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Il Basket di Peterson

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IL BAS K E T DI

REGOLE DI BASE, TECNICHE E SCHEMI PER IMPARARE CON

IL COACH

Illustrazioni di Paolo Loreto

Tutti gli insegnamenti del Coach, da quelli di base alle nozioni più avanzate, raccolti e spiegati in modo chiaro. Con disegni realizzati dall’autore in persona. Per imparare a giocare a basket da chi ha trasmesso a intere generazioni la passione per questo sport. Una guida pensata per chi gioca e per i giovani che vogliono cominciare, un manuale per imparare la posizione migliore per il tiro libero e in sospensione, come prepararsi per la palla a due, come fare pressing e difesa, gli schemi di attacco più efficaci e molto altro. Perché oltre alla tecnica ci vuole la mentalità, e chi meglio del Coach può insegnarti a vincere?

IL BAS K E T DI

DAN PETERSON

REGOLE DI BASE, TECNICHE E SCHEMI PER IMPARARE CON

IL COACH

ILLUSTRAZIONI DI PAOLO LORETO

Dan Peterson

Il basket di Dan Peterson illustrazioni di Paolo Loreto

Publisher

Balthazar Pagani – BesideBooks

Collaborazione ai testi della prima edizione

Nicola Balossi Restelli

I disegni e gli schemi di gioco sono di Dan Peterson e sono stati rielaborati digitalmente da Andrea Frittella per questo libro.

Graphic design

PEPE nymi

ISBN 979-12-221-1240-4

Prima edizione Centauria maggio 2022

Nuova edizione Gallucci | Centauria febbraio 2026

ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0

anno 2030 2029 2028 2027 2026

© 2026 Carlo Gallucci editore srl - Roma

Nessuna parte di questo libro è stata realizzata con l’intelligenza artificiale (AI)

Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl

presso Gra čki Zavod Hrvatske, Zagabria (Croazia), nel mese di gennaio 2026

Gallucci è un marchio registrato

Se non riesci a procurarti un nostro titolo in libreria, ordinalo su: galluccieditore.com

Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed economici.

L’FSC® (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it

Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.

INTRODUZIONE

Dicono che una generazione duri quattro anni. Qualcuno dice di più, qualcuno di meno. Comunque ogni quattro anni circa si verifica il cosiddetto generation gap, come possono testimoniare i genitori che hanno a che fare con un figlio di dodici anni, uno di otto e uno di quattro. Sono tre realtà molto diverse e si vede quando in casa entra un computer per i ragazzi: il figlio di quattro anni capisce tutto al volo e dà istruzioni a fratelli e genitori! Lo stesso gap si verifica nel basket. Per spiegarmi prenderò la vicenda del tiro da tre punti, che è stato introdotto nell’Nba nel 1979-80 ed era considerato una soluzione “tattica”, non “strategica” come oggi. C’è stata poi una evoluzione: passo per passo, anno per anno, c’erano più tiri da tre, più schemi per produrre il tiro da tre, il tiro diventava più rapido nella sua esecuzione. Ed eccoci al generation gap: ogni quattro anni, alle Olimpiadi, si capiva la differenza. Infine, nel 2000, nell’Nba, si tirava da ogni posizione del campo. Oggi? O tirano da tre o schiacciano in area. Il resto è diventato una “terra di nessuno” abbandonata.

C’è però qualcosa che rimane sempre uguale, oggi come cinquant’anni fa: o hai la tecnica giusta o non fai canestro! Questo è il bello del basket: certo, bisogna stare al passo con il progresso o si rimane indietro… ma senza le basi, rimani indietro lo stesso! Questo libro è un tributo al Gioco. Sì, lo so, voi direte che ce ne sono già tanti e avete ragione, ma io che ho dedicato a questo la vita vi rispondo che ogni giorno ho scoperto qualcosa e non mi sono mai pentito di un solo secondo consacrato al basket: giocare, allenare, insegnare, raccontare. So che ogni appassionato ha da un lato mille ricordi e dall’altro un milione di novità che lo aspettano. Questo libro è per voi che avete sempre voglia di imparare e – perché no? – di trasmettere il vostro amore a qualcuno di più giovane. La pallacanestro è un argomento ampio – per me quasi infinito –, per cui qualsiasi proposta seria di trattarlo deve porsi dei limiti e degli scopi precisi. Io qui voglio mettere nero su bianco alcuni approfondimenti che forniscano un buon esempio dell’approccio corretto applicabile a tutta la pallacanestro. È giusto il detto «Meglio insegnare a un uomo a pescare che regalargli un pesce»: io rilancio con quello che all’apparenza è un gioco di parole, e dico che è ancora «Meglio insegnare a imparare anziché insegnare una singola abilità». Per questo ho creato un libro consultabile anche in ordine sparso, con l’idea che ogni frammento contenga indicazioni utili per costruire il tutto.

