Page 1


“Quando si entra nel regno dell’architettura ci si rende conto che si è a contatto con le sensazioni fondamentali dell’uomo e che l’architettura non sarebbe mai parte dell’umanità se non fosse anzitutto la verità da cui iniziare” Louis I. Kahn


Studente presso la Scuola di Dottorato Iuav, Università Iuav di Venezia in composizione architettonica. Dottore magistrale in Architettura, laureato presso il DIDA, Dipartimento di Architettura dell’Università degli Studi di Firenze, corso di Laurea Architettura quinquennale. Laureato con votazione 110/110 e lode ho discusso una tesi dal titolo LUX CAVAT LAPIDEM - Centro di ricerca archeologica per la religione etrusca. Ho studiato con i docenti architetti Fabio Capanni, Adolfo Natalini, , Maria Grazia Eccheli, Paolo Zermani. Dal 2012 al 2016 collaboratore alla didattica e dal 2016 cultore della materia con il docente architetto Fabio Capanni, professore ordinario di progettazione architettonica e urbana nel Laboratorio di Progettazione Architettonica presso il DIDA. Ho collaborato e organizzato mostre di architettura presso la Galleria dell’Architettura Italiana e il DIDA. Ho partecipato come capogruppo e progettista a concorsi di architettura nazionali e internazionali. Nel 2015 ho lavorato come tutor didattico per l’orientamento in itinere presso il DIDA. Sono membro del direttivo FAI - Giovani Firenze e Chied Design Officer per SmartFactory. I miei ambiti di interesse riguardano la progettazione architettonica ex novo di edifici pubblici, ricettivi, museali, culturali e sacri e nella riqualificazione di edifici di carattere storico-culturale. Studio i rapporti che la nuova progettazione instaura con le preesistenze e gli sviluppi culturali e sociali legati al tessuto esistente. Mi interesso alla progettazione di interni concentrandomi sulla qualità spaziale dell’architettura attraverso il rapporto tra spazio e luce. Possiedo padronanza delle tecniche della rappresentazione architettonica attraverso il disegno manuale e digitale. Ottima conoscenza dei programmi per disegno automatico, modellazione 3d, rendering, disegno, impaginazione e fotoritocco e competenze nella realizzazione di modelli architettonici tridimensionali.


BIO

informazioni personali

nome residenza domicilio telefono e-mail nazionalità data di nascita sesso contatti

istruzione

Buoncore Gianluca via II Manzoni 2, San Sostene Marina (CZ) Via Quintino Sella 19, Firenze (FI), c/o Stiacci +39 3478411034 gianluca.buoncore@live.it buoncore.gianluca@gmail.com italiana 14 febbraio 1990, Soverato (CZ), Italia M Linkedin Skype Divisare ISSUU Instagram

data istituto

2016 - in corso Università Iuav di Venezia, Scuola di Dottorato Dottorato di ricerca in Composizione Architettonica

data istituto

2010-2016 Università degli Studi di Firenze, DIDA_Dipartimento di Architettura, cdl Architettura quinquennale. Laurea conseguita con votazione 110/110 e lode.

data istituto

2009/2010 Università degli Studi “Mediterranea” di Reggio Calabria, Facoltà di Architettura, cdl Architettura quinquennale

data istituto

2004 /2009 Liceo Scientifico Statale di Soverato “Antonio Guarasci”, maturità scientifica conseguita con votazione 100/100 e lode


COMPETENZE

capacità e competenze

madrelingua altra lingua

Italiano Inglese - livello B2

competenze relazionali

Buone capacità relazionali, interlocutorie e discorsive. Capacità di relazionare in pubblico e occasioni ufficiali acquisite negli anni di studio e rivestendo ruoli di collaboratore con docenza universitaria.

competenze organizzative

Capacità di lavorare da solo o in gruppo come partecipante o coordinatore. Capacità di gestire l’organizzazione e l’esecuzione di mostre e conferenze.

competenze tecniche

Capacità di gestire un progetto di architettura in tutte le sue fasi e scale di rappresentazione. Capacità di realizzare modelli tridimensionali in diversi materiali. Competenze in progettazione architettonica, progettazione urbana, rilievo architettonico, grafica, design.

competenze informatiche

Ottima conoscenza dell’ambiente Windows, della suite Office in particolare dei fogli di videoscrittura e calcolo. Ottima conoscenza del disegno digitale, modellazione 3d, rendering, fotoritocco, impaginazione. Programmi: Autocad 2d e 3d, 3d Studio Max, Rhinoceros, Artlantis Maxwell, Adobe Photoshop, Adobe Indesign, Adobe Illustrator.

interessi

Architettura, design, grafica, storia dell’arte e dell’architettura, estetica.


ESPERIENZE

attività

tipologia anno

Collaboratore alla didattica, Professore Architetto Fabio Capanni DIDA, Dipartimento di Architettura Unifi, CdL Architettura quinquennale, Laboratorio di Progettazione Architettonica III, Laboratorio di Progettazione Architettonica IV Esperienza accademica 2012 - 2016

ruolo dove tipologia anno

Tutor didattico per l’orientamento in itinere DIDA, Dipartimento di Architettura Unifi, CdL Architettura quinquennale. Esperienza accademica 2015 - 2016

ruolo dove tipologia anno

Membro del direttivo FAI Giovani - Firenze, FAI fondo ambiente italiano Volontariato 2015 - in corso

ruolo dove tipologia anno

Direttore sezione architettura, Graphic Designer Luogos, rivista di arti e cultura Editoria e grafica 2015 - 2016

ruolo dove tipologia anno

Cultural Evangelist, referente per la città di Firenze Artplace, Mumble s.r.l. Cultura e turismo 2015 - 2016

ruolo dove tipologia anno

Responsabile sezione “Architetti e Architetture” Progettazionecasa.com Architettura, Editoria 2016 - 2017

ruolo dove


attivitĂ

tipologia anno

Cultore della materia, Professore Architetto Fabio Capanni DIDA, Dipartimento di Architettura Unifi, CdL Architettura quinquennale, Laboratorio di Progettazione Architettonica IV e Urbanistica II Esperienza accademica 2016 - in corso

ruolo dove tipologia anno

CDO - Chief Designer Officer SmartFactory s.r.l.s. Designer 2017 - in corso

ruolo dove tipologia anno

Tirocinante AGA - Architettura e Gestione Ambientale Tirocinio professionale febbraio - dicembre 2017

ruolo dove


DISCIPLINA


LUX CAVAT LAPIDEM

La terra, il cielo. L’ombra, la luce. La vita, la morte. La congiunzionedegli opposti e il cammino di scoperta. Un gesto sacralizzante, un gesto archetipo e preistorico. Un taglio nella roccia, una incisione nel terreno, quel gesto violento che genera sacrificio. Frammenti di roccia, resti archeologici di un organismo vivente fossilizzato. Un cerchio di pietre di dimensioni colossali, altari sacri scavati nel grembo della Madre, totem di sangue e ossa e pietra: “Com’è terribile questo luogo! Questa è proprio la casa di Dio, questa è la porta del Cielo”. Genesi 28: 17 Intagliati sul fianco dello sperone roccioso su cui nasce Sovana, rivolti a nord sulla valle della Toscana e verso il Monte Amiata, altari colossali generano un sistema di strada-piazze, uno spazio dinamico nel cuore della terra. A sud, regno degli dei della terra, le maestose pietre si proiettano dal terreno come ideali terrazze create per arte di levare. A nord, dimora degli dei del cielo, massi isolati si affacciano sul precipizio verso la valle delle necropoli, limitando lo spazio sacro interno e incorniciando ciò che di sacro vi è all’esterno. Uno spazio stretto tra un qui e un altrove, dove il cielo e la veduta diventano il punto di contatto tra il corpo e l’anima. Da est a ovest il cammino, dalla nascita della vita verso il sole che muore, il percorso all’interno delle pietre, in una ideale ricerca di verità percorrendo il mistero. Come pietre appena cavate alla luce della notte solida frammenti di un edificio virtuale indecifrabile, messi in atto al di là del tempo, dal tempo ridotti da edificio a geografia, animati per sempre da relazioni già trasferite dall’ordine delle cose naturali a quello dell’architettura. Una scala monumentale intagliata nella roccia conduce, dalla luce all’ombra, nel cuore del progetto. Una strada analoga a quella esterna articola lo spazio distributivo tra le varie pietre. Un grande nastro metallico si snoda

tra le pietre mute, separando un sopra e un sotto, una terra da un irrompente cielo. Tra pietra e pietra, scanditi dalla luce trasformata in veduta, gli ingressi ai vari blocchi. Masse compatte, sostanza del tempo infinito, vengono scavate dalla luce, trasfigurazione ideale dell’acqua nel suo lavoro lento e inesorabile. La terra si apre, si plasma sotto l’azione implacabile della luce che modella lo spazio. Equilibrio, forma, ordine, geometria: la luce umanizza lo spazio e il tempo. L’opposizione tra natura astratta della regola e l’infinita mutevolezza dell’elemento naturale, esplicita l’eterna lotta tra opposti. In questa lotta trasformata in dialogo, luce e spazio reciprocamente si cercano fino a fondersi. La luce diventa la regola, è colei che dona un’anima allo spazio e sotto la cui azione l’architettura esiste.

