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Elvio Pederzolli trentino, classe 1976, collaboratore del Museo Storico di Trento, ha attualmente all’attivo, tra le tante ricerche, una pubblicazione sulle fortificazioni del vallo alpino ed un importante lavoro sulla memorialistica dei reduci della seconda guerra mondiale di Riva del Garda.

Il Sacrario di Caporetto. (Foto A.Bello) In copertina:

Il Sacrario di Redipuglia Il Tempio Ossario di Timau (Carnia - Udine).

Soldati austroungarici tra le rovine di San Pietro

(Slovenia) (Arch. Simon Kovacic)

Il Sacrario di Asiago. (Foto A.Bello)

€ 13,50

Il sacrario del Montello (Treviso).

Il Sacrario del monte Grappa in costruzione. (Arch. Dal Molin)

Enzo Bologna Elvio Pederzolli

Ossari e sacrari sono monumenti che partono dal Risorgimento e che sono legati all’idea stessa di nazione, non meno, simbolicamente, del tricolore. Trascendono le contingenze politiche della loro edificazione, ma non nel significato profondo e diretto al futuro. È bene scindere la loro presenza e la loro cura dalla temperie che vide innalzati quelli della Grande Guerra. La Nazione, che simboleggiano, preesiste e persiste ben oltre. È un’osservazione centrale, che vale di suo a depurare il tema dalla connessione connotativa con il Ventennio.

GUIDA AI SACRARI DELLA GRANDE GUERRA DA REDIPUGLIA A BLIGNY

Enzo Bologna trevigiano, classe 1979, condensa in questo libro due grandi passioni: la conoscenze delle vicende storiche e le escursioni, montane in particolare. Socio del Club Alpino Italiano e della Società Storica per la Guerra Bianca, è alla sua prima pubblicazione.

GUIDA AI SACRARI DELLA GRANDE GUERRA DA REDIPUGLIA A BLIGNY

Enzo Bologna Elvio Pederzolli

19 ITINERARI

LUNGO IL FRONTE ITALIANO Il Sacrario di Burgusio. (Foto Adang)

Prefazione di Giuseppe Severini

L’ingresso del monumentale cimitero di Bondo.

Guide Gaspari

Il Sacrario di monte Pasubio.


Guida ai Sacrari della Grande Guerra


Enzo Bologna Elvio Pederzolli

GUIDA AI SACRARI DELLA GRANDE GUERRA DA REDIPUGLIA A BLIGNY 19 ITINERARI LUNGO IL FRONTE ITALIANO Prefazione di Giuseppe Severini

Guide Gaspari


AS S OCIAZIONE CULTURALE

CLIO

Rileggiamo la Grande Guerra www.rileggiamolagrandeguerra.it

In collaborazIone con l’UffIcIo StorIco dell’eSercIto ItalIano

Copyright © 2010 Gaspari editore via Vittorio Veneto 49 - 33100 Udine tel. (39) 0432 512 567 tel/fax (39) 0432 505 907 www.gasparieditore.it e-mail: info@gasparieditore.it ISBN 88-7541-198-0


INDICE

Gli elementi costitutivi di un popolo di Giuseppe Severini Prologo Il silenzio dei Sacrari Il mito dei caduti

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Itinerari lungo il fronte e i suoi Sacrari Passo Stelvio e Val Venosta Passo del Tonale Bondo Bezzecca Castel Dante Pasubio Monte Cimone Altopiani di Lavarone e Folgaria Asiago Dolomiti di Ampezzo e Cadore Dolomiti di Sesto e Comelico Timau Caporetto Oslavia Redipuglia Monte Grappa Prealpi Feltrine e Trevigiane Montello Fagarè della Battaglia

27 28 31 34 40 45 52 62 65 71 78 85 93 104 109 113 122 131 138 144

Schede di altri Sacrari e cimiteri militari

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Il Sacrario di Bligny di Lorenzo Cadeddu

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RINGRAZIAMENTI

“Si può veramente dire che l’intero mondo è circondato dalle tombe dei nostri caduti …Sono convinto che anche negli anni a venire non ci saranno fautori della pace in terra più convincenti di questa moltitudine di testimoni silenziosi della desolazione apportata dalla guerra.” Re Giorgio V d’Inghilterra, Fiandre, 1922

…Signore, dai tanti baci al mio babbo caro che è morto per la Patria, e digli che gli ho portato tante belle rose; e alla mamma dille che non pianga più perché il mio babbo è in paradiso… Lapide posta sulla tomba di Buttazzi Angelo, militare appartenente al 207° reggimento fanteria Taro, caduto il 27.11.1916, già tumulato nel vecchio cimitero di Castel Dante e ora nel Sacrario.

Gli Autori intendono ringraziare oltre a Lidia e Francesca, la piccola Stella Julia e le rispettive famiglie che li hanno supportati e sopportati nel corso del presente lavoro, anche i seguenti enti e persone: La Fondazione Giuseppe Mazzotti di Treviso, Alessandra Bello, Claudio Adang (www.valloalpino.it), don Francesco Sottara della parrocchia di Badia, Gennaro Bellò, il dott. Alberto Carestiato, Roberto Tessari, l’Osterreichisches Schwarzes Kreuz di Vienna, la signora Gabriele Schaumann, Davide Tonazzi.

Dove non espressamente indicato le foto sono di proprietà degli autori.


