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Emily di New Moon 2. Emily cresce

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Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874

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e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con Anna dai Gallucci con una nuova traduzione di grande successo. Tradotte in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recentissima fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo. La trilogia di Emily, da cui sono stati tratti anche una serie televisiva e un cartone animato, è ispirata all’infanzia dell’autrice ed è considerata dalla critica letteraria

Lasciato definitivamente alle spalle il magico periodo dell’infanzia, di fronte a Emily si apre un futuro pieno di possibilità. A New Moon si sente a casa, ma il mondo la chiama ed è giunto il momento di capire se il suo sogno di diventare scrittrice è destinato a realizzarsi. C’è però anche un altro sogno che Emily accarezza mentre affronta il delicato passaggio da bambina a donna. Riguarda un certo amico d’infanzia verso il quale comincia a provare sentimenti nuovi, tanto profondi e delicati, quanto sconosciuti e misteriosi.

L . M . Montgomery

capelli rossi, primo di una serie di otto romanzi, tutti pubblicati da

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E M I LY CRE SCE

il vero capolavoro della Montgomery.

ISBN 978-88-3624-316-7

Immagine di copertina: © Ildiko Neer / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

Consigliato dai ai anni

12 99

€ 13,90

E MILY CRESCE

“L’aria fresca era intessuta di voci seducenti, quella intermittente delle gocce d’acqua che cadevano dai rami degli aceri alle loro spalle, quella misteriosa della Donna del Vento tutto intorno alla chiesetta bianca, la voce lontana e intrigante del mare e un’altra ancora più sottile e preziosa: la voce flebile, remota e distaccata della notte”.

Lucy Maud Montgomery traduzione di Angela Ricci

Quando torno da scuola devo sbrigare le faccende e mi rimane solo la sera per studiare, perciò non mi restano momenti per scrivere. So che zia Elizabeth e zia Ruth si sono accordate su questo, ma io devo scrivere, perciò la mattina mi alzo all’alba, mi vesto, mi metto la giacca – le mattine adesso sono freddissime – e mi siedo a scrivere per una preziosa ora. Non volevo che zia Ruth lo scoprisse per caso e mi dicesse per l’ennesima volta che sono falsa, perciò gliel’ho detto. Lei mi ha fatto capire che la trovava una follia e che probabilmente sarei finita in manicomio, però non me lo ha proibito, immagino abbia pensato che non sarebbe servito a niente. E infatti è così. Io devo scrivere, non posso farne a meno. Quell’ora grigia del mattino è la più bella di tutta la giornata per me.


Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874

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e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con Anna dai Gallucci con una nuova traduzione di grande successo. Tradotte in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recentissima fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo. La trilogia di Emily, da cui sono stati tratti anche una serie televisiva e un cartone animato, è ispirata all’infanzia dell’autrice ed è considerata dalla critica letteraria

Lasciato definitivamente alle spalle il magico periodo dell’infanzia, di fronte a Emily si apre un futuro pieno di possibilità. A New Moon si sente a casa, ma il mondo la chiama ed è giunto il momento di capire se il suo sogno di diventare scrittrice è destinato a realizzarsi. C’è però anche un altro sogno che Emily accarezza mentre affronta il delicato passaggio da bambina a donna. Riguarda un certo amico d’infanzia verso il quale comincia a provare sentimenti nuovi, tanto profondi e delicati, quanto sconosciuti e misteriosi.

L . M . Montgomery

capelli rossi, primo di una serie di otto romanzi, tutti pubblicati da

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E M I LY CRE SCE

il vero capolavoro della Montgomery.

ISBN 978-88-3624-316-7

Immagine di copertina: © Ildiko Neer / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

Consigliato dai ai anni

12 99

€ 13,90

E MILY CRESCE

“L’aria fresca era intessuta di voci seducenti, quella intermittente delle gocce d’acqua che cadevano dai rami degli aceri alle loro spalle, quella misteriosa della Donna del Vento tutto intorno alla chiesetta bianca, la voce lontana e intrigante del mare e un’altra ancora più sottile e preziosa: la voce flebile, remota e distaccata della notte”.

Lucy Maud Montgomery traduzione di Angela Ricci

Quando torno da scuola devo sbrigare le faccende e mi rimane solo la sera per studiare, perciò non mi restano momenti per scrivere. So che zia Elizabeth e zia Ruth si sono accordate su questo, ma io devo scrivere, perciò la mattina mi alzo all’alba, mi vesto, mi metto la giacca – le mattine adesso sono freddissime – e mi siedo a scrivere per una preziosa ora. Non volevo che zia Ruth lo scoprisse per caso e mi dicesse per l’ennesima volta che sono falsa, perciò gliel’ho detto. Lei mi ha fatto capire che la trovava una follia e che probabilmente sarei finita in manicomio, però non me lo ha proibito, immagino abbia pensato che non sarebbe servito a niente. E infatti è così. Io devo scrivere, non posso farne a meno. Quell’ora grigia del mattino è la più bella di tutta la giornata per me.


UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Lucy Maud Montgomery Emily cresce traduzione dall’inglese di Angela Ricci ISBN 978-88-3624-316-7 Prima edizione italiana febbraio 2022 ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2026 2025 2024 2023 2022 © 2022 Carlo Gallucci editore srl - Roma Titolo originale: Emily Climbs

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Se non riesci a procurarti un nostro titolo in libreria, ordinalo su: galluccieditore.com

Il marchio FSC® garantisce che questo volume è realizzato con carta proveniente da foreste gestite in maniera corretta e responsabile e da altre fonti controllate, secondo rigorosi standard ambientali, sociali ed ® economici. L’FSC (Forest Stewardship Council®) è una Organizzazione non governativa internazionale, indipendente e senza scopo di lucro, che include tra i suoi membri gruppi ambientalisti e sociali, proprietari forestali, industrie che lavorano e commerciano il legno, scienziati e tecnici che operano insieme per migliorare la gestione delle foreste in tutto il mondo. Per maggiori informazioni vai su https://ic.fsc.org/en e https://it.fsc.org/it-it Tutti i diritti riservati. Senza il consenso scritto dell’editore nessuna parte di questo libro può essere riprodotta o trasmessa in qualsiasi forma e da qualsiasi mezzo, elettronico o meccanico, né fotocopiata, registrata o trattata da sistemi di memorizzazione e recupero delle informazioni.


Lucy Maud Montgomery

Emily cresce ROMANZO 2

traduzione dall’inglese di Angela Ricci


Scrivere finché si può

Una tempestosa sera di febbraio di tanti anni fa, quando il mondo non era ancora finito gambe all’aria, Emily Byrd Starr era da sola nella sua stanza, nella vecchia fattoria di New Moon. Per lei quello era un momento di felicità perfetta, il massimo che sia consentito a un essere umano. Zia Elizabeth, a fronte del gelo di quella notte, le aveva permesso di accendere il fuoco nel suo piccolo caminetto, una concessione più unica che rara. Adesso le fiamme bruciavano allegre, diffondendo una luce rossa e oro nella stanzetta immacolata, con i suoi mobili antichi e le nicchie che ospitavano le finestre dall’ampio davanzale, sui cui vetri gelati i fiocchi di neve si ammucchiavano in piccole ghirlande. Tutto questo donava un’aura di profondità e mistero allo specchio appeso alla parete, che rifletteva Emily rannicchiata sull’ottomana davanti al fuoco, intenta a scrivere alla luce di due alte candele – l’unica fonte di illuminazione approvata a New Moon – su un “quaderno del cugino Jimmy”, lucido, nero e nuovo di zecca, visto che il cugino Jimmy glielo aveva regalato proprio quel giorno. Emily era stata molto felice di riceverlo, perché aveva già finito quello dell’autunno precedente e per più di una settimana aveva dovuto sopportare acute fitte di frustrazione per l’impossibilità di scrivere il suo “diario” inesistente. 5


Emily cresce

Quel diario era diventato un elemento importantissimo nella sua giovane e intensa vita e aveva preso il posto di certe “lettere” che scriveva da bambina al padre defunto, per sfogare problemi e preoccupazioni. Perché anche in quel magico periodo intorno ai quattordici anni si hanno problemi e preoccupazioni, specialmente se si è sottoposti all’autorità severa e benintenzionata, ma di certo ben poco tenera, di una zia come Elizabeth Murray. A volte Emily pensava che se non fosse stato per il diario avrebbe finito per esplodere, consumata dalle sue emozioni. I grossi quaderni del cugino Jimmy erano per lei amici e confidenti, soprattutto per quanto riguardava certi argomenti che morivano dalla voglia di uscire fuori, pur essendo troppo scottanti per essere affidati a orecchie umane. Non era cosa facile trovare carta per scrivere a New Moon, e se non fosse stato per il cugino Jimmy forse Emily non ne avrebbe mai avuta. Di certo zia Elizabeth non gliene avrebbe fornita, giacché pensava che Emily sprecasse fin troppo tempo a “scrivere sciocchezze”, e zia Laura non osava contraddirla, anche perché in cuor suo pure lei riteneva che Emily potesse impiegare meglio il suo tempo. Zia Laura era un tesoro di donna, ma certe cose proprio non le capiva. Il cugino Jimmy, da parte sua, non aveva alcuna paura di zia Elizabeth. Quando gli veniva in mente che Emily potesse aver bisogno di un nuovo quaderno, quello si materializzava immediatamente, in barba agli sguardi di disapprovazione di zia Elizabeth. Quel giorno era andato fino a Shrewsbury, sfidando la tempesta incombente, con l’unico obiettivo di comprarlo. E quindi ora Emily era felice, avvolta dalla luce soffusa e confortevole del caminetto, mentre il vento fuori soffiava e urlava tra i grandi e antichi alberi a nord di New Moon e faceva turbinare gigantesche e spettrali ghirlande di neve per tutto il celeberrimo giardino del cugino Jimmy, oltrepassando la meridiana 6


