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Piccoli uomini

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. LOUISA M AY ALCOT T .

Uniti, e morì a Boston nel 1888. Il padre, Amos Bronson Alcott, era un filosofo di una certa fama e fece studiare la figlia sotto la guida dei più grandi intellettuali americani dell’epoca, tra i quali Ralph W. Emerson e Henry D. Thoreau. A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia, Louisa cominciò a lavorare in giovane età. Proprio nelle sue esperienze di insegnante, sarta e governante, oltre che scrittrice, trovò gli spunti per i quattro libri della saga Piccole donne, che l’ha resa famosa in tutto il mondo.

Jo e il professor Bhaer hanno realizzato il loro sogno: aprire una scuola dove accogliere ragazzi poveri e volenterosi, in cerca di una casa e di una famiglia. I piccoli uomini, insieme a una nuova generazione di piccole donne, ne combinano di tutti i colori, ma per fortuna a sostenerli nel difficile compito di crescere ci sono gli insegnamenti del professore e la saggezza della “signora Jo”. Quando poi sarà lei ad aver bisogno di aiuto, potrà sempre contare sugli affetti più cari: il signore e la signora March, le sue sorelle, e soprattutto il fedele e immancabile Laurie.

. N uova

Immagine di copertina: © Kerstin Marinov / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

t r a duzione

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Piccoli uomini

Gli studenti di altre scuole probabilmente imparavano qualcosa di più dai libri, ma coltivavano di certo meno quella saggezza che li avrebbe resi uomini migliori.

. LOUISA M AY ALCOT T .

Louisa May Alcott nacque nel 1832 a Germantown, negli Stati

traduzione di

Clara Serretta

La signora Jo aveva un viso allegro che sembrava non aver mai dimenticato i modi e gli sguardi dell’infanzia, così come non lo avevano fatto la sua voce e i suoi atteggiamenti. Questi dettagli, difficili da descrivere, ma semplicissimi da cogliere e sentire, la rendevano una persona amichevole e rassicurante, con cui era facile trovarsi a proprio agio. Una persona “divertente”, come dicevano i ragazzi.


. LOUISA M AY ALCOT T .

Uniti, e morì a Boston nel 1888. Il padre, Amos Bronson Alcott, era un filosofo di una certa fama e fece studiare la figlia sotto la guida dei più grandi intellettuali americani dell’epoca, tra i quali Ralph W. Emerson e Henry D. Thoreau. A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia, Louisa cominciò a lavorare in giovane età. Proprio nelle sue esperienze di insegnante, sarta e governante, oltre che scrittrice, trovò gli spunti per i quattro libri della saga Piccole donne, che l’ha resa famosa in tutto il mondo.

Jo e il professor Bhaer hanno realizzato il loro sogno: aprire una scuola dove accogliere ragazzi poveri e volenterosi, in cerca di una casa e di una famiglia. I piccoli uomini, insieme a una nuova generazione di piccole donne, ne combinano di tutti i colori, ma per fortuna a sostenerli nel difficile compito di crescere ci sono gli insegnamenti del professore e la saggezza della “signora Jo”. Quando poi sarà lei ad aver bisogno di aiuto, potrà sempre contare sugli affetti più cari: il signore e la signora March, le sue sorelle, e soprattutto il fedele e immancabile Laurie.

. N uova

Immagine di copertina: © Kerstin Marinov / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

t r a duzione

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Piccoli uomini

Piccoli uomini

Gli studenti di altre scuole probabilmente imparavano qualcosa di più dai libri, ma coltivavano di certo meno quella saggezza che li avrebbe resi uomini migliori.

. LOUISA M AY ALCOT T .

Louisa May Alcott nacque nel 1832 a Germantown, negli Stati

traduzione di

Clara Serretta

La signora Jo aveva un viso allegro che sembrava non aver mai dimenticato i modi e gli sguardi dell’infanzia, così come non lo avevano fatto la sua voce e i suoi atteggiamenti. Questi dettagli, difficili da descrivere, ma semplicissimi da cogliere e sentire, la rendevano una persona amichevole e rassicurante, con cui era facile trovarsi a proprio agio. Una persona “divertente”, come dicevano i ragazzi.


UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Louisa May Alcott Piccoli uomini traduzione dall’inglese di Clara Serretta della stessa serie: Piccole donne Piccole donne crescono ISBN 978-88-3624-302-0 Prima edizione italiana luglio 2021 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2025 2024 2023 2022 2021 © 2021 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo originale: Little Men: Life at Plumfield with Jo’s Boys

Gallucci e il logo

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Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici. L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.


