C. L. Wood Dark Mirror
Il lato oscuro della collina
A Fibby Sparklewood, scomparsa troppo presto
Nessuno è così coraggioso come crede di essere. Quando arrivano le insidie della notte, abbiamo bisogno di un posto sicuro dove rifugiarci. Ci barrichiamo in case sempre più impenetrabili per lasciar fuori gli orrori del buio. Ma all’improvviso basta un rumore soffocato, un riflesso nello specchio, un soffio gelido e il terrore si spande come l’eco di un grido: chi abbiamo chiuso dentro con noi?
Eve
Anche stanotte ho dormito male. È un’estate stranamente afosa e l’aria si muove appena, persino di sera, persino attorno a casa mia, la fredda dimora degli Shelley.
È la prima che si incontra, venendo dai Nelson Gardens, sul lato in ombra della collina, proprio sotto lo sperone di roccia. Qui il sole del mattino arriva sempre in ritardo e le ombre della sera guadagnano il mio giardino quando intorno c’è ancora luce. Lambiscono il muretto di pietra, ed è come se arrivasse in anticipo l’autunno, avido di foglie morte e di terra marcia.
Eppure oggi il caldo penetra fin dentro l’ombra umida e lì ristagna.
L’effetto del getto fresco della doccia è già evaporato. Mi asciugo in fretta e indosso malvolentieri qualcosa a caso, lasciando il contenuto dei cassetti rovesciato sul letto. Sistemerò al mio ritorno.
Quando scendo in cucina, la macchina del caffè sta dando gli ultimi borbottii. Aggiungo un po’ di latte e resto a guardare mentre la nuvola bianca gira come una galassia in miniatura dentro la tazza, prima di essere assorbita dall’oscurità profumata che la circonda. L’universo è nelle picco-
le cose: sono veramente brava a fare il caffè e mi piace gustarmelo seduta sulla porta di casa, di fronte al giardino.
La casa una volta dominava gli Swampie, ma oggi di quella vecchia palude non c’è più traccia, sono rimaste soltanto le zanzare. Ne schiaccio due.
Ai miei piedi si distendono le piccole costruzioni moderne e le schiere ordinate di case del secolo scorso di Elyncors.
Mi sono sempre chiesta perché, con tutto lo spazio a disposizione che doveva esserci sulla collina quando è stata costruita Casa Shelley, qualcuno abbia scelto proprio questa piega del terreno per mettere radici.
All’ultimo sorso di caffè mi accorgo che il paletto che sostiene la cassetta delle lettere è inclinato. Attraverso il giardino e sembra che tutta la collina abbia sudato durante la notte: le piante sono prostrate verso il terreno, il cancello di ferro è imperlato di goccioline. Anche sopra i prati vicini l’aria è confusa, come una foto leggermente fuori fuoco.
La cassetta rossa ha un’ammaccatura, come se qualcuno le avesse dato una bastonata, ma qui nessuno va in giro a vandalizzare le case degli altri. Forse il temporale ha fatto cadere un ramo. Con la mano tolgo una foglia bagnata che si è appiccicata sopra al mio nome: Eve Justine Shelley. Rido tra me. Nessuno mi chiama così. Per tutti sono Eve e basta.
Torno dentro e mi verso dell’altro caffè.
Vivere di nuovo nella vecchia Casa Shelley all’inizio mi ha fatto un po’ paura. No, non era paura, piuttosto inquietudine. Forse per questo, quando riporto lo sguardo oltre
la finestra e vedo una figura in piedi in giardino, ho un sussulto e quasi mi vola di mano la tazza.
«Dora!» urlo, un attimo prima di leccarmi dal polso le gocce di caffè bollente che sono schizzate.
La bambina bionda si volta di scatto e stringe istintivamente contro il vestitino, di un bianco accecante, i lunghi steli dei fiori che ha raccolto sotto al tasso.
«Dora» la richiama la madre «quante volte ti ho detto che non puoi più entrare qui quando vuoi?»
La signora Walton oltrepassa anche lei il cancello, senza degnarmi di un’occhiata, e continua con i suoi rimproveri flautati mentre accarezza con familiarità il cespuglio delle ortensie. Sono convinta che il signor Walton deve aver avuto più di una ragione per sparire da Elyncors quella domenica pomeriggio. Se fossi il giudice che dovrà decidere sull’affidamento di Dora, non avrei dubbi.
Durante gli anni in cui la casa è rimasta disabitata, quelle due hanno preso l’abitudine di venire qui liberamente e di considerare il mio giardino una specie di parco pubblico, come se non esistessero divieti.
