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SOMMARIO|RAGION LIBERA

15 EDITORIALE Diana Bracco Ferruccio Dardanello 20 IN COPERTINA Benito Benedini 26 CAVALIERI DEL LAVORO Brunello Cucinelli, Carlo Pontecorvo, Pierluigi Bernasconi, Diego Mosna, Paolo Barberini, Maria Cristina Rizzardi 44 IL MODELLO FIAT Sergio Marchionne 48 INNOVARE PER CRESCERE Mario Moretti Polegato

74 MODELLI D’IMPRESA Sandro Grespan Il Gruppo Tosoni

52 PIONIERI DEL GUSTO Gianni Angelo Stoppani

82 LAVORO Maurizio Sacconi

56 LO SCULTORE DELLE SCARPE Renè Caovilla

88 EXPORT Umberto Vattani

60 MEDITERRANEO Giancarlo Elia Valori

92 CONSUMI Carlo Sangalli

64 CREATIVITÀ ORAFA Gianni Carità

96 IMPRESE E SVILUPPO Sergio Dompè Bernhard Scholz

152 SCENARI Enrico Giovannini

101 L’INTERVENTO Anna Maria Artoni

156 STRATEGIE Fernando Alberti

102 L’ECONOMIA LOMBARDA Alberto Barcella Nicola Sodano

160 BIOEDILIZIA Paolo Buzzetti

66 CUCINE D’AUTORE Valter Scavolini 70 MAESTRI DI STILE Carlalberto Corneliani

108 IL RUOLO DELLA POLITICA Maurizio Lupi 110 IL VENETO E LO SVILUPPO Andrea Tomat 114 FEDERALISMO Luca Zaia, Flavio Tosi

122 MODELLI D’IMPRESA Romano Freddi, Andrea Pelladoni, Polirol, Alfio Bernini, Silvia Novali, Mirko Savardi, Elvi D’Angela 144 LE IMPRESE LAZIALI Maurizio Stirpe 148 RIFORMA FISCALE Claudio Siciliotti

162 MODELLI D’IMPRESA Pavoni, Mora Amatore, Alberto, Giuseppe e Francesco Bottoli, Elisa e Luigi Bianchi, Giancarlo Puppoli, Francesco Vicari, Tavar 178 INNOVAZIONE Franco Bernabè Luciano Maiani


184 FORMAZIONE Valeriano Balloni Alberto Grando Giuliano Noci Giuseppe Morandini

244 CITTÀ E IMPRESE Pietro Vignali

196 IL VALORE DEL BRAND Ivo Ferrario Laura Minestroni

250 FOCUS ENERGIA Stefania Prestigiacomo Stefano Saglia, Giovanni Lelli, Chicco Testa, Umberto Veronesi Piero Gnudi

202 L’INGEGNO PRENDE FORMA Giorgetto Giugiaro 206 IL VALORE DELL’IMPRESA Francesco Casoli 210 CERAMICHE D’APPEAL Thun 214 MADE IN ITALY Mario Boselli Giorgio Armani Ferruccio Ferragamo Santo Versace Maurizio Marinella Luca Roda 234 MODELLI D’IMPRESA Giovanni Cattina Oscar Monfardini Giancarlo Marconi

246 LA VETRINA DEL MADE IN Massimo Arlechino

266 MODELLI D’IMPRESA Luigi Pecora e Vito Ricciardelli RMB, Orazio Reali, Angelo Trivellato, Josè Antonio Maria Grana 280 DIRITTO SOCIETARIO Denis Fosselard, Andrea Fedi 284 CONSULENZA Gianni Nunziante 286 M&A Luigi Arturo Bianchi

290 PROPRIETÀ INDUSTRIALE Mario Tonucci, Loredana Gulino 296 SOCIETÀ ESTERE Victor Uckmar 298 APPALTI Ugo Ruffolo 300 RIFORME Maurizio De Tilla 304 NOTARIATO Giancarlo Laurini Sergio Cardarelli 312 CONSULENZA ALLE IMPRESE Andrea Sabbion 316 MODELLI D’IMPRESA Angelo Benedetti, Orazio e Manuel Maistro, Vainer Fantini Franco Zanardi 324 STRUMENTI PER L’IMPRESA Stefano Capitanio 326 E-COMMERCE FARMACEUTICO Felletti Spadazzi 328 CHIRURGIA DELLA CATARATTA Domenico Berardi 332 TUTTA UN’ALTRA STORIA... Vincenzo Onorato 13


EDITORIALE|RAGION LIBERA

IL RILANCIO PASSA DA RICERCA E INNOVAZIONE er tornare ad avere una crescita economica sostenuta e un aumento della produttività è necessario difendere il nostro comparto manifatturiero, riorientando la politica industriale sulla ricerca e sull’innovazione. Solo con l’introduzione di nuovi processi produttivi, adottando tecnologie avanzate, le imprese potranno aumentare la loro efficienza, battere la concorrenza e conquistare nuovi mercati. Le ultime stime di Confindustria ci dicono che la ripresa non è più un miraggio. La produzione sta ripartendo, anche se per arrivare ai livelli preDiana Bracco, crisi, ci vorrà ancora tempo e, a mio parere, vicepresidente il peggio sarà davvero dietro le spalle solo di Confindustria quando risaliranno i livelli occupazionali. per Ricerca Per questo bisogna agire subito per sostenere & Innovazione la crescita. Infatti, se da un lato è certamente giusto tagliare sprechi e riqualificare la spesa pubblica tenendo d’occhio i conti del Paese, dall’altro occorre anche investire sul futuro puntando soprattutto sulla ricerca e sull’innovazione, sulla semplificazione e sulle infrastrutture. In questo momento stare vicino alle imprese, soprattutto quelle piccole che più hanno sofferto la crisi, e ai loro lavoratori è una priorità. Confindustria propone di adottare un programma operativo di mediolungo termine, con obiettivi chiari, strumenti 14 efficaci e flessibili, tempi rapidi e risorse fi-

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nanziarie adeguate e certe nel tempo. In particolare, deve essere perseguito l’obiettivo del 2% del Pil in investimenti in R&S, destinando un miliardo di euro di risorse pubbliche ogni anno per i prossimi cinque anni. È questo l’approccio anche della nuova politica Ue di “Europa 2020”, in cui si ripete con forza la centralità della ricerca e dell’innovazione per assicurare sviluppo, si richiama il ruolo delle imprese e la necessità di guardare ai risultati concreti degli interventi, alla messa a sistema delle risorse finanziarie e a una governance più forte e integrata. Proponiamo di rendere il credito d’imposta per gli investimenti in ricerca e sviluppo una misura strutturale automatica per i prossimi cinque anni. In passato il credito d’imposta in R&S ha avuto effetti molto positivi, con un’ampia partecipazione (29.000 imprese hanno presentato richieste idonee) per un ammontare di circa 2,5 miliardi di euro. Purtroppo, però, l’effetto disincentivante legato al click day ha introdotto elementi d’incertezza per le imprese che ne hanno fatto richiesta. Inoltre, riteniamo importante realizzare grandi progetti nazionali di ricerca e innovazione mettendo a sistema risorse pubbliche e private su grandi temi strategici per il Paese. Infine, superare il digital divide e dotare, entro il 2015, l’intero territorio di banda larga con una copertura a 20 Mb/s, elevata a 100 Mb/s per i distretti industriali e i grandi centri urbani, e realizzare la completa digitalizzazione della pubblica amministrazione.


EDITORIALE|RAGION LIBERA

ALL’ECONOMIA ITALIANA SERVE PIÙ EFFICIENZA dati certificano che la crisi è alle spalle e che la ripresa si sta consolidando. La sua entità e la sua distribuzione tra settori e territori, però, appare ancora discontinua, frammentata e a tratti fortemente squilibrata, in particolare a sfavore del Sud e dell’artigianato. Finalmente i segni “meno” davanti agli indicatori sono tornati a essere un’eccezione, ma se guardiamo dentro i numeri ci rendiamo conto che è indispensabile intervenire con politiche di sistema per sostenere questa che resta una ripresa debole.La forza della ripresa è in questo momento tutta concentrata nell’export, per cui i settori che ne risentono favorevolmente sono quelli più aperti ai mercati globali. Chi non riesce a stare in queste traiettorie, rischia la marginalizzazione. Sul territorio, i benefici maggiori si concentrano soprattutto nelle regioni del Nord, tradizionalmente

più manifatturiere, nella fascia adriatica, in parte del Centro e in alcune, purtroppo piccole, realtà del Mezzogiorno. Ma dire di fare made in Italy non basta, per essere competitive le nostre imprese oggi devono saper coniugare la bontà di quello che fanno con un’efficienza organizzativa sempre più elevata.Da più parti si sottolinea come la crisi possa essere il punto di partenza per un ripensamento complessivo dei modelli di sviluppo finora adottati. Da questo punto di vista, l’attenzione all’ambiente viene identificata come una delle direttrici da seguire per stimolare la crescita e, al contempo, rendere più equi e sostenibili i processi economici. Date le caratteristiche strutturali del nostro tessuto produttivo, la green economy made in Italy può essere una risposta concreta e innovativa all’esigenza di imboccare un nuovo sentiero di sviluppo. In altri termini, la crisi può essere un’occasione per modernizFerruccio Dardanello, presidente di Unioncamere zare l’economia italiana e assicurarsi competitività in un settore produttivo che diventerà sempre più cruciale.I dati delle nostre ultime indagini dimostrano come la strada sia già stata intrapresa da molti: il 30% delle Pmi si dimostra particolarmente sensibile a investire in prodotti e tecnologie volte a conseguire risparmi energetici e a minimizzare l’impatto ambientale. Un interesse che sale al 37% per le imprese di media dimensione e per le aziende

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specializzate nelle produzioni agroalimentari. A livello territoriale, il Sud è l’area geografica in cui appare più consistente (38%) la percentuale di imprese che nei prossimi anni investiranno in prodotti e tecnologie a minor impatto ambientale.Grazie alla forza dell’export, una buona parte dell’Italia produttiva ha dunque doppiato la boa della crisi e si è avviata fuori dalle secche. Tuttavia, oltre la metà delle imprese - gran parte di quelle del commercio e dei servizi - resta ancora indietro e rischia di perdere ulteriormente terreno. Se la dinamica dei consumi interni e degli investimenti pubblici non ritornerà presto su livelli accettabili, è realistico pensare a un altro anno difficile sul fronte interno, con conseguenze negative sul recupero dei livelli occupazionali.Attuare la riforma fiscale, alleggerendo il peso su imprese e lavoro, rilanciare i consumi interni e restituire centralità e fiducia all’imprenditore nelle condizioni di accesso al credito: sono tutti passaggi determinanti per permettere a chi è rimasto indietro di imboccare la via della crescita e contribuire così a ridurre gli squilibri che ci penalizzano. Senza dimenticare la necessità di mantenere alto l’impegno a semplificare la macchina pubblica e per renderla più efficiente a tutti i livelli. La sfida per uno Stato davvero moderno è la sfida dell’Italia dei prossimi anni.


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RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO

LE ECCELLENZE DELL’IMPRENDITORIA di Nicolò Mulas Marcello

Ogni anno il Presidente della Repubblica nomina i Cavalieri del lavoro, i talenti del nostro sistema produttivo stituito nel 1901 da Vittorio Emanuele III, l’Ordine al “merito del lavoro” ha lo scopo di premiare coloro che con un “fecondo lavoro” hanno “acquistato titoli di singolare benemerenza nell’industria, commercio, agricoltura, turismo e servizi, artigianato, attività creditizia e assicurativa”. L’Ordine vincola l’imprenditore a un impegno etico e sociale, volto al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del Paese. Il processo di selezione delle candidature è coordinato dal ministro dello Sviluppo economico, che formula le proposte di concerto con il ministro delle Politiche agricole e forestali per il settore di competenza e con il ministro degli Affari esteri per i cittadini italiani residenti fuori dal territorio nazionale. Il valore del cavalierato mira a «rinnovare – ha spiegato il presidente Napolitano – con spirito di servizio il nostro impegno, il contributo che abbiamo portato al mondo dell’impresa, dell’economia e del lavoro, per concorrere a costruire il progresso e lo sviluppo del Paese». Un riconoscimento che il capo dello Stato ha più volte definito come un modo per «promuovere con convinzione la cultura del risultato, premiare la competenza e il merito, fare delle eccellenze un patrimonio condiviso in tutti gli ambiti su cui si fonda e in cui si costruisce lo sviluppo del Paese». Quella che viene rappresentata in questa cerimonia è secondo Napolitano «una delle grandi risorse su cui possiamo contare per il futuro dell’Italia: questa risorsa si chiama imprenditoria, dinamismo imprenditoriale, iniziativa imprenditoriale, eccellenze e talenti imprenditoriali».

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RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Benito Benedini

L’IMPORTANZA DI FORMARE I CAVALIERI DI DOMANI

di Michela Evangelisti

Valorizzare il lavoro in tutti i suoi aspetti, etici, sociali, economici, morali e culturali. E offrire una formazione d’eccellenza a chi davvero la merita. Il ruolo della Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro nelle parole del suo presidente, Benito Benedini

aper creare “valore” per il Paese, trasformando la propria storia imprenditoriale da personale scalata al successo in esperienza dal positivo impatto sociale, che non solo contribuisce a fare girare l’economia e a rimpolpare le eccellenze italiane, ma anche a dare respiro e stabilità all’occupazione e a oliare il meccanismo della meritocrazia. È questo il valore aggiunto che accomuna tutti quegli imprenditori che il 2 giugno di ogni anno, in occasione della festa della Repubblica, vengono nominati Cavalieri del lavoro direttamente dal capo dello Stato. Per essere candidato al titolo un imprenditore deve aver operato nel suo settore in via continuativa e per almeno vent’anni, con autonoma responsabilità, e deve

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In apertura, Benito Benedini, presidente della Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro

aver adempiuto agli obblighi tributari e a quelli previdenziali e assistenziali a favore dei lavoratori. «In presenza di questi requisiti si può aprire il processo di selezione e valutazione – spiega Benito Benedini –. L’istruttoria, particolarmente severa, è coordinata dal ministro dello Sviluppo economico, che presiede il Consiglio dell’Ordine, il quale ha il compito di formare la rosa di 40 nomi da sottoporre al presidente della Repubblica per il conferimento dell’onorificenza». A partire dall’istituzione dell’Ordine sono stati nominati 2.672 Cavalieri del lavoro: rispetto al passato, quali sono oggi le qualità del grande imprenditore italiano? «L’Ordine al merito del lavoro fu istituito nel 1901 da Vittorio Emanuele III, come segno del riconoscimento pubblico agli im-

prenditori che creavano le basi per lo sviluppo economico dell’Italia. Ognuno dei 2.672 Cavalieri nominati si distingue per l’eccellenza della sua attività imprenditoriale. Tra i molti personaggi illustri desidero ricordare Guglielmo Marconi che, oltre a essere stato un grande scienziato, ha ricevuto già nel 1902 l’onorificenza per meriti imprenditoriali. Questo vuol dire che, a distanza di più di cento anni, in generale il profilo dei Cavalieri del lavoro non è cambiato: ognuno di loro è animato da volontà imprenditoriale, caparbietà e voglia di innovare, oggi come allora. Guglielmo Marconi è stato il prototipo degli imprenditori dei nostri giorni». Tra i 25 Cavalieri nominati nel 2010 ci sono anche 5 donne: come si sta evolvendo la presenza femminile nel panorama dell’im-


«Ognuno dei 2.672 Cavalieri si distingue per l’eccellenza della sua attività imprenditoriale» italiana?  prenditoria «La presenza delle donne tra gli insigniti dell’onorificenza di Cavaliere del lavoro è significativa e testimonia il rilievo dell’imprenditoria femminile nel nostro sistema produttivo. La posizione di responsabilità delle donne ai vertici delle aziende non è però ancora ai livelli europei. Tale elemento di criticità spesso è legato a una struttura di tipo familiare delle nostre imprese e a una marginale partecipazione delle donne nei processi decisionali». Quali sono oggi il ruolo e l’importanza della Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro? «La federazione è un “ente morale” fondato nel 1923 dai primi Cavalieri del lavoro ed è stata riconosciuta come associazione senza scopi di lucro nel 1925. È l’istituzione alla quale i Cavalieri del lavoro aderiscono liberamente dopo

essere stati insigniti dell’Ordine al merito del lavoro. Il ruolo della federazione può riassumersi in alcuni obiettivi chiave: innanzitutto valorizzare ed esaltare il lavoro in tutti i suoi risvolti, etici, sociali, economici, morali e culturali. Questo impegno inevitabilmente si evolve in una partecipazione allo studio e alla risoluzione dei problemi che riguardano lo sviluppo economico e sociale». L’Ordine al merito del lavoro non solo premia l’insignito, ma lo vincola a un preciso impegno. Quali sono le linee guida a cui s’ispira l’azione della federazione e delle quali i cavalieri sono chia-

mati a farsi portatori? «Ogni Cavaliere del lavoro deve rispettare un impegno etico e sociale volto al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del Paese. La Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro si contraddistingue per la sua natura apartitica e per il fatto di essere l’unica associazione che riunisce l’impresa nella sua accezione più ampia: agricoltura, artigianato, commercio, industria e servizi. Queste caratteristiche garantiscono l’obiettività e l’imparzialità della federazione, che quindi è più attenta ai valori umani del lavoro, dell’ingegno e della realizzazione dell’individuo. Non vogliamo assolutamente


RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Benito Benedini

Sopra, la cerimonia di consegna delle onorificenze ai Cavalieri del lavoro 2010 al Quirinale

rappresentare singoli interessi, bensì portare avanti degli ideali, quelli di cui la stessa onorificenza di Cavaliere del lavoro è testimonianza. La federazione si pone quindi nel dibattito economico e sociale come una voce costruttiva, un ponte tra il mondo delle imprese dei Cavalieri del lavoro e la società, attraverso i suoi stessi associati, che rappresentano l’eccellenza italiana e che quindi possono offrire le loro personali esperienze al fine di innalzare ancor di più la qualità della convivenza sociale in Italia».

La Federazione nazionale dei Cavalieri del lavoro si fonda su un criterio del quale oggi in Italia si parla molto ma che trova ancora scarsa applicazione: la meritocrazia. Come promuoverla in concreto? «La sfida che vede coinvolti gli attori del mondo economico, istituzionale e finanziario è quella di essere protagonisti di un’azione congiunta per la costruzione di un nuovo modello economico basato sulla conoscenza, sulla promozione del merito e su livelli alti di occupazione come presupposto di coesione economica e sociale. Particolare priorità rivestono quindi, per i Cavalieri del Lavoro, le iniziative dedicate alla formazione d’eccellenza dei giovani talenti. La realizzazione di maggior rilievo della Federazione nella formazione dei giovani, il nostro fiore all’occhiello, è il Collegio Universitario “Lamaro Pozzani”. Nato nel 1971, il Collegio ospita, senza alcun contributo pubblico, studenti selezionati per merito e

iscritti a una delle otto università attive a Roma». Qual è il progetto formativo del collegio universitario “Lamaro Pozzani” e come gli studenti possono accedervi? «Eccellenza, interdisciplinarietà, formazione integrativa e gratuità sono gli elementi che caratterizzano il progetto formativo, la cui credibilità e validità sono testimoniate dall’elevato numero di domande di iscrizione. La selezione avviene per merito, tenendo conto anche di situazioni di particolare disagio. Le matricole sono iscritte alle diverse facoltà con particolare attenzione a quelle più vicine al mondo dell’impresa. A questi 70 giovani, che s’impegnano al mantenimento di una media elevata e alla regolarità degli studi, vengono offerti la residenza e percorsi formativi integrativi di eccellenza: un corso di cultura per l’impresa, corsi di lingue straniere, corsi di informatica, stage, esperienze all’estero, incontri con personalità del mondo della politica, dell’economia e della cultura. Il nostro punto di forza è quello di organizzare con grande frequenza incontri tra i giovani e alcuni Cavalieri del lavoro, creando così un ponte reale tra il


del lavoro e gli studenti.  mondo Questo ponte si mantiene vivo tra-

«La formazione d’eccellenza ha un ruolo strategico nella trasmissione della conoscenza e nello sviluppo di un sistema economico»

mite l’associazione degli Alumni del Collegio, un vero e proprio network della giovane eccellenza italiana». Per premiare l’eccellenza tra i giovani la federazione ha anche istituito, nel 1961, il premio Alfieri del lavoro. «Ogni anno vengono segnalati da tutte le scuole superiori d’Italia circa 1.400 studenti, i migliori sulla base della media riportata negli ultimi quattro anni di studio e del voto dell’esame di maturità. Viene quindi

stilata una graduatoria e i migliori 25 vengono premiati dal Presidente della Repubblica, sempre in occasione della cerimonia al Quirinale per la consegna delle onorificenze ai Cavalieri del lavoro. Nel 2008, volendo contribuire attivamente al dibattito sulla valorizzazione del capitale umano e al riconoscimento del merito, abbiamo promosso - nell’ambito del Progetto Alfieri - la costituzione di un “osservatorio sui talenti”, con l’obiettivo di sviluppare indagini e analisi sui profili e sui percorsi di studio e di carriera degli studenti eccellenti».


RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Benito Benedini

E che cosa è emerso? «Lo scorso mese di novembre abbiamo presentato il “Terzo rapporto sugli studenti eccellenti”. L’analisi attraverso l’approfondimento del profilo sociale dei partecipanti al premio, dei criteri decisionali nel processo di scelta dei corsi di laurea e delle università - chiarisce il ruolo strategico dell’istruzione e della formazione d’eccellenza nella trasmissione della conoscenza e nello sviluppo di un sistema economico. In tale contesto si inserisce anche la convenzione con la fondazione Crui, che si sviluppa su due direttrici: quella sul rapporto università – imprese, per contribuire ad avvicinare il mondo della ricerca accademica a quello dell’industria, e quella diretta a sostenere la nascita di tirocini formativi e di orientamento presso le aziende dei Cavalieri del lavoro».

Sempre per premiare il merito, Una giovane laureata del Collegio Universitario quest’anno dalla collaborazione tra “Lamaro Pozzani” viene premiata la federazione e European House con la medaglia d’oro Ambrosetti è nato il progetto “Borse di sviluppo e merito”. «L’iniziativa è diretta ad assegnare a 15 studenti laureati, selezionati tra gli Alfieri del lavoro e gli studenti del collegio universitario, altrettante borse di studio che consentiranno ai borsisti di partecipare a un programma formativo di 12 mesi, organizzato da European House Ambrosetti, articolato in 12 incontri con esperti di alto livello su temi economici e sociali e in 2 viaggi di studio, uno in Europa e uno negli Stati Uniti. In considerazione della rilevanza formativa e del successo ottenuto, è intenzione comune della federazione e di European House Ambrosetti programmare una seconda edizione del progetto». 25


GENIO CREATIVO, UNA RISORSA SENZA TEMPO di Nike Giurlani

«La tecnologia ricoprirà sempre un ruolo di primo piano, ma occorre investire prima di tutto nella creatività delle persone». Ne è convinto Brunello Cucinelli, fondatore dell’omonima griffe di cachemire

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RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Brunello Cucinelli

a sua filosofia aziendale è stata definita “capitalismo etico”, la sua concezione di gestire l’impresa “umanistica”. Ma l’obiettivo di Brunello Cucinelli è sempre stato creare un ambiente di lavoro che fosse diverso da quello in cui lavorava suo padre. In Umbria, nel borgo medievale di Solomeo, dal 1985, ha dato vita a una nuova dimensione imprenditoriale improntata sulla lavorazione del cachemire, oggi famosa in tutto il mondo. Il suo motto è «investire sulla creatività» ridando «dignità economica e morale ai lavori manuali». Qual è l’identikit dell’imprenditore del futuro? «L’imprenditore, oggi come in futuro, deve essere preoccupato prima di tutto della dignità dell’uomo. E quello che deve migliorare è il livello di trasparenza all’interno dell’azienda. Solo così i dipendenti pos-

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Brunello Cucinelli, fondatore dell’omonima griffe del cachemire, è tra i 25 Cavalieri del lavoro nominati nel 2010

sono sentirsi parte integrante di una realtà produttiva». La sua filosofia aziendale è stata definita “capitalismo etico”. Ma all’interno di questa ideologia quanto conta l’operato dell’uomo e quanto invece quello della tecnologia e dell’innovazione? «La tecnologia ricoprirà sempre un ruolo di primo piano, ma occorre investire sulla creatività delle persone. La creatività è alta quando l’atmosfera nell’ambiente di lavoro è speciale, quando un dipendente può lavorare in un contesto dove il suo animo è disteso, non viene offeso, pressato o umiliato. Io mi sono quindi limitato a creare un posto di lavoro che purtroppo non ha avuto mio padre, che al contrario doveva sottostare a condizioni molto dure. Sono fermamente convinto che ogni essere umano ha una quantità di genio. Ovviamente di diversa natura e di diversa intensità. L’imprenditore ha il compito di farla emergere, perché non bisogna mai dimenticare che la mente che muove tutto è

«La mia è un’azienda che punta molto sull’aspetto artigianale e non può fare a meno di mani esperte, capaci e sapienti» sempre quella umana». Si può conciliare innovazione tecnologica e rispetto dell’ambiente e della natura? «Certamente, noi abbiamo cercato di farlo nel paese. C’è un grande parco, ci sono i frutteti, nelle nostre mense vengono serviti cibi sani e genuini; anche nella lavorazione e nella scelta dei macchinari cerchiamo sempre di rispettare la natura che ci circonda». Quando si può davvero parlare di progresso costruttivo? «Quando il nostro lavoro può aiutarci a costruire un mondo migliore. E questo è proprio il nostro obiettivo. Grazie alla collaborazione dei miei dipendenti, alla loro


CAVALIERI DEL LAVORO|RAGION LIBERA Brunello Cucinelli

siamo riusciti a far «Anche nella  professionalità, aumentare i nostri fatturati. Quelavorazione e nella sto ci ha permesso di investire in di riqualificazione storicascelta dei macchinari progetti artistica, così per esempio è nato il cerchiamo sempre teatro di Solomeo». Innovazione di prodotto, di di rispettare la natura mercato, investimenti in risorse che ci circonda» umane. Su quali aspetti occorre

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puntare, in questo momento, per agganciare la ripresa? «Per me l’uomo è al centro di ogni interesse. La mia è un’azienda che punta molto sull’aspetto artigianale e non può fare assolutamente a meno di mani esperte, capaci e sapienti. Un altro nostro punto di forza sono i mercati internazionali, esportiamo il 64% dei nostri prodotti e il primo mercato è l’America. Tre anni fa i nuovi mercati (Cina, India, Russia e Sud America) rappresentavano il 3% del nostro

fatturato. Quest’anno abbiamo raggiunto il 10% e questo mi fa ben sperare che tra due o tre anni potremo arrivare al 13-15%. Credo quindi che nel futuro questi nuovi mercati ci riserveranno piacevoli sorprese». Che significa per lei portare il suo marchio fuori dai confini italiani? «Significa far conoscere la nostra cultura e le nostre tradizioni, alimentando la fantasia e la curiosità degli stranieri sul nostro Paese. Mi piace l’idea che in un negozio di New York si respiri, grazie ai miei prodotti, un’atmosfera italiana. Ho notato che all’estero, si è rafforzata molto l’idea che made in Italy significa qualità. Ma per far questo occorre puntare molto sull’artigianalità, ridando dignità economica e morale ai lavori manuali».


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RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Carlo Pontecorvo

EFFERVESCENZA NATURALE PER MISSIONE di Concetta S. Gaggiano

Da medico a industriale del vetro, da armatore a leader delle acque minerali. Carlo Pontecorvo racconta come ha riportato in Italia il marchio Ferrarelle, diventando per tutti il re delle bollicine

acqua sembra essere il suo habitat naturale. Che sia quella del mare in cui navigano le sue navi o quella delle bottiglie dall’etichetta rossa, non fa differenza. Per Carlo Pontecorvo, comunque, l’acqua non è mai “mossa”, tranne quella che per tutti gli italiani è l’“effervescente naturale”, la Ferrarelle. Cinquantanove anni, napoletano doc, Pontecorvo approda nel settore dell’industria dopo aver fatto il chirurgo per qualche anno. Poi la passione per l’impresa: l’azienda di famiglia, l’ingresso nel settore dello shipping, e nel 2005, l’acquisto della Ferrarelle dai francesi di Danone. Da quel momento è diventato per tutti “mister Ferrarelle”. Oggi è a capo di un’azienda che conta più di 400 dipendenti, è il quarto gruppo italiano nel settore delle acque

minerali, con una quota di mercato di circa il 14% ed è presente in Francia, Australia, Nuova Zelanda, Uk, Russia, Emirati Arabi, Singapore, Giappone, Messico e Cina. «L’Italia è da oltre un decennio il primo produttore di acqua minerale al mondo e l’industria delle acque minerali naturali rappresenta una realtà produttiva significativa per il nostro Paese», precisa Pontecorvo, presidente e amministratore delegato di Ferrarelle. Ha iniziato come medico, ma nel 1990 si è dato all’impresa. L’azienda di punta è la Ferrarelle che ha rilevato, quattro anni fa, dai francesi di Danone. Perché ha deciso di entrare nel settore delle acque minerali? «Sono un medico prestato all’imprenditoria. Nel 90 ho lasciato l’attività medica e mi sono dedicato all’azienda di famiglia, la Avir, Carlo Pontecorvo è presidente e amministratore che produceva contenitori di delegato di Ferrarelle e di Lgr Holding. vetro. Nel 98 ho venduto la Avir e, Ha ricevuto quest’anno dal presidente Giorgio spinto dalla mia passione per le Napolitano l’onorificenza di Cavaliere del lavoro navi, iniziai la mia avventura nello

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shipping costituendo la società Lgr Holding. Nel 2005 ancora un altro cambio, approfittando della volontà di Danone di voler uscire dal mercato italiano, ho acquisito da loro Italaquae (brand italiano titolare di Ferrarelle, Boario, S. Agata, licenziatario di Vitasnella e distributore in Italia di Evian, ndr) che subito dopo ho deciso di trasformare in Ferrarelle Spa, dandole il nome del marchio principale. Ho scelto Ferrarelle perché è uno tra i primi brand italiani in termini di popolarità». Dato il basso costo e gli alti consumi, il settore dell’acqua minerale si potrebbe ritenere indenne dalla crisi. È d’accordo? «In linea di massima sì, perché è indiscutibile che il settore in cui operiamo sia un po’ anticiclico e che, vista la grossa facilità all’acquisto dell’acqua, non ci sono state molte rinunce da parte dei consumatori. Un po’, però, abbiamo sofferto anche noi. La nostra risposta è stata andare incontro alle esigenze dei


clienti, ritoccando, ancora al  nostri ribasso il prezzo dell’acqua, in modo tale da sostenere i volumi e agevolare il consumatore ad acquistare la nostra acqua minerale». Quali caratteristiche ha il mercato italiano e quali sono le differenze rispetto a quelli di altri Paesi? «L’Italia è il Paese con il più alto consumo di acqua minerale pro capite: ogni italiano ne consuma circa 190 litri l’anno, sul mercato operano oltre 220 aziende e più 300 marchi diversi. Da questi numeri si capisce come il nostro sia un mercato molto frammentato e senza dubbio saturo. La conseguenza è che il prezzo di vendita al consumatore finale è il più basso in assoluto al mondo: il costo medio di un litro di acqua è di 21 centesimi, considerando sia i marchi premium sia quelli definiti low

price. Questo non accade in nessun altro Paese europeo». Su quali aspetti si gioca, quindi, la competitività? «Innanzitutto sul fattore industriale, cioè la capacità di mantenere i costi molto bassi, quindi una gestione attenta di questi ultimi. Altri fattori importanti sono la notorietà del marchio e i volumi di vendita; quest’ultimo è direttamente proporzionale al brand, poiché più il marchio è conosciuto, più il consumatore si fida di ciò che compra e di conseguenza si vende di più. Infine, ma non meno importante, sono le voci comunicazione e pubblicità perché riteniamo che comunicare, e farlo bene, sia molto importante». Una delle problematiche del successo delle acque imbottigliate è lo smaltimento di milioni di bottiglie di plastica. Qual è il vostro impegno a tal proposito?

«Le ricerche che sono state fatte per trovare materiali più puliti, e quindi maggiormente compatibili con l’ambiente, non hanno dato risultati positivi. Il nostro impegno è diretto ad alleggerire il più possibile la bottiglia di Pet, questo significa minor acquisto del materiale e minor materiale da smaltire con la raccolta differenziata. Da parte delle aziende c’è una grandissima attenzione al tema dello smaltimento del Pet in accordo con il Conai (Consorzio per il recupero degli imballaggi, ndr). C’è anche da dire che questo materiale, tra tutte le plastiche, è probabilmente l’unico che può essere interamente riciclato, anche se per usi diversi». Quanto è rilevante oggi per il settore, la concorrenza rappresentata dalle acque depurate, sia in casa che nella ristorazione?


RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Carlo Pontecorvo

«L’acqua minerale viene imbottiglia direttamente alla fonte e non ha bisogno di essere trattata» «Non sono in grado di quantificarla in maniera precisa, ma direi sempre meno. Senza dubbio vi sono ristoratori che fanno uso della cosiddetta acqua depurata, così come molti cittadini hanno acquistato depuratori per “purificare” l’acqua del rubinetto, però il loro utilizzo è sempre stato marginale e non riesce certamente a imporsi o a competere ad armi pari con l’acqua imbottigliata. Prevale giustamente la necessità da parte del consumatore di avere la qualità e la garanzia che solo l’acqua imbottigliata può dare». Quale sarà l’andamento del mercato italiano in futuro? «A me sembra che il consumatore italiano sia ben orientato. Il consumo di acqua minerale è ormai una consuetudine per molta gente, sia per quanto riguarda il consumo domestico che nella ristorazione. L’unico aspetto che può determinare una variazione dell’andamento del mercato, è inutile

negarlo, è quella contrapposizione creatasi negli ultimi con l’acqua potabile. Ci sono state spesso molte polemiche sul tema, e questo ha fatto sì che si instaurasse una sorta di competizione tra l’acqua minerale e quella potabile. Non c’è dubbio che la continua campagna a favore dell’utilizzo della seconda, considerata addirittura più sicura e garantita di quella imbottigliata, ha inciso sulle vendite della prima e gli im-

bottigliatori hanno avuto un calo delle vendite. Da imprenditore del settore, mi sento di sottolineare che il consumatore deve essere libero di bere l’acqua che preferisce, bisogna però anche dire che l’acqua minerale e l’acqua potabile sono due cose completamente diverse. L’acqua potabile è trattata con cloro, l’acqua minerale viene imbottiglia direttamente alla fonte e non ha bisogno di essere trattata in nessun modo». 33


CAVALIERI DEL LAVORO|RAGIONLIBERA Pierluigi Bernasconi

SI DIVENTA LEADER ANTICIPANDO IL MERCATO

di Valentina Rossetti

Relazione di fiducia con i clienti. Una formazione tecnica specializzata di alto livello. E un’estensione della tipologia dei prodotti. Pierluigi Bernasconi spiega come Mediamarket affronta le contrazioni dei consumi

n un momento di recessione, le aziende devono muoversi in direzione dei clienti, dovunque si trovino e non aspettare che siano loro a recarsi a comprare. Molte sono le possibili strategie, dal web a quelle più tradizionali, che arrivano dirette alle persone, come il volantino. L’amministratore delegato di Mediamarket, Pierluigi Bernasconi, spiega quali vie intraprendere per salvaguardare il rapporto con i consumatori. Mediamarket è tra le aziende leader nell’ambito della distribuzione non alimentare. Quali sono le strategie per sostenere questo primato? «Mediamarket è riuscita a conquistare la leadership nella grande distribuzione per la capacità di anticipare le tendenze di mercato, di

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proporre un modello di business innovativo e di ideare un format distributivo unico per tutti i negozi, con ampiezza e profondità di assortimento a prezzi concorrenziali, individuando le migliori location sul territorio. La nostra filosofia del “cliente al centro” è un tratto distintivo, riconosciuto come sinonimo di affidabilità. In questo periodo vendere significa avere molto più rispetto del denaro dei consumatori, con un migliore rapporto tra prezzo e qualità». I punti vendita Media World hanno fatto della riconoscibilità della propria immagine la loro forza. Questa strategia sarà valida anche in un’ottica di lungo periodo? «La forza di Media World risiede so-

prattutto nel proporre format innovativi capaci di distinguersi nettamente. Sperimentare è una nostra priorità per migliorare le nostre prestazioni ma una volta trovata una strategia appropriata tendiamo a mantenerla su tutti i punti vendita. Quello su cui si può puntare per differenziarsi sono multicanalità, multi specializzazione e una diversificazione dei prodotti e servizi. Multicanalità significa incontrare il cliente ovunque sia e offrirgli programmi di fidelizzazione attraverso carte multi vantaggi, possibilità di acquistare online e telefonicamente e infine un’assistenza capillare. La multi specializzazione invece facilita le scelte del consumatore mediante strutture espositive dedicate in ogni settore merceologico e offrendo una


Pierluigi Bernasconi, amministratore delegato e direttore generale della società Mediamarket. Lo scorso maggio è stato nominato Cavaliere del lavoro

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CAVALIERI DEL LAVORO|RAGIONLIBERA Pierluigi Bernasconi

di vendita globale e spe consulenza cialistica per interpretare i bisogni del cliente in modo diretto e distintivo. Per diversificazione, infine, intendiamo l’offerta di prodotti o servizi non strettamente legati al core business Mediamarket come libri, viaggi o biglietti di eventi». In che modo la distribuzione del settore elettronico ha risentito della contrazione economica? «È necessario conciliare l’operatività con le esigenze di una visione strategica a lungo termine. Per la distribuzione il lavoro non è facile perché a fronte di un fenomeno deflattivo non è semplice mantenere i risultati. Le quantità di prodotti venduti ora non sono diminuite, ma è sceso notevolmente il prezzo medio delle grandi famiglie di prodotti. Per affrontare la crisi diventa necessario continuare a migliorare il margine di vendita, tenendo presente che un aumento dei prezzi al consumatore non è possibile. Benché oggi la pubblicità su volantino possa apparire un canale un po’ datato resta per noi ancora il miglior mezzo d’interazione con il cliente. Siamo stati i primi a elaborare un volantino che non fosse solo una vetrina ma anche uno strumento

di consultazione tecnica, insieme al magazine». Come si stanno evolvendo le abitudini di acquisto degli italiani? «Stiamo assistendo a un crollo delle vendite del prodotto di fascia media a vantaggio del low cost e del bene di lusso. Il potere d’acquisto è diminuito, i consumatori sono più attenti nelle scelte e nel momento in cui decidono di comprare tendono a preferire il prodotto migliore nell’ottica di una maggiore durata nel tempo. Le vendite sono positive per tutti i prodotti migliorano la qualità del tempo che si passa in casa, ossia i piccoli elettrodomestici, l’elettronica ludica, i netbook di ultima generazione, i notebook e i televisori di ultima generazione. Particolarmente significativa è la crescita del mercato Internet. La sempre minore disponibilità di tempo, la diffusione di sistemi di sicurezza per i pagamenti come carte di credito ricaricabili e la sempre più frequente apertura di siti e-commerce hanno aperto nuovi orizzonti». Che peso hanno i prodotti di ultima generazione nel mercato dell’elettronica? «La competitività dei prezzi e la pre-

senza sul territorio appaiono soluzioni oggi insufficienti a controbattere la crisi economica. Per questo la ricerca di prodotti nuovi e a valore aggiunto e la capacità di trovare nuovi modi di comunicazione con il consumatore diventano leve fondamentali per differenziarsi dai competitor e creare fedeltà all’insegna. Siamo stati, per esempio, i primi in Italia a commercializzare i netbook tramite il nostro sito. Ne abbiamo venduti circa mille ancora prima di averli in punto vendita». Quanto incide nel settore dell’elettronica il canale di vendita online? «Le vendite ottenute attraverso il nostro sito sono in crescita. Molto utilizzati sono anche i servizi, come la stampa delle foto e i download di film. Il nostro approccio è comunque di gestire il sito come un canale integrativo nella nostra strategia. Nei negozi sono disponibili delle card utilizzabili per il download di brani musicali o di film sul sito. In una corretta strategia multicanale quindi il punto vendita e il sito e-commerce permettono di disporre di percorsi complementari per arrivare al consumatore finale».


LA RIVOLUZIONE TECNOLOGICA NEL SETTORE DELLA CARTA

di Nike Giurlani

«La carta è stato il prodotto dal quale siamo partiti, ma oggi definirci solamente un gruppo “cartario” è riduttivo» spiega il presidente del Gruppo Diatec, Diego Mosna. Ecco le novità apportate dalla rivoluzione tecnologica e un'azienda riesce a mantenere costante il livello d’innovazione e d’investimento in nuove tecnologie, come noi abbiamo sempre fatto, non ci sarà mai la parola fine». Questa la strategia utilizzata negli ultimi 40 anni da Diego Mosna, presidente del Gruppo Diatec, una realtà specializzata nel trattamento di supporti per la stampa digitale, con particolare riferimento al getto d’inchiostro. «Il nostro motto è stato sempre quello di essere attenti alle novità che i cambiamenti ci impongono, nella convinzione che i mercati di tutto il mondo siano una grande opportunità, ma solo se investimento ed innovazione mantengono un tenore adeguato». Negli ultimi anni Diatec ha affrontato una rivoluzione tecnologica che ha completamente cambiato il modo di produrre e di proporsi alla clientela. «La carta è stato il prodotto dal quale siamo par-

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titi, ma ad oggi, definirci solamente un gruppo “cartario” è riduttivo», sottolinea il presidente. Quali i prodotti più innovativi proposti dal Gruppo? «Prima di tutto l’I-peel, una pellicola fotografica adesiva personalizzata per i-Phone. Si tratta di una cover che può essere applicata all’apparecchio e che riproduce l’immagine che il singolo utente decide di imprimere. Negli Usa ha già preso piede, e presto arriverà anche in Europa. Ci siamo, inoltre, specializzati anche nel settore delle applicazioni medico-ospedaliere con il trattamento di film adesivi particolarissimi impiegati nelle sale operatorie assieme all’utilizzo di alcuni strumenti medici. Ricerca e tecnologia sono poi rivolte al settore dell’automotive, alle carte adesive e non, che fabbrichiamo per l’industria dell’abbigliamento, e al comparto delle etichette speciali. Infine le carte di sicurezza, un business sviluppato

Sopra, il presidente del Gruppo Diatec, Diego Mosna

da una nostra specifica divisione in Germania che offre soluzioni d’avanguardia nella realizzazione di prodotti non imitabili, come i biglietti di un evento sportivo, o una schedina per scommesse». Qual è il bilancio di questi ultimi tre anni? «Abbiamo sofferto la crisi come tutti, ma abbiamo “fiutato” il crollo già nel 2007, attivandoci immediatamente e sfruttando il 2008 per perfezionare alcune chiusure e ristrutturazioni. Questa strategia è stata vincente: abbiamo potuto affrontare la fase più critica della congiuntura con un gruppo più snello e meglio focalizzato. Nel corso del 2009 abbiamo recuperato redditività, riavvicinandoci ai nostri livelli storici, in questo modo è stata sfruttata la flebile ri-


RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Diego Mosna

presa d’inizio 2010 per mettere a segno uno dei migliori semestri degli ultimi anni». Nei paesi su cui investite risorse ed energie non mirate solo a una semplice delocalizzazione. Quali quindi gli obiettivi? «La diversificazione geografica è uno degli elementi che ci hanno permesso di gestire al meglio le recenti vicissitudini internazionali. La nostra produzione avviene in cinque Paesi e in due continenti diversi, in stabilimenti che costituiscono centri d’eccellenza nel loro settore. L’obiettivo è stato specializzare le nostre risorse e concentrare le energie, ma non abbiamo per ora avuto la necessità di delocalizzare. La maggior parte del nostro fatturato è generato in Germania e Svizzera, non propriamente incentivanti dal punto di vista del costo del lavoro. In entrambi i casi ci ritroviamo a gestire mo-

delli aziendali virtuosi, supportati da ottime infrastrutture locali, corroborati da elementi di flessibilità essenziali e guidati da manager di valore». Che importanza riveste per voi il mercato italiano? «L’Italia rappresenta ormai solamente il 10% del nostro fatturato consolidato. L’affetto per il Paese nel quale ho fondato la mia avventura imprenditoriale è enorme, così come sono insopprimibili i legami con il mio Trentino, che considero un’oasi anche dal punto di vista della gestione della “cosa pubblica”. A livello nazionale, però, la percezione del quadro normativo, fiscale e infrastrutturale del Paese è purtroppo negativa. Non sto riscontrando segnali forti dalla classe politica e vedo una società civile rassegnata». Quali sono le speranze che nutre per il 2011? «Le sfide per un gruppo come il nostro non possono che guardare a Est, considerando

che l’Europa e gli Stati Uniti non bastano più per garantire ritmi d’espansione brillanti. Mi auguro che nel 2011 riuscirò a portare a termine un progetto concreto d’insediamento o partnership in Asia o in Sud America e di gettare le basi per acquisire quote importanti in queste aree del pianeta dove abbiamo potenzialità notevolissime. Più in generale c’è una grande sfida già in corso: realizzare un sistema economico multipolare alla ricerca di un sentiero di crescita più equilibrato ed equo. Dal mio punto di vista occorre partire da due presupposti: il primato dell’economia reale su quella “di carta” e l’applicazione di un set di regole comuni ai vari Paesi in grado di restituire alla competizione il suo vero significato. Non basterà il 2011, ma lo scotto della recente crisi costituisce un’occasione propizia per plasmare strumenti efficaci di governance».

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di Nike Giurlani

QUALITÀ E PREZZI CONCORRENZIALI «Ricerca e innovazione sono importanti sia per l’industria che per la distribuzione». Paolo Barberini illustra le strategie che hanno consentito di affrontare la crisi economica ottenendo ottimi risultati idal è una delle maggiori realtà della grande distribuzione alimentare della regione Lazio. Attualmente la società opera con 50 punti vendita all’ingrosso e al dettaglio appartenenti al circuito Sidis. Paolo Barberini, amministratore delegato della società, ha puntato su qualità, rapporto col cliente e prezzi competitivi. Come è andato il 2010 e con quali strategie avete affrontato la crisi economica? «Anche in quest’anno di crisi, abbiamo cercato di affrontare il mercato con

M Paolo Barberini, amministratore delegato di Midal Spa; ha ricevuto quest’anno l’onorificenza di Cavaliere del lavoro

quelle che noi ritenevamo le strategie più appropriate. Per quanto riguarda il servizio, cerchiamo sempre di andare incontro alle esigenze dei clienti; sul fronte dei prezzi abbiamo aumentato i momenti promozionali e attuato sconti sempre più importanti; infine la qualità, che per l’azienda vuol dire un’attenzione ancora maggiore alla selezione dei fornitori e dei prodotti da proporre al cliente». Come si concretizza lo sviluppo sul territorio per la società? «Aziende come la nostra de-


RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Paolo Barberini

«Anche quest’anno siamo cresciuti, realizzando un’importante acquisizione sulla piazza di Latina»

vono interpretare lo sviluppo in modo molto prudente perché possono basarsi solo sulle proprie forze. Nonostante questo importante vincolo, anche quest’anno siamo cresciuti, realizzando un’importante acquisizione sulla piazza di Latina». Ricerca e innovazione sono aspetti importanti per ot-

tenere un vantaggio competitivo, in che modo Midal si rapporta a questi fattori? «Ricerca e innovazione sono importanti sia per l’industria che per la distribuzione. Per noi si circostanziano e realizzano nel continuo evolversi della nostra offerta al pubblico sia con la realizzazione di nuovi format e di innova-

zione espositiva in format già sperimentati». In che modo promuovete politiche di rafforzamento del brand? «Sidis è un marchio storico nella Gdo nazionale, abbiamo fatto tanto per consolidare questo brand e continueremo a farlo, sempre con la massima attenzione. Ci vuole un secolo per fidelizzare un cliente e un attimo per perderlo». Quali sono i progetti futuri per il gruppo? «Sicuramente quello di continuare nel progetto di crescita aziendale, unitamente all’efficientamento della struttura, pur non perdendo di vista gli alti livelli di servizio che ci sono riconosciuti dalla nostra clientela».

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IL TRIONFO DELL’INDUSTRIA ITALIANA DEL BUON BERE

di Renata Gualtieri

«Il lavoro in vigneto è continuo e rigoroso. E poi c’è la cantina dove si armonizzano con sapienza tradizione e tecnica». L’esperienza di Maria Cristina Rizzardi l comparto alimentare è quello che vanta il maggior numero di Cavalieri del lavoro per l’anno 2010. Ciò è strettamente legato all’unicità del settore che offre produzioni irripetibili, rimane intimamente legata al patrimonio storico, artistico e culturale della nostra nazione. Maria Cristina Rizzardi è la prima donna veronese insignita del titolo in un gruppo ri-

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stretto di viticoltori. «Cultura e coltura – commenta – rappresentano una simbiosi ancestrale. Potrebbe sembrare uno slogan, ma oggi, anche per il capillare e prezioso lavoro di protezione e promozione dei nostri prodotti del gusto, svolto dai vari enti preposti, dai movimenti per la tutela, dalle molte guide e da sapienti “guru” dell’alimentare, il product of Italy rimane unico e am-

bito». Un viaggio in Italia è diventato imprescindibile dall’offerta alimentare incorniciata dalla bellezza del paesaggio e sottolineata da storia e monumenti. Un messaggio culturale intrinseco veicolato poi dalle esportazioni. Cosa ha significato ricevere l’onorificenza di Cavaliere del lavoro? «Sorpresa e stupore, mi sono resa conto solo dopo del grande valore di


RAGION LIBERA|CAVALIERI DEL LAVORO Maria Cristina Rizzardi

questo riconoscimento, che ha suscitato in me una maggiore attenzione al significato del mio operato e uno sprone a continuare il senso della mia attività. Considero la nomina il più alto riconoscimento della Repubblica italiana al lavoro e all’impresa e sono fiera e grata di essere stata nominata Cavaliere del lavoro». Quali le future strategie commerciali per portare notorietà nazionale e internazionale all’azienda vitivinicola Guerrieri Rizzardi? «La notorietà, basata sulla qualità, dipende dalla comunicazione: bisogna farla conoscere. La comunicazione è come aprire la porta a un panorama. Se non lo si fa, il panorama esiste ma nessuno lo vede. Le strategie future prevedono di ampliare, sempre partendo dalla qualità del prodotto, la nostra clientela, offrendo motivi di richiamo e una comunicazione il più possibile capillare. Il vino è un prodotto che ama essere presentato dal produttore, assaggiato, commentato e condiviso e questo è il vangelo quotidiano di un produttore di vino. Una comunicazione che viene amplificata attraverso l’ospitalità aziendale».

Numerosi premi internazionali vinti dalla cantina Guerrieri Rizzardi. Quali le scelte su cui si è puntato maggiormente negli anni per garantire la qualità del prodotto? «Chi deve giudicare un vino, comincia sempre dalla visita ai vigneti, che sono la punta di diamante, e poi arriva alla cantina. Nella nostra azienda si è sempre perseguita la qualità seguendo questi chiari concetti: terra adatta, piccola produzione per ettaro, cura della vigna e rigorosa tecnica di cantina per arrivare a creare un vino che esprima la personalità del vigneto da cui nasce e le caratteristiche più eleganti. Il lavoro in vigneto è continuo, attento e rigoroso. E poi c’è la cantina dove si armonizzano con sapienza tradizione e tecnica». Quale è attualmente il vino di punta e quali i numeri in termini di produzione della Guerrieri Rizzardi? «Se si va in Veneto, si pensa subito all’Amarone. Certo, con l’Amarone abbiamo avuto parecchi riconoscimenti, è un vino straordinario e oggi ricercatissimo. Ma che dire del Tacchetto, un Bardolino che stupi-

La contessa Maria Cristina Rizzardi, presidente dell’azienda vitivinicola Guerrieri Rizzardi; in apertura, la Cantina barrique a Bardolino

sce per la sua eleganza, o del Costeggiola, un Soave che non si dimentica? E del Pojega ripasso della Valpolicella? Produciamo, complessivamente dalle nostre tenute di Bardolino, Valpolicella, Soave e Valdadige tutte Doc classico veronese seguendo i criteri che ci appartengono da sempre - circa 900.000 bottiglie, che oggi troviamo sugli scaffali in 35 diverse nazioni: paesi anglosassoni, Svizzera, paesi scandinavi, Russia, Nord e Sud America e Est Asiatico». 43


IL MODELLO FIAT|RAGIONLIBERA Sergio Marchionne

IL FUNAMBOLO DELL’AUTOMOTIVE

di Renato Farina

Marchionne è un mistero gaudioso di questo nostro capitalismo. In lui si trova a livello di megamanagement l’inventiva tipica dei nostri imprenditori. Ma chi è davvero quest’uomo? Vediamolo, allora, in azione Sergio Marchionne recentemente è scappata una battuta un po’ urticante. Incalzato dai giornalisti che gli facevano notare come lui guadagnasse, suppergiù, quattrocento volte una tuta blu della Fiat, è sbottato nel peggiore dei modi. «Vorrei vedere quanti farebbero una vita come la mia». Marchionne lavora molto, moltissimo. Intendiamoci, la sua era un’uscita sbagliata. Non si può paragonare il lavoro di fino di Marchionne, che è il più bravo e meticoloso dei manager, ma pur sempre un manager, in cima alla montagna, con il panorama sotto di sé, con il rischio di sfracellarsi, ma vicino alle stelle, con il mestiere duro di chi sta sotto, in catena di montaggio; un’attività che con terminologia sindacale è “usurante” di sicuro e che in una tradizione di pensiero marxiana si sarebbe definito non a

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torto “alienante”; sempre lo stesso ripetitivo gesto. L’unica cosa che ha invece di ripetitivo e sempre uguale Sergio Marchionne sono i maglioncini, tutti identici, tutti blu scuro, solo diversi per peso e materiale nel quale sono confezionati, altrimenti sarebbero una ben grama divisa. A Torino, c’è sempre stato chi sussurrava che l’Avvocato, uomo su cui si è scritto tutto e di più ma cui nessuno ha mai pensato mancassero ironia e autoironia, ammettesse fra pochi intimi, fra il serio e il faceto: non saprei gestire nemmeno un’edicola. E infatti Gianni Agnelli era uomo di glamour, di fuori serie portate al massimo, di donne collezionate a centinaia fra le più belle e affascinanti di tutto un secolo. Le sue irriverenze di stile erano studiate intemperanze di un sovrano che sapeva benissimo che l’orologio non si allaccia sul polsino: ma che si divertiva

a studiare l’apprezzamento servile di chi lo circondava. Agnelli non ha mai “guidato” la Fiat conoscendone fino all’ultima vite e bullone, come invece Vittorio Valletta da cui l’aveva ereditata. E nemmeno sapeva immaginarne un futuro poliforme, nei rami di business più diversi, come Cesare Romiti. Ma Agnelli non era un manager: era un aristocratico della lamiera e del lamé, l’ultimo principe di questo Paese. Marchionne di aristocratico non ha nulla, a cominciare dal guardaroba. È monomaniacale in modo vezzoso, ma siccome come ben sanno gli eccentrici ci si veste sempre per dire qualcosa, il suo maglioncino blu apparentemente malconcio e liso (e sicuramente di cachemire e delle migliori marche) vuole “segnalare” qualcosa. La differenza fra Marchionne e quell’altro mondo, quello dell’Avvocato, fatto di pochette che spuntano fuori dal ta-


schino e di buoni sigari e di Bas Armagnac d’annata e della gioia di vivere che sovrasta il dovere del trabaco. Marchionne si presenta tutto stropicciato e dice: io sono altro. Con più eleganza di quanta non gliene venga a parole, il modo in cui si veste è studiato per affermare quella verità cui tiene tanto: io lavoro, lavoro tantissimo. E proprio perché lavoro tantissimo, tantissimo posso pretendere dal resto della mia impresa. Questa è la divisa del nostro tempo. Chi l’avrebbe mai detto, che Marchionne avrebbe scoperchiato la Fiat, fino a toglierla con orgoglioso sprezzo dall’alveo delle imprese variamente sussidiate dallo Stato italiano, per imporla regina delle nostre multinazionali. Chi ci avrebbe scommesso, su questo abruzzese emigrato in Canada a sei anni? Una sola persona, e gliene va reso il merito grande; un me-

rito su cui purtroppo, perché non c’è materiale su cui i ricordi sbiadiscano con la velocità della carta da giornale, troppo spesso sottaciuto. A scommettere su Marchionne è stato Umberto Agnelli, con la lungimiranza che gli era propria. Umberto era il fratello meno glamour, meno chic dell’Avvocato, perseguitato per tutta la vita da pettegolezzi sgradevoli, ma al contrario dell’Avvocato un lavoratore indefesso, più curioso del mondo dell’impresa che di quello delle

belle donne e delle macchine sportive. È noto che Umberto pensasse da tempo che la famiglia dovesse uscire dall’automobile: diversificare, assumere un ruolo più finanziario e meno industriale, sul modello di altri grandi casati dell’impresa europea che si erano ritagliati partecipazioni lucrose ma meno monoliticamente legate al destino di un singolo business. Epperò, quando ci fu da salvare la Fiat dopo la morte di Gianni, fu Umberto a trovarsi col cerino fra le mani. E fece

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coraggio sabaudo quello  con che sapeva essere il suo dovere. Ebbe intuizioni geniali. Su tutte, due: assunse Giuseppe Morchio come amministratore delegato, una scelta che avrebbe causato qualche malumore (alla morte di Umberto, Morchio tenterà di fare l’asso pigliatutto: respinto, andrà paciosamente a godersi la pensione) ma che ha dato alla Fiat grandi innovazioni e modelli eccellenti, tutti gli ultimi, che di Morchio portano ancora la firma. E sempre Umberto insiste per mettere in consiglio d’amministrazione questo Marchionne, di cui nulla si sapeva se non che dirigesse la Société Générale de Surveillance (Sgs), un’azienda svizzera leader mondiale nei servizi di ispezione, verifica e certificazione, di cui l’Exor (la finanziaria della famiglia) era un importante azionista. Per la verità, sull’uomo avevano già messo gli occhi anche altri: per esempio, Marchionne era già stato cooptato nel consiglio d’amministrazione della Serono, la biotech di Ernesto Bertarelli, magnate della farmaceutica noto ai più per la conquista dell’America’s Cup con la “Alinghi”. Il curriculum di Marchionne non era altisonante. Classe 1952, nato a Chieti, si era laureato in legge alla Osgoode Hall Law School di Toronto una buona università, per carità, ma mica Harvard o Yale -. Aveva poi conseguito un Mba alla University of Windsor del Canada. Aveva co-

minciato come commercialista, a Deloitte and Touche, una società di revisione, e nel mondo della revisione aveva continuato a crescere professionalmente, in Canada, per poi diventare chief financial officer di alcuni gruppi di medio livello. Poi, il salto alla Sgs e quindi, alla Fiat. I grandi manager di multinazionale vengono da scuole ben precise. I più, nell’area finanziaria, sono cresciuti nella consulenza. Tutti i grandi banchieri italiani della generazione dei coetanei di Marchionne, per dire, vengono da McKinsey. Altri, vengono da quei colossi commerciali che parimenti sono noti per essere grandi “forni” di competenze preziose (nel rapporto col cliente, nella comprensione

A sinistra, la città di Toronto; sotto, Marchionne con il presidente Obama durante la visita agli stabilimenti Chrysler

delle dinamiche delle reti di distribuzione, eccetera). Per esempio il grande conglomerato della Procter and Gamble. Ma che un commercialista salisse tutti i gradini fino a diventare l’amministratore delegato della Fiat, fece alzare qualche sopracciglio. E invece a indovinare che il vecchio Umberto ancora una volta aveva visto giusto, furono i due “saggi” destinati a succe-


RAGIONLIBERA|IL MODELLO FIAT Sergio Marchionne

A sinistra, in senso orario, Umberto Agnelli, Giulio Tremonti, Cesare Romiti e l’avvocato Gianni Agnelli,

dergli, come silenziosi e affettuosi sherpa della grande famiglia: Franzo Grande Stevens, l’avvocato dell’Avvocato, e Gianluigi Gabetti, raffinatissimo uomo di finanza internazionale. Gabetti, Marchionne l’ha detto più volte, è il suo “migliore amico”, a dispetto della differenza d’età e di formazione. Grande Stevens e Gabetti hanno trovato in Marchionne il Valletta del terzo millennio, tutor ideale di quel giovane Yaki Elkann che, tanto diverso dall’Avvocato (serio e coscienzioso quanto l’Avvocato era pirotecnico e incapricciato del mondo), si è trovato in qualche modo a condividerne la biografia. La Fiat che Marchionne ha preso in mano, a dispetto dei primi sforzi messi in atto da Morchio, era ancora quell’impresa omnibus in cui tanto grasso colava, qua e là, in una macchina complessa perché messa assieme, in tanti anni,

con ambizioni talora confliggenti. Troppi marchi, troppe divisioni, troppe distrazioni dall’auto, troppe sacche di potere piccole e grandi. Marchionne ha fatto quello che fanno i grandi personaggi che di tanto in tanto s’avvicendano sulla scena della storia: ha accentrato. Come Valletta, conosce tutto della sua azienda. E decide quasi tutto, con un numero sterminato di manager che, anche per questioni di dettaglio, riporta direttamente a lui. Uno stile che un amministratore uscito dal cilindro delle banche d’affari forse non avrebbe condiviso, ma con lui, e solo con lui (guai a copiarlo, certe giocate riescono solo a Maradona) funziona benissimo. È in questo modo che è riuscito a rendere più fluidi e d efficienti i processi. È in questo modo che si è imposto nel mondo come l’unico vero funambolo dell’automotive in

questo scorcio di secolo: tant’è che Obama ha voluto mettergli nelle mani la disastrata Chrysler, sapendo che era l’unico al mondo in grado di rianimarla. La sua Fiat è un’impresa più ambiziosa, aperta al mondo. È un’impresa che ha saputo dire no ai sussidi, l’eterna panacea ai mali dell’auto, per scommettere sulla propria capacità di creare valore. Ed è un’impresa che è pronta a impostare un rapporto nuovo col sindacato, perché non ha più scheletri nell’armadio. Si può dire che Sergio Marchionne, su questo punto, un poco ha oscillato. È passato da posizioni concilianti con un sindacato che forse si illudeva di potere cambiare, la Cgil, a una forte sintonia con quelli, Cisl e Uil, che vogliono una Fiat italiana e forte sui mercati internazionali. A Pomigliano gioca la partita della vita. Che vale oro anche per un’Italia che ha bisogno di scuotersi, di dimostrare che ripensare le relazioni industriali non è solo uno slogan. Tutto questo, grazie a un “commercialista” venuto dal Canada. (E commercialista viene definito con un certo spregio, Tremonti. Dieci, cento, mille commercialisti…)

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IDEE NUOVE PER UN NUOVO CAPITALISMO di Elena Ricci

Sull’inventiva e sui brevetti Mario Moretti Polegato ha costruito il gruppo Geox. Dialogare con l’Università è importante «per far sì che le idee si trasformino in progetti veri»

arcia sulle idee la «riforma» dell’economia di mercato del nostro Paese. Solo sfruttando al meglio quella creatività che «ci è propria, potremo passare da un capitalismo industriale a uno culturale che investe sui giovani e sulle idee. Questa è la sola chiave che ci permette di vedere il futuro». E vincere le sfide globali. Dai capannoni ai cervelli. E se a proporre questa ricetta, in cui ricerca e sviluppo giocano un ruolo chiave, è colui che sull’inventiva (e sui brevetti) ha costruito la Geox, non si possono avere dubbi. «Noi italiani – osserva Mario Moretti Polegato, presidente Geox e inventore della prima e unica scarpa “che respira” – abbiamo una grande capacità di creare. Tuttavia, non ne sappiamo far tesoro. Ci manca la cultura del gestire. Ovvero del brevetto». Chi fa deve autotutelarsi. «Senza dubbio. E poi far funzionare ciò che ha creato. Prima di essere immesse sul mercato, le idee necessitano di collaudi. Ma in Italia e in particolare nel Nord-Est, i piccoli e medi imprenditori è difficile abbiano dei laboratori capaci di questo. Occorrono poi anche competenze scientifiche specifiche. Per questo è importante sapere che esistono delle università i cui laboratori sono in grado di darci una mano». Ma capitani di industria e accademici non sembrano dialogare molto. «È una cultura che ci manca. Ma è importante che ci avviciniamo alle università per farci aiutare nel far sì che le idee si trasfor-

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Mario Moretti Polegato, presidente del gruppo Geox

mino in progetti veri. Insomma, si concretizzino. Creando così quel contesto per cui l’Italia e il Nord Est non risultino interessanti solo per i prodotti, ma anche per i progetti. Solo


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avremo una riforma del nostro capitali così smo: da capitalismo industriale, volto a met-

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tere risorse sulle infrastrutture, a capitalismo culturale». Torniamo così alla ricerca. Occorrono forse investimenti istituzionali per dare gambe alle fabbriche? «Sicuramente gli interventi servono anche per dare fiducia a tutti gli imprenditori che in questo momento soffrono della situazione. Qualche esempio: dare bonus a chi esporta, incentivi a chi compra macchinari e alta tecnologia, introdurre sgravi fiscali per chi assume i giovani oppure investe su innovazione, formazione e università. E perché no, permettendo ai professori la possibilità di avere ruoli diversi: docenti e consulenti d’impresa». Insiste molto sugli sgravi. Il fisco è, quindi, una tassa davvero al negativo? «Tutti noi imprenditori vorremmo pagare meno tasse. Ma siamo coscienti che il bilancio dello Stato è molto pesante. Sono, però,

convinto che se si abbassasse dell’1% o del 2% la pressione fiscale non si risolverebbero davvero i problemi della competitività. Un piccolo ritocco vale poco, l’economia non ne risentirebbe tanto: il costo della manodopera è alto e non si può modificare, il deficit dello Stato è altrettanto gravoso. Certo ben venga un qualche risparmio, ma se vogliamo vedere il tutto sotto una luce di ripresa economica, deve esserci un rilancio culturale. Cioè insegnare agli imprenditori che il nuovo capitalismo non è industriale, ma culturale». Una logica applicabile anche al sistema creditizio? «Le banche non voglio difenderle perché hanno grande responsabilità di questa crisi, avendola generata, ma è anche vero che molti imprenditori si affacciano da loro per chiedere aiuti senza nessun progetto. È giusto che un imprenditore che ha un progetto lo esponga a un istituto di credito per farsi aiutare. C’è bisogno di concretezza».


RAGION LIBERA|INNOVARE PER CRESCERE Mario Moretti Polegato

Da quando è stato introdotto l’euro, questa è la prima pesante recessione che ci ha colpito. Quanto la moneta unica vi ha protetto? «Sarebbe stato più facile avere una moneta fluttuante. L’economia italiana si è salvata, in diversi periodi, con la svalutazione. Non è, però, questa la maniera per fare economia oggi. Sono soluzioni che hanno effetto solo nel breve periodo. Oggi abbiamo una moneta forte che ci dà garanzie sul nostro denaro e non è poco. Denaro che non è solo lo strumento di negoziazione, ma è anche fonte di risparmio per il pensionato, per il lavoratore dipendente che ha un pezzo di carta reale da poter pianificare la vita. Trovo quindi molto positivo avere un euro forte che, tra l’altro, ci permette di girare l’Europa con un’unica divisa. E se poi il dollaro ha un po’ di altalenanza su di noi, è solo un fatto temporaneo. Oltretutto, le aziende che esportano e che vengono pagate in dollari o comprano mate-

rie prime in dollari, hanno tutte l’approvvigionamento a termine». A proposito di innovazione, avete inaugurato a Milano il più grande Geox shop al mondo, il Palazzo che respira. Perché queste dimensioni? «Questa apertura segna un momento storico per Geox non solo perché abbiamo realizzato un negozio di 1.000 mq, ma anche perché l’intero edificio che abbiamo scelto come sede di questo progetto interpreta ed enfatizza alla perfezione i valori della nostra azienda e della nostra storia. Da qui l’idea di chiamarlo il Palazzo che respira. La crescita delle dimensioni dei nostri negozi è una risposta a un bisogno di sviluppo degli ultimi anni. L’ampliamento di gamma delle nostre calzature per uomo, donna e bambino, oltre al crescente successo delle nostre linee di abbigliamento, ci impongono di aprire store, o palazzi come in questo caso, di maggiori metrature e con maggior superficie di vendita».

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SAPORI NOSTRANI CHE GUARDANO OLTRE CONFINE di Michela Evangelisti

Ha iniziato a lavorare giovanissimo e continua a farlo con passione. Gianni Angelo Stoppani, presidente di Peck, racconta una storia di orgoglio, qualità e sapori eccellenti

l suo è uno dei negozi di alimentari più belli del mondo: due piani dedicati interamente al gusto (più una ricchissima cantina) che illuminano via Spadari e via Cantù con le loro vetrine meravigliose e affollate di formaggi e salumi, pasta, dolci, conserve, sott’oli, tè e caffé. Angelo, Mario e Remo Stoppani arrivarono a Milano come semplici garzoni a metà degli anni 50 da Corticelle Pieve, nel bresciano. Presto furono raggiunti anche dal fratello minore Lino, fresco di studi economici, e divennero i continuatori ideali di un’attività tramandata di mano in mano fin dal 1883. «La soddisfazione più grande è stata quella di convincere mio padre, che all’inizio non condivideva la mia intraprendenza, della bontà e serietà dei miei propositi imprenditoriali – racconta il Cavaliere Gianni Angelo Stoppani –. Non l’ho mai persuaso pienamente, ma persone vicine m’informavano dell’orgoglio con il quale seguiva l’evolversi delle iniziative che avevo avviato con i miei fratelli». Nel 2003 è stato nominato Cavaliere del lavoro: cosa ha signifi-

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cato per lei questo riconoscimento? Quali impegni e responsabilità ha portato con sé? «È stato un riconoscimento che mi ha commosso, oltre che onorato, e che ha premiato con me tutti coloro che hanno condiviso il mio percorso imprenditoriale, i miei fratelli innanzitutto. Il mio impegno maggiore oggi è quello di trasferire a mio figlio e ai miei nipoti, a cui dovrò passare il testimone, non solo competenze e conoscenze, ma anche i valori dell’impresa, costituiti da conti economici ma anche da fattori morali, civili, sociali, soprattutto quelli che devono caratterizzare i rapporti con il personale, patrimonio importante per tutte le aziende. Il riconoscimento, infine, impone l’obbligo dell’eccellenza, che va mantenuta o perseguita, anche per non stonare nel coro degli straordinari imprenditori insigniti dell’onorificenza, che sicuramente contano numeri e meriti superiori ai miei». Lei ha iniziato a lavorare giovanissimo. Che cosa pensa dei giovani che vogliono affacciarsi oggi sul mondo dell’imprenditoria italiana?

Il Cavaliere del lavoro, Gianni Angelo Stoppani

«Aver iniziato a lavorare presto è stato imposto dai bisogni, ma è stata una prassi molto diffusa tra la mia generazione. Oggi, invece, i giovani si avvicinano al lavoro in età molto più avanzata, per molti aspetti troppo tardi, e in questo ritardo, a volte, si coltivano comodità e pigrizie che impediscono lo sviluppo di una personalità e di un carattere preparato alle difficoltà della vita. I sacrifici dell’età giovanile sono investimenti per il futuro della persona: iniettano anticorpi che irrobustiscono la persona, nel corpo e nella mente». Di cosa c’è bisogno per far funzionare le attività nel suo settore?


