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Barthélémy Courmont

L’enigma nord-coreano Cosa accade oggi al 38° parallelo e quale futuro ha la dittatura di Kim Jong-un

Fuoco Edizioni


Š Fuoco Edizioni - www.fuoco-edizioni.it Stampa Universal Book - Rende (CS) 1^ Edizione Giugno 2015 ISBN 97-888-99301-05-7 I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica, di riproduzione e di adattamento totale o parziale, con qualsiasi mezzo (compresi microfilm e copie fotostatiche) sono riservati per tutti i Paesi.


«Se i nemici oseranno invadere il nostro paese, li annienteremo fino all’ultimo uomo in modo che nessuno di loro sopravviverà per firmare la resa!» Partito del Lavoro di Corea


Rigobert Bonne, L’Empire de la Chine d’Apres L’Atlas Chinois avec Les Isles du Japon, 1770 in Jean Lattre, Atlas Moderne ou Collection de Cartes sur Toutes les Parties du Globe Terrestre, c. 1775.


Nota preliminare

Ribadire insistentemente che la Corea del Nord è lo Stato più isolato del Pianeta rasenta l’eufemismo, ma non è un concetto privo di senso. Si può parlare a tal proposito di enigma nordcoreano. Facendo riferimento alla sua storia, il Paese viene spesso definito come reame eremita; le moltissime sanzioni della comunità internazionale nei suoi confronti non fanno altro che contribuire ulteriormente a questo isolamento che è tanto diplomatico, quanto politico ed economico. La rivista The Economist lo qualifica come lo Stato meno democratico del mondo, attribuendogli un tasso di democrazia pari a 1,08 su una scala da uno a dieci. Tenuto conto delle pochissime informazioni che filtrano dal Paese, una tale valutazione non è certo sorprendente. Washington ha compilato e aggiorna una lista di Stati canaglia, anche se l’amministrazione Obama non fa mai riferimento a questo concetto, Paesi cioè che, come l’Iran, mantengono per quanto possibile segrete le proprie capacità, i propri obiettivi strategici e i meccanismi di funzionamento dei propri regimi; nessuno degli Stati presenti però nell’elenco può essere comparato a Pyongyang. Le informazioni che ci giungono dalla Corea del Nord sono in effetti così rare che i comportamenti, anche i meno significativi, del suo governo sono sempre oggetto di un’analisi minuziosa da parte dei politologi. Le testimonianze di coloro che si sono recati in Corea per raccogliere informazioni (la maggioranza di costoro ha vissuto il proprio soggiorno nel Paese in condizioni di isolamento, impossibilitati dal controllo poliziesco a prendere contatto con la popolazione o a circolare liberamente) sono desolanti e si sommano a quelle dei rifugiati politici, fuggiti dal Paese. Coloro che sono riusciti ad avvicinare e ad entrare in relazione

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con l’ex caro Leader della Corea del Nord, Kim Jong-il ˗ fra questi l’attrice sudcoreana Choi Eun Hee (rapita dal dirigente nordcoreano, suo ammiratore, nel 1978, e finalmente tornata nel proprio Paese nel 1987), o l’ex segretaria di Stato Madeleine Albright (autrice di una stupefacente descrizione dell’uomo, sulla quale torneremo in seguito) e ancora l’ex Presidente americano Jimmy Carter ˗ appartengono ad un ristrettissimo gruppo di privilegiati. Dell’attuale dirigente Kim Jong-un, salito al potere nel 2011, si sa ancora meno, al punto che, già qualche mese prima della morte del padre, tutte le informazioni su di lui erano pilotate dal regime e le minime notizie sul suo passato, considerate tutte di altissimo interesse nazionale, come anche le sue relazioni e le sue amicizie, sempre molto pubblicizzate dai media e peraltro assai particolari, come quella con il campione americano di pallacanestro Dennis Rodman, senza dubbio il suo contatto più stretto al di fuori delle mura di Pyongyang, attentamente controllate dalla propaganda di regime. Pochi sono i suoi collaboratori. Kim Jong-un è capace di far parlare di sé anche quando è assente. Una sua prolungata e inspiegabile scomparsa, durata alcune settimane, fra il settembre e l’ottobre del 2014, alimentò voci sul suo precario stato di salute ed interessò i media di tutto il mondo. Comporre trafiletti di stampa, quando non si ha nulla da dire, è già un’impresa, ma quando non esiste alcuna fonte di informazione possibile, la cosa diventa quasi un prodigio. Come una star hollywoodiana, Kim Jong-un avrebbe meritato una copertina su The Interview e il titolo di uomo dell’anno, per i misteri che lo circondano. La cosa farebbe sorridere, se le condizioni della popolazione nordcoreana non fossero disperate. Bisogna pertanto anticipare che fornire un quadro completo di questo Paese dai tanti paradossi è difficile. Questo è il motivo per cui le testimonianze di coloro che sono fuggiti dal regime sono particolarmente utili. Ma la mancanza di informazioni spesso porta a

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distorsioni e ad errori di giudizio, che possono, in alcuni casi, essere pericolosi, soprattutto in relazione ad un Paese così sfuggente come la Corea del Nord. Il legittimo sentimento di ripulsa che provoca il governo nordcoreano può condurre ad un’analisi unilateralmente negativa. Il presente studio, invece, pur senza concedere nulla al regime, sia ben inteso, nasce da uno sforzo di obiettività che ha come suo presupposto il fatto che non tutte le azioni del governo di Pyongyang siano arbitrarie o prive di senso. Interessarsi alla Corea del Nord non significa soltanto occuparsi di un regime superato dai tempi, che vessa il proprio popolo, nonostante le pressioni in senso contrario da parte della comunità internazionale; significa innanzitutto capire la strategia di sopravvivenza di uno Stato canaglia, in un contesto internazionale di generale ostilità, e gli stratagemmi, che esso usa, per tenersi a galla, ma anche e soprattutto interrogarsi sui limiti della diplomazia internazionale, tanto per ciò che concerne le sanzioni, tanto per le sue episodiche concessioni, strategie entrambe poco produttive. La Corea del Nord pone una sfida a coloro che cercano di comprenderla, ma anche e forse soprattutto per coloro che si interessano alle relazioni internazionali contemporanee e ai rapporti di forza attuali. È da queste differenti riflessioni che è nato il presente saggio, nutrito da molte letture, da un’attenzione costante verso l’attualità del Paese, coltivata dalla crisi del 2002, e dal confronto con numerosi specialisti occidentali, ma anche del Giappone e della Corea del Sud. Il progetto ovviamente non avrebbe potuto vedere la luce senza le discussioni da me avute con alcuni ufficiali nordcoreani. Se ringraziarli in questa sede può sembrare curioso, è anche vero che il loro modo di vedere la politica dei Paesi stranieri e di difendere il proprio Paese mi ha fornito un’interessante e razionale prospettiva per lo studio di questo regime. Un primo passo per la realizzazione di questo saggio è stato costituito dalla pubblicazione, presso l’editore Armand Colin, nel 2007, di un

