta. Di un figlio generato durante il loro temporaneo riavvicinamento. L’ha constatato il medico legale. Con l’autopsia ne avremo certezza, anche dal punto di vista genetico. E lei, essendone stata ingenuamente informata da Filomena, ignara della vostra tresca, ha capito che i due si sarebbero riappacificati definitivamente». «Ipotesi, non prove. Tutto quello che ha contro di me consiste in quella polverina trovata sulle mie mani? Magari ho toccato la pistola. Sì, è cosi!» protestò. «In tribunale potrebbe bastare. Ma un’altra prova ce la fornirà lei, adesso. Si tolga quella camicetta, prego». Volarono alcune parole grosse, poi alla fine Immacolata dovette accondiscendere. Se la sfilò di dosso per poi indossare una maglia della sorella che Tripodi aveva provveduto a trovare in un comò. L’operazione fornì squarci interessanti del busto della giovane bellezza. «Vede, signorina» spiegò il maresciallo mostrandole da presso la camicetta «Quando si spara a distanza ravvicinata, come ha fatto lei col suo amante per colpirlo in modo che venisse simulato un suicidio, piccoli spruzzi di sangue colpiscono anche chi ha maneggiato l’arma. E quando analizzeremo il sangue sulla sua camicetta, ci sarà la conferma che è quello di Daniele Dabbene, al cui cadavere lei ha affermato di non essersi avvicinata. A questo punto, io la cedo alle cure del magistrato che sta per arrivare, ma mi permetto di darle un consiglio: confessi. Alleggerirà la sua posizione, per quanto è possibile». Il brigadiere Giacchini provvide, con un certo disagio, ad ammanettarla. Bianconi, Tripodi e il maresciallo Pizzuti lasciarono la stanza. Quest’ultimo tese la mano all’ispettore, che la strinse senza esitazioni. «Le faccio i miei complimenti, maresciallo. Un’indagine rapida e completa, da vero detective. Lo scriverò nel mio rapporto, non tema». 241


«Grazie, Bianconi. Ancora una volta qualcuno si è creduto molto furbo, ma in fondo era uno sciocco». I due poliziotti salutarono i carabinieri e si diressero alla loro vettura per tornare a Torino. Pizzuti rimase lì ad aspettare l’arrivo del magistrato, che confermasse il fermo dell’indagata. Sentendo l’approssimarsi di una sirena, si allisciò i baffi e iniziò a sorridere.

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Maria Accorinti da Nichelino (TO) ■ Era mio padre

ERA MIO PADRE Quando maggio busserà alle ginestre, i cespugli si vestiranno di sole, le rondini saranno già tornate. Ascolta il respiro delle stagioni, ricorda il canto del tuo mare non avere paura di spiccare il volo nel mondo, segui sempre la strada del cuore traccia nuovi solchi nella tua vita per nuovi raccolti. Si schiuderanno le tue incertezze, e la tua sicurezza Sboccerà come le rose, saranno solo sorrisi Sui tramonti dei tuoi giorni. Quando la nostalgia è un forte impeto “Chiamami” Ti parlerò del nostro campo di grano, del profumo dei limoni, ti parlerò della luna nelle notti d’estate. Quando il richiamo della tua terra ti fa star male “Chiamami” E di questo che mi parlavi, della semplice bellezza della vita, dell’amore, e di tutto ciò che ci circonda. Più passa il tempo e più ti vorrei chiamare, ma in questo mondo non ti trovo più.