CENTRO DI RICERCA ARCHEOLOGICA PER LA RELIGIONE ETRUSCA Sovana (GR) Progetto | Prof. Fabio Capanni, Tesi di laurea, DIDA, Unifi 2016 Selezionato per Archiprix International 2017 Menzione d’onore per Minimal Architecture, by Arqoo More http://bit.ly/2fDY1hf


Al “tempo minore” ora succede il Grande Tempo, nell’opera si impone il Mistero. La poesia si rivolgeall’ombra, alla propria origine. La parola è agonia, rantolo, voragine, vox clamantis nell’immenso vuoto. Infine silenzio, polvere, nulla. Claudio Parmiggiani


PLASMATO

Un blocco compatto viene plasmato dall’azione della luce che scava la materia. Due elementi, il recinto e il sacello, formano spazialmente il progetto generando tre momenti: la soglia, il deambulatorio e la cella interna. La soglia si lascia scoprire nella massa muraria compatta e regolare. Il deambulatorio è definito dalla rotazione del sacello rispetto al recinto. La pianta crescendo verso l’alto aumenta la sua sezione e ruota ritrovando un allineamento con il perimetro esterno definendo così un tronco di piramide tortile. Tra pareti perimetrali e nucleo lo spazio distributivo subisce una doppia distorsione crescente, in pianta e sezione, definendo una via processionale alla scoperta dello spazio plasmato dalla luce. Dal cielo alla terra lo spazio si chiude e si comprime dove l’unico punto fisso rimane il taglio continuo in copertura che guida il cammino. All’interno del sacello lo spazio subisce una deformazione inversa rispetto all’esterno: alla compressione del deambulatorio si contrappone uno spazio in forma di piramide tortile che si apre verso l’oculo centrale che scava e plasma le pareti. Tutto il progetto lavora sulla contrapposizione tra la linearità esterna e la dinamicità spaziale interna generata e animata dalla luce in una doppia distorsione tridimensionale. Terra e cielo, il cammino dell’uomo e la verità del divino.

UNO SPAZIO PER LA PREGHIERA Workshop Spazio, luce, architettura Convento de La Tourette Prof. Fabio Capanni, Prof. Manuel Aires Mateus, Prof.ssa Maria Bonaiti, Prof. Francesco Cacciatore 2015


Camminiamo come ciechi tra le rovine

La piana fiorentina si presenta oggi come un sistema caotico e all’apparenza casuale. Tracce, misure, segni sono stati dimenticati, superati. La montagna è il limite fisico della piana. Sulla partizione centuriale, l’impianto rinascimentale instaura un sistema prospettico, un cannocchiale visivo di collegamento tra monte e piana. La villa, in questo sistema paesistico, rappresenta il fondale scenico, l’elemento ordinatore per eccellenza. Il viale Gramsci, antico decumano, divide da una parte lo sviluppo incontrollato della città, dall’altro l’ultimo frammento inviolato della piana fiorentina. I segni dei campi paralleli ai corsi d’acqua e le tombe etrusche sono i segni che emergono in quest’area. Parallelo alle linee dei campi si inserisce il progetto: un taglio lungo e profondo nel terreno. Attraverso l’incisione, il taglio come gesto di violenza, l’uomo primitivo si avvicina al sacro: “Il sacrificio genera vita, è causa di vita, il sacrificio fa la vita, e la vita – la purezza – è causa del sacrificio” dice Emilio Villa nel suo libro L’arte dell’uomo primordiale. Dal sacrificio l’uomo primitivo giunge alla religione, arriva a riconoscere un altro da sé. Non è un caso che il mito etrusco della nascita della religione prenda avvio da un sacrificio, un’incisione nel terreno dalla cui terra smossa prende forma Tagete, l’infans, il primum che insegnerà la religione agli Etruschi. Nel caos di quel che resta della piana fiorentina, il progetto diventa uno scavo archeologico, una ferita, un taglio per sacralizzare la terra ma anche elemento misuratore e principio d’ordine. Luogo di religione nel senso etimologico: dividere la terra e tenere insieme le due parti in completa dicotomia, la città e la piana. Frammento riemerso, un’enorme pietra resiste all’andamento del solco, omphalos di una croce in assenza che riprende la direzione estovest delle due tombe etrusche vicine.

La lunga via processionale porta ad abbandonare la quota odierna per addentrarsi nella terra, scrigno di ombre e custode di rovine. Sotto una grande copertura in aggetto resti, frammenti, rovine abitate. Al centro l’ enorme pietra tombale avvolta e sospesa nell’ombra incombe sullo spazio dell’aula. Le spalle del solco inquadrano una porzione di cielo. L’aula, fondale prospettico, diventa un basamento dove contemplare il monte estraniatisi dalla corruzione del paesaggio esterno. Un ideale tempio colonnato con al centro il naos, una cella sacra che custodisce il mistero. Il progetto acquista il carattere di rovina abitata, un corpo scarnificato occupato dalla vita. Vetro trasparente e intonaco bianco sono gli unici materiali che si affiancano al béton brut, moderna pietra, sempre scostati o arretrati per denunciare l’impossibilità del moderno di comprendere a pieno il passato. La croce, fondale prospettico dell’intero progetto, si perde alla vista durante la discesa nella terra. La terra viene rivelata dalla luce. La parete absidale dell’aula viene completamente smaterializzata, la luce penetra nell’ombra incombente. La piana diventa una quinta prospettica che si perde in un orizzonte leopardiano inquadrando e sublimando il monte contro il quale si staglia la croce ritrovata: la terra si eleva al cielo alla ricerca del mistero. Il tempo avvolge ogni cosa: la terra si sgretola, si logora, si dilava. Ogni elemento risponde al suo volere, alla sua azione, alla sua forza. Tutto è rovina, tutto è frammento, parvenza di un qualcosa che non può più essere. Viviamo il tempo delle rovine e in queste ci muoviamo in cerca di tracce lasciate nella cenere.

UNA CHIESA NELLA PIANA Loc. Quinto, Sesto Fiorentino (FI) Progetto | Prof Paolo Zermani, Laboratorio V, DIDA, Unifi 2014


“Nell’infanzia del tempo l’arte fu preghiera, poco è rimasto di quella infinita bellezza. Ora non siamo più capaci nemmeno di pregare. Camminiamo come ciechi tra le rovine” Claudio Parmiggiani


Le sue forme, le sue misure, la sua identità

Il castello dell’imperatore è un edificio dove si sono stratificati elementi storici importanti, che lo hanno reso un libro dove leggere vicende urbane e fasi storiche. Il progetto di riqualificazione prevede la realizzazione di un caffè letterario ispirandosi alle inclinazioni letterarie di Federico II di Svevia. Una nuova scalinata monumentale scende come una cascata di pietra dal fronte del castello riversandosi nella piazza antistante. La quota di calpestio non è stata alterata, ma solo livellata e rivestita con della pietra serena. In sostituzione delle scale in cemento armato sono state inserite delle nuove scale alle quali si affiancano dei montascale a piattaforma elevatrice per disabili, il tutto celato dietro setti murari in mattoni ad altezza costrante. La discutibile scala interna di accesso in forma di spicchio di ottagono, è stata sostituita con una scala ad asse centrale e rampa laterale, molto più sobria e in linea con i caratteri costruttivi del castello. Il caffè letterario si colloca nella possibile posizione della corte interna. I pieni e i vuoti si invertono. Quello che un tempo era un pieno, lo spazio della sosta, diventa un vuoto, uno spazio da percorrere; quello che era un vuoto, uno spazio di passaggio, diventa un pieno, spazio di sosta. Una grande piastra compatta dalla volumetria precisa e misurata si adagia al suolo. Pochi punti di contatto col terreno la rendono leggera, un elemento effimero e volubile. Le misure vengono dallo studio dei possibili ambienti interni passati, dalla letture delle tracce rimaste sugli apparati murari. L’edificio si presenta come un ammasso di assi di legno, un ideale cantiere appena smontato o ancora da montare, possibili resti delle parti demolite o elementi pronti a formare nuovi spazi. La massa compatta presenta una sola apertura nell’angolo prospicente l’accesso al castello. La

piastra lignea massiva e compatta è scavata da quattro corti quadrate di dimensione variabile variamente articolate attorno ad uno spazio quadrato centrale. La piastra viene scavata come lo era il volume del castello dalla corte centrale. L’andamento del vuoto delle corti, letto come pieno all’interno, forma e articola la suddivisione interna degli spazi, senza necessità di ulteriori suddivisioni. All’interno uno spazio d’ingresso e di relax, una zona di lavoro con il bancone del bar, un piccolo spazio per concerti o conferenze, zona di sosta e lo spazio centrale polifunzionale. La struttura poggia su una fondazione continua in calcestruzzo armato, con pilastri in ferro cruciformi che sorreggono l’intera struttura perimetrale. Questa infatti non tocca mai il terreno, rimanendo sospesa in una lama d’ombra dall’esterno e in un fascio di luce dall’interno. Le pareti stesse formano il sistema portante: una maglia di assi di legno orizzontali separate da listelli, tutto tenuto fermo da montanti metallici. Il sistema, esteso a tutta la strutta, corti interne comprese, forma una griglia permeabile alla luce e alla vista. Il rapporto con il castello viene ristabilito, oltre che dalla formazione della struttura e dalle misure, attraverso uno sguardo costante dall’interno verso l’esterno. Le corti diventano delle lanterne luminose che irradiano l’ambiente interno con una luce diffusa. Gli spazi del caffè letterario sono collegati agli ambienti ipogei esistenti da vecchia scala murata riaperta e ampliata per permettere la fruizione dei tre spazi e l’utilizzo dei servizi igienici. Il nuovo edificio si pone come un elemento volutamente estraneo, quasi galleggiante al centro della corte, ma che dal castello trae le sue forme, le sue misure e la sua identità.

