Giovane cattolica donna, perché voglio diventare prete

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Jacqueline Straub

Giovane cattolica donna PerchĂŠ voglio diventare prete

Prefazione di Maria Immacolata Macioti

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Titolo originale: Jacqueline Straub, Jung, katholisch, weiblich. Weshalb ich Priesterin werden will, Publik-Forum Verlag 2016 Š Jacqueline Straub Š Il Segno dei Gabrielli editori, 2018 Via Cengia, 67 - 37029 San Pietro in Cariano (Verona) tel. 045 7725543 - fax 045 6858595 info@gabriellieditori.it www.gabriellieditori.it ISBN 978-88-6099-339-7 Stampa Finito di stampare nel mese di Marzo 2018, Grafica Veneta SpA (Trebaseleghe, Padova) Foto di copertina di Meli Straub www.meli-photodesign.de Azienda certificata 100% CO2 Free e 100% Energia elettrica da fonti rinnovabili

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Indice

Prefazione di Maria Immacolata Macioti 7

1 - Viaggio di fede

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Un passo verso la comunione con Dio: la Prima Comunione 16 Chierichetta? No grazie! 18 Fede in Dio? Non so esattamente... 19

2 - La decisione

21 Il campeggio cristiano per i giovani 21 La cresima 24 Servire da chierichetta? Adesso sì! 25 La vocazione si rafforza 27 Il mio percorso di studio di teologia all’università 28

3 - La vocazione

31 Ma diventare una donna prete è possibile? 31 Chiamata a fare cosa? 34 Perché io semplicemente non taccio? 36

4 - La lotta

39 Lottare per il mio sogno 39 Pugilato: parità di diritti tra uomini e donne 41 Lottare per l’uguaglianza 43 Una lotta inutile? 46 La provocazione del Papa 48 Una lotta rivoluzionaria 49 5


5 - Io posso aspettare

51 Aspettare ma agire 51 L’attesa richiede pazienza 56

6 - Innovazioni e cambiamenti nella Chiesa

59 La riforma del cuore 59 Colori nuovi per la Chiesa 59 Riforma del pensiero 62 La Chiesa oggi – la Chiesa domani «Va’ e ripara la mia casa» 63 Lavorare duramente per la costruzione di una nuova Chiesa 65 Testimoniare Gesù Cristo sostenendo i cristiani perseguitati 66 Parlare della fede 67 La gioia della fede – la mia vita con Cristo 68 La sete di Dio 69 La gioia della domenica 70 Festeggiare Dio 72 La scoperta di Dio 74 Una via alla tolleranza 75 Dove ci stiamo dirigendo? 76 L’itinerario del viaggio 78 Il cammino della Chiesa è un cammino di confronto 80 La forza della fiamma 82 Una Chiesa che va incontro alla gente 84 Verso il traguardo 85

Parole conclusive

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Per riuscire a cambiare le cose bisogna lasciarsi guidare dallo Spirito Santo

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Prefazione di Maria Immacolata Macioti

Viviamo, ci dicono da più parti, in un mondo caratterizzato da grandi incertezze. Dove i confini tra bene e male sembrano a volte piuttosto incerti, dove il dialogo interreligioso, in cui molti vogliono credere con forza, stenta a uscire da un piano squisitamente formale, quasi rituale, da situazioni poco significative, ripetitive, in cui sembra prevalere il rito sulla sostanza. In tutto ciò, è particolarmente interessante trovarsi di fronte a convincimenti profondi ma non settari. A convinzioni che, pur chiare e risolute, cercano confronti costruttivi, dialoghi. A me sembra che queste istanze siano portate avanti, da tempo, nelle Chiese cristiane, da alcune teologhe particolarmente attente. Penso in particolare alla richiesta avanzata da alcune teologhe riguardante l’ordinazione delle donne. Già esistente, operante da tempo, in campo protestante. Del tutto assente, apparentemente neppure trattabile, in campo cattolico. Ricordo in merito un bel testo di Cloe Taddei Ferretti, dal provocatorio titolo Anche i cagnolini, uscito nel 2014 sempre per i tipi della Gabrielli editori. Il sottotitolo, L’ordinazione delle donne nella Chiesa cattolica. Un testo, scrive Raffaele Nogaro, che firma la Nota introduttiva, appassionato e interlocutorio, che 7


