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Gabiano e dintorni

Pensando globalmente Agire localmente

&

ottobre 2011

In copertina

Vista del Po dai vigneti

Odalengo Piccolo

iniziative grandi

Gliele faccio vedere io…

Concorso fotografico per “facebukkati”

Tamburello serie D Gabiano alle finali nazionali

Il sommelier racconta… Il Gabiano d.o.c.

Ristoranti provati

Da Maria a Zanco di Villadeati

Don Giovanni Balzola da Villamiroglio

il contadino Missionario si racconta

Buddhisti in Monferrato

Inaugurato il nuovo tempio a Cereseto


Odalengo Piccolo, iniziative grandi 8-9 ottobre fiera del tartufo… Prodotti tipici vini, cibi, mele d’na vira, sport, scienza, beneficienza, spettacolo, ballo. Ce n’è per tutti i gusti… altro che

E’ Odalengo Piccolo ad aprire la stagione dei tartufi. La diciottesima edizione infatti è la prima stagionale, seguiranno Serralunga di Crea e Murisengo oltre a tante altre un po’ dappertutto nel Monferrato e non solo. Ma qui siamo a ca’ nosta in mezzo alle nostre colline e anche se la crisi si fa sentire anche da queste parti grazie al volontariato ed alla buona volontà dei giovani e meno giovani della Pro-Loco, oltre ai tartufi, principi della manifestazione ci saranno tante interessanti attrazioni: mercatino, banco di beneficienza, pranzi e cene e visita all’osservatorio astronomico. I tartufi vista la stagione non saranno tantissimi ma certamente di grande qualità, e soprattutto provenienti dai nostri boschi. Alle 11 di domenica verran-

andà al cine.

L’Osservatorio astronomico Carla Triveri sindaco di Odalengo Piccolo

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Tuber Magnatum Pico o tartufo bianco d’Alba

no premiati i più belli da parte di una Giuria che vien da fuori (associazione: Strade del tartufo bianco di Alba) premi al 1°, 2° e 3° classificato. Per i collegamenti all’Osservatorio è stata prevista una navetta gratuita, e nella giornata di domenica (tempo permettendo) si potranno scrutare le macchie solari. Per i più piccoli asinelli e pony da cavalcare per un “giringiro”. Il banco di beneficienza organizzato dai giovani della Pro-loco sarà aperto dalle 10 alle 12 e dalle 14 alle 18. Il ricavato sarà devoluto alla associazione contro la SLA (Sclerosi Laterale Amiotrofica) e per la ricerca contro il cancro.

Sabato 8 ottobre Dalle 19 cena (bavette al sugo di cinghiale, tagliere di salumi e formaggi locali, torta di mele di Odalengo Piccolo a €15, bimbi €10), serata danzante e, dalle 21, è possibile visitare l’Osservatorio Astronomico e tempo permettendo scrutare le stelle col telescopio. Domenica 9 ottobre Mercatino enogastronomico e artigianale, in contemporanea si terrà la mostra Mele antiche. Interessante iniziativa di un produttore locale Claudio Caramellino che da 30 anni cura la conservazione genetica delle mele antiche con un vivaio di 20 ettari che inoltre produce succhi di mele e sidro. Se verso le 9,45 vi trovate a Odalengo Piccolo potrete partecipare ad una passeggiata fra valli e colline organizzata dall’Associazione Camminare il Monferrato. Arrivo previsto per mezzogiorno giusto in tempo per il pranzo rigorosamente tipico monferrino: dopo gli antipasti di salumi e formaggi locali, agnolotti al ragù bianco, bollito misto con Bagnet e torta di mele di Odalengo Piccolo. (Menù completo €20, bambini €12 partecipanti alla gita di Camminare il Monferrato €15) E dalle 15,30... spettacolo in strada a cura di Faber Teater


ghiele faccio vedere io… concorso fotografico per “facebukkati” G&d organizza un concorso fotografico per i suoi amici di facebook con regole semplici e qualche interessante premio. Scopo del Concorso: Lo scopo del concorso è quello di far conoscere il nostro territorio a una vasta platea di persone che potranno vedere le più belle foto scattate dai nostri amici di Facebook. E’ anche una utile opportunità per chi vi risiede o vi lavora per conoscerlo meglio magari andando a cercare qualche luogo, qualche paesaggio o qualche soggetto particolare da fotografare e far conoscere al mondo. Unici vincoli sono: che il soggetto sia legato alle nostre terre e che voi siate gli autori delle fotografie. Abbiamo riportato un estratto delle regole per partecipare, sono semplici, basta un po’ di buona volontà, una macchinetta fotografica e la voglia di dedicare un po’ del vostro tempo libero, magari in compagnia di amiche e amici per cercare i posti più belli o più particolari. E’ un modo diverso per passare insieme qualche ora e imparare a conoscere la terra in cui viviamo.

Gliele faccio vedere io... non è il

solito concorso per addetti ai lavori, è fatto per coloro che hanno la sensibilità di guardarsi attorno, che sanno vedere e cogliere con un click, in un istante, un infinitesimo delle bellezze che ci circondano a cui spesso non facciamo più nemmeno caso. Si possono inviare anche foto di archivio che avete fatto tempo fa e che avete visto solo voi e pochi amici o parenti, purché non già pubblicate su altri media. Da parte nostra cercheremo di selezionare le più belle (non sarà facile visto che saranno certamente tante quelle meritevoli) le organizzeremo con un montaggio anche sonoro, le pubblicheremo sui nostri siti e, se le finanze ce lo consentiranno (ricordiamo che siamo tutti volontari), si pensava anche di rac-

Come aiutare il “tuo” territorio ? facendo pubblicità su:

coglierle in una edizione speciale di Gabiano e dintorni da stampare in cartaceo. Tanto per rendere ancora più interessante la cosa abbiamo anche previsto dei premi per le più belle fotografie; premi che ci sono stati offerti da aziende che operano sul territorio e che contribuiscono così a valorizzarlo con il loro lavoro.