RAGION LIBERA|PIONIERI DEL GUSTO Gianni Angelo Stoppani

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PIONIERI DEL GUSTO|RAGION LIBERA Gianni Angelo Stoppani

«La concorrenza va affrontata curando la qualità del prodotto ma anche del servizio»

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le attività, per affermarsi e  «Tutte crescere nel tempo, hanno bisogno di alcuni capisaldi, che sono la passione, la competenza, la costanza e la serietà, alle quali devono poi sposarsi anche un po’ di esperienza e di capacità. Il nostro settore presenta obiettive difficoltà: la Gdo ha accentuato gli aspetti della concorrenza, che va affrontata con attenzione rigorosa alla qualità del prodotto ma anche del servizio e dell’ambientazione degli esercizi. Sono indispensabili quindi investimenti mirati nella selezione dei fornitori, nei processi di conservazione, stagionatura e trasformazione dei prodotti, nella formazione del personale. Infine non bisogna mai perdere d’occhio le esigenze del cliente, il quale deve trovare un rapporto diretto e corretto nel suo momento di spesa». Peck è sinonimo di legame con la tradizione ma anche di continuo e lungimirante rinnovamento. Il negozio on line di Peck

(aperto nel 1999) è stato uno dei primi nel suo genere. Quali altri progetti avete in cantiere? «Il commercio elettronico è un servizio aggiuntivo, non ancora però decisivo nel business, che sconta, almeno per Peck, la deperibilità dei prodotti, la fragilità e le barriere doganali. Grandi prospettive, invece, esistono nella possibilità d’internazionalizzazione del marchio, campo nel quale stiamo portando avanti molti progetti, da aggiungere a quelli consolidati e redditizi, sul Giappone, su Dubai (dove siamo presenti con la nostra gastronomia e i nostri servizi all’interno dell’Armani Hotel) e in alcuni Paesi europei, e che dovrebbero farci fare il salto decisivo. Non è facile, anche per la particolarità del prodotto e le tradizioni gastronomiche e culturali dei Paesi, ma questo è un versante pieno di opportunità che stiamo coltivando».


LO SCULTORE DELLE SCARPE|RAGIONLIBERA Renè Caovilla

ECCELLENZA E BELLEZZA SONO LA NOSTRA FORZA

di Concetta S. Gaggiano

Molte ore di lavorazione per ottenere una sola scarpa. Ricami, brillanti, strass, zaffiri e ogni tipo di pietra, purché preziosissima. E poi i migliori pellami e le stoffe più pregiate. Renè Caovilla spiega come e dove nascono le sue sculture

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uando si pensa al douceur de vivre e al Rococò veneziano, si materializzano due immagini: lo storico carnevale e le scarpe di Renè Caovilla. Due orgogli della città lagunare che, ognuno a suo modo, hanno esportato nel mondo l’essere veneziano. Renè Caovilla è il creatore delle calzature femminili tra le più originali e lussuose. Raffinate scarpe da sera, interamente fatte a mano, i cui motivi dominanti sono l’arte della sua città o qualsiasi oggetto che suscita emozione. La storia dell’azienda comincia nel distretto del Brenta con Edoardo Caovilla. Negli anni 60, dato il successo dei modelli d’avanguardia René Caovilla crea una linea con il suo nome e diventa uno dei numeri uno nella produzione calzaturiera esclusiva. Nel 75 inizia la collaborazione con grandi stilisti tra cui Valentino, Dior e Chanel. Nel 2000 vengono abbandonate tutte le licenze e inizia la produzione esclusiva a marchio proprio. Seguono le aperture di monomarca in Italia e all’estero e alla fine saranno dieci: Venezia, Milano, Roma, Parigi, Londra, Tokyo, Dubai, Beverly Hills, Palm Beach e Porto Cervo. I mercati di riferimento sono quelli esteri, per il

30% Usa, 65% il resto del mondo, solo il 15% l’Italia. Il marchio René Caovilla registra un tasso di crescita annuale del 20%, conta oltre 100 dipendenti tra cui gli artigiani che trasformano le idee in scarpe. Più di 50 anni di scarpe. Dove trova ancora ispirazioni così originali per le sue collezioni? «Qualsiasi spunto è valido. Quando si ha una grande passione nel cuore e ci si innamora di un particolare è inevitabile trasferirla nelle proprie creazioni. In tanti anni ho imparato a non pormi dei limiti, qualsiasi cosa io veda che mi possa ispirare la porto con me». Quanto lavoro c’è dietro il primo schizzo e quanto impiega a immaginare una nuova scarpa? «In azienda tutto nasce dal team. Con me lavorano cinque collaboratori e quando nasce un’idea ne parliamo tutti insieme. Lo stadio successivo è lo schizzo: dal disegno comprendiamo se quell’idea può trasformarsi in una scarpa oppure no. Facciamo delle prove per vedere come calza, in seguito procediamo alla realizzazione vera e propria a opera dei nostri maestri artigiani. Da un’idea può risultare un’opera d’arte

se è realizzata bene, o un oggetto senza cuore se chi la realizza non ci mette passione. Alla base di tutto c’è comunque il divertimento di fare un lavoro di squadra». Esclusività e bellezza da sempre contraddistinguono le creazioni della maison. Ma in tempi di ristrettezze economiche l’idea di lusso è cambiata? «Il lusso si rivolge a una categoria che difficilmente sente le crisi, anche se è vero che in questo periodo piove per tutti. È cambiato l’umore che si respira nell’aria, c’è più austerità e chi ha la possibilità di spendere si limita perché non vuole urtare la sensibilità di chi in questo momento non se lo può permettere. Noto un imbarazzo che attenua i consumi anche sulla fascia alta. L’obiettivo costante di un creativo è riuscire a dare emozione, allora si cerca il capriccio e di regalare sogni. In tanti anni ho imparato che non c’è mai un punto d’arrivo, si è sempre alla ricerca di emozioni e fantasie da donare a chi acquista le mie creazioni. C’è bisogno di spirito d’osservazione e passione per il proprio lavoro». Lei ha saputo tracciare una strada a metà tra l’artigianalità e la


Renè Caovilla, presidente e designer dell’omonima azienda, è stato insignito dell’onorificenza di Cavaliere del lavoro nel 2001

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LO SCULTORE DELLE SCARPE|RAGIONLIBERA Renè Caovilla

elevando la scarpa a og couture, getto di culto. Poi sono arrivate borse, bijoux e cinture. Cosa cerca la donna di oggi? «Oggi la donna cerca l’accessorio perché dà un senso e una particolarità anche a un look semplice. Sicuramente l’accessorio - che sia una scarpa, una borsa, una sciarpa - ha trovato più spazio rispetto al passato perché oggi la donna è disposta a osare di più grazie ad abbinamenti inimmaginabili fino a qualche tempo fa. Spesso le mie clienti mi confessano che la gente guarda più le scarpe che il vestito che indossano». Perché all’estero vincono le scarpe italiane? Tutto merito della capacità di trasferire e consolidare una percezione di lusso e di esclusività? «Perché noi italiani ci distinguiamo per la nostra innata creatività, per la ricerca del bello, per l’amore verso l’eleganza. L’italiano è un essere indipendente a cui bisogna lasciare spazio perché si esprima al meglio. Oggi con questi mercati instabili vince chi dimostra di avere talento. E noi italiani ne possediamo tanto e siamo richiesti perché lo esprimiamo al meglio». Made in Italy come ancora di salvezza per il Paese. È davvero così? «La nostra forza è la piccola e media impresa su cui gira l’economia. Le carte vincenti sono l’alta qualità e la

possibilità di distinguersi attraverso la creatività. La somma di questi due valori costituisce quello che in tutto il mondo è conosciuto come made in Italy, che si distinguerà sempre sul mercato e si qualificherà sempre di più grazie al lavoro continuo di ricerca e innovazione sul prodotto e sui materiali». Quali sono le strategie per promuovere il made in Italy e rimanere sul mercato? «Nel mercato delle calzature ci sono fasce di mercato ben distinte, si passa dal segmento base a quello extralusso, ognuno con proprie strategie e peculiarità. Se analizziamo le fasce basse, caratterizzate dalla produzione industriale, si capisce subito che qui non è possibile esprimere talento e creatività. Valori che insieme alla manifattura artigianale e all’altissima qualità sono le uniche armi che il made in Italy ha a disposizione». Passiamo alla distribuzione, che negli ultimi anni, tra showroom e punti vendita si è concentrata maggiormente all’estero. Perché questa scelta? «Il nostro prodotto deve essere conosciuto in tutto il mondo, non possiamo fermarci in Italia perché non è possibile pensare di produrre e vendere tutto all’interno dei nostri confini. La nostra vocazione è quella di esportare nel mondo il nostro saper fare, quindi la nostra strategia è stata

sempre quella della ricerca di mercati in cui il marchio Caovilla non è ancora presente. Gli Stati Uniti abbracciano il 20-30% della nostra produzione, ma la crisi che ha pesantemente colpito l’economia americana ci ha portati a guardare la carta geografica del mondo alla ricerca di mercati nuovi e ad alto tasso di crescita cercando di approdare su quelli che prima non potevamo servire». Tra le tante vetrine da lei aperte c’è quella virtuale di Second Life. Perché la scelta di uno spazio interattivo? «Nonostante i nostri cinquant’anni noi teniamo molto a essere sempre aggiornati e tra i primi a verificare nuove esperienze. Vogliamo sperimentare tutto ciò che è nuovo, bello e che può permetterci di raggiungere nuovi target. Internet, e Second Life, rappresentano, comunque, un nuovo strumento di comunicazione». Come vede il futuro dell’azienda? «Continueremo per la nostra strada che, in cinquant’anni di lavoro e tre generazioni, ci ha sempre dato grandi soddisfazioni. Non perderemo ciò che ci ha reso grandi e famosi in tutto il mondo: l’anima, il cuore, la passione e il talento. Renè Caovilla opererà nella sua nicchia di mercato evitando le grandi produzioni e rimanendo fedeli alla nostra tradizione».


Il professor Giancarlo Elia Valori, Cavaliere del lavoro dal 2001


RAGIONLIBERA|MEDITERRANEO Giancarlo Elia Valori

ITALIA, PORTA D’ACCESSO VERSO IL MARE NOSTRUM

di Renata Gualtieri

«La nuova “via della seta” raggiunge il Mediterraneo attraverso i porti del centro-sud Italia e pugliesi in particolare, che rappresentano un’entità viva ed evoluta dell’intero panorama adriatico, si collocano come “moli naturali” nel mare nostrum». L’attenta analisi di Giancarlo Elia Valori

l ruolo dell’Italia nell’area mediterranea, per la sua ineludibile centralità geografica nello scacchiere europeo, rappresenta non solo un unicum che si affaccia sul lungo corridoio azzurro del bacino e un punto d’incontro tra l’Europa continentale e il Mediterraneo, ma anche un ponte tra est e ovest del nostro quadrante. «Non va trascurata – sottolinea il professor Giancarlo Elia Valori – la peculiarità di Roma, capitale della cristianità e unica capitale dell’Unione per il Mediterraneo, che ha il privilegio di affacciarsi sul “mare nostrum”. Ciò rappresenta l’opportunità di riacquistare una posizione d’alto profilo nello scenario mondiale come snodo fondamentale dei flussi tra Europa e Far East e di “porta d’accesso” del Sud

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verso l’Atlantico. In particolare, la vasta area romana, cerniera verso il resto del Mediterraneo, consentirebbe all’Italia di trasformarsi da capitale verso il Sud a regione di forti cooperazioni marittime internazionali per il potenziamento dei porti e delle città e la realizzazione di una “rete regionale euromediterranea” di infrastrutture, capace di costruire scenari e obiettivi credibili e progetti di elevata qualità. L’inserimento di Roma Capitale nelle grandi reti di comunicazioni è condizione essenziale affinché il sistema Paese venga integrato nel più ampio contesto euro-mediterraneo». Lei sostiene che solo chi leggerà il Mediterraneo come quadrante unico e come potenza unitaria vincerà la sfida di una

globalizzazione giusta. Ci spiega cosa intende? «In primo luogo, chi gestirà in futuro il mare nostrum dovrà sostenere la spesa in formazione della forza lavoro in Maghreb e nel Corno d’Africa, equilibrare le finanze pubbliche locali per evitare le possibili situazioni di default da “shock avversi” che potrebbero materializzarsi nelle fasi di crescita e poi gestire le tensioni strategiche e commerciali dell’area. Solo chi porterà la spada nel Mediterraneo potrà sedare i conflitti militari e politici interni alle zone sud ed est del mare nostrum, e sarà capace di cogliere i frutti delle sinergie economiche di tutta l’area, unificandola tra il Maghreb, la fascia tra il Nordafrica costiero e il Sahara, in previsione dell’espansione del-


centrale, il Corno d’Africa,  l’Africa il suo collegamento con Aden e il Golfo Persico, il Medio Oriente dominato dalla tensione israelianapalestinese e dai suoi supporter locali». Il Mediterraneo è un mercato globale che tenderà a divenire strategico. Quali Paesi saranno gli attori maggiori di questo processo? «Gli Usa, tramite il loro comando Africom, pensano di entrare nel mercato africano, e quindi, per quel che riguarda il Maghreb mediterraneo delle materie prime oil e soprattutto non-oil, si scontreranno con gli interessi strategici cinesi, che tendono a unificare il Mediterraneo costiero con l’Africa, mentre l’Ue è ancora legata a una logica di distribuzione delle seconde e terze lavorazioni “mature” in sistemi produttivi costieri che, con ogni probabilità, si collegheranno ad altri player globali. Se la politica di integrazione del Mediterraneo meridionale e orientale

con la penisola eurasiatica avverrà con la logica tradizionale dell’Ue, che ha coniugato sostegno economico e apertura progressiva dei suoi mercati settentrionali, il matrimonio tra le due sponde del Mare nostrum non avverrà. Anzi, il mix cinese tra sostegno alla spesa pubblica locale e investimenti nelle infrastrutture, in cambio di un sostanziale monopolio delle risorse o delle linee di produzione, è una strategia vincente che l’Ue e le varie, numerose, spesso eccessive e burocratiche organizzazioni “mediterranee” europee non scalfirà di certo. La soluzione potrebbe essere quella di una serie di accordi bilaterali Ue-Cina sul Mediterraneo con il trasferimento di alcune parti dell’export dell’Ue a 27 verso Pechino e la definizione di un’area di gestione degli scambi Cina-Eu che passasse, per le prime e seconde lavorazioni, da alcuni Paesi “vocati” del Mediterraneo, selezionati in accordo tra Pechino e Bruxelles». In che modo l’Unione per il

Mediterraneo, istituita nel 2008, può essere un’opportunità concreta per la cooperazione tra le varie sponde? «Innanzitutto è necessaria una mirata strategia mediterranea, intesa come strumento finalizzato all’interpretazione delle variegate vicende negative connesse agli annosi problemi che tormentano le popolazioni delle regioni ubicate sulle rive nord e sud del Mediterraneo. Occorre un cambiamento di prospettiva nella ricostruzione dei fenomeni economici relativi alla vita sociale, alle relazioni umane, ai processi d’innovazione tecnica e all’idea stessa di ricchezza. L’Unione deve farsi carico di mobilitare le risorse necessarie per costruire il riscatto dei Paesi della riva sud ed est del Mediterraneo, che sono avvolti da una spirale di povertà e di violenza che genera conflitti senza vie d’uscita, con ripercussioni sulla stabilità generale dell’area. Inoltre, devono far seguito alcuni progetti


RAGIONLIBERA|MEDITERRANEO Giancarlo Elia Valori

Nella pagina a fianco, Giancarlo Elia Valori con Liliane Bettencourt e Antoine Bernheim; nella foto al centro, con Shimon Peres

concreti (peraltro previsti dal partenariato), che riguardano l’ambiente e la protezione civile comune, che dovrà affrontare emergenze come l’immigrazione clandestina e la realizzazione di apposite “autostrade del mare”, in grado di assicurare collegamenti più efficienti tra i porti delle due sponde». Quale sarà lo sviluppo economico futuro dei Paesi mediterranei? «Lo sviluppo avverrà attraverso le reti infrastrutturali che nascono dai porti. La strategia globale, in tempi di pace, si determina attraverso l’organizzazione delle reti di trasporto e trasformazione dei beni e dei servizi. Se vincerà la linea della Francia e della Spagna, che desiderano concentrare sul porto di Barcellona le grandi reti di trasporto delle materie prime e dei prodotti provenienti dal Mediterraneo meridionale e dalla antica “via della seta”, allora si imporrà l’Europa franco-tedesca, che ricostruirà la sua egemonia in

modo diverso dal “modello renano” spazzato via dalla crisi economica e dalla nuova freddezza, destinata ad aumentare, tra Usa e Unione europea. Se, invece, riuscirà a imporsi, come speriamo, una linea meridionale delle reti mediterranee, che va dalla Puglia fino alla Calabria, per poi arrivare nei porti dell’Italia settentrionale sia a est che a ovest, allora vincerà una geopolitica dell’unità mediterranea che permetterà all’Italia, e soprattutto a quella meridionale, di utilizzare una vasta massa di beni e servizi per riprendere il proprio sviluppo e far afferire a questa linea di trasporto tutti quei paesi del Mediterraneo meridionale che si stanno affacciando allo sviluppo e che saranno, con ogni probabilità, i protagonisti della nuova crescita economica europea». Parliamo dei rapporti tra Italia e Libia. L’accordo è stato ratificato ormai più di un anno fa, si può fare un bilancio? «Quel trattato di amicizia, pur ri-

conoscendo le responsabilità storiche del passato, ha di fatto gettato un ponte verso il futuro. Cioè un ponte di collegamento tra Italia e Libia per fare del Mediterraneo un mare di pace e non più un confine. L’accordo non rappresenta solo un esempio per i rapporti tra Europa e Africa ma anche, e soprattutto, una scommessa per aprire un nuovo capitolo dei rapporti tra Italia e Libia e tra le rispettive popolazioni attraverso una nuova stagione, fondata su un rapporto privilegiato nella sfera economica, politica, culturale. Questo rapporto, che ha le condizioni per essere fecondo e duraturo, ritengo sia il volano di un più stretto legame tra le due sponde del Mediterraneo. Idoneo a superare storiche incomprensioni nel segno di un mondo pacifico e sicuro, fondato sul rispetto dei diritti e capace di dare risposte alle sfide drammatiche che la crisi e i cambiamenti epocali ci impongono quotidianamente».


A MARCIANISE BRILLA L’ORO DI NAPOLI

di Michela Evangelisti

Nel Tarì pulsa il cuore dell’arte orafa campana. Una tradizione che si rinnova ogni giorno e viene trasmessa alle giovani generazioni. Lo spiega il suo ideatore e presidente, Gianni Carità n vero e proprio incubatore di creatività. A Marcianise, a pochi chilometri da Napoli, sorge una realtà assolutamente fuori dal consueto, una città in miniatura all’interno della quale oltre 3.500 persone sono quotidianamente impegnate a disegnare, produrre, distribuire e acquistare gioielli. Stiamo parlando del Tarì, un centrifugato di coraggio imprenditoriale, competenze e innovazione, e soprattutto il custode di una tradizione che si è tramandata per secoli tra le vie del capoluogo partenopeo. L’idea di Gianni Carità è quella di un consorzio in cui gli orafi possano condividere le loro esperienze e al tempo stesso avvalersi di eccellenti servizi nell’ambito della formazione, della promozione e della sicurezza.

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Un’idea vincente. Il Tarì, esempio strategico e organizzativo unico nel suo genere. Quali vantaggi porta alle aziende consorziate e cosa rappresenta per il mondo della creatività d’eccellenza campana? «Il Tarì è operativo dal 1996 e ancora oggi resta un esempio unico nel suo genere per il mondo imprenditoriale in Italia e in Europa. Fin dal momento della sua fondazione ha rappresentato un’eccezionale opportunità per le aziende orafe, storicamente di impronta molto tradizionale, che hanno avuto la possibilità di abbandonare la propria dimensione locale entrando in una realtà orientata al futuro e all’innovazione. Design, formazione, servizi, marketing e grandi eventi di business sono i requisiti grazie ai quali il Tarì è divenuto negli anni un punto di riferimento imprescindibile per le aziende orafe campane (ma non solo). Oggi le aziende stabilmente insediate al Tarì sono 394: tra queste vi sono non soltanto le aziende di tradizione napoletana, ma tutti i grandi brand della gioielleria italiana. Segno che da anni il Tarì è uscito dall’iniziale dimensione meridionale per diventare una realtà europea». Dall’antico quartiere degli orafi

al modernissimo Tarì: come le nuove tecnologie sono entrate nei sistemi operativi aziendali e quanto si è conservato dell’originario mondo artigiano? «Le aziende di produzione del Tarì sono ancora molto legate ai valori dell’artigianato di alta qualità, ancora oggi il principale punto di forza, insieme al design, del prodotto italiano nel mondo. Ciò che hanno acquisito dal Tarì è un


RAGION LIBERA|CREATIVITÀ ORAFA Gianni Carità

nuovo livello organizzativo, efficienza nel processo produttivo e distributivo, e soprattutto innovazione di prodotto. La quotidiana esposizione al mercato e il confronto con altre realtà del settore hanno reso tutti gli imprenditori del Tarì molto più attenti all’evoluzione della

all’inasprimento della concorrenza. Come ha reagito il settore in Italia e in particolare in Campania? «Puntando sull’eccellenza dei propri prodotti, risultato del mix di una grande tradizione artigianale e di una costante attenzione all’innovazione. Da questo punto di vista la formazione dei giovani, sia come collaboratori sia come nuove generazioni di imprenditori, è stata importantissima e in questo la scuola del Tarì ha giocato un ruolo strategico. Oggi il gioiello viene acquistato solo se riesce a suscitare emozioni: è più che mai fondamentale, quindi, investire sulla creatività del made in Italy». In quale misura il settore del lusso made in Italy ha subito le conseguenze della crisi e quali le strategie da seguire per rilanciarlo sui mercati internazionali? «Se per lusso s’intende il prodotto di alta gamma, non si è registrata una forte contrazione dei consumi. Diversa è la situazione che riguarda i beni di consumo di fascia media, che sono stati fortemente penalizzati da una minore disponibilità all'acquisto da parte dei consumatori. Molto comunque è stato fatto dalle aziende italiane: sempre più la creatività premia domanda, e, soprattutto in questi prodotti più facilmente accessibili, anni di forte competizione per così dire espressione di un lusso internazionale e contrazione dei più “democratico”. É cruciale consumi, questo atteggiamento è inoltre la fascia dei consumi stato premiante». giovanili: meno attenti alle Il settore orafo-argentiero, e più tradizioni, sensibili alle tecnologie, in generale dei beni di lusso, ha più narcisisti che in passato, i subito negli ultimi anni una serie giovani sono molto attenti alle di significative trasformazioni, dal mode. Il nostro staff di designer è superamento del concetto del costantemente al lavoro per prodotto come “bene rifugio” raggiungere e seguire questo target».

A novembre dedicherete un weekend al mondo del lusso e del buon gusto, che vedrà riunite tutte le eccellenze campane. Quali le nuove tendenze emergenti che troveranno spazio nel salone? «Saranno protagoniste di questa seconda edizione di Eccellenze Il fondatore e presidente de Il Tarì, Gianni Carità. È Cavaliere del lavoro dal 1997

tutte le aziende che hanno da proporre la cultura della qualità. Alto artigianato, sartoria, gusto, benessere, viaggi, arte contemporanea saranno i principali protagonisti di questo evento che interpreta il lusso come piace a noi, ovvero come espressione dell'amore per le cose belle e fatte bene. Non necessariamente inaccessibile, anzi, paradossalmente, alla portata di tutti. Abbiamo selezionato molte aziende di nicchia, spesso note internazionalmente e spesso sconosciute ai più, ma testimonianze di prodotti di livello eccezionale. Le vere eccellenze produttive campane e italiane, insomma, dedicate a un pubblico di estimatori e appassionati, lontane dalla globalizzazione dei brand che uniformano le strade delle grandi città».


di Nicolò Mulas Marcello

LA PIÙ AMATA IN ITALIA E ANCHE ALL’ESTERO Affrontare la crisi puntado sull’export si è rivelata una scelta vincente.Valter Scavolini, presidente dell’azienda leader in Italia nel settore delle cucine untare al mercato internazionale pur mantenendo un forte legame con il territorio attraverso la promozione di progetti socio culturali è la politica di sviluppo di Scavolini, che nell’ultimo anno ha investito soprattutto sul prodotto, sulla comunicazione e sul cliente. «Ricerca e innovazione di prodotto – sottolinea il presidente Valter Scavolini – sono un tema costante e assolutamente fondamentale». Come avete affrontato il periodo di crisi economica mondiale degli ultimi due anni? «I dati di fine anno sono molto positivi sia per

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Valter Scavolini, presidente di Scavolini Spa. Dal 1993 è Cavaliere del lavoro

quanto riguarda il mercato nazionale sia per quello estero. Stiamo aprendo nuovi punti vendita in tutto il mondo, dal Far East all’Africa. In particolare, negli Stati Uniti dove il 16 novembre abbiamo inaugurato la Scavolini Soho Gallery, il nostro primo flagship store a New York, uno spazio di 900 mq che oggi è il più grande punto vendita del settore cucine di tutta la Grande Mela. Anche in Italia siamo molto concentrati sulla distribuzione, soprattutto con gli Scavolini Store, spazi dedicati esclusivamente alla nostra produzione che a breve supereranno le 60 aperture. Si tratta di un progetto nato dalla volontà di migliorare la consapevolezza, la fiducia e la fedeltà dei consumatori al brand, al fine di rendere la loro esperienza d’acquisto unica ed emozionante, comunicando con efficacia il valore del marchio. La crisi ha colpito tutti ma bisogna affrontarla. Siamo un’azienda solida - leader del settore in Italia dal 1984 - e abbiamo continuato a investire sul prodotto, sulla comunicazione e sulle persone. Abbiamo continuato a fare quello che siamo bravi a fare: belle cucine, al 100% italiane e con un buon rapporto qualità-prezzo».


RAGION LIBERA|CUCINE D’AUTORE Valter Scavolini

Su cosa avete puntato per ottenere questi risultati? «Puntiamo, infatti, innanzitutto sulla qualità e sull’affermazione del made in Italy. La nostra offerta è molto ampia e va dalla cucina che garantisce qualità a un prezzo molto interessante fino a prodotti rivolti a un target alto, contraddistinti da materiali e design più sofisticati. Mantenere questo ampio raggio di proposte non è da tutti: significa operare forti investimenti tecnologici per garantire un prodotto di qualità e praticamente su misura. Posso dirmi quindi soddisfatto e pronto ad affrontare con lo stesso entusiasmo il prossimo anno, che per noi segnerà anche una tappa importante: in primavera festeggeremo, infatti, il nostro cinquantesimo anniversario». Per quanto riguarda il mercato estero da qualche anno siete sbarcati in Inghilterra e adesso puntate all’oriente. A quali paesi vi rivolgete? «Siamo presenti in tutto il mondo, in oltre 50 Paesi e in tutti i continenti. La crescita è costante con una media di 30 nuove aperture all’anno. Oggi sono circa 300 i punti vendita esteri che af-

fiancano gli oltre 1.000 italiani. Recentemente ci siamo molto concentrati sull’America e sui paesi emergenti come l’India, dove abbiamo aperto una decina di punti vendita in meno di due anni, e in generale sul potenziamento del continente asiatico e di quello africano. Forte e costante è poi la presenza alla principali manifestazioni fieristiche internazionali». Come si concretizzano ricerca e innovazione in casa Scavolini? «La ricerca e l’innovazione di prodotto sono un tema costante e assolutamente fondamentale: la nostra azienda è da sempre molto attenta a quelle che sono le evoluzioni del gusto, cerchiamo di inserirci in determinati contesti nel momento giusto in modo da avere una gamma di prodotti attuale ed adeguata al mercato. Investiamo da sempre in ricerca sulle forme e sui materiali. E oggi siamo sempre più impegnati per la salvaguardia dell’ambiente. Dallo scorso anno abbiamo lanciato Scavolini Green Mind, un ambizioso progetto eco sostenibile che ha previsto l’adozione per la struttura di tutte le nostre cucine di pannelli ecologici “4 stars”, post consumo e con le più basse emissioni di formaldeide e la scelta di utilizzare unicamente energia da fonti rinnovabili a impatto zero». Da qualche anno Scavolini ha una Fondazione. Anche il gruppo marchigiano guarda con interesse al connubio impresa-culturaterritorio? «La Fondazione l’abbiamo creata nel 1984 e oggi è guidata da mia nipote Emanuela, figlia di mio fratello Elvino. Siamo da sempre particolarmente impegnati e sensibili nei confronti del nostro territorio e delle sue tematiche socio culturali. La nostra filosofia aziendale è orientata all’individuo, a partire dai nostri dipendenti e dai partner com-

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CUCINE D’AUTORE|RAGION LIBERA Valter Scavolini

È la nostra mission e la perseguiamo con  merciali. profonda convinzione e responsabilità, attraverso

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il coinvolgimento nello sviluppo economico, sociale e culturale, non direttamente dipendenti dagli obiettivi produttivi o di comunicazione dell’azienda. Sosteniamo attività che abbracciano diversi aspetti sociali rivolti a pubblici eterogenei: dalla promozione di eventi culturali al restauro di edifici d’interesse artistico, dalla solidarietà nei confronti delle categorie più deboli a un grande impegno nella sponsorizzazione sportiva». Nello specifico quali sono gli obiettivi della Fondazione? «La Fondazione è nata proprio per dare maggior forza a questo impegno, dalla forte determinazione a non limitare gli interventi dell’azienda unicamente alle sponsorizzazioni, ma a dare più incisività a un’attività di tipo sociale attraverso un autonomo progetto teso a valorizzare la cultura della nostra città e regione. Con essa abbiamo voluto dare ancora più vigore a quel rapporto privilegiato che ci lega al nostro territorio. Obiettivo sono vere operazioni di mecenatismo - utilizzando non solo risorse finanziare, ma anche l’esperienza di operatività che l’azienda possiede - per incrementare e promuovere la ricerca nel campo delle scienze storiche, letterarie, economiche, della progettazione industriale e di favorire iniziative mirate all’istruzione, alla ricreazione e all’assistenza sociale. Il raggio di azione si è progressivamente esteso e abbraccia oggi il settore artistico, architettonico, musicale, letterario,

didattico-formativo e di studio dei fenomeni di trasformazione culturale ed economica del nostro territorio. Attualmente, le attività promosse interessano in modo specifico il recupero, il restauro e la conservazione di beni culturali. Tutti gli interventi sono effettuati in forma diretta: è la stessa Fondazione, infatti, a farsi carico della redazione dei progetti di intervento, della scelta degli operatori e della direzione dei lavori». Quali sono le strategie di Scavolini per il futuro? «Semplicemente continuare a investire nel prodotto e nella qualità italiana. Da sempre, Scavolini vuol dire made in Italy, inteso come una produzione interamente realizzata nel nostro Paese, con molti fornitori localizzati vicino a noi, creando in questo modo anche un indotto importante per il territorio locale. È una scelta strategica, da sempre uno dei nostri punti di forza. Preferiamo rimanere in Italia sia perché siamo profondamente radicati nel territorio dove siamo nati, sia perché restando qui siamo convinti di poter controllare meglio la qualità dei nostri prodotti e dei processi produttivi, offrendo maggiori garanzie alla nostra clientela. Importante sarà sempre l’impegno per il costante ampliamento della distribuzione e l’attenzione alla comunicazione. La mia ricetta è di affrontare ogni cosa un passo alla volta e nei tempi corretti. Fino a oggi, e l’anno prossimo festeggeremo i nostri primi 50 anni, ha funzionato e quindi continueremo così».


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RAGION LIBERA|MAESTRI DI STILE Carlalberto Corneliani

IL CAVALIERE DELL’ELEGANZA

di Michela Evangelisti

Rispetto per i concorrenti ed etica prima di tutto. A colloquio con Carlalberto Corneliani, da 50 anni alla guida di un’impresa che porta la classe italiana nel mondo

el 1958, assieme al fratello Claudio, ha assunto la conduzione dell’azienda di famiglia, orientando la produzione sulla fascia alta sartoriale e portando il marchio ai vertici nel settore dell’abbigliamento a livello internazionale. È Carlalberto Corneliani, un nome che richiama alla mente le linee nette e flessuose di una moda maschile il cui scopo «non è sbalordire né travestire gli uomini, ma esaltare la loro personalità, attraverso capi innovativi, di grande qualità, però mai sopra le righe». Carlalberto Corneliani, saldamente alla guida della sede di Mantova, ancora il fulcro di una ricerca dell'eccellenza artigianale che oggi sposa l’hi-tech e ha cuori pulsanti in tutto il mondo, è anche presidente e amministratore delegato della Abital SpA e della Symbol SpA e vanta una notevole esperienza nel campo dell’associazionismo. Nel 1991 è stato nominato Cavaliere del lavoro. Cosa ha significato per lei questa onorificenza? Quali impegni e responsabilità ha portato con sé?

N

«Il riconoscimento premia una vita di lavoro e di risultati ottenuti e, non ultimo, un modo di rapportarsi agli altri. Sono stato sicuramente molto felice di essere nominato Cavaliere, anche perché non me lo aspettavo; molti faticano a crederci, perché è un riconoscimento molto ambito e c’è chi lotta per ottenerlo, ma io sono stato colto di sorpresa con una telefonata. La responsabilità per me è quella di continuare sulla strada che ho sempre praticato, impegnandomi al massimo nella società civile, con grande rispetto per tutte le persone che incontro, lavorando con passione e dedizione, e naturalmente seguendo un’etica, comportandomi in modo da non turbare gli altri e in maniera coerente con lo stile di vita di una persona per bene». L’azienda ha mosso i primi passi negli anni 30 a Mantova e ora ha negozi sparsi in tutto il mondo; nel 2010 è stato avviato un vasto programma di espansione, che verrà rafforzato con l’apertura di cinque nuove boutique a breve in Cina.

Il Cavaliere del lavoro Carlalberto Corneliani

Quali sono i segreti per imporsi nonostante la concorrenza sul mercato internazionale, anche in tempi di recessione? «Noi continuiamo nel nostro percorso, nel massimo rispetto dei competitors che teniamo sempre sotto controllo, perché dall’osservazione dei concorrenti c’è sempre molto da imparare. Proseguiamo nel solco della qualità e dell’innovazione, consapevoli che l’abito è parte fondamentale del modo che le persone hanno di presentarsi: quando si vestono è come se avviassero un discorso con gli altri».


MAESTRI DI STILE|RAGION LIBERA Carlalberto Corneliani

«Dobbiamo operare con grande attenzione alla qualità e presidiare le nicchie, vendendo non solo il prodotto ma anche il sogno»

Quali sono i suoi progetti per il  futuro? «Andare nella direzione di un’espansione verso i Paesi emergenti, senza perdere di vista i nostri primi mercati, quelli occidentali, sui quali abbiamo una serie di clienti e di negozi importanti. L’intento però è quello di muoversi sempre in maniera controllata: niente sortite estemporanee, ma solo progetti ben programmati, che abbiano un inizio e una fine felici». Corneliani è un’azienda attenta alle manifestazioni di qualità, specialmente se connesse alla sua terra d'origine. Quanto il mecenatismo delle grandi imprese può influire sulla crescita del territorio e sullo

sviluppo delle imprese stesse? «Più che sullo sviluppo del territorio influisce sul rapporto tra le persone, improntandolo maggiormente alla socialità e alla convivenza civile; e aiuta la conservazione della nostra grande cultura. Ci vorrebbe più attenzione alle tradizioni. Essere moderni e liberi va bene, ma est modus in rebus: non è il caso di guardare cosa fanno gli altri dal buco della serratura». Il marchio di famiglia è sinonimo italianità. Quali sono oggi i punti di forza del made in Italy e il suo impatto sul panorama internazionale? «Il made in Italy, fatto di buon gusto

e cura dei particolari, viene da molto lontano: non dobbiamo dimenticare le nostre origini nelle botteghe del rinascimento, ai tempi in cui i nostri artigiani dettavano legge in tutto il mondo. Made in Italy vorrebbe dire innanzitutto un prodotto interamente realizzato in Italia: il lusso non deve mai distaccarsi dal luogo d’origine, altrimenti può chiamarsi moda, ma non lusso. Il nostro made in ha al momento sicuramente dei problemi, soprattutto per quanto riguarda la fascia medio bassa del mercato, che non può più essere nostro appannaggio considerata la legislazione generale, che impone determinate norme da rispettare a tutela della salute, e il costo orario del lavoro (da noi fino a 10-15 volte superiore a quello della Cina o dei Paesi dell’est). Dobbiamo quindi operare con grande attenzione alla qualità e presidiare le nicchie, soprattutto nel settore dell’abbigliamento, che distribuisce prodotti realizzati veramente a mano; per poter scaricare il costo di questo lavoro dobbiamo vendere non solo il prodotto ma anche il sogno, e mantenerci nell’alta gamma del mercato».


LA MINICAR ITALIANA CONQUISTA IL MONDO 74

di Andrea Moscariello

Sandro Grespan presenta l’ultimo successo della Grecav Auto. Una nuova minivettura che è riuscita a triplicare il fatturato della nota azienda mantovana


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Sandro Grespan

recav è uno dei nomi simbolo sul mercato delle minivetture e minicar. Una realtà nata grazie all’ingegno, è proprio il caso di dirlo, di Sandro Grespan. «Rappresentiamo un unicum nel panorama delle minicar – spiega l’ingegner Grespan – perché al mondo siamo in pochissimi a realizzare autovetture di questo tipo con una scocca interamente in alluminio, lo stesso utilizzato per le automobili». In effetti, stampare e lastrare un’intera scocca in alluminio è un “esercizio tecnologico” piuttosto complesso, ma che porta a risultati di alto livello in termini ergonomici e di sicurezza. Grecav, a tal proposito, riesce a effettuare sulle sue vetture dei veri e propri crash test, così come avviene con i mezzi per patentati. La storia di questa impresa nasce grazie a un’esigenza di mercato emersa nei decenni scorsi. «Mancavano delle minicar di qualità, specie per gli anziani senza patente, i quali richiedevano un mezzo pratico e sicuro con cui muoversi in città. In questo segmento si è inserita la nostra impresa, trovando un grande successo». Ad aumentare, poi, il target di riferimento ci ha pensato la normativa europea, che negli anni ha aperto anche ai giovani la possibilità di utilizzare questa tipologia di vetture. Ora, a

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Sopra, la Minicar Sonique. In alto a destra, l’ingegner Sandro Grespan, amministratore delegato dell’azienda Grecav di Gonzaga (Mn)


il futuro dell’azienda, sarà un veicolo  trainare frutto della sua tradizione ingegneristica. «Sonique è un’auto che ci ha permesso di triplicare il fatturato – afferma Grespan -, consolidando i rapporti con i nostri clienti tradizionali e conquistandone dei nuovi in territori come la Francia e l’Europa dell’Est». Cosa rappresentano, per voi, questi nuovi mercati? «Sulla carta hanno un grandissimo potenziale, ma per analizzare concretamente i risultati si dovrà attendere fino al 2013». Quali sono le caratteristiche che vi hanno permesso, nonostante la crisi che ha colpito il settore, di aumentare il fatturato? «La qualità, l’investimento in nuove tecnologie, l’attenzione al progetto. Negli ultimi 10 anni abbiamo speso, in ricerca, oltre 35 milioni di euro, collaborando anche con moltissimi studi esterni. Tutto questo ci permette di presentare sul mercato una macchina di alto livello, ma con un costo accessibile». Dunque è il frutto, possiamo dirlo, di molte sinergie?

«Esatto. E questo è un punto che ci tengo a sottolineare. Nel mondo, relativamente alla produzione di veicoli made in Italy, si conosce solo il caso, eccezionale, di Maranello, con la Ferrari. In pochi considerano che tra Bologna, Parma, Brescia e Verona, vi è uno dei quadrilateri più produttivi d’Europa. E noi, a Gonzaga, ne siamo al centro. Parlo di centinaia di imprese che, connesse tra loro, riescono a produrre camion, mezzi per il trasporto leggeri, motocicli e, appunto, minicar». Un distretto eccellente. «Non solo. La logica del distretto ci sta salvando dalla crisi. In quest’area è possibile esternalizzare e terziarizzare praticamente tutto, dalla progettazione allo stampaggio fino all’assemblaggio dei pezzi. La componentistica auto che si realizza in questo quadrilatero è di primo livello. E nel mondo questa qualità ci viene riconosciuta. Peccato che il mercato sia dominato da pochi, grandi, produttori». Quanti pezzi riuscite a produrre?


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Sandro Grespan

A sinistra, la plancia di Sonique. A destra, un’immagine che mostra la scocca, interamente in alluminio, della macchina prodotta dalla Grecav

ED ECCO SONIQUE «Sicurezza, geometria estetica e comfort». Sono queste, secondo il fondatore della Grecav Auto, l’ingegner Sandro Grespan, le peculiarità da osservare nella scelta di un’auto. E sono questi i fattori su cui si è concentrato per la realizzazione di Sonique. Questo modello, definito “la minicar per eccellenza”, si distingue tanto per il design accattivante, quanto per gli alti standard di

«Con Sonique siamo partiti con cento pezzi al mese, ma stiamo già raggiungendo quota duecento. Comunque siamo pronti a farne anche mille. Le nostre linee di produzione sono ben avviate e tecnologicamente avanzate». Quali le collaborazioni più interessanti? «Certamente va menzionata quella con Lombardini, nell’ambito del power train, quindi dei motori. Si tratta di un’azienda che sta investendo molto sul nostro prodotto. E poi, in generale, siamo connessi con realtà imprenditoriali che eccellono in svariati campi, come l’elettronica piuttosto che i cambi, sulle fusioni di alluminio o sugli impianti elettrici. Teniamo presente che dei nostri circa 150 fornitori, la metà operano in questo distretto, facendo lavorare centinaia di persone». Le minicar come Sonique si rivolgono, soprattutto, a due nicchie di mercato. Quella degli anziani senza patente e quella dei giovani. Due target decisamente differenti tra loro. «I giovani guardano soprattutto alla moda, al-

sicurezza. «Sonique è progettata e prodotta non solo per essere una vetturetta, ma rilancia, una volta in più, una dichiarazione di bellezza e di profonda esperienza tecnica – dichiara Grespan -. Modernità, attualità e gusto sono traguardi che si conquistano con l'esperienza: Sonique ne è la sintesi perfetta». www.grecav.it

l’estetica. Gli anziani, invece, al comfort. Con Sonique siamo riusciti a creare un mezzo che contenesse elementi accattivanti sia per l’uno che per l’altro target. Proponiamo un’estetica accattivante in un inquadramento di sicurezza eccellente. Mi sento di poter dire che, attualmente, sul nostro mercato di riferimento vendiamo il mezzo migliore in termini di ergonomia, accesso al posto guida, apertura vano e, in generale, di sicurezza. È quest’ultimo il criterio principale con cui si dovrebbe valutare un veicolo. Purtroppo, però, parecchi lo sottovalutano». Lei ha dichiarato che una vettura come Sonique potrebbe, in futuro, avere una grande valenza nelle applicazioni elettriche. «Certamente. Un mezzo come quello da noi prodotto potrebbe benissimo essere appetibile per il mercato dell’auto elettrica o dell’Hybrid car. Certo, si tratta di un mercato che, a parere mio, nei prossimi decenni resterà ancora di nicchia, non credo supererà la soglia del 10% dei veicoli circolanti».

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RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Il Gruppo Tosoni

LA FILOSOFIA DI UNA HOLDING ITALIANA

di Adriana Zuccaro

Sei società industriali e varie di servizi dirette da un’unica filosofia di sviluppo, innovazione e flessibilità. Ai vertici dell’imprenditoria moderna, il Gruppo Industriale Tosoni

enzo Piano a Milano. Ricardo Bofill a Savona. Dominique Perrault a Parigi. Mario Bellini a Verona. Zaha Hadid a Montpellier. Per le loro opere magistrali, i principali artefici dell’architettura mondiale hanno attinto dall’esperienza e dal know-how della Tosoni Facciate Continue, una delle sei società del Gruppo Industriale Tosoni (GIT), specializzata nella progettazione e posa di facciate continue realizzate anche con sistemi di alluminio espressamente creati per i singoli progetti. «Ad oggi il Centro Congressi EUR di Roma di Massimiliano Fuksas rappresenta il contratto economicamente più rilevante mai acquisito dalle Tosoni Facciate Continue». A presentare uno dei principali traguardi vantati dal GIT è Bruno Tosoni, primo erede di uno dei più esemplari self-made man giunto ai vertici dell’imprenditoria del settore delle grandi costruzioni e del mercato ferroviario, Lino Tosoni. È lui che, iniziando a Villafranca di Verona, ha dato vita al percorso espansionistico oltreconfine di tutto il Gruppo.

R

In apertura, il Forum di Verona. Qui sotto, Ponte Alcide De Gasperi, Parma. Nella pagina seguente, ospedale di Borgo Trento (VR). Sono tutti edifici realizzati dalle aziende del Gruppo Industriale Tosoni www.tosoni.com


FORZA DELLA HOLDING  LA «Delle società industriali, la Cordioli&C. è

negli anni unita a un know-how e a prestazioni di livello internazionale».

leader nel settore delle costruzioni metalliche; Officine Tosoni Lino è specializzata nelle facciate continue per edifici; la Saira Europe è produttrice di componenti per il trasporto ferroviario; Far Systems è specializzata nell’elettronica dei trasporti, dell’ambiente e delle costruzioni; Saira Seats, con stabilimento in Francia, è produttore leader europeo di poltrone per treni e infine Saira Asia con sede in India». Ma oltre alle società elencate da Bruno Tosoni, alla holding fanno capo anche società di servizi specializzate in costruzioni, che promuovono, sviluppano e trasferiscono ai settori industriali del gruppo, prodotti, processi e metodologie innovative. «La snella e flessibile struttura organizzativa/decisionale e l’integrazione dei processi industriali e finanziari/amministrativi tra i diversi settori di business costituiscono i principali fattori di vantaggio competitivo del gruppo – afferma il portavoce –. La rete di aziende leader che opera a livello mondiale consente un’efficiente gestione dei contratti grazie a una capillare esperienza consolidata

ENGINEERING, RESEARCH AND DEVELOPMENT Il “cuore” di un’azienda di facciate è costituito dall’ingegneria, ovvero dalla capacità, dal bagaglio e dall’esperienza tecnica posseduta dall’azienda stessa. Conscia di ciò, la Tosoni Facciate Continue ha, sin dalla fondazione, dedicato particolare attenzione alla formazione del personale di tutti i reparti aziendali relativi all’area tecnica, quali gli Uffici Tecnici e di Ricerca & Sviluppo. «I principali compiti del dipartimento di R&D sono l’esame e la selezione di componenti sia tradizionali sia speciali propedeutici a una valida realizzazione della commessa – afferma Tosoni –. Detti compiti sono strategicamente fondamentali essendo ogni decisione stabilita in questa fase determinante l’intero processo aziendale, partendo dallo sviluppo del prodotto e passando alla scelta dei materiali, allo sviluppo del sistema di facciata e i suoi accessori, alla selezione dei fornitori sino alla determinazione delle metodologie produttive più efficaci ed efficienti».


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Il Gruppo Tosoni

Il Gruppo Tosoni affronta le sfide delle grandi opere infrastrutturali, realizzazioni dove l’acciaio prende le forme del nostro tempo CONSTRUCTION DIVISION La produzione di facciate continue messa in atto fin dagli ultimi anni Sessanta dalla Tosoni Facciate Continue, rappresenta ancora il core business dell’azienda. Ma in quegli stessi anni la Cordioli Costruzioni Metalliche, oltre alla prefabbricazione di strutture per capannoni zootecnici, inizia la costruzione di fabbricati siderurgici, strutture per l’edilizia civile, la realizzazione di capannoni industriali e di impianti sportivi. Tra gli anni ‘80 e ‘90, Cordioli s’impone nel settore della viabilità stradale e ferroviaria realizzando importanti opere sia in Italia, per Anas e Autostrade, che all’estero. Oggi più che mai «la Cordioli Costruzioni Metalliche affronta le sfide delle grandi opere infrastrutturali, realizzazioni dove l’acciaio prende le forme del nostro tempo. Ponti ed edifici che in ogni parte del mondo parlano la nostra lingua e al tempo stesso sono carichi di soluzioni ingegneristiche e impianti di altissima tecnologia». Nell’ultimo decennio la Cordioli Costruzioni Metalliche ottiene importanti appalti nel settore infrastrutturale: ponti e viadotti per il Passante di Mestre; impalcati per la nuova autostrada della Valdastico; opere metalliche per la quarta corsia della MI-BG; ponti e viadotti per la linea AV MIBO; grande ponte sulla TO-SA; strutture antisismiche per L’Aquila e da ultimo la fornitura di paratoie metalliche in acciaio per il progetto MOSE di Venezia. GREEN ENERGY MANAGEMENT Parte del Gruppo Industriale Tosoni, la società Far Systems Sistemi Elettronici del Trasporto Ambiente e Costruzioni offre la propria esperienza per la progettazione e l’integrazione di

impianti fotovoltaici e microeolici, proponendosi come EPCC, Engineering, Procurement and Construction Contractor. «La Far Systems offre soluzioni tecniche chiavi in mano realizzate seguendo logiche di estetica costruttiva che determinano, ad esempio, la scelta dei colori e delle trasparenze dei pannelli fotovoltaici da integrare». Il concetto di fotovoltaico a totale integrazione architettonica è caratterizzato da esigenze che richiedono la coesistenza della produzione di energia rinnovabile e di funzioni architettoniche degli elementi, coniugando le esigenze dell’uomo e dell’ambiente in cui vive. Creatività e design devono potersi esprimere in armonia con funzionalità, ecologia ed estetica, garantendo al tempo stesso la sicurezza delle persone e il rispetto delle norme. FOTOVOLTAICO STRADALE Tra le numerose attività cui la Far Systems pone come comune denominatore i principi dell’ecocompatibilità, risulta particolarmente rilevante la realizzazione di barriere acustiche stradali. «Utilizzando pannelli fotovoltaici come materiale di costruzione, unisce i vantaggi della produzione energetica a basso impatto ambientale alla funzionalità di assorbimento acustico della barriera». Inoltre Far Systems progetta e realizza soluzioni all’avanguardia per la supervisione e l’automazione dei tunnel stradali attraverso sale operative di telecontrollo. «Tutti i principali parametri di funzionamento degli impianti tecnologici presenti in galleria possono essere facilmente monitorati e tenuti sotto controllo – spiega Tosoni –. La tempestività con cui vengono rilevate le eventuali situazioni di anomalia e la notevole affidabilità del sistema, garantiscono la massima sicurezza nella gestione delle emergenze».

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VERSO IL NUOVO STATUTO DEI LAVORI

di Francesca Druidi

Il Piano triennale per il lavoro rappresenta «una svolta sul fronte delle relazioni industriali». Il punto del ministro del Lavoro Maurizio Sacconi sulle linee guida del piano iviamo in un momento storico caratterizzato dall’incertezza e dalla discontinuità. I processi di globalizzazione e il deflagrare della crisi economica internazionale stanno sollecitando un incessante aggiustamento, nonché aggiornamento, delle categorie interpretative della realtà e dei modelli di funzionamento economico, così come delle relazioni sociali e, non ultimo, industriali. Le nuove sfide competitive a livello mondiale richiedono il definitivo completamento di questo percorso. Approvato il 30 luglio scorso dal Consiglio dei ministri, il Piano triennale per il lavoro elaborato

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dal ministro Maurizio Sacconi, è stato inviato alle parti sociali con l’obiettivo di costituire la base per un confronto. Confronto che servirà a formulare ipotesi condivise di riforma del settore, mirando alla ripresa e a «produrre lavori di qualità», non dimenticando mai l’obiettivo primario della stabilità della finanza pubblica. Il ministero ha sviluppato il Piano triennale del lavoro. Quali le sue premesse? «Il Piano triennale per il lavoro, come l’Agenda bioetica presentata con i colleghi Fazio e Roccella e tutta l’attività di governo, si ispira a quella che io chiamo “antropologia positiva” che vuol dire


RAGION LIBERA|LAVORO Maurizio Sacconi

innanzitutto avere fiducia nella persona e nelle sue proiezioni relazionali, dalla famiglia alle imprese ai corpi intermedi, e nella sua attitudine a potenziare l’autonoma capacità dell’altro. L’esatto opposto di quell’antropologia negativa basata sul presupposto hobbesiano dell’homo homini lupus e, quindi, sulla malfidenza verso la persona e la sua attitudine verso gli altri. Quel presupposto sul quale è stato costruito il Leviatano, lo Stato pesante e invasivo che conosciamo e che vogliamo cambiare». Quali scelte implica l’antropologia positiva di cui parla? «La prima è quella relativa alla promozione del valore, anche economico, della vita dal concepimento alla morte naturale. Il riconoscimento, anche empirico, della ricchezza e dell’unicità della persona consente di individuarne l’attitudine alla socialità. E ciò conduce ad assegnare alla famiglia e a tutti i corpi intermedi il giusto rilievo per la coesione della società. Ciò comporta la realizzazione diffusa della pratica del principio di sussidiarietà secondo il quale lo Stato, le amministrazioni pubbliche centrali e locali, operano per sollecitare il libero gioco delle aggregazioni sociali. E ancor più nelle nuove condizioni prodotte dalla crisi, la crescita deve essere sostenuta non tanto dalla leva della spesa pubblica quanto dalla vitalità delle persone, delle famiglie, delle imprese, e delle loro forme associative. Si tratta, insomma, di stimolare una sorta di rivoluzione nella tradizione quale risultato di comportamenti istituzionali, politici e sociali coerenti con la visione di “meno Stato, più società”. È comunque la collaborazione tra governo e popolo, tra istituzioni e corpi intermedi, la fonte fondamentale dello sviluppo economico e civile del Paese». Tutto questo come si traduce nel Piano triennale? Che cosa vuol dire “liberare il lavoro per liberare i lavori”? «Liberare il lavoro significa esattamente liberare i lavori. Vale a dire, incoraggiare nelle imprese l’attitudine ad assumere e a produrre lavori di

il ministro del Lavoro e delle politiche sociali Maurizio Sacconi

qualità. A cogliere ogni opportunità di crescita, ancorché incerta. A realizzare, attraverso il metodo della sussidiarietà orizzontale e verticale, e quindi il flessibile incontro tra le parti sociali nei luoghi più prossimi ai rapporti di lavoro, le condizioni per more jobs, better jobs». Attraverso quali vie? «Fondamentalmente tramite tre grandi linee di azione: l’emersione dell’economia informale e un’efficace azione di contrasto dei lavori totalmente irregolari; la maggiore produttività del lavoro attraverso l’adattamento reciproco delle esigenze di lavoratori e imprese nella contrattazione di prossimità, le forme bilaterali di indirizzo e gestione dei servizi al lavoro, l’incremento delle retribuzioni collegato a risultati e utili dell’impresa; in terzo luogo, l’occupabilità delle persone attraverso lo sviluppo delle competenze richieste dal mercato del lavoro, con particolare attenzione ai giovani e alle donne». In che modo il Piano anticipa e prepara il terreno al nuovo Statuto dei lavori? «Il Piano triennale contiene senz’altro le prime indicazioni, ma l’importante, ai fini del passaggio dallo Statuto dei lavoratori allo Statuto dei lavori, è capirne l’idea ispiratrice. Vogliamo far ri-

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lo Statuto dei lavoratori nella realtà che  vivere cambia. Una parte del nuovo Statuto, attinente

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ai diritti fondamentali della persona e del lavoro, deve restare ferma come norma inderogabile di legge. Un’altra parte, attraverso la contrattazione collettiva, si adeguerà meglio alle diverse condizioni e situazioni, così da rendere più efficaci quelle tutele. Il vecchio Statuto, che pure quarant’anni fa noi riformisti vivemmo come una grande conquista, è stato costruito per un’Italia che oggi non c’è più e per un’economia fordista, della grande fabbrica e delle produzioni seriali. Oggi i lavori sono “tanti” ed è doveroso proteggere, oltre che i lavoratori dipendenti, anche quelli indipendenti caratterizzati da debolezza socio-economica». Quali strumenti offre il Codice della partecipazione? «Il codice raccoglie la normativa comunitaria e nazionale, i disegni di legge, gli accordi sindacali, le buone pratiche realizzate in materia di partecipazione dei lavoratori ai risultati e agli utili delle imprese. Esso rappresenta peraltro la base di partenza per eventuali sviluppi legislativi e contrattuali relativi al tema». L’accordo di Pomigliano è una svolta storica nelle relazioni industriali italiane o una sorta di ultimatum a senso unico per i lavoratori? «Quell’accordo rappresenta senza dubbio una svolta, come a suo tempo avvenne per la scala mobile. Il referendum di giugno 2010, così come quello per l’accordo di San Valentino del 1985, ha chiesto ai lavoratori di dare il proprio consenso a scelte difficili. Allora si chiedeva se volessero rinunciare, attraverso il congelamento dei punti di scala mobile, a 300 mila lire in più all’anno. E i lavoratori, per fortuna, vi rinunciarono. A Pomigliano si è chiesto loro se fossero

disposti ad accettare una riorganizzazione della vita in cambio di un rilancio dello stabilimento. E anche questa volta i lavoratori hanno scelto con lungimiranza». Segna una svolta in quanto potrebbero verificarsi accordi simili oppure rimarrà un caso isolato? «Segna una svolta nel metodo più che nei contenuti, che dipendono in larga misura dalle singole realtà aziendali e locali. Ma il caso Pomigliano è innovativo nel metodo e resterà come una pietra miliare nelle relazioni industriali. Perché, con esso, le parti hanno scelto di assumere a baricentro delle loro relazioni il livello aziendale. Più in


RAGION LIBERA|LAVORO Maurizio Sacconi

generale, Pomigliano è un simbolo evidente del “meno Stato, più società”. Un tempo la Fiat investiva nel Mezzogiorno se incoraggiata da incentivi pubblici. Oggi non chiede incentivi allo Stato, ma cerca nella stessa comunità dei lavoratori la convenienza a realizzare l’investimento. Come diceva Marco Biagi, “non c’è incentivo finanziario che possa compensare un disincentivo

regolatorio da norme o da contratti”. Solo i lavoratori e le loro organizzazioni possono determinare quella produttività che garantisce il ritorno dell’investimento». Che cosa farete per sostenere la realizzazione dell’investimento? «Con l’accordo, che prevede turni di notte e straordinari, un operaio di terzo livello finirà per percepirà mediamente circa 3.200 euro lordi in più l’anno. Ora, proprio grazie alla detassazione del salario di produttività introdotta dal governo, con un’aliquota secca al 10 per cento, finiranno quasi tutti nelle tasche dei lavoratori». Lei è autore, insieme a Gianni De Michelis,

di Dialogo a Nord Est. Nel libro sostiene, tra l’altro, che un futuro ambizioso “potrà essere costruito solo dai popoli e non dalle elite ciniche e indifferenti”. Quali sono queste oligarchie e che cosa occorre fare per contrastarle? «Si tratta di quegli interessi particolari espressi da tecnocrazie e gruppi di interesse che sono legittimi quando rappresentano in modo trasparente una ragione di parte, ma non lo sono quando hanno la pretesa di imporla come interesse generale, di sostituirsi o di condizionare la volontà popolare. Gruppi contro i quali è oggi indispensabile riaffermare il primato della politica, e con esso della volontà popolare». Il Nordest, terra di contraddizioni. Del cattolicesimo che guarda a sinistra, della forte vocazione imprenditoriale, delle spinte autonomiste. A lungo ha costituito un modello. Lo è ancora? «Il Nordest è innanzitutto collocato in una posizione che lo rende piastra logistica naturale dell’intera Unione europea, nelle due direzioni del possibile sviluppo futuro dell’Europa, quella orientale e quella mediterranea. Un popolo che viene dall’antica tradizione di una straordinaria esperienza politica come quella della Serenissima, che ha rinnovato nel tempo la sua attitudine alle relazioni globali. Ha profonde radici cristiane che lo aiutano all’incontro, perché l’incontro è sempre figlio di una robusta identità. Quindi il Nordest è una terra che può dare molto all’intero Paese e all’intera Europa». In quale direzione deve, dunque, guardare? «Dobbiamo pensare a una nuova stagione di crescita e sviluppo in cui il Nordest si ponga come interlocutore con la Russia a est e con il Nord Africa nel Mediterraneo. Cina, India e Brasile sono, infatti, tre mercati emergenti e il Mediterraneo può diventare il quarto. Quindi, il Nordest non può chiudersi in se stesso. Abbiamo di fronte a noi la possibilità di prendere il treno dei grandi cambiamenti, e qui deve intervenire la politica. Serve un Veneto forte, che corra assieme a una leadership politica altrettanto forte perché non succeda, come negli anni Novanta, che dopo la caduta del muro non siamo stati in grado di recepire i mutamenti. Questa seconda chance non possiamo lasciarcela sfuggire».

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L’INOSSIDABILE FASCINO DEI PRODOTTI ITALIANI di Riccardo Casini

Per Umberto Vattani, presidente dell’Ice, è necessario «agganciare le economie emergenti puntando a consolidare l’immagine del Paese nelle culture più lontane»

econdo gli ultimi dati Istat, a ottobre 2010 le esportazioni italiane sono aumentate del 17,6% rispetto allo stesso mese del 2009. Nei primi dieci mesi dell’anno, rispetto al corrispondente periodo del 2009, l’aumento è invece del 14,7%, con una dinamica più vivace per i paesi extra Ue (+15,9%) rispetto a quelli comunitari (+13,8%). Un aumento che, confrontato con lo stesso periodo del 2009, è determinato più da una crescita dei volumi (+8,6%) che non dei valori medi unitari

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(+5,6%). Nel complesso si tratta indubbiamente di dati positivi, che vanno però letti con tutte le precauzioni del caso, come precisa l’ambasciatore Umberto Vattani, presidente dell’Istituto nazionale per il commercio estero. «Le esportazioni italiane – spiega – mostrano chiari segni di ripresa. Certo, stiamo recuperando dopo una difficilissima fase congiunturale. Ma tutti i numeri a nostra disposizione ci confortano sulla capacità delle nostre imprese di rafforzare le loro posizioni sui mercati internazionali. La flessione delle ven-


RAGION LIBERA|SCENARI Umberto Vattani

«Nell’ultimo decennio è arrivato un contributo sempre maggiore alle esportazioni da parte delle medie imprese» dite nel 2009 ha colpito le imprese più grandi con maggiori capacità esportative, ma già ora assistiamo a un miglioramento che tende nuovamente a premiare le imprese di maggiore dimensione, con una presenza più radicata sui mercati esteri». Qual è il profilo medio delle aziende esportatrici? «Un ruolo particolarmente importante lo stanno svolgendo le medie imprese, ovvero quel “quarto capitalismo” industriale che ha accresciuto il suo contributo alle esportazioni totali lungo tutto l’ultimo decennio. Quanto alle imprese di minori dimensioni che caratterizzano da sempre il tessuto industriale italiano emergono ancora problemi di competitività su cui è necessario intervenire nei prossimi anni». Quali settori produttivi prevalgono? «La meccanica, i beni del sistema moda, quelli dell’agroalimentare e del sistema casa rappresentano le “4 A” del made in Italy. Il 50% delle esportazioni italiane all’estero continua a essere rappresentato da questi settori fondamentali. Tra questi, la meccanica costituisce l’industria più importante in termini di peso, con una quota del 20% sull’export complessivo delle vendite nazionali». Quali sono in questo particolare momento le principali esigenze delle nuove pmi che si affacciano sul mercato estero? «In questo frangente di grande discontinuità rispetto al passato, le Pmi vanno accompagnate alla scoperta di nuovi mercati come quello cinese, russo e indiano, oltre a quelli dell’America

Umberto Vattani, presidente dell’Istituto nazionale per il commercio estero

Latina. Sono mercati più distanti, difficili da interpretare, comportano rischi maggiori, richiedono grande continuità d’intervento. Compito dell’Ice è quello di spiegare agli imprenditori le opportunità che si presentano in queste nuove aree di sviluppo, di allacciare relazioni con gli operatori sul posto, costruire appoggi presso le autorità locali e fornire un chiaro sostegno alle aziende nella ricerca di canali distributivi». Quali tra i servizi offerti dall’Istituto per il commercio estero sono maggiormente richiesti? «I funzionari dell’Istituto hanno una profonda conoscenza dei mercati internazionali. In anni di lavoro sul campo hanno accumulato competenze nei principali settori di riferimento, conoscono gli operatori più importanti e sanno valutare le opportunità offerte dal mercato. L’Ice fornisce ogni anno circa 22mila servizi di consulenza a oltre 15mila imprese. Tra i servizi più richiesti la “Ricerca clienti e partner esteri” che permette di individuare dei partner commerciali locali interessati a rappresentare o distribuire il prodotto o il servizio italiano. Sono anche frequenti le richieste per l’organizzazione di eventi promozio-

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SCENARI|RAGION LIBERA Umberto Vattani

e fiere, per incontri di affari e nominativi  nali d’importatori».

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Il made in Italy gode comunque di grandissima fama all’estero. Quali paesi si dimostrano più ricettivi? Su quali occorrerebbe invece puntare maggiormente? «Il richiamo del prodotto italiano rimane molto forte perché evoca la lunga tradizione artigianale e industriale italiana. È sinonimo di cura dei dettagli e di qualità: dobbiamo preservare quest’immagine difendendo l’autenticità dei nostri prodotti. Per quanto riguarda i paesi più ricettivi, le nostre esportazioni continuano a essere orientate principalmente verso i paesi Ue e quelli dell’Europa orientale. Per ora, ai primi posti della graduatoria compaiono Germania, Francia e Stati Uniti; per incontrare il principale paese emergente, la Cina, bisogna scendere fino all’ottava posizione». Come si spiega questo dato? «È naturale che i mercati più vicini e sicuri continuino a essere la meta preferita delle nostre imprese, questo discorso vale anche quando si esaminano gli investimenti diretti esteri. Ma, come mette in evidenza il Rapporto dell’Ice presentato nel luglio scorso, entro il 2015 è proprio nei mercati emergenti che saranno principalmente concentrati i consumatori che raggiungeranno, per la prima volta, un reddito superiore ai 30mila dollari. Si tratta soprattutto di Cina, India, Brasile e Messico, paesi in cui la crescita

di un’ampia classe media rappresenterà nuove e importanti opportunità per le nostre imprese». Quali politiche dovrebbe seguire l’Italia? Quale dovrà essere in futuro il ruolo dei dazi? «In generale i paesi del G20 non hanno ceduto alle pressioni protezionistiche che ogni crisi porta con sé. Al contrario abbiamo registrato un aumento delle misure volte a rilanciare il commercio. L’Italia deve assolutamente agganciare le economie emergenti, puntando a consolidare l’immagine del Paese in queste culture lontane, a rafforzare le collaborazioni industriali e a individuare i canali di distribuzione più promettenti». Quanto può influire sulla tutela dei nostri prodotti l’approvazione di un brevetto europeo in tre lingue, da cui verrebbe escluso l’italiano? Si tratta di una questione esclusivamente politica o sono realmente ipotizzabili danni economici per le imprese italiane? «Non possiamo essere contenti del fatto che l’italiano non consenta - come tale - di brevettare innovazioni tecnologiche a livello europeo. Anche perché l’utilizzo forzato di altre lingue impone alle aziende costi supplementari e rende più difficile la conoscenza di quanto accade nel campo dell’innovazione tecnologica e della proprietà intellettuale. Rimane tuttavia il fatto che il brevetto europeo costituisce un traguardo positivo che rafforzerà la nostra competitività, la nostra capacità di difendere il know how italiano nel mondo».


UN NATALE TIEPIDO, MA I CONSUMI TENGONO

di Riccardo Casini

Secondo Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio, è in atto una «difficile transizione dalla recessione al ritorno alla crescita. La vera ripresa? Nel 2012»

u uello in arrivo sarà un Natale tutto sommato soddisfacente per i consumi, almeno secondo l’ultimo documento sulla congiuntura economica presentato dall’ufficio studi di Confcommercio. La spesa media per famiglia in termini reali (al netto cioè della variazione dei prezzi) registrerà un calo dell’1,2%, assestandosi a 1.337 euro, ma per effetto dell’aumento delle tredicesime che provengono dalle pensioni, gli italiani spenderanno in totale 33,6 miliardi di euro, ov-

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vero l’1,2% in più rispetto allo scorso anno; di questi, 11,3 miliardi saranno destinati alla rete distributiva e 22,3 ad altre spese, come carburanti e bollette. I settori che subiranno una maggiore contrazione saranno quelli dell’abbigliamento, delle calzature, dello sport e accessori (-4%) e dei libri, cd e dvd (-1,2%); crescerà, invece, la spesa per generi alimentari (+0,6%) e per la piccola e media tecnologia, come Ipod e tablets (+2,7%), ma anche per computer e accessori (+1,5%). Il presidente di Confcommercio e di Rete


RAGION LIBERA|CONSUMI Carlo Sangalli

Imprese Italia, Carlo Sangalli, spiega questi dati con un quadro generale di «difficile transizione dalla recessione al ritorno alla crescita, in cui resta elevato il livello di sofferenza dell’economia reale, delle imprese e del lavoro. Del resto – aggiunge – secondo le nostre previsioni, quest’anno l’incremento del Pil sarà pari all’1%. Insomma, ci stiamo confrontando su scala globale con un processo di ritorno alla crescita lento, incerto e fragile, in cui soffre particolarmente l’occupazione e dove i consumi continuano ad avere un andamento altalenante». Secondo il vostro indicatore, infatti, a ottobre questi erano ai minimi storici. Le previsioni in vista delle festività natalizie non sembrano però così drammatiche. «Il consuntivo dei consumi delle famiglie nel 2010 potrebbe essere ancora più modesto del dato relativo al Pil. E per la vera ripresa dovremo aspettare il 2012, dove prevediamo un Pil a +1,3% e consumi a +1,6%. Per quanto riguarda le prossime festività, risentiranno della crisi, certo, ma non sarà un Natale freddo per i consumi, anzi sarà sostanzialmente in linea con lo scorso anno e con una propensione al consumo moderatamente in crescita. Nessun crollo, quindi». Quali soluzioni ritiene prioritarie per una forte ripresa dei consumi? «Bene ha fatto il Governo a mettere in sicurezza i conti pubblici, ma ora bisogna pensare allo sviluppo e alla crescita del Paese. Ci vuole, pertanto, una politica attenta per irrobustire la ripresa e rilanciare i consumi, che nell’ultimo decennio sono cresciuti solo dello 0,5% all’anno. Occorre, dunque, proseguire

Carlo Sangalli, presidente di Confcommercio e Rete Imprese Italia

con le riforme utili al rafforzamento della competitività complessiva del sistema-Paese, a cominciare proprio da quella che noi consideriamo la “madre” di tutte le riforme, e cioè quella fiscale. Perché la priorità è e rimane la progressiva riduzione della pressione fiscale su famiglie e imprese, che va perseguita facendo avanzare l’azione di contrasto e recupero di evasione ed elusione contestualmente al controllo, riqualificazione e riduzione della spesa pubblica complessiva. È questa la via maestra per distribuire maggiori risorse per gli investimenti delle imprese e per rilanciare i consumi delle famiglie». Qual è in proposito lo stato di salute delle imprese dei servizi? «Le imprese continuano a imbattersi in difficoltà strutturali che vanno oltre la crisi: penso al peso della pressione fiscale e delle

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CONSUMI|RAGION LIBERA Carlo Sangalli

«Occorre avanzare rapidamente nei cantieri di lavoro delle riforme utili a sostenere produttività e competitività»

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spese incomprimibili, ai costi della burocrazia, al ritardo dei pagamenti della pubblica amministrazione, al macigno della criminalità, soprattutto nel Mezzogiorno, e alla difficoltà di accesso al credito. Una situazione di forte disagio, peraltro, messa ben a fuoco dagli ultimi dati sulla nati-mortalità delle imprese nel 2010: basti pensare che nei primi nove mesi dell’anno le imprese commerciali si sono ulteriormente ridotte di oltre 17.700 unità, di cui più di 10.400 nel dettaglio». Come è possibile invertire la rotta, considerando in particolare che burocrazia ed elevata pressione fiscale sono annoverati tra i “mali” storici del nostro Paese? «Chiediamo una politica per i servizi, fatta di sostegno all’innovazione, di riqualificazione del capitale umano, di investimenti in ricerca e sviluppo, di potenziamento infrastrutturale, di un più agevole accesso al credito, di valorizzazione del turismo. Insomma, pensiamo che insieme al piano “Industria 2015” sia giunto il momento di mettere in campo anche un analogo programma “Servizi 2020”, cioè un progetto ampio e lungimirante che rimuovendo i ritardi strutturali assicuri anche al nostro sistema distributivo e

dei servizi un contesto ambientale più adatto a fare impresa». Da quali basi dovrebbe partire questo piano? «Si tratta di muovere dal riconoscimento della reale struttura dell’economia, fatta per la quasi totalità di pmi, per individuare soluzioni che consentano a tutte le imprese e in ogni settore di crescere e competere meglio. Perché, come abbiamo scritto nel Manifesto di Rete imprese Italia presentato a maggio, “il futuro del Paese è inscindibilmente legato alle piccole e medie imprese e all’impresa diffusa”. Pmi e impresa diffusa, infatti, garantiscono la tenuta del nostro Paese, poiché hanno messo a disposizione del sistema efficienza, competenza, orientamento all’innovazione e alla coesione sociale, necessari per dare continuità e stabilità alla ripresa». Cosa è possibile fare per un loro rilancio? «Occorre avanzare rapidamente nei cantieri di lavoro delle riforme utili a sostenere produttività e competitività. E puntare su grandi risorse di cui il nostro Paese certamente dispone, come l’economia dei servizi. Perché è proprio da questo settore, che già contribuisce per il 58% alla creazione della ricchezza nazionale e per il 53% all’occupazione, che potrebbe venire una spinta determinante all’accelerazione e all’irrobustimento della dinamica del ritorno alla crescita».