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mio precedente libro sul medesimo soggetto, intitolato L’autre pays du matin calme. Les paradoxes coréens, e tradotto in polacco, tre anni dopo, in una nuova e più ampia edizione. Il presente lavoro ne riprende alcune parti, non limitandosi ad arricchirle e attualizzarle (alla luce degli eventi che si sono verificati recentemente nella Penisola coreana), ma innervandovi nuove ipotesi di ricerca e spunti di riflessione inediti. Non si tratta perciò di una rivisitazione del precedente lavoro, ma di uno studio autonomo pur debitore nei confronti di quanto avevo già esposto anteriormente. Ringrazio i miei studenti di Parigi e di Montréal, che, attraverso la loro curiosità verso il regno eremita (espressione, che pur facendo riferimento al regno di Corea fra il XVII e XIX secolo, sembra calzare a pennello all’attuale Corea del Nord), mi hanno spinto a pormi domande e ad adottare punti di vista che avrei altrimenti trascurato. A tal riguardo, le sollecitazioni maggiori mi sono venute dai miei alunni sudcoreani specialmente nell’ambito dei due corsi sulla società e la politica coreane e sulla questione della riunificazione. Il loro atteggiamento su questo Paese ad un tempo così vicino, ma anche così lontano da loro è stato molto stimolante per me. L’osservazione della società sudcoreana, le visite lungo la frontiera fra le due Coree, gli incontri con gli analisti del luogo o anche più semplicemente coi cittadini sudcoreani sono stati essenziali per la mia riflessione. Lo studio della Corea del Nord rimane peraltro un cantiere ancora aperto.

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Introduzione Se un giorno si decidesse di schiacciare questi bottoni, sarebbe perché essi avrebbero perso ogni ragion d’essere. Questo materiale è utile, solo a patto che non venga usato. Hermann Kahn, stratega americano sulla guerra termonucleare

Chi ha paura della Corea del Nord? Questa domanda sembra priva di senso, tanto questo Paese è debole e isolato sulla scena internazionale. Esso possiede tutte le caratteristiche che fanno di uno Stato un soggetto politico completamente ripiegato su sé stesso, utile solo a far riempire le pagine delle riviste specializzate e ad alimentare le discussioni degli analisti, interessati ai drammi che vi si svolgono. La Corea del Nord, Paese poco visitato (e non c’è da stupirsene), è uno di quei luoghi del Pianeta, in cui non succede quasi niente. Un Paese del mattino calmo (com’è tradizionalmente chiamato) assai discreto, se non fosse per l’eventuale minaccia nucleare che fa preoccupare i suoi vicini e l’umanità in generale. Da quando Pyongyang sperimentò, nell’ottobre del 2006, i primi test atomici, la comunità internazionale cominciò a nutrire inquietudine per la possibilità di un conflitto, data l’imprevedibilità del suo governo. I vecchi fantasmi della guerra nucleare che si pensava si fossero dissolti con la fine della Guerra Fredda sembrano oggi nuovamente risorgere, attraverso le episodiche provocazioni e le minacce del regime, contribuendo a ricordarci quanto la sicurezza internazionale sia precaria, ma anche come essa sia minacciata soprattutto da una proliferazione di armi di distruzione di massa nient’affatto arginata. La crisi seguita ai primi test del 2006 sembrò affievolirsi nel giro di pochi mesi. Dopo una serie di negoziati, caratterizzati dalle oscillazioni della comunità internazionale fra un atteggiamento di fermezza ed uno di maggiore comprensione, il governo di Pyongyang

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annunciò lo smantellamento delle sue istallazioni nucleari in cambio di aiuti alimentari ed energetici e di garanzie da parte di Washington circa la sua sicurezza. Contropartite che vennero assicurate attraverso lo storico summit inter-coreano dell’ottobre del 2007. L’atteggiamento conciliante del regime nordcoreano non convinse tuttavia gli analisti. Dalla KEDO (The Korean Peninsula Energy Development Organization)1 alla sunshine policy, però le avance diplomatiche alla Corea del Nord, poi tradottesi in fonte di disillusione, erano già al tempo innumerevoli. A quella crisi ne seguì infatti un’altra: nuovi test atomici, nuove provocazioni nei confronti di Seul, nuove manfrine… al termine delle quali Pyongyang ricordò alla comunità internazionale come la crisi internazionale, della quale il Paese rimane l’epicentro, sia, a dispetto dei momenti di distensione, permanente. I successivi quattro anni, che videro l’ingresso (molto pubblicizzato, ma non appurabile in maniera sicura) della Corea del Nord nel novero dei Paesi dotati dell’arma nucleare, dimostrarono una volta di più come Pyongyang non sia un interlocutore affidabile. Il mutamento dei governi in Corea del Sud, Giappone e Stati Uniti non si è tradotto in un significativo cambiamento delle relazioni di questi Paesi con la Corea del Nord, su cui poco ha influito anche l’ascesa al potere di Kim Jong-un. Figlio del precedente leader, questi ha condotto, nella primavera del 2012, poco meno di un anno dopo l’assunzione del potere, un nuovo esperimento atomico, cui hanno fatto seguito minacce di guerra nucleare nei confronti dei propri vicini e degli Stati Uniti (primavera 2013). L’episodio è stato presentato, indubbiamente a torto, come la più grave crisi occorsa nella Penisola coreana dal 1953. La cronaca politico-internazionale fa un uso spesso spregiudicato dei superlativi e Pyongyang non manca di fornirgliene motivo. Al di là delle esagerazioni giornalistiche, è comunque un fatto che la Corea 1

