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GUERRA FREDDA

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GUERRA FREDDA

ALLA SCOPERTA DEI LUOGHI

E DEGLI ITINERARI

LEGENDA

TRIESTE E CARSO TRIESTINO PAG. 6

GORIZIA, CARSO ISONTINO E COLLIO PAG. 12

IL FRIULI, DALLE VALLI DEL NATISONE E TORRE AL TAGLIAMENTO PAG. 24

ALPI GIULIE PAG. 32

CARNIA PAG. 38

Avvertenze per gli itinerari:

Per godersi in sicurezza gli itinerari proposti si consiglia di munirsi di vestiario e attrezzatura adeguati: abbigliamento sportivo, scarpe adatte allo sterrato (o sentieri di montagna), una scorta d’acqua e una fonte di illuminazione. Si consiglia inoltre di avere sempre con sé una mappa, cartacea o digitale, della zona che si vuole visitare e di controllare le previsioni meteo prima di ogni escursione.

Scopri tutti gli itinerari presenti nell’applicazione FVG Outdoor!

Paluzza
Malborghetto-Valbruna
Chiusaforte
Spilimbergo
Valvasone Arzene
Monfalcone Doberbò del Lago
Pinzano al Tagliamento
Colle Pion - Pinzano al Tagliamento

SULLE ORME DELLA STORIA IN FRIULI VENEZIA GIULIA

Situato nell’estremo nord-est dell’Italia e contemporaneamente al centro dell’Europa, il Friuli Venezia Giulia è una Regione unica nel suo genere. Visitandola si possono scoprire le tracce che i grandi eventi storici del secolo scorso hanno impresso su questo territorio. Un vero e proprio viaggio nel tempo che parte dalle fortificazioni di inizio Novecento, costruite in previsione di un conflitto che si sarebbe poi verificato, e attraversa i numerosi musei all’aperto della Grande Guerra, dalle Alpi al Carso. Prosegue poi lungo le fortificazioni realizzate alla fine degli anni Trenta, quando il Fascismo progettò il Vallo Alpino del Littorio per difendere i confini del Regno d’Italia. Termina, infine, con la Guerra Fredda che nonostante non abbia portato a scontri sul territorio, ha causato la militarizzazione più massiccia in funzione preventiva. Questa Regione, infatti, condivide un confine di 232 km con quello che all’epoca era un “Paese non allineato”, la Jugoslavia, nei confronti del quale ci si voleva difendere in previsione di una possibile invasione da Est. In prossimità di centri abitati e nelle rientranze dei passi alpini, scavati sottoterra e nella nuda roccia delle montagne, nascosti in prefabbricati e camuffati da rocce all’interno di boschi: i cosiddetti “bunker” sono onnipresenti in Friuli Venezia Giulia. Si tratta di sbarramenti e opere composti principalmente da posti comando e osservatorio, postazioni per mitragliatrici e postazioni con funzione anticarro che sono stati presidiati e mantenuti in funzione fino agli inizi degli anni Novanta. Una ricca eredità da scoprire grazie all’impegno dei volontari che conservano e rendono visitabili alcuni di questi manufatti. Non solo manufatti militari, però: la storia della Guerra Fredda in Friuli Venezia Giulia è composta anche da storie individuali e collettive. Storie di esuli, di popolazioni confinanti e di terre divise che possono essere riscoperte nei musei e nelle mostre che arricchiscono l’eredita di questo territorio.

1948 – 1991: LA GUERRA FREDDA

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale il Friuli Venezia Giulia assunse immediatamente un ruolo di rilievo sul piano internazionale a causa delle tensioni legate alla definizione del confine tra Italia e Jugoslavia. Tale confine, infatti, non rappresentava soltanto la linea di separazione fra due Stati, ma costituiva anche l’estremo tratto meridionale della cosiddetta “cortina di ferro”, che durante la Guerra Fredda segnò la divisione tra il mondo occidentale e quello socialista. La centralità strategica della regione, determinata dalla sua posizione geografica, si consolidò definitivamente nel 1949, quando l’Italia entrò a far parte della NATO. Da quel momento il Friuli Venezia Giulia (che nacque formalmente nel 1963) divenne uno degli avamposti difensivi dell’Occidente, pronto ad essere attivato nel caso di invasione dell’Armata Rossa e della Jugoslavia socialista. A partire dai primi anni Cinquanta, questo territorio fu così interessato da un'imponente operazione di militarizzazione che lo trasformò in una vera e propria fortezza. Oltre a centinaia di strutture militari convenzionali – caserme, aree addestrative e polveriere – vennero recuperati e costruiti più di mille bunker, accuratamente mimetizzati nel paesaggio. Per sostenere questo sistema difensivo, l’Esercito Italiano dislocò nella Regione una quota preponderante della propria forza e centinaia di migliaia di giovani provenienti da tutta la penisola svolsero qui il servizio di leva. Contemporaneamente però alcune aree di frontiera, come quella di Gorizia, diventarono anche importanti punti di contatto, favorendo rapporti politici ed economici tra due mondi profondamente diversi. Il complesso apparato militare e l’importanza geopolitica dell’area condizionarono in profondità la società, l’economia e la vita politica del Friuli Venezia Giulia per oltre quarant’anni, fino a quando la conclusione della Guerra Fredda cambiò radicalmente il ruolo che la regione aveva ricoperto fino ad allora.

CRONOLOGIA

Aprile-maggio 1945. Ultimi giorni della Seconda Guerra Mondiale, inizia la “Corsa per Trieste”: le truppe jugoslave e l’armata britannica si affrettano per raggiungere la città e assumerne il controllo

8 maggio 1945. Finisce la Seconda Guerra Mondiale in Europa

9 giugno 1945 . L’accordo di Belgrado individua nella Linea Morgan la divisione di Trieste e dell’area giuliana in due aree di occupazione militare. Le truppe jugoslave lasciano la città

5 marzo 1946. Winston Churchill pronuncia il celebre discorso sulla “cortina di ferro”

10 febbraio 1947. I trattati di Parigi definiscono il nuovo confine italo-jugoslavo, l’Italia perde territori rispetto alla precedente Linea Morgan. Si prevede la creazione del Territorio Libero di Trieste (TLT) come Stato cuscinetto tra Italia e Jugoslavia. Il confine diventa impermeabile

4 aprile 1949. Firma del Patto Atlantico e nascita della NATO. Il territorio del futuro Friuli Venezia Giulia diventa cruciale per la difesa del confine del blocco occidentale

Primavera 1951. Iniziano i lavori di ammodernamento per riattivare alcuni degli sbarramenti del Vallo Alpino del Littorio. Contemporaneamente si costruiscono nuove fortificazioni lungo il corso del Tagliamento e sul confine orientale. La fortificazione permanente verrà aggiornata e riorganizzata regolarmente fino ai primi anni ‘70

10 luglio 1951. Viene costituita la FTASE (Forze Terrestri Alleate del Sud Europa): un comando alleato a direzione italiana per coordinare la difesa della frontiera nord-orientale

5 ottobre 1954. Il Memorandum di Londra scioglie la questione di Trieste e sposta ulteriormente il confine a favore della Jugoslavia: l’amministrazione della città è affidata all’Italia mentre la Zona B è assegnata alla Jugoslavia

26 ottobre 1954. Ritorno di Trieste all’Italia

14 maggio 1955. Nasce il Patto di Varsavia

30 settembre 1955. Il confine è reso permeabile dagli accordi di Udine: i residenti delle aree frontaliere possono attraversarlo con il Lasciapassare

31 gennaio 1963. Viene istituita la Regione Autonoma a Statuto Speciale Friuli Venezia Giulia

10 novembre 1975. Il Trattato di Osimo traccia il confine in via definitiva, con alcuni aggiustamenti rispetto al precedente

