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Doppio fallo

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DOPPIO FA LLO

romanzo
Isabelle Pandazopoulos

Ci prendevano spesso per gemelli, me e Ludo. Toccava poi a me ristabilire la verità, anche se vivevo l’obbligo di confessare come un affronto. Io ero solo il secondo, il più piccolo, la replica del primo, arrivato per caso, per sbaglio, nove mesi dopo il figlio perfetto.

Ludo lasciava sempre rispondere me. Percepivo che la cosa lo metteva a disagio, magari in fondo gli facevo anche un po’ pena, ma di certo lui preferiva il suo posto e io glielo invidiavo.

Mi chiamo Ulysse. È stata mia madre a scegliere questo nome eroico. Ho sempre pensato che questa scelta nascondesse il suo imbarazzo: ci voleva almeno questo per essere all’altezza di Ludo. Un grande nome per un misero ruolo.

Ma questo non bastava a spiegare la nostra rivalità, che era molto più complessa di una semplice questione di ruoli.

Isabelle Pandazopoulos

Doppio fallo

traduzione dal francese di Gaia Bartolesi

ISBN 979-12-221-0985-5

Prima edizione italiana febbraio 2026

ristampa 9 8 7 6 5 4 3 2 1 0

anno 2030 2029 2028 2027 2026 © 2026 Carlo Gallucci editore srl - Roma

Titolo dell’edizione originale francese:

Double faute © 2016 Éditions Gallimard Jeunesse

Nessuna parte di questo libro è stata realizzata con l’intelligenza artificiale (AI)

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Isabelle Pandazopoulos Doppio fallo

traduzione di Gaia Bartolesi

Per Antoine, un libro scritto con il vento forte, al tuo fianco.

La partita

Primo set

Sono pronto.

Calmo.

Il cuore batte tranquillo al suo ritmo solito, potrei anche andare a fare un pisolino, e l’idea mi fa perfino sorridere.

“Resto, lo faccio. Va tutto bene”.

Apro e richiudo il borsone quattro volte di seguito, mi tiro su i calzini e lascio schioccare l’elastico, mi sistemo la fascia sulla testa al millimetro, batto sulla racchetta con il palmo della mano, saltello da un piede all’altro, inspiro ed espiro profondamente.

E poi ricomincio, il borsone, i calzini, la fascia, la racchetta, la danza dei Sioux, inspirare ed espirare, a ripetizione per un po’.

Alla fine dico a voce alta «Sono pronto».

Lo dico con un esile filo di voce rotta dall’ansia, come se una mano di ferro mi stringesse la gola in una morsa.

Sento il panico uscire allo scoperto e sopraffarmi all’improvviso. Fingere non è servito a nulla.

“Non sono pronto, lo so, non lo sarò mai”.

Il mondo intorno a me va fuori controllo, faccio appena in tempo ad aggrapparmi all’attaccapanni, e il pavimento sotto i miei piedi si avvicina pericolosamente al soffitto, mi servono entrambe le mani per non crollare, stringo i denti, ripeto a voce alta «Sono pronto».

Scoppio a piangere, singhiozzi grossi come quelli di un moccioso di quattro anni e questo non fa che rendere ancora più ridicola la situazione. Cerco invano di smettere di far girare tutto attorno come se fossi su una giostra. E poi sento la voce di Axel. Ho giusto il tempo di chiudermi in bagno. Dev’essere con il suo allenatore. Per un po’ rimangono sulla porta a ridere e chiacchierare. Sento una risata un po’ forzata: sicuramente stanno parlando di me.

Mi trapassa come la lama di un coltello.

Axel è il ragazzo che devo affrontare sul campo centrale tra sessantasette minuti. Sono cinque anni che non perde partite importanti. “Tranne che con Ludo”.

Mi asciugo in fretta le lacrime e cerco di riprendere fiato. Niente da fare, posso impegnarmi quanto voglio a respirare come mi è stato insegnato, ma l’aria mi rimane bloccata nel petto. Ho l’energia di un pesce rosso agonizzante sul marciapiede.

Scivolo lungo il muro piastrellato dei bagni e nascondo la testa tra le ginocchia con gli occhi chiusi e i pugni stretti. Devo ritrovare a tutti i costi un briciolo di slancio, la forza di camminare fino al campo per battere almeno la prima palla di servizio. Altrimenti rischio di non perdonarmelo per il resto dei miei giorni.