RIQUALIFICAZIONE DEL CASTELLO DELL’IMPERATORE Prato (PO) progetto | Prof. Claudio Batistini, Laboratorio di Restauro, DIDA, Unifi 2013


Tutto è rovina, tutto è frammento

Frammenti di storia riemergono dopo una lunga e muta attesa. Frammenti legati da tracce di storia passata. Frammenti che fissano nuove vecchie misure nell’indeterminatezza delle rovine. Spazi un tempo vivi, portatori di una peculiarità, mutano le loro forme, cambiano la loro anima. La necessità di restituire identità al luogo fa riemergere le antiche tracce che definiscono una misura precisa. Dal terreno riaffiorano solitari blocchi silenti, “frammenti di un edificio virtuale indecifrabile”. A questi si contrappone un grande vuoto che mostra la storia celata dal tempo. Il ritrovamento delle masse di pietra che dormono un sonno mortale nella terra, fa riaffiorare antiche geometrie che vengono riprese come modulo generatore del progetto. Vuoti di un passato e pieni di un presente dialogano a quote diverse. L’impossibilità di cogliere il passato nella sua interezza dalla quota odierna, spinge l’osservatore ad addentrarsi lungo l’antica via, congiunzione tra quello che è, e quello che è stato. Scavati nella nuda roccia si dispongono frammenti, residui di edifici in un continuo dialogo con lo scavo archeologico. Le rovine, entrando prepotentemente nell’edificio, accompagnano il visitatore. Alla frammentaria materialità degli ambienti adiacenti la villa, si contrappone lo spazio espositivo, caratterizzato da linearità e purezza stereometrica. Il corpo ipogeo subisce una dilatazione spaziale grazie ai grandi lucernari strombati. Luce e materia sono le uniche sovrane, dove entrambe s’inseguono per esaltarsi l’un l’altra. Lo spazio espositivo si articola attorno ad un fulcro centrale, blocco che racchiude la “stanza del tesoro”. Posta nella posizione dell’impluvium della villa, la stanza centrale diventa il cuore di tutto il museo, avvolta da possenti pareti murarie, dalle dimensioni degli scavi, che ne definiscono un

percorso tutto intorno, una sorta di scoperta, dal buio alla ricerca del cielo. La stanza centrale, diventa astrazione dell’impluvium della villa, un pieno in funzione del vuoto, ma anche richiamo esplicito a quella predilezione per lo scavo, per il mondo sotterraneo tanto caro agli etruschi. Così come l’impluvium raccoglieva in sé le acque piovane, altrettanto la stanza centrale ipetra lascia che pioggia e luce bagnino le sue pareti, raccogliendo ai suoi piedi uno specchio d’acqua che ne amplifica lo spazio per riflesso. La stanza risulta inaccessibile, uno spazio ove affacciarsi senza poter entrare. Vi è l’impossibilità per l’uomo moderno di accedere in maniera diretta al passato. L’uomo rimane spettatore inerme di eventi scolpiti nella pietra. La luce è un elemento privilegiato per incidere la consistenza scabrosa della materia, per fissare la mutevolezza del reale nella staticità della storia. La stanza diventa un sacrarium, un luogo di silenzio, memoria e riflessione. Sulle pareti di cemento, moderna pietra, antiche parole in etrusco scavano delle tracce, qualcosa di indecifrabile e per sempre muto. Figura chiave dell’architettura etrusca è la circonferenza. L’elemento circolare deriva chiaramente dalle strutture ipogee. L’ultimo elemento del progetto, è la scala di risalita. Uno scavo circolare, della dimensione dell’impluvium in totale astrazione, scava nel terreno una circonferenza di luce. Nessuna struttura protegge la villa. Destata dal suo sonno sotto il velo della storia, rimane esposta al cielo, in balia dell’azione del tempo, padrone sovrano di tutto il progetto. Ogni elemento risponde al suo volere, alla sua azione, alla sua forza. I blocchi, come le rovine, si sgretolano, si logorano. Tutto è rovina, tutto è frammento, parvenza di un qualcosa d’intero che è stato.

MUSEO ARCHEOLOGICO ETRUSCO Loc. Gonfienti, Prato (PO) Progetto | Prof. Maria Grazia Eccheli, Laboratorio IV, DIDA, Unifi 2013


“Un evento imprevedibile ce li ha resi, appena cavati, già materiale di spolio, definiti per un programma mai messo in atto e pronti a collaborare ad un programma nuovo non ancora determinato che li accolga “come già sono”, frammenti di un edificio virtuale indecifrabile” Francesco Venezia


Segno, corpo, volume

Il progetto prevede la costruzione di un centro culturale e naturalistico nella città di Piura, in Perù. Lo scopo principale è quello di creare un polo museale nazionale per la conservazione e l’esposizione dei tesori archeologigi del Paese. Non meno importante è l’intento di far sì che questo nuovo polo risulti motore di sviluppo culturale, sociale ed economico per l’itera area, e posibile zona di espansione urbana. Di conseguenza non è stata prevista la sola progettazione degli ambienti espositivi, bensì di un organismo molto più complesso che potesse rispondere a tutte queste esigenze. Accanto alla zona museale infatti, prendono corpo ambienti amministrativi, ricreativi, didattici, laboratori di restauro e produttivi. All’interno del lotto infatti, è prevista la realizzazione di piantagioni di prodotti locali, che siano in grado di incrementare gli introiti grazie alla produzione e la vendita di materie prime oltre che abbassare il preoccupante tasso di criminalità e disoccupoazione che interessa l’intera area. La presenza del giardino botanico offre alla struttura la posibilità di divenire un polo di aggregazione sociale oltre che di studio. Si tratta di un propgetto ad ampio respiro che mira al coinvolgimento di più fattori nella piena consapevolezza di quali siano le possibilità e gli obiettivi della committenza. Il lotto si trova nell’area settentrionale del Perù, quattro chilometri a sud dal centro di Piura. L’area di progetto risulta periferica e mal collegata al resto della città, nonostante la vicina presenza della Panamericana Norte, importante arteria di comunicazione. L’area è delimitata da strade strerrate e un canale di irrigazione, ed inserita in un contesto semidesertico e poco urbanizzato. All’interno del lotto scarsa vegetazione ed edifici di poco rilievo sono gli unici elementi dell’immensa distesa. L’area

è caratterizzata da deboli precipitazioni annuali, con temperature e umidità relativa molto alte. Situata in prossimità dell’equatore, la regione presenta un uguale numero di ore di luce e di buio, con escursioni termiche di scarso rilievo. La morfologia nasce dall’analisi delle realtà locali a livello storico, simbolico e artistico. Dallo studio dell’arte peruviana emergono in modo prepotente come segno territoriale e messaggio comunicativo le linee di Nazca ottenute per sottrazione di materia. Un riferimento fondamentale per l’uomo sud americano è la costellazione della Cruz del Sud, visibile in ogni periodo dell’anno, che consente d’ individuare il polo sud celeste. L’impianto planimetrico nasce dalla volontà di riportare come segno visibile, questa volta dall’alto, l’impianto della Cruz del Sud con la stessa tecnica rappresentativa delle linee di Nazca. Il progetto appare come una traccia scavata nel terreno alla quale si affiancano dei volumi. Coerentemente con ciò che accade nell’architettura precolombiana, i volumi appaiono come figure stereometriche cieche dalle superfici scabrose, chiaro esempio è la città di Chan-Chan. Trattandosi di un museo archeologico dedicato alla cultura moche, altro riferimento fondamentale è stato lo studio dell’arte di questo popolo, che pone al centro della sua rappresentazione la figura umana. Il progetto infatti assume la morfologia del corpo umano. La traccia nel terreno rapprenta la spina distributiva che come una via sacra accompagna verso il volume maggiore che ospita le attività amministrative, ricreative e didattiche. Lungo il corpo si affiancano gli ambienti del museo , della biblioteca e i laboratori di restauro.