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http://www.kedo.org/Index.asp


Introduzione

del Nord sia un’assidua fautrice della politica del tanto peggio tanto meglio e che tenti di alterare lo status quo internazionale. Bisogna dunque averne paura? Piuttosto che rispondere alle provocazioni dello Stato più isolato del Mondo con il panico, è più utile tentare di avere un atteggiamento prudente e improntato al buon senso, cercando di capire come funzioni un regime così datato nell’epoca attuale; il suo essere, al tempo stesso, imprevedibile e razionale è uno delle sue tante contraddizioni. Bisogna essere prudenti anche nel tipo di messaggi che si invia a questa dittatura, capace di consolidarsi proprio attraverso le strategie a lei avverse, stornandole a proprio profitto. Perché questo Paese, che non pretende evidentemente di svolgere un ruolo importante nella scena internazionale, cerca di dotarsi ad ogni costo di un’arma di distruzione di massa, sproporzionata rispetto alle proprie capacità reali? L’idea che essi vogliano usarla appare poco credibile; contro chi? A quale fine?… e soprattutto con quali conseguenze? Difficilmente un’aggressione nucleare da parte della Corea del Nord resterebbe impunita; un suo qualsiasi tentativo di attacco, che avrebbe oltretutto scarse possibilità di successo, la esporrebbe quasi sicuramente all’annientamento. I dirigenti coreani dovrebbero saperlo bene, a meno che non siano completamente pazzi, cosa peraltro non molto probabile. La Corea del Nord non ha al pari di qualsiasi altro Stato alcun interesse a provocare l’olocausto del proprio popolo. Una vicenda sulla falsariga di quella di Hitler che, chiuso nel proprio bunker, trascina alla rovina con sé l’intera Germania, non sembra appassioni Kim Jong-un, il quale preferirebbe certamente un destino meno tragico. Egli è oltretutto ben più ambizioso, e la continuità di quella dinastia rossa di cui egli rappresenta la terza generazione appare il suo obiettivo più chiaro e logico.2 Questo passaggio di potere da padre in figlio rappresenta anche un caso unico nel panorama storico dei regimi autoritari comunisti. 2 Il termine dinastia rossa è usato da: Dayez-Burgeon, La dynastie rouge, Paris, Perrin, 2014.

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Sono due le ragioni che spiegano la proliferazione nucleare e la passione della Corea del Nord per l’arma definitiva: innanzitutto il prestigio, al cui fascino Pyongyang soggiace al pari di tutte le altre dittature; la seconda e più importante ragione, il sincero e “giustificato” sentimento di insicurezza verso gli Stati Uniti. I dirigenti nordcoreani sono intimamente convinti di non disporre di adeguati strumenti difensivi nei confronti di Washington da cui si sentono ancora minacciati, basti pensare che a sessant’anni dalla fine della Guerra coreana non è stata ancora siglata una vera pace, ma soltanto un armistizio tra le parti in conflitto. I racconti dei profughi sono espliciti e concordi nel descrivere il sentimento di insicurezza del regime verso gli Americani; sentimento che non fa altro che esacerbare ulteriormente il governo di Pyongyang e che si è andato accrescendo negli ultimi due decenni: la fine della Guerra Fredda ha fatto venir meno il sostegno (simbolico e forse solo ipotetico, ma comunque rassicurante) dell’Unione Sovietica nel caso di un’aggressione americana verso il Paese. Anche la Cina sembra peraltro progressivamente prendere le distanze dal regime nordcoreano, ritenuto troppo ingombrante e forse persino nocivo rispetto ai propri interessi nell’area del Pacifico. Gli stessi dirigenti di Pyongyang sottolineano come dotarsi dell’arma atomica avrebbe per il Paese che rappresentano, un significato puramente difensivo e non c’è in realtà motivo per non credere loro sulla parola; è anche vero, purtroppo, che chi dispone di una bomba nucleare è arbitro esclusivo del come e quando usarla. Se pertanto non bisogna esagerare la minaccia costituita dalla Corea del Nord e fantasticare sulla possibilità di un confronto diretto in cui la bomba atomica possa nuovamente essere usata, a sette decenni di distanza da Hiroshima e Nagasaki, è anche vero che tale rischio non può neanche essere sottovalutato. Pyongyang gioca comunque col fuoco, il minimo passo falso potrebbe esserle fatale; ma a questo rischio si aggiunge quello che deriva da una visione estremista, nel caso il regime si trovasse o si sentisse con le spalle al muro; fintanto che le porte del dialogo

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Introduzione

rimarranno aperte, alla questione dei test atomici non si dovrà dare peso eccessivo, sebbene debba essere considerata uno stimolo alla ricerca di una soluzione per un problema che la fine della Guerra Fredda non si è riuscito a superare. Se la Corea del Nord si percepisse realmente minacciata, la paura atomica sarebbe, al contrario, legittima, perché il regime di Pyongyang, nella misura in cui disponesse realmente di bombe di questo tipo, non esiterebbe a usarle. Il nucleare non rappresenta che uno dei paradossi del Paese, anche se indubbiamente quello più vistoso. Numerosi sono i lati oscuri ed enigmatici di questo Paese, in cui il tempo sembra immobile e il suo regime segue uno sviluppo autonomo da qualunque imput esterno: relegato il comunismo ai libri di storia, non dovrebbe rimanere altra strada che aprirsi all’economia di mercato. Al contrario, se tra gli Stati comunisti ne dovesse rimanere uno solo al mondo, questo sarà indubbiamente la Corea del Nord. Gli scopi di questo libro sono molteplici: innanzitutto descrivere il comportamento del governo nordcoreano sulla scena internazionale e analizzare le sfide poste all’ordine globale da uno dei regimi più determinati al Mondo. Descrivere cioè il comportamento di un soggetto politico che, finita da almeno due decenni la Guerra Fredda e venuta meno l’Unione Sovietica, mantiene ancora un sistema politico fedelmente ancorato al sistema comunista, orfano ormai di qualunque modello di riferimento. Un soggetto che, nonostante la sua metodica e continua violazione delle regole del sistema internazionale, mantiene una straordinaria impunità. Se esiste un modello nordcoreano, è bene studiarlo, almeno perché esso non si riproduca. Bisogna tuttavia sgomberare il campo dall’idea che la Corea del Nord sia uno Stato folle ed imprevedibile che non segue alcuna regola di realpolitik. Al contrario la condotta di Pyongyang si attiene ad un rigido machiavellismo che le consente di far sopravvivere un regime profondamente inattuale. Il permanente ricatto posto nei confronti della comunità internazionale fa parte di un progetto politico e non

