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franz 2 – September 2010

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franzmagazine.com CULTURE ON WEB AND PAPER settembre September 2010


INDEX

COLOPHON

6. TI AMO POI TI ODIO POI TI ESPONGO

publisheR inside cooperativa sociale

di Claudia A. Sarti

editor in chief Fabio Gobbato creative direction Anna Quinz Kunigunde Weissenegger

10. Una storia scritta sui muri

art direction Riccardo Olocco Daniele Zanoni

di Anna Quinz

photo direction Alexander Erlacher

16. Christian Niccoli Bedachter Rebell

TEXT Andrea Marcellino Anna Quinz Claudia A. Sarti Florian Seebacher Kunigunde Weissenegger

Interview von Kunigunde Weissenegger

photo Reinhard Frick Christian Niccoli Riccardo Rizzo Tappino Bastards Thrasher Magazine

20. Gnarly 90ies von Florian Seebacher

illustrations hannes pasqualini

24. Incidente mortale allo skatepark di Andrea Marcellino

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THANks to MARTIN HANNI COVER FRANZ Mozzi, 38, web developer by Tiberio Sorvillo


EDITORIAL

Diese Ausgabe des Magazins ist eine Liebeserklärung an eine Bewegung der 90er-Jahre: Street Culture bzw. die Skate- und Graffiti-Szene in Südtirol, von damals bis heute. Dass das Thema abgesehen von NostalgieSchwelgerei aktuell ist und brennt, sieht man an Aktionen der letzten Wochen: die Pressekonferenz beim Skatepark auf den Talferwiesen und das darauffolgende Medienecho, das Graffiti-Projekt MurArte in einigen Bozner Vierteln und auch der Skateliner, eine Liste aller (leider auch verfallenen bis halbwegs befahrbaren und intakten) Südtiroler Skate-Anlagen, Ende Juli von der Neuen Südtiroler Tageszeitung veröffentlicht. Daraus folgt: Wenn allgemeines Interesse besteht, muss reagiert werden! Reaktion aber zur Unterstützung der Szenen und nicht bloße Alibi-Strukturenerrichtung oder Ignoranz und Vernachlässigung. Dass nicht alles heile, coole Welt ist, liest sich auch aus Claudia A. Sartis Reise durch die aktuelle, auch internationale Writer-Szene. PseudoToleranz und Intoleranz lassen grüßen. Doch es gibt auch Positives zu berichten, wie eben das Graffiti-Projekt

MurArte, betreut von Riccardo Sgeezo Rizzo, einer, der von Anfang an dabei ist, den auch damals jeder kannte. Er hat mit Franz der alten Zeiten gedacht und erzählt, wie für ihn alles angefangen hat, wie die Szene allgemein aufgekeimt ist und sich weiterentwickelt hat. Nicht bloß im Mainstream mitschwimmen, sondern Neues bringen, wollte auch Christian Kitti Niccoli. Zusammen mit seinem Bruder Andrea Andi und David Jeff Duzzi haben sie als Tappino Bastards seinerzeit Mauern und Szene verschönert. Im Interview erinnert er sich. Parallel zum Graffiti-Hype blühte in den 90ern die Skater-Szene auf. Florian Flox Seebacher, der selbst von Anfang an Skater-Höhen und -Tiefen miterlebte, weiß, wie und wann genau alles begonnen hat – zusammen mit anderen hat er außerdem die Plattform Sk8 Project gegründet. Wie es enden könnte, demonstriert Andrea Marcellino abschließend markant und schmerzlich. Hoffentlich kommt es nicht dazu!

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Kunigunde Weissenegger 


Ti amo poi ti odio poi ti espongo Testo di Claudia A. Sarti, restauratrice Illustrazioni di Hannes Pasqualini

I

l 13 luglio si è concluso a Milano, in modo insoddisfacente per tutti ma così made in Italy, il primo processo ad uno street artist secondo le nuove norme della tolleranza zero. Delle tre accuse rivolte a Daniele Nicolosi, conosciuto e riconosciuto come Bros e come artista e non imbrattatore, una è caduta in prescrizione, e le altre due si sono vanificate con un vizio di forma e il ritiro della denuncia da parte del proprietario dell’immobile vandalizzato. Insoddisfacente per Bros, diciamolo, che avrebbe voluto la completa assoluzione per non aver danneggiato luoghi di prestigio ma semplicemente valorizzato aree urbane anonimamente scadenti. E insoddisfacente per il vice sindaco De Corato che avrebbe voluto sottolineare in modo esemplare la nuova linea dura presa dalla città di