MUSEO NACIONAL, BIOCENTRO Y JARDINO BOTANICO Piura, Perù Progetto | Prof. Marco Sala, Progettazione ambientale, DIDA, Unifi 2013


Endocosmo ed esocosmo si sfiorano

La storia ci consegna il parco delle Cascine come un luogo frammentato, che ha visto aumentare la distanza con la città. Le continue ferite inferte al corpo inerme del parco, spingono alla creazione di un punto nodale che sia in grado di riallacciare quell’intimo rapporto col tessuto urbano. Frammenti di città, quei nuclei storici della città di Firenze in forma di quadrato, di disassano verso la campagna, in un diradarsi della maglia urbana andando a generare l’edificio e la nuova piazza. Rotazioni ed incastri, legami forti e indissolubili, mettono in contatto costruito e naturale. Città e campagna, pensate come blocchi distinti, comunicano tra loro attraverso le viste. Il corpo dell’edificio infatti, ruotato rispetto all’allineamento del tessuto urbano, offre scorci e visuali sempre diverse, in un invito allo sguardo offerto dalla luce. La posizione asimmetrica del corpo all’interno dello spazio esterno rafforza il rapporto interlocutorio instaurato con la veduta, misurata e calibrata, attraverso punti di contatto stabiliti dai passaggi che focalizzano prospettive ristrette e ravvicinate. Un blocco puro, rigido, che attinge il suo essere a forme care alla città di Firenze. La severa stereotomia del corpo di fabbrica, che emerge nelle linee morbide del parco, sembra volta a rafforzare il suo carattere di elemento astratto della composizione nel rapporto antitetico con il proprio paesaggio. Il progetto è pensato per emergere piuttosto che essere immerso nell’ambiente naturale circostante. Un monolite, un blocco di pura materia astratta che si staglia tra le fronde ondeggianti degli alberi. Poche fenditure, lame di luce volte ad offrire scorci di paesaggio. Uniche infrazioni alla regola sono la parete d’ingresso e la loggia. La prima diventa un invito per lo spettatore ad entrare nel corpo, dove la

materia si ritrae, si inclina per accoglierlo nel proprio ventre. All’interno, la percezione muta. Alla severità esterna, fa da contrappunto un interno dinamico, aperto. Uno spazio anche questa volta rigidamente ordinato ma visivamente fluido, dove la continuità spaziale viene scandita da pochi setti murari che ne accentuano la severa geometria. Un nuovo mondo all’interno dell’edificio dove la fisionomia di corpo astratto dell’edificio, si accentua per la totale estraneità del mondo esterno. Luce e materia sono le uniche sovrane, dove entrambe s’inseguono per esaltarsi l’un l’altra. Il vuoto centrale diviene il perno attorno al quale si sviluppa lo spazio in forma del grande foyer che si snoda per tutto l’edificio. Una colonna di luce e aria, un vuoto che diventa pilastro portante dello spazio interno. Il piano superiore viene scandito da setti murari tutti della medesima consistenza. All’interno di ogni sala, la luce esprime poesie differenti: ora diretta e forte, ora tenue e morbida, ora curva, ora lama. Infine l’ultima sala espositiva. Dopo aver ammirato disegni e progetti di Giuseppe Poggi, ecco apparire, l’opera più bella e più grande dell’architetto fiorentino: Firenze. Dalla introversione dominante in tutto l’edificio, si passa in maniera improvvisa e quasi brutale alla vista esterna, generando sorpresa e stupore in un occhio non più avvezzo allo spazio aperto. La terrazza paronimica, elemento caro a Poggi, scava come una grotta primitiva il corpo dell’edificio, accentuando ed enfatizzando quel rapporto dialettico tra dato di natura e artificio dell’uomo. Una stanza all’esterno, capace di proiettare all’interno chi sta fuori e viceversa. Endocosmo ed esocosmo si avvicinano fino a toccarsi e fondersi. Interno ed esterno confluiscono uno dentro l’altro senza dicotomie, sfumando il paesaggio dall’una all’altra condizione spaziale.

MUSEO GIUSEPPE POGGI ALLE CASCINE Firenze (FI) Progetto | Prof. Fabio Capanni, Laboratorio III, DIDA, Unifi 2012


ARCHITETTURA


1+1=1

L’uomo è auctor, artifex, pensa, progetta, costruisce, da forma alle cose che ha pensato e progettato e stabilisce come queste si relazionano col mondo. Si lavora per costruire le condizioni di un silenzio che possa farci ascoltare la parola di Dio, dell’altro, il suono delle cose del mondo, la loro melodia, il loro ritmo. Il silenzio che si vuol pensare è ricompensa per il sacrificio del proprio io all’opera. Non interessa esprimere se stessi più di quanto non serva – “non eccedere è la prima condizione per un quieto e cosciente dispiegamento”. Si sceglie di fare chiarezza! Claritas espressa nella concezione formale dei fuochi – inseguendo un’ideale elementarietà di “nobile semplicità” – e nella loro distribuzione nello spazio del presbiterio. Grunewald nella pala dell’altare di Isenheim a Colmar dipinge il Battista intento a pronunciare le parole: Illum oportet crescere me autem minui. Una sorta di esortazione, impossibile da tacere, al silenzioso ascolto di Dio. In questo silenzio risiede la possibilità dell’evento, della liturgia, della contemplazione, dell’ascolto, della partecipazione. “Una goccia più una goccia è uguale a una goccia più grande” Questa suggestiva immagine esprime il principio guida del progetto di adeguamento liturgico ma può anche descrivere, forse, l’essenza del messaggio di rinnovamento espresso dal Concilio. La comunità che si unisce pone le basi per costruire se stessa, la propria casa e i simboli che la legano a Dio. Guidato dall’artista, ogni singolo parrocchiano potrà essere coinvolto, se vorrà, nel rinnovamento della “casa”. La carta utilizzata per realizzare l’Altare, il supporto dell’Ambone, del leone stiloforo, riutilizzato come base per il cero pasquale, e il basamento della Cattedra, sarà realizzata “su misura” con tecniche artigianali, secondo la tradizione delle cartiere del territorio di Pescia, e indurita con colle naturali e polvere di marmo, ottenuta

dalla frantumazione e macinatura fine dei colonnini della balaustra preesistente, rimossa come da proposta di progetto ma mantenuta come memento. I singoli fogli impilati, in numero di circa 120 ogni 10 cm di altezza, verranno pressati insieme a formare un unicum, un nuovo “tutto” proprio come i singoli fedeli formano la comunità riunita. Sulla sommità dell’altare, una fine lastra in argento – ottenuto rifondendo piccoli preziosi e quant’altro si riesca a raccogliere, in forma di offerta, dai parrocchiani, dalle comunità della Diocesi – impreziosirà la mensa rimarcando il principio dell’1+1=1. In una serie di Performances e/o Workshops realizzati all’interno dell’aula della Cattedrale. L’artista scriverà a mano, su ogni foglio utilizzato per i fuochi, l’invettiva del Battista “Illum oportet crescere me autem minui / bisogna che Egli cresca, e che io invece diminuisca” (Giovanni, 3, 30). Queste parole scritte in pastelli ad olio del tono “sanguigna” resteranno, poi, invisibili agli occhi di chi celebrerà la messa in futuro e al contempo echeggeranno nel silenzio dell’aula, perché lì esse permarranno in eterno, contenute nella materia dei fuochi liturgici. Lo spazio presbiteriale è illuminato in maniera diffusa ed uniforme, al fine di definire la corretta gerarchia dello spazio. Luci di accento enfatizzano la posizione dei fuochi, mentre i puntamenti sugli spicchi e sulla cupola contribuiscono ad una lettura verticale dello spazio. Il coro presenta una illuminazione molto più calda e contrastata, al fine di conservare la sacralità e spiritualità del luogo facendo da quinta al fulcro dato dall’altare.

ADEGUAMENTO LITURGICO DELLA CATTEDRALE DI PESCIA Pescia (PT) Concorso di idee con L. Socci, capogruppo Simone Barbi, progettista Chiara Bertin, artista Don Patrizio Mirri, liturgista Egidio Ferrara, consulente illuminotecnico 2018


Il candido stare

Il progetto di restauro mira alla ridistribuzione funzionale degli ambienti della casa e al ridisegno dell’arredo. Le murature in mattoni portanti sono state tagliate e tramite l’uso di cerchiature son stati realizzati i varchi che mettono in comunicazione soggiorno-pranzo e pranzo-cucina. La riorganizzazione della zona dei servizi ha permesso la realizzazione di due bagni e uno spazio di lavanderia. Restano strutturalmente invariate le due camere da letto. Il pavimento in parquet viene proseguito e ripristinato in tutti gli ambienti ad esclusione dei bagni, proseguendo la trama preesistente. Tutti gli arredi sono stati disegnati e realizzati artigianalmente. Un sistema di boiserie in legno laccato bianco si sviluppa sulle pareti del soggiorno andando ad integrarsi con i varchi nelle murature. L’intero piano cucina e la colonna forni sono disegnati su misura con un sistema modulare, con cassetti con apertura e spinta che lasciano le pareti completamente lisce. Il piano il Kerlite nera completa il complemento d’arredo, dove il lavabo e i fuochi sono ritagliati nella materia rimanendo al livello inferiore del piano d’appoggio. Armadiature progettate e realizzate artigianalmente si inseriscono nelle due stanze da letto, andnado a definire una nuova parete interna apribile. I bagni presentano nuovi piani per i lavabi progettati ad hoc: un piano sospeso rivestito in Kerlite nera sorregge i lavabi a vassoio. A livello di impianti è stato riordinato l’intero sistema elettrico per far fronte alla nuova distribuzione interna. L’impianto di riscaldamento è stato integrato con una pompa di calore i cui tubi vengono inseriti nella boiserie del soggiorno a scomparsa.