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■ Massimo Apicella da Cumiana (TO) Tutto in un respiro

Sono l’albero che oscilla nel vento alle porte della primavera. Sono il falco che disegna cerchi sull’azzurro gridando al cielo la sua libertà. Sono l’arvicola affannata che cerca scampo sotto al ceppo annusando il fremito dell’aria. Sono il bosco che veste la montagna innalzando preghiere fra i rami. Sono il torrente che corre verso valle accarezzando pietre e radici. Sono la vita che si veste di luce illuminando gli angoli bui dei sogni. Sono questo pianeta sono infiniti altri l’immensamente piccolo l’immensamente grande. Sono il tutto e il tutto è in me e il tutto sei anche tu e il tutto è lei e il tutto è lui e il tutto è tutti perchè altro non potrebbe essere. Tutto in un respiro. 244


Paolo Barbagelata da Genova ■ Rivetti a dar forma all'ala

Rivetti a dar forma all’ala che monto sul mio abitacolo. Galleggio, ma non ho vela. Non mi resta che il decollo. Saranno notti sull’acqua, e riflessi delle mie posizioni a guidare in fuga la mia prua. La resa alle mie condizioni. Ma nel buio ti cedo la cloche. Eppure tu non eri a bordo. Sono in volo con i folli di Bosch, Ti ho vista sul molo, lo ricordo, la mano alzata in un saluto sulla torre del mio controllo. “Non potevo. Non avresti dovuto. Sono qui contro ogni protocollo” Sei qui con la tua pelle liscia. Nessuna giunzione, quando ti sfioro. Rolliamo, senti?, ma ho fiducia; ho un orizzonte, vedi?, mi preparo. Regge, ora, questo guscio sottile. Ora che fuggire è solo un viaggio. Prendi quelle insegne, àprile. Ora che non vago. Ora che veleggio. Non ho un transponder. Inventalo. Regalami il tuo udito del cervo: a miglia, così, nessun pericolo, anche se il fuori è freddo e torvo. L’isola ci vede, ora. La spiaggia offre onde dolci alla planata; se mai il volo ci venisse in uggia sarebbe discesa, mai più picchiata.

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■ Giuseppe Bianco da Casoria (NA) Milano binario 21

Molte patrie ed una Promessa Terra sulla rotta profetica d’un mare in secca che aprì il varco al condiviso anelito d’esiliata genìa in schiavitù. Poi nell’indifferenza tornò la notte del deflagrante magma, d’esasperata follia fattasi legge. Smembrate le costellazioni ignare per infinite gelide rotaie oltre i confini di indurite lande. Dilatata angoscia nel silenzio greve scandìto da sobbalzi e prolungato stridere d’acciai, in laidi convogli di stelle gialle stivate per l’ignoto. Incessante furor d’aspri latrati, rabbia d’invasate maschere in orbace assimilate ad aliene fiere nell’arena. Sfinita nudità di tremebonde foglie prossime a cadere nel tempo teso tra preghiera e morte, tra fronti d’onde di un antico male. Fantasmi resi alle cineree nuvole da sinistro camìno erto nel campo come chiodo nel confisso cielo. Nembi di dissacrata libertà, quante deposte lacrime di piombo ci vollero prima di affidare le reliquie al vento, finché durò il crepuscolo degli uncinati démoni,

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lenta si levò l’esule malinconia ininterrotto incedere di provato coro, adagio di sommesse voci erranti alle pie volte delle falbe stelle. Oltre le porte dell’antico sogno, il buio del firmamento non ha spazi per le promesse zolle custodi dei sepolcri. Sale al cristallino empireo il dolore dei giusti, consacrata luce, eterna verità della memoria.

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■ Angelo Chiarelli da Padova Funambolismi

E ti donavi al lento scivolare del giorno, si scioglievano i rumori e lambivi con la mano l'eterno. Il tempo e lo spazio si dissolvevano nell'aria alienandoti una realtà di sottofondo. Una calma improvvisa cancellava l'odore dei ricordi solidali gli alberi non muovevano le foglie. Nel bianco della memoria la coscienza sonnecchiava e tu ne approfittavi per scrollarti le verità e le menzogne. Nevicava e non c'era spazio sulla neve per le ombre.

