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Franz Werfel Il canto di

Bernadette


UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni 46 serie Forte UAO


Franz Werfel Il canto di Bernadette traduzione di Remo Costanzi L’editore ha cercato in ogni modo i titolari del diritto d’autore sulla traduzione di Remo Costanzi, senza riuscire a rintracciarli. Si dichiara comunque a piena disposizione per l’assolvimento di quanto occorra nei loro confronti.

ISBN 978-88-6145-209-1 Prima edizione febbraio 2011 ristampa 7 6 5

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© 2011 Carlo Gallucci editore srl Roma Pubblicato per la prima volta con il titolo Das Lied von Bernadette © 1941 Bermann-Fischer Verlag Stockholm © renewed 1968 by Alma Mahler e 1991 by S. Fischer Verlag GmbH, Frankfurt am Main prima edizione italiana Arnoldo Mondadori Editore 1946, Milano

galluccieditore.com

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Franz Werfel

Il canto di Bernadette


Prefazione di carattere personale

egli ultimi giorni di giugno dell’anno 1940, dopo il crollo della Francia, costretti a fuggire da dove abitavamo, ci avviammo al Sud del paese, in direzione di Lourdes. Mia moglie e io avevamo sperato di fare ancora in tempo a varcare il confine spagnolo e riparare in Portogallo. Ma tutti i consoli, unanimi, ci rifiutarono i visti necessari e avendo le truppe tedesche occupato la città di confine di Hendaye, non ci rimase altro che fuggire quella stessa notte, con grandi difficoltà, verso l’interno della Francia. I Dipartimenti dei Pirenei erano diventati un fantastico bivacco caotico. Milioni di creature travolte in questa strana migrazione di popoli, vagavano per le strade maestre e intasavano le città e i villaggi: francesi, belgi, olandesi, polacchi, cechi, austriaci, tedeschi esiliati e, in mezzo a loro, i soldati dell’armata battuta. Si riusciva a trovare appena lo stretto necessario per calmare la fame, ma non c’era più la possibilità di un ricovero, e chi riusciva a conquistare una sedia imbottita per trascorrervi la notte, era assai invidiato. Gli automezzi dei fuggiaschi, stracarichi di masserizie di ogni genere, di materassi, di letti, stavano immobili in file interminabili, perché non c’era più carburante. A Pau, una famiglia del luogo ci disse che Lourdes era l’unico posto dove qualche beniamino della Fortuna poteva forse trovare ancora alloggio. Poiché la famosa città era appena a trenta chilometri, ci venne consigliato di tentare e picchiare alle sue porte. Obbedimmo al consiglio, e trovammo finalmente asilo.

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In questo modo la Provvidenza mi condusse a Lourdes, della cui storia prodigiosa non avevo fino allora la più superficiale nozione. Rimanemmo nascosti parecchie settimane nella città dei Pirenei. Fu un periodo di angosce, ma fu anche un periodo altamente significativo per me, poiché mi fu dato conoscere la meravigliosa storia della giovanetta Bernadette Soubirous e i fatti meravigliosi delle guarigioni di Lourdes. Un giorno, tribolato com’ero, feci un voto. Se fossi uscito da quella situazione disperata e avessi raggiunto la costa americana – questo fu il voto che feci – avrei prima di ogni altro lavoro cantato la canzone di Bernadette come meglio avessi potuto. Questo libro è l’adempimento di un voto. Un canto epico, nel tempo nostro, non può che prendere la forma di un romanzo. Il canto di Bernadette è un romanzo, ma non è un’opera di fantasia. Il lettore diffidente, di fronte ai fatti qui narrati, può chiedere con maggior diritto che per le epopee storiche: «Che cosa è vero? Che cosa è inventato?» Io gli rispondo: tutti gli avvenimenti notevoli che formano il contenuto del libro sono in realtà accaduti. Essi si sono iniziati non più di ottant’anni fa e si svolgono quindi nella piena luce della storia; la loro verità è attestata, in fedele testimonianza, da amici, da nemici e da osservatori spassionati. Il mio racconto non altera menomamente questa verità. Ho usato del diritto della libertà concesso al poeta, solo dove ragioni d’arte richiedevano di condensare cronologicamente alcuni fatti e dove bisognava far scoccare scintille di vita dalla materia trattata. Ho osato cantare la canzone di Bernadette, io che non sono cattolico ma ebreo. Il coraggio per questa impresa mi è venuto da un voto molto più antico e inconscio. Sin dal giorno nel quale scrissi i miei primi versi, giurai a me stesso che avrei reso onore sempre e dovunque, attraverso i miei scritti, al segreto divino e alla santità umana: nonostante che l’epoca nostra, con scherno, ferocia e indifferenza, rinneghi questi valori supremi della nostra vita. FRANZ WERFEL Los Angeles, maggio 1941

