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Massimo Cellino

l calcio è uno spettacolo che coinvolge la gente». Inizia da queste parole l’incontro con Massimo Cellino, patron e primo tifoso del Cagliari Calcio. Una passione giovanile che si è concretizzata nel 1992, anno in cui ha acquistato «il suo Cagliari». Da quel momento, quando non è nella sua casa di Miami, le domeniche Cellino le passa sulle gradinate dello stadio Sant’Elia tra i tifosi. Per potersi occupare a tempo pieno della squadra rossoblù, dieci anni fa decise di lasciare le aziende del gruppo di famiglia (il gruppo cerealicolo Sem Molini Sardi, ndr). «Fare il presidente di una squadra di calcio – dice – è un impegno che non lascia spazio ad altro». Ma non è un gioco, anzi. «Il calcio e l’impresa sono assolutamente la stessa cosa. Lo sport è un’azienda a tutti gli effetti. Certo, nel calcio sembra che tutto si esaurisca nei 90 minuti della partita, ma così non è. Ci sono bilanci da far quadrare, fatturati da incrementare e costi da contenere. Il mio Cagliari è sano, e questo è il mio orgoglio maggiore». Negli ambienti calcistici ha la fama di essere uno dall’esonero facile e un presidente di certo eccentrico. Cellino si è fatto largo tra il gotha del calcio a suon di dichiarazioni scomode, come quando ha denunciato l’affaire dei diritti tv, e con la polemica sempre pronta con i big del calcio. Da presidente del Cagliari, ha assistito a circa quattrocentocinquanta partite, più volte ha manifestato la voglia di lasciare la poltrona ad altri: «lo avrei fatto se avessi avuto davanti persone inna-

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Dal mondo del calcio ho imparato a non mollare mai Il calcio e l’azienda. Due entità distanti, ma uguali. Tanto che per fare bene la prima, Massimo Cellino ha preferito lasciar guidare l’azienda di famiglia ai fratelli e dedicarsi alla squadra del Cagliari. E l’esserne presidente è insieme passione e responsabilità perché, dice, «siamo l’unica squadra sarda in seria A, quindi rappresentiamo tutta l’isola e ne avvertiamo il peso e l’orgoglio» Concetta S. Gaggiano

morate dei colori rossoblu, non è stato così per cui continuo a rimandare ogni anno», spiega. Lei ha iniziato giovanissimo a lavorare in azienda con suo padre. Quali insegnamenti le sono rimasti? E in cosa innovò il gruppo Cellino? «Mio padre mi ha insegnato tutto; quello che so l’ho imparato da lui. Per me è stata fondamentale l’esperienza in Australia, dal 1978 fino al 1983, dove ho stabilito contatti con importanti produttori locali di cereali. Grazie alla mia esperienza au- In apertura, Massimo straliana, il gruppo ha potuto ac- Cellino sul campo dello Sant’Elia di Cagliari; quisire la dinamicità necessaria per stadio sopra, con alcuni tifosi poter competere a livelli altissimi di sugli spalti dello stadio efficienza e innovazione sui mercati cagliaritano internazionali». Perché la decisione di lasciare l’azienda di famiglia e dedicarsi al  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 13


IL CALCIO NON È UN GIOCO

 Cagliari Calcio a tempo pieno?

Sotto, il presidente parla ai giornalisti nel dopo-partita; in basso, i giocatori del Cagliari festeggiano la salvezza nel maggio 2008 sul campo del Sant’Elia

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«Io non ho lasciato l’azienda, ma quando nel 92 comprai il Cagliari Calcio, mi resi conto che era difficile seguire da vicino tutte le aziende. Quindi, con i miei fratelli abbiamo deciso di dividerci i compiti all’interno della Sem Molini. Mi occupo a tempo pieno dell’azienda Cagliari Calcio, ma continuo a dare una mano al gruppo». Nel 2004 ha anche tentato di entrare in politica. Perché poi se ne è allontanato e cosa della politica di oggi non le piace? «Allora diedi semplicemente la mia

disponibilità a una richiesta che mi era stata fatta da Silvio Berlusconi e Beppe Pisanu. Ho sbagliato, però, ad accostare il mio nome alla politica, perché il calcio non può e non deve essere associato a nessun colore o bandiera politica, ma deve fare da collante tra i tifosi. Sono liberale come lo era mio padre, ma in quel momento ho visto l’impegno politico più come un dovere sociale in quanto presidente del Cagliari Calcio. Dopo ho capito che è stato un errore». Il calcio professionistico come attività d’impresa. Crea lavoro e muove denaro, ma non c’è il rischio che con tanta esasperazione, anche mediatica, possa perdersi per strada la passione per il gioco? «Il calcio è come un film: quando si va al cinema il film dura un’ora e mezza, ma nessuno si è mai chiesto a fine pellicola quanto lavoro c’è dietro quello spettacolo. Chi rimane seduto in poltrona a guardare i titoli di coda per vedere i nomi delle maestranze che hanno reso possibile la visione di quella pellicola? E invece dietro lo schermo c’è una vera e propria industria. Lo stesso vale per il calcio: una partita dura novanta minuti, ma la preparazione della squadra durante la settimana, gli sponsor, il marketing, la preparazione dell’evento-partita, c’è una macchina organizzativa imponente che si muove per la riuscita di quei novanta minuti». È il diciottesimo campionato da presidente, lo avrebbe mai detto? «Assolutamente no, mi sembra ieri di aver acquistato il Cagliari, ma grazie alle mie valvole di sfogo non mi sono “bruciato” il cervello. Il calcio, soprattutto se hai la fortuna di


Massimo Cellino

Massimo Cellino ha iniziato come presidente della Sem Molini Sardi azienda di famiglia che commercializza cereali; sotto è con i due fratelli a cui ha lasciato la guida dell’azienda dopo l’acquisto del Cagliari Calcio



Essere il presidente del Cagliari vuol dire avere una grande responsabilità sulle spalle perché il Cagliari è l’unica squadra di calcio dell’isola che milita in serie A, quindi rappresentiamo i colori dell’intera isola essere presidente della tua squadra del cuore, è bellissimo, ma ti assorbe 365 giorni l’anno, non esistono ferie o festività, si vive costantemente sotto i riflettori. Fortunatamente il golf e la musica mi hanno salvato dal farmi fagocitare dalla pressione». Ci sono stati dei momenti difficili in cui ha pensato di lasciare la presidenza? «Più volte ho espresso l’intenzione di lasciare, ma alla fine sono sempre rimasto al mio posto. Avrei lasciato la poltrona se avessi trovato acquirenti veramente coraggiosi e innamorati dei colori rossoblu, ma soprattutto, avrei lasciato la squadra a chi fosse stato pronto a rischiare in proprio per acquistarla. Non è stato così, quindi continuo a rimandare



ogni anno». Sul suo sito c’è scritto: “il cammino alla guida della società non è mai stato facile. Il calcio italiano è una sfida continua, contro realtà più attrezzate e potenti economicamente”. Cosa significa? «Significa che il calcio italiano è sbilanciato a favore di pochi grandi club. La mia squadra fattura 30-40 milioni di euro ogni anno, le big del campionato arrivano a fatturarne 300-400. Ma il mio obiettivo non è raggiungere quelle cifre, ma riuscire a far rimanere la squadra nella massima serie. Sulla nostra sede c’è una bandiera enorme del Cagliari con una A disegnata, ecco io voglio che quella bandiera sventoli sempre e che sia motivo di orgoglio e vanto

per tutti i miei tifosi. Ogni salvezza per me è motivo di orgoglio, equivale a vincere un campionato». Ogni tifoso vorrebbe sognare in grande per la propria squadra. Come si coniugano le aspettative della tifoseria e il rigore nel bilancio? «È giusto che ogni tifoso sogni il meglio per il Cagliari, e a me piace che lo facciano. Il mio compito, però, è mantenere una società sana con i conti a posto e capace di rimanere in serie A, e il Cagliari rappresenta tutto ciò. È chiaro che i tifosi mi chiedono di comprare dei fuoriclasse come Ronaldinho, ma la mia sfida è quella di crescere i campioni di domani nel vivaio del Cagliari di oggi. Mi piace pensare che tra i ragazzi che frequentano il nostro centro ci sia il fuoriclasse che ci permetterà nelle prossime stagioni di giocare in serie A». Uno dei fiori all’occhiello della squadra è il centro sportivo “Ercole Cellino”, struttura polifun-  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 15


IL CALCIO NON È UN GIOCO



È giusto che ogni tifoso sogni il meglio per il Cagliari, e a me piace che lo facciano. Il mio compito, però, è mantenere una società sana con i conti a posto e capace di rimanere in serie A, e il Cagliari rappresenta tutto ciò



 zionale che da poco ospita un’Ac- coraggio di lanciare le proprie idee e dra, ma l’area resterà comunque cademia della musica. Quanto è importante, soprattutto in periodi come questo, puntare sui giovani? «I cinque anni in Australia sono stati fondamentali, per la mia crescita e per la mia educazione. Quando arrivai lì ero un ragazzino e per darmi un tono e sembrare più maturo mi vestivo in modo da sembrare più vecchio. Invece gli australiani mi fecero capire che stavo sbagliando, che non dovevo spacciarmi per quello che non ero e dimostrare l’età che avevo perché il futuro è dei giovani che sanno costruirselo, che hanno il

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credere in quello che fanno. In Italia purtroppo non è così, il nostro è un Paese vecchio che non lascia spazio ai giovani. Per me non è così, io ho sempre puntato sui giovani, dal vivaio del Cagliari cerco sempre di allevare i talenti che poi in prima squadra ci porteranno tante soddisfazioni, mi circondo di giovani anche nel mio staff, ragazzi brillanti e con l’entusiasmo di voler fare. Questa è anche la filosofia con il quale è nato il centro». Stadio Sant’Elia. Si va verso una lunga concessione alla sua squa-

pubblica. Ma l’idea di uno stadio di proprietà lei l’ha abbandonato? «Il Cagliari calcio merita di esibirsi su un proprio palco e ha bisogno di uno stadio. È un problema che ho sempre sollevato, ma le mie richieste sono state fraintese, io non voglio assolutamente speculare. Voglio, invece, sgombrare il campo da qualsiasi scusa i burocrati possano anteporre alla realizzazione della struttura: mi dicano loro come fare, l’importante è che lo stadio si realizzi perché la città e la squadra lo meritano».


IL PUNTO

Stiamo costruendo le strade dello sviluppo per il rilancio dell’Isola La Sardegna si mette all’opera. È stata firmata, infatti, l’intesa tra governo e Regione per il superamento del gap infrastrutturale che l’ha caratterizzata fino a questo momento. «Si aprono nuovi scenari» sottolinea orgoglioso il governatore Ugo Cappellacci. E assicura: «Questo rilancerà lo sviluppo dell’Isola»

o scorso 2 ottobre è stata firmata l’intesa tra governo e Regione Sardegna in tema di infrastrutture. Un risultato «di cui andare fieri e orgogliosi». Un traguardo Giusi Brega importante che mira a intervenire strategicamente per colmare il deficit infrastrutturale della Sardegna rispetto alle altre Regioni. In quest’ottica, l’intesa va vista come «base e stimolo» per continuare a lavorare «sempre meglio e di più» per dare all’Isola una possibilità di rilancio sul fronte economico e sociale. «La realizzazione degli interventi – sottolinea il presidente della Regione Ugo Cappellacci – rappresenta un’indispensabile precondizione per la rilanciare lo sviluppo». Nel dettaglio, l’intesa contempla interventi di completamento e rafforzamento dei fondamentali assi viari regionali, del sistema della portualità, degli schemi idrici e delle infrastrutture per la mobilità delle principali aree urbane. L’intesa, che ha una prospettiva di attuazione pluriennale, «contiene un primo gruppo di opere strategiche prioritarie immediatamente cantierabili – continua Cappellacci – nel senso che già si dispone della Nella foto, Ugo Cappellacci, Presidente della Regione Sardegna progettualità necessaria per avviare

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Ugo Cappellacci

DALLA PARTE DEGLI IMPRENDITORI obbiamo unire le forze e gli sforzi per costruire insieme le condizioni che creino prospettive per lo sviluppo». Così il presidente della Regione Ugo Cappellacci, partecipando al convegno organizzato a Nuoro dalla Confindustria della Sardegna Centrale, ha incitato imprenditori e istituzioni locali a “fare sistema” per potenziare il tessuto produttivo del territorio. Cappellacci ha assicurato l’impegno della Giunta di andare oltre le intese a vantaggio di risultati concreti. «Gli accordi spesso rimangono solo un insieme di bei desideri condivisi da due soggetti, mentre noi vogliamo fare delle scelte chiare e dare sostanza agli intenti comuni con risorse da destinare solo laddove vi sia progettualità». La velocità d’azione dell’esecutivo regionale, sollecitata anche dagli imprenditori che esigono tempi certi nelle risposte della Pubblica amministrazione, è confermata dalla delibera approvata dall’esecutivo regionale lo scorso 20 ottobre, con cui è stato modificato un atto di indirizzo programmatico, adottato nel 2007, che rischiava di portare al collasso il settore lapideo con divieti e vincoli al rilascio di nuove concessioni e autorizzazioni, nonché sulla durata delle stesse. «Prendiamo atto che la Giunta regionale sta portando avanti ottimi risultati – ha commentato il presidente dell’Associazione degli industriali della Sardegna Centrale, Salvatore Nieddu – perché, in particolare con questo provvedimento, ha creato opportunità importanti per gli imprenditori che, se interessati all’attività estrattiva, dovranno anche garantire il ripristino ambientale».

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gli affidamenti dei lavori e un secondo gruppo di opere sempre ritenute strategiche, ma non ancora cantierabili». Cosa rappresenta questa intesa in termini di opportunità per la regione? «È un atto politico e programmatico di grande rilevanza. Appare evidente, infatti, che le prospettive di sviluppo legate alla nostra centralità mediterranea non possano essere affrontate sulla sola scala regionale, ma impongono uno stretto rapporto di collaborazione con il governo nazionale.

Sono queste le ragioni che fin dai primi mesi del nostro mandato ci hanno visto impegnati in una stretta collaborazione con il governo, non solo per le delicate partite della crisi industriale, ma proprio e in particolare per disegnare, in stretta collaborazione, i nuovi percorsi di sviluppo della nostra Isola che presuppongono una visione strategica di portata nazionale e internazionale. Non possiamo dimenticare, inoltre, che la legge delega sul federalismo fiscale contiene per la Sardegna un “di più” fondamentale, quasi una pre- 

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IL PUNTO LE OPERE PER LA SARDEGNA Il totale delle opere prioritarie e cantierabili previste dall’accordo, suddivise per tipologia e investimento Corridoi stradali Sistemi urbani Schemi idrici Hub portuali

2,06 miliardi 1,18 miliardi 409,34 milioni 220,18 milioni di cui

Investimento totale

Porto Cagliari Porto Olbia-Golfo Aranci Porto di Porto Torres

90 milioni 84,68 milioni 45,50 milioni

3,86 miliardi di euro

 condizione per poter affrontare e adeguamento della principale arcorrettamente il tema stesso del federalismo, perché riconosce per la prima volta gli svantaggi dell’insularità e introduce un principio fondamentale di equità e di riequilibrio. La sottoscrizione dell’intesa fa parte integrante di questa nuova prospettiva che apre per la Sardegna nuovi scenari dove i sardi non dovranno più subire negativamente i “costi” e le diseconomie derivanti dall’insularità, grazie all’azzeramento dei divari socio-economici e infrastrutturali che saranno misurati e compensati dallo Stato e dall'Unione europea». Quali sono gli interventi prioritari previsti dall’intesa? «Fra i principali interventi vanno ricordati quelli di completamento

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teria regionale, la Strada statale Cagliari-Porto Torres; la SassariOlmedo-Aeroporto di Alghero; la Nuoro-Olbia-Santa Teresa di Gallura e la Sassari-Olbia, la cosiddetta “Orientale Sarda”. Non meno importanti sono i punti del provvedimento che riguardano i nostri hub portuali e interportuali di Cagliari, Porto Torres, Olbia e Golfo Aranci, il completamento del sistema idrico Tirso-Flumendosa con uno specifico lotto per il Sulcis-Iglesiente e gli interventi per la realizzazione delle metropolitane di Cagliari e di Sassari. Come si può vedere, vogliamo una Sardegna in “libertà di movimento”, sia interna e sia al di là del mare».

La strada Sassari-Olbia è dunque confermata come priorità? «Non può che essere così: quella strada ha livelli di pericolosità inaccettabili e purtroppo continua a mietere vittime. Per noi si tratta di un forte impegno etico e morale, prima ancora che politico. Per questa ragione l’intesa sottoscritta al fine di sgombrare ogni dubbio sul fatto che la strada si farà, prevede in modo esplicito l’impegno congiunto di Regione e governo per assicurarne la copertura finanziaria». Come mai restano fermi gli obiettivi strategici di fondo dell’Intesa del 2002, tipo la grande Piastra logistica nel Mediterraneo? «Le nuove dinamiche dei flussi internazionali delle merci assegnano al Mediterraneo il ruolo di centro




Le prospettive di sviluppo legate alla nostra centralità mediterranea non possono essere affrontate sulla sola scala regionale, ma impongono uno stretto rapporto di collaborazione con il governo nazionale



nevralgico della politica mondiale. L’area mediterranea sembra il vero nuovo punto di riferimento del mondo in divenire. Nonostante i molti ritardi del nostro sistema Paese, la partita della portualità e

della logistica in Europa è ancora apertissima e il transito negli scali mediterranei sta diventando sempre più vantaggioso rispetto ai porti del Nord Europa. La Sardegna non può perdere questa grande occasione. Per queste ragioni, oggi è ancor più strategica e lungimirante la scelta del 2002, peraltro fatta quando il governo sia regionale che nazionale era di centrodestra, di puntare a valorizzare le potenzialità dell’Isola quale grande piastra logistica nel mediterraneo, inserita nei principali flussi internazionali di mobilità delle Autostrade del mare e nei cicli di produzione legati a tali flussi. Con la nuova intesa si aggiorna e si integra il quadro delle opere necessarie per il raggiungimento di

questo importante obiettivo». A quanto ammonta l’investimento totale? «Il totale delle opere prioritarie e cantierabili ammonta a 3,86 miliardi di euro complessivi, ripartiti tra corridoi stradali, hub portuali, schemi idrici e sistemi urbani. Con la richiesta di inserimento fra le opere strategiche della legge obiettivo, quale allegato del prossimo Dpef nazionale, la Regione conta sulla copertura a carico dello Stato di un fabbisogno per il prossimo triennio 2010-2013 pari a 1,27 miliardi di euro e sulla copertura della parte residua negli anni successivi pari a 1,38 miliardi di euro; la parte residua, pari a circa 1,2 miliardi di euro, sarà cofinanziata dalla Regione». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 21


Vetusto, ma non desueto, lo Statuto va ammodernato H

a compiuto i sessant’anni nel 2008. Per più di mezzo secolo, da quel lontano 26 Da tempo si parla di una revisione dello Statuto regionale febbraio 1948 quando fu approvato, lo Statuto speciale ha guiapprovato il 26 febbraio 1948. Nella passata legislatura, ci dato l’autonomia della Sardegna. provò il centrodestra con un comitato di quindici esperti Da tempo, si parla di una sua reche elaborò “Sa carta de Logu noa”. Per il senatore azzurro visione. Tenuto conto dei cambiamenti più o meno recenti Mariano Delogu la via più sensata per una nuova carta quali la revisione del titolo V passa da una proposta della Giunta regionale e successivo della Costituzione e la riforma passaggio referendario federale. Cinquantotto articoli varati con legge costituzionale Federica Gieri che, oltre a definire i compiti degli organi istituzionali sardi e i rapporti con lo Stato e il sistema delle autonomie locali in Sarde-

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Mariano Delogu

gna, disciplina il potere di legiferare in maniera esclusiva su ordinamento degli enti locali, edilizia, urbanistica, agricoltura e foreste. Vetusto, ma non tanto da essere considerato carta straccia. Almeno non per Mariano Delogu. Anzi, «può rappresentare una valida base per la riscrittura di un nuovo testo statutario – osserva il senatore del Pdl –. Certo è che il nostro Statuto, come del resto la Carta Costituzionale, ha bisogno di un ammodernamento». Quali sono i limiti della Carta sarda? Forse un marcato centralismo regionale nei confronti degli enti locali? «È vero. Le Regioni a statuto differenziato hanno la tendenza, al loro interno, di mutuare dalle strutture centrali dello Stato lo stesso spirito centralista che tende a far coincidere in un unico soggetto tutti i poteri a disposizione. La Costituzione italiana aveva disegnato una forma dello Stato che i giuristi hanno definito a “stella” e cioè con tante articolazioni, le Regioni in particolare. Il centro sarebbe stato determinato dalla confluenza dei vari raggi degli enti che hanno il compito del governo complessivo delle comunità regionali. Tale modello doveva riprodursi anche all’interno delle singole regioni. Purtroppo così non è stato. Al centralismo romano si sono aggiunti i centralismi delle varie capitali regionali, almeno per quanto riguarda le materie lasciate alla competenza delle Regioni e tutto questo a scapito degli Enti locali periferici». Di una sua eventuale rielaborazione si parla molto e da



La riforma più sensata sarebbe una proposta di Giunta, magari che assuma il testo de “Sa carta de Logu noa”, da discutere nel Parlamento regionale e da affidare poi a un referendum d’approvazione



molto tempo. Qual è lo stato dell’arte? «Se ne parla da molto tempo, ma non vi è in atto, da parte della Regione Autonoma della Sardegna, nessun iure condendo che riguardi la riscrittura dello Statuto. Nella passata legislatura, l’allora minoranza di centrodestra si fece garante del lavoro di un comitato di quindici esperti, denominato “Firma per la tua Sardegna”, che, al termine dei lavori durati due anni, ha proposto un testo di Statuto, chiamato “Sa carta de Logu noa”». A chi affidarne un’eventuale riscrittura, a una “Bicameralina”, al Consiglio regionale oppure a un pool di esperti? Ritenete poi opportuno un passaggio attraverso l’istituto del referendum per saggiare l’approvazione o meno dei sardi? «Le strade percorribili sono tante e diverse. Alcuni partiti politici, anche dell’attuale maggioranza, propendono per una Costituente composta da sessanta membri eletti dal popolo; altri, vorrebbero una Consulta interna regionale; Mariano Delogu, senatore del Pdl. Nella pagina altri ancora, una proposta di legge Sopra, a fianco, il Consiglio regionale in via Roma a Cagliari. popolare. Infine, quella che mi Nella pagina seguente, l’aula del Consiglio regionale e dello Statuto sardo insieme allo stemma sembra la più sensata e la più fa- un’immagine dei quattro mori nel quale tutti i sardi riconoscono la cilmente percorribile, sarebbe una propria appartenenza identitaria proposta di Giunta, magari che assuma il testo de “Sa carta de  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 39