GLI ELEMENTI COSTITUTIVI DI UN POPOLO

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I sacrari e gli ossari della Grande Guerra sono un segno del passato di straordinaria suggestione e di particolare interesse perché si collocano con particolare intensità in quell’incrocio misterioso tra storia e memoria, tra individualità, familiarità e nazione, tra territori locali e Stato, dove s’intrecciano gli elementi costitutivi di un popolo e si contribuisce a contrassegnarne l’identità. Ossari e sacrari sono monumenti che partono dal Risorgimento e che sono legati all’idea stessa di nazione, non meno, simbolicamente, del tricolore. Trascendono le contingenze politiche della loro edificazione, ma non nel significato profondo e diretto al futuro. È bene scindere la loro presenza e la loro cura dalla temperie che vide innalzati quelli della Grande Guerra. La Nazione, che simboleggiano, preesiste e persiste ben oltre. È un’osservazione centrale, che vale di suo a depurare il tema dalla connessione connotativa con il Ventennio. Non ne sono lo specchio, e se è vero che in allora furono realizzati i massimi tra di loro, fu per via della recente fine della prima guerra mondiale; se è vero che allora fu dedicata amplissima attenzione e grandi risorse al tema della morte in guerra e alla sua sacralizzazione, non è meno vero che non si tratta di opere esclusive di quell’ambiente politico. Lo mostrano lo spazio e il tempo. Lo spazio, perché simili e analoghi monumenti degli anni Venti e Trenta furono realizzati in Paesi di tutt’altra impronta politica, si pensi alla Francia. Il tempo, perché è con le guerre d’indipendenza – cioè, con l’inverarsi del concetto di guerra nazionale – che, per l’Italia, furono immaginate le prime realizzazioni di questo tipo: basti pensare alla torre di San Martino della Battaglia, presso la quale vi è un ossario con oltre 2.600 resti di soldati italiani e austriaci. È con questo spirito e questa consapevolezza di libertà e d’interpretazione scevra da pregiudizi, che oggi vi ci si deve avvicinare anche in Italia. E questo è forse il principale merito di questo libro, perché, con la storicizzazione e l’uso della ragione, offre il suo efficace contributo alla maturazione delle mentalità e al superamento degli automatismi.


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SACRARI DELLA GRANDE GUERRA

Identità nazionale e nobilitazione dei cittadini Il Risorgimento come discrimine storico, dicevamo. Nell’antico regime, quando quello delle armi era un mestiere mercenario e la leva militare era a venire, la sacralizzazione della morte guerriera si riduceva a individualità, a familiarità, aveva testimonianza monumentale, cioè rivolta al pubblico, solo per il condottiero di particolare fama e spesso prescindeva dalla fine in combattimento. La funzione commemorativa del monumento era dedicata alla virtù individuale e al riconoscimento nobilitante della dignità guerriera del personaggio, non alla coesione della Patria. È con il concetto di nazione armata, figlio della rivoluzione francese che chiamava alle armi i cittadini, con l’identificazione soggettiva tra esercito e Paese, che la monumentalizzazione del cimitero di guerra diviene un mezzo di riconoscimento e di identità nazionale, esaltante la dignità sovrana della morte per la patria, strumento di elaborazione collettiva del lutto e codice della sua suprema giustificazione. Con i sacrari e gli ossari della Grande Guerra il processo di nobilitazione del cimitero di guerra si compie e – con la quantità enorme di caduti – giunge all’apice, affermando irrevocabilmente la sacralizzazione del sacrificio e raggiungendo lo scopo di indeclinabile nazionalizzazione. Istituzionalizzazione con la quale il sacrario – il cui stesso nome eleva a dignità superiore l’ossario – viene eretto in altare della religione civile, non dissimilmente dall’archetipo centrale dell’Altare della Patria che, unendo i due profili, va a ospitare la tomba del Milite Ignoto, rappresentante tutti i caduti nell’immane sacrificio collettivo. In questo processo storico, il paradigma materiale di sacrari e ossari si sublima in quelli della Grande Guerra, dove è facile cogliere il riflesso della sua concezione di ultima delle guerre d’indipendenza. La prima guerra mondiale è infatti quella che più d’ogni altra ha lasciato la traccia nei territori che ne furono teatro e nella memoria collettiva, e poiché queste tracce sono ora oggetto di un’apposita e speciale tutela giuridica (quella della legge 7 marzo 2001, n. 78, sulla tutela del patrimonio storico della prima guerra mondiale), occorre incentrarsi su sacrari e ossari riferiti al 1915-18 per


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cogliere la valenza universale di spazi unificanti della memoria, del lutto di un popolo e della sua buona causa. Una prospettiva che nega la precarietà dei manufatti bellici, la monumentalità verticale riconoscibile a distanza, la documentazione dell’immanità del sacrificio e la destinazione imperitura rappresentano la drammaticità di quell’impronta. Se trincee e fortezze sono vestigia per loro natura precarie ed esposte all’insulto del tempo per la loro strumentalità occasionale, sacrari e ossari sono invece definitivi, e così più di quelle vanno a connotare il paesaggio che li contiene e il senso di sé di un popolo. Il numero dei caduti che vi sono raccolti e le identità locali implicite nei cognomi e spesso nei nomi, disegnano un legame senza residui tra i cittadini in armi e gli eventi. Inverano, nella dimensione tragica, con la punta più alta, l’idea di nazione coesa, di cittadini-soldati partecipi, il concetto partecipato di Stato proprio della concezione moderna e in ultimo democratica. La sacralizzazione civica, collettiva, della morte per la Patria è del resto il tema conduttore che, pur sotto il simbolismo dei soli nomi riuniti, è già segnato dai monumenti ai caduti che ovunque furono realizzati dopo la guerra; così come dai viali e dei parchi della rimembranza. Ma se il monumento è – per l’etimo e per la significazione – il ricordo, il sacrario è la presenza tangibile e sacralizzata. Insegnamento della storia e religione civile Al tempo stesso, come nei monumenti ai caduti diffusi in ogni municipio italiano, in queste concentrazioni realizzate sul luogo del sacrificio o in prossimità, viene narrata una sintesi che chiude e perpetua la vicenda epica del conflitto, sacralizza lo stesso spazio del martirio e rende irrefutabile la causa che lo volle. Rendendola sempre “presente”, ne eleva infatti il significato e lo destina al futuro. Non sono cimiteri evocativi di individualità o di famiglie, ma matrici dell’unità completata della nazione, materializzazioni della patria e della sua forza segnata dalla generazione perduta. Lo spazio dell’individualità vi è deliberatamente esaurito nell’indicazione del nome e del cognome del caduto, a significare la