ABITAZIONE PRIVATA Firenze (FI) Restauro | AGA Architettura, tirocinio 2017


Di luce e maiolica

La proposta progettuale segue alcune riflessioni che fanno riferimento all’essenzialità di spazi dell’abitare contemporaneo, che chiamano alla memoria i più antichi e semplici modi di allestire gli ambienti interni. Le suggestioni che proponiamo sono principalmente riferite a sensazioni materiche e cromatiche (intonaci e pavimentazioni) che potrebbero ben adattarsi agli spazi dell’abitazione in oggetto. L’idea generale prevede, come nelle immagini di fianco riportate, di rendere gli ambienti omogenei e cromaticamente uniformi, sia per migliorare la qualità della luce naturale, sia per armonizzare e ridurre il contrasto attualmente forte che deriva della presenza di molte finiture e coloriture diverse e quindi ampliare la sensazione dello spazio. Tale omogeneità potrà essere raggiunta secondo diversi gradi d’intervento, più o meno oneroso, avendo come obiettivo principale la mitigazione della texture che attualmente hanno le pietre di rivestimento, posizionate sulle murature dei vari ambienti dell’abitazione. L’impiego di intonaco di calce pigmentato, la possibilità di uniformare il pavimento con utilizzo di tinteggiature apposite o resine specifiche, la tinteggiatura degli infissi renderanno l’ambiente uniforme permettendo di enfatizzare, volendo, alcuni inserimenti colorati come quello della parte in maioliche e la nuova scala di accesso alla camera con la nuova base-mobilio. Come Prima azione si propone di demolire i paramenti in pietra realizzati nel soggiorno e bagno, quindi con le pietre recuperate da queste demolizioni, andare a regolarizzare la forma dei rivestimenti nella zona ingresso; analogamente si demoliranno i rivestimenti in ceramica presenti nel bagno. Una volta regolarizzate le geometrie delle porzioni di muro rivestite in pietra si procederà ad intonacare con intonachino di calce colorato le pareti e i soffitti, tranne una fascia alta circa 100-120 cm sulla parte sinistra della zona soggiorno, che andrà realizzata con maioliche colorate, in questo locale a completare la parete si prevede di demolire la scala esistente e realizzarla come

da disegno, in parte in arredo e in parte in muratura. I pavimenti saranno realizzati in resina a minimo spessore (compresa la camera da letto e i gradini) in colore chiaro. Nel bagno si dovrebbe prevedere lo spostamento del boiler elettrico sopra la vasca (sicurezza) la realizzazione di nuovo intonaco ove demoliti rivestimento e realizzazione di nuovo intonaci a finitura lavabile (tipo marmorino o smalto). Si propone la verniciatura degli infissi, compreso il portone d’ingresso. Volendo a completamento della sistemazione degli spazi, potrebbe essere realizzato in camera un sistema di due armadi a lato della finestra e la sostituzione della porta scorrevole con un tendaggio-arredo, in colore a contrasto con i toni chiari di pareti e pavimenti.

ABITAZIONE PRIVATA San Donato Val Comino (FR) Restauro | AGA Architettura, Tirocinio, 2017


Scoperta meravigliosa. Affascinante musa

Ogni progetto è una forma di volontà. Ogni progetto è conio, impressione di un qualcuno in un dove. La intensità con cui si esprime la propria volontà, la pressione con cui si imprime il proprio conio, è ciò che qualifica il progetto nei confronti del luogo. La volontà è stata quella di legarsi ai luoghi, rispettarne i caratteri, le forme, la lezione, senza però subirne un’inutile sudditanza. Il primo movimento della matita è stato qeello disegnare l’isola di prospetto, dalla laguna, cominciando dalla piattaforma terrestre, poi i pochi tratti per dar conto dei fabbricati esistenti infine il campanile, presenza potente eletta come elemento qualificante (anche) del nuovo progetto. Strumento urbano indispensabile per il dialogo (a distanza) con la laguna e le altre isole. Il secondo movimento è stato quello di ridisegnare l’isola in pianta, fuoriscala così da lavorare per proporzioni e armonie prima che con misure o programma. Le tre porzioni di terraferma intervallate dai tre canali, gli edifici preesistenti, i collegamenti e i moli protesi verso la laguna sono gli elementi da cui partire per stabilire una gerarchia da sotenere con il “nuovo” progetto. Il terzo movimento è stato quello di ricercare, in ciò che già c’era sull’isola, le ragioni del progetto (ancora senza misure ne programma). Non esiste un concept semmai una intentio essenziale che aveva come scopo quello di dar forza e forma alle due anime già presenti sull’isola, costruito e natura. COSTRUITO_ Un elemento prende le misure dagli edifici esistenti. 15 metri di spessore come la sede del nostro auditorium si sviluppano in lunghezza definendo (completando) la porzione già costruita sull’isola centrale ed estendendola in quella a nord. Un edificio ponte, un corridore, un muro abitato che arriva a definire una piazza d’acqua in corrispondenza della testata destinata agli sportindoor e alla sala delle associazioni studentesche (e delle feste). La composizione (1:4 con lato 90 metri) definisce un recinto lineare a “C” aperto

sulla laguna nel lato di ponente al cui interno trovano posto le preesistenze recuperate e alcuni nuovi volumi destinati alle “aule grandi”. La volontà è stata quella di cercare un carattere civile per questa nuova architettura che (senza remore) vuole “rappresentare” la nuova “vocazione” dell’isola. Il grande portico su due ordini è il volto che rappresenta il campus e ne lega tutti gli elementi in un unico ritmo, nato dalle preesistenze. Dentro la cortina d’ombre trovano posto funzioni diverse, gerarchizzate per strati orizzontali: “aule grandi” per la didattica al piano della piazza e camere e spazi comuni nei due livelli superiori. Ogni 30 metri una pausa nel costruito ospita i corpa scala che legano i vari livelli e offre accesso alle aree a parco rendendo permeabile l’edificio. Tutti gli edfici esistenti saranno sottoposti ad interventi di restauro conservativo (laddove il manufatto presenti caratteristiche tali da giustificare questo tipo di intervento) o recupero delle murature unitamente ad un necessario rinforzo strutturale. Il nuovo si relazionerà all’esistente secondo varie strategie: completando le forme interrotte, sopraelevando senza toccare l’esistente, utilizzando l’esistente come facciata. In tutti i casi fondazioni indipendenti e giunti sismici adeguati garantirano la perfetta indipendenza del nuovo rispetto all’esistente.

UNIVERSITY ISLAND Isola di Poveglia, Venezia (VE) Concorso di idee, YAC con S. Barbi, N. Gatti, M. Lorenzini, F. Montefusco, L. Socci 2016


LUX LEVAT LAPIDEM

Un paesaggio storicamente caratterizzato dall’ordine centuriale della colonizzazione romana che si disgrega verso la campagna. Da un lato la città storica con la sua regola, dall’altro la campagna consumata dalle fabbriche, in mezzo il Cimitero Monumentale che diventa principio d’ordine e misura. L’edificio accoglie le proporzioni del lotto per costruire uno spazio centrale ed unitario evocando il modulo base della centuria, diventando anch’esso un principio d’ordine nella schizofrenia progettuale delle cappelle private che affollano le grandi corti del cimitero. Il Tempio non è che un edificio elementare, un recinto che definisce uno spazio sacro, distinto, interrotto da 4 varchi e coperto da una grande lapide sospesa. Si tratta quasi di un edificio fatto di niente, dove la massa costruita è solo il 10% del volume, ma questo niente di cui è costruito il Tempio è un niente che significa tutto. Qui si custodisce la memoria dei cari estinti, si conserva la possibilità di un ricordo, una preghiera in uno spazio che si apre verso la luce. Nel suo Giudizio Universale, Beato Angelico ha fissato la transizione tra vita e morte, nel momento in cui le tombe si scoperchiano, in cui nel tumulo arriva la luce. Il valore estremo universale del giudizio finale è concentrato in quel manufatto posto tra suolo e sottosuolo. Il manufatto non è basamento né tumulo: è l’uno e l’altro. Un’asola di luce penetra tra recinto esterno e copertura generando una sospensione inaspettata. Una grande lapide sospesa tra la sepoltura e la resurrezione. Dieci centimetri che lasciano entrare luce sufficiente a fendere l’ombra in cui il ricordo dei cari estinti si fa monumento. In quello spazio minimo alberga la potente allusione alla dimensione del dialogo tra gli opposti: vita e morte, gravità e levità, terreno e celeste.