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PARTE PRIMA

Risveglio dell’11 febbraio 1858


1 Nel carcere

rançois Soubirous si alza al buio. Sono le sei precise. Il suo orologio d’argento, regalo di nozze dell’avveduta cognata Bernarde Casterot, non l’ha più già da molto tempo. La bolletta di pegno dell’orologio e di qualche altra cosuccia preziosa è scaduta ormai dall’autunno scorso. Ma Soubirous sa che sono le sei in punto, benché le campane della chiesa di Saint-Pierre non abbiano ancora suonato per la prima Messa. I poveri hanno il tempo nel sangue; anche senza quadranti e senza tocchi di campane, sanno che cosa segna l’orologio. I poveri hanno sempre paura di arrivare in ritardo. L’uomo cerca a tasto i suoi zoccoli, li prende, ma li trattiene in mano per non far rumore. Rimane in piedi, scalzo, sull’impiantito freddo come ghiaccio, e ascolta i diversi respiri della sua famiglia che dorme: una musica strana che gli opprime il cuore. Sono in sei a dividere la stanza. Lui e Louise hanno conservato il loro buon letto di nozze, questo testimonio di un inizio ricco di speranze. Le due ragazze più

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grandicelle, Bernadette e Marie, devono invece dormire su un giaciglio assai duro. I due piccoli infine, Jean-Marie e Justin, la madre li ha sistemati su un saccone di paglia, che di giorno viene arrotolato. François Soubirous non si è ancora mosso dal suo posto. Getta uno sguardo al focolare. Non è un vero focolare ma piuttosto un rozzo focolare che lo scalpellino André Sajou, il proprietario di questa splendida abitazione, ha improvvisato per i suoi inquilini. Sotto la cenere rosseggiano e sfrigolano ancora due o tre rami freschi, troppo umidi per ardere. A tratti si alza un debole chiarore. Ma l’uomo non ha l’energia di riattizzare i resti del fuoco. Volge lo sguardo alle finestre, dietro le quali la notte comincia a impallidire, e il suo profondo malessere si muta in una irosa amarezza. Gli sale alle labbra un’imprecazione. Soubirous è uno strano uomo. Più che la stanza misera, urtano quelle due finestre sbarrate, una più grande, l’altra più piccola, quei due occhi abietti dallo sguardo strabico, che guardano nel cortile sudicio e stretto della prigione dove il mucchio delle immondizie appesta tutto il vicinato. Alla fin fine, egli non è un vagabondo né uno straccione, ma un libero mugnaio nella pienezza dei suoi diritti, un ex proprietario di mulino; nulla di diverso, nel suo genere, da monsieur de Lafite con la sua grande segheria. Il mulino Boly, sotto Château Fort, era davvero una cosa da vedere, e anche il mulino Escobé, in Arcizac-les-Angles, non era male. Certo, col vecchio mulino Bandeau nessuno avrebbe

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potuto fare molto onore, ma alla fin fine, era sempre un mulino. Ne ha forse colpa lui, il buon mugnaio Soubirous, se il torrente Lapaca, che faceva girare le ruote, si è seccato da anni, se i prezzi dei grani aumentano, se la disoccupazione cresce? Ne ha colpa il buon Dio, l’imperatore, il prefetto o il diavolo sa chi, ma non il bravo François Soubirous, anche se ogni tanto beve volentieri e fa una partita all’osteria. Ma che lui, Soubirous, abbia o non abbia colpa, non importa: ora alloggiano nella guardina. E la guardina di rue des Petites-Fossées non ha nulla di una casa, ma è il vecchio locale dove venivano custoditi gli arrestati. I muri trasudano umidità, nelle fessure delle pareti crescono i funghi, e tutto ciò che è di legno si incurva. Il pane ammuffisce presto; d’estate si bolle, d’inverno si gela. Per questo il signor Lacadé, il sindaco di Lourdes, dispose, anni or sono, che la guardina venisse abbandonata e che i vagabondi e i malfattori venissero condotti nell’edificio posto a cavallo della porta di Baous: proprio per ragioni di igiene. Per la famiglia Soubirous, invece, l’igiene della guardina è sufficiente. “Si vede!” pensa l’ex-mugnaio: “infatti Bernadette ha di nuovo ansimato e dato in smanie per quasi tutta la notte”. Gli prende una tal pena verso se stesso, che è quasi deciso a rinfilarsi nel letto e a rimettersi a dormire. Non arriva a questa vile capitolazione perché nel frattempo mamma Soubirous si è levata. È una donna di trentacinque o trentasei anni, che sembra averne cinquanta. Subito si affaccenda intorno al fuoco, lo ravviva facendo sprizzare dalla