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è frutto di quella visione confusionaria, che ci si compiace spesso di attribuire al suo regime. La razionalità politica non è appannaggio delle grandi Potenze, che anzi possono spesso farne economia, come hanno dimostrato gli Stati Uniti, in occasione della crisi irachena. Inversamente, la debole Corea del Nord non può permettersi una politica basata sull’improvvisazione. Ogni errore potrebbe esserle fatale e metterne a rischio l’esistenza stessa. Se nonostante la sua debolezza e l’ostilità di cui è circondata, questo Stato esiste ancora, non è forse proprio grazie ad un sapiente uso della sua politica? È necessario comprendere l’uso della strategia nordcoreana del tanto peggio tanto meglio, che lascia spesso attoniti gli osservatori internazionali. Ciò non significa giustificarla e ancora meno farne l’apologia; capire è tuttavia il primo passo per contrapporsi efficacemente ad un avversario. Se non ci sforzassimo di comprendere la strategia estera di Kim Jong-un, rischieremmo di non poterne prevedere le azioni future. L’incomprensione genera sovente stupore e paura, due atteggiamenti che il dittatore coreano suscita spesso nei suoi antagonisti, traendone profitto. Sarebbe colpevole lasciare ai dirigenti nordcoreani il monopolio dello studio dell’atteggiamento dell’avversario e quindi della consequenziale possibilità di prevenirne le mosse. Lontana da me è l’intenzione di difendere in qualche modo il regime di Pyongyang, incapace di nutrire e soddisfare i più elementari bisogni, anche in materia sanitaria, della propria popolazione. Sostengo piuttosto come sia necessario mantenere il dialogo con il regime, per il bene proprio della popolazione nordcoreana che di quella dittatura è la vera ed unica vittima. Sostenere che ce ne siano altre è infatti pretestuoso: a parte la cattura di alcuni civili sulle coste giapponesi e qualche incidente, come quelli del 2010, Pyongyang non ha mai molestato nessuno al di là dei propri confini, almeno dalla conclusione dell’ormai remota Guerra di Corea, avvenuta sessant’anni fa. L’atteggiamento dell’amministrazione americana Obama, più

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Introduzione

aperta al dialogo della precedente, è una novità positiva, sebbene spesso vengano trasmessi al regime nordcoreano segni di incertezza sistematicamente sfruttati da quest’ultimo. È alla luce di questo nuovo paradigma che si può capire la crisi con Seul della primavera del 2013 e forse anche le crisi future. Malgrado sia forte la tentazione di ricorrere alla violenza di fronte alle continue provocazioni del regime nordcoreano, il dialogo sembra la sola via possibile. Lo sforzo di percorrere con coerenza la strada della pace è il prezzo necessario per sventare la minaccia posta da Pyongyang ai suoi vicini in termini di sicurezza, mettendo così a nudo le incoerenze del regime. È solo attraverso il dialogo e la normalizzazione delle relazioni che sarà possibile sventare la minaccia nucleare nordcoreana; la strategia opposta, quella del muro contro muro, assicurerebbe soltanto un maggiore credito al regime e la possibilità ch’esso si perpetui nel tempo.

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Prima Parte Il regime più retrivo del Mondo

La Corea del Nord, Stato che figura fra i meno dinamici del Mondo, per la natura del suo regime, del suo sistema economico e per la sua strategia di sopravvivenza, varata all’indomani della fine della Guerra Fredda, è un Paese difficile da descrivere e ancor più da comprendere. Oggetto di una mole di studi sproporzionata rispetto alla sua ampiezza e reale importanza sullo scacchiere internazionale, le ricerche su di essa finiscono per ricalcare conclusioni e ragionamenti sempre uguali che, in mancanza di qualunque fonte di informazione, si sedimentano quale senso comune sul Paese. La prima parte del presente saggio si sforza di descrivere il funzionamento del regime e i suoi metodi, tentando di comprendere come mai sia così difficile acquisire informazioni sul Paese e perché sia invece indispensabile farlo.

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Capitolo 1 La Corea del Nord è un regime stalinista? Le informazioni sono severamente controllate, come anche l’accesso al suo territorio. Rapporto 2005 di Amnesty International

La Corea del Nord interessa quasi esclusivamente gli analisti internazionali. Il suo regime, che sembra appartenere ad un’altra epoca ed è come immobile nel tempo, pone ai politologi diverse domande sul suo funzionamento. La stessa definizione di regime stalinista non può non sembrare curiosa, in un’epoca, il XXI secolo, in cui anche la Cina ed il Vietnam si sono aperti al libero mercato e sono membri del WTO, in cui persino la Birmania sta orientandosi verso la prospettiva di profonde riforme interne ed in cui gli ultimi dittatori del mondo arabo devono fare i conti con vasti movimenti popolari. In confronto a questi Paesi, certo diversi fra loro, ma che hanno conosciuto, nel corso di questi ultimi due decenni, evoluzioni maggiori e che sono stati costretti a progredire e a trasformarsi, la Corea del Nord si presenta come una sopravvissuta. Questo Stato è un’autentica sfida al concetto stesso di evoluzione ed è pertanto necessario che si tenti di svelarne i modi di funzionamento interno. Per capire in che modo la Corea del Nord s’imponga quale elemento di diversità all’interno della scena internazionale, quasi una sorta di intruso nel sistema mondo, che non lascia grande spazio alle differenze, è utile capire a cosa essa somigli, pur nei limiti concessi a questo tipo di analisi dalla scarsità di notizie disponibili e di testimonianze sul Paese. Una cosa è certa, le poche informazioni che ne vengono fatte filtrare sono false e fuorvianti e la frase di Amnesty International posta all’inizio del presente capitolo, benché vecchia di circa dieci anni, rimane ancora attuale.