Scrivere finché si può

e sibilando inquieto fra le Tre Principesse, come Emily amava chiamare i tre alti pioppi che crescevano in un angolo. “Mi piacciono le tempeste così, se è una sera in cui non devo uscire” scriveva. Il cugino Jimmy e io abbiamo passato una splendida serata a progettare il giardino, scegliendo semi e piante dal catalogo. Nel punto in cui ora si sta ammucchiando più neve, dietro al gazebo, metteremo un’aiuola di aster rosa, e daremo a quelli dorati – che adesso dormono sotto la coltre di neve – una base di cespugli di mandorlo ornamentale. Adoro progettare le giornate estive nel bel mezzo di una tempesta. Mi fa sentire come se stessi riportando una vittoria su qualcosa di molto più grande di me, semplicemente perché io ho un cervello, mentre la tempesta è solo una forza bianca e cieca. Terribile, ma cieca. Provo la stessa sensazione quando me ne sto seduta al calduccio vicino al mio caro fuocherello e la sento infuriare tutto intorno a me, e posso riderle in faccia. Tutto grazie al trisavolo Murray che più di cent’anni fa ha costruito questa casa, e l’ha costruita bene. Chissà se tra cent’anni qualcuno vincerà una battaglia grazie a qualcosa che io ho lasciato, oppure ho fatto. È un pensiero ispiratore. Ho scritto le ultime due parole in corsivo prima di ricordare quello che mi dice sempre il signor Carpenter, che lo uso troppo. Dice che il corsivo è un’ossessione del primo periodo vittoriano e devo sforzarmi di liberarmene. Dopo aver controllato sul dizionario ho deciso che era il caso, perché essere ossessionati non è evidentemente una bella cosa, anche se essere posseduti mi pare di gran lunga peggiore. Eccolo di nuovo! Ma in questo caso credo che sia appropriato. Ho letto il dizionario per un’ora intera, finché zia Elizabeth si è insospettita e ha suggerito che forse era meglio se riprendevo la maglia e

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Emily cresce

mi mettevo a lavorare alle mie calze a costine. Non avrebbe saputo dire con precisione perché fosse sbagliato passare tutto quel tempo a leggere il dizionario, ma era sicura che lo fosse perché lei non lo fa mai. Io adoro leggere il dizionario (sì, qui il corsivo è necessario, signor Carpenter, un semplice “adoro” non esprimerebbe appieno i miei sentimenti!), le parole sono davvero affascinanti (qui mi sono fermata in tempo, alle prime due sillabe!). Il suono che hanno alcune… “spettrale” o “mistico”, per esempio, mi suscita sempre il lampo (oh beh! Il lampo non posso non metterlo in corsivo. Non è un evento normale, è la cosa più straordinaria e meravigliosa della mia vita. Quando arriva mi sento come se nel muro di fronte a me si aprisse una porta e riuscissi a sbirciare un frammento di… sì, di paradiso. Ancora corsivi! Oh, ora capisco perché il signor Carpenter mi sgrida! Devo liberarmi di questa abitudine). Le parole lunghe non sono mai belle: “criminoso”, “disubbidiente”, “internazionale”, “incostituzionale”. Mi ricordano le orribili dalie giganti e i crisantemi della fiera dove il cugino Jimmy mi ha portata l’autunno scorso, a Charlottetown. Non ci abbiamo trovato niente di bello, anche se un sacco di gente pensava che fossero meravigliose. I crisantemi gialli del cugino Jimmy, che assomigliano a piccole stelle fatate e splendenti sullo sfondo dell’abetaia, nell’angolo a nord-ovest del giardino, erano dieci volte più belli. Ma sto divagando dall’argomento principale, un’altra mia pessima abitudine, secondo il signor Carpenter. Lui dice che devo (qui il corsivo ce lo ha messo lui!) imparare a concentrarmi, un’altra parola molto lunga e molto brutta. Comunque, mi sono divertita molto a leggere il dizionario, molto più che a fare le calze a costine. Mi piacerebbe davvero tanto averne un paio di seta, un paio solo mi basterebbe. Ilse ne ha tre. Suo padre le concede tutto quello che vuole, adesso che ha imparato a volerle bene. Zia Elizabeth però dice che le calze di seta sono immorali. Chissà perché, e chissà se anche gli abiti di seta allora lo sono.

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Scrivere finché si può

A proposito di abiti di seta, zia Janey Milburn, di Derry Pond (non è davvero una parente, ma la chiamano tutti così) ha fatto voto di non indossare mai più un abito di seta finché tutto il mondo pagano non si sarà convertito alla cristianità. Che brava. Vorrei essere brava come lei, ma proprio non ne sono capace, la seta mi piace troppo, è un tessuto così ricco e splendido. Mi piacerebbe poterla indossare sempre, e se potessi permettermelo lo farei, anche se immagino che il pensiero della cara vecchia zia Janey e del mondo pagano mi farebbe un po’ rimordere la coscienza. In ogni caso ci vorranno anni, se mai accadrà, prima che possa permettermi di compare anche un solo abito di seta. Nel frattempo ogni mese do ai missionari un po’ dei soldi che guadagno con le uova (adesso ho cinque galline, tutte discendenti della pollastra grigia che Perry mi regalò per il mio dodicesimo compleanno). Se mai dovessi riuscire davvero a comprarmi questo unico abito di seta, so già come sarà. Di certo non nero, né marrone, né blu scuro, questi sono i colori pratici e di buonsenso che i Murray di New Moon indossano sempre. No, no! Il mio abito sarà di seta cangiante, sembrerà azzurro sotto una certa luce e argento sotto un’altra, come il cielo al tramonto quando lo guardi da dietro il vetro ghiacciato di una finestra. E avrà anche dei pizzi qua e là, simili a quelle piccole piume di neve che vedo posarsi sulla mia di finestra. Teddy ha detto che mi farà un ritratto mentre lo indosso e lo chiamerà La fanciulla di ghiaccio. Zia Laura invece sorride e mi dice in quel tono dolce e condiscendente, che detesto persino nella mia cara zia: «Ma a cosa ti servirebbe un abito così, Emily?» «Probabilmente a nulla, ma diventerebbe come una parte di me, qualcosa che è cresciuto insieme a me, non un semplice abito che ho comprato e indossato. Spero proprio di avere un abito come quello prima o poi. E una sottana di seta da metterci sotto… e delle calze di seta!» Ilse adesso ce l’ha un abito di seta, di un bel rosa acceso. Zia Elizabeth dice che il dottor Burnley veste Ilse con abiti troppo dispendiosi e