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cenere qualche scintilla, vi ammucchia sopra un po’ di paglia, trucioli e qualche ramo secco; poi appende il paiolo di rame sulla fiamma che ha ripreso. Soubirous guarda, ammirato e cupo, questo silenzioso affaccendarsi di sua moglie. Anche lui tace. Un altro giorno ricomincia, con le sue pene e le sue delusioni: un giorno come ieri, e come domani. Suonano già le campane della chiesa parrocchiale. Non si sfugge, al giorno! François Soubirous ha un’unica brama: sentire un bicchiere di qualcosa di bruciante nel suo stomaco vuoto. La bottiglia con l’acquavite, mamma Soubirous la tiene però sotto chiave. Egli non osa esprimere il suo spasimante desiderio, poiché l’acquavite è argomento di controversia tra i due coniugi. Esita ancora un po’, poi si infila gli zoccoli: «Io vado, Louise» brontola a voce bassa. «Hai qualcosa in vista, Soubirous?» chiede lei. «Mi hanno fatto diverse proposte» egli risponde cupo. Tutti i giorni è lo stesso dialogo. La dignità non permette a Soubirous di confessare a se stesso e a sua moglie tutta la miserevole verità. La donna fa un passo pieno di speranza verso di lui: «Forse da Lafite? Nella segheria?» «Ah, Lafite?» egli risponde ironico. «Chi pensa a Lafite? Parlerò piuttosto con Maisongrosse e con Cazenave, il mastro di posta, sai…» «Maisongrosse, Cazenave…» La donna ripete, delusa, questi nomi e riprende il suo lavoro. Lui si mette il basco. I suoi

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movimenti sono lenti e incerti. A un tratto la donna si volta: «Ci ho pensato sopra, Soubirous. Dovremmo portar via da qui Bernadette» mormora. «Che vuol dire, portar via da qui?» Soubirous ha tirato proprio in quell’istante il chiavistello della porta. È una porta di carcere. Ogni volta che la apre, gli torna in mente il periodo più tremendo della sua vita, quelle quattro settimane dell’anno scorso che, innocente, dovette trascorrere detenuto. La sua mano cade. Ascolta il mormoro della donna: «Da sua zia Bernarde, voglio dire. O meglio ancora, in campagna, a Bartrès. La Laguès la riprenderebbe di sicuro. E là fuori, avrebbe aria buona, latte di capra e miele da spalmare sul pane bianco; e poi le piace tanto stare in campagna, e un po’ di lavoro non le farà male…» François Soubirous sente di nuovo salire nel suo spirito quell’irosa amarezza. Per quanto comprenda le buone ragioni di Louise, si oppone. Egli ha un debole per le grandi parole e i grandi gesti. È probabile che un ramo dei Soubirous provenga dalla Spagna: «Sono dunque proprio un mendicante» sibila. «I miei ragazzi muoiono di fame. Devo cederli a gente estranea…» «Calmati, Soubirous» lo interrompe la moglie, poiché ha parlato ad alta voce. Ella lo guarda e lo vede lì, immobile, a testa bassa, disperato, dignitoso e fiacco nella volontà. Allora prende dall’armadio la bottiglia e gli versa un bicchierino. «Non è un’idea cattiva la tua» egli dice goffamente, e

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ingoia d’un colpo il liquido bruciante. La sua anima brama disperatamente un secondo bicchiere: egli però si domina ed esce. Nel letto, dove dormono assieme le due sorelle, Bernadette, la maggiore, sta distesa in silenzio, con i grandi, tranquilli occhi scuri spalancati.

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Il classico di tutti i tempi sulle apparizioni di Lourdes. La storia eccezionale della figlia analfabeta di un povero mugnaio, Bernadette Soubirous, dapprima accusata di pazzia, isolata e minacciata per aver raccontato le sue visioni della Vergine Maria in una misera grotta, poi seguita da schiere di fedeli, infine proclamata santa. Concepito dall’ebreo Franz Werfel mentre si nascondeva nella cittadina dei Pirenei per sfuggire al nazismo, questo coraggioso racconto di eventi miracolosi è – per le circostanze in cui è stato scritto – un miracolo esso stesso.

© Photoservice Electa/Akg_Images

“…Una signora giovanissima, fine, delicata e gentile di aspetto, di carne e d’ossa, piccola piuttosto di statura poiché sta ritta senza sforzo nello stretto ovale della nicchia…”

Franz Werfel (1890-1945) nacque a Praga, figlio

di un mercante ebreo. Poeta, scrittore e drammaturgo, fu amico di Max Brod e Franz Kafka e sposò Alma Schindler, vedova del compositore Gustav Mahler. Alla fine della Prima Guerra Mondiale si trasferì a Vienna e divenne noto per il suo impegno umanitario e pacifista. Conquistò la fama letteraria nel 1933 con I quaranta giorni del Mussa Dagh, racconto epico del genocidio armeno a opera dei Turchi. In seguito all’Anschluss, Werfel fuggì dapprima a Parigi, poi a Lourdes e infine dal Portogallo si imbarcò per gli Stati Uniti, dove visse gli ultimi anni della sua vita. Il 1941 è l’anno di pubblicazione dei romanzi Una scrittura femminile azzurro pallido e Il canto di Bernadette, dal quale due anni dopo Henry King trasse un popolare film, vincitore di quattro premi Oscar. ISBN 978-88-6145-209-1

€ 19,00

Il canto di Bernadette  

Il classico senza tempo sulle apparizioni di Lourdes. La storia eccezionale della figlia analfabeta di un povero mugnaio, Bernadette Soubiro...