Una volta entrati tutto è concentrato e concentrico. Il centro è un vuoto in cui si esprime la massima altezza dell’aula e in cui gli elementi celesti entrano all’interno dello spazio sacro, significandolo. Se all’esterno non esiste più un centro o un orizzonte, qui dentro tutto è rivolto verso un centro simbolico oltre che che fisico. In questo spazio sospeso si vuole permettere alla moltitudine di abbracciare l’uno. L’unico grande spazio, l’aula o teatrum memoriae, degradante verso il centro offre i vantaggi di una esperienza ricca di suggestione, senza comportare disparità tra chi sarà tumulato ad una quota piuttosto che ad un’altra. “Il termine contemplare viene da tempio. Contemplare è letteralmente tagliare nello spazio il luogo consacrato a Dio. Il tempio, temenos, il recinto divino, è ciò che è stato tagliato, nel senso dell’estensione. La fondazione del tempio, nello spazio, è il fondamento dell’atto di contemplare” Jean Clair

Il Tempio è definito da 5 recinti impostati su 5 quote diverse, questi contengono i loculi in cui sono alloggiate le urne custodite da una lapide bianca. I muri mantengono un’altezza costante di 240 cm così da avere, ovunque, una visibilità ottimale delle lapidi e al contempo “sentire” lo spazio unificante dell’aula intera pur restando dentro una enclave protetta e concentrata. Al centro un catino ribassato, coperto con breccia di marmo ottenuta dalla frantumazione degli scarti di lavorazione delle lapidi, accoglie gli elementi che piovono del cielo: luce, pioggia, neve, così come i semi di fiori selvatici che attecchiranno e cresceranno spontanei al centro del Tempio, garantendo una presenza e un orizzonte di speranza per le preghiere.

NUOVO TEMPIO SOCREM PRESSO IL CIMITERO MONUMENTALE DI PAVIA Pavia (PV) Concorso di idee con S. Barbi, F. Montefusco 2015


La giusta forma del vuoto ricavato dallo spazio e dalle superfici non è affatto una pura negazione dell’espressività, anzi è il suo opposto: si comporta come il silenzio rispetto alla parola, non appena l’uomo si apre ad esso percepisce una presenza misteriosa. Romano Guardini


Così comincia una biblioteca

Il progetto si struttura a partire dalla ricerca della giusta illuminazione dei vari spazi della biblioteca. Gli spazi comuni della biblioteca sono orientati verso sud est per godere pienamente di luce e vista sul mare, a nord, lato che fronteggia la città, gli “studioli” trovano carattere/sono caratterizzati attraverso il taglio di luce zenitale che, ritmato dalla scansione delle travi strutturali (poste ad interasse di 175 cm esattamente come gli spazi studio) si diffonde all’interno dello spazio attraverso una “attenta” sagomatura del soffitto. All’ultimo livello si trova uno spazio pubblico attrezzato con bar e stage per spettacoli e conferenze, aperto sul panorama della città a 360°. Di notte questo spazio diventa una lanterna che marca la presenza dell’edificio nello skyline di Copenaghen. I materiali usati sono ridotti al minimo e caratterizzano i due elementi architettonici del basamento/piazza e dell’edificio della biblioteca per contrasto: un basamento massiccio di cemento blu delimita il lotto e custodisce una piazza interna aperta verso il mare su cui si affacciano negozi e servizi, l’edificio della biblioteca, dall’aspetto unitario e leggero, viene sospeso su un’ombra che disegna il portale di ingresso alla biblioteca dal mare ospitando attività all’aperto. Il blu del cemento e il bianco opalino della parete sospesa in U-glass dialogano col contesto introducendo un carattere riconoscibile, ispirato al contesto ampio del l’intorno paesaggistico piuttosto che all’ambito ristretto della città costruita. Le torri dei servizi, anch’esse in c.a. blu, sorreggono la struttura pensata in acciaio reticolare ed avvolta e celata da un involucro di librerie che su tutti i livelli custodiscono la collezione della biblioteca. All’interno della spina portante verranno alloggiati gli

impianti di trattamento dell’aria. Tutto l’edificio è contenuto da una pelle opalina in elementi di vetro di tipo u-glass sostenuti da una struttura in acciaio ancorata alle travi da cui riprende la scansione strutturale/distributiva interna (interasse 175 cm). Grandi superfici vetrate inquadrano i monumenti della città sul lato opposto del canale. L’edificio è posto sul limite estremo del lotto, proteso verso il mare ad interrompere la continuità del fronte di edifici esistenti sul lato nord est. Sulla strada interna il basamento blu mostra lo spigolo per denunciare la propria presenza. Da questa strada si potrà parcheggiare la bicicletta nel bike parking e accedere direttamente alla piazza/corte interna. Sul lato del parco il recinto si interrompe aprendo un varco in corrispondenza della parte coperta della piazza (sea hall) da cui si accede alla biblioteca, questo spazio potrà inoltre ospitare mercatini del libro usato, giochi e spettacoli di strada, opere o performance d’arte contemporanea, musica dal vivo, qualsiasi altra iniziativa possibile.

KØBENHAVN NEW MODERN LIBRARY Copenaghen, Danimarca Concorso di idee con S. Barbi, B. Conforti, F. Montefusco, 2014


“Un uomo con un libro in mano va verso la luce, così comincia una biblioteca” Louis I. Kahn


Come generata dal miracolo

L’impianto è la struttura d’ordine che recupera il castrum regolare su cui tutta la piana fiorentina trae origine. Un principio naturale di organizzazione spaziale che serve ad esprimere quella indefinitezza su cui tutto può stare e avere pari dignità rispetto al vicino e dunque adatta ad esprimere un carattere anti-gerarchico, orizzontale, in cui il piano di sepoltura è lo stesso per tutti. Il ritmo la misura e le proporzioni costanti, stese su tutto il lotto assumono nella loro ripetitività una dimensione monumentale. L’impianto nasce da una esigenza d’ordine, un principio essenziale in cui un cimitero come questo (occidentale, cristiano) possa ottenere una certa idea di genericità, affermando attraverso la sua struttura spaziale che nella morte siamo tutti uguali. La griglia del castrum è composta da moduli di 18,65m di lato separati da strade di 4m. I moduli sono occupati da 4 tipologie di “case di sepoltura” (loculi, ossarini, cappelle gentilizie, sterri) tutte definite da muri in c.a. alti 330cm., tutti con 4 accessi disposti sugli assi e separati/legati agli angoli da un “giunto di luce”. Alcune “case” sono coperte, altre sono lasciate a cielo aperto ma in tutte il centro lascia entrare la luce dall’alto e sempre il verde costruisce il carattere dello spazio interno. Luce e verde sono elementi vitali che danno senso al cordoglio, che ricordano che al centro c’è sempre la vita. Il lotto di proprietà della Misericordia è solo una parte della proposta progettuale, in esso, seguendo l’impianto proposto, trovano posto tutti gli elementi richiesti dal bando ma volendo lavorare per il luogo abbiamo ritenuto necessario lavorare su tutto il lotto proponendo una visione d’insieme divisa equamente tra misericordia e comune, unita e separata da un lungo asse che, passando per il parco centrale in

cui trova posto la torre del commiato sotto la quale è previsto il memoriale/ossario, si conclude nel crematorio, che con altri volumi tecnici costruisce il bordo nord est del nuovo parco cimiteriale. Le “case” sono composte di muri che custodiscono i corpi dei defunti. 8 setti costruiscono lo spazio, lo de-finiscono limitandolo. Si vuole evocare la presenza di un recinto. Una casa per ogni tipologia di sepoltura. L’aula, col suo spazio fatto di silenzio e ombra e luce, si propone di essere rifugio del pensiero, contenitore per le riflessioni dei fedeli. Queste case sono puro spazio. Qui il tempo è altro da quello cronologico, è il tempo del raccoglimento e della preghiera, del cordoglio e della memoria. I 4 assi che dividono il parco cimiteriale si incontrano, a quota -2.5m, piegandosi con leggere rampe che, solcando il parco memoriale, si congiungono sotto la torre del commiato (7x7m) alta 21 metri e scavata all’interno da 9 fasce cilindriche di altezza crescente in cui sono rappresentati, in bassorilievo a stampo sui pannelli in grc, i 9 cerchi del paradiso dantesco. La grande pietra tombale è un blocco di 250x250x80cm di marmo verde di Prato detto “serpentino” lucidato e scavato sul piano rivolto verso l’alto a formare una lente concava la quale servirà a riflettere l’immagine del cielo inquadrata dall’oculo posto in cima alla torre. Tutto all’interno degli spazi progettati parla della vita, la morte ne è la cornice, ciò che delimita lo spazio ma che partecipa di questa visione nella luce e della luce, della natura nella natura.