Io sono schiavo della semplicità. Cioè, nell’allenare o insegnare, non voglio mai complicare la vita del giocatore. Anzi, la voglio semplificare! Il giocatore, nei momenti caldi della partita, non potrà mai ricordare cose complesse o sofisticate. Anzi, più deve ricordare, più andrà in confusione. Sono anche  schiavo del pragmatismo. Di nuovo, non voglio mai insegnare una cosa complicatissima ai miei giocatori o alla mia squadra. Quindi, quando insegno una tecnica non uso mai più di quattro concetti base. Anzi, se possibile meglio tre. Non voglio mai addentrarmi in una spiegazione macchinosa. Per esperienza ho notato che un giocatore perde la concentrazione dopo trenta secondi. Io voglio stare dentro quel limite di trenta secondi.

Tutto ciò porta il mio modo di insegnare a fare così: a) quattro concetti semplicissimi; b) non parlare per più di trenta secondi. Uno può chiedere: «Benissimo. Ma come riesce il giocatore a perfezionare ciò che gli viene insegnato?». La risposta: sono anche  schiavo della ripetizione. Parlando di questo, uno studio famoso – e discusso – ha individuato la regola delle 10mila ore, il tempo di allenamento che serve a un talento per diventare un violinista di livello mondiale. Non un minuto di meno. Idem nello sport: come disse qualcuno, dobbiamo ripetere lo stesso gesto migliaia volte per farlo diventare una cosa automatica come respirare. Cioè, non c’è più da pensare, il tutto viene naturalmente. Ecco come s’impara.

Credo che a volte si spari troppo in alto, con il risultato di perdere contatto con l’obiettivo. Bisogna fare un passo alla volta. Il mitico coach del football americano Vince Lombardi non insegnava venti schemi il primo giorno di allenamento. Ne illustrava due e diceva alla squadra: «Quando avete perfezionato questi due schemi, ve ne darò altri due».

Certo, ripetere le stesse cose mille volte può essere noioso. Quando facevamo gli esercizi di fondamentali in allenamento, nei miei primi anni a Milano, il mio italoamericano Mike Sylvester mi disse, con un sorriso satanico: «Coach, se ha qualcosa da dirmi, me lo dica subito perché spengo il cervello per due ore!». Un modo per spiegarmi che non digeriva ritrovarsi a fare, a ventisette anni, le stesse cose di quando ne aveva dieci. Ma non importa se il cervello è spento o meno, l’imprinting rimane. E Mike Sylvester, come la squadra della Banda Bassotti, quella del mio primo anno all’Olimpia Milano (1978-79), ha imparato tutto, volente o nolente. La ripetizione è una specie di martello che colpisce il chiodo finché non va totalmente dentro. Poi verrà utile al momento buono.

Un esempio riguarda i miei anni con la Nazionale del Cile, 1971-73. Ho lavorato solo sui fondamentali con loro. Uno degli esercizi, durissimo fra l’altro, era un uno-contro-due a rimbalzo difensivo. Avevo Milenko Skoknic, diciannove anni e 193 centimetri d’altezza, poi ambasciatore del Cile all’Onu fino al 2022. Milenko sbatteva la palla contro il tabellone e prendeva il rimbalzo. Poi subiva un raddoppio, uno davanti (entrando dalla linea di fondo),

uno dietro (arrivando dalla linea di tiro libero). Milenko non doveva perdere la palla nonostante falli durissimi e doveva palleggiare di forza per uscire dal traffico. Gliel’ho fatto fare giorno dopo giorno dopo giorno. Un massacro, con lividi dappertutto.

Fast forward. Maggio 1973, mondiale Fiba in Perù, Cile contro Uruguay. Il Cile non aveva mai battuto l’Uruguay in una partita ufficiale. Bene, 65-63 per noi. Fallo nostro e il loro pivot, Germán Haller, ha due tiri liberi con solo sette secondi da giocare. Dentro il primo. 65-64. Aria di supplementare! Sbaglia il secondo! Rimbalzo di Milenko Skoknic, che era in campo solo perché il titolare Raul Villella aveva fatto cinque falli. Tutto l’Uruguay addosso a Milenko. Ma Skoknic, memore degli allenamenti duri, non perde la palla, esce dal raddoppio e la passa al compagno Manuel Herrera. Il tempo finisce: 65-64 per noi. La ripetizione, pure noiosa, pure dura, ci ha dato la vittoria!

Quando Milenko è stato nominato ambasciatore all’Onu per il Cile, gli ho mandato una mail di congratulazioni: «Milenko! Importantissimo! Quasi importante come quel rimbalzo contro l’Uruguay!!!». Lui: «Sono d’accordo!».

Quindi alcuni concetti saranno volutamente ripetuti perché la ripetizione è alla base della costruzione e della crescita di un giocatore. La ripetizione non è solo quella meccanica durante gli allenamenti ma anche quella delle parole: dare un nome ai gesti ci aiuta a interiorizzarli e a capire che la parte mentale – sia psicologica sia intellettuale – può fare davvero la differenza nel Gioco.

