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Claudio Capitini

INCOMPARABILI VOCI FUORI DAL CORO

Teatro, musica e un passo di danza

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In collaborazione con

Le interviste presenti nel volume sono state pubblicate dal quotidiano “L’Arena” di Verona. Nel riproporle, l’autore ha ritenuto di aggiornarne e contestualizzarne i contenuti. © Il Segno dei Gabrielli editori, 2019 Via Cengia, 67 – 37029 San Pietro in Cariano (Verona) tel. 045 7725543 – fax 045 6858595 info@gabriellieditori.it www.gabriellieditori.it Tutti i diritti riservati ISBN 978-88-6099-387-8 In copertina: “Immersion solo” da Short Stories, coreografia e interpretazione di Carolyn Carlson - Teatro Nuovo Giovanni da Udine, 2015 - Foto Elia Falaschi/Phocus Agency www.eliafalaschi.it - www.phocusagency.com

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Indice

Le Salon des Incomparables

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Il prologo

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Il teatro 25 Edmonda Aldini

27

Alvise Battain

33

Roberto Benigni

37

Florinda Bolkan

45

Giulio Brogi

53

Gian Campi

57

Carlo Cecchi

63

Walter Chiari

71

Peppino De Filippo

79

Giorgio De Lullo

89

Turi Ferro

97

Gianni Galavotti

105

Massimo Girotti

111

Giulia Lazzarini

117

Rosalia Maggio

123

Nino Manfredi

131

Marcello Mastroianni

137

Mario Missiroli

145

Enrico Montesano

151

Lucilla Morlacchi

157

Gastone Moschin

163

Ermanno Olmi

171 5


Franco Parenti

181

Rita Pavone

185

Elisabetta Pozzi

191

Gigi Proietti

197

Massimo Ranieri

205

Renato Rascel

211

Aldo Reggiani

221

Mariano Rigillo

225

Aldo Trionfo

231

Raf Vallone

239

Pamela Villoresi

245

Monica Vitti

249

Bruno Zanin

259

Elena Zareschi

265

La musica 271 Andrea Battistoni

273

Sesto Bruscantini

283

Gianfranco Cecchele

287

Giancarlo Cobelli

295

Viorica Cortez

301

Enzo Dara

305

Piero De Palma

311

Mariella Devia

317

Franco Donatoni

323

Franco Ferrara

329

Dante Ferretti

335

Carlo Maria Giulini

341

Carlo Lizzani

347

Eva Marton

351

Zubin Mehta

357

Milva 363 Ennio Morricone

371 6


Elio Pandolfi Goffredo Petrassi Nicola Piovani Claudio Scimone Martha Senn Giuseppe Sinopoli Grigorij Sokolov Natalia Troitskaya Uto Ughi Sylvie Valayre Shirley Verrett Ivo Vinco

377 383 389 393 401 407 413 419 425 431 435 441

‌ e un passo di danza 447 Alvin Ailey Vittorio Biagi Julio Bocca Carolyn Carlson Birgit Cullberg Oriella Dorella Patrick Dupond Antonio Gades Yuri Grigorovich Amalia Hernåndez Dominique Khalfouni Marcel Marceau Matt Mattox Moses Pendleton Roland Petit Stomp (Phil Batchelor)

449 455 461 467 473 477 483 489 495 501 505 509 517 521 529 535

Ringraziamenti 541

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A volte sento mille strumenti vibrare e mormorarmi alle orecchie. E a volte voci che, pur se mi sono svegliato dopo un lungo sonno, mi fanno addormentare di nuovo. E poi, sognando, vedevo spalancarsi e danzare le nuvole e apparire ricchezze pronte a cadere su di me, cosĂŹ, svegliandomi, piangevo per sognare ancora. W. Shakespeare, La Tempesta

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Menecmi - La commedia degli equivoci da Plauto e da Shakespeare, 2014 - regia Livio Galassi (foto Tommaso Le Pera). 10


