LILIBET
(1926-1933)
“Che ci faccio io qui?” potrebbe essere stato il pensiero di Sir William Joynson-Hicks, ministro dell’Interno nel governo conservatore di Stanley Baldwin, davanti al 17 di Bruton Street, nel quartiere aristocratico di Mayfair, Londra. È passata
da poco la mezzanotte del 21 aprile 1926. Nella casa signorile dei duchi di York sono riuniti tre ginecologi, due ostetriche, una piccola corte e, appunto, il rappresentante del governo che per antica tradizione deve presenziare al travaglio di Elizabeth Angela Marguerite Bowes-Lyon, nona fi-
glia del quattordicesimo conte di Strathmore e Kinghorne. Va avanti con difficoltà da oltre ventiquattro ore, fuori piove ma per il ministro il clima è infuocato: si prepara lo sciopero generale del 3 maggio indetto dalle Trade Unions, spalleggiate dal Labour. Aria di rivoluzione? Forse no, perché l’Inghilterra di quegli anni Venti è culla di una middle class ben poco incline al socialismo.
In casa York si decide per un cesareo: tutto si è fatto in casa, non è atteso un erede, la dinastia non è in pericolo e si può ben darci un taglio.
Sono circa le 2,40 quando finalmente Sir William Joynson-Hicks informa il primo ministro che è nata la figlia del principe Albert, secondogenito di Sua Maestà re Giorgio V. Sarà l’ultima royal baby a dover nascere davanti a un testimone politico, curioso rituale inaugurato nel 1688 per Maria Beatrice d’Este, moglie del cattolico Giacomo II Stuart. Si temeva avrebbe potuto simulare la gravidanza e porre in culla un erede di ignoti natali. Quell’anno nacque sì un maschio, Giacomo Francesco Edoardo, ma a succedere al re fu poi la figlia Maria II, sposata Orange, che fu portata sul trono da quella che divenne nota come Gloriosa rivoluzione, insieme al ritorno della fede protestante in Gran Bretagna.
Il « Times » dedica al comunicato di Buckingham Palace uno scarno trafiletto, aggiungendovi bonario che « mamma e figlia stanno bene » . Il « Daily Sketch » si spinge a ricordare ai sudditi che la bimba (nata già Her Royal Highness e Princess of York ) è terza nella successione dopo Edward, principe di Galles, e il padre, principe Albert. Chiosando sapiente: anche la regina Vittoria era figlia di un quartogenito reale. Come dire: tutto è possibile anche nella noiosa dinastia Coburgo-Gotha. Forse confidando in un maschio a seguire, Albert scrive un biglietto ai severissimi genitori, il re Giorgio V e la regina Mary, che saranno i primi a vedere la bionda e rosea bimba. Sarà amore a prima vista.
La casa al 17 di Bruton Street non c’è più dal dopoguerra. Al suo posto un sontuoso ristorante cinese, mentre due targhe, una posta nel 1977 e una seconda, tonda, per il giubileo del 2012, ricordano la nascita di Elizabeth Alexandra Mary Windsor futura Sua Maestà Elisabetta II. In compenso, nella strada fitta di atelier, gallerie d’arte, pretenziose boutique, showroom di lusso, c’è ancora il Coach and Horses, il pub d’angolo dove si era brindato al lieto evento.
