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OSSIER Opera Certificata n° A052548

Direttore responsabile Raffaele Costa • direzione@golfarellieditore.it Consulente Editoriale Irene Pivetti Cultura e immagine Marco Zanzi Coordinamento Redazionale Concetta S. Gaggiano • redazione@golfarellieditore.it Ufficio centrale Giusi Brega, Lara Mariani Redazione Antonio Giordano, Lucrezia Antinori, Eugenia Campo di Costa, Francesca Druidi, Sergio Federici, Federica Gieri, Nike Giurlani, Simona Lagone, Federico Massari, Andrea Moscariello, Nicolò Mulas Marcello, Daniela Panosetti, Sabrina Paoletti, Sarah Sagripanti, Marilena Spataro, Adriana Zuccaro Hanno collaborato Daniele Capazzone, Renato Farina, Maria Giovanna Maglie, Marcello Moratti, Michelangelo Podestà, Simona Cantelmi, Alessandro Gallo, Renata Gualtieri, Anna Di Leo, Leonardo Lo Gozzo, Michelangelo Marazzita, Francesco Scopelliti, Giuseppe Tatarella Ricerca e sviluppo Stefano Mariotto Dipartimento comunicazione Michela Calabretta • stampa@golfarellieditore.it Layout e lettering Rino Carobello Redazione Grafica Marianna Aporti, Renato Droghetti, Lorenzo Fumagalli, Chiara Milani, Anna Maria Mormile, Gaia Santi, Maria Pia Telese, Elisa Valli Sede Tel. 051 223033 - Via Ugo Bassi, 25 - 40121 - Bologna Redazione Via del Pozzetto, 1/5 - Roma Concessionaria pubblicità Media Invest 15 Stampa Rotoservice - 12022 Busca CN Tel. 0171 934601

Ministero dello Sviluppo Economico 2 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

Golfarelli Editore Anno VI - n°1 - febbraio 2010

www.golfarellieditore.it


OSSIER

EMILIA ROMAGNA

EDITORIALE

7

Raffaele Costa

L’INTERVENTO

9

Renato Brunetta Angelino Alfano

PRIMO PIANO IN COPERTINA Giorgio Armani

12

VERSO LE REGIONALI Giancarlo Mazzuca Vasco Errani Gian Luca Galletti

18

LAVORO/1 30 Michele Tiraboschi, Giuliano Cazzola LAVORO/2 Franco Toffoletto Riccardo Atanasio Salvatore Trifirò

34

LAVORO/3 Luigi Angeletti

44

CITTADINANZA Isabella Bertolini

48

LIBERTÀ D’IMPRESA Raffaello Vignali

52

L’INCONTRO Paolo Sciumé

56

PATRIMONI D’ITALIA Vittorio Sgarbi

60

POLITICHE PER L’INFANZIA Clio Napolitano Il sistema regionale

64

4 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

ECONOMIA E FINANZA FORUM INDUSTRIA Guidalberto Guidi Gaetano Maccaferri Alberto Vacchi Mauro Sacchetto Silvia Noè

72

SPA E FUTURO Gian Luca Sghedoni Panaria Group, Aeffe Group

84

TERRA DI MOTORI I miti

90

CONFINDUSTRIA L’impegno degli industriali

94

IMPRESA E LAVORO Il tessuto bolognese Il tessuto piacentino Il tessuto modenese Strumenti anti-crisi Fuori dalla crisi

116

RAPPORTI DI LAVORO Certificazione etica

126

RELAZIONI INDUSTRIALI Opportunità da valutare

128

CONSULENZA Evoluzioni Strategie aziendali Gestione del lavoro

130

136

142

MADE IN ITALY Giorgio Guerrini

102

FINANZA Augusto Mioli Stefano Collina, Claudio Farolfi

ETICA E IMPRESA Angelo Ferro

106

PROPRIETÀ INDUSTRIALE Diritti d’autore

MODELLI D’IMPRESA Luigi Marino Maurizio Gardini BO.Link, Camst

110

SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO Riqualificazione dell’aria Una cultura da formare

144


Sommario OPPORTUNITÀ PER IL TERRITORIO Sviluppo del Mozambico

TRASPORTI Ecosostenibilità Carichi pesanti

150

IUS & LEX

228

MERCATO IMMOBILIARE Realizzazioni

230

232

FINANZA PUBBLICA Tullio Lazzaro

188

FINITURE Finestre per tetti

234

PROTAGONISTI Pietro Ichino

192

INGEGNERIA Attività di prevenzione

236

MERCATO DEL LAVORO Gabriele Fava

196

PROGETTAZIONE Processi ingegneristici

200

RIFORME Filippo Berselli

158

REATI D’IMPRESA Filippo Sgubbi

160

DIRITTO FALLIMENTARE Gian Piero Biancolella

164

EVASIONE FISCALE Cosimo D’Arrigo Guardia di Finanza

206

POLITICHE ENERGETICHE Centro Enea di Brasimone

240

168

IL VALORE DELL’ATTO Paolo Piccoli DIRITTO DI FAMIGLIA Anna Maria Bernardini de Pace Affidamento condiviso

210

INQUINAMENTO INDUSTRIALE Normative vigenti

244

AMBIENTE Siti contaminati

246

CLASS ACTION Ugo Ruffolo GIUSTIZIA E IMPRESA La normativa

172

DIRITTO E IMPRESA Contratti assicurativi Lavoro Appalti

174

DIRITTO AMMINISTRATIVO Evoluzioni

182

INVESTIRE ALL'ESTERO Antonio de Capoa

184

216

SISTEMA FIERISTICO 220 Fabio Alberto Roversi Monaco Beppe De Simone, Lorenzo Cagnoni COMMERCIO Ugo Margini Pierluigi Sforza

238

ENERGIA E AMBIENTE

TERRITORIO DISTRETTI Forlì

SUPPORTI PER LA COMUNICAZIONE Elementi di design

224

SANITÀ CORSIE D’ECCELLENZA Istituto Ortopedico Rizzoli

250

CHIRURGIA PLASTICA Paolo Gottarelli

254

ODONTOIATRIA Osteointegrazione Lumineers Tecniche e materiali

258

OFTALMOLOGIA Chirurgia refrattiva

265

OSTEOPATIA Tecniche e applicazioni

266

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 5


L’INTERVENTO

L’innovazione non è solo tecnologia di Renato Brunetta nnovare non significa procedere all’acquisto di macchinari, prevalentemente informatici, da mettere al servizio delle cose che già si fanno per continuare a farle sempre nello stesso modo. L’innovazione non è solo il servizio che la tecnologia rende a quanti sono addetti alla produzione, anzi, nel campo dei servizi e quindi della Pubblica amministrazione il soggetto principale dell’innovazione è il servizio stesso. E la testa di chi lo fornisce. Passare dalla logica della catena di montaggio alle moderne fabbriche in gran parte robotizzate non significa fare le stesse automobili in modo diverso, o solo con meno manodopera, ma fare in modo diverso automobili diverse. E anche per quello che riguarda i lavoratori, l’innovazione tecnologica non è la mera sostituzione della forza delle braccia con quella della meccanica, ma la promozione degli addetti alla produzione, che passano dall’essere essi stessi pezzi di un ingranaggio (modello Tempi moderni di Charlie Chaplin) al divenire fornitori di competenze ed esperienze, d’intelligenza. Purtroppo, invece, è capitato spesso che la politica dell’innoVogliamo rendere vazione sia stata una specie di amichevole il rapporto vendita all’ingrosso di computer, tra l’amministrazione messi al servizio dell’arretratezza. Il che viola un’altra regola fone il cittadino, anzi damentale: l’innovazione comil “cliente”, come porta investimenti, quindi spesa, non mi stanco di dire ma il suo scopo è quello di risparmiare sui costi operativi e