G&d cartaceo

Poche semplici regolette estratte del regolamento che è riportato integralmente su: www.gabianoedintorni.net e che è necessario leggere.

oppure su:

La partecipazione è gratuita e riservata a chi è nell’elenco degli “amici” di G&d su Facebook. Il concorso si chiude alla mezzanotte del 30 novembre 2011. Soggetti delle fotografie sono paesaggi, architetture, personaggi, realtà del territorio ricadente nei 19 comuni di diffusione di G&d. I soggetti devono essere chiaramente legati ai luoghi (attenzione a fare dei bei fiori o qualche bell’animale senza uno sfondo che lo caratterizzi con il territorio circostante!). Verranno premiati : - L’autore della fotografia più bella che avrà il primo premio e la foto pubblicata sulla copertina di G&d. - con il secondo premio una foto per ognuno dei 19 comuni. Verranno anche premiate con il terzo premio le successive 30 fotografie giudicate più belle. In totale verranno premiate 50 fotografie. Primo premio : 2 casse da 12 bottiglie di vino d.o.c. Secondo premio una cassa di 6 bottiglie di vino d.oc. Terzo premio in una confezione di 2 bottiglie di vino d.o.c. Attenzione, questi sono i premi minimi garantiti, ma potranno aumentare con l’adesione di altri sponsor. Sul sito di G&d tutti gli aggiornamenti.

Un modulo (pari a 1/4 di colonna) h mm 68, largh. mm 63, nelle pagine interne b/n €15,00; in penultima pagina a colori €20,00; in ultima pagina €25,00; Pagina intera = 12 moduli. posta@gabianoedintorni.net

www.collinedelmonferrato.eu

Una pagina web con foto e testi a €190.00 . Inserimento dati aziendali (100 battute corpo 10 o equivalenti) canone annuo di 15.00€. Siti personalizzati ed indipendenti su preventivo. info@collinedelmonferrato.eu (prezzi Iva esclusa)

G&d Autorizzazione n° 5304 del 3-9-99 del Tribunale di Torino; Direttore Responsabile Enzo GINO; Sede: via S. Carpoforo 97 Fraz. Cantavenna 15020 Gabiano; Editore: Associazione Piemonte Futuro; P. Iva 02321660066; per informazioni e pubblicità tel. 335-7782879; fax +391782223696; www. gabianoedintorni.net; e-mail posta@gabianoedintorni.net

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Tamburello serie D il Gabiano alle finali nazionali di Riccardo Bonando “Mezzo colpo in fondo…” è la frase ricorrente, che risuona sullo sferisterio di Gabiano, nelle domeniche di fine estate. Autore e voce di questo motto, urlato ad intervalli regolari, è Mario Richetta, Presidente della locale società di tamburello, appassionato fino al midollo di questo antico sport. Non si sa bene, se per via di qualche influenza astrale, per la bravura dei giocatori o per il vigore con cui è pronunciato, ma il motto funziona, ripetuto come un “abracadabra” scaramantico, quasi ad ingraziarsi l’intercessione degli dei degli sferisteri. Analizzate le varie ipotesi del successo, di concreto resta il fatto che, la formazione del Gabiano di serie D, sta disputando un’annata sportiva degna di nota. Dopo aver dominato il proprio girone interprovinciale (nessuna sconfitta in 18 incontri disputati), la formazione gabianese sta partecipando dalla prima domenica di settembre, alle fisa finali per l’assegnazione dello scudetto di categoria. Suddivise in due gironi, le migliori squadre italiane (provenienti dalle provincie di Asti, Alessandria, Bergamo, Mantova, Verona, Trento e Treviso), si stanno dando battaglia per ottenere il pass per le semifinali. Il Gabiano, inserito nel secondo girone, ha all’attivo tre vittorie in altrettanti incontri. Dopo aver vinto la partita d’esordio contro la formazione del Fontigo (Tv)

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per 13 a 9, la squadra monferrina si ripeteva sul difficile campo di Tasullo (Tn) con un sonoro 13 a 3 ed infine la domenica successiva regolava sul proprio campo i veronesi del Bardolino con un convincente 13 a 8. Di certo, la formazione del Gabiano, conta nel suo organico atleti di ottima caratura, che potrebbero ben figurare anche in serie superiori. La regolarità di Alberto Uva, figlio d’arte, suo padre, al secolo Angelo Uva, è stato campione d’Italia negli anni ’70, mescolata alle caratteristiche offensive di Alessandro Bossetto, entrambi “made in Varengo”, esprimono un gioco fluente e mai banale da fondocampo, permettendo al giovane mezzovolo Alberto Gamarino (mancino potente e calibrato), di ricevere palle invitanti su cui scaricare la giusta dose di colpo. Sulla linea di mezzeria, a far il “mestiere sporco”, giostrano i due terzini Alessandro Rodella e Massimo Anselmo, una vera garanzia. Dalla panchina, mister Pier Carlo Cavallo assiste i suoi, interrompendo il gioco quando, per un attimo, è necessario schiarirsi le idee, oppure per inserire una delle giovani promesse per ricomporre le fila del gioco, fra cui Alessandro Gamarino (fratello di Alberto), mezzovolo della squadra di serie C, per norme regolamentari utilizzabile anche nella serie inferiore, il quale, in diverse situazioni, è stato determinante nel conquistare i preziosissimi tre punti messi in palio. Un pensiero, forse mai pronunciato per scaramanzia, va sicuramente alla scudetto vinto nel 2000, quando la formazione gabianese, si impose nelle finali di San Pietro in Cariano (Vr). I giocatori, i tifosi, tra cui il presidente onorario Renzo Odisio, se lo ricordano bene, ma preferiscono far finta di niente, parlar d’altro. Si ritrovano tutti al campo, per sentir urlare ancora “mezzo colpo in fondo…”. In fin dei conti lo sanno anche loro che porta bene.

