G. Galante - A. Santero, Il peso del colore

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INTERSEZIONI



Giorgia Galante – Arianna Santero

IL PESO DEL COLORE Lavoratrici afrodiscendenti in Italia: un’analisi intersezionale


© Il Segno dei Gabrielli editori 2022 Via Cengia, 67 – 37029 San Pietro in Cariano (Verona) Tel. 045 7725543 info@gabriellieditori.it www.gabriellieditori.it ISBN 978-88-6099-492-9 Tutti i diritti riservati. Nessuna parte di questo libro può essere riprodotta con sistemi elettronici, meccanici o altro senza l’autorizzazione scritta dell’Editore. Stampa Mediagraf spa, Padova, Luglio 2022


A Betty, Marisa e Rabe al quale ricordo spesso ricorro per non smarrire la via.


Ringraziamenti Vorremmo dedicare qualche parola per ringraziare le persone che ci hanno sostenuto durante la progettazione e la scrittura di questo studio esplorativo, frutto di mesi e mesi di crescita professionale e personale. Siamo grate a Cristina Solera per i suoi consigli durante la stesura del presente volume, per averci incoraggiate a lavorare per la pubblicazione dello stesso a partire dalla tesi magistrale di Giorgia sull’essere una lavoratrice nera in Italia, ricerca che è stata ampliata e rielaborata dando vita a questo libro, e a Sabrina Marchetti per il suo contributo analitico in prospettiva instersezionale e comparata. Un grazie speciale va a tutte le donne protagoniste delle nostre interviste che hanno accettato di partecipare in modo attivo a questo studio dedicandoci il loro tempo e la loro disponibilità. Infine, ma non meno importante, un grande grazie alle realtà e ai movimenti di donne, come l’Associazione Donne Africa sub-sahariana e Seconde Generazioni di Torino, Terra dei Popoli e Casa di Ramia di Verona, che sono state compagne di riflessioni e confronti durante la realizzazione e lo svolgimento della ricerca.


Indice

prefazione

di Sabrina Marchetti introduzione

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Capitolo I

prospettive intersezionali

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1.1 Black feminism 1.2 Identità intersezionale 1.3 Femminismo postcoloniale e transnazionale 1.4 Femminismo decoloniale e donne afrodiscendenti in Italia 1.5 Approccio intersezionale e ricerca sociale 1.6 Prospettiva intersezionale e inserimento occupazionale delle donne afrodiscendenti in Italia

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Capitolo II la posizione delle donne afrodiscendenti nel mercato del lavoro e nel welfare italiano

2.1 Regimi migratori e migrazioni femminili dall’Africa sub-sahariana e dal Corno d’Africa all’Italia 2.2 Regime di cura in Italia: tra familismo e welfare invisibile 2.3 Donne immigrate nel mercato del lavoro

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Capitolo III

donne afrodiscendenti in italia: un’esplorazione qualitativa

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3.1 La ricerca sul campo 3.2 Negoziare processi di etnicizzazione 3.3 Posizionamento intersezionale 3.4 Backtalk

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conclusioni

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bibliografia

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Prefazione di Sabrina Marchetti