I





guadagnare una più alta produttività. L’innovazione che non comporta risparmi, che non modifica il processo produttivo e, quindi, non rende diverso e migliore il servizio, si chiama spreco. Non sempre innocente, non solo figlio d’incapacità, visto che, comunque, arricchisce le casse dei fornitori. L’innovazione deve partire non da modelli astratti, ma dalla conoscenza approfondita delle modalità operative di partenza e del prodotto che si offre ai cittadini. (...) Il Piano di e-government 2012 ci avvicina all’Europa e si muove nella direzione europea della riduzione degli oneri dell’amministrazione pubblica: una strada per ridare ossigeno alla competitività. Ma avvicina anche i settori sociali che oggi il digital divide allontana e disperde, riducendo la coesione sociale e le opportunità di chi è svantaggiato. Non si tratta solo del digital divide tradizionale, quello geografico-territoriale: nord-sud, città-area montana. Ci sono nuove forme di svantaggio dovute alla cultura e alla lingua (la popolazione immigrata), all’età (gli anziani), alla posizione nel lavoro (le donne). Bene, dobbiamo potenziare l’accessibilità dei servizi pubblici, supportando il cittadino nell’uso delle nuove tecnologie e rendendole “amiche”. Vogliamo rendere amichevole il rapporto tra l’amministrazione e il cittadino, anzi il “cliente”, come non mi stanco di dire. EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 9


IN COPERTINA

UNA QUESTIONE DI STILE Una vita dedicata a stoffe, colori, forme. Ad anticipare, attraverso il suo genio, i cambiamenti della società. Giorgio Armani ha saputo dimostrare di essere anche imprenditore lungimirante. Da Piacenza a Milano alle passerelle più prestigiose della moda, Re Giorgio ha portato il made in Italy nel mondo cosciente che «lo stile è gusto e cultura». E a coronare una carriera generosa di premi e riconoscimenti, oggi potrebbe arrivare la nomina a senatore a vita Maria Giovanna Maglie il rigore il principale canone estetico a cui mi attengo. Il superfluo vorrei eliminarlo per sempre” ama ripetere Giorgio Armani. Chissà se questa regola austera e implacabile se la porta dietro dall'infanzia piacentina. Certo, è stata un’educazione a un tempo ricca di affetti ma anche di austerità. Oggi che ha settantacinque anni, è appena uscito vittorioso da una grave malattia, oggi che aspetta con più di qualche probabilità la nomina a senatore a vita proposta proprio dal fratello deputato, Santo, del suo ex rivale molto rimpianto, Gianni Versace, oggi Armani ringrazia quegli affetti e quelle austerità con un’energia ritrovata. Nasce in un ambiente familiare molto unito e di estrazione pic-

È

Maria Giovanna Maglie da trent' anni è giornalista, inviato di guerra, esperta di politica internazionale, corrispondente, analista politico. Ha lavorato per L'Unità, Rai, Radio Radicale, Il Giornale, Il Foglio, Radio 24-Il Sole 24ore. Oggi è editorialista di Libero e Dagospia

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colo borghese, il padre era un impiegato amministrativo, la madre, casalinga, rimasta orfana molto giovane, proveniva da una famiglia di mobilieri piacentini. Racconta lo stilista che la madre trasmise ai figli “il senso del portamento decoroso e di un certo tono nel modo di vestire ereditato dalla famiglia”. Durante la guerra, la città di Piacenza fu percossa da continui raid aeri degli alleati. Un giorno Giorgio, che aveva nove anni, incontrò un gruppo di amici del quartiere che volevano mostrargli una bomba fumogena. Uno di loro l’accese, lo scoppio uccise un bambino, ma anche Giorgio rimase interamente ustionato e passò quaranta giorni in ospedale. Sono ricordi duri per un bambino, ma non sono i soli; alla fine della guerra il padre, che era 


Giorgio Armani

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 13


IN COPERTINA

 stato impiegato amministrativo minescenze ottocentesche legate ai anche se penso che la politica sia presso la Federazione del Fascio, fu arrestato per dieci mesi, moglie e figli capirono fino in fondo l’ingiustizia. Nel 1949 se ne andarono tutti, emigrati dall’Emilia a Milano, e per Giorgio, che aveva sedici anni, fu un altro momento difficile, lo ricorda ancora. “Intanto non vivevamo in centro, ma a Porta Ticinese. E poi Piacenza, la provincia, significava un piccolo mondo nel quale noi vivevamo tranquilli e protetti. Belle case marroni, scure sotto la neve. Re-



nonni. E poi lasciare la natura, la campagna, l’odore del fieno e delle aie”. Urbano e metropolitano per obbligo e poi per scelta, innamorato con la testa della sua seconda città, che molto gli deve, Armani se ne andrà sempre, quando potrà, per mare, e all’inseguimento della natura perduta. Dieci anni fa qualcuno propose che si candidasse, cittadino illustre, a sindaco di Piacenza, ma lui declinò senza dubbi e con l’ironia quasi involontaria che lo anima: «Non ho la stoffa,

Dieci anni fa qualcuno propose che si candidasse a sindaco di Piacenza, ma lui declinò con l’ironia quasi involontaria che lo anima: «Non ho la stoffa, anche se penso che la politica sia una cosa serissima 14 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010



una cosa serissima». Il marchio Armani, nato il 27 luglio del 1975, ha rivoluzionato il mondo della moda con la famosa giacca “destrutturata”. «La giacca è stata la prima cosa a cui ho desiderato mettere la firma. Ho costruito un tipo di giacca rilassata, informale, meno rigorosa che lascia intuire il corpo e la sensualità». Lo fece da par suo, modificando direttamente una giacca appesa a un manichino; eliminò i supporti interni, come le imbottiture e le controfedere, spostò i bottoni, trasformò le proporzioni classiche, di più, il tailleur maschile diventò adatto anche a una donna, ma anche l’abbigliamento maschile si femminilizzò. Passerà alla storia, perché ha capito come si


Giorgio Armani

Da sinistra, la cittadina di Broni in provincia di Pavia; il centro della città di Piacenza. Nella pagina accanto, Armani posa con le modelle dopo la sfilata P/E 2010

stava trasformando la società, come stava cambiando la donna e i rapporti tra i due sessi. Ma Giorgio Armani creatore è anche un imprenditore implacabile, questo è il suo vero dono. Nel 1978 firma un contratto con il Gruppo Finanziario Tessile (Gft) per la produzione e la distribuzione delle sue collezioni. Nel 1979 ottiene il Premio del Neiman Marcus Fashion Award che corrisponde anche all’espansione in America con la creazione della Giorgio Armani Corporation negli Stati Uniti. Lancia le collezioni Mani, Armani Junior, Giorgio Armani accessori, underwear e swimwear, comprende a meraviglia che il multibrand è la vera arma per resistere all’usura del mercato. Nel 1980 inaugura la prima di una lunga serie di collaborazioni cinematografiche con il film “American Gigolo” e con Richard Gere Vestiti, non costumi, come insiste a sottolineare, per centocinquanta film, con l’eccezione de “Gli Intoccabili”, 1987, di Brian De Palma, ambientato negli anni Venti e Trenta, che è la vera epoca

ispiratrice dello stile Armani. Nel 1981 con l’apertura, a Milano, del primo negozio Emporio Armani, e con la linea Armani Jeans, lo stilista ha chiuso il cerchio inventando, e facendo scuola, la griffe a costi contenuti, accessibile ai giovani ma mai mediocre. Al suo imperativo non rinuncia mai: «È una questione di eleganza, non solo di estetica. Lo stile è avere coraggio delle proprie scelte, e anche il coraggio di dire di no. È trovare la novità e l'invenzione senza ricorrere alla stravaganza. È gusto e cultura». È così lavorando che all’inizio di questo millennio Armani ha occupato ogni settore: abiti, accessori, occhiali, orologi, profumi gioielli, cosmetici e oggetti di arredamento. Ma anche un caffé Armani, i fiori Armani, i libri Armani, un ristorante Armani-Nobus e un’Armani Privé per la vita notturna a Milano. Nel 2001 controlla dalla produzione alla distribuzione il suo marchio, con il quale ha sempre amato enfatizzare lo strictly “Made in Italy.” Nel 2001, il primo negozio di Armani Accessori viene inau-

gurato all’interno del nuovo Armani Teatro progettato da Tadao Ando a Milano. Seguiranno divise da Olimpiadi, negozi fantastici a Tokio e New York, retrospettive del R. Guggenheim Museum di New York, un albergo esclusivo a Milano in arrivo tra pochi mesi; la rivista americana Forbes nel 2008 lo inserisce nella classifica degli uomini più ricchi del mondo al 177° posto con un patrimonio di 4,5 miliardi di dollari, il 3 luglio, il presidente francese Nicolas Sarkozy gli conferisce l’alta onorificenza della Légion d’Honneur. Non ha vinto solo in patria, ha vinto nel mondo, e con lui ha vinto il made in Italy, quello che rischia e non chiede sussidi statali, quello che non ci rappresenta come lamentosi ma come combattenti. Giorgio Armani è stato male ed è guarito, forse la sua austerità, il culto del lavoro e del comando sono cambiati, forse non cambieranno mai. Dice: «Riconosco di essere un accentratore, di fidarmi solo di me stesso. Chi mi giudica sul lavoro ha ragione: non sono indulgente con chi sbaglia, non con-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 15