Le Salon des Incomparables

È ricordata come Salon des Refusés (Salone dei Rifiutati) l’esposizione organizzata nel 1863 da Napoleone III presso il Palais de l’Industrie di Parigi per ospitare le opere degli artisti non accolti dal Salon ufficiale, quello dell’Académie des beaux-arts. La giuria di ammissione dell’Accademia rifiutò allora di esporre una grande quantità di dipinti. A seguito delle proteste, l’Imperatore organizzò un’esposizione parallela, consentendo di esporre le loro opere ad artisti come Manet, Courbet, Monet, Pissarro, Whistler, Fantin-Latour, Cezanne, Jongkind, Guillaumin, Degas e Renoir. Napoleone III si era recato al Palazzo dell’Industria senza farsi annunziare e aveva percorso le sale dove erano ammonticchiate le opere respinte. Non vide nulla che, ai suoi occhi, differisse dai quadri accettati. Di ritorno alle Tuileries, diede ordine di allestire, accanto alle gallerie riservate agli artisti ammessi, una serie di sale per esporre le opere respinte, mettendo in chiaro che la presentazione doveva essere identica. Il successo fu immenso. Ebbene, traslando di quell’evento il significato, ho sentito urgente dare compiutezza, tramite il presente volume, a un ordito da sempre progettato come un unico itinerario da percorrere e cominciato a tessere nei due precedenti volumi. Il primo, Le voci del teatro (edito da Marsilio) propone interviste ai grandi della scena di prosa con a far da padroni il Teatro Romano di Verona e il suo Festival Shakespeariano, evento che incarna la storia del teatro italiano, con qualche incursione in Goldoni e in spettacoli di danza, in quegli anni proposti in riva all’Adige; il secondo, E lucevan le stelle (edito dai Ga11


brielli), racconta 40 anni di Festival areniano attraverso la narrazione e la testimonianza dei grandi protagonisti che quella storia hanno reso memorabile. Entrambi i volumi sono stati pensati come un instrumentum regni per storicizzare e leggere il passato, farne tesoro nel presente pensando al futuro. Tramite le interviste a quei grandi – realizzate in anni di giornalismo militante, tutte o quasi pubblicate sul quotidiano “L’Arena” – s’è dato un resoconto del pensare e fare teatro, lirica, musica e danza negli anni che vanno dagli Ottanta a oggi, alla fine del percorso agevolando, sullo sfondo di un vasto panorama affrescato, una riflessione sul pensare e fare cultura in Italia e nel mondo, quella cultura che, secondo Claudio Abbado, è un bene primario e prezioso come l’acqua. Quei grandi della scena (da Albertazzi a Gassman, da Pavarotti a Zeffirelli, da Nureyev a Béjart… troppo lungo l’elenco!) furono scelte vincolate dall’intento di raccontare la storia di quei palcoscenici: quello del Teatro Romano, capace di portare sulla scena in riva all’Adige le più grandi interpretazioni, e quello dell’Arena, anche per evidenziare, insieme agli spettacoli, come si fosse arrivati dai fasti di ieri ai tremori di una crisi annunciata e da quei grandi preconizzata. La risolutezza nel voler proporre questo terzo volume, ancora adottando la formula del ritratto-intervista, è stata prima di tutto motivata dal desiderio incontenibile di ottenere clemenza e assoluzione per il peccato di omissione – seguito da un sincero atto di contrizione (un tempo obbligatorio per peccatori adulteri o indolenti!) – nei confronti di protagonisti di quelle medesime scene che, meritandolo, non potei inserire nei precedenti volumi per le ragioni più disparate o forse senza una vera ragione. Troppe pagine per andare in stampa, un’idea distorta di primariato, simpatie non confessate, quel periodo da non trascurare e… il gioco è bell’e fatto, il debito contratto. Delle tante interviste disponibili e tutte parimenti amate, quelle si sono scelte, e ogni scelta, lo si sa, è una rinuncia. Diceva Carmelo Bene: «L’artista, soprattutto il genio, vuole essere trascurato. Fa di tutto per trascurar se stesso!» Ma 12


mentiva, Carmelo, con consapevole civetteria, servendosi di una delle sue tante iperboli. Sono dunque coloro che si sono trovati esclusi da quella prima doppia scelta che qui trovano collocazione, per cursus honorum e obbligo di riparazione, questo almeno in partenza il mio primo intento, di ogni artista – per ognuno dei quali, come dice Luca Ronconi, il palcoscenico è l’unico territorio in cui poter respirare naturalmente – avendo la più intima coscienza del valore e con ognuno intrecciando amicizie definitive. Poi, nella rilettura ragionata di quelle interviste e nella successiva loro contestualizzazione, scopro lo straordinario fil rouge che lega tutti quei grandi, e cioè il loro essere incomparabili, la loro unicità che si concretizza in una certa qual legge morale, in un’etica, che porta ognuno di essi a pensarsi, vedersi e giudicarsi per quello che fa e così guardarsi dentro per com’è, nella convinzione che la vera grandezza stia nell’essere oggi superiore alla persona che si era ieri. Scrive Immanuel Kant, alla conclusione della Critica della ragion pratica, una delle sue pagine più celebri: «Due cose riempiono l’animo di ammirazione e venerazione sempre nuova e crescente, quanto più spesso e più a lungo la riflessione si occupa di esse: il cielo stellato sopra di me, e la legge morale in me.» «Si usano gli specchi per guardarsi il viso e si usa l’arte per guardarsi l’anima» afferma George Bernard Shaw; se poi quell’arte è la teatrale (o la musicale o la tersicorea), come dice Peter Brook, essa diventa una lente di ingrandimento, un riflettore e un luogo di confronto, per meglio conoscere se stessi e il mondo. Molti di quei grandi ci hanno lasciato. Diceva Indro Montanelli: «In questo nostro Paese, quando uno muore, muore per sempre», ma Isabel Allende aggiunge che la gente muore per davvero solo quando viene dimenticata... Che l’oblio sia una seconda morte le anime grandi lo temono più della prima, una certezza, questa, che mi porto dietro dalla prima riga vergata nel primo dei tre volumi. Nell’avvicinare quei protagonisti e chiedendo loro di to13