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Del regno eremita, per usare un’espressione tradizionale coreana, ignoriamo quasi tutto. La mancanza di notizie fa sì che le minime informazioni disponibili siano oggetto di interpretazioni molto varie. Non sempre corrette. Gli analisti, che visitano la Corea del Nord, credono spesso di capirla, di essere padroni della materia. Investitisi autonomamente di una sorta di droit d’entrée (nel significato che alla locuzione dava il filosofo Pierre Bourdieu), si intestano lo studio del Paese, come fosse una scienza riservata a una ristretta élite di specialisti. Sulla base di questa presunzione, le analisi formulate dagli altri studiosi altro non sarebbero che fantasie debitrici nei confronti di luoghi comuni e incapaci di apportare elementi di discussione innovativi. Questo atteggiamento, spesso presente fra gli analisti di scienze umane, è molto diffuso fra coloro che studiano la Corea del Nord, in quanto acquisire l’habitus mentale per capire il regime nordcoreano suggerisce un’adesione implicita ai suoi principi, rafforzata dalla circostanza che le informazioni disponibili sul Paese sono controllate dal governo. Bisogna pertanto diffidare di tutti coloro che sono entrati a contatto con dirigenti nordcoreani, in quanto cedevoli nei confronti della loro propaganda? Non necessariamente. Allo stesso modo, noi dobbiamo entrare nell’ottica che, dato il carattere del regime ed il suo peculiare modo di relazionarsi con l’esterno, è necessario non soltanto fare riferimento alla comunità degli specialisti, che hanno relazioni con il ceto politico del Paese e dunque accesso a informazioni di prima mano, spesso però attentamente selezionate dal governo, ma anche ad una platea più vasta di osservatori, che includa persino i viaggiatori, stando beninteso in guardia da coloro che soltanto perché hanno passato un breve soggiorno nel Paese pensano di sapere tutto sul suo regime. Senza ovviamente dimenticare quella fonte assolutamente preziosa costituita dai racconti dei rifugiati, senza i quali ogni studio della Corea del Nord si baserebbe o su informazioni passateci dal suo governo o su speculazioni teoriche senza alcun elemento concreto a loro sostegno. A ciò si può aggiungere che il regime non è poi così complesso e che,

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La Corea del Nord è un regime stalinista?

dietro i pomposi nomi di alcune strutture burocratiche, si nasconde un potere autocratico, che le lotte fra fazioni (per semplificare: conservatori e riformisti) non hanno affatto indebolito. Alcuni assimilano i meccanismi di funzionamento del potere nordcoreano alla mafia, altri parlano di dittatura clanica o familiare.3 Per capire la Corea del Nord è necessario anzi indispensabile visitarla, avendo tuttavia l’accortezza di combinare le informazioni acquisite durante il viaggio, quasi sempre filtrate dal regime, con le testimonianze delle persone comuni sulle difficili condizioni di vita giornaliere della popolazione; ne viene fuori uno strano contrasto fra un regime staliniano, che offre ai visitatori un’immagine di sé simile a quella che Disneyland costituisce per il sogno americano, e la più prosaica realtà quotidiana che coinvolge circa ventitré milioni di persone. Viaggiare in Corea del Nord Gli stranieri che hanno visitato la Corea del Nord, in questi ultimi decenni, sono quasi tutti concordi, nel sottolineare il carattere assurdo della dittatura, ma anche allo stesso tempo la sua efficienza che le permette di reggere le fila di un sistema di controllo totale. Il Paese non avrebbe perciò nulla in comune con quelle dittature del Terzo Mondo, caratterizzate da un ceto saldamente ancorato al potere e una popolazione abbandonata all’anarchia. Pyongyang assomiglierebbe di più al Big brother del romanzo di Orwell che non a uno Stato caotico, arena di lotte di potere fra fazioni diverse. La presenza in ogni abitazione, oltre che nei luoghi pubblici, delle immagini di Kim Jong-il (almeno sino a quando, nel novembre del 2004, il regime ne ha ordinato la rimozione, senza che ciò ne implicasse un ammorbidimento) e di Kim Il-Sung Sul punto si rinvia alla lettura di Bradley K. Martin, Under The Loving Care Of The Fatherly Leader: North Korea And The Kim Dynasty, New York, Thomas Dunne books, 2004. 3

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(che continuano ad essere presenti) ricordano a tutti che il governo li osserva e si prende cura dei loro bisogni. Le risposte alle loro necessità consistono nel pieno impiego e nelle cure mediche gratuite. Se si deve sorvolare sulla qualità di questi servizi, bisogna comunque riconoscere che la loro offerta è reale e che in Corea del Nord, a differenza che in altri Paesi a regime autoritario, lo Stato è presente. La presenza statale è anzi pervasiva: coloro che fuggono dal Paese parlano di un controllo continuo sui comportamenti di ciascuno (realizzato attraverso un esercito di spie, reclutate fra la popolazione, le quali riferiscono alla polizia tutte le condotte sospette). L’asfissiante controllo statale è uno dei motivi che induce le persone a fuggire, anche se la ragione principale è costituita comunque dalle difficili condizioni di vita. Andare in Corea del Nord è come fare un tuffo nel passato, significa entrare in una cartolina vivente di ciò che erano le dittature comuniste al tempo del loro splendore, salvo che lo splendore appartiene al passato, mentre il presente ha il viso decrepito e persino lugubre di un Paese, che non riesce a offrire ai suoi abitanti neanche l’essenziale per mantenersi. La cosa è più visibile nelle province piuttosto che a Pyongyang, che presenta ancora un volto accettabile, in quanto eletta dal regime come propria vetrina.4 Ampi viali senza traffico, edifici enormi e irrimediabilmente vuoti, monumenti dai nomi pomposi come la torre dell’ideologia Juche e luoghi giganteschi dove si riuniscono, in occasione di cerimonie ufficiali (non esistono cerimonie non ufficiali in Corea del Nord), decine di migliaia di ballerini e cantanti, che celebrano la gloria del regime in feste grandiose, quando non si tratta di parate militari. L’urbanistica della Capitale nordcoreana corrisponde a criteri strettamente legati al potere politico e alla sublimazione della sua ideologia, i grandi lavori Sulle caratteristiche architettoniche di Pyongyang si rimanda a Philipp Meuser (ed.), Architectural and Cultural Guide Pyongyang: Backgrounds and comments, Londres, DOM Publishers, 2012. 4