Bello scoprire a 17 anni che sono solo un codardo, un pappamolle, un cagasotto. Mi viene da ridere: sono le esatte parole che userebbe mio padre se mi vedesse in questo preciso momento.

Ma lui non c’è.

Vomito.

Axel si pianta davanti alla porta del bagno e mi chiede per tre volte come sto e se ho bisogno di aiuto.

Infatti, oltre a essere una grande promessa del tennis maschile, Axel è uno di cui ci si può fidare, è gentile e leale sia in campo che nella vita, il tipo di ragazzo che tutti ammirano. Accanto a lui io sembro proprio il brutto anatroccolo. E l’idea mi distrugge.

“Santo cielo, ma che diamine ci faccio qui?”

Di nuovo mi prende un violento attacco di nausea. Axel dà un colpo secco alla porta che si apre senza problemi. Mi appoggia una mano sulla fronte e l’altra sulla schiena dicendomi valanghe di parole dolci che preferisco ignorare. È più tenero di mia madre dalla quale, in ogni caso, non mi faccio più avvicinare.

Piano piano mi calmo.

Lui si siede accanto a me senza staccarmi gli occhi di dosso.

«Ci siamo, stai riprendendo colore».

Più lui fa il gentile, più io divento aggressivo.

Mentre sogno di spaccargli la testa, di fargli ingoiare quelle palline gialle e le sue quattro racchette per cancellargli quel sorriso comprensivo dalla faccia e farlo smettere con le sue paroline rassicuranti, lui mi alza da terra e mi porta quasi di peso alla panchina dello spogliatoio.

«Non ti facevo così pesante!»

Si scuote come un cagnolino, contento di sbarazzarsi del fardello.

«Sì, infatti dovresti stare in guardia» ribatto beffardo, come per fare lo spiritoso.

Lo fisso negli occhi e cerco di racimolare quel poco di orgoglio che mi resta per sbatterglielo in faccia. Lui riceve il messaggio forte e chiaro. Nei suoi occhi azzurro pallido che virano al grigio vedo passare un bagliore di sfida. È un tipo a cui piace vincere, ha la rabbia che gli scorre nelle vene e mi terrorizza all’istante. Le mie gambe intanto si sono rimesse a tremare, ma stavolta non darò loro questa soddisfazione. Mi alzo in piedi, vado a sciacquarmi la faccia e poi mi sforzo di buttare giù le due barrette ai cereali che mi porge Axel.

Addirittura arrivo a mormorare un «Grazie». Sorridiamo entrambi. Lui si passa la mano sotto l’elastico dei pantaloncini.

«Ludo ci sarà?»

Abbasso la testa. Non voglio parlare di mio fratello. Per tutta risposta borbotto:

«Non credo, no… cioè non lo so, forse».

Mi riallaccio le stringhe pensando che ciò possa bastare per fargli capire che preferisco chiuderla qui. Soprattutto oggi.

Ma lui continua, deve essersi ripromesso di non mollare. Funziona così, i campioni non sanno fermarsi.

«Non ti ha detto nulla? Nessun messaggio per me?»

È rosso come un peperone e io non so come comportarmi di fronte a tutto questo suo imbarazzo. Voglio solo che capisca che non è proprio il momento. Lo fisso negli occhi.

«No, non ha detto nulla. Ma in generale non dice più granché, sai…»

Il suo viso s’infuoca di nuovo. Non sappiamo più come gestire l’imbarazzo che c’è tra di noi.

Alla fine sono io a cedere:

«Meglio se ne parliamo dopo».

Lui biascica un:

«Certo».

Mi allontano un po’, la situazione è troppo pesante, dobbiamo riprenderci entrambi, ognuno nel suo angolo dello spogliatoio. Dobbiamo contare i secondi che scorrono senza di noi. L’atmosfera ormai è opprimente.

«Sei mai stato in terrazza?» chiede d’un tratto Axel.

Faccio segno di no.

«Su, vieni!»

Lo seguo senza fare domande, ben contento di uscire da questo spogliatoio inquietante.

Mancano ventinove minuti all’inizio della partita.

La terrazza è un grande balcone da cui si domina la città che, tranquilla, si estende fino all’orizzonte; centinaia di case addossate l’una all’altra come per tenersi al caldo. Il cielo sopra le nostre teste è di un azzurro ancora molto pallido. Si preannuncia un caldo spaventoso. C’è foschia. Tre aerei solcano l’aria.