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Anna Maria Conti da Collegno (TO) ■ Pagine di guerra

Poesia : Pagine di Guerra Erano ormai solo più cumuli di rovine, una città devastata , urla rapite dal gelo della morte. Camminava attonito senza meta , spogliato dai suoi sogni , la vide sepolta tra pagine sbiadite di un giornale, una piccola bambola, la raccolse quasi in ginocchio, come in un perdono silenzioso, la strinse tra le braccia. Scesero copiose delle lacrime su quella terra crocifissa, intrisa di sangue e di dolore . La sua famiglia ora solo un ricordo, che la guerra aveva distrutto sotto una pioggia di fuoco, fame, freddo, terrore, odio. I corpi stesi sparsi, senza una degna sepoltura giacevano . Il buio della notte incombeva come avvoltoio spettrale, su quello scenario sempre più disumano . Guerra! Tuonava quella parola, flagellava i cuori e le speranze. Il grido della Pace risuonava nell’Universo, tendeva il suo abbraccio implorando l’amore, cercava in quella umanità smarrita, una saggezza deflagrata, da un potere inasprito dalle armi . Nello scorrere dei giorni, salivano al cielo parole di preghiere, liberate come rifugio consolante, cercando nello sguardo Divino, la rassicurazione di un Padre che non abbandona i suoi figli .

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■ Patrizia Cosenza da Torino L'addio di una madre

L'addio di una madre Le albe cadevano nel mio corpo stanco il dolore come martello sulle ossa. Sentivo l’aria tra i capelli e guardavo le nubi come pensieri avvolti da cellophane poiché immobili custoditi restavano lì come un peso nel cielo. Era un addio che non passava ma lento martoriava la carne dentro di me il tuo addio era assordante (Madre) come una carta vetro nel cuore che ad ogni movimento sanguinava. Era l’addio di una madre ancora lo ricordo i miei occhi come fauci ormai prosciugati ancora il dolore è qui con me

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Antonio Costantin da Cantalupa (TO) ■ Colli Euganei

Diseguali sagome arrotondate oltre l'orizzonte dell'argine del canale Taglia lo sguardo un pioppo solitario. Come note di uno spartito chiazze di luce illuminano le cime

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■ Valeria D'amico da Foggia Avremo

Avremo ancora giorni avidi di fiori e foglie a rinverdire per gli stormi, profumo di zagare e di mare, e mani buone ad impastare il pane da smezzare con chi non ha memoria del passato, ma solo sogni quanto basta per campare. Avremo ancora voglia di sorridere nel pianto e alberi saldi da potare guardandoli elevarsi fieri al cielo, sicuri che in ogni tempo e luogo sapranno mettere radici e avere occhi sospinti ad indagare tra il fogliame. Avremo parole di labbra per salvare quello che resta di un finito amore, parole di pietra per macinare anche l’ultimo minimo e stantio dolore. Avremo parole rosso porpora a colorare sguardi custodi di un silenzio disadorno e parole di neve nascoste nelle tasche, da sciogliere sugli spigoli dei dubbi. Avremo la misura esatta di ogni salto, della parabola di ogni arcobaleno teso a cingersi col mare, della frazione di luce necessaria per fare un’altra alba, la formula completa della nostra finitudine, sottratto lo stupore della meraviglia che ci salva.

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Luca Di Gianfrancesco da Roma ■ Deserto

Deserto Seduto sullo spettro di una vita mai cominciata a rincorrere falsi miti a contare il tempo, perduto e terso oltre le linee dei rifornimenti di una traversata nel deserto avvolto dal nulla che ti annulla guardi fuori per non guardare dentro, mentre chi sei veramente sotto i fendenti dell’ambizione deve ogni notte cambiare rifugio in un angolo diverso del tuo cuore.