Storie di migrazione, lavoro, studio e affermazione personale. Sono molto belle e interessanti le storie delle dodici donne africane e afrodiscendenti raccolte in questo volume. Ci offrono lo spaccato di vite all’insegna dell’autonomia, dell’emancipazione e dell’indipendenza economica. La dimensione della formazione e delle opportunità di lavoro è centrale nelle testimonianze raccolte. Si parla di conquiste, successi e risultati ottenuti dopo anni di impegno e perseveranza. Tuttavia, le stesse storie raccontano delle difficoltà, degli ostacoli – a volte insormontabili – che le intervistate hanno incontrato. Raccontano di frustrazione e rassegnazione. Raccontano di una società che esclude sistematicamente alcuni soggetti dall’accesso a diritti e opportunità. Ci parlano del difficile crinale fra migrazione e cittadinanza. Le donne protagoniste di queste storie sono state incontrate nelle città di Torino e Verona. Le autrici spiegano bene come il contesto locale abbia influenzato l’esperienza delle intervistate e il modo in cui esse la narrano. Tuttavia la tentazione è forte di considerare alcuni elementi di queste storie come emblematici per la realtà italiana nel suo complesso, per puntare il dito nelle contraddizioni che attraversano il nostro paese riguardo ai temi della migrazione, del razzismo, del sessismo e delle ineguaglianze più in generale. Ci sono quindi alcuni elementi su cui vorrei soffermarmi in questo senso, per introdurre l’importanza della ricerca condotta da Giorgia Galante e Arianna Santero. Innanzitutto, come si chiarisce fin dal titolo, questo lavoro ribadisce l’importanza di guardare ai percorsi di donne migranti in una prospettiva intersezionale, ossia attraverso uno sguardo attento all’intersezionalità fra le categorie sociali lungo le quali si costruiscono rapporti di discriminazione o privilegio. Le stesse 9


storie possono apparire sotto una luce diversa se si guarda al solo percorso lavorativo e professionale o se si guarda simultaneamente anche al percorso per il conseguimento di diritti di cittadinanza in Italia – dai quali la maggioranza delle intervistate è stata esclusa pur risiedendo in Italia da molti anni, talvolta fin dall’infanzia. Il risultato dell’intersezione fra i due percorsi può far apparire come più fragili e precari risultati che per altri versi sembrano solidi e “di successo”. Fra le varie categorie sociali, sicuramente una di quelle più determinanti nelle testimonianze raccolte è quella relativa al colore della pelle e alla provenienza delle intervistate. Le rappresentazioni sociali e culturali relative alla nerezza e alle origini africane pervadono le storie delle donne intervistate. Esse raccontano la frequente sensazione di essere state penalizzate per questi elementi, discriminate nel mondo del lavoro e nelle interazioni sociali. Attraverso questi racconti, la società italiana si conferma essere un luogo altamente inospitale, influenzata da un razzismo pervasivo, nella dimensione della quotidianità come in quella istituzionale. Emerge infatti chiaramente dalle testimonianze come l’atteggiamento di ostilità verso persone nere – donne in particolare – abbia condizionato le loro esperienze lavorative, limitando fortemente le loro opportunità professionali e esponendole al rischio di maltrattamenti e discriminazioni. Le esperienze delle intervistate per questo libro confermano come in Italia sono generalmente precluse a donne nere africane anche quelle occupazioni legate al lavoro di cura dove tipicamente, nei paesi industrializzati, donne migranti e nere trovano un’occupazione, benché precaria e poco remunerata. In altre parole, mentre in altri paesi occidentali, si può trovare una forte presenza di donne nere fra infermiere, personale sanitario, assistenti familiari, ecc., in Italia ciò non accade. Anzi, donne nere che cercano attivamente occupazione in questi settori, spesso in linea con la propria formazione, si scontrano con una ritrosia ad impiegarle spesso motivata da un giudizio di inadeguatezza “delle donne africane” per mansioni relative all’igiene, alla cura e all’assistenza. È la cartina di tornasole degli effetti sull’immaginario dell’as10


sociazione fortemente stigmatizzante fra “corpi di donne nere” e lavoro sessuale, con il suo portato di criminalizzazione, abiezione e paura. In altre parole, osserviamo una diversa costruzione del nesso fra genere-razza-cura nel caso delle donne nere in Italia nel confronto con quel che accade in altri paesi: se altrove la corporeità delle donne nere s’inserisce in un immaginario incentrato sulla fisicità “accudente” delle donne nere, in Italia questa stessa fisicità verrà vista come “sporca” e sessualmente pericolosa. Fanno eccezione a questo schema le esperienze di un paio di donne eritree intervistate che, nel confronto con le intervistate ghanesi, nigeriane, ecc., raccontano di aver avuto facilità ad inserirsi nel settore del lavoro domestico e di cura. Non c’è lo spazio qui per elaborare su questa eccezione, ma vale a mio parere l’ipotesi che il nesso genere-razza-cura di cui si parlava sopra abbia diverse articolazioni, anche in Italia, a seconda dell’influenza di un repertorio coloniale che riguarda donne africane provenienti dalle ex colonie italiane, come nel caso delle “ragazze di Asmara” le cui storie ho avuto la possibilità di analizzare più in dettaglio (Marchetti, 2011). È quindi molto interessante trovare in questo libro ulteriori spunti per continuare a ragionare sugli elementi di continuità fra le esperienze in Italia di donne africane e afrodiscendenti con percorsi e storie diverse, e sugli elementi di trasformazione che possono incontrare nella dimensione lavorativa e della cittadinanza.