gliersi il bianco del trucco, ci siamo ripromessi di tratteggiarne carattere e personalità sul filo di una memoria affettuosa, usando osservazione e intuito, doti di scrittore che, secondo Montanelli, che di dipintura di caratteri s’intendeva, distinguono l’essere storici dall’essere archivisti. Nel processo della Storia, il carattere dei personaggi, ancor più se eccelsi, ha un peso per nulla limitato. «Destino e carattere sono due nomi del medesimo concetto» dice Hermann Hesse. Convinti che la memoria non sia ciò che ricordiamo, ma ciò che ci ricorda, un presente che non finisce mai di passare, ci è piaciuto fare di ogni interprete un ritratto a tuttotondo, entrando con scrupolosa attenzione nell’intarsio che andava formandosi, affrescando le atmosfere con contrappunti, rendendo conto delle situazioni, disegnando i “paesaggi” intravisti dalla finestra della nostra privilegiata “stanza” di osservazione, anche per meglio intrigarvi, amici lettori, come suggerisce di fare il grande Bardo, William Shakespeare, che ne La Tempesta fa dire ad Alonso: «Mi struggo di udir la storia della vostra vita che deve straordinariamente affascinar l’orecchio.» Di tutti apprezzando il racconto, scopriremo nel carattere la moralità, la capacità di lasciare il segno nella grande umiltà del loro vivere lo spettacolo. Padroni del proprio destino, nella differenza di stili, linguaggi, epoche e poetiche, nella eterogeneità delle provenienze e delle storie, nella profondità dell’arte che diventa vita, tutti cercano la verità, con lo sguardo arduo e fecondo che, per usare un’espressione brechtiana, si mantiene sempre chiaro. Dice Macbeth: «La vita è solo un’ombra che cammina, un povero attore che si pavoneggia e si dimena durante la sua ora sul palcoscenico, dopodiché non si sente più nulla.» Ma quel palcoscenico è un luogo tanto inutile da diventare indispensabile, un posto che più vero e più reale non esiste in tutto l’universo. Altro che Salon des Refusés, dunque! Quello che stiamo per visitare è Le Salon des Incomparables, alcuni dall’arte così cristallina da rischiare di non essere del tutto notata. Se ogni scelta fatta nei due volumi precedenti ha implicato una pri14


vazione e se scegliere la strada che sembrava la più facile è stato un modo un poco più onorevole per fuggire davanti ad altre prospettive, ora quelle prospettive ci si aprono davanti con urgenza, per dirci che, proprio quando si crede di sapere qualcosa, conviene sempre guardarla da altri scenari, consapevoli che, come dice lo shakespeariano Jacques in Come vi piace, «tutto il mondo è un palcoscenico, e gli uomini e le donne sono soltanto attori.» E Verona in tutto questo vasto e variegato mondo? Diventa il centro di gravità permanente. Città d’arte e di cultura, dichiarata patrimonio dell’umanità e dall’Unesco elevata a capitale mondiale della lirica, titoli che la proiettano nel mondo a conferma della sua vocazione internazionale, ipsa caput mundi, con la sua tradizione lirica, teatrale, ballettistica e musicale Verona diventa d’estate una città-spettacolo attrattiva e accogliente, e un palcoscenico vivo tutto il tempo dell’anno, nei tanti altri suoi luoghi, deputati o reinventati. Primo fra tutti il Teatro Filarmonico, progettato dall’architetto al tempo più celebre, Francesco Galli da Bibbiena, dove produce la sua attività l’Ente lirico, ora Fondazione Arena, in collaborazione con la prestigiosa Accademia Filarmonica, proprietaria del settecentesco Teatro ed essa stessa propositrice di Stagioni di assoluta qualità, tra programmi operistici e concertistici. La tradizione unita alla ricerca ne è per anni l’idea portante, per cui i grandi capolavori del melodramma (con particolare riferimento a titoli non areniani) si alternano a proposte innovative, come allestimenti e come scoperta di nuovi talenti. Il Teatro Filarmonico ospita in quegli anni anche la prosa e la commedia musicale di qualità, alla Garinei & Giovannini. Dal finire degli anni Ottanta, mentre la crisi degli Enti lirici è un triste leit-motiv che fa ridimensionare progetti, l’Ente Arena agisce in controtendenza investendo, forte del consenso del pubblico internazionale, e facendo appello alla città che sarà percorsa da una miriade di iniziative, un florilegio di bel canto, flauti traversi e ottoni in piazze, chiostri, cortili e chiese. 15