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Emily cresce

da adulta, ma in realtà lui vuole farsi perdonare per tutti gli anni in cui non l’ha vestita affatto (non che andasse in giro nuda, ma per quanto riguardava il dottor Burnley avrebbe pure potuto farlo. Dei vestiti di Ilse se ne occupava qualcun altro). Ora fa tutto quello che vuole Ilse e gliela dà sempre vinta. Zia Elizabeth dice che non le fa bene, ma a volte io la invidio un po’. Lo so che non si fa, ma non riesco a evitarlo. Il dottor Burnley la manderà al liceo di Shrewsbury l’autunno prossimo, e poi a Montréal a studiare dizione. Ecco perché la invidio, non per l’abito di seta. Vorrei tanto che zia Elizabeth mi lasciasse andare a Shrewsbury, ma temo che non lo farà mai. Dice che deve tenermi d’occhio, per via di mia madre che è scappata con mio padre. Ma non deve aver paura che lo faccia anche io. Ho deciso che non mi sposerò mai. Sarò sposata alla mia arte. Anche Teddy vorrebbe andare a Shrewsbury l’autunno prossimo, ma nemmeno sua madre vuole che vada. Non perché ha paura che scappi con qualcuna, ma perché gli vuole troppo bene e non sopporta di separarsi da lui. Teddy vuole diventare un artista e il signor Carpenter dice che ha talento e dovrebbe avere almeno un’opportunità, ma hanno tutti paura di dirlo alla signora Kent. È una donnina esile, non più alta di me, silenziosa e timida, eppure tutti hanno paura di lei. Io di sicuro ne ho, mi fa una paura terribile. Ho sempre saputo di non piacerle, fin dal primo giorno in cui io e Ilse siamo salite a Tansy Patch per giocare con Teddy. Adesso però ha preso proprio a odiarmi, ne sono sicura, per l’unica ragione che piaccio a Teddy. Non sopporta l’idea che a lui piaccia qualcuno che non sia lei. È gelosa persino dei suoi disegni, perciò dubito che lui abbia qualche possibilità di andare davvero a Shrewsbury. Perry invece ci andrà. Non ha un centesimo in tasca, ma lavorerà per mantenersi. Per questo dice che preferisce Shrewsbury alla Queen’s Academy, secondo lui è più facile trovare lavoro lì, e gli alloggi costano meno.

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Scrivere finché si può

«Quella vecchiaccia di zia Tom ce li avrebbe anche i soldi» mi ha detto «ma non me li darà, a meno che... a meno che…» A quel punto mi ha lanciato un’occhiata eloquente. Io non ho potuto fare a meno di arrossire e poi mi sono infuriata con me stessa per averlo fatto, e anche con Perry perché la sua era un’allusione a qualcosa di cui non voglio parlare, quella volta, tanto tempo fa, in cui zia Tom mi ha aspettata nel boschetto di John Superbia e mi ha spaventata a morte pretendendo che promettessi di sposare Perry da grande, nel qual caso lo avrebbe fatto studiare. Non ne ho mai parlato a nessuno perché mi vergogno, l’ho raccontato solo a Ilse e lei ha detto: «Ma tu guarda, la zia Tom che aspira a una Murray per Perry!» Ilse se la prende sempre tantissimo con lui, litigano quasi sempre, e per cose che a me fanno al massimo sorridere. A Perry non piace che qualcun altro sia più bravo di lui, non importa in cosa. La scorsa settimana eravamo alla festa di Amy Moore, e suo zio ci ha raccontato la storia di uno stranissimo vitello con tre zampe che aveva visto. E allora Perry ha detto: «Ah, ma non è niente in confronto alla papera che ho visto una volta in Norvegia». (C’è stato veramente in Norvegia, quando era piccolo navigava in lungo e in largo con suo padre. Però alla storia della papera non ci credo. Non che stesse proprio mentendo, solo romanzando un po’ la faccenda. Caro signor Carpenter, senza corsivi proprio non ce la faccio). La papera di Perry, stando a quel che diceva lui, aveva quattro zampe. Due erano dove le hanno tutte le papere, le altre due invece spuntavano dal dorso. Quando si stancava di usare quelle normali, si rigirava e passava al secondo paio! Perry ha raccontato questa panzana con una faccia serissima, tutti hanno riso e lo zio di Amy gli ha detto: «Hai vinto tu, Perry!» Ilse invece si è infuriata e non gli ha parlato per tutto il tragitto fino a casa. Ha detto che si era reso ridicolo con quel tentativo di “mettersi in mostra”

