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L’ISOLA A UN NUOVO CIRCUITO PER LA MUSICA ITALIANA

NUMERO UNO MAGGIO - GIUGNO 2010

numero uno - maggio / giugno 2010

BIMESTRALE GRATUITO DI MUSICA ITALIANA

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L’ISOLA

NUMERO UNO - ANNO 1 - MAGGIO GIUGNO DUEMILADIECI

06 LA COPERTINA La storia dell’Isola - La storia continua...

10 LA VETRINA DEL NUOVO

TUTTE LE ULTIME NOVITÀ DISCOGRAFICHE: Calibro 35, Enrico Nascimbeni, Marco Notari, Michele Gazich, Luca Gemma, Carlo Facchini e la Carboneria, Paolo Saporiti, Simone Cristicchi, Sandy Muller, Mirco Menna & la banda di Avola, Sergio Caputo, Angelo Valori, Barmagrande, Baustelle, Motel Connection.

16 INCONTRI SULL’ISOLA

Baustelle - Mistici da combattimento; Massimo Priviero - Vent’anni di rock e poesia; Malika Ayane - Tra grovigli e titoli di coda ; Pan Del Diavolo ; Brumori Sas.

19 OPERA PRIMA

GLI ESORDI: Arm on stage, Kalweit and the spokes, Trees take life, New cherry, Fitness forever, Maxi B, Enrico Zanisi, Naif Herin.

26 NOTE DI CARTA

LE ULTIME NOVITÀ EDITORIALI: Terra in Bocca (Salvarani/Semellini), Le ali sotto i piedi (C.Cremonini), Metti il diavolo a ballare (T.De Sio), Foto di gruppo con chitarrista (M.Pagani), L’ultima occasione per vivere (Caroli/Harari)

28 IMMERSIONI

Anni ‘70 - Parco Lambro Cantautori Novissimi; Quintessenza - Opinioni dal backstage.

32 LE CITTÀ DELLA MUSICA

GENOVA, TORINO, BRESCIA, VERONA, MILANO, BOLOGNA, FIRENZE, ROMA, PESCARA, NAPOLI.

44 RUBRICHE

CINEMA - Video Saved the radio star TEATRO - Chi salverà la musica? Ai live l’ardua sentenza!

46 MI RITORNI IN MENTE

I MIGLIORI DISCHI DEL PASSATO RECENSITI OGGI: Giorgio Gaber, Frankie Hi-Nrg Mc, Sergio Caputo, Lucio Battisti, Juri Camisasca.

51 UNA CANZONE A FUMETTI Giorgio Gaber - La libertà

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Via Sempione, 25 - 20016 Pero (MI) - Tel. 02 3581586 Redazione: redazione@lisolachenoncera.it Abbonamenti : abbonamenti@lisolachenoncera.it numero uno - maggio / giugno 2010

Il bimestrale gratuito di musica italiana di oggi e di ieri con recensioni, approfondimenti, interviste, immagini... ampio spazio agli appuntamenti musicali con i luoghi dedicati alla musica ed alla cultura delle principali città italiane. L’ISOLA | 3


L’EDITORIALE

L’ISOL L’ISOLA

Anno I - numero uno maggio/giugno 2010 Editore: L’Isola srl Testata in attesa del numero di registrazione Direttore responsabile: Francesco Paracchini - paracchini@lisolachenoncera.it Vice-direttore: Rosario Pantaleo - pantaleo@lisolachenoncera.it Caporedattore: Alessio Zipoli - zipoli@lisolachenoncera.it Redazione: Martina Arzenton, Gabriele Betti, Alessia Cassani, Paola Chiesa, Veronica Eracleo, Roberta Genovesi, Daniela Giordani, Paolo Jachia, Paolo Micheli, Daniela Napolitano,Valeria Napolitano, Andrea Romeo, Simonetta Tocchetti, Stefano Tognoni Coordinamento generale: Martina Arzenton – redazione@lisolachenoncera.it Pubblicità: Alessandra Panaro - pubblicita@lisolachenoncera.it Marketing: Gabriele Betti – marketing@lisolachenoncera.it Pubbliche relazioni e Comunicazione: Dario Zigiotto - zigiotto@lisolachenoncera.it Corrispondenti: Torino: Antonello Furione - (furione@lisolachenoncera.it) Genova: Andrea Podestà - (talanca@lisolachenoncera.it) Brescia: Ricky Barone - (barone@lisolachenoncera.it) Verona: David Bonato - (bonato@lisolachenoncera.it) Bologna: Cristiano Governa - (governa@lisolachenoncera.it) Firenze: Francesco Garozzo - (garozzo@lisolachenoncera.it) Roma: Martina Neri - (neri@lisolachenoncera.it) Roma: Giampiero Cappellaro - (cappellaro@lisolachenoncera.it) Pescara: Paolo Talanca - (talanca@lisolachenoncera.it) Napoli: Michelangelo Iossa - (iossa@lisolachenoncera.it) Hanno inoltre collaborato a questo numero: Fabio Antonelli, Dejanira Bada, Alberto Bazzurro, Luigi Bolognini, Paolo D’Alessandro, Enrico de Angelis, Andrea Direnzo, Giorgia Fazzini, Massimo Giuliano, Ambrosia J.S. Imbornone, Francesco Maggisano, Michele Manzotti, Marialucia Nagni, Roberto Paviglianiti, Alessia Pistolini, Silvia Rizzello, Gianni Zuretti. Per le foto si ringraziano tutti gli uffici stampa degli artisti apparsi sulla rivista. Per la pagina del fumetto si ringrazia Davide Barzi e Sergio Gerasi Progetto grafico e impaginazione: Antonello Furione – furione1@gmail.com Stampa: I.G.E.P. srl - Cremona – info@igepizzorni.it

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Una nuova scommessa per la musica italiana

a senso ancora parlare di editoria musicale su carta stampata? Domanda legittima dopo che la motosega chiamata crisi è passata sulla testa di tutti, ma in particolar modo su quelle delle piccole realtà, facendone spesso brandelli. Noi siamo riusciti a non farci rasare, schiacciare del tutto (diciamo però che abbiamo preso una bella pettinata...) e proprio come un prato tagliato si cresce più forti di prima. Si cambia nome e da L’Isola che non c’era si passa il testimone e si diventa L’ISOLA della musica italiana. Si riparte scommettendo su un nuovo modo di essere presenti sul mercato, un concetto di “circuito” distributivo gratuito, strutturato inizialmente su 10 città (Torino, Genova, Milano, Brescia, Verona, Bologna, Firenze, Roma, Pescara e Napoli). In ognuna di queste grandi città la rivista sarà distribuita gratuitamente in 10 tipologie di luoghi differenti ma affini, luoghi strategici, vivi, attivi, luoghi frequentati da chi ama la musica e la segue, sia da ascoltatore-spettatore passivo che da acquirente-musicista attivo. Sarà possibile trovarla quindi nei negozi di dischi e strumenti musicali, librerie, locali, teatri, biblioteche, scuole di musica e studi di registrazione, eccetera. Non in tutti, ovvio, essere così capillari con un prodotto da 52 pagine a colori gratuito non sarebbe possibile, ma quando parlavamo di “circuito” si intendeva proprio questo: la costruzione di un reticolo di luoghi su tutto il territorio nazionale dove poter incanalare cultura musicale, sia attraverso la rivista stessa (saranno oltre 80.000 copie le copie distribuite) ma anche con presentazioni di libri, dischi, concerti, convegni, e qualsiasi altra iniziativa nascerà dalla collaborazione con tutti i “partner” del circuito-Isola. Una volontà forte di diventare interlocutore privilegiato per ogni realtà musicale che voglia raggiungere il proprio target di riferimento. Siamo pronti per questa nuova sfida, grazie anche al nuovo sito aggiornato quotidianamente (ormai pietra angolare di questo progetto) dove potrete trovare recensioni, news, interviste, segnalazione di concerti, oltre ad una serie di servizi per pubblico, musicisti e addetti ai lavori. Nel frattempo abbiamo cambiato formato, rifatto il look e aggiunto rubriche nuove (vi segnalo quella a pag. 49 per i patiti delle copertine, dove anche il mitico google non potrà aiutarvi, ma dovrete contare solo sulla vostra memoria...). Non ci resta che varare questa nave e salirci sopra. La destinazione è sempre la stessa: l’isola, un’isola, che non c’era. E come diceva il buon Bennato, ora più che mai, “... ti prendono in giro se continui a cercarla, ma non darti per vinto perché chi ci ha già rinunciato e ti ride alle spalle forse è ancora più pazzo di te”. Venghino signori, venghino, in questo mondo di pazzi...

Francesco Paracchini paracchini@lisolachenoncera.it

ABBONATI ALLA PRIMA RIVISTA DI MUSICA ITALIANA A SOLI 20 EURO RICEVERAI IN REGALO UN FANTASTICO CD O LIBRO TRA GLI OLTRE 20 TITOLI CHE TROVI NELLA SEZIONE ABBONAMENTI Il bimestrale di musica italiana di oggi e di ieri con recensioni, approfondimenti, interviste, immagini... ampio spazio agli appuntamenti musicali con i luoghi dedicati alla musica e alla cultura delle principali città italiane.

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LA STORIA DELL’ISOLA E DA QUI SI RIPARTE... Nuove rotte per la musica italiana ‘La storia continua’ c’è scritto in copertina e continua davvero, visto che questa frase ha il doppio significato di ricordare - a noi e a tutti - che quegli artisti sono solo una piccola parte di quanti hanno fatto e stanno facendo la storia della musica italiana. E ‘la storia continua’ anche per noi, perché quelle copertine sono rappresentative del lavoro portato avanti negli di anni da L’Isola che non c’era, una rivista che oggi cambia nome e riparte per navigare su nuove rotte in maniera ancora più innovativa.

P

artiamo dalla fine. Con la rivista che avete tra le mani nasce un nuovo modo di fare informazione musicale in Italia. Enunciazione di principio che speriamo non suoni troppo autocelebrativa, ma piuttosto come un obiettivo di medio e lungo termine da parte di una redazione che intorno a questo progetto sta concentrando anni di passione e confronto. Una rivista nuova dicevamo, ma che parte da lontano. Da quel’autunno del 1996 in cui un gruppo di amici diede vita a L’Isola che non c’era, la prima rivista dedicata esclusivamente alla musica italiana. Certo, qualche anno prima c’erano state esperienze significative di altri editori (ne citiamo una per tutte, quella di ‘Blu and Blu’ nata nel 1986 e chiusa dopo qualche anno), ma nel 1996 sul mercato non c’era una rivista che trattasse solo “italiano”. Quello che vedete qui a fianco è il primo numero (oggi ormai esaurito) con Lucio Dalla in copertina, che nella splendida di foto di Maurizio Viola dava il via ad una stagione di ben 41 numeri (l’ultimo, con la copertina di Modugno, risale ormai a più di un anno fa). L’idea iniziale era molto semplice: dare (o comunque ri-dare) voce e spazio alla musica italiana in un mercato

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editoriale monopolizzato da testate che, seppur valide, non avevano nel proprio dna questa caratteristica. Dopo dodici anni di pubblicazioni L’Isola che non c’era cede il passo e arriva ‘L’ISOLA della musica italiana’, raccogliendo così il suo carico di esperienza e di emozioni. Stesso gruppo di lavoro (con l’innesto di una decina di nuovi e giovani collaboratori) e una redazione allargata che poggia ancora i suoi cardini su persone che hanno visto crescere la “vecchia” Isola e che ora dimostrano lo stesso entusiasmo e la stessa curiosità di sempre. Tra le caratteristiche che manterremo c’è quella di dedicare la copertina ad un solo personaggio, spesso scelto tra quelli che sono lontani dalle logiche mainstream o dalle mode del momento. Una scelta forte che inevitabilmente espone a critiche e plausi. Sulle prime sorvoliamo, mentre ci sembra questo il tempo ed il luogo per rimarcare che, oltre ad aver tributato nomi storici e affermati, molte sono state le scommesse su artisti emergenti o comunque su nomi meno conosciuti a livello nazionale. Sono molti i personaggi, ora anche noti, che hanno avuto la loro “prima copertina” proprio da L’Isola

L’Isola che non c’era nasce nel 1996 e la prima copertina è dedicata a Lucio Dalla lisolachenoncera.it


che non c’era (alcuni esempi li trovate qui a fianco). Si volta pagina quindi, si parte puntando dritto verso un pubblico nuovo senza dimenticare quello acquisito. L’intento, ora come allora, è quello di valorizzare il patrimonio musicale italiano, avendo come punto di riferimento editoriale la canzone d’autore, nella sua accezione più ampia. Una ‘canzone d’autore’ che nell’ultimo decennio ha visto emergere nuovi personaggi, si è trasformata, plasmata, contaminata con altri generi e di queste nuove sfumature è doveroso tener conto, sviluppando un lavoro di promozione e valorizzazione che attraverso un nuovo circuito distributivo freepress, che con le sue 80.000 copie diventa di fatto la più diffusa rivista del settore. Non più solo un marchio storico del giornalismo specializzato, ma una rete capillare che coinvolge inizialmente 10 città (Torino, Genova, Milano, Brescia,

Verona, Bologna, Firenze, Roma, Pescara e Napoli) con oltre 290 punti-Isola dove poter ritirare gratuitamente una copia. Concependo la promozione culturale come una necessità del nostro tempo, L’ISOLA vuole porsi come riferimento nella creazione di contenitori e

contenuti. Una voglia concreta di unire musica e parole attraverso un circuito nazionale (librerie, negozi di dischi e strumenti, locali, biblioteche, scuole di musica, studi di registrazione, ecc) che di volta in volta si presta ad esigenze diverse. Una piattaforma che sappia rispondere con più strumenti contemporaneamente alle nuove sfide del mercato musicale. Oltre alla free-press, quindi, un sito aggiornato quotidianamente, un selezionato catalogo di dischi e libri spesso di difficile reperibilità, una serie di eventi organizzati e gestiti direttamente, un canale video, un concorso annuale e molte altre iniziative in cantiere che prenderanno forma in questi mesi.

Nel corso degli anni, molti sono gli artisti che hanno ricevuto la loro “prima copertina” proprio da L’Isola che non c’era...

Non una semplice rivista, ma un progetto per la musica italiana.

La redazione

L’ISOLA, UN NUOVO CIRCUITO PER FAR VIVERE LA MUSICA

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L’ARTISTA CHE NON C’ERA L

’Artista che non c’era è ormai un appuntamento classico tra gli eventi organizzati da L’Isola e fin dalla prima edizione (2004) la caratteristica è stata quella di avere un alto numero di iscritti ed una giuria qualificata sia nelle fasi di selezione che durante le finali. Così come è complesso collocare in un solo “genere” la linea editoriale della rivista, così difficilmente omologabili sono stati negli anni gli iscritti e più ancora i finalisti. Basteranno poche righe per spiegare al meglio la varietà di artisti che hanno vinto questo concorso e di come sia complicato etichettarne il “vincitore tipo”, a riprova della trasversalità di gusti musicali presenti nella redazione al momento delle selezioni e della sua continua lotta contro l’uso improprio del termine “genere musicale”. La qualità ed il talento superano questi confini e allora vale la pena ricordarli questi vincitori, scoprendo che il filo sottile che li tiene uniti non sta nel genere (quale poi? ) ma nella capacità di ognuno - e ognuno a modo suo - di emozionare, sia che si tratti di una performance acustica o gioiosamente pomposa da non starci tutti sul palco...

Pinomarino Partiamo da Pinomarino, che nel 2004 vince la prima edizione con una formazione in trio (contrabbasso, batteria e lo stesso Pino alla chitarra e piano). Giocoliere di parole e certosino ricercatore di suoni, costruisce melodie chirurgiche, riuscendo come pochi ad unire tradizione e nuovi stilemi di cantautorato, diventando di fatto un riferimento contemporaneo. L’anno successivo è la volta di Pilar, anche lei romana come Pinomarino, che supera la “concorrenza” con un’esibizione live tra le più intense fra tutte le edizioni. Supportata da una formazione di stampo jazzistico (ben sei sul palco) Pilar in questo concorso ha messo ha segno una delle sue prime vittorie (ricordiamo che l’anno successivo vince, anzi stravince, Musicultura per poi proseguire con molti altri riconoscimenti) con una voce tanto potente quanto cristallina, messa al servizio di un repertorio che lei addomestica con facilità, passando dalla bossanova al jazz, dal fado alla musica popolare.

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Pilar

un suono e un’energia degni di una navigata jazz/swing band d’oltreoceano. L’ottovolante, il suo brano dedicato a Natalino Otto, entra in testa ancor prima che finisca la canzone e la vittoria de L’Artista che non c’era va ad unirsi ad altri nove concorsi, ponendo di fatto Piji come uno dei cantautori più premiati in Italia. E arriviamo così all’ultima edizione, quella del 2009, che ha visto tornare alla ribalta una donna. Parliamo di Erica Mou, barese, che quando arriva a Milano nel giugno appunto

Veronica Marchi

Piji

Marcosbanda

Erica Mou

Nel 2006 è la volta di un’altra donna, Veronica Marchi, veronese, che imbracciando la sua chitarra e facendosi accompagnare solo da una violinista, incanta pubblico e giuria. Poco più che ventenne, Veronica sfata la credenza diffusa che per partecipare ai concorsi bisogna avere produzioni super collaudate e band di supporto agguerrite. La sua performance acustica ha lasciato il segno. Per l’edizione del 2007 si torna a suoni più corposi, decisamente più rock, e si torna nella capitale, visto che a ritirare il primo premio saranno i Marcosbanda. Gruppo dalla forte esperienza live, dopo una lunga gavetta stanno riscuotendo consensi anche fuori dai confini regionali e tra le caratteristiche principali va ricordata una spiccata capacità ironica nella stesura dei testi e una buona presenza scenica. E dopo i Marcosbanda è la volta di un altro cantautore romano, Pierluigi Siciliani in arte Piji, che nella 5^ edizione arriva nella finale di Milano con sette musicisti al seguito, forte di

del 2009 è da poco maggiorenne e sale sul palco della finale sola e da perfetta sconosciuta. Si muove timidamente (solo in apparenza), ma gli sarà sufficiente un minuto, solo un minuto d’orologio per mettere in chiaro che quell’anno la vittoria sarà sua. Sapiente uso dei loop (di forte impatto la capacità di usare i campionamenti in tempo reale) e un buon tocco sulla chitarra fanno il resto. E’ la più giovane vincitrice tra queste sei edizioni (di contro Pinomarino è del 1968) e lo ha fatto mischiando suoni acustici arcaici e un pizzico di elettronica. Più di tante parole Erica Mou e Pinomarino sono l’esempio perfetto per aiutarci a sintetizzare qual è il “genere” o il “target” del nostro concorso e più in generale della filosofia de L’Isola: tradizione e modernità usate senza ortodossia, ma con pari dignità. Lasciamo ad ognuno la voglia di declinare e attualizzare questi due termini, ma anche invertendo i fattori il prodotto non dovrebbe cambiare.

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LA VETRINA DEL NUOVO CALIBRO 35

| Ritornano quelli di... 2009 Ghost Records

Mentre l’omonimo debutto di due anni fa poteva essere considerato un episodio estemporaneo, un diversivo dai molti impegni in cui sono coinvolti i componenti dei Calibro 35, questo secondo album è, a pieno titolo, il primo di una band vera e propria. Ritornano quelli di... ripercorre - come il precedente, ma con maggiore personalità - il filone stilistico delle colonne sonore dei film poliziotteschi degli anni ’70, un genere cinematografico spesso trascurato nel nostro Paese, ma che all’estero ha sempre riscosso pareri favorevoli, soprattutto tra gli addetti ai lavori, tra i quali Quentin Tarantino. Tredici gli episodi strumentali qui raccolti, di cui otto originali, che la band approccia servendosi di un consistente bagaglio di conoscenza musicale e proponendo una sintesi aderente al sound dell’epoca. Non si tratta però di un semplice scimmiottamento, ma di un lavoro svolto con perizia sulle strategie e sull’intreccio di un suono che potremmo definire funky elettrico o, se preferite, prog attualizzato. L’album contiene molti passaggi dal sapore amaro e dalla cubatura timbrica tendenzialmente noir. A tal proposito citiamo la rivisitazione – azzeccata sotto ogni profilo, a cominciare dal trattamento delle linee portanti - della morriconiana “Milano odia: la polizia non può sparare”, e una serie di rimandi a situazioni dall’alto contenuto emotivo, perimetrate da regole d’ingaggio che non ammettono cali di tensione (Eurocrime!) e strutture musicali mai inclini a soluzioni di comodo (Il ritorno della banda parte I e II). Esperimento riuscito appieno, grazie soprattutto agli interventi di Enrico Gabrielli che, ai fiati e alle tastiere, si rivela la pallottola migliore del gruppo. Cosicché, quella dei Calibro 35 si conferma essere una tentazione musicale ispirata e dal forte appeal, e ha tutta l’aria di poter diventare l’inizio di un trend o quantomeno può sdoganare completamente un genere rimasto troppo tempo nelle nostre soffitte a prender polvere. Da sparo, s’intende.