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■ Vittorio Di Ruocco da Pontecagnano Faiano (SA) Il bosco delle anime

Dedicata ai martiri del campo di sterminio di Treblinka Lamenti, pianti, lai ed alte grida squarciano l’aria immemore e silente della radura che si affaccia al bosco e uno stridore orribile di ossa gettate nelle fosse a concimare la terra della morta libertà. Il tempo non è altro che un dettaglio un orologio senza le lancette una realtà che si ridesta ancora negli occhi delle anime innocenti strappate al loro corpo con ferocia a sangue freddo senza una parola. La morte spalancata dai sorrisi che celano la truculenta sorte arriva silenziosa a soffocare le urla che precedono il trapasso. Dall’empio cimitero di Treblinka orripilanti quadri dell’orrore si levano dal fondo dell’abisso a rammentare i giorni dell’inferno l’estrema concezione del tormento. Il passo lento al limite del pianto lembi di pelle morta ormai cadente ed occhi sanguinanti di paura di fronte alla certezza della fine. In preda al folle ballo del terrore i crucchi sono mostri deliranti spargono semi tristi e velenosi a cancellare il germe della vita.

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Trionfa la vertigine del male e volano a migliaia come fantasmi finiti nella morsa dell’inganno i condannati della sporca guerra. La lista interminabile di vite scaraventate oltre l’esistenza è una ferita che non cicatrizza e strazia gli occhi e infiamma la memoria. Anch’io resto impietrito nel tramonto disteso su una lapide che piange e gronda sangue e grida ad alta voce: il bosco delle anime non arda lasciando al mondo cenere ed oblio ma tenere parole di speranza scolpite con la subbia del perdono nel cuore delle genti che verranno.

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■ Sergio Donna da Torino Madonna fiorentina 1.a) In quel declivio dolce, senza fine, 2.b) si spande un canto fievole di donna: 3.a) di bisso ha bianche vesti con le trine... 4.b) ha un volto fiorentino di madonna. -------5.c) Sorride ed i suoi occhi son radiosi; 6.a) leggiadro è il passo e l’andatura affine 7.c) ad angelo che par che giammai posi 1.a) in quel declivio dolce, senza fine, -------8.d) a terra il piè, ch’è in diafane scarpette. 9 b) Soave come un fior di belladonna 10.d) che vibra all’aria lieve e mai non smette, 2 b) si spande un canto fievole di donna -------11.e) e ondeggia e vaga e aleggia nella valle 12.a) e giunge alle radure; è un filo, un crine: 13.e) ricama un pentagramma di percalle; 3.a) di bisso ha bianche vesti con le trine -------14.f) e vola con le ali di farfalla. 15.b) Le note tra le pieghe della gonna: 16.f) ialina al sole, vola nel Valhalla... 4.b) ha un volto fiorentino di madonna.

* “Glos a”: antico componimento poetico in metr ica, composto da una pr ima strofa, detta “mote”, e dalla “glos a”, propr iamente detta: una s er ie di strofe di cui l’ultimo vers o r iprende, uno dopo l'altro, i versi del “mote”

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Luciano Giovannini da Roma ■ Come Tex Willer

È un bivacco perenne questa mia vita randagia ed io sono ancora seduto sui talloni coperti da stivali di pelle arrotolando ricordi come tabacco bagnato in carta sottile. Nella notte scricchiola il legno che regala scintille prima di essere cenere e da lontano solo segnali di fumo e montagne coperte da alberi radi. Chissà in quale luogo si nasconde il nemico forse in qualche radura distante o nei meandri affollati della mia fantasia. Versami Carson un’ultima tazza di quella nera ciofeca domani salteremo sopra a un ronzino e faremo brillare le colt.

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■ Alessandro Izzi da Gaeta (LT) Kabul

Kabul, sul lastricato di buone intenzioni, per noi è un quadrello che non vale il calpestio ai quotidiani risciacqui di coscienza. Per questo era persa, in fondo, prima ancora d’esser stata. Lo scroscio vi crepitava silenzi come la lingua sul dente quando smette di far male. La sua caduta è stata un lungo rigirarsi assonnato di sconcerto, nell’indisturbato Ferragosto. Avrebbe potuto essere un quadrello acuminato, Kabul, bianca nel sole che taglia. Avrebbe potuto essere lama, pronta a rinfacciarci tanto, se noi si fosse stati, per una volta sola, uomini abbastanza almeno per il pianto.