Milano che ha sanzioni durissime e cinque writer già a processo. Nel frattempo da maggio circola l’idea della giunta Moratti di dedicare spazi in aree degradate ad artisti che non abbiano avuto però problemi con la legge. Rido e non vorrei, o almeno non dovrei, perché non finisce qui. Gli artisti partecipanti godranno di una specie di amnistia per il loro precedente operato se sottoscriveranno un patto con il comune che garantisca l’assenza di nuovi imbrattamenti. Certo, il comune seleziona e paga 1000 euro degli artisti per esprimersi su un tema, la città che vorrei, ma poi li redarguisce dal continuare a farlo perché imbrattano. Validi artisti che devono la loro fama nel panorama cittadino ed internazionale ad opere illegali ma che non abbiano problemi con la legge. È comprensibile solo se pensiamo

Dentro le contraddizioni proprie della scena artistica più democratica che ci sia la vera divisione è tra chi disprezza e chi compra franz 2 – Settembre 2010

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all’Italia come a quel paese che ha cancellato i graffiti di Keith Haring, uno dei quali di sei metri per due sulla superficie trasparente di un ponte della metropolitana a Roma, nel 2001, quando è semplicemente impensabile dire che Haring non sia un artista amato visto che a livello di diffusione, sovraesposizione e quindi popolarità i suoi omini se la giocano alla pari con gli angioletti di Michelangelo. Uno dei selezionati per l’iniziativa milanese, chiamata Walls of Fame in uno slancio di fantasia, è certamente Pao, famoso da anni per i suoi paracarri decorati e consacrato definitivamente con la sua prima personale conclusasi il 4 luglio scorso e pubblicizzata in ogni dove, che sembrerebbe essere già all’opera incurante delle contraddizioni insite nell’iniziativa che invece preoccupa altri e che non fa che infilare il dito in una piaga aperta da oltre trent’anni e che non si può chiudere senza scontentare qualcuno. I paracarri sono veramente migliorati dopo l’intervento di Pao, le riviste femminili ne erano stracolme ed entusiaste, ma non erano e sono esclusiva proprietà del comune? Non comprendo i parametri di giudizio, perché non prendo nemmeno lontanamente in esame i Forza Inter del mondo, che devono essere senza dubbio perseguiti, pur essendo un dato oggettivo che il fenomeno del graffitismo nasca con la diffusione del puro e semplice nome scritto sulle più disparate superfici pubbliche, a marcare il territorio, e poi si evolva in firme sempre più elaborate, loghi personali ripetuti ossessivamente, come la papera bolognese pea brain, uno dei più antichi in Italia che nasce e cresce nella seconda metà degli anni ’80, fino a prendere i connotati che oggi sappiamo riconoscere, ma credo comunque che la street art prenda le distanze da un mero franz 2 – September 2010

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desiderio di fama tramite la diffusione meccanica di una tag e che miri ad entrare nel tessuto urbano in maniera molto più completa e articolata, utilizzando svariati mezzi espressivi che comprendono l’istallazione e la performance, e che hanno in comune con le prime manifestazioni solo il luogo e quindi l’illegalità e la forma gratuita dell’esibizione a favore di un riconoscimento in popolarità non più di un nome ma di un operato caratterizzato da uno stile personale. È di gennaio di quest’anno la fondazione del gruppo GANT, Gallery Artist No Tags, da parte di Frank Denota, Paul Kostabi e LaII, che decidono di schierarsi contro il vandalismo, ma trovo personalmente eccessiva la presa di posizione che sembra rinnegare il luogo d’azione e sottoscrivo invece quanto detto e fatto da Sonda, writer milanese, lo scorso maggio a Viareggio, che partecipando ad un’ esposizione proprio sulla street art ha preferito operare su un cavalcavia messo a disposizione dal comune e mettere in galleria il documentario della realizzazione, perché l’impatto che si ha vedendo un muro, con quelle dimensioni, gratuitamente, senza orari, non può essere riproducibile in nessuna struttura museale. Strutture che invece si aprono sempre di più, come quello della Scienza e della Tecnologia sempre di Milano, giusto per confondere ancora di più le idee, dove l’associazione Stradedarts ha organizzato La forma delle Reti, mostra visibile fino al 29 agosto. E non è certo sconvolgente né innovativo portare questo genere di artisti in galleria, vista la storia di Basquiat, che con la firma Samo non è che producesse manufatti artistici dalla tecnica così elaborata, avvicinandosi anzi pericolosamente al vandalismo comune, e dello stesso