IN COPERTINA

Giorgio Armani in compagnia di alcune sue ospiti nel backstage della sfilata Armani Privè

 cedo errori. Pretendo dagli altri, più illustri. L’immagine del nostro cenza che hanno appoggiato la ma prima di tutto da me, il meglio, non accetto di accontentarmi, perché il meglio c’è sempre, basta sforzarsi di raggiungerlo». Santo Versace ha preso carta e penna e si è rivolto al presidente della Repubblica. «Le scrivo per chiederLe di nominare alla carica di Senatore a vita Giorgio Armani. Maestro di stile e figura geniale dell’imprenditoria italiana, può essere il miglior candidato a ricevere il più alto riconoscimento che lo Stato prevede per i suoi personaggi



Paese sarebbe stata molto diversa senza lo straordinario successo della moda e dello stile italiano e senza Giorgio Armani che di quello stile è stato eccelso interprete». Ora si aspetta una risposta. E lui, il candidato che cosa dice? Spiega Versace. «Lui in persona niente. Ho parlato e parlo con Roberta Armani che mi ha detto di non aver mai visto lo zio tanto felice ed emozionato. Del resto so che ha scritto biglietti di ringraziamento a tutti i deputati di Pia-

Lo stile è avere coraggio delle proprie scelte, e anche il coraggio di dire di no. È trovare la novità e l'invenzione senza ricorrere alla stravaganza. È gusto e cultura

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candidatura, da Tommaso Foti a Massimo Poletti della Lega». Giorgio Armani racconta invece volentieri che «durante la malattia ho passato più tempo nelle mie case, soprattutto in campagna, a Broni, con gatti, cani e collaboratori. È brutto godersi le cose soltanto perché sei malato. Comunque mi sono reso conto di quanto la creatività, dunque il mio lavoro, mi aiuti a vivere. Anche se per anni ho ignorato la salute. Ora faccio delle pause e cerco di andarmene a casa alle diciotto». Broni è in provincia di Pavia, a venti minuti da Milano ma ancora più vicina a Piacenza. Alla fine, come ama ripetere il prossimo senatore a vita “chi la dura la vince”.


VERSO LE REGIONALI

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Giancarlo Mazzuca

L’alternanza democratica un diritto dei cittadini «È proprio giunto il momento di dire: punto e a capo». L’Emilia Romagna ha bisogno di una ventata di novità e di conoscere «l’alternanza democratica». Ne è convinto Giancarlo Mazzuca, candidato del Pdl alle elezioni regionali: «Errani humanum est, perseverare diabolicum» Nike Giurlani Giancarlo Mazzuca, candidato Pdl alle elezioni regionali

Emilia Romagna sembra essere l’ultimo baluardo rosso dell’Italia. Ma qualcosa potrebbe cambiare con le prossime elezioni regionali. Alla luce degli ultimi dati, infatti, «c'è una lenta e continua erosione dei consensi non solo del governatore, ma di tutte le amministrazioni rosse locali», sottolinea Giancarlo Mazzuca. L’ex direttore del Resto del Carlino ha deciso di abbandonare le parole e, gli articoli, per passare a progetti concreti. È lui il volto scelto dal coordinamento regionale del Pdl come candidato alla poltrona di governatore della Regione. Pur dovendosi confrontare con un territorio fortemente legato all’ideologia del Pci ritiene che la sua non sarà una «mission impossible». C’è voglia di cambiamento, da troppo

L’

tempo «l’Emilia Romagna non è più un'isola felice». Da giornalista, prima ancora che da politico, come definirebbe i dieci anni di Vasco Errani? «In realtà sono più di dieci, perché Errani subentrò a Bersani nell'ultimo periodo della sua presidenza. Troppi per chiunque, anche per il Migliore. Se pensiamo poi che la Regione non ha mia cambiato colore, il rosso, fin dalla sua istituzione, si ha la sgradevole sensazione di vivere sotto una sorta di monarchia, dove l'alternanza democratica è pressoché sconosciuta». Perché a livello regionale in Emilia Romagna il centro destra non è mai riuscito a vincere? «Non è tutta colpa del centrodestra. Il problema è che, da queste parti, permane una forte apparte-

nenza al vecchio Partito Comunista, che continua a mantenere radici profonde nella storia e nella identità delle persone, un po' a prescindere, senza troppe riflessioni. Poi bisogna pensare che qui conviene a tanti essere di sinistra: imprenditori, commercianti, professori, cooperatori. Chi decide, chi concede benefici e opportunità sono da 60 anni le giunte rosse, quindi è più facile adeguarsi che mettersi a lottare contro i mulini a vento. Fino a qualche anno fa, poi, il centrodestra era debole sul territorio, per fortuna non è più così, sono cresciuti tanti personaggi interessanti, anche a livello nazionale. Penso che, come in tutte le monarchie, regnare troppo a lungo, senza ricambi, senza controlli, alla fine indebolisca terribilmente le classi  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 19


VERSO LE REGIONALI



Il problema più sentito è l'incertezza del posto di lavoro, soprattutto per i giovani. Bisogna fare qualcosa per dare loro un futuro. Inoltre le infrastrutture e i collegamenti nella regione lasciano a desiderare. Raggiungere la Romagna, che vive essenzialmente di turismo, non è comodo, né veloce né facile

 dirigenti, produca dei pallidi fun- perseverare diabolicum”». zionari, degli esangui amministratori». Quando è stata presentata ufficialmente la sua candidatura, ha dichiarato di voler condurre una campagna elettorale basata sulla sobrietà e sul fair play con l’avversario. È ancora di questa opinione? «Io sono un moderato a cui non piacciono gli insulti, le offese, gli anatemi. Non odio nessuno, tanto meno Errani che conosco da quando ero direttore del Carlino. Semplicemente la penso diversamente e vorrei che si cominciasse a lavorare per il futuro. Basta dare tutto per scontato. L'Emilia Romagna non è più un'isola felice». Errani è stato riconfermato per due volte e si è candidato per la terza. L’opinione pubblica sembra essere soddisfatta del lavoro da lui svolto fino a questo momento. Perché invece, secondo lei, bisognerebbe cambiare rotta? «Se analizziamo i recentissimi risultati c'è una lenta e continua erosione dei consensi non solo del governatore (-7%) rispetto all'ultima tornata elettorale, ma di tutte le amministrazioni rosse locali. In passato le percentuali avrebbero scoraggiato chiunque a mettersi in gioco, ma adesso non è più così. Io credo che i tempi siano già maturi per il cambiamento: “Errani humanum est,