AMPLIAMENTO CIMITERO DELLA MISERICORDIA Sesto Fiorentino (FI) Concorso di idee con S. Barbi, B. Conforti, F. Montefusco, L. Socci 2014


“Avere sempre presente quella cosa essenziale che è la misura, così come saper trattenere se stessi e lasciare respiro all’opera perchè questa possa mostrarsi unicamente nella sua secchezza e nella sua assolutezza, per apparire in tutta la sua completa immediatezza, come generata dal miracolo” Claudio Parmiggiani


La luce crea lo spazio

La luce crea lo spazio. La luce stabilisce il limite tra il definito e l’indefinito. La luce è materiale da costruzione, sostanza tridimensionale. La luce apre varchi, crea relazioni tra interno ed esterno. La luce separa ciò che sta sopra da ciò che sta sotto, la terra da un possibile cielo. La luce rivela le infinite possibilità dello spazio e della materia. La luce rivela lo spirito, un mondo oltre la materia. Dove inizia la luce? Dove finisce l’ombra? I modelli presentati sono stati elaborati all’interno di un laboratorio di progettazione e sono il frutto di lavoro collettivo che ha avuto come tema centrale il rapporto tra spazio e luce. Il lavoro riguarda la progettazione di una piccola cappella funeraria, un’architettura di immaginazione, che non appartiene a nessun luogo. Sperimentando sul modello, sono state studiate le possibilità della luce di plasmare e caratterizzare uno spazio. Attraverso i disegni, i progetti hanno trovato le giuste misure e proporzioni, affinandosi settimana dopo settimana. Partendo da figure geometriche, la massa è stata modellata tramite compressioni e dilatazioni dello spazio fino a vibrare sotto l’azione della luce. Struttura e forma sono state saldate come in un lavoro scultoreo. Dove inizia la luce? Dove finisce l’ombra? In bilico tra questi due elementi, l’essere e la possibilità dell’essere, si è provato a disegnare l’architettura.

INTERNATIONAL VELUX AWARD 2014 FOR STUDENTS OF ARCHITECTURE Progetto | Prof Fabio capanni, Laboratorio V, Unifi capogruppo 2014


Provare a perimetrare il cielo

L’idea di perimetro è il filo conduttore di ogni gesto, di ogni segno inciso sul terreno. Le chiuse sono piccoli perimetri, piccoli tasselli di un mosaico paesaggistico che si distende tra le colline ragusane. L’impianto planimetrico per la riqualificazione del giardino si sviluppa dalla volontà di riproporre all’interno di un’unica chiusa il sistema di impianto del territorio. Un grande asse centrale, prosecuzione naturale della strada d’accesso al complesso, diviene la spina di tutto il sistema, colei che regge e regola ogni elemento in equilibrio labile della composizione. Ad essa, si innestano delle strade trasversali che hanno il compito di connettere i diversi livelli e spazi del parco. Le strade si sviluppano su un sistema a maglia ortogonale ricavato dalla dimensione della tenuta. Il frammento paesaggistico dunque, diviene modulo generatore del progetto. Antico e moderno dialogano e si legano in modo forte e coerente in una soluzione di continuità dettata dalle proporzioni. Il rigido sistema ortogonale viene forzato e distorto dall’esistente. Le strade infatti perdono l’ortogonalità con la spina centrale, spinte dal sistemadegli alberi di carrubo. Queste colonne impavide, sentinelle di guardia alla custodia del luogo, impediscono all’uomo barbari interventi, piegandolo e flettendolo alla loro volontà. Percorsi paralleli alla spina centrale, connettono le strade secondarie. Tutto il sistema disegna in planimetria un assetto dalle forme non convenzionali, sempre mutevoli in grado di offrire mutevoli percezioni. Una strada ad anello si snoda per tutto il perimetro del giardino, accostata al muro a secco, unico vero protagonista che regola e tiene insieme tutti gli elementi del parco. Il sistema viario crea percorsi non banali ma

chiaramente identificabili che hanno il compito di far addentrare, visivamente e fisicamente, il visitatore nel giardino per raggiungere le diverse aree. Gli spazi di sosta, così, divengono un unicum omogeneo con il sistema di alberature, dove sedute in pietra locale si dispongono a bordare i raggruppamenti di carrubi più notevoli. Questo perimetro, però, subisce una rottura e una deformazione, dichiarando la precisa volontà di non porsi come elemento di separazione, ma esprimendo un segno forte di apertura e collegamento con l’esterno. Elementi monolitici si dispongono come blocchi compatti, a richiamare i casolari sparsi all’interno del territorio. Nel sistema organico e disassato delle strade e delle sedute, i blocchi si dispongono in maniera ordinata e parallela al casolare, frammenti ideali di un sistema reiterato. I blocchi, con funzione espositiva e rappresentativa, si stagliano come pietre monolitiche, segni primordiali e sacrali dell’azione antropica dell’uomo. Il blocco tufaceo rompe la sua compattezza e si inflette verso l’interno, creando un incavo, invito al visitatore e simbolo dell’ospitalità del luogo. Il cielo rimane l’unico elemento di congiunzione con l’esterno, dove endocosmo ed esocosmo si fondono creando una sospensione di spazio e tempo. L’idea di chiusa, di perimetro volto a racchiudere uno spazio, guida tutto il progetto andando a calibrare e regolare ogni segno. Le chiuse, perimetro territoriale. Le strade interne, perimetri del parco. Le sedute, perimetri degli alberi. I blocchi di tufo, perimetri di un endocosmo e del cielo.

LE CHIUSE DI GUADAGNA Ragusa Concorso di idee capogruppo, con C.L. Campo 2013


DESIGN & GRAFICA


BUBBLES

Bubbles nasce dalla volontà di produrre un oggetto elegante ma al tempo stesso giovane, frizzante e allegro. Dalla lavorazione dei materiali di scarto prendono forma elementi circolari di dimensioni variabili. I cilindri di marmo lavorato vengono accostati in tangenza gli uni agli altri, per lasciare il minor vuoto possibile che verrà poi riempito con della resina trasparente. Il risultato è di una struttura compatta ma permeabile alla vista, dove ogni elemento resta leggibile e chiaramente identificabile nella sua natura formale e materica. Tiene uniti tutti gli elementi una lamina di ottone satinato che chiude in maniera nobile la composizione dei cilindri marmorei, ridefinendo un profilo di circonferenza perfetta. Tre “bolle” si allungano divenendo gambe portanti della struttura. Una leggera svasatura dona eleganza e leggerezza a questi tre elementi, donandogli chiarezza formale: appartengono alla struttura del piano del tavolo, ma sono elementi altri, funzionalmente differenti. Una di queste tre gambe è definita in ottone satinato come la corona del piano, per dare differenziazione e caratterizzazione all’oggetto. La gamba metallica sbuca come un elemento estraneo per materia fin sopra il piano, introducendo un elemento di “disturbo” nella composizione di elementi ridondanti. Il tavolo è pensato per andare a recuperare in produzione elementi di scarto che attraverso minime lavorazioni possono diventare parte nobile di un oggetto di design dalla forte caratterizzazione. La composizione si presta ad infinite variabili sulla scelta cromatica dei materiali: dalla resa monomaterica di marmi cromaticamente uguali, alla scelta di marmi tra loro differenti. Un medesimo concept e tipologia di lavorazione, per una infinita possibilità di resa.

PROTOTIPO PER UN TAVOLO DA FUMO Firenze, (FI) Progetto | AGA Architettura Tirocinio 2017


SMART COMMUNITIES NEED SMART MUSEUMS

Il progetto grafico di Smart communities need smart museums mira sulla semplicità degli elementi in una composizione chiara ed immediata. In ogni flyer trova posto l’immagine simbolo della città ospitante alla quale si acostano le informazioni dell’evento in colori vivaci. Questo vuole rappresentare l’anima del progetto il quale coniuga storia e cultura secolari del territorio italiano con l’innovazione digitale del nostro decennio. Tradizione e innovazione si affiancano dialogando in maniera chiara e producendo un risultato elegante e dal forte impatto visivo.

SMART COMMUNITIES NEED SMART MUSEUMS Torino, Roma, Modena Progetto grafico per SmartFactory 2017


RAFFAELLO FAGNONI E LA CHIESA DI SAN GIUSEPE ARTIGIANO A MONTEBENI

Ordine, pulizia, chiarezza. L’imtero progetto grafico ha voluto lavorare sui testi, senza l’inserimento di immagini o simboli grafici. L’unica foto storica è stata inserita all’interno del titolo andando a formare un riempimento irregolare e variabile: presenza in assenza. L’immagine coordinata è stata costituita da un manifesto e da una serie di pannelli che sintetizzassero il lavoro del Progettista Raffaello Fagnoni sulla Chiesa di San Giuseppe Artigiano, un pannello a cura dell’autore della mostra Arch. Simone Barbi e due pannelli dedicati agli autori delle fotografie Fabio Semeraro e Andrea Morelli. Completa il progetto grafico un book disponibile su issuu.com di presentazione della mostra.

