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Collana ABITARE IL VILLAGGIO 7

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Qui insomma c’è una storia e questa storia ha visto molte forze che si sono mosse. Pensavo che ci sono altri quartieri a Vicenza e però i quartieri che hanno una storia hanno bisogno anche di qualche cantastorie.

Giorgio Sala, sindaco emerito di Vicenza

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Associazione Villaggio insieme

DAL VILLAGGIO DEL SOLE AL VILLAGGIO GLOBALE

Atti del Convegno del 30 ottobre 2010 Vicenza, chiesa di san Carlo

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Collana ABITARE IL VILLAGGIO 7

A cura dell’associazione Villaggio insieme sulla base delle relazioni e degli interventi registrati da Luca Salvadore al Convegno organizzato dall’associazione il 30 ottobre 2010 nella chiesa di san Carlo, Vicenza, DAL VILLAGGIO DEL SOLE AL VILLAGGIO GLOBALE Consulenza editoriale e grafica di Alberto Brazzale de La Serenissima Editrice

Il convegno è stato fatto: in collaborazione con L’Istituto Nazionale di Urbanistica – sezione Veneto con la sponsorizzazione di ATER – Azienda Territoriale Edilizia Residenziale della provincia di Vicenza e di Confindustria Vicenza – Sezione Costruttori Edili con il patrocinio di Regione Veneto Provincia di Vicenza comune di Vicenza e di ANS, Associazione Naz. Sociologi / Caritas Dioc. Vicentina / Federazione regionale Ordini Ingegneri Veneto / Fondaz. Amintore Fanfani / In-Arch, Istituto Naz. Architettura, Sez. Triveneto / Istituto Scienze Sociali “Nicolò Rezzara”, Vicenza / Ordine Architetti, P. P. e C.provincia di Vicenza / Ordine Ingegneri provincia di Vicenza / VAGA, Associazione Giovani Architetti provincia Vicenza / Facoltà di Pianificazione Territorio Università IUAV Venezia / Collegio Geometri Vicenza / Italia Nostra, Sezione di Vicenza

Copyright © 2011 – Associazione Villaggio insieme, Vicenza, via Biron di Sotto, 109 presidente Roberto Brusutti info@villaggioinsieme.it www.villaggioinsieme.it

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Al lettore

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Abbiamo fatto il convegno nella chiesa, la ‘casa’ più significativa e di maggior valore che potevamo mettere a disposizione, perché la sua forma esprime al meglio il senso dello stare insieme.

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Perché un convegno?

Siamo stati più volte sollecitati a comunicare le nostre esperienze a un pubblico più vasto, esterno ed estraneo al Villaggio del Sole. Abbiamo pensato di farlo a conclusione di una prima tappa del nostro percorso, anche perché coincidesse con la presentazione del nostro terzo libro che in qualche modo chiude questa prima fase. Inoltre il 2010 è l’anno scelto come cinquantesimo, perché la maggior parte degli abitanti è venuta a stare qua nel 1960, e questa ricorrenza andava comunque ricordata, sia pure senza ‘celebrazioni’ retoriche. Abbiamo fatto il convegno nella chiesa, la ‘casa’ più significativa e di maggior valore che potevamo mettere a disposizione, perché la sua forma esprime al meglio il senso dello stare insieme. Siamo riusciti a coinvolgere persone provenienti da Vicenza e dintorni, da altre province della regione, qualcuno anche da più lontano, interessate a vario titolo alla nostra attività. Per il Villaggio del Sole e i suoi abitanti è stata una bella giornata, anche il tempo ci ha favoriti, tanto più che l’autunno è particolarmente suggestivo per le numerose piante che circondano i nostri edifici. La mattinata ci ha offerto i contributi dei relatori, che hanno aperto prospettive interessanti. L’inatteso e gradito intervento di alcuni degli ospiti ha contribuito alla cordialità del clima che si è creato. Nel pomeriggio, come programmato, c’è stata la visita guidata attraverso il quartiere, in chiesa e alla vicina villa Loschi-Zileri-Motterle. Le relazioni che pubblichiamo sono state riviste dagli Autori.

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Indice

Saluto d’apertura di Roberto Brusutti, presidente

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Saluto dell’ospite don Mariano Piazza, parroco Saluto e introduzione di Stefano Ferrio, ufficio staff del sindaco, conduttore

Il nostro passato... L’attività dell’associazione di Luisella Paiusco, socia Presentazione del libro ‘Villaggio del sole, un quartiere d’autore’ di Steve Bisson, collaboratore editoriale e grafico

Relazioni Paesaggi, luoghi, comunità di Domenico Luciani, coordinatore del Comitato scientifico della Fondazione Benetton Studi e Ricerche L’approccio narrativo di Federico Batini, fondatore della metodologia dell’orientamento narrativo

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Esperienze di fare memoria di Giacinto Cecchetto, Direttore della Biblioteca Comunale di Castelfranco Veneto ‘Conclusioni’ di Marisa Fantin, presidente dell’ INU Veneto

Messaggi e interventi vari Messaggi - della Fondazione Amintore Fanfani - dell’assessore all’Istruzione e ai Giovani del Comune di Vicenza, Alessandra Moretti Interventi vari - di Giorgio Sala, Sindaco emerito di Vicenza - di Andrea Moroni CTP di san Pio X, Vicenza - di Paolo Musmeci, figlio del progettista della chiesa Sergio Musmeci - di Onorio De Franceschi, figlio di un costruttore del quartiere - di Federico Della Puppa, Ufficio Politiche Comunitarie del comune di Vicenza - di Paolo Grazioli, ingegnere progettista del quartiere

Saluto del Sindaco di Vicenza Achille Variati Conclusione di Stefano Ferrio, conduttore

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I saluti

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Negli incontri con le persone e nelle lunghe e ripetute chiacchierate, molto informali e familiari, abbiamo raccolto delle storie, ma soprattutto abbiamo stabilito contatti e rafforzato legami, creando una ‘rete’ di relazioni intorno alla comune esperienza dell’abitare.

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Roberto Brusutti, presidente Un caloroso benvenuto a tutti. Ringrazio anticipatamente della collaborazione i relatori Domenico Luciani, Federico Batini, Giacinto Cecchetto e il conduttore della mattinata Stefano Ferrio. Segnalo che sono presenti due sindaci emeriti, l’unico progettista vivente, figli di altri progettisti e di costruttori edili, la prima assistente sociale del Villaggio del Sole, autori del secondo e del terzo libro. Buon lavoro e la parola a don Mariano Piazza che ci ospita in questa bella chiesa.

Don Mariano Piazza, parroco. Chi cinquant’anni fa è arrivato al Villaggio con la famiglia, giovane genitore, viaggia ormai verso gli ottant’anni. È naturale, quindi, che siano oggi presenti molti capelli bianchi, e che i ragazzi di allora siano a loro volta genitori e magari anche nonni. Sono il quarto prete nominato parroco a san Carlo dal 1961 in qua. Voglio dare a tutti un ‘benvenuto’ in questa bella struttura, pure quasi cinquantenne, che oggi mette tra parentesi l’essere chiesa parrocchiale, per farsi più ‘tenda’ che acco-

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glie il Convegno dei cinquant’anni del Villaggio del Sole, organizzato dall’Associazione Villaggio Insieme. Memorie e studi promossi e pubblicati nei cinque anni di attività dell’Associazione aiutano anche la comunità cristiana di san Carlo a comprendere e a interpretare la propria storia e a guardare alle prospettive future. Per questo ritengo importanti pure i contributi che porterà questa giornata. Parrocchia e primi preti hanno caratterizzato profondamente nella sua strutturazione questo Villaggio, nato quasi dal nulla. Basti pensare alle attività ospitate, oltre che nella chiesa, alle opere parrocchiali, agli impianti sportivi, a quello che fu il cinema. Ma credo che, nello stesso tempo, gli abitanti del Villaggio abbiano sempre avuto spazi, modi e possibilità per esprimere liberamente e laicamente le più diverse iniziative. Oggi viene richiesta alla Parrocchia - in una situazione notevolmente diversa - oltre a una verifica sulla finalità delle sue strutture, la capacità di ‘restaurare’ con gli edifici anche la vita di una comunità cristiana in profondo e veloce cambiamento. Sia il Vangelo che il passato del Villaggio ci insegnano che più importanti sono le persone, il loro incontro, il dialogo, l’ ‘edificio’ che esse insieme costituiscono e costruiscono. Poi tutto può diventare possibile.

Stefano Ferrio, staff del Sindaco di Vicenza Buongiorno a tutti, qualcuno si fa il segno della croce, anche per me è stato un po’ imbarazzante ma è un’abitudine culturale. Per me è un grandissimo piacere essere qui. Vi regalo solo un piccolissimo ricordo personale per motivare questa mia soddisfazione. Quando ero piccolo, io sono nato più o meno insieme al Villaggio del Sole, mio nonno paterno mi portava

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ogni giorno della settimana, feriale, a fare un giro in tram. C’erano otto numeri di tram e mi pare che il tre fosse già il numero che portava qui al Villaggio del Sole. Quindi quando prendevo il tre sapevo che andando da questa parte finivo in un luogo assolutamente diverso, i bambini fotografano le cose a loro modo, ed ero incantato dalla diversità di questo luogo. Questa diversità mi è rimasta dentro da allora e ogni volta che ho avuto modo di tornare qui ho sempre avuto modo di apprezzarla. Per cui per me è stato un grandissimo piacere accogliere l’invito di Villaggio insieme di poter condurre una giornata del genere.

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Il nostro passato...

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‘Antichi’ rapporti personali, familiari e sociali ci rendono testimoni partecipi delle vicende di questa comunità. La convinzione di aver vissuto in questo luogo un’esperienza ‘speciale’ e ‘privilegiata’ dal punto di vista umano ci ha spinto a cercare di comprenderne meglio il senso.

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L’attività dell’associazione LUISELLA PAIUSCO, SOCIA

Il convegno organizzato dalla nostra associazione è la conclusione di un periodo di lavoro durato cinque anni e il rilancio di un’attività futura di cui non vogliamo, né possiamo, definire i tempi. Ci preme invece ricostruire il percorso finora seguito dalla nostra Associazione e le motivazioni che ci hanno guidato. L’associazione Villaggio insieme porta nel suo stesso nome il senso del suo operare ed è nata da un gruppo di persone a vario titolo legate al Villaggio del Sole, qualcuno è cresciuto qui o nelle zone adiacenti, tutti abbiamo lavorato nella comunità del quartiere, in forme diverse, in periodi più o meno prolungati. ‘Antichi’ rapporti personali, familiari e sociali ci rendono testimoni partecipi delle vicende di questa comunità. La convinzione di aver vissuto in questo luogo un’esperienza ‘speciale’ e ‘privilegiata’ dal punto di vista umano ci ha spinto a cercare di comprenderne meglio il senso, insieme agli altri. La consuetudine di rapporti ci ha facilitato l’incontro con le persone e abbiamo così potuto raccogliere la narrazione della loro esperienza di abitanti. Chi abitava qui prima della costruzione del Villaggio ha raccontato la vita di un gruppo di famiglie, legate tra loro da vincoli di vicinanza e da interessi comuni, improvvisamente trasformata dalla costruzione del nuovo quartiere nei campi prima coltivati e dall’arrivo contemporaneo di qualche migliaio di persone dove prima ne vivevano alcune centinaia. Chi è venuto ad abitare nelle nuove case ha raccontato l’espe-

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rienza a volte straziante dell’abbandono di luoghi familiari, per venire qui in questo luogo, apparentemente ‘senza storia’, insieme a tante altre persone sconosciute, con le quali cominciare a intessere legami per superare il distacco e la perdita e iniziare un nuovo modo di vivere con la propria famiglia, per formare una comunità. Gli stranieri, ultimi arrivati, hanno raccontato la loro ‘odissea’ alla ricerca di una casa, di un luogo dove cominciare a vivere una vita migliore di quella che avevano lasciato partendo da tanto lontano. Abbiamo fatto circolare tra gli abitanti questi racconti, stampati in forma di ‘quaderni’, e dopo la diffusione della prima raccolta altri abitanti hanno voluto partecipare alla narrazione. Ci siamo fermati a un centinaio di ‘storie’, ciascuna delle quali è stata raccolta oralmente, scritta e riletta per avere una stesura ‘riconosciuta’ dai narratori e poi inserita nei quaderni. Negli incontri con le persone e nelle lunghe e ripetute chiacchierate, molto informali e familiari, abbiamo raccolto delle storie, ma soprattutto abbiamo stabilito contatti e rafforzato legami, creando una ‘rete’ di relazioni intorno alla comune esperienza dell’abitare. Dentro questo tema vi sono le storie delle singole persone e delle famiglie, la dignità e la consapevolezza delle scelte fatte, delle difficoltà superate, delle graduali ‘conquiste’ di cittadinanza attuate comunitariamente: una crescita continua che ha segnato in positivo la vita di queste persone e di queste famiglie. Nelle storie scritte passa solo una parte di questa esperienza, perché ci sono anche aspetti molto privati, si può condividere il sentimento che ha accompagnato le narrazioni, ma difficilmente si riesce a esprimerlo. Emerge solo se si leggono tutti i racconti come sfumature diverse di un’unica storia condivisa. Il riferimento al luogo, alla comunità che piano piano vi si è