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Perché l’Udc ha deciso di correre da sola? «Perché l'antiberlusconismo di cui è preda il partito di Casini fa aggio su tutto il resto. Non contano più i comuni valori cattolici, la tutela delle famiglie, il rispetto per la vita: l'importante è danneggiare Berlusconi e al diavolo i candidati e i programmi. Checché ne dica Casini, un voto dato all'Udc è un voto regalato a Errani. Ma dopo la sgarbata risposta della stessa Udc alla mia offerta di lavorare insieme per il bene comune, sono sereno: amo i progetti chiari e lineari, possibilmente coerenti, la politica dei due forni non fa proprio per me». Quali sono i tre provvedimenti più urgenti che devono essere approvati? «Il problema più sentito è l'incertezza del posto di lavoro, soprattutto per i giovani. Bisogna fare qualcosa per dare loro un futuro. Inoltre le infrastrutture e i collegamenti nella regione lasciano a desiderare. Raggiungere la Romagna, che vive essenzialmente di turismo, non è comodo, né veloce né facile. Occorre poi mettere mano ai mille capitoli di spesa della Regione, perché probabilmente ci saranno sprechi consolidati a cui nessuno fa neanche più caso. Penso alla recente indagine, condotta dalla magistratura sui presunti viaggi dell'allora vicepresidente

della Regione Flavio Delbono, oggi sindaco di Bologna, con la fidanzatasegretaria al seguito. Non voglio entrare nel merito della faccenda, che non conosco, ma sono molto perplesso sulla reale utilità e sui cospicui costi di queste delegazioni di funzionari regionali a spasso per il mondo a spese dei contribuenti. Per non parlare poi della sanità che assorbe gran parte delle risorse regionali: il buco della Ausl di Forlì segnala che i bilanci delle aziende sanitarie sono tutt'altro che limpidi». Considerate le politiche familiari attuate fino ad ora da Errani, che cosa cambierebbe? « Mi sembra che piuttosto si siano varate misure anti-famiglia come dimostra la recente vicenda dei Dico all'emiliana e la vibrata protesta del cardinale di Bologna, Caffarra, e di


Giancarlo Mazzuca

In alto un’immagine della via Emilia e la spiaggia di Rimini

tutti i cattolici». Bologna, pur essendo il capoluogo di Regione, non viene percepita come il centro a cui fare riferimento. «Bologna, anche dopo la fallimentare gestione di Cofferati, è in profonda crisi di identità, priva di leadership, non riesce a pensare il suo presente, figuriamoci il suo futuro. C’è stata, inoltre, una politica regionale miope basata sul policentrismo che ha finito per snaturare le vecchie eccellenze emiliane e per annacquare pure il modello della via Emilia che ha perso molte delle sue vecchie peculiarità». Aeroporti, fiere e università in Emilia-Romagna sono dislocati in più poli, in concorrenza tra loro e con il capoluogo. Per quale motivo?

«Nella nostra Regione ci sono tante città dinamiche e con voglia di crescere che hanno il diritto di andare avanti senza aspettare Bologna che dorme, soprattutto se hanno qualcosa di buono da offrire: qualità della vita, minori costi per affitti e servizi, maggiore sicurezza. Ma resta il fatto che bisogna razionalizzare meglio l'offerta attraverso una politica di sinergie e di integrazioni». Tra il Consiglio regionale e i cittadini c’è un flusso informativo e partecipato? «Adesso abbiamo un potere distante, chiuso dietro porte in cui nessuno di noi, cittadini normali, è mai potuto entrare. È necessario rendere trasparenti i compiti e le decisioni del Consiglio regionale. Occorre che la Regione diventi sempre più visibile e vicina alle per-

sone. Ricordo che, quarant'anni fa, quando furono varate le Regioni, il Carlino dedicava una pagina quotidiana alla politica regionale: oggi non c'è più perché l'informazione che giunge dal Palazzo è scarsa e opaca, quasi nulla. Molti mi chiedono chi me lo faccia fare a mettermi contro un potere così consolidato e monolitico. Cifre alla mano, rispondo che la mia non è un “mission impossible”, anche se mi rendo conto che dovrò scalare il K2. Ce la fece Compagnoni, posso farcela anch'io contro i “compagni”. La verità è che il modello emiliano è in crisi: il partito che pensa a tutto, che ti organizza la vita dall'asilo, all'ospedale e alla casa di riposo, ha fatto il suo tempo anche da queste parti. È proprio giunto il momento di dire: punto e a capo». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 21


VERSO LE REGIONALI

Una comunità in rete L’Emilia Romagna, secondo Vasco Errani, «è uno dei territori più sviluppati e innovativi d’Europa». “Fare rete” è il suo motto, ma la priorità è una: difendere i posti di lavoro Nike Giurlani

opo due mandati Vasco Errani è pronto a scendere in campo per un’altra sfida. Conquistare nuovamente la poltrona di governatore della Regione. Il suo bilancio, alla luce di dieci anni di operato, è positiva. I suoi punti di

D

In alto Vasco Errani, candidato Pd alle elezioni regionali

22 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

forza sono l’innovazione e la ricerca. Grazie al connubio tra pubblico e privato sono stati anche finanziati «oltre mille progetti delle aziende e la rete dei dieci Tecnopoli». Se dovesse essere rieletto i suoi obiettivi sono: «non ridurre la base produttiva, salvaguardare e qualificare con la formazione l’occupazione e puntare all’innovazione per agganciare la ripresa». Dopo due mandati alla regione Emilia Romagna è stato ricandidato anche per le nuove elezioni 2010. Qual è il bilancio di questi dieci anni? «Credo che l’Emilia Romagna in questi anni abbia confermato il proprio ruolo di primissimo piano, mostrandosi per quello che è: uno dei territori più sviluppati e innovativi d’Europa, come ci raccontano tutte le più autorevoli ricerche rese note in questi anni. Questo per molte ragioni, ma soprattutto perché credo siamo riusciti a vincere la non facile scommessa di tenere assieme lo sviluppo economico e la qualità dei servizi resi alle persone, che fanno “essere comunità”. Per il sistema produttivo abbiamo puntato sull’innovazione; sulla la ricerca, in cui cui

abbiamo investito la metà delle risorse destinate alle attività produttive, quasi 500 milioni di euro; sulla capacità di fare rete per continuare a garantire lavoro e occupazione. Inoltre, abbiamo investito in maniera massiccia sui servizi dedicati ai cittadini, privilegiando efficienza, appropriatezza e qualità. Abbiamo messo in campo un nuovo welfare, di comunità, con l’obiettivo dichiarato di non lasciare indietro nessuno, pur con risorse non illimitate. E questo ha dato luogo a soluzioni anche originali. Un esempio per tutti, la sanità: secondo una ricerca del Censis effettuata nel 2009, siamo la regione con la più alta qualità nei servizi sanitari resi. Senza ricorrere a ticket, ma razionalizzando la spesa tanto che nel


Vasco Errani



L’Emilia Romagna è stata una delle regioni più virtuose per efficienza e qualità nella spesa per la formazione, tanto che l’Unione europea ci ha assegnato risorse aggiuntive



bilancio sanitario quella destinata ai servizi sul territorio, il 54%, ha superato nel corso del decennio quella ospedaliera». Tra le iniziative portate a termine, quali ritiene siano state particolarmente importanti per la regione? «Diverse. Dovendo scegliere direi la realizzazione della rete della ricerca, per la quale in dieci anni abbiamo finanziato oltre mille progetti delle aziende e la rete dei dieci Tecnopoli. È un’esperienza unica in Italia, nata dalla collaborazione tra pubblico e privato, che ha coinvolto imprese e università, messo al lavoro 1.800 ricercatori per trovare soluzioni nuove e trasferirle dal mondo della ricerca a quello della produzione. E poi l’im-

pegno per la qualità della vita delle persone: abbiamo istituito per primi nel 2004 un fondo per le persone non autosufficienti, dotato nel 2010 di 415 milioni di euro. E anche di fronte alla crisi ci siamo mossi pensando innanzitutto a salvaguardare le persone e le famiglie, con azioni concordate insieme alle forze sociali e alle altre istituzioni. Infine, abbiamo razionalizzato i cosiddetti “costi della politica”, dimezzato il numero delle Comunità montane e ridotto drasticamente i loro componenti, ridefinito i compensi per gli amministratori e i presidenti delle società partecipate dalla Regione». Quali le priorità da portare a termine entro breve termine? «Una su tutte: il lavoro. Manteniamo

l’impegno che abbiamo messo in campo per cercare di uscire bene dalla crisi, investendo fino a oggi oltre 500 milioni di euro. Questo vuol dire continuare a lavorare nella direzione fin qui seguita, che ha evitato oltre 40mila licenziamenti. È questa la sfida da vincere: non ridurre la base produttiva, salvaguardare e qualificare con la formazione l’occupazione e puntare all’innovazione per agganciare la ripresa, finora assai flebile». La Finanziaria 2010 cancellerà 94 comuni montani dall’Emilia Romagna. Che ricadute ci saranno? «Ci sarà un taglio del 70% del fondo per il finanziamento delle Comunità montane: il restante 30% andrà ai soli comuni considerati montani nella nostra regione, 31 sui 125 attuali. La Finanziaria, in sostanza, azzererà le risorse statali che sostengono la gestione dei servizi. Il taglio, si stima, potrebbe arrivare per l’Emilia Romagna a 2,2 milioni di euro. Senza considerare che assegnare direttamente le risorse residue ai Comuni comporterà il superamento dell’esperienza di programmazione e di coordinamento degli interventi  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 23


