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Silvio Ciappi

L’UOMO CHE NON VOLEVA MORIRE Storia di un pescatore di anime

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Silvio Ciappi

L’UOMO CHE NON VOLEVA MORIRE Storia di un pescatore di anime

dal Vangelo di Marco

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© Il Segno dei Gabrielli editori, 2017 Via Cengia, 67 – 37029 San Pietro in Cariano (Verona) tel. 045 7725543 – fax 045 6858595 info@gabriellieditori.it www.gabriellieditori.it Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-6099-312-0 Stampa Il Segno dei Gabrielli editori, San Pietro in Cariano (VR), Gennaio 2017 In copertina: Nino Migliori, Senza titolo -1957 © Fondazione Nino Migliori Per la produzione di questo libro è stata utilizzata esclusivamente energia elettrica prodotta da fonti rinnovabili ed è stata compensata tutta la CO2 prodotta dall’utilizzo di gas naturale.

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Indice

Introduzione - Il mistero dell’Interlocutore

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Ringraziamenti 19 1. Yeshu ha nozri, il pescatore

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2. Come pecore in mezzo ai lupi

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3. E secondo voi, chi sono io? Una questione di parole

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4. Il viandante e l’ombra del nulla

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5. Padri e figli: il coraggio di essere liberi

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6. Io sono. Tu sei: l’arsura del giorno

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7. Ed era notte: oltre la luce e il crepuscolo

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8. Il silenzio, il respiro e la parola: pratiche di mindfulness agli albori del primo secolo

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9. Notizie dal sud del mondo

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10. Il racconto di Marco

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11. Alla fine fu la paura: le ultime parole di Marco Tre donne Al sepolcro La pietra La pietra rovesciata Un ragazzo

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Non meravigliatevi! Ritorno in Galilea La paura

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Ioses, l’esseno - Un racconto In viaggio: circa un anno prima Arrivo a Gerusalemme Il deserto L'incontro Maria e lo sconosciuto Getsemani Il sepolcro vuoto Ritorno a Betania Betania-Roma

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Appendice - Il testo originale greco

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Bibliografia essenziale

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Introduzione il mistero dell’Interlocutore

Non so dove i gabbiani abbiano il nido, ove trovino pace. Io son come loro in perpetuo volo. La vita la sfioro com’essi l’acqua ad acciuffare il cibo. E come forse anch’essi amo la quiete, la gran quiete marina, ma il mio destino è vivere balenando in burrasca. Vincenzo Cardarelli

Giugno di quarant’anni fa. Orlando West, un quartiere di neri a Soweto, periferia di Johannesburg in Sudafrica. Un ammasso di gente ai limiti delle condizioni minime di umanità, in un ghetto di povertà e violenza, poi di là i bianchi, che giocano a tennis, che parlano di oro e miniere, che leggono libri e giornali. A scuola un decreto del governo vorrebbe che si parlasse afrikaans, la lingua dei bianchi. Gli studenti e la gente escono per le strade. Lacrimogeni e disordini. Anche la Chiesa sta con i neri. Questi preti maledetti, deve aver sghignazzato qualcuno. Due colpi di raffica e un ragazzo di nome Hector che poi giace morto. Fosse contagiosa la felicità di questi sorrisi bianchi. Di queste giovani donne. Di questi bambini e di questi vecchi. È per questo che continuo ad addentrarmi nello slum più grande e pericoloso del mondo. È una domenica soleggiata di novembre. Arrivo in un grande spiazzo dominato da una chiesa. Si chiama Regina Mundi. Si vedono ancora i buchi delle pallottole di quel dannato 16 giugno 1976 quando i poliziotti bianchi nel giro di qualche giorno uccideranno più di mille blacks. 7