LA CRESCITA DEL BIOTECH NEL CAMPO DELLA SALUTE

di Angelo di Chiara

«È in atto una trasformazione della ricerca farmaceutica» spiega il presidente di Farmindustria, Sergio Dompé. E su questo «il biotech, proprio perché piattaforma tecnologica o di meta-settore, può giocare un ruolo chiave» l biotech italiano è giovane ma in forte crescita. È un valore sia per le potenzialità terapeutiche, sia come settore industriale d’alto profilo innovativo», mette in evidenza il presidente di Farmindustria, Sergio Dompé. Se si parla della difficile congiuntura economica, Sergio Dompé fa presente che le imprese del settore devono puntare su «investimenti, internazionalizzazione e innovazione e – continua – solo chi ha pianificato gli investimenti ha maggiori chance di “riprendere la crescita”». Buoni segnali emergono dall’industria del biotech, ma resta aperto il problema del reperimento delle risorse finanziarie sia nella fase di costituzione che di sviluppo. «Per rafforzare la loro capacità di produrre valore e investire nella ricerca è quindi importante intensificare il legame con l’industria del farmaco, attraverso partnership e aumento della capitalizzazione» sottolinea l’esperto. Quali sono le potenzialità e le possibili applicazioni del biotech italiano nell’area della salute?

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A destra, il presidente di Farmindustria, Sergio Dompé

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«I farmaci biotech curano già oltre 350 milioni di pazienti in tutto il mondo per patologie come l’anemia, la fibrosi cistica, il deficit della crescita corporea, l’emofilia, la leucemia, il rigetto dei trapianti e alcune forme di tumore. Inoltre, rappresentano anche le principali risposte alle malattie rare, per l’80% d’origine genetica. È in atto una trasformazione della ricerca farmaceutica, sempre più dedicata a cure mirate e specifiche per le esigenze degli individui. E su questo, il biotech, proprio perché piattaforma tecnologica o di meta-settore, può giocare un ruolo chiave. L’Italia conta 197 aziende, per lo più nate tra la fine degli anni 90 e l’inizio del 2000, che investono in R&S il 19% del fatturato, con una pipeline di 233 progetti in sviluppo (144 in fase clinica e 89 in pre-clinica) oltre a 69 molecole in fase discovery. Queste imprese sono localizzate soprattutto in Lombardia, Lazio, Toscana, Piemonte e Sardegna». Cosa rende attrattivo il biotech italiano a livello internazionale?


RAGION LIBERA|IMPRESE E SVILUPPO Serigo Dompè

«Risorse umane, altamente qualificate, sono la base per un network d’avanguardia con capacità progettuali diffuse e innovative. Un’area quindi di notevole interesse a livello internazionale. Anche il fatto che gli studi clinici in Italia siano raddoppiati dal 2000 al 2008, in particolare nelle prime fasi di sperimentazione, rappresenta un elemento d’attrattività del sistema nel suo complesso. Il nostro Paese, inoltre, secondo uno studio del Cerm, ha la più alta incidenza di pubblicazioni sulle malattie rare sul totale delle Scienze della Vita (10,4% tra il 2000 e il 2008) rispetto a Giappone (9%), Francia (8,6%) e Germania (8,3%). Nonostante una partenza in ritardo rispetto ad altri Paesi, emerge, quindi, che, per le imprese il cui core business è il biotech, l’Italia ha per addetto un fatturato e investimenti in R&S superiori alla media di Danimarca, Francia, Olanda, Regno Unito e Svezia». Quali sono le strategie anti-crisi adottate dalle aziende biotech? «Investimenti, internazionalizzazione e innovazione: su questo le imprese devono puntare per sostenere la crisi globale. Obiettivi che, trovano conferma, anche nell’ultima relazione annuale della Banca d’Italia sull’andamento dell’economia italiana. Solo chi ha pianificato gli investimenti ha maggiori chance di “riprendere la crescita”. Le imprese biotech, negli ultimi dieci anni, sono andate proprio in questa direzione. Una spinta all’eccellenza che ha generato un network di “conoscenze”. Come dimostra un’indagine sui principali Gruppi farmaceutici, pub-

blicata su una rivista scientifica internazionale, tra le fonti più efficienti d’innovazione per il futuro ci sono l’outsourcing tramite partnership di ricerca (41%), le acquisizioni d’imprese biotech (39%) e la ricerca svolta internamente (20%)». Quali sono le criticità per l’industria biotech? «Il reperimento di risorse finanziarie è uno dei problemi principali per le aziende del settore, sia nella fase di costituzione sia nella fase di sviluppo, soprattutto in Italia dove il capitale di rischio e il venture capital sono merce rara. Per rafforzare la loro capacità di produrre valore e investire nella ricerca è quindi importante intensificare il legame con l’industria del farmaco, attraverso partnership e aumento della capitalizzazione». C’è quindi uno stretto legame con le imprese del farmaco? «Certamente. Le tecnologie permettono di esplorare percorsi scientifici d’avanguardia, mentre le aziende offrono competenze, risorse e strutture necessarie per lo sviluppo delle molecole e il know-how in grado di rendere disponibili nuove terapie. L’aumento degli investimenti richiesti e della complessità dei progetti di R&S ha determinato una maggiore specializzazione del lavoro innovativo e sono cresciuti così gli accordi tra le imprese delle due aree. Una tendenza confermata anche da uno studio Ernst & Young sulle biotecnologie condotto a livello mondiale. Dal 2000 al 2008 si è quadruplicato il valore potenziale delle alleanze fra le aziende farmaceutiche e quelle biotech». L’opinione pubblica europea e italiana vede ancora con sospetto le applicazioni delle biotech nell’area salute e nell’agroalimentare. Quanto i pregiudizi condizionano lo sviluppo di questo settore? «Il biotech è un’opportunità di sviluppo e crescita nell’area della salute, per nuove possibilità di cura, e dell’industria agroalimentare, per migliorare le prospettive nutrizionali. Un confronto costruttivo in favore dell’innovazione e del progresso è possibile. È necessario però accantonare filtri ideologici “liberando” la capacità competitiva dell’Italia a livello internazionale. È tempo di guardare al futuro».

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CONOSCERE I NUOVI MERCATI È UN MOTORE DI SVILUPPO

di Nike Giurlani

Conoscere, innovare e aprirsi ai nuovi mercati emergenti. Questo l’antidoto anti crisi proposto da Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere er superare la crisi occorre una sempre più approfondita conoscenza dei mercati e delle esigenze dei consumatori, anche negli altri Paesi». Questo il punto di vista di Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere. «È proprio su questo tipo di conoscenze che poi si basa un’innovazione reale – continua – perché innovare non vuol dire semplicemente avere delle buone idee ma, a partire da esse, saper cogliere esigenze o opportunità dei mercati nazionali e internazionali». Per ottenere buoni risultati bisogna, inoltre, «essere in grado di migliorare la produttività, adattare l’organizzazione e i processi interni all’azienda e, anche questo aspetto, richiede un impegno al livello conoscitivo». Quali altre iniziative avete portato avanti a sostegno delle piccole realtà colpite maggiormente dalla crisi? Come permettere a queste realtà di reggere la concorrenza straniera? «Le nostre iniziative puntano sempre a sostenere i principali aspetti dell’imprenditorialità. Con la Scuola d’impresa, ad esempio, partiamo dalla condivisione d’esperienze, conoscenze e metodologie per lo sviluppo e l’innovazione delle aziende, incluse quelle che operano nel sociale. Con la costituzione di CdO Network, invece, stiamo aiutando le imprese a incontrare i nuovi mercati, perché l’internazionalizzazione è una possibilità reale da percorrere anche per le piccole imprese». Lei ha dichiarato che il superamento della crisi è legato ai mercati emergenti. Quando potremo iniziare a registrare risultati positivi? «La partnership con i mercati emergenti si sta rivelando una leva fondamentale per oltrepassare la

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Bernhard Scholz, presidente della Compagnia delle Opere

crisi. Molte pmi stanno trovando nuovi sbocchi nei mercati dell’Est Europa, del Nordafrica, dell’Asia e dell’America Latina, sia commercializzando direttamente i propri prodotti, sia iniziando a produrre insieme con le realtà locali. Evidentemente, siamo all’inizio, ma la crescente domanda di questi paesi, che nasce peraltro dalla giusta attesa di un miglioramento degli standard di vita delle popolazioni che vi abitano, non potrà non tradursi in un motore anche per lo sviluppo delle imprese italiane ed europee. Stiamo assistendo a un grande cambiamento che ci chiede di cogliere positivamente le opportunità della globalizzazione tenendo conto dei rischi


RAGION LIBERA|IMPRESE E SVILUPPO Bernhard Scholz

che esistono». Quali sono le strategie che le aziende italiane devono portare avanti per reggere il confronto con le aziende internazionali? «Questa è una delle questioni più complesse da affrontare. Alle imprese italiane e ai loro collaboratori non mancano certamente creatività, motivazione e spirito imprenditoriale per affermarsi nei mercati internazionali. Ciò che però potrebbe dare loro una maggiore competitività è la ricerca di un maggior rigore metodologico nell’organizzazione e nella pianificazione strategica e finanziaria. Uno dei problemi più urgenti, che le imprese devono affrontare, è il miglioramento della produttività, che implica un’ottimizzazione di tutte le risorse e una reale valorizzazione dei collaboratori». Parte della forza delle 35 mila piccole imprese che hanno aderito alla Compagnia delle opere è il concetto di “fare rete”. Pensa possa essere una strategia vincente anche per il futuro? «Molte imprese nostre associate hanno ricevuto un sostegno decisivo attraverso scambi d’esperienze, collaborazioni commerciali, sostegno morale in momenti difficili, servizi finanziari, corsi di formazione. Questi sono solo alcuni esempi di

come la “rete”, senza diventare una sovrastruttura ingombrante, possa aiutare concretamente le imprese, in modo semplice ma efficace, nel presentarsi in maniera competitiva sui mercati italiani e globali». Qual è il ruolo che dovranno giocare le banche nei confronti delle imprese? «Gli istituti di credito devono continuare a fare il loro lavoro senza indietreggiare, sostenendo lo sviluppo concreto delle pmi, tenendo in considerazione i cosi detti asset intangibili delle imprese italiane, che in parte ho già evidenziato: capacità imprenditoriali e abilità creative difficili da riscontrare altrove nel mondo. È dalla reale valorizzazione di questi asset che può dipendere la possibilità di espandersi e diventare più competitivi. D’altro canto, però, le aziende devono mostrare una più consistente e approfondita capacità di pianificazione finanziaria, soprattutto nel medio e lungo termine. Sono, comunque certo, e gli incontri di questi ultimi mesi con i responsabili di istituti e aziende, specialmente durante il Meeting di Rimini lo hanno confermato, che dalla crisi nascerà una nuova partnership tra banche e imprese, basata sulla volontà e necessità di aprirsi e comprendere le rispettive esigenze, nell’ottica di rilanciarsi a vicenda verso lo sviluppo».

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RAGION LIBERA|L’INTERVENTO Anna Maria Artoni

LE IMPRESE TRAINANO LA RIPRESA er la prima volta dopo mesi di previsioni negative prevalgono le aspettative di miglioramento, anche se il quadro complessivo rimane incerto. Gli effetti della crisi mondiale hanno colpito i comparti manifatturieri più diffusi in Emilia Romagna, in particolare quelli con una vocazione più spiccata alle esportazioni come il meccanico e il ceramico, e si sono poi estesi a settori meno aperti all’estero come l’edilizia e i servizi. Oggi la ripresa è avvertita con maggiore intensità nel settore chimico, farmaceutico e della carta. Anche la meccanica strumentale mostra primi segnali di recupero e tiene il comparto alimentare, che comunque era stato tra quelli meno toccati dalla crisi. Le imprese di piccole dimensioni hanno risentito fortemente anche sul fronte della liquidità, sia per quanto riguarda i pagamenti sia per il rapporto non sempre facile con le banche. In questa difficile situazione le aziende hanno cercato di salvaguardare l’occupazione con tutti gli strumenti a disposizione, ma contemporaneamente hanno continuato a lavorare sulla qualità dei prodotti, delle reti di distribuzione, del servizio alla clientela, spingendo sull’acceleratore dell’export. E sono proprio i mercati esteri quelli che oggi offrono le maggiori chance di ripresa: saranno

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le grandi e le medie imprese, con una consolidata esperienza nell’esportazione, che traineranno la ripresa. Il sistema Confindustria è impegnato a tutti i livelli per promuovere e rafforzare la presenza delle piccole aziende sui mercati, in particolare quelli emergenti e a maggior potenziale di sviluppo, con missioni e iniziative all’estero in collaborazione con la Regione. Abbiamo concluso con Fondirigenti e Federmanager un’iniziativa pilota molto innovativa, il Progetto Columbus, che ha avuto proprio l’obiettivo di inserire nelle Pmi manager esperti su mercati esteri. In questo scenario è indispensabile rimettere l’impresa al centro delle politiche nazionali e regionali: innovazione, ricerca, internazionalizzazione, formazione devono diventare priorità strategiche nelle scelte della politica e devono essere sostenute con adeguate risorse finanziarie. Ciò a maggior ragione in Emilia Romagna, perché la crisi si è manifestata in una fase che aveva già visto i primi segnali di ristrutturazione del sistema produttivo regionale. Una trasformazione resa necessaria dai radicali mutamenti del contesto esterno con cui hanno dovuto fare i conti le imprese: il cambiamento del paradigma tecnologico, la globalizzazione, l’introduzione della moneta unica, l’aumento della concorrenza dei Paesi emergenti.

Anna Maria Artoni, presidente di Confindustria Emilia Romagna

Possiamo pensare con fiducia al futuro solo accrescendo la qualità e il valore aggiunto delle produzioni, e quindi la conoscenza. Dovremo puntare sempre più a settori innovativi come la green economy, i servizi avanzati, Ict, il turismo. Tutto il sistema Confindustria si è mobilitato con decisione sul versante delle reti d’impresa, con iniziative e progetti specifici che hanno già dato risultati concreti. Anche lo straordinario successo che ha avuto il recente bando della Regione su questo tema dimostra come le imprese abbiano ormai compreso che solo aggregandosi, costituendo reti, lavorando in filiere, integrando le attività con i propri committenti, potranno continuare a sviluppare un sistema industriale che deve competere nel mondo. 101


LIBERIAMO LE MIGLIORI ENERGIE IMPRENDITORIALI

di Renata Gualtieri

Imprese che devono crescere condividendo saperi, sviluppando specializzazioni e snellendo la burocrazia. Queste le basi per una nuova crescita, secondo il presidente di Confindustria Lombardia, Alberto Barcella

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indice di competitività 2010 pubblicato dall’Unione europea ha rilevato che su 268 regioni europee le quattro grandi regioni del Nord, Lombardia, Piemonte, Veneto ed Emilia Romagna, insieme a Lazio e Toscana, si collocano nella terza classe di competitività. Non bisogna dimenticare, però, che in questa classifica la Lombardia è un benchmark europeo positivo per

A destra, Alberto Barcella con la presidente di Confindustria Emma Marcegaglia

quel che riguarda la produttività e gli ammortizzatori per il lavoro. «Da qui possiamo e dobbiamo ripartire – commenta Alberto Barcella, presidente Confindustria Lombardia – con la condivisione di nuove regole contrattuali fondate sull’aumento di produttività come condizione per la crescita anche dei salari. Certo la domanda d’innovazione espressa dai mercati è stata assai rapida e più incisiva degli strumenti di aiuto alla competitività delle imprese. Alcuni Paesi ne hanno approfittato, altri meno. E l’Italia è tra questi». Servono dunque nuove regole per venire incontro ai bisogni delle imprese e alle necessità imposte dalla competizione globale. Per competere con le economie più giovani e meno regolate la sfida per il futuro «è essere innovativi, più leggeri e rapidi nell’applicazione, capaci di condividere interessi, strutture e

servizi tech and brain intensive». “Scateniamo le imprese” questo è oggi lo slogan di Confindustria Lombardia. In che direzione occorre lavorare per creare crescita e sviluppo? «Il titolo che abbiamo dato ai nostri stati generali del 22 novembre scorso interpreta la smania delle imprese lombarde di voler conquistare nuovi mercati. È questo il punto su cui abbiamo chiesto a imprenditori e istituzioni di concentrare l’attenzione e scatenare le migliori energie. Le imprese dal canto loro devono crescere nelle dimensioni attraverso le collaborazioni di settore e di territorio, condividendo saperi, sviluppando specializzazioni. Le istituzioni devono contribuire allo scatenamento delle imprese a partire dallo snellimento della burocrazia e dal sostegno a quelle nuove filiere che più di altre sono in grado di trascinare fuori dalla


RAGION LIBERA|L’ECONOMIA LOMBARDA Alberto Barcella

crisi l’intero sistema produttivo. Solo così metteremo le basi per una nuova crescita». Come si può sostenere la predisposizione all’internazionalizzazione? «Dall’inizio della crisi, nel settembre 2008, a ogni rilevazione sull’andamento dell’economia lombarda abbiamo sempre registrato, non senza una certa sorpresa, l’ottimismo degli imprenditori in termini di previsioni su ordini e fatturati. Come spesso si dice, essere ottimisti fa parte del dna di chi fa impresa. La competizione globale in questi anni ha funzionato più o meno come il pallone dei mondiali: più leggera (smaterializzazione e sostenibilità), più piccola (le distanze si sono ulteriormente accorciate), più volatile (difficile prevedere le traiettorie). Questo gli imprenditori lombardi lo hanno chiaro; perciò affrontano il loro campionato del mondo sicuri di un buon piazzamento». L’attrazione degli investimenti dall’estero è un argomento dolente per l’Italia, nord incluso. Come è possibile attrarre risorse da investire in ricerca e innovazione? «Agli stati generali abbiamo proposto alla Regione un contratto di insediamento rivolto a imprese straniere, uno strumento che rassicuri e garantisca, specie sui tempi, l’imprenditore che vuole investire nel nostro Paese. A gennaio partirà un tavolo di lavoro per rendere concreto

un contratto Lombardia per gli investimenti dall’estero e facilitare il più possibile quella che chiamiamo l’internazionalizzazione passiva. Se riusciremo a essere davvero attrattivi per gli investimenti diretti esteri potremmo cominciare a recuperare il gap di afflusso degli Ide rispetto agli altri principali Paesi europei». Nel modello di life long learning lombardo di cui siete attori protagonisti, come si coniugano sviluppo e valorizzazione delle competenze? «In Europa, specie attraverso i cluster produttivi, le imprese fanno rete con università e centri di ricerca con importanti ricadute sulle professionalità del capitale umano delle imprese. In Lombardia abbiamo un cluster importantissimo che è

quello della termoelettromeccanica. Per favorire l’incontro tra l’offerta di conoscenza nel settore dell’energia e le esigenze di sviluppo dell’intero sistema industriale abbiamo recentemente sottoscritto un protocollo di intesa con Energy Cluster e la Fondazione EnergyLab. Il protocollo prevede un più stretto collegamento tra atenei, centri di ricerca e aziende: una condizione essenziale per accrescere la competitività delle imprese nelle diverse filiere energetiche a livello nazionale ed internazionale. Dal protocollo deriveranno interventi di formazione e riqualificazione delle risorse umane su fonti rinnovabili, smart grid ed elettronucleare; un modello che auspichiamo di poter applicare presto anche ad altre filiere produttive».

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RAGION LIBERA|L’ECONOMIA LOMBARDA Nicola Sodano

UNA CITTÀ CHE RIPARTE

di Nike Giurlani

La città dei Gonzaga tra progetti e nuove sfide. Il sindaco Nicola Sodano è convinto che il 2011 sarà un anno importante per Mantova. Grande risalto alle iniziative culturali e alla valorizzazione delle bellezze storico-artistiche bbiamo rimesso in moto una città che era rimasta bloccata per molti anni». Questo il bilancio tracciato dal sindaco di Mantova, Nicola Sodano, alla luce dei primi mesi alla guida della città. «In settembre abbiamo approvato in consiglio comunale le linee programmatiche del mandato ed abbiamo tracciato il percorso per rilanciare Mantova recuperando il ritardo infrastrutturale, culturale e turistico» racconta il primo cittadino. «Essere una città dell’Unesco, avere ricevuto in eredità le bellezze artistiche e monumentali lasciate dai Gonzaga ci offre grandi opportunità di promozione e – conclude il sindaco – il 2011 sarà un anno decisivo per iniziare a dotare Mantova di nuovi parcheggi e rendere la città più raggiungibile e visitabile». Qual è lo stato in cui ha trovato il settore industriale? E su quali aspetti si concentreranno i progetti futuri? «Anche Mantova vive di riflesso le difficoltà della crisi economica che investono il mercato internazionale. L’apparato industriale mantovano sta reggendo alla crisi, ma abbiamo un polo chimico che richiede un profondo risanamento ambientale e un serio piano di disinquinamento. Vogliamo da una parte difendere il lavoro per migliaia di famiglie mantovane e dall’altra ridurre l’impatto ambientale delle industrie. È un progetto che mi coinvolge in modo diretto dato che in un recente consiglio comunale quest’ultimo mi ha chiesto con un atto ufficiale di svolgere il commissario per il risanamento del polo

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Il sindacodi Mantova, Nicola Sodano

chimico, ruolo che sono disposto a svolgere se riceverò l’incarico dal ministero. In questo mi differenzio dalle Giunte passate, perché intendo passare all’immobilismo al dinamismo anche su questo versante. Ritengo invece che in passato sia stata strategicamente valida la scelta di Valdaro come centro intermodale legato al porto di navigazione e come sede di nuovi insediamenti produttivi». Quali le criticità su cui intervenire a livello infrastrutturale? «Il ritardo principale riguarda la carenza delle infrastrutture viabilistiche, a partire dalla tangenziale ovest. Ci stiamo muovendo su questo fronte per realizzare il progetto del tunnel sotto il Lago Superiore. Ora siamo nella fase della pro-

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L’ECONOMIA LOMBARDA|RAGION LIBERA Nicola Sodano

e ci stiamo attivando anche con gli al gettazione tri enti territoriali, regionali e nazionali per tro-

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vare le forme pubbliche e private dell’intervento e i fondi necessari». L’anno prossimo l’Università di Mantova dovrà fare a meno di quasi 400mila euro di finanziamento da parte del Comune. Al riguardo ha dichiarato: «il nostro taglio, come sanno tutti, non è dovuto a scelte strategiche, ma è imposto dagli obblighi di governo, contro cui mi sto battendo». Quali le iniziative per non compromettere il percorso di studi? «Non ci saranno soppressioni dei corsi di laurea della Fondazione Universitaria. Voglio riportare la verità su un argomento che è stato trattato in maniera imprecisa e superficiale. Nessuno ha mai parlato di tagli, nonostante l’austerity imposta dal governo. Non possiamo però ignorare i tagli di risorse destinati alla cultura, l’80%, imposti dal governo a tutti i Comuni. Nel 2010 il Comune ha sostenuto la Fondazione Universitaria con 900 mila euro ed è attualmente il maggior sostenitore tra gli enti del Fum. Dal prossimo anno molto probabilmente saremo costretti a ridurre i contributi, in base alle decisioni governative, ma il sostegno non mancherà e soprattutto non sono previste riduzioni dei corsi». Negli ultimi dieci mesi la provincia di Mantova ha registrato un aumento del numero dei licenziamenti. Basteranno gli ammortizzatori sociali a far fronte alla situazione? «Sicuramente anche il Comune deve fare la sua parte. Ci siamo dati un progetto d’attivazione del servizio di marketing insediativo per le attività produttive che nasce dalla volontà d’attuare una strategia integrata d’attrazione degli investimenti, utilizzando come strumento cardine lo Sportello unico per le imprese. Ma credo che un contributo importante per far fronte alla crisi occupazionale

sia arrivato recentemente dalla Regione, che ha prorogato la copertura economica per pagare la cassa integrazione in deroga anche nel 2011. È un atto importante perché riguarda soprattutto le piccole e medie imprese». Ha intenzione di lanciare nuove iniziative, anche a livello di marketing territoriale, per promuovere e valorizzare la città? «Vogliamo puntare sulla valorizzazione dei monumenti cittadini e i teatri, come il Ducale, Palazzo Te, il Teatro sociale e il Teatro Bibiena che sono i migliori testimonial della città, anche in funzione della promozione di un turismo congressuale. Inoltre, stiamo lavorando per la grande mostra di Giulio Romano nel 2013, ma pensiamo anche a un festival mondiale dei film, dello sport, un summit internazionale di premi Nobel, un meeting dei sindaci europei o del mondo, raduni nazionali di forze armate e un incontro con i vigili del fuoco di New York sui temi della sicurezza. Sono allo studio delle giornate della memoria, come valorizzazione e studio del patrimonio ebraico mantovano, con riflessioni su aspetti della storia e dell’attualità. Anche l’enogastronomia mantovana offre grandi potenzialità». A che cosa si riferisce? «Vogliamo istituire il premio “Mantova città delle stelle enogastronomiche” e organizzare un premio giornalistico televisivo a tema con riferimenti culturali o sportivi: Virgilio, Giulio Romano, Leon Battista Alberti, Rigoletto e Nuvolari offrono solo l’imbarazzo della scelta. Mantova potrebbe diventare anche la sede dei campionati italiani ed europei di canoa e canottaggio. L’idea è quello di stimolare l’attenzione dei mezzi di comunicazione di tutto il mondo su Mantova, attraverso eventi unici e d’alta qualità, capaci soprattutto di stimolare nuove emozioni”».


LA POLITICA E LE RISPOSTE ALLE ESIGENZE DEI CITTADINI

di Nike Giurlani

Basta con i personalismi e le logiche di potere improntate alla ricerca di poltrone e di visibilità. Per l’onorevole Maurizio Lupi «il futuro della politica è quello di tornare a occuparsi dei problemi del Paese»

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n questo delicato momento politico, in cui il bipolarismo sembra a rischio, il vicepresidente del Pdl alla Camera, Maurizio Lupi, non ha dubbi «se ciò accadesse sarebbe un enorme passo indietro che non possiamo permetterci». Il bipolarismo, infatti, «è una conquista del nostro Paese ed è tutt’altro che finito – spiega – al contrario dovremmo lavorare perché questo percorso, iniziato dopo le elezioni del 2008, si consolidi ulteriormente, anche se c'è chi vorrebbe tornare a un sistema politico fatto di partiti e partitini che hanno come unico obiettivo quello di difendere i propri interessi particolari a scapito di quelli generali». Il vicepresidente Pdl della Camera è convinto che chi preferisce «le congiure di palazzo alla volontà degli elettori, lavora contro la democrazia e contro il Paese». Recentemente ha dichiarato che non bisogna cadere nell’errore di tornare alle vecchie logiche della politica autoreferenziale. Quale, quindi, il futuro della politica? «Ho sempre pensato che la politica fosse, come

diceva Paolo VI, la “forma più alta di carità”. Negli ultimi anni, però, troppo spesso si è data l’impressione che quest’idea alta della politica abbia lasciato il posto a logiche di potere, alla ricerca di poltrone e visibilità, all’affermazione di personalismi. Questo ha creato una profonda distanza tra chi si occupa della vita pubblica e i cittadini. Il futuro della politica, e lo dico pensando soprattutto al bene del Paese, è quello di recuperare questo filo, tornando a occuparsi dei problemi del Paese, di dare risposte concrete ai bisogni dei cittadini. Credo che, pur nelle difficoltà, in questi primi due anni di legislatura il governo abbia percorso questa strada. La legge di stabilità e la riforma dell’università, giusto per citare due importanti provvedimenti approvati recentemente, nascono da questa convinzione. Dispiace che ci sia chi, invece di confrontarsi nel merito delle questioni, preferisce opporsi, incurante di quanto quest’atteggiamento non solo crei danni al Paese, ma allontani ancora di più i cittadini». L’intergruppo parlamentare per la sussi-


RAGION LIBERA|IL RUOLO DELLA POLITICA Maurizio Lupi

Maurizio Lupi, vicepresidente dei deputati del Pdl

diarietà, nato nel 2003 come un tavolo di discussione bipartisan, ha portato avanti numerose battaglie sul tema. Pensa che l’intergruppo possa dare un contributo concreto in questa fase politica? «Lo abbiamo sempre pensato. Nel nostro primo documento pubblico, sette anni fa, parlavamo proprio della necessità di superare la logica dello scontro e l’idea di una politica che vede nell’altro più un nemico da combattere che un avversario con cui confrontarsi. Negli anni siamo riusciti a dare dei segnali concreti. Ne cito uno su tutti: il 5 per mille». Di cosa si tratta? «Grazie al ministro dell’Economia, Giulio Tremonti, e alla collaborazione di parlamentari d’entrambi gli schieramenti siamo riusciti a creare un meccanismo per valorizzare e aiutare quelle realtà no profit che contribuiscono in maniera determinante allo sviluppo dell’Italia. Questa è la vera sussidiarietà: la capacità di riconoscere che c’è chi può rispondere, in maniera più efficace dello Stato, ai bisogni della società; ma se la politica è impegnata a scontrarsi, a polemizzare strumentalmente, a delegittimare continuamente l’avversario, non può accorgersi di tutto questo». Proprio da un’idea del ministero dell’Economia, condivisa con l’industria e le banche, è stato creato un fondo per le piccole e medie imprese, con una dotazione iniziale di 1,2 miliardi di euro. Sarà possibile in questo modo creare e salvare posti di lavoro e, allo stesso tempo, aiutare a cre-

scere le imprese italiane, anche quelle di piccole dimensioni? «Per anni abbiamo assistito a discussioni surreali sul nanismo del nostro sistema economico, mentre oggi, di fronte alla crisi economica che ha messo in ginocchio diversi Paesi, scopriamo che l’esistenza di un settore manifatturiero fatto di piccole e medie imprese è uno dei nostri punti di forza. Il fondo messo a punto dal ministero è sicuramente uno strumento importante d’aiuto, anche per creare e salvare posto di lavoro, ma l’obiettivo deve essere quello di far crescere le nostre imprese, anche cercando di favorire l’internazionalizzazione e la collaborazione tra realtà che operano nello stesso settore. Incontro quotidianamente imprenditori che mi confermano quanto è emerso da un’indagine della Fondazione per la Sussidiarietà: la maggioranza degli imprenditori non chiede finanziamenti allo Stato, ma semplificazione e meno burocrazia. Assieme al fondo per le piccole e medie imprese, di grande utilità, la nostra maggioranza si sta adoperando per una reale semplificazione. In fondo anche questo ha a che fare con la sussidiarietà, in quanto strumento che consente una maggiore libertà d’impresa». Come valorizzare la famiglia, anche come asset economico? In questo delicato momento, quali politiche andrebbero attuate a sostegno delle famiglie? «La famiglia è indubbiamente uno dei pilastri della nostra società. Un patrimonio che va preservato in ogni modo. Credo che in questo momento, il modo migliore per valorizzarla come asset economico, sia quello di procedere con una vera riforma fiscale. I modelli sono tanti e il fattore famiglia, proposto dalle associazioni, sicuramente rappresenta una buona proposta su cui discutere. Certo, c’è il nodo delle risorse, ma mi sembra che il ministro Tremonti, avviando un tavolo di confronto con le parti sociali su questo tema, abbia imboccato la giusta strada. Del resto sappiamo bene che i Paesi che stanno uscendo meglio da questa crisi sono quelli con legislazioni di favore nei confronti della famiglia, così come manca un assetto legislativo attento alla famiglia nei pesi più in difficoltà».

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RICERCA E FORMAZIONE PER REAGIRE ALLA CRISI di Michela Evangelisti

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Le imprese venete hanno reagito alla crisi reinventandosi. Ma secondo il presidente di Confindustria Veneto, Andrea Tomat, il percorso è ancora in salita

iamo fuori dal momento peggiore, ma ancora dentro la crisi». Così esordisce il presidente di Confindustria Veneto, chiamato a fare il punto economico di una situazione che continua a essere complessa, in cui convivono ripresa e stagnazione, sfiducia e ottimismo. Le previsioni per i prossimi mesi di Andrea Tomat non sono rosee, ma aperte alla sfida. «A momenti di recupero si alterneranno fasi di rallentamento, a periodi di relativa stabilità economica seguiranno situazioni di tensione sul mercato del credito e delle materie prime – spiega –. Tutto questo renderà ancora più difficile e impegnativa l’attività imprenditoriale. L’impatto della crisi in Veneto è stato mitigato da un’azione coesa e coordinata di tutte le parti economiche e sociali, che hanno svolto un ruolo fondamentale agendo con rapidità, muovendosi con l’unico obiettivo di sostenere il tessuto economico e sociale». Come hanno reagito le aziende venete alla crisi? «Non sono rimaste ferme, si sono reinventate, cercando nuovi mercati, adattandosi alla nuova situazione. Molte stanno ottenendo i primi risultati, con una crescita della produzione e del portafoglio ordini in particolare dall’estero; molte altre, soprattutto piccole e piccolissime, continuano a vedere ancora lontano il pieno recupero dei livelli pre-crisi. L’uscita dalla crisi sarà, dunque, lunga e faticosa e tutto ciò è reso sicuramente più difficoltoso dal confuso quadro politico, che contribuisce a comprimere ulte-

riormente una depressa situazione dei consumi e degli investimenti interni». Come Confindustria Veneto sta affiancando le imprese in questa delicata fase? «Innanzitutto sta focalizzando la propria azione sui temi del credito e degli ammortizzatori sociali. Stiamo lavorando per favorire l’accesso al finanziamento da parte delle piccole imprese: nel 2010 con il nostro consorzio regionale di garanzia, NeaFidi, abbiamo creato un efficace supporto garantendo oltre 700 mila euro di finanziamenti. Stiamo lavorando di concerto con l’Abi e i principali istituti di credito territoriali per un miglioramento del livello di trasparenza e comunicazione fra banca e impresa. Infine, attiveremo nel corso del 2011 azioni di sostegno Andrea Tomat, presidente di Confindustria Veneto


RAGION LIBERA|IL VENETO E LO SVILUPPO Andrea Tomat

a operazioni di capitalizzazione e, in generale, di finanza straordinaria a sostegno del medio e lungo periodo». Quali altri provvedimenti sono stati presi per tutelare il capitale umano e per favorire il rilancio? «La conservazione del capitale umano è per noi un tema prioritario. Oltre agli ammortizzatori sociali stiamo cercando, d’intesa con la Regione, di mettere in campo politiche attive con processi di riqualificazione e di inserimento anche in quelle attività fino a ora meno ricercate. In ambito più ampio, scuola, formazione e università rappresentano gli assi fondamentali per lo sviluppo del capitale umano del futuro e, con esso, della capacità competitiva del territorio. Le nostre imprese saranno chiamate a riorganizzarsi, incrementando innovazione tecnologica, qualità e servizio offerti, per agganciare le nuove dinamiche della crescita. Bisogna puntare su ricerca, internazionalizzazione e infrastrutture. Le risorse a disposizione sono limitatissime, ma vogliamo batterci fino in fondo per ottenere maggiori stanziamenti per il Veneto. La maggiore

produttività delle risorse immesse sul nostro territorio avrebbe effetti positivi per tutto il Paese. A ben vedere, quindi, è il federalismo fiscale la vera grande sfida, l'ultima possibilità di riforma del Paese per avviare un ciclo virtuoso di gestione della spesa pubblica, aumento della produttività, recupero di competitività del sistema». Quanto incide il costo del lavoro sulle imprese in questa delicata contingenza? La delocalizzazione delle linee produttive è una soluzione presa in considerazione dalle aziende locali e con quali conseguenze? «Il momento più duro è passato, ma si prospetta una ripresa lenta e tutta in salita. Il tema degli ammortizzatori sociali sarà ancora cruciale per non disperdere il patrimonio più importante delle nostre aziende. Gli imprenditori stanno facendo enormi sacrifici per rimanere a produrre nel nostro Paese. Da troppo tempo attendiamo riforme strutturali capaci di ricreare le condizioni perché l’Italia diventi nuovamente concorrenziale: costo del lavoro e salario netto, flessibilità, orari, produttività. Il Paese ha bisogno

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IL VENETO E LO SVILUPPO|RAGION LIBERA Andrea Tomat

e per certi versi rivoluzio dinariescelteper coraggiose uscire dalla spirale del declino che aleg-

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giava da prima che la crisi scoppiasse. Per molte attività lavorative dovremmo, infatti, riformulare certi slogan del passato e ritornare a lavorare di più per lavorare tutti. Per avviare un confronto aperto su questi aspetti ci vuole un notevole sforzo di tutte le parti sociali interessate, uno sforzo che non va ulteriormente rimandato. Allo stesso modo dobbiamo introdurre corrette modalità di lettura di alcuni importanti fenomeni. La delocalizzazione ha da tempo ceduto il passo a una più organica e articolata riorganizzazione delle attività imprenditoriali su scala globale. Le imprese oggi devono misurarsi per forza con la competizione internazionale. La multilocalizzazione diventa quindi un modello indispensabile per muoversi nello scacchiere internazionale». La propensione a esportare sui mercati internazionali delle imprese venete è di gran lunga superiore alla media italiana. Come Confindustria si sta muovendo per rafforzare questa tendenza? «L'apertura ai mercati internazionali è da sempre una delle caratteristiche salienti del nostro sistema produttivo. La crisi e la stagnazione dei

consumi interni ha sicuramente spinto e incoraggiato altre imprese a seguire questo modello per superare i limiti del mercato nazionale. Per accompagnare i processi di internazionalizzazione continueremo come nel passato con missioni mirate e con la presentazione di casi di successo. Allo stesso tempo, con la Regione stiamo lavorando per facilitare le aggregazioni di imprese rispetto a progetti di sviluppo delle attività all'estero, proprio per consentire anche ai più piccoli di seguire questa strada». Poche settimane fa si è tenuto l’assise dei giovani imprenditori del Veneto con l’elezione del nuovo presidente. Quali sono le difficoltà e le richieste espresse? «Al centro del dibattito dell’assise sono stati posti temi strategici come innovazione, formazione e capitale umano. Da sempre il ruolo dei giovani di Confindustria è legato alla scuola e alla formazione che, come ho già avuto modo di spiegare, definisce la qualità del capitale umano del futuro. Il rafforzamento del rapporto tra il mondo della scuola e quello del lavoro e delle imprese gioca quindi un ruolo cruciale per lo sviluppo della capacità competitiva prospettica del nostro sistema e del nostro territorio».


IL FEDERALISMO È LA RISPOSTA ALLE ESIGENZE DEL VENETO di Nike Giurlani

Il 2010 sta giungendo al termine. Tra progetti, difficoltà e obiettivi futuri, il presidente Luca Zaia ripercorre i suoi primi mesi alla guida della Regione, dove si «respira già aria federalista»

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RAGION LIBERA|FEDERALISMO Luca Zaia

l Paese si riforma se si riformano i territori, si ascoltano le loro richieste e si trovano le soluzioni adeguate alle loro specificità. Il federalismo altro non è che questo: la risposta alle esigenze delle Regioni. Il Veneto è pronto a partire». Questo il commento del presidente Luca Zaia, dopo il via libera preliminare del Consiglio dei ministri al settimo dei decreti attuativi della legge delega sul federalismo fiscale, quello riguardante la perequazione infrastrutturale. «Il Veneto, benché oggi si trovi nell’urgenza di dover affrontare le conseguenze dell’alluvione, ha una rete infrastrutturale diversa, per pregi, difetti e interventi necessari, da quelle delle altre regioni italiane – rileva il governatore –, è lecito e giusto, quindi, pensare che non possa avere, rispetto al federalismo, lo stesso start up di regioni geograficamente diverse, in qualche caso meno sviluppate, con infrastrutture carenti o comunque incomplete e, complessivamente, con problemi e aspettative differenti dalle nostre». La responsabilità alla quale è chiamata la Regione, secondo Zaia, è «rimettere al centro i territori e costruire per ciascuno un percorso di sviluppo adeguato che tenga conto, nel caso del Veneto, delle esigenze di cittadini e imprese veneti, solo così potrà esserci coesione e solidarietà fra le diverse aree del Paese». Dal suo insediamento a oggi, quali sono stati i principali progetti e interventi che è riuscito ad attuare? «La crisi economica e, successivamente, l’alluvione hanno “costretto” l’azione della Giunta sul binario dell’austerità - in una regione già molto virtuosa, la seconda in Italia, con un residuo fiscale positivo di 4,70 miliardi di euro nel 2008 - oltre che dello sviluppo. E siamo riusciti a coniugare e far correre parallelamente questi due binari. La manovra regionale d’assestamento approvata in ottobre testimonia, da una parte, gli equilibri del bilancio e, dall’altra, la consapevolezza della Giunta di dover far fronte a una situazione di crisi generale che inevitabilmente influenza anche i conti pub-

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blici. Siamo riusciti ad accantonare 35 milioni di euro, derivati dai tagli effettuati sui capitoli di spesa di ciascun assessorato, per costituire un fondo di garanzia, insieme a Veneto Sviluppo, confidi e banche, e favorire così l’accesso al credito delle imprese. A questa cifra, prevediamo di aggiungere, nel 2011, ulteriori 15 milioni di euro, per un fondo complessivo di 50 milioni. Avremo a disposizione un volano di oltre 2,5 miliardi di euro di mutui - ai quali devono aggiungersi le risorse dei privati - che consentiranno alle imprese venete di avviare una nuova stagione di investimenti». Quali le altre iniziative? «Oltre ai progetti già citati, vanno ricordate le misure attivate dalla Regione nei vari ambiti: dall’imprenditoria femminile all’aiuto al primo insediamento dei giovani in agricoltura, con al-

tri 24 milioni stanziati nell’ambito dei Piani di sviluppo rurale, fino all’approvazione della norma per la cosiddetta cessione “pro soluto”, con la quale d’ora in poi i fornitori che vantano crediti presso la Regione potranno essere pagati direttamente dalle banche, velocizzando notevolmente i tempi. E questo è solo l’inizio». Lei ha dichiarato che alla luce delle alluvioni che hanno colpito il Veneto c’è stata “una dimostrazione lampante di come la regione sappia fare squadra nel momento del bisogno, in maniera coesa e forte, senza tentennamenti, con la capacità di unire le forze

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«Colmare il ritardo infrastrutturale del Veneto significa avere una marcia in più come sistema Paese, per guardare con più serenità a una sfida economica mondiale»

 altivo?di sopra e al di là dei ruoli”. Per quale mo-

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«Davanti all’alluvione e ai disastri che ne sono conseguiti, abbiamo superato le appartenenze politiche, messo al bando le ideologie, i localismi e abbiamo lavorato uniti, per il Veneto, per la nostra terra. I sindaci hanno fatto un gran lavoro di squadra fra loro e con la Regione. C’è stata collaborazione a ogni livello istituzionale. E credo sia emersa, dopo questa vicenda, la diffusa convinzione che il federalismo sia necessario più che mai. Se fossimo già nel Veneto autonomo dell’Italia federale che vogliamo, avremmo potuto investire le tasse dei cittadini nella ricostruzione, subito e nella misura da noi stabilita». Quali i primi interventi da attuare per tornare alla normalità? «La Regione ha attivato fin da subito ogni suo strumento, con la Protezione civile, insieme a Vigili del fuoco, forze dell’ordine e volontari, e ha chiesto immediatamente lo stato d’emergenza, tempestivamente accolto dal governo. Abbiamo attivato un conto corrente presso

Unicredit e il numero sms 45501. Si è proceduto subito a soccorrere la popolazione, prosciugare le aree inondate e rimuovere il fango. Sul fronte idraulico, la massima urgenza è riparare i punti in cui gli argini dei fiumi si sono rotti e ricostruirli dove sono stati spazzati via dall’acqua. Una volta superata l’emergenza, potremo riflettere sugli interventi strutturali per potenziare la sicurezza delle strutture idrauliche e ammodernarle, valutando l’opportunità di creare bacini idrici, casse d’espansione e altri strumenti utili a far sì che nemmeno un evento eccezionale come quello che ci ha colpiti - per entità e devastazione superiore all’alluvione del 66 - ci colga mai più alla sprovvista». Il Cipe ha confermato tutti gli interventi inseriti nell’ottavo allegato al Programma nazionale delle infrastrutture. Quali sono i principali progetti che potranno partire? «Tutte le misure finalizzate a colmare il deficit infrastrutturale accumulato dal Veneto nell’ultimo trentennio del secolo scorso, già ridotto di un terzo, e che si ripercuote sulla qualità della vita e sull’economia. Per la nostra Regione, passa


RAGION LIBERA|FEDERALISMO Luca Zaia

circa un terzo di tutto il traffico merci tra i paesi dell’Est e l’Europa e noi non siamo ancora pronti né a sostenere ciò, assicurando sicurezza e fluidità al traffico, né a supportare l’Alto Adriatico come scalo mondiale per i nuovi mercati del Vecchio Continente. Colmare il ritardo infrastrutturale del Veneto significa avere una marcia in più come sistema Paese, per guardare con più serenità a una sfida economica mondiale tutt’altro che facile. In ogni caso, il Cipe ha inserito nella Legge Obiettivo tutti i progetti che riguardavano il nostro territorio, accettando tutte le osservazioni e prescrizioni che avevamo proposto finalizzate a un migliore inserimento nel territorio. Nuove strade, per noi, significa anche più sicurezza e meno morti». Per ribadire l’importanza del federalismo la Regione sta lavorando a una piattaforma negoziale per acquisire nuove competenze, sulla base di indici di virtuosità. Lei ha definito questo progetto “la lista della spesa da presentare a Roma”. Qualche anticipazione? Quali sono a grandi linee gli aspetti che andate ad affrontare?

«Il gruppo di lavoro che il Veneto ha costituito in vista del federalismo ha lo scopo di costruire una nuova piattaforma negoziale con governo e Parlamento per arrivare in tempi brevi a una struttura dei diritti e dei doveri della nostra Regione chiara e autorevole. Coinvolgeremo tutti: i cittadini veneti, le loro rappresentanze economiche e imprenditoriali e i vari livelli istituzionali. Stiamo già lavorando alle funzioni amministrative che potrebbero essere assunte da subito dalla Regione, attraverso il principio della delega differenziata. Poi, si sta ragionando su sicurezza e immigrazione e su quali poteri reali i territori possono assumere per decidere in casa propria. Infine, sulle ricadute operative ed economiche del federalismo demaniale già approvato. Abbiamo anche iniziato a valutare i vantaggi fiscali a medio termine di questa riforma epocale. Il Veneto già respira aria “federalista”: gli 8 miliardi e 137 milioni attribuitici dal fondo sanitario nazionale sono stati suddivisi fra le aziende sanitarie in base a criteri di merito, valutando cioè quelle che hanno ottenuti i risultati migliori al minor costo».

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SUL FEDERALISMO VERONA È PRONTA A PARTIRE di Riccarco Casini

Flavio Tosi auspica il pronto avvio della riforma: «su informatizzazione dei servizi, banche dati e organizzazione della pubblica amministrazione Verona è all'avanguardia» a una parte impegnato a tenere dritta la barra del timone della città di Verona, sotto la sua guida da più di tre anni, e dall’altra con lo sguardo rivolto a scrutare oltre la nebbia che avvolge il futuro della politica italiana, e del governo in particolare. Flavio Tosi, secondo alcuni recenti sondaggi, continua a risultare uno tra i primi cittadini più amati d’Italia, con un consenso che sfiora il 70 per cento: segno che le sue battaglie “dure e pure” su vari temi, immigrazione e ordine pubblico in primis, sono state apprezzate da molti concittadini. Ma lo sguardo non può non andare a Roma, verso quella che per Tosi e il suo partito, la Lega Nord, si può definire la madre di tutte le battaglie, ovvero la riforma federalista: se una parte è già stata portata a casa dal Carroccio, restano ancora molti punti da trasformare in legge. Logico quindi partire da qui. Qual è oggi il futuro del federalismo? «Quando si conosceranno le sorti del governo di conseguenza sapremo qualcosa di più del federalismo. Se da parte dei singoli parlamentari e delle forze politiche in generale prevarrà il senso delle istituzioni e la consapevolezza che la politica deve essere soprattutto attenzione al bene comune, il federalismo potrà diventare una legge compiuta con tutti i decreti attuativi entro la fine di questa legislatura. Se invece avrà la meglio lo scontro politico legato all’appartenenza ideologica, si rischierà di non far passare l’unica riforma che può salvare il futuro del nostro Paese. In Italia, infatti, la pressione fiscale ha ormai raggiunto un peso insostenibile e non può più essere aumentata: per questo l’unica scelta possibile è la diminuzione delle spese, pensabile solamente con la riduzione degli sprechi, operazione per la quale è

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RAGION LIBERA|FEDERALISMO Flavio Tosi

necessario il federalismo». Come giudica la bozza appena approvata in Consiglio dei ministri e che ha già visto le proteste di Anci e Conferenza delle Regioni? «Anci e Conferenza delle Regioni hanno protestato principalmente per i tagli fatti con l’ultima Finanziaria, che sono stati pesantissimi soprattutto per gli enti locali e non hanno invece toccato più di tanto lo Stato centrale, comparto che negli ultimi anni ha sprecato miliardi di euro. Per quanto riguarda i decreti attuativi potranno essere valutati solo quando ci sarà una stesura definitiva, con numeri precisi e un quadro ben definito». Nell’ambito del federalismo fiscale il Comune di Brescia ha firmato una convenzione con l’Agenzia delle Entrate per vigilare sul tenore di vita dei suoi contribuenti. Sarà anche questo in futuro il ruolo dei comuni? Come dovranno contribuire all’attuazione del federalismo fiscale? «Il Comune di Verona ha definito già da qualche anno un protocollo con la Guardia di Finanza e l’Agenzia delle Entrate al fine di incrociare i dati e verificare eventuali sacche di evasione fiscale. È chiaro che questo problema è più grave in altre aree del Paese, mentre nel nostro territorio, dove controlli seri ed efficaci sono in corso già da tempo, il margine di manovra sui controlli fiscali da parte degli enti locali è piuttosto esiguo».

Il governatore Zaia nel frattempo ha detto che sul federalismo il Veneto è pronto a partire. Ritiene anche lei che i tempi siano maturi? «Direi che non solo i tempi sono ormai maturi, ma che siamo in ritardo da decenni. Ci sono Regioni, come il Veneto ad esempio, che hanno una notevole capacità di governarsi sia dal punto di vista finanziario che normativo. Ora spetta al governo centrale capire che, almeno sotto il profilo amministrativo e governativo, possa essere lasciata una maggior elasticità di gestione alle Regioni più capaci. Per quanto riguarda la parte fiscale, questa deve essere ben valutata in quanto ci sono Regioni che sarebbero già ampiamente autosufficienti, mentre ve ne sono altre, dove la spesa pubblica è ben superiore alla media nazionale, che se da domani mattina fossero lasciate al loro destino finirebbero nel collasso economico». Anche Verona è già pronta? «Per quanto riguarda la città di Verona, ma credo sia una considerazione che vale per tutti i Comuni di questa area geografica, ribadisco che, nel momento in cui arriveranno delle deleghe da Roma, noi saremo in grado di recepirle. Quando ci fu la proposta di trasferire ai Comuni il catasto, Verona aderì immediatamente; poi la questione si arenò perché in Italia molti Comuni non erano in grado di farlo». Ma in quali ambiti la città sarebbe mag-

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FEDERALISMO|RAGION LIBERA Flavio Tosi

attrezzata?  giormente «Per quanto riguarda informatizzazione dei ser-

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vizi, banche dati e organizzazione della pubblica amministrazione, il nostro è uno dei Comuni all’avanguardia a livello nazionale. Sono solo alcuni esempi che mi portano ad affermare che “Verona è pronta a partire”». Possiamo tracciare un bilancio del suo 2010 da sindaco? Quali sono i suoi principali motivi di orgoglio? Vi sono dall’altra parte delle questioni che invece non è ancora riuscito a portare a compimento? «Ho sempre avuto l’abitudine di cercar di ragionare non mese per mese, ma su obiettivi a lungo termine. Il mio mandato è iniziato a metà 2007 e terminerà a metà 2012: sono convinto che per la data di fine amministrazione saremo in grado di dimostrare di essere stati tra i pochi ad adempiere compiutamente al programma elettorale». Tra le opere compiute va ricordato sicuramente il nuovo polo chirurgico appena inaugurato. Tra i finanziatori figurano Regione, Asl e Fondazione Cariverona, oltre ai fondi Cipe. Come ha contribuito il Comune alla sua realizzazione? «Non spettava al Comune contribuire finanziariamente alla realizzazione del nuovo polo chirurgico di Borgo Trento, come hanno fatto invece altri enti a ciò preposti. L’amministrazione ha piuttosto collaborato per quanto riguarda le fasi di cantiere, che ovviamente hanno gravato sul territorio, e fornendo una risposta alla problematica dei parcheggi. Grazie infatti alla mediazione del Comune, l’Azienda ospedaliera, la Regione Veneto e lo Stato sono riusciti ad accordarsi affinché all’interno di alcune proprietà del demanio potessero essere realizzati dei parcheggi non solo per i dipendenti dell’ospedale ma anche per tutti i cittadini che si recano nella nuova struttura». Qual è l’importanza di questa struttura? Quali riflessi potrà avere sulla città? «Il nuovo polo non servirà solo alla città, ma anche alla Regione e al Paese intero: ora vantiamo una delle più funzionali e moderne piastre tecnologiche a livello sanitario d’Italia e una delle prime in Europa». Un’altra struttura oggi al centro delle cro-

Sopra, il nuovo polo chirurgico dell’Ospedale Borgo Trento di Verona, inaugurato lo scorso 30 novembre

nache è la fiera. Il Comune ha deciso di cedere il 12% delle quote in suo possesso. Perché questa scelta? «La decisione di allargare la platea di soci della Fiera nasce essenzialmente da due ragioni: una di minore importanza, cioè la necessità di bilancio dell’amministrazione comunale; l’altra più rilevante, ovvero la volontà di realizzare un disegno veneto del sistema fieristico. Per questo è necessario che i soci attuali facciano sinergia con investitori istituzionali ed enti interessati a sviluppare un sistema fieristico regionale che abbia come fulcro la Fiera di Verona. Questa è la principale motivazione dell’operazione in corso, tant’è che parte delle risorse che il Comune ricaverà da questa cessione verrà reinvestita per una ricapitalizzazione della Fiera, senza contare che l’attuale amministrazione ha appena messo a disposizione 33 milioni di euro per riacquistare un’area adiacente alla Fiera in modo da garantirne uno sviluppo futuro».


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Romano Freddi

«MI ISPIRO AI VALORI DELL’IMPRESA D’OLTRALPE» di Carlo Sergi

Romano Freddi è un uomo di poche parole, ma dai molti fatti. Il noto imprenditore del settore food illustra i progetti della Bustaffa

ieci stabilimenti, oltre mille dipendenti, un fatturato che supera i 500 milioni di euro. Il Gruppo Romano Freddi è un pilastro del settore alimentare. Un successo, quello del noto imprenditore mantovano, che pone le sue basi negli anni Sessanta. «Mio padre era fornaio e pasticcere, insieme ricordo che facevamo anche la schiacciatina mantovana – racconta Romano Freddi - Da lì ho iniziato a conoscere “acqua e farina”. Poi ho cominciato con qualche pizza fresca e, alla fine degli anni Sessanta, ho inventato la pizza surgelata». Di lì a breve, nacque la Mantua Surgelati, azienda che oggi, in alcuni periodi dell’anno, arriva a produrre fino a 1 milione di pizze al giorno. A seguire verranno fondate anche la Effegi e la Parmasole, due aziende rispettivamente inserite nel mercato del pesce surgelato e del pomodoro. Ultima, ma non in ordine di strategia e importanza, l’acquisizione della Bustaffa Spa, noto marchio del mondo caseario. «Aggiungo con malcelato orgoglio che tutto è avvenuto senza alcun protettorato, contributo o elargizione» ci tiene a precisare il presidente del gruppo.

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rappresenta, da quasi un secolo,  unoBustaffa dei marchi più importanti e riconosciuti sul mercato dei formaggi freschi italiani. Lei ne è il proprietario ormai da un decennio. Qual è stato, in questi anni, l’andamento del fatturato e degli utili? «Dal 2001 a oggi abbiamo saldato tutti i debiti e portato l’azienda in utile, oltre che aver dato una valorizzazione irreprensibile allo stato patrimoniale. Questo è il concetto ed è superfluo entrare nei numeri». Quali obiettivi si pone per il 2011 della Bustaffa? «Gli obiettivi sono quelli di consolidare il fatturato e mantenere l’utile in un contesto di mercato nel quale più di un’azienda sta operando in regime di sottocosto. Le prospettive sono strettamente legate all’atteggiamento che

Romano Freddi, presidente dell’omonimo gruppo. Nelle altre immagini, lo stabilimento della Bustaffa Spa di Bagnolo S. Vito (Mn) www.bustaffa.it

le multinazionali e il mondo cooperativo adotteranno sul mercato». A proposito di questo, il mercato vi identifica come azienda privata, di qualità, con un’ampia gamma assortimentale: crescenza, squacquerone, robiola, ricotta. Trova difficoltà a inserirsi tra il contesto multinazionale e quello cooperativo? «Le multinazionali, generalmente, hanno forti brand, riconosciute capacità innovative sul prodotto, ma sono molto strutturate e poco flessibili in un mercato che di flessibilità, viceversa, ne chiede molta. Le cooperative, invece, hanno come principali obiettivi la salvaguardia del socio e la gestione del consenso, i problemi di bilancio sono susseguenti. Infatti, nessuno ha mai pagato


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Romano Freddi

di tasca propria le malefatte imprenditoriali e raramente qualcuno chiude. Agire all’interno di questo contesto non è cosa facile. Senza presunzione posso affermare che mi muovo con grande laboriosità e dinamismo. Perseguo l’obiettivo di un equilibrato rapporto servizio/qualità/quotazione. Ho il vantaggio di “possedere”, non devo quindi rendere conto del mio operato a nessuno se non a me stesso; il consiglio d’amministrazione vero lo faccio sempre al mattino, quando mi faccio la barba, e alla sera, quando mi addormento. Quando sbaglio, se sbaglio, pago interamente di tasca mia». Mentre quali rapporti avete con la grande distribuzione? «La Bustaffa è stata la prima azienda lattiero-casearia privata, non multinazionale, a credere nella grande distribuzione. Abbiamo cominciato a centralizzare l’iperdeperibile in Italia 24 anni fa e da 20 anni, oltre al nostro brand, facciamo anche private label. Ci sentiamo partner anche se ultimamente la grande distribuzione mostra qualche incongruenza tra ciò che chiede rispetto a quanto offre». Ma è solo una questione di prezzo? «A volte gli attori della grande distribuzione pretendono, giustamente, le certificazioni IFS/BRC, il servizio giornaliero alle proprie centrali distributive con tempi ridottissimi tra ordine e consegna, e il packaging, oltre che il contenuto, con standard di alto livello. In seguito raffrontano le nostre quotazioni con quelle di piccoli artigiani che poco hanno di quanto a noi richiesto, piuttosto che di qualche azienda per la quale la quadratura del bilancio e dello stato patrimoniale sono degli optional». Come sono cambiati i gusti degli italiani negli ultimi 50 anni relativamente al settore lattiero-caseario? «Si sono molto appiattiti. Prediligono la comodità d’uso e l’impatto del packaging alla tipicità

«Le prospettive sono legate all’atteggiamento che multinazionali e cooperative adotteranno sul mercato» del gusto, anche se non è trascurabile l’aggressività della quotazione che, sensibilizzando il portafoglio, spesso condiziona anche il gusto». Come influisce l’attuale congiuntura sui suoi piani industriali e sugli investimenti? «L’innovazione è anch’essa globale ed è vietato interrompere gli investimenti, quindi i miglioramenti industriali. Non si può non ottimizzare i costi e non innovare il prodotto. L’importante è trovare sempre una quadratura nel conto economico». E quelle aziende che hanno debiti e debbono innovare? «Se non vendono o non si accorpano a sane realtà di maggiori dimensioni dovrebbero chiudere i battenti. Non vedo alternative». Ma lei, è sempre così lapidario e sintetico? «Viviamo in un’epoca nella quale si parla troppo e si agisce poco, quando le connotazioni dell’imprenditoria d’Oltralpe, mediamente più efficiente di quella italiana, sono esattamente opposte. I paesi che funzionano, come Germania, Stati Uniti e Giappone, agiscono come la penso io. L’unica differenza è che in quegli stati chi sbaglia paga e chi non ha la quadratura economica della propria azienda è obbligato a interrompere l’attività. In Italia, purtroppo, non è così. Si pensa infatti al posto di lavoro come a un diritto acquisito anziché a un dovere importante, dimenticandosi che a ogni diritto corrisponde sempre un dovere. Il posto di lavoro, infatti, non è un diritto, ma è un dovere da traguardare con efficienza, disponibilità e flessibilità».

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QUALITÀ ALIMENTARE E RIGORE NELLA PRODUZIONE

di Eugenia Campo di Costa

La Sanfermese conferma bilanci positivi anche negli anni di crisi. E con l’alta qualità dei suoi cereali mira ai paesi con la cultura del “Health Food”. Il quadro di Andrea Pelladoni a famiglia Pelladoni intraprese una fiorente attività molitoria nelle campagne attorno a Gazoldo degli Ippoliti già alla fine del Settecento. Da allora, otto generazioni si sono susseguite nella gestione dell’attività. Oggi l’azienda La Sanfermese, guidata sempre dalla famiglia Pelladoni, si estende nelle campagne lombarde di San Femo di Piubega e, anno dopo anno, si riconferma come un piccolo colosso del settore. Se la crisi mette a dura prova il mercato dei cereali, La Sanfermese risponde con un fatturato di 18 milioni di euro registrato nel 2009, a cui si aggiungono i 9 della partecipata Corn Valley, circa 33.000 metri quadrati di area su cui opera, una settantina di ettari di terreni sperimentali, in cui l’azienda prova nuove varietà di prodotto, per testarne la resa e la qualità, oltre che più di 10.000 ettari di terreno dei produttori conferenti. «Quello che conta veramente quando si

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produce per il settore del food di altissima qualità – afferma Andrea Pelladoni – è il rispetto dei parametri più elevati, senza eccezioni. Ma poi, ovviamente, il risultato in termini economici è concreto e, per il 2010, prevediamo un incremento del fatturato aggregato delle nostre società di oltre 3 milioni di euro». La produzione de La Sanfermese consiste essenzialmente in grano e granoturco o, per la precisione, mais giallo, mais bianco e grano duro. Inoltre, fornisce ai coltivatori anche i prodotti collegati all’agricoltura, come sementi o fitofarmaci. «Curiamo direttamente l’intero processo della filiera, dai contratti con gli agricoltori, alla scelta delle sementi, fino al ritiro della merce – spiega Andrea Pelladoni -. I processi interni, come l’essiccazione, la conservazione, la refrigerazione, la cernita dei chicchi tramite selezione ottica, sono tutti svolti senza utilizzare alcun prodotto chimico».


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Andrea Pelladoni

In piedi Luciano, Ermenegildo, Matteo, Andrea, Fausto, Federico, Giorgio e Giuseppe Pelladoni. Seduti, Fernando ed Eugenio Pelladoni sanfermese@mynet.it

E in effetti i prodotti La Sanfermese si caratterizzano per la totale assenza di Ogm e residui chimici e per i bassissimi livelli di micotossine. La maggior parte della produzione è destinata ai mercati esteri, soprattutto europei. Un core business ormai consolidato, da qualche anno anche attraverso la Corn Valley Srl, una società creata ad hoc insieme con il molino Favero di Padova, che si occupa dell’aspetto distributivo e della macinazione. «Abbiamo un rapporto fidelizzato con gli agricoltori e con le industrie – continua Pelladoni -: in effetti, abbiamo creato un vero e proprio “ponte” tra il campo e l’industria: da un lato riusciamo a dare uno sbocco sicuro alle produzioni dei nostri agricoltori, garantendo loro un surplus di reddito; dall’altro lato, riusciamo a soddisfare le esigenze più difficili delle principali industrie alimentari europee, garantendo nel contempo ai consumatori

di mangiare prodotti sani. Le nostre ditte si concretizzano anche per la solidità finanziaria: La Sanfermese ha ottenuto il rating 1 D&B, indice di massima affidabilità». Traguardi che non sembrano volersi fermare qui. «L’obiettivo è aumentare i numeri - afferma Andrea Pelladoni –, lavorare sempre più in grande, anche espandendo le nostre aree di produzione». Dalle originarie campagne del mantovano, del bresciano e del veronese, dunque, l’azienda si sta ampliando, in altre zone della pianura padana, con un occhio rivolto anche verso i paesi emergenti dotati delle adeguate potenzialità agricole. Infatti, conclude Pelladoni «la ricerca tecnologica aziendale è attualmente al lavoro per ottenere qualità specifiche di cereali che possano dare risultati standardizzati, a prescindere dalle diverse condizioni climatiche che si possano registrare nell’uno o nell’altro territorio o nelle diverse annate».

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MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Polirol

U IN PRINCIPIO LA MATERIA PRIMA di Valeria De Meo

Per un buon prodotto sono necessarie scelte determinate a monte. Una teoria che non ha tradito la Polirol, e che l’ha tenuta lontana dalla crisi

Francesco Miotti, Aldo e Paolo Sartore sono gli amministratori della Polirol spa con sede a Galliera Veneta (PD) www.polirol.it

n’azienda può distinguersi non solo per il tipo di produzione, ma anche per l’attenzione che pone all’impatto ambientale. La Polirol ad esempio utilizzerà un impianto fotovoltaico che produce una quantità di energia pari al consumo annuale di 70 famiglie medie, con un notevole abbattimento di emissioni di CO2. La veloce evoluzione del mercato impone la necessità di reagire e migliorare continuamente l’efficacia aziendale. La società di Galliera Veneta, dal lontano 1951, è impegnata nella realizzazione di carta in rotoli per chioschi multimediali, per parcometri con numerazioni progressive, per bancomat con stampe di alta qualità, per registratori di cassa, per telefax. E di recente, anche etichette adesive per applicazioni speciali. Il team è giovane e dinamico, composto da venti dipendenti e tre amministratori delegati, il dottor Francesco Miotti, addetto alle vendite, Aldo Sartore, responsabile di produzione, e Paolo Sartore, incaricato acquisti e portavoce aziendale. Quali sono i punti di forza della produzione Polirol? «Da sempre prestiamo particolare attenzione alle scelte delle materie prime, sempre garantite, anche se a volte più costose. Ma per un buon prodotto sono necessarie scelte determinate, insieme alle capacità ingegneristiche dello staff e dei partner esterni. Una cura particolare viene poi riposta nell’allestimento dell’imballaggio dei rotoli e della loro spedizione, per completare ad hoc il servizio richiesto dal committente».


A quali mercati vi rivolgete? «Siamo presenti sia sul mercato italiano e per un 15% su quello estero. È per difenderci dalla concorrenza straniera che cerchiamo di essere attivi su piazza italiana. Produciamo rotoli di carta per registratori di cassa che, secondo le disposizioni legislative in vigore, presentano una specifica codificazione stampata sul retro. La carta di primo utilizzo deve essere omologata, approvata da un ente certificatore e risultare idonea all’uso per il determinato apparecchio alla quale è destinata». Quali rischi corrono i protagonisti della grande distribuzione come la Polirol? «Il problema fondamentale risiede nel fatto che, nonostante le disposizioni vigenti poste a regolare e proteggere le leggi di mercato, un segmento di concorrenza è in grado di distribuire carta in rotoli fuori norma, quindi più economici e competitivi. Il dramma è che nessuno contesta questo modo di fare affari ad armi impari. Se esistesse maggiore coscienza ed etica nel lavoro e nel mondo del business in genere, forse allora le aziende che rispettano le regole verrebbero premiate senza il rischio di sopraffazione da parte dei competitor meno

ligi alle norme». Alla luce del periodo difficile che l’economia ha attraversato, come ha reagito la Polirol? «Per il tipo di mercato al quale ci rivolgiamo, i margini di crescita sono sempre piuttosto ridotti e non superano il al 6-7% l’anno. Ma, proprio il 2009, periodo di maggior crisi per tutto il panorama aziendale e di incremento dei prezzi della materia prima che costituisce l’80% dei nostri prodotti, per la Polirol è stato un anno eccezionale. Abbiamo registrato un’impennata del 13%». Questo 2010 da cosa è stato caratterizzato, invece? «Il 2010 purtroppo, non potrà concludersi con la straordinaria ascesa dei livelli di fatturato come nel 2009, in parte a causa di un certo tipo di concorrenza. Non per fare polemica e ritornare all’etica sul lavoro, ma non mancano quei produttori che si distinguono per operazioni non proprio corrette, forse perché spaventati dalla mancanza di ordini, da un rallentamento nell’economia e nei consumi. L’unica arma che utilizzano è il ribasso dei prezzi provocando, però, perdite di clienti e di mercato».

