Skip to main content

Tutankhamon

Page 1

P hi li pp e N essm ann

P h i l i p pe N e s s m a nn

TUT NKHAMON

Dell’esistenza del misterioso faraone è rimasta soltanto un’esile traccia: il sigillo regale inciso su una tazza di terracotta bianca e su una foglia d’oro. Lord Carnarvon vuol terminare gli scavi, ma l’archeologo sente che la propria vita e quella del giovane sovrano sono profondamente legate. Un giorno, ne è sicuro, troverà la sepoltura intatta…

r o m a nz o

Carter mise la candela davanti all’apertura e guardò dall’altra parte. Lord Carnarvon chiese: «Vede qualcosa?» L’archeologo dapprima restò in silenzio, poi con un groppo in gola e la voce tremante non trovò nulla di meglio da dire che: «Sì… una meraviglia».

TUT NKHAMON

EGITTO, 1922. DA QUASI CINQUE ANNI HOWARD CARTER STA CERCANDO LA TOMBA DI TUTANKHAMON.

Philippe Nessmann (Saint-Dié-des-Vosges, 1967) ha sempre coltivato tre passioni: la scienza, la storia e la scrittura. Dopo una laurea in ingegneria e un master in storia dell’arte, si è dedicato interamente alla divulgazione, in particolare come autore di libri per ragazzi.

Consigliato dagli ai anni

11 99

l a v i ta d e l fa r ao n e e l ’ av v e n t u r o s a s c o p e rta d e l l a s ua to m b a


UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Philippe Nessmann Tutankhamon traduzione dal francese di Roberta Schiavo a cura della Fusp - Fondazione Unicampus San Pellegrino ISBN 978-88-3624-300-6 Prima edizione italiana luglio 2021 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2025 2024 2023 2022 2021 © 2021 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo dell’edizione originale francese: Dans les pas de Toutankhamon Pubblicato per la prima volta nel 2005 da Flammarion Jeunesse - Paris, Francia Testi e disegni © 2005 Flammarion Jeunesse disegni di copertina: Federico Pompili

Gallucci e il logo

sono marchi depositati

g a l l u c c i e d i t o r e. c o m Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.


Philippe Nessmann

l a v i ta d e l fa r ao n e e l ’ av v e n t u r o s a s c o p e rta d e l l a s ua to m b a

romanzo

traduzione di Roberta Schiavo


Introduzione Dove tutto sarebbe potuto finire ancora prima di cominciare

Estate 1922 Howard Carter penetrò in una piccola stanza buia. Non appena si abituò alla penombra, scorse intorno a sé splendidi manufatti, statue, piccoli gioielli, un pugnale incastonato di pietre preziose. Prese in mano una statuetta di ceramica blu. Era Sekhmet, la dea con il corpo di donna e la testa di leonessa. Sekhmet, la potente, la sanguinaria, la cui collera faceva tremare l’intero Egitto, colei che diffondeva la peste tra i nemici dell’ordine costituito. Sekhmet, la dea che i sommi sacerdoti tentavano di placare, perché sebbene distruggesse tutto con una furia cieca, aveva anche il potere di guarire. Carter accarezzò la testa di leonessa, poi la ri-

7


pose con delicatezza. Le sue mani erano grandi, ma incredibilmente agili; sembravano le zampe di un orso, all’apparenza pesanti eppure così abili da catturare un salmone. Se fosse stato un animale, sarebbe stato sicuramente un orso. Aveva quarantotto anni, il viso largo e massiccio, il naso lungo e un folto paio di baffi. E a Luxor viveva in una casa sul limitare del deserto, un antro isolato da tutto e da tutti. L’egittologo stava osservando gli oggetti intorno a lui, quando d’improvviso si aprì una porta nascosta. Un uomo entrò nella stanza buia. «Lord Carnarvon la riceverà tra un istante… ma… qui è tutto buio. Rimedio subito». Il maggiordomo accese la luce del lampadario e si ritirò. Carter si trovava in una piccola biblioteca con le pareti ricoperte di scaffali, su cui erano riposte decine e decine di reperti antichi, uno più meraviglioso dell’altro. L’archeologo li conosceva quasi tutti: era stato lui a scoprirli o ad acquistarli in Egitto per conto del ricco lord inglese. Tic, tic, tic… Prese a picchiettare sul vetro della finestra. Fuori, nuvole scure si addensavano in cielo, presagio di tempesta. L’estate, in quel lon-