Alberto Uva fondocampista del Gabiano


Il sommelier racconta... di Sergio Ramoino

Il Gabiano è anche un vino

Il Piemonte, grazie alla sua posizione geografia, e’ un terreno particolarmente vocato alla viticultura. Circa il 30% della sua superficie e’ collinare, con un terreno tenero, costituito da marne e marne argillose, su cui si sviluppa il 90% della viticoltura. A cio’si aggiunga un clima tipicamente temperato a carattere subcontinentale con inverni freddi ma poco piovosi. Le estati invece sono calde ed afose nella zona pianeggiante, ma più fresche e ventilate sui pendii. In questa regione si annoverano un gran numero di vini sia a Denominazione di origine Controllata (D.O.C.) che a Denominazione di origine Controllata e Garantita pari a circa il 40% delle qualità. Le forme più diffuse di allevamento della vite sono il Guyot, con tutte le varianti ed evoluzioni, e Pergola soprattutto nei terrazzamenti. Il Monferrato si estende dalle colline torinesi fino ai confini orientali della Lombardia, e la zona di maggior interesse, per noi, e’ definito il “Monferrato Casalese” che si estende attorno ala città di Casale, fino ai confini della provincie di Torino e Vercelli. Le uve a bacca rossa più frequentemente coltivate nelle nostre zone sono la barbera, il grignolino, freisa e malvasia, come vitigni autoctoni, anche se si va estendendo la coltura di vitigni detti “internazionali”, come il pinot nero, il cabernet sauvignon e altri. Quelle a bacca bianca il cortese e il moscato come autoctoni, e pinot bianco, lo chardonnay e altri come vitigni “internazionali”. La zona che prendiamo in considerazione è il Monferrato Casalese, zona che comprende circa 40 comuni, terra di grande vocazione vinicola e di lunga storia della viticoltura, con diverse colture che esprimono caratteri differenti, anche se non di molto, addirittura da collina a collina. In omaggio a codesta rivista possiamo incominciare con un vino che si ottiene solo da vigneti coltivati nei Comuni di Gabiano e Moncestino: è il GABIANO la cui Denominazione di Origine Controllata è stata istituita con D.P.R. del 1983. Tale vino si ottiene, secondo il disci-

plinare, e per ottenere tale denominazione, esclusivamente nei Comuni sopracitati, con uve Barbera per il 90/95 % e freisa o grignolino a completamento. La resa del vitigno non deve superare le 8 tonnellate di uva per ettaro, e una resa non superiore al 70%, avere una gradazione alcoolica minima di 12%, ed il vino così ottenuto può essere immesso in commercio nella primavera successiva la vendemmia. Mentre si può ottenere la tipologia “Riserva” che deve però avere un invecchiamento di almeno 26 mesi, e cioè commercializzato dopo 24 mesi dal 1° gennaio dell’anno successivo la vendemmia, ed una gradazione alcoolica minima di 12,5%. Le caratteristiche del “Gabiano classico” sono: colore rubino intenso, tipico dell’uva barbera, odore vinoso, che si attenua con il passare del tempo, un sapore asciutto, dovuto ai tannini tipici dell’uva, di buon corpo, e si presta benissimo a tutti gli antipasti della cucina piemontese, con predilezione per i salumi (cacciatorino e muletta). Nella versione “Gabiano riserva”, riscontriamo sempre un colore rubino, che tende però al granato con l’invecchiamento, di conseguenza il profumo sarà meno vinoso, e si sposterà verso sentori più morbidi, con profumi più evoluti dovuti al passare del tempo, così come il gusto, quasi vellutato, gradevolmente tannico, e lo accompagneremo a piatti dai sapori più decisi (agnolotti, arrosti leggeri, e formaggi di media stagionatura). L’invecchiamento, soprattutto per il Gabiano classico, non dovrà essere molto prolungato, mentre per il Gabiano Riserva si potrà osare un poco di più. Soprattutto per la versione Riserva si consiglia di stappare la bottiglia almeno un’ora prima del consumo, e servirlo alla temperatura di 15/18 gradi, in bicchieri a calice di media ampiezza, riempiendo il bicchiere per un terzo. Sperando di aver dato qualche notizia utile alfine di valorizzare e far conoscere il nostro territorio e i suoi prodotti, mi congedo da Voi e …..arrivederci alla prossima.

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Don Giovanni Balzola da Villamiroglio il contadino Missionario si racconta Fede, storia, cultura, tradizione, avventura. Raramente descrivendo i momenti di vita di una persona si possono provare, contemporaneamente, tutte queste emozioni. (* In corsivo grassetto i brani estratti dalle sue lettere)

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“Direzione Generale Genova. Biglietto di Seconda Classe da Rio de Janeiro a Genova sul piroscafo Conte Rosso in partenza da Rio de Janeiro il 5 maggio 1925, rilasciato al Signor Rev. Balzola Giovanni, anni 64. Il presente biglietto non è cedibile.”

Questo non è un biglietto come tanti. Questo è il biglietto dell’ultimo viaggio che feci verso casa. Un ritorno veloce, di quelli che devi fare mille cose in poco tempo e poi la ripartenza, l’addio e la convinzione in cuor tuo che questo posto non lo rivedrai mai più. Anche la vita è un viaggio, senza biglietti forse, solo tanti ricordi a testimoniare un arrivo ed una partenza, un incontro fra tanti. Vi racconterò il mio viaggio, la mia vita, e comincia proprio qua a Villamiroglio. Che poi i paesi qui intorno sono tutti uguali. Con il campanile in cima e sotto le case ad aggrapparsi per restar su. La differenza fra un paese ed un altro la fanno i cognomi. Perché ogni paese ha i suoi e cerca di tenerseli stretti. Io so benissimo che il mio cognome è di questo paese, lo sento mio, lo sento che corre nelle vene e dentro ci vedo i miei vecchi, la fatica, i racconti che inevitabilmente si intrecciano su questa collina. Ognuno di voi ha un cognome che racconta la storia di un luogo. Ma il mio cognome non è l’unico che possa raccontare di questo paese. Ci sono gli Alemanno, i Vicario, i Battaglia, i Bonando, i Brusa, i Monchietto, i Giolito, i Gennaro, i Balzola e quanti altri ancora. Già i Balzola. Quasi tutti i Balzola nascono in una precisa borgata, che per la verità poi sarebbero due. Case Parasacco e Case Monte. Proprio nella borgata di Case Parasacco, il 1 febbraio del

