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Le buffe vite degli scrittori

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Esecutivo 140x210mm

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Conosci Manzoni? Quel tipo che dà il nome a un mucchio di piazze? Ebbene, sapevi che aveva il terrore proprio delle piazze? E che non era neanche il più strambo tra i grandi scrittori che studi a scuola? Leopardi, per dire, si abbuffava di gelati. E Virginia Woolf, che i tuoi di sicuro adorano, sentiva le voci. Dai, comincia a leggere: scoprirai le assurde (e buffissime) follie dei grandi autori della letteratura. Divertimento da matti assicurato! «Miguel de Cervantes non ebbe cinque minuti di tempo libero nell’arco di tutta la propria esistenza. Una mattina del 1547 nacque in piedi, pronto a correre, ed entro mezzogiorno aveva già detto la sua prima parola». ANDR E A MICALONE (1990) vive a Pescara. A otto anni ha scritto in segreto il suo primo libro (che definisce “un’orribile copia di Jurassic Park”) e da allora non ha più smesso di consumare inchiostro, nel tentativo di emulare i suoi inarrivabili punti di riferimento. Ha pubblicato racconti e romanzi per adulti e per ragazzi. L’ironia di questo suo manuale è sottolineata dalle caricature di IVAN BIG AR ELL A (Vicenza, 1984), illustratore e fumettista poliedrico e di grande esperienza.

Consigliato dagli ai anni

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UAO Universale d’Avventure e d’Osservazioni


Andrea Micalone Le buffe vite degli scrittori disegni di Ivan Bigarella In copertina Illustrazione: © Ivan Bigarella Art director: Francesca Leoneschi Graphic designer: Pietro Piscitelli TheWorldof DOT ISBN 978-88-9348-902-7 Prima edizione ottobre 2021 ristampa 7 6 5 4 3 2 1 0 anno 2025 2024 2023 2022 2021 © 2021 Carlo Gallucci editore srl - Roma Pubblicato in accordo con Grandi & Associati, Milano Gallucci e il logo

sono marchi depositati

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Andrea Micalone

Le buffe vite degli scrittori disegni di Ivan Bigarella


Di solito qui si scrivono le dediche, mentre alla fine del libro si inseriscono i ringraziamenti. Questo, però, è un ringraziamento (o una dedica, chiamatelo come preferite) un po’ particolare, e perciò lo metto dove mi pare. Lo rivolgo ad Achille Campanile e al suo meraviglioso libro Vite degli uomini illustri, di cui questo mio testo è figlio indubbiamente naturale e illegittimo (e anche del tutto inadeguato rispetto al padre). Ma non per questo meno grato.


Prima di cominciare…

Sapevi che Leopardi adorava abbuffarsi di gelati? No? E che Dante era narcolettico? Nemmeno? E che Manzoni era agorafobico? (Se non sai cosa vogliono dire queste parole, abbi un attimo di pazienza: te le spiegherò tra un po’ di pagine). Ebbene sì, le vite degli scrittori più importanti furono costellate di stranezze. Ogni grande autore ebbe una particolarità, una fissa o qualche assurdo modo di fare. Del resto, siccome queste persone scrissero capolavori e si rivelarono intelligentissime, non potevano certo essere normali. Logico, no? Beh, se non conoscevi già queste curiosità (e le vuoi scoprire), allora questo libro fa proprio per te! A partire dal padre della letteratura Omero, pas-

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sando per Petrarca e Cervantes, sino ad arrivare ai grandi del Novecento, come Svevo e Pirandello, ti racconterò le storie di alcuni degli scrittori più noti: storie colme di stramberie, comportamenti improbabili e assurdissimi modi di pensare. Ah, fermi tutti! Quasi dimenticavo! Un avvertimento prima di cominciare! Mi si potrebbe chiedere infatti: ciò che viene narrato in queste pagine è tutto vero? Beh, a mio parere sì, anche se gli storici della letteratura non saranno sempre d’accordo. E allora lo confesso: in qualche punto ho infiorettato un pochino i racconti, per renderli più divertenti. Magari il resoconto non è fedele al cento per cento, ma – puoi starne certo – ho tratto ispirazione dai fatti. Insomma, ho preso spunto da eventi real­ mente avvenuti e ho immaginato come si fossero svolti. Per fare un esempio, prendiamo Virgilio. È vero che era timidissimo e che, in quanto avvocato, al suo primo processo non riuscì a spiccicare una sola parola? Secondo le cronache sì, ma nessuno di noi era là per vedere come andarono realmente le cose. Io, perciò, per raccontartele, sono stato costretto a immaginarle a modo mio.