Louisa May Alcott

Piccoli uomini

traduzione dall’inglese di Clara Serretta


Nat

«Signore, mi scusi, è questa Plumfield?» chiese un ragazzetto cencioso all’uomo che apriva il grande cancello davanti al quale l’omnibus lo aveva lasciato. «Sì, chi ti manda?» «Il signor Laurence. Ho una lettera per la signora» «Va bene, va’ pure alla villa a dargliela; si occuperà lei di te, piccoletto». L’uomo gli si era rivolto in tono cordiale e il ragazzo si incamminò, rincuorato dalle sue parole. Oltre la debole cortina di pioggia primaverile che bagnava l’erba fresca e gli alberi pieni di germogli, Nat vide davanti a sé una grande casa dalla forma squadrata e dall’aspetto accogliente, con un portico all’antica, ampi gradini e diverse finestre illuminate. Non c’erano tende né persiane a schermare quell’allegro bagliore, e quando Nat si fermò un istante a guardare prima di bussare alla porta, scorse tante piccole ombre danzanti sulle pareti, udì il gradevole ronzio di giovani voci e pensò che difficilmente un “piccoletto” randagio come lui avrebbe mai potuto godere di quelle luci, di quel calore e di quell’allegria. “Spero che la signora si occuperà di me” si disse, e bussò timido alla porta con il grosso battaglio di bronzo, a forma di allegra testa di grifone. 7


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Venne ad aprirgli una domestica dal colorito roseo, la quale prese la lettera che lui in silenzio le porgeva e gli sorrise. Sembrava abituata a ricevere strani ragazzi, poiché con un cenno del capo indicò una sedia all’ingresso e disse: «Siediti lì e sgocciola un po’ sullo zerbino, mentre porto questa alla padrona». Durante l’attesa Nat si distrasse guardandosi intorno, curioso, felice di ciò che vedeva, ma anche di potersene restare in disparte, in quell’angolino buio vicino all’ingresso. La casa brulicava di ragazzi, che stavano ingannando il tempo in quel piovoso tramonto con ogni sorta di passatempi. A quanto pareva erano sparpagliati ovunque, “al piano di sopra, al piano di sotto e nella stanza della signora”. Diverse porte aperte mostravano dei bei gruppetti di giovanotti, di tutte le età, che si godevano in ogni modo possibile il riposo, per non dire il divertimento, serale. Due ampie stanze sulla destra erano evidentemente delle aule, visto che c’erano banchi, cartine, lavagne e libri sparsi in giro. Nel caminetto guizzava un allegro fuocherello e alcuni ragazzini se ne stavano pigramente sdraiati lì davanti a chiacchierare di un nuovo campo da cricket con così tanto ardore che i loro stivaletti non facevano che agitarsi per aria. Un tipo alto si stava esercitando con il flauto in un angolo, ma non sembrava molto infastidito dal baccano che lo circondava. Altri due o tre ragazzi saltavano sui banchi, fermandosi ogni tanto a riprendere fiato e a ridere dei buffi disegni di uno spiritosone che alla lavagna stava facendo la caricatura di tutti gli abitanti della casa. Nella stanza a sinistra c’era un lungo tavolo da pranzo, su cui facevano bella mostra di sé grandi brocche di latte fresco, pile di fette di pane nero e bianco e cataste perfettamente ordinate di lucido panpepato, che piaceva così tanto ai ragazzi. Nell’aria aleggiavano il profumo di pagnotte ben cotte e un vago sentore di mele al forno, molto stuzzicante per un nasino e uno stomaco affamati come quelli di Nat. 8


Nat

L’ingresso, comunque, offriva lo spettacolo più invitante di tutti, poiché nel vestibolo del primo piano si giocava ad acchiapparello. Un pianerottolo era dedicato alle biglie, un altro alla dama, mentre sulle scale c’era un ragazzo che leggeva, una bambina che cantava una ninna nanna alla sua bambola, due cagnolini, un gattino e una costante processione di bimbetti che facevano le scivolate sul corrimano, rovinandosi i vestiti e rischiando di spezzarsi una gamba. Nat venne talmente assorbito da quell’eccitantissima gara che piano piano si scostò dal suo angolino, e, quando un ragazzo vivacissimo venne giù tanto velocemente da non potersi fermare e cadde con un tonfo così forte che avrebbe rotto qualsiasi testa – tranne la sua, che undici anni di urti costanti avevano reso dura come una palla di cannone – senza pensarci due volte si precipitò dal malcapitato, aspettandosi di trovarlo mezzo morto. Quello invece si limitò a sbattere le palpebre per qualche secondo, rimase con tutta calma disteso per terra e fissò quel volto sconosciuto, salutandolo con un sorpreso: «Ciao!» «Ciao!» rispose Nat. Non sapeva che altro dire e pensò che quella fosse la risposta più rapida e disinvolta. «Sei uno nuovo?» gli chiese il ragazzo per terra, senza scomporsi. «Ancora non lo so» «Come ti chiami?» «Nat Blake» «Io sono Tommy Bangs. Vieni su a farti un giro, ti va?» Tommy saltò su, come se si fosse improvvisamente ricordato i doveri di un bravo ospite. «Forse è meglio evitare, finché non avrò capito se posso rimanere o no» replicò Nat, sentendo crescere sempre di più nel suo cuore il desiderio di restare lì. 9