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costituita, alle persone che hanno fatto da animatori e ‘catalizzatori’ delle energie di tutti convogliate verso fini comuni, è la nota di fondo in tutte le storie. Costituisce la memoria collettiva della comunità di quartiere nella quale tutti si sono riconosciuti. Il luogo ha assunto una forte valenza identitaria, perché è un insieme abitativo frutto di un progetto urbanistico che ha tenuto conto dell’ambiente in cui si trova, ma anche della tipologia di persone e quindi di comunità che vi si sarebbe insediata. Nei racconti degli abitanti emerge la consapevolezza di questa ‘specificità’ che assume la forma dell’ampiezza e dell’ariosità dell’abitazione, ma anche dell’ampio spazio comune libero che si apre tutto intorno agli edifici. Si radica in questa consapevolezza la responsabilità nei confronti dell’ambiente in cui si vive: certamente il luogo ha aiutato la formazione e la crescita della comunità, ma la comunità ha contribuito a salvaguardare il luogo e a conservarne la funzionalità e la specifica ‘vocazione’ all’accoglienza e all’inclusione. Il materiale raccolto nei tre quaderni iniziali è poi confluito, insieme alla storia delle istituzioni di quartiere: centro sociale, biblioteca, scuola e parrocchia, nel primo libro, che ha come titolo Abitare il Villaggio. Memoria e storia. Il titolo indica un atteggiamento attivo, un farsi carico del quartiere, non semplicemente abitarvi, e Memoria e storia in questo ordine perché abbiamo fatto storia di ciò che la memoria, personale e collettiva, ha elaborato e conservato. Per dare al nostro lavoro maggiore completezza abbiamo cercato di inquadrare la storia del quartiere nella più ampia storia della città e dell’Italia degli anni Sessanta. Abbiamo ‘riscritto’ la storia del quartiere anche tenendo conto di quello che accadeva all’esterno, inserendo delle note come finestre di informazione e di approfondimento per alcuni argomenti. L’ab-

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biamo chiamata una storia ‘possibile’, un racconto sempre aperto, mai definitivo. Poi abbiamo guardato al contesto urbanistico. Il comune di Vicenza ha una lunga tradizione di interventi di edilizia popolare, realizzati in città e in periferia a partire dall’inizio del 1900, che sono stati ‘registrati’ per noi sulle mappe del comune dalla preziosa collaborazione di un ex funzionario. Inoltre abbiamo ricostruito, in sintesi, la storia del progetto dell’INA Casa, dall’approvazione della ‘legge Fanfani’ dell’immediato dopoguerra fino alla fine del secondo settennio di attività, in cui è compresa la costruzione del Villaggio del Sole. Abbiamo poi chiesto a due giovani studiosi di storia un contributo che servisse a chiarire il rapporto tra le storie ‘minime’ e ‘particolari’ da noi raccolte con la storia ‘grande’ e ‘collettiva’ dentro cui tutte confluiscono. Le semplici narrazioni iniziali sono state così collocate dignitosamente nel complesso e continuo lavorio della ricostruzione storica, che si alimenta anche dei contributi apparentemente meno rilevanti. Riflettendo sulla ‘responsabilità’ della narrazione, rispetto alla storia e rispetto alla crescita della persone, abbiamo chiesto l’intervento di uno studioso di questo tema, che ha dato fondamento e spessore all’intuizione iniziale del valore e dell’importanza del narrare che ha orientato il nostro impegno. Con questi contributi è stato composto il secondo libro Il valore della memoria. La forza della narrazione, che sottolinea nel titolo l’importanza di una ricerca ‘culturale’ per sfuggire alla rievocazione nostalgica fine a se stessa. Lo studio del quartiere e della sua comunità era stato condotto fino a questo punto dall’interno e da vicino, da noi e da persone non lontane dal nostro modo di sentire queste realtà. Fin dall’inizio di questo lavoro tuttavia avevamo coinvolto degli ‘esperti’ che guardassero il Villaggio del Sole dall’esterno, con

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maggiore distacco e soprattutto da un punto di vista ‘professionale’, architetti, urbanisti, docenti universitari. A loro abbiamo chiesto di venire a conoscere il luogo e di offrirci un contributo in quanto ‘addetti ai lavori’, in grado di riconoscere, oggettivamente, il valore e il significato anche ‘paradigmatico’ del nostro quartiere. Questi contributi qualificati costituiscono il terzo libro, che viene presentato nel corso del convegno. Adesso il Villaggio del Sole ha una storia scritta, documentata per quanto possibile e ancora aperta in futuro a ulteriori approfondimenti. Ricordiamo che sul passato più remoto di questo luogo, geologico, ambientale e storico in senso più ampio, esiste un libro, Scritti e immagini, che risale al 1989. Un gruppo di persone, che lavoravano nella biblioteca di quartiere e svolgevano attività di animazione culturale, ha raccolto interessanti contributi in questo volume, che costituisce una specie di preistoria a cui noi ci siamo idealmente collegati. Per un quartiere che esiste solo da cinquant’anni ci sembra una bibliografia di tutto rispetto, speriamo che ispiri gli abitanti in futuro a continuare la narrazione. Dal convegno ci attendiamo idee nuove, che vadano al di là di quanto finora siamo riusciti a elaborare, perché la vita continua con modalità spesso inattese. In una delle nostre storie degli inizi un’abitante dice: “tutto il nuovo che c’era intorno me lo godevo”. Anche noi vogliamo farlo.

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‘Villaggio del Sole, un quartiere d’autore’ STEVE BISSON, COLLABORATORE EDITORIALE E GRAFICO

Il mio breve intervento risponde all’esigenza di fornire qualche ‘istruzione d’uso’ sul libro che oggi viene consegnato agli abitanti del Villaggio e alla città di Vicenza. Questa pubblicazione rappresenta una ulteriore tappa nello straordinario percorso di ricerca, di dibattito e di comunicazione iniziato dall’associazione Villaggio Insieme. Una tappa che per certi versi è apparsa da subito più insidiosa poiché occorreva ‘rivolgersi all’esterno’, aprire un dialogo con gli esperti (in questo caso architetti, urbanisti, agronomi ad esempio) ciascuno dei quali con una propria sensibilità, un proprio punto di vista. Una scelta pertanto ardita per una piccola associazione di ‘abitanti’, ma tuttavia necessaria, se non forse indispensabile, per nutrire il proprio cammin facendo con credibilità e oggettività. Come ho scritto nell’introduzione a questa ricerca, il Villaggio del Sole non si salverà recintandosi nel passato o specchiandosi in qualche immagine diversa dagli altri, deve confrontarsi con il futuro, poiché spesso nel presente non vi è speranza. In merito agli scritti raccolti nel libro, dovendo tentare di ricondurli ad una sintesi, che come detto finora risulta difficile per la singolarità dei contenuti, vorrei provare a distinguere tra i brani che forniscono indicazioni su ciò che è stato e quelli che pendono verso ciò che sarà. Se i primi sono utili per comprendere il tempo e il modo in cui si è formato il Villaggio del Sole, e quindi per meglio interpretare l’oggi, i secondi ci aiutano a ragionare in prospettiva. Il testo di Maria Bottero

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ci riporta al momento storico, il dopoguerra, in cui si sviluppa questa vicenda. Sono gli anni del fare e del ricostruire un futuro prima ancora che un Paese. Una condizione storica che oggi ci appare forse irripetibile. Gli schizzi cosiddetti ‘postumi’ di Umberto Saccardo sono altrettanto efficaci nello spiegare con segni precisi la pianta e le forme di questo insediamento urbano. Perché qui, diversamente da quanto accade in altre periferie pure di recente costruzione, nulla di ciò che vediamo è casuale. Il saggio di Chiara Mazzoleni, cucendo insieme alcune trame di politica urbana che sottendono la nascita e lo sviluppo del quartiere, fino ai giorni nostri, ci offre uno spaccato unico di questa importante vicenda urbanistica. Il contributo di Elisabetta Brusutti è utile per richiamare alla memoria l’importanza della chiesa di san Carlo, quale prezioso episodio di architettura e solida testimonianza di un singolare clima progettuale. L’intervento di Marisa Fantin richiama, invece, le definizioni più recenti di paesaggio che mirano a ricondurre l’urbanistica alla percezione che le comunità hanno dei luoghi di appartenenza. Il futuro riparte da ciò che siamo. Ecco perché la volontà di impegnarsi in un dialogo costruttivo, espressa qui oggi dall’associazione, è il vero punto di partenza. Chi siamo allora? I dati, le statistiche e le proiezioni di Sbetti e Palazzo ci confermano che il Villaggio del Sole è qualcosa di altro rispetto alla città e alle cugine periferie. Se ieri era un villaggio ‘satellite’ oggi è villaggio ‘globale’, è mondo intero, è un brulichio interculturale, è già futuro che ci piaccia o meno. Certo ci sono tanti anziani ma a differenza di altri quartieri si vedono correre i bambini. Il Villaggio è vivo. Dobbiamo ascoltare allora le ‘anticipazioni’ che ci vengono soprattutto dalla scuola come suggerisce l’insegnante Gabriella Candia. Non basta. Dobbiamo capire che il Villaggio non è mai (e certamente e non lo è mai stato nelle inten-

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zioni dei progettisti) un insieme di edifici. Come ci ricorda Anna Peruffo il Villaggio è prima di tutto un luogo pensato in stretto contatto con il verde, con le colline e con la natura (nonostante la visione automobilistica che possiamo avere percorrendo la tangenziale che ha successivamente sventrato il quartiere). Il verde è una presenza, come scrive Marisa D. Panarese, quasi fluida, che penetra per osmosi all’interno del Villaggio creando uno spazio connettivo che unisce pubblico e privato, sacro e profano. Per capirlo è sufficiente uno sguardo dall’alto. E non importa se Beppe Provasi, a ragione, ci inviti a riflettere sul fatto che il verde non coincide con la piantumazione di alberi di Natale, perché qui il verde ha un significato che va oltre i confini del Villaggio. Senza accorgersi ci si trova a salire per le colline, a bere l’acqua di risorgiva, a incontrare un bosco planiziale, a camminare per stradine bianche che serpeggiano sulla campagna. Ho cercato di raccontare tutto questo attraverso delle immagini, perché la fotografia nella sua istantaneità ci permette a volte di descrivere meglio delle parole le nostre esperienze. Il Villaggio del Sole è parte di un luogo ben più grande, un mondo quasi fiabesco, non intatto ma diversamente dalla città ancora rispettato. Come scrive Lucato il verde può diventare un’occasione per dilatare i luoghi e migliorarne la percezione. Ovvero proprio dal riconoscimento del verde e della vita esistente ‘dentro e fuori’ il Villaggio può nascere una visione e, forse, un progetto che aiuti a rileggere il quartiere come valida articolazione tra quello che resta della campagna e ciò che assomiglia ad una città. Prima di concludere vorrei ringraziare l’associazione per l’opportunità di partecipare alle vostre ricerche. Spero che questo pezzo di strada fatto insieme serva a far sì che altre persone come me possano guardare il Villaggio del Sole sotto un’altra luce.

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Relazioni

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Quando voi fate questi libri e narrate la vostra storia mettete la prima pietra indispensabile alla costruzione della comunitĂ . Conoscenza e memoria, due aspetti indistricabili, ingredienti cruciali basici del passaggio dallo status di gruppo di persone individualmente responsabili [...] a uno status di comunitĂ  consapevole.