VERSO LE REGIONALI



Per il sistema produttivo abbiamo puntato sull’innovazione, la ricerca e la capacità di fare rete, per continuare a essere in grado di garantire lavoro e occupazione



 nei territori montani. Ciò porterà a alternative di energia». differenze di “trattamento” tra comune e comune, anche tra quelli con caratteristiche simili. Un esempio per tutti: nell’Appennino modenese, nel comprensorio del Cimone, il Comune di Montecreto avrà accesso ai finanziamenti, mentre il limitrofo Comune di Sestola ne sarà escluso». Sulla questione del nucleare si è posto sempre negativamente, che cosa pensa di fare se venisse rieletto? «Insieme a altre Regioni abbiamo presentato ricorso alla Corte costituzionale perché le norme nazionali violano le nostre competenze in materia di tutela del territorio e dell’ambiente. Ma al di là del metodo, c’è una questione di merito: il nucleare di terza generazione è vecchio e pericoloso, pone ancora problemi molto seri sul versante ambientale, della sicurezza ed economico. Per questo occorre andare avanti con la ricerca e, come succede in altri paesi, investire su fonti

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Il 2010 sarà per i giovani e per gli adulti inattivi l'anno della formazione. Quali saranno le iniziative al riguardo? «L’Emilia Romagna è stata una delle Regioni più virtuose per efficienza e qualità nella spesa per la formazione, tanto che l’Unione europea ci ha assegnato risorse aggiuntive. Per noi la formazione, insieme alla ricerca e all’innovazione, è sempre stata strategica, sia nelle fasi di massima espansione che in questa di crisi. E, come ho già detto, abbiamo sempre condiviso le nostre scelte con le forze sociali, imprenditori e sindacati. Occorre investire sulla scuola, sulla ricerca e sull’università, cosa che questo governo non sta facendo». In Emilia-Romagna università, aeroporti e fiere sono dislocati in più poli, in concorrenza tra loro. Per quale motivo? «Ci sono evidentemente ragioni storiche. La risposta vincente è sempre quella di fare rete, fare si-

stema. Per quanto riguarda gli aeroporti, la Regione ha deciso di partecipare direttamente allo sforzo compiuto dalle società di gestione per stare sul mercato. Certo, resta il bisogno di razionalizzare e integrare gli scali. Sulle fiere, vogliamo dare forza a un progetto di sistema, anche attraverso una nostra presenza nel capitale sociale, valorizzando il ruolo degli attori privati. Il nostro impegno è quello di vedere ulteriormente riconosciuto il ruolo che esse hanno acquisito, mostrando di saper crescere ancora. Per il sistema universitario la ricetta è quella della collaborazione. Come stiamo facendo attraverso la Rete regionale alta tecnologia, collegando le università ai centri di ricerca e promuovendo sinergie tra le stesse università, in modo tale da proporre un modello formativo moderno ed efficace. I nostri atenei hanno al proprio interno tutte le capacità e le professionalità in grado di garantire al meglio questi risultati».


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VERSO LE REGIONALI

Emilia Romagna è una regione difficile sul piano elettorale», ne è consapevole Gian Luca Galletti, candidato dell’Udc alle elezioni regionali di marzo. Ma l’amministrazione di Errani è «un modello asfittico e senza prospettive». C’è bisogno di un nuovo volto. E chi è destinato a conquistare la poltrona da governatore? «Un candidato dal profilo marcatamente moderato e credibile sul piano amministrativo», secondo Gian Luca Galletti, non nuovo al mondo politico dell’Emilia Romagna. Alle spalle ha, infatti, l’esperienza di assessore al bilancio nella giunta di Giorgio Guazzaloca. Ora si sente pronto per guidare la Regione, con un programma che definisce «sostenibile». Quando è stata resa nota la sua candidatura, Casini ha dichiarato che “si deve cambiare aria e una discontinuità è necessaria”. Come pensa di attuare questo obiettivo? «Nel mondo, negli ultimi decenni, è cambiato tutto, tranne la giunta regionale dell’Emilia Romagna. Battute a parte, la verità è che quel modello politico-amministrativo è giunto definitivamente al capolinea. È un modello asfittico e senza prospettive, segnato da immobilismo decisionale. Una volta questa regione era un laboratorio di idee e di innovazione. Non è più così. Viviamo in un sistema ingessato da una Regione onnipresente che però, all’atto pratico, risulta incapace di costruire un sistema territoriale in grado di competere sul serio nello scenario globale. Tutto questo deve cambiare. Il

L’

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Nuova linfa alla Regione La sussidiarietà orizzontale sarà il suo principio guida. Gian Luca Galletti candidato dell’Udc alle elezioni regionali ha un obiettivo chiaro: rompere «l’immobilismo» nel quale è caduta vittima l’Emilia Romagna a livello decisionale. «Aiuti alle famiglie, infrastrutture, sostegno alle imprese» saranno i suoi obiettivi Nike Giurlani

Gian Luca Galletti, candidato Udc alle elezioni regionali; nella foto grande, una panoramica di Bologna

mio, il nostro impegno, è quello di governare sulla base di un solo principio: la sussidiarietà orizzontale». Perché l’Udc ha deciso di schierare un suo candidato? «Per due ragioni. In primo luogo, perché l’Emilia Romagna è una regione difficile sul piano elettorale. L’apparato del Pd è ancora forte. Per

vincere occorre schierare un candidato dal profilo marcatamente moderato e credibile sul piano amministrativo, come hanno dimostrato le esperienze di Guazzaloca a Bologna e di Ubaldi a Parma. Con tutto il rispetto, un candidato Pdl a trazione leghista non ha alcuna speranza di vincere. Per quanto mi riguarda, non


faccio testimonianza, ma gioco per vincere. In secondo luogo, perché siamo coerenti con la nostra scelta di combattere questo falso bipolarismo. È sotto gli occhi di tutti che la politica italiana subisce il ricatto della Lega da una parte e di Di Pietro dall’altra. Pd e Pdl sono due contenitori vuoti e senza identità. Domani, grazie al sostegno sempre più numeroso degli italiani, saremo la forza che restituirà serenità a questo martoriato Paese e che, senza demagogia, si propone di realizzare le riforme per modernizzare l’Italia. Il mio compito sarà di attuarle in Emilia Romagna». Riguardo alle aleanze Filippo Berselli ha commentato: “Se l'Udc non accetta vuol dire che non è alternativa alla sinistra e anzi che vuole farla vincere”. È così? «Il senatore Berselli è uno di quelli per cui vale il detto “taluni gabellano per franchezza la propria incontenibile brutalità”. Non voglio polemizzare con Berselli. Le ragioni per cui andiamo da soli le ho già chiara-



Bologna è una città ricca di talenti. Da tempo, tuttavia, vive una condizione di profondo disagio economico e sociale. Per questo, dobbiamo invertire subito la rotta



mente spiegate. Piuttosto, sono interessato a discutere di idee, di programmi e di aspetti concreti da realizzare con chiunque vorrà farlo in questa campagna elettorale. La politica politicante la lascio volentieri agli altri. Aggiungo una cosa però: coerentemente con la nostra scelta di correre da soli abbiamo rinunciato alle “sirene” delle poltrone. A livello nazionale siamo stati all’opposizione di Prodi e ora lo siamo di Berlusconi. In Emilia Romagna siamo da sempre all’opposizione di Errani. Il resto

sono chiacchiere da bar». A differenza di Giancarlo Mazzuca lei non è nuovo alle candidature. Quali saranno i vantaggi di avere già accumulato delle esperienze in Regione e durante le elezioni provinciali? «Amministrare è un’attività complessa che non si improvvisa. La politica non è un mestiere, certo, ma chi si occupa della cosa pubblica deve farlo con professionalità. Di dilettanti allo sbaraglio ne abbiamo avuti fin troppi. Ancora oggi, del resto, in-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 27