1861, nacque un bambino a cui diedero il nome Giovanni. Quel bambino ero io. Figlio di papà Francesco e mamma Maria entrambi Balzola, contadini. Quindi più Balzola di così non si poteva. Ma com’era Villamiroglio a quel tempo?. Era una paese di più di 1500 abitanti, un paesone in confronto ad oggi con tutto l’occorrente per viverci. Le botteghe, l’osteria, le scuole, il medico condotto. La stragrande maggioranza della gente lavorava la terra, per guadagnar quel poco che serviva per viverci. E fra gli odori di questo paese, fra le stagioni della vendemmia, della battitura del grano, trascorsi la mia fanciullezza. A vent’anni arrivò il tempo del servizio militare. Due anni a Casale ad imparare come si smonta e rimonta un moschetto, a parlar di guerre e di donne, di come andava il mondo. Terminati gli obblighi di leva, il ritorno a casa e l’idea di impiegarmi in qualche ufficio governativo. Ma ci son cose che se le hai dentro, prima o poi rapiscono la tua volontà, aspettano solo il momento più propizio, la causa naturale per cui esse devono manifestarsi. Era il novembre del 1884, uno di quei mesi in cui l’autunno si posa su ogni cosa, ha già dentro di sè il gelo dell’inverno, che rende inerme la campagna, il lavoro degli uomini. Proprio in quel mese, mi recai in chiesa, in quella chiesa (di Villamiroglio), tra quelle pareti, ad assistere ad una vestizione clericale:

il giovane studente Annibale Porta del collegio salesiano di Lanzo, in una domenica, fece la vestizione clericale alla messa parrocchiale. All’udire quelle infuocate parole di circostanza, dette dal suo zio parroco, mi commossi fino alle lacrime. Dopo messa, andai in sacrestia e dissi al parroco seccamente, ma con fare commosso: “Scriva a D. Bosco, voglio andar an-


Il monologo è stato scritto interamente da Riccardo Bonando che all'interno ha inserito le lettere di Don Giovanni Balzola. Per quanto riguarda la ricerca è cominciata circa tre anni fa, dopo aver recuperato un po' di materiale su internet, si è recato a Roma dove in tre giorni di ricerche presso l'archivio centrale salesiano ha potuto analizzare tutte le lettere e i documenti relativi al Missionario. Riki è poi entrando in contatto con un ragazzo brasiliano da cui ha recuperato altre foto di Don Balzola che si sono aggiunte all'archivio in suo possesso. Da qui è scaturita l'idea di creare una serata a tema per ricordare la sua figura ormai dimenticata! Per la cronaca Riccardo Bonando, ha 25 anni, è laureato in management pubblico, gioca a tamburello in seria A, ama lo sport e la vita all'aria aperta, e dal nonno ha ereditato la passione della ricerca delle trifole. I complimenti dalla redazione di G&d per il lavoro svolto unitamente al ringraziamento per la disponibilità a fornirci il materiale raccolto.

ch’io a farmi prete.

Ecco il legno buono a ravvivare la fiamma, a cancellare con la sua luce il troppo buio; in quel momento sentivo il mio sangue ribollire, una nuova forza mi avvolgeva e non mi rendevo ancora conto che quelle parole poco prima pronunciate “Scriva a don Bosco”, avrebbero per sempre cambiato la mia esistenza. Ma chi era don Bosco? Anche in queste colline si parlava di lui, di quel prete che andava per paesi a capo di allegre brigate di giovani. Otto giorni dopo, il parroco ricevette risposta da don Filippo Rinaldi:

Dica al giovane Giovanni Balzola, che, se vuol venire, venga subito, perché le scuole sono già incominciate.

Ora bisognava parlarne alla famiglia, solo mia madre era stata informata in segreto. Ma come può un contadino parlare di Dio? Come può un contadino abbandonare la sua terra? Dio però non pensa come gli uomini. Nessuno contraddisse la mia volon-

tà, in tre giorni venne preparato il necessario ed il 28 novembre, accompagnato dal mio padre, giunsi a Torino, al Collegio di San Giovanni Evangelista. Passai tre anni al Collegio.

La prima e bella funzione a cui assistetti nel santuario di Maria SS. Ausiliatrice, fu la consacrazione episcopale di Mons. Giovanni Cagliero, reduce dalla Patagonia. Essa mise in me i primi germi della vita missionaria.

Ma com’ero io? Certo, vi ho parlato della mia infanzia, delle mie scelte, ma la memoria ha anche bisogno di immagini, a colori, in bianco e nero, sgranate, l’importante che siano immagini, dirette, obiettive. Eccomi, un metro e sessantasette di puro Villamirogliese, capelli neri, occhi castani, segni particolari, nessuno. Poco incline ai lunghi discorsi, ai giri di parole. Ho sempre preferito agire, perché bisogna fare, fare per gli altri, perché se una vita la doni a Dio, inevitabilmente sai che dovrai donarla a tutti, senza recriminazioni. La terra di questo colline è buona e proprio perché continuamente rivoltata continua a dare sempre buoni frutti. Io sentivo dentro di me questa terra, e nelle mie mani nodose come un tralcio di vite c’era la mia fede, il mio spirito. LE MISSIONI Il 3 aprile del 1893, mi imbarcai con Monsignor Lasagna da Genova alla volta dell’Uruguay. Venti giorni di navigazione a scrutar l’orizzonte, fino all’arrivo a Montevideo. Ora bisognava capire, imparare, conoscere quella terra. Per quasi due anni nella mia veste di segretario, seguii Mons. Lasagna. Annotai ogni attività, cerimonia o avvenimento. C’erano da visitare istituti, celebrare messe, impartire benedizioni, parlare con i capi di Stato per il futuro dell’opera salesiana, in un continuo andirivieni fra Uruguay, Argentina, Paraguy, Brasile. Cinquemila chilometri in tutto. In uno di questi viaggi, dove il Rio Appa Don Giovanni Balzola

divide il Paraguay dal Brasile e comincia lo Stato del Mato Grosso, feci il primo incontro con alcuni indi.