STATUTO E AUTONOMIA

 Logu noa”, da discutere nel Parla-



Alla base di un eventuale nuovo Statuto ci dovrebbe essere l’affermazione che il popolo sardo è un popolo d’Europa con identità peculiare, una propria storia, una propria lingua, una propria cultura, proprie tradizioni, un proprio territorio e che vorrebbe poter decidere del proprio avvenire



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mento regionale e da affidare poi a un referendum d’approvazione». Quali sono i principi fondamentali imprescindibili che devono rientrare nello Statuto? «Alla base di un eventuale nuovo Statuto ci dovrebbe essere l’affermazione che il popolo sardo è un popolo d’Europa con identità peculiare, con una propria storia, una propria lingua, una propria cultura, tradizioni specifiche e un territorio tipico; un popolo che vorrebbe poter decidere del proprio avvenire e che, nella prospettiva di un ordinamento federale asimmetrico della Repubblica italiana, rafforzi e garantisca l’esercizio e il raggiungimento delle libertà e di un’effettiva giustizia sociale, dello sviluppo economico, della diffusione della cultura, della coesione sociale. Infine, i sardi vorrebbero che le basi del nuovo Statuto fossero la sussidiarietà, la sicurezza e la pace. Al momento

tutto ciò non pare essere stato realizzato: basti pensare, giusto per fare un esempio, che i sardi pagano per l’energia elettrica molto più che nelle altre regioni». Spesso si associa la Sardegna all’idea di isolazionismo quando, invece, sull’isola, data la posizione, pare prevalere l’ottica del regionalismo europeo o dei rapporti con i paesi dell’area mediterranea. A quali specificità dell’isola dovrebbe rispondere un nuovo statuto? «A noi interessa che il governo centrale riconosca che la Sardegna è l’isola più periferica nel Mediterraneo facente parte integrante della Repubblica italiana. Per questo l’isola rivendica un’effettiva, illimitata continuità territoriale con la parte continentale dello Stato e con il resto dell’Unione europea». La Sardegna è già una regione a statuto speciale, quanto il federalismo può aiutare e influenzare la nuova “costituzione”? «Spero che non ci si riferisca al federalismo storico, quello che, tanto per intenderci, farebbe recedere l’Italia da Stato unitario a Stato composto. In realtà, il nostro Stato ha già conosciuto il federalismo dal 1720 al 1847 quando il Regno di Sardegna comprendeva in forma federale il Regno di Sardegna isolano, il Principato di Piemonte, il Ducato di Savoia e la Contea di Nizza. È chiaro che in tale sventurato caso non si avrebbe più uno Statuto regionale, ma una Costituzione statale vera e propria. Spero, quindi, che ci si riferisca al federalismo inteso come sottotipo


dello Stato unitario. Questo federalismo, per non creare equivoci e fomentare aspirazioni indipendentiste, dovrebbe assumere la veste di devolution». In tema di federalismo fiscale, c’è l’esigenza, anche nell’ottica di una finanza perequativa e di riequilibrio, di riaffermare i principi di solidarietà ed eguaglianza nell'ambito del territorio nazionale. Tenuto conto che, spesso, si leva l’accusa di non saper garantire una legge che dia ai sardi gli stessi diritti degli altri italiani. «A seguito della legge 42/2009, in Italia si è avviata la riforma del sistema fiscale previsto dall’articolo 119 della Costituzione che ne contiene i princìpi. Il federalismo fiscale, come si sa, è una dottrina economico-politica volta a instaurare una proporzionalità diretta fra imposte riscosse in una determinata area del Paese, come le regioni, le città metropolitane,

le province, i comuni, e le imposte effettivamente utilizzate dall’area stessa. Non è il caso, qui, di elencare le ragioni che hanno portato a questo sistema integrato e coordinato tra i vari livelli dello Stato e che prende il nome di fisco federale. Esso mira sostanzialmente a contenere la spesa pubblica attraverso l’acquisizione di una responsabilità diretta degli enti territoriali. E, almeno nelle intenzioni, mira a colmare il divario fra il Nord e il Sud della nazione attraverso un sistema di sussidiarietà e di solidarietà che garantirebbe alle regioni meno fortunate di progredire tramite misure di fiscalità di sviluppo. Finora il fisco federale è attuato nell’Alto Adige e in Sicilia. Lo auspica la Padania. La Sardegna non si è ancora pronunciata». Qual è la prospettiva dei nuovi rapporti con lo Stato che dovrebbe essere contemplata nello Statuto?

«La prospettiva è che i rapporti fra la Regione autonoma della Sardegna e il governo centrale siano ispirati al principio della pari dignità istituzionale e, considerata la nostra insularità, anche a quello della sussidiarietà e della solidarietà». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 41


ESTERI

Uno sguardo su due mondi Poteva essere un azzardo. Ma lavorare ad Al Jazeera, per Barbara Serra, si è rivelata un’esperienza preziosa. Che le ha donato una visione d’eccezione su due realtà, Islam e Occidente, più vicine di quanto si creda. E più complesse di quanto le rispettive immagini possano far pensare Daniela Panosetti

Barbara Serra, 34 anni, giornalista e conduttrice televisiva. Dal 2006 fa parte della redazione londinese di Al Jazeera English

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n canale arabo, ma pensato per un pubblico internazionale. Così è nata tre anni fa l’idea di Al Jazeera English, con sedi in Inghilterra, Usa, Malaysia, Quatar. E tra i reporter che l’hanno vista nascere, nel 2006, per poi accompagnarla in questi primi anni, c’era anche Barbara Serra. Italiana di nascita, danese di crescita, inglese d’adozione. Il nostro pubblico ha imparato a conoscerla da poco, grazie a una vetrina settimanale a TvTalk, su Rai Educational. Ma per gli inglesi questa giovane italiana, determinazione nordica e fascino mediterraneo, è stata la prima anchorwoman non di madrelingua a presentare un tg nazionale. L’Italia e la Sardegna, terra d’origine del padre, hanno però lasciato più di una traccia nella sua vita. In Sardegna ha avuto la prima esperienza in tv e in Sardegna ha scelto anche di sposarsi, un anno fa. «Da bambina era lì che trascorrevo le vacanze estive – racconta –. Lì riconosco le mie radici, come la testardaggine tipica del carattere sardo, che credo di aver ereditato». Che però, per una giornalista, può essere una qualità. «Del resto, se non lo fossi – ammette – non avrei neppure intrapreso l’avventura ad Al Jazeera». Lei si è unita alla squadra di Al Jazeera English fin dall’inizio. Qual è il bilancio di questa esperienza, oggi?

U


Barbara Serra

«Quando nel 2006 ho firmato il contratto, è stato un po’ un salto nel buio, perchè il canale non era ancora in onda, non esisteva. Ma oggi sono molto felice di com’è andata e credo che sia stata la decisione giusta. Non solo perchè il canale sta andando molto bene e rappresenta una voce necessaria nel panorama del newsmaking internazionale, ma anche a livello personale, per le esperienze che mi ha permesso di vivere. Quello che ho imparato qui in tre anni non credo avrei potuto impararlo altrove. Poi, certo, è chiaro che ogni emittente è diversa: la Bbc è diversa dalla Rai, così come Sky lo è dalla Cnn. Ma Al Jazeera English rimane una realtà unica, perchè è il primo canale internazionale rivolto a un pubblico mondiale, ma che non viene dal-

l’Occidente». In questi anni lei ha senza dubbio sviluppato una sorta di “doppio sguardo” sulle due realtà. Cosa l’Occidente dovrebbe imparare dal mondo arabo e vi- Cosa significa aver vinto ceversa? in Afghanistan? Quando «Sicuramente la più grande le- si stabilisce chi ha vinto zione dell’Occidente è la demoo perso? Quando crazia, che manca nella maggior parte dei Paesi arabi. Dal mondo si potranno ritirare arabo dovremmo, invece, impa- le truppe? Tutto questo rare un maggiore relativismo, la è ancora da definire consapevolezza che la propria realtà non è l’unica valida e degna di diritti. Questo non significa che l’Occidente non percepisca le enormi differenze culturali sociali al suo interno, anzi. Il problema è semmai credere che il nostro modello debba essere quello dominante: è in questo che l’esempio del mondo arabo può essere illu- 





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ESTERI

Barbara Serra e Benedetto XVI rientrano da un viaggio dal Medio Oriente

 minante, nel ricordarci non tanto che ci sono culture diverse, ma che hanno pari dignità». In Afghanistan è appena stato rieletto Karzai. Cosa significa questa conferma per il mondo islamico e, di rimando, per quello europeo? «Di sicuro l’elezione è stata eseguita in modo scorretto, dando dunque un cattivo esempio di democrazia. O meglio, possiamo dire che in questo caso la democrazia non ha funzionato. Poi bisognerebbe anche capire la posizione dei vari paesi e delle truppe che sono in Afghanistan. Cosa significa aver vinto in Afghanistan? Quando si stabilisce chi ha vinto o perso? Quando si potranno ritirare le truppe? Tutto questo è ancora da definire». In Iran invece la situazione 44 • DOSSIER • SARDEGNA 2009

sembra inasprirsi. Come si evolverà la situazione dell'informazione? «È impossibile dirlo. O meglio io non ho gli elementi per farlo. So solo che è molto difficile fare giornalismo in Iran e che chi lavora in quel contesto incontra ogni volta grandi ostacoli. È anche vero però, che l’Iran è un Paese popolato da giovani, che riescono a comunicare con altri mezzi, attraverso internet ad esempio. Non tutte le strade, quindi, sono chiuse. Ma almeno per ora le difficoltà di informazione rimangono pesanti». Recentemente ha seguito il viaggio di Papa Benedetto in Medio Oriente, un evento importante, anche dal punto di vista simbolico. Qual è stato il

momento più significativo di questa esperienza? «Dal punto di vista personale sicuramente l’incontro privato col Santo Padre, avvenuto alla fine del viaggio. Come giornalista, però, il momento più toccante è stata la celebrazione della messa a Betlemme. Per noi europei, sempre più lontani dalla religione, la presenza del Papa è qualcosa di scontato. Vedere invece tutto quel fervore, quella folla accorsa a vederlo sotto il sole cocente del Medio Oriente, sapere che si trattava di cristiani, sì, ma palestinesi, dunque davvero una minoranza della minoranza, una parte minore di un popolo già di per sé oppresso, ecco quello è stato senza dubbio un giorno che non dimenticherò».


La diversità mi è entrata dentro U sin dall’infanzia Un vero e proprio modello giornalistico non l’ha mai avuto. Ha apprezzato tanti professionisti e i loro stili diversi, senza esserne però davvero condizionata. Ciò che invece l’ha sempre influenzata sono le sue origini e il suo cuore sardo per metà Lara Mariani

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na tempra forte. Una volontà tenace. E un carattere deciso. Anche se è sarda solo per metà – l’altra metà romana le è stata trasmessa dalla madre Letizia – Bianca Berlinguer possiede, decisamente marcati, tutti i tratti caratteriali tipici dei sardi. Compresa la testardaggine, che «se non diventa ostinazione insensata rappresenta una molla fondamentale per andare avanti, insieme alla costanza e alla capacità di non lasciarsi abbattere dalle sconfitte». Sentir parlare proprio lei di sconfitte, però, sembra quasi fuori luogo. Proprio lei che, da anni volto simbolo del Tg3, oggi ne è diventata direttore.


Bianca Berlinguer

Proprio lei che ha convissuto elegantemente con un cognome ingombrante, senza mai esibirlo, per scelta, e dimostrando semplicemente la sua tempra e il suo valore. Proprio lei che oggi ammette: «Ho sempre pensato che nel mio carattere ci sia molta Sardegna». Vivendo stabilmente “nel continente”, cosa le manca di più della Sardegna? «Sin da quando era bambina sentivo la diversità di questa terra, una diversità che mi è entrata dentro e che riconoscevo immediatamente appena scesa dal traghetto o dall’aereo. Quella luce speciale, quei colori forti, quegli odori inconfondibili. A Roma, tutto questo mi manca molto». L’immagine che spesso “passa” della Sardegna è quella di una regione forse ancora troppo conservatrice e chiusa. Cosa si dovrebbe fare per svecchiare questa immagine? «Basterebbe far conoscere le nuove realtà, oggi ancora decisamente trascurate, dove si manifestano eccellenze. Basti pensare ad alcune facoltà universitarie e alla produzione artistica, letteraria e musicale molto vivace». Crede che in Sardegna ci sia spazio sufficiente per i giovani? «Mi sembra di ricordare che la Sardegna abbia il più basso tasso di fertilità di tutta Italia. Dunque è molto forte il rischio che non solo lo spazio per i giovani resti molto esiguo, ma che in futuro non ce ne sia affatto». Quali sono le criticità e i punti di forza della regione? «Un’economia che si affida in maniera rilevante a un turismo “mordi e fuggi”, che consuma l’ambiente e non lo tutela e che si rivela incapace di offrire servizi veri sul piano delle

In apertura, Bianca Berlinguer, figlia del leader comunista Enrico, agli inizi della carriera ha scritto per il Messaggero. Nel 1985 è entrata a far parte della redazione di Mixer (Rai2). Nel 1991 è passata a Rai3. Il primo ottobre è stata nominata direttore del Tg3. Sotto il parco scientifico e tecnologico di Pula



Si potrebbero valorizzare quelle situazioni di eccellenza che, pur tra mille difficoltà, si sono affermate in questi anni, il polo tecnologico di Pula e la facoltà di architettura di Alghero



infrastrutture e in più un sistema di trasporti davvero arretrato. Tutto ciò non può portare da nessuna parte. I servizi pubblici, in particolare le ferrovie, sono rimasti a cinquanta anni fa. Quanto ai punti di forza, si potrebbero valorizzare quelle situazioni di eccellenza che, pur tra mille difficoltà, si sono affermate in questi anni. Penso in particolare al Polo tecnologico di Pula e alla facoltà di Architettura di Alghero che, nella classifica del ministero, risulta la prima d’Italia». Come valuta le istanze indipendentiste sarde? «Distinguerei tra indipendentismo

e separatismo da una parte e sardismo democratico dall’altra. Il separatismo, come valorizzazione dell’autonomia e come tutela di una cultura regionale, credo sia degno del massimo rispetto. Il resto è solo un’utopia impraticabile e pericolosa». Che cosa si augura per il futuro della Sardegna? «Che riesca a trovare una sua strada e un suo modello di sviluppo, evitando la tentazione dell’isolazionismo e rifuggendo la dipendenza da un sistema economico che spesso si limita a elargire solo sussidi incapaci di produrre qualcosa di duraturo». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 47


FONDI FAS

Ecco i finanziamenti per l’economia sarda Sono 23 i miliardi di euro che il governo si accinge a sbloccare per finanziare i Par della Sardegna. Infrastrutture, reti energetiche e nuove tecnologie sono i capitoli di spesa finanziati. Così da «ridurre il consistente divario infrastrutturale che caratterizza l’isola rispetto alle altre regioni», spiega l’assessore Andreina Farris Federica Gieri

anca solo un ultimo passaggio burocratico prima del visto finale che vedrà passare (in varie tranche) dalle casse dello Stato a quelle della Regione Sardegna circa 23 miliardi di euro per finanziare i Programmi attuativi regionali e dare così una risposta concreta alla crisi. «Il ministro dello Sviluppo economico, Claudio Scajola e il sottosegretario Gianni Letta – spiega l’assessore regionale all’Industria Andreina Farris – hanno confermato che i fondi Par-Fas ci sono e hanno garantito la loro impegnabilità. Mi è stato assicurato che l’istruttoria sulla rimodulazione dei finanziamenti è praticamente terminata e che in termini rapidi si andrà al Cipe per l’approvazione definitiva». Durante il vertice Stato-Regioni dell’ottobre scorso, ricorda l’assessore della giunta Cappellacci, «il ministro Scajola ha annunciato il via libera del Cipe allo sblocco dei fondi in tempi rapidi. Le verifiche, come ha precisato il ministro, sono necessarie perché stiamo parlando di risorse ingenti, circa 23 miliardi di euro dei Programmi attuativi regionali destinati a dare una risposta concreta alla crisi, a cui si aggiungono ulteriori 60 miliardi di euro di stanziamenti comunitari». Quanto possono essere importanti questi fondi per lo sviluppo di una regione? «In linea generale, la strategia è tesa a ridurre il

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consistente divario infrastrutturale che ancora caratterizza la nostra Isola rispetto alle altre regioni italiane. A questo proposito è prevista una forte concentrazione degli interventi nelle infrastrutture e nelle reti di servizio, così da rendere maggiormente competitivo e più appetibile per le imprese il “Sistema Sardegna”». A quali opere sono destinati? E con quali tempi di realizzazione? «I fondi sono destinati agli interventi urgenti e prioritari già programmati che riguardano le infrastrutture, le reti energetiche e le opere di rapida realizzazione. Si tratta di progetti fondamentali che danno sostegno sia alle attività produttive, che alle imprese. La loro attuazione avrà effetti benefici anche sull’occupazione, sul sistema del credito e sulla sanità. Questa dotazione finanziaria così imponente darà ossigeno ad un sistema produttivo che soffre di deficit

Sotto, l’assessore regionale all’Industria, Andreina Farris. Nella pagina seguente, una seduta della giunta Cappellacci al lavoro


Andreina Farris

strutturali storici, aggravati dall’insularità. Per quanto riguarda i tempi di realizzazione, ci auguriamo fortemente che venga garantito il rispetto degli obiettivi di spesa, fissati entro il 31 dicembre prossimo». Tra i cantieri c’è anche la Sassari-Olbia? «Rientra nel piano delle infrastrutture strategiche della Legge obiettivo ed è prevista nell’atto aggiuntivo dell’intesa generale quadro sottoscritta dal governo con la Regione il 2 ottobre. Inoltre è a tutti gli effetti l’asse portante di un’operazione determinante per la crescita e lo sviluppo dell’intera Sardegna. Il ministro Matteoli, all’ultimo Cipe, ha illustrato l’itinerario che intende seguire per l’approvazione del progetto e l’avvio concreto delle opere relative all’asse autostradale Olbia-Sassari. Abbiamo piena fiducia nel governo Berlusconi, un governo vicino ai sardi, per cui crediamo che la procedura stia seguendo il suo iter ordinario». Le infrastrutture possono essere un volano della vostra economia? «Senza alcun dubbio. Non esiste sviluppo forte e duraturo nel tempo senza infrastrutture moderne. Anche le nuove tecnologie, infatti, necessitano di un’implementazione logistica concreta. Se non abbiamo strade, ferrovie, porti, aeroporti di qualità, non possiamo far viaggiare velocemente e a costi ragionevolmente

competitivi i nostri prodotti. Il nuovo orizzonte economico, rappresentato dalla rivoluzione verde, ha come asse portante proprio le reti materiali. Nella realizzazione delle opere verrà assicurata la sostenibilità ambientale perché l’ambiente non è una nostra eredità, ma un prestito che noi lasciamo ai nostri eredi». Di quali altre opere infrastrutturali necessita l’isola? «Il nostro obiettivo è favorire l’inserimento della Sardegna nelle reti infrastrutturali nazionali e transazionali dell’energia, della telematica e dei trasporti grazie anche all’impiego delle nuove tecnologie; migliorare l’accessibilità ai territori più periferici dell’isola e la viabilità di accesso ai nodi urbani, portuali e aeroportuali. Le gravi carenze infrastrutturali di cui ancora la Sardegna soffre costituiscono un’assoluta priorità del governo regionale e richiedono un notevole sforzo tanto in termini di programmazione quanto in termini di stanziamenti. Dal punto di vista programmatico il quadro è completo. La Regione dispone, pertanto, di tutti gli strumenti che le consentono di abbandonare definitivamente il proprio isolamento geografico seguendo un percorso unitario e coordinato che elimina tutti i fattori che ne ostacolano lo sviluppo. I ritardi sono inevitabilmente legati a motivi storici».

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MILIARDI DI EURO L’ammontare delle risorse destinate alla Sardegna per il finanziamento dei programmi attuativi regionali

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UNIONCAMERE

L’individualismo è il cancro del nostro sistema Dopo un annus horribilis, la Sardegna deve rivalutare gli assetti per lo sviluppo sinergico delle proprie imprese. Gavino Sini, presidente dell’Unione delle Camere di Commercio sarde, auspica la nascita di una nuova cultura d’insieme sorretta dall’integrazione delle filiere strategiche, partendo dal turismo Andrea Moscariello

siste una peculiarità che distingue gli imprenditori sardi da quelli delle altre regioni italiane: l’insularità. Una caratteristica che, da sempre, porta gli attori di questo tessuto economico a dover ragionare secondo una precisa ottica di import-export. Nonostante questo, però, la Sardegna necessita ancora di essere formata per ciò che concerne l’internazionalizzazione. «Gli imprenditori sardi sanno, ogni volta che vendono un prodotto in continente, di dover calcolare un’aggiunta di costo pari a circa il 20% sul totale – spiega Gavino Sini, presidente dell’Unione delle Camere di Commercio della Sardegna

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Gavino Sini, presidente di Unioncamere Sardegna

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–. Il problema è la mancanza di quella cultura d’insieme necessaria per applicare questa nostra caratteristica manageriale a un progetto di sviluppo internazionale». Dunque un eccesso di individualismo che, se sommato al quadro negativo scaturito dalla crisi e alle falle che stanno colpendo i settori produttivi strategici del territorio, porta a un risultato dissestante per una regione già danneggiata da gravi deficit strutturali. Quali sono i settori più colpiti dalla congiuntura negativa? «Purtroppo questa è una crisi che ha coinvolto tutti. Del resto viviamo in un sistema economico che è sempre più a effetto do-


Gavino Sini

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Purtroppo questa è una crisi che ha coinvolto tutti. Del resto viviamo in un sistema economico che è sempre più a effetto domino. Ognuno di noi è il mercato dell’altro

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mino. Ognuno di noi è il mercato dell’altro. Forse, le uniche attività che ne soffrono di meno sono quelle legate ai servizi innovativi o a quelli tradizionali come le assicurazioni». La mancanza di infrastrutture ha acquisito un nuovo significato per la regione? «Se non consideriamo la dotazione portuale e aeroportuale, necessarie per motivazioni geografiche, la Sardegna ha un indice infrastrutturale al di sotto del 50% rispetto alla media nazionale. Siamo indietro per tutto quello che riguarda strade, ferrovie, dotazioni telematiche, energia. Tutti fattori che servono per lo sviluppo sociale e la cui mancanza incide negativamente sull’economia».