Roberto Pavaglianti

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ENRICO NASCIMBENI | Il serpente tonto 2009 MoltoRecordings

Il serpente tonto è l’ottavo album di Enrico Nascimbeni, uno che ha sempre fatto musica come piace a lui, a metà tra i sentimenti pop e la canzone d’autore. Nel disco sono evidenti i riferimenti stilistici alla musica da lui amata, Roberto Vecchioni su tutti ma anche Pablo Milanés o Joaquín Sabina: rispettivamente con Piccolo pisello, Mi unicornio azul e Contigo. In generale, la poetica dell’album, ci parla di temporalità, di catarsi da coniugare in corsa col tempo che passa. Per la prima volta nella storia della canzone italiana, un disco del genere – ma, più in generale, quest’insieme di canzoni, questa “silloge” –, anche senza una forte distribuzione, si trova sul mercato e riesce ad avere un fortissimo riscontro di pubblico tramite iTunes. Sembra un dettaglio, ma in un futuro di certo non lontano diventerà il punto intorno al quale ruoterà l’essenza e il destino stesso della popular music, oltre al territorio entro cui districarsi per tornare a fare critica e giornalismo musicale in modo serio. Paolo Talanca

MARCO NOTARI

| Babele: noir - musica, tavolozze e pensieri 2009 Artes Recors/EMI Babele: noir di Marco Notari è un prezioso concept-album a tiratura limitata. Ristampa in vinile di Babele (Artes-EMI, 2008) in 999 copie, il disco racconta rarefatti viaggi inconsci ed emozionali in surreali atmosfere. Rispetto all’album, il vinile contiene l’inedito “Amsterdam ‘76” e 13 mini racconti (il cui titolo è quello delle canzoni) scritti dallo stesso Notari sull’intensa storia d’amore di Cristiano e

Lucia. I due innamorati partono da una città italiana del nord-ovest, vivono il loro intenso amore ad Amsterdam tra precarietà contemporanee, ma poi le loro vite si separano tra Italia, Olanda e Stati Uniti. Le 13 short-stories sono accompagnate dalle illustrazioni di dodici artisti italiani (tavole: AlePOP, Alicè, Roberto Amoroso, Alessandro Baronciani, Marco “About” Bevivino, Zelda Bomba, Alberto Corradi, Massimo Giacon, Ale Giorgini; fumetti Luigi Piccato e Renato Ricci) create sotto la direzione di David “Diavù” Vecchiato, cartoonist e nome di spicco nel panorama internazionale dell’arte pop, nonché direttore artistico dell’area comics di XL. Silvia Rizzello

MICHELE GAZICH | Dieci Esercizi per volare 2010 Fono Bisanzio

Come grilli sul prato estivo è il suono del violino che introduce Canzone della pietra che rotola, primo brano del nuovo lavoro di Michele Gazich e la nave dei folli, “Dieci esercizi per volare”, un album costruito con l’ambizione di bissare il buon responso de “La nave dei folli”. Un brillante inizio che lascia spazio a brani asciutti e dolenti come Sanguedolce, in cui la voce di Luciana Vaona ed il suono della viola di Gazich si abbracciano pieni di passione e dolore mentre in L’Angelo ubriaco sono gli inserti di violino e del piano Wurlitzer, suonato da Beppe Donadio, a rendere suggestivo il brano. “Dieci esercizi per volare” è un suggestivo percorso da tensioni spirituali (illuminante, in questo, l’ascolto di Non ho ali) e desideri di eternità che confliggono con la nostra umanità. Un album inusuale, con il violino usato come una spada a disposizione degli angeli protagonisti delle canzoni. Un album profondo e popolare, come emerge da un brano come Dieci esercizi per volare. Un album scritto in toto dal bravo Gazich e dal quale si intravedono i necessari dubbi esistenziali ed anche la sottile sensazione di possedere già le risposte dentro di noi. Rosario Pantaleo

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LA VETRINA DEL NUOVO LUCA GEMMA | Folkadelic

2010 Ponderosa/Universal

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he Luca Gemma musicalmente fosse più smaliziato di quanto non dimostrasse la scrittura lineare dei suoi primi due album da solista, lo si sapeva. Lo attestava la lunga carriera, cominciata con la militanza a capo degli eclettici Rossomaltese, cofondati con Gino De Crescenzo (poi in arte Pacifico), da quella percorsa in veste di autore a progetti sperimentali come quello raffinatissimo dell’Expedition con Steve Piccolo e Gak Sato. Però in questo terzo lavoro Gemma compie un salto in avanti notevole, anziché “sedersi” dopo vent’anni di esperienze. Le linee melodiche sono spesso nettamente (ma anche gradevolmente) pop e i versi talvolta sono meno provocatori di quanto ci avesse abituato a sentire la sua anti-retorica dei sentimenti, ma, specie nelle prime tracce, in arrangiamenti (del cantautore e di Ray Tarantino) forse persino a volte troppo colmi di suoni, le parole svaporano nell’aria al cospetto di una musica che scava e si avvinghia alle radici della terra. Groove fascinosi, basse frequenze stoner in contrasto con chitarre acustiche limpide e struggenti (si ascolti la magnifica Nudi), suoni sporchi e distorti, seduzioni sonore centroamericane comuni ad un certo indie made in States tra cenni magnetici di blues, roots reggae e chitarre latin-rock, nutrono infatti la “schizofrenia” del titolo (folk-psichedelico) e l’originalità del disco.

Soprattutto nella prima parte del disco, Luca Gemma scende nella carnalità del ritmo, mentre in alcune canzoni della seconda metà del lavoro percussioni e armonium disciolgono gli arpeggi di chitarra in una trama liquida di luce: è il caso ad esempio della preghiera non convenzionale Che, il brano più cantautorale del disco, che opta per una maggiore essenzialità dei suoni e circoscrive così la rotondità quasi soul dell’attuale voce dell’artista, tra acuti morbidi e bassi profondi. La leggerezza malinconica di Ogni cosa d’amore, dichiarazione di pari dignità per l’amore omosessuale scritta da un eterosessuale (con sottile polemica nei confronti degli artisti omosessuali italiani che non ne parlano), a tratti rammenta Pacifico, ma i momenti più soft e folk del disco ricordano più da vicino ancora i vuoti in cui risuonano, scandendo in modo quasi “religiosamente magico” e solenne qualunque tristezza, alcuni brani dell’ascoltato Bon Iver, o la solarità dolceamara di Badly Drawn Boy. In generale le sonorità dell’album appaiono infatti internazionali, tra cuban beat, episodi swingati (Killer) e contaminazioni sapienti e d’effetto di atmosfere e geografie. In un disco in cui spesso la musica si fa strumento di fascinazione fisica, che distoglie l’attenzione dai versi, una menzione speciale spetta alla rapina dell’artista precario, gentleman generoso con tante spese, di Un miliardo e per le contraddizioni interiori di una nuova semplice canzone-manifesto, Sei felice?, gemma che splende di drammaticità nascosta, allorché cresce la tensione dei synths e si accampa un pianoforte che distende i fili dell’inquietudine e tende i nervi dell’ascoltatore come le ballate oscure di Peter Gabriel o dei Radiohead.

Ambrosia J. S. Imbornone

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CARLO FACCHINI E LA CARBONERIA | Dai Tempi Duri alla Carboneria 2010 The Saifam Group

Dai Tempi Duri alla Carboneria è il nuovo progetto discografico di Carlo Facchini, già collaboratore di Fabrizio De André e leader dei Tempi Duri, gruppo nel quale militava un allora giovanissimo Cristiano De André. Solo tre delle tredici tracce non sono inedite, ma qui riproposte in versione più acustica e intimista: Tracce, Tempi Duri e Cose che dimentico composta con Fabrizio e Cristiano. Uno rispettoso sguardo al proprio passato quindi, ma ancor di più un’interessante proposta di nuovi validissimi brani da ascoltare con attenzione, sia nella parte musicale che nei testi. Facchini si dimostra autore maturo e completo ed è coadiuvato dalla Carboneria, una sorta di gruppo aperto formato da storici amici e da musicisti che si identificano nel suo lavoro. Il CD è prodotto da Lucio “Violino” Fabbri (PFM) ma è impossibile non citare anche gli ex Tempi Duri Marco Bisotto e Carlo Pimazzoni, Massimo Germini (chitarrista di Vecchioni e di molti cantautori milanesi), Roberto Gualdi (batterista - PFM, Dolcenera), Angapiemage Persico (violinista – Luf, Davide Van De Sfroos), e la sorprendente Viviana Iannone (voce). Musica d’autore, testi curati e strumentisti di spessore sono peculiarità che contraddistinguono questo interessante CD.

Stefano Tognoni

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LA VETRINA DEL NUOVO TEATRO DEGLI ORRORI | A sangue freddo 2009 La Tempesta

Non è facile approcciarsi al secondo disco di una band che con il proprio esordio ha già fatto la storia di questo decennio. Giulio Favero & soci rispondono alle attese amplificando i propri orizzonti esplorativi, rendendosi più accessibili per esser più universali, calandosi a bracciate nell’epoca storica che vivono, confrontandosi con le patologie del pubblico e del privato senza rinunce. Ironia, romanticismo, letterarietà e iperrealismo, la “solita” voce istrionesca e nasale di Pierpaolo Capovilla che elenca, cita, dilania e viviseziona una realtà che sembra lasciata a se stessa, finché non arrivano i nostri a impadronirsene per commentarla, contestualizzarla, innalzarla a bandiera, renderla storia di tutti noi. Come la morte dell’attivista nigeriano Ken Saro-Wiwa (a cui viene dedicata la title track), l’egotismo populista dell’Italia contemporanea, l’incomunicabilità nei rapporti di coppia, la deriva autoritaria, l’eredità culturale e sociale da cui parte e con cui si confronta ogni esser umano adulto sulla coda degli anni zero. A sangue freddo è un album religioso, che continuamente si rapporta e si ferisce con i dogmi, la spiritualità, la fede in ogni suo sbocco propulsivo, in controtendenza col cinismo e l’imperante agnosticismo analfabeta e pretenziosamente polemico, è un continuo terzo grado al divino, e si ‘permette’ pure di riscrivere il Padre Nostro. Un album politico, lo stendardo che lanciato sul paese lo divide in due tra chi vuole e chi non vuole riflettere, tra chi vuole pesare sulla realtà e chi pensare alla realtà. Un lavoro squisitamente italiano, che cita De Gregori e Celentano decontestualizzandoli come fossero classici ormai pronti ad un trattamento da ready made Duchampiano, è un memento mori pronto a stravolgere il passato per fare spazio al futuro. Vengono comunque scagliati dardi e ispirazioni ovunque, dal nume tutelare di Majakovskij a cui viene intitolato il brano omonimo alla decadenza da mitteleuropa underground con cui viene chiusa l’opera (Die Zeit), è forte la presenza di un diverso con cui sostenersi, come nelle dinamiche d’Amore. Il sentimento difatti non abbandona mai i solchi tracciati, anzi è evocato dal «surroud sonico» del gruppo, una miscela innovativa di stilemi rock tradizionali, asciutta, immediata ma assolutamente ricercata nella sua complessità di dettagli (l’album è stato magistralmente registrato alle Officine Meccaniche di Mauro Pagani, e si avvale della partecipazione di membri di formazioni illustri come Zu, Aucan, Bologna Violenta e Belly Beetroots), evolvendo il malessere potente già in nuce nel nugolo low fi dell’esordio. A sangue freddo è un opera perfettamente contingente, un rompighiaccio nella pellicola fumosa da cui i nostri emergono fin dalla copertina, a chiusura di un decennio problematico e di un anno cruciale, specchio finale delle rese del passato, ma soprattutto delle sfide lanciate al presente, alla lotta per rivitalizzare i valori di una collettività atrofizzata. Alessio Zipoli

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PAOLO SAPORITI | Alone 2010 Universal

C’è poesia, nelle parole e nella musica di questo ragazzo. Ovvi e scontati i riferimenti a Nick Drake, Jeff Buckley, Damien Rice, anche perché Paolo, canta davvero in un perfetto inglese. Saporiti ha studiato psicologia, si è dedicato al Teatro, ha pubblicato altri due dischi autoprodotti ed ora, finalmente, qualcuno d’importante lo ha notato ed ha rilasciato Alone sotto l’etichetta Universal. Saporiti è un cantautore che ha fatto, della sua passione per la musica, la sua professione. Un uomo che canta d’amore, di tristezza, di passioni e sentimenti. La sua è una musica lieve ed introspettiva che ti accarezza l’anima dolcemente, a suon di note di piano, di violino e violoncello e di chitarre mai invasive. L’elettronica è presente solo per fare da contorno a delle canzoni minimali, che già si reggono fortemente alle profonde parole di Paolo. I brani sono essenziali e la voce è calda ed avvolgente, capace di riempire ogni vuoto presente fuori e dentro di noi. Alone è un piacere per l’udito e per l’anima, in un mondo che ormai sembra essere soltanto sovrastato dal caos e dal frastuono. Vi basterà chiudere gli occhi ed ascoltare la musica di Paolo per far sparire, intorno a voi, tutto quello che ha osato darvi noia. Dejanira Bada

SIMONE CRISTICCHI | Grand Hotel Cristicchi 2010 Sony Music

Le numerose stanze musicali del Grand Hotel Cristicchi, vanno a comporsi come in un albergo immaginario, in cui le storie quotidiane rivivono, raccontate o vissute direttamente da ipotetici ospiti che, spesso, si trovano coinvolti come spettatori e in altre come protagonisti. Un crogiolo di vicissitudini raccontate con ironia ma anche con lucido realismo, come in Tombino. Altre volte traspare un amaro aprire gli occhi sulla vita, un quotidiano vivere che non sempre ci permette di fermarci per assaporare quei delicati momenti che spesso diventano preda del rammarico e che ritroviamo nel brano La vita all’incontrario. Una moltitudine che essendo parte di una stessa realtà si deve sforzare di comprendere che spesso la “scatola accesa” vende solo false illusioni (Meteora) e la disinformazione è troppo presente (“Meno male”). In questo lavoro si vede sempre più luminosamente che quelle che negli altri dischi sembravano solo favole ora echeggiano di ambientazioni sempre più realistiche: il sogno “favolesco” sembra essere piuttosto quello di fermare alcuni comportamenti di una società egoista perfino verso se stessa. La stessa scelta di affidarsi a suoni poco elettronici e più acustici è forse dovuta alla necessità di ancorarsi a sonorità semplici che lascino ampio spazio all’ascolto dei (apparentemente disincantati) testi, profondamente intensi anche se sempre con quella allegrezza che non riesce ad abbandonare la musica di Cristicchi. Francesco Maggisano

SANDY MULLER | Falsa Rosa 2009 Odd Times Records

Al terzo disco Sandy Muller ci consegna la prova della maturità. Falsa Rosa è un doppio cd, un progetto coraggioso in quanto si esplica nel replicare le canzoni contenute nel primo cd - pensate, scritte e cantate in portoghese - in un secondo disco, con testi questa volta in italiano, speculare in tutto e per tutto al primo, fedele persino nella traduzione (sempre un grande e difficile esercizio) e Sandy ha vinto la sfida. L’artista italo-brasiliana media la propria bipolarità d’origine e attraverso undici brani, sette dei quali originali, ci conduce nel suo mondo delicato fatto di soffuse melodie di bossa nova e qualche samba iniettate di italianità nell’approccio letterario ai testi e sostenute dagli stupendi arrangiamenti di Claudio Pezzotta che vedono l’intervento di musicisti di primordine ad iniziare dagli archi di Morelenbaum. Niente lustrini e facili ammiccamenti a prodotti commerciali ma tanta eleganza, giocata in punta di voce e di cuore, da un’artista che definiremmo “ambasciatrice della musica brasiliana in Europa”. Giovanni Zuretti

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LA VETRINA DEL NUOVO

MIRCO MENNA & BANDA DI AVOLA | ...E l’italiano ride 2010 Felmay/Egea

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l pregio di questo album (il terzo di Mirco Menna, dopo Nebbia di idee ed Ecco, al di là di quanto partorito con Il Parto delle Nuvole Pesanti) che salta per primo all’occhio sta indiscutibilmente nella sua unicità: se nel jazz, per fare un esempio, l’abbinamento con l’elemento-banda è stato infatti più volte tentato, con esiti in genere ragguardevoli (da Sorgente sonora di Eugenio Colombo a Banda sonora di Battista Lena, da La banda di Pino Minafra a Profumo di violetta di Gianluigi Trovesi, tanto per citare gli esempi più illustri), questo dovrebbe proprio essere invece il primo tentativo del genere compiuto su sponda cantautoriale. Inoltre – a differenza per esempio del Capossela in abbinamento alla Kočani Orkestar, che comunque rimane cosa sostanzialmente diversa – qui c’è una precisa scelta di campo che rende pura, assoluta, la coabitazione: se si esclude un’unica presenza di strumenti, peraltro di matrice a loro volta squisitamente popolare (friscalettu, marranzano e tamburo a cornice, in Chi mi facisti fari), qui ci sono infatti sol-

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tanto voce (senza orpelli di sorta, neppure la fatidica chitarra di rito) e banda. La commistione, fosse anche solo per questo, è già di per sé intrisa fino alle midolla di un appeal e di profumi assolutamente particolari. Ma c’è poi la qualità intrinseca al progetto: il livello delle canzoni messe a punto per l’occasione dal quarantasettenne cantautore siculo-emiliano (con “aiuti” vari, primo fra tutti quello del direttore della Banda di Avola, il maestro Sebastiano Bell’Arte, e mai cognome fu più appropriato), a cominciare dai testi, a loro volta impregnati di un humus schiettamente popolare(sco), in quel convivere di “alto” e “basso”, mai consolatori, sempre arguti e spesso caustici, con non episodiche (solo forse un po’ inattese) parentele, per tono e costruzione, con la poetica di un De André (in Audaci rotte, soprattutto); e poi le musiche, sempre in totale sinergia con l’assunto di partenza. Entrando un po’ più nel dettaglio, sottolineiamo anzitutto la forza, veramente notevole, del brano da cui proviene la frase che intitola il cd (e come tale in qualche modo trainante dello stesso), Evviva, sorta di tormentone (nel senso migliore del termine) che potreb-

be tranquillamente entrare nell’orecchio di molti. Appartiene alla matrice più epico/esuberante, colorata (di fatto preponderante) del lavoro, peraltro non privo di periodici ripiegamenti verso atmosfere più sommesse, come per esempio in Ecco, o nell’eloquente, morbida inflessione rotiana che attraversa Da qui a domani. Le altre tracce contribuiscono per lo più a ribadire le direttrici-guida del lavoro, che abbiamo appena tentato di tracciare: l’estroversione della Sfinge assume così connotazioni più composite nell’immediatamente successiva Girolimoni, attraversata da una compenetrazione voce/banda particolarmente marcata; il passaggio del testimone fra strumenti etnici e corpo bandistico nella già citata Chi mi facisti fari emblematizza/riassume al meglio un humus fortemente radicato, su cui (non solo qui, ovviamente) la voce ora veleggia un fiato sopra, come a mezz’aria, ora si arrotola gettandosi a pesce nella stessa mischia. Si potrebbe proseguire, naturalmente, ma si sarà già capito che ci troviamo di fronte – almeno questa è la precisa sensazione – a un’opera in cui si può tranquillamente individuare un più che probabile punto di riferimento per il cantautorato nostrano di questi incerti anni Duemila. E chi ha orecchi per intendere, intenda... Alberto Bazzurro

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LA VETRINA DEL NUOVO SERGIO CAPUTO

| La notte è un pazzo con le mèches 2009 Alcatraz Moon/D’Herin Records La riuscita di un’esperienza simile si fonda sulla “verità” musicale e sul valore professionale dei musicisti che sul palcoscenico fanno del live un’attività di “recording”, non voluta, senza le regole fisse dello studio. Siamo di fronte ad un prodotto spontaneo e riflette i rituali di un live tra amici, stile cantine di New Orleans, “tranquillamente rilassato”, con la genuinità musicale di un tempo, dove non bisogna “dimostrare” nulla che noi sia universalmente riconosciuto, dove l’artista non deve eccedere in inutili virtuosismi, ma gli basta rimarcare ciò che ha saputo dimostrare negli anni, spaziando con la sua musica dallo swing al jazz. Con La notte è un pazzo con le mèches Caputo ripercorre i suoi maggiori successi ripresentandosi al suo pubblico vestendo un abito soprattutto jazz (anche se non mancano atmosfere blues e swing), grazie ai suoi lunghi soggiorni americani e alle illustri frequentazioni e collaborazioni (es. Dizzy Gillespie). Inutile usare spazio per indicare le tracce: siamo di fronte ad un live di Caputo dopo 22 anni... Francesco Maggisano

ANGELO VALORI

| Notturno Mediterraneo 2009 Egea È possibile oggi parlare di un “jazz mediterraneo”? Sì, e questo progetto di Angelo Valori ne è la dimostrazione. Il musicista pescarese è il deus ex machina di questo lavoro: ha composto, arrangiato e diretto i brani che nel cd vengono suonati dalla prestigiosa Egea Orchestra. Registrato il 10 e 11 maggio 2009 al Teatro Circus di Pescara, sui solchi è immortalata un’aura speciale, dove le 8 tracce sono 8 tappe di un viaggio attraverso ritmi e colori evocativi. Isole nell’Anima è un cammino nel profondo di ognuno di noi, alla ricerca di mete forse mai del tutto raggiunte, mentre Canzone di Terra ci riporta al legame – viscerale e autentico – con Madre Natura. Il tema dell’Introduzione, come in ogni concept che si rispetti, spunta più volte nel corso del disco, ricordandoci da dove siamo partiti e, soprattutto, qual è la nostra destinazione finale. Una menzione particolare merita Il volo dell’Aquila ferita, scritta da Valori dopo il sisma d’Abruzzo come testimonianza di chi ha provato dolore ma, proprio come l’aquila ferita, vuole tornare presto a volare. Massimo Giuliano

BARMAGRANDE

| Musica di frontiera 2009 Ass. Musicale Barmagrande In questa frontiera prevale il combat rock. Latte di Ventimiglia, dove ha sede l’associazione Barmagrande è infatti uno degli ultimi lembi di Liguria prima del confine francese. Due terre che con la musica hanno molta confidenza e quindi suscita curiosità il lavoro di questo gruppo. Gran parte delle composizioni sono frutto della penna della tastierista Emma Lercari e del chitarrista Luca Parisi e in parte minore del frontman Sandro Donda. È un gruppo a cui la dimensione disco sta sicuramente stretta, anche perché si percepisce un’energia che trova il suo naturale sbocco nelle esibizioni dal vivo. I momenti più convincenti sono quelli in ligure, U luvu e specialmente Me ne batu u belin il primo più rock l’altro con venature country. La parte che dovrebbe essere più forte in un album, le prime tracce, paradossalmente è quella che suscita meno attenzione. Indipendentemente da questo, volendo dare un consiglio alla formazione c’è quello di confezionare e sviluppare meglio le proprie idee, che comunque ci sono e sono forti. Michele Manzotti

IL DISCO CONSIGLIATO a cura di Enrico de Angelis*

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ontinuano ad apparire come la gioventù dorata della nostra musica, ma sono ormai dieci anni che pubblicano dischi con sorprendente coerenza artistica, e questo è il loro quinto album. Cosa aspettiamo a considerarli già dei “classici”? Parliamo dei Baustelle, ovvero il trio Rachele Bastreghi-Francesco Bianconi-Claudio Brasini, di volta in volta integrato, in studio e in concerto, da altri fior di musicisti (in questo caso anche da Pat McCarthy come ingegnere del suono del cd). I segni del loro successo crescente comunque ci sono. Nel 2008 il loro Amen vinse la Targa Tenco come migliore album dell’anno, battendo gente come Jovanotti, Vecchioni, De Gregori. E questo nuovo cd era primo su Itunes nel giorno stesso della sua uscita. Il titolo I Mistici dell’ Occidente è tratto da un libro di Elémire Zolla, filosofo e storico delle religioni, che trascorse l’ultima parte della sua vita in Toscana, nella città dei Baustelle, Montepulciano. Sembrerebbe dunque un disco spiritualistico, e in parte lo è, nel senso che aspira ad elevarsi sopra l’orizzonte angusto e materialistico di una società vacua e degradata come la nostra. Per salvarsi, dicono i Baustelle riprendendo Jacopone da Todi, occorre “disprezzare la realtà”. Eppure, contemporaneamente, è anche un disco calato nel mondo concreto dei nostri giorni,

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quindi a suo modo “politico”, oltre che centrato in buona parte sull’amore terreno e quotidiano di tutti noi. Quando nella title-track lanciano la loro invettiva contro il potere, il “presidente” non è solo Berlusconi, ma tutti i Berlusconi che esercitano in quel modo il potere; e BAUSTELLE nel “mucchio di coglioni” non ci siamo | I mistici forse anche noi stessi? dell’occidente La loro musica si dipana come volesse 2010 Atlantic/Warner ripercorrere tutte le decadi dell’ultimo ‘900: il rock, il pop, la canzone d’autore, la psichedelia, il progressive, il glam, Battiato, De André. Gli spietati è una specie di trascinante “beat sinfonico” che invita a liberarsi dai sentimenti e dalle passioni. Domina una specie di fatalismo capace di lasciar andare persino la morte (L’indaco, con quella sua melodiosità lenta, larga, rarefatta), e temi anche dolorosi (Le rane, L’ultima notte felice del mondo) vengono trattati con una leggerezza tranquilla, agile, persino ballabile.