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dedizione totale alla causa nazionale dell’effusione del sangue, la prevalenza del collettivo sul singolo. È onnipresente l’orientamento alla dimensione collettiva. Vi si elaborano il coraggio e il martirio. L’imponente Sacrario dei centomila di Redipuglia, nella sua solennità archetipa di centro di culto del sacrificio militare e patriottico, ne è paradigma: il ritorno infinito della scritta “presente”, i caduti alternati a essa, la scalinata di ascesi alla vittoria; l’individualità del Comandante dell’Invitta Terza Armata, Emanuele Filiberto d’Aosta, esaltata a rammentare non il suo vissuto, ma la riduzione all’unità coi soldati, la dedizione allo scopo comune nel luogo stesso della contesa. Così come, con la mediana Via Eroica, l’ascendente al Carso, nome sacralizzato e sintesi stessa del conflitto: strumenti definitivi dell’ipermnesia della Grande Guerra: mondiale sì, ma prima di tutto nazionale e definitrice. Si tratta dunque non solo di luoghi, ma di monumenti della memoria, e con essa del lutto e del mito della Grande Guerra: ormai essi stessi immediati luoghi della storia. Nella comune percezione di oggi – depurata dalla retorica che spesso fu intessuta attorno a questi monumenti, come dell’antiretorica – un sacrario testimonia la Grande Guerra e la sua stessa memoria, non meno di un fortino o di una galleria di mine. Dal punto di vista giuridico e amministrativo, si deve ricordare che a questa capacità è connessa una funzione pubblica, che opportunamente riduce a unità la gestione di tutti i sacrari e ossari militari, in Italia o all’estero, a partire da quelli del 1848, cioè della prima Guerra di indipendenza. La cura e la manutenzione di queste vestigia, come di tutti i cimiteri di guerra, è un servizio svolto dal Ministero della difesa tramite un apposito ufficio, il Commissariato Generale per le Onoranze dei Caduti in Guerra, noto come Onorcaduti, istituito nel 1951 in sostituzione dei servizi istituiti precedentemente (1919, 1931, 1935). Attualmente è regolato da due leggi, del 1981 e del 1985. Tra le incombenze di Onorcaduti vi è anche il mantenimento delle sepolture contenenti i resti dei caduti austro-ungarici della Grande Guerra. Recentemente, al sito internet di questo servizio, è stata introdotta una banca dati, in via di perfezionamento,


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sulle sepolture, che offre modo di conoscere i dati essenziali (data e luogo del decesso, luogo della sepoltura). Oggi noi, guardiamo però a tutto ciò con occhi assai diversi da quelli di quando i sacrari sorsero, educati come siamo al valore superiore della pace e della coesistenza, alla consapevolezza che la dignità della persona umana è collegata al riconoscimento del valore supremo della vita. Dunque grande è la distanza di questi tempi da quelli, enorme è il salto di mentalità e la disponibilità dei consensi. Ma questa consapevolezza del divenire storico non impedisce di guardare a questi monumenti per coglierne il significato per l’epoca in cui sorsero e per i fatti cui si riferiscono; studiandone le matrici; ricercandovi radici forti di quella stessa Unità nazionale che proprio in questi tempi celebra il suo 150° anniversario e che del 1915-18 si avvicina a celebrare il secolo. Questo libro di Enzo Bologna ed Elvio Pederzolli, costituisce un’accurata opera di valorizzazione di tutti i sacrari e ossari. Esso realizza una vasta e analitica ricognizione, luogo per luogo, con impegno e dettaglio, delle presenze monumentali nei territori, e vi aggiunge un elencazione dei monumenti situati altrove, anche dedicati ad altre guerre. Impreziosisce questa esposizione con elementi di specifica utilità, come schede relative alla realizzazione dei manufatti, ai fatti bellici, a curiosità, a personaggi che hanno caratterizzato la guerra in quel luogo. È dunque un nuovo e meritevole repertorio storico, geografico e architettonico della monumentalità della religione civile incentrata sulla Grande Guerra. Si può dire che questo libro è anche un libro di memoria collettiva: la sua funzione è, dopo i molti decenni trascorsi dalla letteratura similare uscita negli anni venti e trenta, di riportare all’attenzione degli italiani questi manufatti. Senza enfasi e senza ragioni politiche: ma solo con l’intento più lodevole, che è di legare le generazioni odierne a dell’evento totale del passato, con cui ogni famiglia italiana ha un suo legame e spesso un caduto: e questo legame, mostra il libro e mostrerà il suo successo, è più tenace e duraturo del lungo tempo che da allora è passato.

Giuseppe Severini Presidente di Sezione del Consiglio di Stato


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INTRODUZIONE

IL SILENZIO DEI SACRARI I Sacrari sono, da ottant’anni almeno, sempre lì, ben visibili, solitamente adeguatamente segnalati dai cartelli stradali, spesso lungo arterie trafficate. Chi si ferma a visitarli compie un viaggio nella storia, è rapito dalle sensazioni legate al senso del sacro e della memoria di un popolo: lì ci sono cittadini come noi – o i nostri stessi bisnonni – che hanno pagato con la vita il dovere verso la patria. La solennità, il religioso silenzio, l’atmosfera cupa alternata a giochi di luce, lo scorrere lungo le pareti di centinaia di nomi in cui senza difficoltà si può trovare un cognome come il proprio, ma anche qualche nome evocativo: sempre e comunque nasce un pensiero. Si esce da un Sacrario con un arricchimento interiore. Attraverso l’improvvisa percezione del sacrificio compiuto da altri cittadini come noi e al di là delle frasi roboanti e ampollose, ci si rende conto che si è presa coscienza di sé, di sé come italiani inseriti in un Europa che ha abolito le frontiere e si spera vivrà in pace. Tra le tante cose fatte bene e le altrettante che non vanno in Italia vi è la gestione dei Sacrari. Il personale preposto alla custodia è sempre disponibile e, il più delle volte, preparato; solitamente i Sacrari sono ben curati, ma la sensazione di abbandono di questi monumenti ha accompagnato ogni visita. Ad esempio quasi tutti i Sacrari sono chiusi di domenica, e se non lo sono, è solo per intervento di Comuni, Associazioni o privati. Burocrazia e mancanza di fondi rendono arduo anche cambiare lampadine rotte o fornire al visitatore un adeguato supporto. Quasi mai è a disposizione del pubblico del materiale informativo. Onorcaduti ha realizzato negli anni centinaia di opuscoli che descrivono ogni Sacrario e alcuni libretti, che spesso sono l’unica fonte di notizie disponibili: sono chiusi a chiave in qualche armadio o solo in visione sotto una bacheca (è il caso di Oslavia). Solo in qualche caso alcuni tabelloni spiegano al visitatore cosa si stia visitando e cosa sia accaduto nelle zone adiacenti