8


tano 1922, era uggiosa, una tipica estate inglese. Tutt’intorno al castello i prati erano verdeggianti, perfettamente tosati, impeccabili. Carter immaginò un esercito di giardinieri armati di cesoie, intenti giorno e notte a scrutare ogni singolo filo d’erba che avesse la malaugurata idea di crescere più in fretta degli altri. Lord Carnarvon possedeva una fortuna immensa. Il viso dell’archeologo si rabbuiò. Immensa, ma non infinita. Carter sapeva bene perché Carnarvon l’aveva convocato nel castello di Highclere. Per cinque anni il facoltoso aristocratico aveva finanziato importanti scavi archeologici in Egitto. Era stato proprio lui, Howard Carter, a dirigere i lavori. Aveva passato al setaccio, rivoltato e sventrato un intero settore della Valle dei Re alla ricerca della tomba di Tutankhamon. Ritrovare quella sepoltura era il sogno della sua vita, un sogno che si stava trasformando in un incubo: fino ad allora gli scavi non avevano portato a nulla, zero, niente, neppure la minima traccia del faraone. «Mio caro amico» lo aveva avvertito Carnarvon qualche settimana prima «dobbiamo arrenderci

9


all’evidenza. Cercavamo una tomba e siamo incappati in un gorgo aspiradenaro…» Carter picchiettò nervosamente sul vetro. Tra qualche minuto l’aristocratico gli avrebbe annunciato la chiusura definitiva degli scavi. L’archeologo passò in rassegna gli argomenti che si era preparato per convincere il lord a continuare le ricerche ancora un anno, l’ultimo. Sapeva che la tomba era lì, sepolta da qualche parte nella Valle dei Re, a portata di piccone. E sapeva che custodiva un tesoro favoloso. Come faceva a saperlo? Bella domanda… Non credeva ai sortilegi, né alle maledizioni delle mummie, né ai fantasmi o a tutte quelle sciocchezze scritte nei romanzi per spaventare i lettori. Eppure, aveva sempre sentito che la sua vita era intimamente legata a quella di Tutankhamon. A tremila e duecento anni di distanza avevano percorso le stesse strade, bevuto dagli stessi pozzi, contemplato gli stessi paesaggi. Una semplice coincidenza? A volte, Howard Carter aveva la strana sensazione che, dal regno dei morti, il giovane faraone invocasse il suo aiuto.

10


PRIMA PARTE


Capitolo uno L’infanzia felice di Tutankhaton La punizione Una notizia che sconvolge una vita

Città di Aton, circa 1340 a.C. Quando il disco solare apparve sopra le montagne desertiche a Est, un bagliore rosso incandescente inondò la terra intera, da Oriente a Occidente, scacciando le tenebre oltre le regioni desertiche dell’Ovest. Rischiarati dalle prime luci del giorno, i neri flutti del Nilo presero a scintillare. Il fiume era ampio, denso e impetuoso, come sempre nella stagione delle piene. Le acque cariche di limo straripavano ovunque, ricoprendo i campi vicini. Gli aironi guardabuoi, con il dorso bianco e la cresta rossa, sorvolarono le terre inondate, da cui ancora emergeva qualche sparuto isolotto di pal-