Rimanendo nell’ambito dei teatri cittadini, vanno ricordati il Nuovo diretto da Paolo Valerio e ospitante la rassegna comunale del “Grande Teatro”; il Filippini e la Fondazione Aida per la rassegna “Incontri europei di teatro contemporaneo” promossa dall’Estate teatrale (che organizza anche la rassegna “Teatro Oggi”); il Ristori, restituito alla comunità da Fondazione Cariverona e diretto dal maestro Alberto Martini, sul cui storico palcoscenico si esibiscono, tra gli altri, Renato Rascel, Walter Chiari e Benigni; il Teatro Laboratorio-Scientifico del regista e commediografo Ezio Maria Caserta dalle aperture trasudanti il fervore della ricerca. In Romeo e Giulietta il giovane Montecchi esclama: «Non esiste mondo fuori delle mura di Verona.» Ma Frate Lorenzo all’esiliato giovane ricorda: «Pazienza, il mondo è grande e vasto.» E, quando quel “mondo” viene ad abitare il cuore antico della città scaligera e fa palpitare i suoi spazi teatrali (tanti quante le sue chiese), si compie una congiunzione astrale anch’essa incomparabile, in un panorama espanso e convergente, punteggiato da clamorose presenze, nel segno della magia dell’arte. Prepariamoci quindi a risalire ancora sulle tavole del Teatro Romano, costruito nel I secolo a.C. presso il colle San Pietro, sulla riva sinistra dell’Adige, dentro il perimetro delle mura, che ogni anno ospita l’Estate Teatrale, scenario entro il quale – come scrive Giorgio Lampronti ne Il Teatro Romano, la storia e gli spettacoli – «possono essere messe in scena, senza contrasto e stridori, tutte le rappresentazioni che costituissero spettacolo.» Il Festival shakespeariano vi prende il via nel ’48 con Romeo e Giulietta per la regia di Renato Simoni così inaugurando l’Estate Teatrale Veronese che festeggia nel 2018 settantanni di vita, in Europa seconda solo al festival di Stratfordon-Avon, città natale del Bardo, e reggendo per l’Italia, quanto a edizioni, un primato assoluto. Su quel palcoscenico passa da sempre il meglio del teatro italiano. Grazie alla direzione artistica di Gianpaolo Savorelli e per alcuni anni di Gianfranco De Bosio, il Romano si apre anche a esperienze internazionali ospitando compagnie quali la 16


Royal Shakespeare Company e il Berliner Ensemble, registi come Peter Brook, Jerome Savary, Zanussi, Jonathan Mil­ler e Peter Stein, i più grandi attori, registi, scenografi e costumisti che la scena possa offrire. La rassegna mantiene nel tempo le tre sezioni canoniche, prosa, danza e musica, offrendo dal ’70 e in apertura stagionale appuntamenti jazzistici di grande richiamo, con interpreti americani ed europei di fama (Duke Ellington, Ella Fitzgerald…) che trovano ospitalità anche in Arena (Keith Jarrett, Max Roach). Una scelta coraggiosa, anche se realizzata in un percorso accidentato. Nel ’57 l’amministrazione comunale, in omaggio alla memoria di Simoni, allora critico del “Corriere della Sera”, decide di istituire il Premio a lui intitolato, attribuito ogni anno in occasione del Festival a grandi personalità del teatro italiano. «Era un premio originale per quell’epoca – ci ricorda Savorelli – perché veniva assegna­to a chi aveva dedicato tutta la vita al teatro, senza distinzione di compito o funzione. Un’idea che allora aveva tratti di assoluta originalità.» Su quel palcoscenico in riva all’Adige di casa è anche Carlo Goldoni, pur subendo interruzioni e intervalli. Sono Le Baruffe chiozzotte a dare inizio alle rappresentazioni goldoniane nel ’55, quando il regista Carlo Lodovici può contare sul più godibile e famoso interprete goldoniano di tutti i tempi, Cesco Baseggio. Il drammaturgo veneziano, quando ospitato con continuità in riva all’Adige a partire dagli anni Settanta, gode di un’accoglienza entusiastica insieme al filone pavano del Ruzante, demiurgo Gianfranco De Bosio. Si raccoglie così il testimone che il festival della Biennale aveva lasciato a mezz’aria «avendo abban­donato – ricorda Savorelli – gli allestimenti goldoniani nei campielli che, per anni, proprio sotto la direzione di Renato Simoni, erano stati il cuore del progetto veneziano.» Disponiamoci poi a riandare sul palcoscenico areniano per incontrare altri protagonisti dei Festival lirici, sperando la crisi – di cui parlammo e che documentammo nel precedente libro – si dissolva del tutto, senza noi si debba ancora evocare la citazione di Benjamin Franklin fatta in E lucevan le stel17


