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Eraldo Affinati

L’11 SETTEMBRE DI EDDY IL RIBELLE


Eraldo Affinati

L’11 settembre di Eddy il ribelle


Eraldo Affinati L’11 settembre di Eddy il ribelle Il disegno di copertina e le illustrazioni dell’interno sono di Emma Lenzi

ISBN 978-88-6145-269-5 Prima edizione agosto 2011 © 2011 Carlo Gallucci editore srl Roma ristampa 5 4 3 2 1 0 anno 2016 2015 2014 2013 2012 2011 9

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Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano

galluccieditore.com

Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.


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tavano giocando a pallone in un campo di polvere risparmiato dai cantieri. Prime e seconde, più o meno. Sarebbe a dire: quattordicenni contro quindicenni. Ma i bocciati facevano saltare i conti. Era una vecchia periferia che, ancora una volta, tornava a raccontare se stessa: il cielo alto, azzurro, sui tralicci piantati a terra come fossero accette. I legni storti. I prati sporchi. L’erba selvatica. Il futuro negli occhi. La città vera e propria cresceva da un’altra parte, a modo suo, in una bassura di lamiere, oltre il Raccordo: nessuno avrebbe potuto fermarla. Chi ci avesse provato, sarebbe stato schiacciato. Che ne sapevano loro? Spiccioli arrugginiti di case ancora da finire. Questo era quello che vedevano. Ipermercati già pronti, con le insegne scintillanti. Le betoniere si allontanavano sullo sterrato, lente e buf-

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fe, alla maniera di bacherozzi scoperti di notte al gabinetto. Una squadra stentava a fronteggiare l’urto avversario, coi centrocampisti in affanno sugli attaccanti scatenati e i centrali scossi nella loro guardia violata; l’altra sfondava le difese facendo man bassa. Un cartello invisibile dentro la coscienza di tutti recitava: vietato arrendersi. La partita chiedeva questo sacrificio. Io, coi polpastrelli segnati dalla penna biro, controllavo i nomi dei giocatori sul registro, come fosse un antico repertorio. Andry, fulvo e rinsecchito, era mezzo ucraino, anche se appena apriva bocca sembrava aver succhiato lo stesso latte di Romolo e Remo. Teo, non fosse stato per l’acne devastante sul faccione allegro, si sarebbe detto un veterano di lotta greco-romana. Arcangelo Opara, nigeriano di Corviale, naturalmente giocava in porta, leggendario nella positura del gran-


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de Nelson de Jesus Silva, alias Dida, idolo della sua infanzia. A Daniele avremmo potuto dare sei anni di meno, da quanto era piccolo, però in mezzo al campo ci sapeva fare, smistando palloni su palloni. Salsiccia, si chiamava proprio così, correva come un disarticolato sulla ghiaia, ma conosceva i segreti del dribbling. Simone, soprannominato “lo spadino”, portava nel gioco del calcio l’essenza del quattrocentista. Big, massiccio come un orso di montagna, ma molto più buono, custodiva nello zaino le chiavi di tutti. Il primo giorno che entrai nella loro aula, ebbi l’impressione di scendere in trincea. Le voci, al mio passaggio, esplosero come bombe della Grande Guerra. Bisognava tenere il ritmo sempre alto, altrimenti si rischiava di soccombere. Talvolta, in mezzo alla calca dei compiti scritti, mi capitava di trattenere qualche immagine più resistente: le gengive infiammate di Bracco, il piercing sulla lingua di Oreste, lo stemma della Toyota sulla tuta di Ciro. Questi sono i frantumi italiani, dicevo a me stesso. Dovremmo saperli ricomporre in un blocco unico. Alì, egiziano di Ponte Galeria, mi portava in salvo accompagnandomi davanti alla macchinetta del caffè durante la ricreazione. 9


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Ma tutto cominciò davvero solo con Christian. Il suo fisico era il risultato di un lungo lavoro col bilanciere: dopo tante sedute sulla panca, ecco un fascio di nervi, pronto per chissà quali manovre. Brevilineo, raccolto, re dello scatto, sovrano della coordinazione, Christian vantava i tempi migliori sui cento metri. Del resto, avrebbe potuto primeggiare in qualsiasi sport avesse intrapreso. Quel giorno mi colpì un disegno che partiva dalla sua ascella e sconfinava sotto la maglietta. In piedi, sulla linea laterale, mentre i compagni parevano stregati dalla partita, gli chiesi cosa fosse. Si fermò soltanto un istante, distogliendo l’attenzione dall’ala che avrebbe dovuto marcare, la quale corse a vuoto sino a fondo campo senza riuscire a raccogliere la palla per effettuare il cross a centroarea. L’interpellato alzò il braccio destro in modo da farmi leggere quello che c’era scritto. Sulla pelle bianca spiccava NEW YORK, a caratteri cubitali. Accanto decifrai: NINE ELEVEN. Più distante, in mezzo a qualche neo, vicino al gomito, vidi un combattente in volo: EDDY. Di fronte al mio stupore, Christian rise a bocca aperta, senza mostrare i denti, come un vecchietto, e indicò con la mano l’autore del tatuaggio, Peppino,