13


me, per poi posarsi dove l’acqua era meno profonda alla ricerca di rane o vermi. A pochi passi da lì, la città di Aton pian piano si risvegliava. Costruita su un’alta rupe rocciosa a forma di mezzaluna, tra un’ansa del Nilo e le montagne desertiche dell’Est, la capitale dell’Egitto era al riparo dalla furia del fiume. Sopra i palazzi e le case in mattoni crudi, sopra i templi in pietra e le strade dritte come giunchi, aleggiava un odore di pane appena sfornato e di cipolla arrostita. Sul retro delle dimore, i servi si affaccendavano in cucina. Alcuni impastavano, disponevano i panetti su tavole di legno, quindi li infilavano nelle bocche dei forni roventi. Altri attingevano l’acqua dal pozzo. Altri ancora mungevano le capre e badavano ai cani e ai cavalli, mentre le galline beccavano i chicchi caduti a terra dai granai. Nei loro appartamenti gli alti funzionari si preparavano a celebrare i dieci anni di regno del faraone, cospargendosi il corpo di oli profumati. Intanto le serve disponevano le pietanze nella sala da pranzo, dove fila di colonne decorate con fiori e animali dipinti sostenevano il soffitto rialzato. Dalla strada giungevano i primi rumori che fil-

14


travano attraverso le sottili sbarre di pietra delle finestre in alto. Giorno di festa o meno, i mercanti aprivano le botteghe, sistemavano i vasi e le giare di terracotta, appendevano tappeti colorati in bella vista, punzecchiando il loro vicino: «Ehi, Seneb! Nemmeno un cieco si siederebbe sui tuoi tappeti! Sono troppo brutti…». Ognuno, infine, prendeva posto su uno sgabello: la giornata era ancora lunga. All’ora terza, mentre la folla gremiva le strade riarse dal sole, un gran clamore investì tutta la città. Alcuni bambini giunsero correndo: «Arrivano!…» Guardie armate di bastoni di giunco si aprirono un varco tra la folla, poi si udì uno squillo di trombe. I mercanti salirono sugli sgabelli per vedere l’arrivo del corteo. Due splendidi cavalli bianchi trainavano un carro rivestito d’elettro, una lega d’oro e d’argento, su cui, in piedi, c’era il faraone Akhenaton con indosso un gonnellino di lino bianco, un’ampia collana d’oro, e la maestosa doppia corona d’Egitto. Il viso allungato era facilmente riconoscibile: la copia identica delle statue in pietra che

15


adornavano le strade di Aton. Con le braccia magre e lunghe stringeva in un tenero abbraccio la regina Nefertiti. «Nefertiti, degna del suo nome!» commentò un mercante in equilibrio sullo sgabello. «Nefertiti, “la bella è arrivata”». Seguivano carri con altri uomini che gli abitanti non conoscevano, forse membri della famiglia reale o importanti visir. Accanto ai cavalli al trotto, alcuni musici percuotevano i tamburelli, gli acrobati eseguivano piroette, mentre gli alti funzionari, senza più fiato e con la fronte madida, faticavano a seguire il corteo. «Le principesse» esclamò qualcuno tra la folla. «E il principe!» Le tre figlie maggiori della coppia reale erano strette sul quarto carro. Avevano tra i quattro e i sei anni, e indossavano tutte una gonnellina a pieghe di lino bianco. Alle loro spalle c’era un bambino di tre anni, figlio naturale del faraone: poiché Nefertiti non aveva generato figli maschi, Akhenaton si era unito a una delle sue sorelle – nessuna legge infatti lo proibiva. Il bimbo, completamente nudo, sorrideva felice. «Allora, Tutankhaton» gli aveva chiesto la nu-

16


trice quella mattina «perché sei così sorridente da due giorni? È la festa per il giubileo del faraone che ti rallegra?» Lui, però, non le aveva risposto. In piedi sul carro, con i grandi occhi neri spalancati, si gustava ogni singolo dettaglio della parata: le trombe di ottone, i cavalli con le loro magnifiche bardature, il piglio severo delle guardie e la gioia incontenibile degli spettatori, con alcune teste che, dall’alto di uno sgabello, spuntavano sopra la folla come per magia, i tappeti colorati e le case in mattoni crudi che si susseguivano a passo di trotto. Il corteo risalì un grande viale, passò sotto il ponte che collegava il palazzo reale agli appartamenti del faraone e si arrestò di fronte alle due torri d’ingresso del grande tempio di Aton. Akhenaton e Nefertiti scesero dal loro carro ed entrarono nel tempio seguiti dalle tre figliolette e dal piccolo Tutankhaton, sempre nudo e sorridente. Il bimbo si girò più volte a guardare le persone dietro di lui. Non ne conosceva nessuna. Anzi, due sì: il divino padre Ay, con il viso gentile da nonno, che era il papà della regina, e Smenkhara che era… che era… Il bambino non