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RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Alfio Bernini

PROSPETTIVE NEL SETTORE DELLA CARTOTECNICA

di Eugenia Campo di Costa

Investimenti tecnologici e una nuova sede. La Litocartotecnica Ival chiude l’anno con soddisfazione e lancia nuove sfide

lfio Bernini fondò la Litocartotecnica Ival nel 1954. Inizialmente era una piccola tipografia situata nel centro di Mantova. Produceva scatole per scarpe e camiceria per importanti aziende del mantovano operanti nel settore dell’abbigliamento, ma anche per aziende più piccole. Dopo cinquantasei anni, la Litocartotecnica Ival è oggi un’azienda affermata che sorge a Curtatone e impegna un organico di oltre cento persone. Produce astucci e cluster litografati in cartoncino teso, inserti per calze in carta bipatinata e scatole, sempre litografate, in materiale plastico come PET, PPL e PVC. «Annoveriamo tra i nostri clienti grandi aziende dei settori alimentare, chimico e tessile – afferma Alfio Bernini, tuttora alla guida dell’impresa insieme alla famiglia – e abbiamo tenuto bene il mercato anche in questi ultimi anni, nonostante la recessione». Come siete riusciti a mantenervi stabili in tempi crisi economica? «Lavoriamo soprattutto per il settore alimentare, un mercato primario che difficilmente può andare in crisi dato che i consumi alimentari non si possono contrarre eccessivamente. Parte del nostro lavoro si rivolge dunque alle maggiori aziende alimentari italiane, di cui siamo i principali fornitori di confezioni per la pasta secca e all’uovo, per i dadi da brodo, per i cereali da co-

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In apertura, dall’alto macchina da stampa, macchina da fustellatura e macchina piegaincolla con sistema automatico di palletizzazione. Qui sopra, Alfio Bernini, a sinistra, con la sua famiglia www.ival.it

lazione, per il dolciario, nonché di cluster per i vasetti per le salse. Forniamo le nostre scatole anche a diverse riserie del mantovano e di altre province e soprattutto all’azienda leader in Italia nella produzione di pizze surgelate, che ha sede nel mantovano». A quali altri settori fornite i vostri prodotti? «Un altro ramo per noi molto importante, che si trova sempre nella grande distribuzione, è quello chimico: siamo fornitori storici di un’azienda ita-

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MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Alfio Bernini

«Stiamo ultimando il progetto di unire i due stabilimenti di Curtatone in un’unica sede, sempre nello stesso comune, in modo da ottimizzare la produzione» leader nella produzione di profumatori  liana d’ambiente, spirali, piastrine e fornelletti antizanzare, antitarme. Un altro comparto molto importante per la Ival è quello tessile, in particolare l’ambito delle calze, per il quale produciamo cavallotti, inserti, contenitori. Anche in questo settore abbiamo un rapporto di lavoro ormai storico con uno dei gruppi più importanti nella produzione di calze». Siete riusciti a mantenere un fatturato stabile negli ultimi anni? «Anche se abbiamo lavorato un po’ di più degli anni scorsi e abbiamo oltre tutto assunto nuovo personale, mantenendo di fatto inalterata l’occupazione senza nessun fermo produttivo, il fatturato è rimasto stabile. Il nostro principale problema è la concorrenza. In Italia la cartotecnica è un settore molto difficile perché esiste una Il rendering della forte concorrenza che ci ha portato, visto il penuova sede della riodo, a una continua contrazione dei prezzi: Ival a Curtatone ecco perché abbiamo mantenuto un fatturato stabile anche se la produzione è aumentata. Una volta superata la crisi, l’obiettivo è di trovare nuovi sbocchi in altri mercati, anche in settori diversi da quelli per cui già lavoriamo, ma pur sempre nell’ambito dei beni di largo consumo». Quanto conta l’investimento in risorse tecnologiche nel vostro settore? «Naturalmente è fondamentale. Abbiamo sem132

pre investito molto nella tecnologia, e continueremo a farlo. In base alla mia esperienza e anche ai risultati di studi effettuati dall’università Bocconi di Milano, su iniziativa della nostra associazione di categoria, è emerso che la cartotecnica è una realtà industriale molto particolare in cui è essenziale investire in tecnologie per mantenersi competitivi sul mercato. Recentemente abbiamo acquistato una macchina fustellatrice del valore di oltre 2 milioni di euro, un investimento non da poco, dato che finora di macchine simili ne sono state installate non più di dieci in tutto il mondo e considerando che negli ultimi cinque anni ne abbiamo acquistate altre due di simile valore per il reparto stampa e fustella». Quali dunque le prospettive di Ival? «Un altro obiettivo è quello di continuare a creare vere e proprie partnership con i nostri clienti, per questo negli ultimi anni abbiamo implementato la Uni En Iso 9001:2008 e la Uni En Iso 14001:2004 e, per il settore alimentare, la Uni En 15593:2008. Inoltre, stiamo ultimando il progetto di unire i due stabilimenti di Curtatone in un’unica sede, sempre nello stesso comune, in modo da ottimizzare la produzione. I lavori stanno procedendo e la nuova sede coprirà un’area di 15mila metri quadrati, tra zone produttive e servizi».


MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Silvia Novali

MECCANICA SOFISTICATA

Forgiata sulla tradizione industriale della produzione armiera, la Mec-Nova si rinnova e segna il passo nella meccanica di precisione

di Paola Maruzzi

on è un mistero che in Italia alcuni paesaggi e immaginari industriali siano inevitabilmente connessi a determinati luoghi. In tal senso la provincia di Brescia è tradizionalmente legata alla produzione armiera. È una storia che si perde nella notte dei tempi, un percorso “proto imprenditoriale” inaugurato in tempi non sospetti dal colosso Fabbrica d’Armi Beretta sin dal 1526 e che, da un cambiamento tecnologico all’altro, oggi produce un indotto notevole per la Val Trompia. Sulla Mec-Nova, capitanata dalla famiglia Novali, si riflette appunto questo antico splendore. Un sguardo ai numeri per capirne la portata: sono 4 milioni le parti per armi sportive che nel 2009 hanno visto la luce. Si tratta, quindi, di un mercato di nicchia ma

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La Mec-Nova si trova a Gardone Val Trompia (Bs) www.mecnova.it

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che è in grado di squadernare risultati sorprendenti. Spiega Silvia Novali: «Grazie a un’esperienza consolidata, iniziata nel 1971, grazie all’imprinting di Aldo e Virginio Novali, oggi siamo fornitori dei principali produttori di fucili da caccia e da tiro per quanto riguarda il primo impiego. Inoltre forniamo componenti per fucili semiautomatici e sovrapposti, carabine e carabine ad aria compressa». E questo è solo un piccolo assaggio della subfornitura marchiata Mec-Nova. «Nonostante gli strascichi della crisi, i ritmi lavorativi sono ancora a pieno regime. Produrre componentistica in serie su richiesta e disegno del committente significa snellire i processi, ridurre i tempi di consegna, alzare il livello delle prestazioni. In definitiva, investire nell’innovazione. Nel settore dei torni a controllo siamo sempre stati i primi a cogliere le novità tecnologiche. E oggi viviamo di questi investimenti, senza mai mollare la presa. Infatti abbiamo da poco innovato un reparto di fresatura su centri di lavoro Cnc». Ma il settore delle armi sportive non è tutto. Il team specializzato nella torneria meccanica Mec-Nova, composto da una quarantina di persone, non è affatto monosettoriale. Qui si producono, infatti, componenti per il comparto della ciclistica, dell’oleodinamica, della pneumatica, dell’idraulica, del meccano-tessile e dell’automotive. «Lavoriamo su due turni – spiega ancora Silvia Novali – tornitura a controllo numerico, lavorazioni di ripresa, fresatura su centri di lavoro Cnc e rettifiche senza centri». In sostanza vengono toccate tutte le corde della meccanica di precisione.


MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Mirko Savardi

DETTAGLI INNOVATIVI di Valeria De Meo

Precisione nella progettazione e minuzie ingegneristiche. Così la componentistica Savar Brass tiene testa alle grandi richieste

a storia imprenditoriale di Mirko Savardi, alla guida della Savar Brass, contribuisce a spiazzare un luogo comune: l’universo della produzione per conto terzi non è solamente funzionale alle committenze. Pur assecondando le richieste, vive di vita propria e non è mai statico. È un anello intermedio, ma fondamentale per mettere in moto ingranaggi più grandi e complessi. Bisogna quindi scendere su piccola scala, in questo caso nel mondo dei collettori e dei kit per impiantistica, per mettere a fuoco la capacità innovativa dell’industria tout court. Una spinta che prende fiato anche grazie alla particolarità anagrafica dell’azienda: nata sull’esperienza trentennale nel campo della componentistica, oggi conta su un “trittico” dirigenziale giovanissimo: Mirko, Emiliano e Fabiola Savardi. La nuova generazione ha così rivisitato la storica azienda di famiglia, fondata dal padre Lino. Come si riesce a essere competitivi in un settore come il vostro? «Proponendo prodotti di qualità a un costo accessibile, quindi ottimizzando il ciclo produttivo, tenendosi al passo con macchinari Mirko Savardi, titolare della Savar Brass all’avanguardia e puntando sul personale alta- www.savar.it

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mente qualificato. Il segreto è la flessibilità, quindi la capacità di andare incontro ai committenti fornendo un servizio completo se si tratta di piccole quantità». In cosa si differenzia la vostra proposta? «Partendo dalla progettazione sino alla realizzazione del prodotto, riusciamo a fornire un servizio importante e completo. Progettiamo l’articolo grazie a diversi software di disegno Mcad 3D e realizziamo campionature con stampanti 3D per prototipazione rapida. Seguiamo la produzione del prodotto, dallo stampaggio a caldo alla lavorazione, su macchine transfer e centri di lavoro Cnc. Controlliamo ogni singolo pezzo con macchine dedicate per il collaudo. Realizziamo il packaging personalizzato grazie a un sistema di insacchettamento, che permette di avere buste con immagini, scritte e codici a barre, senza costi aggiuntivi o quantitativi minimi». Come mettete in pratica la tanto osannata innovazione? «Si parla spesso di energie rinnovabili. Infatti abbiamo recentemente lanciato una linea di prodotti destinati a impianti di riscaldamento e raffrescamento a pavimento, geotermico e so-

lare. Siamo riusciti a mettere sul mercato un prodotto innovativo, completo e molto competitivo, senza rinunciare a qualità o funzionalità importanti. Il riscaldamento a pavimento è in assoluto il sistema termico più semplice. Ma bisogna eseguirlo a regola d’arte. Per questo, per la realizzazione dei collettori e dei gruppi di miscelazione, non abbiamo accettato compromessi: ci affidiamo solo a componenti di alta qualità e funzionalità. E, seguendo il lavoro degli installatori in cantiere, riusciamo a capirne le necessità, farne tesoro e riutilizzarle durante la progettazione di nuovi prodotti». Qual è il cambiamento più importante che ha investito la vostra azienda? «Abbiamo investito soprattutto sull’aggiornamento del parco macchine, affiancando transfer a centri di lavoro a controllo numerico, per venire incontro alle nuove esigenze di mercato. La spinta al cambiamento ci tiene costantemente impegnati e ci permette di fornire sempre e comunque la migliore qualità ai committenti. La piccola serie, di cui oggi quasi nessuno vuole occuparsi, non ci paventa affatto. Anzi, ne abbiamo fatto un vanto e un punto di forza. Ecco perché non temiamo la competizione».

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IL TRASPORTO MERCI ALLA PROVA DEI FATTI

di Filippo Belli

Cambiano le prerogative e gli obiettivi del trasporto merci su rotaia. A parlarne è Elvi D’Angela, al vertice della società Logyca


RAGIONLIBERA|MODELLI D’IMPRESA Elvi D’Angela

Elvi D’Angela, amministratore delegato della società Logyca

tanto lucido quanto controcorrente Elvi D’Angela, amministratore delegato di Logyca, società impegnata nello sviluppo di tecnologie e versatilità per le attività di emancipazione dei sistemi su rotaia. Dalla progettazione di strutture ferroviarie alla consulenza e gestione di scali e manovre. Un core business che tocca tutte le attività collaterali connesse al trasporto merci su rotaia. Logyca è un attore strategico per lo sviluppo e il supporto logistico della nostra economia. «Perché l’Italia – come ricorda D’Angela – è un paese fortemente industriale, e come tale necessita di una rete di trasporto merci efficiente, avanzata e commisurata alle necessità del mercato». Ma non è certamente semplice, per una realtà come questa, operare su un territorio che, a differenza di buona parte del continente europeo, pare stia disincentivando l’utilizzo dei canali ferroviari rivolto al mondo dell’industria. Si punta, in Italia, quasi esclusivamente al trasporto passeggeri, ma a che pro? «A differenza di quanto pensano in molti, le infrastrutture ci sono, è la politica, la normativa, che deve sostenere il settore». Un sostegno, certamente, arriva anche dalle iniziative private, tra cui quelle del gruppo rappresentato da D’Angela. «Il

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nostro ultimo anno ha registrato un fatturato sensibilmente superiore al 2009 – spiega l’Ad di Logyca – e, nonostante la crisi in atto, per il 2011 dovremmo addirittura raddoppiarlo». Come farete a raggiungere un simile risultato? «Abbiamo molti progetti in serbo, a partire dalla cosiddetta “autostrada viaggiante” per conto di un’importante impresa ferroviaria». Di cosa si tratta? «Parliamo della gestione di 10 treni giornalieri diretti verso la Germania. Questo lavoro sarà centrale per la nostra attività nel corso del 2011. Tale “autostrada viaggiante” è composta da 20 vagoni ultrabassi su cui vengono caricati i camion, compresi di motrice. In pratica i trasportatori caricano il proprio mezzo, scendono, e proseguono il viaggio a bordo di una comoda carrozza passeggeri. Noi ci occuperemo dell’attività di manovra». Lei ha dichiarato che Logyca agisce con una “mentalità di servizio”. «Si tratta di un concetto molto semplice sulla carta, ma alquanto complesso da applicare sul territorio italiano. La nostra è, certamente, un’attività di servizio. Siamo una realtà il cui scopo è quello di ottimizzare i costi facendo in modo che il trasporto

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resti comunque competitivo e appeti merci bile per l’industria. Certo è che in Italia

UN SISTEMA DA RIORGANIZZARE Le attività svolte dalla Logyca Srl vanno dallo studio e sviluppo dei trasporti e delle infrastrutture di un singolo raccordo, alla proposta dei servizi logistici integrati con il sistema ferroviario. La società opera in sinergia, ma in assoluta autonomia, con le varie società tecniche delle ferrovie e con le imprese ferroviarie. «Ogni stabilimento industriale detiene peculiari problematiche di impianto che noi esaminiamo e riproponiamo con i correttivi, i potenziamenti e gli adeguamenti inerenti al caso specifico» spiega Elvi D’Angela, Ad della società. Secondo quest’ultimo è chiaro su cosa dovrà orientarsi il futuro del comparto. «I terminal e i raccordi sono, assieme al trasporto combinato, il futuro del trasporto ferroviario. Occorre produrre una politica di reale riduzione dei costi del servizio del trasporto merci, perseguendo la strada della riorganizzazione del sistema in un’ottica di trasparenza. Rendendolo appetibile per gli operatori». www.logyca.it

l’impresa ferroviaria di bandiera ci rema un po’ contro. Il costo di un servizio, relativamente al nostro frangente di attività, se eseguito da Trenitalia o direttamente da Ferrovie dello Stato è molto più alto rispetto a quelli che una realtà privata come la nostra può offrire. Ciò perché le grandi strutture ragionano diversamente rispetto a noi, puntando tutto su altre tipologie di committenze, come il trasporto passeggeri. Noi, invece, miriamo a offrire dei pacchetti, se posso dire, “chiavi in mano” alle industrie. A queste conviene ottenere un servizio completo spendendo il meno possibile. Su simili presupposti dovrebbe evolversi l’infrastruttura ferroviaria italiana, ma ciò non sta accadendo». L’Europa, invece, si comporta diversamente? «La nuova Europa ha ridisegnato gli assetti ferroviari continentali impostati sulla liberalizzazione della rotaia. Questo avviene nell’ottica di una competizione non più assistita e mediante una ristrutturazione non solo operativa, ma anche infrastrutturale. In questa nuova fase i vari Corridoi Multimodali rappresentano una svolta, oltre che un potenziamento, del trasporto sia passeggeri che


RAGIONLIBERA|MODELLI D’IMPRESA Elvi D’Angela

«Il treno risulta essere competitivo anche in relazione alle piccole distanze, specialmente in presenza di grandi masse di merci da movimentare»

merci di tutto il vecchio continente». Dunque anche il vostro operato si orienterà tenendo conto di questo quadro continentale? «Logyca si propone, operativamente, in chiave europea. Un trasporto su rotaia “porta a porta” nelle sue varie forme e sinergie operative. A tal proposito abbiamo istituito uffici tecnici periferici nel Nord-Est, a Udine, in Piemonte e in Toscana. Stiamo inoltre trattando con alcune società ubicate nell’Ue e disponibili oggi sul mercato per l’ampliamento dello stesso anche verso i paesi non comunitari». Soprattutto su quali presupposti si orienterà il futuro del vostro comparto? «Il trasporto merci su rotaia è atteso alla prova dei fatti. La privatizzazione è certamente un fenomeno utile nel favorire competitività ed efficienza. Il trasporto merci su rotaia, in particolare, dovrà soddisfare le esigenze produttive delle aziende raccordate. Purtroppo devo notare che i gestori nazionali, a partire da Rfi, impongono contratti di esercizio a mio parere non convenienti, con canoni altissimi. Sta avvenendo una sorta di selezione fisiologica sulla rete nazionale. Un fenomeno non adeguato per un paese industrializzato come l’Italia. I vertici di Rfi vogliono snellire la linea e concentrare il trasporto merci su circa 50 scali.

Ma questa è una rivoluzione che non aiuterà certamente le nostre industrie, che si vedranno ridurre gli scali e i supporti logistici, oggi fondamentali visto il mercato globale su cui operano». In tutto questo come si dovrebbe inserire la convivenza con gli altri sistemi di trasporto, a partire da quelli su gomma? «Dovrà avvenire un interscambio strada-rotaia passando dal tutto gomma a sistemi misti. Tenendo in considerazione voci quali i costi e l’impatto ambientale. Ora, tra l’altro, cambiano le carte in tavola anche perché, e questo è stato dimostrato, il treno risulta essere competitivo anche in relazione alle piccole distanze, specialmente in presenza di grandi masse di merci da movimentare». Logyca si avvale di proprie locomotive? «Certamente. Abbiamo le nostre locomotive di trazione-manovra, nonché attrezzature per la costruzione e la manutenzione di raccordi ferroviari privati. Ma il nostro valore più grande sono le risorse umane. Il nostro personale possiede un Know How costruitosi in oltre vent’anni di esperienza nel settore. Uno staff che ha contribuito alla realizzazione di importanti impianti e attività ferroviarie sia in Italia, sia nel resto d’Europa».

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SODDISFARE LE ESIGENZE DI RIEQUILIBRIO TERRITORIALE di Simona Cantelmi

n’azione congiunta di tutti i soggetti per uno sviluppo armonico e integrato delle province laziali. All’interno della regione esistono ben venticinquemila unità produttive, con una concentrazione principalmente su Roma, che vanta il 77% dell’intera occupazione regionale. È necessario, quindi, rendere omogeneo il territorio, valorizzando le eccellenze produttive di ciascuna provincia, riducendo il gap fra le zone più sviluppate e quelle più deboli, individuando in queste ultime le tipicità, per poi potenziarle. È il primo punto su cui deve confrontarsi la nuova presidenza regionale. Punti cruciali: infrastrutture e sanità. Risolvere tali questioni è l’unico modo per dare il via a un processo costante di crescita e sviluppo dell’intera regione, come sostiene il presidente di Confindustria Lazio Maurizio Stirpe. Quali sono le questioni più urgenti che proporrete alla neoeletta presidente della Regione Lazio? «Avevamo posto alcune questioni importanti già nell’incontro avvenuto il 19 febbraio scorso. Quelle improrogabili riguardano il risanamento del deficit sanitario e il riequilibrio territoriale tra Roma e le altre province del Lazio. Ritengo che solamente attraverso il superamento di queste due emergenze potremmo avviare un’epoca di sviluppo e di prosperità per la nostra regione». In modo particolare, cosa fare per la questione sanitaria? «C’è bisogno di un piano che sappia innanzi-

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Nel Lazio non c’è solo Roma. Bisogna sostenere le altre province facendo sì che ogni area sia opportunamente valorizzata. Ne parla Maurizio Stirpe, presidente di Confindustria Lazio


RAGION LIBERA|LE IMPRESE LAZIALI Maurizio Stirpe

Il presidente di Confindustria Lazio Maurizio Stirpe; in basso, l’aeroporto di Fiumicino

tutto preservare le eccellenze qualitative che ci sono nell’ambito del nostro territorio. A mio avviso si deve procedere col taglio e la chiusura delle strutture meno efficienti e premiare quelle con elevati livelli di qualità e funzionalità. C’è bisogno di una forte politica selettiva, che sappia integrare nel modo migliore il pubblico e il privato e anche di un’effettiva lotta agli sprechi. Ritengo che solamente attraverso queste linee d’intervento si possa abbattere il deficit sanitario della regione». Lei ha parlato della necessità di procedere nella direzione del riequilibrio territoriale. In che modo si può fare ciò? «In primo luogo bisogna concertare l’aspetto istituzionale in modo da servire sia le esigenze di Roma sia quelle delle altre province del Lazio. Bisogna dare una risposta rapida sul piano dell’attivazione di un efficace raccordo tra le varie istituzioni del territorio. Il concetto di città-regione è quello che più si addice al soddisfacimento di questi bisogni. Poi occorre un nuovo piano di sviluppo, un business plan che sappia tener conto delle vocazioni dei territori, in modo tale da procedere a uno sviluppo integrato ed equilibrato». Quali sono queste vocazioni? «Faccio un esempio: se nella provincia di Frosinone bisogna incrementare il manifatturiero, ritengo che allora la politica debba concentrare


«C’è bisogno di un piano che sappia innanzitutto preservare le eccellenze qualitative sanitarie che ci sono nell’ambito del nostro territorio» dello sviluppo manifatturiero re l’attenzione gionale su questo polo. Potrei dire la stessa cosa per quanto riguarda l’agricoltura a Latina. Rieti e Viterbo sono ricche di arte e cultura, quindi occorre favorire i collegamenti, potenziando le vie di comunicazione, in modo da facilitare l’accesso ai turisti. Si tratta, quindi, di collegare a rete il nostro territorio, realizzando poi reti tra i capoluoghi di provincia e tra questi e Roma, in modo tale da avere uno sviluppo armonico ed equilibrato di tutto il patrimonio regionale». Qual è la situazione del sistema infrastrutturale? «Ritengo che sia un’altra emergenza di cui la nuova giunta regionale dovrà occuparsi. È ne-


RAGION LIBERA|LE IMPRESE LAZIALI Maurizio Stirpe

cessario realizzare una grande infrastruttura in ogni provincia, magari scegliendo un progetto tra quelli programmati cinquanta o sessanta anni fa e mai concretizzati». Un aspetto importante è il potenziamento del sistema di vie di comunicazione: si parla ad esempio del raddoppio di Fiumicino. Come procede questo progetto e quali sono le necessità in questo senso? «Il raddoppio dell’aeroporto di Fiumicino è una condizione indispensabile per lo sviluppo della regione e soprattutto per soddisfare le esigenze di Roma, che deve attrarre una domanda turistica sempre in costante ascesa. Questo progetto è già stato lanciato dal presidente Regina durante l’assemblea dell’Uir del novembre scorso. Penso che su questo progetto andranno a catalizzarsi le risorse sia pubbliche sia private e ritengo sia uno di quei progetti in cui la sinergia tra pubblico e privato possa fare la differenza». Secondo dati da voi diffusi, si registra nella regione un aumento del ricorso alla cassa integrazione, anche se tale crescita è minore ri-

A sinistra, il Policlinico Universitario Agostino Gemelli di Roma; in alto, l’aeroporto di Fiumicino

spetto a quella nazionale. Come si può agire per trovare un rimedio al fenomeno? «Sono i rimedi che il nostro Paese per forza dovrà seguire, cioè l’innovazione, la ricerca e l’incremento dell’internazionalizzazione, perché solamente attraverso questi tre fattori potremo ricreare quelle condizioni di sviluppo indispensabili al fine della riduzione della disoccupazione e dell���aumento del numero di occupati. Serve l’impegno di tutti i soggetti e l’impiego di importanti risorse». Qual è il punto sul progetto di energia solare che avevate delineato l’anno scorso con Enea? «Purtroppo questo progetto ha dovuto soggiacere all’apnea istituzionale che abbiamo avuto negli ultimi otto mesi in regione. Mi sono ripromesso di proporlo con forza alla presidente Polverini non appena saremo nella condizione di poterlo discutere. Il protocollo d’intesa è in piedi ed è in funzione, bisogna studiare adesso con la Regione Lazio i meccanismi operativi».

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SERVE UN CLIMA DI FIDUCIA TRA STATO E CITTADINO di Leonardo Testi

Un fisco equo e sostenibile con l’obiettivo di «ottenere un Paese migliore». Lo afferma Claudio Siciliotti, presidente dell’Ordine dei commercialisti e degli esperti contabili

ono quattro le proposte di legge presentate dai commercialisti: innanzitutto inserire in Costituzione lo statuto del contribuente e poi la certificazione degli asset di un’azienda da parte di commercialisti iscritti in un apposito elenco della Camera di Commercio, per un rapporto fiduciario migliore tra banche e Pmi. Le altre proposte riguardano la liberazione dai debiti delle micro realtà economiche e le società per i professionisti. «I riscontri che abbiamo avuto sono stati tutti positivi – commenta Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei dottori commercialisti ed esperti contabili – ci è stata riconosciuta da tutti una capacità propositiva

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unica nel panorama delle categorie professionali». Certo, come ricorda Siciliotti, l’attuale contesto di instabilità politica non aiuta a fare in modo che questi progetti possano in tempi rapidi convertirsi in provvedimenti concreti. «Noi comunque faremo tutto quanto nelle nostre possibilità per non far calare l’attenzione sulle nostre proposte». La semplificazione sembra essere la parola chiave della nuova riforma fiscale. Da quali temi non si potrà in alcun modo prescindere? «La semplificazione è sicuramente una direttrice di riforma importante e posso assicurare che i primi a desiderare ardentemente un si-


RAGION LIBERA|RIFORMA FISCALE Claudio Siciliotti

stema fiscale più semplice sono coloro che, come i commercialisti italiani, si scontrano ogni giorno con le farraginosità talvolta ottuse del nostro sistema fiscale. Chi pensa che su quelle complicazioni categorie come la nostra fondino le proprie fortune, davvero non capisce nulla. Per quanto semplice, un sistema fiscale evoluto mantiene sempre un livello minimo di complessità che rende necessaria e utile al paese e ai cittadini la figura di un esperto fiscale. È la complessità inutile ed evitabile che ammazza il sistema e, in primis, chi se ne occupa in modo professionale. Ciò detto, ritengo che nel quadro attuale ci siano alcune direttrici d’azione ancora più importanti di quelle di semplificazione». Ad esempio? «Il nostro è un fisco iniquo che premia chi possiede e penalizza chi produce e che, attraverso imposte genuinamente demenziali come l’Irap premia chi esternalizza e delocalizza rispetto a chi garantisce occupazione e posti di lavoro. Il punto centrale oggi è il lavoro e la produzione: quella deve essere anche la principale direttrice della riforma fiscale». Lei ha usato il significativo slogan “un fisco leggero con sanzioni pesanti” per chiarire l’idea di fisco che vorrebbe. Come sarà possibile raggiungere questi obiettivi? «Creando un clima di fiducia tra cittadino e Stato, prima che tra contribuente ed Erario. In un Paese in cui i cittadini non credono davvero che chi li rappresenta si preoccupa dei loro problemi prima che dei propri, è assai difficile che la naturale propensione egoistica che fa da sfondo all’evasione fiscale, possa ridursi anziché esplodere ulteriormente. Mi lascia sempre stupefatto vedere i due pesi e le due misure con cui viene trattata l’evasione fiscale, da un lato, e una serie di altri riprovevoli comportamenti

Claudio Siciliotti, presidente del Consiglio nazionale dei commercialisti e degli esperti contabili

dall’altro. Metterla anche sul piano etico, quando addirittura non su quello religioso, ci può anche stare per quanto mi riguarda, ma perché allora su tutta una serie di altri comportamenti si ritiene di dover escludere l’etica dal novero dei parametri di giudizio? Quello fiscale, lo ribadisco, è solo una sfaccettatura patrimoniale del ben più ampio e pregnante rapporto che lega un cittadino al suo Paese». Si sta aprendo in Italia una nuova stagione del rapporto tra contribuenti e fisco? In quale direzione si posiziona la vostra proposta di elevare a rango costituzionale lo Statuto del contribuente? «Nel senso di creare un minimo comune denominatore di regole che non siano soltanto condivise, ma anche certe e inderogabili. In questi anni, lo Statuto del contribuente è stato derogato talmente tante volte, a danno del cittadino, per mere esigenze di cassa, da contribuire quasi di più ad accrescere nei cittadini l’indignazione e la consapevolezza dell’essere

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RIFORMA FISCALE|RAGION LIBERA Claudio Siciliotti

trattati come sudditi, piuttosto che la  spesso soddisfazione di vivere in uno Stato di diritto.

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Elevando a norma di rango costituzionale i principi dello Statuto si ovvierebbe a questo drammatico inconveniente e si lancerebbe un chiaro segnale nel senso della creazione di quel clima di fiducia di cui abbiamo fatto cenno prima». Federalismo fiscale e lotta all’evasione fiscale. Leve fondamentali per il futuro del Paese. Quali le criticità ancora da affrontare? «Per quanto riguarda il federalismo fiscale, ci sembra che sia troppo sbilanciata l’attenzione verso l’autonomia impositiva, ossia la possibilità per regioni ed enti locali di introdurre tributi propri. Molto più rilevante è, invece, l’autonomia finanziaria, ossia la diretta titolarità del gettito di tributi che, per il resto, possono anche rimanere concepiti a livello centrale, evitando tra l’altro in questo modo una vera e propria proliferazione di leggi di imposta che potrebbe portare a una “Babele fiscale” ingestibile. Per quanto riguarda la lotta all’evasione, le criticità sono due. La prima: gli obiettivi di recupero sono talmente elevati da rendere altrettanto elevato il rischio che l’amministrazione finanziaria possa esasperare le situazioni di conflitto anche in situazioni dove la pretesa erariale è tutt’altro che certa. Questo

rischio esiste tanto più perché i nuovi mezzi messi a disposizione, dal redditometro che sembrerebbe venire trasformato in una sorta di studi di settore per famiglie, agli accertamenti direttamente esecutivi per la riscossione, sbilanciano non poco a favore del fisco il rapporto con il contribuente». Mentre la seconda criticità? «Se davvero vogliamo dare un senso al motto “pagare tutti per pagare meno” bisognerebbe allora cominciare a utilizzare almeno parte delle somme recuperate dall’evasione ai fini della riduzione delle imposte a chi già le paga. E, nonostante gli slogan, questo continua a non avvenire, quale che sia la maggioranza di turno al governo». Si può parlare sempre più di un’evoluzione del ruolo dei commercialisti da fiscalisti a consulenti strategici delle aziende? «In verità noi non siamo mai stati dei meri fiscalisti e siamo da sempre il principale consulente strategico delle aziende, grazie alla nostra formazione multidisciplinare. L’avvocato segue una causa, il notaio segue un atto, il consulente del lavoro segue le paghe e le questioni concernenti la gestione del personale, ma chi da sempre segue l’azienda a 360 gradi è il commercialista. Anche per la consulenza fiscale, ovviamente, ma di certo non solo».


ESPORTAZIONI IN RECUPERO MA LA CONCORRENZA AUMENTA di Riccardo Casini

Enrico Giovannini, presidente dell’Istat, vede nella ripresa delle economie europee il fattore alla base della crescita del commercio estero

a una parte il calo della produzione industriale (-0,1% a ottobre nei confronti del mese precedente), dall’altra l’aumento delle esportazioni (+17,6% a ottobre rispetto a un anno prima). È uno scenario a due volti quello disegnato dagli ultimi rilevamenti Istat: l’ultimo rapporto sul commercio estero, in particolare, registra incrementi più sostenuti sul mercato extracomunitario (+21,9%) rispetto a quello interno all’Unione europea (+14,5%), con

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le importazioni che mostrano un incremento ancora superiore (22,5%). A ottobre il disavanzo commerciale risultava quindi pari a 2 miliardi di euro, un valore più che triplo rispetto allo stesso mese dell’anno precedente. Secondo Enrico Giovannini, presidente Istat, «nel corso della crisi le esportazioni hanno subito un calo eccezionalmente ampio, nell’ordine del 34% tra l’aprile 2008 e l’agosto 2009, al netto dei fattori stagionali. Successivamente le esportazioni verso i mer-


RAGION LIBERA|EXPORT Enrico Giovannini

cati extra Ue hanno mostrato un dinamismo maggiore. Il risultato intra-Ue di settembre è stato influenzato dall’esportazione di una nave da crociera verso il Regno Unito. D’altro canto, la ripresa delle economie europee, pur se iniziata con ritardo, è di particolare rilievo per il nostro Paese, considerando che il mercato comunitario assorbe poco meno del 60% delle nostre esportazioni». Quali sono i mercati più ricettivi nei confronti dei prodotti italiani? «I due principali mercati di sbocco sono la Germania e la Francia, con quote rispettivamente pari al 12,7 e all’11,6% del nostro export totale di beni. Seguono a grande distanza, con quote del 5-6%, gli Stati Uniti, la Spagna e l’aggregato dei Paesi Opec. In termini di dinamismo, si segnalano, invece, i mercati emergenti di Turchia, Cina e America Latina, sui quali nei primi nove mesi dell’anno le esportazioni italiane hanno segnato progressi compresi tra il 30 e il 50%». Quale situazione è lecito ipotizzare per il 2011? La crescita dell'export troverà continuità? «L’andamento attuale delle esportazioni è particolarmente vivace, ma le previsioni del Fmi dell’ottobre scorso indicano una tendenza alla moderazione dei ritmi degli scambi internazionali per il 2011. Ricordo, d’altro canto, che il dinamismo attuale dell’export corrisponde a una fase di recupero, non di vera e propria espansione: il valore di settembre, infatti, è simile a quello dell’ottobre del 2006 e di oltre il 15% inferiore rispetto al massimo raggiunto nella primavera 2008». Quali sono i settori produttivi che trainano le esportazioni?

Sopra, Enrico Giovannini, presidente dell’Istat

«Nel corso dei primi nove mesi dell’anno, i maggiori contributi alla crescita delle esportazioni in valore sono venuti dai settori della metallurgia e dei prodotti in metallo (+19,3%) e della raffinazione petrolifera (+56,6%), grazie anche al recupero dei corsi dell’energia, dal settore chimico (+28,2%) e da quello dei mezzi di trasporto (+16,5%). Positiva, ma meno brillante, è stata invece la performance nei due poli di specializzazione per eccellenza, rappresentati dall’industria dei beni capitali e dalla filiera del tessile-abbigliamento-calzature». Quali sono invece le regioni più dinamiche? «Nella prima parte dell’anno si segnalano quelle insulari (+49,2%), dove l’export è stato trainato dalle produzioni energetiche, seguite da Puglia, Lazio, Trentino, Campania e Abruzzo,

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RAGION LIBERA|EXPORT Enrico Giovannini

variazioni prossime o superiori al 20% su  con base annua. Nel commentare le dinamiche ter-

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ritoriali, va però considerato che oltre il 60% delle esportazioni origina da sole quattro regioni, ovvero Lombardia, Veneto, Emilia Romagna e Piemonte, nessuna delle quali (a eccezione del Piemonte) ha segnato tassi di crescita superiori alla media nazionale». Quali Paesi rappresentano invece il pericolo maggiore in termini di concorrenza sui mercati? Le realtà emergenti come l’India possono rappresentare anche nel prossimo futuro una reale insidia? «L’Italia ha subito più di altre economie europee la concorrenza dei Paesi emergenti sui propri mercati di sbocco, in ragione di una specializzazione commerciale nei settori “tradizionali” a tecnologia medio - bassa. Questa tendenza è destinata a proseguire e rafforzarsi negli anni futuri, estendendosi anche ad altre produzioni. La risposta più efficace è la ricollocazione verso aree di mercato dove la concorrenza di prezzo sia meno rilevante. In Italia si è determinata una sensibile perdita di quote e una drastica selezione delle imprese industriali in questi settori; il sistema ha risposto con

«L’Italia ha subito di più la concorrenza dei Paesi emergenti per la sua specializzazione nei settori a tecnologia medio-bassa» una strategia molto accentuata di collocamento nelle fasce più alte di mercato e la parallela delocalizzazione delle attività a maggior intensità di lavoro». Quali conseguenze implica quest’ultimo fenomeno? «La delocalizzazione, naturalmente, sta portando i flussi che originano da imprese a controllo italiano al di fuori delle statistiche sul commercio estero: basti pensare che nella sola filiera del tessile-abbigliamento-calzature gli addetti esteri sono oltre 150mila. Con maggior lentezza è emerso anche un mutamento strutturale delle esportazioni, segnato dalla capacità di intercettare la domanda emergente in alcuni ambiti di specializzazione, quali le produzioni alimentari, le cui esportazioni non hanno risentito della crisi».


NUOVE SFIDE PER LE IMPRESE

di Nicolò Mulas Marcello

Le imprese italiane stanno attraversando una fase di maturità di settore. Per Fernando Alberti occorre, pertanto, maggiore attenzione ai possibili errori di valutazione

o scenario economico italiano è profondamente cambiato dopo la crisi economica. Questo ha costretto le imprese a mutare le proprie politiche di sviluppo. «Prevalgono i comportamenti strategici conservativi – sostiene Fernando Alberti, professore associato di Strategia e imprenditorialità all’Università Carlo Cattaneo di Castellanza – che sfruttano la conoscenza accumulata per ottenere efficienza operativa». Se volessimo scattare una fotografia dell’attuale realtà economica italiana come è cambiato lo scenario alla luce della crisi economica e quali sono le principali difficoltà delle imprese al momento? «L’economia italiana è in larga parte baricentrata sulle piccole imprese familiari operanti nei distretti del cosiddetto made in Italy (alimentare, tessile-abbigliamento-calzaturiero, arredamentodesign e automazione-meccanica). Tali imprese,

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da ormai un decennio, soffrono di una marcata e generalizzata contrazione delle porzioni di mercato tradizionalmente servite - sempre più occupate da colossi asiatici - che si accompagna a una progressiva maturità di settore. La dimensione familiare ha rappresentato in molti casi un’ulteriore difficoltà, divenendo un limite alla crescita e una minaccia alla sopravvivenza dell’impresa stessa. I distretti industriali si sono via via sfilacciati a seguito di incessanti, quanto a volte indispensabili, processi di rilocalizzazione di alcune fasi di lavorazione, rendendo difficoltosa la sopravvivenza di alcune reti di fornitura locale e la conservazione di competenze settoriali vecchie di secoli. Da ultimo, l’attuale congiuntura negativa dell’economia globale ha contribuito ad accelerare un processo selettivo tra le imprese italiane». Per quanto riguarda il made in Italy lei sostiene che le imprese italiane stanno attraversando una fase di maturità di settore. In cosa consiste e come la si sta affrontando? «La quasi totalità dei comparti del made in Italy è interessata da condizioni di maturità settoriale, se non di declino. Ciò significa che il fatturato complessivo di questi settori è statico o in contrazione, la domanda di mercato muta sia sotto il profilo quantitativo, diminuendo, sia qualitativo poiché diventando più sofisticata ed esigente, la competizione internazionale cresce, le tecnologie si consolidano e si riducono gli spazi di differenziazione del sistema d’offerta. Tutto ciò conduce a una progressiva selezione delle imprese


RAGION LIBERA|STRATEGIE Fernando Alberti

italiane e in una drastica riduzione della redditività aziendale. Molte imprese italiane, soprattutto di piccola dimensione, rischiano di non riuscire a elaborare proposte strategiche volte a intraprendere percorsi di sviluppo che sappiano costruire e/o mantenere un vantaggio competitivo. Prevalgono i comportamenti strategici conservativi che sfruttano la conoscenza accumulata per ottenere efficienza operativa. Un ambiente di questo tipo fa sì che anche gli errori diventino assai costosi per le imprese. Ecco perché in fase di maturità le imprese tendono a divenire cloni di modelli strategici già affermati nel settore». Quali sono attualmente le principali sfide nelle quali si devono cimentare le imprese italiane? «Una prima sfida che si pone alle imprese italiane è appunto quella che attiene il superamento delle condizioni di maturità settoriale che denotano un contesto che, per usare una locuzione ormai divenuta comune, definiremmo un “oceano rosso”, ovvero un contesto dalla concorrenza spietata. Una seconda sfida, connessa alla precedente, attiene la generalizzata necessità di crescita delle imprese italiane, troppo spesso piccole o piccolissime per reggere il crescente confronto internazionale e per disporre di un patrimonio di risorse aziendali adeguato alle sfide competitive odierne, che trascendono i confini settoriali e geografici. La crescita della piccola impresa italiana è invocata da più parti, tanto più quando legata ai settori tradizionali dell’economia italiana caratterizzati da una avanzata maturità e concorrenza internazionale. Le due sfide si intrecciano e si sovrappongono in maniera inestricabile all’interno dei distretti industriali tipici del nostro sistema economico. In simili contesti, il tema di come avviare processi di crescita imprenditoriale che sostengano la competitività aziendale diventa cruciale e la sua comprensione la chiave per il rilancio dell’economia italiana». Nei processi di crescita imprenditoriale quali sono i fattori che possono determinare

Fernando Alberti, professore associato di Strategia e imprenditorialità alla Liuc di Castellanza

uno sviluppo concreto nell’attuale scenario economico del paese? «Nei processi di crescita imprenditoriale che consentono alle imprese di distaccarsi dal cliché delle piccole imprese distrettuali dei settori tradizionali e maturi dell’economia italiana e di incamminarsi verso un percorso di crescita, fino a diventare dei global player, è certamente possibile identificare alcuni fattori chiave. Innanzitutto tale crescita è sostenuta dall’incessante riconoscimento e sfruttamento di diverse opportunità imprenditoriali (di prodotto, di mercato e di processo). Perché ciò sia possibile occorre chiaramente mettere in campo condizioni organizzative che consentano di attivare continui processi di imprenditorialità interna. In primo luogo, occorre presidiare la propria dotazione di risorse e competenze (il capitale umano, il capitale intellettuale e il capitale fisico), indispensabili perché nuove opportunità imprenditoriali possano essere scoperte e perseguite. In secondo luogo, occorre dotarsi di modelli organizzativi che consentano da un lato di acquisire risorse e competenze dall’esterno e dall’altro di facilitare la ricombinazione di risorse e competenze vecchie e nuove».

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ABITARE E COSTRUIRE LE CERTEZZE DELLA BIOEDILIZIA di Paola Maruzzi

L’Ance promuove l’ecosostenibilità. E mentre a macchia di leopardo fioriscono cantieri green, Paolo Buzzetti pensa a un piano uniforme che innovi il Paese ase ad alta efficienza energetica. Edifici che inquinano meno di un’auto. Marchi di qualità che certificano le nuove politiche dell’abitare ecosostenibile. Sotto il segno della green economy, l’industria edile nazionale ha già accumulato un bel numero di assi nella manica. Ma serve una tattica di gioco organica e complessiva per affrontare da un lato la sfida lanciata dall’ambiente, dall’altro per risanare e riqualificare un settore duramente colpito dalla crisi. Per il presidente dell’Ance la conversione ecologica dell'edilizia deve andare di pari passo con l’evoluzione di regole e normative statali. Oltre a indottrinare imprese e cittadini sull’importanza del risparmio energetico, servono direttive chiare e verticali, che dal governo si propaghino

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fino ai cantieri più periferici. Così il bilancio di Paolo Buzzetti porta la discussione sul piano della fattibilità e, quindi, sulla reale fruibilità del mattone green che, sia pure timidamente, ha preso forma. Presidente, cosa è necessario per innescare la scintilla dell’edilizia ecosostenibile? «Come Ance stiamo indirizzando le nostre imprese verso un nuovo modo di costruire improntato sulla qualità e sulla sostenibilità. Sono argomenti che cominciano ad avere presa anche sui consumatori. È necessaria però una conoscenza della materia diffusa e condivisa. In definitiva serve un quadro di regole certe, completo, affidabile e uniforme su tutto il territorio nazionale. Solo così il sistema produttivo potrà indi-


RAGION LIBERA|BIOEDILIZIA Paolo Buzzetti

rizzarsi con decisione sui cambiamenti da apportare all’organizzazione aziendale e ai processi produttivi, e rispondere a questo nuovo modello di sviluppo, meno attento alla quantità e più sensibile alla sicurezza, alla durabilità e alla tutela dell’ambiente». Quindi manca un quadro nazionale univoco e chiaro? «Purtroppo nel nostro paese la corsa verso la bioedilizia è stata rallentata dal ritardo nella definizione del quadro delle regole. Sono serviti cinque anni per definire i decreti attuativi per i metodi di calcolo dei consumi e per le linee guida per la certificazione energetica. E siamo ancora in attesa del decreto sui certificatori energetici. A questo va aggiunta la sovrapposizione delle competenze tra Stato e regioni, che ha di fatto determinato norme a macchia di leopardo sul territorio nazionale». Prima accennava alla presa sui consumatori. Ma gli italiani sono pronti a investire sul mattone green? «Secondo un recente studio dell’Ocse, sono ancora pochi i consumatori disposti a pagare un maggior prezzo per acquistare prodotti a basso impatto ambientale. Ma la situazione cambia in presenza di incentivi finanziari e di chiari obiettivi da conseguire, di regole definite, di un’informazione autorevole da parte di organismi indipendenti e credibili che li possano convincere ad adottare scelte responsabili». L’Ance quali input sta dando al governo e alle imprese, per aprire le porte a questa rivoluzione verde? «L’Ance si sta impegnando affinché le disposizioni regionali esistenti vengano allineate al quadro di regole nazionale e venga inoltre emanato tempestivamente il decreto che disciplina i requisiti professionali e i criteri di indipendenza dei certificatori energetici. La mancanza di tale decreto, con differenze e contraddizioni tra le regole nei diversi territori regionali, ha creato confusione anche nei consumatori. Crediamo inoltre che sia fondamentale promuovere un sistema di comunicazione e d’informazione istituzionale rivolto agli utilizzatori per far crescere la sensibilità, l’interesse, la cultura dei cittadini e, di conseguenza, delle imprese. Sosteniamo la necessità della diffusione della certificazione per

Paolo Buzzetti, presidente dell’Ance

rafforzare la conoscenza della prestazione energetica degli edifici. Fondamentale è poi l’avvio di una politica di strumenti incentivanti per l’acquisto di nuovi immobili ad alta efficienza energetica (classe A e classe B). Quelli in vigore, definiti dal decreto legislativo 40/2010, sono stati senza dubbio un’ottima idea, che non ha ottenuto gli effetti attesi di stimolo alle nuove iniziative». In Italia dove si stanno registrando i primi segnali positivi? «Nonostante le difficoltà derivanti dalla tardiva definizione di un quadro unico nazionale, una maggiore sensibilità si è avuta nelle regioni del Nord, sia per specifici indirizzi di alcune amministrazioni locali, sia per un tangibile vantaggio economico derivante dalla riduzione dei consumi per il riscaldamento invernale». E sull’urgenza di intervenire sul parco edilizio esistente, cosa sarebbe necessario? «Per incentivare la riqualificazione si potrebbero pianificare delle scadenze entro le quali diventi obbligatorio eseguire interventi di miglioramento, supportati da incentivi fiscali e da altri strumenti di sostegno per gli utenti. Chiediamo di puntare nel breve termine a riconfermare l’attuale strumento di detrazione fiscale del 55 per cento delle spese, rimodulandone il funzionamento e concedendolo solo a quegli interventi che effettivamente riducano il fabbisogno di energia».

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AVANGUARDIA NELLA CULTURA una svolta nell’edilizia DEL COSTRUIRE Per è necessaria attenzione di Valeria De Meo

all’impatto ambientale e cura degli aspetti estetici. A sostenerlo è Tiziano Pavoni, alla luce dei 50 anni di attività dell’impresa

problemi che il settore edile deve affrontare in questi anni sono noti a tutti e più volte sono stati rappresentati alle forze politiche, con l’indicazione di proposte concrete per cercare di superare tale stato: con la legge Finanziaria del 2010 qualcosa sembra essersi mosso. È un discorso valido per Valle Sabbia e la provincia di Brescia, dove si registrano andamenti comunque non diversi da quelli del resto del territorio italiano. Proprio in questa zona del nord Italia, il mercato dell’edilizia è stato caratterizzato, nell’ultimo decennio, da una notevole vivacità: si è cercato di soddisfare tutte le richieste, specie quelle provenienti dai nuovi nuclei familiari, costituiti da giovani coppie o da stranieri. A causa della crisi economica, però, un minimo di edifici e di locali è rimasto invenduto, e ciò ha indirizzato i successivi interventi al recupero dei centri di antica formazione e alla risistemazione dei fabbricati esistenti. «Ma è soprattutto l’offerta, di abitazioni di ben più marcato comfort abitativo, che avrà una maggior prospettiva di sviluppo». È Tiziano Pavoni a sostenerlo, amministratore dell’impresa Pavoni. «Il mercato – prosegue – pre-

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La società Pavoni ha sede a Vobarno (BS) www.pavonispa.com

mierà sicuramente l’offerta di prodotti innovativi, con particolare riguardo a quelli che potranno vantare i migliori aspetti legati all’isolamento acustico, al risparmio energetico


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Pavoni

È soprattutto l’offerta, di abitazioni di ben marcato comfort abitativo, che avrà una maggior prospettiva di sviluppo e alle nuove soluzioni architettoniche per gli interni». L’avanguardia viene prima di tutto per la Pavoni che non si ferma dal 1950, quando il 25 settembre ha acquistato il primo autocarro. In circa sessanta anni di attività, con un’impennata negli anni ’90, la società è stata impegnata con opere stradali, edilizia industriale e civile, bonifiche, lavori di scavo, estrazione di sabbia e ghiaia, trattamento di rifiuti e gestione discariche, opere idrauliche e impianti di depurazioni. Qual è la forza della società? «La Pavoni è, prima di tutto, una società a carattere familiare, formata da fratelli e oggi alla terza generazione. Cerchiamo di non abbandonare mai il cliente, garantendo una reperibilità notturna e festiva di pronto intervento. Questo modus operandi ci ha permesso di essere pronti a risolvere i problemi sia nella quotidianità che nelle emergenze. Il nostro secondo punto di forza è nei mezzi all’avanguardia che utilizziamo, ma soprattutto nelle risorse umane formate e aggiornate all’evoluzione delle tecnologie dei cantieri». Spostiamo il discorso verso i cambiamenti che il settore sta attraversando. Sul Garda, l’andamento dell’edilizia che tipo di situazione trova? «Sul Garda le unità invendute sono sicuramente molte. Il mercato è rivolto all’alta qualità ambientale del pacchetto casa, alla

residenza stabile o stagionale di famiglie che si spostano dalle città o dalle valli per trascorrere il periodo estivo in riva al lago. Rimane comunque una quota rivolta agli stranieri che, a fasi alterne, ritornano sulle sponde del Garda. Per quanto riguarda, invece, il mercato degli immobili industriali, si ritiene che, finché non sarà alle spalle l’attuale momento di stagnazione, vi siano pochi spazi di manovra. Anche il settore commerciale, come quello direzionale, con la forte proposta di centri della grande distribuzione attuati negli ultimi anni, oggi è saturo, salvo nuove idee di logistica commerciale». Quali sono, quindi, gli obiettivi che un costruttore dovrebbe seguire? «A mio giudizio, per cercare di dare una svolta al negativo periodo, è necessaria una migliore qualità del costruire, prestando quindi attenzione sia agli aspetti estetici ma soprattutto a quelli funzionali, legati, in particolare, ai profili ambientali ed energetici, per tendere ad un continuo processo di innovazione della cultura del costruire. Una delle sfide più importanti che oggi va affrontata è il costruire bene ed offrire al mercato un prodotto di “qualità”. Nuove soluzioni tecniche adottate con innovazioni tecnologiche all’avanguardia e che favoriscono il risparmio energetico, l’isolamento acustico e la sostenibilità ambientale del prodotto edilizio, sono capisaldi irrinunciabili per questo settore».


MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Mora Amatore

QUELLO IMPRENDITORIALE È ANCORA UN MODELLO VINCENTE Per Mora Amatore la crescita aziendale va sostenuta attraverso l’azione congiunta e condivisa dell’imprenditore e dei lavoratori

di Miriam Casati

n un periodo storico, sociale e politico peculiare come quello che stiamo vivendo, nel quale i processi intrinseci alla globalizzazione e le nuove condizioni prodotte dalla crisi stanno ridefinendo i contenuti delle relazioni industriali, il modello vincente per Mora Amatore resta quello imprenditoriale, che «dovrebbe essere preso ad esempio dall’intero mondo politico, poiché l’imprenditore da una parte e le maestranze dall’altra, formano un binomio bipolare che ha l’unico obiettivo di far crescere l’azienda e trarne dei benefici per tutte le sue componenti». Quali sono oggi le doti che dovrebbero connotare un imprenditore? «Imprenditore, mestiere non facile come a qualcuno può sembrare. È un mestiere che presuppone spirito di sacrificio, dedizione assoluta e tanta, tanta passione, caratteristiche indispensabili per raggiungere traguardi importanti sia a livello personale che per la collettività». Come si declinano questi valori nella sua personale esperienza di imprenditore? «Nel 1960 con pochissime risorse, se non nulle, decisi con ostinata determinazione d’intraprendere in proprio l’attività di imprenditore edile, incontrando difficoltà di ogni genere e senza poter contare su alcun appoggio esterno e contro le ostilità dei miei genitori che avrebbero preferito un figlio sistemato con uno stipendio sicuro. È, quindi, iniziata la mia grande sfida». In che modo l’ha vinta? «Imponendomi delle regole e con sacrificio, passione e dedizione, sono orgogliosamente cresciuto di anno in anno conquistando la fiducia nel mercato immobiliare attraverso nuovi clienti

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L’azienda di costruzioni edili Mora Amatore ha sede a Suzzara, Mantova amatore.mora@fastwebnet.it

che mi affidavano lavori sempre più importanti, raggiungendo il traguardo di lavorare solo con risorse proprie. Ora ho raggiunto il 75esimo anno anagrafico, ma poiché non mi sento arrivato, sono ancora impegnato nel lavoro, non certo per ulteriori profitti – la crisi che ha investito l’edilizia è ben nota a tutti – ma per la passione che ancora mi anima». Quali prospettive individua allo stato attuale per l’imprenditoria? «Sono convinto che il mondo imprenditoriale sia spinto da una sorta di vocazione che stimola l’orgoglio della persona e la induce a vedere la propria azienda come un rifugio da migliorare in modo costante, lottando quotidianamente contro un’opprimente ed esasperante burocrazia».


FRA TRADIZIONE E MODERNITÀ ARCHITETTONICA di Valeria De Meo

Quando si offrono soluzioni edili, l’obiettivo deve essere quello di renderle parte integrante del paesaggio. A confermarlo, i lavori di Alberto, Giuseppe e Francesco Bottoli

e zone urbane e extraurbane sono sempre più affollate di edifici inadeguati e di aree dismesse, che non solo intaccano l’estetica, ma anche le potenzialità funzionali delle stesse città. Dall’edilizia residenziale, a quella industriale, dai centri direzionali e commerciali ai luoghi di culto, in tutte queste opere, la ricerca di nuove soluzioni deve essere affiancata da una particolare attenzione alla vivibilità degli spazi e all’equilibrio fra la tradizione e la modernità architettonica. «Gli edifici realizzati, qualunque sia il loro utilizzo, devono diventare parte integrante del paesaggio senza mai dimenticare le nuove tendenze architettoniche, che rimangono un momento di innovazione necessario». L’ingegnere Alberto Bottoli spiega perché la sua impresa, la Bottoli Arturo spa, da più di cento anni, è competitiva in vari settori: edilizia civile, industriale, infrastrutture e restauro e ristrutturazioni. «L’impresa – dichiara Bottoli – oltre all’esecuzione delle opere, segue il cliente anche nello sviluppo delle proprie idee e necessità, nelle scelte tecnico-economiche, nella progettazione generale ed esecutiva, nella direzione lavori, fornendo

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quindi un servizio completo di progettazione fino alla consegna “chiavi in mano”. Ogni attività di progettazione – prosegue – è pianificata, verificata e riesaminata conformemente alle procedure del sistema di qualità dell’impresa». Un’attività di soluzioni edili che vede porre il primo mattone alla fine dell’800. «La prima testimonianza – afferma Bottoli – dell’attività, datata 1881, è incisa sul frontespizio di un edificio rurale mantovano. Da allora abbiamo seguito le fasi dello sviluppo urbanistico di questo territorio, il boom edilizio del secondo dopoguerra, l’introduzione di nuovi materiali e tecnologie, le prime operazioni di recupero del patrimonio storico-architettonico locale». Dunque una storia importante alle spalle, scritta anche grazie alle risorse umane impiegate. «Uno dei valori più importanti dell’impresa – sostiene l’ingegnere Francesco Bottoli, figlio dell’ingegnere Alberto –, è rappresentato dagli addetti ai lavori. L’aggiornamento professionale, il dinamismo, la capacità di instaurare un positivo dialogo con i propri interlocutori, sono qualità valorizzate all’interno dell’azienda. La disponibilità di una squadra interna, formata da


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Alberto, Giuseppe e Francesco Bottoli

Da sinistra, Giuseppe, Francesco e Alberto Bottoli dell’impresa Bottoli Arturo spa di Mantova www.impresabottoli.it

«Sui cantieri vengono attuate procedure di contenimento energetico in molti casi superiori a quelle richieste» circa 10 tecnici e 40 operai – spiega – garantisce un totale controllo sulla qualità delle realizzazioni edili e un ottimale coordinamento delle diverse attività». Il centro logistico dell’impresa Bottoli è a Mantova: una superficie coperta di circa 10.000 mq. Ma il lavoro dell’azienda valica i confini della Lombardia. «Nel 2001– precisa il geometra Giuseppe Bottoli, fratello dell’ingegnere Alberto – con l’acquisizione dell’impresa Bosco di Verona, la nostra azienda ha esteso l’ambito territoriale delle attività al di là della regione lombarda e

quindi in Veneto, Trentino Alto Adige. Nel 2007 – ricorda - seguendo la nostra volontà di espanderci all’estero, è stata creata la HLG STAV con sede a Bratislava, nella Repubblica Slovacca, che esegue lavori conto terzi nei settori civile, industriale e delle infrastrutture». Sono tante le date che hanno segnato la storia dell’azienda. Nel 2004, sempre nell’ottica di una maggiore versatilità ed espansione aziendale, è stata costituita la Bottoli Sviluppo Immobiliare: una società dedicata alla progettazione, costruzione e vendita diretta di complessi residenziali, direzionali e commerciali. E di fronte allo sviluppo dell’ecosostenibilità nel settore dell’edilizia, la Bottoli ha sempre sostenuto questa cultura. «Il servizio di ricerca e sviluppo all’interno dell’impresa – afferma l’ingegnere Francesco Bottoli - assicura un continuo aggiornamento nell’applicazione delle tecnologie dei materiali da utilizzare per ridurre l’impatto sull’ambiente. Ma non ci limitiamo – continua - a rispettare le normative vigenti, ma sui cantieri vengono attuate procedure di contenimento energetico in molti casi superiori a quelle richieste».


TRACCE DI LUSSO NEL LIVING MANTOVANO di Gian Paolo Grossi

Artefici di abitazioni di lusso per la Mantova più prestigiosa, Luigi ed Elisa Bianchi mostrano i progetti per il futuro della Lubiam Immobiliare

n principio si trattava solo di moda per uomo ma, con gli anni, il marchio Lubiam si è affermato anche nel settore immobiliare, in un percorso evolutivo che, nel 2011, taglierà il prestigioso traguardo dei 100 anni di attività. L’idea dell’avventura nel settore immobiliare nacque nel 1960. Una costola, più passiva che altro, della società, il cui scopo primario era la riscossione degli affitti sugli appartamenti affidati ai dipendenti, nello stretto circondario del-

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l’azienda stessa. La svolta arrivò nel 1998, dopo alcuni interventi edilizi localizzati e tesi a rendere più abitabile il quartiere Valletta Paiolo, tra i più popolati di Mantova. Un quartiere sorto dove, anticamente, vi era un lago, il Paiolo appunto. «Abbiamo deciso di reinvestire risparmi e utili – spiega l’amministratore Luigi Bianchi, al vertice della società con il fratello Giuliano e responsabile dell’attività immobiliare –, diversificando il patrimonio aziendale. Diversificare si-


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Elisa e Luigi Bianchi

Elisa e Luigi Bianchi della Lubiam Immobiliare di Mantova lubiam.immobiliare@tin.it

«Possiamo modificare l’asset aziendale, in modo da risultare dinamici, al passo con i tempi»

gnifica anche cambiare con l’intento di migliorare. Noi vendiamo, compriamo e soprattutto ristrutturiamo appartamenti ed edifici, se e quando c’è l’occasione, la voglia, la necessità, la possibilità di farlo. Non avendo dipendenti possiamo modificare l’asset aziendale, in modo da risultare dinamici, o più semplicemente al passo con i tempi». A cavallo del millennio sorgono così i complessi “Le Calendule” e “Il Gabbiano”, in sostituzione di vecchie case fatiscenti. «Fu il primo vagito di sostanziale cambiamento edilizio rispetto all’ordinaria manutenzione - sottolinea con orgoglio la figlia Elisa, architetto e braccio destro di Luigi Bianchi -. Questo refresh, affidato ad architetti prestigiosi, ci consentì di pulire il patrimonio edilizio, valorizzandolo ulteriormente». Non solo. La ristrutturazione di condomini adiacenti alla chiesa di San Pio X e la costruzione di portici,

aveva in precedenza garantito un incentivo alla nascita di attività commerciali, nell’interesse della comunità del quartiere. Da qui, lo sviluppo al presente è quasi obbligato. Resistendo alla crisi, occupandosi di restauri e non di costruzioni di palazzoni nell’immediata periferia, quasi tutti desolatamente vuoti, Lubiam Immobiliare è pronta a compiere l’ennesimo passo in avanti. «Vendere quattro appartamenti per poi rifarne uno, di lusso, in centro città poteva essere la scelta giusta – prosegue l’amministratore -. Si trattava di ritoccare nuovamente la nostra politica d’intervento. Ma in fondo lo spirito del cambiamento era nella nostra filosofia». Palazzo Mortara, storica sede dell’Enel ed edificio del ‘700, è uno di questi fortunati esempi. «Ma abbiamo rivitalizzato anche altri condomini del centro ricavandone appartamenti di pregio, che non vendiamo. A Mantova siamo oggi mono-

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MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Elisa e Luigi Bianchi

nell’affitto di appartamenti di lusso ar polisti redati» specifica Bianchi. «E corredati – ag-

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giunge la figlia Elisa -. Poiché l’esigenza di professionisti di stanza, nella nostra città, è quella di disporre immediatamente dei beni necessari alla vita quotidiana. Un aspetto al quale non avevamo inizialmente pensato ma a cui siamo ricorsi in funzione delle volontà manifestate. Le esigenze dei nostri ospiti sono il nostro stimolo e tra queste c’è la privacy: facciamo il possibile per allietarla. Naturalmente questo è l’apice della nostra attività immobiliare e la stiamo testando. Non sono moltissime le opportunità che offriamo a questi livelli ma ne siamo orgogliosi». Lubiam Immobiliare ha recentemente allargato ulteriormente il proprio orizzonte. «Il divertimento è alla base della vita moderna. A Bagnolo San Vito, a pochi chilometri da Mantova, abbiamo realizzato un kartodromo indoor di 800 metri, che lo rendono

il più lungo d’Europa al coperto – racconta Luigi Bianchi -. Dispone di molti servizi al suo interno, tra i quali un centro benessere dotato di un percorso assai articolato, due suite prenotabili e un piccolo casinò. In definitiva, abbiamo proposto un aspetto ludico all’altezza della nostra immagine. Consideriamo questi investimenti il piccolo salvadanaio di famiglia, una dote in continuo movimento e capace di differenziarsi. Cerchiamo di essere contemporaneamente buoni amministratori di questi talenti». «A dispetto dell’età non più giovanissima – aggiunge la figlia Elisa tradendo un’intesa totale col genitore, tanto emotiva quanto professionale – papà è un fiume in piena. Di idee e iniziative, secondo le proprie passioni. A volte devo combattere un po’, oppure mi lascio tentare dalle sue intuizioni spesso azzeccate. Ci capiamo con uno sguardo e questo tra noi è fondamentale».


MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Giancarlo Puppoli

PRODUZIONI A IMPATTO ZERO di Belinda Pagano

Un’azienda pulita, a impatto ambientale nullo, non è un’utopia. Scopriamo il potenziale e le applicazioni del cristallo acrilico dalle parole di Giancarlo Puppoli

a compatibilità ambientale, specie per realtà dalle dimensioni imponenti, dovrebbe essere sempre presa in considerazione. Purtroppo ancora oggi sono in minoranza le aziende che si muovono verso il rispetto totale e incondizionato dell’ambiente in cui operano. Giancarlo Puppoli, amministratore di Acrilgraph Spa, spiega come riuscirci concretamente. «Un’azienda pulita, a impatto ambientale nullo, non è un’utopia. Noi ad esempio non utilizziamo materiali inquinanti, non produciamo emissioni dannose come fumi, liquami o polveri, e il materiale prodotto è assolutamente atossico e perfettamente riciclabile. In più, tutti gli scarti di lavorazione vengono recuperati e rifusi al fine di ottenere nuova materia prima». Un ciclo perfetto in tutto e per tutto senza danneggiare in alcun modo il territorio. «La compatibilità ambientale, poi, non è solo un dovere ma anche un’opportunità che riduce, grazie al riciclo, i costi produttivi e i costi di smaltimento. E non è tutto: con questo modus operandi l’azienda comunica al mercato la qualità del proprio prodotto». Se si uniscono questi requisiti alla flessibilità aziendale, il gioco è fatto. «Noi produciamo lastre acriliche che vengono usate in diversi ambiti: dall’arredamento, all’automotive, agli elementi espositivi, all’illuminazione. Il polimetilmetacrilato viene chiamato “cristallo acrilico” per la sua trasparenza e luminosità che lo rendono simile a un vero e proprio cristallo. È quindi un materiale elegante, unico ed estremamente prezioso; giochi di traspa-

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L’azienda Acrilgraph Spa si occupa di produzione e commercializzazione di lastre di polimetilmetacrilato www.acrilgraph.com

renza, colori, effetti particolari e non ultime finiture di superficie vengono combinate tra loro per infinite realizzazioni qualificanti. Vengono fornite lastre con le più svariate tonalità di tutte le colorazioni, è possibile inglobare all’interno delle lastre acriliche tessuti, glitter e materiali naturali come erba palustre e bambù». Le possibilità sono praticamente illimitate, «se poi si aggiunge che il processo utilizzato ne migliora in modo sensibile le proprietà fisico-meccaniche, si conclude che la durata del materiale è praticamente illimitata nel tempo». Il miglioramento continuo della qualità dei prodotti, la soddisfazione del cliente e la tutela dell’ambiente sono la base per una riuscita ottimale della produzione.


LE CATENE COMMERCIALI SCELGONO IL “CHIAVI IN MANO”

di Carlo Sergi

Francesco Vicari parla dell’assetto creatosi con Alhena Service. Un format che conviene ai piccoli e ai grandi gruppi commerciali internazionali

Un punto vendita allestito dalla Alhena Service di Parma www.alhenaservice.com info@alhenaservice.com


RAGIONLIBERA|MODELLI D’IMPRESA Francesco Vicari

l valore del servizio “chiavi in mano”, specie nei periodi in cui i budget vanno sensibilmente ridotti, risulta strategico. Anche nel settore degli allestimenti e delle opere edili rivolte al comparto commerciale. A sostenerlo è anche Francesco Vicari, a capo della Alhena Service di Parma, società che su questo settore vanta un esperienza pluriennale. «Il nucleo portante della società è costituito da un gruppo di esperti che annovera un know-how significativo nell’ambito del retail e della realizzazione di spazi commerciali in genere – spiega Vicari -. Ciò permette una gestione e un controllo efficaci su tutti i processi produttivi sottesi alla realizzazione e all’allestimento di punti vendita». Molti i marchi, anche internazionali, che si sono rivolti ad Alhena, che, nonostante la crisi, chiude l’anno con un bilancio positivo. «Se molte realtà commerciali hanno atrofizzato il loro sviluppo, il vuoto sul mercato è stato comunque colmato da nuovi attori che hanno compreso, anche durante questa fase di congiuntura negativa, il potenziale del nostro paese, scegliendo così di sviluppare le proprie catene sul territorio italiano». Ma perché il “chiavi in mano” è così conveniente per le catene commerciali? «Perché significa, intanto, doversi confrontare con un solo interlocutore – continua e specifica E, cosa ancora più importante, permette di smaltire sensibilmente la struttura dei costi. Molti non se ne rendono conto. Coloro i quali scelgono una strada differente dal “chiavi in mano”, devono poi sopperire ai costi degli studi tecnici, interni o esterni, per non parlare di tutti i singoli appalti cui affidarsi per le mansioni strutturali, di allestimento o, molto semplicemente, burocratiche». E Alhena, a riprova di tutto questo, si occupa di tutte le fasi ne-

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cessarie alla realizzazione dei progetti, incluse le fasi propedeutiche relative all’acquisizione dei permessi, alla redazione dei documenti necessari e allo studio e all’adeguamento delle normative di riferimento. «Inoltre, a differenza di quasi tutti i nostri concorrenti, siamo anche un’impresa edile – sottolinea Vicari -. Per cui possiamo letteralmente costruire o ristrutturare lo spazio prescelto per il nuovo punto vendita». In particolare sono i marchi stranieri ad apprezzare questa formula. «Le catene commerciali estere, dal momento in cui decidono di sviluppare la propria attività in un paese come il nostro, programmano un calendario di aperture in determinate location. Rivolgendosi a un’unica società possono calcolare, preventivamente ed in modo assolutamente puntuale, il costo totale relativo a ogni apertura, comprensivo di ogni voce. Inoltre, hanno totale garanzia di puntualità nella consegna. Per loro è sufficiente indicarci il luogo e il giorno in cui intendono aprire, anche con sei o sette mesi di anticipo, e noi facciamo in modo che ciò accada». In pratica il cliente deve solo pensare a consegnare la merce da allestire entro la data dalla stessa indicata. Sulle prospettive legate al 2011, però, Vicari aspetta a esporsi. «Sulla carta le previsioni non sono ottimali, ma devo dire che valeva lo stesso anche 12 mesi fa. Poi, come accennavo poc’anzi, nonostante la crisi gli investimenti ci sono stati. È chiaro che i risultati raggiunti nel 2006 e nel 2007 sono lontani, ma quelli erano gli ultimi anni del boom dei centri commerciali, in cui tutti correvano per accaparrarsi un posto con il proprio punto vendita. In realtà il nostro mercato di riferimento credo si assesterà sui ritmi che abbiamo conosciuto in quest’ultimo biennio».