THE GOTHA CITY - In quale famiglia nasce Elisabetta? Suo padre, il principe Albert (Bertie) è sì attraente, nel modo languido dei discendenti maschi vittoriani, ma poco sano, balbetta vistosamente e ha frequenti scatti di nervi. La madre, Elizabeth Bowes-Lyon, pur non molto istruita (cosa normale per le figlie dell’aristocrazia terriera), è curiosa, ciarliera, brillante. Albert la corteggia a lungo, lei lo accetta solo dopo varie profferte, nel 1923. È lei a scioglierne la timidezza, a farlo ballare fino a notte fonda nei night londinesi, come il Metropole, a ritmo di jazz. È su sua insistenza che Bertie va in cura dal logopedista australiano Lionel Logue (nomen omen), nello studio di Harley Street a Marylebone. Il dottor Logue era noto per gli innovativi metodi terapeutici applicati su reduci della Prima guerra mondiale, che per i traumi subiti non erano in grado di parlare correttamente. A noi è più noto per il film
Il discorso del re di Tom Hooper (2010), dove Colin Firth è un adeguato Bertie, Geoffrey Rush un carismatico Logue e Helena Bonham Carter è una brillante Elizabeth, ruolo apripista per la serie The Crown, in cui sarà Margaret.
I nonni sono formali, severi, autoritari, conservatori nei costumi privati e nell’etichetta pubblica. Un lampante
esempio di un’epoca che con i bambini è stata avara di attenzioni e ha prodotto la psicanalisi. Sempre in frac e cravatta bianca il re, la regina Mary in lungo con la tiara, all’imbarazzante nome dei Sassonia-Coburgo-Gotha del principe consorte Albert rinunciarono nel 1917, quando fra cugini e zii si fecero una guerra che per poco non estinse mezza Europa.
Col nuovo nome di Windsor scelto a tavolino, Giorgio V volle chiudere con le origini tedesche e accreditare la famiglia verso le radici più antiche del popolo britannico. E per far comprendere quanto la famiglia muovesse a nobili sentimenti, quello stesso anno il re negò al cugino, lo zar Nicola II, l’asilo politico, in pratica condannandolo a morte. I Windsor paiono usciti da una vignetta di Gorey. Il re gestisce la famiglia con polso duro e una profusione di terrore soprattutto con i figli maschi, intollerante a ogni debolezza o fragilità. Pare che le sue ire siano all’origine della balbuzie di Albert, costretto anche a scrivere con la destra per correggere il mancinismo. Dando alla luce una bambina, Albert aveva quasi il terrore che non avrebbe reso fiero suo padre. Quanto poco si capissero fu chiaro dall’immediato entusiasmo del re e della regina di avere una nipotina: stravedono per lei, si sciolgono, le concedo-
no l’affetto negato ai figli. Il problema per il re era semmai che Edward non avesse intenzione di sposarsi e generare l’erede. Che, anzi, si ribellasse con ogni fibra del suo essere all’educazione paterna, disprezzando i suoi valori, la frugalità sfociante nell’avarizia.
La regina Mary, osservante scrupolosa del rito del tè delle cinque, vuole sempre accanto a sé la piccola, infiocchettata, mandandola a prendere con un’auto se si trova fuori da palazzo. È fotografata di continuo come una bambola adorna di gioielli, il sorriso aperto, i vezzi e le mossette. Lei chiama il re «Big Ears» e «Grandpa England».. E dai nonni assorbe la compostezza, la serietà, come portarsi in pubblico.
Elisabetta viene battezzata il 29 maggio a Buckingham Palace nel fonte d’oro massiccio con l’acqua del Giordano, avvolta nell’abito di satin e merletto eredità della principessa Vicky, primogenita
della regina Vittoria, e da quel momento abito cerimoniale di tutti gli eredi Windsor fino agli ultimi nati. Secondo le note della nonna Mary la poor baby pianse e strillò tanto che deve averne consumate molte, di lacrime, giacché la si vedrà molto raramente versarne, almeno in pubblico. Ritenendo assai improbabile che la bimba potesse mai accedere al trono, il re derogò alla regola vittoriana che tutti i discendenti in linea diretta per la successione portassero i nomi di Albert e Vittoria.
La prima apparizione di Elisabetta al pubblico avviene il 27 giugno 1927, in braccio alla nonna Mary dal tradizionale balcone di Buckingham Palace.
È nella villa nell’Hertfordshire, a Woolmers Park, magione di Giorgio V distesa su 6.500 metri quadrati con oltre duecento acri di terra intorno, uno dei ricordi d’infanzia più felici: il primo pony, Peggy, regalo del nonno per i quattro anni.