4 maggio 1980. Muore Tito, presidente della Repubblica Socialista Federale di Jugoslavia. Inizia una crisi interna che porterà alla dissoluzione della Jugoslavia e alle successive guerre balcaniche

9 novembre 1989. Cade il Muro di Berlino

25 giugno 1991. La Slovenia proclama l’indipendenza dalla Jugoslavia

25–26 dicembre 1991. L’Unione Sovietica si scioglie

1992. Si conclude la dismissione della fortificazione permanente, iniziata alcuni anni prima. Si assiste a una progressiva smilitarizzazione della Regione

1 maggio 2004. La Slovenia entra nell’Unione Europea. L’evento simbolico si tiene in Piazza Transalpina – Trg Evrope al confine tra Gorizia e Nova Gorica

I testi di approfondimento storico della guida sono stati curati da Andrea Monopoli e Piero Zin all’interno del progetto PRIN 2022 PNRR “Cultural heritage of war on the borderland. Politics of memory, economic development and local communities”, diretto da Tommaso Piffer (Università degli Studi di Udine) e Patrick Karlsen (Università degli Studi di Trieste)

TRIESTE E CARSO TRIESTINO

Il Carso è un crocevia di diversità naturali, culturali e tradizioni popolari che si estende lungo tutto il confine sud-orientale del Friuli Venezia Giulia. In questo territorio è possibile immergersi nella natura, alla scoperta della Grotta Gigante, delle risorgive del Timavo o del Sentiero Rilke, che deve il proprio nome al poeta che qui trovò l’ispirazione per le sue Elegie. Incastonata nella natura carsica e proiettata verso il mare si trova Trieste, che custodisce un patrimonio culturale e storico unico. Nel cuore della città, a distanza di pochi passi si possono ammirare affascinanti resti di epoca romana e sontuosi palazzi austro-ungarici. Diventata porto franco nel Settecento, da allora non ha mai rinunciato alla sua vocazione cosmopolita. Tra le suggestive vie del Borgo Teresiano e gli storici caffè letterari, ancora oggi si respira l’atmosfera che ha ispirato grandi autori come James Joyce, Italo Svevo e Umberto Saba. Il clima di pace e la convivenza culturale trovarono però un punto d’arresto agli inizi del Novecento. Divenuta obiettivo e simbolo per l'Italia durante la Grande Guerra e superate le drammatiche vicende che hanno caratterizzato la Seconda Guerra Mondiale, Trieste assunse un ruolo centrale anche nell’immediato dopoguerra. La città e il suo entroterra divennero infatti uno degli snodi più delicati d’Europa, segnati dalle tensioni e dalle rivendicazioni territoriali tra l’Italia e l’allora Jugoslavia. Visitare Trieste oggi significa anche scoprire la storia di questo confine e conoscere le persone che lo hanno attraversato.

Magazzino 18 ‒ Trieste

IL TERRITORIO LIBERO DI TRIESTE

Il Territorio Libero di Trieste (TLT) fu un'entità statale indipendente creata alla fine della Seconda Guerra Mondiale per risolvere la contesa territoriale tra Italia e Jugoslavia sulla città di Trieste e il suo entroterra. Istituito formalmente il 15 settembre 1947 con la ratifica del Trattato di Pace di Parigi, il TLT era diviso in due zone: la Zona A, sotto amministrazione angloamericana e comprendente la città di Trieste, e la Zona B nella parte nord-occidentale dell’Istria, sotto amministrazione jugoslava. L'idea alla base del TLT era quella di creare un'area neutrale e demilitarizzata, con uno status internazionale garantito dalle Nazioni Unite, per proteggere i diritti delle diverse popolazioni presenti (italiana, slovena, croata) e favorire la prosperità economica del suo porto, di importanza strategica per l'Europa centrale. Nonostante l'intenzione di promuovere la coesistenza pacifica, la Guerra Fredda ebbe un impatto significativo sulla sua esistenza.

Le tensioni tra i blocchi occidentale e orientale si riflettevano nella gestione delle due zone, rendendo difficile l'attuazione di un'amministrazione unificata e la piena operatività dello statuto permanente.

La situazione di incertezza perdurò per diversi anni. Solo il 5 ottobre 1954, con la firma del Memorandum di Londra, si arrivò a una soluzione provvisoria.

La Zona A fu affidata all'amministrazione civile italiana, mentre la Zona B passò all'amministrazione civile jugoslava. Questo accordo, pur non annullando formalmente il TLT, ne sancì di fatto la divisione e l'inizio di un progressivo processo di integrazione nelle rispettive nazioni. La delimitazione definitiva del confine e il riconoscimento internazionale della sovranità italiana e jugoslava sulle rispettive aree ex-TLT avvennero solo nel 1975 con il Trattato di Osimo, che pose fine all'atipica esperienza del Territorio Libero di Trieste.

MUSEI ED ESPOSIZIONI

MUSEO DI CARATTERE NAZIONALE C.R.P. DI PADRICIANO

Il Museo di Carattere Nazionale C.R.P. di Padriciano (Centro Raccolta Profughi di Padriciano) rappresenta una tappa fondamentale per approfondire la storia degli esuli istriani, giuliani e dalmati giunti in Italia nel secondo dopoguerra. L’edificio, inizialmente pensato per ospitare le forze armate angloamericane presenti nel Territorio Libero di Trieste, venne presto dismesso e poi riconvertito per far fronte all’emergenza profughi degli anni ’50, il cui arrivo si intensificò in seguito all’annessione definitiva della Zona B alla Jugoslavia. Il Centro di raccolta profughi venne chiuso negli anni ’70 e da allora conserva la sua struttura originaria, fatta eccezione per le baracche in legno dove dormivano gli esuli, che vennero demolite. Inaugurato nel 2004, il Museo custodisce la memoria di questo luogo. Il percorso espositivo si apre con i volti e i nomi di numerosi esuli, accompagnando il visitatore tra fotografie d’epoca e pannelli informativi che permettono di approfondire le vicende. Sono inoltre presenti una selezione di masserizie provenienti dai magazzini del Porto Vecchio di Trieste e la riproduzione di un box abitativo, che restituisce le condizioni di vita a cui si era costretti in questo luogo.

Ex Campo Profughi di Padriciano (C.R.P.)

Località Padriciano, 60 - 34149 Trieste (TS)

ISTRIANO-FIUMANO-DALMATA

L'Esodo istriano-fiumano-dalmata rappresenta uno dei capitoli più drammatici della storia italiana del secondo dopoguerra. Tra il 1943 e il 1956, centinaia di migliaia di italiani furono costretti ad abbandonare le proprie case e terre d'origine in Istria, Fiume e Dalmazia, territori ceduti alla Jugoslavia in seguito al Trattato di Pace di Parigi del 1947. Questo fenomeno di massa fu causato da un insieme complesso di fattori: l'occupazione jugoslava di quelle aree alla fine della Seconda Guerra Mondiale, le violenze diffuse, la paura delle persecuzioni politiche e l'impossibilità di accettare un regime comunista che minacciava l'identità culturale italiana. La scelta di "optare" per la cittadinanza italiana implicava l'abbandono di tutti i beni e la partenza. Le cifre precise sono oggetto di dibattito storiografico, ma si stima che tra i 250.000 e i 350.000 italiani abbiano lasciato le loro terre. Molti giunsero in Italia, spesso accolti in campi profughi in condizioni precarie, affrontando un difficile percorso di integrazione in una nazione già prostrata dalla guerra e che, inizialmente, faticò a comprendere la portata e le ragioni di questo esodo. L'esodo non fu un evento unico, ma un processo graduale, con ondate diverse a seconda delle aree e dei momenti politici. Ancora oggi, a distanza di decenni, l'esperienza degli esuli e il ricordo delle sofferenze patite rappresentano un elemento fondamentale nella memoria collettiva italiana, commemorato ogni anno il 10 febbraio nel "Giorno del Ricordo".