* Responsabile artistico del Club Tenco

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LA VETRINA DEL NUOVO MOTEL CONNECTION | H.E.R.O.I.N 2010 Universal

Dopo una lunga e articolata gestazione, avviata circa un anno fa con il lancio del singolo H.e.r.o.i.n. (acronimo di “human environment return output and input networking”, legge che regola in natura il ciclo dei rifiuti), è finalmente uscito l’omonimo album, il quinto lavoro per i Motel connection dopo due colonne sonore per Marco Ponti (“Santa Maradona” e “A/R Andata + ritorno”) e i due album “Give me a good reason to wake up” e “Do I have a life?”. Raccontiamo questo disco schivando l’analisi del rapporto con i Subsonica: se pure il denominatore comune della band sia quello (il front man Samuel Romano e l’ex bassista del gruppo, Pierfunk, escluso solo DjPisti), diciamo subito che i confronti non sono costruttivi. Il trio torinese, infatti, trae origine e linfa creativa da un particolare aspetto della tendenza musicale degli ultimi anni: l’incontro tra il rock e la musica “da

discoteca”. Esterofilo, invero, fino al midollo – dall’utilizzo esclusivo della lingua inglese, fino ai generi tra hip hop, techno e house, tanto che a cercare riferimenti immediati si deve guardare al mondo anglosassone – è certo che chi predilige il versante rock annasperà per un po’ alla ricerca degli amati suoni. I primi brani sono decisamente più techno che rock: incedere immutabile del beat, ripetitività ipnotica di parole e frasi, suoni esclusivamente campionati in cui anche la voce è distorta e si fa strumento. Ma già nella quarta traccia, Shadows and fire, si avverte la chitarra, suono

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“suonato” che accompagna l’ingresso nel disco della melodia. Poi arriva All right, e la compresenza di elettronica e rock comincia a dar prova del suo sapore, tutto speciale: e rende giustizia alla bella voce di Samuel, che riempie le orecchie e dà vita a un brano capace sì di muovere le gambe al ballo, ma anche di provocare una vibrazione emotiva maggiore, ricercata esplicitamente nell’intrecciarsi delle voci, nella presenza intima della chitarra, e nel bel finale elettronico che sfuma via lontano. Altro brano tutto da gustare è File me away, che con i battiti

di mani, i suoni dall’aria spiritosa e la melodia giocosa, è un bellissimo pezzo degno del miglior rock inglese. Ancora segnaliamo Sun, con la marcata – e bella – armonizzazione delle voci, in cerca di un’atmosfera fortemente evocativa. E la track list H.e.r.o.i.n., ottimo brano che porta la mente al pop americano anni Novanta: occhiolini al passato sparsi qua e là, divertentissimi in un contesto tanto al passo con i tempi.

Alessia Pistolini

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L’INTERVISTA

MISTICI DA COMBATTIMENTO BAUSTELLE

Al momento di quest’intervista, probabilmente i Baustelle possono esser proclamati la band che più ha segnato il decennio appena trascorso. Quegli anni zero in cui sono nati discograficamente e nel quale hanno trovato l’habitat naturale per il proprio romanzo di sana e maledetta post-modernità urbana, tra vizi, virtù eroiche ed erotiche, feticismo per i ruderi di una civiltà che si è divorata da sola, romanticismo da ironici esteti del rock. E molto altro. Per Francesco Bianconi anche un innocuo giro in libreria può rivelarsi illuminante, quasi profetico: così, spiando il suggestivo titolo trovato sulla copertina di un volume curato da Elémire Zolla, il dandy di Montepulciano ha deciso qualcosa di più della nuova veste della propria band. Ne ha decretato una vocazione. 16 | - L’ISOLA

di Alessio Zipoli lisolachenoncera.it


I

Mistici dell’Occidente è una dichiarazione di intenti, una condanna, o un’autoconsacrazione quando si parla del gruppo icona del pop italiano degli ultimi dieci anni? Questo è un disco che parla della società italiana in cui viviamo. I “Mistici” sono chi si è stancato dalla situazione attuale, intellettuali, musicisti, scrittori: gli intellettuali ricoprono un ruolo privilegiato. Per questo hanno il diritto e il dovere di parlare e di far sentire la propria voce. Sono figure mistiche perché hanno la possibilità di elevarsi dalla realtà, il potere di descriverla. Effettivamente, ripercorrendo le fasi della vostra carriera dai dischi cult “Sussidiario illustrato della giovinezza” e “La moda del lento” fino al salto in alto de “La malavita” e del caleidoscopico “Amen”, si nota un certo passaggio: da un bisogno di poetica confidenziale e allo stesso tempo elitaria, relativa al micro-universo dei drammi e delle estasi private, verso una progressiva apertura verso l’oltre. La realtà quotidiana della società occidentale, le contraddizioni e gli inganni a cui sono sottoposti i singoli nei confronti di un sistema politico-economico alla deriva e non per questo meno prepotente, fino a sublimare quel costante riferimento religioso da sempre presente nelle vostre liriche (a volte come spauracchio, o ancora di salvezza, puro modernariato pop o bussola culturale) in un vero tentativo di convivenza con la spiritualità. Sono d’accordo. Innanzitutto bisogna considerare che invecchiando diventiamo spesso più critici e meno legati ai problemi dell’intimità. Nei primi album i testi erano scritti da un ragazzo che aveva un urgenza di tipo diverso, dimostrare al mondo chi era, la propria bravura e capacità di realizzare un disco.

come questi. Apparentemente il disco sembra più funebre rispetto ad “Amen”, ma in realtà è più positivo. Il disprezzo a cui fai riferimento non è snobistico, ma una volontà di non dare alla vita il prezzo che qualcuno ci vuol far credere che abbia. Questa organizzazione materialistica della realtà non è l‘unica possibile, e anche noi, l’Occidente, dobbiamo alimentare un’offerta culturale diversificata, non appiattita com’è quella oggi dominante in Italia, di forte derivazione televisiva. La maggior parte della critica e del pubblico che si misura con la vostra produzione finisce prevalentemente per dividersi in due tronconi: gli afecionados dei primi due album che sostengono un vostro appesantimento e commericializzazione successivi al passaggio alle major; un altro filone che vi apprezza

proprio a partire da “La Malavita” e dalle sue inedite sperimentazioni, e che ha trovato nell’onnicomprensivo “Amen” la stele di Rosetta del nuovo pop nazionale (arrivando persino al raffronto socioreligioso con De Gregori nel libro La donna cannone e l’agnello di Dio, di P. Jachia, Ancora 2009, ndr). Direi che questo nuovo album è evidentemente nato in tutt’altro decennio, difatti pur essendo figlio dei suoi predecessori non assomiglia a nessuno di loro. Azzardandomi lo definirei un album che in parte riprende liricamente il percorso meditativo, impegnato e meno guascone di “Amen”, usando l’ironia più in senso arguto che cinico, ma che musicalmente riesce a darsi fuoco, un’origine e una fine, pragmatico come solo un “occidentale” sa essere... Le tematiche che abbiamo affrontato sono vicine a quelle di “Amen”, hai ragione, anche qui torna il discorso sulla società occidentale, ma il pessimismo è mitigato da una forza nuova, e anche le sonorità risentono di questo nuovo percorso. “Amen” è stato un disco acrobatico che in un calderone di influenze e stili diversi ha chiuso un ciclo con una visione in technicolor. Qui si riparte da un colore solo, un verde tenue ma deciso, come il folk-rock al quale stavolta non abbiamo voluto aggiungere particolari influssi new wave o elettronici.

Una specie di “complesso del biglietto da visita”? Diciamo un ‘ansia da prestazione, in cui sei sovraccaricato dall’imitazione di modelli, da una ridondanza imperfetta. Nel precedente album dichiaravate “E così sia”, osservando ciò che vi circondava. Stavolta i “Mistici” proclamano il “disprezzo della realtà” come rimedio nei confronti di un universo manipolato. Credete di esser più speranzosi o più coraggiosi rispetto a due anni fa? In ogni speranza c’è un atto di coraggio, soprattutto in tempi difficili

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Continui riferimenti pop e diari di vite turbate ed alimentate da una colonna sonora poliedrica non sono per i Baustelle che una mitizzazione della realtà, una sorta di misticismo che si esplica in un culto del quotidiano

Guardavo la copertina, indeciso se la foto di gruppo rappresenti un’ultima istantanea prima del diluvio o piuttosto il manifesto programmatico di un collettivo da combattimento, immortalato prima di entrare in azione... Entrambe le sensazioni sono plausibili, abbiamo voluto lasciare quest’ambiguità: potrebbe esser una foto di guerra o l’immagine di una famiglia di eletti che si sono chiusi in una villa, aspettando che la peste distrugga tutto quel che li circonda fuori... Sull’opera di Corot si diceva che rappresentava “l’ultimo dei classici e il primo dei moderni”. In quale delle due definizioni riconosci di più gli attuali Baustelle? Intravedi un punto d’arrivo? Non credo nei punti di arrivo, siamo sicuramente all’avvio di una nuova fase, anche se in fondo ogni nostro album ne ha segnata una. Sicuramente ho bisogno di scrivere ancora, e quando un giorno questa necessità si esaurirà citeremo Paolo Conte: “non ho più niente da dire, ma voglio parlare lo stesso insieme con te”.

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MASSIMO PRIVIERO

VENT’ANNI DI ROCK E POESIA

E’ uscito un album dal vivo (doppio cd + dvd) che testimonia il concerto tenuto da Priviero (e la sua rodata band) al Rolling Stone di Milano (28.3.2009), storico ambito del rock italiano. Ne abbiamo parlato direttamente con lui...

S

i può dire che con questa doppia uscita abbiamo una sorta di “consacrazione” di un lungo percorso artistico? Rolling Live” è il timbro sui miei vent’anni di carriera, credevo fosse giusto farlo. Vorrei anche aggiungere che album e dvd conservano quell’idea di purezza e di emozione che sempre dovrebbe avere un album dal vivo, senza ritocchi. Tra gli inediti ci sono due brani particolari: uno dedicato a tuo figlio (ed a tutti i figli) e Splenda il sole. Ci di qualcosa in più? Lettera al figlio è ispirata ad “If ”, la celebre poesia di Kipling appesa in qualche angolo di stanza da gente diversa e differenti generazioni. Ha forza e verità. L’altra è una mia piccola carezza per gli indifesi e per i giusti che si spendono dalla loro parte e Alex Langer era una di questi. La sua vita, come la sua “mite resistenza”, sono state per me una grande lezione d’amore. Il dvd ha un’appendice nella quale racconti chi sei e quali i valori della tua vita. Come questo modo d’essere entra a fare parte della tua dimensione artistica? La mia musica, i miei testi e il mio linguaggio sono stati la mia vita, così l’appendice a cui ti riferisci significa questo. Potrei raccontare di difesa di valori, di non accettazione di certe logiche e di umana resistenza che sono dentro a ciò che scrivo. Le cose in cui credo sono le storie che racconto, sono la mia adesione ad un certo modo di stare al mondo.

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Abbiamo spesso detto che il rock è una sorta di fede e nella tua carriera questa è un’innegabile evidenza. Come pensi di mantenere viva questa “piccola-grande fede”? Rock e poesia. Il rock è un linguaggio; un impatto emotivo, è lo strumento che ho trovato per tradurre la mia esistenza. La poesia è necessità, è qualcosa che rincorri, a cui aspiri e che in qualche attimo magari riesci ad afferrare. Come se fosse una sintesi della tua anima o di un tuo pensiero che ti serve per raccontare, per comunicare. Nikolajevka e La strada del Davai sono due brani intensi che ti hanno messo di fronte a storie piene di dolore. Come continua il tuo percorso rispetto al tema della guerra e della memoria? Parlo di memoria per comprendere il presente. E parlo di valori che scavalcano il tempo. Parlo di guerra con un grande bisogno di pace e di giustizia che puoi anche trasportare nella vita di tutti i giorni. Siamo vicini al 25 aprile e vorrei ricordare il tuo album “Dolce resistenza” nel quale affrontato la Resistenza in maniera poetica. Che senso ha parlare di resistenza in tempi così difficili dove altri sembrano essere i valori? Ha senso. E l’umana resistenza non è necessariamente il 25 aprile. L’umana resistenza è lì a scavalcare date ed eventi. Come scavalcano date ed eventi i valori che entrambi condividiamo e difendiamo. E che sono convinto condivida e difenda molta della gente che in questo momento ci legge e che, anche attraverso la vostra rivista, vorrei salutare di cuore.

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G

rovigli è un disco di collaborazioni importanti: Pacifico, Paolo Conte, Cesare Cremonini. Come sono nate queste collaborazioni e cosa ti ha lasciato ognuno dal punto di vista professionale, cos’hai imparato da loro e cosa pensi di aver dato loro. Pacifico mi ha aiutata a comporre il testo di Ricomincio da qui, Paolo Conte mi ha regalato l’inedito Little Brown Bear e mi ha fatto l’immenso onore di cantarlo insieme a me. L’inverno scorso sentivo molto spesso Le sei e ventisei di Cremonini ed ho iniziato ad esprimere il desiderio di poter collaborare con lui. A giugno ci siamo conosciuti per il progetto Domani 21 Aprile 2009 e ha accettato di scrivere un brano per me: Just Believe In Love. Sono ancora in preda allo stupore per aver potuto collaborare con tre grandi artisti e non sono abbastanza egocentrica per immaginare cosa possa aver lasciato io a ciascuno di loro.

MALIKA AYANE TRA GROVIGLI

E TITOLI DI diCODA Veronica Eracleo

Al suo secondo disco vanta già collaborazioni importanti come quella con Paolo Conte, Pacifico e Cremonini. Malika può inoltre vantarsi di avere realizzato un altro sogno: essere un titolo di coda.

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L’impressione avuta ascoltando Grovigli è che tu non abbia voluto rischiare, musicalmente ti sei mantenuta abbastanza fedele al tuo cd d’esordio. Un’imposizione per non deludere i fan o questo è veramente quello che vuoi esprimere con la tua musica? Questo disco è l’evoluzione naturale del primo. È un lavoro molto più elaborato e complesso ma paradossalmente più facile da cogliere. Tra gli elementi comuni c’è la versatilità dei brani che sono stati poi perfettamente amalgamati da Ferdinando Arnò produttore sia del primo che del secondo disco. Grovigli è più chitarristico rispetto a Malika Ayane, decisamente più pianistico e c’è un mio maggiore coinvolgimento come autrice. La prima cosa bella fa parte della colonna sonora dell’omonimo film. Nel tuo passato ci sono anche altre tue canzoni prestate ad una pellicola (Generazione 1000 euro). Quanto e come pensi abbiano contribuito questi film a farti conoscere al grande pubblico? Quando Massimo Venier ha scelto tre mie canzoni per Generazione 1000 euro non era ancora uscito il primo album e lui ha investito e creduto in un progetto che iniziava ad esistere in quel momento. La prima cosa bella è stato un passaggio fondamentale per me. Alla fine della prima Virzì ha suggerito di rivedere i titoli di coda. E io avevo sempre desiderato essere un titolo di coda.

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OPERA OPERA PR1MA PR1MA ARM ON STAGE

| Sunglasses under all stars 2010 Ragoo Production / Edel Quattro musicisti si chiudono per una decina di giorni in un casolare immerso nel verde, improvvisando e scrivendo una decina di pezzi pronti da registrare e raccogliere in un affascinante album rock pregno di psichedelica. Non stiamo parlando di un gruppo inglese anni ‘70, bensì della neonata formazione degli Arm on stage, ma se uno si trovasse tra le mani questo album e non sapesse nulla del retroscena, l’illusione sarebbe perfetta. La band formata da Claudio Domestico, Folco Orselli, Stefano Piro e Alessandro Sicardi ha confezionato un disco in inglese, di lunghezza complessiva inferiore ai 45 minuti, come nella migliore tradizione del vinile, utilizzando sonorità rock in cui prevalgono però suadenti chitarre elettriche, morbide percussioni, tastiere in stile hammond. Se The guardian con il suo incedere un po’ allucinogeno ci avvolge nelle sue spire, in Spider rain si odono persino sinistri rumori di porte e di gocce d’acqua, ma sono molti i passaggi interessanti. È un po’ come se questi quattro musicisti avessero trovato il loro “posto delle fragole” e le lancette degli orologi fossero improvvisamente svanite ed il tempo fermatosi agli anni ’70, quelli che più hanno lasciato il segno nel loro immaginario musicale. Concludendo è un disco ben cantato, suonato ancora meglio, che si lascia ascoltare volentieri, anzi ha un effetto ipnotico che porta ad abusarne... Il consiglio è quello di ascoltarlo con moderazione.

Fabio Antonelli

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KALWEIT AND THE SPOKES | Around the Edges 2010 Irma Records

Atmosfere decadenti incrociano esperienze di artisti quali Nick Cave, Television, Joy Division; oltre il blues e le asprezze post-punk, si viaggia su linee visionarie e psichedeliche. L’artista esprime arrangiamenti lontani dal manierismo, essenziali ed una voce capace di raccontare, sussurrare se è il caso, esprimere dolore, tensione, calda ed aspra. Nelle tracce di Around The Edges, la statunitense Georgeanne Kalweit, affiancata da Giovanni Calella, chitarre e da Leziero Rescigno, batteria ed organo ci trasporta dal clima acido di Curtains a quello asciutto di The last sign, Lulled e di Ice man, che gode di maggiore armonia, vicina a certe cose degli Stranglers. Tanto blues nelle atmosfere: ballads quali All the gods, Around the edges, la ruvida The whore, melodici ma che scavano nel profondo. Guns are back, suoni secchi, atmosfere care ai Pretenders, mentre Split us in two e New York movie descrittiva e pittorica, affiancano la minimalista Clara Bow. Storie avvincenti, che catturano; tecnica ed ispirazione vitali per dire al meglio ciò che, nell’intimo, è chiaro. Unendo con equilibrio realismo e fantasia, il gioco è fatto. Andrea Romeo

TREES TAKE LIFE | Let children be children 2010 Autoprodotto

Spiegare che disco sia Let children be children again, opera prima dei Trees Take Life, non è un compito semplice. Mina e Martina, ovvero le due complici di questo gruppo anomalo, hanno dato vita ad un progetto singolare. La singolarità sta nel fatto che qui la musica è la protagonista assoluta, poi vengono le atmosfere provocate dalle melodie, dopo i singoli strumenti e alla fine la voce che ogni tanto accompagna la parte strumentale.

Il risultato è un prodotto originale, che lascia molto spazio all’immaginazione, non solo dal punto di vista musicale ma proprio del progetto intero. Sul cd, infatti, non ci sono foto di Mina e Martina, non viene detto nulla nemmeno sul loro myspace, e su youtube scopriamo che le Trees Take Life hanno curato la regia del video del brano che dà il titolo al cd, in cui si avverte la loro assenza visiva anche là. E scaviamo allora in questo disco anomalo: bello lo splash del mare in primo piano in Celtics thoughts, ipnotica la linea melodica di Tic Tac su cui sentiamo anche la voce di Mina e Martina, cosa che avviene anche in The station. A vincere su tutte è, però, Let children be children again. Curioso inizio per questo duo anomalo che non lascia indifferenti.

Veronica Eracleo

NEW CHERRY | Le forme di Pedro 2010 Venus

Davvero un bel packaging questo cd rom dei New Cherry comprensivo di videoclip, foto e testi. Una scrittura ad alto tasso erotico, alle volte un po’ didascalica con la voce calda di Sara Piolanti (ex Caravan De Ville) che diventa ora sensuale ora burlesca, declinata ogni volta sul pezzo e con un’eccezionale estensione vocale. Il ritmo di pezzi come Sintesi Erotica o Matematica è incalzante e questo power trio riesce da solo a produrre un’inconsueta qualità di rumore. Il rock proposto dai New Cherry è parecchio grintoso, ma addolcito dalla sensibilità tutta femminile della sua front-girl. Le melodie e gli arrangiamenti non sono banali, anche se in taluni casi ricalcano troppo quelle dei loro stessi riferimenti musicali. Assistiamo alla crescita di questo neonato gruppo che si fa notare anche grazie ad una cifra poco italiana. Speriamo in una maggior attenzione alle liriche, ma si sa che le ragazze cattive non si fanno troppo sedurre dalla Poesia; loro urlano estatiche da sopra il palco e, in fondo, ci piacciono proprio per questo.