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MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Tavar

PARQUET VERSATILI E SOSTENIBILI

Cromatico, vivo, bello. Il legno arreda naturalmente gli ambienti. E il marchio Tavar continua a tesserne le lodi

Foto Giorgio Biserni

di Paola Maruzzi


cassero, a tolda di nave o nella classica spina di pesce. Queste e altre sono le sofisticate geometrie a cui la pavimentazione in legno si presta. Apprezzato sin dai tempi dei Romani per il suo altissimo valore decorativo e largamente utilizzato nelle dimore dei Paesi orientali, questo materiale ridisegna una nuova politica dell’abitare: sobria, naturalmente pregiata ed ecologica. Tavar, sul mercato italiano e straniero da oltre cinquant’anni, si inserisce in pieno in quella rinnovata attenzione ai dettagli che l’industria dell’arredo sembra promettere. E, lanciando un’occhiata alle commesse internazionali dell’impresa ravennate, è il caso di dire che le aspettative non vengono deluse. Ma le abitazioni non sono le uniche a beneficiare del legno, che in virtù delle sue proprietà isolanti, dal freddo e dal caldo, è un vero toccasana anche per il risparmio energetico. «Forniamo parquet per tutti i gusti, che si prestano a ogni impiego – spiega Daniele Baldini, titolare della Tavar. – Si va dalle soluzioni tradizionali ai prefiniti, cioè di facile installazione, fino alla “collezione” di speciali. Questi ultimi sono destinati a usi specifici: industriale, artistico e per esterni». Così, toccando le corde, i cromatismi e le venature del legno, Tavar, oltre a valorizzare muove costruzioni, ha fattivamente contribuito a restituire palazzi storici all’antico splendore. Qualche esempio? «A Milano, con i nostri parquet abbiamo firmato la ristrutturazione del Teatro alla Scala curato da Mario Botta, il nuovo Polo Fieristico e gli spazi esterni della nuova via Tortona, sede delle principali griffe di moda, alberghi di lusso e locali». L’elenco delle committenze prestigiose non finisce qui. Il parquet è dunque destinato a catalizzare un corollario di edifici a elevato contenuto artistico. Ma come è possibile convincere un pub-

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Daniele Baldini, titolare della Tavar, a Ravenna www.tavar.it

blico così vasto della bontà del marchio Tavar? «Supervisionando l’intero processo, dalla lavorazione iniziale fino alla messa in opera». Ma poiché la protagonista di questo successo è appunto la natura, da qui bisogna partire. Daniele Baldini ha un modo tutto sue per tornarci, ristabilendo un codice etico che di rado è appannaggio del mondo industriale. «Abbiamo investito sull’ecosostenibilità. Tavar, infatti, ha intrapreso il percorso di certificazione Pefc, con l’idea di estenderla ai propri prodotti. In questo modo si garantisce al consumatore una triplice correttezza: ambientale, sociale ed economica». Oggi la gamma Tavar vanta ben tredici brand, di cui otto totalmente made in Italy. Se le caratteristiche sono di volta in volta differenti, unico è il filo conduttore. «Una particolare attenzione è dedicata alla scelta delle materie prime e alla loro corretta stagionatura. La lavorazione industriale conserva ancora il sapore dell’abilità artigiana». Una particolarità in qualche modo connaturata alla scelta di un materiale d’arredo che affonda la sua tradizione nella notte dei tempi.

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INNOVAZIONE E RICERCA, ASPETTI MAI SCONTATI Tranciare i rami secchi e sostenere quelli

di Michela Evangelisti

fruttuosi. Così secondo Franco Bernabè, ad di Telecom, bisogna rinvigorire l’imprenditoria culturale in tempi di ristrettezze. Puntando su eccellenza, innovazione e formazione. Una scelta mai scontata ultura da un lato, impresa dall’altro. La tentazione forte è quella di ricondurre il binomio al concetto tradizionale e semplificante di sponsorizzazione. Un do ut des che entrambi i sistemi devono imparare a superare verso un dialogo più proficuo, foriero di tante opportunità. A lanciare la sfida è un manager di successo, per il quale arte e impresa sono pane quotidiano. Da tre anni di nuovo alla guida di Telecom, dal 2004 presidente del Mart di Trento e Rovereto e da poche settimane vicepresidente degli industriali della Capitale. Chi meglio di Franco Bernabè può aiutare a far luce sui nuovi scenari che si aprono per il settore cultura in Italia, con un occhio alle infrastrutture e uno alle tecnologie per la comunicazione? «Non credo che il ruolo dell’impresa nel settore culturale debba essere interpretato in termini di sussidiarietà, quanto piuttosto di complementarità – sostiene il manager –. Di fronte alle sfide della competitività globale, l’impresa deve saper guardare alla cultura come a una variabile che diventa parte integrante della propria strategia. La cultura sta, infatti, alla base dell’innovazione e si manifesta nei più diversi ambiti della gestione aziendale, dal miglioramento dei processi di apprendimento dei dipendenti allo sviluppo di nuovi prodotti». Al tempo stesso, le istituzioni culturali devono cogliere le potenzialità che derivano da un rapporto più stretto con il mondo dell’impresa, «potenzialità che si esprimono non solo nell’opportunità di nuovi finanziamenti, ma anche nella capacità di generare nuovi stimoli professionali che possono venire

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dal settore privato». Finanziamenti pubblici alla cultura. In un periodo di ristrettezze come quello che stiamo vivendo, come è opportuno muoversi? «È necessario resistere alla tentazione di applicare il criterio della proporzionalità dei tagli e avviare, invece, una rigorosa opera di potatura, rafforzando le istituzioni che meritano di sopravvivere e liquidando le altre. E all’interno delle istituzioni da salvaguardare bisogna concentrare le risorse sulle attività che esprimono l’eccellenza. È imprudente aspettare che questo periodo passi, nella speranza che ci possa essere una maggiore disponibilità di risorse in futuro; è meglio non rinviare scelte che saranno inevitabili». Economia della cultura. Si sta facendo abbastanza nel nostro Paese? Dal percorso formativo fino ai modelli gestionali, ci sono idee e progetti di management validi? «Negli ultimi venti anni sono stati fatti passi in avanti e il nostro panorama propone ormai diversi casi di successo. Tuttavia, affinché il sistema sia complessivamente più efficace, occorre incentivare l’adozione di buone pratiche su larga scala. I temi da affrontare sono molti. Si pensi in primo luogo a quello della governance: fermo restando il ruolo di indirizzo che spetta agli enti pubblici, deve essere maggiormente garantita l’autonomia scientifica e gestionale degli organi di governo delle istituzioni culturali. Deve inoltre essere promosso il ricorso a modelli gestionali più flessibili che, superando meccanismi burocratici spesso paralizzanti, consentano una più efficace azione culturale


RAGION LIBERA|NNOVAZIONE Franco Bernabè

Sotto, Franco Bernabé, Ad di Telecom

e una più attiva partecipazione del pubblico con il privato. Questa spinta verso una maggiore autonomia di gestione delle istituzioni culturali deve inoltre essere accompagnata da una maggiore stabilità dei finanziamenti pubblici, tale da garantire l’adozione di una strategia di medio lungo termine e, conseguentemente, una programmazione pluriennale senza la quale è impossibile sviluppare forme di cooperazione culturale a livello internazionale. Anche la formazione riveste un ruolo cruciale nello sviluppo delle nostre istituzioni culturali. Le università, in particolare, devono selezionare le proprie offerte formative con maggiore rigore di quanto non si faccia oggi, facendosi guidare esclusivamente dal criterio dell’eccellenza». Le infrastrutture sono importanti per lo sviluppo economico ma anche per permettere al più ampio numero possibile di cittadini di fruire dell’arte e della cultura. Quale la strada giusta da seguire? «Il tema dell’accessibilità è molto sentito dalle istituzioni culturali, in particolare da quelle che operano in aree caratterizzate da un bacino di utenza ridotto. Se è vero che le nuove tecnologie dell’informazione e della comunicazione hanno un ruolo sempre più importante nel favorire una più diffusa divulgazione culturale, la fruizione dei luoghi di cultura, soprattutto nell’ambito delle arti visive e performative, rimane un’esperienza intima che non può prescindere dalla partecipazione diretta del pubblico. Partecipazione che è strettamente dipendente dalla disponibilità di infrastrutture che, a prezzi adeguati, facilitino l’ac-

cesso dei visitatori. In questo senso, le istituzioni culturali hanno margini di intervento ristretti, principalmente legati a politiche e strategie di marketing che, attraverso convenzioni, favoriscano un abbattimento del costo della visita». Quali sono a suo parere le strade da seguire per rinnovare l’imprenditoria italiana nel settore culturale? «Le strade maestre sono l’innovazione e la ricerca dell’eccellenza. Non sono mai scelte scontate. Per puntare convinti in questa direzione ci vuole sempre uno sforzo condiviso. La possibilità di avviare un’impresa dipende da molte circostanze: la disponibilità di capitali, le infrastrutture presenti sul territorio, il peso della burocrazia, i regimi fiscali. Ma non c’è dubbio che per riuscire davvero è necessario puntare a una qualità alta. Gli esempi virtuosi in Italia ci sono e se andiamo a vedere perché ce l’hanno fatta scopriremo che i fattori determinanti sono una buona idea, alte competenze personali e una continua formazione». Alla luce delle sue esperienze in Eni e in Telecom, di che cosa ha bisogno l’imprenditoria italiana per superare la crisi e rilanciarsi a livello internazionale? Quali sono le prospettive per il campo dell’Ict? «Per far sì che le imprese italiane tornino a essere competitive, anche a livello internazionale, è necessario colmare il gap che ci separa dagli altri Paesi europei in termini di efficienza dei processi produttivi, rapidità di intervento e di risposta ai cambiamenti di mercato. La diffusione dell’Ict può essere determinante per il rilancio dell’economia e la crescita di competitività del sistema produttivo, poiché è lo strumento che maggiormente consente di ridurre i costi e migliorare l'efficienza dei servizi. L'evoluzione del settore guidata dal cloud computing, in particolare, renderà accessibile l’adozione delle nuove tecnologie anche alle imprese di piccole dimensioni, grazie alla possibilità di sfruttare risorse informatiche in maniera flessibile. In questo modo sarà possibile abbattere quelle barriere che hanno frenato lo sviluppo dell’Ict nel nostro Paese, i cui costi per lungo tempo sono stati considerati non sostenibili dalla maggioranza delle imprese di piccole e medie dimensioni che costituiscono il tessuto industriale italiano».

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LA RICERCA PRIMA DI TUTTO di Anna Vescovi

«Razionalizzare la gestione del Cnr per favorire la ricerca e lo sfruttamento dei suoi risultati per il progresso del Paese». Questo l’obiettivo del presidente Luciano Maiani Luciano Maiani, presidente Cnr

a relazione della Corte dei Conti sulla gestione finanziaria del Consiglio nazionale delle ricerche evidenzia come, nonostante la riduzione in termini reali delle risorse disponibili, il Cnr abbia “saputo conseguire” progressi, “sia per i risultati dell’attività scientifica che per i rapporti di collaborazione scientifica con imprese e con vari soggetti pubblici”. I ricercatori, infatti, in questi anni, «hanno ottenuto risultati d’assoluto prestigio internazionale in diversi settori d’indagine e – rileva il presidente Luciano Maiani – per citare solo un caso, un’invenzione Cnr sull’impiego di legno artificialmente, fossilizzato come supporto per protesi ossee, è stata classificata dalla rivista Time tra le 50 invenzioni più rappresentative su scala mondiale realizzate nel 2009». Dall’inizio del suo mandato, il presidente Maiani ha cercato di perseguire «l’obiettivo di razionalizzare la gestione del Cnr proprio nel senso di favorire la ricerca e lo

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sfruttamento dei suoi risultati per il progresso del Paese e – conclude – abbiamo lavorato per migliorare le relazioni con il tessuto imprenditoriale, per facilitare la nascita d’impresa dalla ricerca e per potenziare la capacità brevettuale». Quali sinergie vanno attuate tra le diverse componenti dell’imprenditoria nazionale per favorire il processo d’internazionalizzazione del sistema produttivo? «In campo europeo vi sono programmi di ricerca e innovazione a partecipazione pubblico/privata che costituiscono ovvie opportunità di sviluppo del nostro sistema produttivo: penso ad esempio a “Innovative medicine initiative”, un programma del valore di due miliardi euro per progetti cofinanziati dalla Commissione europea e dalla European federation of Pharmaceutical industries and associations (Efpia), oppure alle grandi infrastrutture europee di ricerca da realizzare all’interno della piattaforma approvata dalla Commissione europea. Consideriamo che il 60-70% dell’export europeo verso i Paesi dalle economie in rapida crescita (Brasile, India e

Cina) è detenuto dalla Germania con una quota italiana decisamente minoritaria. Il Cnr e, più in generale, la ricerca pubblica possono svolgere un fondamentale ruolo trainante nello stabilire legami profondi e fungere da testa di ponte verso questi Paesi, dove sono presenti le massime opportunità di mercato». Ricerca e innovazione sono fondamentali per far fare un salto di qualità al made in Italy. Quali sono i partner internazionali con i quali collabora il Cnr? «Il Cnr è l’ente italiano che vanta il maggior numero di progetti all’interno del VII Programma Quadro europeo, il 22% di tutti i progetti italiani. Tra questi, il Cnr è il coordinatore di Mycored, un gran progetto sulla sicurezza alimentare e sui metodi d’analisi e di decontaminazione degli alimenti dalle micotossine prodotte dai funghi. In aggiunta, oltre alle relazioni con i tradizionali Paesi partner di ricerca come Usa, Cina, Canada, Giappone, il Cnr sviluppa numerosi progetti con le nazioni in via di sviluppo, ad esempio un sistema di allerta precoce per prevenire danni alle colture

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in caso d’eventi catastrofici e cambiamenti climatici. In ambito agroalimentare possiamo inoltre vantare il brevetto di un genotipo d’ulivo che vendiamo in tutto il mondo. Il Cnr ha costanti relazioni con il tessuto imprenditoriale e manifatturiero italiano. È il caso dell’energia, con le collaborazioni con tutte le utilities energetiche del Paese e le aziende che producono rinnovabili, o dell’automotive». Quali le sinergie che entrano in gioco? «In questo caso riguardano le auto, le moto, la nautica da diporto e i settori sportivi, con nomi di primo piano come la Ferrari. Infine, esiste un altro settore che registra una relazione continua tra la ricerca prodotta dal Cnr e l’impresa: quello delle macchine utensili, vero fiore all’occhiello del made in Italy, con partner di primario interesse come Comau». In particolare, che peso stanno ricoprendo i settori come biotecnologie, nanotecnologie, apparecchiature medicali e aerospazio? «Nanotecnologie e biotecnologie, assieme all’energia, rappresentano le sfide più ardite e affascinanti del tempo presente. Sono settori in cui il Cnr può vantare competenze e relazioni eccellenti. Recentemente abbiamo riorganizzato in nuovi istituti le ricerche in nano scienze e biotecnologie su cui puntiamo fortemente, anche alla luce dei risultati raggiunti. Il ruolo che queste branche della scienza hanno già assunto è testimoniato dal recente premio Nobel per la Fisica attribuito alle ricerche sul grafene, un

materiale che potrebbe diventare l’attore di una rivoluzione pari a quella avvenuta con la scoperta della plastica, e su cui ricercatori del Cnr lavorano da diversi anni». Ritiene che il ritorno al nucleare sia indispensabile per rilanciare l’economia del nostro Paese e renderlo competitivo anche a livello internazionale? «Il ritorno all’energia nucleare è una scelta giusta e necessaria. Prima di tutto perché si tratta di una fonte energetica sicura e importante, inoltre perché consentirebbe all’Italia di non importare più il 16% del proprio fabbisogno energetico dai vicini Paesi come Francia o Svizzera, derivanti proprio dall’uso delle centrali nucleari di quei Paesi e con costi eccessivi. Rispetto a 20 anni fa, la tecnologia ha fatto passi da gigante e si tratta dunque d’impianti sicuri per la sicurezza e per la salute della popolazione. Infine, rimettere in moto le competenze connesse alla costruzione e alla gestione degli impianti nucleari costituirà un importante volano per le imprese italiane, come avviene sempre in caso di nuove avventure tecnologiche». Quali sono i settori dove la ricerca ha raggiunto livelli d’eccellenza? «La ricerca italiana non è nuova ad eccellenze, in diversi settori. Fisica, nanotecnologie e medicina sono indiscusse punte di diamante, unite alle tradizionali competenze italiane nelle materie umanistiche e nei ben culturali. Semmai, il gap che scontiamo rispetto alle altre nazioni occidentali è dovuto ai minori investimenti, soprattutto dei privati, e al ridotto numero dei ricercatori rispetto alla generale forza lavoro. Ciononostante, l’Italia figura a buon titolo tra le nazioni con la maggiore produzione scientifica al mondo. Lo testimonia la recentissima classifica internazionale Scimago Institution Rankings 2010, secondo cui - per volume di pubblicazioni su riviste internazionali - il Cnr è al 23esimo posto al mondo, prima delle università di Oxford, Yale e del Massachussetts Institute of Technology».


LA SCUOLA DEI MANAGER DALL’IMPEGNO CIVILE

di Riccarco Casini

di Riccardo Casini

Da oltre 40 anni l’Istao forma imprenditori in collaborazione con l’impresa «reale», come sottolinea il vicepresidente Valeriano Balloni: «La sfida è quella di seguire una strategia in linea con i cambiamenti in corso»

ondato nel 1967 da Giorgio Fuà, l’Istituto Adriano Olivetti è una delle prime scuole manageriali operanti in Italia. Conta sul sostegno di numerose imprese, banche e fondazioni, oltre che sulla collaborazione di docenti universitari e personalità della cultura. Il suo scopo è, nelle parole di Fuà, quello di «coltivare lo sviluppo di un imprenditore civilmente e culturalmente impegnato», un «leader che considera propria la missione di formare, guidare e sviluppare un gruppo di persone facendole sentire parte-

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Valeriano Balloni, vicepresidente dell’Istao

cipi di un’operazione creativa comune della quale essere orgogliosi». Ma è possibile riscontrare queste caratteristiche nell’attuale imprenditoria italiana? Secondo il suo vicepresidente Valeriano Balloni la risposta è affermativa. «Fuà aveva come riferimento il modello di Adriano Olivetti, e riteneva che imprenditori e manager con valenze come leadership, creatività e impegno sociale, potessero forgiarsi in un istituto superiore come l’Istao, orientato ai talenti e all’idea di comunità. Anche nell’attuale situazione economica l’imprenditore modello Istao giganteggia: da Della Valle a Guzzini, da Merloni ai molti altri nostri associati». A quali sfide è chiamato un imprenditore dall’attuale congiuntura economica, in particolare nei confronti dei suoi dipendenti? «L’Istao come scuola di formazione di imprenditori e manager ha una sistematica e intensa interazione con l’impresa reale. La prima sfida dell’imprenditore Istao è stata quella di seguire una strategia in linea con i cambiamenti strutturali in corso, volti a dare all’impresa un carattere sempre più “resiliente”». Ma che momento vive il tessuto produttivo marchigiano? «Dubbi e incertezze sulla ripresa sussistono


RAGION LIBERA|FORMAZIONE Valeriano Balloni

tuttora. La dinamica demografica positiva lascia ben sperare. I recuperi migliori si avvertono nei settori che a inizio crisi sono stati più colpiti, come quello dei beni capitali o della calzatura. Le imprese che operano nel primo beneficiano del fatto che l’inedia degli investimenti in beni capitali non può protrarsi a lungo, mentre le imprese che operano nel secondo si sono date da fare, attraverso appropriate azioni di prodotto e marketing, per stimolare la domanda soprattutto nei mercati esteri». È possibile parlare ancora di un modello di sviluppo legato al territorio? «Sì, purché non si pensi di rinverdire l’idea del distretto. Oggi il territorio rappresenta la base per lo sviluppo degli ecosistemi. Di ciò abbiamo parlato anche nelle ultime due sessioni del convegno per il decennale della morte di Giorgio Fuà».

Quale potrà essere il futuro delle piccole imprese artigiane e manifatturiere della regione nel contesto economico che i cambiamenti attuali stanno contribuendo a delineare? «Le piccole imprese, artigiane o manifatturiere, avranno ancora un ruolo, soprattutto in un contesto di industria nel quale lo sviluppo delle reti collaborative avrà sempre più peso». A questo proposito la Regione ha destinato oltre 3 milioni di euro di finanziamenti a progetti di imprese associate tra loro in consorzi o reti. «Marshall ricordava che la natura non fa salti. Le risorse mobilitate dalla Regione per stimolare le aggregazioni sono importanti, ma il vincolo maggiore che sussiste per realizzarle restano la cultura d’impresa, la conoscenza, la fiducia. L’Istao con le sue iniziative cerca di dare una mano anche su questo versante».

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PRONTI A COGLIERE I CAMBIAMENTI DEL MERCATO di Nicolò Mulas Marcello

Una formazione mirata alle esigenze delle imprese e del mercato. Per Alberto Grando i nuovi manager devono essere pronti a prendere decisioni talvolta difficili

ambito formativo della School of management dell’Università Bocconi offre opportunità di crescita concrete sia per gli studenti, che dopo la laurea o il diploma possono accedere a un contesto internazionale dinamico e stimolante, sia per le imprese, che attraverso la formazione vedono aumentare le competenze del proprio personale a livello manageriale pronto ad affrontare le sfide che offre il mercato. «Occorre saper guardare lontano – afferma Alberto Grando, direttore della Sda Boc-

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coni – per cogliere i segnali di cambiamento e orientare la propria istituzione verso sfide importanti». Come è strutturato l’ambito formativo di Sda Bocconi? «L’area che si può definire pienamente internazionale è quella dei master e degli Mba. Oltre la metà dei nostri programmi master e Mba è rivolta al mercato internazionale ed è interamente erogata in lingua inglese. In questi programmi circa il 70% dei nostri studenti provengono da


RAGION LIBERA|FORMAZIONE Alberto Grando

«Occorre la capacità di motivare e gestire bene un team di persone con un forte orientamento ai risultati» 50 Paesi diversi. La Sda Bocconi è l’unica scuola italiana che è in tutti i ranking più importanti come quelli del Financial Times, Wall Street Journal, The Economist, Business Week, Forbes e altri. Abbiamo anche corsi più brevi di executive education per coloro che lavorano nel mondo delle aziende e delle istituzioni e sono divisi in due grandi categorie: i corsi a catalogo, detti open enrollment, e i corsi custom o su commessa, che sempre più frequentemente ci vedono lavorare con partner internazionali o anche grandi aziende italiane che operano sia in Italia che all’estero e che ci chiedono un contributo di progettazione sui contesti internazionali. Inoltre c’è la Divisione ricerche che realizza progetti di ricerca manageriale sia di taglio strettamente accademico, che consentono alla nostra Faculty di essere presente sulle pubblicazioni più importanti, sia ricerche e osservatori rivolti al mondo del business che consentono di mantenere un forte legame con la business community». Guardando al mercato del lavoro qual è il futuro dei diplomati Mba? «I nostri diplomati Mba dello scorso anno hanno visto in media raddoppiare il loro stipendio. Abbiamo avuto un incremento del 108%; ciò vuol dire che il mercato è in grado di apprezzare le

In apertura, la sede di Sda Bocconi a Milano; qui sopra, Alberto Grando, direttore della scuola

loro competenze. In termini di aree occupazionali, molti diplomati trovano lavoro nelle società di consulenza e negli ultimi anni c’è stato un incremento nel mondo delle industry, quindi sia nel manifatturiero sia nei servizi. E rimane una buona percentuale che, nonostante la crisi, trova lavoro in istituzioni finanziarie o bancarie. I recruiter dimostrano che viene apprezzata una solida preparazione nei fondamenti di general management oltre che lo sviluppo di soft skill, ovvero la capacità di lavorare in gruppo, la leadership e i temi di negotiation che oggi sono particolarmente rilevanti». Quali caratteristiche deve avere oggi un manager per avere successo? «Innanzitutto impostare la propria leadership su due elementi fondamentali: in primo luogo sui

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forti che rappresentino quelli dell’istitu valori zione per cui si lavora e secondariamente ispirare

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il trust, cioè la fiducia dei propri collaboratori, anche mettendosi in gioco in primo ruolo. Quindi la capacità di motivare e gestire bene un team di persone con un forte orientamento ai risultati e la capacità di assumere decisioni in contesti di estrema incertezza come accade oggi. Inoltre, occorre saper guardare lontano, cogliere i segnali di cambiamento e orientare la propria istituzione verso sfide importanti. Infine, bisogna anche saper prendere decisioni difficili che sacrificano i valori individuali a favore di quelli istituzionali». Lei ha affermato che “investire in capitale intellettuale è una leva strategica fondamentale per accrescere la competitività e per prepararsi al meglio a gestire il cambiamento in corso e ad accelerare la ripresa”. Qual è oggi la tendenza che caratterizza il rapporto tra il mondo delle imprese e la business education? «È cambiata molto e a testimoniarlo è il fatto che i partner con cui lavoriamo oggi nel mondo delle aziende e delle istituzioni sono sempre più sofisticati e chiedono progetti molto articolati, spesso combinando attività di ricerca specifica con attività didattica sia convenzionale sia esperienziale. L’altro tema che sta emergendo anche in Italia è quello della “continuous education”,

la necessità di continuare a preparare il proprio personale per fronteggiare un contesto estremamente volatile e dinamico e usare la formazione come leva di retention dei talenti. L’investimento nel capitale intellettuale è sicuramente una forma di investimento forte per le aziende, ma anche per gli individui che possono così sviluppare le proprie capacità manageriali». Quali settori aziendali investono maggiormente in formazione? «Storicamente esiste una tripartizione. Abbiamo il settore delle banche e delle istituzioni finanziarie che continua a fare investimenti sempre più mirati. Una seconda area importante è quella della pubblica amministrazione e della sanità. In prospettiva i provvedimenti che sta prendendo il governo per ridurre il deficit, conterranno gli spazi di investimento in formazione della Pa e questo renderà ancora più selettiva la scelta di chi è in grado di fare formazione in maniera appropriata. Il mondo della sanità, avendo al suo interno anche la sanità privata è un settore che continua a investire in competenze manageriali. Nell’area delle imprese, anche nel 2010, i settori che investono di più in formazione sono quello farmaceutico, l’energetico, l’automotive e il metalmeccanico che, seppur duramente colpito dalla crisi, sta cercando di risollevarsi anche attraverso la formazione».


RAGION LIBERA|FORMAZIONE Giuliano Noci

I VANTAGGI DELLA FORMAZIONE di Nicolò Mulas Marcello

La cultura manageriale sta acquistando sempre più attenzione da parte delle imprese. Giuliano Noci illustra l’offerta formativa della School of management del Politecnico di Milano

n un contesto economico contraddistinto da una significativa incertezza dettata dagli effetti della crisi, non sono poche le aziende che hanno deciso di affidare il proprio rilancio a investimenti mirati alla formazione del proprio personale. «La crisi – sostiene Giuliano Noci, docente di marketing e vicedirettore del dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano – ha portato le imprese ad avvicinarsi al mondo della formazione con due obiettivi fondamentali: offrire competenze e trattenere i talenti». Quali sono le gli ambiti formativi della

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Giuliano Noci, professore ordinario di marketing e vicedirettore del dipartimento di Ingegneria gestionale del Politecnico di Milano

School of management del Politecnico di Milano? «Sostanzialmente esistono due unità organizzative. La prima è il dipartimento di Ingegneria gestionale che ha un portafoglio di progetti formativi articolato su due livelli. Il dipartimento eroga formazione universitaria e i nostri docenti operano nell’area della laurea triennale e di quella di secondo livello con insegnamenti di carattere gestionale. Il secondo ambito, invece, è quello della Business school in cui sono strutturati tutti i corsi di formazione post graduate, quindi Mba, Executive Mba e formazione aziendale». Parliamo di mercato del lavoro. Quali prospettive hanno i laureati in ingegneria gestionale e i diplomati Mba? «Il futuro guarda al mondo e noi stiamo facendo sempre più placement su scala internazionale. Per questo motivo ci siamo alleati con alcune business partner europee per cercare di facilitare l’ingresso dei nostri diplomati nel mondo del lavoro a livello internazionale. Questo vale anche per i nostri laureati in Ingegneria gestionale. Sempre più spesso, infatti, dopo la laurea i nostri studenti vengono chiamati a lavorare all’estero o per quelle aziende italiane che hanno una forte propensione al mercato internazionale». Considerando i mutamenti di scenario economico, quali sono le capacità che in un manager non devono mancare?

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RAGION LIBERA|FORMAZIONE Giuliano Noci

essere in primo luogo un “problem sol «Deve ver”, quindi non solo un individuatore di necessità ma un soggetto che è in grado di risolvere problemi. E l’ingegnere gestionale, o le figure che escono dai nostri progetti formativi, sono molto coerenti con questo tipo di requisito in quanto hanno una forte matrice ingegneristica, quindi capacità progettuale e capacità di analizzare i sistemi per trovare soluzioni. Una seconda caratteristica è legata alla gestione di team multiculturali. Sempre più spesso i nostri studenti sono chiamati a lavorare con cinesi, indiani o americani contemporaneamente. Quindi, saper lavorare in team multiculturali, contraddistinti da sistemi di valori e da modalità di gestione delle attività molto diverse, è un requisito fondamentale». Come è cambiato il rapporto tra imprese e scuole di formazione? «In questo momento di grande crisi le imprese hanno riscoperto il valore della formazione e il Politecnico, attraverso la Business School of Management, è impegnato nella realizzazione di percorsi aziendali fortemente customizzati. Ad esempio, la nostra offerta formativa presenta corsi tarati sulle esigenze di specifiche imprese, con le quali progettiamo percorsi formativi di tipo part time, ma piuttosto articolati, che durano nel tempo. In altre parole la crisi ha portato le imprese ad avvicinarsi al mondo della formazione con due obiettivi fondamentali: far crescere le competenze per affrontare il nuovo contesto e cercare di trattenere i talenti attraverso l’erogazione di corsi formativi di assoluta eccellenza».

«Saper lavorare in team multiculturali, contraddistinti da modalità di gestione delle attività molto diverse, è un requisito fondamentale» Esistono aree aziendali che sono più propense all’investimento in formazione? «Sono principalmente tre le aree che richiedono maggiormente formazione. La prima è quella del marketing perchè la globalizzazione e le tecnologie dell’informazione e della comunicazione stanno cambiando significativamente le modalità con cui le imprese interagiscono con il mercato. La seconda è l’area delle supply chain, ovvero le catene di fornitura. Le imprese hanno sempre più catene di fornitura complesse che in molti casi, al contrario del passato, non sono localizzate in distretti industriali ma sono presenti nel mondo. La necessità di gestire queste catene in modo strutturato e organico è un elemento fondamentale da cui nasce la richiesta di progetti formativi. La terza area è quella della gestione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione a supporto dell’impresa. I sistemi informativi sono il sistema nervoso dell’impresa e quindi sempre più le aziende ci chiedono di supportarle nella comprensione di quelli che sono gli impatti che questi sistemi hanno nella gestione della competitività d’impresa». 191


LA FORMULA VINCENTE DELLA FORMAZIONE “SU MISURA” di Renata Gualtieri

«Partire dalla domanda espressa da lavoratori ed aziende». È Il corretto approccio formativo per il presidente di Formindustria Giuseppe Morandini

Italia si colloca, come è noto, nella seconda metà della classifica dei Paesi europei in cui la formazione viene utilizzata come strumento di miglioramento della competitività aziendale. Sicuramente non c’è possibilità di confronto con quanto si fa nei paesi scandinavi, ma anche in Germania, Francia, Gran Bretagna. Anche Spagna e Irlanda sono più avanti dell’Italia. «Ad ogni modo la crescita nella formazione c’è anche da noi – assicura il presidente di Formindustria Giuseppe Morandini – e si vede soprattutto da quando sono stati creati i fondi interprofessionali». Quali nel dettaglio le esigenze formative espresse dalle imprese del territorio? «Scorrendo le attività formative condotte dal

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Qui sotto, Giuseppe Morandini, presidente di Formindustria

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nostro Consorzio Formindustria nell’ultimo triennio, si ricava un quadro da cui emerge che la grande maggioranza delle azioni formative ha riguardato lo sviluppo di competenze tecnico/professionali (60%), seguita, a grande distanza dalle azioni formative nell’area della competenze gestionali e di processo (17%). Frequenti e numerose sono state le richieste, e quindi gli interventi, nelle aree ambiente e sicurezza sul lavoro, e non solo per la frequenza ai corsi obbligatori ma soprattutto con attività di formazione integrativa. Anche l’area dell’internazionalizzazione ha visto numerose richieste, come pure restano costanti le esigenze formative espresse nell’aggiornamento delle competenze informatiche. Più in generale possiamo senz’altro affermare che, con le notevoli facilitazioni introdotte dal Fondo interprofessionale per la formazione costituito da Confindustria e Cgil, Cisl e Uil, nelle opportunità di finanziamento dei piani formativi, molte aziende anche medio piccole si sono avvicinate alla formazione e hanno contribuito ad allargare la platea dei lavoratori che hanno potuto beneficiare di interventi formativi». Quali sono i settori che puntano maggiormente sulla formazione? «Nel nostro territorio la grande prevalenza di aziende del metalmeccanico e del legno fa sì che questi due settori siano anche quelli maggiormente rappresentati nei piani formativi. Ormai, però, la formazione non è una questione di settori né di dimensioni aziendali,


RAGION LIBERA|FORMAZIONE Giuseppe Morandini

«La prevalenza sul territorio di aziende del metalmeccanico e del legno fa sì che questi siano i settori più rappresentati nei piani formativi» anche se continua parzialmente a prevalere, ma meno che in passato, la formazione nelle imprese di medio-grandi dimensioni». Il capitale umano è una leva strategica di crescita e di sviluppo della competitività delle imprese. Quali i piani formativi per la valorizzazione di questa importante risorsa? «Bisogna sempre rispondere guardando all’impegno nella formazione del consorzio di Confindustria Friuli Venezia Giulia: le opportunità offerte sono numerosissime e riguardano sia piani formativi di tipo territoriale e settoriale, principalmente rivolti ad aziende di dimensioni medie e piccole le cui esigenze formative vengono aggregate in azioni interaziendali o anche in micro interventi formativi su misura. Accanto a questa attività, finanziata dal conto di sistema di Fondimpresa, grande crescita si è registrata con i piani formativi aziendali (+150%), finanziati sempre da Fondimpresa con il conto formazione, ossia le risorse proprie del-

l’azienda che le versa, per effetto dell’obbligo dello 0,30, in un proprio conto a cui può attingere in qualsiasi momento per coprire gli investimenti nella formazione dei propri dipendenti». Quale l’approccio formativo che risulta vincente per la crescita delle risorse umane e delle aziende? «Lo sforzo che porta a migliori risultati è quello che parte dalla domanda espressa da lavoratori ed aziende e costruisce quindi gli interventi formativi “su misura”, valorizzando le competenze esistenti, fornendo strumenti di miglioramento e di superamento delle criticità, adattandosi ai tempi organizzativi e produttivi senza creare impegni eccessivi e proponendo frequenti occasioni di confronto con l’utilizzo di metodologie formative che privilegiano lo scambio di esperienze e l’esercitazione in role-playing come elementi di significativo peso rispetto alla docenza frontale».

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SICUREZZA E QUALITÀ, IL CONSUMATORE SI PREMIA

di Riccardo Casini

Nel periodo gennaio-agosto 2010 le grandi marche hanno incrementato le vendite. Ma per Ivo Ferrario di Centromarca «resta preoccupazione per la scarsa dinamicità della domanda». Le ricette contro aumento dei prezzi e contraffazione el mare della crisi il consumatore cerca un approdo sicuro e conosciuto. Sembrano dimostrare questo i dati recentemente presentati da Centromarca, l’associazione italiana dell’industria di marca fondata nel 1965 e alla quale aderiscono oggi 192 imprese attive nei diversi settori dei beni di consumo immediato e durevole (alimentare, chimico per la casa e per la persona, tessile, elettrico, bricolage, giocattolo e home entertainment), imprese che complessivamente sviluppano in Italia un giro d’affari di 45 miliardi di euro. Le ultime rilevazioni, infatti, dicono che nel periodo gennaio-agosto 2010 le vendite delle industrie

N A destra, Ivo Ferrario, responsabile relazioni esterne di Centromarca

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grocery associate a Centromarca hanno registrato una crescita dell’1%, in controtendenza con il dato (-1,4%) del largo consumo confezionato. Al contempo, nel primo semestre le loro pianificazioni hanno sostenuto il mercato pubblicitario, con un incremento del 9% a fronte di una crescita complessiva del 5,5%: la voglia di investire insomma non manca, come sottolinea Ivo Ferrario, responsabile delle politiche del consumatore e delle relazioni esterne di Centromarca. «Nonostante il clima nel complesso non sia dei più positivi – spiega – le grandi marche mantengono un ruolo centrale nel paniere degli italiani. Basti pen-


RAGION LIBERA|IL VALORE DEL BRAND Ivo Ferrario

sare che oggi il 70% del mercato grocery è costituito da nostri associati, marche importanti che, anche se locali, sono ben presenti nella geografia del consumatore. Il motivo? Credo che da parte di quest’ultimo ci sia la voglia di continuare a premiarsi con la qualità, ma anche con la sicurezza. Sono questi infatti i punti di forza dei prodotti di marca, anche in rapporto al prezzo. E non dimentichiamo l’innovazione, in particolare in settori come la cura della persona o l’elettronica: per questo è importante mantenere una certa capacità di investimento, un impegno da portare avanti anche quando rallentano i consumi».

A proposito di prezzi, a luglio la crescita tendenziale delle aziende Centromarca si è assestata sullo 0,1% a fronte dell’1% della media grocery e dell’1,7% dell’indice Istat dei prezzi al consumo. Quali frutti sta portando questa politica di contenimento? «Indubbiamente positivi, dal momento che ha avvicinato al consumatore le grandi marche, consentendo loro di mantenere la propria quota di mercato. Ma le preoccupazioni per il futuro non mancano: la domanda non è dinamica, e per questo guardiamo avanti con molta attenzione».

L’incremento degli investimenti sul mercato pubblicitario, superiore al dato medio, mostra comunque la volontà di mettersi continuamente in gioco. «Ci diamo da fare, certo, ma la forte pressione sulla promozionalità ha ridotto notevolmente i margini per le imprese industriali, così come per la grande distribuzione, un attore centrale per raggiungere il consumatore. Si tratta di una politica che non può durare in eterno: margine significa anche tenuta del conto economico dell’impresa, possibilità di investimenti in comunicazione, innovazione e nelle soluzioni di

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IL VALORE DEL BRAND|RAGION LIBERA Ivo Ferrario

«La contraffazione è un problema che investe soprattutto i settori del design e della moda: per questi, qualsiasi intervento legislativo che vada a rafforzare la proprietà intellettuale può risultare di aiuto» delle materie prime, e  scelta mantenimento del livello occupazionale». Tornando al discorso prezzi, Centromarca ha sottolineato come il loro aumento ingiustificato sia un rischio che riguarda solo i settori dove la concorrenza è debole. A quali fate riferimento in particolare? Quali soluzioni sono auspicabili? «I dati parlano chiaro: tra il 2002 e il 2009 nel settore dei prodotti confezionati alimentari e non alimentari,

dove la concorrenza è perfetta, i prezzi sono incrementati del 6,9% contro il 25,3% delle assicurazioni, il 37,6% dei servizi bancari, il 27,3% del gasolio, il 23,9% dei servizi professionali e il 18,5% di benzina e gas. Si tratta di aumenti che superano ogni logica, e che pesano sulle famiglie sottraendo loro risorse destinabili altrove. Per invertire il trend è indispensabile un piano di liberalizzazioni esteso a tutti i settori». Quali danni causa il fe-

nomeno della contraffazione alle grandi marche? Come è possibile intervenire in questo senso? «A questo fenomeno Centromarca ha da tempo dedicato un istituto ad hoc, Indicam. La contraffazione è un problema che investe soprattutto i settori del design e della moda: per questi, qualsiasi intervento legislativo che vada a rafforzare la proprietà intellettuale può risultare di aiuto, ed è quindi ben accetto».


RAGION LIBERA|IL VALORE DEL BRAND Laura Minestroni

LA SCOMMESSA DEL MADE IN ITALY

di Michela Evangelisti

Il made in Italy all’estero spopola davvero? Secondo Laura Minestroni avrebbe tutte le carte in regola per farlo, ma occorrerebbe investire molto di più in comunicazione e valorizzazione l made in Italy è un formidabile lifestyle brand, una “marca stile di vita”, un segno potente e altamente evocativo, capace di aggregare prodotti e consumatori diversi attraverso una serie di valori condivisi. È un modo eccellente di mangiare, bere, vestire, abitare, fabbricare oggetti, viaggiare, vivere il tempo libero. In sintesi, è una “miscela tradizionale” di gusto, status ed estetica, che ci viene riconosciuta fuori casa. Ma, secondo Laura Minestroni, gli italiani ne hanno ancora scarsa consapevolezza. «Per anni si è fatto riferimento al sistema delle “3 F”: food, fashion, furniture, i tre settori più significativi del nostro made in. Oppure al sistema delle “4 A” dell’eccellenza manifatturiera italiana: abbigliamento-moda, arredamento, alimentazione, automobili – spiega la ricercatrice –. Credo che oggi potremmo anche svincolarci da queste formule riduttive: la nostra eccellenza nel mondo si ritrova nell’entertainment industry (si pensi al caso Rainbow, con le celebri Winx), nell’architettura, nell’accoglienza turistica, nella ristorazione, nella ricerca scientifica». I brand del made in Italy funzionano davvero? Qual è oggi la loro notorietà e il loro impatto sul pa-

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norama internazionale? Quali valori veicolano? «Il made in Italy rappresenta oggi una rendita di posizione di straordinario interesse. È un valore aggiunto ai prodotti; è un mix di qualità funzionale ed estetica, è il “marchio collettivo” della creatività dei nostri imprenditori e dello stile di vita italiano, sinonimo dell’orientamento verso l’alta gamma del mercato. Già da qualche tempo indagini transazionali sui consumatori indicano il Laura Minestroni, ricercatrice in Sociologia primato dell’italian food sulle altre dei processi culturali e comunicativi cucine. Compresa la titolata cucina all'Università la Sapienza di Roma francese, che da sempre era in vetta alle preferenze. Il goodwill per il modo italiano di mangiare si fonda sull’apprezzamento del sapore, della naturalità degli ingredienti, della qualità delle materie prime, della semplicità della ricettazione e della forte connotazione di salubrità. Nella moda e nell’arredo made in Italy significa eccellenza del design e della manifattura. Significa anche storia e cultura. Troppo spesso, tuttavia, le marche italiane incontrano serie difficoltà nei processi di globalizzazione. Nel settore alimentare molti marchi prestigiosi sono finiti in mano a multinazionali straniere; qualcosa del genere rischia di avve199 nire anche con la moda».


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RAGION LIBERA|IL VALORE DEL BRAND Laura Minestroni

«L’italian way of life, forse uno stereotipo, è però uno stile di vita internazionalmente riconosciuto e apprezzato» italiani riconoscono davvero  la Gli superiorità dei prodotti “fatti in casa” o si lasciano attrarre piuttosto dai brand stranieri? «Dipende dal settore di riferimento. Credo che siano particolarmente sensibili al made in Italy nel comparto food: è un po’ come dire che il cibo della mamma è il più buono; sono invece meno attratti dal prodotto italiano in altri settori più internazionalizzati, come la moda o il design (si pensi alla competitività di Ikea in tal senso), dove tendono a essere sempre più esterofili. Oggi sembra verificarsi il paradosso che il made in Italy, anche nelle sue espressioni più significative, si limiti a raccogliere una ben piccola parte dell’ampio credito che gli viene concesso. Voglio dire che la desiderabilità del prodotto italiano all’estero è oggi molto più alta rispetto a quanto si sia investito in passato, o si stia investendo oggi, in termini di comunicazione, di made in image o di valorizzazione delle marche e dei prodotti». Quali consigli darebbe agli imprenditori italiani impegnati nella competizione del mercato? «Le potenzialità in termini di crescita, opportunità di brand extension, brand licensing che il made in Italy veicola sono oggi straordinarie. Purtroppo, credo ampiamente inesplorate. Il made in Italy potrebbe

funzionare come un grande “marchio ombrello”, in grado di moltiplicare il valore di brand e prodotti, il loro appeal, il loro successo e la penetrabilità nei mercati. Ma per riuscire a fare questo dovrebbe essere “trattato” a sua volta come un brand a tutti gli effetti, a partire dalla sua identità, dai suoi valori, dal territorio “simbolico” che presidia, dai suoi confini, dai discorsi che veicola, dalle associazioni che riesce a produrre nella mente della gente. La dimensione estetica è il fil rouge che unisce mercati e comparti manifatturieri molto diversi fra loro. “Estetica” non è solo questione di bello o brutto, di immagine e stile. Ha a che fare con i sensi: il gusto e l’olfatto (pensiamo al cibo), il tatto (l’eccellenza delle nostre manifatture e delle materie prime), la vista (il design), l’udito (la musica lirica o il suono della nostra lingua, così graditi all’estero). L’italian way of life, forse uno stereotipo, è però uno stile di vita internazionalmente riconosciuto e apprezzato». Quali sono le sue caratteristiche? «È la capacità, tutta italiana, di saper cogliere i piaceri della vita, il bello e il buono, il migliore. In un’epoca, come quella attuale, in cui si parla tanto di marketing estetico, del primato delle emozioni sulle scelte del consumatore, del trend del polisensualismo, un concetto come quello del made in Italy, cavalca lo spirito

del tempo. Bisognerebbe trasformarlo in marca. Prendere coscienza, cioè, della sua identità, gestirlo in maniera strategica, riuscire ad accrescerne la riconoscibilità, la stima, la familiarità, l’unicità presso gli altri Paesi, fare in modo che produca valore sia per l’azienda che per il consumatore». Nella prefazione del saggio Il Manuale della Marca si legge che la comunicazione d’impresa deve tener presente un mediascape inedito. Nel nuovo panorama mediale, quali sono quindi le strategie da seguire per promuovere il made in Italy? «Difficile dare una ricetta. Innanzitutto occorre uno sforzo di comprensione iniziale: cercare di comprendere i diversi mercati in cui si va ad operare, studiare il consumatore globale (che è diverso in ogni Paese del mondo), le sue aspettative. Dire che i mercati non sono tutti uguali sembra un’ovvietà. Eppure i mercati sono fatti di individui, che agiscono in società complesse, adottano culture, valori differenti. Anche un concetto universale come quello di made in Italy potrebbe aver bisogno di traduzioni o adattamenti culturali nei diversi Paesi in cui si esporta. Siamo sicuri che made in Italy significhi la stessa cosa per un indiano, un americano, un giapponese e un italiano?».


RAGION LIBERA|L’INGEGNO PRENDE FORMA Giorgetto Giugiaro

DARE FORMA ALLE IDEE. PRESENTE E PASSATO DEL GENIO ITALIANO

di Elisabetta Bianconi

Giocattoli magnifici, ma utili e funzionali. Il maestro italiano del design industriale, Giorgetto Giugiaro, spiega perché certe forme, certe idee conquistano il mercato. E avverte: «Se l’Italia vuole tornare a essere leader, deve ricominciare a sperimentare»

uto, naturalmente. Ma anche treni e telefoni, orologi e macchine da caffè, persino palloni. L’elenco degli oggetti firmati da Giorgetto Giugiaro, in quarant’anni di attività, sembra un estroso catalogo borgesiano. Variopinto, fantasioso, irregolare. Composto seguendo l’onda del desiderio e della curiosità. Ma rispettando sempre l’imperativo della funzione, della logica industriale. Perché ogni oggetto ha il suo fascino e la sua storia, ma poi, vada come vada, è destinato a essere prodotto in serie. E tra la spinta creativa e le esigenze di produzione, il designer deve sapersi districare con grazia e professionalità. Senza perdere l’entusiasmo di chi sa di poter creare giocattoli magnifici, ma utili, realistici e riproducibili. Italdesign è sinonimo di design automobilistico, ancora oggi l’attività principale del gruppo. Ma la firma Giugiaro compare su oggetti di ogni tipo. Cosa accomuna tutti

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questi progetti? «Che si tratti di disegnare un orologio o un’automobile, il processo creativo rimane fondamentalmente lo stesso. Bisogna guardare non solo alla creatività, all’architettura delle forme, ma anche alle logiche di sviluppo industriale. Perché l’oggetto poi va prodotto in serie. E questo implica una serie di vincoli di realizzazione che il creativo non può ignorare. Lo stesso principio ha guidato la nascita, nel 1981, della Giugiaro Design. Anche in quel caso, a muoverci è stata la curiosità: quando ad esempio la Nikon ci ha chiesto di occuparci della F5, ci siamo avventurati in un settore in cui non eravamo specialisti». Come si concilia l’aspetto creativo con le esigenze puramente tecniche? «Le competenze specifiche le acquisiamo man mano, confrontandoci con gli esperti del settore che di volta in volta ci troviamo ad affrontare. Ma per fare questo occorre una grande umiltà, capire insieme al pro-

duttore ciò che si può o non si può realisticamente realizzare. La fantasia del designer, specialmente se giovane, tende a superare questi vincoli e spesso sta ai tecnici ridimensionare le proposte più ardite. Poi certo l’originalità è un concetto relativo: c’è tutto un modo di architetture, di forme, di vita che ci stimola e ci condiziona, a volte inconsciamente. In questo il designer è come una spugna: registra e immagazzina tutto ciò che vede, per poi rielaborarlo nel disegno. L’idea originale, spesso, non è che la risultante di tutte queste esperienze». Da dove parte questo processo creativo? «Il punto di partenza è sempre il desiderio, la capacità di immaginare ciò che personalmente si vorrebbe dall’oggetto. In questo il designer risponde a un egoismo puro e, alla fine, fa quello che gli piace fare. Ha le sue idee e le porta avanti, sperando che possano essere valide per tutti. Ci si appella ai desideri del mercato, ma la verità è che il

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propone le forme  progettista scaturite dalla sua fantasia, le

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più disparate. E a volte accade che queste fantasie incontrino i gusti inespressi del pubblico». C’è un momento in cui si capisce di aver trovato la “giusta forma”? «Esperienza dopo esperienza, errore dopo errore, a un certo punto si percepisce di essere sulla buona strada. Un po’ come succede a un compositore, che mette insieme le note e, alla fine, sente l’armonia. Del resto, se potesse, il designer seguirebbe un’idea fino all’estremo, verso una perfezione che pure è illusoria. Fosse per lui la creazione andrebbe sempre avanti, tentativo dopo tentativo. Ma non si

può mantenere in vita l’oggetto all’infinito, a un certo punto bisogna “conchiuderlo”». Tra i suoi progetti più riusciti c’è senza dubbio la Fiat Panda. Com’è nato il suo design inconfondibile? «Quando è partito il progetto, si trattava di immettere sul mercato una vettura economica e spaziosa, capace di ospitare il motore della 126. Un mezzo di prima motorizzazione, resistente e adatto al trasporto, alle strade di montagna. La sfida era di ottenere il maggiore spazio possibile al minore costo. Di qui la forma squadrata, con linee e angoli retti, che è la soluzione di contenimento più logica e ha dato alla Panda quell’aspetto un

po’ da frigorifero che poi è stato uno dei fattori del suo successo. Del resto creare un oggetto che costi poco, ma offra molto è molto più difficile che disegnare una Ferrari». Il modello è stato venduto per oltre un ventennio. Quali sono state le ragioni di questo successo? «Al primo impatto la Panda non fu capita dal pubblico a cui era rivolta, che magari preferiva acquistare una vettura usata, ma di prestigio piuttosto che un’auto nuova ma di bassa fascia. Quando poi anche le persone benestanti hanno iniziato a guidarla, si è rotto il tabù: un po’ come era avvenuto con i jeans, che nessuno indossava finché non ha iniziato a farlo Agnelli. Poi certo a lungo andare ha prevalso la logica del risparmio, ma credo che se la Panda ha vissuto così a lungo, nonostante una grande concorrenza, è anche per questo: perché non ha l’ambizione di voler essere quello che non può essere». Oggi sarebbe possibile ri-


RAGION LIBERA|L’INGEGNO PRENDE FORMA Giorgetto Giugiaro

produrre un successo così longevo? «Oggi siamo molto più volubili: il mercato è inondato di nuovi modelli dalla vita sempre più breve. Le tecnologie invecchiano rapidamente e la competizione si gioca sugli accessori, spesso inutili. Io viaggio da anni con macchine dotate di ogni gadget, ma l’unica cosa che mi interessa davvero è la spia della benzina. È inevitabile, del resto, che la tecnologia si ritrovi al servizio dei capricci dell’uomo. Perché ammettiamolo: l’auto è soprattutto un giocattolo, su cui spesso proiettiamo ambizioni, frustrazioni, speranze. Per questo si tende a volere sempre di più, mentre tutto quello che si dovrebbe chiedere a un’auto e di portarci da un luogo all’altro in modo rapido e sicuro. È a questo che deve servire la tecnologia, a permettere una qualità di spostamento impensabile fino a pochi decenni fa». A lungo lo stile italiano ha dettato legge sul design au-

tomobilistico. L’Italia mantiene questa eccellenza? «Il nostro proverbiale buon gusto è nato in un contesto molto particolare, quando l’assenza di mezzi costringeva a “fare molto con poco”. Di qui quello stile essenziale e raffinato che tutti ancora ci riconoscono e che è molto apprezzato nei nostri designer quando si recano all’estero. E tuttavia, non siamo più i leader. Per esserlo bisogna produrre un gran numero di vetture, proporre continuamente nuovi modelli. La nostra industria ha sofferto molto negli ultimi anni e obbiettivamente non ha potuto fare molto. Quando negli anni 70 lavorai la prima volta per la Hyundai era poco più di un capannone: oggi produce più della Fiat. Ma anche gli Stati Uniti sono stati superati da Cina, che per ora non ha ancora una propria identità, ma a forza di sperimentare la troverà ben presto». Torino in particolare ha una tradizione illustre in

questo campo. Sopravvive ancora? «Torino ha sofferto in modo particolare questa rivoluzione. L’arte dei nostri carrozzieri, in grado di soddisfare con piccole produzioni le esigenze di una clientela esclusiva, è stata messa in crisi dal progresso, che permette di modificare le linee di montaggio e personalizzare il prodotto senza grande spesa. Ancora una volta possiamo puntare sulla creatività. Ma oggi, per farlo, servono grandi numeri e grandi strutture». Auto minuscole ed enormi, essenziali e iperaccessoriate, solide e sofisticate. Lei quale preferisce? «Ne sperimento diverse, continuamente, adesso ad esempio sto facendo esperienza con un’ibrida. In questo modo, però, finisco per non avere un auto “mia”. Anzi, tendo a viaggiare su auto disegnate da altri. Non so perché, ma immagino che anche questo abbia a che fare con la curiosità».

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LA NOSTRA RIVOLUZIONE investire sui prodotti». PRODUTTIVA «Bisogna È l’esortazione lanciata da di Francesca Druidi

Francesco Casoli, presidente di Elica. Una realtà il cui successo si lega all’innovazione, al coraggio, al talento


RAGION LIBERA|IL VALORE DELL’IMPRESA Francesco Casoli

gosto 1970: Ermanno Casoli registrava il marchio Elica. Oggi quell’azienda, presieduta dal figlio Francesco, è la capofila di un Gruppo leader nel mercato delle cappe da cucina e dei motori elettrici per cappe, caldaie, frigoriferi e forni a uso domestico. Quotata in Piazza Affari dal 2006, Elica ha compiuto nel 2010 i suoi primi quarant’anni, con oltre 2.700 dipendenti e circa 16 milioni di pezzi realizzati annualmente in 10 siti produttivi distribuiti tra l’Italia, l’Europa, il Messico e l’Oriente. Numeri che, affiancati all’incremento del 9,4% dei ricavi consolidati - pari a 179,5 milioni di euro - registrato nel primo semestre dell’anno, restituiscono lo spessore di un progetto imprenditoriale caratterizzato, come ha dichiarato lo stesso Francesco Casoli, da un mix tra momenti di rottura e intuizioni determinanti. «L’intuizione vincente – spiega il presidente – è stata quella di rendere protagonista un prodotto banalizzatosi negli anni. Oggi tutti parlano di design, ma negli anni Ottanta prendere un prodotto anonimo e vestirlo in maniera da scardinare

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quelli che erano i paradigmi consolidati all’interno della cucina, ha identificato un grande cambiamento». In uno scenario industriale come quello italiano, dove il capitalismo familiare si configura ancora come una realtà di gestione importante quanto per certi versi ingombrante, un elemento di discontinuità per Elica è rappresentato proprio dallo stile di management. «L’azienda prescinde dalla famiglia, ha un amministratore delegato forte che non appartiene a questa dimensione. È un’impresa gestita in maniera abbastanza inusuale per l’Italia». Vedere nel cambiamento un’opportunità individua uno dei valori fondanti di Elica. Come il Gruppo ha affrontato il contesto economico attuale e in che modo ha operato aggiustamenti di rotta? «Abbiamo cercato di giocare d’anticipo e di aumentare la produttività dell’azienda. Elica si è mossa, da una parte, destinando notevoli risorse all’innovazione sia di processo che di prodotto; dall’altra, ha continuato a investire sul ca-

pitale umano, una mossa che ha spiazzato il mercato consentendo di mantenere alto l’entusiasmo in un momento delicato. Il 2008 e il 2009 non sono stati, infatti, anni semplici perchè abbiamo dovuto prendere decisioni difficili che si sono tradotte in una riduzione del personale in Italia. Investire sulle nostre risorse umane ha permesso di “governare” il processo di ristrutturazione senza perdere di vista il focus, ossia mantenere inalterate la passione e la spinta. Alla fine i risultati sono arrivati, forse anche al di sopra delle nostre aspettative». Come si è declinato, nello specifico, questo slancio innovativo? «Sono stati effettuati impor-

In apertura, l’headquarter di Elica a Fabriano, in provincia di Ancona

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A fianco, fasi di produzione; nella pagina a lato, l’interno di Elica a Fabriano

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tanti investimenti in fabbrica. Ci siamo collegati al circuito World Class Manifacturing, un circuito internazionale che permette di mettere a confronto fabbriche di prodotti diversi per capire e implementare le migliori pratiche di riferimento nel proprio comparto industriale. Abbiamo così iniziato a coinvolgere operai, magazzinieri e quanti sono in contatto con il prodotto, in una rivoluzione produttiva che sta interessando tutte le imprese del Gruppo». Quali sono oggi le leve maggiormente strategiche da considerare per un’impresa, magari anche rispetto al recente passato? «Il mondo è sempre più senza frontiere. Il mercato è ovunque, così come la competizione. La concorrenza può arrivare, infatti, da un paese sconosciuto della Kamchatka come dalla più grande città metropolitana degli Stati Uniti. Occorre posizionarsi con le antenne ben alzate e

soprattutto raccogliere la sfida. Per questo, Elica ha creato nel mondo centri di produzione e sviluppo per acquisire conoscenze specifiche sulle modalità produttive in quei luoghi, anticipare eventuali minacce in arrivo e contrastarle con le stesse armi. Non possiamo più permetterci il lusso di pensare e realizzare il prodotto esclusivamente in Italia per poi venderlo all’estero. Per vendere in Cina, ad esempio, bisogna organizzarsi ed essere presenti con la produzione e lo sviluppo direttamente in quel paese». Sul fronte dell’internazionalizzazione, la priorità del Gruppo è l’ulteriore penetrazione in Oriente? «Abbiamo iniziato circa quindici anni fa con il Giappone, che non è mai percepito come un mercato dai grandi numeri ma che, invece, ha 660 milioni di abitanti disposti a spendere in prodotti di alta gamma. Per noi è stato un buon viatico per sondare quali difficoltà esistono nella penetrazione dei mercati stranieri. Abbiamo realizzato due notevoli investimenti, uno in India e l’altro in Cina. Due operazioni che concludono la fase di internazionalizzazione asiatica. Sono ipotizzabili altri movimenti commerciali nelle zone limitrofe, ma la parte rilevante della scelta strategica

l’abbiamo già compiuta. In India e in Cina stiamo investendo molto in termini di capitale umano e ci attendiamo ritorni interessanti, certo non si parla di giorni o settimane ma di mesi e di anni, adottando una visione ad ampio raggio». Da una parte c’è l’attenzione per il territorio di appartenenza, dall’altra una spiccata vocazione cosmopolita. Come convivono queste due spinte in Elica? «Con grande delicatezza. Mantenere il radicamento nel territorio, dove vivono e lavorano la proprietà e il management del primo livello, è importante così come non rimanere vincolati, sotto il profilo della mentalità. Occorre avere il coraggio di cercare le competenze non più soltanto in provincia di Ancona, ma dove effettivamente si collocano. Del resto, un’altra grande sfida per un’azienda consiste nel raggiungere un minimo di visibilità e di attrazione verso i talenti. Cerchiamo di trovare i talenti, di assumerli e trattenerli, qualunque lingua parlino. Mantenere le radici ci permette di offrire ai talenti che provengono da tutte le parti del mondo anche un’identità forte. L’azienda, infatti, continua a valorizzare il luogo dove questa è nata e cresciuta, rendendolo parte dell’attratti-


RAGION LIBERA|IL VALORE DELL’IMPRESA Francesco Casoli

«L’azienda continua a valorizzare il luogo dove questa è nata e cresciuta, rendendolo parte dell’attrattività del lavorare in Elica» vità del lavorare in Elica». I risultati del Gruppo al 30 giugno 2010 sono piuttosto positivi. Può indicare le prospettive del mercato del cappe e dei motori elettrici per il prossimo futuro e i principali obiettivi di Elica? «Il mercato sta vivendo da lungo tempo una fase di notevole discontinuità. Il Gruppo sta perciò tentando di mettere le basi per stabilizzare l’80% del proprio mercato, allargando la distribuzione diretta tramite il marchio Elica e le collaborazioni con i grandi clienti internazionali per consolidare la capacità di distribuzione. Lo scenario attuale si presenta a macchia di leopardo, con il Nord America che si sta riprendendo dalla fortis-

sima crisi del Real Estate, che ha coinvolto anche chi produce e vende attrezzi per le cucine, con la Germania e la Russia che vanno benissimo e la Spagna dove, invece, la crisi dell’edilizia residenziale è ancora molto profonda. Per un’azienda come Elica, che ragiona in maniera globale, diventa fondamentale mediare queste zone di criticità e rendere il quadro omogeneo». Su quali asset le imprese italiane devono puntare per mantenere e acquisire competitività su mercati ormai globalizzati? «Bisogna investire sui prodotti. Occorre però che tutti noi facciamo un esame di coscienza e ci rendiamo conto che per fare questo serve un elevato ammontare di risorse.

Forse è venuto il momento per le aziende italiane di ragionare sulle dimensioni. La spina dorsale della nostra economia è costituita da piccole aziende. Queste continueranno a essere importanti, però alcune centinaia di aziende dovranno iniziare a intravedere la possibilità di operare aggregazioni, di unire le forze per reggere l’impatto di aziende straniere più strutturate, abituate a ragionare con dimensioni superiori e con maggiori risorse da investire in prodotti, e quindi nell’innovazione di base che la farà da padrona nel prossimo futuro. E l’innovazione di prodotto non la si alimenta solo con l’inventiva dell’imprenditore italiano, ma attraverso la collaborazione e la ricerca applicata».

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CERAMICHE D’APPEAL|RAGION LIBERA Paolo Denti

LA THUN PUNTA A UN NUOVO CONCEPT STORE L’immagine porta all’appeal, al riconoscimento e, di Andrea Moscariello

conseguentemente, alla fidelizzazione. Un dettame che la nota azienda di ceramiche bolzanina segue da sempre. E a ribadirlo è il suo Ad, Paolo Denti, presentando i nuovi negozi del gruppo entirsi a casa. Anzi, sentirsi in Alto Adige. Punta tutto sulla riconoscibilità non soltanto del brand, ma del territorio che gli appartiene la strategia di Thun. Un piano di rinnovo stilistico per gli store di uno dei marchi italiani più consolidati, con 1673 punti vendita in Europa e 300 negozi monomarca. «Abbiamo voluto creare un ambiente valoriale, denominato “Il salotto della contessa”, in grado di emozionare il consumatore e farlo appunto sentire come in un salotto di casa – spiega l’amministratore delegato di Thun, Paolo Denti -. Quindi il nuovo negozio è caldo, accogliente e offre un’esperienza multisensoriale grazie alle forme arrotondate degli arredi in noce, le luci soft e i colori caldi, la musica rilassante e le essenze naturali diffuse nell’ambiente». Un investimento importante, che si pone anche come risposta a un periodo di certo non favorevole per il mercato di ri-

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ferimento. La crisi quanto si è fatta sentire per Thun? «Il potere d’acquisto dei consumatori è certamente diminuito. In generale l’effetto principale è stato un rallentamento del nostro programma di crescita. Allo stesso tempo la crisi ha permesso lo sviluppo di nuovi progetti strategici come il travel retail, di cui apriremo a novembre il primo punto vendita a Linate, il category, e l’espansione delle produzioni donna e bimbo. Ma soprattutto abbiamo potenziato la nostra leva principale di sviluppo, la rete di negozi monomarca. In questi anni si sono create nuove opportunità grazie all’apertura di nuovi store in centri storici e commerciali di primo livello». Sopra, Paolo Denti, amministratore In termini numerici que- delegato di Thun Spa. Sopra, ste aperture a quali risultati l’ingresso di uno dei nuovi store hanno portato? «Dal 2008 al 2010 Thun è arrivata a raddoppiare la rete di vendita con una media di circa 50 nuove aperture mo-


nomarca all’anno. Oggi siamo presenti sul territorio con 300 Thun store. A questi si affiancano oltre 900 negozi dove siamo presenti con strutture shop in shop. Nei prossimi anni ci saranno importanti novità. Mi riferisco ai negozi diretti, ossia gestiti direttamente da noi, che ci permettono di aprire in punti strategici non alla portata di un franchisee, come le prossime aperture di Piazza Wagner a Milano e Via Ugo Bassi a Bologna. E poi, ovviamente, ci sarà il lancio del nuovo concept store, il nuovo formato di negozio, che formerà il look di tutti i nuovi negozi che andremo ad aprire». L’impegno di Thun è rivolto anche all’impatto am-

bientale. In particolare quali sono i progetti più significativi al riguardo? «Stiamo installando sul nostro stabilimento di Bolzano pannelli solari che forniranno energia pulita. A poco seguirà l’impianto di Mantova di 35mila mq, portandoci a essere energeticamente quasi autosufficienti. Tornando al nuovo concept store, anche in questo caso figurano materiali sostenibili come il legno e puntiamo al risparmio energetico con lampade led a basso consumo. Il rispetto per l’ambiente è da sempre uno dei valori principali dell’Alto Adige e, di conseguenza, anche nostro». A proposito di Alto Adige, la strategia che stringe il legame tra il brand e il suo

luogo di appartenenza è ancora valida nel 2011? «Vediamo i risultati ogni giorno. Sono milioni le persone in tutta Italia che ci cercano e ci apprezzano, che amano il nostro stile, i nostri valori e, appunto, le nostre origini. Questa miscela ci ha dato la forza per continuare a crescere e ci ha permesso di affrontare la crisi andando in controtendenza rispetto al nostro settore e, in generale, rispetto al forte calo registrato nel mondo del retail». In cosa consiste la vostra nuova strategia nel mercato “bimbo”? «Il nostro target principale è la fascia prescolare dai 3 ai 6 anni. I prodotti saranno pensati non solo per conquistare le mamme, ma per dialogare

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CERAMICHE D’APPEAL|RAGION LIBERA Paolo Denti

SESSANT’ANNI DI SUCCESSI Era il 1950 quando i conti Otmar e Lene Thun aprirono un laboratorio di ceramica nello scantinato del castello Klebenstein a Bolzano. Da qui diedero vita alle loro prime creazioni: vasi, ciotole e brocche fatte a mano. Fu subito un grande successo tra i turisti. Negli anni la richiesta aumentò e a breve nacque il celebre angelo laudante, che sarà conosciuto in tutto il mondo come l’Angelo di Bolzano, con il volto dolce di un bimbo addormentato. Arrivano gli anni sessanta, e l’azienda si trasferisce in un maso storico, dell’800, a Sud di Bolzano. I collaboratori sono più di 35 e la produzione si allarga con ceramiche da tavola e oggetti decorativi per la casa. Nel 1978 Peter Thun (nella foto), secondogenito della coppia, entra in azienda e ne assume la gestione. L’impresa, negli anni Novanta, si trasferisce nella zona industriale di Bol-

zano, in via Galvani. Anche se la produzione ha raggiunto dimensioni industriali, la tecnica e la cura con cui vengono create le ceramiche restano artigianali. La struttura si ingrandisce a vista d’occhio, e nel 1995 Thun diventa una società per azioni. La crescita del fatturato tocca il suo apice: in 4 anni la produzione aumenta del 180%. Nel 2002, sempre a Bolzano, viene inaugurato il grande store multisensoriale Thuniversum, dove si può vedere e toccare tutto il mondo del più noto brand altoatesino. Nel 2004 prende piede l’avventura del franchising, con l’apertura dei primi Thun shop in Italia. I risultati sono tali da far vincere a Peter Thun, nel 2005, il premio come “Imprenditore dell’anno” assegnato da Ernst & Young, nella categoria Communication. Si giunge così al 2008, anno in cui l’azienda inaugura a Mantova il nuovo centro

con i piccoli. A  direttamente questo scopo abbiamo svilup-

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pato con la società specializzata Achtoons il cartoon “Nel magico mondo di Sonni”, nel quale le icone di Thun si animano e interagiscono con i piccoli protagonisti Mia e Leo, in cui i clienti più giovani possono immedesimarsi. I personaggi popolano anche libri e giochi educativi in vendita nei negozi Thun nel 2011». Quali i piani e le aspettative per il prossimo Natale?

Peter Thun, presidente della società bolzanina logistico di 35mila metri quadri. A pochi metri di distanza, apre i battenti il nuovo grande Thun store, gemello del Thuniversum. A dicembre 2009, con l’inaugurazione del Thun shop al centro commerciale Euroma2, l’azienda festeggia il 250° monomarca in Italia. Siamo giunti finalmente al 2010, con l’importante traguardo dei 60 anni di attività. In totale, il mondo Thun conta attualmente più di 5000 collaboratori.

«Conseguiamo mediamente il 40% del fatturato nel periodo natalizio, lanciandovi ogni anno molte novità. Ma non puntiamo solo sui prodotti: fondamentale per Thun è garantire un ottimo servizio anche nella frenesia del mese di dicembre, quando ci sono le code davanti ai negozi. Per questo abbiamo sviluppato la Thuniversity, iniziativa di formazione alla quale quest’anno hanno aderito 500 persone tra commesse e gestori dei negozi. A loro, in questo programma triennale, trasmettiamo strumenti organizzativi e gestionali. Cre-

diamo molto in questa risorsa puntando fortemente sul people value». Dunque vi è un grande investimento sulle risorse umane? «Esatto. Chi lavora con noi si riconosce nei nostri valori. Ad esempio, oltre la metà dei collaboratori ha già dedicato il suo tempo per una settimana di volontariato nei progetti di ceramico terapia. Un’iniziativa che la Fondazione Contessa Lene Thun Onlus organizza in varie parti del mondo per bambini in condizioni disagiate, fisiche e o psichiche, regalando a loro un sorriso e una speranza».