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«Ehi, Demi, c’è uno nuovo. Vieni a vedere». Dopodiché l’esuberante Tommy tornò al suo passatempo con immutata allegria. Al suo appello rispose il ragazzo che leggeva sulle scale. Alzò un paio di grandi occhi castani e, dopo una breve pausa, come se fosse un po’ timido, si mise il libro sottobraccio e scese solennemente a salutare il nuovo arrivato, il quale trovò nel suo viso sottile e nel suo sguardo mite qualcosa di molto attraente. «Hai visto zia Jo?» gli chiese, quasi si trattasse di un’importante cerimonia di qualche tipo. «No, non ho visto nessuno a parte voi ragazzi; sto aspettando» rispose Nat. «Ti ha mandato zio Laurie?» continuò Demi, educato ma serio. «Mi ha mandato il signor Laurence» «Il signor Laurence è zio Laurie, e manda sempre ragazzi simpatici». Nat gli fu grato del complimento e sorrise, un sorriso che rese il suo visetto smunto davvero grazioso. Non sapeva che altro aggiungere, quindi rimasero tutti e due a guardarsi, in amichevole silenzio, finché non li raggiunse la bambina con la bambola in braccio. Assomigliava molto a Demi, solo che era più bassa e aveva un faccino tondo e roseo, e gli occhi azzurri. «Lei è mia sorella, Daisy» annunciò Demi, come se gli stesse presentando una rara e preziosa creatura. I due ragazzini si scambiarono un cenno del capo e il volto della bambina si illuminò di piacere, mentre diceva, affabile: «Spero che tu rimanga. Ci divertiamo tantissimo qui, vero, Demi?» «Certo che sì, è proprio per questo che zia Jo ha messo su Plumfield» «In effetti sembra un gran bel posto» osservò Nat, sentendosi in dovere di rispondere a quegli adorabili ragazzi. 10


Nat

«È il posto più bello del mondo, non è vero, Demi?» disse Daisy, la quale evidentemente considerava il fratello un’autorità su qualsiasi argomento. «No, credo che la Groenlandia, con tutti gli iceberg e le foche, sia più interessante. Ma Plumfield mi piace molto e trovo che sia bello viverci» replicò Demi, che stava giustappunto leggendo un libro sulla Groenlandia. Stava per offrirsi di mostrare e spiegare a Nat le immagini che vi erano raffigurate, quando tornò la domestica, che con un cenno del capo in direzione della porta del salotto disse: «Va bene, puoi restare» «Sono contenta! Vieni, andiamo da zia Jo». E Daisy lo prese per mano con un’aria quasi protettiva, che tutt’a un tratto fece sentire Nat a casa. Demi tornò al suo adorato libro, mentre sua sorella accompagnava il nuovo arrivato in una stanza sul retro, dove un robusto gentiluomo stava giocando con due bambini sul divano e una donna esile stava finendo di rileggere la lettera. «Eccolo, zietta!» strillò Daisy. «Quindi sei tu il mio nuovo ragazzo? Sono felice di conoscerti, mio caro, e spero che ti troverai bene qui» disse la signora, attirandolo a sé e scostandogli i capelli dalla fronte con un tocco gentile e un’occhiata materna che spinsero il cuoricino solitario di Nat a palpitare subito per lei. Non era bella, ma aveva un viso allegro che sembrava non aver mai dimenticato i modi e gli sguardi dell’infanzia, così come non lo avevano fatto la sua voce e i suoi atteggiamenti. Questi dettagli, difficili da descrivere, ma semplicissimi da cogliere e sentire, la rendevano una persona amichevole e rassicurante, con cui era facile trovarsi a proprio agio. Una persona “divertente”, come dicevano i ragazzi. La donna notò il lieve fremito delle labbra di Nat quando 11


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gli accarezzò i capelli, e i suoi occhi attenti si fecero più dolci, ma si limitò a stringersi più vicino quel ragazzino cencioso, e sorrise. «Io sono mamma Bhaer, quel signore è papà Bhaer, e quei due sono i piccoli Bhaer. Venite a conoscere Nat, ragazzi». I tre lottatori obbedirono all’istante e il gentiluomo robusto, con un paffuto bimbetto per braccio, venne a dare il benvenuto al nuovo ragazzo. Rob e Teddy gli sorrisero e basta, ma il signor Bhaer gli strinse le mani e, indicando una bassa sedia vicino al camino, gli disse in tono cordiale: «C’è un posto già pronto per te, figliolo; siedi e asciugati subito quei piedi bagnati» «Bagnati? Oh, è vero! Tesoro, togliti immediatamente le scarpe. Ti trovo subito qualcosa di asciutto» strillò la signora Bhaer, mettendosi in moto con tale energia che Nat si ritrovò seduto sulla sedia, con calze asciutte e calde pantofole ai piedi, prima ancora di rendersene conto. «Grazie, signora» le disse, con così tanta gratitudine che lo sguardo della signora Bhaer si addolcì nuovamente e lei se ne uscì con una battuta di spirito, perché era questo che faceva sempre quando si commuoveva. «Quelle pantofole sono di Tommy Bangs; ma non si ricorda mai di mettersele quando sta in casa, quindi nemmeno si accorgerà di non averle più. Sono troppo grandi, ma è meglio così, in questo modo non potrai scappar via di qua troppo in fretta» «Io non voglio scappar via, signora». Nat allungò le mani luride verso il bel fuocherello, con un profondo sospiro soddisfatto. «Ottimo! Adesso cercherò di abbrustolirti per bene, così da farti passare quella brutta tosse che ti ritrovi. Da quant’è che ce l’hai, tesoro?» gli chiese la signora Bhaer, mentre rovistava nella sua grande cesta alla ricerca di uno scampolo di flanella. «Da tutto l’inverno. Mi sono preso un raffreddore e non mi è più passato» 12