INTRODUZIONE

durante la Grande Guerra, del perché esista un Sacrario e qualche notizia a corredo della visita. Spesso il linguaggio usato non è quello di oggi e la formulazione del messaggio della religione civile non è consona e in sintonia con la sobrietà e la semplicità intensa che essa potrebbe suscitare. C’è poi, per i cimiteri militari, il passaggio definitivo all’oblio, alla perdita della memoria. Ad esempio a Pinzolo (Trento) esisteva un cimitero di guerra austriaco. Verrà pian piano dimenticato negli anni. Proprietà comunale, diventerà privato. Al suo posto nasceranno nuovi quartieri residenziali-turistici. Ossa, però, di quando in quando, affiorano dal terreno. A Follina (Treviso) un ex cimitero in cui caduti non dovevano esservene più da anni, traslati, ha di recente restituito non pochi resti, in questo caso, validamente considerati. Dubbi rimangono per vari cimiteri… Caoria, Oris, Malga Sorgazza, Pradis, Costalta, per citarne alcuni noti, ma quanti cimiteri caduti nell’oblio, che ancora resituiscono spoglie, ci sono lungo il fronte? I Sacrari sono dunque dei punti di “abbreviazione narrativa” della memoria collettiva, luoghi-simbolo, autobiografici in cui una società può riconoscere se stessa come pure la propria storia attraverso il racconto interpretativo. Sono luoghi in cui i “cittadini in formazione” – gli studenti – dovrebbero essere portati almeno una volta nella loro vita studentesca.

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Redipuglia. (Foto M. Mantini).

Pradis (Pordenone) lapide di militare ignoto caduto in una battaglia durante la ritirata di Caporetto.


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SACRARI DELLA GRANDE GUERRA

Il mito dei caduti Come si arrivò alla costruzione dei sacrari? E cos’è un sacrario? “Luogo dedicato a memorie sacre e venerate” recita il dizionario. Ma allora chi o cosa si venera in un sacrario? E chi è il “fedele” che frequenta questi luoghi sacri? Cosa cerca? Sono domande che forse non ci si pone nel visitare un sacrario. Con “sacrario” la nostra mente va automaticamente alle grandi strutture architettoniche che ricordano le battaglie della prima guerra mondiale (si pensi ad esempio ad Asiago, Redipuglia o Cima Grappa), talvolta della seconda guerra mondiale, mai, o in rarissimi casi, alle guerre precedenti. Evidentemente la Grande Guerra segnò una linea di demarcazione nella storia dell’uomo, lo si intuisce anche dall’aggettivo “Grande” posto subito per sottolineare che non ci si trovava di fronte a un conflitto come gli altri. Grande quanto? Tanto da costare 13 milioni di morti. Per darci un metro di misura, possiamo ricordare che la guerra tra Prussia e Francia iniziata nel 1870, la più importante di quel secolo, comportò la perdita di circa 325.000 soldati, mentre nella sola battaglia della Somme del 1916, la Francia e la Germania persero più del doppio degli uomini che Napoleone lasciò sul Il Sacrario e le trincee a Redipuglia.


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suolo di Russia. Trentamila sono gli abitanti che popolano un’odierna città di medio sviluppo con buona possibilità di lavoro, ma è anche il numero dei soldati italiani caduti sul monte Grappa nei primi tre giorni dell’offensiva finale che portò alla liberazione di Vittorio Veneto. L’equivalente di una città intera svanito in soli tre giorni. 13 milioni di morti sono una tragedia mai provata prima nella storia. Non è solamente l’enorme numero di caduti a pesare, ma anche il modo in cui combatterono e morirono. Per quattro anni milioni di giovani furono costretti ad ammazzarsi sistematicamente in battaglie titaniche o piccole scaramucce in alta montagna, sfruttando le nuove tecnologie: i gas, la mitragliatrice, la bombarda, l’aeroplano. È un modo nuovo di fare la guerra con armi fredde, impersonali, che uccidono a distanza un grande numero di avversari. È una guerra di Colle Sant’Elia e trincea, che si cementa su un “solco” la scalinata. lungo dal Mare del Nord all’Adriatico e (Foto M. Mantini)


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a presidiarla ci sono i fanti che vivono sottoterra e nel fango, in compagnia dei pidocchi e dei topi, nella snervante monotonia che sta tra la paura di un attacco e il successivo. Tutto questo e molto di più racconta chi torna a casa, ma chi li riceve non capisce, non ha provato, a volte non riesce a credere, perché effettivamente un’esperienza così, se non la vivi, come fai a crederla vera? Allora bisogna fare qualcosa, perché nessuno dimentichi, perché, al di là delle mere conquiste territoriali, non sia stato tutto vano. Bisogna innanzitutto tornare sui campi di battaglia a recuperare le salme ancora al sole, a dare un nome ai sepolti nel poco tempo che lascia il ritmo spietato della battaglia, a restituire un corpo a chi ancora ne piange uno, e sono tanti. Ecco che per la prima volta non vengono celebrati solamente i generali e i grandi condottieri, ma il soldato in sé, caduto per la propria patria nell’anonimità di una trincea e pertanto meritevole di essere venerato come una guida per la nazione. O almeno questi sono i principi su cui le nazioni belligeranti vogliono fondare una nuova religione civile, che scusi l’incredibile salasso in cui hanno trascinato i loro cittadini. La religione della memoria Sono due le forze che portano alla venerazione del Soldato caduto. La prima scaturisce dalla volontà dei reduci e delle famiglie dei caduti affinché il sacrificio sopportato dai combattenti non sia dimenticato. La seconda, più complessa e meno spontanea, viene dal bisogno delle nazioni di elaborare la morte di massa prodotta dalla guerra in maniera da renderla accettabile alla popolazione. Alla fine del conflitto, passati i primi festeggiamenti per la vittoria, quando inizia il conteggio dei costi umani e materiali della guerra, una condanna sempre più sentita comincia a diffondersi nelle piazze di ogni stato, anche in quelli vincitori: quale conquista territoriale può scusare


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un sacrificio simile? No, niente di materiale può giustificare un simile tributo, solo un ideale, un bene superiore collettivo ci riuscirebbe: il bene della Nazione. Abbiamo detto che la Grande Guerra è la prima occasione di commemorazione dei combattenti, ma in realtà il culto dei caduti inizia oltre un secolo prima, alla fine della Rivoluzione francese. Per la prima volta un esercito, quello rivoluzionario, è composto non da mercenari o da sudditi obbligati a una lotta non propria di cui non sanno né condividono i principi, ma da cittadini consapevoli di combattere per una società migliore, per una nazione futura in cui vivere degnamente e in cui si identificano come una comunità. Poco dopo la sua fine, si sente il bisogno di non ricordare più solamente i grandi della rivoluzione, ma tutti i caduti: viene eretta in un cimitero di Parigi una piramide contenente le ceneri di