LE CIFRE DEL SUCCESSO SOTTO I RIFLETTORI

di Nike Giurlani

La moda è «determinante sia per il significativo apporto alla bilancia commerciale sia per il contributo importante che dà al mondo del lavoro». La parola al presidente della Camera nazionale della moda Mario Boselli


RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Mario Boselli

re i punti chiave sui quali Mario Boselli vuole puntare: il fast fashion, internet e la lotta alla contraffazione. Senza, però, tralasciare la promozione della moda italiana all’estero con iniziative «in giro per il mondo per far conoscere i nostri stilisti, soprattutto i giovani». L’obiettivo? «Spero che il clima d’armonia e d’unitarietà d’intenti degli stilisti dimostrato ultimamente si consolidi» conclude Boselli. Rispetto alla Francia che ha riportato un saldo negativo, l’Italia ha registrato 12 miliardi di euro di attivo sulla bilancia commerciale. Che ruolo ricopre il settore tessileabbigliamento per l’economia del nostro Paese? «Sì, la nostra bilancia commerciale è in attivo, a differenza di quella francese. Il ruolo del nostro settore è determinante, sia per il significativo apporto alla bilancia commerciale che copre una gran parte di deficit, sia per il contributo importante che dà al mondo del lavoro e soprattutto all’occupazione femminile. Ricordo che la filiera del tessile-abbigliamento-moda offre lavoro a 700 mila addetti e ricopre quindi un ruolo determinante per l’economia italiana». Quest’anno è stato rieletto per la quarta volta consecutiva presidente della Camera nazionale della moda italiana. Quali sono le iniziative che intende portare

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avanti per sostenere le aziende associate per superare questo delicato momento economico? «Continuiamo, per esempio, a portare avanti iniziative sul fronte della promozione della moda italiana all’estero. Oltre agli eventi, che organizziamo in giro per il mondo per far conoscere i nostri stilisti, soprattutto i giovani, manteniamo stretti rapporti con il ministero dello Sviluppo economico e con l’Istituto nazionale per il Commercio estero. Vorrei citare l’ultimo accordo quadro, che abbiamo firmato il 17 maggio, con la finalità di rendere massime le sinergie tra l’azione nazionale pubblica e quella privata nel processo d’internazionalizzazione del settore moda». Lei ha più volte posto l’accento sull’importanza di aprirsi alle realtà del fast fashion, per quale motivo? «Sì, è vero, l’attenzione al fast fashion è uno dei tre assi sui quali la Cnmi intende muoversi in questo triennio, unitamente agli altri due che sono le nuove frontiere d’internet e la lotta alla contraffazione. Il fast fashion è importante perché è una risposta italiana, e quindi di qualità, alle sfide portate al nostro sistema moda dalle catene delle grandi superfici specializzate». Gucci alla prossima settimana della moda ha trasmesso on line la sua sfilata per intero. La moda, attraverso i nuovi mezzi multi-

Sopra, il presidente della Camera nazionale della moda italiana, Mario Boselli

mediali, sta diventando più democratica? «Anche Camera della moda, già dalla precedente edizione, ha mandato in live streaming le sfilate che si svolgevano al Milan Fashion Center. Più che per un fatto di democraticità, io penso sia naturale che la moda, essendo sempre stata avanti, usi tutti i nuovi mezzi multimediali a disposizione». Quali obiettivi spera di raggiungere alla fine del suo quarto mandato? «Spero che il clima d’armonia e d’unitarietà d’intenti degli stilisti dimostrato ultimamente si consolidi e faccia in modo che tutto il mondo della moda, stilisti e imprese, si riconoscano in Cnmi come ente catalizzatore del sistema».

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UNA QUESTIONE DI STILE

di Maria Giovanna Maglie

Una vita dedicata a stoffe, colori, forme. Ad anticipare, attraverso il suo genio, i cambiamenti della società. Giorgio Armani ha saputo dimostrare di essere anche imprenditore lungimirante. Da Piacenza a Milano alle passerelle più prestigiose della moda, Re Giorgio ha portato il made in Italy nel mondo, cosciente che «lo stile è gusto e cultura» il rigore il principale canone estetico a cui mi attengo. Il superfluo vorrei eliminarlo per sempre” ama ripetere Giorgio Armani. Chissà se questa regola austera e implacabile se la porta dietro dall'infanzia piacentina. Certo, è stata un’educazione a un tempo ricca di affetti ma anche di austerità. Oggi che a settantacinque anni è uscito vittorioso da una grave malattia, Armani ringrazia quegli affetti e quelle austerità con un’energia ritrovata. Nasce in un ambiente familiare molto unito e di estrazione piccolo borghese, il padre era un impiegato amministrativo, la madre, casalinga, rimasta orfana molto giovane, proveniva da una famiglia di mobilieri piacentini. Racconta lo stilista che la madre trasmise ai figli “il senso del portamento decoroso e di un certo tono nel modo di

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RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Giorgio Armani

Armani posa con le modelle dopo la sfilata P/E 2010. Nella pagina accanto, la cittadina di Broni in provincia di Pavia e il centro di Piacenza

vestire ereditato dalla famiglia”. Durante la guerra, la città di Piacenza fu percossa da continui raid aeri degli alleati. Un giorno Giorgio, che aveva nove anni, incontrò un gruppo di amici del quartiere che volevano mostrargli una bomba fumogena. Uno di loro l’accese, lo scoppio uccise un bambino, ma anche Giorgio rimase interamente ustionato e passò quaranta giorni in ospedale. Sono ricordi duri per un bambino, ma non sono i soli; alla fine della guerra il padre, che era stato impiegato amministrativo presso la Federazione del Fascio, fu arrestato per dieci mesi, moglie e figli capirono fino in fondo l’ingiustizia. Nel 1949 se ne andarono tutti, emigrati dal-

l’Emilia a Milano, e per Giorgio, che aveva sedici anni, fu un altro momento difficile, lo ricorda ancora. “Intanto non vivevamo in centro, ma a Porta Ticinese. E poi Piacenza, la provincia, significava un piccolo mondo nel quale noi vivevamo tranquilli e protetti. Belle case marroni, scure sotto la neve. Reminescenze ottocentesche legate ai nonni. E poi lasciare la natura, la campagna, l’odore del fieno e delle aie”. Urbano e metropolitano per obbligo e poi per scelta, innamorato con la testa della sua seconda città, che molto gli deve, Armani se ne andrà sempre, quando potrà, per mare, e all’inseguimento della natura perduta. Dieci anni fa qualcuno propose che si can-

didasse, cittadino illustre, a sindaco di Piacenza, ma lui declinò senza dubbi e con l’ironia quasi involontaria che lo anima: «Non ho la stoffa, anche se penso che la politica sia una cosa serissima». Il marchio Armani, nato il 27 luglio del 1975, ha rivoluzionato il mondo della moda con la famosa giacca “destrutturata”. «La giacca è stata la prima cosa a cui ho desiderato mettere la firma. Ho costruito un tipo di giacca rilassata, informale, meno rigorosa che lascia intuire il corpo e la sensualità». Lo fece da par suo, modificando direttamente una giacca appesa a un manichino; eliminò i supporti interni, come le imbottiture e le controfedere, spostò i bottoni, tra-

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«Dieci anni fa qualcuno propose che si candidasse a sindaco di Piacenza, ma lui declinò con l’ironia quasi involontaria che lo anima: «Non ho la stoffa, anche se penso che la politica sia una cosa serissima»» le proporzioni classi sformò che, di più, il tailleur maschile

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diventò adatto anche a una donna, ma anche l’abbigliamento maschile si femminilizzò. Passerà alla storia, perché ha capito come si stava trasformando la società, come stava cambiando la donna e i rapporti tra i due sessi. Ma Giorgio Armani creatore è anche un imprenditore implacabile, questo è il suo vero dono. Nel 1978 firma un contratto con il Gruppo Finanziario Tessile (Gft) per la produzione e la distribuzione delle sue collezioni. Nel 1979 ottiene il Premio del Neiman Marcus Fashion Award che corrisponde anche all’espansione in America con la creazione della Giorgio Armani Corporation negli Stati

Uniti. Lancia le collezioni Mani, Armani Junior, Giorgio Armani accessori, underwear e swimwear, comprende a meraviglia che il multibrand è la vera arma per resistere all’usura del mercato. Nel 1980 inaugura la prima di una lunga serie di collaborazioni cinematografiche con il film “American Gigolo” e con Richard Gere Vestiti, non costumi, come insiste a sottolineare, per centocinquanta film, con l’eccezione de “Gli Intoccabili”, 1987, di Brian De Palma, ambientato negli anni Venti e Trenta, che è la vera epoca ispiratrice dello stile Armani. Nel 1981 con l’apertura, a Milano, del primo negozio Emporio Armani, e con la linea Armani Jeans, lo stilista

ha chiuso il cerchio inventando, e facendo scuola, la griffe a costi contenuti, accessibile ai giovani ma mai mediocre. Al suo imperativo non rinuncia mai: «È una questione di eleganza, non solo di estetica. Lo stile è avere coraggio delle proprie scelte, e anche il coraggio di dire di no. È trovare la novità e l'invenzione senza ricorrere alla stravaganza. È gusto e cultura». È così lavorando che all’inizio di questo millennio Armani ha occupato ogni settore: abiti, accessori, occhiali, orologi, profumi gioielli, cosmetici e oggetti di arredamento. Ma anche un caffé Armani, i fiori Armani, i libri Armani, un ristorante Armani-Nobus e un’Armani Privé per la vita notturna a


RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Giorgio Armani

Giorgio Armani in compagnia di alcune sue ospiti dopo la sfilata della collezione Armani Privè

 Milano. Nel 2001 controlla dalla produzione alla distribuzione il suo marchio, con il quale ha sempre amato enfatizzare lo strictly “Made in Italy.” Nel 2001, il primo negozio di Armani Accessori viene inaugurato all’interno del nuovo Armani Teatro progettato da Tadao Ando a Milano. Seguiranno divise da Olimpiadi, negozi fantastici a Tokio e New York, retrospettive del R. Guggenheim Museum di New York, un albergo esclusivo a Milano in arrivo tra pochi mesi; la rivista americana Forbes nel 2008 lo inserisce nella classifica degli uomini più ricchi del mondo al 177° posto con un patrimonio di 4,5 miliardi di dollari, il 3 luglio, il presidente

francese Nicolas Sarkozy gli conferisce l’alta onorificenza della Légion d’Honneur. Non ha vinto solo in patria, ha vinto nel mondo, e con lui ha vinto il made in Italy, quello che rischia e non chiede sussidi statali, quello che non ci rappresenta come lamentosi ma come combattenti. Giorgio Armani è stato male ed è guarito, forse la sua austerità, il culto del lavoro e del comando sono cambiati, forse non cambieranno mai. Dice: «Riconosco di essere un accentratore, di fidarmi solo di me stesso. Chi mi giudica sul lavoro ha ragione: non sono indulgente con chi sbaglia, non concedo errori. Pretendo dagli altri, ma prima di tutto da me, il meglio, non accetto

di accontentarmi, perché il meglio c’è sempre, basta sforzarsi di raggiungerlo». Giorgio Armani racconta volentieri che «durante la malattia ho passato più tempo nelle mie case, soprattutto in campagna, a Broni, con gatti, cani e collaboratori. È brutto godersi le cose soltanto perché sei malato. Comunque mi sono reso conto di quanto la creatività, dunque il mio lavoro, mi aiuti a vivere. Anche se per anni ho ignorato la salute. Ora faccio delle pause e cerco di andarmene a casa alle diciotto». Broni è in provincia di Pavia, a venti minuti da Milano ma ancora più vicina a Piacenza. Alla fine, come ama ripetere re Giorgio, “chi la dura la vince”.

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MADE IN ITALY|RAGION LIBERA Ferruccio Ferragamo

UN NUOVO APPROCCIO CULTURALE PER RILANCIARE L’ECONOMIA di Nicolò Mulas Marcello

di Nike Giurlani

«Fare sistema per rilanciare la competitività delle aziende». Ferruccio Ferragamo mette in evidenza che occorre «sviluppare un nuovo approccio culturale»

alvatore Ferragamo non è solo un marchio tra i più importanti e conosciuti a livello internazionale nel mondo del lusso, è anche sinonimo di un entusiasmo creativo inarrestabile che oggi, come ieri, continua a conquistare e affascinare chi ama i prodotti di classe. La sua forza è il risultato di un perfetto equilibrio tra innovazione e tradizione. Anticipare le tendenze, ma allo stesso tempo restare legati alla propria storia e alle proprie radici. Non a caso il quartiere generale del Gruppo è sempre a Firenze, città che nel 1927, il fondatore scelse per aprire il suo laboratorio. Sarà per questo che la crisi globale non

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sembra essere stata una minaccia per il Gruppo. «Ci siamo focalizzati sul nostro core business continuando a proporre prodotti di qualità e in alcuni casi ampliando le nostre collezioni con dei prodotti in linea con le nuove esigenze di consumo», sottolinea Ferruccio Ferragamo, presidente dell’azienda di famiglia. Il segreto del Gruppo è, infatti, «ascoltare i nostri clienti, e rispondere alle loro esigenze che inevitabilmente sono cambiate in linea con lo scenario economico degli ultimi due anni». Pur non potendo considerare la crisi economica alle spalle, ci sono buoni segnali di ripresa?

«Sicuramente la ripresa è stata, almeno per il settore del lusso, più veloce e robusta di come ci si aspettava. Quello che oggi ancora manca, però, è la certezza della stabilità. Questo anche in considerazione del fatto che gli eventi dell’economia e della finanza possono ancora influenzare il contesto globale. Il consumatore ha ritrovato fiducia e ha ripreso a comprare con un occhio sempre più attento alla qualità reale del prodotto. Dal punto di vista geografico i mercati che hanno trainato la ripresa sono sicuramente quelli asiatici anche se il mercato americano è stato sorprendente, ripartendo più velocemente rispetto alle attese.


in Europa e in Italia i  Anche segnali sono buoni».

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Confindustria Toscana ritiene fondamentale adottare una nuova strategia per rilanciare la competitività delle aziende. Qual è la sua opinione al riguardo? Quali gli aspetti di forza della Regione e quali invece le criticità? «Nonostante gli aspetti che ho menzionato, bisogna essere ancora cautamente ottimisti in quanto il contesto macroeconomico, soprattutto per alcuni settori, è ancora difficile. Sono d’accordo con Confindustria Toscana sul fatto che sia fondamentale

fare sistema per rilanciare la competitività delle aziende del nostro Paese il cui valore è riconosciuto in tutto il mondo. Sicuramente uno dei punti di forza della Toscana è stato quello di essersi dotata di strumenti in grado di sostenere i progetti d’investimento di aziende e istituzioni. Uno dei punti di debolezza, a mio avviso è però che per re-industrializzare il nostro territorio e attrarre nuovi investimenti non serve solo la burocrazia, ma si tratta proprio di sviluppare un nuovo approccio culturale». Qual è il rapporto tra la Salvatore Ferragamo e la To-

scana? «Siamo una realtà fortemente radicata sul territorio e lo dimostra il fatto che il nostro quartiere generale, il nostro ufficio stile e tutto lo sviluppo dei prodotti è da sempre realizzato a Firenze. Senza dimenticare che tutta la nostra produzione è realizzata rigorosamente presso una serie di fornitori dislocati nel territorio regionale». Quali sono state le strategie adottate dal Gruppo per fronteggiare la crisi? «Per noi come sempre è stato importante “ascoltare” i nostri clienti, e rispondere alle loro esigenze che inevitabil-


RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Ferruccio Ferragamo

mente sono cambiate in linea con lo scenario economico degli ultimi due anni. Ci siamo perciò focalizzati sul nostro core business continuando a proporre prodotti di qualità e in alcuni casi ampliando le nostre collezioni con dei prodotti in linea con le nuove esigenze di consumo. Quello che questa crisi ci ha insegnato è che bisogna sapersi confrontare con il cambiamento dei comportamenti del consumatore, sempre più orientato a un prodotto classico che duri nel tempo, e a considerare l’acquisto come un piccolo investimento e non come un simbolo da esi-

bire come avveniva in passato». Che peso ha l’export nel vostro fatturato? E quali sono i mercati più importanti? «Il nostro Gruppo realizza più del 90% del fatturato all’estero ma mi preme sottolineare che il 100% della nostra produzione è realizzata rigorosamente in Italia. I nostri mercati principali sono rappresentati dagli Stati Uniti, dall’Asia, dall’Europa. A queste aree già consolidate si stanno affiancando una serie di mercati considerati “emergenti”, come per esempio l’America latina».

Il rilancio economico dovrà comunque passare anche attraverso l’innovazione. Quali, secondo lei, le strategie vincenti? «Essere innovativi e anticipare le tendenze della moda è una delle caratteristiche che da sempre ci contraddistinguono. Il rilancio deve passare inevitabilmente attraverso la ricerca e l’innovazione del prodotto con l’obiettivo di creare “oggetti unici” e il linea con le nuove regole dei consumi. La strategia vincente per il rilancio è quindi ancora una volta la qualità del prodotto, oltre che un’offerta in linea con le nuove esigenze di uno stile di vita profondamente cambiato. Attenzione all’unicità e all’esclusività, creatività e innovazione, qualità e artigianalità tipica del made in Italy continueranno a essere i punti focali della nostra strategia, una strategia che ha permesso al nostro Gruppo di affermarsi in tutto il mondo».


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RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Santo Versace

NEL SEGNO DEL BELLO

di Sarah Sagri

Le basi per fare della moda italiana il traino dell’economia nazionale ci sono tutte. Quello che serve è puntare tutto sul made in Italy, perché si tratta di un’industria che «non morirà mai»

a moda italiana è riconosciuta nel mondo come uno dei settori più importanti e di maggior successo ideati dal genio italico. Grazie anche a chi, come Santo Versace, ha fatto della moda la sua professione, giocando un ruolo fondamentale nell’affermazione del marchio della medusa nel mondo e contribuendo con numerose iniziative a supportare l’intero settore. Alla presidenza della Gianni Versace, Santo si è concentrato sugli aspetti di organizzazione, distribuzione, produzione e finanza, portando l’azienda di famiglia a diventare un impero nel settore del lusso, anzi del «bello», perché «i termini da utilizzare sono altri: innovazione, qualità, eccellenza». Qual è l’immagine dell’Italia nel mondo? «Ricordiamoci che nel 1977 il simbolo dell’Italia all’estero erano spaghetti e pistola. È stata la moda a cambiare l’immagine del nostro Paese in

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Santo Versace, nato a Reggio Calabria nel 1944, presidente della Gianni Versace Spa

tutto il mondo. Tutto ciò che è made in Italy - la moda, il design, l’alimentare - ha permesso che l’Italia oggi sia amata e apprezzata. Il nostro Paese rimane nel cuore degli stranieri». Le nostre aziende, quindi, contribuiscono al rilancio dell’immagine dell’Italia nel mondo. Ma riescono ancora a competere sui mercati mondiali? «Assolutamente sì. Se le nostre aziende ottengono questo risultato, nonostante un sistema Paese vecchio e una burocrazia lenta, allora vuol dire che la nostra classe imprenditoriale è fatta di veri geni e autentici guerrieri». Crede che riusciremo a superare un momento di crisi economica come quello che stiamo vivendo? «Prima di preoccuparsi della crisi, occorre tornare con la mente e col cuore al maggio 1945 a Berlino. Anche se lo volessimo chiamare “recessione”, questo momento di difficoltà non è niente rispetto a ciò che hanno affrontato i nostri genitori e i nostri nonni

quando uscirono dalla Seconda guerra mondiale. Insomma, è ridicolo avere timori di questo tipo. Basta essere conigli e fuori lo spirito dei guerrieri». Il mercato del lusso non morirà mai? «È così, ma su questo vorrei fare una precisazione. Quando fondammo l’associazione Altagamma dissi agli amici e soci fondatori che a me il termine “lusso” non piace. Scelsi di partecipare all’associazione, ma i termini da utilizzare dovevano essere altri: innovazione, qualità, eccellenza. La nostra è “l’industria del bello” e la gente guarda sempre verso il bello. Per questo la nostra scelta è vincente e lo sarà ancora di più con lo sviluppo dei mercati. Ci sono sempre dei momenti di passaggio, ma l’alta gamma crescerà sempre, con il continuo allargamento dei mercati. Ricordiamoci cos’era il mercato negli anni Settanta: non c’erano i Paesi dell’Est, non c’era la Cina. Ci sono momenti di incertezza, ma se guardiamo ai trend del decennio capiamo che la cre-

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MADE IN ITALY|RAGION LIBERA Santo Versace

è costante».  scitaA quali mercati occorre

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quindi guardare? «È necessario curare tutti i mercati, anche quando sono in un momento di stallo, come sta accadendo ora con il mercato degli Usa. Noi italiani poi siamo bravissimi a intercettare i mercati emergenti, come è stato per la Cina e oggi per l’India, che assomiglia proprio alla Cina di dieci anni fa. Ma anche la Russia, Taiwan e tutto il Medio Oriente, che è un mercato bellissimo». Il made in Italy è sufficientemente valorizzato?

«Non come si dovrebbe fare. È necessario che il made in Italy diventi la nostra bandiera. E per far questo, occorre rivoluzionare il sistema di promozione del nostro Paese all’estero. Oggi abbiamo un sistema fatto di tanti soggetti diversi e non coordinati tra loro: le ambasciate, le Camere di Commercio, gli istituti di cultura, le Regioni. Ma ciò di cui abbiamo bisogno è una struttura coordinata e unica di promozione estera, che si occupi contemporaneamente di supportare le esportazioni e attrarre investimenti e flussi turistici sul territorio».

Quali misure ritiene più urgenti per supportare il marchio Italia nel mondo? «Ci sono alcune misure molto semplici ma molto efficaci. Le aziende che esportano devono sostenere molti costi e affrontare numerosi problemi; hanno quindi bisogno di essere appoggiati in maniera intelligente. Dovremmo prendere come esempio quello che la Danimarca fa già da anni: alle aziende che esportano, riduce le imposte in proporzione alla percentuale delle esportazioni. Questa è la strada migliore per il supporto e lo sviluppo delle aziende».


PORTO IL MADE IN NAPLES NEL MONDO

di Francesca Druidi

Il fatto a mano, la cura dei dettagli e l’artigianalità partenopea rendono le cravatte Marinella dei prodotti esclusivi, amati da re e presidenti. Il regno di Maurizio Marinella è Napoli, ma la sua formula è oggi esportata in altri angoli del mondo

tile inglese e tradizione sartoriale napoletana. Che, unite a una spiccata filosofia dell’accoglienza, danno vita a una formula imprenditoriale tanto longeva Sopra, quanto di successo. Il prestiMaurizio Marinella; gioso marchio di cravatte a destra, l’atelier E.Marinella si appresta a fedi Napoli steggiare, nel 2014, i primi cent’anni di attività: fu Eugenio, nonno dell’attuale patron Maurizio Marinella, ad avviare nel 1914 il negozio di Piazza Vittoria, «dimostrando – come spiega fieramente l’imprenditore – che era possibile realizzare qualcosa di importante partendo da Napoli, ma soprattutto restando a Napoli». Diventando un’istituzione del capoluogo partenopeo. Poi, dal 228 2000, Marinella ha intra-

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preso un peculiare percorso di internazionalizzazione. Esportando il made in Naples. Quali strategie dietro a un’espansione del retail così mirata? «Nei primi anni del 2000, vuoi per un appannamento di popolarità della cravatta, vuoi perché Napoli trasmetteva situazioni più negative che positive, ho deciso di avviare un’esperienza fuori città, aprendo a Milano uno showroom. È stato il primo passo di un’internazionalizzazione sui generis». Poi è stata la volta di Tokyo. «Dall’esperienza quotidiana nel negozio di Napoli, è emerso quanto i giapponesi siano sensibili al fatto a

mano, capace di adattarsi meglio alla loro fisicità minuta. Per questo, con un nostro distributore abbiamo aperto un negozio monomarca a Tokio, che va molto bene. Grandi quantitativi di cravatte, del resto, non riusciamo a produrli, realizzandoli noi. Ma vogliamo che resti così. Moltissime sono state le proposte di acquisto in questi anni, ma non ci siamo mai lasciati sedurre. Siamo napoletani e vogliamo rimanere a contatto con la vita che abbiamo svolto da sempre». Perché, invece, l’apertura a Lugano? «In realtà, non era nei programmi. Un mio cliente era proprietario di alcuni palazzi a Lugano e aveva intenzione


RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Maurizio Marinella

di venderli così mi ha fatto quest’offerta. La spinta per acquistare l’immobile, davvero bellissimo, è scaturita da un’emozione: l’entrata del negozio di Lugano era identifica a quella di Napoli. Siamo napoletani scaramantici e tradizionalisti. E poi si tratta di una località dove sono concentrate banche e assicurazioni: uomini in cravatta non mancano».

Il prossimo anno sarà la volta di Londra. «Londra rappresenta per me un biglietto da visita eccezionale. Del resto, siamo nati cent’anni fa importando articoli dall’Inghilterra. Sarebbe un ritorno alle origini, esportando questa volta prodotti made in Naples. Mi sto, inoltre, già muovendo in maniera soffusa per cercare di realizzare le cravatte per le

Olimpiadi di Londra 2012. Ci sono, quindi, parecchi progetti che bollono in pentola». Dietro a una nuova apertura ci devono, quindi, essere ragioni speciali. «Sì, devo principalmente vivere un’emozione. Ma ora come ora non riuscirei a occuparmi più di niente, anche perché sono abituato a curare personalmente la qualità di ciò che creiamo. Mi piacerebbe trasmettere un po’ l’entusiasmo che vivo qui nel negozio a Napoli. Tutti i giorni apriamo alle 6 e 30 del mattino. Del resto, Matilde Serao, che scriveva nel 1914 su una rubrica de Il mattino, paragonava il mio negozio a una farmacia di paese, dove se ne stabiliscono un po’ le sorti. Dalle 6 e 30 fino alle 9 assaporo ancora quest’atmosfera, poi il commercio cambia inevitabilmente i suoi ritmi. Il mio credo è l’accoglienza: conoscere i clienti, coccolarli, offrire loro il caffè e un dolcetto. Questo avviene anche a Lugano, dove ripropongo lo stesso approccio». Quanto rimane forte il prestigio della napoletanità sartoriale?

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MADE IN ITALY|RAGION LIBERA Maurizio Marinella

nonostante tutto,  «Napoli, gode sempre di una forte pe-

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netrazione. Tutti mi chiedono del made in Italy, ma in particolare del made in Naples. Per questo motivo, dovremmo inventarci un marchio specifico che certifichi le nostre qualità: il fatto a mano, la cura dei dettagli e l’artigianalità che costituiscono il nostro Dna, quello che Napoli ha fortunatamente ancora oggi in parte conservato. La città mantiene, rispetto a metropoli come Londra, Parigi e New York, una tradizione sartoriale e artigianale molto forte, che però va alimentata e supportata per riuscire a sopravvivere. Sono orgoglioso di essere un paladino di questo rilancio dell’artigianato napoletano che sta riscuotendo successo». Marinella è stata scelta come azienda fornitrice ufficiale di cravatte per il Padiglione Italia, che ospita tutte le eccellenze del made in Italy all’Expo universale di Shanghai. Quanto è ricettivo il mercato del Far East? «La scelta per l’Expo costituisce per me motivo di grande orgoglio. Per quanto riguarda l’Estremo Oriente, riceviamo costantemente richieste da Singapore, Corea e Cina, ma io non intendo essere da ogni parte e sono già soddisfatto di

quanto ho realizzato sinora. Il mio obiettivo è alimentare il rapporto con i clienti, perseguendo quell’ideale di commercio che mi hanno insegnato prima mio nonno e poi mio padre. Attraverso il mio negozio cerco di trasmettere l’immagine di una Napoli positiva, che lavora e che si è sempre fatta apprezzare per i suoi prodotti di qualità e per la sua accoglienza». Oggi come vede la situazione della città? «L’Italia sta vivendo un diffi-

cile momento, con una politica basata sull’inciucio, sul pettegolezzo e sullo scandalo che permette di affrontare con meno efficacia le problematiche. Le difficoltà di Napoli sono parecchie, in tutti i settori. Rinascere è un’impresa dura, ma io sono propositivo e se puntiamo sul turismo e su quanto Napoli sa fare, io penso che si potrà voltare pagina. Mi avevano proposte di fare il sindaco, ma io amo ancora troppo il mio lavoro».


LA MODA ITALIANA VERSO NUOVI MERCATI

di Nicolò Mulas Marcello di Nike Giurlani

Il mercato della moda visto dallo stilista Luca Roda, che per la sua azienda ha scelto la strategia di «ottimizzare i costi, senza però tagliare gli investimenti» a crisi? Una parola troppo abusata». Ne è convinto lo stilista Luca Roda, che non vuole ridimensionare la difficile congiuntura economica italiana ed estera, ma ritiene che il peggio sia ormai alle nostre spalle. Non bisogna però abbassare la guardia, ma a differenza del passato l’imprenditore bresciano ritiene che ci sia «una maggiore consapevolezza da parte delle aziende». Inoltre, anche l’atteggiamento del cliente finale non è più lo stesso, «è diventato più esigente e di conseguenza pretende una maggiore attenzione in termini di qualità e di prezzo» conclude lo stilista. Vista la situazione economica italiana, come sta reagendo la sua azienda? «La mia azienda, come molte altre del settore, e non solo, ha riscontrato delle difficoltà dal settembre 2008. Il primo problema che abbiamo dovuto affrontare è stato il mercato, il quale non riusciva più ad assorbire le stesse quantità di prodotti del passato. C’è stato, quindi, un calo consistente de-

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gli ordini non solo nazionali, ma anche internazionali. Per affrontare questa situazione abbiamo dovuto attuare un piano d’emergenza in tempi rapidi. Il mio obiettivo è stato quello di non alterare il nostro core business, ma di ottimizzare i costi, senza però tagliare gli investimenti». Che cosa prevede per il futuro della moda in termini economici? «Non voglio parlare di crisi in senso stretto perchè credo che ci sia stato un abuso di questa parola. Ritengo, però, che in questa nuova fase ci sia una maggiore consapevolezza da parte delle aziende. Sicuramente è cambiato anche l’atteggiamento del cliente finale che è diventato più esigente e di conseguenza pretende una maggiore attenzione in termini di qualità e di prezzo. Noi, da sempre, abbiamo dato importanza a questi due elementi e quindi non abbiamo avuto problemi con i nostri sell out. In questo momento è, inoltre, molto importante iniziare ad aggredire i nuovi mercati come la Cina, l’India e il Brasile che


RAGION LIBERA|MADE IN ITALY Luca Roda

stanno registrando delle crescite molto importanti. Ora sta alle aziende trovare i propri spazi». Che importanza ricopre l’export per la sua azienda? «La nostra azienda può contare su un 55% di fatturato proveniente dal mercato internazionale e un 45% da quello nazionale. La Germania è da sempre uno dei mercati più importanti che si è riconfermato tale anche per la prossima stagione richiedendoci già dei riassortimenti o inviandoci degli ordinativi superiori all’anno precedente. Inoltre, come molte altre realtà italiane, abbiamo iniziato a uniformarci alle tendenze estere. Anche per effetto della crisi molto aziende italiane sono rimaste, infatti, aperte nel mese d’agosto adottando una strategia di ferie a rotazione. In questo modo siamo stati in grado di garantire una presenza constante su tutti i mercati». Quali sono i mercati esteri più importanti? «In Europa, oltre alla Germania stiamo registrando dei buoni fatturati anche in Scandinavia. A livello mondiale, sicuramente il Giappone rappresenta un mercato importante, nell’ultimo anno e mezzo anche in Corea abbiamo ottenuto buoni risultati». Rispetto alle tradizionali griffe che dagli abiti sono passate agli accessori, lei ha portato avanti un percorso inverso. Come mai ha deciso di intraprendere questa sfida? «Il mio percorso, pur non es-

sendo nella norma, ha ricalcato quello di tre grandi marchi, che prima di me hanno intrapreso questa sfida come Louis Vuitton, Hermes e Gucci. È stata una scelta molto sentita, direi quasi obbligata, perchè non riuscivo a trovare i giusti abbinamenti per i miei accessori. Amo, inoltre, mettermi in discussione, far ricerca e intraprendere sempre nuove sfide. Certamente gli accessori rappresentano per la nostra azienda l’aspetto principale del nostro fatturato, ma abbiamo riscontrato buone performance anche con i nuovi capi d’abbigliamento, in particolare, per quanto riguarda la giacca destrutturalizzata, molto leggera e perfetta per chi vuole indossarla nell’arco di tutta la giornata, e quella in maglia che è sul mercato già da due anni». Quali dovrebbero essere le iniziative che andrebbero portate avanti in difesa del made in Italy? «Non è facile affrontare il tema del made in Italy. Ritengo che bisogna prima di tutto essere realisti e non abbracciare la bandiera del pro made in Italy senza riflettere. È giusto tutelare la produzione italiana, ma senza andare contro le industrie. Il In aperura, lo stilista Luca Roda; governo, a mio avviso, dovrebbe sopra modella della collezione autunnoattuare una politica più attenta inverno 2010 e oculata a livello di etichette e di produzione, in modo da garantire una corretta e leale concorrenza tra le industrie del settore. Poi sta all’acquirente decidere, valutando qualità, prezzo e provenienza del prodotto, che tipo di acquisto portare a termine».

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RAGIONLIBERA|MODELLI D’IMPRESA Giovanni Cattina

NUOVE STRATEGIE PER I MARCHI GIEMME

di Dario Margozzi

Non manca di ambizione Giovanni Cattina, Ad della Giemme Brandscorporate, che, a dispetto della crisi, si prepara a una crescita esponenziale

riuscita a consolidarsi anche nel corso dell’ultimo anno e, adesso, la Giemme Brandscorporate guarda al futuro. La camiceria da uomo, core business dell’azienda, mantiene ormai da tempo risultati soddisfacenti, mentre quella da donna porta sempre a grandi risultati, presentando fatturati in costante crescita. Secondo il suo amministratore delegato, Giovanni Cattina, «la crisi ha tolto dal mercato quelle realtà che non avevano delle basi solide, inducendo il consumatore a spendere in maniera più oculata, prediligendo le realtà in grado di offrire un maggior vantaggio competitivo, un miglior rapporto qualità-prezzo, una struttura aggiornata e up to date. Il tutto considerando i ritmi veloci del settore moda». La Giemme si conferma un’azienda sana, cresciuta nei valori economici e nella sua ca-

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pacità produttiva. Una realtà figlia di quella tradizione plasmata dall’esperienza dei fondatori della camiceria, Angelo e Teresa Cattina, che oltre mezzo secolo fa aprirono un piccolo laboratorio sartoriale. Grazie alle loro capacità tecniche, allo spirito imprenditoriale e al duro lavoro, il laboratorio in pochi anni si trasformò in un’azienda in grado di produrre circa 300 camicie al giorno. La crescita proseguì in maniera esponenziale nel corso degli anni e, nel 1993, grazie anche alle intuizioni del figlio Giovanni, l’attività fece un enorme balzo avanti. «A oggi presentiamo un fatturato di 34 milioni di euro con prospettive di crescita per il 2010 stimate attorno al 10%» dichiara Giovanni Cattina. Tra i vostri progetti più significativi, vi è anche il rilancio del brand New England. Cosa avete in serbo? «Il progetto è iniziato tre anni fa e, passo

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MODELLI D’IMPRESA|RAGIONLIBERA Giovanni Cattina

2008: UN ANNO STRATEGICO Se per molti l’ultimo biennio ha rappresentato un periodo “horribilis”, per la società Giemme è stato sinonimo di un importante cambiamento strutturale. Nel 2008, infatti, l’azienda cambia volto e compie uno dei passi più importanti della sua storia. Da Camiceria Giemme Spa diventa Giemme Brandscorporate Spa. Questo non è da considerarsi come un semplice cambio di nome societario, in quanto nasconde ragioni ben più profonde. Il nuovo nome rappresenta una nuova filosofia aziendale e apre la visione a progetti di crescita e ampliamento nel lungo termine. «Giemme brandscorporate è infatti l’unione di diversi marchi che, insieme, rappresentano una grande azienda e un gruppo capace di porsi con incisività sul mercato globale – dichiara Giovanni Cattina, l’amministratore delegato -. Siamo in grado di creare più di 4mila capi al giorno, dando lavoro a oltre mille dipendenti, e siamo presenti in 50 paesi tramite più di 2500 negozi». www.giemmebrandscorporate.it

dopo passo, prende forma. Affrontiamo ogni stagione in maniera sempre più competitiva, generando trend di crescita non indifferenti». Per quali brand lavorate soprattutto? «Il portafoglio brand di Giemme è un contenitore ordinato di diversi prodotti che si rivolge a target specifici, ognuno con un’identità e un approccio strategico sul mercato. I marchi di nostra proprietà sono Caliban, Tintoria Mattei e Le sarte pettegole. In licenza, produttiva e commerciale, seguiamo Carlo Pignatelli, Ungaro, Egon Furstenberg, Dnl, Guglielminotti e, come spiegavo prima, New England». Quali le iniziative più importanti per il futuro dell’azienda? «Intanto la ricostruzione della corporate image e la ridefinizione strategica dell’identità di ogni marchio. Implementeremo inoltre il B2B e apriremo nuovi punti vendita monomarca e in franchising per New England. Siamo consapevoli che il punto focale del nostro lavoro è il consumatore e ci rendiamo conto dei cambiamenti che negli ultimi anni l’hanno visto coinvolto». Questo come incide sul vostro operato? «Sicuramente viene richiesta una maggiore attenzione verso i servizi pre e post vendita. Questi fanno da leva per la fidelizzazione. Nel nostro campo, promettere serietà significa garantire stile, qualità, prezzo adeguato, precisione nelle consegne e assistenza costante. Tutto ciò è la base della nostra professionalità. Come dicevo, considerando i diversi target di clientela cui ci rivolgiamo, creiamo per ogni brand un’identità di marca e un posizionamento sul mercato. Ma alla base di questa politica vi è un lavoro di analisi e di strategia di marketing tutt’altro che scontato». Ad esempio? «Il progetto Web e B2B. In una società come Giemme, dove la ricerca delle informazioni


si è modificata e dove ci si pone verso il cliente in un’ottica diversa rispetto al passato, decisamente molto più collaborativa, crediamo che questi strumenti siano, ad oggi, gli unici in grado di metterci in relazione con le imprese in modo dinamico, coinvolgendole nelle nostre attività e rendendole partecipi. Così si creano fiducia e fidelizzazione». Dal punto di vista produttivo avete compiuto la scelta di delocalizzare parte della vostra produzione, non uscendo però dai confini della Comunità europea. Come mai? «Si tratta di una scelta che mira a garantire la qualità di ciò che offriamo. Parte del nostro staff lavora dividendosi tra i due poli prodottivi, italiano ed estero, in modo da assicurare la sartorialità dei nostri prodotti. Quando, nel 1993, spostammo parte della produzione in Bulgaria, anticipammo il processo di delocalizzazione che in questi anni ha coinvolto centinaia di imprese italiane». Questo cosa ha comportato nello sviluppo della vostra azienda? «Agendo con forte anticipo siamo riusciti a formare chi lavora per noi in quell’area. Si è

creato così un know how tale da non avere mai abbassato il livello della produzione. Permettendo però di lavorare con costi molto più competitivi. Visto il successo ottenuto, stiamo individuando nuove aree geografiche e ulteriori possibili partnership». Cosa rappresenta per voi il mercato estero? «Quello internazionale è un mercato importantissimo per l’azienda e, attualmente, rappresenta il 45% del fatturato. Operiamo in oltre 50 paesi nel mondo. Il nostro processo di internazionalizzazione commerciale iniziò nell’aprile del 1993, quando venne effettuata la prima vendita sul mercato francese. Attraverso l’acquisizione del marchio Ungaro, abbiamo fatto un enorme salto di qualità». Quali i territori per voi maggiormente strategici? «I paesi di riferimento sono principalmente Francia, Spagna e Germania. In questi paesi i nostri prodotti sono presenti in negozi importanti e centrali per il mondo della moda. Tra questi anche le Gallerie Lafayette in Francia, El corte Ingles in Spagna e Loden Frey in Germania».

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MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Oscar Monfardini

SPECIALIZZATI NEL “SEAMLESS” di Giulio Conti

Pratici, morbidi ed evoluti. Sono i capi di intimo e calzetteria della Genesi. Un esempio di affidabilità produttiva imitato anche dai brand più alla moda a maestria dell’arte tessile contemporanea non può non attingere dagli sviluppi che la tecnologia mette costantemente a disposizione dei distretti produttivi. Tra questi, un’importante realtà del settore intimo e calzetteria, la società Genesi, conta la specializzazione nell’ambito del “seamless”, dall’inglese “senza cuciture”. «È una tecnologia produttiva che prevede l’utilizzo di macchine circolari, impiegate sino a metà degli anni Novanta esclusivamente per la produzione di articoli hosiery, e che oggi consente di produrre tubolari con circonferenze predefinite, in grado di offrire ai capi caratteristiche Oscar Monfardini è fondatore di elasticità, comfort e particolare codi Genesi, società con sede modità anche grazie alla generale asa Casaloldo (MN) senza di cuciture, tipiche dei prodotti genesi@genesi-seamless.it realizzati con metodologia tradiziowww.sensimoda.it nale». Socio fondatore e di maggioranza della Genesi, Oscar Monfardini è capace di far valere il suo trentennale knowhow tessile e di mixare, con particolare sapienza, i filati sintetici come il nylon, microfibre, polipropilene, con le fibre artificiali e naturali quali viscosa, micromodal, lana merino, cashmere, angora, al fine di garantire ai capi realizzati requisiti di vestibilità, freschezza e morbidezza. «La nostra produzione è rivolta al mercato del fa238

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shion con il marchio Sensì, destinato a un consumatore medio e capace di apprezzare la qualità dei capi offerti – spiega Monfardini – e con il marchio Lussuria, rivolto a un compratore esigente e desideroso di acquistare articoli dalle ottime caratteristiche tecniche abbinate a eleganza di stile e progettazione». Ma nel 2007 Genesi si è affacciata anche al segmento sportivo con The Mobile Society, un marchio rivolto essenzialmente a un fruitore evoluto, alla ricerca di capi altamente performanti e tecnologicamente avanzati. «Questi articoli sono caratterizzati dall’utilizzo di particolari filati e, soprattutto, dall’impiego di tecnologie produttive all’avanguardia, in grado di esaltare le caratteristiche tecniche dei capi, di incrementare le performance atletiche degli utilizzatori e di offrire un ottimo livello di traspirazione». Questa maestria risulta preziosa, innovativa e di qualità sia nella produzione di capi a marchio proprio sia con formula private label, per importanti brand italiani ed esteri. L’alta specializzazione dell’azienda permette di garantire ai partner commerciali affidabilità produttiva e, soprattutto, la possibilità di ricercare e sviluppare soluzioni tecniche per l’industrializzazione di capi con caratteristiche intrinseche assai difficilmente individuabili presso altri produttori.


MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Giancarlo Marconi

LEADERSHIP CONSOLIDATA NEL REPARTO CONCERIA di Eugenia Campo di Costa

Robustezza, affidabilità, produttività, precisione. Sono le caratteristiche delle macchine Mosconi. Giancarlo Marconi ne racconta la storia

u ualità progettuale e realizzativa, unite alla capacità di lavorare fianco a fianco con il cliente rendendosi interprete delle sue esigenze, sono le scelte fondamentali che hanno permesso alla Mosconi di consolidare la leadership mondiale nella produzione di macchine scarnatrici, rasatrici e spaccatrici. Robustezza e affidabilità, produttività e precisione sono i principali aspetti della tecnologia Mosconi che unitamente alla bassa economia di esercizio ne fanno un sicuro riferimento sulla scena internazionale. A seguito del successo ottenuto in Italia, infatti, la produzione è cresciuta di anno in anno permettendo all’azienda di conquistare rapidamente quote importanti del mercato mondiale. Le macchine Mosconi sono disponibili in varie larghezze di lavorazione e rappresentano il meglio disponibile sul mercato internazionale, distinguendosi per la grande produttività, la qualità dei materiali utilizzati e i bassi costi operativi.

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Ma quali sono le origini di un’azienda che ormai è diventata un saldo punto di riferimento nel suo settore? «La ditta – racconta Giancarlo Marconi, presidente dell’azienda - è nata nel 1935 in località Palazzina, come officina meccanica per la riparazione e la manutenzione di macchine per conceria ad opera del signor Abele Mosconi. Subito dopo la fine del periodo bellico e precisamente nel 1946 la ditta si trasferisce nella ZAI storica di Verona in Viale Del Comercio 7. Cambia ragione sociale e diventa “Officina Meccanica Mosconi & C. Spa”». Grazie all’esperienza e alla professionalità acquisite dai suoi tecnici, favorita anche dalla rapida espansione nell’area vicentina di quello che diventerà poi il più importante polo conciario non solo italiano ed europeo, ma addirittura mondiale, è cresciuta anche l’immagine della Mosconi. «All’epoca – continua Giancarlo Marconi - le case costruttrici di macchinari per la conceria erano indiscutibilmente tedesche e francesi e le più importanti, si sono avvalse della Mosconi per la messa a punto e l’assistenza delle loro linee. Nel 1969, alla guida dell’azienda è stato posto il signor Luigi Vicentini che ricopriva il ruolo di responsabile tecnico commerciale il quale, animato di grande volontà e capacità, ha apportato


In apertura, il presidente della Mosconi Spa Giancarlo Marconi, a destra, con la moglie Giovanna e il figlio Michele www.mosconispa.it

notevoli cambiamenti strutturali. Di seguito, è diventato socio e amministratore unico per volere della maggioranza degli azionisti stessi». Dopo qualche anno, precisamente nel 1974, la Mosconi ha fatto il “salto di qualità” presentando sul mercato la sua prima macchina “spaccatrice” la quale, per le innovazioni che presentava, da subito ha ottenuto grande consenso di mercato sia italiano che estero. Successivamente, alla spaccatrice sono stati affiancati altri tipi di macchine per completare la linea del settore “bagnato”come la “scarnatrice” e “rasatrice” nelle diverse luci di lavoro. «Con questa gamma di macchine, la Mosconi, ha potuto realizzare un’efficiente rete commerciale a livello mondiale». Nel 2004 la ragione sociale viene trasformata in “Mosconi Spa” di completa proprietà della famiglia Vicentini e, dopo la prematura scomparsa del signor Luigi, avvenuta nel 1986, è subentrato alla direzione generale, il genero signor Giancarlo Marconi, entrato in azienda alla fine del 1980 con la mansione di responsabile marketing. «Fu un momento di grande disagio e incertezza – ricorda -

«Con le macchine spaccatrici, scarnatrici e rasatrici, la Mosconi ha realizzato una efficiente rete commerciale a livello mondiale» ma, grazie al supporto di mia moglie Giovanna, già inserita nell’azienda e di tutto lo staff dei vari responsabili di reparto, si sono potute superare le oggettive difficoltà raggiungendo in breve tempo tutti gli obiettivi prefissati». Attualmente l’azienda occupa oltre 60 dipendenti su una superficie coperta di mq. 4650. Si sta inserendo gradualmente in azienda anche il figlio del presidente, Michele Marconi. «Tutte le lavorazioni, dalle strutture ai vari componenti, vengono lavorate internamente, grazie a importanti investimenti di modernissimi centri di lavoro a CNC al fine di garantire il massimo controllo qualitativo» conclude Giancarlo Marconi. Questa scelta politica, anche se onerosa, ha permesso alla Mosconi Spa di conquistare e mantenere la leadership mondiale nel settore di macchine per conceria, per lo standard qualitativo della sua produzione.

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CITTÀ E IMPRESE|RAGION LIBERA Pietro Vignali

QUEL MADE IN ITALY CHE TUTTO IL MONDO INVIDIA

«Fare di Parma il punto di riferimento europeo del settore agroalimentare con indubbi vantaggi per le imprese del territorio». Così il sindaco Pietro Vignali guarda oltre la crisi di Renata Gualtieri

Qui sotto, il sindaco di Parma, Pietro Vignali

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a provincia di Parma è da sempre riconosciuto come la “food valley” italiana. Sede di importanti marchi riconosciuti a livello internazionale e prodotti tipici apprezzati e imitati sul territorio nazionale e non, Parma è la bandiera dell’italian food style. Con la posa della prima pietra della nuova sede Efsa, poco più di un anno fa, ha iniziato a prendere corpo l’ambizioso progetto di un polo europeo per la sicurezza alimentare e la qualità. Eccellenza e sicurezza alimentare, dunque, per una scuola di alta formazione. Nuovi scenari per l’economia locale emergono dalle parole del primo cittadino, Pietro Vignali. Formare una nuova classe dirigente europea sarà la giusta strategia per l'internazionalizzazione delle imprese locali? «L’idea è di creare un’avanzata filiera formativa che, a partire dalla Scuola europea e proseguendo attraverso i canali dell’Università, porti alla formazione di operatori qualificati nelle diverse aree della filiera agroalimentare

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(latte, carni, trasformazione, confezionamento) e della figura professionale di Esperto europeo per la sicurezza alimentare. Si tratta di fare di Parma il punto di riferimento europeo del settore, con indubbi vantaggi per le imprese del territorio». Come interviene sull’economia locale l’ente Parma Sviluppo? «Parma Sviluppo è una società interamente partecipata dal Comune che sosterrà, dal punto di vista economico e operativo, imprese giovani, imprenditoria rosa e idee innovative. Il sostegno potrà essere sotto forma di finanziamento diretto dell’attività, attraverso la partecipazione con quote di minoranza al capitale societario per un periodo di non oltre tre anni secondo modalità tipiche di un venture capital o di offerta di servizi di tutoraggio, attraverso l’erogazione di servizi specialistici a valore aggiunto, a condizioni economiche vantaggiose». Quale vantaggio immediato avranno le piccole medie imprese dalla Convenzione

«Parma Sviluppo, società partecipata dal Comune, sosterrà imprese giovani, imprenditoria rosa, e idee innovative» che il comune di Parma ha sottoscritto con alcuni istituti di credito? «La convenzione sottoscritta con quattro istituti di credito dà la possibilità di incassare, al netto degli oneri finanziari, le fatture che, a causa del Patto di stabilità, non possono essere liquidate immediatamente». Quali le priorità e sfide della politica per sostenere il tessuto produttivo locale nel prossimo futuro? «Ricerca, formazione del capitale umano, logistica avanzata. Sono queste le priorità che come Amministrazione intendiamo sostenere per aiutare le nostre imprese a guardare oltre la crisi nella sfida della globalizzazione».

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L’ECCELLENZA MADE IN ITALY IN MOSTRA ALL’EUR di Nicolò Mulas Marcello

Anche l’Italia avrà finalmente un polo museale per quanto riguarda l’eccellenza produttiva nostrana. Massimo Arlechino spiega le attività e l’importanza di questo progetto che avrà sede all’Eur alorizzare il made in Italy e il design italiano attraverso un’ esposizione permanente che avrà sede nel Palazzo della Civiltà Italiana dell'Eur a Roma. È questa la strada intrapresa dalla fondazione Valore Italia. «Il made in Italy e il design – sostiene Massimo Arlechino presidente della Fondazione – sono un' espressione contemporanea dell’antica

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e sapiente civiltà italiana, fenomeni che ora occorre ben custodire, comprendere, e perpetrare». La fondazione Valore Italia è stata istituita nel 2005 dal ministero delle Attività produttive. Quali sono in breve gli scopi che persegue? «La legge finanziaria 2004 conteneva la disposizione istitutiva dell'Esposizione permanente del

made in Italy e del design italiano, da realizzarsi in collaborazione con Eur Spa. La Fondazione fu effettivamente costituita nel Settembre 2005 dall'allora Ministero delle Attività produttive con il compito di realizzare l'Esposizione e ha iniziato la sua attività nel 2006 lavorando al progetto prioritario, che tra breve inizierà a prendere forma. Nello stesso tempo,


RAGION LIBERA|LA VETRINA DEL MADE IN Massimo Arlechino

Massimo Arlechino, presidente della Fondazione Valore Italia

Il Palazzo della civiltà italiana dell’Eur

quale ente del Ministero dello Sviluppo economico, ha svolto per esso la funzione di laboratorio progettuale per temi e materie concernenti l'economia della creatività. La Fondazione ha dunque svolto attività di studio e ricerca sull'eccellenza produttiva italiana, di organizzazione di mostre, convegni e seminari sul tema del made in Italy, di supporto didattico a numerosi istituti di formazione universitari nell'ambito degli insegnamenti del design, di pubblicazione di volumi di approfondimento». I ministeri dello Sviluppo economico e dei Beni e atti-

vità culturali insieme a Eur Spa hanno quindi firmato l’accordo per la destinazione del “Colosseo quadrato” a “casa del made in Italy”. In cosa consiste questo progetto? «I due ministeri ed Eur hanno sottoscritto un accordo politico, accompagnato da una convenzione firmata anche dalla Fondazione, per la destinazione del Palazzo a due distinte iniziative quali la fruizione del patrimonio dei beni sonori e audiovisivi della Discoteca di Stato del ministero dei Beni culturali, che occuperà il trenta per cento dell’edificio, e la nostra Esposizione permanente nel restante settanta. Con gli accordi sottoscritti, le parti, nello svolgimento delle rispettive attività, si impegnano per una gestione unitaria del Palazzo e per attività sinergiche, coerenti con il comune ruolo istituzionale. La nostra Esposizione permanente del made in Italy e del design italiano, nasce per rispondere a una curiosa anomalia. L'Italia, che ha visto celebrata in tutto il mondo la sua capacità di saper fare, il cosiddetto fenomeno del made in Italy, non ha fino a oggi individuato un luogo in cui si raccolgano le espressioni migliori della sua produzione di eccellenza, dove si studino e

si raccontino le origini e le ragioni di sviluppo nel tempo di tale capacità, dove si offra alle imprese la possibilità di promozione delle proprie attività in un ambito istituzionale di prestigio, dove si faccia ricerca per individuare come il nostro potenziale creativo e produttivo possa essere conservato e si studi come riproporlo, rinnovato e adeguato sugli scenari futuri. Vorremmo che nel Colosseo quadrato trovasse casa un Beaubourg romano dedicato, piuttosto che all'arte, alla produzione e al design contemporanei, luogo vivo di incontro culturale e sociale, per le imprese e per i giovani. Tutto, quindi, tranne che un museo». Per quando è prevista l’inaugurazione? Nel 2011 Roma avrà un polo museale all’avanguardia nel mondo? «Eur consegnerà l’edificio nel corso del mese di dicembre, quindi entro l’anno. A partire da gennaio noi e il ministero dei Beni culturali cominceremo le opere comuni di impiantistica, terminate le quali verranno realizzati i rispettivi allestimenti. Queste attività impegneranno tutto il 2011. Non è escluso, però, che si possa procedere per step successivi, in questo caso i tempi si

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LA VETRINA DEL MADE IN|RAGION LIBERA Massimo Arlechino

Un progetto dell’esposizione permanente

La prego, non  accorcerebbero. mi faccia impegnare sulle date

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prima che la Fondazione sia entrata nel Palazzo, porta pure male». Come si inserisce la Fondazione nel progetto del secondo polo turistico di Roma? «A inserirsi nel secondo polo turistico non sarà la Fondazione, semplice strumento operativo, ma la sua creatura: l'Esposizione Permanente del made in Italy e del design italiano che avrà sede nel Palazzo della Civiltà Italiana dell'Eur. Il nostro inserimento nel progetto del Secondo Polo Turistico consiste nel contribuire, con il nostro progetto, alla riqualificazione di un edificio simbolo, il Palazzo della Civiltà Italiana, e di un quartiere, scrigno di tesori architettonici e modello antesignano nel mondo di urbanistica di qualità. Dobbiamo questo impegno alla società Eur e al sindaco Alemanno per tutta l'attenzione che hanno dimostrato verso la nostra attività». In Italia, il patrimonio culturale è già integrato nel territorio, a differenza di altri paesi in cui si “musealizza” la cultura. Cosa occorre per valo-

rizzare al meglio l’economia della cultura e della creatività made in Italy? «Probabilmente è necessario avere una maggiore consapevolezza di questa nostra peculiarità, comprendendo che noi dobbiamo "musealizzare" non tanto il nostro patrimonio culturale, ma l'intero contesto all'interno del quale esso è custodito e tramandato. È difficile trovare altrove, nel mondo, una tale quantità di sistemi locali nei quali arte, architettura, paesaggio, si fondono così intimamente con le tradizioni e la storia del territorio circostante. L'Italia è la somma di tutte queste eccellenze, e noi dovremmo imparare a capire che solo se esse continueranno a crescere insieme noi potremo continuare ad essere il Paese da tutti riconosciuto leader per la "creazione del bello". E noi stessi per primi dobbiamo imparare a valorizzare l'intero humus umano nel quale affonda le proprie radici il nostro patrimonio culturale». Il design e le tecnologie digitali possono secondo lei essere i cardini sui quali impostare un ripensamento dei modi con cui si fruiscono il

territorio e i beni culturali? «Certo, e qui mi ricollego alla domanda che mi ha posto precedentemente. Design e nuove tecnologie possono contribuire a quella "musealizzazione del territorio" della quale parlavamo prima. Tra gli studi che la Fondazione ha recentemente condotto per conto del ministero dello Sviluppo economico, ve n'è uno specifico sulla nuova metodologia dell'experience design, che unendo i saperi di varie discipline (architettura, ingegneria, design, storia, storia dell'arte, tutela del paesaggio, gastronomia) può consentire un re-design dei beni culturali per permettere al fruitore di viverli con un'esperienzialità che sia totalizzante, abbracciando tutto il sistema storico-territorialeculturale che ha dato vita al bene culturale. La ricerca ha condotto alla realizzazione di un volume, nel quale analizziamo alcune buone pratiche che sono state sviluppate nel nostro Paese per consentire nuove modalità di fruizione di territori e/o di beni culturali che erano un po’ abbandonati a se stessi, facendoli diventare volano di sviluppo economico locale.


L’ENERGIA RINNOVABILE TRAINA LA CRESCITA

di Riccardo Casini

Il ministro Prestigiacomo interviene sulla diffusione delle energie rinnovabili nel Paese: «Gli obiettivi europei sono più vicini, ma la vera sfida per le nostre città è la mobilità elettrica» na politica energetica indirizzata su due fronti. In attesa di capire quali saranno le risorse messe a disposizione dalla manovra finanziaria al varo del governo, il ministro per l’Ambiente Stefania Prestigiacomo ha recentemente espresso una «piena identità di vedute» con il dicastero dello Sviluppo economico sugli argomenti gestiti in comune: da una parte la ripartenza del nucleare, dall’altra le fonti rinnovabili. «Per queste ultime – spiega – abbiamo convenuto che grande rilievo avrà il sostegno e la promozione, anche sotto l’aspetto della ricerca tecnologica. A tal proposito abbiamo firmato il decreto per l’assegnazione delle risorse per il Fondo rotativo del protocollo di Kyoto, destinate a sostenere progetti pubblici e privati per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili. La promozione delle fonti di energia rinnovabile è un’esigenza forte e condivisa, così come l’importanza annessa dal Governo allo sviluppo dei veicoli elettrici e ibridi». Quali politiche ha in procinto di mettere in campo il ministero dell’Ambiente a livello di energie rinnovabili?

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«Le politiche sono differenti: oltre al Fondo rotativo che citavo prima, diversi bandi per la promozione delle rinnovabili e dell’efficienza energetica, l’incentivazione della ricerca, ecc. Quest’anno l’Italia sarà il Paese che avrà prodotto percentualmente il maggiore incremento di energia da fonti rinnovabili. Il governo ha fatto tanto, ma dobbiamo fare di più. Adesso c’è la sfida del 55%, degli sgravi fiscali per l’efficienza energetica, una misura sulla quale si deve investire di più. Noi ci batteremo perché questo strumento, fortemente incentivante per i cittadini, possa essere confermato. Bisogna comprendere fino in fondo che lo sviluppo sostenibile è una grande opportunità perché le nostre imprese, in futuro, si misureranno proprio sulla capacità di innovazione in questo campo». La morfologia del territorio italiano costituisce ancora un ostacolo allo sviluppo di alcune fonti di energie rinnovabili come l’eolico? «La peculiarità della posizione geografica di


RAGION LIBERA|FOCUS ENERGIA Stefania Prestigiacomo

Il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo

molte regioni d’Italia crea diverse potenzialità nel settore energetico, ma io credo che le risorse energetiche alternative debbano essere utilizzate nel rispetto del paesaggio. Per quanto riguarda l’eolico, le “Linee guida per l’autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili”, pubblicate in Gazzetta ufficiale nel settembre scorso, forniscono tra l’altro le modalità per il corretto inserimento nel territorio degli impianti». L’idroelettrico è sempre il settore di punta in Italia, come indicano i dati del Gestore dei servizi elettrici? «L’idroelettrico risulta in espansione solo per quanto riguarda il settore del piccolo idroelettrico e del mini-idroelettrico. Ma, a parte ciò, ritengo che in questo delicato periodo economico debba essere incrementato, per quanto possibile, il comparto delle energie alternative nel suo complesso. Nell’ambito del mix energetico, infatti, le energie pulite possono contribuire alla soluzione del problema energetico: per il nostro Paese, che

ha un costo dell’energia più alto del 30% rispetto ai partner europei, l’efficienza e il risparmio, lo sviluppo delle fonti rinnovabili e delle filiere produttive legate a questi settori sono driver fondamentali. Investire poi sulle nuove tecnologie significa anche creare nuove opportunità di lavoro e di crescita economica. E non dimentichiamo che la green economy è la scelta vincente per uno sviluppo del nostro Paese e non solo all’insegna della sostenibilità». Ha citato il settore del mini-idroelettrico. Quale può essere in futuro il suo ruolo? «È la tipologia a maggiore potenzialità nell’idroelettrico poiché consente una maggiore diffusione sul territorio, investimenti più contenuti e, spesso, la possibilità di evitare gli impatti ambientali legati a bacini e invasi». Quali risultati hanno ottenuto gli incentivi messi in campo finora? È possibile prevederne altri? «I risultati sono stati positivi e questo fa ben sperare per la crescita della filiera delle energie rinnovabili. La percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili nel 2005 era pari a circa il 5%, ma nel 2008 ha raggiunto il 6,8% del totale. Per il 2010 si punta all’8%, con un andamento crescente e in linea tendenziale, quindi, con l’obiettivo al 2020 del 17%, che è la quota di rinnovabili che l’Italia si è impegnata a raggiungere con l’Europa nell’ambito del famoso pacchetto clima energia, il cosiddetto “20-20-20”. A trainare questo trend positivo sono il fotovoltaico e l’eolico: in questo campo negli ultimi 5 anni è stata triplicata la potenza istallata, che ha

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FOCUS ENERGIA|RAGION LIBERA Stefania Prestigiacomo

quasi 5mila Mw, mentre nel settore  raggiunto del fotovoltaico fra il 2008 e il 2009 sono stati

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realizzati 64mila nuovi impianti. Il 2010 si chiuderà con altri 30mila nuovi impianti per una potenza istallata di oltre 1.600 Mw. Tutto questo è accaduto in 5 anni perché prima del 2005, cioè prima dell’entrata in vigore del conto energia, l’apporto del fotovoltaico alla produzione elettrica nazionale era sostanzialmente inesistente. Siamo insomma sulla strada giusta, e intendiamo proseguire e intensificare l’impegno». Quali sono gli obiettivi del “terzo conto energia” varato dal governo nell’agosto scorso? «Nel conto si trovano le nuove tariffe incentivanti e il nuovo obiettivo di potenza al 2020 pari a 8mila Mw, che significa quadruplicare in meno di 10 anni la presenza del solare in Italia. La nostra strategia prevede un sistema di incentivi stabili, già oggi i più robusti d’Europa, che porti a un incremento della produzione di energia da fonti rinnovabili. Il conto energia, ad esempio, è uno strumento importante per incentivare la produzione di energia elettrica da impianti fotovoltaici. Il Patto per l’ambiente, firmato dal ministero dell’Ambiente con grandi aziende italiane (e che sarà esteso ad altre), prevede investimenti in settori chiave della green economy come la produzione di energia da fonti rinnovabili, il ri-

sparmio energetico, la sostituzione di combustibili fossili con Cdr, l’efficienza energetica, l’ambietalizzazione di centrali che oggi producono energia con combustibili inquinanti e il fotovoltaico nei trasporti». A proposito di trasporti, quali risultati sono stati raggiunti tramite gli incentivi nella conversione dei veicoli? «Stiamo lavorando tutti per un sistema economico globale che abbia meno bisogno di combustibili fossili come petrolio, gas e carbone. Credo che se non si interviene oggi puntando su fonti ambientalmente sostenibili, in grado di produrre quantità considerevoli di energia, avremo sempre più inquinamento ed energia sempre più cara. E di maggior energia elettrica pulita abbiamo bisogno se vogliamo orientare il nostro sistema nazionale verso la sostenibilità. Penso in primo luogo alla mobilità: se vogliamo eliminare davvero il problema delle polveri sottili, la soluzione per le nostre città è la mobilità elettrica. Ma anche la mobilità sostenibile a 360 gradi. Per questo abbiamo promosso la Giornata nazionale della bicicletta, alla quale hanno aderito oltre 1.300 Comuni italiani: una festa che ha celebrato e celebrerà ogni anno la voglia di mobilità pulita che c’è nel nostro Paese».


di Nike Giurlani

RIPARTIAMO DAL NUCLEARE L’energia nucleare non è una minaccia, ma una fonte importante di sviluppo che «ridurrebbe la dipendenza dell’Italia dagli idrocarburi che importiamo da Paesi politicamente instabili». Il punto del sottosegretario Stefano Saglia er il rilancio del nucleare, la tecnologia che adotteremo sarà di terza generazione, che ha risolto tutti i problemi di sicurezza rispetto a Chernobyl che fu, è bene ricordarlo, un esperimento militare» mette in evidenza Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico con delega all’Energia. Sicurezza, raggiungimento degli obiettivi comunitari, rilancio economico e occupazionale: questi gli obiettivi perseguibili grazie all’energia nucleare, tiene a precisare il sottosegretario. Inoltre, comunicare e informare sarà la ricetta del governo «per superare i pregiudizi e le paure sul nucleare». Dialogo prima di tutto, quindi, anche per quanto riguarderà la scelta dei siti. «Non costruiremo mai nessuna centrale senza concertazione e dialogo con le parti interessate e in particolare con le Regioni», conclude Saglia. Ad ottobre sono stati riavviati due reattori dell’Enea. Che significato riveste questa iniziativa? «Il riavvio dei due reattori Enea è un primo passo delle prove in sicurezza per il ritorno al nucleare in Italia, che si avvarrà di una tecnologia collaudata da decenni in cui il nostro Paese ha avuto il primato fino alla fine degli anni 80. Inoltre, questo tipo di energia sta vivendo oggi una rinascita a livello globale con un trend di crescita positivo: stiamo tornando ai livelli della prima corsa al nucleare». Quali i vantaggi connessi all’introduzione del nucleare per il nostro Paese? «Il nucleare si avvale di una tecnologia a zero Stefano Saglia, sottosegretario allo Sviluppo economico emissioni d’anidride carbonica e contribui- con delega all’Energia

«P


RAGION LIBERA|FOCUS ENERGIA Stefano Saglia

REATTORI, COMINCIAMO A SCALDARE I MOTORI

Giovanni Lelli, commissario dell’Agenzia Enea

rebbe, in combinazione con le rinnovabili, al conseguimento degli obiettivi comunitari vincolanti. Inoltre, favorirebbe la messa in sicurezza dell’approvvigionamento energetico in quanto ridurrebbe la dipendenza dell’Italia dagli idrocarburi che importiamo da Paesi politicamente instabili. Infine, rappresenta un’opportunità industriale e occupazionale poiché favorirebbe investimenti, posti di lavoro e crescita economica». Sono già stati scelti i punti d’insediamento

Il ritorno al nucleare è fondamentale per il nostro Paese? L’ingegnere Giovanni Lelli (nella foto), commissario dell’agenzia Enea, non ha dubbi, la risposta è sì. «Prima di tutto perchè essendo il nucleare più competitivo nella produzione d’energia elettrica, rispetto ai combustibili fossili, ed essendo anche meno costoso, permette di avere energia elettrica a costi inferiori, consentendo al nostro sistema Paese, impresa e cittadini, di pagare meno l’energia elettrica e quindi di competere di più sui mercati». Inoltre, va tenuto presente, che l’Italia ha sottoscritto degli impegni internazionali «per l’abbattimento della CO2 e sicuramente il nucleare risponde pienamente al problema posto perchè nel produrre energia elettrica non emette anidride carbonica». Infine rappresenterebbe l’occasione di rilanciare l’industria termoelettromeccanica del Paese, in quanto «dall’evento di Chernobyl questo settore ha puntato più che altro sull’esportazione, mentre grazie al ritorno del nucleare in Italia si tornerebbe a potenziare anche il nostro mercato interno» mette in luce il commissario. In questa ottica, l’Enea potrà «aiutare l’industria a qualificarsi per realizzare componenti e sistemi da poter utilizzare nelle centrali», ma anche a livello di formazione il suo contributo sarà importante. «Metteremo a disposizione dell’università i nostri impianti sperimentali per rendere i futuri ingegneri all’altezza del ruolo che andranno a svolgere». Infine, spiega l’ingegnere Lelli «affiancheremo l’Agenzia di sicurezza del nucleare nella valutazione dei progetti, attraverso adeguati strumenti di analisi, come i codici di calcolo». Una volta accertata l’affidabilità degli impianti occorrerà affrontare il problema dello smaltimento delle scorie prodotte dalle centrali che avverrà seguendo i metodi già sperimentati in tutto il mondo. Le scorie si dividono in tre categorie e le ultime sono quelle che decadono in tempi lunghissimi. «In realtà, opportunamente trattate, quest’ultime occupano dei volumi piccolissimi ed è per questo motivo che possono essere conservate nelle centrali che li hanno generati». Altra soluzione illustrata da Lelli è quella dei depositi superficiali, «presenti in tutto il mondo, nell’attesa che ci si doti di un sito definitivo dove collocare queste scorie a lunghissimo tempo di decadimento». Un esempio? «La Svezia ha recentemente scelto il sito per il deposito geologico, che per caratteristiche geomorfologiche risulta affidabilissimo; tuttavia, ricerca e sviluppo si muovono nella direzione di migliorare lo smaltimento delle scorie e nel futuro si arriverà a bruciare i rifiuti radioattivi all’interno dei reattori stessi perchè in questo modo si ridurrà notevolmente la loro radioattività» conclude il commissario. 255


FOCUS ENERGIA|RAGION LIBERA Stefano Saglia

Il reattore Tapiro e il reattore Triga del Centro ricerche Casaccia Enea

«L’energia nucleare non produce emissioni d’anidride carbonica e quindi contribuisce a rispettare gli impegni presi a Kyoto»

impianti?  degli «Gli operatori interessati di volta in volta

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identificano il sito in cui costruire un’eventuale centrale. La proposta viene analizzata dall’Agenzia per la sicurezza nucleare che valuta la scelta del sito secondo criteri ben definiti. Nel caso in cui il sito risultasse idoneo per l’Agenzia, inizierebbe un dialogo con gli enti locali e con la popolazione. Non costruiremo mai nessuna centrale senza concertazione e dialogo con le parti interessate e in particolare con le Regioni». La tecnologia adottata sarà quella di terza generazione. Quali gli standard di sicurezza introdotti rispetto al passato? «Per il rilancio del nucleare, adotteremo tecnologie di terza generazione, che ha risolto tutti i problemi di sicurezza rispetto a Chernobyl che fu, è bene ricordarlo, un esperimento militare. Questo, tra l’altro, fu l’unico incidente con vittime accaduto nel mondo in oltre 50 anni e fu causato da gravi inadempienze. Attualmente, nel mondo, ci sono 436 impianti in esercizio in 30 Paesi e 56 reattori in costruzione in 14 Paesi. Molti in territori li-

mitrofi al nostro. Infine anche i nuovi depositi hanno elevati standard di sicurezza: basti pensare che il contenitore riesce a resistere all’impatto con un boeing 747». Quali iniziative il governo intende portare avanti affinchè il nucleare non venga più visto come una minaccia, ma come un’occasione di crescita economica per il Paese? «Comunicare e informare è la ricetta del governo per superare i pregiudizi e le paure sul nucleare. Crediamo nella trasparenza e nel coinvolgimento della popolazione. Abbiamo previsto, infatti, una campagna d’informazione, che verrà concordata da una pluralità di ministeri e soggetti e che dovrà essere approvata nei tre mesi successivi all’emanazione definitiva dello schema di decreto sul nucleare». Lei ha dichiarato che grazie al nucleare saremo in grado di rispettare gli impegni presi con il protocollo di Kyoto e di migliorare e rendere più efficiente il mix energetico del Paese. In che modo? «L’energia nucleare non produce emissioni d’anidride carbonica e quindi contribuisce a rispettare gli impegni presi a Kyoto. Inoltre in combinazione con le energie rinnovabili, contribuirebbe al raggiungimento di un mix equilibrato d’energia pulita che riduce la dipendenza dagli idrocarburi».