Il presidente della Cna, Bruno Marras, lamenta un grave calo della produzione. «Questo è vero. Il problema nasce dal costo unitario del lavoro. La produttività cala e contemporaneamente si cerca di mantenere invariati i salari per non far calare la domanda. La produzione è sempre stato il tasto dolente per l’economia sarda, causa la bassa infrastrutturazione. Un’ora di lavoro svolta da un operaio in Brianza è molto più produttiva rispetto a quella di un sardo. Questo perché al Nord vi sono dotazioni e tutto un contesto esterno che permettono di far crescere la produttività». Uno dei fenomeni più negativi e collegati al deficit da lei sottolineato è quello della desertificazione industriale. Cosa prevede per i prossimi mesi? «È un momento difficile per l’incoming industriale. Attualmente non si riescono ad attirare gli investimenti. Il problema è sempre quello: le nostre aree industriale non sono ben strutturate. Penso prima di tutto alla grave mancanza di laboratori di ricerca. Questo rende impossibile ai nostri distretti l’attuazione di serie politiche rivolte all’innovazione. Inoltre, senza le sufficienti dotazioni telematiche, le imprese non possono inserirsi all’interno di una rete e questo danneggia pesantemente l’indotto e le capacità economiche territoriali di ritorno». Su quali punti occorre far leva per formare e sostenere al meglio gli imprenditori sardi? «Sicuramente innovazione e internaziona- UU SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 61


UNIONCAMERE

ORISTANO: VERSO UNA FILIERA UNICA PER EDILIZIA E TURISMO Gli industriali dell’oristanese puntano allo sviluppo del ricettivo per aumentare l’indotto del segmento edile ridando spinta all’economia locale

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e problematicità segnalate da Gavino Sini si riflettono particolarmente nel settore edile, che per alcune provincie rappresenta il tassello maggiormente critico. Tra queste, quella di Oristano, la cui associazione degli industriali denuncia il forte calo degli appalti pubblici. «Per la filiera è un periodo nero – afferma Antonello Garau, presidente di Confindustria Oristano (nella foto) –. Purtroppo dalle istituzioni locali non c’è stato nessun tipo di intervento». La struttura urbanistica locale sta risentendo dei pochi investimenti rivolti ai progetti edili. Garau, con cautela, spera in un sostegno derivante dal nuovo Piano casa. «È ancora presto per trarre conclusioni. Certamente, però, la speranza è quella che il provvedimento

preso dal governo possa aiutare le imprese edili a lavorare maggiormente». E anche l’edile, così come gli altri settori indicati dal presidente delle Camere di Commercio sarde, potrebbe usufruire dal traino proveniente dal turismo. «Confindustria Oristano ha creato un’associazione turistica la cui mission è quella di coinvolgere gli imprenditori turistici, per lo sviluppo del settore nella nostra provincia – racconta Garau –. Attualmente Oristano ha una ristretta capacità ricettiva ma investendo nell’edilizia turistica presenta delle possibilità di sviluppo notevoli». L’Oristanese è un territorio prevalentemente agricolo, è quindi naturale spingere su questi due settori, non potendo attirare importanti opportunità indu-

UU lizzazione. Per innovazione non mi riferisco

solamente a quella tecnologica, ma anche di processo, di sistema. Occorre raggiungere un superiore livello di cultura d’impresa, inserendosi in tutta una serie di collaborazioni e relazioni che superano il mero fattore economico. Anche l’internazionalizzazione non può essere superficiale. Non basta recarsi alle fiere estere per aumentare i propri investimenti a attirare nuovi mercati».

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striali. «Per raggiungere i nostri obiettivi stiamo cercando di dare sostegno intermediando con le banche – conclude Garau – . Il problema è che gli istituti di credito richiedono livelli di rating che al momento le nostre imprese non possono rispettare».

A tal proposito quali sono le strategie della Camera di Commercio? «In primis dobbiamo puntare a progetti di filiera. Occorre integrare l’agroalimentare e l’artigianato con il turismo. Quindi fare in modo che i nostri piccoli produttori riescano a considerare come primo “mercato estero” quello del turista che viene da noi e consuma. Questo sarà uno dei progetti più forti da costruire e che si spera spingerà i nostri produttori a uniformarsi finalmente alla domanda del mercato». Dunque il turismo può essere il veicolo di sviluppo per gli altri settori? «Esatto. Ma il compito non è semplice, se consideriamo il fatto che proprio il turismo, per la prima volta, ha risentito della congiuntura internazionale. Per questo è necessario ridare forza alla filiera». Quali progetti intendete attuare? «Nei prossimi mesi realizzeremo un progetto camerale teso a sostenere il turismo nautico. Anche questo frangente non esce da una stagione positiva ma ci sono già dei segnali di ripresa che fanno ben sperare in un anno mi-


Gavino Sini

gliore rispetto al precedente. Non possiamo aspettare il rilancio, dobbiamo già attuare le strategie per fare in modo di sorreggere un nuovo sviluppo». Su quali altri ambiti si concentrerà Unioncamere? «Utilizzando anche i fondi messi a disposizione dall’Unione Europea, stiamo predisponendo più linee strategiche. Penso all’agroalimentare, che potrebbe rendere molto di più rispetto alle sue attuali prestazioni. Se prendiamo in esame il solo comparto ortofrutticolo, scopriamo che oltre il 70% dei prodotti derivano dalla Spagna. Questo avviene perché i nostri produttori non sono ancora in grado di sostenere tutta la realizzazione “di contorno” necessaria alla vendita». A cosa si riferisce? «Se per esempio si vuole vendere una produzione di patate, non basta fornire gli ortaggi ai supermercati. Occorre consegnarli puliti, certificati, inseriti in un packaging d’effetto, sia dal punto di vista del marketing che della sostenibilità ecologica. Ma su que-

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In primis dobbiamo puntare a progetti di filiera. Occorre integrare l’agroalimentare e l’artigianato con il turismo. Quindi fare in modo che i nostri piccoli produttori riescano a considerare come primo “mercato estero” quello del turista che viene da noi e consuma

sto purtroppo siamo ancora piuttosto indietro». Mentre per quanto riguarda le giovani imprese? «Anche su questo fronte la Camera di Commercio si impegnerà puntando sulle idee innovative. Intendiamo sostenere le start up dei giovani imprenditori che hanno ambizione e soprattutto creatività, inventiva. Sono questi i fattori che dobbiamo coltivare indirizzandoli verso un sapiente progetto d’impresa, sostenibile, redditizio e soprattutto capace di inserirsi in una rete economica e operativa comune».

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ZONE FRANCHE URBANE

Un’occasione da non sprecare per liberare risorse Sono aree a fiscalità agevolata, che favoriscono lo start up e il rilancio di realtà produttive in aree di disagio. Tra le tre città sarde selezionate c’è Cagliari. Il sindaco Emilio Floris valuta le ripercussioni che l’iniziativa avrà sul quartiere Sant’Elia e le prospettive economiche Francesca Druidi

opo il via libera ufficiale del ministro dello Sviluppo economico Scajola il 28 ottobre scorso, diventano operative le ventidue zone franche urbane italiane, che presentano particolari situazioni di disagio sociale e occupazionale. Aree perciò destinate a godere di agevolazioni fiscali e contributive operative dal primo gennaio 2010. «Abbiamo registrato un buon livello di crescita nel suo insieme – afferma Emilio Floris, sindaco di Cagliari, una delle tre città sarde insieme a Quartu Sant’Elena e Iglesias in cui sono previste Zfu –. E proprio questo sviluppo complessivo è valso a mettere in maggiore evidenza le aree rimaste indietro che potranno, quindi, trarre sicuro beneficio da tale misura». Il provvedimento riguarda il quartiere di Sant’Elia. «Si tratta di una delle parti più belle del territorio cagliaritano, che non riesce a decollare probabilmente a causa della notevole concentrazione di servitù militari e per l’alta densità di edilizia residenziale pubblica. Ciò

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A lato, Emilio Floris, primo cittadino di Cagliari. A fianco, in alto, una panoramica di Cagliari con sullo sfondo il quartiere di Sant’Elia, interessato dal provvedimento della Zfu. In evidenza nella cartina, le tre zone franche urbane scelte nella regione


Emilio Floris

porta a concentrare in questa zona il disagio sociale, dovuto per lo più alla carenza di offerta occupazionale». Quali saranno, nello specifico, le ricadute positive delle Zfu? «Innanzitutto la crescita dei corpi sociali, afFONDI fiancata dall’impulso al dinamismo del capiè la cifra tale umano interessato. Riuscire a intraprencorrispondente dere con le agevolazioni previste può attirare alla ripartizione delle destinate alle attività produttive in grado di mitigare l’alto risorse zone franche urbane tasso di disoccupazione. Credo che la zona assegnata a Cagliari franca servirà a restituire fiducia e volontà di emergere creativamente in un’area carica di potenzialità inespresse». Su quali risorse occorre puntare? «Nell’area individuata esistono ampie potenzialità per quanto riguarda lo sviluppo di settori tradizionali come pesca e artigianato, e soprattutto del turismo in virtù della bellezza del sito, prospiciente due fronti delle costa cagliaritana. Penso all’attività alberghiera tradizionale e a quella “diffusa”, alla diportistica, alle attività sportive e del tempo UU

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Rendere disponibili risorse economiche sottratte ai carichi fiscali, così come prevedono le Zfu, servirà a liberare energie produttive locali finora inespresse

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ZONE FRANCHE URBANE

UU libero. La crescita turistica di una città è a

Nella foto, il porto di Cagliari, una delle tre zone franche urbane della Sardegna

mio avviso strettamente connessa alla qualità della vita dei suoi abitanti. Solo migliorando tale indicatore la nostra città potrà trovare un posto tra le mete più ambite dei grandi flussi turistici. Ci stiamo lavorando, aiutati dall’arrivo delle compagnie di volo low cost. Sono comunque convinto che ciò non sia sufficiente per un pieno sviluppo dell’economia urbana: occorre incrementare armonicamente tutti i settori produttivi. Qui la parte importante spetta al nostro capitale umano e alla sua capacità di cogliere questa preziosa opportunità». Pensa che le zone franche potranno colmare la distanza tra Nord e Sud Italia? «Non credo che le Zfu, così circoscritte nella loro applicazione territoriale, possano essere sufficienti in questo senso. Soffriamo ancora di un gap infrastrutturale che penalizza la Sardegna. Occorre un intervento più deciso per la reindustrializzazione del territorio, per-

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ché il solo turismo non basta. Serve un tessuto produttivo diversificato, auto sostenuto e sostenibile sul piano del rispetto ambientale. All’impegno dello Stato deve aggiungersi, quindi, quello regionale tramite l’agenzia Area e non mancherà quello garantito dalla giunta per stimolare la nascita di nuove imprese». Quale dovrà essere la risposta degli imprenditori? «Rendere disponibili risorse economiche sottratte ai carichi fiscali, così come prevedono le Zfu, servirà a liberare energie produttive locali finora inespresse e, si spera, anche esogene. Credo che gli imprenditori dovranno rispondere cogliendo questa opportunità e creando nuova occupazione. Il Comune di Cagliari, dal canto suo, è da tempo impegnato nella riqualificazione urbana e sociale sfociata nei contratti di quartiere 1 e 2 e nei progetti per la promozione di imprenditorialità diffusa, curando la sua armonica localizzazione nel territorio».


CONSULENZA

La grande occasione della cultura d’impresa Conoscere per poi agire. In un dettame è racchiusa la formula su cui costruire la sovrastruttura di un nuovo corso economico e imprenditoriale. Roberto Erriu, commercialista e revisore contabile in Cagliari, ritrae l’Italia verso un cambiamento che non si può più attendere Aldo Mosca

on esiste evoluzione senza conoscenza. E, nel nostro campo, quest’ultima genera la necessaria cultura d’impresa». Roberto Erriu si sofferma a osservare il tessuto economico sardo e nazionale. Crisi, management e pratiche aziendali appaiono oggi come concetti intrappolati nei significati loro attribuiti nei decenni precedenti. Oggi occorre infatti ristabilire il senso dei paradigmi d’impresa, cogliendo la crisi come un’opportunità di autocritica ed evoluzione, non solamente come battuta d’arresto. E proprio il dottore commercialista è in prima fila dinanzi allo spettacolo del mutamento economico contemporaneo, chiamato ad affiancare la regia dell’imprenditore sulla scena, quanto mai complessa, del mercato globale. Perché sottolineare l’elemento “conoscenza”? «Una ricerca Gfk Eurisko del marzo 2007, su un campione di piccoli e medi imprenditori e di cittadini non operanti nel settore, ha evidenziato come un’adeguata cultura d’impresa sia ritenuta fondamentale per la maggioranza della classe dirigente industriale, anche se non molto presente nell’immaginario dei cittadini, solo il 38% di questi. Quasi tutti gli interpellati, però, sono convinti che tale cultura manchi nel nostro Paese. E la Sardegna riflette in pieno questo risultato. Come nel resto d’Italia, anche in questa regione abbiamo anche dei casi di eccel-

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lenza, fatte le debite proporzioni. Queste dovrebbero essere considerate delle best practices e, una volta studiate e approfondite, applicate in modo adeguato al mondo circostante. Questa, però, è una visione semplificata della realtà». Cosa deve accadere, in concreto? «Nella pratica è necessario non fare gli errori, anche del recente passato, dove a una generalizzazione e massificazione delle regole, apparentemente rigide e garantistiche, si è contrapposta una sorta di “anarchia” nella loro applicazione e nei risultati correlati. Infatti, i paradigmi imprenditoriali classici, affermatisi negli ultimi decenni, si sono dimostrati inadatti a offrire sia interpretazioni convincenti dell’impresa, sia strumenti operativi efficaci per la sua gestione». Quali sono i punti critici con cui l’economia italiana si confronta maggiormente? «Gli attuali limiti della cosiddetta “direzione scientifica”, enfatizzati dalla crisi in atto, impongono la necessità di evolversi in tempi rapidi. Il cambiamento non può più essere considerato una fase eventuale dell’evoluzione aziendale, essendo ormai divenuto il normale stato delle organizzazioni contemporanee, chiamate a rispondere in tempi sempre più rapidi alle esigenze del contesto in cui opera. L’impresa, e anche l’imprenditore contemporaneo, è ormai consapevole che non può interpretarsi come un mondo a sé, dettato da un complesso

Dal suo studio di Cagliari, il ragioniere Roberto Erriu, commercialista e revisore contabile, si occupa di consulenza tributaria, societaria, gestionale, di contabilità e bilancio. Nella pagina a fianco, il Ritratto di Luca Pacioli, frate matematico autore della Summa de Arithmetica attribuito al pittore rinascimentale Jacopo de’ Barbari studioerriu.roberto@profisweb.it


Commercialisti

MASS-MEDIA Vorrei soffermarmi sull’inaccettabile rappresentazione fornita dal programma AnnoZero nel corso della puntata del 22 ottobre 2009. Durante la trasmissione un attore ha interpretato il ruolo di un commercialista che, offrendo suggerimenti al cliente su come meglio adottare “condotte evasive”, si compiace nel poter utilizzare in tal modo lo scudo fiscale – racconta Roberto Erriu, che prosegue -. Sarebbe dunque questo il messaggio che passa attraverso i media? Io non ci sto. E non ci sta neanche il nostro Consiglio Nazionale. I media dovrebbero ascoltare direttamente i commercialisti, e chi li rappresenta istituzionalmente, per fornirne un’immagine onesta e veritiera.

Come nel resto d’Italia, anche in Sardegna abbiamo delle eccellenze. Queste dovrebbero essere considerate delle best practices e applicate in modo adeguato

di formule, atte a sovra ordinare intellettualmente e amministrativamente una pratica aziendale. Oggi, e l’esperienza personale lo conferma, tale pratica è sempre più dettata dall’incertezza e dalla bassa prevedibilità, in cui il capitale intellettuale diventa così un innegabile valore aggiunto». Come si inserisce, in questo quadro, il dottore commercialista? «In tale contesto è innegabile il ruolo che viene affidato al commercialista. Gli occorrono però competenze non solo di tipo specialistico, gestionale e relazionale, ma anche legate a una intrinseca capacità di comprensione dei processi riformatori che ci circondano e che la crisi in atto ha amplificato. A partire dal quotidiano addivenire del rapporto con la realtà e dai bisogni da soddisfare, il commercialista deve svolgere una parte attiva in questo processo. La mia categoria rappresenta l’anello di congiunzione tra il cittadino e le istituzioni. E alla base di tutto questo vi sono la fiducia e il rispetto di norme eticamente sostenibili». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 77


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MLN DI EURO

AZIENDE

ADDETTI

È la cifra stanziata dal ministero per le politiche agricole alimentari e forestali. I fondi saranno utilizzati, principalmente, per attuare la ristrutturazione del settore lattiero-caseario, lo sviluppo energie rinnovabili, la tutela della biodiversità e la diffusione della connessione internet a banda larga nelle aree rurali

Secondo i dati di Coldiretti Sardegna, è il totale di imprese agricole presenti sul territorio dell’isola, che ha una superficie dedicata al comparto di 1.614.845 ettari

Il totale degli occupati del comparto agricolo sardo. Il 6,2% del totale degli occupati nei vari settori produttivi in Sardegna


AGROALIMENTARE La sfida della qualità


QUALITÀ ITALIA

Libertà di fare impresa contenendo oneri e burocrazia Confagricoltura lo ha presentato come il più grande progetto politico-economico per l’agricoltura degli ultimi sessant’anni. È il Sindacato delle libertà, spiegato nelle sue finalità dal presidente dell’organizzazione, Federico Vecchioni Francesca Druidi

n’azione politico-economica che ponga realmente al centro gli imprenditori agricoli. Perché il settore primario in Italia produce reddito, genera occupazione, e assolve a un ruolo fondamentale nella conservazione dell’ambiente e dell’integrità del paesaggio. È in occasione della 64esima Fiera internazionale del bovino da latte, tenutasi a Cremona l’ottobre scorso, che il presidente di Confagricoltura, Federico Vecchioni, annuncia il lancio del Sindacato delle libertà, un’iniziativa «al servizio degli agricoltori per aiutarli a realizzare reddito e abbattere i costi di filiera». Da quali esigenze nasce il Sindacato delle libertà? «Confagricoltura esprime da sempre, e oggi lo enuncia e rivendica, il Sindacato delle libertà. Libertà di fare le cose giuste per il Paese e per i suoi cittadini, libertà dalle ideologie, dalle moderne superstizioni. Libertà di avanzare verso nuovi orizzonti, produrre ciò che serve alla vita e non alle favole, tornare a essere fabbrica di solide e concrete certezze, libertà di ritrovare la forza per trattare da pari a pari con il mercato e sui mercati. Il progetto sarà consegnato, entro Natale, nelle mani della politica,

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A fianco, Federico Vecchioni, dal 2004 presidente nazionale di Confagricoltura, l’organizzazione di rappresentanza e di tutela dell’impresa agricola italiana. È il più giovane presidente confederale nella storia dell’organizzazione


Federico Vecchioni

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Proponiamo una riorganizzazione normativa e giuridica da associare a politiche al servizio degli agricoltori, a partire dall’abbattimento dei costi di filiera, passando per semplificazione amministrativa e costi burocratici

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che farà le sue valutazioni». Che valenza assume il nome che ha deciso di assegnare al progetto? «La dizione “Sindacato delle libertà” si presta a parallelismi, ma non a collateralismi. Non vuol dire, infatti, che ci schieriamo politicamente. Confagricoltura crede nel valore della libertà: si tratterà di un progetto dal carattere politico-economico completamente nuovo». Come si articola nello specifico? «L’intenzione è quella di coniugare una visione politica nel lungo periodo con una visione economica per il breve. Si propone una riorganizzazione normativa e giuridica da associare a politiche al servizio e a vantaggio degli agricoltori, a partire dall’abbattimento dei costi di filiera, passando per energie rinnovabili, semplificazione amministrativa e costi burocratici». Quali saranno i maggiori vantaggi per gli agricoltori? «Vogliamo differenziare le finalità, perché più allarghiamo l’ampiezza dei nostri contenuti e più acquistiamo rilevanza politica. Esistono tutta una serie di vincoli che opprimono la libertà di fare impresa. E noi vogliamo rivendicarla con elementi che permettano alle aziende UU SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 89


QUALITÀ ITALIA

UU di crescere e competere. Tutti gli agricoltori

sono liberi di aderire a questo nuovo progetto». Può evidenziare le più rilevanti criticità che l’agricoltura italiana deve affrontare oggi? «Dobbiamo renderci conto che il bilancio Ue è insufficiente e che, quindi, l’Italia deve essere abile nel segnalare tempestivamente a Bruxelles le sue priorità. Paradossalmente, la Commissione spinge sul dirigismo e diminuisce i fondi a disposizione. Siamo pronti a fare la nostra parte al fianco della buona politica, per dare nuovi spazi all’agricoltura. Va assolutamente sancito il definitivo ingresso di quest’ultima nei meccanismi economici del Paese, altrimenti il settore rischia di non essere valorizzato». Le misure a suo parere necessarie? «Vanno rinforzate le strutture per rilanciare l’export, perché è importante rendersi conto che la qualità non può essere un’esperienza sensoriale, ma un parametro ben definito, così come il legame con il territorio non rappresenta un fatto meramente produttivo, ma ambientale. Ci aspettiamo, quindi, meno deno-

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PRODUZIONE Le imprese associate a Confagricoltura rappresentano oltre il 45% del valore totale della produzione lorda vendibile agroforestale, pari a 48 miliardi di euro complessivi

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FEDERAZIONI Confagricoltura è presente in modo capillare su tutto il territorio nazionale con 18 federazioni regionali, 95 sedi provinciali e centinaia di sedi comunali

minazioni e più mercato. Ma ci aspettiamo soprattutto una semplificazione del lavoro di chi sta sul territorio. L’eccellenza produttiva, magari sottolineata da un’etichetta d’origine, da sola non basta, se non ha dalla sua una filiera efficiente in ogni passaggio, anche per quanto riguarda la burocrazia. È indispensabile che sulla qualità gravino meno costi: se le certificazioni si pagano e molti imprenditori non sono più disposti a questi esborsi, quando potrebbe bastare un’autocertificazione, ben di più costa un sistema di pastoie burocratiche che fa spendere a ogni azienda l’equivalente di 110 giornate lavorative all’anno». Quale pensa sarà l’accoglienza del mondo politico e imprenditoriale? «Dai riscontri che ho avuto c’è grande attenzione e un “sentiment” molto positivo verso questo progetto inedito, che vuole l’affermazione dell’agricoltura come uno dei cardini dell’economia. Un’agricoltura moderna, figlia dell’evoluzione di scienza e tecnica, senza pregiudizi e preconcetti. Pur nel rispetto delle nostre tradizioni, della nostra cultura e della nostra etica».