17


ricordava chi fosse di preciso, ma sembrava molto caro a suo padre. L’interno del tempio era un’oasi di pace in mezzo al trambusto della città. Tutankhaton e le bambine trotterellavano nei cortili inondati dal sole, correndo a zig zag tra gli altari in mattoni sui quali i sacerdoti avevano deposto cipolle, fave e grano. Le offerte per Aton, il dio Sole. All’improvviso risuonò una voce tonante: Tu sorgi splendido all’orizzonte del cielo, o Aton vivente, creatore della vita! Quando ti levi nel cielo d’Oriente, tutte le terre riempi della tua bellezza. Quando svanisci nel cielo d’Occidente, il mondo è immerso in un buio di morte; ruggisce il leone e il serpente morde. I bambini avevano smesso di correre, si erano ammutoliti e ascoltavano in religioso silenzio il faraone declamare l’inno che lui stesso aveva composto: Ma quando all’alba riappari all’orizzonte, tu scacci le tenebre con i tuoi raggi.

18


Allora le Due Terre sono in festa: l’umanità è desta e si rimette in piedi. Tu l’hai fatta alzare. Ogni gregge gode del suo pascolo. Alberi e prati sono rigogliosi. Gli uccelli volano via dai loro nidi, ad ali spiegate, adoranti al tuo cospetto. Akhenaton tacque, il volto raggiante, come illuminato da una luce interiore. Aveva di che rallegrarsi: grazie ad Aton, i primi dieci anni del suo regno erano stati costellati di successi. E l’Egitto ne era uscito profondamente cambiato. Dimenticati gli antichi dèi – Sekhmet dalla testa di leonessa, Sobek il coccodrillo, Khnum il vasaio dalla testa di ariete, Tueret l’ippopotamo, Horus il falco, Thot l’ibis, Bastet la gatta – e con essi anche il corteo di semidei, demoni, riti e miti! Spazzate via le vecchie divinità, nascoste negli antri oscuri dei templi e avvicinabili solo dai sacerdoti! Akhenaton li aveva sostituiti tutti con l’unico dio in cui credeva: Aton, il disco solare, che ognuno poteva ammirare liberamente in cielo. E per compiacere il suo dio, aveva lasciato Tebe, l’antica capitale, e fondato una nuova città su una rupe

19


rocciosa, a forma di mezzaluna, tra un’ansa del Nilo e le montagne desertiche. In pochi anni la città di Aton aveva visto la luce con i suoi palazzi, i mercati e i templi. Nel cortile inondato di luce Akhenaton esultava: prosperavano le due parti del paese, l’Alto e il Basso Egitto, e tutti ne gioivano. La festa per il decimo anniversario era un evento lieto. Il faraone rivolse uno sguardo colmo d’amore alla sua sposa Nefertiti, più splendente che mai; poi alle figlie, così piene di vita, che avevano ripreso a correre come matte tra gli altari coperti di offerte; per ultimo, fissò il piccolo Tutankhaton. Il bambino trotterellava dietro le sorelle, felice pure lui. Gli avevano annunciato che presto, per la precisione subito dopo il giubileo del faraone, sarebbe andato a scuola e avrebbe imparato a scrivere. Allora avrebbe ricevuto un gonnellino da indossare. Non più nudo, sarebbe diventato adulto. *** Erano passati quattro anni. Il disco solare, ormai giunto allo zenit, opprimeva la città di Aton sotto la potenza dei suoi