SUPERIAMO I PREGIUDIZI E PENSIAMO AL FUTURO di Nike Giurlani

Energia nucleare: sì. Ne è convinto Chicco Testa che ne sottolinea i vantaggi a livello economico, ambientale e d’affidabilità

x presidente di Legambiente e attualmente managing director di Rothschild, Chicco Testa è un ambientalista convinto e se in passato si era fatto promotore di campagne contro il nucleare ora ha cambiato idea. Oggi, infatti, la considera una tecnologia sicura, ecocompatibile e che sopratutto si sta rilevando indispensabile per sottrarre il nostro Paese dalla forte dipendenza dai combustibili fossili. Non basta investire solo sulle energie rinnovabili perchè «se si esclude l’idroelettrico, le cui potenzialità sono in buona parte sfruttata di già, nel mondo le nuove rinnovabili contribuiscono al fabbisogno elettrico per il 2,5%». Non bisogna poi dimenticare che sono fonti energetiche in-

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A sinistra, la centrale di Caorso

stabili, perchè per esempio «eolico e solare funzionano quando è presente vento e quando c’è il sole ma – fa presente Testa – noi abbiamo bisogno d’energia elettrica 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno». Nel 1987 è stato tra i promotori del referendum contro il nucleare. Come mai ha cambiato idea? 258


RAGION LIBERA|FOCUS ENERGIA Chicco Testa

«In questi 20 anni sono maturati alcuni problemi inediti. Innanzitutto, il continuo aumento della domanda d’energia nel mondo, dovuto soprattutto all’entrata in scena di alcuni miliardi di “nuovi consumatori”, collocati nei Paesi di recente crescita economica come la Cina, l’India e il Brasile. In secondo luogo la constatazione che la maggior parte del vecchio e del nuovo fabbisogno energetico continua ad essere soddisfatto con i combustibili fossili. In particolare, nella produzione d’elettricità, il carbone continua a svolgere la parte del leone. In terzo luogo, l’emergere in questi anni del problema del surriscaldamento del pianeta con la conseguente necessità di potenziare tutte le misure in grado di produrre energia senza emissioni inquinanti. Infine, la constatazione che le fonti rinnovabili da sole non ce la fanno. Il loro contributo a livello mondiale rimane marginale. Per questo condivido la frase di Sarkozy “il nucleare non è la soluzione del problema, ma senza energia nucleare non c’è soluzione». Quali sono i principali errori e pregiudizi che influenzano negativamente l’opinione pubblica? «Il nucleare in Italia solleva reazioni emotive che non hanno nulla a che vedere con la realtà delle cose. I problemi del nucleare ci sono ma mentre in tutto il mondo sono trattati con razionalità e con la massima sicurezza, da noi divengono problemi ideologici infarciti di pregiudizi». Per ridurre la dipendenza dal petrolio e dell’impatto sull'effetto serra non basta investire sulle energie rinnovabili? «No, non basta. Se si esclude l’idroelettrico, le cui potenzialità sono in buona parte sfruttata di già, nel mondo le nuove rinnovabili contribuiscono al fabbisogno elettrico per il 2,5%. Inoltre, hanno alcuni limiti che ne riducono l’efficacia. Per esempio la loro instabilità: eolico e solare funzionano quando è presente vento e quando c’è il sole. Ma

Chicco Testa, managing director di Rothschild e presidente del Forum nucleare italiano

noi abbiamo bisogno d’energia elettrica 24 ore su 24 per 365 giorni l’anno». Quali sono le caratteristiche, le strutture e le tecnologie che dovrebbero caratterizzare gli impianti per la produzione d’energia nucleare? «In Italia abbiamo avuto un’importante tradizione di studio e di lavoro sull’energia nucleare. In tutti gli anni 60 alcuni reattori nucleari hanno funzionato senza problemi, come ha funzionato senza problemi la centrale di Caorso fino al referendum. Si tratta di ricominciare da dove ci siamo fermati. Naturalmente oggi per riprendere il passo giusto abbiamo bisogno di cooperare tecnologicamente con compagnie d’altri Paesi che hanno continuato ad investire sul nucleare». Recentemente è nato il “Forum nucleare italiano”, di cui lei è presidente. Quali gli obiettivi e quali le iniziative che intendete promuovere per approfondire il tema del nucleare? «L’obiettivo del Forum è quello di diffondere informazione e conoscenza sull’importanza delle tecnologie nucleari. Cercheremo di farlo in modo pacato e favorendo il confronto fra le parti. Nei prossimi giorni sarà attivo il nostro sito web e poi inizieranno campagne informative rivolte a diversi segmenti di pubblico. In primavera vorremmo promuovere una convention nazionale dedicata all’energia nucleare, con la partecipazione di tutte le forze culturali e produttive che lavorano in questo campo».


ECCO PERCHÉ IL NUCLEARE È SICURO E PULITO «L’energia nucleare è la meno tossica per di Nike Giurlani

l’uomo e per l’ambiente» spiega il professor Umberto Veronesi, presidente dell’Agenzia sulla sicurezza del nucleare

el 1987, tramite un referendum, quasi l’81% dei votanti disse no alla possibilità di sviluppare sul territorio italiano delle centrali nucleari. Solo un anno prima era avvenuto il disastro di Chernobyl, che sconvolse l’opinione pubblica. Ora nel nostro Paese si torna a parlare di nucleare con la creazione dell’Agenzia sulla sicurezza del nucleare. A dirigerla è stato chiamato il professor Umberto Veronesi che ha accettato la proposta in quanto ritiene «l’energia nucleare la meno tossica per l’uomo e per l’ambiente perché, in assenza d’emissioni e combu-

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stione, è sicura e pulita: il rischio collegato al suo utilizzo è quello d’incidente alle centrali di produzione, che oggi nel mondo è minimo, calcolato vicino allo zero». Perchè ha accettato di presiedere l’Agenzia per la sicurezza nucleare? «Ho dato la mia disponibilità ad accettare la candidatura a presidente per due motivi: primo, perché credo che la ripresa del programma nucleare sia un bene per il Paese, secondo perché il mio compito sarebbe di tutelare la sicurezza e dunque di proteggere la salute dei cittadini, che


RAGION LIBERA|FOCUS ENERGIA Umberto Veronesi

è il mio obiettivo, come medico e ricercatore, da sempre. Come oncologo ho speso la mia vita non solo a combattere il cancro, ma anche a prevenirlo, e dunque a individuare e proteggere la popolazione sana dagli agenti pericolosi». Perchè il ritorno al nucleare è per lei indispensabile e sicuro? «Parlando d’energia abbiamo un duplice problema: produrne quanta è necessaria allo sviluppo tenendo presente che, secondo le ultime stime, il fabbisogno mondiale aumenterà di oltre il 50% entro il 2030; e farlo proteggendo l’uomo e l’ambiente. Oggi né l’energia eolica né quella solare sono in grado, per costi e livello di tecnologia, di fornire una risposta davvero utile. Il petrolio, che ha scatenato e continua a scatenare conflitti sanguinosi, resta una fonte d’energia dannosa alla salute dell’uomo, ed è a rischio d’immensi disastri ambientali, come dimostra la recente catastrofe della Bp. L’energia nucleare è al momento la meno tossica per l’uomo e per l’ambiente perché, in assenza d’emissioni e combustione, è sicura e pulita: il rischio collegato al suo utilizzo è quello d’incidente alle centrali di produzione, che oggi nel mondo è minimo, calcolato vicino allo zero. Inoltre si presenta come una fonte d’energia potente, per la quale le tecnoloIl professor Umberto Veronesi

gie di sfruttamento sono già note e condivise a livello mondiale. Certo, la fonte ottimale (in termini di produzione, efficienza, sostenibilità per l’ambiente e per l’uomo) ancora non l’abbiamo trovata, ma, aspettando i risultati della ricerca, sembra comunque che l’opzione nucleare sia quella da considerare concretamente e subito». Una parte dell’opinione pubblica è perplessa sul nucleare perchè teme un disastro ambientale come quello che accadde a Chernobyl. Che cos’è cambiato da allora? «La centrale di Chernobyl, costruita per scopi militari, era un impianto obsoleto e carente di sistemi di scurezza. Oltretutto l’incidente fu causato da un tragico e incredibile errore umano, che oggi non potrebbe più occorrere perché, grazie alla ricerca tecnologica, i processi sono altamente automatizzati e dunque il rischio di incidente si è fortemente ridotto. Le moderne centrali nucleari sono dotate di sofisticati sistemi di sicurezza e di parecchi strati di contenimento che impediscono - o limitano, in caso di incidente grave - la diffusione di materiale radioattivo. Complessivamente i rischi dell’industria nucleare moderna sono molto inferiori a quelli d’altre attività industriali». Quali i pregiudizi e gli errori nei quali spesso si cade? «Ancora oggi per molte persone il nucleare evoca le bombe e la fine dell’umanità. Questo è dovuto al fatto che trasferiamo su una fonte di energia la legittima condanna del suo uso improprio. A questo si aggiunge la paura d’incidenti agli impianti che però, come già spiegato, è un retaggio del passato, perché oggi il rischio di incidenti è minimo, vicino allo zero. Occorre sfatare anche i dubbi circa la minaccia del nucleare per l’ambiente. L’International atomic Energy, organismo promosso dall’Onu, ha dimostrato che le fonti nucleari unite a quelle idroelettriche hanno ridotto del 20% le emissioni d’anidride carbonica. Il nucleare è dunque una fonte d’energia “pulita”: basta pensare che è la fonte maggiormente utilizzata dalla natura stessa; il sole è un’immensa centrale nucleare».


IL FUTURO SI CHIAMERÀ GREEN ECONOMY Pur essendo già oggi uno dei più importanti operatori di Andrea Giulietti

nel campo delle energie rinnovabili su scala globale, Enel Green Power non intende fermarsi. Lo spiega Piero Gnudi, presidente di Enel viluppo e generazione d’energia da fonti rinnovabili in tutto il mondo, questo è Enel Green Power, una realtà che crede fermamente nelle potenzialità date dal vento, sole, acqua e calore della terra. Le energie rinnovabili rappresentano, infatti, le fonti da promuovere per contribuire a uno sviluppo realmente sostenibile e per proteggere l’ambiente. È proprio per questo motivo che nel 2009 sono stati realizzati 170 miliardi di euro di investimenti nel settore delle rin-

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novabili, con particolare attenzione al Sud del mondo. «Paesi come il Marocco, la Tunisia e l’Egitto possiedono alcuni tra i più promettenti siti al mondo per l’impiego del solare e dell’eolico» spiega, infatti, Piero Gnudi, presidente di Enel. Molti i progetti in serbo, ma la vera svolta verso la green economy si potrà avere solo a margine di «un quadro regolatorio che sia stabile nel tempo e che eviti eccessi, come si sono avuti in altri Paesi, che hanno appesantito il costo del


RAGION LIBERA|FOCUS ENERGIA Piero Gnudi

kilowattora e hanno provocato distorsioni nel sistema» conclude Gnudi. Lei ha recentemente dichiarato che le energie rinnovabili sono uno dei settori in cui si investe di più al mondo. Quali sono le energie rinnovabili alla base di Enel Green Power? Quali gli sviluppi futuri? «Enel Green Power è una solida realtà multinazionale. Gestisce oltre 600 impianti idroelettrici, eolici, geotermici, fotovoltaici e a biomassa in Italia e in altri 15 Paesi nel mondo per una capacità installata totale di quasi 5.800 MW. Pur essendo già oggi uno dei più grandi operatori nelle rinnovabili su scala globale, Enel Green Power non intende fermarsi qui: dispone, infatti, di progetti di sviluppo nei prossimi cinque anni per oltre cinque miliardi di euro. Si tratta di un piano d’investimenti con ben pochi paragoni al mondo che mira a una capacità installata di 9.2 GW al 2014. Una crescita di oltre 3 GW, metà dei quali già assicurati grazie a progetti avviati nel 2010 o attualmente in sviluppo. Aggiungo infine che il portafoglio delle attività di Enel Green Power è ben bilanciato tra attività regolate e non regolate: più di due terzi del fatturato non dipendono da incentivi». Nel 2009 nel mondo sono stati realizzati 170 miliardi di euro di investimenti nel settore delle rinnovabili. Enel ha fatto sapere che la zona ideale per investire nelle fonti rinnovabili è la sponda sud del Mediterraneo. Come mai proprio queste zone?

Piero Gnudi, presidente di Enel

«La costa sud del Mediterraneo certamente è una delle aree del mondo cui guardiamo con attenzione. Paesi come il Marocco, la Tunisia e l’Egitto possiedono alcuni tra i più promettenti siti al mondo per l’impiego del solare e dell’eolico. Ci sono infatti tutte le condizioni migliori: vento, sole e enormi spazi aridi. Le ore di sole per esempio oscillano tra 2650 e le 3400 ore l’anno, con una radiazione media che parte dai 1300 kWh/mq all’anno nelle aree costiere per raggiungere i 3200 kWh/mq all’anno nelle aree interne, ossia da due a tre volte le medie europee. Grazie a queste condizioni gli impianti rinnovabili potrebbero dare un contributo prezioso alla generazione elettrica nei Paesi del sud offrendo margini alle esportazioni verso la sponda nord». Quali sono i progetti in programma? «Lo sviluppo delle rinnovabili nel bacino del

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costituirà uno stimolo deciso  Mediterraneo alla crescita delle economie dell’Area, se si riuscirà a sviluppare l’indotto lungo tutta la catena del valore, dalla produzione di componenti in loco, alla costruzione di parte delle centrali e alla manutenzione, favorendo al massimo l’occupazione. Sulla base di queste considerazioni, nel corso del 2009 in Europa sono stati avviati interessanti progetti come il consorzio Desertec, nato inizialmente sotto l’impulso dell’industria tedesca, ma oggi arricchito da diverse società delle due sponde del Mediterraneo, tra le quali Enel Green Power. Iniziative come questa valorizzeranno certamente la posizione geografica di Spagna e Italia come hub naturali tra le due sponde in grado di agire da catalizzatore per futuri ingenti investimenti. Il Gruppo Enel, grazie alle sue attività italiane e spagnole con Endesa, può giocare un ruolo di primo piano nel processo d’integrazione tra le due sponde del Mediterraneo». Enel opera in altri 22 Paesi, quali sono le

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«Enel ha completato il processo di trasformazione in una grande multinazionale dell’energia ed è oggi un player globale» strategie che prevedete per il futuro in Italia e all’estero? «Enel ha completato il processo di trasformazione in una grande multinazionale dell’energia ed è oggi un player globale. Nei prossimi anni saremo impegnati nel consolidamento delle attività acquisite, nell’ottimizzazione degli investimenti con l’obiettivo di ridurre il costo dell’energia per i nostri 61 milioni di clienti. Con un’attenta gestione delle risorse destinate agli investimenti e con la cessione di attività non strategiche riusciremo a ridurre il debito mantenendo per i nostri azionisti una politica di dividendi basata sul 60% di pay-out, tra le


RAGION LIBERA|FOCUS ENERGIA Piero Gnudi

A sinistra, l’Idroelettrica a Trezzo d’Adda; in basso, l’impianto eolico Enel a Serramarrocco (Enna); nella pagina accanto, lo stabilimento di pannelli fotovoltaici di Enel-Sharp-St Microelectronics a Catania

più interessanti d’Europa». Che cosa ha comportato la liberalizzazione del mercato elettrico? «Il mercato elettrico italiano è tra i più aperti e concorrenziali d’Europa. I consumatori italiani sono oggi liberi di scegliere tra decine di fornitori e, per ognuno di essi, possono prendere in considerazione numerose offerte tariffarie per risparmiare quanto più possibile sulla bolletta. La liberalizzazione, avviata nel ‘99 con l'emanazione del decreto Bersani, ha davvero rivoluzionato l'assetto del nostro settore creando le premesse per una riduzione dei prezzi dell’energia. È chiaro però che per ottenere vantaggi più consistenti dobbiamo fare ricorso a tecnologie differenti e, soprattutto, a combustibili meno costosi: per questa ragione insistiamo molto sulla diversificazione del mix energetico italiano, ancora troppo dipendente dal gas naturale». Enel ha intenzione di attuare delle strategie per ridurre i costi per l’utilizzo dell’energia sia per quanto riguarda le imprese che per le famiglie? «Come ho accennato prima, nel nostro Paese oltre il 50% dell’energia è prodotta utilizzando un combustibile caro: il gas. Dobbiamo avere un mix energetico ben bilanciato, che garantisca sicurezza degli approvvigionamenti, abbattimento delle emissioni di CO2 e costi contenuti. Questo mix energetico non può prescindere dall’apporto del nucleare. Lo ha dimostrato la Germania con la recente decisione di prolun-

gare di 8 e 14 anni, a seconda dell’anno di costruzione, la vita di tutte le centrali nucleari, lo dimostrano i 61 impianti in costruzione in 14 diversi paesi per oltre 58.000 MW di nuova capacità e i 441 reattori in funzione nel mondo che generano ogni giorno il 14% dell'energia elettrica globale, percentuale che sale al 28% se guardiamo alla sola Europa a 27». Cosa serve alla green economy italiana per crescere ulteriormente? «Occorre un quadro regolatorio che sia stabile nel tempo e che eviti eccessi, come si sono avuti in altri Paesi, che hanno appesantito il costo del kilowattora e hanno provocato distorsioni nel sistema, questo a vantaggio di tutta la filiera della green economy che può essere una forte leva di sviluppo per tutta la nostra economia».

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MODELLI D’IMPRESA|RAGION LIBERA Luigi Pecora e Vito Ricciardelli

CONTRO IL RISCHIO CARBURANTI di Giulio Conti

Per tutelare l’ambiente dal rischio “carburanti” la strategia vincente è la prevenzione di ogni potenziale causa del danno. L’apporto ingegneristico di Luigi Pecora e Vito Ricciardelli

In apertura, gli ingegneri Luigi Pecora e Vito Ricciardelli, fondatori della società di ingegneria tecnica Alpi Consulting srl www.alpiconsulting.it

e tematiche relative alla salvaguardia dell’ambiente sono molteplici e a volte controverse, e per chi investe le proprie competenze nella progettazione ingegneristica di impianti di distribuzione carburanti, risultano oggetto di quotidiano confronto. Lo sanno bene gli ingegneri Luigi Pecora e Vito Ricciardelli, fondatori della società di ingegneria tecnica Alpi Consulting, secondo i quali «la sensibilità dei nostri giorni verso l’auto-sostenibilità dell’ambiente si scontra con forze ignote che riescono, con estrema semplicità, a trasferire le responsabilità di un atto inquinante a terze e magari inconsapevoli figure, incanalandosi in un continuum temporale che non sembra avere soluzione di continuità». Ne è esempio l’ultima, e purtroppo non per importanza, tragedia del Golfo del Messico, che a prescindere dalle responsabilità finali, con un’interminabile fuoriuscita di petrolio ha ridotto i mari in fin di vita. «Ogni valutazione, approfondimento, azione progettuale e di costruzione dovrebbe essere condizionata dal costante investimento in ricerca scientifica e tecnologica – afferma l’ingegnere Pecora –, al fine di tradurre l’adozione di soluzioni tecniche e impiantistiche e di nuovi materiali, in un’azione incisiva globale. Un’azione che riduca, isoli e per quanto possibile elimini la possibilità di inquinamento e di qualsiasi entità possa generarlo». Proposito utopistico forse, ma oggi l’attività di project engineering integrato eseguita dai professionisti di Alpi Consulting a fianco di partners di rilievo internazionale, ha consentito di sviluppare un’importante ricerca di settore e di determinare ciò che, oltre l’accezione retorica, è ancora un grande fondamento di verità: le migliori soluzioni sono quelle che prevengono la causa del danno. «La nostra soluzione ideale deriva sostanzialmente dalla sintesi di due fattori – spiega l’ingegnere Ricciardelli–: l’adozione di soluzioni sperimentate in anni di esperienza e di applicazioni, e il riconoscimento delle normative

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mediante una loro interpretazione conservativa. La ricerca produce tale sintesi, coniuga e vincola i due fattori a un’attività di verifica e riesame approvando solo quanto risulti avere titolo di assoluta validità». Senza nessuna possibilità di scelte aleatorie, i programmi stabiliti durante le fasi finali della ricerca si traducono sul campo in soluzioni tecnologiche applicate. Però, proprio a causa di tale ricerca, «il rischio che si possa produrre un rapporto conflittuale con l’adozione di specifici standard di compagnia – rivela Ricciardelli –, viene risolto generando le cosiddette “specificità locali” che in Italia, data la complessa geografia politica e governativa del territorio, si traducono addirittura in micro-specificità locali». Lo sforzo da compiere risulta dunque non indifferente ed è grazie al rapporto fiduciario instaurato negli anni con le compagnie che risulta più agevole raggiungere l’obiettivo di una condivisibile scelta del modus operandi e delle specifiche tecniche, tali da renderle interpretabili e

applicabili. «Essere consapevoli che l’organismo di progetto abbia un proprio potenziale di rischio oggettivo, fa sì che la valutazione della sua contestualizzazione ingeneri la nemesi di una meta-progettazione di laboratorio che rafforza – sostiene Pecora –, le ragioni delle scelte compiute da noi progettisti». Per questo la Alpi Consulting oggi, propone soluzioni diversificate per il soddisfacimento delle esigenze del settore dell'ingegneria tecnica mediante figure professionali specifiche, tramite le tre sedi di cui dispone a Mantova, ad Arezzo e a Gravina in Puglia. «Nel nostro settore si rivela necessario prevedere a monte una pianificazione integrale della gestione della qualità e della sicurezza di tutti i processi – precisa Pecora –, dallo studio di fattibilità all’istruttoria permessualistica, dalla progettazione di massima a quella definitiva, esecutiva e costruttiva, dalla direzione lavori alla gestione della sicurezza a norma nuovo Testo Unico, fornendo un sistema di progettazione integrata e flessibile».

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ENERGIA E AMBIENTE UN EQUILIBRIO POSSIBILE di Luca Righi

Recuperare i rifiuti, trasformali e riutilizzarli. Secondo la RMB un equilibrio tra ambiente, progresso e qualità della vita è possibile


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA RMB

a più grande sfida del secolo è riuscire a conciliare sviluppo e sostenibilità ambientale. L’attenzione mondiale è sempre più concentrata sul concetto di sviluppo sostenibile, un progresso cioè che sappia soddisfare i bisogni delle generazioni attuali senza compromettere la qualità della vita di quelle future. In quest’ottica gioca un ruolo importante il recupero e il trattamento dei rifiuti. Perché gli scarti non sono necessariamente un problema, pos-

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sono anche essere una risorsa. Da questa consapevolezza nasce la mission di RMB, società di Polpenazze del Garda, specializzata nel trattamento rifiuti, nel recupero metalli e nella gestione di problematiche strettamente legate all’ambiente. La vocazione originaria di RMB, nata nei primi anni 80,è il recupero dei metalli, da sempre filo conduttore dell’attività aziendale e delle politiche di accrescimento, commerciali e industriali portate avanti negli anni. Il settore dei rottami ferrosi e non ferrosi ha subito profondi cambiamenti che hanno implicato la trasformazione dell’attività dalla semplice raccolta e commercio di cascami alla vera e propria gestione di rifiuti, integrando sempre più l’attività di RMB con il rispetto della salvaguardia ambientale. Così, l’organizzazione delle strutture operative e la ricerca di processi innovativi hanno prodotto un’elevata efficienza ambientale e operativa. L’impianto RMB oggi lavora, in particolare, materiale ferroso e non ferroso derivante dalla selezione meccanica e dalla cernita del fluff, a sua volta proveniente da impianti di trattamento di rifiuti metallici; materiale inerte derivante da operazioni di recupero svolte su terre e rocce da scavo e su materiali provenienti da attività di bonifica di terreni contaminati; ceneri pesanti da termovalorizzatori; materiale assimilabile all’urbano; altri materiali contenenti frazioni valorizzabili e non. Nel corso della propria evoluzione aziendale RMB si è specializzata anche nel trattamento dei rifiuti al fine di ottenere dal loro recupero materie prime secondarie da reintrodurre nella catena produttiva nei più disparati settori. «Noi della RMB – afferma l’amministratore delegato dell’azienda - crediamo in un futuro più attento alle problematiche ambientali, crediamo che un sistema in equilibrio tra progresso, qualità della vita e dell’ambiente sia possibile». La società nel corso del tempo ha sottoposto i suoi processi e trattamenti a Enti, Università, Centri di Ricerca, al fine di migliorare continuamente il ciclo produttivo. Anche le procedure gestionali e operative adottate dall’azienda sono state sottoposte a un’attenta valutazione e a un riesame continuo. Ogni anno, nei suoi impianti autorizzati, RMB ridona nuova vita a numerosi mate-

Un esterno della RMB. L’azienda ha sede a Polpenazza del Garda (BS) www.rmbspa.com

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separandoli e gestendoli nel rispetto del riali, l’uomo e dell’ambiente. Il ciclo produttivo è costantemente controllato con numerosi presidi ambientali e con specifici impianti opportunamente testati per assolvere alle diverse problematiche legate alla natura chimica e fisica dei diversi rifiuti. «Lo sforzo di tutta l’azienda - afferma il management nel descrivere la politica aziendale - deve rivolgersi alla ricerca del miglioramento dei processi per assicurare un servizio di qualità e che sia rispettoso per l’ambiente, in coerenza con le norme Uni En Iso 9001:2000 e Uni En Iso 14001:2004». Ecco perché il sistema di conduzione aziendale non prescinde da alcuni principi chiave, quali: il tenere sotto controllo le attività di ogni impianto e dei servizi connessi, in particolare per quanto riguarda la rispondenza alle specifiche previste dalla normativa vigente

in materia di smaltimento dei rifiuti; il mantenere un elevato livello di addestramento del personale coinvolto; adeguare costantemente il Sistema alle nuove realtà e alle nuove esigenze di mercato; conformare tempestivamente e puntualmente le specifiche dell’attività ai nuovi limiti e caratteristiche previste dalle norme. Inoltre per la RMB è importante coinvolgere costantemente il personale e considerare che la gestione aziendale della qualità e dell’ambiente è un requisito indispensabile per l’esistenza dell’azienda stessa e per una corretta e proficua permanenza sul mercato e nella realtà di settore, e che quindi richiede la partecipazione da parte di tutti i livelli aziendali alla ricerca del continuo miglioramento. Il controllo che caratterizza l’operato della RMB, nelle sue diverse fasi, deriva anche da una verifica continua mediante analisi chi-


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA RMB

A sinistra, l’impianto RMB per la lavorazione dei rifiuti; qui sotto, alcune tipologie di materiali trattati da RMB

miche effettuate da un laboratorio interno che ha avviato una stretta collaborazione con altri laboratori esterni accreditati e certificati. Una struttura specializzata e particolarmente attrezzata per far fronte alle più svariate esigenze analitiche, anche nel rispetto delle vigenti normative, sia in campo ambientale che della sicurezza. Dotato di una strumentazione tecnologicamente all’avanguardia e di personale altamente qualificato, il laboratorio opera a 360 gradi nel settore ambientale effettuando tipologie di analisi denominate con protocolli analitici, rivolte a: scarichi idrici civili e industriali, determinazione di inquinanti in siti contaminati, determinazioni delle emissioni e immissioni in atmosfera, determinazione di idrocarburi policiclici aromatici (IPA) e policlorobifenili (PCB). A queste analisi si aggiungono la va-

lutazione e il controllo dei fattori di rischio e di benessere negli ambienti di lavoro con il campionamento e l’analisi di polveri aerodisperse, sostanze organiche volatili, sostanze inorganiche; campionamenti e analisi di siti contaminati; analisi per la caratterizzazione di rifiuti solidi e liquidi, test di cessione di rifiuti solidi e fanghi, analisi di compost e fanghi di risulta. E, ancora, la determinazione di antiparassitari ed erbicidi, la caratterizzazione e l’analisi di materiali silicei, ferrosi e cementizi, acciai e leghe metalliche. Sempre attenta alle esigenze del mercato, RMB punta molto sull’attività di ricerca e sviluppo, essenziale per perseguire l’ intento primario dell’azienda, quello di trovare un equilibrio tra progresso, qualità della vita e rispetto per l’ambiente.

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COME VALORIZZARE I COMBUSTIBILI POVERI

di Lucrezia Gennari

Nuove caldaie a griglia mobile per la combustione di biomasse permettono di ottenere energia dal legno. L’esperienza di Officine del Savio a Officine del Savio – Ahena Boilers di Gualdo di Roncofreddo vanta un’esperienza decennale nel settore delle caldaie a combustibile solido e ha sviluppato e realizzato caldaie a griglia mobile inclinata a tubi di fumo per la combustione di biomasse, adatte sia a biomasse legnose umide, boschive, che a scarti di lavorazione del legno in genere, sia vergine che trattato, così come altri prodotti vegetali, in un’ottica di valorizzazione dei combustibili poveri che è diventata di interesse primario in questi ultimi anni. «La tecnologia

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della combustione a griglia mobile – afferma Orazio Reali, titolare dell’azienda - che anni fa era applicata esclusivamente a impianti di dimensioni importanti quali inceneritori e centrali termoelettriche, è stata realizzata, con il nostro direttore tecnico, ingegner Fabrizio Novelli, in piccola scala su caldaie di potenzialità limitata, allargando il panorama di biomasse utilizzabili, alla luce di una richiesta di diversificazione delle fonti di approvvigionamento dei biocombustibili». Dal punto di vista energetico l’utilizzo di biomassa legnosa ha il vantaggio di


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Orazio Reali

«La tecnologia della combustione a griglia mobile è stata realizzata in piccola scala su caldaie di potenzialità limitata»

Nelle immagini alcune realizzazioni della ditta Officine del Savio - Ahena Boilers di Gualdo di Roncofreddo (FC). La Officine del Savio produce anche caldaie a tubi di fumo a combustibile tradizionale di ogni tipo, sia a vapore, come quella nella foto sopra, che ad acqua calda offsavio@tiscalinet.it

essere una fonte rinnovabile che non contribuisce all’immissione di CO2 in atmosfera e che ben si adatta alla recente politica di diminuzione di immissioni di gas serra a livello mondiale per uno sviluppo sostenibile. «Inoltre – continua Reali - può dare luogo allo sviluppo di un sistema di corretta gestione del patrimonio boschivo formando nuovi posti di lavoro, si adatta a impianti di piccole dimensioni con una filiera di approvvigionamento del combustibile breve, può dar luogo a vantaggi economici, senza contare il fatto di rendersi indipendenti dall’approvvigionamento dei combustibili tradizionali». Le caldaie installate dall’azienda sia in Italia che all’estero, sono caratterizzate da una elevata robustezza, prevedendo un funzionamento di almeno 20-25 anni, con soluzioni tecnologiche semplici ma efficaci. L’utilizzo di materiali di qualità e la gestione del controllo alla produzione ha permesso di raggiungere standard qualitativi elevati e una produzione attenta ad ogni particolare, spesso adattata alle esigenze di ogni cliente.


IL SOLARE, DALLA TEORIA ALLA PRATICA di Paola Maruzzi

Il solare non sta fermo. Gira e corre verso un consenso sempre più largo. Angelo Trivellato getta uno sguardo sul futuro della Check on Angelo Trivellato per ripercorrere i benefici del solare, la fonte energetica doppiamente declinata: per l’uso privato e per le imprese. Non ci si può fermare proprio oggi che la coscienza ecologica italiana inizia a prendere una forma stabile. È adesso, quindi, che bisogna insistere per consentire il passaggio dalla teoria alla pratica. Capita, infatti, che da questo slittamento ne derivi un gap, un vuoto che va necessariamente colmato. È facile affermare che i pannelli siano una soluzione ottimale: per il risparmio sulle bollette e per l’ambiente. Ben altra cosa è lavorare nel settore e far sì che tutto quadri alla perfezione: dalla scelta dei pannelli al via libera per l’al-

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laccio all’Enel. Angelo Trivellato, fondatore di Check Energie Rinnovabili, aggiunge: «Non sempre chi ignora la specificità del fotovoltaico è in grado di orientarsi. Anche un semplice cavillo burocratico può diventare insormontabile e ostacolare le potenzialità di questa nuova frontiera energetica». A complicare il quadro interviene una certa diffidenza. «Alcuni sostengono che l’impatto ambientale dei pannelli a terra sia troppo incisivo. Ma nonostante il persistere di critiche facilmente raggirabili, siamo convinti di percorre la strada giusta, quella che ci consegnerà al futuro». Da dove nasce questa certezza? «Dal fatto che, fino ai prossimi mesi del 2011, siamo sommersi di lavori. E, soprattutto, da


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Angelo Trivellato

Angelo Trivellato, titolare della Check Energie Rinnovabili www.checkimpiantifotovoltaici.com

uno slancio che ci porterà a valicare i confini nazionali». All’attivo la Check ha un progetto lungimirante: piazzarsi sui mercati stranieri e andare a competere con i Paesi in cui il solare è già ampiamente evoluto, sia da un punto di vista tecnologico che di incentivi statali. Questo dimostra come il made in Italy aspiri ad avere successo anche in tema di sostenibilità. Quindi i mercati della green economy non risentono della competizione selvaggia tipica di altri settori? «In un certo senso sì. La richiesta è enorme e potenzialmente in crescita. Seppure, considerando solo il Veneto, le imprese della filiera siano già tante, prevedo che nei prossimi anni ci sarà una selezione naturale. Nel senso che, per una legge fisiologica, resisteranno solo quelle che puntano sull’innovazione». Una verità talmente condizionante che è in grado di tirarsi dietro una serie di nodi cruciali. «Dalla possibilità di contare su uno staff tecnico altamente qualificato al sostegno delle grandi società, che garantiscono una coerenza progettuale». Seppure sia attraversata da continui mutamenti, la filiera del solare aspira alla stabilità. Solo attraverso un solido posizionamento, l’offerta dei pannelli e l’energia

pulita che ne scaturisce, possono diventare virali, contagiosi. Su questo, le parole di Angelo Trivellato non possono che disegnate un futuro ottimistico. «Se dovessi dire come vedo la Check tra un paio d’anni non ho dubbi: ancora fortemente attuale e pronta a inseguire le esigenze dei committenti». Infine, nella corsa verso la conversione ecosostenibile, non bisogna sottovalutare un altro aspetto: la poca competenza. «Purtroppo – prosegue Trivellato – aziende e semplici installatori, intravedendo il business nel settore, inseguono esclusivamente il profitto e improvvisano competenze che non possiedono, ingannando i consumatori». Capita così che gli utenti, credendo di risparmiare, si affidino a elettricisti che non hanno gli strumenti adatti, provocando problematiche non indifferenti all’impianto. Check Energie Rinnovabili ha invece una politica ben diversa: puntare sulle risorse umane e sulla tecnologia. «Abbiamo optato per mantenere tutta la filiera direttamente all’interno dell’azienda, perché un perfetto controllo è necessario per assicurare al committente l’effettiva soddisfazione». La comprovata capacità di lavorare nel fotovoltaico, dal progetto iniziale alla gestione, ha garantito all’azienda padovana l’ambiziosa nomina di Epc (Engineering procurement and cunstruction) da parte dei fondi di investimento internazionali più prestigiosi. Una conferma che fa di Check un total partner per la svolta ecosostenibili di piccoli e grandi impianti.

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In alto, Josè Antonio Maria Grana, del gruppo Fimap di San Benedetto Po (MN) www.fimapsnc.it - www.dmwsrl.it


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Josè Antonio Maria Grana

VERSO NUOVE PRODUZIONI

di Luca Righi

Il ritratto del gruppo Fimap, che produce tubi e filtri per pozzi di acqua, nelle parole di Josè Antonio Maria Grana

nizia nei primi anni 70 il percorso imprenditoriale della Fimap snc, azienda fondata da Fernando Grana e guidata oggi dal figlio Josè Antonio Maria. Obiettivo dell'azienda è, fin dalle origini, la produzione di tubi e filtri in acciaio per la realizzazione di pozzi d'acqua destinata al consumo umano e all'irrigazione. Prima il padre poi il figlio decidono di dare una svolta decisiva al business aziendale nella convinzione che, per essere vincenti su un mercato che è diventato globale, e ogni giorno più esigente, si dovesse necessariamente assumere una posizione "centrale" nell'offerta di tutti quei materiali che nel corso di un'evoluzione tecnologica trentennale sono andati ad implementare in modo ormai conclamato quella che era l'offerta dei materiali in uso 40 anni fa. Una specializzazione che porta, nel 2000, alla creazione di D.M.W, la divisione dedicata alla produzione di tubi e filtri in resine plastiche quali Pvc e Hdpe. «Le nuove produzioni sono state sviluppate per andare a coprire la domanda sempre crescente nel campo della geotecnica e dell’ambiente - afferma Josè Antonio Maria Grana -. A corredo proponiamo una vastissima gamma di accessori e realizziamo su specifica del cliente pezzi speciali». Per operare competitivamente e affidabilmente sul mercato, tramite processi aziendali ottimizzati che massimizzino la qualità dei prodotti e dei servizi erogati. Tanta dedizione al lavoro e sinergia aziendale ci hanno quindi portato a ottenere il riconoscimento del sistema qualità Uni EN 9001:2008 convalidato dall’ente internazionale Det Norske Veritas DNV. In quale settore siete impegnati principalmente? «La Fimap DMW è specializzata nella produzione di tubi e filtri in acciaio, Pvc e HDPE per il trasporto, l’erogazione, l’analisi e l’estrazione di acqua per uso umano, industriale e irriguo. Nel tempo, con la sempre crescente necessità di combattere l’inquinamento, ci

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siamo specializzati anche nella produzione di materiali utilizzati nel trattamento di siti inquinati, presenti in aree a forte sviluppo industriale». Quali i vostri principali mercati di riferimento? «Oltre al territorio italiano, lavoriamo in Germania, Austria, Francia, Spagna, Emirati Arabi, Russia, Ucraina». Nel vostro settore è fondamentale l’innovazione tecnologica. Quali sono le vostre ultime novità in questo senso? «Ricerca e sviluppo sono, nel gruppo Fimap DMW componenti di primaria importanza, per poter soddisfare e risolvere le esigenze e i quesiti che un mercato in continua evoluzione ci pone oramai con carattere di quotidianità. Un esempio tra tutti è la necessità di recuperare il biogas che si accumula in quei siti utilizzati fino a poco tempo fa come discariche per i rifiuti solidi urbani (RSU).Tali esigenze di mercato hanno portato il gruppo Fimap -Dmw a specializzarsi in quella tecnologia e quei materiali che meglio risolvessero tali esigenze». Quali sono i tratti distintivi di Fimap? «Completezza di gamma e innovazione di prodotto, coniugate a un rapporto qualità/prezzo assolutamente competitivo e un servizio post-vendita rapido e incisivo sono i veri punti di forza dell'offerta Fimap-DMW». Quali obiettivi avete per il futuro? «Consolidare negli anni i risultati fino a qui acquisiti che sono la conseguenza di un nuovo modo di competere; dalla logica aziendale alla visione di gruppo, da una gestione familiare a una conduzione manageriale. L'investimento più importante sarà finalizzato appunto nella scelta di uomini in grado di gestire le proprie aree di competenza e sapersi rapportare con il lavoro di squadra per consolidare i mercati sui quali operiamo e acquisire quei mercati che stanno vedendo una fortissima crescita economica».


QUANDO LE AZIENDE GUARDANO ALL’ESTERO A esaminare i nodi che un’impresa deve dipanare nel processo di internazionalizzazione sono Denis Fosselard e Andrea Fedi, partner di Legance

e imprese italiane negli ultimi anni sono coinvolte in un crescente processo di internazionalizzazione, spesso necessario di fronte allo scarso dinamismo e alla saturazione di alcuni settori sul versante del mercato nazionale. Le difficoltà però non mancano, sia per quanto riguarda l’ambito europeo che per quello extra comunitario. A tastare il polso delle diverse problematiche delle aziende sono gli studi legali, che affiancano le realtà produttive in molteplici operazioni oltre confine.

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OCCHIO ALL’ANTITRUST Il diritto comunitario della concorrenza ha subìto in questi ultimi anni un importante processo di evoluzione. È stato «in gran parte, armonizzato – spiega Denis Fosselard, partner dello studio Legance – e quindi un’impresa italiana dovrebbe mantenere lo stesso livello di attenzione in relazione alle tematiche antitrust sia che essa operi solo in Italia, sia che decida di aprirsi al mercato europeo». Esistono però, come precisa Fosselard, che si occupa di tutte le aree del diritto della concorrenza, alcuni Paesi europei che rivolgono una maggiore attenzione alle relazioni tra le imprese produttrici e la loro rete di vendita: «la fissazione verticale del prezzo o il rifiuto di vendere identificano pratiche che possono essere sanzionate con grande rigore in Germania o in Francia». Ad esempio, l’autorità francese di concorrenza ha inflitto una multa di circa 50 milioni di euro a vari produttori di profumi che avevano tentato di imporre il prezzo di rivendita per i loro prodotti alle profumerie. Inoltre, aggiunge il legale, chi opera a livello europeo deve essere consapevole che non potrà controllare le cosiddette importazioni parallele, tutelate dalla normativa europea. Per questi motivi, diventa importante «de-

di Francesca Druidi


RAGIONLIBERA|DIRITTO SOCIETARIO Denis Fosselard, Andrea Fedi

Da sinistra, Andrea Fedi, esperto in diritto societario, e Denis Fosselard, capo del dipartimento Ue, antitrust e regolamentazione, entrambi partner di Legance studio legale associato

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DIRITTO SOCIETARIO|RAGIONLIBERA Denis Fosselard, Andrea Fedi

Serve una corporate governance che permetta il mantenimento del controllo sull’investimento e assicuri continuità nel management una strategia distributiva che sia efficace  finire e compatibile con le regole della concorrenza». Un altro elemento che richiede cautela da parte delle imprese include la verifica della possibilità che le autorità pubbliche del paese in cui l’impresa nazionale intende stabilirsi, propongano sussidi o altre misure di aiuto. Si dovrà, di conseguenza, verificare la compatibilità delle misure in questione con il diritto comunitario. «Il rischio, nel caso in cui risultassero illegali, è di dover rimborsare integralmente l’aiuto, con gli interessi» conclude Denis Fosselard.

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OLTRE L’EUROPA La scelta d’internazionalizzare non costituisce mai un’opzione semplice da adottare per le imprese, ma spesso e volentieri si trasforma in una strada obbligata da intraprendere per la crescita della realtà produttiva stessa. Diventa perciò fondamentale per un imprenditore avere ben chiari i rischi insiti nella creazione di un’impresa all’estero, soprattutto al di fuori dei confini dell’Unione europea. «È innanzitutto necessario – illustra Andrea Fedi, partner di Legance ed esperto in diritto societario – analizzare le conseguenze che si produrranno se l’impresa avviata all’estero non avesse successo: quali sono i costi per sciogliere la filiale-sede secondaria e risolvere i rapporti contrattuali? Quali responsabilità pos-

sono nascere a carico del socio italiano? Come funziona la legislazione in tema d’insolvenza? E quali norme regolano licenziamenti e ammortizzatori sociali?», sono alcune delle questioni da tenere in considerazione. Del resto, affrontare con efficacia il processo di espansione internazionale richiede a un’azienda italiana peculiari aspetti strutturali, produttivi e gestionali. «Il primo passo – precisa l’avvocato – è identificare gli obiettivi dell’espansione, valutando realisticamente se e come raggiungerli e consolidarli dal punto di vista legale, finanziario, patrimoniale e industriale». Il secondo fattore indicato da Andrea Fedi è il delinearsi di una corporate governance che permetta il mantenimento del controllo sull’investimento e assicuri continuità nel management. «In terzo luogo, l’operazione deve poggiare su una solida ed efficiente struttura fiscale. In ogni caso, sin dall’inizio, bisogna studiare un’exit strategy». Come sottolinea, infine, il partner di Legance, l’attività imprenditoriale al di fuori dei confini nazionali pone il tema della diversità dei sistemi giuridici e fiscali. «È opportuno proteggersi da tali rischi, articolando con precisione il contenuto dei rapporti contrattuali e inserendo clausole di scelta del diritto applicabile e di selezione del foro, giurisdizionale o arbitrale, dinanzi al quale andranno discusse le controversie».


CONSULENZA|RAGION LIBERA Gianni Nunziante

OPERAZIONI GUIDATE rascorso un 2009 nel quale il mercato M&A italiano ha toccato i suoi minimi storici in termini di volumi di attività e di controvalore (197 operazioni per appena 34 miliardi di euro), le difficoltà proseguono nel 2010, da molti definito come un anno di transizione. Gianni Nunziante, consulente e già socio fondatore dello studio legale Ughi e Nunziante, delinea il ruolo dell’advisor in questa fase. «Il suo – spiega – è un compito insostituibile. Anzitutto compie un’analisi dell’impresa con metro professionale e atteggiamento distaccato rispetto al giudizio dell'imprenditore, il più delle volte mosso comprensibilmente da fattori determinati dalla sua immedesimazione con la propria azienda, soprattutto nel caso di piccole imprese. In secondo luogo, l’advisor conosce – o si sup-

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Sotto, Gianni Nunziante, consulente e già socio fondatore dello studio legale Ughi e Nunziante

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di Riccardo Casini

Il ruolo dell’advisor nelle operazioni di fusione e acquisizione assume maggiore importanza in questo momento di timida ripresa del mercato. Gianni Nunziante illustra le principali criticità e le strategie da seguire per le società pone conosca – le particolarità dell’impresa assistita che devono essere evidenziate all’attenzione della controparte, e in questo senso è la persona maggiormente indicata per identificare e dialogare con un potenziale candidato all’operazione. Nel corso della trattativa, poi, i consigli dell'advisor dovrebbero evitare al cliente percorsi impropri o non convenienti, mantenendo la negoziazione nei giusti confini e cioè evitando pretese eccessive o cedimenti non richiesti». La due diligence è un’attività di verifica che interessa non solo l’ambito finanziario di un’azienda, ma anche quello industriale, legale, fiscale, ambientale e delle risorse umane. In quali si riscontrano le difficoltà maggiori nel reperimento di informazioni? E quali sono ritenuti più meritevoli di attenzione da parte dei vostri clienti? «La due diligence legale non è solitamente tra le più difficol-

tose. Peraltro, nell’era odierna è possibile reperire informazioni in qualsiasi campo con relativa facilità, considerate l’abbondanza di fonti e la facilità di accesso alle stesse. Le difficoltà maggiori nel costruire un’immagine dell'impresa esaminata quanto più possibile aderente al modello si riscontrano, a mio avviso, in quegli ambiti ove il fattore umano è preponderante rispetto all'elemento tecnico: un'azienda nel settore della moda è sicuramente più ardua da valutare nella sua interezza di quanto non lo sia un’azienda manifatturiera o un’impresa di costruzioni, e ciò per l’intuibile maggior valore che alla prima di esse è apportato dalla creatività, dal gusto e dalla sensibilità dei rispettivi player. Fattori, questi, che una due diligence per quanto accurata non riesce a identificare e valutare». In quali casi è consigliabile per un’azienda, di grandi o piccole dimensioni, puntare alla cessione? «I casi di scuola sono quelli del


ricambio generazionale e degli aspetti dimensionali. Nel primo caso la continuità aziendale è una diretta conseguenza di fattori soggettivi. Ovviamente ciò ha maggior valore quando si tratta di una piccola azienda, ma non soltanto. La decisione, in questi casi, è più frutto di un convincimento personale dell’imprenditore che del consiglio di un advisor. Situazione ben diversa è quella di un’impresa che regge nelle sue attuali dimensioni e nel suo posizionamento, ma trova difficoltà nel seguire il trend dei concorrenti sia per quanto riguarda dimensione o penetrazione nel mercato, sia per un gap tecnologico, per citare i casi più frequenti. Ovvero, esempio di particolare attualità, quando l’irresistibile concorrenza di prodotti provenienti da paesi con costi di produzione inferiori a quelli del nostro paese pone a repentaglio la continuità aziendale. In tutti questi casi, la tempestività della percezione da parte dell’imprenditore e la consapevolezza dell’impossibilità o difficoltà di rimediare alla situazione sono fondamentali per pervenire a una vendita nel giusto momento». Allo stato attuale, è più semplice puntare su fusioni e acquisizioni con aziende target italiane o estere, indipendentemente dal settore di riferimento? Quali sono le differenze a livello burocratico?

Sopra, Sergio Marchionne: l’accordo Fiat - Chrysler ha ricevuto il premio speciale “operazione dell’anno” all’M&A Award 2010

«Fusioni e acquisizioni tra imprese di diversi paesi del mondo occidentale non presentano differenze significative. Questo a causa della progressiva uniformità delle regole contabili, ormai pervenuta a livelli avanzatissimi, ma anche della migliore comprensione di sistemi giuridici diversi ma lentamente convergenti, dell’internazionalizzazione dei modelli finanziari e della regolamentazione in settori come l'antitrust, ormai entrato a far parte della disciplina giuridico-economica di tutti i paesi a economia avanzata». Lei si occupa anche di M&A bancarie. Quali sono le principali differenze tra operazioni societarie e tra istituti di credito? «Certamente l’operazione diviene più complessa quando interessa un istituto di credito. In aggiunta all’ormai sacrosanta clearance antitrust, nel caso di fusione tra banche occorre, come immaginabile, munirsi dell’autorizzazione preventiva della Banca d’Italia, che è tutto fuorché un provvedimento di

routine. Infatti, come è giusto che sia, le informazioni che occorre fornire per pervenire al risultato sono pervasive e dettagliate. In aggiunta la Banca d'Italia richiede il piano industriale del soggetto che intende assumere il controllo della banca, piano che viene esaminato e discusso in dettaglio. Qualora si tratti di acquisire una partecipazione non di controllo nel capitale di una banca, l’autorizzazione preventiva è sempre richiesta in corrispondenza di soglie scaglionate - dall’entrata in vigore della Direttiva comunitaria del 2007 - al 10 per cento del capitale ciascuna dalla successiva. Con le differenze che attengono alla particolare natura e funzione degli istituti di credito, il processo di M&A si svolge secondo il percorso usuale: la maggiore complessità può essere rappresentata dall’attentissima e complessa verifica dei rapporti intercorrenti tra una banca e la propria clientela, alla quale è solitamente riservato, giustamente, un meticoloso controllo».

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LA GESTIONE DI FUSIONI SOCIETARIE di Nicolò Mulas Marcello

Accrescere l’equilibrio economico delle imprese. Secondo il professor Luigi Arturo Bianchi, è questo l’obiettivo ultimo delle integrazioni societarie

ttivare un processo di fusione o acquisizione, quindi di integrazione di una società, rappresenta una delle modalità per sviluppare un vantaggio competitivo sul mercato. L’impresa che risulta dalla fusione è un’entità economica diversa rispetto a quella delle imprese da cui viene generata e, comunque, non equiparabile alla semplice sommatoria delle singole componenti. Infatti, l’integrazione economica porta, in tempi non brevi, a un organismo del tutto nuovo, differente per identità giuridica, per organi direttivi e per strutture organizzative. Una fusione validamente progettata dovrebbe di regola far

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conseguire un beneficio economico, determinato dalla creazione di un sistema produttivo che ha un valore economico superiore alla somma dei valori economici assegnabili alle due o più aziende partecipanti, se restassero sistemi indipendenti. Per affrontare questo tipo di operazioni occorre valutare attentamente molti fattori che potrebbero rivelarsi rischi. «Nell’acquisizione – sottolinea Luigi Arturo Bianchi, docente all’università Bocconi e partner dello studio legale d'Urso Gatti e associati – la fase più delicata dal lato del compratore è so-

prattutto quella della due diligence, ossia dell’attività dalla quale poi possono derivare richieste di una serie di cautele di tipo negoziale, soprattutto in termini di garanzie e di meccanismi di revisione del prezzo» Quali sono i fattori che una società deve tenere sotto controllo prima di effettuare questo tipo di operazione e quali sono le valutazioni necessarie? «Nella mia esperienza di professionista e componente di consigli di amministrazione di società quotate, il fattore vincente delle integrazioni è

Luigi Arturo Bianchi, professore ordinario di Diritto commerciale presso l'Università Bocconi di Milano e partner dello studio legale d'Urso Gatti e associati


RAGION LIBERA|QUOTAZIONE Luigi Arturo Bianchi

«Nel caso di fusioni che riguardano il risparmio gestito e quindi reti di distribuzione, è molto importante cautelarsi rispetto al rischio di perdita di clientela e di avviamento» dato dalla possibilità di realizzare effettivamente le sinergie soprattutto di costo e conseguentemente di incremento della redditività, che sono all’origine delle operazioni di m&a. Ad esempio la fusione tra Intesa e San Paolo è, da questo punto di vista, un’operazione di successo perché ha consentito dei risparmi di costi molto significativi e in tempi brevi. In campo bancario ci sono state invece fusioni in cui vi sono state sovrapposizioni di attività che non sono state risolte, problematiche legate all’utilizzo di diversi sistemi informatici, esubero di personale e non chiara segmentazione dei mercati, oltre alle rivalità per-

sonali tra i manager. Questi nella mia esperienza sono i fattori più critici delle integrazioni». Dal punto di vista giuridico il panorama normativo offre uno scenario chiaro per affrontare questo percorso o ci sono lacune? Come si potrebbe migliorare o rendere più snello l’iter di fusione? «Con la riforma del 2003 si è verificata una significativa apertura alle operazioni di acquisizione grazie al riconoscimento della legittimità del leveraged buy out, del quale il mercato ha fatto un ampio e talvolta non sempre oculato uso, specie nelle operazioni dei fondi di private equity.

D’altra parte, i principi contabili internazionali per le società quotate, da una parte hanno favorito le acquisizioni e le fusioni, dall’altra, a seguito della crisi, creano oggi problemi delicati alle società, soprattutto nella contabilizzazione degli avviamenti. Infatti, gli avviamenti e gli altri valori “intangibili” devono formare oggetto dell’impairment test, il che impone spesso una pesante svalutazione del loro valore. Quali sono i passi attraverso i quali il legale accompagna l’azienda nel percorso di fusione e acquisizione? «Nell’acquisizione la fase più delicata dal lato del compratore è soprattutto quella della

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QUOTAZIONE|RAGION LIBERA Luigi Arturo Bianchi

diligence, ossia dell’atti due vità dalla quale poi possono

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derivare richieste di una serie di cautele di tipo negoziale, soprattutto in termini di garanzie e di meccanismi di revisione del prezzo. E ovviamente la fase più significativa è quella della negoziazione delle condizioni delle operazioni. Il mio suggerimento è quello di stabilire i criteri di valutazione del prezzo ai fini soprattutto della sua revisione in maniera il più possibile precisa. Ad esempio, come si stabilisce la posizione finanziaria netta perché su questo si possono innescare delle liti giudiziarie o arbitrali». Quali sono i rischi nei quali una società può incorrere attraverso un’operazione di questo tipo? «Dipende sicuramente dal settore. Ad esempio, per parlare di operazioni attuali, nel caso di fusioni che riguardano il risparmio gestito e quindi reti di distribuzione, è molto importante cautelarsi rispetto al rischio di perdita di clientela e di avviamento. Se prendiamo un’altra tipologia di operazioni, quelle di acquisizione di imprese industriali, occorre grande attenzione soprattutto in fase di diligence per valutare i rischi di contestazioni in materia ambientale». Spesso si sottovalutano le

«Nelle acquisizioni la fase più significativa è quella della negoziazione delle condizioni delle operazioni. Il mio suggerimento è quello di stabilire i criteri di valutazione del prezzo» conseguenze gestionali e organizzative che derivano da una fusione societaria. Dalla sua esperienza cosa si sente di consigliare agli imprenditori che vogliono affrontare questo tipo di percorso? «Si tratta soprattutto di valutare se in alternativa a acquisizioni o fusioni, possa esservi la creazione di legami di tipo commerciale che sono meno impegnativi ma che possono dare lo stesso buoni risultati. Quindi occorre valutare bene il trade off tra i

costi e le complicazioni di un’integrazione societaria rispetto ai vantaggi che ci possono essere creando dei legami di tipo commerciale, mantenendo in tal modo l’autonomia legale e operativa tra i due soggetti. In generale vanno valutati bene i rischi di sovrapposizione di attività, e le problematiche derivate dalla gestione di piattaforme informatiche che oggi rappresentano un tema molto importante anche dal punto di vista dei costi di implementazione».


I RISCHI PER LA PROPRIETÀ INTELLETTUALE di Nike Giurlani

È possibile difendere le opere dell’ingegno intellettuale e industriale di fronte al dilagare delle nuove tecnologie? La risposta, secondo l’avvocato Mario Tonucci è sì, ma bisogna fare i conti con le innovazioni del mercato e ci guardiamo intorno e consideriamo le bellissime piazze fiorentine invase da merci contraffatte in vendita ai turisti oppure, nella zona di Prato, le tante polemiche per la concorrenza sleale d’imprese straniere che sviliscono il nostro made in Italy, verrebbe da dire che la normativa vigente per quanto concerne i diritti di proprietà intellettuale non sia adeguata», spiega l’avvocato Mario Tonucci dello studio Tonucci&Partners. In realtà «la legge n. 633 sul diritto d’autore è stata negli ultimi anni oggetto di numerose modifiche proprio per adeguarla ai cambiamenti intervenuti in un mercato sempre più globalizzato e digitalizzato, ma non vi è dubbio che sia necessario rivedere e aggiornare l'intera materia attraverso un Testo unico». L’obiettivo è risolvere le numerose criticità che caratterizzano il settore, consentendoci di combattere efficacemente «tanto il “vù cumprà” che il più tecnologico hacker che opera su internet», sottolinea l’avvocato Tonucci. D’altra parte, la tecnica del Testo unico è stata proprio quella seguita per riformare la normativa sulla proprietà industriale che ha visto, fin dal 2005, l’adozione del Testo unico recante il Codice della Proprietà industriale che, anzi, è stato già oggetto di numerosi interventi; «da ultimo il decreto legge n. 131 del 2010, in vigore dal 2 settembre scorso, che lascia, però, in sospeso ancora alcune pro-

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blematicità» evidenzia Tonucci. Quando si parla di proprietà intellettuale, si vanno a toccare vari settori, quali a suo avviso sono più tutelati? Quali, invece, quelli più a rischio? «Sicuramente quelli più legati ad opere dell’ingegno, tradizionali e non tecnologiche, come, ad esempio, le opere letterarie ed editoriali. Tuttavia, ritengo che a fronte dello sviluppo tecnologico i rischi riguardino indistintamente tutti i settori tutelati dalla legge. Vi sono, inoltre, alcune opere che nemmeno trovano una tutela diretta e specifica nella legge sul diritto d’autore, e che, però, hanno un rilevante impatto economico nel mercato: penso ai format televisivi, ai giochi oppure a innovative metodologie, come per esempio i metodi per l’apprendimento delle lingue straniere. Infine vi sono alcune opere dell’ingegno che sono esposte maggiormente a rischi sia per la loro intrinseca natura tecnologica, sia perché la tecnologia in se stessa rappresenta una forma di aggressione del copyright assai difficilmente evitabile solo mediante regole e norme ad hoc». Come la proprietà intellettuale può rappresentare una possibilità di business per le pmi? «In Toscana, per esempio, in base agli ultimi dati del 2010, la Direzione generale piccole e medie imprese ed enti cooperativi del ministero dello Sviluppo economico, nel tradizionale monito-


RAGION LIBERA|PROPRIETÀ INDUSTRIALE Mario Tonucci

L’avvocato Mario Tonucci dello studio legale Tonucci&Partners

raggio che effettua sulla base dei dati di Infocamere, ha rilevato che sono state registrate oltre 366.000 pmi. E, in tempi di crisi, la Toscana è la quarta regione italiana per crescita nel 2010 del numero di pmi. Il nostro studio, da tempo, cerca di aumentare la consapevolezza degli imprenditori sull'enorme valore economico proprio dei loro assetti di proprietà intellettuale e industriale. Spesso rileviamo mancanza di consapevolezza sulla necessità - economica prima che giuridica - di tutelare tali diritti d’impresa. Anche per questo abbiamo strutturato, da tempo, servizi d’assistenza legale specialistica e personalizzata nel settore della proprietà intellettuale e industriale, come ad esempio il servizio di monitoraggio continuo anche sulle reti di comunicazione elettronica volto a rilevare tempestivamente eventuali indebiti utilizzi degli asset Ip dell’impresa cliente, oppure aiutando l’impresa a valutarne appunto l’importanza finanziaria, per poi strutturare un progetto personalizzato di efficace protezione legale». Con l’avvento delle nuove tecnologie, come Internet, è ancora possibile tutelare la proprietà intellettuale? «La norma, anche la più innovativa e recente, rischierà di essere sempre obsoleta se paragonata all'ultima tecnologia a disposizione e sappiamo quanto ogni giorno vengano diffuse tecnologie innovative, che possono anche essere utilizzate per violare i diritti di proprietà intellettuale e industriale. Tuttavia, questo scenario non porta sicuramente ad affermare che non è più possibile tutelare la Proprietà intellettuale. L’interrogativo che ci si pone oggi è: quanto efficacemente si può tutelare alla luce delle nuove tecnologie, e in quali modi. È una domanda che ci sentiamo ripetere spesso dai nostri clienti, in tutti i mercati dove il nostro studio è presente: sia in quello italiano, sia nei mercati esteri, perchè queste problematiche sono ovviamente globali e partico-

larmente sentite nei Paesi emergenti». Ritiene importante rafforzare la tutela della proprietà intellettuale solo attraverso l'inasprimento continuo delle sanzioni penali e attraverso l'intervento repressivo? «Questa metodologia è errata poiché rischia di irrigidire lo “scontro” tra legalità e hacker, che tra l’altro hanno un bagaglio tecnologico di cui sono totalmente privi i legislatori quando procedono a normare questo settore, con la conseguenza che le leggi possono essere facilmente aggirate. Purtroppo le finalità repressive caratterizzano le attuali scelte normative dell’Europa e degli Usa. Noi riteniamo invece che una prospettiva corretta sia basata su tre aspetti fondamentali: il primo è la necessità di regole giuridiche più chiare, il secondo - imprescindibile - è una diminuzione dei costi dell’opera dell’ingegno per l’utente finale, in modo da rendere la pirateria non solo rischiosa dal punto di vista legale, ma soprattutto non più conveniente dal punto di vista economico, nel rapporto tra acquisto legale dell’opera e rischi legali derivanti dalla contraffazione. Infine, il terzo, relativo alla necessità di efficaci campagne informative, sia dei titolari dei diritti, per fargli comprendere l’importanza di questi veri e propri asset dell’impresa, sia degli utenti e preventive di educazione dei consumatori soprattutto i più giovani».

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LE NOVITÀ DEL NUOVO CODICE DELLA PROPRIETÀ INDUSTRIALE

di Nike Giurlani

Brevetti e marchi. Ecco le novità per quanto concerne il codice della proprietà industriale, illustrate dall'avvocato Loredana Gulino, a capo della Direzione generale per la lotta alla contraffazione del ministero dello Sviluppo economico

Loredana Gulino, a capo della Direzione generale per la lotta alla contraffazione del ministero dello Sviluppo economico

Italia ha raggiunto un alto livello d’efficienza negli strumenti giuridici per la lotta contro la contraffazione in sede civile», sottolinea l’avvocato Loredana Gulino, responsabile dell’Ufficio italiano brevetti e marchi della Direzione generale per la lotta alla contraffazione del ministero dello Sviluppo economico. Questa considerazione emerge alla luce del recente aggiornamento del decreto legislativo 131/2010 inerente il codice della proprietà industriale. Semplificazione dei tempi e novità a livello processuale sono gli aspetti prioritari. Ma importanti novità sono state registrate anche per le biotecnologie e in merito a trattamenti chirurgici e terapeutici. Quali sono le innovazioni apportate nell’ambito delle procedure di registrazione per la validità dei brevetti e per la tutela amministrativa e processuale? «Per la registrazione, la scelta è stata effettuata nell’ottica della massima semplificazione compatibile con le esigenze di verifica da parte dell’ufficio: in particolare, i termini previsti sono stati adeguati il più possibile alle esigenze dell’utenza ed è stata disciplinata in termini più favorevoli ai richiedenti la continuazione della procedura dopo la perdita di un termine. Ancora più importanti le novità processuali, che possono riassumersi in quattro linee guida: maggiore facilità nell’ottenere misure d’urgenza contro i contraffattori dei diritti di proprietà industriale; semplificazione delle procedure giudiziarie; efficienza e rapidità della tutela; infine, “parità delle armi” tra chi accusa e chi si difende». Quali sono le misure previste contro i con-

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RAGION LIBERA|PROPRIETÀ INDUSTRIALE Loredana Gulino

traffattori dei diritti di proprietà industriale? «L’Italia ha raggiunto un alto livello d’efficienza negli strumenti giuridici per la lotta contro la contraffazione in sede civile. Specialmente a partire dal 2003, quando sono state istituite presso 12 tribunali e Corti d’appello altrettante sezioni specializzate in diritto della proprietà intellettuale, con competenza esclusiva a conoscere delle azioni civili in materia di marchi, brevetti, diritto d’autore e fattispecie di concorrenza sleale legate a questi diritti e alla loro violazione. Nel nostro Paese la reazione giudiziaria in sede civile contro la contraffazione è diventata estremamente efficace, con livelli di assoluta eccellenza per quanto riguarda il ricorso alle misure d’urgenza, che vengono esaminate e concesse con estrema rapidità, e agli strumenti di ricerca giudiziaria delle prove. L’Italia è poi uno dei pochi Paesi nei quali, oltre al risarcimento del danno, è possibile chiedere la restituzione degli utili realizzati dal contraffattore». Quali le novità apportate dalla revisione del Codice? «Tra le novità più significative in questa prospettiva segnalo anzitutto la riunificazione della competenza per l’emanazione di descrizione,

sequestro e inibitoria in capo allo stesso giudice e l’estensione della possibilità di adottare provvedimenti cautelari inaudita altera parte». Quali sono le azioni consentite per chi produce beni o servizi potenzialmente a rischio di violazione di un brevetto altrui? Che cosa comporta l’introduzione dell’azione di accertamento negativo? «A questi soggetti è consentito di rivolgersi al giudice senza aspettare di essere attaccati, chiedendo di verificare, naturalmente in contraddittorio col titolare del brevetto, se un prodotto o un procedimento è o meno contraffattorio. Quest’azione non è una vera novità, perché già era praticata: la nuova norma servirà però a superare le incertezze che talvolta i giudici hanno manifestato al riguardo. La possibilità, che è stata ora espressamente codificata, di ottenere, anche in via d’urgenza, un accertamento di non contraffazione, rappresenta un’opportunità in più per chi si difende dalla contraffazione, utile per prevenire abusi e utilizzazioni strumentali dei diritti di proprietà industriale, e in particolare di brevetti per invenzione». Esiste una normativa che consente di anticipare la difesa dei propri diritti su marchi e brevetti anche nella fase di registrazione dell’idea?

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PROPRIETÀ INDUSTRIALE|RAGION LIBERA Loredana Gulino

«Il Codice esclude dalla brevettazione “i metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale”» L’Italia è uno dei pochissimi  «Certamente. Paesi che consente di chiedere provvedimenti

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d’urgenza anche sulla base di una semplice domanda di brevetto o di marchio, senza attendere la concessione. Naturalmente in questi casi i giudici sono molto più cauti ed infatti di questa possibilità non risulta che si siano verificati abusi». Quali le novità per quanto riguarda le biotecnologie? E per i trattamenti chirurgici e terapeutici? «In materie di biotecnologie il nuovo codice ha introdotto un’innovazione davvero importante. Nel 2006, in quanto inadempiente alla direttiva comunitaria, l'Italia ha varato un decreto legge d’attuazione della direttiva in cui, tra le altre cose, era specificata la necessità di depositare una serie di attestazioni sulla provenienza del materiale biologico, anche se non era richiesto dalla direttiva. Il nuovo codice ha reso questo deposito facoltativo, così rendendo di nuovo altamente competitiva la brevettazione italiana. Per i

trattamenti chirurgici e terapeutici, il Codice si è pienamente uniformato alla convenzione sul brevetto europeo, che esclude dalla brevettazione “i metodi per il trattamento chirurgico o terapeutico del corpo umano o animale e i metodi di diagnosi applicati al corpo umano o animale”, ma ammette la protezione dei prodotti diretti all’attuazione di tali trattamenti, anche sotto forma di invenzioni di secondo uso terapeutico di tali prodotti». Che cosa prevede la normativa in merito alle invenzioni universitarie? «La disciplina è rimasta invariata, perciò i brevetti su queste invenzioni continuano ad essere riconosciuti in capo ai ricercatori, salvo diversi accordi con le Università, e soprattutto salvo i casi di ricerche finanziate da altri soggetti, pubblici o privati, nel qual caso è l’Università o l’istituzione pubblica di ricerca a disciplinare contrattualmente con il finanziatore la spettanza dei diritti sulle eventuali invenzioni conseguite».