VERSO LE REGIONALI

 sieme al mio lavoro di commerciali-

sta, considero l’esperienza di assessore al Bilancio nella giunta di Giorgio Guazzaloca uno dei momenti fondamentali della mia crescita personale e amministrativa. Ecco perché oggi mi sento pronto per guidare la Regione Emilia Romagna». Quali sono le tre priorità che attuerebbe se venisse eletto? «Aiuti alle famiglie, soprattutto le giovani coppie, infrastrutture e sostegno alle imprese. A metà febbraio sottoporrò ai cittadini dell’Emilia Romagna un articolato e approfondito programma. Dirò, inoltre, dove recupererò le risorse per realizzare tutto ciò. Senza trucchi e senza inganni. Il nostro sarà, insomma, un programma “sostenibile”». Bologna non è percepita, a differenza di altri capoluoghi di Regione, come un polo centrale d’attrazione a livello di aeroporti, fiere e università, ma si contende questo ruolo con altri centri più piccoli come Forlì e Rimini. Come mai si è venuta a creare questa situazione e che cosa occorre attuare per cambiare rotta? «Bologna è una città ricca di talenti. Da tempo, tuttavia, vive una condizione di profondo disagio economico e sociale. Per questo, dobbiamo invertire subito la rotta. Il rischio, infatti, è quello di un declino strutturale e irreversibile. Devo dire che,



dopo lo sfascio prodotto dai cinque anni della giunta Cofferati, dalla nuova amministrazione ci si aspettava molto di più. Dopo pochi mesi, sono già bloccati. La verità è che se “qualcuno” non avesse candidato all’ultimo minuto Cazzola, oggi Giorgio Guazzaloca sarebbe nuovamente sindaco di Bologna. E il rilancio della città sarebbe a portata di mano». Lei è nato e cresciuto a Bologna, come andrebbe rilanciata questa città? «Le priorità sono essenzialmente due: sicurezza e sviluppo. Bologna è una città insicura e fortemente degradata. Per contrastare tutto ciò, in un quadro segnato da una maggiore

Aiuti alle famiglie, soprattutto le giovani coppie, infrastrutture, sostegno alle imprese. A metà febbraio sottoporrò ai cittadini dell’Emilia Romagna un articolato ed approfondito programma 28 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010



concertazione con la Prefettura e la Questura, il Comune dovrebbe promuovere la formazione di programmi e progetti di riqualificazione e riconversione urbana del centro storico e delle periferie, anche attraverso una corretta valorizzazione del partenariato pubblico-privato. Inoltre, la città presenta da anni i segni dei ritardi nella realizzazione di un sistema territoriale in grado di creare le condizioni per lo sviluppo economico e il benessere della collettività. Per questo il Comune, in collaborazione con gli altri soggetti pubblici, le associazioni economiche e sociali, le fondazioni, l’Università e il sistema bancario, deve formare un «piano strategico» decennale, relativo, in particolare, alle opere pubbliche e alle infrastrutture da realizzare. Se vincerò, la mia sarà un’Amministrazione regionale attenta ai bisogni di Bologna e vicina ai bolognesi».


LAVORO/1

Un tertium genus tra lavoro dipendente e autonomo Non possono chiedere di essere inquadrati come dipendenti i lavoratori che, pur essendo inseriti da tempo nell’organizzazione aziendale, abbiano mantenuto una pur minima autonomia. Lo ha stabilito la Cassazione. «Continuità del rapporto, retribuzione, orari costanti non sono rilevanti ai fini della qualificazione del rapporto» sottolinea il professor Michele Tiraboschi. «La subordinazione è la discriminante» Giusi Brega

e collaborazioni coordinate e continuative possono essere pluriennali. Lo ha stabilito una sentenza della Corte di Cassazione che specifica che i lavoratori assunti con contratto di collaborazione coordinata e continuativa, pur essendo inseriti da tanto tempo nell'organizzazione aziendale, non possono essere riconosciuti come lavoratori subordinati purché non siano privati di qualsiasi autonomia. Con la sentenza n. 26986 dello scorso dicembre, la Suprema corte ha, infatti, respinto il ricorso di un collaboratore coordinato e continuativo che lavorava in un'azienda da sei anni, seguendo le direttive scandite dall'organizzazione, ma mantenendo la facoltà di assentarsi per lunghi periodi senza

L

Michele Tiraboschi, docente di Diritto del lavoro e direttore del Centro Studi Marco Biagi presso l'Università di Modena e Reggio Emilia

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essere soggetto a sanzioni disciplinari. «La Cassazione, in realtà, ha ribadito principi già consolidati da tempo» sottolinea Michele Tiraboschi, docente di Diritto del lavoro e direttore del Centro Studi Marco Biagi presso l'Università di Modena e Reggio Emilia. La sentenza afferma che «ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, occorre accertare se ricorra o meno il requisito tipico della subordinazione intesa come prestazione dell’attività lavorativa alle dipendenze e sotto la direzione dell’imprenditore» mentre gli ulteriori caratteri dell’attività lavorativa, come «la continuità, la rispondenza dei suoi contenuti ai fini propri dell’impresa, le modalità di erogazione della retribuzione, non assumono


Michele Tiraboschi



Ai fini della qualificazione di un rapporto di lavoro è rilevante se il prestatore di lavoro risponda o meno alle direttive del datore e sia soggetto al suo potere gerarchico e disciplinare. Se la prestazione si è svolta senza l’assoggettamento al potere direttivo, gerarchico e disciplinare, non il rapporto dipendente non può essere riconosciuto



rilievo determinante, essendo compatibili sia con il rapporto di lavoro subordinato che con il lavoro autonomo parasubordinato». Quali sono dunque i fattori rilevanti ai fini della qualificazione di un rapporto di lavoro? «Ciò che rileva ai fini della qualificazione di un rapporto di lavoro è se il prestatore di lavoro risponda o meno alle direttive del datore di lavoro e sia soggetto al suo potere gerarchico e disciplinare. Di per sé, quindi, se la prestazione si è svolta senza l’assoggettamento al potere direttivo, gerarchico e disciplinare, non può essere accolta la domanda di un lavoratore volta al riconoscimento di un rapporto dipendente, e ciò anche se il rapporto si è protratto per diverso tempo. La continuità del rapporto nel tempo, così

come altri fattori, come ad esempio le modalità di erogazione della retribuzione, la perpetuazione di orari costanti, assume, semmai, rilevanza indiziaria, su un piano meramente probatorio. Occorre precisare un aspetto rilevante. La fattispecie oggetto della sentenza n. 26986/09 riguarda un caso avvenuto negli anni Novanta, cioè prima della legge Biagi, che è del 2003. Con la riforma Biagi, il legislatore ha inteso limitare l’utilizzo, largamente diffuso, delle collaborazioni illegittime e lo ha fatto operando sul piano probatorio». Vale a dire? «Ha imposto che le collaborazioni fossero riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro determinati dal committente e la durata della collaborazione, che

è fra gli elementi che il contratto deve indicare per iscritto, deve essere coerente con il progetto specificato dalle parti. Ove il progetto non sia identificato, oppure non sia indicata ad esempio la durata del rapporto, la legge dice, dopo la riforma Biagi, che il rapporto si presume subordinato: spetta, cioè, al datore di lavoro l’onere di provare in giudizio, cosa certo non facile, che la prestazione si svolgeva in maniera autonoma». Il soggetto della sentenza poteva allontanarsi del posto di lavoro anche per lunghi periodi senza sanzioni disciplinari. È, dunque, l’autonomia la sola discriminante? «L’articolo 2096 del Codice civile definisce il lavoratore subordinato quel lavoratore che presta la pro-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 31


LAVORO/1

 pria attività lavorativa alle dipen- tiva. È un’interpretazione coerente



La Cassazione afferma che ai fini della qualificazione del rapporto di lavoro come autonomo o subordinato, occorre accertare se ricorra o meno il requisito tipico della subordinazione