MAGAZZINO 18

“Magazzino 18” è il nome che identifica l’insieme di masserizie che gli esuli istriani, fiumani e dalmati portarono con sé e depositarono presso i magazzini del Porto Vecchio, una volta giunti a Trieste. Per anni questi beni carichi di memoria sono stati custoditi ed esposti all’interno del Magazzino 18, divenuto simbolo di questo patrimonio anche grazie all’omonimo spettacolo di Simone Cristicchi. Oggi, questa straordinaria testimonianza dell’esodo è visibile presso il Magazzino 26, i cui ampi spazi consentono un’adeguata esposizione degli oltre 2000 metri cubi di mobili, attrezzi di lavoro, oggetti d’uso quotidiano e memorie private. La sede accoglierà, inoltre, il futuro allestimento del Museo della Civiltà istriana, fiumana e dalmata, di cui è già stata allestita la sezione etnografica. Il Magazzino è accessibile in occasione delle visite guidate organizzate a doppia cadenza mensile dall’Istituto regionale per la cultura istriano-fiumano-dalmata (I.R.C.I), che cura anche mostre temporanee presso la propria sede nel cuore di Trieste, in Via Torino 8.

Polo Museale Magazzino 26

P. Franco Vecchio, 34135 Trieste

GORIZIA, CARSO ISONTINO E COLLIO

Piazza della Transalpina/Trg Evrope - Gorizia/Nova Goriza

Durante l’Impero Austro-Ungarico, Gorizia si guadagnò il nome di “Nizza Austriaca” per il suo clima mite molto apprezzato dalla borghesia viennese che sceglieva la città per le proprie vacanze. I meravigliosi parchi e gli edifici dell’epoca tutt’oggi caratterizzano gran parte del centro. Gorizia rappresenta anche una meta per scoprire la storia del Novecento europeo. Dopo essere stata sconvolta dalle vicende della Grande Guerra e della Seconda Guerra Mondiale, il confine tracciato nel dopoguerra divise il centro cittadino dall’area circostante, che divenne territorio jugoslavo. Emblematico è il caso di Piazza della Transalpina – Trg Evrope, divisa in due dal cosiddetto “Muro di Gorizia”: l’ultimo muro che separava Oriente e Occidente ad essere caduto in Europa. Oggi questa piazza è diventata il simbolo di unione e cooperazione transfrontaliera tra le città di Gorizia e Nova Gorica, un percorso culminato con la candidatura congiunta –e nella successiva nomina – a Capitale Europea della Cultura 2025.

Anche nel territorio che circonda la città sono ancora visibili le tracce impresse dalla Guerra Fredda: sia il Collio che il Carso isontino si trovano, infatti, a ridosso immediato del confine. Qui sono numerose le opere della fortificazione permanente in cui ci si può imbattere passeggiando lungo i sentieri più disparati.

MUSEI ED ESPOSIZIONI

MUSEO DEL LASCIAPASSARE / PREPUSTNICA

All’interno della storica casetta confinaria del Valico del Rafut, uno dei luoghi simbolo del confine tracciato dai Trattati di Parigi, è stata allestita la mostra multimediale “Lasciapassare / Prepustnica”. Nel cortile esterno, fotografie d’epoca e pannelli informativi illustrano le vicende che hanno segnato il Goriziano durante il Novecento. All’interno della casa confinaria, l’allestimento multimediale offre un’esperienza immersiva. Nella prima sala, una serie di fotografie e filmati storici separati da una linea bianca restituisce le diverse prospettive sul confine: quella italiana e quella jugoslava. Nella seconda sala, invece, è possibile toccare con mano alcuni oggetti simbolo della frontiera e del suo attraversamento – tra cui un pacchetto di sigarette, una paletta da finanziere e l’immancabile Lasciapassare – per scoprirne le storie attraverso coinvolgenti videointerviste

Via del Rafut, 32 ‒ 34170, Gorizia (GO)

MONUMENTI ED EDIFICI STORICI

VALICO DEL RAFUT

Nonostante fosse un valico di secondaria importanza, quello del Rafut è divenuto simbolo dell’irrazionalità con cui venne tracciato il confine tra Italia e Jugoslavia in seguito ai Trattati di Parigi nel 1947. Emblematico è il caso di un’abitazione in territorio italiano separata dalla propria stalla, divenuta territorio jugoslavo, e della mucca immortalata sulla linea di confine. Su questo lembo di terra rimane tutt’oggi visibile una sbarra confinaria italiana originale, l’unica rimasta in città, mentre la casetta confinaria ospita il Museo del Lasciapassare/ Prepustnica.

LASCIAPASSARE/PREPUSTNICA

Il 1955 è un anno fondamentale per la storia della zona di confine italo-jugoslava. In agosto venne siglato infatti l’Accordo di Udine che regolava il piccolo traffico di frontiera. Con questo accordo, le autorità italiane e jugoslave istituirono un permesso speciale che consentiva alla popolazione residente lungo la fascia confinaria di potersi spostare tra i due Stati con maggiore facilità rispetto al passato. Tale permesso prese il nome di “lasciapassare” in italiano, mentre in sloveno “prepustnica” e in serbo-croato “propustnica”. Quest’iniziativa ebbe come effetto quello di favorire non solo il miglioramento delle condizioni degli scambi commerciali nell’area transfrontaliera, ma anche la conoscenza reciproca delle due realtà di confine.

PIAZZA DELLA TRANSALPINA

Piazza della Transalpina (Trg Evrope in Slovenia) deve il suo nome alla stazione ferroviaria in cui transitava la linea transalpina che collegava Trieste al cuore dell’Europa centrale, inaugurata agli inizi del Novecento. All’epoca la stazione accoglieva i numerosi turisti desiderosi di visitare quella che veniva chiamata la “Nizza Austriaca”; oggi, invece, si trova in territorio sloveno. Con i Trattati di Pace di Parigi del 1947, la piazza fu infatti divisa in due, trasformandosi da luogo di approdo e accoglienza in uno spazio che rendeva evidente la separazione con l’allora Jugoslavia. Nel 2004, anno di ingresso della Slovenia in Unione Europea, vennero rimossi i cippi confinari e il caratteristico muretto con rete verde che delimitava il confine. Al loro posto, nel cuore della piazza è stato collocato un mosaico che simboleggia l’esplosione di un cippo, i cui numeri identificativi frammentati sono stati inclusi nella composizione. Oggi questa piazza è diventata il simbolo di unione e cooperazione transfrontaliera tra le città di Gorizia e Nova Gorica, un percorso culminato con la candidatura congiunta – e nella successiva nomina – a Capitale Europea della Cultura 2025

Piazza della Transalpina / Trg Evrope ‒ 34170 Gorizia (GO) / SI–5000 Nova Gorica (GO)

FORTIFICAZIONI E BUNKER

BUNKER SAN MICHELE

L’Opera della fortificazione permanente di Monte San Michele venne costruita nel 1970 sulla sommità del monte Škofnik, un modesto rilievo a sud-est del Monte San Michele, in virtù della sua posizione strategica. Da qui, infatti, si potevano controllare la valle del Vipacco, l’altopiano di Castagnevizza e, soprattutto, la Soglia di Gorizia. L’opera fu realizzata seguendo il metodo “cut and cover”: costruita sulla cima precedentemente spianata e poi ricoperta da una collinetta artificiale. Oggi è possibile visitare due ambienti: il Posto Comando Osservatorio (PCO) e una postazione (M4) per mitragliatrice. Il PCO era il cuore operativo dell’intera struttura: da qui si trasmettevano e ricevevano le comunicazioni per coordinare le azioni dell’intera opera. Si articola su due piani: al piano superiore si trovano i locali tecnici, tra cui quelli per il filtraggio dell’aria e la decontaminazione dagli agenti NBC (nucleari, batteriologici e chimici); mentre al piano inferiore si trovano i ricoveri comando, protetti da uno spesso strato di cemento armato e dal terreno soprastante. Le postazioni sono visitabili durante le aperture calendarizzate con visita guidata, rese possibili grazie all’impegno di un gruppo di volontari in seno all’Associazione Nazionale Fanti d’Arresto. In queste occasioni gli spazi vengono allestiti con le dotazioni dell’epoca, offrendo la possibilità di immergersi in un’autentica testimonianza della Guerra Fredda