In questo libro mi piace tornare all’abc, ai fondamentali, per non dire alle fondamenta. Ripassare quegli insegnamenti tecnici e tattici da mettere in valigia e da portare sempre dietro, che sia al campetto, in palestra o al palazzetto. Che sia per guardare, per insegnare o ancora meglio per giocare – che poi è il pensiero primordiale di noi esseri umani, che in fondo rimaniamo per sempre bambini –, abbiamo bisogno di quella struttura, di quei presupposti di base che ci diano la possibilità di tessere la nostra tela personale. Non dobbiamo mai dimenticare che il complesso contiene il semplice e che, per esempio, bastano dieci cifre per creare le più grandi strutture matematiche, tecnologiche e ingegneristiche. Dieci cifre. Dieci come i giocatori che si dispongono sul campo di pallacanestro. Per uscire dalla metafora e rientrare nel libro che avete tra le mani, quello che mi propongo è di spiegare i dettagli che troppo spesso vengono trascurati perché tutti vogliono essere LeBron James senza conoscere la fatica che ha fatto LeBron James per diventare LeBron James. La prima sezione sarà tecnica e sarà incentrata sull’uso corretto del nostro corpo, a partire dallo strumento principale del Gioco: le mani. La seconda parte sarà tattica (divisa in attacco e difesa) e spiegherà alcuni principi per muoversi insieme ai compagni, con relative situazioni pratiche. La terza parte infine riassumerà le regole principali del Gioco, con l’idea di raccontare la sua essenza. Si va in scena, anzi in campo.

TECNICA LA

PALLA

1. A DUE

La palla a due è un buon modo per cominciare il viaggio. Primo perché è l’inizio di ogni partita, poi perché rappresenta il cambiamento che c’è nel basket, materia viva e mutevole come il linguaggio degli uomini – una volta c’erano molte contese durante il match, poi con l’introduzione del possesso alternato ne è rimasta solo una, con un valore quasi simbolico. In terzo luogo perché introduce perfettamente al mix di ingredienti che dobbiamo considerare e che non mi stancherò di ribadire in questo libro: tecnica e mentalità. Questi due aspetti sono talmente intrecciati da non poter procedere l’uno senza l’altro. La tecnica è un modello a cui aspirare per avere movimenti il più possibile efficaci, ma solo la mentalità ci permetterà di sviluppare l’approccio giusto sotto ogni punto di vista. La mentalità è lo spirito con cui viviamo il basket; solo con la mentalità potremo sopportare il lavoro e la sofferenza richiesti, oltre a trasmettere i giusti messaggi a tutti i soggetti coinvolti nel Gioco: i compagni, gli avversari e noi stessi (e anche chi ci guarda, of course ).

Per mandare un messaggio, come sappiamo, esistono i momenti opportuni – addirittura la questione è stata studiata, vale anche per mail, newsletter e aggiornamenti. Perciò cosa ne dite di cominciare ogni partita facendo sapere in giro che noi siamo qui per vincere?

Per questo vale la pena di spendere qualche parola sulla lotta per il primo possesso e capire come gestirla al meglio.

Nel disegno accanto si vede che il numero 7 salta per toccare la palla. Non è neanche una cattiva idea. Ma il numero 31 ha idee diverse. Lui salta con due obiettivi: a) tagliare fuori l’avversario, forse con un leggero contatto; b) toccare la palla. Per il 7, la contesa è un gesto tecnico. Per il numero 31, è un gesto agonistico. È un dettaglio che fa tutta la differenza del mondo.

DAN PETERSON, per tutti semplicemente “il Coach”, è forse l’americano più noto d’Italia. Allenatore portentoso della Virtus Bologna e dell’Olimpia Milano, con le quali ha vinto tra il 1973 e il 1987 cinque scudetti, due coppe europee e tre Coppa Italia, è l’uomo che ha inventato il basket moderno in Europa. Partito dai campetti di strada di Evanston (Illinois), è stato allenatore di grandi squadre universitarie americane, per poi guidare la Nazionale del Cile nei Giochi del Sud America e infine approdare in Italia, dove è diventato famoso anche come commentatore sportivo. È membro dell’Italian Basket Hall of Fame dal 2012.

Gallucci | Centauria ha pubblicato la sua Storia del basket in 50 ritratti, scritta con Umberto Zapelloni.

“Dan Peterson per sempre Numero Uno”

“Peterson è un fenomeno, poliedrico, geniale”

“Novant’anni di splendore”

GIUSEPPE NIGRO, La Gazzetta dello Sport

“Novant’anni: una carriera al top”

Tgcom24

“Coach Dan. L’icona che ha cambiato il basket italiano”

FRANCESCO SESSA

Corriere della Sera

Art Director: Stefano Rossetti

Graphic Designer: Davide Canesi / PEPE nymi

ADRIANO GALLIANI

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