20


raggi. Le strade, brulicanti di gente fino a un’ora prima, iniziavano a svuotarsi a poco a poco. Tutti stavano rientrando a casa per pranzare e riposare. «Cervello di gallina!» Lontano, nei campi affacciati lungo il Nilo, sembravano agitarsi delle formiche. Akhet, la stagione dell’esondazione, era terminata e il Nilo si era ritirato dai terreni coltivabili; ora giungeva Peret, la stagione della semina. I contadini aravano e seminavano i campi. Tutankhaton li osservava tra le grate delle finestre del palazzo, e immaginava che fossero tante formichine nere. «Orecchie a focaccia!» Il ragazzo si voltò. L’aula era buia, fresca e piacevole. Ankhsenpaaton, seduta a gambe incrociate sul pagliericcio con un pezzo di giunco in mano, fingeva di scrivere per non far capire che aveva detto lei quelle offese. Ma in quel momento erano solo in due nella stanza: la terza figlia del faraone, di otto anni, con la sua pelle olivastra e i graziosi occhi neri della madre Nefertiti, e Tutankhaton, che aveva ormai sette anni e un bel gonnellino bianco. Nakhti, lo scriba dalle dita agili, si era assentato per andare a prendere dei pani d’inchiostro. La lezione mattutina di scrittura stava per finire.

21


«Naso senza fiato» mormorò la principessa senza muovere le labbra. «Parli proprio tu» sbottò il ragazzo «con quella testa a scodella, attiri le oche! E hai le dita dei piedi piene di letame. E…» Nakhti lo scriba rientrò proprio in quel momento. «Che bel modo di esprimersi, Vostra Maestà» «Ma non sono stato io a…» bofonchiò Tutankhaton. «Il turpiloquio insudicia la bocca di chi vi ricorre più delle orecchie di chi lo sente. Dovreste saperlo!» «Ma…» Nakhti posò a terra i pani di inchiostro solidificato nero e rosso, poi diede un’occhiata al lavoro di Ankhsenpaaton: «Va bene, potete andare a mangiare… Quanto a noi, giovanotto, faremo un piccolo dettato in più…» La principessa si alzò e, prima di uscire dalla stanza, lanciò al fratello uno sguardo malizioso. Grrr!… «Prendete l’occorrente per scrivere!» proseguì lo scriba.

22


«Ma farò tardi per il nuoto». Tutti i pomeriggi, dopo le lezioni di aritmetica e scrittura, Tutankhaton si dedicava all’esercizio fisico. Gli insegnavano a nuotare, a lottare a mani nude e a tirare con l’arco. Lo facevano anche montare a cavallo, ma era ancora alle prime armi. «No, non ci vorrà molto» ribatté lo scriba. «Prendete l’occorrente per scrivere!» Tutankhaton, seduto a gambe incrociate sul pagliericcio, si appoggiò sulle ginocchia la tavoletta d’avorio. Vi adagiò sopra un foglio di papiro e inserì un pane d’inchiostro nero nell’apposito incavo. Afferrò un pezzetto di giunco e ne masticò un’estremità per qualche secondo, in modo da ottenere un pennello. Però non era giusto… «Siete pronto?» domandò Nakhti. Lo scriba dalle dita agili assunse un’espressione concentrata, quasi a sottolineare l’importanza di quanto stava per dire, e cominciò a dettare: «Un solo giorno di scuola messo a frutto varrà in eterno. Ripeto. Un solo giorno… di scuola…» Tutankhaton immerse il pennello di giunco in una ciotolina d’acqua, lo passò più volte sul panetto d’inchiostro per farlo annerire, e cominciò