In situazioni così le parole svaniscono e lasciano spazio solo al muto sentire degli occhi. Guardo il sole in alto, vedo la croce che si staglia sul cielo africano, sulle baracche e sui bimbi allegri che mi circondano. Poi chiudo gli occhi e respiro forte questa aria tiepida di novembre. Sulla via del ritorno da questo buco di umanità, sento il sole battermi sulla pelle. Mi vergogno un po’ di pensare che quel piccolo Gesù sulla croce di Regina Mundi sia anche il mio. No. Non può essere così. A questa gente non puoi anche togliere quel Gesù. Quel Gesù che forse non è più roba da ricchi e annoiati occidentali. Mi dico che dobbiamo lasciarlo qui quel giovane uomo di Palestina, tra i sorrisi, i cani randagi e la baraccopoli di Soweto. Lungo il ciglio della strada arrivò una centuria con i tre condannati. Avevano dei cartelli appesi al collo, in uno c’era scritto ‘Ribelle’, nell’altro ‘il Re dei Giudei’. Poi giunsero dei carichi di pali incrociati e poi ancora più in là un cordone di soldati. Tutt’intorno una folla di curiosi con i loro taleth logori. E poi ancora rumore di lance, di lacci e di cuoio. Tra la folla un ragazzino, con un vestito bianco che cercava di aprirsi un varco fra i soldati. Di lì a poco sarebbe avvenuta l’esecuzione. Un uomo sconvolto dal dolore avrebbe urlato dopo essere stato trafitto da un violento colpo d’asta. Il ragazzino corse e se ne andò verso un dirupo dove vi erano delle grotte. Si sedette su di una pietra e fissò quelle croci e il volo di tre uccellacci neri che già stavano volteggiando in alto a grandi giri. Quell’uomo sulla croce intanto continuava a borbottare da solo mentre la folla se ne stava andando e rimaneva solo un piccolo gruppo di gente, tra cui alcune donne. Il ragazzino pensò: “Adesso caro Yeshu vengo io e ti salvo, ti tiro io giù dal palo”. Sarebbe bastato un pugnale, un qualcosa per slacciare i polsi e le caviglie. Si avvicinò pian piano alla croce e sentì che l’uomo respirava, socchiuse le palpebre e alzò le mani al cielo. Gli sembrò che Yeshu lo guardasse e che avesse scosso leggermente la faccia per le mosche e i tafani. Il ragazzino vide che stavano arrivando dei 8


centurioni, si riparò con una mano dal polverone che i cavalli gli sbattevano sul viso e scappò nascondendosi in una grotta. Maledisse Dio, quel Dio che aveva ucciso Yeshu. Forse era il Dio dei briganti e dei cattivi pensò. Vide poi un soldato che saliva verso le croci, sembrava che parlasse a voce bassa al condannato. All’improvviso venne giù un violento temporale e riuscì a intravedere solo il corpo nudo di Yeshu che era stato deposto per terra con le braccia aperte e la testa rovesciata all’indietro affondata nel fango. Disperato e infreddolito si nascose in un anfratto nella grotta. Credo che scrivere sia innanzitutto riflettere cioè ripiegare l’animo all’esperienza di un altrove, di un tempo e di uno spazio, che fanno parte di un nostro viaggio interiore. Ciò generalmente implica il distaccarsi dal tumulto delle cose esterne, dell’accadere e dell’agire, sottrarsi al mondo e alla girandola di un’esistenza destinata alla rincorsa di solo ciò che è utile, col rischio che proprio la vita stessa diventi inutile, svuotata di senso, assillata unicamente dalla corsa, senza più capacità di staccare la spina e di comprendere ciò che è veramente essenziale. Cercare delle parole ha per me il significato di uno sguardo nella solitudine verso il mondo interiore ed esteriore, di una riflessione di pensieri sulla superficie piana dell’anima. Così è successo, immerso nelle pile dei libri nei vari luoghi in cui questo mio scrivere ha preso forma: dalla campagna valdelsana che faceva entrare nella penombra della stanza l’ocra e il verde dei campi dove ogni cosa ha il suo posto, al bagliore dei grattacieli di Bogotà o nelle alture di La Paz oppure tra il più femminile dei luoghi italiani, nella terra indurita dal sole di Sicilia dove il bianco si mescola all’azzurro, dove di sole sono fatte le chiese, le strade, il pane e le mani delle donne. Straniero il linguaggio che dovevo immaginarmi, distanti i luoghi, essenziali affinché anche la descrizione di una persona o di un fatto prenda forma. E descrivere un paese è spesso più difficile che fare il ritratto di un uomo. Si rischia avvicinando all’orecchio la conchiglia del passato di incorrere nei pericoli del celebra9