Valeria Napolitano

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OPERA PRIMA FITNESS FOREVER | Personal Train 2009 Elefant Records

Se il post-moderno e il trend setting impongono da ogni parte il riciclo del passato, perché non farlo anche con il pop più “beceramente” pop di Bacharach o di Kramer-Trovajoli, oltre a tutta quella scuola anni 60 tutta yeye, frizzantezze e ritornelli carinissimi? La risposta arriva con questo sorridente Personal Train, disco d’esordio dei Fitness Forever, quartetto partenopeo formato dal frontman e “demiurgo” Carlos Vanderrama, affiancato alle voci dalla speziata Paster, dal multichitarrista Scialdone e dal multitastierista “Big Tony” Fresa. Un ritorno al passato con tutti i crismi – archi e fiati a profusione, arrangiamenti d’altri tempi, stilemi della canzone che fu, atmosfera da spiaggia, cannuccia e sdraio -, con “una vendetta”: l’ironia dissacrante dei testi, naif, surreali e gustosi in un sol boccone. Personal Train è un “treno che all’incontrario va”, alla riscoperta di un archetipo musicale che non sembra proprio capace di invecchiare. Anzi, è sempre in forma. Paolo D’Alessandro

MAXI B

| Invidia 2010 Latlantide

Diciotto brani, più una ghost track, compongono Invidia, album d’esordio del rapper italo-sizzero Maxi B, un concentrato di energia e pulsione rap che mette in luce la sua straordinaria

numero uno - maggio / giugno 2010

vitalità sia creativa che intellettuale. Idee chiare, punti di vista ben espressi, opinioni precise sul mondo attuale, sono gli ingredienti fondamentali di un lavoro che dall’inizio alla fine mantiene una coerenza formidabile sia nei temi impegnati, sia nelle ritmiche vitali. Tante le collaborazioni presenti, tra cui Amoressia con Daniele Vit, Come mi vuoi con Primo Cor Veleno e ancora Non servono parole con Loretta Grace. Quattro brani, tra cui Fuori controllo e Certi amici, sono realizzati insieme ai Metro Stars, gruppo fondato nel 2006 dallo stesso Max in cui milita tuttora. Vera chicca del cd è Destra-Sinistra, celebre brano di Giorgio Gaber (scritto con Sandro Luporini), riproposto in chiave rap e con l’intervento della voce originale del Signor G, approvato dalla Fondazione Giorgio Gaber. Maxi B mette a segno un bell’album nel suo genere, capace di trascinare e catturare con la forza della parola, con l’energia del ritmo, con la verità dell’ispirazione. Da far invidia a molti! Andrea Direnzo

ENRICO ZANISI | Quasi Troppo Serio 2009 Nuccia

Sembra l’ennesima storia del musicista jazz genio e ragazzo, ma Enrico Zanisi, romano classe 1990, vanta numerosi riconoscimenti nazionali ed internazionali, e la sua carriera, a pochi mesi dall’uscita del disco d’esordio, sembra un jet supersonico verso il successo. Un talento creativo che lo porta ad incidere con un’etichetta giovane il primo album, “Quasi Troppo Serio”, e a partecipare a sessions con i più grandi del jazz italiano contemporaneo. La libertà di improvvisare tipica del debutto, il gusto di esplorare nuovi territori pur avendo consapevolezza del passato, sono il segreto della sua magia musicale. Zanisi rende corpose e fresche le undici tracce, un

equilibrio tra passato e futuro che appassiona anche l’ascoltatore meno esperto. Ad accompagnare due maestri jazz di prim’ordine: Ciancaglini e Fioravanti. Oltre l’approccio classico, la scrittura è decisamente contemporanea, con rimandi a Radiohead, Brad Mehldau, Herbie Hancock. Un disco bello, fonte di ispirazione, da ascoltare e assaporare. Antonello Furione

NAIF HERIN

| È tempo di raccolto 2009 TdE ProductionZ

Diciamolo subito: Naif è una delle più valide artiste emergenti in circolazione. Polistrumentista, compositrice e arrangiatrice, si nutre di influenze che vanno dal funky all’elettronica passando dalla lezione dei grandi cantautori italiani, dando vita ad una proposta originale che traghetta il concetto di cantautorato nel presente, rendendolo contemporaneo. Il lavoro fotografa tutti gli aspetti salienti di questa giovane valdostana: la freschezza, l’originalità, la suggestione e l’energia che la rendono unica, soprattutto nelle esibizioni dal vivo, in cui si presenta abbigliata a metà tra una extraterrestre e un’astronauta.. Con Io sono il mare, gioiello ipnotico e oscuro che apre il cd, Naif è arrivata tra i vincitori di Musicultura’09. Tutti i pezzi sono stati composti, suonati e arrangiati da lei, con la collaborazione degli inseparabili Simone “Momo” Riva alla batteria e chitarra elettrica e Raffaele “Neda” D’Anello alle tastiere, synth e programmi. La grafica e il package del cd sono molto eleganti con una foto di Naif immersa in un campo di grano con una cuffia sulle orecchie e la scritta “In fondo in ognuno di noi qualcosa può nascere e fiorire.” Le auguriamo di raccogliere i frutti del suo lavoro quanto prima, se lo merita. Martina Neri

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di Ambrosia Jole Silvia Imbornone

Un folk n’ roll “schizofrenico”, totalmente acustico, ma carico della virulenza del noise e del punk. Questo è la musica del duo palermitano composto da Pietro Alessandro Alosi (voce, chitarra e grancassa) e Gianluca Bartolo (chitarra 12 corde), alias il Pan del Diavolo, e del loro album d’esordio, Sono all’osso. Il vostro nome è anche il titolo di una vostra canzone che si fa beffe dei luoghi comuni. Al di là del proverbio per cui ‘il pan del diavolo è sempre avvelenato’, non lo si mangia un po’ tutti in fin dei conti? Il pan del diavolo è un Mr Hide che non sempre riesce a fare del male, un alter-ego che la notte si trasforma in lupo mannaro e fa baccano, ma poi l’indomani deve fare i conti con i vicini... Forse bisogna essere fuori di testa per riconoscersi nei nostri brani, ma per i sognatori e i ruspanti diavoli dell’oggi non dovrebbe essere difficile immaginarsi per metà uomo e per metà cavallo, come i protagonisti del nostro brano Centauro. Quindi sì, lo mangiamo un po’ tutti! Il bagaglio di identità sonore, seppur differenti, è espresso totalmente in chiave acustica: un caso o una scelta?

Una scelta per non riempire le orecchie dell’ascoltatore con mille suoni diversi, mettendo le parole davanti a tutto. Il folk è un vestito melodico e leggero, la cassa è il cuore che batte delle canzoni: quando accelera diventa quasi punk, ma non c’è la distorsione. Il testo e la voce la sostituiscono. Ma in futuro lavoreremo sicuramente con tanti altri strumenti. Per ora ci piace immaginare i fiati come prossimo tassello nella band, vedremo... Quanto siete figli del cantautorato italiano? Per esempio di De Andrè?...esistono eredi molto più onorevoli di me. Di Tenco invece mi ha rapito la sincerità e la semplicità con cui si esprimeva nelle sue canzoni. Per il resto guardo indietro nel tempo o in altre direzioni, al rock ‘n roll degli urlatori, non solo al Celentano ai tempi di Stai lontana da me, ma anche al percorso musicale di Ghigo Agosti. Penso inoltre che cantanti come Buscaglione siano dei personaggi enormi nella nostra storia musicale. Dopo gli Zen Circus, ospiti in Bomba nel cuore, con chi vi piacerebbe collaborare? Magari qualcos’altro con gli Zen, con Bugo, ma se iniziamo a fare nomi poi non ci si ferma più... Intanto siete in tour: come descriveresti i vostri live? Una cavalcata selvaggia di un cavallo che ha perso il suo fantino.

“BRUNORI SAS, CANTAUTORE IN ACCOMANDITA MUSICALE” Le tue origini, l’ispirazione, la tua storia, l’origine del nome. Raccontaci di te... Origini calabre, cresciuto nella provincia cosentina, infanzia montana stile Heidi, adolescenza marina alla Sampei. Alcuni album di musica elettronica, poi ho fatto parte di una band fiorentina, i Blume. “Brunori S.a.s.” perché in quel periodo lavoravo presso la vera Brunori S.a.s., ditta dei miei, emblema di una sorta di saga familiare legata al mondo edile. Loro hanno pagato le registrazioni, io ho messo il nome sul disco, come fosse uno sponsor. Il prossimo lo paga un amico pasticciere, perciò sarà intitolato “Antica pasticceria del corso”. Sei chiamato “cantastorie”, “artista da spiaggia”; ti riconosci in queste definizioni? “Volume 1” si muove su quelle coordinate; ho pensato di inserire nel booklet, oltre ai testi, anche gli accordi, così da favorire il “peer to peer da spiaggia”. L’approccio è quello, ingenuo e genuino, dei primi accordi sulla chitarra, dei falò e dei “millenote”. I protagonisti dei tuoi brani sono malinconici, decadenti, sembrano “sconfitti” ma la loro “condanna” non pare definitiva... Il disco non nasce con intento narrativo, nessuna premeditazione in merito. Travolto dai ricordi e dalle immagini di alcuni luoghi, ho cercato di fotografare quei momenti nel modo più rapido. E’ come se le canzoni avessero trovato me, i personaggi mi appartengono. Strumentazione ridotta, arrangiamenti “asciutti”: casuale o adatto ad esaltare i personaggi?

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La produzione scarna ed essenziale è una scelta precisa mia e di Matteo Zanobini. Volevamo brani diretti rispettando le atmosfere ed evitando però l’effetto pallosità dei dischi chitarra e voce. Abbiamo evitato anche gli effetti speciali. Non è Hi-Fi, ma nemmeno Lo-Fi, è “Fi” e basta. Quali alternative vedi rispetto alla scarsa capacità o volontà della discografia di rischiare o investire su artisti meno noti? La rapidità è un valore assoluto in molti ambiti dell’esistenza, la musica non fa eccezione; ovvio che si punti su progetti “fast food”. Gli spazi li devi creare da solo puntando sui media che riescono a bypassare le grandi strutture. Il pubblico della rete rappresenta una minima parte del totale: una cosa è essere su una webzine, altro è avere il tuo disco vicino alla rustichella in autogrill. Non penso si debba ambire al successo nazionale, basterebbe poter sostenere economicamente il proprio progetto. Hai già in testa la musica che scriverai, altre direzioni, qualche progetto che ti affascina? Ho scritto alcuni brani nuovi, lascio fluire e quando sarà raccoglierò le cose buone cestinando quelle meno riuscite. Lo scopo è non ripetersi, mantenendo un legame con quanto già pubblicato. Sto ascoltando “Sono all’osso” de “Il pan del Diavolo” e l’ultimo dei Baustelle che ha almeno quattro/cinque brani di ottima fattura. E poi la musica italiana degli ultimi 30 anni, che sto riscoprendo anche grazie al libro di Zingales: “Italiani brava gente”. Andrea Romeo L’ISOLA A | 23


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CANZONI DA SPIAGGIA DETURPATA LE LUCI DELLA CENTRALE ELETTRICA

LA TEMPESTA, 2008 Ha vinto il Premio Tenco nel 2008 ed è riuscito a farsi amare da un pubblico più trasversale di quanto sperasse. O volesse. Testi calati in una quotidianità sofferta e spesso apatica, ma capace di rimettere in circolo positività.

I TRENI PER REGGIO CALABRIA GIOVANNA MARINI

I DISCHI DEL SOLE/ALA BIANCA, 1996 È il suo secondo disco, successore di “Panciastorie”, vincitore del “Premio Nuova Canzone d’Autore” al M.E.I. Passato e presente che si mescolano con cucchiaiate di ironia e un velo di Balcani, fra buona e cattiva sorte.

LOVE SONGS

CLAUDIO LOLLI

STORIE DI NOTE, 2009 Icona della canzone d’autore italiana, in questo album Lolli raccoglie le sue più belle canzoni d’amore. Un amore che attraversa 40anni di storia italiana, politica e non, regalandoci otto perle da conservare.

SCEG IL TU LI OMA O G TRA Q UEST GIO I TIT O VAI O NELL SUL SITO LI ’APP SEZIO OSITA NE

FRAMMENTI DI UN DISCORSO

GIORGIO GABER

Si tratta di un’atipica autobiografia, composta di frammenti, dove Giorgio Gaber racconta se stesso, le scelte artistiche e, insieme, la storia dei nostri ultimi quarant’anni.

CONTAGI #1

ERA CHE COSÌ

ETTORE GIURADEI

MIZAR, 2008 È il suo secondo disco, successore di “Panciastorie”, vincitore del “Premio Nuova Canzone d’Autore” al M.E.I. Passato e presente che si mescolano con cucchiaiate di ironia e un velo di Balcani, fra buona e cattiva sorte.

AA.VV

Libro + cd che raccoglie interviste e brani di Bubola, Manuel Agnelli, Vecchioni, Fossati, Donà, La Crus, Cesare Basile, Pacifico e molti altri artisti della scena italiana. ‘Percorsi tra narrativa e poesia’ recita il sottotitolo. Sintesi perfetta di questo oggetto da leggere e ascoltare....

NUVOLE STRANIERE GORAN KUZMINAC

STORIE DI NOTE, 2007 Chitarrista di indiscusso valore tecnico, Kuzminac calca le scene da ormai trentanni e il suo tocco preciso viene messo al servizio della parola e della melodia. Un disco da ascoltare e riascoltare.

CHIEDI UN AUTOGRAFO ALL’ASSASSINO

SAMUELE BERSANI

La biografia di Samuele Bersani realizzata dal giornalista Marco Ranaldi. Il libro (Editrice Zona) presenta un’intervista all’artista e un intervento di Gianfranco Baldazzi.

NIENTE PASSA INVANO

MASSIMO BUBOLA

ECCHER MUSIC/ELLEU, 2002 Il cielo d’Irlanda, Coda di lupo, Fiume Sand Creek, Don Raffaè, Rimini, sono solo alcuni dei brani live di questo album. Scrigno prezioso di un cantautore icona della canzone d’autore italiana.

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NOTE DI

CARTA BRUNETTO SALVARANI E ODOARDO SEMELLINI

TERRA IN BOCCA.

QUANDO I GIGANTI SFIDARONO LA MAFIA.

Il margine / 2009, 268 pagine. Euro 20,00 (libro +cd) “Lungo e disteso t’hanno trovato/ con quattro colpi piantati nel petto/a tradimento ti hanno sparato/senza neanche darti il sospetto/Ora tu giaci senza scarpe/dentro a un cespuglio di biancospino”: parole che sembrano uscite da un libro di Sciascia ed invece sono liriche di un concept album coraggioso,

oggetto di un feroce boicottaggio che però non gli ha impedito di diventare leggenda. Era il 1971, in Italia i giovani impazzivano per il beat, ed i Giganti (Io e il presidente, Proposta, Una ragazza in due alcuni tra i loro successi) abbandonano il mainstream per un progetto progressive che raccontasse al grande pubblico

CESARE CREMONINI

LE ALI SOTTO AI PIEDI

Rizzoli / 2009, 264 pagine. Euro 16,50 Che cosa significa sentire le note di una propria canzone uscire dal finestrino aperto di un’auto ferma ad un semaforo? 50 special è stata una tra le canzoni più note del 1999 (del singolo ne sono state vendute più 100.000 copie) e Le ali sotto ai piedi, l’esordio letterario di Cesare Cremonini, rac-

conta in prima persona la sua stra-ordinaria biografia e la storia del gruppo di giovani bolognesi che ha monopolizzato le classifiche a ridosso del nuovo millennio. Non si può certo dire che Cesare Cremonini non abbia avuto il spre-

TERESA DE SIO

METTI IL DIAVOLO A BALLARE

Einaudi / 2009, 198 pagine. Euro 16,00 Per ambientare il suo primo romanzo, Teresa De Sio attinge da un mondo che conosce bene: quello della musica, della taranta, di quel sud di cui da anni rivitalizza la cultura e di cui il paese di Mangiamuso è una rappresentazione tutt’altro che oleografica o celebrativa. Si tratta di un microcosmo alle soglie della modernità ma ancora teatro di una società

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arcaica, che, insieme alle tradizioni, tramanda anche arretratezza e ingiustizia. La storia si struttura come un mistero a cui l’ampio uso di analessi e prolessi aggiunge senso di aspettativa. L’attenzione si mantiene viva fino al terribile climax finale, dove tutto ha una spiegazione legata alla miseria umana. Ad esso segue un epilogo forse un po’ posticcio ma che ha il

una drammatica storia di mafia. “Una svolta per uscire dalla forma canzone (...) Pensammo che se non potevamo dire la verità era meglio togliere il disturbo”, parola di Enrico Maria Papes, protagonista insieme ai suoi compagni di questo episodio di supercensura italiana (e non per le gambe delle gemelle Kessler...). La storia di questo album, della musica che girava intorno (la mitica etichetta Cramps) e dentro

ai suoi protagonisti (King Crimson, Grateful Dead, Pink Floyd) e del suo boicottaggio (poche recensioni ed un solo passaggio in radio) viene raccontato in questo libro che non solo ci rende qualcosa che ci è stato tolto, ma soprattutto ci parla di quello che voleva essere un sogno musicale al servizio della verità e contro l’ingiustizia. Simonetta Tocchetti

giudicatezza di seguire i propri sogni, con impegno e dedizione, e di avere il coraggio di sperare anche quando tutto poteva sembrare perduto: tra le pagine di questo romanzo, che si lascia leggere tutto d’un fiato, troviamo Bologna (e i suoi colli), il primo amore, il pianoforte, colei che ha il nome di un fiore, l’esame di maturità, i Senza Filtro e l’incontro

con il produttore Walter Mameli. Ed è proprio questa collaborazione che segnerà fortemente la carriera di Cremonini, sia con i Lùnapop, sia come solista. Grazie al contributo di Mameli stesso ci si potrà sorprendere nella lettura e assaporare la vicenda da due punti di vista: quello entusiastico del giovane cantautore e quello altrettanto coinvolto di un produttore che si rende conto di aver incontrato qualcuno di speciale. Daniela Giordani

pregio di suggerire un riscatto, e di proiettare in un altrove sia geografico che spirituale che è condizione per la salvezza e la realizzazione personali. De Sio non solo ha idee e sa costruire personaggi credibili, ma ha anche una sorprendente padronanza della lingua e della tecnica letteraria. Un

italiano colto a cui il ricorso a parole e strutture dialettali conferisce incisività, e una prosa da cui traspaiono buone letture e uno sguardo indagatore sul mondo.

Alessia Cassani

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MAURO PAGANI

FOTO DI GRUPPO CON CHITARRISTA

Rizzoli / 2009, 364 pagine. Euro 17,50 Dalla prima riga del suo esordio come romanziere, Mauro Pagani ci trascina nel mezzo dell’azione, in un dialogo qualsiasi di una giornata come tante – o quasi – della vita di Sonny, un giovane che lascia la famiglia per fare della musica il suo mestiere, suonando nei night, frequentando l’università e i “suoi” movimenti, al di là di ogni ortodossia. Un musicista intransigente con se stesso, che sorride spesso e il cui più grande sogno misura quanto la custodia della sua Stratocaster

rossa. Con Sonny inseguiamo un’occasione frugando nel mondo, intratteniamo i passeggeri di una nave da crociera, facciamo sosta a Miami, visitiamo gli studi di Abbey Road, approdiamo a Cuba, giochiamo a chemin de fer dove il sorriso della sorte scivola nel dissolversi di ogni illusione e giriamo per Milano, città amata con quel rancore affettuoso riservato solo alle persone care. Attraverso un viaggio lungo dieci anni – dai giorni che precedono la strage di Piazza Fontana ai

MENICO CAROLI E GUIDO HARARI

L’ULTIMA OCCASIONE PER VIVERE

Edizioni TEA/ 2010, 288 Pagine. Euro 49,00. Parlare di Domenica Bertè, in arte Mia Martini è raccontare la storia di chi cantava con l’anima rendendo il suo canto specchio della vita. Una cantante profondamente soul, che non amava compromessi e non accettava di essere trattata come una mestierante o come un ‘prodotto’. La Mia Martini che Menico Caroli e Guido Harari presentano ai lettori è una figura vera, non mitizzata, che ci travolge con la sua umanità e con l’esempio di chi ha combattuto una battaglia straordinaria per difendere la sua dimensione artistica. Leggendo della vita di questo talento vero scorre la storia di quarant’anni di musica italiana e del nostro

Paese. Le prime esibizioni su improbabili palcoscenici, l’incontro con il grande Carlo Alberto Rossi che le darà le prime possibilità di sviluppare le sue capacità canore. L’amicizia con “l’alieno” Renato Zero, l’esperienza del car-

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funerali di Demetrio Stratos – impariamo a conoscere il numeroso gruppo fotografato nel titolo: la pensione di pappa e puttane in Via Archimede, quel bravo diavolo di Sam Fortuna, Clara “Uacciuari” e la sua vita da rifare, Walter, Rosa la creola, il professore, l’uomo psichedelico, Sandro, Sergio e lo stesso Mauro Pagani, l’altro, l’amico musicista che ce l’ha fatta. Il romanzo scorre pi-

acevolmente, costituito, più che dalla successione degli avvenimenti, da una narrazione irrequieta e tenera «con una cadenza troppo da musicista per essere casuale» che ci restituisce la sensazione di essere realmente parte del gruppo di Sonny, di seguirlo mentre rincorre il suo sogno. Sullo sfondo c’è la storia, protagonista gregaria del quotidiano, ci sono i suoni degli anni ‘70, un decennio intenso ed entusiasmante, indifeso nei confronti dei propri difetti, che è stato molto altro rispetto a ciò che ne può far rivivere la nuda cronaca. Paola Chiesa

cere a causa di un pezzo di hascisc trovato nella sua borsetta da uno zelante carabiniere. Dopo questa disavventura l’incontro con il mitico Alberigo Crocetta le spalancherà le porte del Piper per poi diventare la reginetta di tanti Festival della musica alternativa organizzati nei primi anni ’70. Da conservare nella memoria i passi con un giovanissimo Claudio Baglioni e l’incontro con tanti validi autori come i fratelli La Bionda, Bruno Lauzi, Dario Baldan Bembo, Maurizio Fabrizio ed, in tempi successivi, Enrico Ruggeri ed Ivano Fossati. Una vita colma di soddisfazioni, la sua, ma anche di grandi difficoltà: amori difficili, le malelingue, il conflitto con il padre, il bisogno economico passando dalle ovazioni dell’Olympia di Parigi insieme al grande Charles Aznavour (1978) alle varie delusioni, umane e professionali. Ci fermiamo qui

perché le pagine di questo libro vanno lette con calma e le foto assaporate con attenzione per poterne cogliere ogni suggestione. Si tratta di immagini straordinarie da cui è possibile trarre l’essenza di questa artista che possedeva una sensibilità inusuale per una società afasica come la nostra. Un plauso agli autori ed in particolare a Guido Harari per la sua sapienza editoriale e per la sua modestia, non avendo utilizzato suoi scatti né in copertina (foto di Mauro Balletti) e neppure in ultima di copertina (foto di Cesare Monti), pur avendo immagini importanti da proporre. Un gesto inconsueto nel mondo dopato dalla voglia di esserci, anche quando non se ne hanno titoli e meriti. Questo gesto, Mia Martini, l’avrebbe certamente apprezzato e condiviso.