Haring, manifesto con i suoi Pop shop, il primo dell’86, della sua volontà di commercializzare un prodotto che ha avuto e continua ad avere forti risvolti nella grafica, nel design, nella moda, nella pubblicità. I prezzi raggiunti dagli stencil di Banksy sono a dir poco clamorosi, sempre su un piano di partenza della fruizione gratuita che di base hanno, e che si giustificano solamente pensando al fatto che se venissero lasciati in strada potrebbero andare persi per mille ragioni. Le storie sui Banksy cancellati sono innumerevoli, quello recente di Hackney, quartiere di Londra, vede la popolazione locale minacciare una denuncia per vandalismo nei confronti dell’amministrazione comunale, e guardando le foto del muro completamente tinto di nero non si può fare altro che essere d’accordo. La rimozione di uno dei suoi lavori più amati, i due attori di Pulp Fiction che impugnano banane a guisa di pistole nella centralissima Old Street di Londra, ha fatto insorgere chiunque contro la pulizia di un’opera dal valore stimato di 300.000 sterline. Io lo amo per diverse ragioni, ma la principale è che è talmente prolifico e talmente diffuso e talmente riconoscibile, che quando lo incontri sei irrazionalmente felice, come quando trovi un quadrifoglio senza averlo cercato, e lo lasci lì sapendo che anche altri lo troveranno senza averlo cercato. In un museo di botanica non credo che guardare un quadrifoglio avrebbe la stessa resa, non mi sentirei poi così irrazionalmente fortunata. Lo stesso è applicabile ad Invaders, street artist francese che punta molto del suo operato sulla diffusione di mosaici con il simbolo di Space Invaders, e che vende le cartine delle città dove si espone consapevole della portata di questo gioco del farsi trovare,

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arrivando addirittura a vendere i pezzi del mosaico con tanto di istruzioni per espandere ancora di più l’invasione. Con queste modalità c’è una partecipazione dello spettatore che si sente un po’ come un collezionista, scovando casualmente pezzi della propria raccolta mentale anche di altri artisti altamente diffusi come Obey Giant, come non nominarlo, superstar che affronta i processi come fossero campagne pubblicitarie e autore di quella che a livello di icone del secolo si piazza sicuramente benissimo pur avendo una valenza estetica prettamente americana, oppure come Ericalcane e Blu, che da Bologna si diffondono in ogni luogo e che utilizzano benissimo il web per fare collaborazioni e pubblicizzare opere che sono come enormi illustrazioni in ambienti urbani dissonanti. Rovina, l’intervento all’interno delle stanze della settecentesca Porta Pia di Ancona da parte proprio di Ericailcane, è visitabile fino a settembre, ed è una di quelle cose che trovo intelligenti, visto che la struttura, seppure storica e di prestigio, era inutilizzata da più di dieci anni. Una bella riqualificazione. Il clamore per l’interesse dei galleristi invece non mi sembra si possa considerare tale, le gallerie non sono che negozi, solo a volte più chic di altri.

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Una storia scritta sui muri Riccardo Rizzo, indiscusso protagonista della scena street bolzanina degli anni ’90, racconta di sé e del suo modo di fare arte. Partendo dalle bombolette via Vintol a, Bolzano, aprile 2010

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Testo di Anna Quinz, copy writer

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ncredibile a dirsi, tutto è iniziato in via Genova. Era la Bolzano dei primi anni ’90, e nella Pista Zero di via Genova, non c’era nulla. Era dunque il luogo perfetto per i giovanissimi per far convergere energie nuove, per trovarsi e confrontarsi, per far scorrere la voglia di fare e di creare stimoli sempre nuovi.

Riccardo Rizzo è uno di quei ragazzi che, allora poco più che dodicenne, passava i suoi pomeriggi proprio li, a seguire le gesta dei suoi precursori, che avevano già creato una piccola “scena” hip hop in città, che andavano in skate, che ascoltavano l’hardcore, che facevano graffiti. Come tutti i giovani che non vogliono farsi intrappolare da quel destino che, nella provincia

Riccardo Rizzo, indiscusso protagonista della scena strett bolzanina degli anni ’90, racconta di sé e del suo modo di fare arte. Partendo dalle bombolette. franz 2 – September 2010

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Centro giovanile Jungle, Mer ano, 2006

spesso pare segnato - lo studio, il lavoro, una casa ordinata con la lavastoviglie ed il balcone coi geranei – Riccardo da questi “cattivi ragazzi” si è fatto affascinare, ha scoperto in loro, e nelle cose che facevano una via di fuga alla noia ed alla monotonia di pomeriggi bolzanini senza troppi diversivi. E così, pieno di energia, invece che guardare Bim Bum Bam, è entrato nel gruppo ed ha iniziato a fare i suoi “pezzi”, così si chiamano in gergo. Erano dunque, e chi c’era lo sa, anni magici. Bolzano era diversa, né migliore né peggiore. Solo diversa. O forse eravamo diversi noi, chissà. I luoghi per i giovani erano meno di oggi, ma erano luoghi importanti, che in qualche modo si connettevano con questa ondata nuova arrivata, dal mondo, anche nella nostra città. Chi può dimenticare il Buddha, un’esperienza unica per Bolzano, una sorta di centro sociale, rimasto nell’immaginario di tutti. E poi Buon Compleanno, il primo