zionismo, dell’icona trasognata oppure di inciampare nelle muffe e nel piagnisteo dei bei tempi andati. Questo libro è nato in viaggio, nei tanti luoghi del benessere e della disperazione che ho visto. Una strana attrazione per l’umano ha sempre guidato la mia mano e condotto alla ricerca di simulacri del divino, in ogni luogo, fossero gli assolati dolmen primitivi di Malta, una moschea rinchiusa in qualche viuzza del centro storico di Algeri, una sperduta chiesa copta nella Nubia, o la vorticosa danza di sufi dervisci in un quartiere centrale di Istanbul. Visitare i luoghi ha significato anche sentire il suono di lingue diverse, affascinarmi davanti al suono delle sillabe antiche e sacre degli uomini di fede, all’impasto di consonanti pietrose di una liturgia ebraica o alla fluida cantilena araba di sure del Corano. Lingue che se ti ci avvicini scopri che possiedono qualcosa di profondo, di aspro e crudele. Si narra che i bambini che non conoscono alcuna lingua, parlerebbero spontaneamente l’ebraico oppure l’arabo, lingue semitiche, antiche consonanti che rendono dicibile Dio. continua.... Forse sono anni che sto scrivendo sempre lo stesso libro, si tratta di varianti dello stesso tema che ruota intorno alla enigmaticità, alla profondità arcaica, enigmatica, religiosa dell’animo umano. Se c’è infatti qualcosa che sta oltre lo scrivere e il pensare è l’indicibile, ovvero quel mix di sensazioni che si hanno quando si visita un luogo, si ode una voce, c’inabissiamo in una sensazione, oppure c’addentriamo in un territorio che possiamo chiamare interiorità che richiama e vivifica pensieri lontani. Ed è tanto più vero per ciò che sta oltre il visibile e il comprensibile ovvero per i luoghi abitati dal silenzio. Da quel silenzio che ha avvolto uomini e donne davanti allo splendore di una stella cadente nel cielo, all’enigma di un fuoco o di un suono improvviso. Per avvicinarsi a una possibile dimensione del sacro occorre quindi sbarazzarsi della fiaba e cercare di immaginarsi e visitare luoghi comuni e meno comuni anche se il nostro occhio spesso rima10


Capitolo 1

Yeshu ha nozri, il pescatore

Dimmi dimmi mio Signore dimmi che tornerà  l’uomo mio difendi dal mare dai pericoli che troverà  troppo giovane son io ed il nero è un triste colore  la mia pelle bianca e profumata  ha bisogno di carezze ancora.  Pierangelo Bertoli

Tante barche, tanti bimbi, tanto mare. Sulla spiaggia di Sampieri non c’è posto oggi per la gioia. C’è dolore e rabbia nell’aria. Sull’orizzonte dove si staglia la vecchia fornace intravedo due ragazzi. Lei, la ragazza ha un libro in mano. Tutti e due camminano lenti a testa bassa. Una farfalla disegna cerchi nell’aria in un mare piatto e crudele dove sento ancora le voci urlanti di madri. Potessimo camminare sulle acque, andrei là in mezzo al mare a difenderla tutta quella umanità che arriva disperata fin qui. Dovremmo tirar su dal mare quegli uomini come pesci, raccoglierli e poi farli scivolare in acque più sicure. Ma oggi di pescatori di uomini se ne vedono pochi, qui in Sicilia, con la Libia davanti, due ragazzi che camminano e io che guardo, senza pensare troppo, il mare in questo giorno senza Dio. Eppure continuo a immaginarmelo così, Yeshu ha nozri, Gesù il Nazareno, mentre penso che se lui adesso esistesse ci inviterebbe a farne a meno di tutti i credi e di tutte le religioni. Che oggi quel giovane predicatore di Galilea davanti alla follia dell’ideologia e della religione forse si fingerebbe ateo. Perché oggi, nel tempo della morte di Dio, dell’assenza di fondamenti, c’è chi urla e reclama un Dio troppo potente, un Dio nel nome del quale ripulire il mondo da chi non è 21