Rosario Pantaleo

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IMMERSIONI

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e con i grandi raduni di Monterey nel 1967, di Woodstock nel 1969 e di Wight nel 1970 il sogno dell’utopia americana era nato, si era portato al suo zenith e poi lentamente svanito insieme all’illusione che attraverso la musica potesse nascere una nuova società, in Italia i tempi erano maturi perché nuovi soggetti sociali cercassero nuovi stili di vita, nuovi modelli politico-culturali, definendo meglio tutte le problematiche che in quegli anni stavano maturando (c’era stato un certo ’68 che ancora non aveva esaurito la sua carica innovativa...). Dopo una prima esperienza in terra romana datata 1970, un giorno dell’ottobre 1971, dalle parti di Ballabio (CO), si radunò ‘un nuovo popolo’ giunto da varie città, con l’intenzione di ascoltare musica con la voglia di parlarsi, con il desiderio di scoprire nuove possibilità di convivenza oltre le convenzioni stabilite e da tempo contestate. Il festival fu organizzato dalla rivista e movimento di controcultura Re Nudo, che organizzerà tutti i successivi fino al 1976. Più di trenta anni fa...In quei tre giorni di festa tra i tanti che suonarono in maniera assolutamente informale, vi furono le prime apparizioni ‘ufficiali’ di artisti che sarebbero stati molto amati negli anni a venire. Non ce li ricordiamo tutti ma non si possono non citare,

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a cura di Rosario Pantaleo

per quello che andremo a raccontare, gli eclettici Stormy Six, già da tempo impegnati in testi politici ed impegno sociale e Claudio Rocchi che aveva pubblicato un disco davvero originale, Viaggio il quale, grazie al suo ‘Spazio Rocchi’ inserito nella trasmissione radiofonica ‘Per Voi Giovani’, permetteva di ascoltare musica alternativa aiutandoci ad entrare in sintonia con il ‘nuovo mondo’ che si stava sviluppando. L’anno successivo la terra promessa si concretizzò tra i prati pavesi di Zerbo, che per tre giorni fu raggiunta da migliaia di giovani armati di zaini, sacchi a pelo, fiducia nel prossimo, politica e commerciale misticismo. E poi amore, tanto amore per la musica. Si incontrarono per la musica, ma anche per capire a che punto del cammino fosse il loro percorso di scoperta della nuova realtà. Il festival rese nuovamente possibile l’opportunità, a musicisti ignoti, di esibirsi senza condizionamenti di sorta e consegnò alla memoria l’esibizione di un gruppo milanese che non incise mai un disco ma che, a tutt’oggi, è presente nel ricordo dei tanti che in quei giorni erano presenti a Zerbo. Parliamo deIl pacco e tra i componenti ricordiamo Finardi, Camerini, Fabbri, Donnarumma e

Ed arrivò il tempo di un tranquillo Festival pop di paura... la stupenda voce di Donatella Bardi. Il Battiato che oggi non ti aspetteresti fu il protagonista del terzo Festival, quello che si tenne all’Alpe del Vicerè, prealpi lombarde, anno di grazia 1973. Maglietta sgargiante, capelli lunghi e folti, occhiali scuri, “carismatico mistero” e suoni inusitati e sperimentali evocati dai sintetizzatori, a catturare l’attenzione di ventimila giovani. Grande performance di un musicista che ha sempre saputo essere davvero originale e geniale. Nel 1974 ‘la città’ riprende il controllo della situazione. Il Festival si svolge al Parco Lambro. È l’anno della consacrazione di molti artisti che, partiti dai circuiti periferici erano riusciti, erano riusciti

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ad affermarsi. Questo è anche l’anno in cui il lato ‘mistico’ del Movimento lascia il campo al lato politico e la manifestazione, seppure in maniera ancora non eccessiva, risente di questa nuova situazione. Nel momento in cui l’ideologia mette le mani sul pentagramma le note incominceranno a suonare con altre armonie e, qualche volta, con grandi stecche. Di quei giorni e di quelle canzoni abbiamo l’ardire di parlare...

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el Parco Lambro del ‘74 fu indimen- di nuove modalità espressive, artistiche, esiticabile l’esibizione degli Area, capaci stenziali. Ma qualcosa di terribile incombeva. di un set che elevò una spanna su tutti Arrivò l’edizione del ‘76 e la bomba ed i lail lavoro del compianto Demetrio Stratos che pilli che covavano sotto la cenere eruttarono con la sua voce prodigiosa affascinò le migliaia il magmatico mondo dell’estremismo militandi persone presenti. Mitica la PFM, con un te/militare. Il Festival vide la presenza comsuono innovativo e orgogliosamente italiano. plessiva, nei quattro giorni, di circa 200mila E poi i talentuosi musicisti del Canzoniere del persone. La tensione era nell’aria da tempo e Lazio, propugnatori di un suono popolare uni- se ‘74 e ‘75 erano stati anni pesanti (c’erano to a tematiche sociali o gli inarrivabili Aktuala, state le Stragi di Piazza della Loggia, del Treno precursori di quel suono interetnico che oggi si Italicus, l’assassinio di vari giovani della sinichiama world music ma che allora ben pochi stra extraparlamentare, le Brigate Rosse stavacompresero appieno. Il 1975 portò tre novità: no vieppiù inondando la vita politica di azioni il prezzo di ingresso a solo cinquecento lirette, armate), il 1976 non sarà da meno in quanto a l’estrema politicizzazione organizzativa e tanta tensione e violenza e porrà le basi per quell’anpioggia. Gli artisti sono cresciuti, hanno alle no tremendo che sarà il 1977 con le contradspalle dischi e concerti in tutta Italia. Gli Area dizioni all’interno del Movimento sempre più proposero tutto il nuovo album Crack! con diviso tra spontaneismo armato ed organizzal’intermezzo happening de La mela di Odessa, zione rivoluzionaria. Si erano svolte da poco le e la strepitosa esecuzione di Gioia e rivoluzio- elezioni politiche che hanno visto una grande ne; gli Stormy Six presentarono Un biglietto avanzata delle sinistre, e quella extraparlamendel tram, epico ritratto della resistenza vis- tare ha sempre più seguito nelle piazze, la difsuta e patita dalla ‘gente comune’. Finardi fu fusione della droga è sempre più devastante ed un altro grande protagonista, grazie ai testi e una generazione intera rischia di disgregarsi. È ai suoni così pulsanti e nervosi e poi Alberto Gianfranco Manfredi ad aprire questa edizioCamerini, con la musica raccolta nel virtuo- ne del Festival con le sue canzoni ironiche riusismo chitarristico e l’originalità dei testi. Da scendo ad instillare il dubbio che quello a cui ricordare un sempre più sperimentale e soli- stavano assistendo altro non era che il funetario Battiato, catalizzò l’attenzione con una rale per i sogni e per le aspettative del mondo straniante versione di Sapore di sale, così come giovanile. In questa edizione troviamo anche caustico e inatteso lo spazio di Giorgio Gaber. i Napoli Centrale, con il sax di James Senese, Altri passarono su quel palco, noti e meno tra suoni jazz e tradizioni mediterranee. Ma noti; e poi la gente, come si diceva allora, me- qualcosa non funziona. Vi sono scontri tra le glio ancora ‘i compagni’ come demarcazione varie organizzazioni politiche, si compiono di uno status poli‘incursioni’ in città tico. Chi era lì, poalla ricerca ‘gratuita’, “...e poi la gente, come si teva essere solo ‘un supermercati, di diceva allora, meglio ancora nei compagno’ (l’iroquanto necessario per ‘i compagni’ come nico Ricky Gianco la sussistenza nella aggiustò musicalcreatasi nel demarcazione di uno status tendopoli mente il conto, a parco. Circola molta politico. Chi era lì, poteva eroina e la tensione modo suo...). Era il sintomo che qual- essere solo ‘un compagno’...” è lacerante come lo cosa stava uscendo è ogni momento di dai binari anche se cambiamento quanquell’evento consentì a circa 100mila persone do non è preceduto da un necessario assestadi trovarsi a parlare di politica, di socialità, di mento. Saranno gli Area, Camerini e Claudio nuovi modi di essere e di esprimersi, di futuro, Rocchi a cercare di riportare l’attenzione sulla

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musica e proprio Rocchi sarà uno degli ultimi artisti ad esibirsi prima che il sipario cali sull’ultimo Festival italiano di musica alternativa il cui percorso, partito ad inizio anni ‘70 dalle legittime domande di un mondo giovanile sempre meno propenso ad accettare la realtà costruita da altri soggetti (gli adulti, la società borghese, la Chiesa, l’Esercito, la scuola, etc.) approda nella palude della più bieca, infima, violenta, inestricabile ideologia. Il conflitto non è più fisiologico, generazionale ma pervade ogni spazio della realtà, ne inquina ogni aspetto, uccide i momenti migliori in cui si dovrebbe essere società, determina fratture all’interno delle generazioni, divide il mondo in maniera netta. Non si può pensare ma bisogna schierarsi schiacciando il giudizio critico, la fantasia, gli affetti, le emozioni. Si è ormai schiavi del veleno ideologico, delle sostanze stupefacenti, della violenza pseudorivoluzionaria e la musica non è più un veicolo di liberazione ma anch’essa diventa parte del conflitto. Le divisioni tra i vari gruppi politici sono abissali, laceranti, aberranti. Nelle periferie delle grandi città, Milano in particolare, sono nati i Circoli del Proletariato Giovanile che partiranno con una campagna per l’autoriduzione del biglietto del cinema, del tram, delle tariffe dei servizi per tentare l’assalto al cielo il 7 dicembre del 1976, quando cercheranno di boicottare la prima della Scala. Senza successo ma con grandi danni umani, sociali, politici. Sarà, questa, la prova generale del 1977, un anno davvero terribile eppure germinatore di segnali di novità in svariati campi del vivere sociale. Sono passati più di trent’anni da quel Festival, iniziato male e finito con le scimmie di eroina, le cariche della Polizia, la battaglia dei polli trafugati da un camion refrigerato. Ma il peggio doveva ancora arrivare: il sequestro Moro, le leggi speciali, e tante altre nefandezze. Il mondo è cambiato, certamente non è migliorato. Molti degli spettatori di quei Festival hanno ormai i capelli grigi oppure li ha persi tutti, così come ha perso le illusioni, i sogni, le aspettative per un mondo diverso, migliore. Qualcuno è morto, qualche altro ha abbandonato le utopie cercando in altri ambiti la sua personale liberazione, il suo riscatto. Una colata lavica è franata sulle vite di una generazione ed anche nel peggior travaglio è necessario trovare una dimensione di positività perché, altrimenti, avrebbe davvero avuto ragione Manfredi quando cantava “...è l’ultimo spettacolo, non solo della festa/è la mia generazione che svuota la sua testa...(da Un tranquillo festival pop di paura). Ed anche se le canzoni, come diceva il cantore di Pàvana, non fanno rivoluzioni, certamente aiutano a riflettere...

CANTAUTORI NOVISSIMI di Paolo Talanca (paolotalanca@alice.it)

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os’è la “canzone d’autore”? Ha ancora senso parlarne? È un vero e proprio genere o solo una moda generazionale legata ai lontani anni Settanta? E ha senso parlare di generi per le canzoni? Queste sono solo alcune delle domande che ci accompagneranno in questa rubrica, in cui spero di poter raccogliere anche voci autorevoli delle principali figure critiche che abbiamo in Italia per questo argomento. Cominciamo con l’avanzare immediatamente una tesi drastica: mai come in questo preciso momento storico – mi riferisco al primo decennio di questo Terzo Millennio – la canzone d’autore ha visto un proliferare di energie artistiche che esaltano il suo codice e, mai come adesso, si sono create condizioni così favorevoli per la sua realizzazione. Da sempre, chi scrive canzoni ha a che fare con le inevitabili esigenze di vendibilità avanzate da chi ha in mano modi e luoghi di produzione. Questo è un fatto, ma è un

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fatto che si verificava esclusivamente prima dell’informatica e di internet. Oggi, produrre un disco – s’intenda: “farlo esistere come opera d’arte” – costa molto meno; costa molto meno anche promuoverlo e i supporti sono interscambiabili e veloci: non dico per gustare al meglio la musica, ma per conoscerla sì. Ed è un aspetto assolutamente non secondario. Così, solo oggi è possibile che Max Manfredi produca e diffonda un disco come Luna persa – con un brano di dodici minuti e totale assenza di ruffianeria – e trionfi sacrosantemente al Tenco; così, solo oggi Capossela esce con un album dove piano e voce pretendono solitari inciuci, aprendo il disco con una canzone, Il gigante e il nano, assolutamente riuscita di sei minuti e cinquanta secondi per tre accordi tre. Libertà di composizione che è combustibile unito a un comburente, alla funzionalità espressiva del trittico testo-melodia-armonia come materiale altamente infiammabile a contatto con la fonte

d’innesco dell’interpretazione. Questa è la canzone d’autore e tutti – dopo la rivoluzione informatica – possono farlo: chi la sa fare meglio è semplicemente il più bravo. Solo oggi il cantautore è davvero artisticamente libero. Solo oggi, la tecnica artistica della canzone d’autore può arrivare a livelli talmente avanzati da diventare avanguardia ancor prima che sia metabolizzata. Solo oggi, il brano è dell’autore e la sua canzone è una canzone immediata. Servono, e sono indispensabili, dei critici competenti che esaltino le meraviglie d’incontro tra intenzione e riuscita artistica, però.

Max Manfredi lisolachenoncera.it


QUINTESSENZA

Affrontiamo questo tempo

OPINIONI DAL BACKSTAGE di Giorgia Fazzini

Ecco una rubrica “di contesto e confronto”: nata nel 2008 (ritrovate le prime dieci puntate sul portale dell’Isola), quando la crisi in atto diede il suo primo morso, piombando anche la musica in un periodo difficile come mai. Decidemmo di affrontarne le criticità assieme ai protagonisti dei diversi mestieri che compongono il settore, tutti fondamentali anche se svolti dietro le quinte. Dal palco allo studio di registrazione, dal web alla stampa e la radio, la rubrica s’è così nutrita delle chiacchiere con il musicista e produttore Mauro Pagani, il promoter Annibale Bartolozzi (Cisco, Folkabbestia), il manager Luca Bernini (Capossela), gli uffici stampa Monica Malavasi e Ripamonti (Fossati, Ligabue, Nannini), l’agitatore culturale Franco Zanetti (Rockol), il musicologo Franco Fabbri, il discografico e fonico Ninni Pascale (Daniele Sepe, Fausto CIgliano), il vocal coach Andrea Rodini (X-Factor, SanremoLab), i giornalisti Paola De Simone (Popon) e Claudio Agostoni (Radio Popolare). Questa rubrica è insomma un tavolo aperto che ci pare possa contribuire a capire e riattivare le cose; non solo per l’analisi presente e le ipotesi future, ma anche come voce di un lavoro composito. Cominciamo quindi questa nuova versione cartacea (il giochino del titolo ora l’avrete inteso) facendo un riassunto dei precedenti.

“Il mestiere del musicista è in via d’estinzione. Ci estingueremo come i panda, se non succede qualcosa di importante a breve, a cominciare dall’insegnamento della musica nelle scuole. Abbiamo lasciato ogni tutela nelle mani del mercato, un gioco al ribasso sulla qualità che porta la gente a pensare che non stiamo lavorando, e questo perché tutti abbiamo lavorato male. (Mauro Pagani) “Il music business è nato all’estero, dove la musica è più simile al calcio che all’impiego alle Poste: qualcosa che tutti sognano di fare e fanno tra i 17 e i 30 anni, e poi si cercano un lavoro “serio”: diventano manager, art director, discografici... evolvono, insomma. Qui da noi no”. (Luca Bernini) “Sono ancora in troppi a non avere capito che la cultura è un veicolo di crescita. Ma è una ciclicità ineluttabile: crescita economica, abbassamento del senso etico e critico, delirio di onnipotenza, crisi. Che però può essere terreno fertile per i veri talenti, facendo tabula

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rasa di meccanismi incancreniti e obsoleti”. (Monica Malavasi e Monica Ripamonti) “Oggi la maggior parte dei ragazzi non vuole fare il musicista, vuole andare in televisione, ci andrebbe anche come serial killer. E in generale la verità agghiacciante è non c’è solidarietà e pare che a nessuno interessi fare bene il suo mestiere, perché “tanto la gente non se ne accorge”. (Franco Zanetti) “L’industria della musica non ha saputo anticipare questo cambiamento; avrebbero dovuto accorgersene trent’anni fa e invece c’è stata l’illusione che la discografia potesse stare in piedi da sola”. (Franco Fabbri) “Il discorso è addirittura a livello filosofico, perché stiamo andando verso una società “al chiuso”. In questo momento il dramma è che si cerca in tutti i modi di tenere la gente a casa, per questo il teatro, la musica, il cinema sono in crisi.”. (Ninni Pascale)

“C’entra la mancanza di coraggio e di entusiasmo, un po’ su tutti i fronti, ognuno si prenda la sua parte di responsabilità. E’ fondamentale portarci al livello degli altri paesi, ritoccando l’iva e creando strutture ministeriali per la valorizzazione delle proposte più brillanti. Se dovessi investire, punterei ad una rinascita dal basso”. (Claudio Agostoni) “La musica è uscita dagli interessi delle persone per l’apertura di nuovi fronti (computer, videogames, telefonia) e per la scarsa incisività artistica. La cosa buona è la concorrenza più aperta: se hai idee ce la fai, ma il livello deve essere alto. Io non amo darmi per vinto: credo sia questo a tenermi qui, oltre al fatto che mi capita ancora di commuovermi sinceramente”. (Annibale Bartolozzi) Insomma, noi panda innamorati della musica moriremo tutti? “Sì, ma nella prossima vita...”.

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

La musica è cultura

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on si può parlare di musica a Torino senza pensare a Franco Lucà, storico operatore culturale della città sabauda, a quello che ha fortemente voluto e portato avanti per anni: Folk Club e Maison Musique. Due gioielli di cui Torino può ancora fregiarsi e che grazie al lavoro di Davide Valfrè (decennale collaboratore di Lucà) e di Paolo Lucà (figlio di Franco) continuano a regalare musica e cultura. Ne parliamo proprio con loro due, validi testimoni di uno stile e di un modo sincero di fare musica live. Torniamo un po’ indietro - diciamo 20 anni - qual è stato l’evento scatenante per l’apertura del Folk Club a Torino? Nelle ‘cantine’ di Via Perrone era fin dall’inizio una proposta controcorrente. Franco Lucà terminata l’avventura con Cantovivo, storico gruppo torinese di folk revival -, sentiva il desiderio di creare uno spazio dove proporre musica (folk, blues, cantautorale... la musica che amava da sempre), diverso per gestione e tipo di proposta artistica. Uno dei pochi ad aver creduto in quest’avventura fu di Antonello Furione Michele Straniero. A pensarci bene, Principali Punti Isola: forse scatenante fu proprio questa  Rock & Folk amicizia e collab Libreria Luxemburg orazione.  Libreria Comunardi Come nasce in Bethoveen Haus vece Maison  Folk Club Musique? Quali  Maison Musique le differenze dal  Teatro Regio Folk Club?  Centro Jazz Torino È stata  Conservatorio - Torino u n’ o p p o r t u n i t à  Merula Express colta al volo, un’idea per rivalutare un’area urbana degradata come l’ex mattatoio comunale. Il progetto aveva l’ambizione di realizzare la prima cittadella globale italiana della Musica e venne proposta al sindaco di Rivoli di allora,

TORINO

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Nino Boeti, che approvò il piano ed il Centro Regionale Etnografico Linguistico potè spostarsi in una sede che avrebbe garantito da lì in avanti anche la consultazione di tutto il materiale del centro. Nel 2004 Franco Lucà riuscì a riunire oltre a noi due – l’altro figlio (Matteo), qualche amico e partì l’avventura. La differenza rispetto al FolkClub è strutturale, visto che parliamo di un piccolo locale in centro a Torino; Maison Musique si sviluppa su un’area di 5.000 metri quadri e accoglie anche attività commerciali come il ristorante, il cocktail-bar, la foresteria, lo studio di registrazione; ma anche gli archivi del C.R.E.L., il Musicarium, le sale museali con gli strumenti tradizionali della collezione di Lucà e tanto verde intorno da farti sentire in un parco. Da quanto lavorate in questo ambiente? Come ci siete arrivati e quale ruolo vi appartiene di più: promoter, appassionati di musica, o organizzatori di concerti per i vostri artisti preferiti? (Paolo) – Prove, tournée, festival, studi di registrazione... a respirare queste atmosfere ho iniziato un po’ per osmosi fin da bambino; la vicinanza di mio padre era molto coinvolgente ma è nel 2001 che la passione si è trasformata in lavoro. (Davide) - Un percorso più da “operatore culturale”, dopo la laurea in lettere e alcune esperienze ho iniziato a collaborare con il Premio Grinzane, ma nel ’96 la situazione diventò asfittica e iniziai a lavorare per il FolkClub.