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Ora, siccome mi par già di sentire le proteste di mille professori molto più colti di me, così come me li immaginavo da piccolo, con il barbone bianco lungo, i vestiti ordinati, i sopracciglioni da orso, e come nei miei incubi di bambino li vedo pronti a prendermi a randellate (i professori, intendo, non i sopracciglioni), ho pensato che sia bene inserire, prima di ogni racconto, una breve presentazione degli autori. In questo modo tu saprai cosa si conosce di certo sugli scrittori, e al tempo stesso i miei immaginari professori armati di nodosi randelli lasceranno i miei sonni tranquilli. Ma ora, basta con le chiacchiere e diamo inizio a questo assurdo viaggio nel mondo della letteratura!

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Omero


Della vita di Omero non sappiamo praticamente niente, e questo mi risparmia un mare di lavoro. A noi, sono arrivati due famosi poemi epici, Iliade e Odissea, che hanno sempre portato il suo nome sulla copertina. Il bello, però, è che non sappiamo neppure se fu davvero lui a scriverli. Secondo la leggenda, Omero era un aedo, cioè un uomo che cantava le storie in giro per l’Ellade (all’epoca, la Grecia si chiamava così), ed era cieco; e si distinse appunto per la composizione di queste opere fondamentali della letteratura. Tuttavia, a parere di alcuni studiosi, Omero potrebbe essere semplicemente un nome affibbiato a caso a qualcuno, o addirittura inventato. Al tempo, infatti, erano moltissimi i soprannomi con cui ci si riferiva a lui (te li dirò poi nel racconto). A confondere ulteriormente la questione sappi che le testimonianze del tempo sono scarse e molto confuse. C’è chi scrisse che Omero era di Atene, chi invece disse che era nato ad Argo, ma non mancano voci che lo vorrebbero originario di Salamina, Chio, Smirne, Colofone, Rodi e qualche altra decina di posti. Ma allora, di dov’era Omero? È esistito per davvero? E se sì, perché era un tipo così sfuggente? Ecco come, secondo me, andarono le cose…

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Omero fu chiamato “il Padre della Letteratura”, “colui che non vedeva”, “l’Ostaggio”, “il Pegno” (“il Pegno”? Mah… valli a capire gli antichi e i loro nomi) e, a volte più semplicemente, “il Cieco”. Mille nomi… ma chissà qual era quello giusto! Eh sì, perché le sue opere risalgono a così tanti anni fa che di lui oggi non sappiamo più niente, tranne il fatto che era uno scrittore, che era cieco e che deve essere vissuto tra la Grecia, l’Asia Minore e la Ionia. Tutti i dubbi su questo primissimo scrittore non sono però soltanto nostri: al contrario, nacquero proprio quando quel simpaticone se ne andava a spasso con le sue ciabattine di legno, la tunica biancastra e il barbone fluente. Omero, difatti, si divertiva molto nel confondere tutti, e lo faceva per due motivi molto semplici: 1. il motivo che lui dichiarava: perché non amava farsi riconoscere, e perché era un saggio, e perché era in cerca dell’illuminazione, e perché odiava che i passanti lo additassero esclamando: “Ehi! Ma quello è proprio Omero col suo barbone!”, e per mille altre questioni affini; 2. il motivo reale: perché era un gran scroccone. Oh sì! Amava abbuffarsi nei ristorantini più carini (e