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Introduzione

In Italia la presenza femminile africana e afrodiscendente – in particolare dal Corno d’Africa e dall’Africa sub-sahariana, tra i primi circuiti migratori in ingresso (Pugliese 2006) – si inserisce in un mercato del lavoro “genderizzato” ed “etnicizzato” all’intersezione tra regimi migratorio, di welfare e di cura (Williams 2012) che determina una specifica domanda di lavoro per le afrodiscendenti. Questi flussi migratori femminili, in altre parole, sono trainati dalla domanda di lavoro in Italia (Andall 2000, Rayneri 2001). Le donne afrodiscendenti si posizionano all’interno del regime di welfare/cura e del mercato del lavoro italiano in virtù del loro appartenere in modo multiplo e simultaneo alle categorie di genere, etnia, classe sociale, età, status migratorio, condizione familiare, religione e nazionalità. L’immaginario collettivo e le dinamiche istituzionali, economiche e culturali (Muvumbi 2021, Phipps 2021), oltre che la domanda di forzalavoro stessa, tendono a confinare queste donne all’interno dei cosiddetti lavori riproduttivi (Kofman e Raghuram 2015), ad occupazioni attinenti alla sfera del lavoro domestico, di cura o sessuale (Abbatecola 2006). Per avere un gradiente di quanto i processi razzializzanti siano consolidati, e dunque dati per scontati nelle nostre società e culture, basti pensare all’umorismo razzista è ampliamente praticato nel presente di diverse istituzioni sociali (internet e social network, prodotti culturali di massa, ma anche nel sistema di giustizia) pur all’interno di società e culture apparentemente daltoniche (colour-blind) (Pérez 2017). D’altra parte, però, anche l’agency delle donne afrodiscendenti e il loro pensarsi all’interno del mercato del lavoro ha un suo peso nel definire le professioni che queste ultime ricoprono e nel contribuire a modificare le culture organizzative e l’immagine sociale delle lavoratrici. L’obiettivo di questo libro è quello di esplorare cosa significhi oggi essere una donna lavoratrice afrodiscendente in Italia, 13


quali implicazioni ha il colore della pelle, così come il fatto di essere donne, madri, mogli, di origine straniera, come si presenta il contesto nel quale tali donne si inseriscono, quali processi, meccanismi e relazioni di potere caratterizzano l’accesso al mondo del lavoro e il mercato del lavoro stesso e quali strategie di innovazione attuano queste lavoratrici nel fronteggiare la situazione. Per rispondere a queste domande adottiamo una prospettiva intersezionale (Crenshaw 1989, McCall 2005, Erel 2009, Marchetti 2013) capace di cogliere da un lato il peso della struttura, del sistema all’interno del quale le donne afrodiscendenti si inseriscono, e dall’altro l’agire individuale, la condizione e il punto di vista specifico delle donne lavoratrici afrodiscendenti. La nozione di intersezionalità ha trovato una sua sistematizzazione attraverso specifici momenti nel corso della storia degli ultimi sessant’anni. Tale concetto è emerso a partire dai movimenti sociali degli anni Sessanta e Settanta negli Stati Uniti, principalmente con lo sviluppo della critica femminista nera. Successivamente, il termine intersezionalità si è sistematizzato a livello accademico tra la fine degli anni Ottanta e nel corso degli anni Novanta, specialmente grazie ai lavori di Kimberlé Crenshaw, ed infine ha raggiunto un’espansione a livello globale dagli anni 2000 in poi. Negli ultimi due decenni, l’approccio intersezionale è stato utilizzato negli studi sulle disuguaglianze sociali, nel diritto antidiscriminatorio (Schiek 2016), negli studi in materia di diritti umani, e all’interno delle discussioni nei media (Hill Collins e Bilge 2016, Fabbri 2021). Ci si propone dunque di far dialogare contributi del Black feminism e successivi studi sviluppati anche in Europa che hanno sistematizzato la prospettiva intersezionale dal punto di vista teorico e metodologico, con dati quali-quantitativi e ricerche empiriche sulle migrazioni femminili e l’occupazione femminile migrante. Negli anni passati, in diversi paesi e anche in Italia, l’esclusione razziale nel mercato del lavoro è stata esplicita, specifica e intenzionale. Oggi, organizzazioni lavorative come altre istituzioni non possono più discriminare e segregare in base alla razza. Questo non significa che tali processi siano cessati (Mickey e Wingfield 2019). In diversi paesi essi persisto14