vedemmo una ventina di indi quasi affatto nudi, avendo i più grandi uno straccio legato ai lombi e vari piccoli con niente. Che triste impressione provai. Pregai Dio, pregai affinché un giorno, qualcuno, potesse redimerli

Giunti a Cuyabà, capitale dello Stato del Mato Grosso, a meta giugno del 1894, Mons. Lasagna, con l’aiuto di don Malàn, riuscì attraverso lunghe trattative con il Presidente dello Stato, ad ottenere che la Colonia indigena Teresa Cristina fosse affidata ai salesiani. Ma cos’è una colonia? Cosa vuol dire colonia indigena? Il Brasile in quel tempo era uno Stato con due realtà completamente diverse. Da una parte, i nuclei urbani, civilizzati, adattati al lavoro, dall’altra chilometri e chilometri di immensa foresta vergine, abitati da tribù indigene. La civiltà cercava nuovi territori, spingendosi inevitabilmente verso la foresta. Lo scontro fu inevitabile. Da una parte i fucili, a sparare contro le frecce delle tribù, dall’altra gli indi che tagliavan teste a qualsiasi uomo bianco si inoltrasse nella foresta. Lo Stato decise allora di far una tregua; crear delle colonie, delle porzioni di territorio, in cui riunire gli indigeni ed addestrarli al lavoro. Il tutto venne affidato all’esercito ed ai suoi generali. Per farli lavorare gli indi venivano ubriacati, assuefatti dal tabacco, diventando così dipendenti e dopo poco tempo inabili a qualsiasi lavoro. I Salesiani capirono subito l’insensatezza e grossolanità di quei metodi. Era necessaria una pietà cristiana. COLONIA TERESA CRISTINA L’otto gennaio 1895, venni nominato direttore della colonia Teresa Cristina.

Certo era è una missione superiore alle mie forze, ma pazienza. Mi feci animo pensando che non ero un intruso, ma bensì messo dall’ubbidienza della volontà di Dio. Il 5 giugno 1895, accompagnato da don Solari e da tre suore presi possesso dalla Colonia, una porzione di terreno di 24.000 ettari, in cui vi

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trovai circa 300 indi della tribù dei Boròro.

“Per prima cosa, distribuimmo a quei poveri disgraziati qualche regaluccio, consistente in pezzi di stoffa, fazzoletti, coperte, gingilli. Essi rimasero assai bene impressionati di noi. Il giorno seguente presi con me 90 robusti uomini, con essi dovevo dar principio al disboscamento. […] Distribuii a ciascuno il falcetto, e accompagnato da un caporale e da un soldato, ci recammo al bosco. Poveretti! Non avevano mai lavorato. Dopo un quarto d’ora, mi mostravano le mani dicendomi: - Ik’ yera akori! - la mia mano duole. Ma ecco che in quell’istante passò non so qual animale; tutti gli corsero dietro, s’internarono nel bosco, e mi lasciarono solo con i due soldati. […]non rimanendomi altro tempo di recitare il breviario, questo molte volte lo recitavo stando seduto sopra un tronco di albero quando gli indi erano incamminati al lavoro. Solo a poco li avvezzammo, con darne noi stessi l’esempio. Disboscavano la foresta, dissodavano il terreno e gettavano le sementi. Avendo veduto che le sementi germogliavano e davano frutti, volevano seminare anche il sapone e il sale. Non vedendoli germogliare, se ne lagnavano”. Era necessario essere spettatori di una nuova cultura, lasciando ad essi la parte del protagonista. Certo, i bambini seguiti dalle suore della colonia imparavano i primi rudimenti dell’istruzione scolastica, ma per la religione, per parlar di fede, non era ancora il momento. Capii che ogni forzatura avrebbe compromesso ogni cosa. Per coltivar la terra, bisogna conoscerla. La stessa cosa per coltivar il cuore degli uomini. La fede sarebbe ger-

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mogliata pian piano, avrebbe seguito il naturale corso delle stagioni, fino a piena maturazione. La cosa che forse mi colpì più di tutte furono i riti, il rapporto che questi indigeni avevano con la morte. Una giovane donna, spalma-

ta di urucù, ricoperta di penne d’uccello, appiccicate al macilente corpo, e sporca di cenere era già destinata alla morte. Il famoso bari, o medico stregone, avendola visitata, aveva proferito la sentenza di morte, perché non aveva potuto con i suoi scongiuri far uscire da essa il gorubbo, la malattia mandatale dallo spirito. Avendo la malata la faccia coperta da una specie di ventaglio, egli vi passò la mano sotto e chiudendole la bocca e narici, la soffocò pronunciando il tremendo: bi! “e morta”. S’innalzò tosto un grido di pianti e di urli, si ruppero archi e frecce, e di tutto ciò che la morta possedeva, fu fatto un mucchio e dato alle fiamme assieme alla capanna. Le donne si tagliuzzarono con vetri il corpo, facendone grondare il sangue, e qualcuna delle parenti più prossime si strappò tutti i capelli, fino a ridurre la testa pelata come il palmo di una mano. Per due giorni tutti cantarono canti religiosi. […] poi, il cadavere, involto in una stuoia, venne sepolto sotto ad un sol palmo di terra […] Tutte le mattine per 20 giorni alcune donne andarono a piangere su quella provvisoria sepoltura, versando acqua sul cadavere.

Don Balzola con i “suoi” indios

Venne poi la funzione delle ossa. Il capo del villaggio o cacico diede avviso della cerimonia alla sera precedente. Alcuni giovanotti, di buon mattino portarono il cadavere in terreno lagunoso, apersero la stuoia, e con bastonicini e canne pulirono tutte le ossa e le lavorarono bene. Messele poi in un cesto, lo portarono al villaggio. Appena il cesto fu deposto nel mezzo del cortile, tosto vi corsero le donne, le quali, messovi un piede sopra, incominciarono a piangere e a tagliuzzarsi un’altra volta il corpo. Degli uomini, solamente i parenti più prossimi, praticavano questa cerimonia; […] Il terzo giorno pitturarono le ossa con urucù; il cranio venne coperte di penne variopinte con arte e maestria e così pure il cesto che doveva contenere tutte le ossa. Terminata la funzione, il cesto venne chiuso e portato in una profonda laguna. Uno stregone compì le ultime cerimonie; alcuni giovani si sommersero nel fondo dell’acqua, piantarono un palo, vi legarono il cesto e uscirono dall’acqua. Allora una stregone speciale, detto aroettowarari diede per finita la funzione.