ha alle spalle una grande ricerca scientifica e una rigorosa interpretazione dei passi scritturali. Un testo che dà spazio agli uomini e parimenti alle donne: a ragione, perché esse sono molto presenti nel Vangelo. A cominciare da Maria, «capostipite dell’economia della salvezza» (p. 7). Donne che amano Gesù senza misura, con grande dedizione. Con un amore che va oltre la morte. La donna è una protagonista, nel Vangelo. Di lei, scrive il vescovo emerito, Cristo si fida pienamente. E conclude: «Penso sia necessario, oggi, rivedere il ruolo della donna nella comunità cristiana, per poter fare rivivere la verità del Vangelo. È giusto infatti che nella Chiesa le donne svolgano i compiti che Gesù ha loro affidato, gli stessi dei maschi» (p. 8). L’autrice, Cloe Taddei Ferretti, propone un attento excursus storico, dalle origini a tempi più recenti, con una dotta e puntuale carrellata, basata su ampie letture, su una bibliografia pertinente eppure di grande ampiezza. Anche Sandro Gallazzi e Anna Maria Rizzante trattano di un tema analogo in un loro libro intitolato La teologia delle donne alle quali Dio ha rivelato i suoi misteri, libro anch’esso uscito con Gabrielli editore nel 2016, con una Prefazione, in questo caso, di Maria Soave Buscemi. Anche qui un solido impianto storico, che fa sì che il lettore possa ricordare importanti figure di donne già in epoche lontane piuttosto centrali, dal ruolo significativo, capaci di essere presenti al momento giusto, con visioni, con consigli opportuni, pertinenti. Vi è pure Maria di Nazareth – non avrebbe potuto essere assente –, di cui si sottolinea il ruolo di tipo teologico. 8


Perché questi riferimenti per introdurre alla lettura del breve testo di Jacqueline Straub?, potrebbe chiedersi qualcuno. Perché queste pagine, che affrontano lo stesso tema del sacerdozio alle donne, si diversificano decisamente da quelle delle autrici cui si è fatto riferimento. Non si tratta tanto, qui, di dotti scritti basati su letture attente, sulla decrittazione di significati. Giovane cattolica donna, scrive la Straub. E aggiunge: Perché voglio diventare prete. Si tratta di una testimonianza, di un racconto autobiografico. In cui si colloca questo suo intento, questo forte desiderio che si consolida nel tempo. Con parole semplici, in presa diretta. In sociologia e più in generale nelle scienze sociali è ben conosciuto il ruolo dal grande potenziale delle “storie di vita”, dei materiali biografici. La storia di vita (in genere, raccolta da un ricercatore) ma anche le autobiografie, infatti, possono aiutare a meglio comprendere certi fatti sociali, certi contesti. I ruoli giocati all’interno di essi. Le relazioni sociali, quindi. Si sono interessati della ricerca condotta con attenzione alle storie di vita, ai materiali biografici, sociologi come Franco Ferrarotti, come Gaston Pineau e P. Lejeune: tutti consapevoli che si tratta di una chiave di lettura che apre molte porte. Che ci consente l’ingresso in territori sconosciuti o comunque poco noti, umbratili. Che aiuta quindi un percorso di conoscenza, di comprensione del contesto, dell’io narrante non in quanto essere isolato ma, al contrario, in quanto rappresentativo di un più vasto gruppo. Ecco, con Jacqueline Straub siamo in un’ottica di questo genere. Entriamo con lei in un discorso auto9


biografico, un discorso di vocazione. Un termine che rinvia a qualcosa che non c’è ancora, ma che orienta i percorsi, delimita l’orizzonte di chi muove passi in quella direzione. Un concetto importante, quello di chiamata, di vocazione. Di Beruf, come ha scritto a suo tempo uno dei classici della sociologia, Max Weber. Che ne ha parlato in relazione alla politica e alla religione. Difficile oggi, almeno in Italia, ipotizzare legami stretti tra vocazione e politica. Più facile, semmai, l’abbinamento vocazione-religione. Quello qui proposto da una giovane donna che scrive della sua volontà di diventare prete. Nonostante si tratti di una meta lontana. Difficile da raggiungere, da attingere. Ma forse sono proprio la lontananza e le difficoltà a renderla più decisa, più determinata. Perché è chiaro a tutti, al lettore, certamente, ma in primo luogo alla Straub, che ancora molta acqua dovrà scorrere sotto i ponti del Tevere, prima che tutto ciò possa divenire realtà nella Chiesa romana. D’altronde, vocazione vuol dire chiamata divina: non ci si può certo arrendere alle prime difficoltà. Vuol dire impulso interiore a un particolare stato di grazia, per cui la persona è chiamata alla elezione dello stato sacerdotale, quasi non potesse fare altro. Dalla prima comunione alla cresima, dall’infanzia alla giovinezza e poi alla maturità, l’autrice porta avanti il suo sogno. La sua vocazione. Non solo: elabora una interessante ipotesi per misurare la vocazione stessa (pp. 10-13). Una ipotesi a tre voci. Si sarebbe chiamati da Dio se si può parlare di una chiamata che dura nel tempo, che non si perde nella lunga attesa. Se si 10