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La Corea del Nord è un regime stalinista?

di restauro sono frutto dello sforzo costante di rafforzare il prestigio del ceto dirigente. L’ex dittatore Kim Jong-il dichiarò, in un discorso del 7 giugno 2001, al Rodong Sinmun, testata ufficiale del Partito dei Lavoratori di Corea, come: i lavori di costruzione a Pyongyang non sono soltanto una questione di economia logistica, relativa alla costruzione di strade e case, ma una questione politica, legata al prestigio della “Chonson” socialista e alla dignità della patria di Kim Il-sung.5 Il senatore belga Alain Destexhe, dopo una visita a Pyongyang, utilizzò per definirla, con evidente senso dell’umorismo, il termine di Disneyland dello stalinismo.6 Da parte sua il giornalista Philippe Grangereau parla di Jurassic Park del comunismo7, in ragione del carattere antiquato del regime, della sua poderosa struttura burocratica capace di incunearsi nei più piccoli recessi della capitale, ma anche per la sua capacità di riportare in vita reliquie di un passato, quello relativo alla Guerra Fredda, che si riteneva ormai fosse materia dei libri di storia. Le uniformi sono così numerose che si finisce per farci l’abitudine (al milione di soldati regolari si aggiungerebbero circa cinque milioni di riservisti su ventitré milioni di persone!), i visi sono tesi e gravi, le strade, su cui c’è così poco traffico che sarebbe quasi possibile dormirci senza essere schiacciati, vengono pulite di continuo da squadre di persone addette a togliere la polvere. Sulla base di quella sapiente mistura di collettivismo sovietico e rivoluzione culturale cinese, che costituisce l’apparato ideologico Citato in Benjamin Joinau, La flèche et le soleil. Topo-mythanalyse de Pyongyang, Croisements, n° 2, 2012, p. 68. 6 Alain Destexhe, Corée du Nord: voyage en dynastie totalitaire, Paris, L’Harmattan, 2001, p. 39. Il Belgio ha relazioni diplomatiche con la Corea del Nord, come i Paesi dell’Unione europea, ad eccezione di Estonia e Francia. 7 Philippe Grangereau, Au pays du grand mensonge, Paris, Payot edition, 2003, p. 9. 5

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nordcoreano, vengono lanciate grandi campagne nazionali che invitano la popolazione a mobilitarsi per uccidere gli scarafaggi e fermare il contagio dell’AIDS (senza che sia precisato se le due cose debbano essere perseguite con gli stessi mezzi!). Fra le recenti campagne nazionali, almeno dal 2004 è da segnalare quella contro le stazioni radiofoniche, le nuove nemiche del regime. I transistor, la cui vendita è libera, sono sintonizzati sulla frequenza ufficiale e non possono, a meno di essere ritoccati (cosa peraltro abbastanza facile), captare canali stranieri. Queste precauzioni non soddisfano tuttavia le autorità, che preferirebbero di gran lunga sbarazzarsi di tutte le stazioni radiofoniche dietro il pretesto che tutti i giornalisti sono bugiardi, formula quest’ultima consacrata dalla propaganda. Uno degli spaccati più celebri della vita nordcoreana resta tuttavia il fumetto del disegnatore del Quebec, Guy Delisle, intitolato Pyongyang, che ricalca il punto di vista di un occidentale, che ha effettivamente passato sei mesi in questo Paese, sulla Corea del Nord, sottolineando gli aspetti peculiari di questa società.8 I protagonisti della storia vanno a Pyongyang per dare assistenza ad un’azienda, cui è stata subappaltata la realizzazione di un cartone animato francese (prova che molte aziende lavorano coi Nordcoreani a dispetto dei luoghi comuni sull’isolamento del Paese), scoprendo un Paese unico, che Delisle si diverte a raccontare attraverso i suoi disegni in una storia che se non fosse stata reale, potrebbe essere scambiata per la sceneggiatura di un film di fantascienza. L’autore malgrado i suoi sforzi non riesce tuttavia a svelare i misteri di Pyongyang; è lo stesso fumettista a riconoscerlo, dando prova di grande lucidità. Agli occhi di tutti gli osservatori la cosa è chiara: la Corea del Nord è l’ultimo regime stalinista, resistito per più di sessant’anni alla morte dello stesso inventore delle democrazie popolari. Ma cosa si intende per regime stalinista? Tre studi, pubblicati negli Stati Uniti, 8

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Guy Delisle, Pyongyang, Paris, L’Association, 2002.


La Corea del Nord è un regime stalinista?

tentano di ricostruire la genesi del regime di Pyongyang: Gordon Cucullu fa risalire l’origine del male alla fine della Guerra di Corea, quando il regime comunista nordcoreano virò verso un’ideologia di tipo nazionalistico, basata sull’odio (frutto della paranoia di subire un’invasione) verso il Sud, gli Stati Uniti e in maniera più generale, nei confronti delle democrazie;9 i numerosi riferimenti nella retorica del regime alla guerra di Corea, ma anche alla guerra antigiapponese e alla Seconda Guerra Mondiale (segno che il Giappone non è concepito diversamente dalle nazioni occidentali) rivelerebbero la strumentalizzazione che il governo di Pyongyang fa del passato. Pascal Dayez Burgeon aggiunge a questa analisi l’elemento staliniano fondamentale nella costruzione ideologica del regime ai suoi esordi e mette in rilievo come la destalinizzazione, avviata da Mosca nel 1956, non sarebbe stata seguita da Pyongyang anche per l’ambizione di Kim Il-sung di riprodurre il culto della personalità che aveva investito il leader russo.10 Quest’ultima teoria è stata vivacemente contestata dallo storico Balazs Szalontai, secondo cui il regime nordcoreano si sarebbe configurato così come noi lo conosciamo non durante il periodo in cui era al potere in Russia Stalin, ma, al contrario, dopo la morte di questi e l’ascesa ai vertici del PCUS di Nikita Kruscev; il raggiungimento da parte dell’Unione Sovietica di un livello comparabile a quello di Washington avrebbe stimolato Pyongyang a seguirne più strettamente le tracce.11 Mosca avrebbe costituito, fra gli anni ‘50 e ’60 del ‘900, un modello per la Corea del Nord che si comportò nei suoi confronti come un allievo in presenza del maestro; ne è prova la partecipazione 9 Gordon Cucullu, Separated At Birth: How North Korea Became The Evil Twin, New York, Lyons Press, 2005. 10 Pascal Dayez-Burgeon, La dynastie rouge, op. Cit. 11 Balazs Szalontai, Kim Il-sung in the Khrushchev Era: Soviet-dprk Relations And The Roots Of North Korean Despotism, 1953-1964, Stanford, Stanford University Press, 2006.