23


a scrivere. Negli ultimi tre anni aveva imparato a disegnare decine di geroglifici diversi: il falco, l’avvoltoio, il giunco, la vipera cornuta, il disco solare, lo scarabeo… Ognuno rappresentava una lettera, un suono o una parola. A seconda della frase, poteva indicare la lettera A o la parola “avvoltoio”. Mica facile. «Il lavoro che facciamo a scuola dura quanto le montagne. Ripeto. Il lavoro che facciamo a scuola… Il lavoro…» Tutankhaton smise di scrivere: aveva disegnato un falco invece di un avvoltoio. Prese la sacca di pelle accanto a sé, sfilò lo spago che la chiudeva e ne estrasse una piccola pietra granulosa. Grattò via l’animale sbagliato. Poi prese un lisciatoio d’avorio dalla borsa e strofinò il papiro per appianare la zona raschiata ed evitare sbavature quando ci avrebbe scritto sopra. «Ed ecco la parte finale» annunciò Nakhti «Tuffati in un libro come se ti tuffassi in acqua. Miseria attende colui che non si butta. Ripeto. Tuffati in un libro… Tuffati…» Tutankhaton diede una rapida occhiata fuori dalla finestra, verso il Nilo. “Beh” pensò “vorrei tanto tuffarmi nell’acqua del fiume. Non vedo

24


l’ora che sia oggi pomeriggio!” Poi tornò al suo papiro, ai suoi avvoltoi allineati, alle sue canne e alle sue anatre selvatiche. “Non vedo l’ora di diventare grande e di sapere tutto, e di non avere più niente da imparare. Non vedo l’ora di starmene tutto il tempo tra i canneti, a caccia di anatre selvatiche…” *** Passarono altri due anni. A palazzo, il divino padre Ay camminava su e giù per la sala del trono che appariva ancor più grande, deserta com’era. Da fuori non giungevano buone notizie. Shemu, la stagione della mietitura, stava per concludersi. Anche quell’anno il raccolto era stato pessimo, e non avrebbero riempito i granai. Crescevano le rimostranze dei contadini che cercavano di capire il perché della loro miseria: la colpa non era forse del dio Aton? Con Khnum, Horus, Bastet e Amon, il re degli antichi dèi, la vita era migliore. Loro sì che sapevano ascoltare la povera gente. Un servo entrò nella sala del trono:

25


«Posso accendere le lampade?» Il divino padre, perso nei suoi cupi pensieri, non si era accorto che era calata la notte. Tutankhaton sarebbe arrivato di lì a poco. «Prego, fate pure». Altra fonte di preoccupazione erano i confini dell’Egitto, più deboli che mai. L’ufficio degli affari esteri era sommerso dalle tavolette d’argilla inviate dai paesi alleati. Il re di Biblo, attaccato dal sovrano di Amurru, aveva chiesto aiuto al faraone, suo amico: “Mandami cinquanta paia di cavalli e duecento fanti perché possa difendermi”. In assenza di risposte, aveva inviato una seconda tavoletta: “Grande re, mi prostro ai tuoi piedi, sette volte sette. I nostri nemici hanno stretto nuove alleanze. Ho molta paura perché non c’è nessuno che possa salvarmi”. Nel suo ultimo messaggio scriveva: “Sono stato aggredito da un uomo con un pugnale di bronzo. Non posso più uscire dal palazzo. Ma tu non mi rispondi. Temo per la mia vita”. Da allora non si avevano notizie. Il divino padre camminava su e giù per la sala del trono, nervosamente. Ogni volta che passava vicino a una lampada a olio, la fiamma tremava, riempiendo la stanza di ombre mutevoli, spettrali.

26


“Tutankhaton arriverà a breve” ripeté tra sé e sé. Sì, l’Egitto versava in cattive acque. Quando, diciassette anni prima, Akhenaton aveva ereditato il trono, le Due Terre erano potenti. E tali erano rimaste fino alla festa per il giubileo. Ma negli ultimi sei anni le cose andavano sempre peggio: cresceva la rabbia tra i contadini, i confini si stavano indebolendo e i sacerdoti, furiosi per aver perso il potere, tessevano complotti… Molte volte Ay, in veste di padre della regina e comandante supremo dei carri, aveva cercato di avvisare Akhenaton dei problemi del paese. Purtroppo il faraone non se ne era mai interessato: preferiva chiudersi dentro il palazzo a scrivere e riscrivere il suo celebre inno ad Aton, fino a impazzire… Ma perché rivangare il passato? Ormai era accaduto l’irrimediabile e adesso spettava a lui, Ay, prendere in mano la situazione. Il servo annunciò l’arrivo di Tutankhaton. «Fatelo entrare!» Il divino padre lo guardò mentre gli si avvicinava. Il tempo era passato davvero in fretta: il ragazzo aveva già nove anni. Non era molto alto per la sua età, né particolarmente robusto; anzi,