d’accordo. No, io in questa mattina di dolore, dico che possiamo farne a meno di quel Dio là e che possiamo riuscire a convivere nel tempo segnato dall’assenza di fondamenti, nel tempo, direbbe Nietzsche, ‘senza Dio’. Se avessi più tempo mi metterei a sedere su qualche barcone in questo porticciolo dove la gente arriva, si stiracchia le gambe e si liscia i ginocchi e si guarda le dita dei piedi macchiati di catrame. Gente che arriva da lontano, uomini e donne che parlano di geografie di guerra. Persone abituate al movimento, che non diventeranno mai palude. Nei passi stanchi di questa gente, nel loro spaesamento, avverto un rapporto tra la mia e la loro condizione, nel loro cammino intravedo il mio. L’ospitalità, ci ricorda Antonio Prete, ha un’origine nomade e riesce a praticarla solo chi conosce la provvisorietà della tenda, chi privo di direzione cerca una fraternità che addolcisca lo spaesamento. “Straniero, non mi permetto di trattar male gli ospiti: ospiti e poveri vengono tutti da Dio”, così risponde il porcaro Eumeo a Odisseo che lo ringrazia per l’ospitalità. Accogliere l’altro è una pensiero mediterraneo che sa di sacro, un mutuo aiuto di chi vede nel viandante un riflesso della propria condizione, è un sentire che ci parla di venti e di onde impetuose. Chi non ama il mare, chi non sa scrutare l’orizzonte non potrà mai capirlo. L’altro che ci può salvare, come Odisseo che si presenta al porcaro Eumeo, può avere l’aspetto di un mendicante, con le vesti lacere, un uomo senza radici e senza meta. A volte penso di poter riuscire a scorgerlo, d’improvviso, mentre sbuca da un vicolo, salvo poi ritornarsene, inghiottito, nel paese pieno di gente. Me lo vedo coperto da una tunica lacera, con un grande livido sotto gli occhi e un po’ sporco di sangue coagulato, come quando, immobile come una pietra si era presentato davanti a Ponzio Pilato. Questo mio nuovo Gesù è il volto di uno sconosciuto che rimane in silenzio con gli occhi velati a guardarti. Uno che normalmente facciamo fatica a guardare. Facciamo difficoltà ad accogliere gli intrusi, gli ospiti non graditi, soprattutto se crediamo di essere noi i forti, i ricchi, i giusti e gli onesti, di essere dalla parte della 22


ragione, e di sentirci vincitori su gente dispersa per il mondo, umiliata, piena di fame. La nostra libertà assume spesso il tono sprezzante della superiorità, di un borioso orgoglio, o di un compassionevole ‘poverini’, senza però neanche guardarli in faccia, che il guardare in faccia un essere umano è dargli una dignità, soprattutto se viene o arriva in un paese dove più nessuno guarda un altro, dove nessuno si sente degno d’essere guardato. L’umanità parte da un sentimento di comunanza di tutti con la terra, con l’humus, imparentato con l’umano anche a livello etimologico, polvere di terra dalla quale siamo stati resi vivi da un soffio di vita. Mentre scrivo mi viene in mente il dialogo tra il centauro e Giasone in Medea di Pasolini: Ciò che l’uomo, scoprendo l’agricoltura, ha veduto nei cereali, ciò che ha imparato da questo rapporto, ciò che ha inteso dall’esempio dei semi che perdono la loro forma sotto terra per poi rinascere, tutto questo ha rappresentato la lezione definitiva. La resurrezione, mio caro. Ma ora questa lezione definitiva non serve più. Ciò che tu vedi nei cereali, ciò che intendi dal rinascere dei semi è per te senza significato, come un lontano ricordo che non ti riguarda più. Infatti non c’è nessun Dio.