L’ATTENTATO DI PETEANO

La sera del 31 maggio 1972 nel piccolo abitato di Peteano, a una decina di kilometri dal centro di Gorizia, scoppiò un ordigno nascosto all’interno di una Fiat 500. A morire nell’attentato furono tre carabinieri mentre altri due rimasero feriti. I militari erano accorsi sul posto dopo che una chiamata anonima aveva segnalato la presenza di un’auto abbandonata con due fori di proiettile sul parabrezza. Inizialmente, le indagini si orientarono verso piste riconducibili all’eversione di sinistra e alla criminalità locale. Quest’ultima pista venne seguita con particolare attenzione; era però un tentativo di depistaggio che venne scoperto attraverso le ricostruzioni successive. Infine, la responsabilità dell’attentato venne definitivamente attribuita agli ambienti dell’estremismo di destra friulano orbitante attorno a “Ordine nuovo”. La sentenza del maggio del 1992, esattamente a vent’anni di distanza dal fatto, condannò all’ergastolo gli esecutori Vincenzo Vinciguerra e Carlo Cicuttini, mentre i depistatori, il colonnello Antonino Chirico e il colonnello (poi generale) Dino Mingarelli, vennero condannati a 3 anni e 10 mesi, beneficiando successivamente del condono della pena. La risonanza mediatica della “strage di Peteano” è rimasta per anni ai margini degli eventi che caratterizzarono gli “anni di piombo” e la “strategia della tensione”. La collocazione periferica, infatti, contribuì a rendere quest’episodio meno evidente al pubblico italiano.

LA SOGLIA DI GORIZIA

Alla fine della Seconda Guerra Mondiale, con la divisione del mondo in due blocchi ideologici contrapposti, il Friuli Venezia Giulia si trovò a essere una regione di confine tra il mondo capitalista e quello comunista. La vicinanza alla Jugoslavia di Tito, che pur essendosi distaccata dal controllo diretto dell’Unione Sovietica rimaneva un paese socialista, accentuava l’incertezza e alimentava la tensione. Il confine orientale italiano, situato lungo la cosiddetta “Cortina di Ferro”, divenne così uno dei principali punti di difesa dell’Occidente.

Per fronteggiare una possibile invasione da Est, l’Esercito Italiano in collaborazione con la NATO realizzò e recuperò, tra l’inizio degli anni Cinquanta e la fine degli anni Settanta, più di mille bunker, che oggi rappresentano uno degli aspetti più affascinanti e meno noti della storia militare della Guerra Fredda in Italia. Il territorio maggiormente interessato dai lavori di fortificazione fu la cosiddetta “soglia di Gorizia”, cioè l’ampia area pianeggiante che si estende dalla città di Gorizia verso la pianura friulana. Questo territorio, per la sua conformazione, era considerato il punto più vulnerabile di tutto il confine ed era ritenuto la principale via di accesso dall’Est alla parte settentrionale del bacino del Mediterraneo e alla penisola italiana. Per questo motivo, in questa zona vennero dislocate un terzo delle strutture che costituivano l’intero sistema difensivo.

ITINERARI E PARCHI TEMATICI

LA SOGLIA DI GORIZIA

“La Soglia di Gorizia. Dalla cortina di ferro alla via della pace” è un progetto dell’Università degli Studi di Trieste orientato allo studio e alla valorizzazione delle fortificazioni risalenti alla Guerra Fredda sul Carso isontino. Già luogo di una massiccia fortificazione e di aspre battaglie durante la Grande Guerra, il Carso venne militarizzato e presidiato anche durante tutto il periodo della Guerra Fredda.

Il progetto ha individuato cinque percorsi, di lunghezza e difficoltà crescente, alla scoperta delle tracce che la fortificazione permanente ha impresso su questo territorio. I percorsi si snodano tra i comuni di Sagrado, Doberdò del Lago e Monfalcone, intrecciandosi alla Riserva Naturale dei Laghi di Doberdò e Pietrarossa e al Parco Tematico della Grande Guerra di Monfalcone. Percorrere questi luoghi significa scoprire la ricca stratificazione di strutture difensive che li hanno caratterizzati: a partire dal Castelliere di Castellazzo, passando per le trincee del primo conflitto mondiale, fino alle postazioni per artiglieria e ai posti comando e osservazione della Fanteria d’Arresto.

MINE NUCLEARI

Tra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, la superiorità delle forze di terra del Patto di Varsavia era fonte di grandi preoccupazioni per la NATO, all’interno della quale si decise perciò di elaborare piani che permettessero la difesa dei Paesi europei occidentali. Tra i piani vi era quello di utilizzare armi atomiche tattiche e, nel caso specifico delle regioni fortificate com’era allora il Friuli Venezia Giulia, l’impiego di mine atomiche che rallentassero la possibile avanzata delle truppe dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati. Per quanto riguarda la zona di frontiera italiana, il territorio che più si prestava alla necessità difensiva era quello del Carso e, per tale ragione, venne ipotizzato di impiegare gli ordigni nucleari in quel settore.

IL CONFINE E LE SUE STORTURE

Dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, il 10 febbraio 1947 venne firmato a Parigi il Trattato di pace. Per l’Italia, il Trattato prevedeva notevoli cambiamenti territoriali, in particolare sul confine con la Jugoslavia. Il nuovo confine, tracciato il 15 settembre 1947, venne segnalato dalla cosiddetta “linea bianca”. Quest’ultima divise case, fattorie, cimiteri, terre e persone ed è diventata perciò uno dei simboli dell’assurda barriera creata dalla Guerra Fredda. Sembra una realtà lontana ma è ancora oggi ben riconoscibile se si raggiungono alcuni dei luoghi più significativi della divisione. Uno di questi è il valico del Rafut a Gorizia, un passaggio secondario non lontano da quello più famoso della Casa Rossa. Qui venne scattata una delle fotografie più iconiche del confine goriziano: una mucca, senza curarsi della striscia di calce bianca che separava la stalla dal resto del complesso, teneva due zampe in Italia e le altre due in Jugoslavia. Un altro luogo simbolo della Guerra Fredda è il cimitero del piccolo abitato sloveno di Miren/Merna. Nel 1947, il paese venne assegnato alla Jugoslavia mentre il suo cimitero ebbe una sorte diversa. Quest’ultimo venne infatti diviso a metà dal confine, lasciando una parte in Italia e l’altra in Jugoslavia. Nel cimitero si aggiravano “le sentinelle tra i morti”; la sorveglianza armata, così rigida in quegli anni, non risparmiava neanche un camposanto. Un’altra vicenda legata al confine è quella della “domenica delle scope”. Dopo l’applicazione del Trattato di Parigi, le famiglie divise non avevano più potuto rivedersi (salvo rapidi saluti) e si creò dunque una sensazione di disagio diffusa. Le autorità di frontiera decisero allora di sovvertire questa situazione istituendo una pratica che prevedeva colloqui tra parenti e amici presso due valichi di frontiera (quello della Casa Rossa a Gorizia e quello di Stupizza a Cividale del Friuli). Il primo incontro si tenne il 6 agosto 1950 e fu un successo. La domenica successiva, il 13 agosto 1950, qualcosa però andò storto: sul lato jugoslavo del confine si presentarono circa 5000 persone che irruppero come un fiume in piena a Gorizia e acquistarono tutto quello che in Jugoslavia non c’era, tra cui le famose scope di saggina che diventarono il simbolo di quella giornata. La storia del confine italojugoslavo durante la Guerra Fredda è quindi una storia fatta di “alti e bassi”. Se nei primi anni dopo il conflitto la divisione ebbe effetti deleteri sulla popolazione, già dalla metà degli anni Cinquanta qualcosa iniziò a cambiare. Un decennio dopo, si imponeva il concetto di collaborazione transfrontaliera rendendola “la frontiera più aperta d’Europa”.