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Daniela Lazzeri da Torino ■ E dirsi addio

Le tue labbra non hanno più parole d'amore per me il tuo sorriso si è spento così come si è spenta l'ultima stella occhi senza pietà freddi come il ghiaccio mi entrano nell'anima si alza la nebbia nel mio cielo e la speranza tace e quando mi lascerai che sia in un giorno di pioggia così non scorgerai le mie lacrime che sia in un giorno di vento così non mi vedrai tremare come una bambina impaurita che sia in un giorno di foschia così non noterai il pallore sul mio viso stanco Quando mi lascerai che sia in un giorno d'autunno dove sarà più dolce morire.

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■ Beatrice Lucchesi da Lucca Noi due, poeti dannati

Noi due, poeti dannati Accadde così con gli occhi puntati sui nostri sogni nascondiamo i dubbi in tasca ma questo non ci basta, e i nostri occhi brillano Nascono nuove stelle e poi cadono insieme a noi. Con i desideri ancora da esprimere ci rialziamo, e amiamo con cuori spezzati e ci guardiamo con occhi bendati, e facciamo a botte con i testardi per poi rivelarci dei bugiardi, ma in realtà siamo dei codardi Noi che usiamo il tempo solo quando sta per finire, noi che ricostruiamo una speranza solo quando è pronta a morire. Accadde e basta ci siamo consolati con parole mute, per poi allontanarci con gesti falsi, e abbracciarci con braccia stanche ma i nostri occhi brillano Nascono nuove galassie, iniziano nuovi viaggi ma ci mancano i nostri sguardi. Noi due, poeti dannati, che cerchiamo l’amore nei libri degli altri, senza renderci conto che la nostra storia è tutta da scrivere, che il nostro amore è tutto da vivere. 260


Andrea Mauri da Roma ■ La dittatura dell'amnesia

La dittatura dell’amnesia cancella i dettagli, Azzera le differenze, Riveste le tare di false virtù. Se smetto di funzionare come essere pensante, Nessuno mi spiegherà se il corpo ha deciso in autonomia Oppure si è adeguato a una volontà superiore. Il passato deve restare lettera morta Il presente nutrirsi della vacuità Il futuro non è contemplato. La dittatura dell’amnesia disegna sagome in serie Le mette in fila con lo sguardo oltre l’orizzonte Oltre l’oceano, oltre le terre che non trattengono le onde Che annaspano nella memoria naufraga. Solo biancore Solo spruzzi schiumati a confondere i ricordi. La dittatura dell’amnesia passa una mano di vernice sui volti ribelli Ingolfa il cervello Ne ostruisce i canali. La dittatura dell’amnesia, Di cui abbiamo perduto origini e provenienza, Non tollera reazioni. Unica azione consentita: annientare le schegge impazzite.

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■ Pina Meloni da Nichelino (TO) Dite a Caino

Dite a Caino che voglio parlargli di quando il vento, passando giocoso tra i nostri capelli, non scompigliava la nostra somiglianza. Noi eravamo fieri d’esser fratelli d’essere uguali, senza inganni, all’ombra dello stesso ulivo che abbracciavamo uniti cantando e tenendoci per mano. Liberi e senza affanni, pieni di speranza, ridevamo felici mostrando i denti senza ferirci. Dite a Caino che l’ho perdonato e che vorrei il suo perdono, perdono, per avergli offerto il petto senza difesa, senza reagire. Perdono, per tutte le volte che gli ho taciuto quanto è sbagliato uccidermi, senza darmi la morte.