negozio a vendere tutto il necessario per graffiti, skate ecc, ma anche e soprattutto spazio libero in cui passare le proprie ore pomeridiane, senza per forza dover comprare qualcosa. E poi, il Papperlapapp, il centro giovanile dove ascoltare concerti e dove fare festa. Sono luoghi che a ricordarli, ci si sente tutti parte di qualcosa di speciale avvenuto in città, qualcosa che ha aperto porte, ha distrutto barriere (la scena street bolzanina, infatti, non faceva distinzioni etniche: italiani e tedeschi, esperienza raramente ripetuta), ha creato storie. Che ancora oggi hanno qualcosa da dire. E allora, torniamo a Riccardo: non più bambino, non ancora ragazzo, bomboletta alla mano, ha raccolto dai suoi predecessori il testimone, ed è diventato in pochi anni, l’idolo indiscusso della scena street bolzanina. Incontro Riccardo, nome d’arte Sgeezo, in un pomeriggio di luglio, in un angolo di verde cittadino, e ci immergiamo in un inevitabile amarcord, raccogliamo

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centro giovanile Vill a delle Rose, Bolzano, 2010

e confrontiamo ricordi di quegli anni fertili, di quei ’90 bolzanini che hanno fatto da sottofondo alla nostra comune ma diversa adolescenza. Io la scena street la ricordo, ma da outsider. Non c’erano donne tra i writer e gli skater bolzanini, ma eravamo comunque in qualche modo coinvolte, e soprattutto affascinate da questi coetanei così diversi dalla massa, che coi loro vestiti larghi, i loro skate e le loro bombolette, portavano il nuovo in città. Dunque, Riccardo di questo mondo nuovo è diventato il re, il più ammirato, il più imitato. Ancora oggi, tutti ne parlano come di un mito, anche se lui, in fondo, in questo ruolo non si è mai sentito troppo a proprio agio, mi confida. Perché essere un mito, se pure in una città di provincia, richiede inevitabili responsabilità, che forse un ragazzino che nella sua testa pensa solo a disegnare, non ha voglia di assumersi. Ma tant’è, Riccardo mito è diventato, ed ha permesso, insieme ai

suoi compagni di avventure, al mondo dell’arte sui muri di entrare a pieno titolo in città. Chi erano dunque, gli altri protagonisti di quel periodo magico, chiedo. “Beh, c’ero io ed il mio primo compagno di avventure, Marco Molon. E poi Daniele Pezzimenti, Teo Lescio, Thomas Grandi e tanti altri, chi più propenso allo skate, chi più al disegno. Poi c’era una sorta di altra fazione nel graffito, composta da Kitti (Christian Niccoli) e Jeff (David Duzzi), di un’altra generazione, un po’ più grandi, un po’ più sperimentali, forse”. Insieme a Riccardo, ripercorriamo le varie storie di questi personaggi, la sua in primis, ed è affascinante notare come in fondo tutti questi giovani graffitari (termine troppo spesso percepito come negativo e dispregiativo), siano poi diventati, nel mondo adulto, artisti ed abbiano continuato, chi percorrendo una via chi un’altra, quell’esperienza di arte nata dalla strada, e dal segreto piacere di fare qualcosa di nuovo e di proibito.

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pezzo a più mani (Bomb Box Crew), FOVS Jam di Feldkirch, Austria, luglio 2010

Riccardo infatti dopo l’adolescenza bolzanina consacrata alla sua arte a bombolette, è partito per Bologna, per frequentare l’Accademia di Belle Arti. Un passaggio forse inaspettato, perché il graffito con l’accademia, non ha nulla a che fare. Anzi. Ma è stato proprio questo a stimolarlo, mi dice, la voglia di conoscere il mondo accademico e “tradizionale” dell’arte, di

possederne e approfondirne le tecniche più classiche, per farle proprie, per poterne maneggiare con competenza e proprietà i linguaggi e gli strumenti. E per poi, oggi, tornare a spezzare la linea e chiudere il cerchio. Perché oggi il percorso artistico di Riccardo, passando per l’illustrazione, torna sempre più ad avvicinarsi a quel graffito originario da cui tutto ha preso vita.

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E come lui molti, perché dipingere su un muro non è solo trasgredire le regole. È anche e soprattutto un modo di dichiarare la propria volontà di esprimersi, come individui innanzitutto, e come artisti poi. Riccardo è una persona delicata e gentile, che mi racconta tutta la sua storia, questa storia, quasi con una certa commozione, perché in fondo ormai

quegli anni sono lontani, ma sentendolo parlare, resta evidente la consapevolezza che in lui, come in tutti noi che c’eravamo, quegli anni esistono ancora. E le tracce, evidenti e colorate, non si trovano solo sui muri della città.