Il Sacrario di Asiago in costruzione. (Archivio Dal Molin - col. Zambon)


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tutti, senza distinzione, generali e soldati. Napoleone in seguito fa erigere l’Arco di Trionfo per commemorare il valore dei propri uomini, anche se effettivamente in questo caso vengono scolpiti solamente i nomi dei generali, mentre la truppa rimane anonima. Ma progetta anche un santuario, la Madeleine, in onore di tutti i caduti della Grande Armée. Sono simboli importanti, mai registrati prima. La Grande Guerra prende in consegna il mito dei caduti dal passato e lo rielabora. Inizia la campagna di riesumazione e sistemazione delle salme in cimiteri militari espressamente dedicati e costruiti seguendo specifici canoni. Vengono fusi i simboli cristiani con quelli laici, come i crocefissi formati da schegge di granata, il Redentore dipinto mentre sostiene il soldato morente, magari coperto dalla bandiera nazionale. Come il fedele che muore in Cristo non muore in realtà, ma risorge in Lui a nuova vita, così il combattente non muore in guerra, ma cade per la resurrezione di una Patria più grande. Questo è il messaggio lanciato dai monumenti e dai cimi-

Parigi l’Arco di Trionfo.


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teri di guerra che rende più accettabile il vuoto degli scomparsi ai familiari e inorgoglisce il reduce che si sente così parte, coautore di qualcosa di grande. Ovviamente ogni paese organizza i propri luoghi della memoria secondo propri schemi, come in Germania, dove i cimiteri sono estremamente semplici e ordinati, eretti a somiglianza di fortezze (per questo chiamati Totenburg, fortezza dei morti) con un forte richiamo alla natura come simbolo di rinnovo e dove le lapidi sono tutte rigorosamente uguali, come a ispirare un sentimento di unità: camerati nella lotta, uniti nella morte. Il legame tra popolo e nazione Manca ancora qualcosa per suggellare il legame tra popolo e nazione. Le salme senza un nome superano di gran lunga quelle riconosciute: a questi caduti manca il compianto più elementare, quello dei propri familiari che non hanno un corpo su cui piangere. Partono quindi delle iniziative che vedono Francia e Inghilterra come apripista nella scelta di una salma ignota da innalzare

Il Sacrario del Pasubio negli anni’30. (Archivio Dal Molin - coll. Zambon)


20 Gli artisti e progettisti dei Sacrari Giannino Castiglioni (Milano, 1884 Lierna, 1971) Diplomatosi a Brera, è scultore, medaglista, ma anche pittore. Tra le sue numerosissime opere, vanno segnalate le sculture per il Palazzo del Parlamento di Montevideo, la Tomba di Pio XI, la Porta Monumentale del Duomo di Milano, oltre che numerosissimi lavori per i Sacrari (Resia, Colle Isarco, Bezzecca, Castel Dante, M.Grappa, Timau, Caporetto, Redipuglia…)

Pietro Del Fabro (1893 – 1971) Architetto, realizza, tra centinaia di altre opere, edifici sacri, tra cui il Tempio Votivo di Treviso, il Templi Ossari di Bassano, Padova e Schio, collaborando alla costruzione di alcuni Sacrari, come Stelvio e Tonale.

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all’Altare della Patria a simbolo del sacrificio supremo. In tutti i casi viene scelto un corpo per ogni regione militare, con una sola parola d’ordine: che sia effettivamente e rigorosamente ignota l’identità della salma, ma che accurate indagini sul luogo di riesumazione escludano la possibilità che vengano tumulati i resti di un soldato nemico. Tra le nove spoglie francesi riesumate, a un invalido di guerra ne viene fatta scegliere una, che viene inumata sotto l’Arco di Trionfo all’Etoile. A Londra il Milite Ignoto è scelto da un alto ufficiale e sepolto nell’Abbazia di Westminster, mentre un cenotafio viene eretto a Whitehall, luogo più adatto a manifestazioni e parate militari. Così si regolarono anche altri paesi europei, come la Germania. Vediamo ora come l’Italia ricorda i suoi caduti. La realtà italiana: come nacquero i Sacrari Anche in Italia si pensa a sistemare le salme dei combattenti in luoghi degni del loro ricordo. Settemila soldati, diretti da 150 ufficiali del neo costituito Ufficio Centrale Cura Onoranze Salme Caduti in Guerra, si dedicano al pietoso compito. L’Italia non segue degli schemi fissi nell’ideazione e nella costruzione dei luoghi della memoria. Accanto ai cimiteri militari opportunamente risistemati, hanno una certa diffusione i Parchi della Rimembranza, luoghi aperti in cui vengono piantati alberi in rapporto al numero di caduti che si vogliono ricordare, maga-


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ri affiggendo a ognuno un cartellino con il nome del caduto. Ogni pianta è dunque legata a un’identità e il passare delle stagioni simboleggia il continuo rinnovarsi della vita, a suggerire che chi cade per la patria non muore mai. Anche quando vengono costruiti i grandi sacrari, non ci sono regole precise (effettivamente non ne troviamo uno simile all’altro), se non l’uguaglianza dei loculi e delle lapidi a suggellare l’affraternamento nella battaglia e nella morte dei combattenti. L’Altare della Patria e il Milite Ignoto Nel nostro Paese è il colonnello Giulio Douhet a promuovere l’idea di riesumare undici salme dai relativi settori del fronte, per scegliere fra queste il Milite Ignoto italiano. I lavori hanno inizio il 3 ottobre 1921 e man mano che viene ripercorso il fronte, gli autocarri del Regio Esercito vanno riempiendosi delle undici casse, radunate infine nell’antica basilica romana di Aquileia per procedere alla selezione. Il 28 ottobre, Maria Bergamas, madre di Antonio, sottotenente di fanteria isontino e fervente mazziniano, morto sul monte Cimone e mai ritrovato, è fra il gruppo delle madri e vedove di guerra nella basilica gremita di gente: sarà lei a scegliere la Salma che verrà tumulata a Roma e per sempre venerata dalla Nazione. La mamma friulana percorre la fila di bare e si getta sulla penultima, gridando il nome del figlio: la scelta è fatta. Le rimanenti dieci casse verranno tumulate nel cimitero sul retro

21 Giovanni Greppi (Milano, 1884 – 1960) Diplomatosi a Brera, architetto, è noto soprattutto per aver realizzato numerosissimi Sacrari italiani, sia in Italia (Resia, Colle Isarco, Bezzecca, Monte Grappa, Redipuglia ecc) sia all’estero (Bligny, in Francia).