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Paesaggi, luoghi, comunità DOMENICO LUCIANI, COORDINATORE DEL COMITATO SCIENTIFICO DELLA FONDAZIONE BENETTON STUDI E RICERCHE

Vi sono calorosamente grato dell’invito. Intervengo in questo incontro da ‘outsider’, cercando di interloquire, ragionare e discutere con voi intorno ad un’esperienza che non ho vissuto dall’interno e che conosco solo dall’esterno, dai vostri racconti e dai due volumi che mi avete gentilmente inviato. Vorrei seguire i tre punti ben delineati ne Il punto-il senso del 15 maggio 2010, con cui l’Associazione presenta la propria esperienza, per dirvi qualcosa che spero possa risultare di qualche utilità. Il primo punto lo definirei ‘come si costruisce una comunità’. Qual è il processo che coinvolge le più diverse questioni, culturali e antropologiche, tra le quali il rapporto tra parrocchia e comunità che mi pare molto significativo e sul quale tornerò? Come si costruisce una comunità? Perché qui e non altrove? Quali ingredienti intervengono nel processo che porta un insieme di persone e di famiglie, di figure individuali e di figure legate da vincoli parentali o amicali che vivono in uno stesso contesto insediativo a diventare consapevole volontà unitaria? Bel tema, che voi affrontate con piglio, e del quale mi preme approfondire un particolare aspetto: incide il luogo, la sua forma, la sua vita in questa costruzione? L’ipotesi è che la qualità del luogo, il senso del luogo, insomma il luogo, come cercherò di definirlo, faccia parte di questa complicata costruzione chimica ancora in gran parte inesplorata, ma certo riscontrabile nelle condizioni più diverse di storia, geografia, civilizzazione. A me piace molto e mi ha subito colpito l’idea che abbiate deciso di chiamarvi villaggio. Come Fonda33


zione abbiamo dedicato recentemente due giorni di studio al tema del villaggio, alla antologia vasta e varia di microcosmi, borghi, piccoli ambiti (anche nelle città) nei quali in tutto il mondo continua a vivere l’uomo, partendo dall’idea che il villaggio risponda a un ‘bisogno di misura’, a una ricerca del centro. Proprio nell’età del ‘villaggio globale’ persiste ed è irriducibile il bisogno di ‘villaggio locale’. La questione più puntuta e più difficile da affrontare è la persistenza e la pervasività della dimensione del microcosmo insediativo. Se non fosse un termine abusato e ormai aberrato dalle molte facce del campanilismo, dovremmo poter usare il termine ‘campanile’, aggregazione elementare di sacro e di sociale, persistenza del profondo bisogno di luogo, di villaggio reale nel villaggio virtuale. Di che cosa è fatto questo rapporto persona-luogo, famiglia-luogo, comunità-luogo? Si tratta di un fenomeno che nelle varie parti del mondo prende dimensioni diverse. Sto per andare in Africa, sulle colline del Benin settentrionale, per vedere quello che lì si dà come villaggio, il suo tempo, il suo spazio, le sue distanze. Per poter parlare di villaggio occorre un certo numero di famiglie; sotto non sopravvive; sopra diventa un’altra cosa. La misura antropologica, la misura topografica, la misura in tutti i sensi. Il tempo, il tempo per andare da un posto all’altro del villaggio, il tempo per andare da un villaggio all’altro, il tempo per andare da un arcipelago di villaggi a un posto che non è di nessuno e che non a caso si chiama, nella lingua taneka, la ‘casa di nessuno’, spazio di incontro-mercato, spazio neutro egualitario. Dunque voi vivete qui, noi viviamo nel Veneto, un territorio composto da migliaia di campanili. La singolarità di questo villaggio, assai rara nel nostro tempo e nel nostro mondo, è la capacità maieutica e aggregativa, che gli ha consentito

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di compiere un tratto importante della strada che porta dall’insieme sparso alla comunità. Di che cosa noi pensiamo che sia fatto questo rapporto tra la persona, la comunità e il luogo? È fatto innanzitutto di conoscenza. Quando voi fate questi libri e narrate la vostra storia mettete la prima pietra indispensabile alla costruzione della comunità. Conoscenza e memoria, due aspetti indistricabili, ingredienti cruciali basici del passaggio dallo status di gruppo di persone individualmente responsabili (condizione necessaria) a uno status di comunità consapevole. Assieme a molta conoscenza e memoria, scatta il terzo ingrediente che è l’etica del bene comune. “Amo questo posto, è ‘mio’, lo conosco, ho partecipato con altri alla sua formazione e dunque non solo ne sono responsabile come individuo, ma lo assumo come ‘bene comune’ ”. È il riconoscimento che nasce da una base di conoscenza, di memoria, di responsabilità individuale. È la dichiarazione solenne di appartenenza al catalogo del patrimonio collettivo. Di passaggio vi suggerisco di fare attenzione alla memoria! Può essere insidiosa; c’è la memoria che guarda avanti, c’è la memoria nostalgica, c’è la memoria che appunto aberra la visione del passato! La memoria è tante cose ma è fondamentale; anche la memoria pubblica ‘grande’ è fondamentale. Sapere che questo quartiere viene dall’esperienza dell’INA Casa in un momento importante della storia italiana, europea, dello ‘stato sociale’. Cosa ci differenzia da altre parti del mondo se non la presenza dello stato sociale? Di che cosa soffriamo oggi, imputandolo magari ad altre cause, se non del venir meno del rapporto tra politica e stato sociale, se non di una bella politica capace di dare risposte lungimiranti ai bisogni della società? Quando parlo di conoscenza di un luogo non penso solo al patrimonio di natura, e nemmeno solo al patrimonio

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di cultura, a tutto ciò che l’uomo ha portato e modificato, nel tempo. Penso anche alle condizioni attuali della società che vi è insediata. Io devo assumere, di un luogo, con onestà critica e senza pregiudizi, il complesso di tensioni, di ambizioni, di passioni, perfino di conflitti che vi si manifestano. È pur vero che non ci sono più comunità montane che vogliono le autostrade e che pensano che la soluzione dei loro problemi sia chissà quale grande fabbrica o infrastruttura. Ma c’è ancora molto ‘industrialismo’ nel nostro mondo, troppo tecnicismo, troppa tecnocrazia. Circola ancora l’illusione di risolvere i problemi del mondo attraverso lo sviluppo dell’apparato tecnoscientifico, attraverso macchine che fuoriescono dalla nostra possibilità di controllo e dalla nostra capacità di governo. La nostra struttura biopsichica è in sostanza quella di centomila anni or sono. Come ci ricordava Konrad Lorenz, siamo come un bambino al quale è stato dato in mano il volante di un’automobile in corsa. Siamo insomma molto vicini alla soglia di irreversibilità dei danni che noi stessi abbiamo prodotto. Dunque conoscenza, memoria, responsabilità individuale e collettiva. In questo insieme di cose nasce il senso di sé di una comunità. È così che un insieme sparso si fa stormo e riesce a darsi una rotta. Questo è il punto al quale a me pare siate arrivati consapevolmente. E il futuro? Il futuro nasce da questo viatico e ispira fiducia! Il secondo punto è il rapporto necessario tra le istanze della comunità e i saperi esperti, le arti, i mestieri, gli specialismi, con i quali voi sentite giustamente l’esigenza di un confronto per decidere insieme la rotta. Io la vedo così. Un’orchestra può esser composta anche da cento ottimi elementi. I cento ottimi musicisti suonano un loro strumento ma se non c’è qualcuno che li coordina rischiano di andare ognuno secondo il proprio gusto e le attitudini individuali. Il

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direttore è indispensabile. E qui chi è il direttore? Chi coordina non può che essere la comunità. La comunità assume così il suo compito appunto di direzione dell’orchestra. Se si smarrisce questo rapporto tra direttore d’orchestra e maestri strumentisti, succede quel che ha descritto Fellini. Dunque mi pare molto positivo che voi apriate il confronto tra gli specialismi tecnici, scientifici e artistici, ma vorrei mettervi in guardia dall’insidia dell’immaginare che le soluzioni vengano trovate come pura somma di tanti saperi esperti. La direzione dell’orchestra è un processo complicatissimo, ancora una volta maieutico, che porta a sintesi molti suoni diversi. C’è bisogno di tutti, dal più modesto operatore fino al più grande scienziato. Ma tutti insieme, senza coordinamento, sono perduti. Il coordinamento è questa ‘chimica’, in parte illeggibile, nella quale (ve lo dico con semplicità, da laico, da uno che si immagina ateo) partecipa con energia il sacro. Senza la componente unificatrice del sacro io non vedo comunità. Qui si affaccia il tema dell’intersezione fra comunità e parrocchia, un intreccio profondo che è stato costitutivo, in un lungo periodo storico, dei nostri microcosmi. Oggi, nel mondo che ci circonda, anche qui nel Veneto, lo vedo assai sfilacciato. Ma dove funziona, e qui mi pare siamo in uno dei casi rari, esercita un ruolo significativo nella transizione alla comunità e nella definizione della rotta. In una ricerca che ho personalmente coordinato, relativa a un’area del Veneto, la corrispondenza potenziale delle aggregazioni insediative con le dimensioni delle parrocchie è una corrispondenza che permane di tutta evidenza. Come oggi funzionino le parrocchie è un altro discorso; ma che la struttura territoriale delle parrocchie sia stata una delle prime a inseguire le tumultuose modificazioni insediative del secondo dopoguerra, questo è un dato di fatto.

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Dunque non c’è nessuna ragione per non affrontare scientificamente, da posizioni laiche, il ruolo del sacro dentro la formazione della comunità nella quale si nasce, si muore, si compiono gli atti importanti della vita. Che poi non sia indispensabile un sacerdote, un conduttore del sacro, una mediazione preposta a metterci in contatto con il sacro, è mostrato dalle ricerche di antropologia del sacro e dalla stessa esperienza. Il sacro è qualcosa che travalica le forme religiose, rituali e liturgiche dell’assemblea in luoghi preposti. Il sacro si mostra attraverso cose e situazioni le più varie. In infiniti modi è data ierofania. Dicevo dei saperi esperti e dell’orchestra: vedete, anche il direttore d’orchestra ha un punto cardinale al quale riferirsi. Non è libero. Qual è il punto di riferimento? È lo spartito. È la storia del luogo, una storia di lunga durata. È il fatto che qui dove ora c’è il ‘villaggio del sole’ c’era un prima, e il prima diventa elemento fondamentale. Il lunghissimo prima che cos’era? Prima di essere un pezzo di campagna, era occupato da una foresta? Era una leggera ondulazione di terreno? Era un acquitrino? C’è di certo un lunghissimo prima geologico che fa parte integrante dell’oggi e del futuro. Dunque, così come il direttore d’orchestra ha uno spartito, la comunità ha un brogliaccio di orientamento, che trae origine dai milioni di anni della geologia, non dalle recentissime iniziative di Fanfani o di Vanoni. Il terzo punto che mi premeva mettere in dialogo con voi è quello della trasferibilità e del contagio della vostra esperienza. In un vostro comunicato voi dite ‘trasferibilità’ ma io, un po’ scherzosamente, ma anche perché lo penso, preferisco usare la parola chiave ‘contagio’. La vostra esperienza è preziosa per una riflessione critica sulle norme vigenti di tutela e di pianificazione territoriale e urbanistica. Croce e Bottai ci han-

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no messo a disposizione le norme fondamentali del ’39 (tutela) e del ’42 (pianificazione). Nel 2010, settant’anni dopo, si continua a pensare che quelle siano ottime norme e vadano applicate. Si continua a pensare che se le cose non funzionano bene è perché non le applichiamo. Io penso invece che ci convenga aprire, senza indugi, una riflessione a largo spettro sui metodi, gli strumenti e soprattutto sugli attori del governo delle trasformazioni. La riflessione non può non partire da due capisaldi, l’art. 9 della Costituzione (1948) e la Convenzione Europea del Paesaggio (2000). Il primo caposaldo è una specie di miracolo, sintesi della concezione di una Repubblica che unitariamente promuove la ricerca, l’istruzione e la tutela del paesaggio. È una invenzione concettuale sulla quale abbiamo riflettuto poco, ed è la piattaforma solidissima sulla quale appoggiare la revisione delle regole di gestione, manutenzione, progetto dei luoghi. Per affidare alla Repubblica (non solo allo Stato) questo compito, il giudizio sulla società (in tutte le sue articolazioni) va aggiornato e cambiato. Ormai, da un decennio, con crescente intensità, emergono, in forme e dimensioni varie, comportamenti critici, tensioni conflittuali, perfino antagonismi irriducibili contro il consumo bulimico di suolo, contro iniziative dettate da una fame edificatoria insaziabile anche se ormai priva di domanda reale. Qui avete il bell’esempio del ‘No Dal Molin’. Ma esempi ce ne sono in tutta Italia. Solo nel Veneto ci sono 230 comitati e, anche tenendo conto della sindrome circolante del ‘no nel mio giardino’, bisogna cominciare a capire che la situazione culturale e sociale è molto più complicata e che le tendenze sono più aperte e disponibili a una svolta positiva. Si tratta dunque di individuare una strada che nasce

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dall’art. 9 della Costituzione e si nutre della Convenzione Europea del Paesaggio, che a pieno titolo apre la possibilità di concepire il processo di responsabilizzazione della comunità. Ecco che ritorniamo al punto a cui appoggiare il senso stesso del luogo: la responsabilità della gestione, il controllo sulle modificazioni ma anche il disegno delle modificazioni, il progetto, la rotta. Possiamo forse uscire dalla paralisi di chi vuole stare fermo, dalla guerra tra chi dice sempre no e chi dice sempre sì, dal braccio di ferro tra la Soprintendenza che mette vincoli e ‘quell’altro’ che ha trovato il modo di sfuggire ai vincoli. Oggi siamo ancora un paese come una caserma in cui il soldato cerca di imboscarsi e il caporale di stanarlo. L’idea che le comunità siano come i soldati che s’imboscano è un’idea che dobbiamo assolutamente tentare di rimuovere, per affermare il contenuto non di una lontana utopia, ma della nostra vicina Costituzione. E la Repubblica non è soltanto il Ministero dei Beni Culturali e le sue Soprintendenze (benvenute quando fanno il loro mestiere), non è soltanto la Regione, la Provincia, il Comune. La Repubblica vive in tutte le sue articolazioni sociali, fino a quelle realtà di base, a quelle comunità che si identificano con i loro luoghi di vita e assumono la responsabilità di curarli, governarli, proteggerli e migliorarli per le generazioni future. Grazie dell’attenzione.