le, e che ammoniva: «C’è un momento in cui dobbiamo decidere in maniera risoluta cosa fare, in caso contrario la deriva degli eventi prenderà la decisione al posto nostro.» Il Festival 2018 è un successo per presenze e qualità degli spettacoli, un risultato che fa sentire i suoi effetti benefici sul conto economico e sugli umori che, nell’ambito del Consiglio di indirizzo, segnano la prima positiva stagione della sovrintendente Cecilia Gasdia. Una nuova produzione di Traviata inaugura il Festival 2019 che propone in cartellone anche Aida, Trovatore, Carmen e Tosca. Non mancano due serate speciali, la prima dedicata ai cinquant’anni di carriera areniana di Plácido Domingo e i Carmina Burana di Carl Orff che tornano ad arricchire il programma del Festival. Ed eccoci infine alla danza, che in questo volume viene ad avere particolare rilevanza, in Arena, come al Filarmonico e al Romano dove è presente dal ’68, a ogni stagione proiettando il Festival in ambiti internazionali, proponendo “prime” europee, grandi Compagnie d’oltre oceano, veleggiando tra classico, popolare e folclorico, jazz e modern dance, puntando sui nomi più sperimentali, così testimoniando la ricerca in atto nel mondo. Ecco il lavoro che ci ha impegnato, per dare completezza a una specie di “melodramma” che da due si completa nei tre atti, concepito anche nell’intento di ricordare soprattutto ai giovani che una generazione che ignora la sua storia non ha futuro. Tanto di guadagnato se poi si contribuisce a risvegliare attenzione e coscienza di chi, avendo potere di governo ma soffrendo di amnesie, non solo dimentica il passato, ma non riesce nemmeno a immaginare il futuro. Volgendo lo sguardo all’indietro, vieni preso dal timore che esso si veli troppo di malinconia (un sentimento comunque piacevole), superato dalla speranza che il nostro agire sia utile a che quel “nido di memorie in fondo all’anima” – come canta il Prologo in Pagliacci – diventi conoscenza e quindi una testimonianza, in grado di darci saggi ammonimenti, illuminando questi nostri tempi grigi rispetto al progettare e fare cultura. Una folgorante idea guida – tratteggiare gli incomparabili, 18


artisti che vissero e vivono d’arte, e che sono fuori dal coro – ci ha permesso di dispiegare panorami e di esporre di quei grandi protagonisti della scena di ieri e di oggi il pensiero e la loro congenita prospettiva etica, la quale implica la necessità di trasformare in coscienza quella conoscenza. Dice Nietzsche: «Non si tratta di rimpiangere il passato, ma di realizzarne le premesse.» Il teatro, secondo Paolo Grassi, inventore del Piccolo di Milano, «è fra le arti la più idonea a parlare al cuore della collettività. Noi vorremmo che autorità e giunte comunali lo considerassero un pubblico servizio alla stregua della metropolitana e dei vigili del fuoco.» Quanto alla musica, scrive Riccardo Muti in Prima la musica, poi le parole: «Noi italiani abbiamo dimenticato che la musica non è solo intrattenimento, ma è una necessità dello spirito. Questo è grave perché significa spezzare delle radici importanti della nostra storia.» E per la danza? Bastino queste parole di Isadora Duncan: «La danza è l’eterno risorgere del sole.» L’uomo ha pensato bene, per andare avanti, di lasciarsi qualcosa alle spalle. La storia è tutta intera ancora lì, una lastra sensibile alla luce, e la memoria, come dice Montale, non è un peccato fin che giova. Ragion per cui, fra biografia e memorialismo, mi sono lasciato andare ai ricordi, come il Padre dei Sei personaggi pirandelliani ritenendo che «nelle parole ch’io dico si mettano il senso e il valore delle cose come sono dentro di me.» Di Pirandello potremmo fare nostro anche il titolo che racchiude le sue opere teatrali, Maschere nude, un accostamento che sintetizza la nostra sfida: togliere ai nostri protagonisti la maschera che cela allo sguardo la loro natura più intima e profonda, il loro volto, e così svelarlo. Per i precedenti miei due libri, mi hanno coniato e dato persino una medaglia, come fosse un merito averli scritti. L’ho presa con una mano, e con l’altra mi son toccato! No, nessun merito, solo una dovuta riverenza che varca il confine del piacere, colma un vuoto rinsaldando l’argine contro il dilagare della dimenticanza e lasciando emergere dal fondo dell’anima di quegli interpreti giudizi e verità, anche crudi 19