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del Paese al Patto di Varsavia o la presenza di numerosi ingegneri della Germania orientale in Corea con il compito di assistere allo sviluppo delle infrastrutture; tuttavia in contraddizione alla politica di apertura dei Russi verso l’esterno, i Nordcoreani scelsero di ripiegarsi su sé stessi, seguendo piuttosto l’esempio della Cina dell’epoca. A questo si aggiunse l’eredità della guerriglia che Kim Il-sung impose al Paese come vero modello di governo, al punto che si può affermare che la Corea del Nord sia il primo Paese guerrigliero del Mondo. Fu nel corso di quest’arco di tempo che l’ideologia nazionale venne stravolta e riedificata in parte in maniera autonoma, rimanendo poi inalterata nei sessant’anni successivi.12 Un riconosciuto specialista della Corea del Nord, a livello mondiale, come Andrei Lankov, che vi soggiornò quando era uno studente dell’Unione Sovietica, sostiene da parte sua che, a differenza degli altri Paesi comunisti, la Corea del Nord non avviò una politica di destalinizzazione, rifiutandosi, diversamente dai Paesi dell’Europa orientale, di voltare pagina sull’opprimente sistema di potere del Padre dei popoli e di avviare la pur minima riforma.13 Ciò si collegherebbe con il peso della guerriglia nel pensiero politico di Kim Il-sung. Questi studi, se hanno in comune la valorizzazione dell’esperienza storica, testimoniano altresì la difficoltà di definire uno Stato staliniano in un contesto posteriore a quello generato dalla Guerra Fredda. Tuttavia è anche possibile che la qualifica di staliniano sia un’etichetta generica per un Paese difficile da qualificare. In un’opera più recente Brian Myers, risale alla lotta contro i colonizzatori giapponesi per ricostruire l’immaginario di questo regime, retto attraverso il pugno di ferro dalla famiglia Kim, e che ha

Charles Armstrong, “The Destruction and Reconstruction of North Korea, 19501960”, The Asia-Pacific Journal, Vol 8, Issue 51, n° 2, dicembre 2010. 13 Andrei N. Lankov, Crisis in North Korea: The Failure Of De-Stalinization, 1956, University of Hawaii Press, 2007. 12

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attraversato tutta la seconda metà del XX secolo senza mai cambiare.14 Un excursus che serve soprattutto a capire da dove venga l’enorme credito di cui gode Kim Il-sung, padre della Repubblica democratica popolare nordcoreana. L’autore sostiene che il regime abbia operato un recupero dei miti unificatori, sviluppati durante la lotta ai Giapponesi per rafforzare l’unità nazionale, innervandoli di elementi razzisti. Kim Il-sung avrebbe forgiato la sua immagine sulla figura di Hirohito, modellando il nazionalismo nordcoreano su quello giapponese, di cui la Corea del Nord aveva fatto esperienza durante i sessanta anni di occupazione nipponica. In sostanza per Myers, il modello del regime di Pyongyang non sarebbe tanto l’Unione Sovietica di Stalin o la Cina di Mao, di cui avrebbe assimilato solo alcune caratteristiche superficiali, quanto il Giappone imperialista della prima metà del XX secolo. Questa tesi ha il merito di rilanciare il dibattito sulla natura del governo nordcoreano e sul modo migliore di qualificarlo. Essa introduce anche il tema, su cui torneremo, di un’identità della Corea del Nord distinta da quella del Sud. Contrariamente ai luoghi comuni, il Paese non è totalmente chiuso agli stranieri. Almeno ufficialmente, non c’è alcuna restrizione per i viaggiatori, a parte che per i giornalisti che devono essere muniti di uno speciale visto, il cui rilascio è piuttosto difficile, che si ottiene tramite previa richiesta all’ambasciata. Esistono anche delle agenzie di viaggio specializzate in tour della Corea del Nord. Il problema di questi viaggi organizzati è il loro strettissimo inquadramento, solo i visitatori cinesi godono di maggiore autonomia e non sono scortati da una guida in ogni loro spostamento. Per gli appassionati! Un dettaglio divertente da riportare è che la maggior parte delle guide turistiche della Corea del Sud dedica qualche pagina anche a quella del Nord. Vi si può vedere la necessità di rispondere alla curiosità di quei visitatori, che desiderano un soggiorno a sud della 14 Brian R. Myers, The Cleanest Race: How North Koreans See Themselves – And Why it Matters, New York, Melville House, 2010.