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Video stills Untitled # 1, HD Hispeed video, 2009

Christian Niccoli Bedachter Rebell Er war eine der zentralen Figuren der Bewegung in den 90er Jahren. Heute ist er freischaffender Kßnstler in Berlin. franz 2 – Settembre 2010

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Interview von Kunigunde Weissenegger, Schreiberin

E

in Gespräch über ihn, über die Graffiti- und Street-Szene von damals und über seine Entwicklung hin zum international anerkannten Kreativen und Denker, der heute in Berlin lebt und arbeitet. Wie, wann und warum bist du damals zum Graffiti gekommen? Angefangen hat, glaube ich, alles ’93 oder ’94 – und ging dann bis 2000. Ich war damals 16–17 Jahre. Ich bin durch meinen Bruder dazu gekommnen. Er besuchte damals die Kunstschule in Trient und zusammen mit unserem Freund Jeff haben wir dann damit angefangen. Hattest du Vorbilder? Wovon hast du dich inspirieren lassen? Wir, die Tappino Bastards, hatten mehrere Vorbilder, Leute die in Büchern oder ähnlichem publiziert wurden und die in großen Städten große Stücke gemacht haben. Es gab damals schon eine ganze Menge an Büchern über Graffiti; solche kauften wir auch, wenn es ging. Man darf nicht vergessen, es gab ja kein Internet, folglich war das Weitergeben von Informationen deutlich langsamer. Nach Bozen kam nicht so viel, also sind wir nach Mailand oder München gefahren, auf der Suche nach Inspiration. Was unseren Stil angeht, glaube ich, waren wir nur kurz im klassischen „Lettering“ oder „Puppet“ Stil – also dem Graffiti im klassischen Hip-Hop-Stil. Wir waren schon ziemlich früh auf der Suche nach einem eher künstlerischen Zugang zur Graffitikunst.

gerade, ob diese Zahl stimmt. Über illegale Arbeiten spreche ich nicht in einem Interview – logischerweise. Welche Themen waren für dich interessant? Beschreibe einige Werke. Anfangs waren es eher Hip-Hop-bezogene Motive, dann immer mehr künstlerische, expressive Themen. Ich möchte da keine Beschreibungen machen, denn die Arbeiten sind sehr visuell. Gab es damals auch Gegner oder Feinde? Neider? – Bist du auch an Grenzen gestoßen? Oder gab es nur Verehrer und Verehrerinnen? Es gab eher Neider und Verehrerinnen, aber keine wahren Gegner. Wir waren meist legal am arbeiten. ...es war eigentlich die glorreichste Zeit in meinem Leben. ...weil wir gekannt wurden, bewundert vor allem von der weiblichen Seite, von der männlichen eher belächelt. ...weil wir nicht von den üblichen Stadtvierteln kamen. Wir waren sozusagen Outsider. Die glorreichste Zeit auch, weil ich sie wie eine kleine Form der Renaissance erlebt habe. Was ist das Interessante an dieser Straßenkunst? Wird man süchtig? Die Kommunikation mit dem Publikum, die sehr direkt ist. Es war bestimmt auch das Anders-sein-wollen, das Speziell-sein-wollen. Man kann süchtig werden, aber eher nach der Aufmerksamkeit, die man sich dadurch verschafft.

Wie viele Graffitis hast du gesprayt? Legale Graffitis habe ich um die 20–25 gemacht, glaube ich. – Ich frage mich

War Graffiti immer nur ein Zeitvertreib für dich? Wie hat sich deine Ausdrucksweise über die Jahre hin entwickelt? – Kamen andere Arten künstlerischen Produzierens hinzu? Es war nie ein Zeitvertreib, es war eine

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Foto Tappino Bastards aus Gr affiti in Tirol, Haymon Verl ag 2000

Think about, Graffiti-Festival , Drususstadion, Bozen, 1995

Leidenschaft. Graffitis haben mich zur Malerei gebracht. Von der Malerei bin ich zur Medienkunst gekommen. Was bedeutet dir Graffiti heute? Jetzt bedeutet mir es nicht besonders viel. Es ist eine Ausdrucksmöglichkeit, die teilweise sehr spannend sein kann, oft aber sehr rhetorisch ist und sich selbst wiederholt. Es ist vor allem zu starr in einem Hip-Hop-Kontext verankert. Damals hat es mir aber sehr viel bedeutet. Du lebst in Berlin. – Verfolgst du die Szene in Bozen noch? Ich habe Kontakt zu den Leuten, verfolge aber keine Graffitiszenen, auch nicht die in Berlin. Christian Niccoli ist heute freischaffender Künstler. – Tragen deine Werke Einflüsse aus jener Zeit? franz 2 – Settembre 2010