La popolana Maria Bergamas mamma spirituale del Soldato sconosciuto.


22 L’interno della Basilica di Aquileia durante la cerimonia funebre.

Foto sotto: il carro funebre.

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della basilica, dove troverà riposo anche Maria Bergamas dopo la sua morte. Caricato su un vagone ferroviario appositamente predisposto e sistemato sull’affusto di un cannone, il feretro inizia il suo viaggio verso la capitale. Le autorità delle località attraversate dal convoglio, hanno preventivamente invitato la popolazione a partecipare al saluto del convoglio al suo passaggio nelle relative stazio-


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ni ferroviarie, ma non fu necessario. Il tributo che il popolo italiano da spontaneamente a quel suo Figlio nel suo ultimo viaggio, non ha paragoni. Mai si ripeterà verso un militare, nella storia del nostro Paese, una manifestazione spontanea così imponente e sinceramente partecipata come il fiume di gente che accompagnò il Milite Ignoto alla sua ultima dimora. Al di là di ogni idea politica, su quel treno passa il fratello, il marito, il papà, il figlio mai ritornato di una nazione di contadini ancora giovane, ma che già ha pagato il prezzo del suo posto fra le potenze mondiali. Al suo arrivo a Roma, dopo essere stata esposta nella basilica di S. Maria degli Angeli, la Salma viene portata in processione fino a piazza Venezia dove, dopo poche parole del ministro della Guerra, viene tumulata sotto la statua della dea Roma al centro del Vittoriano. Sono le 10 del 4 novembre 1921 e nello stesso momento ad Aquileia vengono sepolti i resti degli altri dieci Ignoti. È uno degli ultimi atti dei governi liberali. L’aspetto del monumento a Vittorio Emanuele e di Piazza Venezia mentre la salma viene portata a braccia sull’Altare.


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I grandi Sacrari Nel periodo fra le due guerre mondiali vengono costruiti i grandi sacrari che ancora oggi visitiamo. Il regime fascista fa della Grande Guerra e del mito dei caduti dei pilastri fondamentali della propria dottrina. Li fa suoi, li imbeve di retorica e li usa per far nascere quello che Mussolini crede l’italiano nuovo: un guerriero, un conquistatore. Una retorica che porta alla caduta del regime, al rifiuto da parte della popolazione di parole come Patria o dovere, ripetute ossessivamente e abusate per vent’anni e ora svuotate del loro significato. Da un culto del caduto quindi, con pellegrinaggi e gite organizzate appositamente non solo dalle associazioni combattentistiche, ma anche da enti come il Touring Club ai sacrari e ai campi di battaglia e con la pubblicazione di relative monografie, si passa nel secondo dopoguerra a un periodo di sostanziale oblio, in cui le nuove generazioni rifiutano quei concetti di Nazione espressi dai mausolei, in cui vedono solamente un invito alla guerra e alla distruzione. Il Sacrario di Monte Grappa in costruzione. (Archivio Dal Molin coll. Zambon)


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La sacralità civile e la necessità di un nuovo linguaggio per la trasmissione della memoria In ogni Sacrario il visitatore trova scolpite epigrafi e motivazioni delle medaglie al valore composte in maniera retorica e altisonante, ma ciò vuol dire che sia tutto falso o che i soldati qui sepolti debbano ancora essere vittime della rindondanza o del militarismo retorico, di iscrizioni stilisticamente eleborate per un’Italia monarchica governata da un dittatore. Certo, un linguaggio attuale, sobrio ma più profondo, faciliterebbe l’identificazione, il “riconoscersi”, il passaggio a una memoria culturale. Quando ci rechiamo a trovare i nostri cari nel cimitero del paese, parliamo a voce bassa e mai ci sogneremmo di entrare con un cane o di far saltare nostro figlio urlante sopra la tomba del nonno. Scene che spesso si verificano invece nei cimiteri di guerra. Se il fascismo ci ha in qualche modo “rubato” le parole Patria o Sacrificio, se, oltre a dare degna sepoltura a questi soldati, li ha anche usati per scopi propagandistici, non significa che ora noi, da cittadini maturi e coscienti di una nuova Europa, non dobbiamo portare rispetto a chi è morto per quella che, Il giorno dell'inaugurazione del sacrario del Leiten. (Archivio Dal Molin coll. Zambon)


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in quel momento, era la difesa della nostra terra. Chi è sepolto in un sacrario? Eroi? Anche. Ci sono i pavidi e gli impavidi, i fanti e i marinai, gli ufficiali e le reclute. Ci sono sostanzialmente ragazzi. Entriamo pensando di visitare la tomba di migliaia di ragazzi, cosa che, se da una parte grida al mondo pace, dall’altra chiede di lasciare al suo ingresso ogni polemica e corrente politica, nel semplice ricordo di ciò che è accaduto. Chi si venera in un sacrario? Nessuno. Non veneriamoli, semplicemente ricordiamoli, loro e gli incredibili sacrifici a cui fecero fronte. Molti perché costretti, altri perché fiduciosi in un ideale. E anche Aquileia: il Cimitero Militare quando costretti, compirono il loro detto degli Eroi. dovere fino in fondo. Come la tenace (A.Bello) resistenza sul Grappa e lungo il Piave Aquileia l’altare dopo Caporetto dell’esercito italiano dove sono sepolti gli altri 10 soldati che, fatte le debite considerazioni storico militari, ha tuttora del prodigioso, tanto sconosciuti. (Archivio Civici da stupire gli stessi alleati. Musei di Udine)