La mancanza di uno sguardo diverso nei confronti del mistero della terra affligge purtroppo anche le nostre stanche civiltà occidentali e gli esseri umani, indipendentemente dalla latitudine in cui sono nati, sentono disperatamente il bisogno di uno sguardo, di un riconoscimento, come esseri imparentati da un qualcosa di divino che sale da una terra comune. Non lo sappiamo ma siamo avvolti da sguardi, che non sempre riusciamo a intercettare, sguardi fatti di un qualcosa di doloroso e profondo, qualcosa che troviamo nei bambini, nei vecchi e anche negli occhi degli animali. Anche se crediamo che nessuno ci veda, qualcuno, da dietro una persiana, in una camerina da letto, dal fondo di una strada ci guarda. Mentre ho la brutta notizia di un ragazzo gettatosi dal terrazzo della propria abitazione, forse per noia, forse perché si portava un male dentro che nessuno era riuscito a decifrare, 23


uno sguardo vuoto di vita che nessuno aveva intercettato, penso a tutta quella famiglia sfasciata dal dolore, all’orrore degli anni odiosi che sconteranno sopravvivendo a questo dolore, al grido dei morti che è più forte del rantolo infinito dei vivi. Penso anche al dolore di tutte le persone dei barconi sperando che per tutta questa gente venuta dal mare un giorno ci possa essere pace. È importante porsi nell’ottica di chi soffre perché non è umano fregarsene, rimanere indifferenti, perché dietro il volto di una persona che soffre siamo noi che stiamo soffrendo e allora diviene normale spingerci a volere il bene suo che è anche il nostro. È un qualcosa che viene da lontano. Eschilo nella tragedia I Persiani mostra al suo pubblico ateniese non la versione dei vincitori, ma quella dei persiani battuti, le loro urla, i loro strazi, capisce che un grande popolo è tale se sa fare i conti anche con il dolore dei vinti. Sebbene tendiamo a fuggire dal dolore altrui, è importante preservare il nostro impulso all’immedesimazione e alla compassione, non per mostrarci la nostra superiorità, non per autocompiacerci della nostra nobiltà d’animo o come prova della nostra magnanimità, ma come molla, anche se viviamo nel mondo dell’indifferenza dove la morte è solo una notizia, perché la gente continui a meravigliarsi, a stupirsi, a indignarsi. Provare quella meraviglia, nel senso greco del termine, un thauma (che può significare anche ‘paura’) che è anche un venir meno, una vertigine, come quando vediamo qualcosa per la prima volta ma abbiamo l’impressione sottile di averla vista da sempre. Le strade della meraviglia non sono però semplici. Sono cammini difficili, ancestrali, infantili, di cui poi si perde la memoria. Da una certa età in poi ci meravigliamo sempre meno e cediamo il passo a un ragionare realistico che ha perso le dimensioni del sogno e della speranza. Eppure per questi profughi che arrivano qua, vorrei che ci fosse un futuro migliore. Vorrei perché sono miei prossimi, perché sono persone il cui sguardo conta quanto il mio. Vorrei perché siamo parte dello stesso ceppo e perché siamo viandanti, pellegrini in cerca di un approdo. Vorrei perché la gente che si muove, che vuole camminare, correre, girare il 24


mondo è gente da rispettare. Persone così non saranno mai acqua stagna, non diventeranno mai palude. Anche il Gesù di Marco è ancora in viaggio. “Non è qui”, dice il giovanetto che compare nella tomba vuota. Non cercatelo nei luoghi della morte, sembra dire alle tre donne esterrefatte e incredule. Il Gesù di Marco è un uomo al quale vengono strappati di dosso tutti i classici elementi che ci rendono persona. Gesù non ha amici, non ha famiglia, non ha neanche quello che potremmo chiamare un progetto di vita. Questo giovane uomo, “pescatore di uomini”, è un demolitore delle istituzioni del tempo, un uomo, come ebbe a dire Pier Paolo Pasolini, mite nel cuore, ma mai nella ragione. È uno al quale piace giocare in campo aperto, che non ama il potere, che non conosce e non ama il primato della legge. Non è un moralista, non vuole col suo Vangelo edificare chiese. Il Gesù di Marco ama l’azione, le parole e i silenzi, vive nel mythos. Chi ha seguito i suoi passi lo ha visto pensare, arrabbiarsi, riflettere e meditare, fino all’ultimo passo, quando stremato o morto è stato calato dalla croce. È ciò che ha fatto Marco: ha visto e udito. continua...

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Silvio Ciappi, L'uomo che non voleva morire  

Non solo Gerusalemme e la Galilea, ma anche l’Italia e i terzi mondi dimenticati. Una lettura dell’ultimo enigmatico capitolo del Vangelo d...

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