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Emily cresce

grazie a quella stupida storia, e che un gentiluomo non si sarebbe mai comportato così. Perry allora ha detto: «Non sono un gentiluomo, sono un semplice garzone, ma un giorno, signorina Ilse, sarò il gentiluomo più raffinato che tu abbia mai conosciuto» «Gentiluomini si nasce» ha detto Ilse in tono antipatico «non ci si diventa, sai?» Adesso, quando litiga con me o con Perry, Ilse ha quasi smesso di lanciare insulti a pioggia e ha preso a dire frasi crudeli e taglienti. Fanno molto più male degli insulti di una volta, ma in realtà non ci bado più di tanto, o almeno non troppo a lungo, perché so che Ilse non pensa davvero quelle cose e mi vuole bene come io ne voglio a lei. Perry invece se la lega al dito. Non si sono più rivolti la parola fino a casa, e il giorno dopo Ilse lo ha rimproverato di nuovo per la sua grammatica e per non essersi alzato all’ingresso di una signora nella stanza. «Certo, questo non ci si può aspettare che lo sapessi» ha detto in tono più antipatico che mai «però il signor Carpenter ha fatto del suo meglio per insegnarti la grammatica corretta». Perry non ha detto una parola e si è voltato verso di me. «Me lo puoi dire tu quando sbaglio?» mi ha chiesto. «Non mi dispiace se lo fai tu. Anche perché sarai tu a dovermi sopportare da grande, non Ilse». Lo ha detto per far arrabbiare Ilse, ma ha fatto arrabbiare anche me, perché era l’ennesima allusione a un argomento proibito. E quindi è andata a finire che nessuna di noi due gli ha parlato per due giorni, anche se lui ha detto che è stata una gradita pausa dai rimproveri di Ilse. Perry non è stato il solo a coprirsi di ridicolo a New Moon. Ieri sera ho detto una sciocchezza che mi fa ancora arrossire quando ci ripenso. La Società di Mutuo Soccorso femminile si è riunita qui ieri, e zia Elizabeth ha preparato una cena a cui hanno partecipato anche i mariti. Io

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Scrivere finché si può

e Ilse avevamo il compito di servire a tavola, in cucina perché il tavolo della sala da pranzo non era abbastanza grande. All’inizio è stato divertente, poi una volta serviti tutti quanti, ho cominciato ad annoiarmi un po’ e mi sono messa a comporre una poesia mentre guardavo il giardino fuori dalla finestra. Era uno spettacolo così interessante che mi sono subito dimenticata di tutto il resto, finché ho sentito zia Elizabeth dire: «Emily» in tono molto brusco, e lanciare un’occhiata eloquente in direzione del signor Johnson, il nostro nuovo pastore. Io mi sono confusa, ho preso la teiera e ho esclamato: «Oh scusi, signor Tè, vuole dell’altro Johnson?» Sono scoppiati tutti a ridere, zia Elizabeth aveva un’aria disgustata, zia Laura delusa, e io avrei voluto sprofondare. Ieri notte non sono riuscita a dormire per un bel pezzo perché continuavo a pensarci. La cosa strana è che sono sicura di aver provato molta più vergogna e umiliazione che se avessi fatto qualcosa di veramente sbagliato. È l’orgoglio dei Murray questo, lo so, e non è una cosa bella. Qualche volta ho paura che zia Ruth Dutton abbia ragione a pensare male di me, dopotutto. Ma no che non ce l’ha! Tuttavia, è una tradizione di New Moon che le donne sappiano essere sempre all’altezza di ogni situazione, dimostrando grazia e contegno. Beh, la domanda che ho fatto al pastore non dimostrava nessuna delle due cose. Sono sicura che ci ripenserà ogni volta che ci rivedremo e io rabbrividirò sempre quando il suo occhio si poserà su di me. Adesso che ho scritto tutto nel mio diario però, non mi fa più sentire così male. Niente di ciò che si pensa o si prova sembra mai così grande o terribile – e neanche così bello e magnifico, purtroppo – quando lo si mette su carta. Sembra quasi restringersi quando lo si traspone in parole. Persino il verso che avevo composto prima di fare quell’assurda domanda non mi sembra più così bello dopo averlo scritto. Là dove si stende l’oscurità vellutata.