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Antonella Padalino da Alpignano ■ Quel che resta dell'eternità

La mia mente è senza riposo, cerca sogni dimenticati. Si fanno pallidi i ricordi di mari infiniti sulla battigia stanca dei miei patimenti. La morsa della malinconia si fa struggente come le onde che, infrangendosi sulla scogliera, riducono in brandelli, la mia anima. Si fa eremita il pensiero che in questa lunga notte, il vento disperde impietoso, attraversando i sentieri del tempo. Ed è così che il tintinnio delle emozioni, bussa alla porta del cuore, materializzando parole che prendono forma, colmando il vuoto degli stantii sentimenti e, bruciando quel che resta dell’eternità. In cielo uno scarabocchio di luna firma l’ennesimo atto d’Amore, in questa notte stanca. Si piegano i rami al fluire del vento, mentre tutto intorno resta immobile e fermo nel buio dell’infinito blu. 263


■ Roberta Pagotto da Pordenone Ls casa dell'effimero

Una cicala rompe il silenzio, mentre il sole brucia il profumo dell’erba. Tutti diversi e tutti uguali, volti sospesi e dimenticati incedono lentamente. Un parco dipinto da strane varietà si oppone al doloroso impeto di morte che esce dalle grigia soglia. Nelle camere e negli androni la felicità sembra volteggiare in uno strano universo e parlare a mondi lontani. Qui l’effimero abita ogni sorriso e ogni incontro cosparge intorno il suono amaro del pianto sommesso e discreto per un incerto futuro, per un mancato appuntamento. Luminescenti corridoi tracciano la strada ed è il tormento di un sospetto, il gelo di un pensiero attento ad ogni piccolo battito di ciglia. É il naufragio perpetuo delle nostre debolezze, la rivolta dei nostri sensi, la ricerca di un’accogliente carezza. Le porte alfine si aprono. Dietro l’angolo una frettolosa umanità ignara del paziente oleandro che racconta storie senza fine.

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Giuseppe Raineri da Bergamo ■ Al tramonto

Non potrai essere i miei occhi le mie orecchie le mie mani i miei pensieri. Il breve ricordo ti illuderà di un’effimera metamorfosi. Il dolore costruirà mondi improbabili. Non cedere alla tentazione di alienazioni rassicuranti. Sii ciò che sei, prenditi cura di te e non permettere che la pietà e la menzogna alterino ciò che sono stato nel bene e nel male, io sarò già altrove e non potrò difendermi. Questa vita che per me è ormai straniera per te continua. Salutami teneramente dal finestrino come se solo un tempo breve ci possa dividere. Fermo sul binario ti risponderò con un cenno lieve e guarderò pigramente la carrozza allontanarsi e riprendere la sua corsa. Di quello che non ci sarà mai dato sapere nemmeno dobbiamo crucciarci. Riprendi il viaggio e regalati una nuova vita.

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■ Fabio Rondano da Torino Quando un uomo pensa un uomo

Bruca dalla mano l'inverno strano, di spavento dà brividi il piacere. Di paglia copriam la terra insieme, proteggere, sai, è segno d'amore. Nello specchio dell’attesa, sempre è sera, tempo di arrivo, di baci rubati. Quando sogniamo è sempre notte, allacciati da sigilli misteriosi. I miei occhi discendono al tuo sesso, mi cerca all'alba, vuole la mia mano. Siamo uniti, siamo oppio e ricordo, legati come il mare e la luna. Voraci le mani, spogliati della pelle, Godiamo abbracciati del tempo buono, in cui anche il sasso torna a fiorire... La mia solitudine son scaglie di vetro, teme chi s’accosta l’odore del sangue... Chi beve il suo pianto cieco diventa, e più non vede le cose lontane, che in gola hanno l’ordine del giorno. Come allora, toccami con dolcezza, levigami il palmo con le tue mani, toccami con dolcezza il volto, mappa dell’enigma, che t’ha allontanato. Toccami con maschile dolcezza i fianchi, petto contro schiena, bevendomi il tuo alito, di notte, profumato di tabacco, frutta fresca e vino rosso.

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Come allora, toccami con dolcezza, confusione e follia non spaventano più. Legatomi al palo, come Ulisse, non cedo al desiderio di cercarti, maschile voce, virile miraggio. Mi sporgo giù dal ponte della nave, sulle onde porta il vento la tua voce; tremano i ricordi nell’azzurro, ma il passato non è più la nostra terra. Mi fondo con la luce senza sera, che abbaglia gli occhi di chi ancora spera.