Marco Antonio Scalas

L’agricoltura sarda non può più attendere È necessario mettere in campo soluzioni adeguate per rilanciare uno dei settore primari della Sardegna. Puntando sui comparti fondamentali, oggi in difficoltà. Il presidente di Coldiretti Sardegna, Marco Antonio Scalas, invoca azioni concrete da parte del governo regionale Francesca Druidi

iattivare le voci trainanti dell’agricoltura sarda, il comparto ovicaprino, ortofrutticolo e cerealicolo, affinché costituiscano un volano per la ripresa del settore primario, oggi caratterizzato da una situazione piuttosto critica. Per Marco Antonio Scalas, presidente di Coldiretti Sardegna, è questo l’obiettivo a cui tendere. Sollecitando un quanto mai urgente confronto con il sistema politico. «L’agricoltura necessita di risposte immediate da parte dell’amministrazione regionale». Secondo Scalas servono, innanzitutto, politiche di sostegno al comparto ovicaprino. A preoccupare il numero uno di Coldiretti regionale è in primis il calo del numero dei capi. «Inoltre, alla luce della risoluzione della Comunità europea del 19 giugno 2008 sul futuro del settore ovicaprino in Europa, sarebbe davvero opportuno che la Regione sostenesse questa specificità produttiva attraverso la predisposizione di interventi ad hoc. Da imprenditore del comparto posso, infatti, confermare l’importanza strategica degli operatori di questo settore, che continuano a presidiare un territorio altrimenti a rischio di abbandono». Tra le altre priorità segnalate da Scalas, il rilancio dei comparti ortofrutticolo,

R Marco Antonio Scalas è stato rieletto presidente di Coldiretti Sardegna dal gennaio 2009

delle carni e della cerealicoltura, il pagamento dei premi comunitari relativi alle annualità 2007-08 del programma di sviluppo rurale come indennità compensativa, la rimodulazione della programmazione comunitaria a sostegno del made in Italy e del made in Sardinia, la riforma delle agenzie al servizio delle imprese del settore e l’emanazione di una legge quadro per l’agricoltura. Se le sollecitazioni dell’organizzazione rimarranno inascoltate, allevatori e agricoltori sono pronti a scendere in piazza. «Da anni stiamo rincorrendo le emergenze – conclude Scalas – quando invece è fondamentale mettersi a tavolino per discutere del futuro dell’agricoltura sarda. Non chiediamo risorse, quanto piuttosto la realizzazione di una progettualità». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 91


QUALITÀ ITALIA

La qualità non è un’ideale e va sempre certificata Valorizzare le biodiversità, incrementando al contempo la competitività delle produzioni sarde. È l’obiettivo di Agris, agenzia regionale che promuove la ricerca scientifica nei settori agricolo, agroindustriale e forestale. Gli ultimi sviluppi sono commentati da Antonello Usai, commissario straordinario della struttura Miriam Zuppiroli

ncoraggiare lo sviluppo rurale garantendo un adeguato livello di redditività alle attività agricole. È uno dei cardini dell’azione di Agris, la struttura tecnicooperativa della Regione Sardegna per la ricerca scientifica nella filiera agricola, agro-industriale, ippica, forestale e delle risorse ittiche. Sono cinque i dipartimenti nei quali si declinano le attività dell’agenzia: quelli per la ricerca nelle produzioni animali, nelle produzioni vegetali, in arboricoltura, il settore dedicato al sughero e alla silvicoltura e infine il dipartimento deputato all’incremento ippico. «La commercializzazione dei prodotti agricoli sardi – afferma Antonello Usai, recentemente designato come nuovo commissario straordinario dell’Agris – non può essere legata esclusivamente a un’idea positiva della regione, vista come terra incontaminata, radicata nell’immaginario collettivo. La qualità delle nostre produzioni, in particolare carciofi e pomodori, va certificata tramite op-

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92 • DOSSIER • SARDEGNA 2009

portune verifiche analitiche che ne attestino lo standard superiore unito al ridotto ricorso a fitofarmaci». L’impegno di Agris è, quindi, diretto verso la risoluzione di tutte quelle problematiche legate all’offerta e alla commercializzazione dei prodotti: «L’offerta risulta frazionata e le produzioni orticole sarde affrontano il mercato in condizioni di debolezza, non possedendo un’adeguata massa critica, e subiscono gli effetti negativi della concorrenza che si presenta, invece, forte e organizzata. Il settore sconta, inoltre, la modesta dimensione del mercato interno isolano». Tali problematiche si ripropongono sostanzialmente anche nelle altre filiere interessate dal lavoro di ricerca scientifica, sperimentazione e innovazione tecnologica attuato da Agris. Una percentuale rilevante è occupata dai pascoli che costituiscono una fonte alimentare naturale per l’allevamento, soprattutto nel settore zootecnico. «Questo comparto contribuisce a formare il 50% della

Nelle foto, immagini esemplificative dei settori interessati dai progetti di ricerca scientifica di Agris


Agris

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Stiamo realizzando importanti ricerche genomiche per la tutela della biodiversità, e in particolare per la difesa e la valorizzazione di razze autoctone quali la pecora nera di Arbus, la capra sarda primitiva e il suino sardo

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produzione lorda vendibile agricola sarda. Una posizione di rilievo nel sistema agroalimentare è occupata anche dal comparto lattierocaseario con una produzione che si attesta sui 600mila quintali di formaggi ovini capace di generare un fatturato di 350 milioni di euro». Agris ha lavorato su 16 prototipi di formaggi pecorini replicabili nei caseifici sardi, ma questo filone rappresenta solo una minima parte

dei progetti di ricerca portati avanti dall’agenzia. «Ricerche che mirano ad accrescere e sostenere la competitività delle produzioni regionali, promuovendo l’innovazione». L’attività di Agris non è però rivolta solo alla sperimentazione di prodotti innovativi, ma anche allo sviluppo di protocolli analitici necessari per la tracciabilità e la sicurezza alimentare e all’ottimizzazione di test diagnostici per il controllo di patologie. «Stiamo realizzando importanti ricerche genomiche per la tutela della biodiversità, e in particolare per la difesa e la valorizzazione di razze autoctone quali la pecora nera di Arbus, la capra sarda primitiva e il suino sardo». Agris utilizza il patrimonio genetico di questi animali anche per sconfiggere le nuove malattie che colpiscono gli allevamenti come la screpi, il cosiddetto morbo della pecora pazza. «Con la ricerca – conclude Usai – identifichiamo zone del genoma che influenzano i caratteri di interesse economico per implementarne l’impiego». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 93


QUALITÀ ITALIA

Scommettiamo sulla tipicità dei prodotti regionali Estendere i confini del mercato. Esportando i prodotti del territorio oltreoceano. Per portare nel mondo i profumi e i sapori della Sardegna. L’esperienza di Cantine Argiolas che per i suoi vini sfrutta solo vitigni tradizionali Eugenia Campo di Costa

ortare la Sardegna nel mondo. Con un vino strettamente legato al territorio, frutto di vitigni rigorosamente autoctoni, ma apprezzato dai palati di tutto il mondo. La tipicità è una scelta che premia, soprattutto in un mercato sempre più globalizzato. Ed è anche la risposta all’attuale momento di crisi, come afferma Valentina Argiolas delle Cantine Argiolas di Serdiana: «La nostra forza è la tipicità del vino. Realizziamo un prodotto che parla del territorio, della nostra isola, un prodotto tradizionale ma dal gusto internazionale, facilmente abbinabile alle cucine di tutto il mondo». Dai vigneti di Is Arais, Turriga, Is Argiolas, Ungrera, provengono le uve Cannonau, Carignano, Bovale Sardo, Vermentino, Monica, Malvasia, Nuragus e Nasco, che vengono trasformate nelle undici tipologie di vini attualmente prodotti dall’azienda. Una produzione che varia in base alla richiesta del mercato e ai frutti del territorio. Ogni bottiglia delle Cantine Argiolas si caratterizza per un vitigno tradizionale predominante. «Riusciamo a inserire all’interno della

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In apertura, Valentina Argiolas. In alto un interno delle Cantine Argiolas e, sotto, alcune bottiglie prodotte dall’azienda


nostra gamma tutti i vitigni principali della Sardegna». Quali sono i mercati cui si rivolge la vostra produzione? «Esportiamo in 50 Paesi diversi. Il mercato italiano assorbe circa il 50% delle vendite. In Europa ci concentriamo soprattutto su Germania e Svizzera, mentre a livello internazionale, oltre agli Stati Uniti, i mercati più importanti per noi sono quello russo e quello cinese. A breve cominceremo di nuovo a esportare in Brasile, Paese su cui abbiamo lavorato per dieci anni e cui ci rivolgeremo con un nuovo distributore. I Paesi Bric, Brasile, Cile, India e Russia stanno emergendo notevolmente, sono quelli che al momento hanno le potenzialità maggiori in ogni settore dell’economia, quindi anche nell’ambito del vino. Per ora abbiamo deciso di non lavorare ancora in India perché, per esportare in quel Paese, sono previsti investimenti sia di tempo che finanziari eccessivamente onerosi. In Cina, invece, lavoriamo da due anni con una certa presenza sul territorio, siamo già andati tre volte per far UU SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 95


CONFINDUSTRIA Gli industriali sardi cercano una maggiore riconoscibilità nel contesto nazionale, impegnandosi per coprire le lacune istituzionali e infrastrutturali che affliggono la loro regione. Progetti, iniziative e bilanci di una terra che soffre per la crisi, ma sulle cui potenzialità si può e si deve investire


L’impegno degli industriali

Superiamo il labirinto di un’economia “chiusa” La Sardegna rischia di toccare il minimo storico di indipendenza economica. E ciò non aiuta il trend legato alle esportazioni. Per questo il presidente degli industriali sardi, Massimo Putzu, sostiene l’importanza di una programmaticità a lungo termine e di un maggior sostegno creditizio Andrea Moscariello

econdo i dati Istat, nel primo semestre del 2009 l’Italia ha conosciuto un pesante calo delle esportazioni, pari a ben il 24,2%. E la Sardegna, purtroppo, è la regione che ne ha risentito maggiormente, avendo registrato una contrazione stimata sul 50,8%. «Le cause sono innanzitutto da ricercare nella forte flessione della domanda internazionale e nel calo dei prezzi dei prodotti petroliferi, chimici e dei metalli» dichiara Massimo Putzu, presidente di Confindustria Sardegna. Ciò che sottolinea il numero uno degli industriali sardi è una chiusura dell’economia regionale. Infatti, le esportazioni al netto dei tre settori principali, petrolifero, chimico e metallurgico, non superano i 517 milioni di euro sui 5,7 miliardi complessivi. A quali effetti sta portando questo trend? «La capacità di esportare della nostra regione è drammaticamente bassa e, a fronte di un elevato livello delle importazioni, determina un grado di indipendenza economica minima». La questione del credito è il tema scot-

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tante di questi mesi. Cosa ha chiesto Confindustria Sardegna alle banche e quali sono state le iniziative interne prese a sostegno delle imprese? «All’inizio della crisi abbiamo incontrato i due principali istituti di credito che operano nella nostra regione chiedendo loro di essere più vicini alle imprese. Nonostante le più ampie assicurazioni, mi sembra che non si siano ottenuti risultati. Le aziende lamentano un inasprimento delle condizioni, un’accresciuta richiesta di garanzie, una minore disponibilità di credito a medio e lungo termine». Le banche, però, sono ovviamente di parere opposto. «Le banche ci “sbandierano” i dati sulla crescita del credito da loro reso disponibile al sistema, senza mai precisare l’andamento a partire dall’inizio della crisi. Da parte nostra, a livello ter-

Massimo Putzu, presidente di Confindustria Sardegna

SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 103


CONFINDUSTRIA

DOVE L’EXPORT È IN FORTE CALO Indagine Istat sui dati dell’export sardo relativa al primo semestre del 2009. Un trend decisamente in calo per i settori strategici, ma con una nota estremamente positiva per il settore dei macchinari e degli apparecchi n.c.a cresciuti di 71 milioni di euro Coke e prodotti petroliferi raffinati Sostanze e prodotti chimici Mezzi di trasporto Estrazione di minerali da cave e miniere Macchinari e apparecchi n.c.a.

UU ritoriale, abbiamo attivato dei punti di ascolto un esempio paradigmatico con le sue otto ai quali le imprese si possono rivolgere per essere assistite. Abbiamo poi potenziato l’azione del Confidi Sardegna anche attraverso una maggiore integrazione con il nostro sistema associativo». Crede possibile una riduzione in tempi brevi dell’Irap, come promesso dal governo? «Penso che la riduzione dell’Irap debba entrare nell’agenda del governo ed essere un obiettivo da raggiungere entro la fine della legislatura. Ci troviamo di fronte a un’imposta discutibile che grava sulle aziende. Paradossalmente colpisce il lavoro e le imprese che si vogliono sviluppare. Credo che nessuno metta in dubbio che vada ridotta se non addirittura abolita. Il problema è se sia o meno possibile farlo in tempi brevi, stante le attuali condizioni dei conti pubblici». A proposito di conti pubblici, Emma Marcegaglia ha sottolineato l’importanza di effettuare tagli alle spese improduttive, calcolando un risparmio di circa 15 miliardi di euro. «Non posso che essere d’accordo. Il presidente ha evidenziato come dall’accorpamento di prefetture e province si potrebbero risparmiare 4 miliardi e, se si ritornasse ai livelli del 2000, si potrebbero ridurre i costi per 11 miliardi. La Sardegna da questo punto di vista è

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province che generano costi senza produrre vantaggi reali per cittadini e imprese. Vorrei che qualcuno mi spiegasse il bisogno di avere otto province in un’isola di 1,6 milioni di abitanti. Per non parlare poi della spesa sanitaria, una spina nel fianco per il bilancio regionale. Secondo i calcoli della stessa Regione da qui al 2014 questa dovrebbe crescere di 770 milioni in cinque anni». In questo momento ciò che chiedono le imprese alle istituzioni è una progettualità a lungo termine. Quali sono i piani di Confindustria Sardegna? «Le imprese hanno bisogno di certezze per fissare obiettivi credibili di investimento. Da questo punto di vista abbiamo sollecitato la rapida definizione della programmazione regionale unitaria e, in particolare, del Programma di attuazione regionale del Fondo aree sottoutilizzate. Si tratta di un tassello fondamentale per finanziare e avviare le infrastrutture strategiche regionali, tra queste spiccano la realizzazione della Sassari-Olbia e il completamento della SS131 Carlo Felice che unisce Cagliari a Sassari. La Regione ha inoltre previsto in finanziaria ulteriori 400 milioni di euro a sostegno di infrastrutture e servizi per attività produttive».

-55,3% -50% -89% -66% +539%


INDUSTRIA

Petrolio e chimica i due big soffrono a corrente alterna Petrolio e chimica sono le due voci di maggior peso dell’industria locale. In media le imprese sarde vantano un fatturato di 287mila euro, quelle petrolifere, invece, tra i 2-5 milioni e quelle chimiche oltre i 400mila. Entrambe ora soffrono, in modo differente, gli effetti della crisi Federica Gieri

oke e raffinerie di petrolio, da un lato. Colonne di distillazione e molecole, dall’altro. Petrolio e chimica: le due facce industriali della Sardegna. Entrambe sofferenti, ma in modo differente. La raffinazione, malgrado segua la flessione mondiale «è sostanzialmente in salute, mentre la chimica attraversa un periodo di crisi», come rileva l’Osservatorio economico della Sardegna, diretto da Walter Racugno. Sull’Isola, il petrolchimico pesa il 2% e genera un valore aggiunto che nel 2007, quantifica l’Osservatorio, è di 607 milioni di euro (pari al 21,8% del settore manifatturiero). Asse portante dell’economia locale, il comparto si articola in 166 aziende attive: 37 tra fabbricazione di coke e raffinerie di petrolio, 129 tra prodotti chimici e fibre sintetiche e artificiali. Tra queste, nel 2008, per il comparto petrolifero figurano attive Saras, Eni, Sasol, Kuwait Petroleum e Tamoil Italia, per quello chimico Polimeri Europa, Unilever Italia, Kerakoll, Syndial, Vynils Italia, Air Liquide, Sol e Montefibre. A livello occupazionale, il petrolchimico impiega 5.900 addetti (pari al 9,2% del manifat-

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112 • DOSSIER • SARDEGNA 2009

turiero, «la più alta dimensione media», e all’1% degli occupati sull’isola). Con la particolarità, evidenzia l’Osservatorio, di concentrarli in alcune province: coke e raffinerie a Cagliari, dove opera circa il 76% degli addetti e dove è localizzata la Saras, una delle più grandi raffinerie d’Europa. Chimica e fibre sintetiche e artificiali tra Cagliari (43% degli occupati), Sassari e Nuoro. Elevata è la retribuzione media (31,8%) sia rispetto al manifatturiero (16,7%) che alla media regionale (17%). Scattando una fotografia generale del comparto, è evidente come le industrie del petro-

In alto, immagine aerea dell’impianto di raffinazione petrolifera del gruppo Saras a Sarroch (Ca). Qui sopra, alcuni depositi della raffineria


Il petrolchimico

DISTRIBUZIONE DELLE INDUSTRIE

Elaborazione dell’Osservatorio economico della Sardegna su dati Cerved 2006

lio e della chimica «siano più grandi delle altre». In media le imprese sarde nel 2007 vantavano un fatturato pari a 287mila euro e un valore aggiunto pari a 97mila euro. Quelle operanti in campo petrolifero invece presentano un valore mediano di fatturato che oscilla tra i 5 milioni di euro del 2005 e i quasi 2 milioni del 2007. Nel chimico la dimensione mediana si attesta tra i 700mila euro del 2004 e i 400mila euro del 2007. Giganti in altalena Partendo dall’oro nero, Racugno rimarca come «circa il 90% del fatturato proveniente dalla raffinazione sia prodotto da una sola grande impresa: la Saras» Con la conseguenza «che il comparto risulta estremamente concentrato: l’87,2% del fatturato è realizzato appunto da Saras seguita dall’Arcola Petrolifera (12,6%). Mentre il restante 0,2% è in carico a meno di una decina di imprese integrate nelle attività delle due maggiori». Per contro, la chimica è concentrata nella mani di tre industrie che realizzano circa il 75% del fatturato. «La Fluorsid – spiega – produce il 50% del fatturato. Mentre il restante

607 MILIONI

È l’ammontare, per il 2007, del valore aggiunto prodotto dalle 166 aziende del petrolchimico in Sardegna

5.900 OCCUPATI Tanti sono gli addetti impiegati nel settore. Il 76% lavora nel coke e nelle raffinerie del cagliaritano. Nel chimico, il 43% è impiegato in aziende di Cagliari, il 39% di Sassari e il 14% di Nuoro

50% è in quota a una decina di imprese che lavorano, per la maggior parte, nella produzione dei prodotti chimici di base (organici e inorganici) e nella produzione di vernici, smalti e solventi». Analizzando le performance economicofinanziarie, emerge come «le raffinerie abbiano valori in crescita fluttuanti perché legati strettamente all’andamento dei prezzi delle materie prime». A fronte di «un sistema Sardegna che – sottolinea l’Osservatorio – conta una crescita pressoché costante nel quadriennio 20042007(tra il +5% e il +6%) dei fatturati». Andamento variabile, dunque, nella lavorazione del greggio: «Nel 2005 le industrie vantano un +35,3% nei fatturati, un calo nel 2006 (-3,4%) e una successiva ripresa nel 2007 (+6,3%) rinforzata nel 2008, almeno stando alle statistiche provvisorie». Al contrario, «quelle chimiche vedono una diminuzione nel livello dei fatturati nella prima parte del quadriennio (-1,2% nel 2004 e -0,2% nel 2005) e una ripresa in linea con l’andamento regionale nel 2006 e nel 2007 (rispettivamente pari a +6,6% e + 4,5%)». L’andamento del valore aggiunto tanto nel petrolio quanto nella chimica segue la tendenza  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 113


INDUSTRIA

ENI, PORTO TORRES NON CHIUDE a crisi si sta mangiando la chimica sarda. Tendenza che affonda le sue origini nel tempo e che, con l’attuale flessione economica a livello mondiale, si è aggravata. Al punto che, nonostante “si viva” di chimica, la stragrande maggioranza viene importata da Francia e Germania. Chimica sull’isola vuol dire Eni a Porto Torres (Sassari). Malgrado la congiuntura non proprio favorevole, Eni ha deciso di non chiudere

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 espressa dai ricavi complessivi degli stessi settori.

i suoi impianti nella provincia di Sassari (nella foto). Ma anzi rilancia la sua presenza, staccando un assegno da 781 milioni di euro spalmato nell’arco di quattro anni. Polimeri Europa e Syndial, le due società chimiche del Gruppo del cavallino a sei zampe, ripartono. Dopo mesi di lotte sindacali, si trova un accordo che, per Sergio Gigli, segretario generale della Femca Cisl, «consolida e stabilizza la presenza della società in Sardegna». Un radicamento che avviene in diverse direzioni. Tra queste, si prevede la cessione di aree di proprietà (circa 700 ettari) al fine di favorire insediamenti industriali, il via libera alla produzione di etilene per tutti gli impianti dell’isola, la realizzazione di un centro logistico per prodotti petroliferi e la riqualificazione del polo industriale. Obiettivo, quest’ultimo, perseguito anche attraverso un programma di bonifica di falda, suoli e demolizioni dell’area su cui insiste l’impianto. Sul fronte occupazione, l’accordo contiene il numero dei posti di lavoro a rischio (da contrattare): 90 invece di 150. E non si esclude, nel secondo semestre 2010, l’inserimento di nuove risorse (turnisti).

Anche se nel 2006 il settore petrolifero vede amplificata la diminuzione del valore aggiunto per l’innalzarsi dei costi delle materie prime. «Tale decremento pare essere confermato nel 2008. Dal lato dell’attivo, infine, nel 2007 – calcola l’Osservatorio –, il settore petrolifero presenta una diminuzione intorno al -4%, mentre il settore della chimica cresce più che nei tre anni precedenti (+5,7%)».

+35,3%

Reddito e capitale Contrastante il confronto, in termini di redditività operativa e capacità di fare cassa, tra petrolio e chimica. Buona, nel primo caso. Non sufficiente nel secondo. «La redditività operativa del settore del petrolio risulta positiva e sempre superiore al dato regionale. Tuttavia è in lieve calo tra il 2004 e il 2007 (da 7,4% a 6,5%). La remunerazione del capitale proprio manifesta in maniera più marcata questa perdita di redditività passando da un Roe del 14,8% del 2004 all’1,1% nel 2007». La Saras, però, pur presentando una contrazione negli utili e nel livello di valore aggiunto prodotto, continua a proporre bilanci estremamente positivi. La redditività di cassa (cash flow operating su attivo) è positiva anche se in diminuzione, comunque in linea

-1,2%

114 • DOSSIER • SARDEGNA 2009

RICAVI

È l’incremento, nel 2005, del fatturato registrato dalle industrie petrolifere. Il calo (-3,4%) è nel 2006 seguito da una ripresa nel 2007 (+6,3%)

FATTURATO

È la flessione registrata, nel 2004, nei bilanci delle imprese chimiche. Per contro, nel 2006 registra +6,6% e nel 2007 + 4,5%

con il dato regionale nel 2007. «Infine, il rapporto tra valore aggiunto e costo del lavoro mette in evidenza dove il settore del petrolio si differenzia dal sistema Sardegna: mentre per le imprese regionali per ogni unità di lavoro si producono 1,3 unità di valore aggiunto, nel settore petrolifero se ne producono circa due». Diametralmente all’opposto si pone la chimica, con «una redditività operativa non sufficiente a remunerare pienamente i fattori della produzione compreso il capitale (tra il 3,4% del 2004 ed il 3,2% del 2007)». Ciò è ancora più evidente nei valori espressi dal Roe che, nel quadriennio, si attestano tra l’1,4% del 2004 e l’1,1% del 2007. Le imprese mostrano una redditività di cassa in diminuzione: il cash flow operating su attivo passa dal 7,6% del 2004 allo 0,6% del 2007. Anche in questo settore il valore aggiunto sul costo del lavoro presenta valori (intorno all’1,7%) superiori al dato regionale. Da ultimo l’Osservatorio scandaglia il livello di capitalizzazione. Il settore del petrolio mostra un buon livello di capitalizzazione (nel 2007 è il 42,6% delle fonti di finanziamento). Anche il chimico ha un livello di solidità patrimoniale superiore al sistema Sardegna, anche se inferiore al petrolio: le imprese risultano indebitate circa 34 volte il capitale proprio.