Nat

«Non c’è da stupirsi, visto che viveva in una cantina umida, con solo un misero straccetto a coprirgli le spalle» commentò sottovoce la signora Bhaer, rivolta al marito, che, scrutando il ragazzino con occhi esperti, notò le guance scavate, le labbra febbricitanti, la voce roca e i frequenti accessi di tosse che gli scuotevano il petto, sotto la giacca rattoppata. «Robin, da bravo, vai dalla tata e chiedile di darti lo sciroppo e l’unguento per la tosse» disse il signor Bhaer, dopo aver scambiato un’occhiata con la moglie. Nat sembrava un po’ ansioso per tutti quei preparativi, ma dimenticò le sue paure e scoppiò a ridere di cuore quando la signora Bhaer gli mormorò, con un’occhiata divertita: «Guarda quel birbante del mio Teddy che cerca di tossire. Lo sciroppo che sto per darti sa di miele, e ne vuole un po’ anche lui». Quando lo sciroppo arrivò, il piccolo Teddy era tutto rosso in viso per lo sforzo e gli fu dato il permesso di leccare il cucchiaio dopo che Nat ne ebbe coraggiosamente preso una generosa razione, e si fu sistemato una sciarpa di flanella intorno al collo. Quei primi passi verso la guarigione erano appena stati compiuti quando suonò una campanella, e un rumoroso tramestio all’ingresso annunciò la cena. Il timido Nat trasalì al pensiero di incontrare altri ragazzi estranei, ma la signora Bhaer gli tese la mano e Rob gli disse, con fare protettivo: «Non aver paura, mi prenderò io cura di te». In piedi dietro le rispettive sedie c’erano dodici ragazzi, sei per lato, che saltellavano, impazienti di cominciare, mentre il ragazzo alto che suonava il flauto cercava di placare il loro ardore. Tuttavia nessuno si sedette finché la signora Bhaer non fu al suo posto, dietro alla teiera, con Teddy alla sua sinistra e Nat alla sua destra. «Lui è il nuovo arrivato, Nat Blake. Dopo cena potrete fare la sua conoscenza. Con calma, ragazzi, con calma…» 13


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Mentre parlava tutti fissavano Nat, poi si precipitarono a prendere posto, cercando di farlo in maniera ordinata e fallendo su tutta la linea. I Bhaer facevano del loro meglio per indurre i ragazzi a comportarsi bene a tavola, e di solito ci riuscivano abbastanza, poiché le loro regole erano poche e sensate, e i ragazzi, sapendo che cercavano solo di render loro la vita semplice e farli felici, si sforzavano di essere obbedienti. Ma ci sono dei momenti in cui una banda di giovani affamati non può essere tenuta a bada senza ricorrere a un po’ di coercizione e il sabato sera, dopo mezza giornata di vacanza, era uno di quelli. «Poveri piccoli, lasciamo che abbiano almeno un giorno per far chiasso, giocare e spassarsela quanto vogliono. Una vacanza non è veramente tale senza libertà e divertimento in abbondanza; una volta alla settimana devono potersi sfogare» era solita dire la signora Bhaer, quando qualche bacchettone le chiedeva come mai nella dimora di Plumfield, un tempo decorosa, fossero ammesse scivolate sui corrimano, lotte con i cuscini e giochi scatenati di ogni tipo. In effetti a volte sembrava che il tetto della suddetta dimora rischiasse di volar via, cosa che però non si verificò mai, poiché bastava una parola di papà Bhaer per far calare in qualsiasi momento la quiete, e i ragazzi avevano imparato a non abusare della libertà che avevano. E così, a dispetto di molti oscuri presagi, la scuola prosperava e le buone maniere e i sani principi venivano instillati nei suoi alunni senza che loro se ne rendessero conto. Nat si trovò davvero a suo agio dietro le alte brocche, con Tommy Bangs a un tiro di schioppo e la signora Bhaer lì accanto, che gli riempiva il piatto e il bicchiere prima che avesse il tempo di svuotarli. «Chi è quel ragazzo seduto accanto alla bambina in fondo al tavolo?» bisbigliò Nat al suo giovane vicino, mentre nella sala risuonava una risata generale. 14