27


piuttosto gracile. Ma il viso, ovale e regolare, illuminato dai grandi occhi neri, era bello. Le labbra carnose accennavano un eterno sorriso: sembrava felice di vivere. E del resto la sua vita a palazzo, almeno fino a quel momento, era stata tranquilla e spensierata. Chissà se sarebbe stato all’altezza. Ay si sedette su una panca di legno con i piedi a forma di zampe di leone. «Vieni qui accanto a me… Devo parlarti». Il ragazzo obbedì. «Come ben sai, negli ultimi tempi la sventura si è abbattuta sul palazzo. Prima la morte improvvisa di Akhenaton, tuo padre, il nostro amato faraone che ha fatto tanto per il paese…» Mentre parlava, il nonno scrutava il volto del ragazzo, nel tentativo di leggergli nella mente, per evitare di spaventarlo. Ma il bambino non sembrava per nulla intimidito dalla conversazione, né dalla sala del trono, né dal mutare delle ombre. «Prima di morire, Akhenaton aveva voluto che Smenkhara assumesse il potere insieme a lui. E Smenkhara sarebbe stato un ottimo faraone se…» Il divino padre volse il capo verso il trono vuoto. «…se la morte non avesse colto anche lui all’improvviso. Dobbiamo trovare un successo-

28


re. E siccome Akhenaton e Nefertiti hanno avuto solo figlie femmine e il faraone deve essere un maschio…» Il ragazzo aggrottò le sopracciglia: aveva capito. «Sei molto giovane Tutankhaton, e non sei stato preparato a questo. Chi avrebbe mai immaginato la doppia sventura che ci ha colpito! Ma io sono qui e ti aiuterò…» Sul viso del ragazzo di nove anni non c’era più alcuna traccia del sorriso di sempre. «Tutankhaton, tu sarai il prossimo faraone d’Egitto».

29


P hi li pp e N essm ann

P h i l i p pe N e s s m a nn

TUT NKHAMON

Dell’esistenza del misterioso faraone è rimasta soltanto un’esile traccia: il sigillo regale inciso su una tazza di terracotta bianca e su una foglia d’oro. Lord Carnarvon vuol terminare gli scavi, ma l’archeologo sente che la propria vita e quella del giovane sovrano sono profondamente legate. Un giorno, ne è sicuro, troverà la sepoltura intatta…

r o m a nz o

Carter mise la candela davanti all’apertura e guardò dall’altra parte. Lord Carnarvon chiese: «Vede qualcosa?» L’archeologo dapprima restò in silenzio, poi con un groppo in gola e la voce tremante non trovò nulla di meglio da dire che: «Sì… una meraviglia».

TUT NKHAMON

EGITTO, 1922. DA QUASI CINQUE ANNI HOWARD CARTER STA CERCANDO LA TOMBA DI TUTANKHAMON.

Philippe Nessmann (Saint-Dié-des-Vosges, 1967) ha sempre coltivato tre passioni: la scienza, la storia e la scrittura. Dopo una laurea in ingegneria e un master in storia dell’arte, si è dedicato interamente alla divulgazione, in particolare come autore di libri per ragazzi.

Consigliato dagli ai anni

11 99

l a v i ta d e l fa r ao n e e l ’ av v e n t u r o s a s c o p e rta d e l l a s ua to m b a


Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Tutankhamon by Carlo Gallucci editore Srl - Issuu