no attraverso le reti sociali, attraverso ambienti lavorativi psicologicamente più stressanti e con minore benessere se al di fuori dei segmenti in cui l’incidenza di afrodiscendenti è minore, a causa di comportamenti e pratiche nell’interazione in contesti a prevalenza bianchi, mentre l’associazionismo e azioni di individui e gruppi contrastano tali dinamiche (Michey e Wingfield 2019; Meera 2019). Durante la pandemia tali stratificazioni si sono manifestate chiaramente (Boris 2022). L’approccio postcoloniale femminista contemporaneo, connesso a quello intersezionale, contribuisce a indagare le connessioni globali delle vite e dei processi che attengono alla costruzione della “razza”, della femminilità e mascolinità, delle appartenenze e dei processi economici e migratori (Caliskan 2020). Anche in Europa e in Italia in particolare emerge in modo sempre più esplicito dagli anni Duemila l’idea che le iniziative femministe e antirazziste possano essere considerate parte della medesima lotta contro le discriminazioni, espressa sia dall’attivismo di individui e gruppi, sia da organizzazioni nei singoli stati membri e sia a livello europeo, ad esempio da European Women’s Lobby e European Network against Racism (Nielsen 2013). Al contempo, i target e le espressioni di razzismo variano in Europa e diversi termini sono usati in paesi diversi come “minoranza etnica”, “straniero”, “nero” per identificare gruppi o categorie sociali considerati “altri”: malgrado la pluralità di termini, esistono tendenze alla convergenza, e in questo contesto dunque adottare una prospettiva analitica europea è rilevante secondo noi anche per intraprendere azioni antirazziste (Erel 2007). Intendiamo con “razializzazione” o racialization il processo attraverso cui la “razza” diventa saliente (Garner 2007) e “etnia” (ethnicity) come un concetto più ampio che comprende cittadinanza, paese d’origine, cultura e religione, oltre che caratteristiche somatiche più legate al concetto di “razza” (Scrinzi 2004) come il colore della pelle (Lippens et al. 2020). Delineare il plurale posizionamento delle donne migranti e afrodiscendenti, richiede di ripensare e decostruire le categorie di appartenenza di queste donne, a partire dal nostro posizionamento di ricercatrici bianche, giovani donne di classe media e di 15