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denze e sotto la direzione dell’imprenditore. I successivi articoli del codice, stabiliscono in particolare che il prestatore di lavoro deve osservare le disposizioni per l'esecuzione e per la disciplina del lavoro impartite dall'imprenditore e dai collaboratori da cui gerarchicamente dipende. Inoltre, deve svolgere la propria prestazione diligentemente e ha l’obbligo di fedeltà nei confronti dell’imprenditore e l’inosservanza di questi obblighi può dar luogo a sanzioni disciplinari, secondo la gravità dell’infrazione. Sono, quindi, questi elementi, cioè lo svolgimento di attività lavorativa alle dipendenze, sotto la direzione dell’imprenditore, e la sottoposizione al potere disciplinare, che caratterizzano il lavoro subordinato». In che modo si esplicano il potere gerarchico e quello organizzativo? «Il potere gerarchico e direttivo non può esplicarsi in semplici direttive di carattere generale, compatibili con altri tipi di rapporto, ma deve manifestarsi con ordini specifici, reiterati e intrinsecamente inerenti alla prestazione lavorativa, mentre il potere organizzativo non può esplicarsi in un semplice coordinamento, anch’esso compatibile con altri tipi di rapporto, bensì deve manifestarsi in un effettivo inserimento del lavoratore nell’organizzazione aziendale». Alcuni hanno definita la sentenza un’interpretazione un po’ restrittiva del requisito della subordinazione. Lei è concorde con questo punto di vista? «Non è una interpretazione restrit-

con la definizione di lavoratore subordinato che detta il Codice civile e che ho sopra ricordato. È vero, semmai, il contrario. E cioè che la giurisprudenza, specialmente quella di merito, ha assunto spesso un atteggiamento pragmatico, elaborando una serie di criteri sussidiari di qualificazione delle singole fattispecie concrete. Questo spiega il richiamo, nelle argomentazioni dei giudici, di elementi quali l’obbligo di rispettare un orario di lavoro, la proprietà dei mezzi di produzione, la forma della retribuzione, la continuità della prestazione lavorativa, il carattere personale della prestazione, l’assenza del rischio economico e via dicendo. Ma questi criteri, come la Cassazione ha sempre ricordato e come ribadisce anche questa sentenza, non possono avere portata decisiva, bensì solo indiziaria, perché possono ricorrere anche in forme di collaborazione autonoma. Così, per fare un esempio, la continuità della prestazione e il carattere personale di essa sono elementi che caratterizzano la stessa definizione legale delle collaborazioni coordinate e continuative». Alla luce di questa sentenza, quanti anni possono durare i contratti co.co.co. che non prevedono la subordinazione? «Su questo aspetto è decisivo l’intervento della riforma Biagi. Il decreto legislativo 276/2003, attuativo della riforma, stabilisce che i rapporti di collaborazione coordinata e continuativa, prevalentemente personale e senza vincolo di subordinazione devono essere riconducibili a uno o più progetti specifici o programmi di lavoro o


Michele Tiraboschi

È TEMPO DI CAMBIARE LE REGOLE Il mercato del lavoro ha bisogno di nuovi principi. Orientati alla promozione di una società attiva, con maggiori possibilità di occupazione per tutti, regole più moderne per l’organizzazione dei rapporti e dei mercati del lavoro

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In merito alla sentenza della Corte di Cassazione n. 26986 del dicembre 2009, arriva il commento di Giuliano Cazzola (nella foto), deputato Pdl e vicepresidente della Commissione Lavoro che sottolinea come la giurisprudenza abbia fortemente contribuito «a definire un tertium genus tra lavoro dipendente e lavoro autonomo». La figura del collaboratore coordinato e continuativo «lo hanno creato i giudici ormai da più di venti anni» afferma Cazzola, che va avanti affermando che «se così non fosse, il problema dei co.co.co. sarebbe stato risolto dalla legge Biagi, le cui norme prevedono la trasformazione per legge delle collaborazioni fasulle in rapporti di lavoro a tempo indeterminato». Cazzola è convinto che l’intento del giuslavorista bolognese di favorire l’accesso al mondo del lavoro sia stato «sicuramente rispettato».

Di fatti, sottolinea, in Italia «l’occupazione è cresciuta ininterrottamente per almeno 8 anni». Poi è venuta la crisi. «E i primi, praticamente i soli per adesso, a soffrirne sono stati i lavoratori precari». È indubbio che vi sia la necessità di interventi urgenti dal punto di vista normativo in materia di lavoro, in particolare per quanto riguarda, appunto, i contratti di collaborazione. Secondo Cazzola lo Statuto dei lavori «dovrebbe individuare una nuova figura di lavoratore» per il quale il requisito della dipendenza «non sarebbe più un aspetto giuridico, ma di carattere economico». Rientrerebbero in questa fattispecie non solo i tradizionali lavoratori subordinati «ma anche quella quota di collaboratori privi di sostanziale autonomia, empiricamente in regime di monocommittenza». Poi, continua Cazzola, occorrerà affrontare le due grandi cause del

fasi di esso determinati dal committente e gestiti autonomamente dal collaboratore in funzione del risultato, nel rispetto del coordinamento con la organizzazione del committente e indipendentemente dal tempo impiegato per l’esecuzione della attività lavorativa. Il che vuol dire che una collaborazione non può che avere durata limitata, determinata o almeno determinabile nel tempo, proprio perché la durata deve essere coerente con il progetto specifico individuato a priori». Ciò però non impedisce, alla scadenza del contratto, di prorogare la durata. «Esatto, ma sempre entro una data determinata o almeno determinabile, se ad esempio il progetto non si è ancora concluso. Non impedisce nemmeno che le parti conclu-

dano un nuovo contratto di collaborazione, ma vi deve essere un nuovo progetto e una durata coerente. Qualora questa coerenza fra durata del rapporto e progetto non vi fosse, il rapporto si presume subordinato, salvo che il datore di lavoro non riesca a fornire in giudizio prova contraria». La sentenza in esame dimostra che il tema della qualificazione del rapporto sia fonte di contenzioso. Come mai? «Sull’elevato contenzioso in materia di qualificazione del rapporto grava il divario esistente fra diverse categorie di lavoratori. La legislazione lavoristica si è pressoché esclusivamente rivolta al lavoratore subordinato della grande impresa, approntando sistemi di tutele e garanzie che, viceversa, non sono riconosciute ad altri lavoratori.

divario del mercato del lavoro: «la disciplina dei licenziamenti e l’aliquota contributiva pensionistica. Fino a quando resteranno le differenze di oggi il mercato del lavoro non riuscirà mai a riorganizzarsi intorno alle medesime regole. Ovviamente l’aliquota unificata non potrà essere pari al 33% ma dovrà attestarsi ad un livello intermedio tra quelle vigenti per le diverse tipologie di lavoro».

Fino a quando non vi sarà un intervento legislativo volto a sdrammatizzare il momento qualificatorio, e quindi le differenze di tutele e garanzie connesse alla qualificazione del rapporto di lavoro, la questione della distinzione tra rapporti di lavoro autonomo e rapporti di lavoro subordinato viene inevitabilmente rinviata alla giurisprudenza, chiamata a decidere caso per caso la disciplina applicabile a ciascun singolo rapporto di lavoro di cui sia dubbia la qualificazione. Su questo punto, peraltro, non posso non ricordare lo strumento della certificazione dei contratti di lavoro, che ha come scopo, dichiarato dalla stessa legge Biagi, che lo ha introdotto, proprio quello di ridurre il contenzioso in materia di qualificazione del contratto di lavoro». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 33


CITTADINANZA

I nuovi requisiti per diventare italiani Con il progetto di riforma della legge sulla cittadinanza ora all’esame della commissione Affari costituzionali della Camera dei deputati, il Popolo della Libertà attraverso la proposta di Isabella Bertolini, mira a rendere più definito il percorso che lo straniero deve effettuare per raggiungere lo status di italiano

l fenomeno immigratorio è profondamente cambiato negli ultimi anni, c’è bisogno di una cittadinanza che risponda ai requisiti di adesione ai valori della nostra comunità. In tal senso è stato proposto un progetto di legge da Nicolò Mulas Marcello parte di Isabella Bertolini, coordinatrice provinciale del Pdl di Mo-