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L’approccio narrativo FEDERICO BATINI, FONDATORE DELLA METODOLOGIA DELL’ORIENTAMENTO NARRATIVO

Perché una relazione sull’approccio narrativo? Alle fondamenta di questa scelta possiamo collocare almeno tre fenomeni: 1) il ritorno alla narrazione nelle arti e nei media; 2) l’emergere progressivo dell’interesse per la narrazione in tutti i settori delle scienze umane; 3) il legame indissolubile tra costruttivismo cognitivo, ermeneutica e pensiero narrativo. Infine la conoscenza della particolarissima esperienza alla quale in questo convegno, in questo quartiere si fa riferimento consente di comprendere a fondo come proprio la narrazione (e la condivisione della stessa) sia un elemento di fondamentale importanza per la costruzione di comunità locali solidali e capaci di tras-formare la propria identità.

1. Il ritorno alla narrazione nelle arti e nei media Sembra che i veri narratori siano scomparsi. Sono difficili da trovare dei narratori in grado di raccogliere intorno a sé gli ascoltatori, di trasportarli nel tempo e nello spazio di un racconto, coinvolgendoli nelle vicende di una storia, legandoli a sé col suono della voce e la fascinazione del corpo in movimento. Oggi, se è vero che certe figure di narratore e molte modalità di narrazione, soprattutto orale, sono scomparse, è altrettanto vero che la narrazione si impone come situazione comunicativa e modalità relazionale in gran parte della vita quotidiana, soprattutto in ragione della pervasività dei media,

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le nuove potenti ‘agenzie narrative’ del nostro tempo. In particolare, la tv, “probabilmente la principale agenzia di story telling del mondo contemporaneo” (JEDLOWSKI 2000, p. 57), sembra nata per soddisfare la nostra fame di storie quotidiane e per fornirci infiniti stimoli a narrare nelle conversazioni di tutti i giorni. Il cinema, il teatro, la pubblicità si sono appropriati di una modalità narrativa nei format di maggior successo.

2. La narrazione nelle scienze umane È stato Andrea Smorti (1994) il primo a fare il punto sulle “tendenze che hanno favorito il sorgere di un orientamento narrativo, sia come modello scientifico che come ambito di studi” (ivi, p. 18). Tra di esse è opportuno tenere presente almeno: 1) il cambio di paradigma verificatosi nel campo dell’epistemologia della conoscenza scientifica (SMORTI, 1994, pp. 24-26), nel quale si è cominciato ad accettare la natura linguistica delle teorie, quindi la loro interpretabilità e la necessità di ricorrere a una convalida da parte della comunità scientifica piuttosto che ad una verifica sperimentale (la scienza diventerebbe così “un’impresa collettiva di attribuzione di significati”, ivi, p. 25); 2) l’imporsi, a partire dal dibattito sul postmoderno (LYOTARD, 1979), di una visione depotenziata del ruolo della ragione e la conseguente apertura verso teorie di stampo costruttivista, per le quali “la realtà è un costrutto, una concezione forgiata dal potere della mente umana [...], ma anche in conformità con le credenze trasmesse storicamente che sono alla base di qualsiasi cultura umana” (BRUNER, 2003, p. 13). In questo quadro, una volta ammessa la possibilità da parte della scienza di individuare nuove modalità di conoscenza, e,

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soprattutto, una volta ammesso che l’uomo è comunque implicato in quanto osservatore all’interno di qualsiasi processo di ricerca, si è cominciato a parlare della possibilità di fornire una interpretazione narrativa della realtà. Naturalmente le conseguenze in campo pedagogico sono dirompenti. Per lo stesso Bruner (1996) “se la narrazione deve diventare uno strumento della mente capace di creare significato, richiede del lavoro da parte nostra: leggerla, farla, analizzarla, capirne il mestiere, sentirne l’utilità, discuterla”. E ancora: “Solo la narrazione consente di costruire un’identità e di trovare un posto nella propria cultura. Le scuole devono coltivare la capacità narrativa, svilupparla, smettere di darla per scontata” (ivi, pp. 54-55). Dalla pedagogia all’educazione degli adulti e alla formazione e orientamento scolastici e professionali, muovendo dalle acquisizioni della psicologia culturale di Bruner, quindi dalla rivalutazione del pensiero narrativo e, in generale, dall’avanzata delle metodologie qualitative in ambito educativo, si è cominciato a pensare alla narrazione come ad una fondamentale risorsa identitaria, capace di facilitare l’apprendimento di strumenti narrativi e di contribuire alla costruzione e alla presa di consapevolezza di un patrimonio culturale condiviso. Da lunghe sperimentazioni e riflessioni è scaturita la metodologia dell’orientamento narrativo (BATINI e ZACCARIA, 2000; 2002; BATINI e DEL SARTO, 2005), sorta ad opera di pedagogisti e professionisti dell’orientamento italiani che hanno affrontato con strumenti narrativi il problema dell’orientamento scolastico e professionale, ovvero dello sviluppo di competenze progettuali e di capacità di scelta in soggetti ‘disorientati’.

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3. Tra costruttivismo cognitivo, ermeneutica e pensiero narrativo Siamo una specie narrante (JEDLOWSKI, 2000, p. 194), perché abbiamo bisogno di assegnare un senso alla nostra esperienza: il solo modo che abbiamo per dare un senso alla complessità delle azioni umane è il racconto, l’atto di narrare. Siamo esseri desideranti, che una volta esauditi i bisogni di base, legati alla sopravvivenza fisica, sentiamo il bisogno sociale di essere accettati e riconosciuti dagli altri. Solo così – attraverso la comunicazione – possiamo riuscire a costruire la nostra identità. In particolare, “il pensiero narrativo può funzionare come metodo ‘veloce’ di attribuzione dei significati e come guida nell’azione e nel giudizio sociale” (SMORTI, 1994, p. 121): raccontando a noi stessi e agli altri incrementiamo la nostra comprensione, creiamo le condizioni per continuare a comprendere, all’interno di un circolo di tipo ermeneutico. La narrazione è motivata da un profondo bisogno di conferire senso alla realtà, la quale – secondo il paradigma costruttivista – acquista significato proprio attraverso i racconti di ciascun narratore. “Tesi del costruttivismo è che gli esseri umani costruiscano inavvertitamente la realtà nella quale vivono, e che l’ignoranza dei meccanismi cognitivi con cui ciò avviene sia superabile. Imparare e comprendere implicano costruzione e interpretazione da parte del soggetto che vive questi processi” (SCARPA, 2006, p. 30). La comunicazione, in un’ottica costruttivista, è un’azione creativa, nel senso che è attraverso la comunicazione che creiamo la realtà stessa. La narrazione è una modalità del pensiero – il pensiero narrativo descritto da Smorti (1994; 2007) – mossa dalla volontà di conferire senso alle azioni umane. Funzioniamo così: dentro una precisa cornice culturale noi ci

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muoviamo, incontriamo persone, agiamo, ovvero prendiamo delle decisioni spinti dai bisogni (bisogni fisiologici, bisogni di sicurezza, e poi, su un altro livello: di appartenenza, di stima, di autorealizzazione e bisogni spirituali, secondo la piramide di Maslow). Sono le azioni che compiamo grazie alle decisioni a costruire le situazioni e a dare un senso a ciò che facciamo. Costruiamo così i nostri valori, sulla base dei quali strutturiamo le successive decisioni. Siamo dentro un circolo di tipo ermeneutico: abbiamo dei pre-giudizi sul mondo, delle immagini del mondo, dei valori che ci consentono di scegliere, scegliamo dando un significato all’azione e creando i presupposti per scegliere ancora. Interpretare il significato delle azioni umane vuol dire mettere le azioni in connessione con altre azioni. Il che significa propriamente collocare la singola azione dentro una storia. Siccome le nostre azioni ci sfuggono, abbiamo bisogno di interpretarle, assegnando loro un senso. Per farlo costruiamo delle storie. Narrando incrementiamo la nostra comprensione, creiamo le condizioni per continuare a comprendere, ancora all’interno di un circolo ermeneutico. La narrazione è un processo cognitivo attraverso il quale strutturiamo, in unità temporalmente significative, unità di esperienza, attribuendogli un ordine, dei rapporti. Lo stesso processo si ripete nel momento nel quale ascoltiamo una narrazione, basti pensare soltanto all’operazione di ‘riempimento’ che viene fatta quando, attraverso l’immaginazione, collochiamo dati mancanti in una sequenza narrativa ascoltata. Da subito si evidenzia come il pensiero narrativo agisca, in modo tacito, in qualsiasi situazione professionale nella quale le capacità previsionali del professionista vengono esercitare tramite una narrazione del ‘probabile’. Da subito si evidenzia come il recupero di esempi narrativi significativi che consentano ri-

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flessione intorno a significati o la costruzione di narrazioni ulteriori tramite attività suggerite ad hoc, possano rivestire un’importanza fondamentale per la formazione della professionalità. Le strutture narrative (derivanti dai concetti di schema di storie, di modelli mentali, di sistemi funzionali della memoria), dunque, sono forme universali attraverso le quali le persone comprendono la realtà, se la rappresentano e comunicano riguardo ad essa. La narrazione non ha però soltanto una funzione interpretativa rispetto alla realtà esterna (il mondo intorno a noi), ma essa struttura anche la modalità di pensiero che abbiamo su noi stessi, ovvero quello che abitualmente chiamiamo coscienza di sé (il mondo interno). In altri termini, il Sé individuale emerge sia dalle narrazioni sul vissuto personale che l’individuo stesso propone (narrazioni autobiografiche e non) sia dalle narrazioni che altri compiono su di lui, elaborate entrambe dall’individuo stesso in nuove forme di coscienza. Risulta facile inferire come la mescolanza di questi due ‘oggetti’, il mondo interno ed il mondo esterno, costituisca uno dei principali veicoli di produzione di significato e di possibilità di scambio rispetto ad esso. Quando racconto un evento nella narrazione sono frammisti l’evento e la mia interpretazione di esso (i sentimenti, le emozioni che mi ha provocato...) costituendo quindi il significato che io attribuisco a quell’evento. Sintetizzando potremmo asserire che la vita umana è contraddistinta dai significati, ovvero che la nostra vita è condizionata più dalle opinioni e dai significati che attribuiamo agli eventi che dagli eventi medesimi (B RUNER , 1990; WATZLAWICK ET AL., 1967; 1978). Le narrazioni giocano un ruolo centrale proprio nel processo di significazione degli eventi: le narrazioni con cui (in cui) i soggetti organizzano le

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esperienze e gli eventi in genere costituiscono il fondamento della percezione che hanno degli altri, di se stessi, del mondo esterno. Risulta sufficiente soffermarsi un attimo sugli accadimenti significativi della nostra vita, sulle relazioni, ma anche su eventi normali di ieri o di oggi (e persino la nostra identità) per verificare come queste siano naturalmente organizzate in trame narrative. Queste trame si sviluppano attraverso cambiamenti più o meno forti in cui i personaggi sono mossi da intenzioni, opinioni, emozioni, desideri etc.., le narrazioni così prodotte, ovviamente, non ‘fotografano’ la realtà ma sono la risultanza dell’attribuzione di senso che operiamo su di essa. http://www.scuolaholden.it

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Esperienze di fare memoria GIACINTO CECCHETTO, DIRETTORE DELLA BIBLIOTECA COMUNALE DI

CASTELFRANCO VENETO

Vorrei assumere come inizio del mio contributo, un contributo che vuole essere una semplice testimonianza e nulla più, una frase contenuta nell’introduzione del volume ‘Abitare il villaggio – Memoria e storia’. La frase recita: “Non basta infatti abitare in un luogo, occorre ribadire il senso e il valore formativo che gli ambienti da noi abitati possono avere”. Intorno alla ricerca di quel senso e del valore formativo dell’ambiente in cui una comunità diviene veramente tale, si è mossa la mia pluridecennale esperienza di ricercatore, di storico e di organizzatore culturale, di divulgatore in tanti ambienti diversi e con tanti interlocutori diversi. Un’esperienza che ho riconosciuto incrociare, per molti aspetti, il cammino che l’Associazione Villaggio insieme sta percorrendo da anni. La mia storia non è la storia di uno specialista nel senso stretto del termine, pur se ho sempre cercato di assumere gli apporti di discipline differenti; la mia è una storia indelebilmente segnata da due punti di riferimento: da un lato, la terra in cui ho vissuto e vivo, una terra che comprende Castelfranco e i territori circostanti; dall’altro le persone e le comunità che su quella terra vivono. Abitare semplicemente un luogo, uno spazio fisico, non è vivere, è, forse, solo sopravvivere, vivere sopra letteralmente, non dunque vivere dentro uno spazio. Nel tentativo di contribuire a frenare questa deriva di inconsapevolezza dell’esistere ‘tout court’ in un luogo, ho cercato in tanti modi, con strumenti diversi, in tutte le occasioni che mi sono state date e