Se ci riferiamo a tutta la storia del FolkClub e Maison Musique i nomi da elencare sarebbero decine: da Pete Seeger a Georges Moustaki, da Dylan e Baez ai Chieftains... ma crediamo sia concettualmente errato cercare di stabilire chi è ‘il più grande’. Un aneddoto? Quando Dylan venne a Pellerossa, Lucà rimase davvero allibito quando constatò di persona (riuscì a malapena a stringergli la mano) che Bob era atterrito dalla paura di essere assassinato da un folle mitomane al punto da creare il vuoto permanente intorno a sé. Qual concerto vi piacerebbe organizzare? Se stiamo nel mondo dei sogni irrealizzabili diciamo un live acustico di Tom Waits. Leonard Cohen, John Zorn o Bruce Springsteen sono altri obiettivi da sogno e come tali restano nel cassetto. D’altronde Franco ci ha insegnato che i sogni si può sempre provare a realizzarli... se non si prova certamente non ci si riesce! Passando su un livello di realizzabilità, stiamo lavorando da alcuni anni su Billy Bragg e prima o poi...

Anticipateci un paio di appuntamenti da non perdere nelle prossime settimane... FolkClub chiude i battenti ai primi di maggio, riaprirà a ottobre con due serate dedicate a Gian Maria Testa. A Maison Musique invece l’8 maggio ci sarà una grande serata commemorativa del quarantenQuali sono gli eventi che nale dell’uscita di Let proponete con maggiore it Be con Sarah Gilsuccesso, quale tipo di lespie, e a fine maggio persone attirano? per il compleanno Il pubblico del FolkClub è di Maison Musique, composto per la magtenteremo il record gior parte da over mondiale della jam 30, con un bacino session più lunga delRadiodervish di 38.000 soci che la storia. Partiremo ormai ha imparato venerdì pomeriggio a fidarsi delle nostre s c e l t e . e finiremo la notte tra domenica e lunedì: 50 Per attirare un pubblico più ore di musica ininterrotta con tante iniziative giovane, abbiamo deciso di scontare del 50% collaterali... il biglietto (under 26, poi under 30 nel 2008). La percentuale di biglietti ridotti è passata dal INFO UTILI: 5% al 12% nell’arco di una stagione. Numeri che fanno davvero pensare. FOLK CLUB - Via Perrone, 3 (TO) www.folkclub.it Quali i concerti più importanti che avete MAISON MUSIQUE organizzato? Il più grande artista che avete Via Rosta, 21- Rivoli (TO) ospitato, magari con qualche aneddoto? www.maisonmusique.it

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Piccolo è bello, ma che fatica!

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a diversi anni Genova annovera tra gli “attori culturali” anche la Libreria del Porto Antico. Instancabili nell’organizzare presentazioni e incontri musicali, i suoi soci della libreria (Andrea Guglielmino Annalisa Ruppino, Lorenza Merlo e Roberto Marmorato) cercano di fronteggiare, come tutti gli operatori del settore, questi tempi difficili. Proprio con Guglielmino abbiamo parlato della situazione del libro in Italia oggi.

fatti, sia un polo di attrazione, sia un negozio concepito per accogliere le persone con una serie di opportunità (bar, postazioni informatiche, ecc.) e questo allarga il bacino d’utenza, attraendo un pubblico che in altre circostanze non entrerebbe in una libreria: e questo tornerà a vantaggio di tutte le librerie. Perché la grande sfida dei moderni librai è quella di far entrare nei nostri negozi le persone che in qualche modo sono “intimorite” dal libro. Io sono di una generazione educata ad accogliere il cliente con la fatidica domanda: “Desidera?”. Un ottimo modo per “spaventare” il non-lettore e farlo scappare...

Com’è lo stato di salute dell’editoria in Italia? Preferisco non unirmi al coro di coloro che parlano di “morte del libro”. Certo, l’editoria è un settore marginale come fatturato all’interno dell’economia nazionale, ma è un settore merceologico (perché alla fine il libro è anche merce) che ha la bellezza dell’eterno rinnovamento. Ogni settimana è diversa dall’altra, con nuove uscite, nuove proposte. E Abbiamo parlato di librai, qual è alla fine, quindi, vivi sempre nella speinvece la situazione tra piccole e ranza che il mercato si allarghi. grandi case editrici? È un mercato strano, fatto anche di E come consideri la situazione specimode. Adesso, per esempio, c’è la caccia fica di Genova? agli scandinavi. Uno scrittore qualsiasi Mi sembra che il mercato genovese stia del baltico (meglio ancora se giallista) reggendo. Mi risulta, per esempio, a viene molto più facilmente pubblicato Milano e Roma alcune librerie indipenin Italia dopo l’exploit di Stieg Larsonn denti abbiano chiuso. e della sua Millenium trilogy. Oppure penso al filone Horror dopo Stephenie Ecco, appunto: la libreria indipenMeyer e la sua Saga di Twilight. Mi dente, piccola o grande che sia, come ricordo che negli anni Novanta, invece, regge la concorrenza delle librerie di andava di moda il cannibalismo dopo catena? i libri di Aldo Nove e di Niccolò Il problema esiste. Manca una discipliAmmaniti. Ci sono delle tendenze che na che ne regoli il commercio e questo tutti rincorrono. Insomma, ci sono fa giocare ad handicap le librerie non questi filoni dell’editoria di massa che si di catena; penso – per esempio – alla sovrappongono a lavori di ricerca dei più scontistica su cui noi partiamo svantagpiccoli. Penso a Iperborea, per esempio, giati. Per quanto riguarda la nascita, per che da vent’anni lavora sulla letteratura esempio, di una nuova “filiale” di una del nord e oggi si vede “scavalcata” dai grossa “catena”, voglio vederne l’aspetto grandi editori. positivo. Non c’è dubbio che essa, in-

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Qual è invece la situazione dell’editoria musicale, che negli ultimi anni ha avuto una grandissima diffusione? Individuerei anche in questo settore due linee, due diversi orientamenti. Da una parte alcune case discografiche seguono i fenomeni del momento: l’anno scorso ho perso il conto dei libri usciti sui Tokio Hotel, quest’anno qualcosa di simile è accaduto con i Jonas Brothers. Dall’altra, invece, ci sono case editrici che pubblicano libri più “meditati”. Mi piace ricordare il librotributo a Sergio Bardotti, edito da Zona e poi a Genova è De André a vendere tantissimo, come è del resto facilmente immaginabile. INFO UTILI: Libreria Porto Antico Palazzo Millo Via Al Porto Antico 16126 Genova portoa04@portoanticoli bri.191.it

GENOVA di Andrea Podestà Principali Punti Isola:  Libreria Porto Antico  Count Basie - Jazz Club  La claque del Teatro della Tosse  Teatro della Gioventù  Teatro Verdi  Teatro della Tosse  Biblioteca Berio  Accademia Ligure della canzone  Ateneo Artistico musicale  Casa della Musica Edificio Metelino,  Zerodieci Recording Studio

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LE CITTA’ DELLA MUSICA Un chiostro nel cuore della città

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egli ultimi anni a Brescia spira un’aria frizzante, un fermento particolare che pare aver risvegliato la passione artistica e culturale della città. Si sono messe in moto una serie di dinamiche che hanno spinto diversi operatori a scendere in campo nel “terreno fertile” della cultura. Tra questi si è conquistato uno spazio importante e un’ottima reputazione il Centro culturale Il Chiostro. Abbiamo incontrato il coordinatore de “Il Chiostro”, Attilio Rossi, al quale abbiamo rivolto alcune domande.

BRESCIA di Ricky Barone Principali Punti Isola:  Punto Dischi  Kandinsky  Book Shop  Il Libraccio  Libreria Universitaria  Latteria Molloy  Centro Culturale Il Chiostro  La nave di Harlock  Centro Lucia (Botticino S.)  Teatro Cinema Eden  L’Ottava  Studio Phoenix  Studio Mg  Radio Voce in Blu  Radio Vera  Cavalli strumenti musicali  Accademia Laba  Università Cattolica

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Perché avete deciso di dare vita ad un Centro Culturale? La ragione che ci ha spinti ad iniziare l’avventura del Centro culturale è triplice. In primo luogo ci siamo resi conto di essere eredi e responsabili di un grande patrimonio artistico-architettonico: la chiesa parrocchiale conserva al proprio interno alcune tra le più importanti opere del Cinquecento lombardo (Moretto e Romanino) ed il chiostro annesso, da cui prende nome appunto il Centro culturale, è un luogo di grande fascino nel cuore del centro storico della città.

Volevamo poi riportare il Chiostro alla sua funzione e vocazione originaria: essere ambito di riflessione e di incontro tra le persone, terreno ospitale di confronto tra diversi linguaggi artistici e differenti proposte di approfondimento culturale, spazio raccolto e coperto ma al tempo stesso aperto e rivolto al cielo, al vento, al sole. Il terzo motivo è dato dal quartiere in cui siamo inseriti: il Carmine. Quartiere storicamente popolare, da sempre segnato da condizioni economiche e sociali estreme, oggi visibilmente caratterizzato dal fenomeno migratorio (è straniero oltre il 40% della popolazione e sono oltre 50 le nazionalità di provenienza): un “ricco” laboratorio in cui, oltre all’impegno socio-assistenziale e spirituale, la Parrocchia ha deciso di tuffarsi anche in termini culturali.

fondamentale per il Centro. Nel corso di questi anni si sono esibiti a San Giovanni musicisti di notevole caratura come Mauro Pagani, Antonella Ruggiero, Massimo Bubola, Omar Pedrini, Massimo Priviero, Mark Olson, Patrizia Laquidara, Michele Gazich, Riccardo Maffoni, Marian Trapassi. Non solo questi nomi però, piuttosto cerchiamo di dare spazio a proposte di generi diversi, che vanno dalla musica sacra e classica (che proponiamo quasi sempre anche con l’esecuzione di autori contemporanei) alla musica pop e al cantautorato, passando per jazz e gospel con qualche interessante incursione nella musica etnica e tradizionale. Questo ci permette di incontrare artisti e pubblici molto diversi tra loro: per sensibilità personale, per gusti artistici, per formazione culturale, per desideri espressivi... E al tempo stesso ci permette di offrire ad un unico grande pubblico molteplici strade musicali – differenti nello stile e nella forma – che si riconoscono in una stessa “lingua madre”, la musica appunto.

Una riflessione a consuntivo sui primi anni di attività. Il risultato è indubbiamente positivo, per certi versi addirittura insperato. Soprattutto se pensiamo alla nostra giovane età (abbiamo poco più di due anni) e alle esigue risorse a nostra disposizione. La maggior soddisfazione deriva dal fatto che in tutti i campi in cui ci siamo cimentati – formazione personale, dialoghi culturali, poesia, teatro, musica, cinema, arte – siamo riusciti a raggiungere l’interesse, l’attenzione e INFO UTILI il cuore delle persone. www.sangiovanniev.it All’interno della vostra attività qual è lo centroculturale@sangiovanniev.it Tel. 030/289089 spazio dedicato alla musica? La musica ha un posto ed un’importanza

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Alternativi per passione

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mo la radio perché arriva dalla gente/ entra nelle case, ti parla direttamente/ E se una radio e libera ma libera veramente/mi piace anche di più parchè libera la mente”: era il 1976 e Eugenio Finardi cantava questo brano dedicato alle radio libere che in quegli anni riempivano un etere terra di nessuno. Nonostante internet e media ‘oppio dei popoli’ invasivi e condizionanti, la radio continua ad essere un mezzo di comunicazione molto amato dalla gente, a cui talvolta dà voce e alla quale porta musica e ritmi dal mondo. Il 1976 non è solo l’anno in cui venne pubblicato quel brano ancora oggi portatore sano di energia ma anche l’anno in cui è stata fondata, tra le altre, Radio Popolare, storica emittente milanese. Oggi Radio Popolare è ancora protagonista di FM e satellite: ora è network di radio sorelle sparse per tutto il territorio nazionale che continua a portare nelle case dei suoi circa 200mila ascoltatori giornalieri il suo personale mix di parole, informazione e musica. Un palinsesto musicale ricchissimo dal quale emergono su tutti, secondo il nostro - per ovvi motivi - interessato parere, ‘Liberi Gruppi’ e ‘Makkaroni la musica italiana sul piatto’. La prima è da tre lustri appuntamento settimanale dedicato ai gruppi emergenti under 30 di tutta Italia, mettendo a loro disposizione le frequenze per poi portare i migliori sui palchi dei festival musicali d’Europa. Quanto a Makkaroni, Luca Trambusti cucina per il pubblico un mix di musica italiana mainstream e di esordienti proponendo 90 minuti di novità, mini-live acustici, interviste, rubriche, il cui studio ha visto passare e ripassare interpreti, gruppi

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e cantautori che amiamo: Susanna Parigi e la Mannoia, Van de Sfroos e Sulutumana, Diego Mancino e Arigliano, solo per citarne alcuni. Musica di ogni genere, scelta indipendentemente dalle major, e da ogni angolo della terra ovvero quella ‘Patchanka’ che dà il nome ad uno dei suoi programmi più ascoltati. Condotto da Niccolò Vecchia, va in onda il sabato pomeriggio mentre il venerdì sera indossa il suo abito live con ‘Patchanka Night’, in diretta dal suo auditorium (dedicato al “gran maestro della voce” Demetrio Stratos). Patchanka perché “paciugo di suoni punkizzato, il calderone di ogni suono possibile” alla Mano Negra, manifesto programmatico della trasmissione secondo Marina Petrillo, tra gli ideatori di questa esperienza. A calcare il palco dell’auditorium nomi piccoli, medi, grandi, grandissimi (Khaled, Ben Harper, Billy Bragg, tanto per fare dei nomi): tra gli italiani, i Subsonica, che ne hanno scritto la sigla, Casino Royale, Afterhours, Giuliano Palma e i Bluebeaters, Avion Travel,

Baustelle. Più recentemente Calibro 35, Piji, Brunori Sas, Mannarino. In calendario Atletico Defina il prossimo 15 maggio e Meganoidi il 22.

Simona Tronchetti

INFO UTILI: Radio Popolare Via Ollearo, 5 20155 MILANO Tel. 02 392411 radiopop@radiopopolare.it www.radiopopolare.it

MILANO A cura della Redazione

Principali Punti Isola:  Buscemi Dischi  Stradivarius Dischi  Psycho Dischi  Carù Dischi (Gallarate)  Libreria Coop Bonola  I Classici del Caffè  Libraccio  Libreria del Corso  Shake  La Salumeria della Musica  La Casa 139  Magnolia  Cicco Simonetta  Corte Manlio (Cormano)  Cpm  Officine Meccaniche  Massive Arts  Radio Popolare  Iulm  Università Bocconi  Università Cattolica

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Libreria Gheduzzi Giubbe Rosse

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a libreria di varia Gheduzzi Giubbe Rosse (circuito Edison di Firenze) è un luogo particolare: si respira cultura e tranquillità tra il libri esposti con ordine e professionalità, il tutto in un accogliente e completamente ristrutturato palazzo d’epoca nel centro storico di Verona. Incontriamo Silvia Perini, responsabile della libreria, che ci racconta come è nato questo spazio.

VERONA di David Bonato Principali Punti Isola:  Gheduzzi-Giubbe Rosse  La Discoteca  Doc Servizi  Musical Box  Radio Popolare Verona  Cafè San Floriano  Zecchini  Ca’ Verde  Madonna Verona  La Fontana

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Proviamo a partire dall’inizio... La libreria nasce nel 2001 rilevando la storica Libreria Gheduzzi con alcune varianti e l’aggiunta di uno spazio ristoro ed uno spazio evento. Nata come negozio di articoli sacri e trasformata da Giubbe Rosse in una grande libreria di carattere europeo si trova in un palazzo del Seicento di Corso Sant’Anastasia, a pochi passi da Piazza delle Erbe, nella zona più suggestiva di Verona. Quali sono le vostre principali caratteristiche? La caratteristica principale è l’orario di apertura: tenere aperto

360 giorni l’anno dalle 9 alla mezzanotte. C’è un buon ritmo di lavoro, la città ha risposto bene e le aperture serali funzionano, soprattutto l’estate, ai turisti piace ad anche al pubblico veronese che, anche se un po’ lentamente, ha capito l’importanza dei servizi collegati come ad esempio, il bar interno. Pur essendo un circuito riuscite ad avere una liberà editoriale? Sì. Il circuito Edison Giubbe Rosse è un gruppo ma godiamo di una dose discreta di libertà editoriale. Per questo possiamo dedicare grande attenzione alla produzione locale della città (storia, narrativa, poesia, arte), progetti che possono avere una qualità maggiore o minore, ma comunque di rilievo che i grandi distributori non potrebbero offrire. Ovviamente poi lavoriamo con tutti grandi e piccoli distributori, ma è importante che la nostra libreria sia il punto di riferimento per le produzioni locali. E questo si riscontra benissimo con la fortissima richiesta di presentazioni che abbiamo per il nostro spazio eventi dove quotidianamente presentiamo progetti, libri, dai nomi più affermati all’insegnante che presenta il libro per i suoi studenti. Abbiamo anche delle piccole mostre d’arte in quanto c’è uno spazio espositivo dedicato a quadri, foto e istallazioni in alternanza ogni 15 giorni. Ci sono dei settori su cui puntate? Oltre al settore di storia e narrativa locale anche arte, musica e design sono importanti, il nostro direttore, Gesualdo Nava, è un personaggio estremamente esperto, un vero e proprio libraio come ce ne sono pochi e riesce a pescare anche il titolo meno

noto o le cose più particolari. Ed il nostro pubblico lo sa. Comunque a tutti i dipendenti è richiesto competenza e l’attenzione per il cliente al primo posto. Importante è anche la letteratura per ragazzi, l’ambito formativo. Organizziamo incontri con le scuole: portiamo i ragazzi nella prima mattinata e spieghiamo ai ragazzi cos’è una libreria e cose c’è dentro un libro (che tanto li spaventa...). Il futuro è dell’elettronica digitale? Questi Ebook sostituiranno i libri? Non escludo che possano avere un uso ed una diffusione elevata. Immagino al professore che deve andare in viaggio con molti testi che non potrebbe tenere in valigia. Non penso però che possa sostituire il libro, che ha un suo fascino. Si crea un rapporto fisico con il libro, la copertina, la carta, l’odore. Già dieci anni fa si diceva che l’editoria elettronica avrebbe rimpiazzato giornali, riviste e libri. Ma siamo ancora qui. Forse le nuove generazioni, più abituate a leggere su internet, lo svilupperanno. Il libro ha un aurea di cultura che apre la mente e speriamo che non sparisca mai... INFO UTILI Libreria Di Varia Gheduzzi Giubbe Rosse Corso Sant’Anastasia 7, Verona

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Libraio (non per caso)

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omano Montroni non è un libraio per caso, anche se il suo ultimo libro è così che si intitola: “Libraio per caso. Una vita tra autori e lettori” (Marsilio Editore). A meno che non si applichi, alla “casualità” e al suo impatto sulle vite, la straordinaria interpretazione che si evince dal dialogo tra i protagonisti del film “Il mio miglior amico” di Patrice Leconte: Allora sei venuto qui, questa sera, per puro caso? Sì, per puro caso. Perché? No niente... Trovo che il caso faccia bene le cose. Non poteva ad esempio essere un caso che nel 2005, quando Montroni (ex direttore delle Feltrinelli) accettò la sfida di far nascere una catena di Librerie Coop in tutta Italia, a Bologna non si dicesse “Sai, apre una nuova libreria” bensì “Hai visto dov’è andato Romano?”. Il più grande successo di un libraio (suo malgrado) è quello di incidere, di contare (nel lettore) tanto quanto il libro che ha in mente di proporgli. Di essere, con una metafora, il pifferaio magico che ricongiunge il lettore col “suo” libro che lo attende sugli scaffali. Il luogo. Ecco uno dei segreti più importanti nella carriera di Romano: “Ho da subito compreso che il luogo era decisivo – confessa

numero uno - maggio / giugno 2010

Montroni - stimolare l’incontro magico fra il romanzo e il suo lettore, significava fare della libreria un punto d’incontro di persone, sensibilità, storie. Una casa a due passi da casa”. Certo, l’assortimento meticoloso, la luce, la pulizia maniacale erano ingredienti importanti nell’ossatura della libreria, ma prima di tutto ce lo doveva portare, il lettore, in libreria. Lui lo sa fare, e sa anche come farlo tornare. Questo non solo perché conosce l’editoria, ma perché conosce le persone, i lettori e i loro gusti. Ed è ancora una volta grazie alla conoscenza di quelle sensibilità (costantemente in movimento) che ha voluto scommettere sull’abbinamento libri-musica/cibo di qualità. Basta entrare all’Ambasciatori di Bologna, in via Orefici, per capire come tale abbinamento funzioni purché risponda ad un criterio di qualità. “Il libraio – prosegue – dev’essere un interlocutore talmente attento da rispondere all’esigenza ancor prima che essa si manifesti tangibilmente. Un’esigenza primaria oggi, è la ricerca della qualità, cibo di qualità e letteratura di qualità inducono a quel clima di scambio e conoscenza che da sempre voglio ricreare in libreria”. E ci tiene Montroni a precisare che “ricordiamoci che il mantenimento della qualità di un servizio librario dipende dalla minuta, reiterata, decisiva attenzione quotidiana”. Come a dire che i castelli vanno costruiti ma anche spolverati. “Libraio per caso” è una straordinaria raccolta di articoli, incontri, aneddoti e personaggi legati all’esperienza umana e professionale (come scinderle?) di Montroni, ma è anche, a nostro avviso, un romanzo. Quello di uno

scrittore vero e proprio che a forza di frequentare le parole ne padroneggia l’incantesimo, maneggiando ormai perfettamente le piccole/grandi regole della letteratura. Quella del fascino legato alla casualità minuta e non eclatante, la capacità di scovare il destino nelle piccole cose, è una di esse. Basta leggere l’inizio del romanzo, quando Montroni narra del giorno in cui comunicò a sua madre Clara che non sarebbe stato in fabbrica (fra tute e grasso) il suo destino, per apprendere, dal destino in persona, la risposta più perfetta ad un caso del genere: “Bene, così ti sporchi di meno”. di Cristiano Governa

BOLOGNA

INFO UTILI: Libreria Ambasciatori Via degli Orefici, 5 40124 BOLOGNA BO Tel. 051 - 220131 www.librerie.coop.it