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più cari) dell’Ellade e poi se la filava a gambe levate senza pagare il conto! Ecco perché doveva sempre muoversi nell’anonimato: per evitare di farsi riconoscere dai proprietari dei locali. Per farti comprendere il tipo, può essere utile un esempio. A quel tempo non si utilizzavano ancora i cognomi, ma si chiamavano le persone riferendosi o al loro padre (“Ehilà, Ettore figlio di Priamo, come butta?”) o alla loro città di provenienza (“Buondì, Achille di Ftia1, ci incontriamo sempre dal dottore! Hai ancora quel problemuccio al calcagno?”). Omero, che era un furbastro e non voleva farsi riconoscere, aveva badato a non rivelare il nome del proprio padre, risolvendo così il primo problema. Con le città, però, la questione non era altrettanto semplice, perché alla fin fine doveva pur dire da dove veniva. 1 Ettore e Achille sono i due personaggi principali dell’Iliade, la famosissima prima opera di Omero. Sono due eroi mitici (e “mitici” nel senso vero e proprio, poiché appartengono al “mito”!), capaci di fare stragi di nemici da soli, in meno di due minuti (roba che al confronto gli Avengers sembrano dei mocciosi dell’asilo!): erano pressoché imbattibili! Anche se, alla fine… (un aiutino per farvi capire: Achille ha un solo punto debole: il tallone, appunto).

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Insomma, ecco un tipico dialogo tra Omero e un oste. È stato ritrovato nei resoconti di cassa di un ristorantino di Smirne proprio niente male (te lo consiglio: si chiama “Dal Mirmidone Ghiottone”2). «Avete mangiato bene, signore?» «Benissimo! Grazie mille!» «Ne sono contento. Dunque, vi faccio il conto… Uhm, vediamo. Accidenti, avete ordinato un sacco di piatti!» «Eh, sì… Avevo un certo languorino» «Vedo… Uhm, avete preso: quattro cestini di pane, tre bistecche, due costate di vitello, cinque piatti di insalata, tre conigli, due meloni, due cassette di uva bianca, tre di uva nera, quattro polli e dodici piatti di brodo!» «Burp… Scusatemi… Eh eh, sì. Il brodo tiene leggeri» «Poi avete bevuto otto caraffe di vino rosso e quindici, dico quindici!, di vino bianco!» «Avete un ottimo vino qui!» 2 I Mirmidoni erano il popolo di Achille: guerrieri tremendi, come il loro capo, ma se leggerete il poema scoprirete che erano anche grandissimi mangioni (come tutti gli Achei, del resto, e anche tutti i Troiani).

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«Beh, vi ringrazio… Comunque, in totale sono… 456 dracme!» «Ah… uhm… ehm…» «Scusate, cosa avete detto?» «No, niente. Mettete pure tutto sul mio conto» «Quale conto?» «Il mio!» «Voi siete già stato qui?» «Credo proprio di sì» «Come vi chiamate?» «Omero» «OMERO?!» «Ehm… sì…» «Non sarete mica l’Omero di Atene? Quello che ci deve ancora pagare sei pranzi?!» «Oh oh! No di certo!» «Ah… Scusatemi allora se ho reagito così… ma ultimamente girano alcuni signori che si chiamano proprio come voi. Mangiano sino allo sfinimento, e poi fuggono senza pagare» «Ma figuratevi! Io pagherò tutto! Segnate pure sul mio conto, e vi garantisco che alla prossima occasione vi darò sino all’ultimo centesimo» «Lo spero bene. E voi, dunque, siete Omero da…?»

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«Omero in carne (tanta carne, eh eh!) e ossa!» «Sì, va bene. Ma Omero di quale città?» «Oh, giusto… Perdonatemi, ma vedete, sono un tipo distratto e… dimentico sempre le cose, perché ho una certa età… e poi, come potete capire, io…» «Sì, sì, va bene. Ditemi però da dove venite!» «Ma certo! Senza un solo istante di esitazione! Io vengo da A…» «Atene! Ah, vi ho beccato! Allora siete proprio quell’Omero che ci deve pagare!» «Oh, no, datemi il tempo! Io vengo da Arg…» «Argo! Vi ho trovato finalmente!» «Cosa?» «L’anno scorso è venuto Omero da Argo! Si è spazzolato tutta la dispensa e non ci ha mai pagato! Siete voi!» «Ma perché siete così frettoloso? Non vengo affatto da Argo! Avevo messo male il piede nella ciabatta e mi sono fatto male. Per questo ho esclamato: “Argh!”» «Sarà…» «Davvero!» «A me il vostro “Argh” non era sembrato affatto un’esclamazione di dolore…»