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zona demilitarizzata (o DMZ) e che progettano di andare a vedere da vicino questa strana barriera, che da più di sessant’anni divide due mondi, vedere le guardie nordcoreane di cui, malgrado gli occhiali da sole che portano, si può intuire lo sguardo minaccioso rivolto verso i soldati della Corea del Sud o ancora più prosaicamente si può pensare che chi scrive le guide voglia premunirsi nel caso la barriera fra i due Stati cada improvvisamente.15 La Corea del Nord stimola anche la curiosità (legittima) di coloro che amano le sensazioni forti: fra costoro Tony Wheeler, fondatore delle universalmente conosciute guide Lonely Planet, il quale ha scritto un libro, che unisce esperienze di viaggio (fatte in epoche diverse) e considerazioni politiche, sui cosiddetti Stati canaglia, comprendendovi oltre alla Corea del Nord anche Cuba, l’Albania, l’Afghanistan, l’Arabia Saudita, la Birmania, l’Iraq, l’Iran e la Libia.16 Il libro cerca di soddisfare la curiosità di quelle persone, che insoddisfatte dalla monotona ripetizione dei negativi luoghi comuni su questi posti, vorrebbero visitarli per farsene un’opinione personale. È il caso di Andrew Swearingen, uno studente danese della facoltà di lingue della Oxford University, il quale ha ammesso di essere andato in Corea del Nord per innocente curiosità: «Volevo vedere coi miei occhi il Paese più totalitario del Mondo, sede dell’unica dinastia comunista.»17 I luoghi inseriti nelle liste dei Paesi a rischio o Paesi che sarebbe 15 Avendo curato personalmente la redazione di guide turistiche sulla Corea del Sud, mi è capitato di essere interpellato dall’Ufficio del Turismo di Seul, sorpreso da tanto interesse sul regime di Pyongyang, sul perché dedicassi pagine all’altra Corea. 16 L’edizione francese del libro è Tony Wheeler, Dans les pays de l’axe du mal, Paris, Lonely Planet, 2007. 17 Cit. Quand les ‘Etats voyous’ draguent les touristes, Libération, 30 gennaio 2009. Consultabile all’indirizzo: http://voyages.liberation.fr/actualite/quand-les-etatsvoyous-draguent-les-touristes

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meglio evitare, per ragioni di sicurezza, o perché sede di regimi oppressivi, stilate dagli organi diplomatici, attraggono alcune categorie di viaggiatori affascinati dalle mete turistiche non convenzionali. La Corea del Nord rappresenta per costoro un autentico Eldorado: le condizioni di sicurezza non sono problematiche, in quanto il governo di Pyongyang non ha alcun interesse a maltrattare i rari visitatori e la popolazione locale non molesta i turisti per il timore di sproporzionate punizioni da parte delle autorità. I caratteri del regime possono pertanto fungere da motivo di ripulsa, ma anche di attrazione per alcune categorie di viaggiatori, tuttavia il turismo nel Paese non è debitore soltanto nei confronti di coloro che sono alla ricerca di emozioni forti. La Corea del Nord ha luoghi di pregio come il Monte Kumgang, situato nella parte meridionale del Paese, nella provincia di Gangwon-do, unica provincia divisa fra le due Coree. Numerosi Sudcoreani si sono recati qui, negli ultimi anni, quando Pyongyang, durante il periodo della Sunshine policy, nei primi decenni del XXI secolo, ne aprì la frontiera in segno di disponibilità al dialogo con la Corea del Sud. Il posto era comunque visitabile solo attraverso tour organizzati e il suo accesso dal Paese confinante venne nuovamente chiuso, quando le relazioni fra Pyongyang e Seul si deteriorarono un’altra volta. Recentemente il regime ne ha proposto la riapertura, nel quadro di una ripresa delle relazioni con il Paese vicino. Oltre a ciò, la Corea del Nord può vantare paesaggi di eccezionale bellezza, fra i migliori della Penisola, e siti storici di grande interesse, come le tombe del reame di Koguryo, che fanno parte del patrimonio mondiale dell’Unesco, organizzazione di cui Pyongyang fa parte. A meno che il visitatore non sia invece più attratto dall’architettura di regime: i monumenti dedicati alla gloria della dinastia Kim, alla vittoria sul Giappone o ai tanti coloratissimi e bizzarri affreschi murali che fanno spesso da ornamento agli edifici delle grandi città. Se c’è un simbolo che può riassumere in sé la Corea del Nord questo è l’hotel Ryugyong di Pyongyang, la cui costruzione è iniziata

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nel 1987. Questo edificio, alto 330 metri, sarebbe divenuto l’albergo più alto del Mondo ed anche il più grande (possiede 3.000 camere) se la sua costruzione non fosse stata interrotta nel 1992. Nel frattempo, la fine della Guerra Fredda aveva contribuito a isolare ulteriormente il Paese e un terzo hotel internazionale (oltre ai già esistenti Koryo e Yanggakdo dove vengono solitamente ospitati i viaggiatori di passaggio) divenne un bene di lusso inutile. D’altronde l’hotel sarebbe stato comunque sottoutilizzato, dato lo scarso flusso turistico, e i costi della sua realizzazione superavano la disponibilità del regime. Per oltre vent’anni, questa enorme piramide di cemento (la sua struttura era stata completata), senza finestre e priva di arredi interni, è rimasta al centro della Capitale come un edificio fantasma, cupo e sproporzionato. Era una delle torri più alte del mondo, in un paese che semplicemente non poteva permettersi di terminarne la costruzione. Questo edificio può rappresentare la Corea del Nord, le sue smisurate ambizioni e i suoi limiti. Dopo più di due decenni di abbandono, una società egiziana ha completato i lavori di restauro della facciata dell’edificio, ufficialmente aperto per il centenario di Kim Il-sung. Il gigantismo della Capitale nordcoreana serve a soddisfare la vanità dei suoi dirigenti politici più che assolvere una funzione urbanistica. Si può menzionare anche la costruzione di un immenso stadio di calcio, edificato nella speranza che servisse per qualche evento sportivo, collegato ai Mondiali del 2002, organizzati dal Paese congiuntamente con Corea del Sud e Giappone. Delusa questa aspettativa, lo stadio è ormai utilizzato più che per le partite di calcio come teatro delle grandi manifestazioni del regime. Con le sue costruzioni, simbolo di un regime che attraverso l’architettura e la pianificazione urbanistica tenta di celebrare sé stesso, Pyongyang è, per molti aspetti, una città affascinante.18 Il resto della Corea del Nord è invece difficile da visitare e le 18 Per una descrizione dello sviluppo urbanistico di Pyongyang, si veda Benjamin Joinau, La flèche et le soleil. Topo-mythanalyse de Pyongyang, op. Cit.

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Enigma nord coreano - antepirima  

di B. Courmont

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