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che ho personalmente cercato, incontrando bambini, adolescenti, adulti e anziani, italiani e non italiani, credenti e non, ho cercato – dicevo - di lavorare per quella che ancora i curatori del volume citato poc’anzi definiscono coscientizzazione, cioè l’essere autenticamente consapevoli, e quindi responsabili e corresponsabili, dell’abitare, perciò del vivere, nel senso più pregnante del termine, in qualsiasi luogo, sia esso un quartiere, un paese, un città. Sempre più numerosi sono i ‘Villaggi del Sole’ nella nostra regione. Insiemi progettati e poi solo abitati, ma qui – nel Villaggio del Sole - non solo abitati, straordinario modello cui guardare e da cui assumere tutte le positività che da esso scaturiscono. Un modello, il Villaggio del Sole, al quale volgersi da quegli insiemi nati nella deregolazione urbanistica e ancor più da quelli che, accuratamente progettati nelle strutture e nelle infrastrutture, paradossalmente hanno finito per germinare al loro interno muri invalicabili nelle reti di relazioni tra persone e famiglie, sino a frantumare ogni speranza di vera coscienza dell’abitare, insomma impedendo il formarsi di comunità mature e responsabili. Un modello al quale volgersi dalle solo apparenti comunità di paese, visto che il termine comunità ha un suo profondo senso, in primo luogo nella reciproca conoscenza e nella condivisione; quelle solo apparenti comunità di paese lacerate al loro interno da una buia eclisse della responsabilità derivante dal convivere, dal dovere di costruire relazioni umane vere, prescindendo da provenienza, etnìa, lingua, religione, ma anche di professione e di reddito. In tutti questi spazi sociali, e soprattutto nelle comunità di paese che meglio conosco, ritengo si sia verificata la più nefasta delle deflagrazioni del tessuto relazionale del nostro tempo. La ricomposizione dei frammenti di tali deflagrazioni e il contributo ad una nuova stagione di relazioni interpersonali

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e comunitarie attraverso un percorso lento e paziente sono stati e sono ancora oggi sono il senso e l’obiettivo del mio impegno e, doverosamente aggiungo, di tante persone che ho avuto la buona sorte di conoscere. Un impegno che si nutre di saperi specialistici, fin dove possibile considerato il mio non specialismo, un impegno che cerca di fondere molteplici conoscenze ed esperienze che intercettano quei saperi specialistici, utilizzando occasioni di incontro, linguaggi e strumenti intelligibili per qualsiasi persona. Posso dire che sotto questo punto di vista, in oltre trent’anni di attività a Castelfranco Veneto e nei territori che circondano questa città, ovvero terre trevigiane, ma anche padovane, veneziane e vicentine, di avere esplorato e sperimentato tutto quello che mi è stato possibile esplorare e sperimentare pur di contribuire a ricostruire filamenti, relazioni, incontri, attenzioni, insomma a rompere muri, steccati, diaframmi, fra persone, gruppi sociali e comunità che da qualche tempo hanno perduto il senso dell’abitare là dove trascorrono le loro esistenze. Questo discorso vale soprattutto per molti dei cosidetti ‘veneti’, ovvero per chi, nato e residente in un determinato luogo, è finito vittima questa è la mia opinione personale, di favole identitarie, di ‘venetismi’ e di ‘veneticità’, insomma di arroccamenti su una presunta superiorità verso chiunque non sia venuto alla luce in uno spazio evidentemente solo geografico. Una superiorità o quantomeno un sistema di differenze totalmente autoreferenti poggiante sul poco o forse sul nulla, o se si vuole sulla quasi totale mancanza di vera memoria storica e dei minimi strumenti di conoscenza del territorio in cui si risiede. In quest’ottica deviata, si è ricostruito un passato fantastico, di serenissime glorie secolari, di paesaggi bucolici totalmente inventati, di presunte età dell’oro, di gloriose ci-

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viltà contadine che pure, in un passato non troppo lontano, hanno riempito i pellagrosari, gli ospedali per tubercolotici e, purtroppo, i nostri cimiteri di croci bianche. Un’ottica deviata che dimentica tutto quanto, al contrario, la ricerca e lo studio paziente della memoria vera, non strumentalmente rivisitata, ci ha restituito e ci restituisce della lunga e faticosa strada sulla quale le nostre comunità hanno camminato sino ad oggi. Lo scrittore Claudio Magris ha scritto quel che può sembrare un paradosso, ma che paradosso non è: “Il passato non esiste, perché esso è in ognuno di noi, assorbito nel nostro presente in forma di oblìo o di memoria più o meno definita”. Chiarissimo: noi siamo il nostro passato, di persone e di comunità, un passato che è il tempo della contemporaneità. Sottrarre all’oblio la memoria vera di quel passato e renderlo fibra viva del presente, questo ho cercato di fare. In una prima fase, ancora ventenne, entrando nel comitato di gestione della Biblioteca del mio comune, Vedelago, provvisto dei primi rudimenti della ricerca storica e di una solida consapevolezza della mia personale responsabilità nei destini del paesaggio del territorio in cui vivevo, già allora, fine anni ’70, martoriato da un’attività estrattiva senza regole. Si trattava di promuovere l’istituzione del parco regionale del fiume Sile. E come fare per coinvolgere i proprietari dei terreni inclusi nell’area del futuro parco dell’utilità di un parco? Parco: parola terribile e funesta, evidentemente per chi non avrebbe più potuto tagliare siepi alberate, arare i prati di paludi e convertirli a maiscoltura. Con tanti amici si è messa in piedi una mostra all’aria aperta in piena palude, sotto un tendone, utilizzando dei pannelli in tela di iuta, su un terreno reso disponibile da un proprietario provvisto di particolare sensibilità sull’argomento. Quello è stato il primo esperimento di comunicazione, rozza se volete, a tentare di rappresenta-

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re la posta in gioco. Ma è anche stato il primo esperimento di commistione di strumenti e saperi diversi. Scavo nelle mappe storiche degli Archivi di Stato di Treviso e Venezia, per presentare, in riproduzione, l’antico assetto idrografico del bacino del Sile; chiamata in campo di architetti, ingegneri idraulici e agronomi, per la redazione di mappe aggiornate e di proposte di salvaguardia dell’area interessata al parco; ricerca di foto storiche, documentanti la vita, i lavori e i vari utilizzi della palude, sin dalla fine dell’800; redazione di testi esplicativi per condurre chiunque a leggere carte, immagini, prospetti statistici e via dicendo. Ma soprattutto presidio della mostra, tra zanzare e altri animaletti, non per custodirla, ma per incontrare le persone del luogo, per ascoltarle, per discutere con loro di qualcosa che, a quell’epoca, da quelle parti, sembrava essere una sorta di asteroide calato sulle loro terre. La lunga esperienza di amministratore comunale del mio comune, Vedelago, e dal 1982 di direttore della Biblioteca Comunale di Castelfranco, degli Archivi storici di quel Comune e del Museo Casa Giorgione, ha fatto il resto. Non mi sono – come si suol dire – fatto mancare niente pur di ‘stare dentro’ ad un territorio in pieno fermento, dentro il quale avvertivo come una sorta di inspiegabile sindrome di autodistruzione di segni visibili e di segni immateriali. Ho cercato e ho risposto alle tante persone che ritenevano fosse mio dovere entrare in gioco, soprattutto a Castelfranco Veneto e nel suo circondario, per ricostruirne la storia e non solo quella materiale, degli edifici, delle acque, delle piazze, delle strade, dell’economia, dei commerci. Ma anche la storia delle idee e della cultura, e in fin dei conti delle persone, tutte, sia di quelle che nelle fonti storiche sovrastano il pelo dell’acqua come pure di quelle che stanno immerse se non addirittura schiacciate, ma solo in apparenza, sul fondo della cosiddetta grande storia.

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Associazioni e insegnanti, parroci e presidenti di banche, amministratori comunali e persone comuni, laureandi e giornalisti, registi e scrittori, musicisti e studenti di ogni ordine di scuole, insomma una rete di relazioni senza confini dalla quale mi sono fatto avvolgere, e che tuttora mi avvolge. Ne è nata la pubblicazione di numerose opere a stampa, sulla città castellana, sulle comunità un tempo rurali della Castellana e dell’Asolano, su significativi episodi del patrimonio architettonico e artistico, su personalità di particolare rilievo nei mondi della politica, della cultura e della religiosità, solo per ricordare alcuni aree di ricerca. Insomma dico io – scherzando – carta, tanta carta stampata, che non volevo rimanesse tale e che non dovesse rimanere tale, o peggio ornare librerie di parata in qualche bel soggiorno. Libri che avevano come fine la restituzione, attraverso le carte d’archivio, le mappe antiche, le foto, le interviste, le elaborazioni statistiche, l’evoluzione dei paesaggi fisici e dei paesaggi umani, insomma la storia delle comunità sino alla metà dello scorso secolo, intercettando ed assumendo per tutto quanto necessario e fin dove possibile i saperi dell’idraulica e dell’agronomia, della toponomastica e dell’archeologia, della demografia e dell’economia, del diritto e dell’arte, e di tante altre discipline indispensabili alla ricostruzione di una storia e di tante storie. Il colore dei terreni, la vegetazione che li popola, le acque che li attraversano in corsi naturali o artificiali, gli insediamenti abitativi dell’antichità e i reperti delle loro culture materiali, la ricostruzione del sistema insediativo medievale, i segni di paesaggi scomparsi lasciati da antichi nomi di contrade, località, paesi, o ancora leggibili in reti stradali o in terrapieni un tempo ospitanti strutture di castello, e poi le chiese, le ville, le case rurali, l’ordito dei coltivi, i rapporti di conduzione delle terre, l’alimentazione, l’allevamento, la nascita, la vita e la morte di generazioni di

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persone nelle comunità urbane e rurali, la fede e le devozioni, la solidarietà nei tempi di fame e di guerra, le guerre e le ricostruzioni. Storie senza fine, storie dei cosidetti ‘senza storia’, in cui saperi e discipline sono viatico imprescindibile. Dopo averle scritte quelle storie era indispensabile raccontarle per farle divenire patrimonio del numero più vasto possibile di persone. Non vi era altro modo che andare incontro alle persone. Nelle scuole elementari, portando con me immagini, riproduzioni di documenti e alcuni reperti di scavo. A questo proposito ricordo l’emozione di molti bambini nel toccare con mano qualche punta di freccia in selce di qualche millennio fa ritrovata nelle paludi del fiume Sile, o il collo di un’anfora romana, e quindi il veder costruire dentro ogni bambino un’esperienza non solo tattile, difficile da dimenticare. Un’altra esperienza che ricordo come di grande rilievo: il riconoscimento della propria abitazione dentro una rete di quartiere e in ultima analisi dentro la città, durante un laboratorio, da parte di bambini di 5° elementare d’una scuola di Castelfranco usando riproduzioni ampie quanto un lenzuolo di immagini ortografiche recentissime, assunte come base per andare a ritroso nel tempo attraverso foto aeree degli stessi luoghi scattate nel 1955, nel 1944 e negli anni ’30, e verificare quanti e quali erano gli strati che nel tempo si erano sovrapposti l’uno all’altro sino a formare l’orizzonte contemporaneo di quei bambini. Incontri, ma anche laboratori di storia veri e propria, nelle scuole, nella Biblioteca e in Archivio, modellati e declinati nei linguaggi e nei percorsi didattici in costante collaborazione con i docenti. Devo dire che ho sempre ritenuto essenziale privilegiare il terreno del rapporto con il mondo della scuola: là si possono trasmettere conoscenze ed esperienze; là si può seminare la speranza di un futuro di relazioni e responsabilità che nel mondo degli adulti a me sembra assai più dif-