LA FINE DELLE OFF-SHORE?

di Victor Uckmar

Molte sono le società costituite nei cosiddetti “paradisi fiscali” per sfuggire alla tassazione dei loro redditi. Per l’Italia sono ancora un centinaio gli Stati che fanno parte della black list

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residenti in Italia, dal 1990, a seguito della liberalizzazione delle operazioni finanziarie all’estero imposta dal Trattato dell’Unione europea (sino allora erano consentite solo quelle autorizzate dal ministero del Commercio Estero), hanno la libertà di effettuare investimenti in qualsiasi parte del mondo (compresi i c.d. paradisi fiscali), ma debbono osservare le regole fiscali e le norme antiriciclaggio, ormai generalizzate quanto meno in tutta l’Europa, e nei paesi appartenenti all’Ocse. In particolare, per quanto riguarda le regole fiscali, le persone fisiche sono obbligate a indicare nella dichiarazione annuale, nel quadro RW le attività possedute all’estero, nonché i flussi che quindi concorrono alla formazione dell’imponibile agli effetti della imposta personale (con attenuazione per effetto del credito di imposta ovvero delle eventuali convenzioni contro le doppie imposizioni) con gravi sanzioni in caso di omissione. Per quanto riguarda l’antiriciclaggio, le operazioni sono sottoponibili a verifica di competenza della Banca d’Italia, con particolare attenzione alle operazioni in e out quando superino il valore di euro 12.500. Nel dopoguerra si verificarono notevoli trasferimenti monetari dall’Italia verso l’estero (specialmente in Svizzera) determinati dall’incertezza sulla evoluzione politica (timore del consumismo), e poi ancora per l’inasprimento delle imposte sul reddito e sulle successioni, in parte anche di somme che avevano già scontato le imposte in Italia. Il Governo nel 2002 emanò un provvedimento-condono

per indurre al rientro in Italia, poi ripetuto (lo scudo fiscale) nel 2009 contemporaneo a un vasto movimento internazionale per riportare in patria le attività collocate all’estero. Numerose erano le multinazionali, specie statunitensi, che avevano sede in paradisi fiscali per sfuggire alla tassazione dei loro redditi: la spinta fu sollecitata anche per il reperimento di conti “riservati” in Svizzera e nel Liechtenstein. Tale movimento era stato promosso dall’Oecd (Organization for economic cooperation and development), che nel 1998 aveva approvato la direttiva contro l’harmful tax competition (cioè la concorrenza fiscale illecita) e in parallelo operò l’Unione europea (sospinta dal commissario Mario Monti) che prevedeva fra l’altro lo smantellamento dei c.d. paradisi fiscali dove operano le off-shore inizialmente individuate in Paesi o territori (come il Cantone di Zugo) in tassazione inferiore a quella normale, specialmente se accordata ai soli operatori stranieri. La lista iniziale era di oltre un centinaio di Paesi, ma poi ridotta a 47 di solito di limitate dimensioni territoriali, ma assai attivi nel facilitare l’evasione e il riciclaggio di moneta “sporca” e cioè derivante da attività illecita; erano inoltre caratterizzati dal segreto bancario, dalla mancanza di trasparenza per la costituzione e la gestione di società, dall’assenza di pubblicità anche dei bilanci, da azioni al portatore, dal rifiuto di fornire informazioni e così via. E vi era sempre la connivenza dei governi locali, interessati alla tutela dei capitali e dei redditi facenti capo alle suddette società spesso con-


RAGION LIBERA|SOCIETÀ ESTERE Victor Uckmar

Victor Uckmar, Emerito nella Università di Genova

trassegnate da una “targa”, ma senza operatività. In un’inchiesta svolta, per incarico della Comunione europea, da parte della Bocconi e della Università di Trento, denunciammo l’illusione di ottenere collaborazione dai Governi, e suggerimmo un provvedimento, a livello internazionale, per un embargo nei confronti di banche, istituzioni finanziarie e professionisti habituè in tali Paesi (tuttora spesso pubblicizzati da Economist), ma non se ne fece nulla. Purtroppo, dopo l’iniziale presa di posizione, l’Oecd ha rallentato la morsa e ha limitato la black list solo a pochi Stati (ridotti a quattro e cioè Liechtenstein, Principato di Monaco, Liberia e Marshall Island) e cioè a quelli che non consentivano lo scambio di informazioni. Con gli altri come San Marino, Monaco e addirittura Liechtenstein, Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia hanno stipulato convenzioni per lo scambio di informa-

zioni e, per vero, senza una precisa indicazione di contenuto (generalmente con la conservazione del segreto bancario); anche le recenti integrazioni dell’articolo 26, Modello Oecd, sono di scarso contenuto. L’Italia è stata uno dei pochi Stati che non hanno stipulato convenzioni di tal genere e rimangono ancora nella black list un centinaio di Stati e territori indicati nel Dm 4 maggio 1999, nell’elenco a partire da Alderney fino a Samoa e in mezzo la famosa Saint Lucia; un ministro di questa per vero, a leggere i giornali (mi sembra poco credibile conoscendo costumi e usanze dei paradisi fiscali) avrebbe svelato il beneficial owner di due società offshore aventi sede nell’isola stessa con investimenti a Montecarlo. L’utilizzo dei paradisi fiscali porta gravi conseguenze, come l’inversione della prova a carico del contribuente: nel caso di trasferimento dagli Stati si deve dimostrare di aver effettivamente installato la nuova residenza (nel senso ampio e cioè centro degli interessi non solo economici, ma anche affettivi); e il disconoscimento dei costi per acquisizione di beni o servizi di imprese o professionisti residenti in paesi black list e ancora l’assoggettamento al regime delle Cfc (Controlled Foreign Companies). Di certo ci sarà più attenzione per evitare di cadere nella “trappola”, ma temo che sia ben difficile scoprire le nefandezze di operatori che mirano a tenere occulte più che le evasioni fiscali, i movimenti derivanti dal commercio di droga, di armi e di corruzione.

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APPALTI|RAGION LIBERA Ugo Ruffolo

APPALTI E BANDI DI GARA Il complesso mondo di Nike Giurlani

dei finanziamenti pubblici illustrato dal professore e avvocato Ugo Ruffolo. Punto di partenza di questa indagine è il Codice degli appalti del 2006 uando si parla di finanziamenti pubblici, si entra in una sfera d’azione complessa, all’interno della quale il principio della trasparenza non sempre viene rispettato. L’erogazione di denaro per la realizzazione d’opere pubbliche prevede varie fasi e un iter abbastanza articolato. Non è, inoltre, raro che a vincere le gare d’appalto siano sempre gli stessi soggetti. Ma il problema, come sottolinea l’avvocato Ugo Ruffolo «non è che vincano sempre gli stessi, ma che vincono i soggetti sbagliati». Come uscire da questo circolo vizioso? «Più che guardare ai singoli consumatori come “controllori” – fa notare Ruffolo – occorre forse sollecitare sia una maggiore attenzione da parte della pubblica amministrazione contro le proprie “mele marce”, sia una maggiore reattività degli imprenditori concorrenti illecitamente esclusi». Qual è il quadro norma-

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Il professore e avvocato Ugo Ruffolo

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tivo di riferimento in materia di appalti pubblici? «Secondo il Codice degli appalti del 2006, i lavori pubblici possono essere affidati esclusivamente all’esito di procedure d’evidenza pubblica: gare nelle quali il bando può prevedere, per l’aggiudicazione, diversi gradi di discrezionalità, sempre finalizzata alla scelta dell’operatore economico migliore, sotto il profilo del prezzo più basso o dell'offerta economicamente più vantaggiosa, anche in termini qualitativi. La procedura è articolata in diverse fasi - dalla pubblicazione del bando di gara all’affidamento, dall’aggiudicazione provvisoria a quella definitiva - tutte amministrate dalla stazione appaltante, chiamata a svolgere


RAGION LIBERA|APPALTI Ugo Ruffolo

funzioni di controllo e verifica. Si comprende come i criteri “automatici” (il “minor prezzo”) siano sempre i più trasparenti, ma non sempre i più efficienti (bilanciare prezzo e qualità dell’offerta, cosa spesso essenziale, implica necessariamente una certa discrezionalità)». Perché sovente le gare si chiudono con la vittoria dei medesimi operatori economici? «Talora, ma non sempre, perché sono “amici degli amici”. Il problema non è che vincano sempre gli stessi, ma che vincono i soggetti sbagliati. Altro è se la scelta ripetuta di quell’impresa scaturisce dall’apprezzamento di peculiari caratteristiche di natura obiet-

tiva, quali l’elevata specializzazione produttiva, ovvero la garanzia di continuità con le precedenti fasi di lavorazione; altro è invece se qualcuno “bara”. In tale ipotesi, i rimedi legali sono anche ma non solo quelli penali. È possibile impugnare davanti al Tar, tutti gli atti amministrativi illegittimi, quali bandi di gara cuciti “su misura”, o aggiudicazioni viziate da favoritismi. È possibile, per il concorrente ingiustificatamente escluso, agire sia per concorrenza sleale contro chi ha vinto “barando”, sia per danni contro coloro che hanno governato con parzialità la procedura di gara, ed allora anche della pubblica amministrazione quale stazione appaltante, che risponde vicariamente degli illeciti di costoro». Quali strumenti sono concessi ai cittadini per verificare se il denaro pubblico viene speso correttamente? «Secondo il Consiglio di Stato (2002) “l’accesso agli atti delle gare d’appalto è consentito soltanto a coloro ai quali gli atti stessi, direttamente o indirettamente si rivolgono, e che se ne possano avvalere per la tutela di una posizione soggettiva, la quale non può identificarsi con il generico e indistinto interesse d’ogni cittadino al buon andamento dell'attività amministrativa”. Potrebbe essere diverso per una qualificata associazione di consumatori. Più che guardare ai singoli consumatori

come “controllori”, occorre forse sollecitare sia una maggiore attenzione da parte della Pubblica amministrazione contro le proprie “mele marce”, sia una maggiore reattività degli imprenditori concorrenti illecitamente esclusi (ma ancora, troppo spesso, “cane non mangia cane”)». Come l’attuale normativa può essere migliorata al fine di garantire un maggior grado di trasparenza? «Piuttosto che norme nuove, occorrerebbe una nuova coscienza civile, ed un nuovo coraggio civile, nell’utilizzare quelle esistenti. Far vincere la gara al concorrente sbagliato significa spesso pregiudicare il concorrente “giusto”. Ed è anzitutto da quest’ultimo che può derivare un impulso al controllo: sia mediante l’impugnazione di singoli provvedimenti amministrativi, sia attraverso azioni anche risarcitorie. Ma ciò accade di rado. Persino per Tangentopoli, vi sono state iniziative penali per appalti truccati, ma quasi nessun concorrente illecitamente escluso è poi andato fino in fondo anche con azioni di concorrenza sleale nei confronti del concorrente che, “barando”, era stato ingiustamente preferito. E si badi che la legge accorda tale azione anche alle associazioni imprenditoriali (il cui silenzio resta, in tali casi, assordante)».

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LA PROFESSIONE FORENSE DEVE PUNTARE ALLA QUALITÀ

di Mauro Magri

L’eccessivo numero dei consulenti legali è uno degli snodi chiave su cui lavorare. «Individuiamo i correttivi necessari da inserire all’interno di un progetto di riforma dell’avvocatura». Il focus di Maurizio De Tilla

esercizio della professione forense merita dei correttivi molto precisi. A partire dalla formazione universitaria, per finire con un maggiore riconoscimento dell’autonomia del ruolo dei consulenti legali. Pertanto l’Organismo unitario dell’avvocatura, si sta attrezzando a dovere proMaurizio De Tilla, ponendo, punto per punto, gli presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura interventi necessari per ridare lustro a una professione che, causa precarietà giovanile, assoggettamento ai “poteri forti”, numero eccessivo di avvocati, sta perdendo quell’aura di prestigio di cui si era forgiata negli anni addietro. Ne discute Maurizio De Tilla, presidente dell’Oua. Qual è l’aspetto che potrebbe migliorare l’intero percorso di formazione della professione forense? «Il sovraffollamento degli albi forensi deriva principalmente dagli sbocchi universitari. Abbiamo proposto il numero programmato all’università e un’ulteriore selezione nell’accesso alla professione di avvocato. L’obiet-

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tivo è quello di avere non più di tremila nuovi avvocati all’anno. Dovremmo avvicinarci al sistema francese dove, dopo la laurea, si fa un altro anno di università propedeutico all’accesso alla scuola di formazione forense e lì, già dall’università, fino alla scuola di formazione, c’è una forte selezione. Solo i migliori possono accedere al percorso formativo dell’avvocatura. Questa, a mio avviso, è la soluzione che bisogna adottare per avere una riduzione del numero di avvocati e un’avvocatura di qualità a tutto vantaggio dei cittadini, che, in questo modo, avrebbero dei consulenti legali maggiormente preparati. I primi risultati di tale riforma potranno avere effetti positivi entro dieci anni a mio avviso quando ci saranno 80mila avvocati iscritti in meno. In sostanza, è necessaria una formazione diversa, e introdurre un pilastro di serietà sull’accesso al mondo della nostra professione. Ma bisogna partire dall’università». In questo senso, quali sono


RAGION LIBERA|RIFORME Maurizio De Tilla

gli altri punti cardine del percorso di riforma della professione? «Di sicuro l’abrogazione della legge Bersani. Occorre ripristinare i minimi di tariffa, così come il divieto del patto di quota lite, necessari per garantire una retribuzione adeguata. Oggi troppi giovani colleghi avvocati, a causa di questa legge, vivono in una condizione di precarietà, costretti ad accettare pagamenti forfettari che non coprono le spese. Il secondo punto nevralgico su cui occorre lavorare è il ritiro del patto di quota lite che è già realizzato in Europa, tranne che nel mondo anglosassone. Questo determina una maggiore indipendenza dell’avvocatura, necessaria, nell’interesse primario del cliente. Un altro nodo da sciogliere è relativo alla consulenza legale esclusiva». Di cosa si tratta? «Oggi ci sono i giuristi d’im-

«Dovremmo avvicinarci al sistema francese dove, dopo la laurea, si fa un altro anno propedeutico all’accesso alla scuola di formazione forense»

presa per affrontare tipologie di problemi che riguardano le aziende, ma certamente, l’intervento di un avvocato al fianco di un imprenditore, può garantire una maggiore attenzione per fornire pareri legali volti magari a evitare processi, e a far trovare una ricomposizione della lite. La funzione di consulenza esclusiva è riconosciuta, tra l’altro, dal resto d’Europa tramite la direttiva Bolkestein, che recita che la consulenza legale deve essere fuori dalle regole della concorrenza. L’avvocato, dunque, non può essere un imprenditore, né tantomeno un prestatore di servizi, ma, instaurando col cliente un rapporto stretto di tipo fiduciario, può certamente essere in grado di svolgere il ruolo di consulente. In questo senso il supporto legale esclusivo per le imprese può essere un’interessante via per intraprendere una maggiore tutela della professione forense». In relazione alla condizione dei giovani consulenti legali, quali sono gli aspetti su cui bisognerebbe incentrarsi? «I giovani avvocati vivono certamente un momento duro a causa dell’imposizione dei minimi di tariffa. Come spiegavo prima la sovrabbondanza di offerta ha causato il fatto che la professione sta perdendo parte della sua immagine. Oggi i “po-

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RIFORME|RAGION LIBERA Maurizio De Tilla

«Bisognerebbe riformare la macchina giudiziaria, ad esempio con l’inserimento di figure come i manager della giustizia o attuando la razionalizzazione delle risorse» forti” vorrebbero assogget teri tare i professionisti, e non è da

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trascurare una situazione di profonda precarietà che si registra soprattutto in quegli studi legali che utilizzano i giovani pagandoli come dipendenti a tutti gli effetti. Tutto ciò che ho già evidenziato, la riduzione del numero di avvocati, l’esclusività della consulenza, una maggiore autonomia, possono contribuire al miglioramento della professione. Aggiungerei anche che occorre che la Cassa nazionale di previdenza intervenga affinché vengano stanziati adeguati ammortizzatori sociali per i consulenti legali». A cosa è dovuto l’incremento esponenziale, negli ultimi anni del numero di avvocati iscritti all’Albo?

«Nel nostro Paese abbiamo l’assurdo di avere pochi magistrati e moltissimi avvocati. In questo senso vorremmo riformare l’ordinamento forense anche con le specializzazioni e con l’effettività dell’esercizio. Per quel che ci riguarda, il problema è a monte, ossia in un numero di giovani che accedono al mondo universitario, eccessivo rispetto alla reale “domanda” di avvocati da parte della collettività». Qual è il parere dell’Oua, in merito alle necessarie riforme per migliorare l’efficienza del sistema giustizia? «Noi pensiamo che bisognerebbe riformare la macchina giudiziaria, in diversi modi, attraverso, ad esempio, l’inserimento di figure come i manager della Giustizia, la razionalizza-

zione delle risorse e, estendere in tutti gli uffici giudiziari, l’informatizzazione. Abbiamo proposto, inoltre, che i praticanti abilitati più meritevoli possano entrare a far parte dell’ufficio del Giudice per un certo periodo così come i migliori classificati all’esame di accesso alla professione, nello specifico, i primi venti. Ciò ovviamente comporterebbe un problema di remunerazione, ma ci sono fondi sia europei che regionali con cui si potrebbe ovviare alle spese. Infine pensiamo che debba andare avanti anche la nostra proposta sul giudice laico, per garantire a tale figura una retribuzione non a cottimo, ma una previdenza, e un inquadramento parificato a quello dei magistrati togati».


NOTARIATO|RAGION LIBERA Giancarlo Laurini

I CUSTODI DELLA LEGALITÀ a crisi economica ha reso più che mai evidente l’importanza di regole economiche e giuridiche certe. Un tema a cui il notariato, per compiti e vocazione, è particolarmente sensibile. Anche se esercitano in regime di libera professione, i notai sono titolari di pubblica funzione e in quanto tali sono i primi custodi della legalità, almeno per quanto attiene le transazioni tra privati. Come categoria, dunque, il notariato è in prima linea nella difesa delle regole, la cui mancanza o attenuazione può avere effetti molto seri in certi campi. La crisi mondiale, partita dagli Stati Uniti è dipesa in gran parte proprio dalla deregolamentazione del mercato immobiliare, che ha lasciato il campo libero a intermediari privi di una solida professionalità, e talora anche di scrupoli. Il notaio di fronte a un trasferimento immobiliare è tenuto a verificare ogni dettaglio, controllando la legalità dell’operazione, dall’impostazione generale fino alla minima clausola. Nel sistema anglosassone, invece, l’intermediario può anche fornire informazioni approssimative, se non false, col solo fine di aumentare le vendite. È così che il mercato immobiliare si è drogato e si è creata la “bolla”, con le conseguenze che tutti sappiamo. Va sottolineato, prima di tutto, che la funzione pubblica ci viene delegata dallo Stato e, in quanto tale, come

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Presidente del Consiglio nazionale del Notariato

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notai non ne disponiamo, né possiamo ovviamente stabilire dove e in che termini sia necessaria. Detto ciò, i modi di esercizio della professione possono certo essere modificati. Per quanto riguarda l’organizzazione del territorio, ad esempio, si può pensare all’accorpamento di alcuni distretti troppo piccoli, per garantire una maggiore possibilità di scelta per il cittadino. Come sta avvenendo per gli avvocati, andrebbero anche ripristinate, a mio avviso, le tariffe inderogabili. E questo come garanzia non per il notaio, ma per il cittadino, che deve sapere quando costa un servizio a Napoli come a Milano. Non c’è dubbio che semplificare le procedure, disboscando la selva enorme di leggi e regolamenti esistenti, sia necessario. In ogni riforma, però, bisogna sempre avere presente il rapporto costi-benefici. Un intervento i cui effetti negativi sono superiori ai benefici che ne ricava il cittadino non va attuato, perchè non è un miglioramento, ma un vulnus al sistema. La cessione delle quote Srl, ad esempio, che permette di andare dal commercialista anziché dal notaio, con certe complicazioni informatiche, pagando le stesse somme ma senza la garanzia assoluta della legittimità dell’atto che il notaio per vocazione e compito deve assicurare, è davvero una semplificazione? Ecco la domanda che bisogna farsi.


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NOTARIATO|RAGION LIBERA Sergio Cardarelli

ECCO PERCHÉ È NECESSARIA LA PROFESSIONE NOTARILE di Stefano Grandini

L’attività del notaio è poco conosciuta. Il notaio Sergio Cardarelli chiarisce chi è, cosa fa, a chi serve il notaio

a stragrande maggioranza delle persone non conosce esattamente cosa fa e a chi serve il notaio, e considera la sua attività più come un onere che come un servizio essenziale per il buon funzionamento del mercato e più in generale per la sicurezza delle contrattazioni. Questa opinione tende a diffondersi anche tra gli imprenditori e i professionisti, e si fa notare che in alcuni paesi ad economia avanzata il notaio non esiste o ha funzioni diverse. Le cause di questa diffusa opinione sono più. Probabilmente la principale è la scarsa conoscenza dell’attività del notaio: che, a differenza di quella del giudice e dell’avvocato, non interessa i mass media: tutti sanno che si va dal notaio per acquistare una casa, ma pochi sanno perché la legge richiede l’intervento di questa figura e qual è l’attività che la legge gli affida. « Spesso - afferma il notaio Sergio Cardarelli - anche quelli che acquistano un immobile non capiscono a

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cosa serva veramente l’atto notarile: sanno che diventano proprietari solo con la firma del notaio, ma sono pochi quelli che comprendono veramente il contenuto dell’atto notarile, che essendo un atto giuridico è scritto in linguaggio legale. Questa ignoranza è dannosa non solo per chi ha bisogno del notaio, ma anche per gli stessi notai. Anzitutto ne svilisce la funzione agli occhi del grande pubblico, cioè del cittadino medio. Ma soprattutto si diffonde l’idea che il notaio svolga un’attività spersonalizzata, che tutti i notai siano uguali e svolgano un’attività essenzialmente formale (la lettura e la firma dell’atto notarile), che il lavoro venga svolto quasi esclusivamente dalle segretarie del notaio e sia di modesto contenuto intellettuale e giuridico. Per questo, nel gennaio 2000, in coincidenza con l’inizio del terzo millennio, ritenni utile scrivere e far stampare un foglio dal titolo Il Notaio (chi è, cosa fa, a chi serve), che da allora è esposto nella sala d’attesa

dello studio, e che ho fatto riprodurre in un depliant, a disposizione dei clienti, e del quale è in corso la quinta ristampa». Cosa fa il notaio? «C’è una attività del notaio che è sotto gli occhi di tutti e nel linguaggio giuridico è detta attività certificativa; e c’è un’ulteriore attività, molto più complessa, che integra anzi è il presupposto della prima e che pochi conoscono: e che dai notai è detta attività di adeguamento. Cominciamo dalla prima. Tutti sanno che si va dal notaio quando, per esempio, si acquista una casa o un’azienda, si divide un’eredità comprendente beni immobili, si costituisce una società. In questi casi, il notaio redige l’atto notarile di vendita, di divisione, di costituzione della società. L’atto notarile certifica, cioè rende certo di fronte alla legge, che, in un certo giorno e in un certo luogo, certe persone hanno stipulato un contratto di vendita, di divisione, hanno costituito una società. E’ questa la c.d. funzione certificativa».


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L’ASSOCIAZIONE NOTARILE «Ogni notaio – chiarisce il dr. Cardarelli - ha per legge una sede: la mia è Camposampiero. Il notaio può esercitare la sua professione solo nel territorio del distretto (di solito, la provincia) in cui si trova la sua sede. La legge notarile prevede le associazioni solo tra notai che appartengono allo stesso distretto: ed è per questa ragione che esercito la mia attività in associazione solo con le mie figlie Roberta (che ha sede a Padova) e Daniela (che ha sede a Monselice); mentre non ho potuto estendere l’associazione a mia figlia Patrizia, che ha la sua sede a Vicenza (dove ha la sede anche suo marito, il notaio Giuseppe Muraro). L’associazione notarile ha però caratteristiche particolari: l’attività notarile in senso stretto deve essere svolta personalmente da ciascun notaio: per esempio, ogni atto pubblico deve essere letto per intero e personalmente dal notaio (può essere letto da altri solo se il notaio lo ha scritto personalmente e assiste alla lettura); e dopo aver letto l'atto il notaio deve scrivere che lo ha letto personalmente (e scrivendo che lo ha letto, se non lo avesse fatto commetterebbe un grave reato). L’atto pubblico non può essere fatto da due notai insieme o in parte da un notaio e in parte da un altro. Perciò la legge notarile prevede che i notai possano associarsi solo per ripartire i redditi del loro lavoro. Ma in realtà lo scopo dell’associazione - continua il notaio Cardarelli - può essere molto più ampio. Ogni notaio può svolgere la sua attività nell’intero distretto di cui fa parte la sua sede; e può avere oltre al suo studio principale un ufficio secondario. Perciò i notai associati possono sostituirsi reciprocamente nei giorni in cui non hanno l’obbligo di operare ciascuno nella propria sede. Inoltre. l’associazione può favorire una riduzione dei costi (per le attività di segreteria, biblioteca ecc.), una migliore ripartizione del lavoro, un aggiornamento professionale più completo. Di solito quindi lo studio associato presenta una maggiore efficienza, che si traduce in un miglior servizio per la clientela». rcardarelli@notariato.it

In alto, la sede di Padova dello Studio Notarile Cardarelli. Il notaio spiega il contenuto di un atto da stipulare


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Quindi si può equiparare l’atto  notarile a un certificato? «Non esattamente. La c.d. funzione certificativa non esprime bene l’importanza dell’atto notarile, che non è un semplice certificato, ma qualcosa di più, e precisamente un atto pubblico: tanto è vero che il notaio che compie un atto falso è punito più gravemente del pubblico impiegato che redige un certificato falso. Il notaio garantisce l’identità delle parti (cioè delle persone) che hanno chiesto e sottoscritto l’atto notarile, e garantisce inoltre la verità delle loro dichiarazioni : e cioè che hanno dichiarato quanto è scritto nell’atto pubblico (ma non che quanto hanno dichiarato è vero). Nel linguaggio legale si dice che l’atto pubblico fa fede del suo contenuto (cioè lo rende certo) fino a querela di falso. Per questa funzione il notaio è un pubblico ufficiale. Si distingue però dagli altri pubblici ufficiali, anche perché è il solo al quale la legge attribuisce espressamente il c.d. controllo di legalità degli atti che gli sono richiesti»

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È il controllo di legalità quella che i notai chiamano funzione di adeguamento? In cosa consiste esattamente questa attività? «La legge vuole non solo che l’atto notarile renda certo il contratto che è stato stipulato davanti al notaio, ma anche che tale contratto non sia illegale: il notaio è quindi il garante della legalità dell’atto notarile. E per questo è punito con la sospensione (e con la destituzione, in caso di recidiva) se redige un atto proibito dalla legge. Ma il notaio non è soltanto un garante della legalità. La legge vuole che l’atto notarile corrisponda anche alla volontà delle parti: e perciò affida personalmente al notaio il compito di accertare la loro volontà, e cioè il risultato pratico che le ha portate a chiedere l’atto notarile. Il notaio è quindi obbligato a “indagare” (come dice la legge notarile) la volontà delle parti e ad adeguarla alle norme di legge: ed è questa nel suo complesso la seconda attività (c.d. di adeguamento) che la legge affida al notaio: anzi è la prima, tanto in senso cro-

nologico (perché precede la stipulazione) quanto per importanza: non solo infatti è la parte dell’attività del notaio più difficile, più nobile e di maggiore responsabilità; .ma è probabilmente anche la più utile per l’economia nazionale (perché riduce il rischio di liti e quindi i costi della giustizia). Ecco perché uno dei più famosi giuristi del ‘900 (il prof. Carnelutti), in una celebre conferenza ai notai di Madrid, definì l’essenza della funzione del notaio con le parole “Tanto più notaio, tanto meno giudice”.» Quando gran parte delle persone non sapeva scrivere, il notaio era


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RAGION LIBERA|NOTARIATO Sergio Cardarelli

«L’atto notarile non è un semplice certificato, ma qualcosa di più, precisamente un atto pubblico»

certamente utile. Lo è ancora oggi che si va diffondendo l’uso della firma digitale ed è molto diffusa la contrattazione di massa? «È vero che la società è molto cambiata, ma anche la professione notarile si è evoluta: i notai sono stati tra i primi ad adeguarsi alle conquiste della tecnologia e in particolare della scienza informatica. Ma questo adattamento non ha inciso affatto sul contenuto essenziale della funzione notarile, anzi l’ha esaltata. L’uso dei computer, di internet e in genere degli strumenti informatici ha permesso di semplificare molti adempimenti, ma non ha sostituito l’attività notarile in senso stretto (cioè l'indagine della volontà delle parti, lo studio dell'atto che meglio permetta di realizzare il risultato pratico voluto dalle parti, adeguandolo alle norme di legge, se necessario). Certamente in alcuni atti, come per esempio i mutui bancari, il notaio non svolge pienamente la funzione che la legge notarile gli affida: i testi dei mutui sono predisposti dalle banche e standardizzati: il cliente può trattare solo l’importo, la durata, il tasso di interesse e le spese del mutuo; e la banca di solito non permette alcuna modifica sostanziale del testo contrattuale. Ma anche in questi atti il notaio, integrando la lettura dell’atto notarile con la spiegazione delle clausole più importanti o meno facili da capire,

permette al mutuatario di comprendere meglio gli obblighi che si assume con il mutuo e quindi di concludere il contratto a ragion veduta, e cioè rendendosi conto delle conseguenze a cui va incontro. E comunque, svolge il controllo di legalità, correggendo il testo contrattuale quando è necessario per adeguarlo alle norme di legge». Si sente dire spesso che i notai sono una casta, e che per vincere il concorso notarile conta più che la preparazione il fatto di essere figli o fratelli o nipoti di notai. È vero? «Non è affatto vero: i notai che sono figli o fratelli di notai sono pochi (circa il 17,5%, come risulta dai dati del Consiglio Nazionale del Notariato). Il concorso è difficile e di solito la selezione è molto severa e senza trucchi: le commissioni di esame sono composte di magistrati, notai e professori universitari di materie giuridiche; nelle prove scritte è garantito l’anonimato (nel senso che la commissione giudica i temi senza conoscere i nomi di coloro che li hanno svolti); e di solito i concorrenti ammessi agli orali sono meno del 10%. È vero però che si può ancora migliorare: non sempre i temi assegnati nei vari concorsi sono uniformi per grado di difficoltà e non sempre è uniforme il criterio di giudizio applicato dalle commissioni di esame. È vero che di solito chi ha un notaio

in famiglia può essere avvantaggiato perché può essere meglio guidato nella preparazione al concorso, e che il figlio di un notaio che svolge la pratica notarile obbligatoria presso lo studio del padre ha di solito un maggior compenso per il suo lavoro. Ma è un vantaggio molto modesto, e che tende ad annullarsi anche per merito del Consiglio nazionale del notariato che ha promosso la formazione di scuole di notariato (oggi diffuse in modo capillare su tutto il territorio nazionale) e ha istituito una fondazione che eroga borse di studio a giovani laureati, particolarmente meritevoli, che intendono diventare notai». Perché allora sono state annullate le prove dell’ultimo concorso notarile svoltesi a Roma nello scorso mese di novembre? «La sua domanda è giusta, ma potrei dire che l’annullamento delle prove dell’ultimo concorso conferma la serietà del concorso notarile. Non è umanamente possibile garantire che le regole molto severe che regolano lo svolgimento del concorso siano rigorosamente osservate sempre: in tutti i concorsi e per tutti i concorrenti. L’immediato annullamento del concorso dimostra però che quando sorge un sospetto fondato di irregolarità non si perde tempo in inutili discussioni, ma si prendono immediatamente i provvedimenti necessari


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NOTARIATO|RAGION LIBERA Sergio Cardarelli

«I notai che sono figli o fratelli di notai sono pochi, circa il 17,5%, secondo i dati del Consiglio Nazionale del Notariato» evitare che non solo una irrego per larità accertata, ma anche solo presunta, possa impedire il corretto svolgimento del concorso. Non solo: ma è stata anche apprezzata la decisione del ministro della Giustizia, che ha trasmesso gli atti del concorso alla procura della repubblica, anche se non ha messo in dubbio la buona fede della commissione di esame». Quando sono pubblicati i redditi dei contribuenti, i redditi dei notai sono in genere più elevati di quelli degli altri professionisti. Non sarebbe giusto aumentare il loro numero per favorire la concorrenza e una più equa distribuzione del reddito? «A prima vista sembrerebbe di dover rispondere di sì. Ma se si fa un confronto sulla base di dati omogenei, ritengo che la risposta debba essere più articolata. Certamente molti notai hanno un reddito medio soddisfacente; ma in genere i redditi apparenti dei notai corrispondono a quelli reali perché sono facilmente controllabili: ogni atto notarile ha infatti un numero di repertorio e contiene i nomi e gli indirizzi delle persone che lo hanno stipulato. Inoltre, se il notaio svolge la sua professione osservando rigorosamente i suoi doveri professionali, è difficile che possa conseguire redditi molto elevati, perché deve svolgere personalmente l’attività notarile in senso stretto: cioè accertare (la legge dice addirittura “indagare”) la volontà delle parti, redigere l’atto pubblico, leggerlo per intero alle parti e spiegarne il contenuto e gli effetti giuridici, firmare (con la

firma digitale) le trasmissioni telematiche ai pubblici uffici, firmare le copie per autenticarle: tutto questo lavoro richiede molto tempo. D’altra parte, va considerato che la stessa delicatezza delle funzioni che la legge affida al notaio consiglia che al notaio sia garantito un reddito adeguato: la stessa legge notarile, quando fu emanata (nel 1913), stabiliva che ad ogni posto di notaio dovessero corrispondere un reddito annuo di almeno 2.000 lire di onorari e una popolazione di almeno 8.000 abitanti: per il timore dei gravi danni (economici, morali e sociali) che il notaio avrebbe potuto causare con la violazione dei suoi doveri professionali». Quali potrebbero essere i danni derivanti dall'inosservanza dei doveri professionali del notaio? «Per esempio, a certe condizioni, il solo fatto di indicare nell’atto una data diversa potrebbe sottrarre allo Stato ingenti imposte o causare danni gravissimi a una o più persone. Basti pensare che negli Usa e in Inghilterra, dove non esistono i notai come noi li intendiamo (e cioè con le stesse funzioni), i danni prodotti in un solo anno dagli errori relativi all’identità delle persone sono stati superiori a 28 miliardi di dollari negli Usa e a 9 miliardi di sterline in Inghilterra, mentre in Italia sono stati di circa 50 milioni di euro (dati pubblicati da Il Sole 24 Ore). E così pure, nel nostro paese, le cause civili che riguardano i rapporti immobiliari sono una percentuale irrisoria (lo 0,003 del totale); mentre è molto più elevata nei paesi del common law

(USA, Gran Bretagna e altri paesi dove il notaio non esiste o ha funzioni diverse)». Cosa pensa in merito all’aumento del numero dei notai? «Ritengo che l'aumento del numero dei notai oltre i limiti previsti dalla legge notarile sia un’arma a doppio taglio. In teoria la distribuzione del lavoro tra più notai dovrebbe favorire il rapporto personale tra il notaio e i clienti: la scelta del notaio da parte del cliente potrebbe essere più libera e personale, e il notaio potrebbe svolgere effettivamente e meglio le attività che per legge deve compiere personalmente (e cioè accertare la volontà delle parti e leggere per intero gli atti notarili). Ma non è detto che l’aumento del numero dei notai porti a questo risultato. Come qualsiasi attività economica anche le attività professionali sono soggette alla concorrenza. E la concorrenza favorisce gli studi di grandi dimensioni, che possono offrire a prezzi minori servizi per certi aspetti addirittura migliori. C’è quindi il rischio che un notevole aumento del numero dei notai non favorisca una più equilibrata redistribuzione del lavoro e un miglioramento del servizio notarile, ma porti invece a un abbassamento della qualità professionale media e a un aumento generalizzato delle tariffe. Basti considerare che le tariffe degli avvocati e dei commercialisti, il cui numero è molto superiore a quello dei notai, non sono affatto inferiori, ma in genere superiori, e talvolta molto superiori, alle tariffe dei notai».


CONSULENZA ALLE IMPRESE|RAGION LIBERA

GUIDARE L’IMPRESA PASSO DOPO PASSO Avvocato Andrea Sabbion andrea.sabbion@studiolegalesabbion.it

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accontare il mestiere del consulente significa riannodare le fila, mettere in relazione la propria esperienza professionale con l’evolversi della società. In questo continuo confronto bisogna saper rimescolare le carte. Ecco perché, pur essendo da anni alla guida dello Studio Legale Sabbion, non ho accantonato il mio passato imprenditoriale, speso ai vertici degli organi di governo di importanti società italiane. I due ambiti, pur nella loro diversità, continuano a sfiorarsi e darsi sostegno a vicenda. Insomma, alla luce della realtà globale e complessa, i saperi non devono essere disconnessi. Nulla è casuale, ma tutto torna costantemente in gioco. Ma per sfruttare al meglio l’approccio poliedrico, di modo che non appaia forviante, bisogna tenersi bel saldi a dei “modelli”. Così, anche nella costruzione della realtà professionale, bisogna cercare di pianificare preventivamente ogni cosa. A questa capacità logica, va aggiunta la possibilità di poter contare su un team coeso di professionisti motivati. Offrire qualità alle imprese vuol dire, infatti, coordinare e lavorare in equipe. La consulenza è intrinsecamente basata sul dialogo e sull’interazione di diverse vedute. Il tutto per muoversi verso un servizio client oriented. In altre parole lo scopo è quello di accompagnare l’interlocutore in ogni fase evolutiva della struttura d’impresa, con la prospettiva di costruire una relazione dinamica e continuativa. Un impegno che non è fine a se stesso. Nel delicato ambito di un rapporto di

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consulenza, non bisogna mai perdere di vista l’analisi di gestione delle procedure interne. Fondamentale è poi la costruzione di format personalizzati per la regolamentazione ottimizzata delle relazioni commerciali dei committenti. La contrattualistica di impresa, la strutturazione di operazioni societarie anche complesse, con la formulazione di patti parasociali, l’attività di project financing, le operazioni di M&A, la completa assistenza in ambito real estate, sono solo alcune prospettive che si aprono sui nostri scenari contemporanei e con cui lo studio convive da anni, contribuendo a risolvere le problematiche. Il complicato mondo degli affari oggi più che mai necessita di essere indirizzato. Questo è quello che facciamo, mostrando particolare attenzione verso società immobiliari, Sge e Fondi immobiliari di investimento. Il valore che diamo al rapporto tradizionale tra professionista e assistito, garantendo la massima riservatezza, ci permette di affrontare, con serietà e maturità professionale, anche i casi più complessi. Ma, per essere vincenti, questo non basta ancora. Sicuramente, il supporto che il consulente può dare nell’essere promotore di processi di efficienza, con tempestività, disponibilità e pronte soluzioni, può già contribuire a rendere effettivi i limitati margini di miglioramento concessi dal mercato. Ma oltre che solutore di casi intricati, occorre essere portatore di nuove idee, e in questo la “fantasia” aiuta.


UNA SVOLTA TECNOLOGICA PER L’ORTOFRUTTICOLO

di Aldo Mosca

Fioccano i premi per le più recenti tecnologie concepite dal Gruppo Unitec di Ravenna. A parlarne è il suo presidente, Angelo Benedetti l gruppo Unitec punta sempre più sull’innovazione. Questa realtà internazionale, con sede a Lugo, nel ravennate, è attualmente leader nella costruzione di sistemi per la lavorazione e la selezione della qualità della frutta e degli ortaggi freschi. «Soprattutto in questo periodo dobbiamo fornire risposte concrete ai produttori ortofrutticoli, abbattendo i costi di lavorazione aumentando anche la qualità della stessa» spiega Angelo Benedetti, presidente di Unitec Spa. E in questo la tecnologia rappresenta la chiave di svolta. Le macchine progettate dal gruppo di Ra-

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venna sono attualmente tra le più apprezzate nel settore. Tra queste, anche CHERRY_VISION©, il nuovo sistema di rilevazione non distruttivo della qualità delle ciliegie, che in base a un sistema di telecamere e software specifici permette di selezionare i pezzi in base a parametri di qualità relativamente ai difetti di buccia e forma. CHERRY_VISION© ha vinto, a ottobre, il premio “Oscar Macfrut”, messo in palio dalla fiera ortofrutticola internazionale di Cesena. A novembre, invece, a ricevere un premio è stato QS_300©, l’analizzatore portatile per la ri-


RAGIONLIBERA|MODELLI D’IMPRESA Angelo Benedetti

Angelo Benedetti, presidente di Unitec Group www.unitec-group.com

levazione della qualità interna dei prodotti ortofrutticoli. Il premio è stato conferito da Adriano Rasi Caldogno, Capo Dipartimento Politiche Competitive e Qualità del Ministero delle Politiche Agricole. «La novità di QS_300©,, rispetto ai precedenti sistemi per la rilevazione della qualità interna dei prodotti ortofrutticoli, risiede nella sua elevata portabilità associata a una precisione e affidabilità di categoria superiore – specifica Angelo Benedetti - Grazie alle sue dimensioni ridotte e a un peso contenuto, solo 1,3 kg, questo dispositivo può essere utilizzato per migliorare la produzione e i ricavi in campagna, nelle centrali ortofrutticole e nella Grande Distribuzione Organizzata, al fine di valutare il prodotto acquistato senza l’ausilio di computer o di qualsiasi altro dispositivo esterno». Sistemi sempre più ricchi di tecnologia ed elettronica, veloci, che riescono a eseguire operazioni fino a pochi anni fa inimmaginabili. «Da sempre operiamo con il desiderio di innovare, una forma mentis che contraddistingue il nostro modo di rapportarci con il mercato» interviene nuovamente il presidente della società di Lugo. Degno di nota anche l’indotto occupazionale di Unitec, con oltre cento dipendenti, molti dei quali ingegneri con specializzazione in informatica, elettronica, elettromeccanica e meccanica. «La ricerca e lo sviluppo sono le armi che ci hanno consentito di superare, senza gravi flessioni di lavoro, la

crisi di questi ultimi anni. Le lavorazioni meccaniche, di carpenteria e di verniciatura, sono invece affidate ad aziende esterne del comprensorio lughese, che riteniamo strategiche per il nostro successo sia presente che futuro». Moltissime le aree di esportazione cui si rivolge la società per azioni, dall’Europa all’Africa fino ad Asia e Americhe. La percentuale di esportazione di Unitec sfiora il 70% della produzione totale e, attualmente, poggia anche su due filiali in Spagna e Argentina. «Vogliamo essere un’azienda partner per le centrali ortofrutticole sparse nel mondo con l’obiettivo di migliorare la qualità delle loro confezioni tramite soluzioni tecniche dedicate e affidabili – evidenzia Benedetti -. Diamo risposte tecnologicamente innovative su oltre 35 tipologie di frutti». Negli ultimi anni l’azienda ha sviluppato effettivamente molti nuovi sistemi per molteplici produzioni, tra cui kiwi, pesche, mele, susine, albicocche, cachi, zucchine, melanzane, meloni e pomodori. «È possibile percorrere la strada delle tecnologie messe a punto da Unitec per uscire dalla crisi – conclude il presidente -, in quanto consentono di diminuire sensibilmente i costi, migliorare la qualità della lavorazione accrescendo sensibilmente anche la redditività, redditività strategica per consentire agli operatori del settore di superare la crisi e anche di sviluppare le loro attività. Il successo dei nostri clienti è il nostro obiettivo».

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LA CUCINA È SEMPRE PIÙ MULTIETNICA di Lucrezia Gennari

Con la globalizzazione è aumentata l’importazione di prodotti alimentari stranieri. La G.M. Grandi Marche contribuisce alla loro diffusione a cucina è sempre più varia. La globalizzazione sta coinvolgendo anche l’alimentazione e i sapori etnici sono sempre più diffusi e conosciuti anche sulle nostre tavole. Non aumentano solo i ristoranti cinesi, giapponesi, indiani e africani, né soltanto le piccole botteghe rivenditrici di prodotti stranieri. Oggi anche la grande distribuzione si sta attrezzando sempre di più per ospitare nei propri punti vendita prodotti

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di provenienza straniera. E la G.M. Grandi Marche di Padova, capitanata da Orazio e Manuel Maistro, rappresenta un attore di primo piano, impegnato nell’“internazionalizzazione dei supermercati”. L’azienda G.M. Grandi Marche, nata nel 1970 e specializzata nell’importazione di specialità alimentari, volte soprattutto a soddisfare le esigenze del turismo internazionale, in particolare quello nordico, a seguito dell’evolversi del mercato e della sua


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Orazio e Manuel Maistro

«Il nostro progetto etnico, con il marchio “I love etnico”, vuole portare in Italia i sapori e i piatti tipici di tutto il mondo»

particolare attenzione alle nicchie e alle nuove tendenze emergenti, ha sviluppato un progetto etnico. In che cosa consiste il vostro “progetto etnico”? Orazio Maistro: «Tale progetto ha lo scopo di portare nelle cucine delle persone residenti in Italia, i sapori e i piatti tipici provenienti da tutto il mondo. In questo senso il nostro progetto etnico, contraddistinto dal marchio “I love etnico”, propone di attirare nei punti vendita distribuiti nel territorio nazionale tutti i consumatori stranieri residenti in Italia per offrire loro i piatti tipici dei loro paesi di provenienza. Anche i consumatori italiani sono spesso attratti da questo mercato, desiderosi di sperimentare nuove cucine e di assaporare pietanze che provengono da lontano». Quali sono i principali paesi di origine dei vostri prodotti? Manuel Maistro: «La linea dei prodotti attualmente trattati comprende prodotti messicani, indiani, maghrebini, africani, americani, brasiliani, portoghesi, tedeschi, polacchi, rumeni, asiatici, in particolare giapponesi, cinesi, thailandesi, e prodotti certificati Halal desti-

nati ai musulmani». La grande distribuzione sta accogliendo con entusiasmo questi prodotti. Quali servizi offrite in quest’ottica ai supermercati? M.M.: «Nel corso degli ultimi anni il mercato etnico è stato in forte crescita, grazie anche alla globalizzazione. I maggiori gruppi della Grande Distribu- A sinistra, Orazio e Manuel Maistro della G.M. Grandi Marche di Padova zione Organizzata stanno via www.gmgrandimarche.it via creando delle aree nei propri punti vendita dedicate al progetto etnico. La nostra azienda offre su scala nazionale un servizio di distribuzione capillare di questi prodotti, gestione dello scaffale per la creazione di assortimenti mirati e studiati in funzione delle etnie presenti nelle zone limitrofe ai punti vendita e di caratterizzazione dei punti vendita in base alle richieste di ogni singola realtà». Una distribuzione ad ampio raggio, quindi, a disposizione di chiunque risieda sul territorio. O.M.: «L’azienda è alla continua ricerca di prodotti destinati specificatamente agli stranieri presenti in Italia, ma anche ai gusti etnici degli italiani che di tanto in tanto amano provare i sapori di diverse cucine». 319


CUSTODIAMO I SAPORI NELLA “CANTINA” DI CASA

Vainer Fantini, della IP Industrie, spiega perché, i gusti tradizionali delle cantine, sono oggi alla portata di ogni abitazione

di Paolo Lucchi

prodotti alimentari mantengono la loro qualità anzitutto se riposti in ambienti con la giusta temperatura. Su questo dettame si muove l’iniziativa imprenditoriale di Vainer Fantini, responsabile e ideatore di una delle più importanti aziende di armadi e cantine climatizzate. IP industrie, oggi, è un vero caso di eccellenza sul tessuto economico del Centro Nord italiano. E, in particolare, è dal mondo dell’enologia che giungono le maggiori prospettive di sviluppo. «La giusta temperatura nel servizio dei vini è un tema di grande attualità sia nel settore del fuori casa, sia nel privato – spiega Vainer

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Fantini -. Troppo spesso assistiamo a errori dovuti a condizioni inadeguate di conservazione o all’approssimativa temperatura a cui i vini vengono proposti. Queste disattenzioni, dovute principalmente alla mancanza di ambienti o attrezzature idonee per il loro mantenimento, alterano la natura e l’essenza stessa dei vini rossi, dei bianchi e degli spumanti, annientando totalmente le loro caratteristiche organolettiche e, soprattutto, il piacere di bere un buon calice». Lo stesso, immagino, vale anche per gli alimenti? «Certo, anche verso il cibo va riposta la stessa at-


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Vainer Fantini

tenzione. Qui a Parma, dove ha sede IP Industrie, salumi e formaggi sono sacri per tradizione e devono sempre essere serviti in condizioni perfette, per restituire a chi li assaggia i loro sapori e profumi originali. Ma i cibi, per mantenersi inalterati, necessitano di un particolare microclima». Sul vostro catalogo, spicca la Wine Room. Di cosa si tratta? «Formulare e creare “spazi di vendita” per la ristorazione che tengano conto degli aspetti legati alla funzionalità, ai gusti e alle abitudini del consumatore moderno. È questo lo spirito con il quale è stata progettata la “Wine Room”, la cantina refrigerata, totalmente vetrata, dove vengono esposti e conservati i vini. Grazie all’elegante design crea un’atmosfera accogliente e stimola la clientela ad apprezzare i vari vini proposti». Mentre come è strutturata la vostra dispensa? «È composta da 3 o 4 celle distinte con temperature e funzioni differenti. Raggruppa in un’unica struttura tutti i concetti di refrigerazione per la conservazione e il servizio di vino, salumi e formaggi». In questi anni è aumentata l’attenzione, da parte dei consumatori, nei confronti di queste tematiche? «Da una decina d’anni l’attenzione nel fare la spesa quotidiana è aumentata. I prodotti alimentari qualitativamente superiori hanno un consumo sempre crescente. Bere un buon ca-

Vainer Fantini della IP Industrie www.ipindustrie.com

lice di vino, gustare un salume o un formaggio prodotti nel rispetto delle tradizioni centenarie non è solo un piacere per il palato, ma è anche un modo per salvaguardare il loro territorio di origine». E in questo contesto come si inserisce l’operato di IP Industrie? «Attenta e scrupolosa custode della tradizione e particolarmente sensibile alle esigenze della qualità e del piacere della buona tavola, IP Industrie ha realizzato una gamma completa di celle refrigerate e riscaldate che ricreano fedelmente le condizioni climatiche ideali per la conservazione e il servizio di vino, salumi e formaggi. Per i più esigenti, abbiamo concepito un piccolo spazio dedicato al non-food». Di cosa si tratta? «Sono le cantinette per il mantenimento dei sigari. Nato come prodotto di nicchia, sta riscuotendo un crescente successo, perché è sempre più frequente l’abitudine di offrire un buon sigaro agli amici alla fine di un pranzo o di una cena». IP ha successo anche all’estero? «I mercati stranieri coprono una percentuale importante del nostro fatturato. I paesi più attenti ai nostri prodotti sono principalmente quelli del Nord-Europa, Medio ed Estremo Oriente e, da alcuni anni, anche quelli dell’Europa dell’Est».

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TUTTE LE APPLICAZIONI E GLI SVILUPPI DELLA GHISA di Paola Maruzzi

Resistente come l'acciaio. La ghisa della Zanardi Fonderie scavalca i luoghi comuni. E si torna a parlare di competitività tutta italiana

e il numero uno della Fiat, Sergio Marchionne, continua a punzecchiare l'appeal internazionale e competitivo del sistema industriale italiano, significa che l'imprenditoria tout court non può sottrarsi a un interrogativo ormai macroscopico: conviene ancora investire in Italia? O meglio, ribaltando i punti di vista, quali condizioni permettono di non rinunciare allo smalto made in Italy, pur tenendo salda la rotta dei mercati mon-

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diali? Insomma, su cosa conta lo zoccolo duro dell'economia italiana post crisi? «Sulla stabilità. Dei capitali, della forza lavoro. E dello slancio capitalistico». A rispondere è Franco Zanardi, presidente della Zanardi Fonderie. La sua “lezione” arriva dal cuore produttivo del Nord Est, dalla provincia di Verona. A battere un passo deciso è l'industria dei getti in ghisa, che stupisce in fatto di innovazione. Tra le altre cose, la Zanardi è tra le prime ad aver


RAGION LIBERA|MODELLI D’IMPRESA Franco Zanardi

In apertura, da sinistra, Federico Zanardi (vicepresidente) e Franco Zanardi (presidente) www.zanardifonderie.com

sviluppato la tecnologia della ghisa sferoidale austemperata e la più avanzata al mondo nella ricerca e nell’integrazione dei relativi processi. Il vostro è un settore molto esposto alla competizione internazionale. «Un po' come accade per la Fiat di Marchionne, la filiera a cui apparteniamo fa riferimento al mondo e ai suoi competitor. Questo significa che dobbiamo perseguire strategie diverse rispetto a chi, invece, si rivolge a un mercato tipicamente domestico ed è quindi motivato a realizzare condizioni di parziale oligopolio. Al contrario, sulla nostra filiera si scaricano molteplici strali, amplificati da ogni possibile causa di volatilità dei mercati. Siamo schiacciati dalle opposte pressioni di prezzo provenienti a monte dai settori minerario ed energetico, e a valle dalle esigenze dei committenti, esportatori sui mercati internazionali. Occupiamo pertanto una posizione difficile, comune a tutta la subfornitura industriale, aggravata dall'alta intensità di capitale, materiale e immateriale, necessari per il funzionamento». Il paradigma manifatturiero va quindi profondamente rivisitato. Alla luce di questo, che strategia avete adottato? «Le imprese del nostro settore hanno essenzialmente due possibili vie per rimanere sul mercato. La prima è quella classica della crescita dimensionale (fatturati dai 500 ai 1000 milioni di euro l'anno) diventando global player, capaci di seguire i committenti nelle scelte di internazionalizzazione. La seconda è quella della specializzazione tecnologica, alimentata dalla ricerca e dall'innovazione. Noi abbiamo da sempre scelto questa seconda strada, concentrando risorse umane e finanziarie in un unico business e privilegiando la localizzazione geografica. In questo modo i prodotti che forniamo diventano competitivi su larga scala». Andando nello specifico, come avete innovato i getti in ghisa? «Quando comunemente si pensa alla ghisa,

viene in mente un materiale poco resistente, soprattutto se paragonato all'acciaio. Bene, noi abbiamo sfatato questo luogo comune, sviluppando la tecnologia della ghisa sferoidale austemperata. La ghisa è un materiale complesso che può dare grandi prestazioni se fabbricata con processi robusti, che richiedono investimenti di alto livello sotto vari aspetti. A cominciare dai saperi tecnologici che devono essere continuamente spostati in avanti da una forza lavoro competente e responsabile». Però esigere manodopera di “prima scelta” ha un costo elevato. Questo può essere un'arma a doppio taglio? «Puntare a un rapporto di lunga durata e valorizzare il lavoratore che crede nel business significa essere fortemente competitivi anche in un paese come l'Italia, in cui il costo della manodopera è sufficientemente alto. La forza lavoro deve essere stabile. Così come lo devono essere i capitali, l'azionariato e il consenso sociale. Questo si riflette sull'immagine di un'impresa vincente, che tiene nonostante tutto». E la Zanardi Fonderie ha tenuto alla crisi? «Sì. Basti dire che nel 2009 il nostro mercato è calato del 70 per cento e che, in netta controtendenza, siamo stati in grado di non licenziare nessuno. Questo è stato possibile realizzando contratti di solidarietà e trovando accordi con i sindacati. Anche in questo caso, cioè nella gestione dei momenti difficili, torna in gioco la stabilità. Insomma, negli anni abbiamo investito bene, capitalizzando l'azienda». Siete “stabili” anche sotto il profilo dirigenziale? «La nostra vocazione internazionale ha radici in una gestione completamente familiare. Nell'arco degli anni abbiamo contato su una solida continuità generazionale e di approcci: non è un caso che io, mio fratello Federico e mio figlio Fabio, siamo tutti ingegneri».

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STRUMENTI PER L’IMPRESA|RAGION LIBERA Stefano Capitanio

L’INFORMATION TECHNOLOGY MIGLIORA L’EFFICIENZA di Maria Elena Casadei

In un settore come quello dell’informatica a contare sempre di più sono i servizi post vendita. Il quadro di Stefano Capitanio presidente e amministratore delegato di O.C.R

li anni 90 hanno segnato l’inizio effettivo dell’era virtuale. In questo periodo il personal computer assemblato ha rappresentato l'alternativa economicamente più vantaggiosa e maggiormente flessibile rispetto alle macchine di produzione di serie. Nascono i primi sistemi di archiviazione e memorizzazione con l'uso di scanner e software dedicati. Stefano Capitanio, presidente e amministratore delegato O.C.R., racconta una realtà aziendale innovativa, tra le prime ad affrontare la gestione e l'archiviazione elettronica dei documenti cartacei in ambiente bancario. La tecnologia si evolve di continuo, come riuscite a rimanere Stefano Capitanio presidente e amministratore delegato O.C.R srl sempre aggiornati? «L’azienda ha sopinfo@ocrinformatica.com - www.ocrinformatica.com perito al problema fornendo maggiori servizi e prodotti. Spaziamo tra personal computer delle migliori marche e assemblati su specifica richiesta del cliente, notebook, server per ambienti networking, stampanti, realizzazione di LAN e VPN con implementazione di FIREWALL e software antivi324

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rus sia stand-alone che client/server; fornitura di materiale di consumo e assistenza tecnico/sistemistica presso le aziende». La vendita dei computer, per un’azienda di settore, sta diventando sempre meno esclusiva, come gestite questa problematica? «OCR da molto tempo si è specializzata, impostando i suoi programmi di vendita presso aziende, enti e istituti, tutte categorie di clienti sensibili non solo al prezzo di acquisto, ma specialmente ai servizi post-vendita. Certamente tutto il settore specializzato soffre di questa concorrenza che purtroppo, nella maggior parte dei casi, è improvvisata e limitata alla sola vendita dello "scatolone"». Dopo anni di esperienza, quali sono le maggiori problematiche che avete riscontrato nel post-vendita? «Le problematiche riscontrate sono diverse, dalla lentezza della rete ai virus, dal recupero di dati importanti alla configurazione di Internet. Per noi è fondamentale garantire la presenza continua del reparto tecnico, sempre pronto ad intervenire sia telefonicamente, sia presso il cliente. Perché la nostra filosofia è quella di seguire con particolare attenzione gli acquirenti e trovare la migliore soluzione evitando spese inutili». Come preparate i vostri tecnici? «I tecnici oltre a frequentare corsi di aggiornamento, sono in contatto con altri colleghi del settore al fine di avere uno scambio continuo di informazioni e di esperienze diverse per la soluzione dei problemi più particolari».


FARMACI SICURI ON LINE

di Alessandra Sgarbossa

Il primo portale in Italia che offre la comodità di internet con la garanzia della farmacia di fiducia. Farmalog.it, nato dall’esperienza pluridecennale di Felletti Spadazzi, è un’innovativa piattaforma per l’e-commerce farmaceutico sicuro econdo il Censis, sedici milioni di italiani (il 34% della popolazione) cercano in rete informazioni relative alla salute. Ma se, come accertato dai controlli sanitari, il 50% dei farmaci venduti on line è contraffatto, e perciò pericoloso, un portale

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che assicuri il reperimento di medicinali di qualità e tracciabili è una garanzia per la salute dei cittadini. Farmalog.it, in rete gratuitamente da gennaio 2011, nasce in Veneto dall’esperienza quasi centenaria della società di distribuzione farmaceutica Felletti Spadazzi. Ed è un’anteprima assoluta nel settore. «Accanto a rapidità e privacy nella ricerca in

rete di farmaci e prodotti affini, garantisce la deontologia professionale del farmacista». Parola dell’amministratore delegato Francesco Felletti Spadazzi. Che spiega, insieme al figlio Marco che lo affianca, come dietro al portale ci sia il circuito delle farmacie in pianta organica di Veneto e Friuli Venezia Giulia liberamente aderenti al servizio. In altre parole, usare il sito equivarrà a rivolgersi al proprio farmacista di fiducia, ma comodamente da casa o ufficio. Qual è la filosofia che sottende Farmalog.it, unico in rete nel suo genere? «L’ottica è di canalizzare la ricerca di farmaci non nella rete web senza controlli né garanzie ma in una rete web controllata, che metta in relazione i diversi attori del mondo della sanità: medico, paziente, farmacista. Internet diventa così uno strumento comodo e sicuro per il “personal procurement” di farmaci e prodotti affini in rete, superando i rischi dell’acquisto on line. Al tempo stesso Farmalog.it è lo strumento di e-commerce ideale per le farmacie, che garantisce lo standard di sicurezza italiano nella distribuzione di farmaci, considerato fra i più affidabili nel panorama internazionale. Il rischio di contraffazione nelle farmacie italiane è infatti inferiore allo 0,1%, contro una media europea dell’1% e globale del 6-7%. Ben venga quindi se il nostro portale progettato per il Nordest potrà essere in futuro disponibile per


RAGION LIBERA|E-COMMERCE FARMACEUTICO Felletti Spadazzi

il restante territorio nazionale, avviando collaborazioni con altre aziende». Sotto il profilo pratico come funziona? «Come una moderna piattaforma per l’ecommerce o, più esattamente, “e-procurement” con oltre 32.000 prodotti già a catalogo. Collegandosi al sito e registrandosi, l’utente può prenotare nella farmacia da lui prescelta tra quelle attive sul portale i prodotti di cui necessita, dai farmaci da banco o prescritti dal medico, agli altri prodotti in vendita nelle farmacie. Confermata la prenotazione attraverso il sito, sarà direttamente il farmacista a inviare al cliente una mail e un sms con il codice identificativo e a preparare l’ordine. Al cliente basterà quindi presentare al banco il proprio codice e, quando richiesta, la ricetta medica, ritirare i prodotti e pagare il conto. Ma non è tutto. L’utente può conoscere orari e turni di apertura di tutte le farmacie di Veneto, Friuli Venezia Giulia e Trentino». Quanto ha influito la vostra lunga tradizione aziendale nello sviluppo del progetto? «Fin dall’esordio, la nostra azienda si è caratterizzata per soluzioni all’avanguardia nella gestione dei servizi a farmacie e aziende ospedaliere e nella logistica di settore. Risale già agli anni Trenta l’attivazione di un call center dedicato ai farmacisti e agli anni Settanta l’introduzione dell’informatizzazione avan-

SOLUZIONI ALL’AVANGUARDIA PER LA SANITÀ E IL TERRITORIO Felletti Spadazzi SpA, società di distribuzione di prodotti farmaceutici nata a Padova nel 1923, è leader nella gestione di servizi a farmacie e aziende ospedaliere e nella logistica di settore. È stata una delle prime società a ottenere la certificazione di qualità nella distribuzione e organizza corsi di formazione per i propri clienti farmacisti. www.felletti.it www.farmalog.it

zata nelle nostre prestazioni. Farmalog.it è dunque l’ultima nostra innovazione nei servizi alla persona. Il portale ha la funzione principale di prenotare i prodotti, il successivo ritiro in farmacia ne garantisce qualità e affidabilità, e la possibilità di chiedere al farmacista ulteriori chiarimenti. Durante l’intero processo il sito non by-passa il rapporto tra farmacista e paziente, anzi. Rende più veloce l’accesso al servizio farmaceutico territoriale ma con la sicurezza del farmacista di fiducia. Ciò fa del sito uno strumento utile e garantito sotto il profilo deontologico anche per il medico, che potrà verificare con certezza dove reperire il farmaco necessario al proprio paziente, ad esempio anziano, ed effettuare la prenotazione per suo conto».

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UNA SOLA TECNICA OCULISTICA PER DIVERSI DISTURBI di Erika Facciolla

La cataratta è uno dei disturbi ottici più diffusi. Lo specialista Domenico Berardi illustra i risultati raggiunti con le nuove tecniche chirurgiche

a storia della cataratta è lunga e per certi versi molto affascinante. Il termine “cataracta” deriva dal greco “katapàktns”, che significa letteralmente “cascata”. Un tempo, infatti, si pensava che questo graduale annebbiamento della vista derivasse dalla discesa dall’alto di una sorta di velo che – come una cascata di acqua – scendeva sugli occhi limitandone le funzionalità. Furono i romani i pionieri nella cura della cataratta: già nel I secolo a.C., infatti, Celso Aureo Cornelio fu il primo medico della Roma antica in grado di operare la cataratta e i calcoli vescicali. Da allora l’evoluzione della medicina e della chirurgia ha con-

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dotto all’adozione di tecniche sempre più sofisticate ed efficaci, minimamente invasive e in grado di garantire un rapido recupero della funzionalità ottica. Negli ultimi anni, lo sviluppo tecnologico ha introdotto l’uso di laser eccimeri di ultima generazione e analisi strumentali più sofisticate che rendono possibile un trattamento chirurgico personalizzato. I nuovi cristallini artificiali, infine, hanno permesso di fare quel salto di qualità decisivo, con tempi di riabilitazione rapidi e risultati eccellenti anche nella cura di patologie collaterali. Approfondiamo l’argomento con il dottor Domenico Berardi, oculista specializzato in chirurgia refrattiva e


RAGION LIBERA|CHIRURGIA DELLA CATARATTA Domenico Berardi

«La sfida è ottenere un risultato ottimale e correggere il difetto al cento per cento: è questo l’obiettivo alla base della mia filosofia professionale» Domenico Berardi esercita la professione medica chirurgica come specialista presso studi e poliambulatori di Parma, Fidenza e Casalmaggiore (CR) berardiemme@libero.it

della cataratta. Nonostante gli sviluppi della chirurgia, la cataratta rimane una patologia molto diffusa che colpisce un’alta percentuale della popolazione, soprattutto gli anziani. «In realtà la cataratta non è una malattia ma un invecchiamento del cristallino, cioè la lente per la messa a fuoco delle immagini contenuta nel bulbo oculare. La cataratta può manifestarsi in pazienti di tutte le età, ma è ovvio che si presenti più facilmente nei pazienti anziani. In questo senso è paragonabile al naturale invecchiamento della pelle, ecco perché non esistono cure preventive per evitarla, ma solo soluzioni chirurgiche». Quali sono le altre possibilità chirurgiche a disposizione del paziente? «Parlando di chirurgia del segmento anteriore, quindi cataratta e chirurgia refrattiva, esistono diverse possibilità: il laser con le tecniche PRK e lasik, l’impianto di lente nelle miopie elevate (la cosiddetta lente iol fachica) e il cristallino multifocale». Di quali risorse può avvalersi la chirurgia moderna nel trattamento della cataratta? «Attualmente esiste la possibilità di inserire un cristallino artificiale multifocale che permette al paziente di eliminare definitivamente l’oc-

chiale. A differenza del cristallino monofocale, che consente di vedere bene a una sola distanza, le lenti multifocali sono in grado di correggere il difetto visivo sia da lontano, sia vicino e nella media distanza, restituendo una ottima funzionalità visiva in tutte le situazioni di vita quotidiane». Quale è la versatilità di questo nuovo cristallino? «Il vantaggio è che può essere usato anche per la correzione di difetti visivi gravi, nei pazienti in età avanzata, ma anche in quelli di mezza età. Con un solo intervento si possono eliminare più problemi, cosa che il trattamento laser non sempre consente. L’utilizzo di queste nuove IOL sta prendendo sempre più piede nel campo della chirurgia refrattiva. Nei pazienti di mezza età con difetti importanti e con il sopraggiungere della presbiopia, le IOL multifocali danno la possibilità di restituire una visione ottimale». Quale livello di rischio per il paziente hanno queste tecniche? «Il rischio chirurgico è paragonabile a quello generale di un intervento di routine. La sfida è ottenere un risultato perfetto e correggere il difetto al cento per cento, obiettivo alla base della mia filosofia professionale».

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IL RE DEL MARE CHE HA A CUORE LA SUA TERRA 332

di Michela Evangelisti

Ăˆ un uomo poliedrico e abituato a vincere a bordo del suo Mascalzone Latino. Ma in questo momento Vincenzo Onorato sembra avere un solo obiettivo: la scuola di vela per i bambini disagiati


RAGION LIBERA|TUTTA UN’ALTRA STORIA… Vincenzo Onorato

omo di mare, velista, armatore e anche scrittore. Vincenzo Onorato è napoletano doc, ed è il ritratto dell’italiano vincente. Nel 2007, a seguito delle numerose vittorie sportive ottenute, è stato nominato velista dell’anno. Imprenditore di grande successo, laureato in Economia marittima, ha deciso di utilizzare la sua esperienza e il suo talento per contribuire a risolvere i problemi della sua terra. I tanti successi di Mascalzone Latino hanno reso il team un simbolo della vela italiana e internazionale. Si può dire che avete contribuito a dare un’immagine vincente della vostra terra? «Sono napoletano e amo la mia città e la mia regione, terra di una bellezza unica al mondo, ma è indiscutibile che sia Napoli sia la Campania soffrano di grandi problemi antichi e mai risolti. Mi intristisce molto il luogo comune secondo il quale Napoli è sinonimo di malcostume o peggio. Credo che Mascalzone Latino abbia dato un piccolissimo contributo a portare avanti in Italia e nel mondo un’immagine diversa della Campania». Dai primi giri in barca da bambino nel golfo di Napoli ai mari di tutto il mondo. Quali sono gli obiettivi che ancora si prefigge di raggiungere? «L’obiettivo più importante per me in questo momento è la scuola di vela per i bambini disagiati che ho fondato a Napoli e che, dopo tre anni di lotte, avrà finalmente una nuova e bellissima sede, appena inaugurata.

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La vela a Napoli è un fenomeno elitario, legato ai circoli, e questo ne impedisce l’accesso ai ragazzi del popolo. In altre città invece, come ad esempio Trieste, la vela è un fenomeno di massa, e questo fa fiorire un numero elevato di campioni ogni anno. Quello che voglio è portare i ragazzi dei quartieri più difficili in mare, dare loro un altro orizzonte. Offrire dellechance è il nostro ruolo di servizio sociale. Scuola di vela vuol dire scuola di vita, ma anche la possibilità un domani di trovare un lavoro. In Italia a oggi non esiste infatti ancora una scuola per la formazione di professionalità legate alla nautica da diporto. Per quanto riguarda invece gli obiettivi sportivi di Mascalzone Latino, il prossimo traguardo è partecipare con successo alla Coppa America». Oltre a essere uomo di mare è anche fondatore e presidente di Moby Spa, società leader nei trasporti marittimi. Quanto l’innovazione e la tecnologia sono importanti per puntare in alto in tutti i campi della sua attività? «Il mondo è in continua evoluzione. Lo sforzo che tutti dobbiamo fare è quello non solo di promuovere il cambiamento, ma addirittura di inventarlo. Mascalzone Latino è challenger of record per la Coppa America, e siamo stati fin troppo coraggiosi nell’innovazione; l’edizione 34 della Coppa sarà infatti corsa con catamarani di 72 piedi

«Quella per la scrittura è una passione antica, che mi accompagna fin dall’adolescenza» (quasi ventidue metri) con vela alare, barche nuove, velocissime, assolutamente rivoluzionarie. Per quanto riguarda invece la Moby Lines, l’innovazione si declina nella tipologia e nella qualità dei prodotti che ogni anno bisogna lanciare per seguire e anticipare i gusti della clientela. Moby è leader indiscussa nei collegamenti in questa parte del mediterraneo centrale, e stiamo guardando con molto interesse al processo di privatizzazione della società di navigazione Tirrenia. L’intenzione è quella di concorrere nell’acquisizione». Questa primavera ha pubblicato un libro “Quando saremo vento sulle onde del mare”. Da dove nasce la passione per la scrittura? Ha altri libri nel cassetto? «Quella per la scrittura è una passione antica, che mi accompagna fin dall’adolescenza. Ora ho in mente una commedia che sto cercando di mettere insieme e che vorrei scrivere per mio figlio, che ha debuttato a teatro come attore. Comunque non si tratta di un’attività fine a se stessa: i proventi del libro uscito in primavera sono destinati a raccogliere fondi per la scuola di vela».



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