Io li lasciai fare. Solo una volta, quando capii che lo stregone cercava in tutti i modi di soffocare la vittima per non perdere il rispetto della tribù, decisi di intervenire. Entrai nella capanna, feci cessare le grida dei parenti e feci rinvenire la povera vittima, sgridando le donne che stavano intorno e facendo scoprire a tutti l’astuzia utilizzata dalla stregone. Dal quel giorno, gli Indi cominciarono a considerarmi superiore allo stregone. (… continua sul prossimo numero di G&d)


- da Maria - Zanco di Villadeati

Un classico ristorante nel cuore del Monferrato a cavallo fra le province di Asti e Alessandria

Questo mese è la volta del ristorante - da Maria - che si trova a Zanco di Villadeati. Il ristorante sorge in una bella grande casa sulla strada che attraversa la frazione di Zanco, per chi disponesse del navigatore basta digitare via Roma 131. Altrimenti dalla valle Cerrina basta seguire le indicazioni per Villadeati che sorge a poca distanza prima della frazione Zanco. Il locale dispone di aree all’aperto con un bel giardino, curato, adiacente ad un ampio parcheggio per i clienti. La cucina è quella tipica monferrina, e noi abbiamo voluto provarla per i nostri lettori. Questa volta ci siamo mossi nella serata di un giorno infrasettimanale, un martedì (21 settembre) che precede quello di chiusura. Per molti ristoranti quelli infrasettimanali non sono i giorni migliori, infatti le presenze di solito ridotte rispetto ai week-end li portano, comprensibilmente, a far ricorso a piatti preparati e non di giornata. Niente di strano, anzi l’arte dello chef è quella non solo di saper preparare un buon piatto ma anche di mantenerne aspetto e gusto nei giorni successivi senza far notare alcuna differenza.

Ma torniamo ai nostri amici di Villadeati, che certamente conoscono bene il loro mestiere visto che sono la terza generazione di ristoratori a partire dalla nonna Maria che dà il nome all’attività; anche qui quindi una conduzione famigliare; il cognome tipicamente astigiano dei gestori è Penna, e fa capo a due fratelli Giorgio, il cuoco, e Roberto che serve in sala, coadiuvati dalla moglie Franca di quest’ultimo. Qui anche se siamo in provincia di Alessandria si sente l’influenza dell’astigiano che confina con Villadeati a partire dalla parlata ma anche nella preparazione dei piatti. Nella grande sala che ci dicono, si estende anche al piano inferiore si limitano a servire al massimo 70-80 coperti. Sulle pareti proprio vicino al nostro tavolo, diverse fotografie del Grande Torino con la pagine de La Stampa che il 5 maggio del 1949 commentò la sciagura di Superga nella quale persero la vita i calciatori del Toro. Ma passiamo ora dalle chiacchere alla sostanza. Fra i piatti proposti dal cameriere abbiamo aperto la cena con un antipasto misto: fagioli bianchi di Spagna, arricchiti da un condimento a base di salvia, rosmarino e cipolle che conferiva loro un gusto piacevole particolare. Classico Tomino con bagnet verde ma arricchito da una spolverata di nocciole macinate. Insalata russa, Vitello tonnato e carne cruda. Tutto preparato secondo i canoni della tipica cucina delle nostre colline. Fra i tre primi che ci hanno proposto: tagliatelle con funghi, agnolotti e passata di verdure, abbiamo optato per le prime. Abbondanti i porcini sulla pasta cotta al punto giusto e condita con l’ottimo sugo di preparazione dei funghi, è il piatto che abbiamo apprezzato di più. Fra i tre secondi disponibili abbiamo assaggiato il Vitello tonnato all’antica, ed un semplice quanto Continua in ultima

Ristorante - da Maria - a Zanco

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Buddhisti in Monferrato Inaugurato il nuovo tempio a Cereseto

Namu 南 無 Myōhō 妙 法 renge 蓮 華 kyō

Tarabini Shoryo già Eugenio Alberto è il “prete” Buddista che ha aperto la sua “chiesa” a Cereseto inaugurandola proprio domenica 11 settembre u.s. G&d è andato a trovarlo; non è certamente un fatto consueto veder aprire nelle nostre terre un tempio Buddhista e la cosa ci ha alquanto incuriosito. Infatti se il cristianesimo ha come suo simbolo l’immagine del Cristo sofferente ed emaciato inchiodato sulla Croce, il Buddha ha tutt’altro aspetto: florido, sorridente e comodamente seduto, un po’ diverso dalla rappresentazione della nostra fede. Logico quindi porsi qualche domanda sul rapporto che i Cristiani monferrini possono avere con il Buddhismo. La domanda l’abbiamo rivolta direttamente all’interessato: Shoryo che ci ha invitati nella sua casa situata sopra il tempio. Una semplice casa comune, con Tv satellitare, mobili Ikea, un simpatico cagnolino e qualche canarino in un ampia gabbia. Ma chi è il “nostro” personaggio? Nato nel 1956 a San Francisco da genitori Langaroli per la precisione Cebani e quindi con cittadinanza anche italiana, ha vissuto negli States sino a 17 anni poi si è trasferito in Giappone, a Tokyo, dove ha studiato per diventare monaco Buddhista percorrendo le diverse tappe della formazione religiosa. Prima come avventizio per qualche anno e, nel 2000, dopo aver studiato Buddhismo e il