e sempre profetici. «Non andartene docile in quella buona notte. Infuriati, infuriati contro il morire della luce», canta Dylan Thomas. Si camminerà insieme «nello spazio e nel tempo di un sogno», come dice Prospero, là dov’è racchiusa la nostra breve vita, portando a compimento un viaggio che una regia invisibile ha guidato, in cui i diversi luoghi della scena e i tanti attori diventano complici straordinari. Nella complicità, lo si sa, la confidenza può diventare completa. Quando vuole, la vita sa realizzare messinscene impeccabili. Come dice Cioran, arrivare al punto di non avere più niente a cui rinunciare dovrebbe essere il sogno di ogni spirito libero. E questo ci basta per sanare quella nostra ferita e saldare il nostro debito. E poi, la fine di un viaggio può sempre essere l’inizio di un altro. Claudio Capitini

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Giorgio Albertazzi in La Tempesta di William Shakespeare al Silvano Toti Globe Theatre di Roma, 2010 (foto Tommaso Le Pera). 21


Il prologo

Si può?... Si può?... Signore! Signori!... Scusatemi se da sol me presento. Io sono il Prologo: poiché in iscena ancor le antiche maschere mette l’autore, in parte ei vuol riprendere le vecchie usanze, e a voi di nuovo inviami. Ma non per dirvi come pria: “Le lacrime che noi versiam son false! Degli spasimi e de’ nostri martir non allarmatevi!” No! No: L’autore ha cercato invece pingervi uno squarcio di vita. Egli ha per massima sol che l’artista è un uom e che per gli uomini scrivere ei deve. Ed al vero ispiravasi.

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Un nido di memorie in fondo a l’anima cantava un giorno, ed ei con vere lacrime scrisse, e i singhiozzi il tempo gli battevano! Dunque, vedrete amar sì come s’amano gli esseri umani; vedrete de l’odio i tristi frutti. Del dolor gli spasimi, urli di rabbia, udrete, e risa ciniche! E voi, piuttosto che le nostre povere gabbane d’istrioni, le nostr’anime considerate, poiché siam uomini di carne e d’ossa, e che di quest’orfano mondo al pari di voi spiriamo l’aere! Il concetto vi dissi... Or ascoltate com’egli è svolto. Andiam. Incominciate! Ruggero Leoncavallo, I Pagliacci

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Don Giovanni e i sogni delle donne, Civica Accademia d’Arte Drammatica Nico Pepe, 2006 - Teatro Nuovo Giovanni da Udine (foto Elia Falaschi). 24


Il teatro «Il teatro non è il paese della realtà: ci sono alberi di cartone, palazzi di tela, un cielo di cartapesta, diamanti di vetro, oro di carta stagnola, il rosso sulla guancia, un sole che esce da sotto terra. Ma è il paese del vero: ci sono cuori umani dietro le quinte, cuori umani nella sala, cuori umani sul palco.» Victor Hugo

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La donna sul letto di Franco Brusati, 1984 (foto Antonio Sferlazzo/ Lucchese). 26


Edmonda Aldini «Il teatro è inalienabile dalla vita.» Di Edmonda Aldini si erano perse le tracce. L’attrice, fra le principali interpreti del teatro italiano, la magnetica Edmonda adorata da grandi registi, artista che duettava con Edith Piaf, recitava i testi della cilena Violeta Parra, cantava Piazzolla e Theodorakis, era scomparsa da anni, al punto da temere per la sua salute e per la vita. La si rivede nel 2014 a Milano, in compagnia del “principe” Wilhelm von Hohenzollern, in realtà Walter Zittelmann, bergamasco, al suo fianco da tempo, avendola conquistata – così si racconta – inondando di fiori il suo camerino. Si disse vivesse a Como… e da allora più nulla, come capita con artiste che, per il mondo, scelgono di scomparire. Nata a Reggio Emilia nel 1934, dopo il debutto nel ’53 nei Dialoghi delle Carmelitane, si fa notare per doti interpretative non comuni che le permettono di essere artista multiforme, teatrale soprattutto, al fianco di Gassman, interprete di teatro classico e moderno (Eschilo e Alfieri come Anouilh e Zardi), al Piccolo in un memorabile Schweyk per la regia di Strehler, nella parte di Bradamante nell’Orlando Furioso di Ronconi che parte da Piazza San Zeno nel ’70 per conquistare il mondo. Con Ronconi interpreta anche La figlia di Jorio, Ignorabimus di Arno Holz, Riccardo III accanto a Gassman, la Confessione scandalosa di Ruth Wolf. Ma Edmonda Aldini – che nel cinema si ricorda accanto a Orson Welles nell’episodio “La ricotta” in RoGoPaG di Pasolini e in tv condurre L’Approdo, settimanale di lettere e arti – è anche cantante. Partecipa all’opera Un quarto di vita di Giorgio Gaslini insieme a Duilio Del Prete, suo compagno per 27