IL FRIULI, DALLE VALLI DEL NATISONE E TORRE AL TAGLIAMENTO

Da est a ovest, dal confine con la Slovenia a quello con il Veneto, si estende tutta l’area della pianura, delle colline friulane e delle Prealpi. Partendo dal confine si trovano le Valli del Natisone e del Torre, caratterizzate da piccoli borghi, antiche tradizioni e una natura che per secoli ha unito le comunità di confine. Nel secondo dopoguerra, però, queste valli si sono ritrovate a ridosso della frontiera tra Italia e Jugoslavia, diventando una delle zone più sensibili del nuovo assetto europeo. Per decenni la vita quotidiana degli abitanti è stata scandita dalla presenza di posti di controllo e restrizioni, mentre nel territorio si sono diffuse opere di difesa e infrastrutture militari che ancora oggi emergono nel paesaggio. Le colline e la pianura custodiscono un patrimonio culturale e storico millenario con ben 4 siti UNESCO (Palù di Livenza, Aquileia, Cividale del Friuli e Palmanova) e 13 Borghi più Belli d’Italia, oltre a città come Udine, con la sua forte impronta veneziana, e Pordenone, che sarà Capitale Italiana della Cultura nel 2027. Un’area molto estesa che, come il resto della Regione, è stata coinvolta nei grandi eventi del Novecento. Durante la Guerra Fredda, infatti, è stata oggetto di una massiccia fortificazione: si decise di sfruttare le difese naturali costituite dai corsi dei fiumi e di concentrare le difese nei pressi degli snodi cruciali lungo il fiume Torre, a ovest, e allestire una linea più arretrata a est, lungo il Tagliamento

Colle Pion - Pinzano al Tagliamento

MUSEI ED ESPOSIZIONI

MUSEO STORICO DELLA FANTERIA D’ARRESTO

All’interno di un edificio dell’ex caserma “Tagliamento” di Valvasone Arzene è visitabile la Sala Storica della Fanteria d’Arresto. Si tratta di un’esposizione di cimeli militari curata dall’Associazione Nazionale Fanti d’Arresto (ANFA). La caserma venne costruita negli anni Sessanta per farne la sede del quartier generale del 73° Reggimento Fanteria d’Arresto “Lombardia” che si occupava della gestione della fortificazione permanente tra Valvasone Arzene e Pinzano al Tagliamento, snodo cruciale per la linea difensiva allestita lungo il fiume Tagliamento. Venne dismessa negli anni ’90 in seguito al processo di smilitarizzazione del Nord-est. Ad oggi, uno dei due locali di servizio dell’ex-caserma gestiti dall’Associazione Nazionale Fanti d’Arresto ospita un’esposizione di cimeli e oggettistica militare di varia natura. Vi si potranno osservare, in particolare, testimonianze del corpo d’armata della Fanteria d’Arresto tra cui uniformi e dotazioni dell’epoca.

Ex Caserma “Tagliamento” Via Grava s.n. ‒ 33098 Valvasone Arzene (PN)

LE SERVITÙ MILITARI

Tutti i terreni su cui ricadevano i bunker erano soggetti a servitù militari, le quali imponevano ai proprietari limitazioni particolarmente gravose. Tra queste rientravano il divieto di costruire muri o edifici, di sopraelevare manufatti esistenti, di scavare fossi o canali, nonché di effettuare determinate coltivazioni o altre operazioni agricole. Inoltre, qualora ritenuto necessario, l’autorità militare aveva la facoltà di intervenire direttamente sull’area, anche mediante demolizioni o modifiche strutturali. A rendere la situazione ancora più penalizzante, fino al 1968 i proprietari dei terreni soggetti a servitù venivano indennizzati unicamente in caso di modifica della proprietà, e non per le limitazioni d’uso imposte allo sfruttamento del fondo. Le servitù militari non riguardavano esclusivamente i terreni occupati dalle fortificazioni, ma si estendevano a tutte le aree in cui erano presenti manufatti di interesse militare, come, ad esempio, le polveriere. Questo sistema, che negli anni Sessanta interessava quasi il 50% del territorio regionale, limitò in modo significativo la libertà e lo sviluppo economico del Friuli Venezia Giulia, suscitando nel tempo numerose proteste da parte della popolazione e della classe politica locale e regionale. Ancora oggi, i proprietari dei terreni su cui vennero costruiti i bunker testimoniano gli effetti di questa eredità. In molti casi, infatti, essi si ritrovano letteralmente nel giardino di casa queste strutture ormai dismesse, ma ancora ben evidenti, divenute silenziosi testimoni della Guerra Fredda in questa porzione d’Italia.

FORTIFICAZIONI E BUNKER

BUNKER DI PURGESSIMO

Alle pendici del Monte Purgessimo (Karkoš in sloveno) si trova una struttura difensiva della Guerra Fredda, posta a immediata sorveglianza della strada che collega Cividale del Friuli al Valico di Stupizza. Venne edificata in caverna negli anni Cinquanta sfruttando come ingresso un manufatto risalente alla Grande Guerra, ampliato scavando nella nuda roccia che in parte rimane ancora visibile. L’opera, a suo tempo perennemente presidiata dalla Fanteria d'Arresto, si sviluppa per lo più su un unico piano e comprende un posto comando, due postazioni (M) per mitragliatrici e due postazioni (P) anticarro. Nella prima sezione sono posti i servizi igienici e i magazzini: il materiale di servizio era collocato all’interno di nicchie e ripostigli a muro, per non intralciare l'attività operativa dei soldati. Le aree strategico-operative come la stanza del centralino e l’ufficio del comando, sono color cemento, mentre le aree destinate alla vita quotidiana, tra cui la sala mensa e il dormitorio, sono caratterizzate dalla presenza di mattonelle rosse. Una serie di 4 scale a chiocciola conduce, infine, all’osservatorio posto lungo la dorsale del Monte Purgessimo e all’uscita (o accesso secondario). L’opera, di proprietà privata, può essere visitata solamente durante le visite guidate programmate dalla Pro Loco Nediške Doline – Valli del Natisone APS.

L’APERTURA DEL VALICO DI STUPIZZA NEL 1955

A seguito della stipula del Trattato di pace di Parigi del 1947, entrò in vigore la nuova linea di frontiera tra Italia e Jugoslavia, che per otto anni fu caratterizzata da una rigida chiusura, rendendo quasi impossibile l’attraversamento del confine. Un primo passo verso l’apertura si ebbe con l’Accordo di Udine del 20 agosto 1955, che introdusse, nel contesto della cortina di ferro, un regime di circolazione straordinariamente libero tra due Stati appartenenti a blocchi contrapposti. L’intesa consentì ai residenti entro dieci chilometri dal confine di attraversarlo mediante un permesso speciale: il lasciapassare (in sloveno prepustnica). In tale contesto, il 10 ottobre 1955 si tenne presso il valico di Stupizza una cerimonia ufficiale che sancì l’apertura al traffico del passo. Secondo le cronache dell’epoca, tale evento favorì da subito il riallaccio dei rapporti di amicizia e dei legami affettivi tra le popolazioni delle Valli del Natisone e dell'area di Caporetto, agevolando al contempo gli scambi commerciali tra agricoltori e l’acquisto di beni di prima necessità, soprattutto da parte dei cittadini jugoslavi. Questi ultimi affluirono numerosi nei centri italiani, dando vita a quella che la stampa locale definì una “pacifica invasione”, che interessò l’intero territorio delle Valli del Natisone e, in particolare, la città di Cividale del Friuli. Considerando anche i tre valichi minori aperti nella stessa area, alla fine di agosto 1956 si registrarono 26.050 attraversamenti da parte di cittadini italiani e 37.660 da parte di jugoslavi.