cinese antico, lingua che per loro è paragonabile al latino o al greco antico dei nostri seminaristi, è stato consacrato monaco Buddhista. Tornato in America per 5 anni e poi inviato a condurre il tempio Jogyoji di Londra ha conosciuto molti italiani che venivano a trovarlo da Roma, Milano, Firenze, così 6 anni fa è stato inviato in Italia, ed a Milano ha fondato il suo primo tempio. A ben guardarlo Shoryo assomiglia un po’ al Buddha non solo nell’aspetto fisico. Anche il suo dialogare semplice, accattivante, con qualche leggera inflessione straniera, sempre sorridente ci pare ben rappresenti l’immagine che, da profani, abbiamo dell’Illuminato ossia il Buddha. La sua è l’unica presenza in Italia del suo ordine. Ci spiega infatti Shoryo che i Buddhisti non hanno una guida spirituale unica, ma vi sono tanti ordini o tradizioni, simili per capirci ai domenicani, o ai benedettini o ai francescani ma senza un Papa che li rappresenti tutti. Lui fa parte dell’ordine Nichiren Shu che fu fondato da un profeta Nichiren Shonin che visse fra il 1222 e il 1282. A Milano, ci dice, il costo della vita e soprattutto gli affitti sono molto alti così, con gli altri confratelli, ha deciso di cercare una sede che si trovasse a distanza di circa un’ora d’auto da Milano. Ma come è capitato proprio Cereseto? Qui Shoryo ci racconta una storia.

Se visiterete il tempio vi capiterà di vedere scritto o sentire ripetuta assiduamente nelle funzioni la frase: Nam myōhō renge kyō. La frase giapponese (南無妙法蓮華経) è l'invocazione (o sempre in giapponese, daimoku) riferita al titolo del "Sutra del Loto della Legge Mistica". Namu (南無 cinese: nánwú, ma pronunciato nei monasteri con l'arcaico nanmu), derivante dal sanscrito namaḥ, indica la devozione, il rendere onore.

Ha il significato di apertura e accettazione della legge dell'universo, armonizzandovi la propria vita e traendone forza e saggezza per superare le difficoltà. Myō significa "meraviglioso" e hō Dharma, sia nel senso di "Legge" sia come "ente" (妙法 cinese: miàofǎ). Renge (蓮華 pronuncia cinese: 'liánhuā') indica il fiore di loto, che simboleggia il risveglio e lo stato di illuminazione che emerge dalle difficoltà della vita quotidiana e la contemporaneità di causa ed effetto. Kyo (経 cinese: jing, sutra, testo canonico) indica l'insegnamento del sutra e la scrittura o il suono attraverso cui si esprime; il carattere cinese che lo rappresenta aveva in origine il significato di "trama" (contrapposta a "ordito", wei, con cui si intendono i testi eterodossi).

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I ciliegi simbolo che la quando

per i Buddhisti sono un particolare, basta pensare tradizione tramanda che morì il fondatore Nichiren Shonin era (nel nostro calendario) fine ottobre, inizi di novembre, ma tutti i ciliegi fiorirono. Una notte, durante i lunghi mesi dedicati alla ricerca della sede per la nuovo tempio, Shoryo sognò una collina con un grande edificio in cima e circondata di ciliegi. Quando lo raccontò ai fratelli della congregazione gli diedero del matto, nessuno pensava che attorno a Milano potesse esistere un simile luogo. Ma quando ebbe modo di capitare a Cereseto sentì una particolare richiamo per questo paese, anche alcuni fratelli che con lui visitarono il posto sentirono una analoga attrazione. Accadde poi che un giorno venendo da Ottiglio dove aveva visitato un’altra possibile sede per il tempio, la strada lo portò proprio davanti a un pendio di ciliegi e sopra loro si vedeva la mole del castello, proprio come nel sogno. Per Shoryo era il segno più che evidente che proprio a Cereseto avrebbe dovuto sorgere il nuovo tempio dedicato all’Illuminato. L’accoglienza è stata ottima, sia da parte del parroco di Cereseto che degli abitanti e delle autorità queste ultime presenti all’inaugurazione del tempio. Ma torniamo alla domanda iniziale che rapporto ci può essere fra i cristianissimi Monferrini e gli amici frequentatori del tempio di Buddha. Shoryo ci spiega che innanzitutto non è venuto qui per convertire nessuno, e tantomeno cambiare tradizioni e cultura locale, per un Buddhista è importante la coesistenza armoniosa con tutti, è importante che tutti possano vivere bene, è importante la moderazione. Ci spiega che la sua congregazione è molto aperta diversamente da altre che non ammettono che i propri fedeli si cibino di carne o bevano alcolici, l’ordine Nichiren Shu è più tollerante, lui infatti ama la Barbera e la carne, d’altra parte non bisogna dimenticare le origini langarole. Credendo però nella reincarnazione ogni volta che si ciba Shoryo esprime una preghiere affinché l’essere vivente di cui si nutre sia esso

pianta o animale, possa trovare la sua illuminazione. Non solo, il suo ordine ammette anche il matrimonio per i propri sacerdoti, anche se lui non si è mai sposato. A Londra, ci racconta ha collaborato alla formazione di tanti missionari di altre religioni, anche cattolici, che dovevano recarsi in oriente e spesso ha partecipato a momenti di preghiera comune con parroci e rappresentanti di altre religioni. Il 26 ottobre prossimo il Papa, su indicazione del loro patriarca in Giappone, lo ha invitato insieme ai rappresentanti di tutte le diverse fedi religiose, al raduno di preghiera per la Pace che si tiene ogni anno ad Assisi, ed il giorno successivo tutti si recheranno in visita a Roma dal Santo Padre. Nella provincia di Alessandria c’è solo un altro tempio Buddhista, nel capoluogo, facente capo ad una diversa tradizione. A Cereseto ogni domenica alle 10 i credenti si riuniscono nel tempio per celebrare la loro funzione ossia il Sutra del Loto che può essere accompagnato da un sermone e da un momento di meditazione. Abbiamo assistito durante l’inaugurazione a questa funzione molto suggestiva e coinvolgente grazie ai cori, al gong, ed al linguaggio a noi sconosciuto. Abbiamo voluto fare un ultima domanda un po’ indiscreta al gentilissimo interlocutore, ma come vive? Un po’ con l’aiuto dei fedeli e un po’ con gli aiuti dal Giappone ci ha detto. Se poi qualcuno volesse saperne di più, basta collegarsi la sito internet