Io, invece, subito dopo il trasloco mi sentivo nella mia stessa casa una pedina, incastrata in un gioco pieno di regole rigide. Un gioco dell’oca con delle caselle sulle quali non si poteva assolutamente sostare. Lo studio dove i bambini non erano ammessi, certi cassetti che non si dovevano aprire, la mamma da non nominare mai. Una partita sospesa bruscamente con la scomparsa di mio padre.
Il nome di Dora riecheggia a intervalli regolari in giardino. Sgombero il tavolo dai resti della colazione e, riponen-
do la mia tazza col gatto color malva, vedo quella che usava Abel.
È morto che avevo sei anni eppure ricordo benissimo che ascoltava ogni mia parola quasi fosse una rivelazione.
Mi fissava serio e interessato, come se gli stessi proponendo un impegnativo quesito scientifico. Restavamo in silenzio per qualche secondo, mentre lui teneva la tazza stretta tra le mani, e poi lanciava il suo commento, mi arruffava i capelli e se ne andava, ordinandomi di prepararmi per la scuola. Era il suo modo di mostrarmi quanto fossi importante per lui.
Questa era la base dei nostri dialoghi: domande, non sempre espresse a voce alta, e risposte che percorrevano linee tangenziali. Nei primi tempi, dopo aver ripreso possesso di Casa Shelley, mi capitava di entrare in cucina e chiamarlo a gran voce, per confidargli un pensiero o una riflessione, per fargli una battuta. Non sono riuscita a dirgli quello che sentivo allora, perché il nostro dialogo è stato interrotto dalla sua partenza inaspettata.
Sfioro la sua tazza, di un verde così cupo da sembrare nero.
Non riesco a ricordare un vero abbraccio da parte sua. E quelli che gli avrò dato io sono scomparsi dalla memoria. Una nuvola scura, come un mare profondo, tiene prigioniero il mio passato. Da lì emergono ogni tanto immagini, idee, impressioni, ma disarticolate, non fissate nel tempo.
Basta, devo andare ad aprire la libreria. Afferro la borsa e allungo la mano sulla mensola in cucina, sicura di aver lasciato lì le chiavi. Niente. Non ho mai vissuto un’estate così
insopportabile: l’afa intontisce il cervello e non lascia scampo nemmeno dopo i temporali.
«Cerchi queste?»
Se avessi ancora la tazza tra le dita, adesso sarebbe in mille pezzi sul pavimento.
«Ma che… Dora! Vuoi farmi morire?»
Appoggiata allo stipite della porta, tende la mano verso di me.
«Non puoi entrare così, senza chiedere il permesso! Non è mica casa tua…» Raccolgo la borsa che mi è scivolata di mano e afferro le chiavi che mi porge. Sto sudando freddo dallo spavento e ho rischiato di mollarle una sberla. «E poi tua madre ti sta cercando»
«Lo so, è per questo che mi sono nascosta qui dentro»
«Be’, adesso va’ fuori, trovati un altro nascondiglio, che io devo andare a lavorare».
La sospingo verso l’uscita.
Il tempo di chiudere la porta di casa e Dora non c’è già più. Per fortuna non si vede nemmeno sua madre.
Ho una nostalgia dolorosa dell’autunno, delle sue nebbie, dei suoi colori. Delle fredde mattine quando la brina impreziosisce anche lo steccato scrostato. E la gente se ne sta chiusa in casa propria.
Per andare in paese prendo la strada più lunga, meno soleggiata ma meno frequentata.
Stampato per conto di Carlo Gallucci editore srl presso Puntoweb srl (Ariccia, Roma) nel mese di marzo 2026
C.L. Wood è il nom de plume di due autrici e un autore già affermati nel panorama della narrativa per ragazzi. Luca Cognolato, che insegna in un istituto superiore, e Silvia Del Francia, ex libraia impegnata in progetti di promozione della lettura, scrivono da tempo a quattro mani e hanno firmato albi e romanzi pluripremiati; Chiara Lorenzoni ha pubblicato diversi libri di successo, tra cui in queste edizioni la fortunata serie dedicata a Lupo Astolfo, con i disegni di Francesca Dafne Vignaga.
Eve e Claire lavorano insieme
alla libreria Dark Mirror, dove Dean, appena arrivato a Elyncors, ha trovato impiego come commesso. Un giorno, la scoperta di una rete di cunicoli sotterranei che si dipana proprio dalla libreria spinge i tre a indagare nelle viscere buie della città. Intanto i rapporti fra loro si fanno sempre più confusi. Sentimenti inaspettati e acerbi si fondono con un segreto oscuro che lega Eve, Dean e Claire. Il richiamo di un mistero sepolto nel passato è più forte della paura e della prudenza, resistere è impossibile ma cedere è molto pericoloso.
Tra i libri che hai trovato alla Dark Mirror, molti riguardano la magia bianca o l’esoterismo, ma ce ne sono almeno un paio di oscuri. Magia nera.