Principali Punti Isola:  Libreria Ambasciatori  Museo della Musica  La linea  Teatro delle Celebrazioni  Bravo Caffè  Arterìa  All for Music  Locomotiv Club  Wolf

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Eskimo - Porto di Mare: cantautori in transito

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FIRENZE di Michele Manzotti Principali Punti Isola:  Twister dischi  Libreria La Citě  Mel Bookstore  Eskimo Club  Teatro Sms Rifredi  Bibl. Delle Oblate  Sc. di musica Sound  Studio Paso Doble  Facoltà di Lettere

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ici Eskimo e pensi ai cantautori. A Firenze è così dal 1988, anno in cui il calabrese Francesco Cofone – musicista, attore e collaboratore della scuola di Mogol – pensò bene di inventarsi uno spazio nuovo, dove fosse possibile far convivere arte e canzone. In poche parole, uno spazio per la nostra musica d’autore. La Firenze di fine anni ottanta era ancora pervasa dai fasti new-wave (i Diaframma di Federico Fiumani su tutti) e rock (Litfiba), atmosfere che negli otto anni precedenti avevano trasformato il capoluogo toscano in un riferimento nazionale, anche grazie ai concerti del ‘Tenax’ di via Pratese o alle serate a tema del ‘Manila’ di Campi Bisenzio. In quel momento in pochi avrebbero scommesso su un locale interamente dedicato alla musica italiana: ed ecco invece che, nel giro di pochi mesi, l’Eskimo di via Canacci si consolida e diventa un passaggio obbligato per chi ha qualcosa da dire e vuole farlo con una chitarra in mano: “Nel dicembre del 1987”, dice il fondatore Francesco Cofone, “mi resi conto che suonare in piazza non era più possibile. Stanco di richiami e di caserme, decisi di cercarmi un posto per sentirmi libero di suonare quello che volevo. Con me un gruppo di amici, tra i tanti Adolfo Cappello e Anna Viggetti. È andata bene, e dopo pochi anni ci siamo pure allargati, creando il ‘Porto di Mare’ di via Pisana”. Sono anni in cui sul palco dei due locali salgono il timido e sconosciuto Simone Cristicchi, la giovane e scatenata Irene Grandi, il già geniale Stefano Bollani, (“che all’Eskimo presentò le splendide parodie dei cantautori: molti ricordano ancora il suo Sanremo post-atomico)”, il musicista dei ‘Musicanova’ Mimmo Epifani. Anni in cui non è difficile incontrare Mogol muoversi tra i tavoli del locale. Nomi che adesso si riallacciano alla vivacità delle ultime stagioni. La lista è lunga. Riassumendola, si va da Marco Fontana a Gianfilippo Boni, da Massimilano La

Rocca all’Orchestra del Rumore Ordinato, da Tiziano Mazzoni a Marina Giaccio, passando per Giorgia Del Mese, Cristiano Sciascia e Francesco Garoti. Ognuno con una storia diversa, riconoscimenti nei maggiori premi musicali nazionali e collaborazioni eccellenti. E tutti saliti sul palco del Porto di mare nelle domeniche della rassegna ‘Stazione Cantautori’: “Il successo della rassegna”, dice Cofone “ci ha portato a una decisione: adesso il nostro obiettivo è creare uno studio di registrazione legato al mondo Eskimo e alla rete di cantautori che lo frequenta”. La fiducia è confortata anche dal successo del ‘Palco d’autore’, la declinazione estiva del live alla Pescaia di Santa Rosa, che negli scorsi anni ha salutato le esibizioni di artisti come Mimmo Locasciulli e Claudio Lolli. Che le idee non manchino ce lo conferma pure Gianluca Rosucci, direttore artistico dell’Eskimo club: “La volontà è di allargare la nostra proposta culturale. Penso per esempio all’ultima rassegna cinematografica ‘Portavo allora un eskimo innocente, ma sotto quello non portavo niente’, tentativo riuscito di coniugare suggestioni musicali e pellicole d’autore”. INFO UTILI ESKIMO – PORTO DI MARE Via Pisana, 128 50143 Firenze Tel. 055 715794 ESKIMO – CLUB (Palco d’Autore) Via De’ Canacci, 12/r 50125 Firenze www.palcodautore.com

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Nel cuore della Capitale, al centro della musica. credo valga a rispettare coloro che amano questa dimensione della partecipazione al l The Place è un posto elegante e accogliente. Si trova nel concerto dove chiunque, con un sospiro cuore di Roma, quartiere Prati, a due passi da Piazza San o una battuta, contribuisce a rendere spePietro in Vaticano. Un club con ristorante e american ciale la serata. bar che, negli ultimi dieci anni, ha ospitato tra le sue mura ogni tipo di musica: jazz, funk, folk, cantautorale, dando Su che base viene scelta l’offerta musicale? spazio sia ad artisti noti e famosissimi come Pino Daniele, L’offerta musicale dipende essenzialmente da un gusto che Michael Bublé, Fabio Concato, Tuck and Patti, Vinicio Ca- nasce come personale ma, inevitabilmente, diventa collettivo possela (solo per citarne alcu- tra coloro che in maniera stabile si riconoscono in quella ni), sia a giovani talenti merite- linea. Più asetticamente il metodo è sempre stata l’alternanza voli di avere un palco dove far tra artisti affermati e sconosciuti, perché se su un palco ci salconoscere le proprie canzoni. gono Vinicio o Pino Daniele, quando poi lo assegno a Naif o Simone Cristicchi, per citarne Areamag la gente si incuriosisce e si avvicina al nuovo senza solo uno, ha fatto qui una bella la diffidenza che spesso accomgavetta prima di pubblicare il pagna gli emergenti. L’obiettivo suo primo cd. Al The Place la è dare all’emergente una chance PARCO DELLA MUSICA musica viene prima di tutto, è vera che lo faccia uscire dal trattata con rispetto e amore. luogo comune. Spesso la gente Chi ci va sa che riuscirà ad parla di artisti dei quali ha senLUGLIO SUONA BENE ascoltare un concerto nel mi- tito parlare senza avere mai asgliore dei modi. Antonio Pas- coltato un brano. cuzzo, appassionato direttore Continua senza sosta artistico del The Place, ci rac- Qual è il pubblico che di soliil ricco cartellone conta qualcosa in più di questo to lo frequenta? all’Auditorium di gioiello sui generis. Un pubblico di innamorati del Roma, che per modo di fruire la musica a cui l’estate allestisce Qual è l’anima del The Place facevo riferimento. In prevaLuglio suona bene e cosa lo differenzia da altre lenza musicisti e divoratori di (8a ediz.), sicuramente tra le più complete, situazioni analoghe? musica e concerti varie e pirotecniche L’anima di The Place consiste rassegne musicali del nel modo di offrire e fruire Quest’anno si festeggiano di Martina Neri panorama italiano. la musica. L’atmosfera e la vent’anni di attività. Avete in Sul grande palco, nella vicinanza non danno alibi, sai mente qualcosa di particoPrincipali Punti Isola: cavea disegnata da Renzo quelle cose tipo: negli stadi la lare? Piano, autentici monumenti del pop-rock, gente manda a quel paese chi L’occasione si presta a far di Auditorium –Note Book del jazz, del funk, della world music. Dal gli pare per via che nel muc- ventare nei prossimi mesi il The  Libreria Bibli 29 Giugno si alterneranno in un susseguirsi chio sei e rimani un anonimo. Place un luogo vivo e ricco di di più di 30 proposte forti e sorprendenti,  Discoteca laziale Questo vale anche nella musi- sorprese musicali più ancora di tra queste Herbie Hancock, Buena Vista  Mel Bookstore ca dove gli spazi grandi e anche quel che siamo riusciti a fare in Social Club, Chick Corea (con Stefano  The Place quelli piccoli non impegnativi questi venti, straordinari, anni. Bollani), Jeff Beck, Mark Knopfler, Earth  Angelo Mai fanno sì che mentre si suona il Stiamo lavorando in questo Wind & Fire (nella formazione originaria),  Saint Luis College Pat Metheny, Keith Jarrett - Gary Peacock pubblico può farsi i fatti suoi. senso e sul nostro sito trove L’asino che vola – Jack Dejohnette, Norah Jones, Simply Spesso anche l’artista è dis- rete tutti gli aggiornamenti di  Martelive Red, Crosby, Stills and Nash, Tinariwen, tante dal percorso emotivo del un calendario che di giorno in  Casa del Jazz Los Lobos. Nutrito anche il drappello fruitore. Questo non significa giorno diventa sempre più acdegli artisti italiani: Elio e Le Storie Tese,  Radio Città Futura che al The Place ci sia una dis- cattivante. PMJO – Parco della Musica Jazz Orchestra ciplina rigorosa del modo di con Orchestra dell’Accademia Nazionale affrontare il live, ma quando INFO UTILI di Santa Cecilia e Petra Magoni, Mario sei sul palco, o sotto, ti trovi THE PLACE Biondi, Carmen Consoli, Paolo Fresu , in uno spazio limitato che ha Via Alberico II Neffa, Ludovico Einaudi, Cristiano De per epicentro il cantante, ma 00193 Roma André, Alessandro Mannarino, Giovanni tutti si guardano negli occhi www.theplace.it Allevi. Senza timore di apparire esagerati, e partecipano al risultato fi- Tel. 06.68307137 “Luglio suona bene” è la kermesse musicale nale; il mio richiamo durante più importante dell’estate 2010. Info biglietti e calendario completo nel la presentazione dei concerti a sito www.auditorium.com chi ha voglia di chiacchierare di andare al bar nell’altra sala,

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AUDITORIUM 2010

ROMA

Giampiero Cappellaro

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Insegnamento e innovazione, questo è il futuro!

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PESCARA di Paolo Talanca Principali Punti Isola:  Gong dischi Pescara.  Musica e libri - Lanciano  Libreria Edison  Libreria De Luca (Chieti)  Circ.Arci Fictio (Chieti)  Bibl. Prov. “G.D’Annunzio”  Scuola Com. di Musica di Montesilvano  Protosound (Chieti)  Città della musica San Giovanni Teatino.  Università “Gabriele D’Annunzio”, Chieti, Facoltà di Lettere e Filosofia, bibl. “E.Paratore”.

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a Nuova Scuola Civica di Montesilvano (città contigua a Pescara con oltre 50.000 abitanti) è un luogo capace di raccogliere energie e spiriti musicali liberi. Nasce nel 2007 e con i suoi Dipartimenti di classica, jazz e di musica popular riesce a coniugare rassegne concertistiche con ospiti importanti come la cantante Kelly Joyce o la ballerina di flamenco Caterina Costa, con attività sociali, fra l’altro aiutando Telethon. Di tutte queste cose siamo andati a parlare col Presidente, l’Avv. Claudio De Gregorio. Quali sono gli elementi principali su cui punta la Scuola? Sostanzialmente due. Il primo è che la musica è comunicazione; voglio evitare l’immagine di una scuola ripiegata su se stessa, con pianoforti mesti dentro le loro belle stanzette. La scuola non deve essere solo il luogo in cui si fa lezione. Certo, ci devono essere basi solide, competenza da trasmettere, ma poi bisogna andare oltre: comunicare. Se potessi metterei il pianoforte in piazza... Il secondo punto è l’improvvisazione: in senso lato, è ciò che unisce –metaforicamente, per carità! – le cosiddette cassazioni di Mozart al jazz, è ciò che permette di sviare genialmente dalla norma dopo averla imparata. Ecco, Montesilvano è una città in crescita ma che non è del tutto cosciente del

potenziale di cui dispone. Vorrei portare nella scuola il mio spirito indipendente, il rispetto professionale per le regole e la mia creatività. Un aspetto da non sottovalutare è che lei, oltre a fare l’avvocato, è anche un buon pittore (è stato anche pubblicato da Mondadori). No? Esatto. Faccio un esempio: il mio quadro più famoso si chiama La marcia degli imbecilli e spesso la società, soprattutto questa del consumismo più sfrenato, porta all’appiattimento e, se non si curano gli aspetti di interrelazione tra persone, ci si massifica drammaticamente. L’apprendimento della musica di certo presuppone studio e sacrificio ed è insostituibile, ma la musica è anche un qualcosa di ancestrale, di innato. «L’uomo è un animale sociale», diceva Aristotele, e quindi anche musicale, dico io. Per questo, una iniziativa che mi ha trovato subito d’accordo è l’attivazione del corso “Musica in fasce” di Lucia Marcheggiani, per bimbi dai zero ai tre anni.

Direi che sotto questo punto di vista la squadra della Scuola è ben fornita no? Credo proprio di sì. Per esempio il M° Nunzio Fazzini, Direttore Artistico, è persona valida, competente e la competenza è una buona base per guardarsi intorno, anche verso nuove direzioni. La direzione è quella della democraticità e, in questo, è prezioso il lavoro della Direttrice Giovi Trabucco, che è un po’ il perno intorno a cui ruota la Scuola. Per il resto, la giusta miscela tra insegnamento e innovazione è l’obiettivo dell’immediato futuro.

INFO UTILI NUOVA SCUOLA COMUNALE DI MUSICA DI MONTESILVANO Piazza Indro Montanelli Palazzo Baldoni Tel.: 085-4481338

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LE CITTA’ DELLA MUSICA

Generatori di cultura. E non solo partenopea

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na storia lunga oltre 90 anni, fatta di proposte e sfide culturali, di Musica e musiche: da più di nove decadi l’Associazione Alessandro Scarlatti di Napoli offre il suo personalissimo ‘racconto’ della musica colta e popolare attraverso un costante impegno concertistico, iniziato nel 1918 ad opera – tra gli altri – da Matilde Serao e Salvatore Di Giacomo, tra le più fertili menti nate all’ombra del Vesuvio. A ben vedere, l’attività della Scarlatti (www. associazionescarlatti.it) si muove in un’ottica di ‘progetto’, seguendo ‘movimenti concentrici’ in cui la musica è l’elemento centrale, il collettore-chiave. La stagione 2009/2010 ha rispettato pienamente questo atteggiamento dell’Associazione muovendosi tra le celebrazioni del centenario del Manifesto Futurista con Elio (delle Storie Tese), il jazz di Francesco Cafiso e il talento di Al Di Meola (che si esibirà il 6 maggio all’Auditorium del Castel Sant’Elmo). Soprattutto dalla seconda metà degli anni Ottanta, la Scarlatti ha impresso una notevole accelerazione ai processi di ‘cortocircuitazione’ culturale delle sue proposte: dalla Histoire du Soldat di Roberto De Simone con Arturo Brachetti a Philip Glass o John Zorn, da Ute Lemper ai Tenores de Bitti, da Dee Dee Bridgewater al suggestivo trio Franco Battiato / Giovanni Lindo Ferretti / Manlio Sgalambro. Concerti, spettacoli, programmi di formazione musicale, workshop, premi, borse di studio e conferenze: “l’attività dell’Associazione – spiega Chiara Eminente, responsabile dell’organizzazione musicale, a L’Isola – ha come obiettivo l’organizzazione di eventi musicali nel segno di un costante approfondimento culturale ed è in questa direzione che da molti anni la Scarlatti ha avviato rapporti di collaborazione con alcuni tra i più importanti istituti culturali della città”.

NAPOLI di Michelangelo Iossa Principali Punti Isola:  Bradipo Travel Designer  Ass. Alessandro Scarlatti  Studio Il Parco  Radio Run  EidoStudio  Marianello Jazz Cafè (Piano di Sorrento)  Radio Città Benevento (Benevento)  Morgana Music Club (Benevento)

INFO UTILI Associazione Alessandro Scarlatti Piazza dei Martiri, 58 Info: 081.406011 www.associazionescarlatti.it info@associazionescarlatti.it

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IL NUOVO CATALOGO DELL’ISOLA VISITA IL SITO WWW.LISOLACHENONCERA.IT

LUNA PERSA

MAX MANFREDI EURO 14

40 PASS

È l’album che vince il Tenco 2009, consacrando Max Manfredi icona della canzone d’autore [2008]

DAVIDE VAN DE SFROOS EURO 20 4 cd + 2 dvd per raccontare tutta la storia di Davide degli ultimi anni, con nuovi arrangiamenti e 1 inedito [2009]

LIVE IN BLU

...E SEMM PARTII

INEDITI

ROLLING LIVE

BREVA E TIVAN

ROBA D’AMILCARE

SULLA STRADA

PER UNA POMA

... E L’ITALIANO RIDE

DOLCE RESISTENZA

L’AMORE NON È BELLO

CAFFÈ CALFISH

MAX MANFREDI EURO 12

L’unico live di Manfredi, 12 perle che lo rappresentano al meglio tra cui la mitica La fiera della Maddalena [2004] MASSIMO PRIVIERO EURO 18 2 cd + 1 dvd +3 inediti condensati in un progetto ormai evento dell’anno, che lascerà il segno nel rock italiano [2010] MASSIMO PRIVIERO EURO 15 Nessun titolo poteva rappresentare meglio questo lavoro che sprizza sudore e poesia da ogni brano [2009] MASSIMO PRIVIERO EURO 15 13 tracce tra cui Li vidi tornare, testo originale di Ciao amore ciao di Tenco. Da solo vale l’acquisto [2006]

DAVIDE VAN DE SFROOS EURO 18 Forse il miglior album di Davide. Completo, maturo, irresistibile nei testi e nel ritmo: pietra miliare in assoluto [2001] DAVIDE VAN DE SFROOS EURO 18 La balera, Il duello, e altri 10 brani che hanno reso questo cd un must per chi ama Davide [1999]

DAVIDE VAN DE SFROOS EURO 10 23 minuti per raccontare la Genesi con ironia, sarcasmo e la genialità tipica del Sfroos... [2000]

DENTE EURO 15 È l’album che ha consacrato questo giovane cantautore emiliano, dai testi ironici e spesso autobiografici [2009]

LUIGI TENCO EURO 18 Due cd zeppi di canzoni, di ricordi, come un’intervista a Tenco di Sandro Ciotti. Imperdibile. [2009]

AA.VV AL PREMO TENCO EURO 15 Un documento in onore di Rambaldi, con Fossati, Benigni, Conte, Capossela, De André, Ligabue, Paoli, Guccini... [1999]

MIRCO MENNA E LA BAND D’AVOLA EURO 15 Una banda di 50 elementi ed una delle penne più ispirate in circolazione [2010]

PIPPO POLLINA EURO 14 Storie di emigranti venuti dalla Svizzera a tentar fortuna in Italia aprendo dei Caffè, al sud... [2009]

CONDIZIONI DI PAGAMENTO

VISITA IL SITO WWW.LISOLACHENONCERA.IT OPPURE CHIAMA 02 - 3581586 42 | - L’ISOLA

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10%

TO

PER G L

I ABB

OTTAVIO

BANDABARDÒ EURO 18 Passione, energia, emozione. Tutto il bagaglio artistico del gruppo fiorentino in questo cd + dvd [2008]

SONO ALL’OSSO

PAN DEL DIAVOLO EURO 14 Cantautorato intriso di energia per questo duo siculo, che con questo esordio dettano nuove regole al folk-rock [2010]

DIECI ESERCIZI PER VOLARE

MICHELE GAZICH EURO 15 Con la sua Nave dei Folli, Gazich incanta col suo violino. Voglia di ballare senza spegnere il cervello [2010]

MA LA DIVISA DI UN ALTRO COLORE FABRIZIO DE ANDRÈ EURO 20 Ormai quasi introvabile, contiene il documentario Faber e versioni di Moni Ovadia, Pagani e Lella costa. Unico! [2003]

MILLE PAPAVERI ROSSI

FABRIZIO DE ANDRÈ EURO 20 2 cd con artisti come Gang, Lalli, Giaccone, Lega, Flk, Cordini, Mercanti di L., Straulino, per far rivivere Fabrizio [2004]

DAI TEMPI DURI ALLA CARBONERIA

CARLO FACCHINI EURO 15 Non solo Tempi Duri e Cristiano De André, ma un musicista con ancora molte cose da dire [2010]

ANTOLOGIA

MANDILLI

POETA MASSIMO

BECOMING VISIBLE

PAOLO PIETRANGELI EURO 15 Un cd doppio per riaffermare un impegno politico mai sopito e ridare a Pietrangeli un ruolo centrale nella musica [2009] MASSIMO TROISI/ ENZO DECARO EURO 14 Le poesie di Troisi musicate da Decaro, con ospiti come Fresu, Marcotulli e altri [2008]

LA NOTTE È UN PAZZO CON LE MÈCHES...

VITTORIO DE SCALZI EURO 15 Non solo New Trolls nella vita di questo geniale artista, finalmente un album in dialetto voluto da sempre. [2008] FAUSTO ROSSI EURO 15 Più conosciuto come Faust’o, negli anni ’80 ha segnato un nuovo modo di fare musica. Un grande ritorno [2009]

SEMPER BIOT

SERGIO CAPUTO EURO 15 Un disco quasi introvabile per riascoltare live tutti i suoi grandi successi [2009]

EDDA EURO 15 Milanese, ex leader di Ritmo Tribale, confeziona un album fuori dagli schemi. Nichilismo e speranza insieme [2009]

A.D. 2010 - LA BUONA NOVELLA

RITORNANO QUELLI DI...

PFM EURO 18 Rilettura stile PFM di un album storico di De André. Collaudato prima con i live, ora è disponibile anche in cd [2010]

CALIBRO 35 EURO 14 Ricreare atmosfere di film polizieschi anni ’70 e affascinare chi allora non era ancora nato. Farlo e riuscirci [2010]

ONAT

ROCK MAP

RICCARDO STORTI EURO 22 Lasciatevi trasportare negli anni straordinari che vanno dal ’67 al 1980. Fatelo con album, artisti, città uniti dal filo comune chiamato rock. E suoi “derivati” [Aereostella, 2009]

ROMA: SUONI DAI SETTE COLLI

ALESSIA PISTOLINI EURO 15 Prefazione di Gianni Borgna per un libro che racconta le varie anime musicali di Roma. Interviste a Locasciulli, De Angelis, Stefano Rosso, Mario Castelnuovo e altri [Zona, 2006]

ANIMA LATINA

RENZO STEFANEL EURO 14 Un aiuto concreto per capire e conoscere meglio il capo-lavoro battistiano. Aneddoti, analisi traccia per traccia e interviste ai protagonisti. Superbo [NoReply, 2009]

FRANCO BATTIATO

ALESSANDRO POMPONI EURO 15 Discografia illustrata di un artista inetichettabile. Dai primi ani ’70 sperimentali ai successi di massa passando per le elucubrazioni mistiche [Coniglio editore, 2005]

PAOLO FRESU RACCONTA IL JAZZ...