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■ Rodolfo Settimi da Roma Di molti grigi Cielo di molti grigi la tua mano scorre lieve tra i capelli – chiaro vento sulla cima di alberi scossi – ma uno sguardo non c’è che schiari la tetra caligine del muro – né l’aria avverto che smuovono le vesti nel tuo accorrere a me. Resti immobile lontanissima e vicina – la tua immagine smuore sul mobilio – trasparente canzone della mente – meta di un cuore sperso gracile al mondo quello che sopra al tuo unisono pulsava seppellito dal caldo del tuo abbraccio. Stagna l’odore acre di un giorno passato dietro la finestra – ormai lontani folti uccelli punteggiano le nubi di nere trine dove fumiga appena l’orizzonte. Invano gli ultimi guizzi afferra l’animo affaticato invano scuote fondi di memoria – l’oscuro piombo del tempo ottenebra faville di giorni vivi e nulla al mero soffio risponde dai canali ispessiti. Taci lo so ma appena trema la mano tra i capelli e quasi l’ombra intravvedo di un sorriso. 268


Tristano Tamaro da Trieste ■ Nonna Olga Il sole sorgeva davanti alla casa, l’estate cantava i caldi colori di quei giorni lontani. La vita era la bicicletta azzurra, una fetta di pane con l’olio, il rumore sommesso del fiume. Mia nonna mi guardava dalla finestra confusa tra i gerani del primo piano e sentivo il suo affetto sulla pelle prima di perdermi veloce dentro il prossimo respiro. La bici e un rapido volo sino ai paesi più vicini o lontani, i pedali a scandire un tempo che non sarebbe tornato. Rimane il profumo leggero di quei giorni sereni e lo sguardo dolce di mia nonna a vegliare ancora su me.

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INDICE PE R AUT OR E Accor inti Mar ia Andreani G abr iele Aon z o Silv ia Apicella Ma ssimo Arag no Maur iz io B aj oni Gra z ia B ani Anna B arbagelata Paolo B arof f io Alessio B at ti sta Frances co Bianco Giu s eppe B onan s ea Er ica B ot teon Claudio Bu s olin Ubaldo C aneparo Mauro C annatà Ang elo Simone C aramanico Tina C as ale Matteo C as ella Paolo C atalano Pietro C es chin Ar iana C hiarelli Ang elo C hiave Emilio C hiavegat ti Franco C lambag io C on s oli C ar melo C onti Anna Mar ia C os e n z a Patr iz ia C ostantin Antonio D 'Amico Valer ia D i Gianf rances co Luca D i Giulio Vincen z o D i Ruocco Vittor io D onà Franca D onna S erg io D ot tore Gra z ia Fantechi Giacomo Filo g rana Fau sto Paolo Fior ini Franco 270

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Fiume Flor i s Giovannini Giu stet to Izzi L a zz e r i L o Bianco L o Pre nc ipe Lucchesi Manduca Marelli Marelli Maur i Meloni Mor ra Mos catelli Mos coni O g ge ro Padalino Pagot to Pe r rone Po g g ipollini Raine r i Rie n zi Ri zzi Mar tini Rolando Romito Rondano Rosi Rota Rubini S a ss ano S et timi Sinigaglia Tamaro Traplet ti Vitale

Giancar mine Raffaele Luciano Mar ia Lui s a Aless andro D anniela Lucia Marcello B eatr ice Raffaele D ar io D ar io Andrea Pina Alber to S. T hea Frances co L oren z o Antonella Rober ta C ater ina Andrea Giu s eppe Alf redo Franca Claudio Ferdinando Fabio Maur iz io Mar ina D av ide Frances ca Rodolfo Frances co Tr i stano Mar io Stefano

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C ONC OR S O INT ER NA ZIONA L E DI ARTI LET TER ARI E "MET ROP OL I DI T ORI NO "

PR EMIA ZION E PA L A ZZO DEL L A LU CE