Nat

«Si chiama Demi Brooke. Il signor Bhaer è suo zio» «Che nome strano!» «In realtà il suo vero nome è John, ma lo chiamano tutti Demi-John, Mezzo-John, perché anche suo padre si chiama John. È una battuta, capito?» rispose Tommy, fornendogli gentilmente le spiegazioni del caso. Nat non capiva, ma gli fece un educato sorriso e gli chiese, curioso: «È molto simpatico, vero?» «Certo! Sa un sacco di cose e non fa altro che leggere» «E il ragazzo robusto accanto a lui?» «Oh, quello è Polpetta Cole. In realtà si chiama George, ma lo chiamano tutti Polpetta perché gli piace un sacco mangiare. Il ragazzino accanto a papà Bhaer è suo figlio Rob, e poi c’è Franz il Grande, suo nipote. Ci fa qualche lezione e ogni tanto ci tiene d’occhio» «Suona il flauto, no?» chiese Nat. Tommy però non poté rispondergli subito, perché si era ficcato una mela al forno intera in bocca. Annuì e riprese a parlare prima di quanto ci si sarebbe potuti immaginare, considerate le circostanze. «Oh, sì! E noi ogni tanto ci mettiamo a ballare o a fare ginnastica mentre lui suona. A me piace il tamburo e voglio imparare a suonarlo il prima possibile» «A me piace di più il violino. So anche suonarlo» disse Nat, che grazie a quell’argomento che tanto gli stava a cuore si era fatto più sicuro di sé. «Davvero?» Tommy lo guardò da sopra il bordo della sua tazza con gli occhi sgranati, al colmo dell’interesse. «Il signor Bhaer ne ha uno, anche se un po’ vecchio, ma te lo lascerà suonare se vuoi» «Sul serio? Oh, mi piacerebbe proprio tantissimo. Sai, andavo in giro a suonare il violino con mio padre, e un altro signore, finché lui non è morto» «E non era divertente?» esclamò Tommy, impressionato. 15


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«No, era orrendo; in inverno faceva freddissimo e in estate caldissimo. E io mi stancavo un sacco. Loro ogni tanto erano cattivi con me e non c’era mai abbastanza da mangiare». Nat fece una pausa per dare un bel morso al panpepato, come per assicurarsi che i tempi duri fossero finiti; poi aggiunse, rammaricato: «Ma amavo da morire il mio piccolo violino, e mi manca. Nicolò se l’è portato via quando mio padre è morto, e non mi ha voluto più tra i piedi, perché ero malato» «Entrerai a far parte della banda se sai suonare bene, ci scommetto» «Avete una banda qui?» A Nat brillarono gli occhi. «Certo che sì, una banda molto bella, fatta tutta di ragazzi. E tiene anche concerti e roba del genere. Vedrai, domani sera…» Dopo avergli dato quella bella ed eccitante notizia, Tommy tornò alla sua cena e Nat rimase a contemplare il proprio piatto, pieno di cibo. La signora Bhaer aveva sentito tutto quello che avevano detto, anche se sembrava occupata a riempire le tazze e a sorvegliare il piccolo Ted. Il bambino era così stanco che si era infilato il cucchiaio in un occhio, aveva la testa che gli ciondolava come un papavero rosso, e alla fine si addormentò con la guancia appoggiata su una morbida ciambella. La signora Bhaer aveva fatto sedere Nat vicino a Tommy perché quel ragazzino cicciottello aveva dei modi schietti e sinceri che piacevano molto alle persone timide. Nat lo aveva percepito e durante la cena gli aveva fatto diverse piccole confidenze, che avevano offerto alla signora Bhaer una chiave per comprendere il carattere del nuovo arrivato, in maniera molto più efficace di una chiacchierata a tu per tu. Nella lettera che il signor Laurence aveva affidato a Nat, c’era scritto: 16


Nat

Cara Jo, ecco un caso che fa per te. Questo povero bambino è orfano, malato e solo al mondo. Ha fatto il musicista di strada e io l’ho trovato in una cantina, che piangeva per la morte del padre e per aver perso il suo violino. Credo che sia in gamba e spero che, tra tutti e due, riusciremo a dargli una mano. Tu puoi rimetterlo in sesto fisicamente, Fritz può occuparsi della sua educazione, finora trascurata, dopodiché vedremo se è un genio o solo un ragazzo con un talento che gli permetterà di guadagnarsi da vivere. Dagli un’opportunità, per amore del tuo caro Teddy

«Ma certo che gliela daremo» aveva esclamato la signora Bhaer quando aveva letto la lettera. Non appena aveva visto Nat, poi, aveva capito subito che, a prescindere dal fatto che fosse un genio o meno, era un ragazzino solo e malato e aveva bisogno proprio di ciò che lei amava dare: una casa e delle cure materne. Sia lei che il signor Bhaer lo avevano osservato in silenzio; e a dispetto dei vestiti laceri, dei modi impacciati e del visetto sudicio, avevano visto in Nat qualcosa che aveva suscitato la loro approvazione. Era un ragazzino smilzo e pallido, di dodici anni, con gli occhi azzurri e una bella fronte spaziosa, nascosta dai capelli sporchi e spettinati; una faccia ansiosa e spaventata, a volte, come se si aspettasse un rimprovero o delle botte; una bocca delicata che tremava non appena qualcuno lo guardava; mentre era sufficiente una parola gentile per suscitare un dolcissimo sguardo di gratitudine. “Povero caro, potrà suonare tutto il giorno se vuole” si disse la signora Bhaer, quando vide la sua espressione felice ed entusiasta mentre Tommy gli parlava della banda. Così, dopo cena, non appena i ragazzi si riversarono in aula per fare un po’ di “baldoria”, la signora Jo andò a prendere il violino e, 17