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«Eppure lo era» «Ma allora ditemi da dove venite!» «Oh, certo. Io vengo da S…» «Da qui! Da Smirne! Voi allora siete l’Omero che non ci ha ancora pagato quei quindici astici!» «Ma no, vengo da Salamina!» «Oh, da Salamina?» «Sì» «Da Salamina. Lo avete detto voi. Senza altri dubbi!» «Senza dubbi!» «Allora non mi scapperete! Omero, originario di Salamina, voi siete stato qui sei mesi fa e non ci avete pagato sessantotto salamini piccanti!» «Alt!» «ALT COSA?!» «Io non ho mai detto di essere originario di Salamina» «Ma come? Avete appena detto che venite da lì! L’ho sentito con le mie orecchie!» «Mio buon signore, io ho effettivamente detto che vengo da lì, ma non ho mai detto di essere nato lì. Vengo da Salamina nel senso che, nel mio peregrinare, son passato di lì venerdì scorso, e poi son giunto qui. Insomma, se voi state cercando “l’Ome-

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ro originario di Salamina”, e non “l’Omero passante per Salamina”, io sono l’Omero sbagliato» «Volete prendermi per il naso!» «Ma niente affatto! Io sto cercando di aiutarvi!» «E allora ditemi, ora, senza altri indugi né strani giri di parole, dove siete nato! DI DOVE SIETE ORIGINARIO, PER LA BARBA DI ZEUS!!!» «Sono nato a C…» «Ah! Tanàto! Omero di Chio! Ottanta prosciutti non pagati!» «No! Non Chio, bensì Colo…» «Colofone! Otto chili di formaggio!» «Neanche di Colofone! Io sono del Colosso di Rodi… Avete presente? Il quartiere sotto la statua» «Quindi siete di Rodi... siete Omero di Rodi...» «Preciso» «Non mi pare che siate già stato qui…» «Beh, forse no… Mi sarò confuso… Comunque, potete segnare tutto sul mio conto. Vi pagherò domani stesso» «Uhm… Va bene». E così Omero salutava, usciva, e poi… se la dava a gambe levate! La faceva franca ogni volta. Inutile aggiungere

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che non aveva intenzione di pagare neanche un centesimo e, qualche mese dopo, quando tornava allo stesso ristorante col suo solito sorriso pacioccone, ricominciava tutta la manfrina. Per questo motivo, a tutt’oggi, non sappiamo in quale città fosse nato l’Eccelso Scrittore, padre di tutti gli scribacchini. Lui, però, dobbiamo ammetterlo, non pagava non solo perché era uno scroccone (anche se un po’ lo era, e anche più di un po’), ma soprattutto perché dal suo mestiere guadagnava ben poco. Omero difatti è stato il primo vero scrittore della storia, e questo significa, molto semplicemente, che prima di lui gli scrittori non esistevano. Perciò, quando da ragazzino cominciò a dire agli altri cosa volesse diventare, le cose andarono più o meno così. Qualcuno gli domandava: «Che cosa vuoi fare da grande?» E lui: «Lo scrittore!» E l’altro: «Cioè quello che annota le cose sui papiri?» E lui: «No, lo scrittore!» E ancora l’altro: «L’avvocato?» E lui: «Nooo, lo scrittore!»