Inaugurazione del tempio Buddhista di Cereseto

Tarabini Shoryo

in 4 lingue oltre all’italiano in cui si spiega il Buddhismo Nichiren Shu: http://ww.nichirenshueuropa.com/ Sul sito, fra l’altro potrete vedere bellissime foto di Cereseto il cui nome, come molti sanno, deriva proprio da Cirisidum, ciliegie e visto che nel mondo è fra le religioni più diffuse, l’iniziativa contribuirà a dare una grande risalto a Cereseto ed alle nostre colline. Non ci resta che augurare ai nostri fratelli pace, bene e tanta serenità, certi che anche loro come noi Cristiani, insieme a tutte le persone di buona volontà di ogni altra fede, abbiamo un obiettivo comune: costruire un mondo migliore.

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Ristorante da Maria (da pagina 9)

classico filetto ai ferri. Buono il vitello tonnato all’antica, costituito da una sorta di stufato cotto con verdure diverse e ovviamente il tonno, il tutto poi macinato finemente e usato come condimento per la carne. Il filetto ai ferri è un piatto semplice e non dovrebbe creare problemi, si tratta solo di “azzeccare” la cottura. A noi non piace al sangue, e neppure troppo cotto. Al taglio si deve vedere il rosa nel cuore della fettina e sulla superficie appena un cenno di bruciatura giusto dove la carne toccava la griglia. Così era, nel piatto era accompagnato da un cucchiaino di sale e uno spruzzo di denso aceto balsamico in modo tale da consentire al cliente di insaporire i bocconi a proprio piacimento. Come contorno ci è stata servita una insalata già condita. Per molti forse è solo un dettaglio insignificante, ma dare la facoltà al cliente di contribuire anche con piccoli interventi personali a definire il gusto di ciò che sta mangiando è sempre utile. Come dolce abbiamo optato per le mele ripiene preparate similmente alla più note pesche ripiene, che sono state particolarmente apprezzate. Come bevande il cameriere ci ha proposto la scelta fra un barbera, un grignolino o dolcetto. Abbiamo optato per il primo e ci è stato servito una bottiglia stappata, di barbera del Monferrato 2010 imbottigliato da La Cantinetta di Mombello Monferrato di 14,5°. Costo 30 € a persona bevande comprese. Una tranquilla cenetta in un tranquillo giorno infrasettimanale che ci ha fatto scoprire un altro bel posto dove trascorrere qualche ora immersi nello splendido paesaggio delle nostre colline gustando i tipici piatti locali. tel 0141-90.20.35 cell. 340-8067831 chiuso il mercoledì e-mail : ristorante.damaria@virgilio.it

Antipasto di verdure alla piemontese E’ arrivato l’autunno e in questo giorni tradizionalmente si ultima la preparazione delle burnie riempite con frutta verdura e quant’altro per l’inverno. Una delle pietanze tipiche da conservare è la giardiniera (o antipasto) di verdure di cui ne esistono una infinità di versioni. Noi vi proponiamo una ricetta che è quella usata dai nonni e che riscuoteva, al momento del consumo, un notevole successo. Se è quella originale Piemontese non lo possiamo dire, non abbiamo trovato ricettari o scritti d’epoca che possano suffragare questa tesi, l’unica cosa che ci vien da dire è che tutti gli ospiti a cui l’abbiamo fatta assaggiare hanno espresso giudizi lusinghieri. La ricetta che proponiamo prevede una cottura differenziata per ciascuna verdura onde mantenerne la consistenza delle verdure anche dopo la preparazione. Si mettono nella pentola senza aggiunta d’acqua: 300 gr di olio extravergine di oliva, 300 gr di aceto, 50 grammi zucchero, 50 gr di sale, 300 gr di carote tagliate, 300 gr. di sedano tagliato. Si fanno cuocere per 20 minuti poi si aggiungono: 300 gr. di fagiolini tagliati, 1 cavolfiore a pezzi, 200 gr. di concentrato di pomodoro,

200 gr. di acciughe sottosale pulite e lavate, ½ noce moscata, 10 chiodi di garofano, Si continuare a bollire per altri 15 minuti tutto insieme poi si aggiungono: 1 kg di peperoni a pezzi, 300 gr. di cipolline, 50 gr di capperi. Si continuare a bollire per altri 5 minuti, quindi si invasa a caldo e si mettono i vasi a riposare girati sottosopra. Con questo sistema le carote ed il sedano cuoceranno in tutto per 40 minuti, fagiolini e cavolfiore per 20 minuti, peperoni, cipolline e capperi cuoceranno solo per 5 minuti.

Antipasto di verdure

Lo stufato è un secondo, piatto tipico della Italia del Nord. È anche conosciuto come brasato. Quando lo stufato è tagliato in piccoli pezzi prende il nome di spezzatino. Nel XIX secolo lo stufato costituiva il piatto di carne della domenica nel periodo invernale. Era anche la pietanza che, per le sue particolari modalità di cottura, era possibile trovare sempre pronta nelle osterie della Lombardia. Generalmente si preparava con il manzo, ma si usavano anche i tagli più fibrosi ricavati dalla macellazione dell'asino o del cavallo. I tagli particolarmente adatti alla preparazione degli stufati sono il girello di spalla ed il collo ossia tagli ricchi di tessuto connettivo. Il collagene del tessuto connettivo durante la cottura lenta si trasforma in gelatina rendendo morbida la carne. La stufatura (o la brasatura, veniva ottenuta appoggiando le braci accese sopra il coperchio del tegame) durava spesso 8-10 ore e rendeva morbida e sugosa una carne non particolarmente tenera. Infatti, lo stufato fa parte della categoria di carni "stracotte", tipiche della bassa pianura padana.

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Gabiano e dintorniGabianoedintorniGabianoedintorni In copertinaIncopertinaIncopertina Il sommelier racconta…Ilsommelierracconta…Ilsommelierr...

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