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dopo aver scambiato due parole con il marito, raggiunse Nat, che se ne stava seduto in un angolo a osservare la scena, interessatissimo. «Ragazzo mio, perché non ci suoni un motivetto? Vorremmo un violino nella banda e magari potresti suonarlo tu». Si aspettava una qualche esitazione; lui invece afferrò subito lo strumento, e dall’amorevole cura con cui lo maneggiava fu evidente che la musica era la sua passione. «Farò del mio meglio, signora» si limitò a dire; poi appoggiò l’archetto sulle corde, come se non vedesse l’ora di sentire di nuovo le sue adorate note. C’era un gran trambusto nella stanza, ma Nat, sordo a qualsiasi suono che non fosse lui a produrre, continuò a suonare piano, per se stesso, dimenticandosi di tutto il resto, in estasi. Era un semplice un motivetto di quelli che suonavano i musicisti di strada neri, ma catturò subito l’attenzione degli altri ragazzi e li azzittì, spingendoli ad ascoltarlo con sorpresa e piacere. Lentamente gli si fecero più vicini, e anche il signor Bhaer andò ad ascoltare. Ora che era nel suo elemento, Nat suonava senza preoccuparsi di niente e di nessuno, con gli occhi che gli brillavano e le guance tutte rosse, abbracciando il vecchio violino, mentre le sue dita volavano e gli facevano parlare con tutto il cuore il linguaggio che amava. Quando si fermò e si guardò intorno, come a dire: “Ho fatto del mio meglio, spero che vi sia piaciuto”, un caloroso applauso lo ricompensò più di qualsiasi pioggia di monetine. «Te l’avevo detto, sei stato bravissimo» gridò Tommy, che già considerava Nat un suo protetto. «Dovresti essere il primo violino della mia banda» aggiunse Franz, con un sorriso di approvazione. La signora Bhaer mormorò a suo marito: «Teddy ha ragione, quel ragazzino ha del talento». E il signor Bhaer annuì con enfasi, 18


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dando una pacca sulla spalla a Nat e dicendogli entusiasta: «Sei bravo, figliolo. Vieni a suonarci qualcosa che possiamo cantare». Venne condotto al posto d’onore accanto al piano e gli altri ragazzi gli si riunirono intorno, senza far caso ai suoi abiti logori, ma guardandolo con rispetto e aspettando con ansia di sentirlo di nuovo suonare. Quello fu l’istante più felice della sua vita, l’istante di cui Nat fu più orgoglioso. Scelsero una canzone che conosceva; dopo un paio di false partenze presero il via, e violino, flauto e pianoforte accompagnarono un coro di voci fanciullesche che fece vibrare ancora una volta il vecchio tetto della casa. Fu troppo per Nat, che era più debole di quanto si rendesse conto. Non appena svanì l’eco dell’ultimo applauso cambiò espressione, lasciò cadere il violino e si voltò verso il muro, singhiozzando come un bambino piccolo. «Tesoro, che c’è?» gli chiese la signora Bhaer, che aveva cantato con grande entusiasmo e cercato di impedire a Rob di battere il tempo con gli stivali. «Siete così gentili, ed è tutto così bello che non riesco a trattenermi» singhiozzò Nat, tra un colpo di tosse e l’altro, senza fiato. «Vieni con me, tesoro, devi andare a letto e riposare; sei esausto e qui c’è troppa confusione per te» mormorò la signora Bhaer, portandolo nel suo salottino, dove lo lasciò sfogarsi in tutta tranquillità. Dopodiché lo convinse a raccontarle tutti i suoi guai e ascoltò con le lacrime agli occhi la sua storia, che non le era nuova. «Bambino mio, adesso hai un papà e una mamma, e questa è casa tua. Non pensare più a ciò che hai passato, ma solo a star bene ed essere felice; sta’ sicuro che ti risparmieremo ogni sofferenza possibile. Questo posto è fatto apposta perché ragazzi di ogni tipo possano divertirsi, imparare a prendersi cura di se stessi e diventare brave persone, spero. Potrai suonare quanto vorrai, ma prima dovrai ri19


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metterti in forze. Adesso sali su dalla tata e va’ a farti un bagno, poi andrai a dormire. Domani faremo insieme tanti bei progetti». Nat strinse la sua mano tra le proprie, ma non sapeva cosa dire, e così lasciò che fosse il suo sguardo colmo di gratitudine a parlare per lui. La signora Bhaer lo condusse in una grande stanza al piano di sopra, dove trovarono una robusta donna tedesca con il volto talmente rotondo e allegro da sembrare quasi una specie di sole, di cui i fronzoli della cuffietta erano i raggi. «Lei è tata Hummel. Ti laverà, ti taglierà i capelli e si occuperà “ben benino” di te, come dice Rob. Qui c’è la stanza da bagno; il sabato sera diamo una bella ripulita ai piccolini e li mettiamo a letto prima che i più grandi abbiano finito di cantare. Forza, Rob, entra». Mentre parlava, la signora Bhaer aveva spogliato Rob e adesso lo stava infilando in una lunga vasca sistemata nella stanzetta che dava sulla camera dei bambini. Le vasche erano due, ma c’erano anche catini per i piedi, lavandini, doccette e vari marchingegni di ogni sorta destinati all’igiene personale. Ben presto Nat si trovò beatamente immerso nell’altra vasca e, mentre se ne stava lì in ammollo, osservava le due donne, tutte indaffarate a strigliare, vestire con una camicia da notte pulita e mettere a letto quattro o cinque ragazzini, che, naturalmente, combinavano monellerie di vario genere e facevano ridere tutti finché non stramazzavano sotto le coperte. Dopo che Nat venne lavato, avvolto in una coperta e sistemato vicino al focolare, mentre la tata gli tagliava i capelli, arrivò una nuova infornata di ragazzi che si infilarono nel bagno, dove fecero un tale baccano di urla e schizzi da sembrare dei piccoli balenotteri. «Sarà meglio che Nat dorma qui, così se durante la notte gli viene un accesso di tosse puoi assicurarti che beva un bel sorso di tè ai semi di lino» disse la signora Bhaer, che svolazzava in giro come 20