Saras

Risorse anti-crisi per Sarroch Per migliorare le prestazioni industriali della raffineria a Sarroch, il gruppo Saras investe poco meno di 200 milioni di euro (di cui 44 milioni solo nel terzo trimestre 2009) Amelia Piana

nvestire, nonostante la crisi. È una sfida controcorrente quella lanciata dal gruppo Saras, uno dei principali operatori indipendenti europei nella raffinazione di petrolio, che stacca un assegno da 187,6 milioni di euro (di cui 44 solo nel terzo trimestre), con l’obiettivo di migliorare le prestazioni industriali della sua raffineria a Sarroch, incrementandone la capacità di conversione, potenziandone la flessibilità e aumentandone l’efficienza energetica. Una scelta in linea con il piano di investimenti attualmente in corso. Non si ritira Saras dalla Sardegna. Anzi mette risorse fresche, anche se la congiuntura è estremamente severa e ha generato una forte riduzione delle attività industriali e dei consumi di energia a livello globale. Con un’inevitabile contrazione, anche brusca, dei margini di raffinazione. «Nei primi nove mesi del 2009 – spiega il presidente del Gruppo Gian Marco Moratti – abbiamo risentito dello scenario di mercato che riflette la recessione economica in corso. Tuttavia abbiamo apportato significativi miglioramenti tecnologici agli impianti, tramite un ingente ciclo di investimenti e manutenzioni programmate. Gli interventi hanno naturalmente richiesto la fermata temporanea di numerose unità critiche, con inevitabili effetti sui risultati trimestrali. A questo punto, però, tutte le unità sono ritornate alla piena operatività, e i sopra citati miglioramenti consentiranno al nostro Gruppo di beneficiare al meglio della ripresa economica, che dovrebbe materializzarsi nel corso del 2010».

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Nel breve termine, lo scenario «resta comunque difficile. Tuttavia, negli ultimi mesi, sono stati osservati segnali positivi che lasciano presagire una possibile progressiva ripresa. Inoltre, anche nel breve termine, la stagionalità dovrebbe giocare a favore dei margini in considerazione del consueto aumento della domanda di gasolio durante l’autunno-inverno». L’impianto cagliaritano, uno dei sei supersites in Europa occidentale, è in grado di generare un indotto di cui beneficiano più di 9.000 persone. E mentre a Sarroch si lavora l’oro nero, attraverso le controllate Arcola Petrolifera (Italia) e Saras Energia (Spagna), il Gruppo vende e distribuisce diesel, benzina, gasolio per riscaldamento, gas di petrolio liquefatto, nafta e carburante per l’aviazione. Anche se la raffinazione resta il ramo principale, negli anni le sono state affiancate altre attività, sempre con base sull’isola. Come Sarlux, specializzata nella generazione di elettricità attraverso l’impianto Igcc (integrato con la raffineria), che produce annualmente oltre quattro miliardi di KWh di energia, contribuendo per oltre il 30% al fabbisogno elettrico regionale. Aprendo poi il fronte delle energie rinnovabili, Saras ha realizzato un parco eolico a Ulassai. Con una produzione di 72 MW, pur rappresentando il 15% della capacità eolica installata sull’isola, contribuisce al 27% della produzione eolica sul territorio.

Gian Marco Moratti, presidente del gruppo Saras

SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 115


MAURIZIO DE TILLA La professione forense verso la riforma. Tra opportunitĂ  e dubbi

GIANNINO GUISO Il caso Moro, le Brigate Rosse e il rifiuto dello Stato a trattare con i terroristi

AMMINISTRATIVO Verso la riforma dei servizi pubblici locali. Secondo Giulio Napolitano, è tempo di trovare il coraggio per cambiare veramente


GRANDI PROCESSI

Visti da vicino ricordi di vita e di politica Il rapimento e l’uccisione di Aldo Moro. Un episodio mai realmente archiviato nella storia della prima Repubblica. L’avvocato Giannino Guiso ripercorre quel periodo. Erano gli anni delle Brigate Rosse. Dei rivoluzionari. Gli anni di Curcio, Mesina, Cutolo. Tanti i ricordi. E un unico rimpianto: «Aver perso un grande amico, Bettino Craxi» Giusi Brega

Nella foto sopra, l’avvocato Giannino Guiso. Nella pagina accanto, in alto, Francesco Cossiga e Aldo Moro. In basso un’immagine di Renato Curcio, uno dei fondatori delle Brigate Rosse

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er salvare Moro sarebbe bastato poco. Ma non accadde nulla. Prevalse la linea del rifiuto». Sono trascorsi oltre trent’anni dal rapimento dello sfortunato statista, ma nella voce dell’avvocato Giannino Guiso sono ancora vive la rabbia e l’amarezza. Lui che, amico di Bettino Craxi, fu uno dei mediatori più convinti dello sfortunato statista ucciso dalle Brigate Rosse, porta dentro di sé tutto il dolore e la tensione di quei giorni. A Torino si celebrava il processo al gruppo storico delle Br, da Renato Curcio ad Alberto Franceschini a Prospero Gallinari. «Ero il loro difensore», ricorda Guiso che negli anni ha difeso gente comune e uomini di spicco, oltre a Curcio, ci furono anche Graziano Mesina e Raffaele Cutolo. I cattivi. Ma per ognuno di loro ha un ricordo particolare. Perché Guiso non è di quelli che si fermano alle apparenze. Lui va dentro, fino all’essenza delle cose, delle persone. «Il desiderio della verità è una caratteristica di noi sardi» dice. A oltre trent’anni dalla morte di Moro perché non riusciamo ad archiviare questo pezzo di storia repubblicana? «Aldo Moro si poteva salvare. Sarebbe bastato iniziare una qualsiasi trattativa con le Brigate Rosse. Sarebbe bastato che un qualsiasi giudice della Repubblica italiana avesse scarcerato un brigatista in libertà provvisoria, dunque con provvedimento assolutamente discrezionale, e si sarebbe realizzata la condizione che le Br ponevano per la liberazione di Moro. Ai brigatisti non interessava il fatto formale, cioè che la scarcerazione avvenisse tramite la concessione della libertà provvisoria, della grazia o per qualunque altro motivo. L’importante era che le

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Giannino Guiso



Il problema è che in Italia non si conclude mai niente. Abbiamo una magistratura incapace. Guardiamo ad esempio alle stragi accadute nel nostro Paese nel corso degli anni. Non c’è una sola procedura, una sola indagine, che si sia conclusa con un’unica verità



porte del carcere si aprissero e che un brigatista ne uscisse. E Moro sarebbe tornato a casa». Ma lo Stato si disse non disposto a trattare con le Br. «La situazione che io, Bettino Craxi e Giuliano Vassalli presentammo al governo era questa: tra le Br in carcere c’erano membri in pessime condizioni di salute. Paola Besuschio era gravemente malata. Cesare Maino era completamente cieco. La liberazione di uno di questi personaggi non avrebbe potuto comportare

alcun pericolo per la società e, nello stesso tempo, si sarebbe realizzata quella condizione che avrebbe salvato la vita a Moro. Ma non si volle far niente per liberarlo». Sono dichiarazioni molto forti. «Oggi lo dice anche Cossiga. Io e Craxi lo affermammo nel 1978. Giulio Andreotti e la Dc volevano Moro morto. E altrettanto Berlinguer che si era schierato, per un fatto politico s’intende, con il “partito della fermezza”. Quindi la Dc seguendo Berlinguer ha finito per far uccidere Aldo Moro, la cui morte ha portato a una successione che noi abbiamo visto e il potere che aveva si è trasferito nelle mani di Andreotti. Questa è la realtà». Una realtà scomoda. «Del caso Moro si sa tutto. Il problema è che in Italia non si conclude mai niente. Abbiamo una magistratura incapace. Guardiamo ad esempio alle stragi accadute  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 129


GRANDI PROCESSI



Se Craxi avesse insistito, con la volontà e la caparbietà che era capace di esprimere, probabilmente avrebbe realizzato grandi cose. Perché è stato uno dei più grandi statisti che l’Italia abbia mai avuto, forse nell’ultimo periodo il più grande



 nel nostro Paese nel corso degli anni. Non c’è

una sola procedura, una sola indagine, che si sia conclusa con un’unica verità. La stessa strage accaduta alla stazione di Bologna presenta tantissime verità. C’è chi sostiene che la Mambro e Fioravanti siano innocenti, che il fatto sarebbe da attribuire ad altre cause, altri motivi, altre persone. Sono dubbi che vengono alimentati per un motivo preciso. La morte di Aldo Moro fu presentata come un fatto ineludibile, quando invece era assolutamente un atto delinquenziale e politico delle Brigate Rosse che non avendo ottenuto quanto avevano chiesto hanno ucciso l’ostaggio». Per il caso Moro si è parlato di situazioni poco chiare, di interventi dall’estero. «Tutto questo è stato escluso dagli accertamenti che sono stati eseguiti, dalle dichiarazioni degli stessi protagonisti, dalle afferma-

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zioni dei politici del tempo. Francesco Cossiga ha fatto delle dichiarazioni abbastanza chiare e lucide per cercare di arrivare a una parola ultima e definitiva su questa vicenda che rimane sempre aperta, senza però portare alla verità. E questo crea ulteriore confusione e ulteriori equivoci». Come si sono evolute le Brigate Rosse nel corso degli anni? «Negli anni 70 e 80 erano un fenomeno abbastanza circoscritto ma che lo Stato non ha voluto combattere. Perché se si pensa che tre giorni dopo l’uccisione di Aldo Moro sono stati arrestati tutti, c’è da chiedersi perché non siano stati arrestati tre giorni prima. Adesso pare quasi che pochi elementi brigatisti debbano terrorizzare l’Italia e minare la sicurezza dello Stato. A me sembra ridicolo. Si tratta di un problema di ordine pubblico, di controllo a cui tengono testa le forze dell’ordine. Talvolta avvengono fatti gravi, ma niente di irreversibile. Si conoscono i possibili autori, i possibili partecipi, molti sono stati arrestati, molti sono stati già puniti, altri lo saranno. Ma la cerchia degli indagati è molto ristretta. Non è un fenomeno sociale». Dov’è il potere in Italia? «Il potere è in troppe mani. C’è il potere della mafia. Il potere della delinquenza diffusa. Quello della politica. In una nazione civile dovrebbe esserci un unico potere concentrato nello Stato di diritto. E questo in Italia non avviene». A quasi dieci anni dalla sua morte, qual è il suo personale ricordo di Bettino Craxi?


Giannino Guiso

«Un ricordo bellissimo, sia del personaggio che dell’amico. Mi rimane il rimpianto». Quale? «Il non aver affrontato in maniera decisa il programma che lui aveva in mente, perché una serie di condizionamenti politici lo hanno impedito. Ma se lui avesse insistito, con la volontà e la caparbietà che era capace di esprimere, probabilmente avrebbe realizzato grandi cose. Perché è stato uno dei più grandi statisti che l’Italia abbia mai avuto, forse nell’ultimo periodo il più grande». Secondo lei cosa direbbe oggi se fosse ancora vivo guardando allo scenario attuale italiano? «Sarebbe intervenuto e avrebbe impedito lo sfacelo. Quanto meno avrebbe dato una maggiore dignità alla politica italiana». Lei ha difeso personaggi come Curcio, Mesina, Cutolo. Qual è il ricordo che ha di loro? «Graziano Mesina era un bandito romantico. Molto passionale, ma altruista. Raffaele Cutolo era intelligentissimo, ma più portato a farsi giustizia da sé. Lui era proprio l’espressione del clan. Renato Curcio era un produttore di ideologia. Un uomo che si assumeva le proprie responsabilità. Un vero rivoluzionario, ma non violento. Perché nonostante lui avesse pianificato la lotta rivoluzionaria, nel suo programma la violenza era un aspetto marginale». Erano tanti i ragazzi che, all’epoca, si dichiaravano rivoluzionari. «Fu l’arresto di Curcio a scatenare un’ondata di violenza con il trionfo della frangia militarista delle Br che poi portò confusione e morte. Fu allora che si generarono una serie di movimenti dove i ragazzi, armati e con la barba incolta, si dicevano rivoluzionari ma erano esclusivamente violenti. Come lo stesso Marco Donat-Cattin. Più portati all’omicidio che alla politica». Quali sono gli elementi di discontinuità e quali quelli di continuità che riscontra tra la prima e la seconda Repubblica? «La prima Repubblica ha costruito l’Italia. La seconda la sta demolendo». Una volta lei disse “il giusto, per l’avvocato, è umiltà, amore per il diritto e per il prossimo”. È ancora così?

«Certo. Noi viviamo in mezzo al prossimo. E dobbiamo vivere per il prossimo, non solo per noi stessi. Il mio è un concetto di diritto ma anche di grande democrazia. Dobbiamo vivere in un consorzio sociale, unito, pacifico. E questo si può ottenere solo con molta umiltà, il rispetto delle leggi, la convinzione di non dover vivere solo per se stessi». Quali aspetti tipicamente sardi ritrova nel suo carattere? «La forza di volontà. Il desiderio della verità. Nella mia vita non mi sono mai arreso, mai sono sceso a compromessi. Penso che sia insita nella nostra terra questa forza di resistere alla menzogna, alle sensazioni esterne di convenienza e di opportunità. Noi sardi apparteniamo a una razza genuina, libera, spontanea, decisa e caparbia. Nelle scelte e nella manifestazione delle proprie idee».

Nelle foto in alto, Raffaele Cutolo insieme al figlio Roberto assassinato a Tradate in Lombardia dalla ’ndrangheta per una vendetta trasversale il 24 dicembre 1990. Sotto, il momento dell’arresto del bandito Graziano Mesina, il più famoso bandito sardo del dopoguerra

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LE REGOLE DELLA FINANZA

Provvedimenti che confermano una volontà di chiarezza Sono un’efficace prosecuzione del lavoro svolto fino a questo momento dal legislatore. Questa l’opinione di Franco Farina sulle disposizioni emanate dalla Banca d’Italia in materia di trasparenza e responsabilità nei rapporti con la clientela Marilena Spataro

n un’economia sempre più integrata e globalizzata diventa pressante, specialmente dopo la crisi vissuta dalle borse mondiali lo scorso anno, la necessità di riconsiderare la normativa vigente in materia di tutela del risparmio e di regolazione dei mercati finanziari. Ma quanto di veramente incisivo è stato fatto finora in tale direzione? «Le attuali normative hanno sicuramente dato un contributo importante all’adeguatezza patrimoniale delle istituzioni finanziarie per i processi di controllo prudenziale, per la disciplina di mercato e della trasparenza» risponde al riguardo il professor Franco Farina, associato di Diritto commerciale all’Università di Cagliari. Secondo il professore, infatti, la sofisticazione degli strumenti finanziari e dei mercati richiede in maniera assoluta una strettissima connessione tra i vari enti di vigilanza, sia internazionali che nazionali. «La normativa che impone la stesura delle relazioni di bilancio secondo i principi contabili internazionali Ias – sottolinea – ha contribuito alla trasparenza degli operatori e

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al confronto del profilo di rischio degli stessi». L’auspicio di Farina è che la stessa univocità si realizzi anche per quanto riguarda le normative di vigilanza a livello internazionale. «Per il nostro mercato nazionale – aggiunge Farina – le autorità di vigilanza italiane hanno contribuito, attraverso provvedimenti di urgenza, a contenere i rischi sviluppatisi in conseguenza della crisi dei mercati finanziari. Per esempio la Consob ha emanato i provvedimenti relativi al divieto di operatività allo scoperto, nonché la comunicazione interpre-

Franco Farina è associato di Diritto commerciale all’Università di Cagliari e presidente del Banco di Sardegna


Franco Farina

tativa sulle modalità di distribuzione degli strumenti finanziari illiquidi, che sono quelli all’origine della crisi internazionale». La Banca d’Italia il 29 luglio ha emanato in via definitiva la nuova disciplina in materia di trasparenza dei servizi bancari correttezza delle relazioni tra intermediari e clienti. Quali le maggiori novità introdotte? «La disciplina dovrà a breve raccordarsi con la direttiva comunitaria sui servizi di pagamento, che contiene principi importanti sulla trasparenza e sulle responsabilità delle banche nei rapporti con la clientela. Il provvedimento, caratterizzato dall’intento di rendere sempre più corretta la relazione tra intermediari e clienti, prevede la semplificazione delle comunicazioni al cliente, una più chiara illustrazione dei loro diritti, anche attraverso una maggiore immediatezza delle informazioni sui costi dei servizi e, infine, la disciplina di un conto corrente disegnato sulle esigenze di base dei consumatori. Gli intermediari dovranno adottare procedure per garantire che sia prestata adeguata attenzione al cliente in ogni fase dell’attività, dall’ideazione del prodotto alla vendita, fino alla gestione di eventuali reclami. L’impegno richiesto alle banche è molto rilevante, sia in termini di costi che in termini culturali. Si può comunque ritenere che le nuove disposizioni della Banca d’Italia rappresentino un continuum rispetto alla strada tracciata in questi anni dal legislatore, sempre più sensibile alla tutela del consumatore e del risparmiatore nell’ambito di un mercato sempre più trasparente». In concreto attraverso questo provvedimento si è riusciti a fornire ai clienti con la necessaria chiarezza gli elementi essenziali del rapporto contrattuale e le loro variazioni, favorendo in tal modo anche la concorrenza nei mercati bancari e finanziari? «Sia il testo unico bancario che quello della fi-



Per il nostro mercato nazionale le autorità di vigilanza italiane hanno contribuito, attraverso provvedimenti di urgenza, a contenere i rischi sviluppatisi in conseguenza della crisi dei mercati finanziari

nanza prevedono stringenti obblighi di informativa nei confronti dei clienti sugli elementi essenziali del rapporto contrattuale e sulle condizioni economiche applicate al rapporto stesso. L’obiettivo concreto di fornire con chiarezza ai clienti detti elementi è, però, ostacolato dal fatto che i documenti di informativa da produrre sono molteplici e contengono un numero di informazioni eccessivo, rendendo in tal modo poco agevole comparare l’offerta dei servizi dei diversi intermediari. La nuova disciplina sulla trasparenza è indirizzata a superare questa problematica».



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NOTARIATO

Lo scudo del diritto contro frodi e contenzioso ontrariamente a quanto si pensa, l’82,5% dei notai in esercizio non è figlio di notaio. Andando a guardare la composizione della categoria, inoltre, si scopre che sono rappresentate tutte le classi sociali e la presenza femminile è passata negli ultimi vent’anni dal 13% al 28%. Tutto questo è possibile grazie alla selezione molto severa, garantita da un concorso pubblico su base nazionale gestito dal ministero della Giustizia». Questi e altri dati, poco noti all’opinione pubblica, mostrano bene, secondo Francesco Pianu, presidente del Consiglio notarile di Sassari, Nuoro e Tempio Pausania, come l’accesso alla professione sia del tutto trasparente e meritocratico. Un percorso impegnativo e difficile che deve mantenere uno stretto rigore selettivo. Perchè il notaio è il maggiore garante dei diritti del cittadino. E senza il suo operato, come insegna l’economista Robert Shiller, anche l’Italia sarebbe finita travolta dai mutui subprime. Si è da poco concluso il congresso nazionale del notariato. Quali sono stati i temi di cui si è discusso? «Il congresso ha riguardato una serie di proposte per l’adeguamento della professione ai mutamenti della società, dirette a fornire un contributo alla ripresa economica attraverso la valorizzazione delle peculiarità del ruolo del notaio in quanto pubblico ufficiale. È nostro compito, infatti, conferire pubblica fede agli atti e ai documenti sottoposti al nostro intervento, garantendo certezza e legalità nella contrattazione delle parti e favorendo dunque lo snellimento della giustizia. In questo modo l’attività notarile mira a prevenire liti processuali molto costose sia per il cittadino, sia per lo Stato, che deve risolverle con un adeguato apparato giudiziario».

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Rigore deontologico e una profonda preparazione giuridica, soprattutto in materia civile. Sono i pilastri su cui si fonda l’affidabilità e l’efficienza della figura notarile. Requisiti irrinunciabili se si vuole tutelare la certezza del diritto. La riflessione di Francesco Pianu, presidente del Consiglio notarile di Sassari, Nuoro e Tempio Pausania Agata Bandini


Francesco Pianu

Durante il congresso si è parlato anche del Global legal standard: di cosa si tratta esattamente? «Il collegamento tra le frodi ipotecarie e la vicenda dei mutui subprime statunitensi, dalla quale ha trovato origine la grave crisi che stiamo attraversando, ha indotto i Paesi partecipanti al G8 dell’Aquila a riflettere sulla necessità che tutti si dotino di regole legali standardizzate, dirette a dare più certezza nelle transazioni. Lo stesso economista americano Robert J. Shiller afferma che l’intervento preventivo di un soggetto terzo, rappresentante dello Stato, come il notaio di tipo latino, avrebbe evitato o comunque molto ridotto la possibilità di tali frodi, tutelando i mutuatari da operatori senza scrupoli. La crisi dei subprime è, infatti, derivata dall’assoluta mancanza di un preventivo controllo di legalità dei dati inseriti nei registri immobiliari americani. Ciò ha permesso di falsificarli con una certa facilità, inondando il mercato di beni privi di garanzie certe». Da un punto di vista deontologico, quali sono i principi fondamentali della professione? «Uno dei principali è quello della terzietà. A differenza di altri professionisti, che tutelano esclusivamente l’interesse del proprio cliente, il notaio per legge non può fare l’interesse di una delle parti a danno delle altre. Il notaio, inoltre, riscuote per lo Stato le imposte di registro, ipotecarie, catastali collegate a tutti gli atti. Solo nel 2008 ha riscosso per conto dello Stato circa 6,5 miliardi di euro senza alcun aggio». Il distretto gestisce anche una scuola di notariato. Che differenza c’è rispetto alle scuole di specializzazione per le professioni legali?