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«Ma cos’è uno scrittore?» «Un uomo che scrive!» «Un professore!» «NOOOO!» «Ma facci un esempio! Dicci almeno il nome di uno scrittore famoso!» E qui il giovane Omero era costretto a tacere poiché, non esistendo scrittori, non ce n’erano neanche di famosi (e neanche di poco famosi, né di sconosciuti… insomma, non ce n’era proprio nessuno). Poi, come se non fosse bastato, un ulteriore ostacolo al suo sogno era anche la cecità. Questo, in realtà, non era mai stato un grande problema: l’ometto paffuto poteva andarsene dove voleva e quando voleva, grazie al bastone e al suo passo attento. Al tempo, infatti, non c’erano muretti, né palazzoni, né automobili che potessero metterlo in pericolo. Tutta la Grecia era un’immane campagna, libera da qualsiasi barriera architettonica, e al massimo si rischiava di incappare in qualche esercito di Persiani3. La questione della cecità era insomma un pro3 Le guerre tra Persiani e Greci vincono il premio come scontri più avvincenti della storia. Basti pensare alla battaglia delle Termopili, svoltasi durante la seconda guerra persiana: trecento Spartani contro diecimila Persiani! E quei trecento hanno resistito, da soli, per giorni e giorni! Roba da film!

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blema solo per il suo sogno di diventare scrittore. Per scrivere, difatti, la vista è abbastanza utile. Omero, però, come ogni grande autore che si rispetti, era cocciuto come un mulo, perciò si mise a comporre nonostante tutto. Cominciò a riempire subito papiri e pergamene con le sue storie. Chilometri e chilometri di rotoli! Appena ebbe terminato la prima storia – un romanzone di guerra, colmo di battaglie e duelli, insomma – mica si fermò! Oh no! Decise subito di continuare con il sequel! Scelse perciò uno dei suoi personaggi preferiti (Odisseo) e s’inventò il suo incredibile viaggio. Ora, a distanza di tempo, dobbiamo essere onesti: i risultati furono discreti. Chi ebbe modo di leggere le sue opere si accorse subito che non gli mancava il talento, e forse un domani il ragazzo avrebbe potuto ambire addirittura al Nobel, il massimo premio esistente per la letteratura (essendo poi l’unico partecipante, lo avrebbe vinto anche molto facilmente). Ma proprio allora, a un passo dal successo, alcuni amici gli fecero notare una questioncina non da poco: a causa della cecità, nel corso della scrittura lui non si era accorto di aver perso il “contatto” con

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il supporto del suo lavoro, perciò aveva scritto ben poco sopra ai papiri. In pratica: era partito da lì, dai papiri, ma poi se n’era andato per l’aia (senza metafore). Preso dall’ispirazione non si era mai fermato e… insomma, per farla breve, aveva continuato tutte le sue storie sul pavimento di casa, e poi in giardino, sui sassi, in campagna, sugli alberi e persino su un’intera collina. La cosa in fondo era divertente (i lettori avrebbero potuto leggere all’aria aperta!), ma c’era il piccolo problema che per gustarsi i suoi racconti occorreva camminare per chilometri! E quando pioveva, buona parte dell’inchiostro spariva! La carriera di Omero sembrava insomma destinata a terminare con il primo acquazzone estivo, ma proprio allora ci fu un bel colpo di fortuna: si venne a sapere che alcuni aedi (cioè cantori), appresa la curiosa vicenda, avevano cercato le composizioni del “primissimo scrittore”. Fu proprio grazie a costoro, che lessero (con grande pazienza e grande camminata) e poi a loro volta raccontarono in giro quelle storie, se oggi siamo ancora in possesso dei testi del buon Omero. Per fortuna, qualcuno si prese, in seguito, persino

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la briga di copiare quelle opere dentro ai libri, perciò ognuno ormai può godersele a casa, senza il timore di un temporale imminente. Omero, però, non si gustò mai il successo che infine si era guadagnato, perché – ironia della sorte – nessuno riuscì più a trovarlo per consegnargli il “malloppo”. Lui, infatti, convinto che avrebbe ottenuto solo pochi spicci dal suo lavoro, riprese a muoversi nell’anonimato, così da mangiare a scrocco. Si dice che nel resto della sua vita vagò per l’Ellade, fingendosi un aedo qualsiasi, raccontando l’Iliade e l’Odissea e banchettando nei ristoranti che gli capitavano lungo il tragitto, per poi darsi alla solita fuga precipitosa. Di questa grande passione per il cibo troviamo traccia proprio all’interno delle sue opere, dove, attraverso i personaggi, Omero raccontò minuziosamente i suoi pranzi e le sue cene migliori.

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