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che in quel momento insaccò in rete. Da laggiù trionfante gridò: «Goal!» Poi ci raggiunse correndo veloce sul terreno sconnesso. «È fatto a china» disse per rassicurarci. «Domani andrà via!» I pensieri cominciarono a ronzarmi in testa. Io non credo alle semplici apparenze. Noi siamo il frutto di quello che ci precede. Vorremmo illuderci del contrario. Chi non ha mai pensato di essere libero di fare ciò che vuole? E invece non è così. Lo capisci solo da grande, troppo tardi per cambiare. Fine dei ragionamenti. Chiamai Christian. Sapevo che amava l’America, me lo ripeteva in continuazione, recitando a memoria i nomi degli Stati, le città principali, perfino il titolo di qualche film che i suoi coetanei difficilmente avrebbero apprezzato. Io lo assecondavo. Così gli dissi che da ragazzo avevo visitato le Twin Towers, molti anni prima che crollassero, all’epoca in cui la memoria di Philippe Petit, il giovane equilibrista capace di passare dall’uno all’altro grattacielo camminando su un cavo d’acciaio, era ancora ben viva. Christian, ogni volta che ne parlavo, mi fissava incantato, come se tutto ciò che riguardava Manhattan avesse per lui un significato particolare. Anche se non

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c’era mai stato, sapeva cosa fosse Ellis Island. Se glielo avessi chiesto, avrebbe potuto illustrarmi la differenza fra street e avenue. Conosceva addirittura i cimiteri del Bronx! Chi gli aveva spiegato l’11 settembre? La mia curiosità aumentava. Lui nel 2001, al tempo del disastro del World Trade Center, era soltanto un bambino. Mentre i suoi compagni mostravano di avere una conoscenza abbastanza superficiale di quei tragici eventi, Christian sembrava un esperto. Perché, fra tanti possibili contenuti – sportivi, amorosi, familiari, politici – aveva scelto di farsi disegnare sul braccio proprio il famoso atto terroristico? Chi mai poteva essere Eddy? Andammo a fare un giro per parlare con calma. Peppino ci raggiunse subito, quasi non volesse perdersi una sorpresa di cui intuiva l’imminenza. I due giocatori avevano abbandonato la gara. Al loro posto scesero in campo Gimmi e Nino che fino ad allora erano rimasti sotto l’albero a spedire messaggi col cellulare. Decisi di prenderla alla lontana. Mentre passavamo ai lati delle tribunette, studiavo Christian, considerandolo in modo nuovo, come se lo vedessi per la prima volta. Devo ammettere che non si tratta di un tipo qualsiasi. Al contrario, è capace di fare cose che i suoi amici neppure si sognano.

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Sa restare in sospensione per quattro o cinque secondi sull’asta di un cartello stradale, a mo’ di bandiera. Il medesimo gesto, a piedi uniti, lo compie sull’estremità della cattedra. Si mette a testa in giù poggiando a terra un solo braccio, con l’altro attaccato al torace. Insomma è un atleta, equilibrista, contorsionista. Va in palestra tre volte alla settimana. Col tempo i suoi addominali sono diventati di ferro. «Allora? Perché ti sei fatto quel tatuaggio?» Ricordo la zazzera tagliata cortissima che lo rendeva simile a un marine al corso d’addestramento. Spostò la testa di qua e di là, come gli capita quando non capisce uno schema troppo rapido alla lavagna. Peppino, accanto a noi, sembrava illuminato da uno splendore selvaggio. Quando Christian cominciò a raccontare, non volevo dargli credito. Avrà visto questa storia da qualche parte, magari su You Tube, pensavo. Allo stesso tempo mi rendevo conto che inventarsi ogni dettaglio per lui era impossibile. Eppure come credere che fosse tutto vero? Ho deciso di riportare le sue parole nella maniera in cui le compresi. Inevitabilmente troverete qualcosa di mio, ma il succo è suo. Quindi, se lo scenario non vi

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convince, sapete con chi prendervela. Comunque mi permetto di darvi un consiglio: non giudicate troppo in fretta. Mettetevi in posizione di ascolto e abbiate pazienza. Non ve ne pentirete.

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Eddy è un ragazzo ribelle che vive su Fulgor, un pianeta dove tutti vorrebbero dimenticare la guerra e la morte. Un giorno viene espulso da scuola e scappa oltre il promontorio di Ox, nell’emisfero sconosciuto, insieme con Matuzalem, l’amico più caro, l’unico disposto a seguirlo. Per i due compagni comincia una grande avventura che, l’11 settembre 2001, li porterà sul cielo di New York. Da lassù saranno testimoni della tragedia delle Twin Towers. Quando Matuzalem scompare, Eddy scende su quel pianeta bizzarro e incontra Nadine… Con la fantasia del grande narratore e il realismo di chi è in contatto ogni giorno con tante culture diverse, Eraldo Affinati ha messo a frutto in questo straordinario romanzo la sua esperienza con i ragazzi, per raccontare a chi era ancora bambino nel 2001 il più grave attacco terroristico di tutti i tempi e il suo significato nella storia dei popoli del mondo.

Eraldo Affinati è nato nel 1956 a Roma, dove

vive e insegna italiano ai minorenni non accompagnati della Città dei Ragazzi. Collabora al “Corriere della Sera” e a “Famiglia Cristiana”. La sua scrittura racconta spesso di viaggi, come quello particolarissimo intrapreso da Eddy e commentato dagli schizzi a china di Emma Lenzi. Uno dei libri a cui Eraldo tiene di più, Italiani anche noi (scritto insieme alla moglie Anna Luce Lenzi) è il manuale della scuola Penny Wirton, da lui fondata per aiutare i ragazzi stranieri. www.eraldoaffinati.it


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