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Il concorso notarile resta la prova più difficile per laureati in giurisprudenza, essendo incentrato sul diritto civile e, solo marginalmente, su quello amministrativo e penale, materie invece fondamentali per la preparazione alla professione di avvocato o di magistrato

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«Non vi è una sostanziale differenza, se non per la specificità dei temi approfonditi per la preparazione al concorso notarile, che resta la prova più difficile per laureati in giurisprudenza, essendo incentrato sul diritto civile e, solo marginalmente, su quello amministrativo e penale, che costituiscono invece materie fondamentali per la preparazione alla professione di avvocato o di magistrato. La nostra scuola, come le altre 15 presenti sul territorio, è il frutto di un’iniziativa stimolata dal Consiglio nazionale del notariato a supporto della formazione del futuro notaio e non un’imposizione di legge. Nasce da una collaborazione a livello regionale con il distretto notarile di Cagliari. Esiste inoltre una convenzione tra la Scuola del notariato della Sardegna e l’università locale, che gestisce la scuola per l’accesso alle professioni legali con un interscambio di docenti e lezioni». Periodicamente si parla di ripensare le modalità di accesso alla professione. Qual è la sua opinione a riguardo? «Dal 2006 la pratica notarile è stata ridotta da 24 a 18 mesi, di cui 6 possono essere svolti nell’ultimo anno di università; lo scorso luglio, inoltre, è stata abolita la preselezione informatica per accelerare i tempi di svolgimento del concorso. Una scelta che condivido, perchè ho sempre ritenuto che il diritto non si presti a essere ridotto a banali quiz mnemonici, che penalizzano il ragionamento giuridico su cui si fonda la nostra professione. Condivido anche la scelta di porre il limite delle tre prove, mutuato dal concorso in magistratura, per scoraggiare chi si presenta in maniera superficiale per l’accesso a questa professione, che richiede invece grande volontà e determinazione».

Il notaio Francesco Pianu, presidente del Consiglio notarile di Sasssari, Nuoro e Tempo Pausania

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TRASPORTI

Saremar sul mercato inaugura una nuova era A gennaio la compagnia locale di Tirrenia passerà alla Regione che, pur mantenendo il 49% del pacchetto azionario, la metterà a gara. Un’operazione che per l’isola rappresenta un’opportunità con indubbi vantaggi per l’utenza. Al centro del Mediterraneo, la Sardegna «deve diventare il fulcro del sistema delle Autostrade del mare». Parola dell’assessore Liliana Lorettu Federica Gieri

rocede a pieno regime la messa sul mercato di Tirrenia. E quindi il passaggio, a gennaio, di Saremar, il braccio sardo della compagnia di navigazione ormai non più statale, alla Regione che, a sua volta, essendo organo controllore, dovrà affidarla a privati mediante gara d’appalto. Ma senza rinunciare al suo 49%. «La privatizzazione di Saremar – rileva l’assessore regionale ai Trasporti, Liliana Lorettu – porterà certamente delle opportunità per la Sardegna. La gestione diretta delle tratte con le isole minori, attraverso una società privatizzata, ma con una forte partecipazione regio-

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nale, è una garanzia che porterà ovvi vantaggi sia nel servizio che nella qualità per l’utenza». Diverso, invece, il discorso per la privatizzazione di Tirrenia. Qui, sottolinea l’assessore della giunta Cappellacci, «i vantaggi si avranno nella misura in cui la Sardegna riuscirà ad incidere, oltre che sui servizi, anche sulla qualità e sulle modalità del bando di privatizzazione. Ciò attraverso una partecipazione diretta del bando di gara. Se la Sardegna riuscirà ad avere un ruolo determinante nella modulazione del bando di gara per la Tirrenia, si garantiranno ovviamente altrettante e utili opportunità». La compagnia di navigazione Tirrenia «deve


Liliana Lorettu

Sopra, Liliana Lorettu, assessore regionale ai Trasporti. A sinistra e in alto, traghetti Saremar

avere e garantire al contempo una assoluta efficienza funzionale nei collegamenti da e per il continente. Questo anche per poter garantire una tariffa equa per i residenti come da dettato costituzionale». Saremar, da gennaio 2010, sarà della Regione. Da carrozzone statale può diventare competitiva? «Sicuramente sono previste delle importanti migliorie. La

Saremar con la gestione mista, è destinata a diventare una società di navigazione competitiva e affidabile, in grado di garantire alta competitività e qualità del servizio. Ad onor del vero, bisogna anche dire che la vecchia gestione ha comunque dato un servizio adeguato ai tempi. Certo, adesso bisogna dare una sterzata. Ammodernare la flotta, che ora conta sette navi, di cui, la più vecchia, ha oltre quarant’anni. Basterebbero due navi nuove per migliorare decisamente il servizio e la qualità richiesta, a ragione, dai residenti e dai turisti». Quali sono i punti forti della gara con cui la regione affiderà Saremar ai privati? Ad esempio, sono previsti ampliamenti, anche in termini di frequenza delle corse, o cambiamenti sulle tratte coperte dalla compagnia? «La Regione Sardegna, con il 49% del pacchetto azionario, è una delle regioni interessate che ha voluto, con forza, rimarcare la volontà ben precisa di mantenere innanzitutto gli attuali livelli occupazionali. Una presenza importante che servirà anche a garantire un elevato standard di qualità. La scorporazione dalla casa madre, la Tirrenia, è avvenuta a costo zero. Dopo l’espletamento della gara internazionale, miglioreremo la tabella di armamento. Con una maggiore efficienza e il raggiungimento degli obiettivi, si potrà sicuramente ipotizzare ad ampliamenti graduali, sempre con  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 161


TRASPORTI

 lo scopo di tutelare al massimo

le popolazioni residenti nelle isole e agevolare i flussi turistici che, nei mesi estivi, raggiungono picchi decisamente elevati». Con questo passaggio, sono previste agevolazioni per i residenti sardi, così da incentivare la mobilità da e per il continente? «È prevista una revisione completa del sistema della mobilità, finalizzata a una continuità territoriale bidirezionale che incentivi la mobilità dei residenti e non da e verso le isole minori, a tariffe che garantiscano una vera ed effettiva continuità territoriale con l’isola madre». Il settore portuale necessita di una riorganizzazione? «La situazione odierna del sistema portuale non risponde alle attuali esigenze che il mercato nazionale e internazionale ormai richiedono. Per questo, stiamo attuando la completa modernizzazione dell’intero sistema portuale isolano, finalizzato all’ottimizzazione delle strutture e dei servizi. L’obiettivo è migliorare il servizio per i passeggeri e quindi dare un maggiore impulso al turismo, ma vogliamo anche ristrutturare tutto il sistema del trasporto merci in modo da ridurre le criticità che le nostre imprese attualmente hanno a causa dei trasporti». Sardegna, crocevia delle Autostrade del mare: una realtà o una speranza? «Questo governo si è impegnato fortemente per poter finalmente garantire la centralità della Sardegna nel bacino

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del Mediterraneo ed estendere i vantaggi sul trasporto marittimo delle merci, con servizi di elevata qualità nel corto raggio. Questa peculiarità deve esserci riconosciuta. L’essere al centro del Mediterraneo deve diventare il fulcro del sistema delle Autostrade del mare con il conseguente decongestionamento sulle strade del trasporto merci. La nostra isola deve avere delle rotte “privilegiate” sul trasporto marittimo a corto raggio. Il trasporto delle merci è ancora una delle modalità di trasporto marittimo che complessivamente genera minori impatti ambientali». Molti dei vostri problemi, però, riguardano proprio la movimentazione delle merci nei porti. Cosa farete a questo proposito? «In particolare per il trasporto merci stiamo creando un invaso nel porto di Porto Torres che possa garantire il ripristino del trasporto merci su rotaia verso il Nord Italia».


CONTINUITÀ TERRITORIALE

È tempo di cambiare un sistema ormai inadeguato Le regole della continuità territoriale sarda appaiono sempre più insostenibili. Lo sostiene il deputato sardo Carmelo Porcu, che insieme ai parlamentari Mauro Pili, Bruno Murgia, Settimo Nizzi, Paolo Vella ha presentato un’interrogazione al ministro dei Trasporti per risolvere la situazione Alessia Marchi

a questione dunque è ancora aperta e il diverso trattamento per le tariffe aeree dei passeggeri nativi dell’isola non trova pace. Alitalia applica la tariffa per la continuità territoriale, dunque quella a basso costo, mentre Air One, l’altra compagnia confluita in Cai no, ma, assicurano dall’azienda che «le compagnie hanno ben presente la questione e stanno lavorando per unificare le procedure e applicare un unico trattamento». Eppure le tasche dei sardi non se ne sono ancora rese conto e in soli due anni dall’accordo, tra tasse e oneri, tutti per andare o tornare, hanno lo stesso trattamento. «È una situazione insostenibile – è scritto nell’interrogazione presentata dai

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parlamentari Pdl – considerato che una decisione assunta da una apposita verifica sulle tariffe aeree di continuità territoriale aveva ridotto il costo di 89 euro sulle tratte Roma e Milano dai tre aeroporti sardi». Il mancato adeguamento delle tariffe, sostiene Mauro Pili, è una «regalia alle compagnie aeree e costituisce uno scippo quotidiano ai sardi; si deve intervenire immediatamente anche per verificare l'indebito guadagno percepito dalle compagnie aeree». I parlamentari sardi chiedono subito un intervento fermo e deciso da parte del governo per attuare con urgenza una rimodulazione delle tariffe ma anche le regole della continuità territoriale che appaiono sempre


Carmelo Porcu

Alcune delle principali compagnie aeree presenti in Sardegna; in basso, l’onorevole Carmelo Porcu

più inadeguate. Nel sollecitare una decisione in questa direzione «è indispensabile – sostengono i parlamentari – che venga discussa e approvata la mozione sulla nuova continuità territoriale proposta da oltre cinquanta parlamentari e che lo stesso presidente del Consiglio ha ufficialmente dichiarato di condividere e sostenere». Viene allora da chiedersi quanto tempo dovrà passare ancora per l’applicazione che, sostiene l’onorevole Carmelo Porcu, «al momento è del tutto insoddisfacente alle necessità dei sardi. Si era partiti due anni fa, con tariffe conformi alle nostre esigenze, poi man a mano siamo tornati, attraverso progressivi aumenti da parte delle compagnie aeree, alle tariffe che ven-

gono proposte praticamente a tutti e che non sono assolutamente competitive per noi sardi». Attualmente, la continuità presenta grosse lacune e non permette a tutti i sardi di poter usufruire delle agevolazioni nei trasporti, soprattutto non c’è una vera competizione e un mercato aperto. È per questa ragione, infatti, continua Porcu, «che la richiesta a oggi sarà quella di fare attuare al governo una continuità territoriale che tenga conto del processo di liberalizzazione del mercato, che preveda l’apertura a più operatori delle rotte nazionali in modo da poter avere su queste tratte una vera competizione delle offerte, e soprattutto di sottoporre le tariffe al regime del servizio pubblico. Si  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 165


CONTINUITÀ TERRITORIALE



Si era partiti due anni fa, con tariffe conformi alle nostre esigenze, poi man a mano siamo tornati, attraverso progressivi aumenti da parte delle compagnie aeree, alle tariffe che vengono proposte praticamente a tutti



 potrà volare sulle nostre rotte,

solo con tariffe massime prestabilite comprese di oneri e tasse, questo per tenere conto del principio di riequilibrio legato alle condizioni insulari della Sardegna, in modo da avere condizioni favorevoli pari a quelle che avremmo avuto, ad esempio, con un costo ferroviario». Ma la proposta non finisce qui: fino a oggi, i sardi residenti fuori dall’isola, o comunque emigrati, non possono usufruire delle agevolazioni. Nell’ultimo bando sulla continuità territoriale, infatti, non c’è alcuna norma sui sardi non residenti: la disciplina è rinviata a successive convenzioni, da qui la differenza di trattamento, mentre per l’onorevole Porcu sarà un punto fermo quello delle «agevolazioni ai nostri emigrati e ai familiari più stretti, come coniugi e figli». Quindi per i sardi, l’unica possibilità di stare al passo con i tempi rimane il viaggio in aereo, impossibile fare un paragone o avere la stessa competitività treno o aereo che si ha sulla stessa tratta Roma-Milano. «La Sardegna – afferma l’assessore regionale ai Trasporti Liliana Lorettu – dovrebbe avere le identiche opportunità che hanno le

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altre regioni, si dovrebbe poter viaggiare da e per la Sardegna con gli stessi costi chilometrici, per gli utenti, con cui si viaggia sulla terra ferma». Ma i problemi riguardano anche i collegamenti via mare, troppo lenti, e le linee ferroviarie interne necessitano di infrastrutture e ampliamenti. Così, quasi obbligati, si torna all’aereo e al suo giusto prezzo che è sempre più una chimera, se si considerano le tasse aeroportuali locali, quelle sulla sicurezza, le comunali e, ovviamente, il supplemento carburante che rimane identico anche se cala il prezzo al barile.

Dall’alto, il parlamento regionale sardo, una veduta del porto di Cagliari e l’aereoporto del capoluogo dell’isola


EDILIZIA

Un piano capace di riattivare l’economia Il forte rallentamento dell’edilizia rappresenta uno dei fattori di maggiore disagio per le comunità locali. Il Piano casa varato dalla Regione Sardegna è chiamato a invertire la tendenza. Ne traccia i contorni l’assessore dell’Urbanistica Gabriele Asunis Leonardo Testi

nnescare processi che vedono la rigenerazione e la riqualificazione del patrimonio immobiliare come il motore in grado di riavviare l’economia sarda. Sempre nel rispetto dei principi di salvaguardia del sistema naturale e del paesaggio. È questo l’obiettivo prioritario del Piano casa promulgato dalla Regione Sardegna lo scorso ottobre, che recepisce gli obiettivi concordati dalla Conferenza Stato-Regioni ed enti locali del marzo scorso. Gabriele Asunis, assessore regionale dell’Urbanistica, chiarisce scopi e nodi chiave del provvedimento, nato a seguito di un ciclo di conferenze territoriali avviate dall’amministrazione per attuare un percorso

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di collaborazione interistituzionale al quale hanno partecipato molti amministratori e tecnici dei Comuni sardi. Qual è la filosofia-guida del Piano casa? «Il piano accompagna gli indici di ampliamento, calibrati sulle diverse sensibilità degli ambiti territoriali, ad alcune condizioni di obbligatorietà in riferimento al contenimento dei consumi energetici e alla riqualificazione complessiva del patrimonio edilizio della Sardegna. La stessa filosofia avvalora la possibilità di intervenire anche nei centri storici, unicamente in riferimento agli immobili realizzati da meno di cinquant’anni, che presentino caratteri incongrui rispetto alle linee filologiche proprie di

quelli di antica data. La Regione ha esteso le opportunità offerte dal piano anche agli edifici a uso produttivo, turistico e ricettivo per indurre i privati ad avviare iniziative volte alla riqualificazione del patrimonio immobiliare, nell’ottica di un sensibile miglioramento della qualità architettonica non solo nei centri

Nella pagina a fianco, Gabriele Asunis, assessore degli Enti locali, finanze e urbanistica della Regione Sardegna


Gabriele Asunis

NESSUN “TSUNAMI” DI CEMENTO

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econdo l’opposizione di centrosinistra, il Piano casa promulgato dal Consiglio regionale della Sardegna rischia di tradursi in un via libera indiscriminato a una “colata di cemento”, in particolare sulle coste. A rispedire l’accusa al mittente è lo stesso presidente della Regione Ugo Cappellacci, che in un comunicato dell’ente regionale, sottolinea la reale portata del provvedimento «che punta a rilanciare un settore importante per l’economia isolana e da tempo in sofferenza, quello dell’edilizia». In un commento diffuso

abitati ma anche nel sistema costiero e in quello agrario». Il punto più controverso riguarda il via libera agli ampliamenti del 10% per le costruzioni situate nella fascia costiera fino a 300 metri dal mare. Esiste il pericolo di una “colata di cemento” sulle coste? «Le disposizioni previste sono coerenti con le previsioni del Codice del paesaggio, che promuove interventi di valorizzazione paesaggistica con una particolare attenzione alle aree più sensibili. Sulle nostre coste, accanto a scorci incantevoli dove le trasformazioni si sono mirabilmente integrate con il sistema paesaggio-ambiente, sono presenti scenari degradati a causa della presenza di

dall’Ansa, sempre in riferimento all’accusa di alterare il paesaggio a causa dell’applicazione del documento, Cappellacci ha inoltre dichiarato: «È il colmo che quest’accusa ci venga rivolta da quelli che nella passata legislatura hanno dato il via libera con lo strumento dell’intesa, cioè di un atto discrezionale, ad aumenti di cubatura per un milione e mezzo. Loro (la Giunta precedente guidata da Renato Soru, ndr) hanno concesso le volumetrie a pochi, ai cosiddetti business-men, noi abbiamo fissato regole uguali per tutti».

un’edilizia di modesta fattura. Gli ampliamenti programmati devono essere letti come un incentivo finalizzato a innescare un processo virtuoso di rinnovamento del patrimonio immobiliare che, in molti casi, incide negativamente sul paesaggio costiero. A completamento delle verifiche e dei nulla osta previsti dalla normativa vigente, affinché tutti gli interventi conseguano finalità di riqualificazione edilizia, è stata istituita un’apposita “Commissione regionale per il paesaggio e la qualità architettonica”. Un momento altamente significativo e preliminare, che persegue il miglioramento del contesto paesaggistico nel quale l’intervento programmato si inseri-  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 173


EDILIZIA



Il piano accompagna gli indici di ampliamento, calibrati sulle diverse sensibilità degli ambiti territoriali



 sce. Credo pertanto che quanti parlano di “colata di cemento” non conoscano l’articolato normativo approvato dal Consiglio regionale o facciano riferimento al sistema legislativo di altre regioni». Le indicazioni contenute nel provvedimento possono tradursi in un rilancio del settore edile? «Il carattere degli interventi realizzabili sulla base dell’articolato normativo approvato è

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in grado di riavviare il sistema economico riferito alle piccole e medie imprese, in particolare quelle artigiane, motore di ripresa delle attività economiche che, come noto negli ultimi anni, sono state interessate da una crisi senza precedenti, sia a livello nazionale che nel nostro più ristretto ambito regionale. Gli stessi incentivi volumetrici a favore degli interventi orientati al contenimento dei consumi energetici, oltre che favorire la diffusione di buone pratiche, in riferimento all’uso di tecniche e materiali innovativi, apriranno il settore dell’edilizia a un più vasto range di professionalità». Sarà possibile migliorare l’offerta ricettiva attraverso

la riqualificazione delle strutture alberghiere? «Abbiamo condizionato l’incremento volumetrico ammissibile alla rigenerazione complessiva dell’organismo edilizio, stabilendo come tale aumento debba essere orientato prioritariamente al miglioramento dell’offerta di servizi. Per competere in un mercato che ha target di riferimento ben diversi da quelli riferibili al trentennio precedente, a cui risale la maggior parte delle strutture ricettive isolane mirate a massimizzare il numero di posti letto, è oggi necessario investire su un’offerta variegata di servizi, capace di rispondere a una domanda sempre più esigente e differenziata».


Maurizio De Pascale

Allentiamo la tenaglia burocratica Il settore edile è un comparto chiave per l’economia regionale, in termini di occupati e di giro d’affari movimentato. Nonostante l’attuale quadro critico, Maurizio De Pascale, presidente di Ance Sardegna, auspica una ripresa dettata dall’applicazione del Piano casa. «Ma vanno abbattute le procedure burocratiche» Leonardo Testi

e imprese sarde che operano nel settore edile stanno attraversando una fase particolarmente critica. Sull’andamento generale si ripercuotono gli effetti della crisi nazionale e mondiale, uniti alle ripercussioni della stretta creditizia operata dalle banche. Una stretta che costringe molte aziende di costruzioni a rimandare o a rinunciare all’avvio di nuovi interventi di iniziativa privata. A pesare negativamente è anche l’aumento di incertezza della domanda, sia del sistema produttivo che delle famiglie. Non sta

L

meglio la domanda pubblica, che risente dei vincoli di spesa derivanti dal rispetto delle regole imposte dal patto di stabilità interno. In base ai dati contenuti nel terzo Rapporto sul settore delle costruzioni in Sardegna, l’industria edile della regione ha registrato nel corso del 2008 una flessione maggiore rispetto a quella nazionale. Si evidenzia, infatti, un calo dei livelli produttivi pari al 6,1%, contro un decremento medio a livello nazionale del 2,3%. Una decisiva boccata di ossigeno potrebbe però arrivare secondo Maurizio De Pascale, presidente di Ance Sardegna, 

Nella foto, Maurizio De Pascale, presidente di Ance (Associazione nazionale costruttori edili) Sardegna

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EDILIZIA

 dalle indicazioni recentemente mentale elemento contenuto emanate con il Piano casa. «La nostra categoria ha collaborato con la Regione per la redazione del documento, raggiungendo un esito soddisfacente. Dopo diversi incontri, il provvedimento della giunta ha, infatti, recepito e accolto molte delle nostre richieste che hanno reso, sempre dal nostro punto di vista, più organico e produttivo il progetto. Va soprattutto evidenziata la possibilità di estendere le demolizioni e le ricostruzioni alle attività produttive e alberghiere». Il Piano casa presenta un carattere straordinario e ha una durata limitata nel tempo. Come sottolinea Maurizio De Pascale, non nasce solo per motivi economici. L’obiettivo principale diviene quello di riqualificare i tessuti urbani e suburbani delle città italiane, rendendole maggiormente competitive e attrattive nell’ottica di una dimensione europea. «Limitare il provvedimento al segmento residenziale e al direzionale avrebbe in ultima istanza rappresentato un handicap, perché questo provvedimento dalle basi iniziali si è progressivamente allargato, includendo aree produttive o ex aree produttive sulle quali è necessario intervenire sia sotto il profilo delle attività di demolizione e costruzione, sia per quanto riguarda l’eventuale cambio di destinazione d’uso». Un altro fonda-

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nel Piano casa riguarda le strutture ricettive, alle quali è concesso un ampliamento fino al 35% del volume. «Si fornisce così la possibilità di attuare un intervento di rivisitazione della qualità dell’offerta alberghiera, che determina una superiore capacità attrattiva. Poter dotare le strutture ricettive di spazio aggiuntivo può, infatti, contribuire ad allungare la stagione turistica in regione, eccessivamente ancorata ai mesi estivi». Queste indicazioni si inseriscono nel quadro più generale del settore edile, che non naviga certo in buone acque. È importante sottolineare come il settore delle costruzioni rivesta in Sardegna un ruolo centrale nell’economia del territorio. Gli investimenti in edilizia costituiscono, infatti, il 9,6% del Pil della regione, mentre per l’Italia la percentuale è del 9,8%. Il comparto pesa in termini di addetti circa il 48,3% dell’occupazione di tutta l’industria, contro una media nazionale del 26-27%. «Ciò significa che entrando in crisi il settore edile, entra in crisi una fetta consistente dell’attività industriale in Sardegna». L’edilizia ha soprattutto perso capacità di attrarre investitori, segnando un -3,9% solo nell’ultimo trimestre. Per Maurizio De Pascale, oltre al Piano casa, la “ricetta” per rilanciare il comparto risiede nel drastico abbattimento delle pro-

RICADUTE OCCUPAZIONALI Un importante indicatore dell’impatto della crisi sull’economia reale è il calo dei livelli occupazionali: nel primo trimestre 2009 si registra, in Sardegna, una flessione tendenziale dell’8,2% dell’occupazione nel settore (-7,7% nel 2008), pari a circa 5.400 posti di lavoro in meno

-6,1% -8,2%

Variazione del valore aggiunto del settore edile nel 2008 Variazione dei livelli occupazionali nel 1° semestre 2009

-12,8%

Variazione compravendite nel 1° semestre 2009

-13,7%

Calo del flusso di mutui investimenti in costruzioni residenziali nel 2008


Maurizio De Pascale



Il Piano casa dà la possibilità di attuare un intervento di rivisitazione della qualità dell’offerta alberghiera determinando una superiore capacità attrattiva