PAOLO FRESU EURO 20 (con Dvd) Il grande trombettista sardo si lascia guidare da 5 jazzisti d’eccezione per raccontare una musica senza tempo [Auditorium, 2010]

LISOLACHENONCERA.IT Il nuovo sito della rivista è stato completamente rinnovato nella grafica e nei contenuti, completo e aggiornato con recensioni, interviste, tante nuove rubriche, letture, eventi, notizie aggiornate. numero uno - maggio / giugno 2010

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RUBRICA CINEMA

di Cristiano Governa (governa@lisolachenoncera.it)

Video saved the radio star “Una delle cose che faccio quando sto per iniziare un film, quando sto scrivendo ed ho un’idea per la pellicola, è di scorrere la mia colle zione di dischi e cominciare a suonare delle canzoni, cercando di trovare la personalità, lo spirito del film. Poi ‘boom’! Avere Misirlou in Pulp Fiction sui titoli d’aper tura è talmente intenso che equivale a dire “ stai guardando un classico, un gran film, mettiti comodo”. Se usi la canzone giusta nella scena giusta, se lo fai bene, se scegli delle canzoni e le metti nel film proprio nella giusta sequenza, non c’è cosa più cinematografica che tu possa fare al mondo. Se non avessi i miei dischi, non farei il regista...” Quentin Tarantino

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asterà questa riflessione di Tarantino per spiegare ai nostri lettori quale percorso a n d remo ad affrontare in questa r u b rica? Che rappor to c’è fra la c a n zone e il grande schermo? Come c o n vivono cinema e canzonette? Ec c olo dunque davanti a noi i l “grande bosco” nel quale ci a c c i ngiamo ad entrare, un luogo nel q u a le incontreremo e analizzeremo a l c une fra le grandi scene del c i n ema che non sarebbero state le s t e s se senza “quella canzonetta” che a r r i vando al momento giusto... C h e ne sarebbe della par tita di p a l l one in ‘Marrakech Express’ di Ga briele Salvatores senza La leva c a l c istica della classe ‘68 di De Gre gori, del finale de ‘La messa è f inita’ di Nanni Moretti senza R i t ornerai di Br uno Lauzi o (per a r r i vare ai giorni nostri) dell’ultimo f i l m di Vir zì senza le note de La p r i ma cosa bella di Nicola di Bari ( c a ntata per l’occasione da Malika A y a ne) dalla quale il film del regista l i vo rnese prende addirittura il t i t o lo?

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oretti, Sorrentino, Vir zì, Soldini, Garrone, Mazzacurati, Avati, Sa l vatores, Ozpetek (solo per restare i n Italia) quali fra questi grandi a u t ori del nostro cinema hanno s a p uto resistere alla formidabile t e n tazione di utilizzare la canzone d’ a utore? Nessuno. Se p oi, nei sentieri del nostro viaggio f r a cinema e canzone, decidessimo d i uscire dai confini nazionali, n o n avremmo che l’imbarazzo della s c e l ta, fr ugando nelle sequenze di

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Allen, Wi l d e r, Ku b r i c k , A l t m a n , Lynch, K a u r i s m a k i , Re s n a i s e t a n t i altri. Ricord a t e i n f i n e , p e r i n ve r t i re il pe rc o r s o , quei formidabili primi c i n q u e m i n u t i d e ‘ L e i e n e’ di Ta r a n t i n o ? Un a m a n c i a t a d i crimin a l i s e d u t i a t t o r n o a u n t a vo l o a disquis i re s u l s e n s o a u t e n t i c o d i L i k e a virgi n d i Ma d o n n a ? Fr a p a r a d o s s a l i metafo re s e s s u a l i , m i s t e r i o s e r a g a z ze orienta l i e d e l i r a n t i i d i o s i n c r a s i e verso l a m a n c i a , a r r i va ro n o a ricono s c e r s i c o m e s i m i l i r i c o rd a n d o le loro g i ov i n e z ze e l e s e r a t e t r a s c o r s e di fron t e a l l a r a d i o i n a t t e s a d i u n a

c a n zo n e c h e t i c a m b i a s s e l a v i t a . A h , d i m e n t i c a vo , l’ a ve t e p o i a s c o l t a t a “ L i k e a v i r g i n” i n q u e l l e s e q u e n ze ? No. Ep p u re , p o t e t e s c om m e t t e rc i , a modo suo è stata lì. A n c h e q u e s t o s a r à i l n o s t ro v i a g g i o ; c i s e g u i re t e ?

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RUBRICA TEATRO

Chi salverà la musica? Ai live l’ardua sentenza!

di Paolo d’Alessandro dalessandro@lisolachenoncera.it

I

l palcoscenico ha un fascino senza pari: là dove la maestosità dell’arena non può arriva re , c’è il più ossequioso e intimo i n vito offer to dal teatro. È forse p e r un rinnovamento “catar tico” c h e in queste u ltime due stagioni s i è assistito a un travaso d’energie s e mpre più massiccio tra musica i t a liana e questi luoghi d’ele zione d e ll’ar te dal vivo. Se per primo il c a ntautorato italiano h a trovato nel teatro il c a talizzatore migliore p e r la propria esigenza n a turale di com unicare c o n il pubblico – di s f ondare la “quar ta pare t e”, come si dice in g e rgo - , ora anche il p o p sta sfr uttando a p i eno questa “nuova” f ro ntiera. E se si volesse c o llegare tutto ciò alla c r i si delle case discog r afiche, alle rivoluzio n i ancora piuttosto s o ttovalutate nel modo s t e sso di consumare la m usica, o anch e alla metastatica a r i dità di rinnovamento di forme e c o ntenuti delle nostre produzioni, a n che di punta – beh, forse non si s a rebbe così tanto maligni. Anzi, il t e atro, proprio p erché culla del “dal v i vo” e della musica stessa, diventa i l punto necessario da cui ricominc i are. Rinnovati, ovviamente. ’Isola, da buona bussola della galassia musicale made in Italy, non pu ò cer to fingere che t u tto ciò non avvenga. Ma anzi, con u n pizzico di sfrontate zza, vuole anc h e contribuire a far sì che questo c o nnubio diventi sempre più fr uttuo s o. Perché le realtà esistono e sono g r avide: solo per fare degli esempi, i n questi mesi sono par titi i tour t e atrali di Samuele Bersani – non n u ovo a queste esperienze -, Irene Gr andi – che, approfittando delle n u ove potenzial ità della sua carr i e ra, entra in questo nuovo mondo

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p e r l a p r i m a vo l t a -, o gli Afterhours, che hanno posto le basi per uno spettacolo fuori dallo s t a n d a rd d e l c o n certo classico, qui i b r i d a t o c o n l a re citazione, schiacciando il pedale sulla f a t i d i c a “u n i c i t à” dell’es p e r i e n z a l i ve . L a s t r a d a q u i n di non è a n c o r a b e n d e f i n i t a , m a i pionie r i g i à s c a l p i t a n o.

C

apitolo parallelo quello del musical e della sua declinazione tutta italica della c o m m e d i a m u s i c a l e . Ac c a n t o a l l e ve r s i o n i i t a l i a n e d e i p i l a s t r i d e l re p e r t o r i o i n g l e s e e s t a t u n i t e n s e , r a c c o l g o n o c o n s e n s i a n c h e p ro d u z i o n i t u t t e i t a l i a n e : Pi n o c c h i o , Bu l l i e Pu p e o Il p i a n e t a p ro i b i t o , o p e r a zioni che forse scontano poco cora g g i o n e i s o g g e t t i , m a c h e ve d o n o i l c o i n vo l g i m e n t o d i p ro f e s s i o n a l i t à s e m p re p i ù c o m p e t i t i ve e c o m plete. E soprattutto, considerato il re c e n t e e s p e r i m e n t o d i L i g a b u e c o n Certe notti, anche in questo campo s i va ve r s o u n a s i n e r g ia t r a c a n t a u t o r a t o p o p e t e a t ro c h e è d i f f i c i l e n o n ve d e re d i b u o n o c c h i o.

Ogni due mesi, l’Isola cercherà di esplorare anche questo volto in costante evoluzione della musica italiana, con recensioni e aggiornamenti sui tour, gli eventi unici e le produzioni nostrane che toccheranno i numerosi teatri dello Stivale, nella speranza di raccontare con il consueto spirito d’avventura anche questo cambiamento che passa dagli occhi e dagli applausi di un pubblico sempre più attento alle eccellenze che il nostro Paese è ancora in grado di sfornare.

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MI RITORNI IN MENTE I migliori dischi del passato recensiti oggi...

GIORGIO GABER

| Sexus et Politica 1970 Vedette Records

Mettete i più noti poeti latini, da Marco Porcio Catone a Quinto Orazio Flacco e Publio Ovidio Nasone nella mani di un musicista del calibro di Antonio Virgilio Savona. Il quale decide di creare musiche originali su questi testi e di affidarle a una voce fuori dal comune come quella di Giorgio Gaber. Così, nel 1970, nasce Sexus et Politica (I dischi dello Zodiaco VPA 8114), un album destinato a rimanere nella memoria di pochi, ma dal grande valore storico. Quando il disco nasce, Virgilio Savona è per tutti uno dei quattro del Quartetto Cetra, mentre nella produzione di Gaber stanno nascendo i primi momenti del suo teatro canzone. Ma Savona, che proviene da studi di musica classica, decide di compiere un’operazione singolare: con un accurato lavoro di ricerca seleziona testi di autori romani vissuti nel periodo che va dalle guerre contro Cartagine fino al 180 dopo Cristo. Poi decide di metterli in musica dato che, a differenza dell’an-

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tica civiltà greca, non esistono testimonianze scritte di composizioni dei latini. Quindi le affida a un cantante che accompagna rigore interpretativo e senso dell’umorismo come Gaber, che trova nelle poesie dell’antica Roma testi rispondenti al suo stile. Versi che vengono evidenziati grazie anche ad arrangiamenti essenziali ma eleganti, curati da Giorgio Casellato, dove sono privilegiati flauto e chitarra. Nonostante siano passati più di 30 anni, la scelta di Savona si rivela azzeccata per l’attualità degli argomenti. È già nostro nemico di Catone si riferisce ad Annibale e alla guerra (Il cartaginese / è già nostro nemico / perché chi si prepara / a muovere una guerra / pur se non stringe ancora / un’arma nelle mani / ma è pronto per colpire, / colpire all’improvviso / è già nostro nemico) mentre il conflitto per il potere è evidenziato in Dove andate? di Orazio (Siete spinti da un tragico destino / e i fratelli uccidono i fratelli / fin da quando la terra fu macchiata / dal sangue di Remo). Tutti i testi sono commentati da un apparato di note con l’inserimento di una bibliografia. Quale disco oggi avrebbe tutti questi pregi? E quale musicista avrebbe il coraggio di un’operazione del genere? Michele Manzotti

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MI RITORNI IN MENTE FRANKIE HI-NRG MC | Verba Manent 1993 BMG

Chiunque in Italia creda che il rap possa essere un incredibile mezzo di comunicazione - potente come il ritmo, inammanettabile come il pensiero – non può fare a meno di (conoscere) Francesco Di Gesù; e di apprezzare la cultura e il talento con cui s’è infilato nella casa, tanto stipata nella quantità quanto troppo spesso sprecata nella qualità, della canzone italiana versante “ippop” (che ahinoi sta per ‘ippopotamo’ nel più dei casi, quando il modello americano viene preso e – inutile idiozia – pachidermicamente ricopiato). Perché d’intelli-gente con la penna a punta come Frankie Hi-Nrg Mc ne abbiamo fin troppo bisogno. Verba Manent circola agile – scripta volant hah! – poggiando i piedi su campionamenti lunghi e scratchate saltellanti, cori di voci o fiati e corde di basso, secondo il gusto del primo rap d’inizi Novanta (vedi anche : il Jovanotti del secondo periodo); mescolando universi distanti come Topo Gigio e l’accusa sociale.

Il sacrosanto Potere alla parola che l’ironia tagliente di mr Hi porta dalla strada fin nelle case dove comuni Libri di sangue fan bella mostra, o sugli scalini degli alti palazzi: in faccia alla gente seduta in poltrona (sia essa davanti alla tivvù o a governare), bastonando le contagiose “chiacchiere diafane come ali di tafani che ronzano nell’afa del deserto culturale in mezzo ai ruderi di un’epoca fatta di ideali mai raggiunti”. Frankie non è uno che coccola o dipinge di colori sgargianti: la sua luce si fa i denti attaccando il cemento e l’asfalto, la “morale sì falsa e opportunista che usa la censura come arma di difesa”, i potenti ufficializzati o quelli ufficiosi del crimine altrettanto tumoralmente organizzato. Un disco che, una decina d’anni fa, si scagliava contro i germi lobotomici di ciò che ora è il giardino sfitto in cui viviamo. Musicalmente frammentario ma più variegato che dispersivo in cui si coglie la vena di originale spessore che il discofratello maggiore uscito dopo (il prezioso La morte dei miracoli del ‘96) saprà legittimare, compiendosi in più rotondo e mirato progetto. La sua prosa mai scontata e dal fitto

intreccio, in pronuncia verticale, sputa indietro “il veleno che ci vogliono inoculare”, aggancia i neuroni a citazioni colte, spara negli interstizi del quotidiano e chiama alla sveglia. Un piacere continuo per il cervello di chi ama la profondità dell’italiano, saporito per il carattere che non vuole farsi addormentare (“ribellarsi è un dovere, disconnnetti il potere”) ed energetico per la gestione del ritmo, giocando fra senso e suono di ogni singola parola. Dire no ma con la voglia di trovare dei sì, sapendoci argomentare. Anche questo è canzone d’autore, “perché la lingua batte se la mente vuole”. Ed è giusto dargli qui “omaggio, tributo, riconoscimento”.

Giorgia Fazzini

SERGIO CAPUTO

| Un sabato italiano 1983 CGD Warner È l’album che rappresenta l’incipit della carriera di Sergio Caputo perché, sebbene sia preceduto da un singolo e da un minialbum (concepiti sotto l’egida di Ernesto Bassignano, al Folk Studio), tratteggia lo schema sul quale sarà improntata la sua musica a venire. Convinto sostenitore del folk-rock americano, Caputo incontra il jazz ed è subito amore. La peculiarità jazz/swing/be-bop di questo disco ne fa all’epoca un album di nicchia che porterà il cantante al successo, complici anche otto video realizzati per la trasmissione Mister Fantasy. Gli undici brani, di riconosciuta originalità nellinguaggio, sia musicale sia testuale, riferiscono di stati d’animo quanto mai aderenti alla vita dei giovani degli anni ’80. Intriso di sapori beat alla Kerouac (Io e Rino), annaffiato da sbornie alla Bukowsky (Night), colorato dagli stereotipi hollywoodiani (E le bionde sono tinte), il disco in realtà approda a temi ben meno appariscenti e più complessi, che raccontano di incertezze, delusioni e paure nei confronti della vita. Non un banale scimmiottare Buscaglione, né la celebrazione de la dolce vita degli anni ’50, ma l’osservazione critica di un contesto rielaborato non in chiave

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Sergio Caputo con Dizzy Gillespie sociologica, quanto piuttosto studiato nell’aspetto del semplice mestiere di vivere, perciò carico di manie, di frustrazioni, di melanconia. Per fortuna Caputo è un ottimista, così che, lasciandosi alle spalle le disarmonie squisitamente italiane, ci accompagna nella convivenza sentimentale che intratteniamo con la quotidianità. Se poi è sabato, l’effetto è ancora più intimo. Marialucia Nagni L’ISOLA | 47


MI RITORNI IN MENTE LUCIO BATTISTI | Hegel 1994 Sony

In fondo non è cambiato nulla in Lucio Battisti. Qual è la sua canzone più celebre? Pensieri e parole (peraltro anche la più bella, con una costruzione che sarebbe all’avanguardia anche oggi, e infatti non l’ha imitata nessuno). E che cosa raccontava? La discrasia tra quel che si dice e quel che si pensa. Cioè possiamo dire quel che vogliamo, ma quello che pensiamo (e quindi quello che siamo) lo sappiamo solo noi e nessun altro. Insomma, le parole sono davvero poco importanti. Servono per giocarci, per gettare fuffa negli occhi, per confondere tutti. E di questo concetto Hegel è la sublimazione, il capolavoro insuperabile. Al punto che dopo di esso il duo col paroliere Pasquale Panella si scioglie e Battisti si dedica ad altro, solo che non sapremo mai a cosa. Proprio per questo suo ermetismo spinto, Hegel è spesso considerato il disco peggiore dei cinque di Battisti-Panella, anche perché il

buon Lucio provvede a rivestire i testi di una musica ben lontana dalle melodie di Mogol, tutta roba tra dance e trip-hop. La sua tecnica, come la descrisse, era questa: “Prendo i versi di Panella e mi metto lì con una chitarra a trovare gli accordi, senza pensare a niente, svuotando il cervello”. Ovviamente chi reputa questo disco il peggiore è chi pensa - le-

JURI CAMISASCA | La finestra dentro 1974 BLA BLA Edizioni Musicali

Quando tempo fa mi misi a cercare La finestra dentro di Roberto “Juri” Camisasca, rimasi stupito dalle 250.000 lire che il venditore di dischi usati mi chiese per acquistare una copia in vinile. “Questo Camisasca”, mi spiegò paziente, “ha una nicchia di irriducibili sostenitori che pagherebbero qualunque cifra per un suo vecchio disco!” Effettivamente nel mercato delle ‘bancarelle’ La finestra dentro di Camisasca è introvabile, e quando capita si può acquistare a prezzi proibitivi, nonostante la successiva ristampa su CD, ad opera della Artis Records, del 1991. Questo aneddoto tratteggia l’alone di mistero che da un quarto di secolo ruota attorno a Juri Camisasca, artista culto dalla parabola umana e artistica affascinante, un timbro vocale straordinario, venerato alla ‘follia’ da chi l’ha conosciuto, sconosciuto ai più. La Finestra dentro, del 1974, è il suo primo LP. Viene pubblicato per la BLA BLA Ed. Musicali e prodotto dall’amico Franco Battiato, col quale in futuro avrà una collaborazione proficua. Juri allora ha solo ventitré anni e, a parte due singoli del ‘75, rimane l’unica opera per quattordici anni, come una meteora. Sono canzoni dai testi irruenti e kafkiani e impossibili da inquadrare stilisticamente, se non nel contesto della beat generation, di Kerouac, o nel mito di Woodstock di Hendrix. Camisasca colpisce soprattutto per l’intensità espressiva del suo modo di cantare, tra il timido e il selvaggio, l’alienato e lo sconvolto. Quasi ingenuamente dipinge in

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gittimamente, ci mancherebbe che le canzoni si debbano sempre e per forza capire, debbano essere chiare e lineari. Senza cadere nell’eccesso opposto, quello per cui solo le cose noiose e incomprensibili siano degne di essere chiamate arte (insomma quello di chi è troppo cerebrale per capire che si può star bene senza complicare il pane, tanto per citare il vero erede di Battisti, se solo se ne rendesse conto), ecco senza cadere in questo eccesso, abbiamo però un’altra concezione. Quella per cui è bello, dei puzzle, avere solo alcune tessere, che si incastrano solo di rado. E il resto del puzzle sta a noi disegnarlo, con le matite della mente (le più potenti di tutte) o davvero mettendoci lì con i pennarelloni come da bambini. E alla fine anche quella sarà arte, perché sarà il frutto della fantasia, delle cellule grigie, della libera interpretazione. Anche qui qualche tessera torna, ogni tanto. Come in Almeno l’inizio, il pezzo che apre il disco: “Alla fine ti fu chiaro perché quel gran parlare della tua bella conchiglia auricolare; e quel solleticare. Eccoli i padiglioni, i disimpegni, la chiocciola i vestiboli ecco la stanza”. Padiglioni, disimpegni,

chiocciola e vestiboli sono le parti interne dell’orecchio, quindi torna con la conchiglia auricolare. Oppure in La moda nel respiro in cui “dici i sogni e pensi ai bottoni, son asole i risvegli”: i risvegli sono i momenti che imbrigliano i nostri sogni, un concetto bellissimo. Squarci di luce, come quando c’è un temporale di notte e un lampo all’improvviso illumina la scena a giorno e tu vedi tutto, ma per mezzo secondo, che basta solo a darti delle sensazioni. Squarci che bastano a farti capire che questa poesia fatta di ironie, giochi di parole, allitterazioni e metafore, sparsa, un po’ come il sale, a spizzichi e non in modo uniforme, basta a condire tutto il resto, che ha un senso. Anche se forse il senso è che non c’è senso.

Luigi Bolognini

maniera terribile e personale il disagio esistenziale. Lo stesso disagio che da lì a pochi anni lo avrebbe portato a ritirarsi in un convento benedettino. È divertente ascoltarlo parlare oggi di queste prime canzoni. “Non le rinnego, perché fanno parte della mia storia, le porto nelle ossa ma... sembra che sia un’altra persona a cantarle!” Tuttavia in questo esordio si anticipano temi che Camisasca approfondirà con gli anni. Come ammette lui stesso di Un galantuomo nel libretto del CD (ris.91): “Quei topi cui mi riferivo erano i pensieri. -’Nel mio corpo ci sono delle fognature e tutti le chiamano vene, ma dentro ci sono dei topi che corrono’-. Dipingeva il mio stato di allora; la situazione di disagio che vivevo era causata dai pensieri negativi e io avevo dato quella connotazione: i topi. Adesso ho scritto un altro motivo molto simile, La nave dell’eterno talismano, e dico: -’I pensieri non danno pace, disturbano la mente, guardali passare come degli aeroplani in volo, non fermarli, lasciali dissolvere...’- È la stessa canzone vent’anni dopo.” Viene da chiedersi se scrivendo Un fiume di luce avesse già in cuore la fiamma che avrebbe dato valore alla sua esistenza: “In questo istante la mia mente fa amicizia con la Luce. M’illumina per la prima volta in vita mia.” Per chi ne volesse sapere di più: http://web.tiscalinet. it/Camisasca Paolo Micheli

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L'isola che non c'era  

L'ISOLA No.1 maggio 2010

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