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PASSO STELVIO e VAL VENOSTA. Aquile in guerra. Località: Passo dello Stelvio (m 2.578) Accesso: Lungo la SS.38, tra le province di Bolzano e Sondrio Orari: Sempre visitabile. Difficoltà: Nessuna, itinerario turistico Ai confini tra Austria, Svizzera e Italia, su quote che superano abbondantemente i 3.000 metri, la Grande Guerra ha avuto per protagonisti i militari, per lo più truppe da montagna italiane e austriache, ma soprattutto la neve, il ghiaccio e le rovinose valanghe. Il piccolo Sacrario del Passo dello Stelvio raccoglie 64 caduti italiani provenienti da ex cimiteri di questo fronte spiccatamente alpino. Realizzato su progetto di Pietro del Fabro sulla base classica dell’arco di trionfo romano, sembra richiamare la nuova conquista romana delle Alpi, così come avvenne nel 15/16 d.C. da parte delle truppe di Augusto, che celebrarono la loro vittoria con l’erezione di un enorme monumento (eretto a La Thuile). Dal Passo dello Stelvio numerosi sentieri portano l’escursionista esperto a visitare i resti delle posizioni più alte di tutto il fronte della Grande Guerra, toccando vette dove si sono svolti combattimenti anche furiosi: monte Scorluzzo, Cima Trafoi, monte San Matteo (m. 3.678). Qui alcune compagnie di Alpini del battaglione sciatori Monte Ortles, comandati dai capitani Bertarelli e Berni riusciranno a conquistare la vetta, che gli austriaci, il 3 settembre 1918, rioccuperanno: sarà l’ultima, valorosa, vittoria imperiale sul fronte italiano. La salma del capitano Berni, e come la sua quella di molti altri caduti, non verrà più restituita dai ghiacci. La zona offre escursioni validissime sia sotto il profilo storico che paesaggistico. Siamo infatti nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio. Nei pressi del Passo, la filiale della Banca Popolare di Sondrio offre non solo i


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Altri cimiteri che custodiscono salme di soldati italiani: Soupir 586 Lione (cimitero comunale “La Guillotière”) 71 Lione (cimitero comunale “La Doua”) 66 Chambery Charriere Neuve 24 Parigi (cimitero comunale di Ivry) 36 Digione (cimitero comunale “Des Pesoces) 14 Metz 84 Labry 123 Oullins 65 Grenoble 19 Marsiglia 16 Saint-Chamas 5 La Chotat 5 Moyeuvre-Grande 3 Strasburgo (ossario francese) 16 Basse-Yutz (ossario comunale francese) 14 Flircy 14 Briey (ossario militare francese) 2 Mennevret (ossario militare francese) 3 Sissonne (ossario militare francese) 33 Weiler (ossario militare francese) 9 Montmédy (ossario militare tedesco) 36 Frasnoy (ossario militare tedesco) 3 La monumentale croce innalzata nel cimitero di Bligny.


Gaspari editore via Vittorio Veneto 49 - 33100 Udine tel. (39) 0432 512 567 tel/fax (39) 0432 505 907 www.gasparieditore.it e-mail: info@gasparieditore.it

Guide storiche escursionistiche Ezio Anzanello Paolo Gaspari ITINERARI SEGRETI DELLA GRANDE GUERRA NELLE DOLOMITI 7° MARMOLADA COL DI LANA-SIEF 2° IL COL DI LANA-SIEF ISBN 88-7541-193-X; pp.136; ill. a col.; Lorenzo Cadeddu Filippo Castagnoli GUIDA ALLA SCOPERTA DEL MONTE GRAPPA NELLA GRANDE GUERRA Itinerari, musei, storia e personaggi ISBN 88-7541-115-8 pp.180; ill. con 213 foto a col. e bn, ril.; € 13,50 Marco Mantini VIAGGIARE NELLA STORIA Dall’Adriatico al Passo di Monte Croce Carnico Guida ai luoghi e ai percorsi della Grande Guerra in Friuli Venezia Giulia ISBN 88-7541-044-5;160 ill. in b.n. e col., pp.240, € 13,50 Loris Zigliotto GUIDA AI FORTI DELLA GRANDE GUERRA SUL “FRONTE INVALICABILE” TRA L’ALTIPIANO DEI 7 COMUNI E GLI ALTIPIANI DI FOLGARIA, LAVARONE E LUSERNA Le escursioni, i protagonisti, la storia ISBN 88-7541-120-4 pp.144; ill. con 160 foto e cartine a colori e bn; € 13,50 Marco Pascoli Andrea Vazzaz I FORTI E IL SISTEMA DIFENSIVO DEL FRIULI Itinerari sconosciuti nel più grande campo di battaglia della Grande Guerra ISBN 88-7541-045-3; 200 ill. in b.n. e col., pp.196, € 13,50 Nicola Persegati BATTAGLIE SENZA MONUMENTI PANOVITZ, SAN MARCO E VERTOJBA Itinerari sconosciuti in Slovenia alla riscoperta delle imprese degli arditi di Bassi ISBN 88-7541-040-2; 112 ill. a col. e b.n., pp.156, € 13,50 Mitja Juren Paolo Pizzamus Nicola Persegati GUIDA AGLI ITINERARI INCONTAMINATI DEL CARSO DIMENTICATO Vol. 1°. Le spallate dell’autunno 1916 ISBN 88-7541-109-3 pp. 180; ill. e cartine a col.; € 13,50 Vol. 2°. Le spallate dell’autunno 1916 sul Carso di Comeno 88-7541-188-3,168 pp., 182 ill. a col e b/n, € 13,50 I LUOGHI DIMENTICATI DELLA GRANDE GUERRA La provincia di Udine. 1° ISBN 88-7541-133-6,pp.256; 320 ill. col.e b/n; € 13,50

Dino Colli Paolo Gaspari Roberto Vecellio ITINERARI SEGRETI DELLA GRANDE GUERRA NELLE DOLOMITI 4° Monte Piana il balcone delle Lavaredo, Teston di Monte Rudo, Monte Specie ISBN 88-7541-130-1 pp. 180; ill; con 160 immagini a colori; € 13,50


Ruggero Dal Molin, bassanese, possiede un vasto ed importante archivio bibliografico e fotografico sulla Grande Guerra. Da anni collabora con varie case editrici alla realizzazione di libri fornendo materiale fotografico d’epoca. Ha pubblicato con P. Pozzato Inedito dall’Ortigara e Sul Grappa non si vince, con P. Pozzato e P. Volpato La battaglia per il Pasubio e Nemici sull’Ortigara, con P. Pozzato e M. Rech 1918 I giorni perduti, con M. Busana il libro fotografico Gallio ieri e oggi e il DVD La battaglia dell’Ortigara giugno 1917 ed ha inoltre curato con Gli arditi in Grappa l’edizione integrale del memoriale di Ermes Aurelio Rosa. Per le nostre edizioni si è occupato degli apparati fotografici di Un anno sull’Altopiano con i Diavoli Rossi di P. Pozzato (2006) e di Vita di guerra di E. Viola (2008).