3,6 mld

INVESTIMENTI Ammontare stimato per il 2008 degli investimenti in costruzioni in Sardegna, che incidono per il 9,6% sul Pil della regione mostrando un valore di poco inferiore al 9,8%

62 mila ADDETTI

Nel 2008 gli occupati nel settore edile risultano circa 62mila rappresentando il 48,3% del numero totale dei lavoratori nell’industria



cedure burocratiche e nell’accelerazione delle pratiche che afferiscono alla Pubblica amministrazione. «Le attività che vanno avanti in regione sono quelle che hanno tutte le carte in regola, i timbri e le carte bollate a posto. E anche in questo caso c’è chi fa marcia indietro. Ma non è pensabile che una regione possa oggi far riferimento solo

alle attività già consolidate. È necessario incrementare la facilità di investimento, oltre a poter contare su poche regole e certe». Un altro elemento da non trascurare è il gap infrastrutturale che ancora frena l’Isola, inteso sia da un punto di vista materiale che virtuale. Ma è soprattutto la lentezza complessiva della sfera buro-

cratica a identificare l’ostacolo principale da superare, se si vuole pensare al rilancio delle costruzioni. «La legge Bassanini – conclude De Pascale – così a lungo invocata ha finito per determinare il sovrapporsi di molteplici passaggi autorizzativi. Si è arrivati così paradossalmente a una totale deresponsabilizzazione». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 177


SVILUPPO DEL TERRITORIO

L’investimento turistico passa da Su Bardoni Un’occasione mancata per lo sviluppo del comparto turistico di Cabras e dell’intera provincia di Oristano. Così può essere considerata, almeno fino a questo momento, l’area di Su Bardoni. Lo spiega Efisio Trincas, ex sindaco e attuale consigliere comunale Francesca Druidi

n questi anni è rimasto di fatto inespresso un progetto di valorizzazione effettivo dell’attrattività del territorio di Su Bardoni, sulla Costa del Sinis. «Tra il 1999 e il 2000 – ricorda Efisio Trincas, sindaco del Comune di Cabras dal 1998 al 2008 e attuale consigliere comunale – il consiglio comunale ha provveduto a eliminare i vincoli che gravavano da anni a Su Bardoni, primo fra tutti l’uso civico sui circa trentun ettari di riferimento». Vincoli che avevano impedito, fino ad allora, ogni possibile intervento edificatorio. Nel 1986 sono state comunque realizzate opere di urbanizzazione primaria: impianto

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di depurazione, rete idrica e fognaria. Diversi sono i bandi pubblici che non vanno in porto, a causa di progetti di imprese rivelatisi non conformi ai requisiti necessari. Anche il programma che coinvolge dal 2005 la società Condotte Immobiliari viene sospeso. Nel dicembre 2006 è, infatti, firmato il protocollo d’intesa tra il Comune di Cabras e la Regione guidata da Renato Soru. Nell’accordo vengono tracciate le linee strategiche di sviluppo, tra cui la lottizzazione di iniziativa pubblica denominata, appunto, Su Bardoni. Il protocollo impone però una sostanziale inversione di rotta: in primis, il trasferi-


Su Bardoni

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Quest’area è particolarmente rinomata per la bellezza della sua spiaggia, formata da granelli di quarzo bianco

Nella pagina a fianco, Efisio Trincas, ex sindaco del Comune di Cabras e attuale consigliere comunale. Riveste anche il ruolo di segretario nazionale del Partito Sardo d’Azione. Sopra, una veduta panoramica dell’area di Su Bardoni nell’Oristanese, e un particolare della spiaggia

mento delle volumetrie nella zona del campeggio comunale a Is Aruttas e il conseguente spostamento della zona di edificazione del complesso alberghiero, caratterizzato da una capacità ricettiva inferiore agli obiettivi di partenza. È lo stesso Trincas a denunciare la disattesa della Regione Sardegna al progetto che l’amministrazione comunale ha formulato in seguito all’accordo, tenendo conto dell’aspetto ambientale e cercando di realizzare interventi compatibili con le previsioni del Piano paesaggistico regionale. Con il governo Cappellacci, si apre un nuovo possibile orizzonte di manovra: «Il Piano Casa da

poco approvato consente oggi di realizzare opere a destinazione turistica con maggiore facilità. Oggi il Comune può iniziare le procedure per indire un nuovo bando e cercare di concretizzare l’insediamento». E, in effetti, il Consiglio comunale di Cabras ha approvato in estate il testo di un bando esplorativo per cercare imprenditori disposti a investire sulle coste del Sinis. «Quest’area – specifica Trincas – è particolarmente rinomata per la bellezza della sua spiaggia, formata da granelli di quarzo bianco. Piuttosto che rendere la zona una località d’élite, ritengo sia oggi più produttivo dar vita a una comunità residen-

d

ziale sull’esempio delle community americane, poiché generano maggiori ricadute occupazionali e coinvolgono in misura superiore la popolazione locale». Su Bardoni resta un caso emblematico. «Per una pubblica amministrazione intervenire su un territorio dotato di mille vincoli come questo, richiede passaggi burocratici che creano delle lungaggini. Le sovrintendenze esterne alla regione che amministrano i beni culturali e ambientali, ad esempio, non conoscono il territorio sardo e quindi non sono consapevoli della differenza tra un’area che va tutelata e un’altra che può essere oggetto di interventi di manutenzione». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 183


IS ARENAS

Per Is Arenas non soffierà alcun vento Una rivoluzione energetica che sembra portare alla luce nuove “tarme” dell’economia italiana. La società Is Arenas Renewables Energies ha richiesto la concessione demaniale per la realizzazione di un parco eolico offshore. Ma se andasse in porto, il progetto deturperebbe la costa in modo irreversibile: così l’onorevole Mauro Pili concentra i suoi “no” Adriana Zuccaro

er rispondere alle necessità di sviluppo energetico, le risorse del territorio sardo hanno atteso a lungo. Nonostante le proposte e le pianificazioni del governo regionale degli ultimi anni inerenti all’applicazione di sistemi di gestione dell’ambiente disciplinati dalle disposizioni Ue, l’interesse di troppi privati ha spesso preso il sopravvento, creando scandalo e dissenso. Contro la proposta della società oristanese Is Arenas Renewables Energies per il progetto di un parco eolico offshore, forte e deciso è l’impegno dell’onorevole Mauro Pili, componente della Com-

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missione ambiente della Camera. Con 80 torri eoliche di 100 metri di altezza visibile, il paesaggio marittimo tra le località di Su Pallusu e S’Archittu, verrebbe atrocemente deturpato da un sistema di alternativa energetica che, nel turbinio dell’incessante progresso tecnologico cui assistiamo, per molti è già obsoleto. Impatto ambientale. Ostacoli alla navigazione. Disagi ai cittadini. Empasse al circuito economico portuale e costiero. Sono ragionevolmente esplicite le ragioni di un semplice “no” al progetto proposto. Perché si è giunti a tanta polemica?

Simulazione del posizionamento delle torri del parco eolico su progetto della Is Arenas, nell’area di mare compresa tra Capo Mannu e Santa Caterina di Pittinuri. Sopra, manifestazione di protesta tenutasi a S’Archittu contro il progetto del parco eolico off-shore. A destra, l’onorevole Mauro Pili, deputato alla Commissione ambiente della Camera


Mauro Pili



Come in Sardegna, così in tutto il nostro Paese, buona parte delle grandi industrie energetiche non riesce a evitare di immettere ingenti quantità di CO2 in atmosfera perché alla regolare modifica degli impianti, preferisce requisire certificati verdi



«La risposta richiede una semplice riflessione sui dati: sulla costa di Cagliari, quasi a ripercorre l’antico cammino di Sant’Efisio, sono stati progettati sul mare, a 2-3 miglia dalla costa, 16 chilometri continui di pale eoliche per 29 mila di specchio acqueo. Cinque immense distese di pale e pali alti oltre 130 metri piazzati in mezzo al mare. Una potenziale devastazione paesaggistico-ambientale inaudita a favore di chi, pur di accendere le “slot machine del vento”, è disposto a sfregiare l’ambiente in modo indelebile. Per questo motivo va bloccato il devastante principio che anima le grandi industrie inquinanti: i crediti verdi delle pale eoliche della Sardegna». Continuano le proteste contro il parco eolico offshore proposta dalla Is Arenas Renewables Energies. Quali sono i principali motivi che l’hanno indotta a sollecitare un’indagine della commissione Antimafia sulla società di Bosa? «Sono bastate due località per

accendere i riflettori su questa tempesta eolica che si sta abbattendo sulla Sardegna: Montecarlo e Lussemburgo. A Montecarlo risiede l’amministratore dell’impresa, in Lussemburgo è registrata la società proprietaria della Is Arenas Srl. La residenza in queste località non è un reato, ma è anche vero che molto spesso in questi paradisi fiscali accade di tutto e di più. L’intreccio societario è sintetizzato nello stesso status delle società: sono senza nomi e cognomi, registrate poche ore prima della presentazione dei progetti al solo scopo di nascondere mandanti, intermediari e finanziatori occulti». È il caso della Is Arenas? «Si conosce solo il nome del suo amministratore: Stefano Rizzi, residenza monegasca, natali genovesi. Il socio unico della Is Arenas è Partnercom Sa, sede in Lussemburgo e consociati sconosciuti. Le scatole cinesi iniziano qui: secondo il registro delle imprese di Bergamo, Rizzi detiene quote per 490.000 euro della società Xeliox, partecipata  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 203


IS ARENAS

 al 50% dalla Tolo energia Srl

che è posseduta, a sua volta e interamente, dalla società Krenergy. Il 69% della Krenergy è della Euroinvest Finanza Stabile che controllava a sua volta il 25% della società Kaitech». Qual è il legame con i capitali sospetti? «Il nome che ha fatto scattare il lampeggiante è quello della Kaitech, società nota alle cronache per alcune vicende processuali legate al cosiddetto “tesoro” dell’ex sindaco di Palermo Vito Ciancimino e per la quale sarebbero intervenute ricapitalizzazioni con denaro di provenienza sospetta. Ovviamente sono arrivate smentite sui legami societari, ma la storia è scritta. A seguito di una fusione societaria, la Kaitech ha cessato di esistere, ma almeno tre dei suoi amministratori risultano essere tra quelli della società in rapporti con la Xeliox partecipata da Rizzi. L’intervento della commissione Antimafia era quindi un passo obbligato. Il silenzio sarebbe stato complice». Affermati i numerosi svantaggi che il progetto offshore apporterebbe al territorio ambientale e socio-economico, viene da chiedersi come è possibile che la società Is Arenas proponga e si renda portavoce di un progetto palesemente speculativo, se di speculazione davvero si parla? «Non si tratta più solo del caso Is Arenas, è un caso Sardegna, forse un caso Italia. Buona parte delle grandi industrie energetiche inquinano, immettono

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grandi quantità di CO2 in atmosfera e per mettersi in regola non modificano i propri impianti ma requisiscono ovunque certificati verdi. Le pale eoliche servono per questo. Convengono due volte agli speculatori: la prima quando vengono sovvenzionati dallo Stato per realizzare gli impianti, la seconda quando li cedono a quelle industrie che non smettono di inquinare ma si lavano la coscienza, ed evitano le multe, acquistando i certificati verdi per compensare “teoricamente” l’anidride carbonica immessa nell’aria». La rivoluzione energetica che l’Italia sta tentando di attuare non poteva non invogliare speculatori e falsi affaristi. Quali sono secondo lei le

strategie da mettere in atto per debellare le “tarme” dell’economia italiana? «Serve una rivoluzione concreta nella governance e una strategia moderna per lo sviluppo legato all’ambiente. In Italia abbiamo ancora, faccio solo un esempio, una commissione di valutazione d’impatto ambientale che esprime pareri su tutto, composta da cinquanta persone quando basterebbe un responsabile del procedimento amministrativo. Più trasparenza significa meno burocrazia, meno burocrazia significa meno insidie, trabocchetti, e quant’altro si annida in una pubblica amministrazione pesante e tortuosa. Ma per rilanciare il nostro Paese servirebbero anche “alte sfide”».


Diritto di replica

La società di Bosa controbatte alle proteste La contropartita della Iare si gioca su un terreno di legalità. Per Stefano Rizzi, amministratore delegato della società di Bosa, «le ragioni di opposizione al progetto del parco eolico sono fondate su presupposti sbagliati o sulla mancanza di conoscenza» Adriana Zuccaro

dispetto dei numerosi dissensi espressi dai cittadini, dagli ambientalisti e dai rappresentanti della politica regionale sarda sul progetto eolico proposto dalla Iare, probabilmente screditato anche dal silenzio dei suoi portavoce che i media hanno deciso di “inoltrare” ai lettori, la società dedita allo sviluppo delle tecnologie per la produzione di energia alternativa risponde alle proteste, affermando il proprio tentativo di contribuire allo sviluppo del territorio nel pieno rispetto dell’ambiente. Per l’amministratore delegato della Is Arenas Renewables Energies, il parco eolico offshore può fornire notevoli benefici all’intera regione.

A

In alto, panoramica della parte della costa di Oristano scelta dai progettisti di Is Arenas Renewables Energies

Quando e come ha preso il via la richiesta di assegnazione del progetto? «Come previsto dalla legge, abbiamo presentato presso la Capitaneria di porto di Oristano la richiesta di concessione demaniale il 21 maggio 2009. È una procedura standard che non prevede, in questa prima fase, la presentazione di un progetto completo ma unicamente la richiesta di poter utilizzare uno spazio di proprietà del Demanio a fini di produzione di energia pulita, con un progetto di massima. Solo successivamente si passerà alla fase dell’autorizzazione unica che vedrà la partecipazione al procedimento anche del ministero dell’Ambiente e del ministero  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 205


IS ARENAS

 dello Sviluppo economico, ol- Kyoto e dalla Ue, la Regione dello Stato o delle istituzioni tre che della Regione e delle altre istituzioni locali. Il che significa che le proteste che in queste settimane hanno riempito le cronache non sono motivate da dati oggettivi, ma dal timore generico di un intervento ritenuto invasivo a priori citando dati e informazioni che il più delle volte sono inventate o riportate in modo del tutto sbagliato. La proposta di Iare è basata su una grande attenzione e rispetto per l’ambiente, sia per quello interessato dall’intervento, sia per i positivi impatti rispetto alle emissioni in atmosfera e alla riduzione della CO2». Quali sono le caratteristiche tecniche dell’impianto che lo rendono utile a soddisfare il fabbisogno energetico del territorio sardo? «La nostra energia rinnovabile darà grandi immediati benefici alla regione. La Sardegna è al secondo posto in Italia per produzione di CO2. Il 50% circa della produzione elettrica dell’isola proviene da centrali a carbone; il costo per la compensazione di tale produzione di CO2, che grava sul sistema industriale regionale in base agli accordi di Kyoto, è pari a circa 145 milioni di euro l’anno. La Regione Sardegna importa il 96% dei combustibili e dell’energia per i consumi interni; il costo medio dell’energia in Sardegna è superiore a quello medio nazionale di circa il 30%; per ridurre del 6,5% le emissioni entro il 2012 e del 20% entro il 2020, come previsto da

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dovrà dotarsi di impianti per circa 2.000 MW da fonti rinnovabili. Noi vogliamo dare il nostro contributo». Di recente è stata richiesta un’indagine da parte della commissione Antimafia che vi suppone legati a passate vicende di speculazione in ambito siciliano. Per quali ragioni non è stato disposto alcun provvedimento che risolvesse tali sospetti e chiarisse la vostra posizione quali esecutori operativi del progetto? «Siamo sorpresi della richiesta fatta alla commissione Antimafia, che al momento non ci risulta abbia peraltro aperto alcuna inchiesta. Quanto abbiamo letto su di noi è talmente lontano dalla realtà che non capiamo nemmeno quali siano i presupposti di questa richiesta. Daremo tutta la nostra collaborazione alle istituzioni, quando qualcuno ci chiederà qualcosa, come ancora non è accaduto. Gli investimenti in gioco sono importanti e comprendiamo ci sia l’esigenza, per quanto appaia un po’ strumentale, di accertare chi siamo e da dove vengono i soldi che vogliamo investire in Sardegna per energia pulita e posti di lavoro: imprenditori italiani, fondi internazionali che arrivano nel nostro Paese». Dagli investimenti offerti sul progetto eolico, che tipo di ritorno economico avrebbe la Regione? «Iare non chiede alcun intervento economico da parte

locali. I capitali sono interamente privati, i cittadini avranno solo benefici economici, oltre che ambientali. Il ritorno per il territorio sarà molto importante. Per l’occupazione, con duemila posti di lavoro per la realizzazione dell’impianto e circa duecento per la gestione a regime in un’area classificata ufficialmente come depressa; maestranze prevalen-

Nella pagina accanto, impianto eolico offshore. Le torri raggiungono 130 metri di altezza di cui 30 sotto il livello del mare


Diritto di replica



Il 50% circa della produzione elettrica dell’isola proviene da centrali a carbone. Il costo per la compensazione della produzione di CO2 che grava sul sistema industriale regionale, in base agli accordi di Kyoto, è pari a circa 145 milioni di euro l’anno. Occorre reagire

 temente locali che in questo modo assumeranno competenze di alta qualità da potere riutilizzare in Italia e nel mondo. Le attività commerciali e di servizi della zona vedranno affluire, prima e dopo le fasi di costruzione, migliaia di persone che mangiano, dormono e fanno acquisti. E poi il costo dell’energia calerà per i privati e le imprese». Esperti del settore energia hanno indicato gli impianti eolici su modello Is Arenas quali arretrati e per nulla sostenibili. «La tecnologia presa in considerazione per la realizzazione di questo impianto è invece la più efficiente sul mercato. In tutti gli impianti esistenti simili a questo o in fase di progettazione nel Nord Europa e nel resto del mondo, si adottano turbine tri-pala ad asse orizzontale supportate da monopalo come le nostre. Nel nostro progetto è inoltre prevista l’adozione di nuovissime turbine eoliche presentate per la

prima volta nel recente convegno di settore “European Offshore Wind 2009 – Conference & Exhibition” tenutosi a Stoccolma meno di due mesi fa. Lo stato dell’arte del settore». A dispetto del vostro prolungato silenzio e mancate controaccuse, quale è concretamente la vostra direzione? «Noi riteniamo che una terra di tanta bellezza e ricchezza storico-culturale come la Sardegna, possa e debba convivere con il progresso scientifico e tecnologico del nostro tempo facendo dell’ambiente il suo cavallo di battaglia. La produzione di energia rinnovabile è un’attività di incalcolabile importanza non solo sotto il profilo industriale ed economico, ma anche sotto quello sociale e culturale, perché ci libera dalla dipendenza oggettiva dall’energia del secolo scorso, il massimo problema ambientale, sociale e persino politico dei nostri tempi». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 207


Il sistema sanitario regionale tra eccellenze e riforme

BINAGHI Un centro all’avanguardia nei trapianti di organi, tessuti e cellule. Tra cura, idoneità alla donazione e ricerca

CARDIOCHIRURGIA L’esperienza del professor Giorgio Aru che dalla Sardegna è volato negli Stati Uniti, dove è uno dei massimi esperti nel settore


POLITICHE SANITARIE

Contro l’epidemia silente facciamo sentire la nostra voce La malattia di Alzheimer, la più comune forma di demenza, è un fenomeno in costante crescita. In Italia i malati sono più di 600mila. «Il parlamento ha l’obbligo di mobilitarsi» esorta il senatore e medico Piergiorgio Massidda. Che propone un disegno di legge «per garantire l’adeguata assistenza e il rispetto della dignità dei malati» Giusi Brega

Imaging a risonanza magnetica di un cervello che presenta atrofia cerebrale e affetto dal morbo di Alzheimer. La malattia si manifesta inizialmente come demenza caratterizzata da amnesia progressiva e altri deficit cognitivi. Ne soffrono circa 26,6 milioni di persone nel mondo, in prevalenza donne

Alzheimer è una malattia subdola. Devasta la mente. Deforma le immagini. Si impossessa dei ricordi. Fa dimenticare chi si è. Di fronte a questa realtà, molte famiglie si spaccano. Perché non tutti sono in grado di relazionarsi con chi è affetto da questa malattia. Lo sa bene il senatore Piergiorgio Massidda che ha proposto un disegno di legge che mira ad aiutare gli oltre seicentomila ammalati di Alzheimer in Italia. La sua proposta è stata subito seguita da una raccolta firme sul Televideo della Rai per sensibilizzare su questa patologia che ha ancora cause poco conosciute. Il disegno di legge prevede che il parlamento approvi lo stanziamento di almeno 20 milioni di euro per tre anni. «L’Alzheimer colpisce circa ottantamila persone ogni anno – sottolinea il senatore Massidda –. Il parlamento ha l’obbligo di mobilitarsi: sarebbe grave farci sorprendere impreparati da questa epidemia silente», che secondo le previsioni colpirà il doppio dei malati odierni entro il 2025. Lei ha proposto un ddl che mira ad aiutare i malati di Alzheimer. Perché questa patologia è diventata un’urgenza? «Il morbo di Alzheimer è una patologia del sistema nervoso centrale che colpisce l’individuo provocandone la demenza precoce. Prima si pensava che colpisse solamente gli anziani. In realtà, l’età si sta abbassando considerevolmente. Complici lo stress e la vita frenetica, trascuriamo i primi sintomi della malattia ov-

L’


Piergiorgio Massidda



L’Alzheimer colpisce circa ottantamila persone ogni anno. Il parlamento ha l’obbligo di mobilitarsi



vero la perdita di memoria e momenti di apatia. Finché non è troppo tardi. Non essendoci, ancora, un monitoraggio accurato della situazione, è difficile stabilire con precisione l’insorgenza dei nuovi casi, che, comunque, pare si aggiri attorno ai tre nuovi casi ogni mille abitanti. Le persone portatrici di questa malattia hanno problemi complessi per la cui soluzione, seppure parziale, è necessaria l’attività coordinata di specialisti medici e paramedici, oltre che di operatori socio-assistenziali; essendo diverse migliaia, essi costituiscono una preoccupazione sanitaria, economica e sociale, che una società civile deve assolutamente impegnarsi a risolvere con spirito di solidarietà». Al ddl è seguita una raccolta di firme in parlamento e sul Televideo della Rai. C’è stata una grande mobilitazione. «È vero. Alla raccolta delle firme hanno aderito esponenti del Senato e della Camera, ma anche il presidente Napolitano e la moglie Clio. Chie-

dono di intervenire. Di aiutare. Il ddl mira al Nella foto, il senatore Pdl Piergiorgio mantenimento dell’autosufficienza e alla qualità del Massidda. È laureato di vita dei malati che hanno il sacrosanto diritto in Medicina e all’Università di vivere bene nonostante la malattia. Perché il chirurgia degli studi di Sassari malato di Alzheimer è una persona con un’im- e specializzato in a Cagliari. mensa dignità e questa dignità oltre a dover es- Fisiatria Attualmente al Senato sere rispettata, va tutelata. Con questo disegno fa parte della 12a di legge vogliamo creare sinergie, dare allo Stato Commissione permanente Igiene la possibilità di coordinare e monitorare tutti gli e sanità, della interventi utili a capire la malattia e a gestirla al Commissione parlamentare di meglio. Questa legge che ho presentato è stata inchiesta sull’efficacia l’efficienza del copiata dalla Francia e dalla Germania. In Ita- eServizio sanitario nazionale lia stiamo ancora aspettando». Come è attrezzata la Sardegna per la cura e l’assistenza dei malati di Alzheimer? «Eccellenze vere e proprie non ce ne sono. Né in Sardegna né nel resto d’Italia. L’eccellenza denota la capacità di curare la malattia. In realtà siamo di fronte solo a tentativi, seppur pieni di buona volontà. In Sardegna, in concomitanza con il progetto ministeriale Cronos, sono state  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 221


POLITICHE SANITARIE



Il ddl mira al mantenimento dell’autosufficienza e alla qualità di vita dei malati che hanno il sacrosanto diritto di vivere bene al di là della malattia



 istituite 14 Unità valutative Alzheimer, distri-

buite in tutta la regione e gestite da competenze specialistiche geriatriche, neurologiche e psichiatriche. L’obiettivo è il miglioramento della qualità di vita e il rallentamento dei processi degenerativi. Sono inoltre attive 16 residenze sanitarie assistenziali, servizi extraospedalieri che assicurano la continuità assistenziale tra ospedale e servizi territoriali presenti e forniscono ospitalità, prestazioni sanitarie, di recupero funzionale e di inserimento sociale. In queste strutture lavorano diverse figure professionali, fra le quali operatori socio-sanitari e infermieri professionali, ma anche fisioterapisti ed educatori-animatori, psicologi, geriatri e dietologi. Non dobbiamo dimenticare che i malati di Alzheimer possono rivelarsi pericolosi per se stessi e per gli altri. Hanno dunque bisogno di strutture dedicate dove essere accuditi e protetti». Qual è la spesa sanitaria media per un malato di Alzheimer? «Da uno studio effettuato dalla divisione di Neurologia dell’Azienda ospedaliera di Verona in collaborazione con la facoltà di Economia dell’Università di Verona, è emerso che il costo medio annuo per paziente affetto da demenza tipo Alzheimer è di 42.235,53 euro.