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Emily cresce

No, non lo è più. È come se avesse perso il suo spirito. Eppure mentre me ne stavo lì, in mezzo alla gente che mangiava e chiacchierava, ho visto l’oscurità che si stendeva dolcemente sul giardino e sulle colline, simile a una donna bellissima vestita di ombre, con le stelle al posto degli occhi, e allora è arrivato il lampo e ho dimenticato tutto, tranne il desiderio di mettere un po’ della bellezza che percepivo nelle parole della mia poesia. Quando mi è venuto in mente quel verso non ho avuto la sensazione di averlo composto, è stato come se Qualcos’Altro stesse tentando di parlare attraverso di me, ed era quel Qualcos’Altro a far sembrare il verso così meraviglioso. Adesso che se ne è andato, invece, le parole mi sembrano piatte e sciocche, e l’immagine che ho tentato di descrivere per loro tramite non la trovo più così splendida, dopotutto. Oh, se solo riuscissi a mettere in parole il mondo per come lo vedo! Il signor Carpenter dice sempre: «Tenta, ritenta, e continua a tentare. Le parole sono il tuo mezzo, rendile tue schiave finché non diranno esattamente ciò che vuoi che dicano». È così, e io tento di farcela, ma mi sembra sempre che ci sia qualcosa che va al di là delle parole, di tutte le parole, tutte le parole che esistono. Qualcosa che sfugge sempre ogni volta che provi ad afferrarlo, eppure ti lascia in mano una parte di sé, che non avresti avuto se non avessi tentato di avere tutto. Mi è tornato in mente un giorno dello scorso autunno, quando io e Dean abbiamo fatto una passeggiata sulla Montagna Dilettevole, fino alla foresta che c’è alle sue spalle. Per la maggior parte è un’abetaia, ma ci sono anche degli splendidi pini antichi. Ci siamo seduti proprio là sotto e Dean mi ha letto ad alta voce Peveril del Picco e alcune poesie di Walter Scott. Poi ha alzato lo sguardo sui grossi rami frondosi e ha detto: «Tra questi pini mormorano gli dèi, gli dèi delle antiche terre nordiche, quelli delle saghe vichinghe. Conosci i versi di Emerson, Stella?» E poi me li ha recitati, e da allora li ricordo a memoria e li adoro.

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Scrivere finché si può

Tra i sospiri delle colline mormorano gli dèi, parlano tra le fronde scosse del pino, e colmano la lingua di terra sulla costa antica con il loro dialogo divino. Il poeta che ode per caso una sola parola del loro dire diventa un predestinato tra gli uomini, e a lui si piegano le ere. Oh, quella “sola parola”, ecco cos’è il Qualcosa che mi sfugge. Rimango sempre in ascolto, anche se so che non riuscirò mai a sentirlo, perché il mio orecchio non è fatto per questo, ma sono certa che qualche volta ne percepisco un’eco lontana e debole, e allora provo un piacere che assomiglia quasi a dolore, insieme alla disperazione perché nessuna parola che conosco sarà mai capace di trasmettere tanta bellezza. In ogni caso è proprio un peccato che mi sia resa così ridicola subito dopo una meravigliosa esperienza di questo genere. Se fossi scivolata alle spalle del signor Johnson, vellutata come l’oscurità, e gli avessi versato il tè dalla teiera argentata della bisnonna Murray, simile alla mia donna vestita di ombre che riversa la notte in quella tazza candida che è la Valle di Blair, zia Elizabeth sarebbe stata orgogliosa di me, molto più che se avessi scritto la più splendida delle poesie. Con il cugino Jimmy è diverso. Stasera, quando abbiamo finito con il catalogo, gli ho recitato i miei versi e lui li ha trovati bellissimi (ma non poteva immaginare quanto fossero lontani da ciò che avevo visto con l’occhio della mente). Anche il cugino Jimmy scrive poesie, e per certi versi è davvero intelligente. Per altri invece, nella parte del suo cervello che è rimasta ferita quando zia Elizabeth lo ha fatto cadere nel pozzo di New Moon, non è niente. C’è solo vuoto lì. E quindi la gente lo chiama scemo, e zia Ruth ha osato dire che non ha proprio sale in

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zucca. Eppure se si riuscisse a mettere insieme tutte le sue parti intelligenti, non ci sarebbe nessuno più cervellone di lui in tutta Blair Water, nemmeno il signor Carpenter. Il problema è che quelle parti non si possono mettere insieme, ci sono sempre quei vuoti tra l’una e l’altra. Io però voglio tanto bene al cugino Jimmy, e non ho per niente paura di lui quando fa discorsi strani. Tutti gli altri invece sì, persino zia Elizabeth, anche se nel suo caso forse è più rimorso che paura. L’altra eccezione è Perry. Si vanta sempre di non aver paura di nulla, di non sapere proprio cosa sia la paura. Credo che sia meraviglioso, vorrei proprio essere così impavida. Il signor Carpenter dice che la paura è un sentimento ignobile ed è la causa di quasi tutti i mali e gli odi del mondo. «Liberatene, vecchia mia» dice sempre. «Scacciala via dal tuo cuore. La paura è un’ammissione di debolezza, vuol dire che ciò che temi è più forte di te, o almeno che tu pensi che lo sia, altrimenti non ne avresti paura. Ricorda cosa dice Emerson: fa’ sempre tutto ciò che hai paura di fare». Ma quello è un principio utopico, come ha detto Dean, e non credo proprio che riuscirò mai ad attenermici. A essere sinceri, ho paura di un sacco di cose, mentre tra le persone ce ne sono soltanto due che mi terrorizzano. Una è la signora Kent, l’altra è Morrison il Pazzo. Mi fa una paura tremenda, ma credo che la faccia quasi a tutti. Abita a Derry Pond, ma non sta quasi mai a casa perché vaga per le campagne cercando la sua sposa perduta. Era sposato solo da poche settimane quando sua moglie morì, tanti anni fa, e da allora non è più stato normale. Continua a dire che lei non è morta, si è solo persa, e prima o poi lui la ritroverà. È diventato vecchio e curvo a furia di cercarla, ma la immagina ancora giovane e bella. L’estate scorsa è passato di qui un giorno, però non è entrato. Si è solo affacciato alla finestra della cucina e ha chiesto sconsolato: «È qui Annie?» È stato molto garbato in quell’occasione, ma a volte può