Nat

una chioccia distratta alle prese con una numerosa nidiata di vivaci pulcini. La tata si disse d’accordo, fece indossare a Nat una camicia da notte di flanella, gli fece bere qualcosa di caldo e dolce e poi gli rimboccò le coperte di uno dei tre lettini della stanza, dove lui giacque come una mummia, soddisfatto e convinto che non avrebbe mai potuto ricevere un trattamento migliore. Essere pulito era già qualcosa di nuovo e gli procurava una sensazione piacevole, la camicia da notte di flanella era un lusso sconosciuto nel suo mondo, e quella “cosa buona” che aveva bevuto gli leniva la tosse con la stessa dolcezza con cui la gentilezza leniva il suo cuore solitario. Il pensiero che qualcuno si occupasse di lui rendeva quella semplice stanza una specie di paradiso per un bambino randagio come lui. Era come un bel sogno e Nat cominciò a chiudere e aprire ripetutamente gli occhi per assicurarsi che non svanisse tutto quanto. Era tutto troppo bello perché potesse dormire, ma non ci sarebbe riuscito nemmeno se ci avesse provato, poiché nel giro di pochi minuti, davanti ai suoi occhi stupiti eppure riconoscenti, ebbe luogo una scena che era una delle più peculiari istituzioni di Plumfield. Una breve pausa dagli esercizi acquatici fu seguita infatti dall’improvvisa apparizione di cuscini che volavano in ogni direzione, lanciati da bianchi elfi che si erano alzati con gran tumulto dai rispettivi letti. La battaglia imperversò in diverse stanze, in tutto il piano superiore, e di tanto in tanto raggiunse persino la camera dei piccoli, dove qualche guerriero in difficoltà si era rifugiato. Nessuno sembrò far caso a quel conflitto, nessuno lo vietò, né tantomeno parve sorpreso dal fatto che fosse scoppiato. La tata continuò a stendere gli asciugamani e la signora Bhaer a piegare i vestiti puliti, con la massima tranquillità, come se regnasse la calma più assoluta. Anzi, cacciò lei stessa fuori dalla stanza un ardito guer21


Piccoli uomini

riero, lanciandogli dietro il cuscino che lui le aveva timidamente tirato. «Ma non si fanno male?» chiese Nat, che se ne stava disteso a ridere a più non posso. «Oh, tesoro, no! Il sabato sera è sempre permesso fare la lotta con i cuscini. Le federe le cambiamo domani e serve a riprendere un po’ di calore dopo il bagno. Piace molto anche a me» disse la signora Bhaer, di nuovo intenta a sistemare una dozzina di paia di calze. «Che bella scuola è questa!» osservò Nat, al colmo dell’ammirazione. «È un po’ strana» rise la signora Bhaer «come vedi, però, non crediamo che serva affliggere i bambini con troppe regole e troppo studio. All’inizio avevo proibito le festicciole notturne, ma santo cielo, non serviva a nulla. Era impossibile tenere a letto i ragazzi, era come cercare di tenere nelle scatole dei pupazzi a molla. Quindi abbiamo fatto un patto: io ho promesso che avrei concesso quindici minuti di lotta con i cuscini ogni sabato sera, e loro mi hanno promesso che tutti gli altri giorni sarebbero andati a dormire tranquilli. Ho fatto la prova, e ha funzionato. Se non mantengono la parola, niente giochi. Se lo fanno, io mi giro dall’altra parte, metto le lampade al sicuro e lascio che si scatenino quanto vogliono» «È un metodo bellissimo» commentò Nat. Sentiva che gli sarebbe piaciuto unirsi alla mischia, ma non osava proporlo la sera stessa del suo arrivo. Quindi rimase sdraiato a godersi lo spettacolo, che fu di certo molto divertente. Tommy Bangs era a capo della squadra degli assalitori, mentre Demi difendeva la sua stanza con un coraggio caparbio ed encomiabile, raccogliendo i cuscini dietro di sé man mano che gli venivano tirati, finché gli assedianti non rimasero senza munizioni e furono costretti a caricarlo con un corpo a corpo per recuperare le armi. 22