molti anni, realizza recital, collabora con il gruppo torinese di Cantacronache, incide dischi, intreccia relazioni con gli Inti Illimani e con la cantautrice Isabel Parra. Diventa anche donna-simbolo di molte battaglie per l’emancipazione femminile. E, a proposito di emancipazione, convinta che l’unica concessa all’attore sia quella di farsi capocomico o regista, la Aldini – che non ha mai concretizzato l’antico sogno di diventare regista di se stessa temendo di «non sapere tenere nella testa il grande concetto di uno spettacolo» –, stanca di essere un tassello colorato ficcato in un mosaico già ordito e avendo ben appreso gli insegnamenti dei grandi, debutta nella regia con lucida convinzione nel 1979 nell’ambito dell’Estate Teatrale Veronese con la commedia di Francis Beamont e John Flechter Il cavaliere del pestello ardente, testo elisabettiano scritto agli inizi del ’600 e che in prima assoluta è di scena al Romano per la traduzione e l’adattamento di Duilio Del Prete in scena con la stessa Aldini e Marina Confalone, Piero Sammataro, Lombardo Fornara, Cochi Ponzoni, scene e costumi di Tinin Mantegazza, pupazzi del Teatro del Buratto, musiche di Mario Nascimbene. La coproduzione dell’Estate Teatrale con la Compagnia dell’Aldini, in ditta con Del Prete, è una novità assoluta rispetto al Festival shakespeariano sinora proposto in riva all’Adige. Si è in anni d’oro in cui la prosa può permettersi anche di programmare una rassegna internazionale di teatro sperimentale (con compagnie francesi, americane ecc.) che si tiene in spazi all’aper­to dislocati nei vari quartieri di Verona. Il Cavaliere dal pestello ardente è una gioiosa commedia che irride i luoghi comuni dei romanzi cavallereschi e satireggia amabilmente sulla stupidità piccolo borghese. Edmonda Aldini è felice che questa avventura abbia luogo in un teatro dove sono di casa il Bardo, grandi registi e interpreti. Chi la conosce non può non notare la serena inquietudine, la bruciante voglia di agire sul palcoscenico (e dalla platea) che l’ha presa come fosse a inizio di carriera. Non si nasconde le difficoltà, che affronta con la consueta passione. Dice Anatole France: «Preferisco gli errori dell’entusiasmo all’indifferenza del discernimento.» 28


Signora Aldini, perché questa scelta per esordire nella regia? Ho la netta sensazione che questo Pestello mi abbia dato la possibilità di esprimere la mia idea di teatro. La satira e la voglia di ridere delle nostre grettezze morali e culturali possono e devono servire a recuperare dignità di comportamento sociale e civile. Cosa non va, nel mondo come nel teatro? Da qualche anno mi sento disperata come persona e come attrice. Vedo intorno a me una gran voglia di distruggere, tanti “distruttori” che indicano le vittorie come fossero sconfitte, indicano disastri imminenti, la fine del mondo. Io mi ribello, e indico ai giovani comportamenti che creino qualcosa di positivo, racconto loro che la qualità della vita ce la costruiamo noi con la fatica, l’impegno, il lavoro e non con l’evasione. Cosa dunque servirebbe fare? Essere seri, recuperare la cultura intesa come conoscenza del passato e come verifica quotidiana del nostro vivere sociale. Servono buona fede e responsabilità nelle scelte. Va recuperata dignità anche al mestiere dell’attore? Per troppo tempo si è creduto che quello dell’attore non fosse un lavoro, ma una sorta di sconcio divertimento. Un’avventura esibizionistica! Ma il teatro, e quindi l’attore, lo si sa, sono cose serie… Io lo so bene! So come, pur nell’andazzo di pigrizia generale, c’è chi fatica e suda per veicolare anche nel divertimento messaggi di seria riflessione. Ma è proprio il nostro mestiere che va rivalutato. Anche il più sregolato e geniale di noi, Carmelo Bene, è uno che lavora in maniera serissima, con estremo rigore. Quando si comprenderà che anche quello dell’attore è un mestiere, ne sortirà anche la sua dignità. Edmonda, lei ha ben poco da rimproverarsi. Vogliamo ricordare l’Orlando Furioso? Che ricordi! E che compagni, Massimo Foschi come Orlando, Ottavia Piccolo splendida Angelica, Duilio che era Astolfo, la Melato smagliante Olimpia… e la mia Bradamante! Una delle messinscene più movimentate e festose della storia del teatro. 29