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ficile, anche se non impossibile, intravedere e sostenere a costruire e spesso a ricostruire. Dove, però, trovare e incontrare gli adulti? Nelle associazioni di ogni genere, ed anche in questo spazio, non ricordo più quante e dove le occasioni di incontro, a parlare e a discutere di temi storici, di paesaggi urbani contemporanei, di congiunture culturali ed economiche, assumendo, sempre, contributi di esperienze personali, di punti di vista, condivisibili o meno non importa, ma espressi, comunicati in una relazione fatta di rispetto reciproco, di scambio e, alla fine, sempre di arricchimento. Gli adulti, almeno dalle nostre parti, li trovi nelle chiese, di domenica o in occasioni di particolari ricorrenze. Non mi sono risparmiato più volte dal tenere omelie laiche dai pulpiti di un buon numero di chiese castellane e non, in questo caso, evidentemente senza interlocuzione con i presentifedeli, illustrando, in occasione di anniversari di costruzione o consacrazione di chiese o di restauri, patrimoni d’arte che stavano sotto gli occhi di tutti, ma di cui non sapevano leggere il significato intrinseco e il valore non solo artistico, ma soprattutto di memoria della comunità, e non solo parrocchiale. Gli adulti, nel caso che qui ricordo solo donne, li ho ritrovati nelle mattinate di attività del Centro di Educazione Permanente di Castelfranco. Donne proveniente da paesi del nord-Africa, dell’Europa orientale, dell’America latina e del sud-America, lì riunite per capire meglio e più di noi, del nostro modo di stare e rapportarci con loro, per orientarsi nella città in cui vivevano anche con la propria famiglia, per capire la ragione per la quale, per fare un solo esempio, un quadrilatero di mattoni rossi fosse là da 800 anni e fosse riverito come una sorta di reliquia, oggetto di cure e restauri costosi. Adulti, meno giovani, li ho trovati e li trovo nei pomeriggi dell’Università Popolare o dell’Università della Terza Età, occasioni queste in

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cui faccio il pieno di mondi, di storie personali e famigliari che miscelo in narrazioni in cui le rappresentazioni di paesaggi del passato si trasformano in paesaggi ed orizzonti interiori confermati o rinnovati in ognuno dei partecipanti. Adulti, per concludere questa breve sequenza di esempi, che ritrovo nella campagna intorno a Castelfranco, su un terrapieno medievale, intorno a un cantiere di scavo archeologico, accomunati nella riscoperta di tessere costitutive di un paesaggio che necessitano di essere correttamente identificate, lette ed assunte come valori, e certo non solo ambientali o archeologici. Non mi è stato difficile, anzi naturale, avere chiara in tutte le situazione che ho esemplificato un distinzione ben netta. Se infatti nei libri la visitazione dei saperi specialistici deve rispondere a ben definite metodologie, attestate da corretti approvvigionamenti di informazioni, di altrettanto corretto utilizzo delle stesse, nonché di corretti apparati di citazione delle fonti a stampa e delle fonti d’archivio, come pure di esaustivi repertori bibliografici, nel rapporto diretto con persone, con associazioni, con comunità, quella visitazione deve stare sullo sfondo, percepita dall’interlocutore come base e fondamento della comunicazione, ma riconsegnata in parole e in immagini efficaci. Visitazione ulteriormente rivisitata per essere acquisita e fatta propria da chiunque non possegga in tutto o in parte, lessici disciplinari e che, in generale, non possegga linguaggi che possono trovare spazio e uditorio nei luoghi dove gli specialisti hanno la loro legittima casa. In quella legittima casa sono entrato più e più volte: seminari, convegni, conferenze, presentazioni libri e via dicendo, consapevole di portarmi via nuove scorte di viveri per proseguire lungo la strada mia e delle comunità delle quali mi sento partecipe e corresponsabile. Incontri, libri, saggi, articoli, documentazioni video, mostre d’arte di documenti, letture pubbliche, una

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miscela di esperienze, ed ultima quella faticosa ma esaltante della recente mostra su Giorgione, esperienze nelle quali ho sempre avuto di fronte fisicamente o idealmente un volto e cento volti, una persona e cento persone, una e cento storie: volti, persone, storie che sono divenute mie tanto quanto quel che ho cercato di fare è finito nelle mani e, spero, anche nella vita e nella coscienza civica dei tanti che ho incontrato. Ho fatto e faccio tutt’oggi quel che ho raccontato in breve excursus semplicemente perché ho sempre avvertito la coscienza di doverlo fare, con naturalezza, certo con qualche fatica qua e là, ma nella convinzione che da cittadino del mondo dovevo spendere tutto quello che avevo, e comunicare senza sosta, scambiare e scambiare, condividere e condividere, discutere e discutere, arricchirmi, sicuramente, e, forse, arricchire un po’ i miei compagni di viaggio della mia terra, per potervi veramente abitare, per rigenerarvi un rinnovato senso di comunità, per tornare ad apprendere lo stare insieme, guardandosi dentro, raccontando se stessi e le proprie storie, non per fermare il tempo e congelarlo in sterili nostalgie, ma per parlare al tempo, per affrontare e fare nostro il ‘venire’ del tempo. Questo credo sia il senso e lo spirito di quel che è e che fa l’Associazione Villaggio insieme.

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‘Conclusioni’ MARISA FANTIN, PRESIDENTE DELL’INU VENETO

Vista l’ora cercherò di essere contenuta nella mia esposizione. Anch’io inizio con ringraziare l’Associazione Villaggio Insieme per aver coinvolto l’Istituto Nazionale di Urbanistica in questa esperienza. Noi abbiamo condiviso un percorso lungo almeno un paio d’anni e consideriamo questa opportunità come un privilegio. Oggi a me spetta il compito di trarre le conclusioni degli interventi che mi hanno preceduto, ma l’ampiezza e la varietà dei temi e degli approcci e la complessità delle relazioni mi rende il compito difficile. Soprattutto credo che chi mi ha preceduto abbia posto delle questioni molto interessanti, abbia messo in luce nuove problematiche e nuovi fronti. Sono state relazioni che hanno aperto percorsi nuovi e che mi hanno stimolato a riflettere piuttosto che a concludere. Voglio però sottolineare l’importanza che ha avuto per l’INU questo affiancamento al percorso dell’Associazione. Lo dico perché faccio l’urbanista e sono convinta del mio lavoro nonostante quello che tutti dicono degli urbanisti e nonostante quanto siano stati vituperati i piani, in particolare nella nostra regione. Faccio questo mestiere con orgoglio perché penso che il momento in cui una città fa un piano sia un momento molto importante. È uno dei pochi momenti in cui un’amministrazione, i cittadini, i tecnici hanno l’opportunità di fermarsi e riflettere sul territorio. Lo fanno da vari punti di vista, cominciando con l’ascoltare quello che il territorio dice. Il territorio è un soggetto complesso, quindi è importante che il piano sia costruito da tante discipline diverse e

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oggi le relazioni che abbiamo sentito provengono da culture, da formazioni, da esperienze di vita e da interessi diversi. Secondo me sempre quando si riflette sull’urbanistica e sul governo del territorio bisognerebbe avere questa molteplicità di approcci, perché questo ci salva dal pensare che un piano sia solo un modo per dettare le regole, per scrivere gli indici di edificabilità di una zona. Le regole ci devono essere e sono importanti: i rapporti tra le persone, gli interessi economici e sociali ci obbligano ad avere delle regole quando pensiamo a un territorio, ma non sono l’unico contenuto e devono discendere da un insieme di riflessioni. Da architetto e da urbanista credo che il Villaggio del Sole debba essere considerato un progetto interessante e da valorizzare, sia sotto il profilo urbanistico che architettonico. Vicenza non è solo la villa palladiana, che l’ha resa nota nel mondo, ma possiede altri luoghi di pregio che non sono patrimoni universali ma che rappresentano comunque dei valori. Questi luoghi di valore, queste riflessioni e progettazioni che appartengono all’urbanistica negli anni Sessanta, li abbiamo messi da parte, dimenticati. I buoni progetti e le buone architetture nascono certamente da buoni progettisti, ma sono anche espressione di un sistema culturale che ha una sua dimensione e una sua articolazione. Qualcuno diceva prima di me: quando si fanno i tagli sulla ricerca e sulla scuola, o sulla cultura, siamo tutti penalizzati. Si è buoni architetti in un mondo dove ci sono buoni scrittori, buoni ricercatori, buoni designer, buoni conoscitori del verde. La buona architettura, che è espressione del saper fare e del mestiere di architetto, nasce in momenti in cui si dà valore alla ricerca delle forme e delle funzioni; il fatto che questo quartiere sia migliore di tante delle architetture dei quartieri che produciamo oggi ci dice qual è la differenza tra quell’epoca e la nostra.

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Non è solo un problema di risorse e tanto meno di destinatari finali dell’opera quanto di capacità di esprimere il proprio contemporaneo avendo consapevolezza del suo valore. C’è un’ultima cosa che ritengo importante, mi dispiace che i due sindaci emeriti si siano dovuti allontanare, ma volevo sottolineare che questo quartiere nasce da una iniziativa pubblica. Le amministrazioni oggi stanno perdendo sempre di più la capacità di investire sul territorio. Certamente oggi le amministrazioni non hanno risorse e sono costrette a ricorrere a finanziamenti privati per la realizzazione delle opere. La dotazione residenziale pubblica è molto ridotta e spesso realizzata in forma di parternariato pubblico-privato. Questo non significa che non si debba riaffermare il ruolo del pubblico che comunque non deve essere esautorato da una partecipazione attiva e di tutela dell’interesse collettivo anche in termini di qualità delle realizzazioni. Il pubblico lavora e ragiona sul territorio in modo diverso da come ragiona il privato, che è un partner sicuramente utile, anzi indispensabile, ma che deve lavorare e progettare dentro un forte controllo pubblico. Queste esperienze dimostrano che un forte controllo pubblico produce anche qualità. Dobbiamo tornare a investire sulle città, sull’abitare nelle città. Per anni abbiamo seminato le case al posto del mais e dei vigneti, perché obiettivamente rendevano di più. Oggi tutti noi abbiamo capito che l’ambiente è un valore, che dobbiamo smettere di consumare suolo. Qualcuno dice che oramai il territorio veneto è irrecuperabile, io credo invece che una migliore qualità dell’abitare sia ancora raggiungibile. Questo è un esempio di quartiere nato per dare un’idea dell’abitare che combinava la casa, i servizi e le opere pubbliche. Questa articolazione è andata perduta nella realizzazione di zone monofunzionali. Solo

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tornando nella complessità che caratterizza gli insediamenti urbani possiamo recuperare una buona dimensione dell’abitare, che non esiste nel diffuso, nelle zone agricole, nelle periferie anonime. Esiste nella prossimità, nella vicinanza, nella densità che solo i luoghi urbani hanno. Questo percorso di lettura dell’impianto urbanistico e architettonico del Villaggio del Sole mi ha fortificato su queste convinzioni che avevo maturato anche in altre esperienze di lavoro. Oggi presentiamo l’ultimo libro, che è stato illustrato molto bene da Steve Bisson, della collana dedicata al Villaggio del Sole. Devo dire ogni volta che riguardo il percorso fatto dall’Associazione concludo che la storia, le riflessioni, la valutazioni sono già tutte presenti nei primi libri, quelli che riportano le storie degli abitanti. Io credo che la storia del Villaggio del Sole, anche la storia disciplinare, sia tutta raccolta lì, ed è la cosa che mi ha emozionato di più quando l’associazione Villaggio insieme mi ha invitato a lavorare su questo progetto. Tutto è partito dalle storie di persone sconosciute e queste persone ci sono diventate conosciute e familiari e loro hanno raccontato il verde, hanno raccontato l’abitare meglio di tanti esperti. Un progetto di quartiere residenziale che è diventato un insieme di racconti di vita vissuta: la migliore recensione critica, il più autorevole commento a cui un progettista possa aspirare.

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Messaggi e interventi vari

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[...] questa chiesa è particolare perché la sua forma è speciale, rivoluzionaria per l’epoca ma ancora oggi: questo mi sembra il senso del suo messaggio ‘immortale’, essere percepita anche da persone comuni, non esperte di architettura, come un capolavoro. La sua forma dà l’idea di una libertà totale, ha la sua bellezza nella sua espressione poetica oltre che ingegneristica.