RICOVERO SPERIMENTALE ANTIATOMICO A SPILIMBERGO

A Spilimbergo è presente un’opera unica nel suo genere: il ricovero antiatomico sperimentale facente parte dell’Opera di “Villa Teresa”, che comprendeva una serie di postazioni per mitragliatrice (M) e anticarro (P) costruite nei pressi del fiume Tagliamento. Il ricovero si sviluppa su due piani ipogei e poteva ospitare fino a 25 soldati. Venne realizzato alla fine degli anni Sessanta ed è, quindi, una delle ultime strutture difensive costruite in Friuli Venezia Giulia durante la Guerra Fredda. Il manufatto ospitava le truppe incaricate di presidiare le postazioni circostanti ed era concepito per garantire protezione anche in caso di contaminazione da fallout nucleare. Gli ambienti interni ne testimoniano ancora oggi la funzione: si può notare la quantità di serbatoi d’acqua presenti, di gran lunga superiore a quella necessaria per il fabbisogno quotidiano. L’acqua, infatti, era necessaria per decontaminare le protezioni personali dei militari prima dell’accesso all’area più interna del ricovero. Quest’area era dotata di un sistema di filtraggio dell’aria e disponeva di acqua e razioni sufficienti a sopravvivere in isolamento per circa una settimana. Qui un lungo corridoio di forma cilindrica, sigillato da porte a tenuta stagna, ospitava i posti letto. L’accesso al piano inferiore era protetto da due porte corazzate antisoffio dotate di un sistema di sicurezza idraulico che ne impediva l’apertura simultanea, garantendo così la massima tenuta in caso di emergenza. Appena dopo i portelloni si trova l’unica postazione per mitragliatrice (M) del ricovero, predisposta per far fronte all’eventualità di un attacco nemico. L’opera è visitabile grazie al lavoro di restauro e messa in sicurezza dell’Associazione Nazionale Fanti d’Arresto (ANFA), a cui ci si deve rivolgere per chiedere informazioni sull’accesso.

VITA NEI BUNKER

Durante la Guerra Fredda, i bunker erano costantemente sorvegliati e manutenuti da reparti specializzati dell’Esercito Italiano appositamente creati per questo scopo: gli alpini e la fanteria d’arresto. Le fortificazioni considerate strategicamente più importanti, in particolare quelle situate nelle aree più sensibili a ridosso del confine, venivano presidiate in modo permanente. In questi casi, un gruppo di militari era dislocato stabilmente in una casermetta situata nei pressi del complesso fortificato, pronto a intervenire in qualsiasi momento. Giorno e notte, quindi, questi soldati sorvegliavano i bunker, garantendo il loro funzionamento e la sicurezza del territorio circostante. Regolarmente le strutture diventavano teatro di esercitazioni militari: venivano simulate situazioni di combattimento in cui ogni soldato doveva operare seguendo protocolli rigorosi, assumendo ruoli specifici in base alla propria qualifica (radiofonista, mitragliatore, cannoniere etc.). Questi addestramenti duravano più giorni, durante i quali i militari vivevano rinchiusi negli spazi angusti, privi di luce naturale, spesso umidi e gelidi, dei bunker. Era una vita fatta di preparazione e attesa, nell’ombra della minaccia di un conflitto che, per fortuna, non arrivò mai.

ITINERARI E PARCHI TEMATICI

Difficoltà

Turistico

Dislivello

Non significativo

Lunghezza

1,5 km

Durata

1 ora circa

Consigliato

tutto l'anno

Cartografia

Cartina Tabacco 028

Punto di partenza

Parcheggio lungo la SP4

BUNKER SUL COLLE PION A PINZANO AL TAGLIAMENTO

Dal Colle Pion si può controllare il Ponte di Pinzano al Tagliamento, luogo di cruciale importanza per l'attraversamento del fiume. Per questo motivo l'area ha rappresentato un centro nevralgico durante tutto il Novecento. Qui le truppe italiane operarono un tentativo di resistenza durante la Ritirata di Caporetto e il Reich tedesco progettò la costruzione di un imponente Ossario per i soldati caduti durante gli scontri. L'edificio, mai terminato, venne sfruttato durante la Seconda Guerra Mondiale e fu pesantemente danneggiato da bombardamenti aerei. Infine, durante la Guerra Fredda l'intera area fu presidiata dall'Esercito Italiano e lo stesso Ossario venne sfruttato come osservatorio e ricovero per truppe. Il punto di partenza è fissato all’imbocco della carrareccia che conduce al Colle Pion dalla strada SP4, poco dopo aver superato il Ponte di Pinzano provenendo da Ragogna. In pochi minuti si raggiungono i resti dell’Ossario. Si torna sui propri passi per raggiungere il ciglio dell’altura, dove si potranno osservare due postazioni per mitragliatrici, una mascherata da roccia e l’altra camuffata da un prefabbricato, e il perimetro della vasca in cui era posizionato un carro armato. Da qui si raggiunge anche un suggestivo punto panoramico da cui si può ammirare il Tagliamento. Scendendo dal versante ovest del colle, dando le spalle al fiume, si incontra un ulteriore manufatto. Si torna infine sui propri passi, dirigendosi verso il punto di partenza nei pressi del quale, imboccando l'altro ramo del bivio, si raggiunge in pochi minuti la casermetta in cui alloggiavano i soldati che presidiavano le opere.

ALPI GIULIE

Forte Beisner - Malborghetto-Valbruna

Le Alpi Giulie sono ricche di meravigliosi panorami che si possono ammirare durante semplici passeggiate o escursioni più impegnative: ampie vallate, una foresta millenaria e cime imponenti come lo Jôf di Montasio, lo Jôf Fuârt e il Monte Canin. Non mancano specchi d’acqua pura come i Laghi di Fusine e mete di pellegrinaggio secolari come il Santuario del Monte Lussari. L’atmosfera di pace che oggi si respira tra queste vette, però, non deve essere data per scontata. La posizione strategica di questo territorio, oggi al confine tra Austria e Slovenia, lo ha reso un teatro di aspre battaglie e oggetto di massicce fortificazioni nel secolo scorso. Oggi queste testimonianze costituiscono un vero e proprio museo a cielo aperto: qui si potranno scoprire le fortificazioni austro-ungariche e le trincee risalenti alla Grande Guerra, le opere del Vallo Alpino del Littorio edificate negli anni ’30 e gli sbarramenti risalenti alla Guerra Fredda Il Museo della Dogana di Coccau e il Museo della Guerra Fredda di Chiusaforte consentono, inoltre, di contestualizzare al meglio questo importante patrimonio.