RAFFAELLO FAGNONI E LA CHIESA DI SAN GIUSEPPE ARTIGIANO A MONTEBENI Loc. Montebeni, Fiesole (FI) Progetto grafico e allestimento Mostra e allestimento di Simone Barbi 2017


La forma della luce

L’azione della luce ordina spazi e misure, plasma superfici, dona vita allo spazio architettonico. Si approda infine ad una architettura assoluta, immersa nell’ estraniante silenzio di una sospensione temporale che, spezzata ogni progressione lineare, sovrappone passato e presente in un’unica dimensione. Una dimensione dove luce e ombra si sfiorano fino a toccarsi, là dove ha inizio e fine l’architettura

LA FORMA DELLA LUCE Fabio Capanni Noèdizioni | ISBN: 978-8-8897661-5-6 2015 progetto grafico


Stemma della Città Metropolitana di Bari

La proposta per il logo di Bari Città Metropolitana nasce dallo studio dell’area e della città di Bari. Cinque quadrati differenti per dimensioni e giaciture si aggregano formando un centro che riprende la forma del centro storico di Bari stilizzato e razionalizzato. I quadrati non si toccano ma si rincorrono cercando un contatto. La mancata tangenza tra le forme esterne richiama l’assetto della città metropolitana, dove realtà distinte generano un organismo unitario e complesso. L’accostamento dei cinque quadrati genera così un centro in assenza: Bari non sarà il centro di un sistema satellitare ma il nucleo aggregativo di un unico organismo. Il nome “Bari Città Metropolitana” prende posto nell’unico quadrato con giacitura sull’asse orizzontale. Ogni quadrato è campito con un colore differente per richiamare non solo le diverse realtà urbane che sussistono all’interno della città metropolitana, ma anche le diverse realtà e vocazioni sociali, naturali, storiche, paesaggistiche e culturali. Nelle diverse declinazioni i quadrati potranno essere interamente campiti di nero, wireframe con i colori istituzionali oppure wireframe nero. Quest’ultima soluzione è quella più indicata per l’utilizzo in bianco e nero. Ulteriori versioni del logo di Bari Città Metropolitana potranno essere realizzate su sfondo a colori istituzionali e logo in negativo al tratto bianco. Solamente per lo sfondo nero è previsto il negativo al tratto bianco wireframe. La proposta per il gonfalone di Bari Città Metropolitana è formata da uno stendardo di proporzioni 1:2 sagomata nella parte inferiore da due tagli a 45° che iniziano negli spigoli estremi e convergenti verso il centro a formare un motivo a coda di rondine.

Il logo di Bari Città Metropolitana, posizionato centralmente rispetto allo spazio risultante dai tagli, è distanziato dai bordi esterni di una distanza pari a 1/10 della totale acquisendo così una dimensione di 8/10 sulla lunghezza complessiva. La proposta per il gonfalone ufficiale prevede l’utilizzo del logo nella sua versione positiva in quadricromia con i colori ufficiali. Lo stendardo sarà montato su supporto metallico color oro. Il supporto prevede un puntale poligonale tridimensionale ispirato al logo stesso. Sei passanti di dimensioni di 1/20 del totale a distanza due volte la loro lunghezza, eccetto la parte centrale, uniscono lo stendardo al supporto metallico. Un ricamo in oro dividerà i passanti dallo stendardo stesso. Frange color oro chiuderanno la parte inferiore dei tagli obliqui.

IDEAZIONE E PROGETTAZIONE DELLO STEMMA RAPPRESENTATIVO DELLA CITTA’ METROPOLITANA DI BARI, DEI RELATIVI STRUMENTI DI COMUNICAZIONE E DEL GONFALONE Indetto dalla Città Metropolitana di Bari Concorso di idee. Capogruppo, con S. Barbi 2015


Como city brand

PROPOSTA 1 L’idea prende avvio dalla volontà di creare un citybrand diretto, dinamico, immediato, facilmente riconoscibile e memorizzabile. L’idea gioca sul “.com” dei siti internet come linguaggio universalmente conosciuto e riconoscibile. Il nome della città viene scomposto in due parti, la prima “com”, con un carattere geometrico e preciso, e la “o” finale di un colore diverso e con un carattere informale. Il city brand ideato vuole parlare un linguaggio universale, in linea con l’idea di Como città aperta al futuro, al turismo e alla comunicazione internazionale nel pieno rispetto e consapevolezza della sua storia e della sua identità. Completa il brand una striscia basamentale di colore blu intenso. L’assonanza è quella con il lago, basasmento virtuale sul quale la città poggia. Nella striscia blu in negativo vi è una frase in inglese che allude al gioco di parole del logo e dichiara ancora una volta la piena volontà di accoglienza, apertura e internazionalità alla quale la città è volta.

PROPOSTA 2 L’idea del city brand proposto prende avvio dalla volontà di creare un logo facilmente comprensibile, memorizzabile, riproducibile, in grado di parlare un linguaggio giovane e dinamico. Il brand lavora sull’assonanza con l’espressione inglese “come on”, letteralmente “dai, forza!”, una esortazione all’azione. Grazie all’aggiunta di una lettera finale infatti, il nome della città si scompone in due parti per formare le parole che generano l’espressione. Completano e rafforzano l’espressione tre verbi all’imperativo, chiaro invito all’osservatore a vivere la città di Como. Il brand si compone di due parole con due diversi font. Il primo, più informale e dinamico, il secondo più rigido e geometrico. Le due parti vengono tenute insieme dalla “O”, elemento comunque ad entrambe. Con la prima parola completa il nome della città di Como, con la seconda forma la parola “ON”. La “O” subisce un cambiamento di scala e di trattamento rispetto al resto: un cerchio perfetto scavato nel piano di scrittura visibile solo attraverso le sue ombre. La O diventa così un logo in grado di caratterizzare e rappresentare da sola l’intero citybrand. Il logo nasce dalla città stessa: il cerchio perfetto del rosone del duomo da la forma, i prospetti fatti di ombre delle architetture razionaliste danno il carattere. La “N” color verde rame accentua il richiamo all’architettura storica. Insieme alla “O” forma la parola ON che presa per se stessa e accentuata dalla tridimensionalità della O da il senso di un pulsante di accensione. Dinamicità, immediatezza, riproducibilità per un citybrand che parla della città che è stata e di quella che vuole essere. Una città volta al futuro ma con un passato da vedere, respirare, vivere.

LOGO CONTEST PER LA CITTÀ DI COMO Indetto dal Comune di Como Concorso di idee 2014


proposta 1

proposta 2


ALLESTIMENTI


Galleria dell’architettura italiana

GALLERIA DELL’ARCHITETTURA ITALIANA “CASA DELLA FINESTRA”, ALTANA DI PIAZZA TASSO, FIRENZE

anno

MONESTIROLI ARCHITETTI ASSOCIATI_ AULE Galleria dell’architettura italiana, Altana di Piazza Tasso, Firenze Mostra cura e progetto esecutivo della mostra catalogo edizioni Diabasis, ISBN: 978-88-8103845-9 2014

titolo luogo tipologia ruolo svolto anno

GIOVANNI CHIARAMONTE_ INTERNO PERDUTO Galleria dell’architettura italiana, Altana di Piazza Tasso, Firenze Mostra cura e progetto esecutivo della mostra 2013

titolo luogo tipologia ruolo svolto

LE CASE DI ANDREJ TARKOVSKIJ Galleria dell’architettura italiana, altana di Piazza Tasso, Firenze Mostra cura e progetto esecutivo della mostra catalogo Edizioni Diabasis |ISBN: 978-88-8103-789-6 2012

titolo luogo tipologia ruolo svolto

anno


DIDA

DIDA DIPARTIMENTO DI ARCHITETTURA Università degli Studi di Firenze

titolo luogo tipologia ruolo svolto anno

titolo luogo tipologia ruolo svolto anno

titolo luogo tipologia ruolo svolto anno

EXIBLAB_2014 DIDA Mostra coordinamento progetto esecutivo, Lab III prof F. Capanni 2014

OPENWORKSHOP DIDA Mostra coordinamento progetto esecutivo, Lab III prof F. Capanni 2013

LABORATORI IN MOSTRA DIDA Mostra collaboratore alla mostra e all’allestimento Lab III prof. F. Capanni 2012


Architettura moderna a Fiesole

ARCHITETTURA MODERNA A FIESOLE Associazione culturale Fiesole Futura, Istituto Universitario Europeo, Comune di Fiesole. Con il patrocinio di: Regione Toscana, Provincia di Firenze, Comune di Fiesole, Fondazione Michelucci, Fondazione Primo Conti, Ordine degli Architetti di Firenze. Mostra a cura di Fabio Capanni. Presso European University Institute nel Chiostro della Badia Fiesolana.

titolo luogo tipologia ruolo svolto anno

ARCHITETTURA MODERNA A FIESOLE Chiostro della Badia Fiesolana all’Università Europea, Fiesole (FI) Mostra collaboratore alla mostra e all’allestimento 2012


gianluca buoncore

Profile for Gianluca Buoncore

Portfolio  

Portfolio