origine europea, così come i meccanismi, le normatività e i differenziali di potere che definiscono il contesto sociale, economico e culturale nel quale esse si trovano. Il libro si struttura quindi in tre parti. Nella prima, discutiamo la nozione di intersezionalità a partire dal Black Women’s Manifesto (1970-1975) e dalla Dichiarazione del Combahee River Collective (1978), oltre che dagli scritti di Michele Wallace, Audre Lorde, Angela Davis e Patricia Hill Collins. Queste attiviste e studiose denunciavano il fatto che le donne afrodiscendenti in America potessero accedere solo ad alcune occupazioni, le meno retribuite e le più modeste, e che la loro posizione all’interno del contesto lavorativo, culturale e socio-politico statunitense di quegli anni fosse frutto dell’intersezione delle categorie di genere, razza e classe alle quali appartenevano, oltre che di molteplici minacce sistemiche che le sottoponevano a discriminazioni multiple e simultanee. A pochi anni e molti chilometri di distanza, nell’ambito dello sviluppo del femminismo postcoloniale in Europa, altre donne, attiviste e studiose, provenienti da diversi paesi, dichiaravano la necessità di considerare le “differenze” tra donne mettendo in discussione l’idea di una “sorellanza universale”. Vedremo inoltre come la lente intersezionale è stata profondamente connessa al diritto antidiscriminatorio, a partire dal contributo della giurista e attivista afro-americana Kimberlé Crenshaw che, nel 1989, per prima ha coniato e istituzionalizzato il termine intersectionality per decostruire le categorie esistenti e abbandonare il single axis framework. Questo processo permette di contestualizzare le donne afrodiscendenti all’interno di particolari situazioni e relazioni di potere, nel campo sociale come in quello occupazionale. Per questa ragione, l’apporto della prospettiva intersezionale è rilevante anche nel tradizionale paradigma sociologico agency-struttura (Colombo e Rebughini 2016). Nella seconda parte del libro spostiamo l’attenzione sul contesto e quindi sulla struttura all’interno della quale si collocano i percorsi delle migranti all’intrecciarsi del regime migratorio, occupazionale/di genere e di welfare/cura (Williams e Gavanas 2008). Le politiche migratorie, che regolano l’ingresso, l’uscita e attribuiscono determinati diritti civili, politici e sociali agli in16


dividui, così come le politiche di welfare, ovvero le forme di regolazione pubblica che distribuiscono le responsabilità di cura tra Stato, mercato e famiglia, e il sistema di (de)regolamentazione del mercato del lavoro, basato sul principio della flessibilità e sulla divisione, più o meno implicita, dei compiti e delle professioni in base a ragioni etniche e di genere, si intrecciano tra loro e alimentano un certo tipo di occupazione femminile migrante. Malgrado la scarsità di dati disaggregati per genere e colore della pelle in Italia, come in altri paesi europei, studi quantitativi e qualitativi rilevano lo svantaggio occupazionale delle donne migranti, in particolare per coloro che sono di origine africana, in termini di tassi di occupazione, disoccupazione e inattività, titoli di studio riconosciuti in Italia, livelli salariali e settori occupazionali (Idos 2020, 2021, Rapporto Fondazione Leone Moressa 2020, 2021). Ricerche qualitative (Decimo 2005, Marchetti 2011) mostrano altresì come questioni cruciali quelle della conciliazione lavoro-famiglia, della sottoccupazione, della sovraistruzione e dei gap salariali, oltre che difficoltà di coinvolgimento sindacale (Sacchetto e Vianello 2015). Nella terza parte di questo lavoro presentiamo l’analisi di interviste qualitative condotte nel 2021 con professioniste dei servizi e associazioni a supporto dell’inserimento sociale e lavorativo femminile migrante e con donne originarie dall’Africa sub-sahariana e dal Corno d’Africa, in diverse posizioni occupazionali in Italia e che abitavano al momento dell’intervista in Veneto e in Piemonte. Queste testimonianze evidenziano come l’essere donna, immigrata, nera, madre, moglie, più o meno qualificata, della working class o della middle class, musulmana piuttosto che cristiana, modellino la storia e il posizionamento occupazionale delle donne lavoratrici afrodiscendenti. Dalle loro narrazioni emergeranno i principali svantaggi e vantaggi, vincoli e opportunità del mercato del lavoro, le discriminazioni e le disuguaglianze sociali, le strategie, le rappresentazioni e le esperienze personali delle donne, oltre che l’immaginario delle professioniste dei servizi e delle donne afrodiscendenti sui loro percorsi e possibilità.

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