MUSEI ED ESPOSIZIONI

MUSEO DELLA GUERRA FREDDA DI CHIUSAFORTE

Il Museo della Guerra Fredda, curato dall’Associazione Friuli Storia e Territorio, si trova oggi all’interno dell’edificio che un tempo ospitava lo spaccio dell’ex Caserma “Zucchi”, a Chiusaforte. Il museo, unico in Italia nel suo genere, permette di scoprire la storia militare della seconda metà del Novecento e approfondire lo svolgersi della Guerra Fredda al confine orientale d’Italia. Al piano terra si trova una sala dedicata al Battaglione Alpini “Cividale”, che ebbe sede in questa caserma dagli anni ‘60 fino alla sua dismissione. Al primo piano, il percorso riservato alla Guerra Fredda si apre con una sala dedicata al Governo Militare Alleato e alla ridefinizione del confine orientale dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale. L’allestimento prosegue con una collezione di uniformi ed equipaggiamenti appartenenti alle Forze Armate Italiane, nonché agli altri eserciti della NATO e del Patto di Varsavia, con particolare attenzione ai temi della fortificazione, della tecnologia e della Difesa Nucleare, Batteriologica e Chimica. Da segnalare la ricostruzione di alcuni ambienti, come la camerata di una caserma italiana dell’epoca, e la riproduzione di un’opera della fortificazione permanente.

Caserma "Zucchi", ex palazzina spaccio

Via A. Ruffi, n. 40 ‒ 33010 - Chiusaforte (UD)

MUSEO DELLA DOGANA DI COCCAU

Il Museo della Dogana di Coccau (Tarvisio), unico nel suo genere, offre la possibilità di approfondire la storia dei confini e delle dogane e, in particolare, la storia del confine italo-austriaco. Il museo sorge sul valico di Coccau, tutt’oggi uno dei valichi più importanti al confine con l’Austria, all’interno dell’edificio in cui venivano effettuati i controlli doganali. I numerosi pannelli informativi, disponibili in italiano, inglese, tedesco e sloveno, consentono di scoprire il modo in cui le frontiere si sono evolute a partire dal mondo romano fino alla nascita dell’Unione Europea, con particolare attenzione al secondo dopoguerra e alle peculiarità del confine durante la Guerra Fredda. Qui si potranno anche osservare alcuni reperti, tra cui manuali utilizzati dai doganieri, uniformi, segnaletica originale e strumenti per il controllo delle merci.

Via Friuli, 43 ‒ 33018 Coccau Valico Tarvisio (UD)

LA GALLERIA DI BRETTO

Durante la Guerra Fredda, uno dei tratti di confine più singolari d’Italia era senza dubbio quello che, all’interno della galleria di Bretto, separava Italia e Jugoslavia a 240 metri di profondità. Il tunnel venne realizzato tra il 1899 e il 1905 per drenare le acque della miniera di Raibl (Cave del Predil) ed entrò nella storia già durante la Prima Guerra Mondiale. Ampliato e dotato di un trenino permetteva all’esercito austro-ungarico di rifornire il fronte dell’Isonzo senza essere individuato dagli italiani. Al termine del conflitto, la galleria iniziò a essere utilizzata dai minatori dell’area di Bretto – passata al Regno d’Italia – per raggiungere la miniera. Dopo la Seconda Guerra Mondiale il tunnel venne per la prima volta diviso tra due Stati e sulla linea di demarcazione fu installata una cancellata di ferro. Tuttavia, mentre in superficie la nuova linea di frontiera era divenuta invalicabile, nel sottosuolo il flusso dei minatori proseguì senza interruzioni.

FORTIFICAZIONI E BUNKER

FORTE BEISNER – OPERA 4 UGOVIZZA – FORCELLA NEBRIA

La Val Canale rappresenta da sempre un punto nevralgico per la difesa del confine. Nel suo centro, tra il 1938 e il 1942 venne costruito lo sbarramento Malborghetto-Valbruna del Vallo Alpino del Littorio. Agli inizi degli anni Cinquanta, sette delle opere di cui era composto, ristrutturate e dotate di un nuovo armamento, confluirono nello sbarramento di Ugovizza-Forcella Nebria impiegato dalla NATO in funzione antisovietica. Grazie al lavoro dell’Associazione LandScapes oggi è visitabile l’Opera 4 Ugovizza, sede del comando dell’intero sbarramento e per questo attrezzata per poter intervenire immediatamente in caso di necessità, la quale era dotata di una postazione P per cannoni anticarro e sette postazioni M per mitragliatrici oltre ai numerosi locali servizi. L’imponente struttura è scavata nel corpo roccioso del Monte Palla (o Kugel Berg) e si snoda su un unico livello lungo circa 1000 metri di corridoi, con una superficie calpestabile di circa 2200 metri quadri. Fa eccezione l’osservatorio corazzato, posto sulla sommità dell’altura, che è raggiungibile salendo una suggestiva scalinata che si sviluppa tra la nuda roccia, dato che quest’area non venne fortificata col calcestruzzo. In alcune aree all’interno dell’opera è possibile approfondire la fase di costruzione e di attività dell’opera stessa grazie a pannelli informativi e foto d’epoca. Inoltre, diversi ambienti come il posto medicazione e la camerata dove dormivano i soldati di guardia sono stati allestiti con materiali dell’epoca per restituire un’immagine fedele a come si presentava l’opera durante il suo periodo di attività.

OPERA 3 – SBARRAMENTO MALBORGHETTO

L’Opera 3 dello Sbarramento Malborghetto ha seguito un’evoluzione simile a quella dell’Opera 4 Ugovizza: faceva parte dello sbarramento Malborghetto-Valbruna del Vallo Alpino del Littorio, ma non entrò in funzione durante il secondo conflitto mondiale. Venne riattivata dalla NATO agli inizi degli anni Cinquanta come parte dello Sbarramento Malborghetto, in seguito a lavori di riammodernamento e fu infine dismessa nel ’92. La struttura era originariamente composta da un posto di comando, una camerata, tre postazioni per mitragliatrici e vari locali di servizio Durante la riattivazione una delle postazioni per mitragliatrice fu riconvertita in postazione anticarro per adeguarsi alle nuove esigenze difensive. Le postazioni sono tutt’ora dotate dei mascheramenti originali: ingegnosi dispositivi mobili che assicuravano una mimetizzazione col territorio circostante e che, all’occorrenza, venivano traslati dall’interno per consentire il fuoco dalla feritoia.

CARNIA

Bunker Museo "Cherso 1" - Passo di Monte Croce Carnico

Situata nell’area nord-occidentale del Friuli Venezia Giulia, la Carnia custodisce alcuni scorci di natura incontaminata: qui, ad esempio, si trova il Monte Coglians, la cima più alta della regione. Per tutto il Novecento queste montagne hanno formato una linea di difesa naturale poi sfruttata e potenziata dall’uomo. Qui, infatti, si può apprezzare la stratificazione di strutture difensive che ha caratterizzato il secolo scorso: dalle trincee della Grande Guerra, passando per il Vallo Alpino del Littorio, fino agli sbarramenti della Guerra Fredda. Emblematico è il caso delle testimonianze che circondano il Passo di Monte Croce Carnico, tutt’oggi uno dei principali valichi al confine con l’Austria, oltre a quelle presenti nei pressi di Torre Moscarda, baluardo difensivo fin dal Medioevo.