Meine gegenwärtige Arbeit hat mit meinen Graffitis von damals kaum etwas zu tun. Ich mache abstrakte, metaphorisch angehauchte Videofilme und Videoinstallationen – sowohl sehr kurze Videofilme von einer Minute als auch komplexe Multikanal-Videoinstallationen. Meine Arbeit ist stark auf mich, auf meine Person bezogen. – Dinge, die mich persönlich beschäftigen. Ich verarbeite persönliche Erlebnisse. Neue Phasen lösen neue Arbeiten aus. Kunst ist für mich in gewisser Weise immer Selbsttherapie und -analyse. Ich habe nun einen Weg eingeschlagen, der mich viel mehr in Frage stellt. Künstler sein heißt für mich „überleben“, mit verschiedenen Arbeiten, und einen brutalen Willen zu haben. Künstler sein ist aber immer auch sehr relativ. Welche Themen beschäftigen dich? Ich beschäftige mich mit dem Zwi18


Foto Reinhard Frick aus Gr affiti in Tirol Haymon Verl ag 2000

Durst, Brixen, 2000

schenmenschlichen, folglich mit Paaren, Familie, Freundschaft, Anonymität, Urbanität. Viele meiner Projekte sind autobiografisch, also Analysen meines eigenen Zustandes re-inszeniert durch Schauspieler. Andere Projekte sind beinahe soziale Studien oder Analysen. Grundlegend ist jedoch immer, dass es um sehr existentielle Fragestellungen geht. Deine Entwicklung ist spannend: Du bist von den Graffitis zur Malerei, von der Malerei zur Medienkunst gekommen. – Gibt es dafür Gründe? Ich habe während der Oberschule (italienisches Kunstlyzeum) früh gemerkt, dass ich ein Maler sein will. Es war also für mich klar, dass ich an eine Kunstakademie will. Ich hatte dann das Glück in Florenz zu studieren, wo ich (für ihr Alter) wahnsinnig gute Studenten kennengelernt habe. Mir wurde klar, franz 2 – September 2010

dass ich dieses Talent für Malerei nicht besitze. Zum selben Zeitpunkt wurde ich zu einer Ausstellung eingeladen, bei der ich mich zum ersten mal mit Video versucht habe. Ich habe sofort gemerkt, dass dieses Medium zu mir passt und so habe ich weitergemacht. Woran arbeitest du zur Zeit? Gerade zeichne ich viel. Das ist das zweite Medium, mit dem ich von Zeit zu Zeit arbeite. Vor allem arbeite ich aber an drei Videoprojekten, jeweils zu den Themen Homosexualität, Familie und das Dilemma Sicherheit–Freiheit.

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20 Fotos aus Sk ate and Destroy, the first 25 years of Thr asher Magazine, Universe Publishing, 2006


Gnarly 90ies Text von Florian Seebacher, Skater und Publizist

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m Jahr 1992 erscheint „The Questionable Video“, ein Skateboardfilm von Plan B mit den damals besten amerikanischen Skatern. Auf diesem rutscht der damals noch unbekannte Pat Duffy mit seinem Brett ein mehrmals geknicktes nicht enden wollendes Eisengeländer hinunter (50-50 Grind). Der Skateboom hatte begonnen. „At that time it was the gnarliest thing ever done,“ meinte rückblickend die Skate-Legende Ed Templeton. Die in den 50er–60er Jahren in Amerika aus dem Surfen geborene Skateboardszene kam nach mehreren Disziplinen (Slalom, Downhill, Freestyle, Vertramp, Pool) und mehreren Hoch und Tiefs in den 80er Jahren fast zum Stillstand. Es waren dann Spielfilme wie „California Skate“ (mit Christian Slater), Skatevideos wie Plan B’s „The Questionable Video“, und Skater wie Matt Hensley, Ed Templeton, Rodney Mullen, John Cardiel und Danny Way, die Anfang der 90er dem Skateboarden (vor allem durch die mehr oder weniger neue Disziplin Street) zu neuer Popularität verhalfen. In diesen Jahren gab es in allen Be-

reichen enorme Entwicklungen: Bretter bekamen andere Formen, Rollen wurden kleiner, Tricks um ein vielfaches technischer (Switch), Hosen und TShirts breiter. (New School) Viele neue Skatevideos wurden gedreht, Fachmagazine wie Transworld Skateboarding oder Trasher wurden weltweit bekannt, unzählige Skateboardmarken kamen auf den Markt (Planet Earth, Real, New Deal etc.) und Skateboardsneakers der Marken Etnies und Vans wurden auch außerhalb der Skateszene zum Renner. Ab 1994 wurden in Amerika die X Games (Skateboardrennen und später auch Contests anderer Sportarten) organisiert und bald weltweit im TV ausgestrahlt. Kurz: In den 90ern wird Skateboarding Mainstream, beeinflusst Mode, Musik, Sprache, Kunst und Design. Skateboarding wird zu einer breiten Subkultur mit eigener Lebensphilosophie, die sich auf der ganzen Welt verbreitet. Nach Südtirol kam das Skateboard höchstwahrscheinlich in den 70ern Jahren, als einige wenige auf langen Downhillskateboards die Rittner- und andere Bergstraßen hinunter bretterten. Ende der 80er, Anfang der 90er kam dann