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Fondazione Fanfani Il rammarico provocato dalla sopraggiunta impossibilità di partecipare al vostro convegno è forte quanto l’apprezzamento della Fondazione Fanfani per l’impegno con cui è stato promosso e per le finalità che persegue. Ci è sembrato ammirevole che una comunità di persone abbia voluto ricordare come, quando e perché si è costituita, abbia sentito il dovere di raccontare a sé stessa e ad altri l’esperienza vissuta e si sia ora proposta di trarne una riflessione di carattere generale. Il Vostro odierno omaggio al valore del luogo, come quello di ieri al valore della memoria e alla forza della narrazione, ha per noi un significato particolare perché è anche un grande omaggio ad Amintore Fanfani. Senza la tenacia con la quale sessant’anni fa egli vinse la resistenza dei riluttanti di allora probabilmente non sarebbe stato attuato l’unico grande progetto nazionale di edilizia popolare che abbia mai avuto il nostro Paese; e chi abita nell’ospitale e ben costruito Villaggio del Sole starebbe altrove. Va aggiunto che il metodo partecipativo con il quale sono stati coinvolti protagonisti e testimoni di questa storia esemplare - urbanistica, ambientale e civile - corrisponde all’esigenza di una partecipazione consapevole dei cittadini alle scelte che li riguardano; esigenza di cui Fanfani è stato sempre assertore. Anche per questo motivo la Fondazione intitolata al suo nome Vi è profondamente grata e Vi augura cordialmente buon lavoro. Cesare Mirabelli Il Presidente

Ettore Bernabei Ignazio Contu Il segretario generale

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Il Vicepresidente


Alessandra Moretti, assessore all’Istruzione e ai Giovani del Comune di Vicenza, Il Tempo è uno straordinario, e inimitabile Architetto. Che svela disegni, rivoluziona forme, modifica paesaggi. Lo penso spesso quando mi fermo al Villaggio del Sole. Dove il disegno urbanistico dello studio Ortolani da cui nasce questo pezzo di città, 50 anni dopo continua a svilupparsi, e a intrecciare la propria forma cangiante, con la vita quotidiana degli abitanti. Basta pensare proprio a quel ‘Sole’, inscritto nel nome del quartiere come un segno profetico. Lo stesso Sole che oggi, grazie alle migrazioni degli ultimi decenni, al Villaggio ha cominciato a mostrarsi come Arcobaleno di razze, lingue e tradizioni. Ma Sole anche come identità, fatta di quiete e accoglienza. Al Villaggio la riconosco in ogni spicchio di verde, che perpetua una sua sobria dignità grazie a chi lo cura con dedizione. La percepisco dall’animazione degli spazi comunitari, dove quasi sempre ferve una qualche iniziativa. La colgo nelle voci di tanti cittadini, orgogliosi di essere nati o di abitare in un quartiere così schiettamente e positivamente ‘popolare’. Tutte sensazioni che, come assessore all’Istruzione e ai Giovani, vivo con particolare intensità quando mi ritrovo vicino ai ragazzi e agli scolari del Villaggio. Ecco perché, pur rammaricata di non essere presente a causa di inderogabili impegni personali, so di affidare alle migliori mani possibili le sorti di un convegno che sarà punto di inizio, e non certo di arrivo, di un nuovo percorso, culturale e sociale, intrapreso dai carissimi amici di Villaggio Insieme.

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Interventi vari

Giorgio Sala, Sindaco emerito di Vicenza Avrei dovuto andarmene prima, ma devo confessarvi che le relazioni, cosa che non mi capita frequentemente, mi hanno legato alla sedia con l’attenzione dovuta, con il rispetto, con la gratitudine ai relatori. Spesso ci capita di restare legati alle sedie quando andiamo ai convegni perché non si riesce ad andarsene, quest’oggi è stata una cosa diversa di cui davvero vi sono molto grato. Sì è vero che il Villaggio del Sole è stato concepito prima che io entrassi in amministrazione, però poi l’attuazione è stata anche, si è sviluppata, durante la mia attività, prima come assessore e poi come sindaco. Invece risale all’amministrazione nella quale ho lavorato il villaggio della Produttività, che è stato il primo osso duro che ho trovato, il primo atto, non posso dimenticarlo, quando sono diventato assessore. Mi ricordo che siccome c’erano polemiche infinite su quel villaggio della Produttività, determinate dai criteri di assegnazione di quegli alloggi, coi sindacati che litigavano fra di loro, io mi sono trovato questa patata non calda, ma bollentissima. Mi sono cimentato, insomma ho dovuto fare esperienza. Contemporaneamente si sviluppava il cosiddetto quartiere Cassa di Risparmio con interventi anche finanziari del Comune. Insomma certamente ero vivo allora attorno a questi problemi. Mi è tantissimo piaciuta fra le altre la relazione di quel signore che ha parlato del verde , dell’intorno, e pensavo mentre il relatore parlava che poteva esserci anche una svolta, che non credo avrebbe migliorato il Villaggio del Sole, quando si parlava di portare da queste parti l’ospedale, il grande ospedale di Vicenza. Insomma c’è una storia e questa storia ha visto molte forze, vecchio amico Luciani, ha visto molte forze che si sono mosse qui, e certamente è stato un fattore molto forte per

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merito anche di preti bravi, forti, coraggiosi e di gente che sapeva rispondere alla chiamata. Ecco quindi io ho nella testa tutte queste cose, stamattina per me è stato un ritornare a quei tempi. Pensavo, da ultimo, pensavo che ci sono altri quartieri a Vicenza e però i quartieri che hanno una storia hanno bisogno anche di qualche cantastorie, gente di volontà e di coraggio. Io sono per una piccolissima parte testimone di quanto Brusutti abbia avuto una continuità micidiale nel portare avanti questa storia e gli si deve dare atto e ne ha certamente il merito. Ha trovato anche la moglie giusta per arricchire questa forza espressiva, che poi io non lo so, perché parlano già del futuro, uno due tre libri. Ma pensate cosa vogliono dire questi libri, il futuro, io non so… non posso che augurarvi… Io penso che continuiate a lavorare, altri quartieri potrebbero avere titolo ugualmente. Non so se tu dopo aver lavorato qui ti trasferisci e ti metti ad assediare i cittadini, assediare gli amministratori, come hai fatto per il Villaggio del Sole. Ti ringrazio molto, ringrazio anche tua moglie, ringrazio tutti con ammirazione, perché ripeto non è facile ascoltare relazioni come le quattro che abbiamo ascoltato oggi. Vi si deve dire grazie.

Andrea Moroni, quartiere san Pio X Vi rubo pochissimo spazio perché sono un ospite. Oggi sono contento di essere a questo incontro, ho una duplice veste in realtà. A san Pio X come qui da anni, dal 2002, si scrive e ho con me due libri e un audiolibro che è stato fatto recentemente; si scrive, ma soprattutto ci si incontra. È un’iniziativa che è promossa da tempo dalla scuola media

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e dal Centro Territoriale per l’educazione Permanente che lavora con gli adulti, portato avanti dagli amici della Rondine, un’associazione di pensionati del quartiere con circa 1200 iscritti, una realtà grossa. La seconda veste per cui sono qui oggi è quella che mi emoziona di più. In realtà io ho passato la mia giovinezza a santa Bertilla, qui vicino, mia mamma abita al Villaggio del Sole, mio figlio è venuto a scuola qui perché c’erano i nonni, io sono stato sposato da don Battista Borsato, ex parroco del Villaggio, caro a tutti noi. Vi volevo dire semplicemente che questo lavoro che voi fate, che io conosco perché all’inizio anni fa abbiamo avuto modo di parlarci di questo, non solo lo apprezzo e lo stiamo facendo anche noi, ma sono fiducioso rispetto a quello che il sindaco Sala diceva, cioè che esistono sul territorio tanti ‘semini’ di questo tipo, si tratta semplicemente di trovare la situazione favorevole. Racconto brevemente la nostra esperienza, simile alla vostra anche se un po’ diversa. Io sono arrivato a san Pio X otto anni fa, provenendo da altre realtà. Fra le altre cose che vengono in mente a me e ad altri della scuola c’è l’idea di provare a fare un corso di informatica per gli anziani, che chiamiamo ‘nonni e computer’. Quando abbiamo cominciato alcuni pensavano che si sarebbero persi alla prima lezione, ma intanto acquisiscono le prime conoscenze, mentre io imparo da loro tante cose. Dopo aver pasticciato con il computer scrivendo cose a caso ci interroghiamo se non sia meglio scrivere qualcosa di interessante, così nasce il progetto memoria. Nel 2003 un gruppo già consolidato comincia a scrivere delle storie, che all’inizio sono solo una scommessa perché non ci crediamo più di tanto. Sono storie del quartiere e di gente del quartiere e diventano un primo libro. A san Pio X abitano persone che vengono dappertutto, tra l’altro con una forte

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presenza di guardie carcerarie che vengono dal sud, per la vicinanza del carcere, e di carabinieri. Continuando ci accorgiamo che abbiamo raccontato molte storie personali così decidiamo di raccontare storie di lavoro che vanno a formare un libro successivo. Poi decidiamo di trasformare le storie in qualcosa che possa essere narrato a viva voce, che possa piacere anche a un pubblico che ha bisogno di qualcosa confezionato un po’ meglio. Ci dà una mano una nostra amica attrice della compagnia teatrale della Piccionaia, Paola Rossi. I nostri narratori raccontano e la professionalità di Paola ci aiuta a rendere più efficace e godibile per chi ascolta il nostro lavoro cominciato così spontaneamente. Abbiamo fatto una serie di iniziative, una specie di ‘filò’ di quartiere e delle presentazioni anche al teatro Astra. Gli anziani sono sempre molto agitati ma sempre bravissimi e si arriva così alla produzione di un audiolibro. Ci è costato tanta fatica perché le persone non erano abituate ad essere registrate, ma lo abbiamo fatto perché volevamo che le storie fossero restituite con la voce dei narratori stessi. Dopo tante prove la prima versione resta la migliore, con le risate e tutte queste cose. L’esperienza è stata bellissima. L’audiolibro si intitola Storie di bici, moto auto e morose, nel senso che contiene storie dei mezzi di trasporto e delle fidanzate, un po’ meno dei fidanzati, perché la presenza delle donne è inferiore. Il nostro lavoro continua come quello di Villaggio insieme, ci eravamo già ripromessi di sentirci qualche volta e credo sia importante farlo. Io da parte mia ho già parlato con l’assessore alla cultura Lazzari e le ho detto che bisognerà portare in giro nei quartieri questi ‘semini’, e su questo siamo tutti d’accordo.

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Paolo Musmeci, architetto. Sono l’architetto Paolo Musmeci e forse qualcuno conoscerà il nome se non altro di mio padre. Anche precedentemente sono stato invitato dall’attivissimo Brusutti a intervenire nella ricerca e discussione sul Villaggio del Sole. Mio padre ha avuto l’opportunità tra la fine degli anni Cinquanta e gli inizi del Sessanta, di progettare questa copertura sotto cui oggi ci troviamo. La mia testimonianza vuole essere non un’occasione per parlare di architettura, per carità, ma per ricordare un’epoca quando io ero poco più di un bambino. Voglio riallacciarmi un po’ al discorso che è stato fatto precedentemente, cioè la questione della qualità di quel periodo, che oggi è testimonianza di un modo di vivere, di un modo di progettare particolare. Ha dei valori che sono oggi riconosciuti come fondamentali. Il mio ricordo, la mia testimonianza, sono anche un auspicio per me come progettista e come cittadino di poter intraprendere l’attività di pianificazione, ma anche la vita largamente intesa, come scambio di valori sociali. Credo fosse proprio questa la visione dei progettisti del Villaggio del Sole. L’esempio di questa chiesa è particolare perché la sua forma è speciale, rivoluzionaria per l’epoca ma ancora oggi: questo mi sembra il senso del suo messaggio ‘immortale’, essere percepita anche da persone comuni, non esperte di architettura, come un capolavoro. La sua forma dà l’idea di una libertà totale, ha la sua bellezza nella sua espressione poetica oltre che ingegneristica. Io sono felice di essere qui, di ricordare i progettisti che insieme a Sergio Musmeci, mio padre, hanno edificato questo quartiere, contribuendo a collocare nella storia questa parte della città di Vicenza. Questo progetto secondo me è ancora oggi esemplare.

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Onorio De Franceschi. Prendo volentieri la parola intanto per ringraziare Brusutti che è venuto da me in ufficio per avere delle informazioni, visto che sono passati effettivamente tanti anni, 50 appunto. Sono venuto volentieri anche perché così ho potuto ricordare la mia gioventù. In effetti a quel tempo, mentre il papà costruiva io ero ancora studente e vi posso dire due cose. Intanto quando venivo in vacanza da scuola, che era a Paderno del Grappa, il papà mi portava in cantiere, perché naturalmente insieme alla teoria si doveva imparare la pratica, questo era il concetto. Di questo cantiere io ricordo tanti ragazzi giovani, perché era diventato un cantiere scuola. Tanti giovani carpentieri e muratori sono passati di qua per imparare il mestiere, perché a quel tempo poi non è che ci fossero tanti lavori retribuiti. Ho avuto la fortuna di avere mio padre costruttore edile, che ha costruito migliaia di appartamenti anche qui a Vicenza, mi viene in mente san Pio X, viale Dal Verme, il tribunale, e a Schio santa Trinità. In tutto questo io ho l’orgoglio di dire che siamo stati rispettosi delle buone regole del lavoro: in tutto questo periodo non abbiamo mai avuto un incidente nei nostri cantieri né un contrasto sindacale. Il rapporto di lavoro era quasi di famiglia, tanto è vero che quando abbiamo inaugurato il Villaggio del Sole molti degli operai, che erano di Isola Vicentina, sede dell’impresa, sono venuti con mogli e figli perché era un vanto anche per loro avere completato il lavoro, nei tempi e nei termini dovuti. Anche con gli amministratori il rapporto era di fiducia reciproca e di collaborazione. Io ho avuto anche la fortuna di fare per dieci anni il presidente provinciale e regionale delle ATER del Veneto, anzi ho contribuito alla trasformazione dello IACP della città di

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Vicenza. In questa veste quando noi ci scambiavamo l’esperienza dei lavori che facevamo nel Veneto, in Italia e all’estero, era molto piacevole capire che noi italiani non eravamo proprio inferiori a nessuno. Portavamo l’esempio di vari quartieri e in Europa restavano sbalorditi perché riuscivamo a far capire che in Italia non c’era una grande differenza tra pubblico e privato, perché anche il pubblico, se diretto bene, funziona. Questa è stata anche la mia esperienza all’ATER. Speriamo che ci sia l’occasione di altri incontri come questo per non dimenticare e conservare le buone relazioni che in questa attività si sono stabilite.