Nat

Ci fu qualche piccolo incidente, ma nessuno ci fece caso, e tutti continuarono a menare e incassare colpi con grande allegria, mentre i cuscini volavano come enormi fiocchi di neve, finché la signora Bhaer guardò l’orologio e gridò: «Tempo scaduto, ragazzi. Chi non va subito a letto paga pegno!» «E qual è il pegno?» chiese Nat, mettendosi su a sedere, desideroso di sapere cosa sarebbe successo ai disgraziati che avessero osato disobbedire a quella stranissima ma magnanima educatrice. «Non possono giocare al turno successivo» rispose la signora Bhaer. «Gli do cinque minuti per darsi una calmata, poi spengo le luci e aspetto che cali il silenzio. Sono ragazzi giudiziosi e mantengono la parola». Evidentemente non si sbagliava, perché la battaglia si concluse rapidamente come era cominciata, con un paio di cuscinate di saluto e un applauso finale, Demi che lanciava il settimo cuscino al nemico che batteva in ritirata e qualche grido di sfida per il round seguente. Poi tutto tornò tranquillo. E nulla, a parte una sporadica risatina o uno mormorio soffocato, turbò la quiete che seguì i giochi del sabato sera, mentre mamma Bhaer dava un bacio al nuovo arrivato e lo lasciava ai bei sogni sulla sua futura vita a Plumfield.

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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di luglio 2021


. LOUISA M AY ALCOT T .

Uniti, e morì a Boston nel 1888. Il padre, Amos Bronson Alcott, era un filosofo di una certa fama e fece studiare la figlia sotto la guida dei più grandi intellettuali americani dell’epoca, tra i quali Ralph W. Emerson e Henry D. Thoreau. A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia, Louisa cominciò a lavorare in giovane età. Proprio nelle sue esperienze di insegnante, sarta e governante, oltre che scrittrice, trovò gli spunti per i quattro libri della saga Piccole donne, che l’ha resa famosa in tutto il mondo.

Jo e il professor Bhaer hanno realizzato il loro sogno: aprire una scuola dove accogliere ragazzi poveri e volenterosi, in cerca di una casa e di una famiglia. I piccoli uomini, insieme a una nuova generazione di piccole donne, ne combinano di tutti i colori, ma per fortuna a sostenerli nel difficile compito di crescere ci sono gli insegnamenti del professore e la saggezza della “signora Jo”. Quando poi sarà lei ad aver bisogno di aiuto, potrà sempre contare sugli affetti più cari: il signore e la signora March, le sue sorelle, e soprattutto il fedele e immancabile Laurie.

. N uova

Immagine di copertina: © Kerstin Marinov / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

t r a duzione

.

Piccoli uomini

Piccoli uomini

Gli studenti di altre scuole probabilmente imparavano qualcosa di più dai libri, ma coltivavano di certo meno quella saggezza che li avrebbe resi uomini migliori.

. LOUISA M AY ALCOT T .

Louisa May Alcott nacque nel 1832 a Germantown, negli Stati

traduzione di

Clara Serretta

La signora Jo aveva un viso allegro che sembrava non aver mai dimenticato i modi e gli sguardi dell’infanzia, così come non lo avevano fatto la sua voce e i suoi atteggiamenti. Questi dettagli, difficili da descrivere, ma semplicissimi da cogliere e sentire, la rendevano una persona amichevole e rassicurante, con cui era facile trovarsi a proprio agio. Una persona “divertente”, come dicevano i ragazzi.


. LOUISA M AY ALCOT T .

Uniti, e morì a Boston nel 1888. Il padre, Amos Bronson Alcott, era un filosofo di una certa fama e fece studiare la figlia sotto la guida dei più grandi intellettuali americani dell’epoca, tra i quali Ralph W. Emerson e Henry D. Thoreau. A causa delle modeste condizioni economiche della famiglia, Louisa cominciò a lavorare in giovane età. Proprio nelle sue esperienze di insegnante, sarta e governante, oltre che scrittrice, trovò gli spunti per i quattro libri della saga Piccole donne, che l’ha resa famosa in tutto il mondo.

Jo e il professor Bhaer hanno realizzato il loro sogno: aprire una scuola dove accogliere ragazzi poveri e volenterosi, in cerca di una casa e di una famiglia. I piccoli uomini, insieme a una nuova generazione di piccole donne, ne combinano di tutti i colori, ma per fortuna a sostenerli nel difficile compito di crescere ci sono gli insegnamenti del professore e la saggezza della “signora Jo”. Quando poi sarà lei ad aver bisogno di aiuto, potrà sempre contare sugli affetti più cari: il signore e la signora March, le sue sorelle, e soprattutto il fedele e immancabile Laurie.

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Immagine di copertina: © Kerstin Marinov / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

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Piccoli uomini

Piccoli uomini

Gli studenti di altre scuole probabilmente imparavano qualcosa di più dai libri, ma coltivavano di certo meno quella saggezza che li avrebbe resi uomini migliori.

. LOUISA M AY ALCOT T .

Louisa May Alcott nacque nel 1832 a Germantown, negli Stati

traduzione di

Clara Serretta

La signora Jo aveva un viso allegro che sembrava non aver mai dimenticato i modi e gli sguardi dell’infanzia, così come non lo avevano fatto la sua voce e i suoi atteggiamenti. Questi dettagli, difficili da descrivere, ma semplicissimi da cogliere e sentire, la rendevano una persona amichevole e rassicurante, con cui era facile trovarsi a proprio agio. Una persona “divertente”, come dicevano i ragazzi.


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