In den 90ern entwickelt sich Skateboarden weltweit zum Mainstream und kommt nach Südtirol. Bis heute beeinflusst die Skateboardkultur die heimische Szene. franz 2 – September 2010

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deos – und Magazinen erhöhte sich das Niveau der heimischen Skater. Die aktive Szene war von Anfang an gemischtsprachig, unpolitisch, hauptsächlich männlich. Auch wenn man nicht selbst skatete, zog man sich wie ein Skater an, verbrachte den Nachmittag bei den Rampen auf der Talfer und fühlte sich cool. In dieser Zeit wurde in der Südtiroler Skateszene neben Metall und Hip Hop vor allem melodischer Punk Rock (Bad Religion, NoFx, Penny Wise, Lag Wagon) und Hard Core (Minor Thread, Gorilla Biscuits, Ignite) gehört. Die Bozner Hard Core Bands No Choice und später Last Man Standing waren mit der Skateszene eng verbunden. auch bei uns der Skateboom und die Ende der 90er Jahre entstanden in einierste Blütezeit. In der Pfarrhofzone in gen Südtiroler Städten kleinere SkateBozen wurden drei Skateboard-Rampen parks und in Bozen wurde 1998 der (2 Minis und 1 Vert) aufgestellt, auf den Verein „Skateboard Project“ (kurz Sk8 Talferwiesen eine Spine-Ramp gebaut, Project) gegründet. Nach harter Arbeit Streetspots wie die Pista Zero in der und viel Überzeugungsarbeit wurde Nähe der Genuastraße, die Stiegen bei 2002 auf den Bozner Talferwiesen der Electronia (heute Sportler) und beim Südtirols größter und schönster StreetRathaus und vor allem der Platz vor dem Skatepark gebaut. Die Skater von Bozen Landhaus zogen immer mehr Skater und Umgebung waren überglücklich nicht nur aus Bozen an. und die heimische Skateboardszene erViele junge Südtiroler verfielen dem fuhr einen weiteren Entwicklungsschub: Trend und brauchten Bretter, Rollen, Die Skater hatten ideale TrainingsbeAchsen, Skateschuhe und coole Bekleidingungen, nationale Contests und indung. Südtirols wahrscheinlich erster ternationale Demos wurden organisiert. Skateshop mit Namen „Napalm Beach“ Auch im restlichen Südtirol wurden öffnete in Gais bei Bruneck. Dann nach und nach immer mehr Skateparks kamen in Bozen „Buon Compleanno“/ gebaut, (Meran, Lana, Bruneck, Brixen, „Movement“ und „Sub“, in Meran „FaKastelbell, Naturns, Schnals etc.), die kieshop“ und in Bruneck „Ginos“. zum Teil sehr beliebt waren. In der Landeshauptstadt konzentrierte Im Jahr 2004 kam Streetattitudes nach sich die Szene auf den Landhausplatz Bozen, ein internationales Festival der und auf den kleinen Skatepark auf der Straßenkulturen, hauptsächlich GrafTalferwiese, wo Mitte der Neunziger fiti, Hip-Hop-Musik, Breakdance und wahrscheinlich auch die ersten SüdtiSkateboard. Für dieses Event kaufte roler Skateboardcontests ausgetragen die Gemeinde Bozen einen Skatepark, wurden. Durch die Verbreitung von der zuerst in der Industriezone für das hauptsächlich amerikanischen Skatevi- Festival samt international besetztem franz 2 – Settembre 2010