C’è un motivo preciso per cui siamo saliti, ma voglio aspettare a girarmi. Da qui si vede tutto senza essere visti, come attori dietro il sipario di un teatro prima che inizi lo spettacolo.

Axel si allontana di qualche passo. Fa l’indifferente con lo sguardo perso nel vuoto a scrutare l’orizzonte. Ho l’impressione che abbia capito tutto, che sappia senza sapere, dentro di me lo ringrazio per la sua discrezione e guardo giù verso il pubblico.

C’è mia madre. È in una fila vuota. Mia nonna Madeleine è nella fila di sopra, abbastanza lontano così da non doverle parlare, ma non troppo così da evitare che la gente mormori. Sulla destra c’è una decina di compagni del liceo, sono Nina-Lou e il gruppo al completo, con lo sguardo percorro ogni fila, lo cerco, i battiti del mio

cuore accelerano finché non incappo nella professoressa di francese, seduta da sola in una fila in alto: è davvero fantastica, tanto più che a lei il tennis nemmeno piace.

Nessuna traccia di Ludo.

Non verrà.

«Pronti? Gioco!» annuncia l’arbitro di sedia.

Adesso siamo in campo, dopo qualche scambio di riscaldamento il sorteggio ha deciso che sarò io a servire per primo.

Faccio rimbalzare la palla più volte di seguito, piede sinistro davanti, corpo leggermente inclinato, a pochi centimetri dalla linea di fondo campo.

Un momento di sospensione, appena prima dell’inizio. La palla rimbalza di nuovo. Dovrei lanciarmi. Ci sto mettendo troppo e sento un brivido d’impazienza arrivarmi dalle gradinate. È come se cercassi di allungare il tempo, di mettere insieme tutte le particelle del mio corpo e ogni singolo istante vissuto. Nel bene e nel male.

Faccio un respiro profondo. Mi concentro su ogni movimento. Le braccia scendono insieme lentamente fino alle cosce, poi si separano, il braccio destro davanti alla gamba destra e il sinistro davanti alla sinistra. Il peso del corpo si sposta sulla gamba dietro. Il braccio che regge la racchetta sale dietro la schiena, il polso è rilassato.

È come se sentissi parlare mio padre.

È come se fossi sulla gradinata a guardare Ludo pronto a giocare.

Ricomincio. La palla nel palmo della mano, per terra, nel palmo. Rimbalza. Dieci volte.

E poi succede ciò che temevo. Ho davanti agli occhi

l’immagine di mio fratello che si accascia sotto al sole come un sacco di patate.

L’arbitro grida di nuovo «Gioco!» Ora devo cominciare per forza. Batto due volte e per due volte la palla finisce a rete. Un bel doppio fallo per iniziare. Gli spettatori sospirano.

Riprendo la palla.

Piede sinistro avanti, corpo leggermente inclinato, racchetta in mano.

Tutta la mia vita mi piomba addosso e mi paralizza.

“Ma che ci faccio qui?”

ISABELLE PANDAZOPOULOS è nata nel 1968 a Parigi, da padre greco e madre tedesca. Ha insegnato nelle periferie della capitale francese in contesti di disagio sociale e abbandono scolastico. Oggi si dedica interamente alla scrittura di romanzi per adolescenti e giovani adulti.

Copertina: Elaborazione su immagine © Shutterstock
Art Director: Stefano Rossetti
Graphic Design: Eleonora Tallarico / PEPE nymi

Ulysse e Ludo sono fratelli, ma questo non ha impedito loro di competere anno dopo anno per sfondare sui campi da tennis, soprattutto perché il padre non ha mai esitato ad alimentarne le rivalità. Ulysse, stanco della pressione e di essere l’eterno secondo, in campo e in famiglia, sorprende tutti mollando la racchetta: finalmente il fratello maggiore potrà – e dovrà – essere il campione incontrastato. Almeno fino al giorno in cui Ludovic ha un terribile incidente durante un incontro… Ulysse si ritroverà di colpo a dover fare i conti con un enorme dolore, i sensi di colpa e una rabbia profonda covata senza saperlo. Un viaggio interiore alla ricerca di un sé che aveva messo da parte, per arrivare a scoprire che la verità, in fondo, ha il potere di rimettere ordine.

Succede ciò che temevo. Ho davanti agli occhi l immagine di mio fratello che si accascia sotto al sole come un sacco di patate.
Tutta la vita mi piomba addosso e mi paralizza. “Ma che ci faccio qui?”
Traduzione di Gaia Bartolesi

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