Lei ha fatto anche molta prosa televisiva. Quali spettacoli più ricorda? Una Ifigenia in Tauride di Euripide con Alberto Lupo, la Brignone e Salerno, l’Otello con Gassman, la Ferrero, Randone e la Zareschi, ma anche La maschera e il volto con Tarascio, Proietti e la Quattrini. Che tempi per il teatro in tv, e che giovani si era! Con Duilio Del Prete non solo teatro, ma anche musica, canto e grandi incontri… Quello con Gaslini, grande compositore con cui facemmo uno dei primi spettacoli di teatro-canzone. E poi i testi scritti da Duilio su musiche di Astor Piazzola, le mie Canzoni in esilio con brani scritti da Mikis Theodorakis… Fu anche conduttrice del mitico L’approdo. Com’è che si diceva…? Settimanale di lettere e arti! Uno dei più longevi programmi di cultura della Rai, curato da gente come Bacchelli, Bo, Ungaretti. Achille Campanile teorizzò “l’effetto Aldini”, per dire che portavo un mio contributo alla trasmissione. Dopo di me chiamarono Giancarlo Sbragia. Ma è il teatro a continuare a intrigarla… D’altra parte, se c’è un luogo in cui non ci si bagna mai nella stessa acqua, questo è il teatro. Il teatro ti dà la stessa stupenda sensazione che ti regala l’avventura della vita, che ti riserva sempre nuove sorprese, dandoti la voglia di ricominciare un tuo discorso. È come leggere un libro sempre nuovo, percorrere nuove strade, verificarsi nel tentativo quotidiano di dare qualità al proprio lavoro e al proprio vivere. Ma il teatro sa intraprendere strade nuove? Con fatica. Bisogna riconoscere ai vecchi parrucconi del passato la loro macabra simpatia, sapere che sono testimoni di un mondo finito, e andare avanti, togliendosi ciprie e parrucche, scoprendosi coi propri capelli. I miei sono fulvi, da leonessa! Paola Borboni dice che la condizione ideale per un’attrice è quella di essere orfana o sterile o vedova… No, no. Al fare teatro serve vivere, andare tra la gente, sco30


prirne bellezza e bruttezza, la realtà contingente, personale, sociale e anche politica. «Siete venuti qui per fare del teatro, ma ora dovete dirci a cosa serve. Siete venuti qui per mostrare alle genti voi stessi, quello che sapete fare, quindi per essere esposti come cosa degna di essere vista.» Cosa rispondere a Bertolt Brecht, Edmonda? Nel Pestello c’è un personaggio, Ralf, un povero trovatello che si inventa una storia di cavalieri erranti pur di sfuggire ai condizionamenti dei padroni borghesi... Nel segno della ricerca d’una libertà? Già. E c’è un secondo personaggio, Scacciapensieri, pieno di fantasia e con le tasche vuote. Ecco a cosa serve il teatro, a riflettere sulla grettezza ma anche sulla capacità dell’uomo di inventarsi la vita. Si deve dunque fare un atto di fiducia verso il teatro, sempre? Come un grande mezzo di comunicazione, certamente, come Brecht sapeva bene. E poi… il teatro è inalienabile dalla vita, nasce con l’uomo e con l’uomo morirà. Detto questo, come Edmonda Aldini mi dico anche disposta a riprendermi e rivoltare le mie bucce, quelle che ho sparse per strada in tanti anni di vita sul palcoscenico, sempre pronta a migliorarmi. E sempre in prima persona, con molta dignità, consapevolezza e un pizzico di autoironia. Come dice Gandhi? Sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Intanto il tempo passa, e quel volto da bambola di ceramica, come la critica ama di lei scrivere… Il volto, gli occhioni, l’interprete raffinata, Edmonda la battagliera… Mi viene in mente il verso d’una canzone di Mikis Theodorakis, che dice: «Ricordo i tuoi occhi grandi, le mani, la tua allegria, e l’avidità d’altri mondi e i sogni perduti per via.» Passa il tempo, questa è la verità. C’est la vie! Chiudiamo così? Chiudiamo con l’Ariosto, che della sua Bradamante dice: «Di questa donna valorosa e bella io già vi dissi di sopra il mio pensiero…»

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Il teatro comico, 2007 (foto Tommaso Le Pera). 32

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