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Skatecontest und dann noch einmal in der Eishalle in der Sill aufgebaut wurde. Danach wurden die Strukturen zum Leidwesen der Skater abgebaut und auf einem Platz im Freien in der Nähe der Sill gelagert wo sie vor sich hin faulten. Auch die Anlage auf der Talfer wies ab 2006/2007 erste Schäden und Abnutzungsspuren auf. Obwohl der Verein „Sk8 Project“ die Gemeindeverwaltung auf die Mängel immer wieder hinwies, blieb eine regelmäßige Wartung oder Sanierung der Strukturen wegen Kompetenzfragen zwischen Land und Gemeinde aus. Die Folge ist der Verfall der Anlage und die Zunahme von Verletzungen. Um die Bozner Skateszene, die immer auch Antriebsfeder und Motor für ganz Südtirol war, sah es bis vor kurzem also gar nicht so gut aus: Strukturen in der Sill verfaulen, der Park auf der Talfer verrottet. Doch es gibt Grund zur Hoffnung. Wie franzmagazine schon berichtete, könnten die Skateboardstrukturen der Sill, in einer Halle beim Ex-Anas-Areal zwischen Bozner Trientstraße und Virglva-

riante aufgestellt werden. Und auch der Skatepark auf der Talfer scheint wieder Thema zu sein, wie eine kürzlich stattgefundene Pressekonferenz mit großem medialem Echo in Zeitung, TV und Radio beweist. Mit einem Indoorskatepark beim zukünftigen A(na)nas Kulturzentrum und einem komplett sanierten, vielleicht sogar in Beton gegossenem Park auf der Talfer könnte für die Bozner und Südtiroler Skateboardszene eine weitere krasse Blütezeit beginnen.

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Incidente mortale allo skatepark Ora la struttura attende la demolizione ma manca la volontà politica di Andrea Marcellino, acrobata

U

n triste incidente che a detta di molti poteva essere evitato. Intervistati, i frequentatori abituali della struttura adatta a skate, BMX, roller e trabiccoli, denunciano in maniera colorita i mandanti di quello che definiscono un omicidio invidioso. Veniamo ai fatti. Ho fissato un appuntamento con X perché, oltre a essere un gran chiacchierone da bar, i ragazzi del park, ma soprattutto il miglior amico della vittima, erano comunque tutti d’accordo che quella fottuta sera ci fosse anche lui... e vide. Andai quindi all’appuntamento con l’intenzione di puntare un faro, come quelli dello splendido campo da calcio “all’altezza” del park ma dall’altra parte del fiume, sull’ingiusto evento. Come d’accordo lo trovai al tavolino esterno. Cicca portacenere giornale e

bicchiere. Entrammo subito nel vivo della confidenza quando... «porca miseriaccia, non ci crederai... non mi ricordo come si chiamava! C’ho ‘na testa per i nomi. Al diavolo. Portaci mezzo di bianco!» disse reggendo le parole con una mano dondolante abbastanza da “s-cenerarsi” addosso. Riporto di seguito quello che mi rivelò il registratore perché confesso l’intervista mi costò una sbronza infrasettimanale. «È logico che è andata a finire così, cosa ti aspettavi da uno come quello che si mette a saltare con la bici le panchine. Ti giuro, usciva dalla rampa alzandosi in volo tipo fino al secondo piano. È così che va a finire quando si superano i limiti, se sei saggio fai come fanno gli altri e vedrai che campi abbastanza da vedere afflosciarsi le tette di tua moglie.» «In sostanza cosa-è-successo? ...poi mi racconti la tua vita, ora però è importante che mi spieghi cosa-

franz 1 – Settembre 2010

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diavolo-è-successo, ché ancora non se ne raccapezza nessuno; ti dico solo che manco il miglior amico dello sfortunato ha capito cosa-è-successo.» «Io ero lì quel pomeriggio, all’inizio faceva molto caldo ma per fortuna c’erano gli irrigatori che andavano nel prato vicino...» «...senti non me ne frega niente degli irrigatori, hai capito cosa mi interessa o no? Vuoi che TUTTI sappiano la verità sul park o no?!» «Ok-ok, non farmi queste scenate, ma cos’eri? la sua fidanzatina?! Dai non guardarmi così manco... Ok. Stava chiudendo il 360 sulla spina fuori di un paio di metri, l’ha chiuso. Manual fino al London gap. Chiuso. Si gira sul quarter, salta di nuovo sul London gap quando sbuca un bambino. Carica il peso di lato, si inclina, perde la ruota anteriore e praticamente - ormai fermo - si sbilancia e cade. Il poveretto finisce nel buco dove il London gap è rotto-

sfondato. Ho visto il sangue. Una vite gli aveva fatto un buchetto sulla maglietta e giuro un graffietto lungo quanto un ciglio.» Fu il tetano a fare il resto*.

franz 1 – September 2010

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*Nessuno skater o rider o qualsivoglia giocherellone è stato maltrattato per la realizzazione di questo contributo scritto. Trattasi di finzione narrativa. Per ora. Il buco invece c’è sul serio, è quello nero nella parte inferiore della foto. Considerando il valore sportivosociale-preventivo-multiculturalepubblico-sanitario-politico e creativo della struttura, l’autore dell’articolo assieme a un variegato stuolo di simpatizzanti e praticanti, promuove da mo lo sviluppo dello skatepark e auspica un repentino rinnovo! ...repentino Bitte!!


franz 2 – Settembre 2010

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