GUIDA AI CAMPI

L’Ecomuseo della Grande Guerra

DI BATTAGLIA

DELL’ALTOPIANO DEI SETTE

COMUNI

ITINERARI DELLA GRANDE GUERRA

Mario Busana Paolo Pozzato Ruggero Dal Molin

MONTE ORTIGARA Volume primo

Lo schieramento italiano il 1 luglio 1917. (Aussme)

In copertina: Vista di quota 2105 del monte Ortigara da Cima del Prà. La colonna mozza sulla quota 2105 simbolo dell’Ortigara. Alpini di vedetta in alta montagna.

13,50

Nel novembre 1996 la Comunità Montana “Spettabile Reggenza dei 7 Comuni” - riprendendo gli esisti del Convegno organizzato dal Centro Studi e Documentazione sulla Grande Guerra del Comune di Asiago per l’istituzione di un “Museo all’aperto della Grande Guerra sull’Altopiano dei 7 Comuni” - decise di presentare una prima proposta di legge nazionale per il “recupero e la valorizzazione dei manufatti di interesse storico – culturale della Grande Guerra” denominata “Progetto Ortigara, Alpini per la pace”: proposta, fatta propria da tutti i parlamentari veneti, che dopo non poche modifiche ed integrazioni ha portato, nel marzo 2001, alla promulgazione della Legge n. 78 “Tutela del patrimonio storico della Prima Guerra Mondiale”. E proprio grazie alle risorse economiche messe a disposizione dalla Legge n. 78/2001, in conformità al Progetto nel frattempo predisposto dalle quattro Comunità Montane dell’Alto Vicentino e dalla Provincia di Vicenza è stato possibile avviare una serie di importanti interventi di recupero e valorizzazione di alcuni dei più significativi “luoghi della memoria” del primo conflitto mondiale delle Prealpi vicentine: dal Monte Civillina al Pasubio, dal Massiccio del Novegno al Monte Cimone, dal Monte Cengio all’Ortigara. All’interno di questo ambizioso Progetto, che mira alla costituzione di un vero e proprio Ecomuseo della Grande Guerra, il campo di battaglia dell’Ortigara per le vicende storiche legate alla tragica offensiva del giungo 1917, la quantità e qualità dei resti materiali e le particolari caratteristiche del contesto ambientale, riveste sicuramente un ruolo preminente, quasi “simbolico”. Qui, forse più che altrove, è infatti possibile cogliere la follia di quella guerra, di una guerra aspra e dolorosa combattuta oltre 90 anni fa da migliaia di uomini di etnie, lingue e tradizioni differenti. E qui, anche grazie alla fattiva collaborazione dei soci dell’Associazione Nazionale Alpini, abbiamo voluto recuperare i resti più significativi delle opere difensive, ma anche delle strutture logistiche, delle strade e delle mulattiere realizzate da entrambi gli eserciti tra l’estate del 1916 e l’autunno del 1917: opere che si presentano ora come un grande “libro aperto” che permette agli appassionati, ma anche ai semplici escursionisti, di leggere e comprendere i drammatici avvenimenti di cui questi luoghi furono teatro preservandone nel tempo la memoria “per non dimenticare”, come ci esortano le parole incise dagli alpini sulla colonna mozza che sovrasta la cima desolata dell’Ortigara.

MONTE ORTIGARA

Paolo Pozzato, bassanese, insegna storia e filosofia ed è membro della Società Italiana di Storia Militare. Ha pubblicato un libro su Lussu e la Brigata Sassari tradotto e scritto numerosi saggi sul primo conflitto mondiale relativi alla memorialistica austriaca delle principali battaglie della guerra in Italia. Relativamente al M. Ortigara ha già pubblicato: Inedito dall’Ortigara con R. Dal Molin e Nemici sull’Ortigara con R. Dal Molin e P. Volpato. Per le nostre edizioni ha scritto: Storia delle brigate Sassari e Reggio nella Grande Guerra, vol. 5°, Un anno sull’Altopiano con i Diavoli Rossi (2006); con P. Gaspari e M. Mantini, Generali nella nebbia (2007); ha curato il volume 1916. La Strafexpedition; H. Schneeberger, La montagna che esplode, Kaiserjäger e alpini sul Castelletto della Tofana¸ Hans Mend, L’altra guerra dell Führer; con L. Cadeddu, La battaglia del Solstizio (2009), con Paolo Gaspari, Non solo Rommel… anche Rango, (2009).

M. Busana P. Pozzato R. Dal Molin

Mario Busana, bassanese, è docente di Scienze naturali nel Liceo Ginnasio Brocchi di Bassano del Grappa, Istruttore Nazionale di Sci di Fondo Escursionistico. Fa parte del Consiglio direttivo del CAI di Asiago 7 Comuni come referente della sentieristica dell’Altopiano di Asiago È autore di: Il Grappa “fra storia e natura”, in collaborazione con A. F. Celotto (2005); con A. Manzan Fra Natura e Storia con le ciaspole sugli Altopiani di Asiago, Folgaria e Lavarone (2005); Il lungo silenzio sotto la neve (2005); Monte Grappa 1900 – 2000 testimonianze di un secolo, con A. F. Celotto(2008), Flora delle Prealpi Vicentine, in collaborazione con A. Rossetto (2009). Con R. Dal Molin il DVD, La battaglia dell’Ortigara giugno 1917 (2008).

Disegno del Magg. Bombardi comandante del Battaglione Bassano. (AUSSME)

Gaspari in collaborazione con Uff. Storico Esercito Italiano

Guide Gaspari

Vittorio Corà Coordinatore del Progetto di Tutela del Patrimonio storico della Grande Guerra delle Prealpi vicentine

GUIDA AI SACRARI ITALIANI DELLA GRANDE GUERRA - Enzo Bologna, Elvio Pederzolli  

La guida, riccamente illustrata e unica nel suo genere, contiene una vasta e analitica ricognizione dei sacrari e ossari disseminati sul ter...

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