ha una forte motivazione al servizio del prossimo, al servizio pastorale. Importante quindi la teologia ma anche la capacità di suscitare la fede nella gente. Non solo. È importante, scrive la Straub, la conferma che viene dal prossimo. La chiamata di Dio riguarda indubbiamente uomini e donne, visto che il Signore ha creato uomini e donne. Anzi, in questo discorso, lei ne è convinta, non esistono tanto uomini e donne ma esseri umani chiamati da Dio. Ed è questa convinzione profonda che le dà il coraggio e la costanza per andare avanti. Ed è per questo, scrive, che lei non tace: perché ama la Chiesa e la fede in Dio è per lei «più importante di un esplicito divieto a discutere» (p. 13). Non vi sono più, oggi, certe preclusioni sociali. Le donne potranno far valere in ogni campo – lei ne è convinta – i propri talenti. Con amore e umiltà, la Straub conta di poter raggiungere la sua meta, il servizio di Dio e del prossimo. Con pazienza e speranza. Già il Concilio Vaticano II ha fatto molto per cambiare una Chiesa troppo immobile. Ora esistono le prime assistenti pastorali femminili, i laici sono stati resi più partecipi e responsabili: si tratta di proseguire questo percorso, di «sudare per la costruzione di una nuova Chiesa» (p. 27). Lei, conoscendo il mondo contemporaneo, conosce anche l’importanza della dinamica di gruppo, specialmente per i giovani. E pensa che la messa della domenica dovrebbe essere un momento gioioso. Lo pensa anche papa Francesco, che lei cita: non dovremmo essere musoni ma pieni di gioia. Una gioia di cui dovremmo dare testimonianza (p. 31). Un atteggia11


mento gioioso ben presente, ad esempio, nella “giornata mondiale della gioventù”. Quindi, dalla Chiesa i fedeli dovrebbero potersi attendere messaggi di positività, di gioia. E cura pastorale, offerta con «misericordia e modestia» (p. 35). La Chiesa, si interroga la giovane teologa, deve accogliere tutti? Si potrebbe pensare di sì, da un lato. Ma questo vorrebbe dire che potrebbero sentirsi di casa anche i neofascisti, anche i nazisti? Le porte della Chiesa, lei scrive, devono essere sempre aperte. Esistono però confini posti dallo stesso messaggio di Cristo: tanto che papa Francesco «ha lanciato un anatema, una scomunica, alla criminalità organizzata e alla mafia. I mafiosi non trovano più alcun posto nella comunità ecclesiale, perché le loro abominevoli azioni non sono conciliabili con il Vangelo» (p. 36). Avrà un percorso agevolato, con l’attuale pontefice, la richiesta del sacerdozio alle donne? Mi permetto di dubitarne. Certamente papa Francesco è un pontefice dalle grandi capacità mediatiche e comunicative. Certamente ha a cuore la sorte di migranti e richiedenti asilo. Dei poveri. Ma non mi sembra certamente un papa che abbia abbandonato la tradizione, anche se evita magari di addentrarsi in temi divisivi. Maria I. Macioti, già professore ordinario alla Sapienza di Processi culturali, si è interessata di sociologia urbana, dell’approccio qualitativo alla ricerca, di processi migratori, di richiedenti asilo e rifugiati, di sociologia della religione. Coordina la redazione de “La critica sociologica”, trimestrale diretto da F. Ferrarotti. Dirige per l’ANRP, Associazione Nazionale Reduci dalla Prigionia e famiglie, il Dipartimento Rifugiati e Vittime di Guerra. Ha pubblicato con numerose case editrici. 12


Giovane cattolica donna PerchĂŠ voglio diventare prete

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1 Viaggio di Fede

Premessa «Io credo» sono le prime due parole del Simbolo apostolico, testo che ha avuto origine tra il III e IV secolo. Vorrei cominciare proprio da queste due parole così piene di vigore. Credo che il cambiamento possa avvenire senza ricorrere alle armi e all’odio, bensì attraverso una rivoluzione del cuore. Ma soprattutto credo in Dio e nella Chiesa cattolica di Roma. La fede in Dio non è qualcosa di eccezionale, ma neppure qualcosa di ordinario nel nostro composito mondo occidentale. La mia fede si è sviluppata a poco a poco. Da piccola ho frequentato una scuola materna cattolica, di cui non conservo ricordi particolarmente positivi. Comunque, durante tutti i miei studi ho ricevuto un’istruzione religiosa. Oggi so che il tempo trascorso alla scuola materna ed elementare ha contribuito a formarmi come cristiana. La maggior parte delle immagini che ho dipinto in quel periodo contiene simboli cristiani: pesci, crocifissi e piccole chiese. Ma, che io ricordi, non erano un granché rispetto al loro significato religioso. 15


Nella mia famiglia la fede non aveva molta importanza. La vita di tutti i giorni era scandita dalle feste dell’anno liturgico cattolico, ma ciò ha influenzato ben poco la mia crescita religiosa. Per quel che mi ricordo, non si rendeva grazie al Signore per il cibo, né si recitava la preghiera della sera. Nella mia fanciullezza sono stata in parecchie chiese, ma non per assistere alle funzioni religiose domenicali. Mio zio era uno storico dell’arte e mi portava con sé quando visitava le chiese e i conventi che potevano esercitare qualche interesse per i suoi studi. Fu lui che seppe presto risvegliare in me l’interesse per la storia, l’arte e anche la teologia. Riesco ancora a ricordarmi bene il periodo dell’avvento, quando visitavamo i numerosi presepi dei dintorni. Devo ringraziare lui per la passione che ho sviluppato nei confronti dell’arte cristiana. Continua

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