NANNY - Com’è uso nell’aristocrazia soprattutto dell’Ottocento, Elisabetta da subito viene affidata alle bambinaie. La prima è Clara «Allah» Knight, già tata della duchessa di York, quindi Margaret «Bobo» MacDonald, che resterà con la regina per quasi settant’anni e ne sarà una delle pochissime confidenti. Per il primo compleanno, 21 aprile 1927, i genitori sono lontani per un viaggio di Stato lungo sei mesi, a rafforzare il legame con le colonie di Australia e Nuova Zelanda, insofferenti per la lontananza della monarchia. Re Giorgio è troppo anziano ormai per viaggiare, ci vanno quindi gli York, la coppia giovane, affidabile. I nonni sono a Cardiff. Nel pomeriggio Elisabetta va in carrozza a Eton con i cugini più grandi, George e Gerald Lascelles, figli della zia principessa Mary. Allah è una vivace ma inflessibile educatrice, grazie a lei la piccola forgia un carattere rigoroso e posato. È lei che la fa uscire dalla carrozzina, le mostra le foto dei genitori lontani e le fa dire mummy (l’aneddoto riporta che per un po’ la bambina con mummy intenderà la foto, non sua madre). Supponendo una punta di orgoglio tatesco, la porta a spasso a Hyde Park nella carrozzina aperta, mostrandola ai passanti eccitati dall’inattesa sorpresa. Bobo, di ventisei anni, figlia di un ferro-
viere di Inverness nelle Highlands, entra in scena con la nascita di Margaret per riorganizzare la nursery: è la compagna più mite, piacevole, affezionata (tanto da avere in assegnazione un appartamento a palazzo e pure una cabina sul panfilo Britannia, accudita fino agli ultimi giorni di vita. Bobo è l’unica non di famiglia che può chiamarla Lilibet: la storpiatura che Elisabetta stessa fa del suo nome, una specie di «Tillybet» che resterà il nomignolo riservato agli affetti più cari.
A due anni è omaggiata a Balmoral da Winston Churchill, cancelliere dello scacchiere, che ne coglie il cipiglio serio, pensoso, « sbalorditivo per una bimbetta » .
A tre anni, Lilibet è in copertina su « Time » , prima di tante altre. Negli Stati Uniti le bambine copiano il suo look, vestite di giallo dopo aver saputo che il colore preferito dalla madre per il corredo e per la nursery.
UNA GIORNATA POCO PARTICOLARE A ROYAL LODGE
9,30-11 • aritmetica, storia, geografia, danza e musica. E un po’ di francese, naturalmente, con le governanti Mrs Montaudon-Smith e Ms Guerin.
La giornata è quella classica dell’aristocrazia inglese: quindici minuti di high jinks (giochi chiassosi dei bimbi) nella stanza dei genitori al risveglio. Talvolta è concesso di far visita alla madre nella sua camera, dove riservato il privilegio della colazione a letto.
11 • un succo d’arancia, i giochi in giardino.
6 • cena. Quindi, un po’ di carte.
La giornata finisce con il bagno (momento molto atteso e piacevole) e a letto presto, come da sana e tradizionale vita di campagna.
• riposo di mezz’ora e un’ora di letture ad alta voce.
• pranzo con i genitori.
• danza, canto, esercizi. Passeggiata, giochi all’aperto.
5 • Il tè. Visita ai genitori.
Finito di stampare nel mese di agosto 2021 presso Reggiani Print S.r.l, Brezzo di Bedero (VA)
DA REGINA A ICONA POP, DA SIMBOLO CONSERVATORE
A EMBLEMA DI UN SECOLO. ELISABETTA COME
SPECCHIO DEL ’900 E DEI MUTAMENTI DELLA CULTURA
OCCIDENTALE CHE HA RAPPRESENTATO CON IL REGNO