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diventare selvaggio e violento. Dice che sente sempre Annie che lo chiama, che la sua voce danza sempre a poca distanza da lui, ma sempre irraggiungibile, come per me la parola pronunciata dagli dèi. Ha il viso rugoso e scavato, assomiglia un po’ a una scimmia molto molto vecchia, ma la cosa che mi fa più paura di lui è la sua mano destra, che ha sopra una grande voglia tutta rossa. Non so davvero perché, ma quella mano mi riempie di puro terrore. Non ce la farei mai a toccarla. A volte poi lui ride tra sé e sé in un modo orribile. L’unico essere vivente di cui gli sembra importare è il vecchio cane nero che lo accompagna ovunque. La gente dice che non chiede mai l’elemosina per mangiare, se nessuno gli offre nulla fa la fame. Per il cane invece il cibo lo chiede. Mi fa davvero tanta paura, sono felice che non sia entrato in casa quel giorno. Zia Elizabeth lo ha guardato mentre si allontanava con i capelli grigi che volavano nel vento e ha detto: «Fairfax Morrison era un giovanotto molto intelligente e con ottime prospettive. Le vie del Signore sono davvero misteriose» «È per questo che sono così interessanti» ho aggiunto io. Ma zia Elizabeth si è accigliata e mi ha detto di non essere impertinente. Lo fa sempre quando dico qualcosa su Dio. Chissà perché. Non vuole nemmeno che io e Perry ne parliamo, anche se Perry è molto interessato all’argomento e ha detto che vuole scoprire tutto quel che c’è da sapere su di Lui. Una domenica pomeriggio però zia Elizabeth mi ha sentita raccontargli come immaginavo che fosse Dio, e ha detto che era uno scandalo. Ma non lo era! È solo che io e zia Elizabeth non abbiamo lo stesso Dio. Tutti ne hanno uno diverso, credo. Quello di zia Ruth per esempio è un Dio che punisce i suoi nemici e li giudica. Mi sembra che non abbia altra utilità per lei. Il Dio di Jim Cosgrain invece gli serve per bestemmiare. Zia Janey Milburn invece cammina sempre avvolta dalla luce del suo Dio, e ne risplende.

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Emily cresce

Beh, per questa sera basta scrivere, vado a dormire. So bene di aver “sprecato” molte parole qui nel mio diario, è un altro dei miei peccati letterari, secondo il signor Carpenter. «Tu sprechi le parole, vecchia mia, le usi con troppa generosità. Economia e moderazione, ecco cosa ti serve». Ovviamente ha ragione, e nei temi o nei racconto che scrivo cerco di mettere in pratica i suoi consigli, ma nel mio diario, che nessuno a parte me leggerà mai, almeno finché non sarò morta, mi piace lasciarmi andare.

Emily guardò la candela, anche quella, come la sua vena scrittoria, si era quasi esaurita. Sapeva di non poterne avere un’altra per quella sera, le regole di zia Elizabeth erano irrevocabili “come le leggi di Media e di Persia”. Ripose il diario nell’armadietto a destra del caminetto, spense le ultime braci del fuoco e soffiò sulla candela. La stanza si riempì lentamente della luce flebile, spettrale e innevata di quelle notti in cui la luna piena si nasconde dietro nubi di tempesta. Proprio mentre stava per infilarsi nel suo imponente letto nero, Emily fu colta da un’improvvisa ispirazione: una splendida nuova idea per un racconto. Lì per lì ebbe un brivido di riluttanza, la stanza si stava raffreddando, ma non poteva dire di no a quell’idea. Infilò la mano tra il rivestimento di piume del materasso e il pagliericcio e tirò fuori una mezza candela che aveva nascosto lì per le emergenze. Non era certo un comportamento ammodo, ma nessuno ha mai preteso, né pretenderà mai, che Emily fosse una ragazza ammodo. Non si scrivono libri sulle ragazze ammodo, sarebbero così noiosi che nessuno li leggerebbe. Accese la candela, infilò le calze ai piedi e si buttò addosso un cappotto pesante, poi prese un altro quaderno del cugino Jimmy, già 18


Scrivere finché si può

pieno per metà, e cominciò a scrivere alla luce malferma di quell’unica candela, che creava una piccola oasi nelle tenebre della stanza. In quell’oasi Emily scrisse, con la chioma scura china sul quaderno, mentre le ore della notte si inseguivano e gli altri abitanti di New Moon scivolavano in un sonno profondo. Aveva freddo ed era indolenzita, ma ne era a malapena consapevole. Le bruciavano gli occhi e aveva le guance in fiamme, le parole accorrevano come un esercito di spiriti obbedienti che rispondeva al richiamo della sua penna. Quando infine la candela si spense con un sibilo e un gorgoglio nella sua piccola pozza di sego, Emily tornò con un sospiro e un brivido alla realtà. Erano le due di notte, era stanchissima e infreddolita, ma aveva finito il racconto, il migliore che avesse mai scritto. Si rannicchiò nel suo freddo nido di coltri con un senso di completezza e di vittoria, scaturito dall’espressione del suo impulso creativo, e si addormentò cullata dal suono della tempesta che si affievoliva.