40 FORTIFICAZIONI E BUNKER

FORTIFICAZIONI E BUNKER

SBARRAMENTO DI TORRE MOSCARDA

Nei pressi di Paluzza si può scoprire un significativo esempio della stratificazione di strutture difensive che ha interessato il Friuli Venezia Giulia nel corso dei secoli. Qui, infatti, la Valle del But si restringe e costituisce così uno sbarramento naturale lungo la strada che porta al Passo di Monte Croce Carnico. Già nel corso del XIII secolo venne costruito un sistema difensivo di cui oggi si può apprezzare la Torre Moscarda, conosciuta come “La Torate”, che rimase in funzione fino al 1800. In questa valle si possono osservare anche numerose tracce della Grande Guerra: resti di trincee, camminamenti e opere scavate in caverna. Sfruttando alcune di queste opere in caverna, alla fine degli anni ’30 venne edificato lo Sbarramento di Torre Moscarda: un gruppo di sette opere appartenenti al Vallo Alpino del Littorio Quattro di queste opere furono poi attivate nell’immediato dopoguerra, in seguito ad ampliamenti e ammodernamenti. Tra queste rientra l’Opera 6, posta proprio al di sotto di Torre Moscarda, che è attualmente visitabile grazie alle visite guidate organizzate da Visit Zoncolan. Si tratta di un manufatto dotato di due postazioni M per mitragliatrici, costruito sfruttando un’opera in caverna preesistente e rivestita in calcestruzzo. Le altre postazioni di cui si componeva lo sbarramento sono visibili dall’esterno esplorando il suggestivo bosco che avvolge Paluzza.

BUNKER MUSEO “CHERSO 1”

Il Bunker-Museo “Cherso 1” è un’opera dello Sbarramento di Passo Monte Croce Carnico, parte del Vallo Alpino del Littorio allestito negli anni Trenta a difesa del confine. Le tre opere in caverna che componevano lo sbarramento furono riattivate durante la Guerra Fredda, con il nome in codice “Cherso”, a seguito di un potenziamento infrastrutturale, di una modernizzazione dell’armamento e del ripristino della casermetta destinata al riposo dei soldati. Il sito rappresenta al meglio la stratificazione delle strutture difensive che si sono susseguite lungo tutto il Novecento: parte dell’Opera 1, infatti, ingloba i resti di una trincea della Prima Guerra Mondiale, di cui si possono ancora apprezzare le feritoie. Oggi l’Opera 1 è visitabile grazie all’impegno dell’Associazione per lo Studio e la Salvaguardia delle Fortificazioni a Nord-Est (A.S.S.F.N.E.). Durante le aperture calendarizzate vi sono esposti riproduzioni di armi, attrezzature, equipaggiamenti e impianti originali risalenti alla Guerra Fredda. L’ambiente così allestito, arricchito dalla presenza di rievocatori storici, permette di vivere un’esperienza immersiva, comprendere appieno la vita quotidiana dei soldati durante il presidio e scoprire le modalità operative previste in caso di necessità.

Elenco degli Infopoint PromoTurismoFVG

Aquileia Infopoint

Via Giulia Augusta, 11 - 33051 Aquileia (UD)

Tel. +39 0431 919491 | Cell. +39 335 7759580 info.aquileia@promoturismo.fvg.it

Arta Terme Infopoint

Via Nazionale, 1 - 33022 Arta Terme (UD)

Tel. +39 0433 929290 | Cell.+39 335 7463096 info.artaterme@promoturismo.fvg.it

Cormons Infopoint

Piazza XXIV Maggio, 15 – 34071 Cormons (GO)

Tel. +39 0481 386224 | Cell. +39 335 7697061 info.cormons@promoturismo.fvg.it

Forni di Sopra Infopoint

Via Cadore, 1 - 33024 Forni di Sopra (UD)

Tel. +39 0433 886767 | Cell. +39 335 1083703 info.fornidisopra@promoturismo.fvg.it

Gorizia Infopoint

Palazzo Paternolli, Piazza della Vittoria, 48 - 34170 Gorizia

Tel. +39 0481 535764 | Cell. +39 335 1084763 info.gorizia@promoturismo.fvg.it

Grado Infopoint

P.zza XXVI Maggio, 16 - angolo Portanuova, 26

34073 Grado (GO)

Tel. +39 0431 877111 | Cell. +39 335 7705665 info.grado@promoturismo.fvg.it

Lignano Pineta Infopoint (stagione estiva)

Via dei Pini, 53 - 33054 Lignano Pineta (UD)

Tel. +39 0431 422169 | Cell. +39 331 1435222 info.lignanopineta@promoturismo.fvg.it

Lignano Sabbiadoro Infopoint

Via Latisana, 42 - 33054 Lignano Sabbiadoro (UD) Tel. +39 0431 71821 | Cell. +39 335 7697304 info.lignano@promoturismo.fvg.it

Marano Lagunare Infopoint (stagione estiva)

Piazza Cristoforo Colombo - 33050 Marano Lagunare (UD) Cell. +39 334 6835248 info.marano@promoturismo.fvg.it

Miramare Infopoint

Porta della Bora, adiacente all’ingresso del Viale dei Lecci

34121 Trieste

Cell. +39 333 6121377 info.miramare@promoturismo.fvg.it

Muggia Infopoint

Piazza Marconi, 1 34015 Muggia (TS)

Tel. +39 040 9571085 info.muggia@promoturismo.fvg.it

Palmanova Infopoint

Borgo Udine, 4 - 33057 Palmanova (UD)

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Piancavallo Infopoint

(stagione invernale ed estiva)

Via Collalto, 1 - 33081 Piancavallo (PN)

Tel. +39 0434 655191 | Cell. +39 335 7313092 info.piancavallo@promoturismo.fvg.it

Pordenone Infopoint

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Via Mazzini, 2 - 33170 Pordenone

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Sappada Infopoint

c/o Borgata Bach, 9 - 33012 Sappada (UD)

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Sistiana Infopoint (stagione estiva)

Sistiana 56/B - 34011 Duino - Aurisina (TS)

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Tarvisio Infopoint

Via Roma, 14 - 33018 Tarvisio (UD)

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Tolmezzo Infopoint

Palazzo Lo Basso

Piazza XX Settembre, 7 - 33028 Tolmezzo (UD)

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Trieste Airport Infopoint

Via Aquileia, 46 - 34077 Ronchi Adei Legionari (GO)

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Trieste Infopoint

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COME ARRIVARE

IN AUTO

Autostrade:

A4 Torino/Trieste

A23 Palmanova/Udine/Tarvisio

A28 Portogruaro/Conegliano

A27/A4 Trieste/Belluno

IN AEREO

Airport of Trieste www.triesteairport.it

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80 km da Pordenone

130 km da Venezia

120 km da Lubiana

IN TRENO www.trenitalia.it www.italotreno.it

IN BICI www.alpe-adria-radweg.com www.adriabike.eu

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FONTI FOTOGRAFIE STORICHE

p. 8 – Gen. Dabney (USA), caserma Opicina (6.10.1954)

Archivio Foto Omnia di Ugo Borsatti - Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste p. 10 – Esodo da Pola (1947) Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste p. 16 – Transalpina. (1955)

ERPAC – Servizio Musei e Archivi Storici. Fototeca Musei Provinciali di Gorizia p. 20 – Postazione sul Carso. Archivio di Marco Basilisco p. 22 – Stazione Transalpina in Jugoslavia. (1947)

ERPAC – Servizio Musei e Archivi Storici. Fototeca Musei Provinciali di Gorizia p. 23 - Passaggio di un carro agricolo al valico di frontiera Italia - Jugoslavia. La Casa Rossa. (1947 post - 1950 ante)

ERPAC – Servizio Musei e Archivi Storici. Fototeca Musei Provinciali di Gorizia p. 35 – Galleria di Bretto. Confine presidiato da due ufficiali Archivio dei Musei Tarvisio

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FOTO

Archivio PromoturismoFVG

Archivio Musei Tarvisio

ERPAC – Servizio Musei e Archivi Storici.

Fototeca Musei Provinciali di Gorizia

Fototeca dei Civici Musei di Storia ed Arte di Trieste

Goriški muzej

M. Basilisco

F. Gallina

A. Michelazzi

D. Solerti

L. Zoppolato

CREDIT INFO

PromoTurismoFVG

Strategies, Development, Operations for Tourism Trieste Airport - Via Aquileia, 46 34077 Ronchi dei Legionari (GO)

info@promoturismo.fvg.it

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