Federico Della Puppa, Politiche Comunitarie del comune di Vicenza Sono Federico Della Puppa, mi occupo di progetti europei per il comune di Vicenza. Questa mattina in questo interessantissimo incontro ho trovato diversi legami con la mia attività degli ultimi anni, a partire da alcune ricerche fatte con la Fondazione Benetton e Domenico Luciani proprio sul tema della parrocchie di cui parlava prima. La cosa di cui volevo ringraziare in particolare Brusutti è non solo per l’organizzazione di questa giornata, ma per questo lavoro sulla memoria, molto importante anche per chi come me si occupa di cercare fonti di finanziamento per la riqualificazione urbana e il miglioramento della vita delle nostre città. Il mio è un lavoro difficile, soprattutto in questo momento, ma devo anche rilevare che spesso noi guardiamo al possibile rinnovamento delle città dal punto di vista urbanistico ma ci dimentichiamo questo aspetto legato alla me-

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moria e alla sua conservazione. Io credo che il lavoro che qui è stato fatto sia molto importante e può dare nuova forza anche alla ricerca che noi svolgiamo in quanto tecnici. Recentemente in una visita ad una città di un’altra regione ho potuto verificare come dietro agli elementi di gestione delle tecniche ci sia tutto un altro ambito da esplorare, primo fra tutti quello della capacità dei territori di valorizzare o non valorizzare quello che possiedono. Questo quartiere è un esempio di una grande qualità urbana, soprattutto giocata sulla costruzione di una comunità. Questo è evidente nell’elemento centrale costituito da questa chiesa e dagli altri edifici di uso pubblico. Un quartiere con le stesse dimensioni, con edifici simili, è stato costruito in un’altra città negli stessi anni. Lì c’è stata un’appropriazione privata degli spazi pubblici che qui non è avvenuta, lì al centro del quartiere è stato costruito un enorme capannone come centro di aggregazione con intorno solamente asfalto. La qualità urbana della città pubblica è ciò sul quale noi dobbiamo spingerci oggi e spero che sia reso più facile con le nuove modalità di finanziamento. Credo perciò che questo esempio, questo modello, sia importante non solo qui localmente ma soprattutto laddove è più necessario rappresentare cosa si può fare a livello di urbanistica partecipata e concertata.

Paolo Grazioli, ingegnere progettista Allora il mio tema sarebbe amarcord . Eravamo nel 1956, alla fine, quando l’INA Casa affidò a un gruppo di progettisti, tre ingegneri e tre architetti, il compito di redigere un progetto per case popolari, case per lavoratori, nelle aree ad ovest della città, che il vigente piano regolatore

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Marconi del 1948 prevedeva a tal fine. Il tema era appunto quello di fare un villaggio che fosse comunità, che avesse anche una sua indipendenza, una sua autonomia e si integrasse col centro cittadino. Il tema penso che sia stato svolto in modo corretto. Dei sei progettisti sono l’unico rimasto, il ‘superstite’ cosiddetto, ma non il più giovane a dire il vero, perché più giovane di me era l’architetto Gino Ferrari, un grande amico, col quale ho fatto poi tante cose insieme, non ultimo il grande centro commerciale di Bassano. In ordine anagrafico c’era l’ingegner Renzo Todesco, che era dirigente tecnico dello IACP che allora aveva sede in via dello Stadio, qui oggi abbiamo suo figlio. Poi c’era l’architetto Panciera che era mio collega col quale avevo studio insieme. Era una persona estroversa, anche imprevedibile e originale sotto certi punti di vista, certamente molto valido, col quale era difficile lavorare ma io ho collaborato benissimo con lui. Nell’ordine poi viene l’architetto Ortolani, romano venuto a Vicenza e l’ingegner Marcolin che ha partecipato meno a questo progetto. Su come sono andate le cose abbiamo sentito tanti commenti e mi pare che siano tutti positivi. Il progetto ha avuto un premio dall’architetto Zevi che allora, nel 1962, era presidente nazionale dell’ordine degli architetti, e poi una targa di colore ferrigno, anche un po’ ingombrante e pesante, che voleva ricordare questo episodio. Non pensavamo, non penso io ma neanche i mie colleghi ritengo avrebbero pensato che dopo ben 50 anni quest’opera fosse ancora ricordata, fosse vista in senso positivo come un’opera da valutare insomma e che merita un ricordo.

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Achille Variati, Sindaco di Vicenza Innanzitutto mi scuso, non è mia consuetudine di arrivare alla fine e dover prendere la parola senza aver sentito i contributi, le osservazioni, il pensiero che in questa giornata sicuramente è emerso, il dottor Ferrio avrà poi la compiacenza di informarmi, ma avevo un impegno a cui non potevo rinunciare. Da tempo era stato organizzato un incontro tra me sindaco e un gruppo di giovani che stanno studiando, stanno cercando di capire le dinamiche dell’amministrazione, del fare politica dal basso e in tempi di istituzioni un po’ fragili, mettiamola così, mi pareva importante non mancare di parola con i giovani. Ecco il motivo per cui non sono riuscito ad essere qui nell’ora prestabilita. Ho ascoltato però il contributo dell’ingegner Grazioli e devo dire, ingegnere, che io spero che ci siano ancora professionisti in grado di impostare dei disegni urbanistici e realizzativi del vivere urbano avendo presente il committente e gli interessi del committente, ma che abbiano anche a cuore l’interesse collettivo, il fare qualcosa in cui si possa vivere bene. E lei e chi con lei ha lavorato in quegli anni, anche se oggi non c’è più, penso che abbia lavorato avendo, certo, un committente, avendo, certo, dei limiti economici che vi avranno dato allora, ma avendo anche la passione, la voglia di creare qualcosa che era nuovo, in cui famiglie, gente, comunità, avrebbero fondato il proprio futuro. E così è stato. Che bello che abbiate chiamato l’associazione Villaggio insieme a 50 anni di distanza, quasi a ribadire, e lo avete detto chiaramente, che questo non è solo un momento chiamiamolo celebrativo, un po’ perfino nostalgico, perché poi quando vai a rivedere le foto di ieri pensi: ma guarda quanto verde, c’erano i campi, c’era l’erba, adesso c’è più asfalto, fai dei con-

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fronti, non capisci bene se si viveva meglio allora o adesso, non questo filone nostalgico, ma la voglia innanzitutto di raccontarsi. È il quartiere che si racconta, questo è il terzo volume, ma negli altri in particolare c’è sempre stato questo protagonismo di chi è vissuto al Villaggio del Sole di questa realtà. Nell’essere protagonista, nello scrivere le storie, si sente anche l’orgoglio di fare parte di questa comunità. Questo orgoglio ha pure trascinato i più giovani più di quando qui c’erano ancora i prati, di quando il rapporto con la natura era diverso, quando non c’era ancora quel maledetto serpentone di auto che attraversa e circonda questo quartiere. Nessuna nostalgia e poca voglia di celebrare, ma l’orgoglio di ciò che si è e con questo la forza di guardare al futuro. Mi pare che sia questo che viene fuori dalla celebrazione dei 50 anni del Villaggio del Sole. E siccome bisogna guardare avanti, siccome il sindaco pro tempore deve ogni tanto girarsi per cercare di non fare gli errori del passato ma trarre dal passato le cose buone, poi ha l’obbligo di guardare al presente e al futuro su questa parte di città, che tra le altre cose ha insegnato come culture diverse possono convivere con qualche problema ma senza drammi, e anche questo è un aspetto positivo di questo quartiere. Ma ci sono delle ‘magagne’ qui, adesso, nel 2010? Se non ci fossero saremmo nel paradiso terrestre. C’è per esempio la discoteca, un luogo notturno con le esigenze del suo popolo della notte, non compatibili con le esigenze del quartiere, questa non l’avevate pensata quando avete disegnato il quartiere ovviamente. C’è il traffico: in quegli anni chissà se veramente si pensava che il nodo dell’Albera sarebbe diventato quello che è diventato, ingegner Grazioli, uno dei nodi pesantissimi e per certi aspetti più pericolosi per la salute collettiva. Allora quando si guarda al futuro con la forza del passato, bisogna affrontare

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queste magagne. Quando sono cose un po’ complesse richiedono tempo, però da sindaco, nel tempo residuale del mio mandato che arriva alla primavera del 2013, vorrei togliere queste due magagne a questo quartiere. Per il traffico allontanando quello di attraversamento, soprattutto quello pesante, con la variante alla 46 che sta diventando concreta, spero di riuscire a cantierarla quest’opera. Sapeste che fatiche, siamo un paese complesso, con troppi passaggi, troppi interlocutori, però siamo vicini. Per la discoteca bisogna che troviamo il posto giusto per il popolo della notte, che non è questo. Tutte le cose che stanno in mezzo, recinzioni, paletti, vigili, non risolvono niente. Anch’io sindaco pro tempore ho bisogno di un quartiere fiero, orgoglioso, capace di rivendicare ciò che gli spetta grazie a come è nato e si è sviluppato. Questa associazione Villaggio insieme non può fermarsi alle celebrazioni. Poi un auspicio e torno a guardare lei ingegnere: ci sono degli altri luoghi della nostra città che vorrei diventassero dei luoghi identitari. Avete presente quello spazio oggi del degrado, lo chiamo del dolore, ex Domenichelli – Ferrovie Tramvie Vicentine, che incrocia via Torino e via Genova, quella parte vicino a Campo Marzo, lì vorremmo poter impostare una Vicenza della modernità, forte della Vicenza con la certezza del passato che è il centro storico, ma anche della contemporaneità, che diventi identitaria per noi vicentini. Allora abbiamo bisogno, chissà che questo succeda, di professionisti che nel 2010 abbiano la stessa passione e anche la stessa indipendenza dal committente per creare qualcosa che possa parlare ai 50 anni che verranno. Bravi, complimenti auguri.

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Stefano Ferrio Si conclude questa mattinata piena di emozioni, vissuta. Ripeto lo stupore che ho provato all’inizio, in uno spazio comunitario come una chiesa, che non è così usuale venga adibita a spazio comunitario. Questo secondo me è un segno, lo dico da laico non particolarmente presente nelle chiese, di grande merito che va sicuramente alla parrocchia del Villaggio del Sole. So che sembra qui la cosa più naturale di questo mondo che ci si trovi e che basti togliere i paramenti sacri e questo diventi spazio comunitario, ma non è così semplice, così facile, grande merito quindi alla parrocchia.

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Credo perciò che questo esempio, questo modello, sia importante non solo qui localmente ma soprattutto laddove è più necessario rappresentare cosa si può fare a livello di urbanistica partecipata e concertata.

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I libri

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“Inno di arte e parola, la Chiesa di San Carlo al Villaggio del Sole di Vicenza 1962-2002” a cura di Brusutti E. e R., 2002 edito in proprio.

Il Villaggio del sole SCRITTI E IMMAGINI a cura di Anna Brusutti - Antonio Ranzolin Presentazione di Ermenegildo Reato Vicenza 1989 - Biblioteca Pubblica del Villaggio del Sole, cm.17x24, pagine 136 + XI, con immagini. Disponibile gratuitamente in CD per gentile concessione della Biblioteca Civica Bertolliana, Vicenza. Libri della collana ABITARE IL VILLAGGIO distribuiti gratuitamente agli abitanti del quartiere, a enti e associazioni: ABITARE IL VILLAGGIO memoria e storia A cura dell’associazione Villaggio Insieme Vicenza 2009, cm. 14,5x21, pagine 292.

IL VALORE DELLA MEMORIA LA FORZA DELLA NARRAZIONE A cura di Villaggio insieme COLLANA ABITARE IL VILLAGGIO Vicenza 2010, cm. 14,5x21, pp. 160, illustrato,

VILLAGGIO DEL SOLE un quartiere d’autore A cura di Villaggio insieme COLLANA ABITARE IL VILLAGGIO Vicenza 2010, cm. 17x24, pp. 144, illustrato,

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DAL VILLAGGIO DEL SOLE AL VILLAGGIO GLOBALE