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Spesso quasi totalmente a carico dei parenti. In Italia, dove il senso della famiglia è ancora molto sentito, piuttosto che mettere un proprio caro all’interno di strutture specializzate si preferisce tenerlo a casa. Con esiti drammatici. Perché un malato di Alzheimer alterna momenti di abulia a momenti di violenza verso gli altri o verso se stesso. La società è chiamata a risolvere questo problema, non solo per lo spirito di solidarietà, ma soprattutto per contribuire a limitare il numero delle persone affette da questa patologia».

Un’immagine del film Lontano da lei, diretto da Sarah Polley, che vede come protagonista una donna malata di Alzheimer


VERSO LA RIFORMA

Cambiare la sanità per cambiare la Sardegna Riordino delle Asl, controllo della spesa sanitaria senza ridurre l’assistenza e le prestazioni. L’assessore Antonello Liori traccia le linee guida della riforma. E avverte: «I soldi da soli non bastano. Occorre organizzazione» Giusi Brega

n obiettivo importante: agganciare le regioni virtuose nella gestione oculata delle risorse e raggiungere più alti livelli di efficienza ed efficacia. «Anche a costo di qualche sacrificio». Lo sottolinea l’assessore regionale alla Sanità Antonello Liori che si dice risoluto nell’intenzione di non permettere che la Sardegna scivoli al livello più basso nella qualità del servizio sanitario erogato. In quest’ottica va vista la riforma sanitaria che promette un piano per abbattere le liste d’attesa e controlli sul sistema pubblico. In particolare sulla spinosa questione delle liste d’attesa, Liori è perentorio: «È un problema prioritario sul quale abbiamo già indirizzato dieci milioni di euro. Stiamo studiando un piano, perché per vincere la battaglia non bastano solo le risorse. Serve un’organizzazione migliore». Quali sono i punti fondamentali della riforma sanitaria in Sardegna? «Innanzitutto una separazione netta tra la

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224 • DOSSIER • SARDEGNA 2009

Nella foto, l’assessore regionale della Sanità, Antonello Liori. Laureato in Medicina e chirurgia, con una specializzazione in Cardiologia, è ufficiale medico del Corpo militare della Croce rossa


Antonello Liori



Ciò che è mancato finora è la stabilità, un fattore che permette di programmare e realizzare gli obiettivi che una gestione si prefigge. Le regioni che vantano una sanità migliore, guarda caso, hanno anche una gestione politica più stabile



medicina preventiva territoriale e quella ospedaliera, obiettivo che intendiamo raggiungere scorporando gli ospedali di dimensioni più grandi dal sistema delle Asl. Questo, ovviamente, permetterà di avere dei flussi di finanziamento certi sia verso la medicina del territorio, che intendiamo implementare, sia verso quella ospedaliera, che vogliamo razionalizzare nel modo migliore. Abbiamo la necessità di risparmiare dal punto di vista amministrativo e, soprattutto, da quello delle forniture, attraverso il sistema delle “aree vaste”, già realizzato in altre regioni. Si tratta di un lavoro di razionalizzazione che, da un lato, porterà evidenti miglioramenti nella movimentazione di materiali e medicinali, e dall’altro garantirà minori costi per la collettività. Non pretendiamo di inventare nulla, ma di mettere a punto sistemi che in altre regioni hanno dato buoni risultati». La questione delle liste d’attesa desta non poche preoccupazioni. Come intendete agire su questo fronte? «Per quanto riguarda la questione delle liste d’attesa, non appena insediato ho provveduto a recuperare, grattandoli dai titoli di bilancio, dieci milioni di euro per un primo intervento. Quattro di questi milioni sono stati spesi per la medicina specialistica convenzionata. I restanti sei verranno impiegati seguendo le direttive di un comitato creato ad hoc e insediatosi recentemente proprio per risolvere il problema delle liste d’attesa. Ma dovremo recuperare altri fondi per ottimizzare i risultati, perché sono cosciente che queste risorse non saranno sufficienti». Professionalità, organizzazione, senso di responsabilità. Cosa è mancato fino a oggi al sistema sanitario della Sardegna? «Sono convinto che, oggi come oggi, la sanità sia gestita sempre più con criteri scientifici,  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 225


VERSO LA RIFORMA

LE NUOVE NOMINE Ecco i commissari nominati dalla giunta. Previsti accorpamenti e consorzi tra le strutture

 sebbene rimangano importanti l’indirizzo e

l’atteggiamento culturale che uno ha. Mi preme fare un esempio. L’Asl di Nuoro, che si trova in una delle zone più povere dell’Isola, in questi anni è cresciuta in maniera importante nell’organizzazione del sistema ospedaliero e questa crescita è particolarmente evidente se confrontata con quella delle altre province. Ho cercato di darmi una spiegazione, e sono arrivato alla conclusione che la crescita è stata favorita dalla stabilità, perché tutte le aziende che si sono succedute, le diverse gestioni regionali, le varie maggioranze, hanno ogni volta riconfermato lo stesso manager. Ecco cos’è mancato alla Sardegna finora: la stabilità. Che, secondo me, è un fattore fondamentale che permette di programmare e realizzare con determinazione gli obiettivi che una gestione si prefigge. Del resto credo sia evidente, soprattutto se si guarda alle regioni d’Italia che vantano una sanità migliore e che, guarda caso, hanno anche una gestione politica più stabile: Toscana, Emilia Romagna, Veneto, Lombardia. Certo, la professionalità aiuta. Il coordinamento anche. Ma, ad essere sinceri, la Sardegna ha delle difficoltà oggettive nell’organizzazione». In che senso? «Guardiamo ad esempio il sistema dei Lea, i livelli essenziali di assistenza sanitaria, ovvero le prestazioni e i servizi che il Servizio sanitario nazionale è tenuto a garantire a tutti i cittadini, gratuitamente o dietro pagamento di un ticket. In Sardegna i Lea sono diffusamente garantiti, ma abbiamo una popolazione concentrata soprattutto nel centrosud dell’area cagliaritana. Per il resto, abbiamo una dispersione della popolazione in un territorio geograficamente molto disa-

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a giunta regionale ha deliberato lo scorso settembre la nomina di 11 commissari: 8 alle Asl, 2 alle aziende miste di Cagliari e Sassari, 1 all’ospedale Brotzu. I nomi dei commissari: per le Asl, Paolo Manca (Sassari), Giovanni Antonio Fadda (Olbia), Antonio Succu (Nuoro), Francesco Pintus (Lanusei), Giovanni Panichi (Oristano), Giuseppe Ottaviani (Sanluri), Maurizio Calamida (Carbonia), Emilio Simeone (Cagliari). I commissari delle aziende miste sono stati invece nominati d’intesa coi rettori delle Università: Ennio Filigheddu a Cagliari e Giovanni Cavalieri a Sassari. All’azienda ospedaliera Brotzu andrà Antonio Garau. Per tutti i dirigenti il contratto è di 180 giorni, durante i quali dovranno avviare la riforma inserita dal Consiglio regionale nella manovra dello scorso agosto. In particolare, tutte le aziende saranno

consorziate nell’unica “macroarea Sardegna”, per «l’accentramento e la gestione in maniera unificata delle procedure di acquisto di beni e servizi, della gestione giuridica e previdenziale del personale, dei magazzini, delle tecnologie informatiche e del bilancio (per la parte relativa alle funzioni di pagamento)». La riforma prevede che le Asl resteranno 8, quelle miste 2, ma sorgeranno altre quattro aziende ospedaliere, con l’aumento dei manager, da 11 a 16. L’unica azienda ospedaliera già all’opera, il Brotzu, accorperà anche l’ospedale microcitemico e quello oncologico, mentre quelle nuove saranno in Gallura (Giovanni Paolo II di Olbia e il Civile di Tempio), a Nuoro (San Francesco e Zonchello), Sulcis (Sirai di Carbonia, Cto e Santa Barbara di Iglesias) e Oristano (Delogu di Ghilarza e San Martino di Oristano).

giato e tormentato, per cui è difficile raggiungere le piccole popolazioni e garantire livelli di assistenza accettabili o comunque paragonabili a quelli delle aree densamente popolate della nostra Isola». In questo senso, sono stati espressi dei timori di accorpamento o soppressione delle Aziende sanitarie locali. «Alle Aziende sanitarie locali che non saranno soppresse verranno lasciati i compiti di gestione e erogazione dei servizi sanitari. Tutto ciò che invece riguarda l’amministrazione verrà scorporato nelle “aree vaste”. Si


Antonello Liori

tratta di un sistema già sperimentato in tante regioni d’Italia e che ha portato vantaggi in termini di risparmio e di miglioramento nell’erogazione dei servizi sanitari diretti. Non vedo perché non dovrebbe essere altrettanto per la Sardegna». Qual è lo stato della sanità sarda lasciato in eredità dalla giunta Soru? «Rispondo citando un dato: un disavanzo di 180 milioni di euro, ben superiore ai 100110 milioni di euro preventivati dall’assessore che mi ha preceduto». Per quale motivo è stata presa la decisione di commissariare i direttori generali? «Il commissariamento era la condizione imprescindibile per la riforma. Abbiamo nominato i commissari quasi ad acta. Questi devono attuare una riorganizzazione che modifica profondamente l’assetto istituzionale e organizzativo, e quindi anche legale, delle Asl. Il che ha fatto automaticamente decadere i direttori generali che non avrebbero avuto interesse a portare avanti questa riforma». Quali sono i criteri con cui sono stati scelti i commissari? «Innanzitutto la professionalità. E poi il rapporto fiduciario. Per tutti i commissari il contratto è di sei mesi, come stabilito dalla legge, e questo di per sé è garanzia di massima serietà. I commissari hanno dato le loro direttive per portare a compimento il loro operato che prevede lo scorporo delle aziende ospedaliere, della ricognizione degli istituti da scorporare e l’istituzione delle aree vaste». Qual è la sua opinione in merito al ricorso annunciato dagli ex manager? «È un loro diritto ricorrere. Se le loro ragioni hanno un fondamento troveranno accoglienza in tribunale». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 227


CENTRO REGIONALE TRAPIANTI

Donare gli organi è un atto di volontà L’ultimo ventennio ha registrato la progressiva ascesa dell’attività medica e scientifica del trapianto di organi, tessuti e cellule. Il professor Carlo Carcassi, responsabile del Centro regionale trapianti dell’ospedale Binaghi di Cagliari, può descrivere l’eccellenza del reparto anche attraverso un numero: 24.000 sono gli iscritti al registro dei donatori volontari più grande d’Italia Adriana Zuccaro

a strutturazione della Rete trapianti italiana, della quale la Sardegna fa parte a pieno titolo, costituisce uno dei modelli operativi più efficienti del panorama sanitario nazionale. «Ha raggiunto standard di qualità e sicurezza talmente elevati da poter essere applicato ad altre branche della nostra sanità». Il professore Carlo Carcassi, responsabile del Centro regionale trapianti dell’ospedale Roberto Binaghi dell’Asl 8 di Cagliari, descrive il reparto quale esempio di eccellenza sanitaria, nonché centro di ricerca medico-scientifica costantemente impegnato nell’identificazione dei fattori genetici e immunologici responsabili delle complicanze talvolta mortali che insorgono dopo il trapianto. In cosa il Crt può essere di esempio alle altre realtà sanitarie italiane? «Le eccellenze del Centro regionale trapianti confluiscono nel coordinamento di ogni fase

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delle donazioni di organi, tessuti e cellule, dall’accertamento dell’idoneità del donatore e degli organi fino alla gestione del registro regionale dei donatori volontari di midollo osseo, definito più correttamente quale registro dei donatori di cellule staminali ematopoietiche. Il registro nato nel 1987, primo in Italia, nasceva dalla necessità di trovare un donatore di midollo osseo compatibile con i malati di talassemia, malattia ereditaria ad alta incidenza in Sardegna: attualmente consta di circa 24.000 donatori, rappresentando il registro più grande in Italia per numero di donatori in rapporto alla popolazione dell’isola: 15 donatori ogni mille abitanti». Quali sono le caratteristiche dell’attività di ricerca medico-scientifica svolta al Crt? «Da anni il Crt svolge attività di ricerca, volta principalmente all’individuazione dei fattori genetici coinvolti nell’insorgenza e nella progressione di malattie quali diabete, malattie au-

In apertura, Carlo Carcassi, responsabile del Centro regionale trapianti dell’ospedale Roberto Binaghi dell’Asl 8 di Cagliari. Nella pagina a fianco, la foto in alto lo ritrae con l’equipe del Crt


Ospedale Binaghi

toimmuni, tumori e malattie meno frequenti o rare per le quali le conoscenze sono ancora frammentarie. Attualmente abbiamo in corso un importante progetto di ricerca finanziato da Telethon svolto in collaborazione con i centri trapianto di midollo osseo di Cagliari, Pavia, Pesaro e Milano che ha l’obiettivo di identificare i fattori genetici e immunologici responsabili delle complicanze talvolta mortali che insorgono dopo il trapianto». Quali dinamiche ha registrato finora l’esecuzione di trapianti in Sardegna?

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TRAPIANTI DI RENE Erano in attesa di essere eseguiti al 31 dicembre 2008. Tante persone ricevono un trapianto, ma tante altre si ammalano e vengono iscritte nelle liste d’attesa

«L’attività di trapianto è iniziata nel 1988 col primo trapianto di rene. L’anno successivo è stato effettuato il primo trapianto di cuore; nel 2004 il primo trapianto di fegato. Attualmente si effettuano presso l’azienda ospedaliera Brotzu di Cagliari i trapianti di cuore, rene da cadavere e da vivente, fegato, rene e pancreas e altri trapianti combinati e presso il presidio ospedaliero SS. Annunziata di Sassari il trapianto di rene. Sono assenti in regione i programmi di trapianto di polmone e di intestino, che vengono tuttora eseguiti in pochi centri italiani. L’attività di prelievo di organi e tessuti, necessaria per eseguire i trapianti, è garantita dalla presenza sul territorio di 13 coordinatori locali che si trovano in ogni presidio dotato di terapia intensiva e sono medici esperti nella comunicazione con le famiglie e nella gestione dell’intero processo dalla donazione fino al prelievo». Quali sono i trapianti più frequenti? «I trapianti di cellule staminali ematopoietiche prelevate dal midollo o dal sangue periferico vengono eseguiti ormai di routine a Cagliari, Sassari e Nuoro. Inoltre è ormai prossima all’apertura la banca di cellule staminali ottenute dal sangue cordonale, che si troverà a Cagliari presso l’ospedale Binaghi. Tale organizzazione regionale ha permesso alla Sardegna di avere nel corso degli anni una buona attività di trapianto. Dal 1988 a oggi il numero dei trapianti d’organo ha superato i 1.000 grazie alla generosità sempre dimostrata dalle famiglie che hanno acconsentito alla donazione più di 500 volte». SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 229


SARDI NEL MONDO

Sono volato negli Usa per curare il cuore di migliaia di malati Giorgio Aru, quasi trent’anni passati fuori dalla sua isola, la Sardegna. Solo così, secondo il celebre cardiochirurgo, ha potuto affermarsi in piena libertà. Oggi racconta come è diventato professore di ruolo all’Università del Mississippi e direttore del Centro trapianti cardiaci e della Scuola di specialità in chirurgia cardiotoracica Alessia Marchi

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na vita che sembra un percorso ad ostacoli, affrontati uno dopo l’altro con un preciso obiettivo sempre davanti agli occhi e un duro allenamento fatto di notti insonni, esami, lavoretti di sopravvivenza, viaggi e nostalgie fitte come certe macchie sulle coste della sua isola: la Sardegna. È il 1975 e Giorgio Aru non vuole «rimanere a Cagliari a languire come certi suoi colleghi neolaureati», così dopo laurea con lode in medicina e chirurgia e un anno nel laboratorio di analisi dell’ospedale Santissima Trinità, decide di partire per il “Nord”, tra pregiudizi e con pochi soldi, alla volta di Padova, per la specializzazione in cardiochirurgia. È solo il principio del lungo pellegrinaggio di Giorgio Aru, che lo porterà infine in America, conquistata a forza di prove ed esami: «arranco dietro un treno, ma ci sono troppi sassi» afferma oggi ripensando a quel periodo. Intanto il suo treno l’ha portato in Mississippi e qui oggi è professore di ruolo all’Università, direttore del Centro trapianti cardiaci e della Scuola di specialità in chirurgia cardiotoracica, e primario di Chirurgia toracica all’Ospedale Vamc a Jackson Mississippi, affiliato all’Università. Quali sono le sue specialità nel campo della cardiochirurgia? «I miei interessi principali sono la chirurgia dei trapianti cardiaci, delle coronarie, delle malattie valvolari e la chirurgia del polmone e del-

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Giorgio Aru, nato a Cagliari nel 1950, oggi è professore di ruolo all’Università del Mississippi, direttore del Centro trapianti cardiaci e della Scuola di specialità in chirurgia cardiotoracica, e primario di Chirurgia toracica all’Ospedale Vamc a Jackson, Mississippi


Giorgio Aru

l’esofago. Mi sono occupato anche di chirurgia mini-invasiva, chirurgia della fibrillazione atriale, ma anche tutto il resto della cardiochirurgia tradizionale. Ho scritto più di cento pubblicazioni e libri sull’argomento, tutti pubblicati negli Usa. Inoltre, cerco di dedicare molto del mio tempo anche agli specializzandi». La differenza maggiore del sistema sanitario americano rispetto al nostro? «Il sistema americano è basato sull’efficienza. Non è perfetto, ma probabilmente non c’è un

90% A RISCHIO

La percentuale degli adulti americani che soffre di almeno un fattore di rischio di malattie cardiache (pressione, colesterolo o glicemia alti, sovrappeso, fumo, poco movimento), secondo uno studio del Centers for Disease Control and Prevention

Paese che ne abbia uno tale: quaranta milioni di cittadini americani non hanno l’assicurazione sulle malattie e si servono della struttura pubblica dove non pagano, creando debiti per gli ospedali. È anche vero che molti di questi 40 milioni non sono poveri, ma hanno deciso di non pagare l’assicurazione sulle malattie e di spendere i loro soldi in altro, incluse sigarette e alcool. Molti di loro sono gravemente obesi, ma non si preoccupano del loro stato, nonostante il governo faccia una grossa campagna educa-  SARDEGNA 2009 • DOSSIER • 231


SARDI NEL MONDO

 tiva per risolvere questo problema. Il presi-

dente Obama ha già ottenuto una tappa che possiamo definire storica per il Paese, con l’approvazione della Camera alla riforma sanitaria». I clientelismi in Italia abbondano, il vostro sistema ne sembra immune. È ancora così? «È vero. Negli Usa è ancora valido il principio che chi lavora molto e dimostra efficienza va avanti e si afferma. È così nella maggior parte dei casi». Quali sono i più importanti progressi nella

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sua specialità? «Molte delle mie ricerche e pubblicazioni fatte in passato erano basate sull’uso della ecocardiografia transesofagea in cardiochirurgia. Quelle più recenti, invece, sono basate sulla correzione di cardiopatie congenite, acquisite e traumatiche. Inoltre sono stato uno dei promotori del bypass aortocoronarico senza l’impiego della circolazione extracorporea. Recentemente ho sviluppato una tecnica per il trattamento delle infezioni del cavo pleurico, dopo resezioni polmonari fatte con l’impiego della pressione negativa intrapleurica, il Vac dressing». Che cosa la affascina della cardiochirurgia? «Tutta la mia vita mi sono dedicato alla cura dei malati cardiopatici e dei malati con malattie del polmone e dell’esofago. Lavoro in media 14 ore al giorno, quando ero uno specializzando negli Stati Uniti arrivavo a lavorare 136 ore alla settimana. Il mio rapporto con la cardiochirurgia è stato bellissimo, specialmente da quando sono tornato qui negli Stati Uniti». Lei, infatti, era tornato in Sardegna nel 1987, dove rimase fino al 1993, anno in cui decise di tornare negli Stati Uniti. Perché ha scelto di nuovo gli Usa? «Ero tornato a Cagliari con un posto all’Ospedale San Michele, però mi sono presto reso conto che non si può essere profeti in patria, il mio futuro non era nelle mie mani e non volevo correre questo rischio, quindi sono tornato negli Usa». Quali apporti ha dato alla cardiochirurgia con la sua ricerca? «Ho inventato una sonda per la perfusione intracoronarica durante gli interventi di cardiochirurgia nel 1986. Concepita e prodotta in metallo, è stata venduta per circa 6 anni dalla Codman and Shurtleff, poi quest’ultima è stata assorbita dalla Johnson and Johnson che ha deciso di commercializzarla in plastica». Tornerà in Sardegna? «Torno in Sardegna due, tre volte l’anno per vedere la mia famiglia e gli amici. Non ho piani per tornare a lavorarci e nessuno me l’ha offerto di recente».


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