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Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Grafica Veneta spa (Trebaseleghe, PD) nel mese di gennaio 2022


Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874

2

e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con Anna dai Gallucci con una nuova traduzione di grande successo. Tradotte in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recentissima fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo. La trilogia di Emily, da cui sono stati tratti anche una serie televisiva e un cartone animato, è ispirata all’infanzia dell’autrice ed è considerata dalla critica letteraria

Lasciato definitivamente alle spalle il magico periodo dell’infanzia, di fronte a Emily si apre un futuro pieno di possibilità. A New Moon si sente a casa, ma il mondo la chiama ed è giunto il momento di capire se il suo sogno di diventare scrittrice è destinato a realizzarsi. C’è però anche un altro sogno che Emily accarezza mentre affronta il delicato passaggio da bambina a donna. Riguarda un certo amico d’infanzia verso il quale comincia a provare sentimenti nuovi, tanto profondi e delicati, quanto sconosciuti e misteriosi.

L . M . Montgomery

capelli rossi, primo di una serie di otto romanzi, tutti pubblicati da

2

E M I LY CRE SCE

il vero capolavoro della Montgomery.

ISBN 978-88-3624-316-7

Immagine di copertina: © Ildiko Neer / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

Consigliato dai ai anni

12 99

€ 13,90

E MILY CRESCE

“L’aria fresca era intessuta di voci seducenti, quella intermittente delle gocce d’acqua che cadevano dai rami degli aceri alle loro spalle, quella misteriosa della Donna del Vento tutto intorno alla chiesetta bianca, la voce lontana e intrigante del mare e un’altra ancora più sottile e preziosa: la voce flebile, remota e distaccata della notte”.

Lucy Maud Montgomery traduzione di Angela Ricci

Quando torno da scuola devo sbrigare le faccende e mi rimane solo la sera per studiare, perciò non mi restano momenti per scrivere. So che zia Elizabeth e zia Ruth si sono accordate su questo, ma io devo scrivere, perciò la mattina mi alzo all’alba, mi vesto, mi metto la giacca – le mattine adesso sono freddissime – e mi siedo a scrivere per una preziosa ora. Non volevo che zia Ruth lo scoprisse per caso e mi dicesse per l’ennesima volta che sono falsa, perciò gliel’ho detto. Lei mi ha fatto capire che la trovava una follia e che probabilmente sarei finita in manicomio, però non me lo ha proibito, immagino abbia pensato che non sarebbe servito a niente. E infatti è così. Io devo scrivere, non posso farne a meno. Quell’ora grigia del mattino è la più bella di tutta la giornata per me.


Lucy Maud Montgomery nacque a New London, in Canada, nel 1874

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e morì a Toronto nel 1942. Nella sua vita pubblicò numerosi libri per ragazzi, raggiungendo l’apice del successo nel 1908 con Anna dai Gallucci con una nuova traduzione di grande successo. Tradotte in decine di lingue, le storie di Anna hanno continuato ad avere seguito fino a oggi, grazie anche alla celebre serie animata giapponese che la tv italiana ha trasmesso a partire dal 1980 e alla recentissima fiction distribuita da Netflix in tutto il mondo. La trilogia di Emily, da cui sono stati tratti anche una serie televisiva e un cartone animato, è ispirata all’infanzia dell’autrice ed è considerata dalla critica letteraria

Lasciato definitivamente alle spalle il magico periodo dell’infanzia, di fronte a Emily si apre un futuro pieno di possibilità. A New Moon si sente a casa, ma il mondo la chiama ed è giunto il momento di capire se il suo sogno di diventare scrittrice è destinato a realizzarsi. C’è però anche un altro sogno che Emily accarezza mentre affronta il delicato passaggio da bambina a donna. Riguarda un certo amico d’infanzia verso il quale comincia a provare sentimenti nuovi, tanto profondi e delicati, quanto sconosciuti e misteriosi.

L . M . Montgomery

capelli rossi, primo di una serie di otto romanzi, tutti pubblicati da

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E M I LY CRE SCE

il vero capolavoro della Montgomery.

Immagine di copertina: © Ildiko Neer / Trevillion Images Progetto grafico: Camille Barrios / ushadesign

Consigliato dai ai anni

12 99

E MILY CRESCE

“L’aria fresca era intessuta di voci seducenti, quella intermittente delle gocce d’acqua che cadevano dai rami degli aceri alle loro spalle, quella misteriosa della Donna del Vento tutto intorno alla chiesetta bianca, la voce lontana e intrigante del mare e un’altra ancora più sottile e preziosa: la voce flebile, remota e distaccata della notte”.

Lucy Maud Montgomery traduzione di Angela Ricci

Quando torno da scuola devo sbrigare le faccende e mi rimane solo la sera per studiare, perciò non mi restano momenti per scrivere. So che zia Elizabeth e zia Ruth si sono accordate su questo, ma io devo scrivere, perciò la mattina mi alzo all’alba, mi vesto, mi metto la giacca – le mattine adesso sono freddissime – e mi siedo a scrivere per una preziosa ora. Non volevo che zia Ruth lo scoprisse per caso e mi dicesse per l’ennesima volta che sono falsa, perciò gliel’ho detto. Lei mi ha fatto capire che la trovava una follia e che probabilmente sarei finita in manicomio, però non me lo ha proibito, immagino abbia pensato che non sarebbe servito a niente. E infatti è così. Io devo scrivere, non posso farne a meno. Quell’ora grigia del mattino è la più bella di tutta la giornata per me.


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