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Isabella Bertolini

dena. Per acquisire la cittadinanza italiana, saranno sempre necessari dieci anni di residenza legale in Italia, ma il traguardo sarà raggiunto solo dopo un dettagliato “percorso”, che comporta lo studio della storia e della cultura italiana, dell’educazione civica e della Costituzione. Sarà necessario poi essere in regola col fisco, avere i requisiti di reddito, alloggio e assenza di carichi pendenti, già richiesti per ottenere il permesso di soggiorno. Verrà fatta una verifica anche dell’integrazione sociale dello straniero, che dovrà dimostrare di rispettare i principi di uguaglianza e di parità fra uomo e donna, anche all’interno del proprio nucleo famigliare. «Vogliamo costruire una cittadinanza di “qualità”- sostiene l’onorevole - concedendo lo status di cittadino italiano esclusivamente a coloro che dimostrano un’adesione sostanziale e non formale alla nostra nazione». Quale differenza sostanziale vuole introdurre il disegno di legge da lei presentato? «La mia proposta di riforma parte dal presupposto che uno straniero può ottenere la cittadinanza al termine di un percorso di integrazione, solo attraverso un reale riconoscimento dei principi e dei valori che fondano la nostra società. La sinistra, invece, punta ad una cittadinanza di “quantità”, arrivando a ridurre il termine temporale necessario per diventare italiano. Alla base di quella impostazione c’è il concetto che prima si diventa cittadino e poi ci si integra». Cosa risponde a chi sostiene che le modifiche alle norme vigenti penalizzerebbero chi davvero vuole diventare cittadino italiano?

«Non è affatto così. Chi afferma cose del genere evidentemente non ha letto la mia proposta, perché il testo presentato aiuta chi vuole diventare davvero cittadino italiano. Per fare un esempio, abbiamo fatto in modo che il termine di dieci anni sia un tempo reale e non, come accade oggi, solo indicativo. Lo straniero, infatti, che ha i requisiti richiesti dopo otto anni di residenza può fare domanda per accedere al “percorso di cittadinanza”, essere ammesso alla frequenza dei corsi previsti, superare le verifiche e al decimo anno ottenere davvero il riconoscimento della cittadinanza. I suoi figli nati qui, invece, diventeranno italiani a 18 anni di età, ma a patto che abbiamo frequentato la scuola dell’obbligo». Modena e la sua provincia costituiscono un importante polo di immigrazione. Com’è attualmente la situazione? «La situazione a Modena, così come in tutte le province dell’Emilia Romagna amministrate dalla sinistra e dove si sta applicando il modello

multiculturale, è disastrosa. A fronte di una percentuale di immigrati regolari, che ha raggiunto la soglia di oltre il 10% dei residenti, la provincia di Modena registra il record di immigrati irregolari. Questo si è tradotto in aumento dell’illegalità e della delinquenza. Non a caso oggi il 73% dei detenuti del carcere di Modena è costituito da stranieri per lo più clandestini e la nostra provincia è sprofondata nelle parti basse delle classifiche nazionali sulla sicurezza. Il contrasto all’immigrazione clandestina e irregolare per noi è la priorità e l’unica via per garantire l’ordine e la sicurezza pubblica». Cosa pensa di ciò che è successo a Rosarno? Cosa dovrebbe fare secondo lei il Governo per evitare il ripetersi di questi avvenimenti? «La riduzione delle quote annuali di lavoratori stranieri in ingresso in Italia, decisa dal governo di fronte agli effetti della crisi, si è dimostrata giusta e lungimirante. La situazione di emergenza economica che si prospettava già alla fine del 2008 im-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 49


CITTADINANZA

L’onorevole Isabella Bertolini con il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi





La mia proposta di riforma parte dal presupposto che uno straniero può ottenere la cittadinanza al termine di un percorso di integrazione, solo attraverso un reale riconoscimento dei principi e dei valori che fondano la nostra società



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poneva un cambio di strategia. Fare finta di nulla, continuando a richiamare annualmente sul territorio i 170.000 lavoratori, senza contare i ricongiungimenti famigliari, che le quote dei flussi prevedevano in tempi precedenti alla crisi internazionale, avrebbe provocato effetti devastanti. Per evitare che fatti come quello di Rosarno si ripetano, è necessario proseguire sulla strada del rigore, già adottata dal governo, per contrastare l’immigrazione clandestina». Rispetto agli altri paesi europei come vede le attuali normative italiane in materia di cittadinanza? «La legge sulla cittadinanza attualmente in vigore nel nostro Paese è del 1992, quindi abbastanza recente. Nata quando l’Italia iniziava ad affrontare le questioni legate ad una massiccia immigrazione. Una legge attuale che ribadisce il principio dello jus sanguinis e che non svende un diritto fondamentale come quello della cittadinanza. È arrivato però il momento di fare un passo ulteriore. Il solo requisito temporale per concedere la cittadinanza italiana non è più adeguato». Il testo propone anche corsi obbligatori di un anno per gli stranieri sulla storia e la cultura italiana. Come verranno strutturati? «Dopo 8 anni di soggiorno continuato nel nostro Paese lo straniero che vuole diventare italiano potrà ottenere la cittadinanza, se seguirà un percorso ben definito e preciso.

Dovrà fare domanda di frequenza ad un corso propedeutico di 1 anno, finalizzato all'approfondimento della conoscenza della storia e della cultura italiana ed europea, dell'educazione civica e dei principi della Costituzione italiana. Alla richiesta di ammissione al corso l’Amministrazione competente deve rispondere entro 120 giorni. Spetterà al governo, con il concorso delle Regioni e degli Enti locali, organizzare questi corsi». I figli di stranieri nati e cresciuti in Italia potranno chiedere la cittadinanza compiuti 18 anni solo se avranno frequentato tutta la scuola dell’obbligo. È un ulteriore passo per l’integrazione? «Ne siamo assolutamente convinti. L’aver frequentato con profitto la scuola rientra pienamente in quel requisito necessario di volontarietà che vogliamo introdurre per poter diventare cittadino italiano. Mi spiego: se un ragazzo frequenta con successo la nostra scuola dimostra con i fatti di voler far parte della nostra comunità. Tra un minore straniero che vive in Italia e un minore italiano non c’è alcuna differenza rispetto ai diritti di cui entrambi godono. Un motivo in più perché l'ottenimento della cittadinanza, anche da parte di chi nasce in Italia da genitori immigrati, sia il frutto di una scelta voluta, motivata e consapevole dell'individuo, che per tali ragioni può esercitarsi solo al raggiungimento della maggiore età».


LIBERTÀ D’IMPRESA

La rivoluzione copernicana dello Statuto delle imprese «Dare diritti a chi finora ha avuto solo doveri». Ne è convinto Raffaello Vignali, promotore di una proposta di legge sullo Statuto delle imprese. «La cultura statalista che ha dominato il Paese in questi decenni ha sempre guardato con sospetto a chi prende un’iniziativa imprenditoriale». È tempo di cambiare rotta Nike Giurlani

eregolamentare e semplificare» sono i principali cambiamenti previsti dal progetto di legge sullo Statuto delle imprese presentato dall’onorevole del Pdl Raffaello Vignali, vicepresidente della commissione Attività produttive, commercio e turismo. Le Pmi al contrario di quello che è stato per anni un pensiero diffuso non rappresentano un’anomalia, ma bensì una risorsa per il nostro Paese ed è per questo che è giunto il momento di garantire loro dei diritti. Bisogna, infatti, «passare dal sospetto alla fiducia verso chi intraprende» e soprattutto le banche devono tornare «a essere uno strumento a servizio del risparmio e dello sviluppo delle imprese». Il governo ha inoltre compreso «che le risorse per la ripresa non stanno nell’apparato pubblico, ma nella libertà, nell’iniziativa e nella responsabilità delle persone». Lei ha dichiarato che l’Italia è il paese col più alto tasso di im-

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prenditorialità, ma anche quello dove è più difficile fare impresa. Perché questa incongruenza? «Alla base c’è una ragione culturale e antropologica ben precisa. La cultura statalista che ha dominato il Paese in questi decenni ha sempre guardato con sospetto a chi prende un’iniziativa imprenditoriale: invece che guardarlo in modo positivo e valorizzarlo l’ha sempre visto con diffidenza. Così sono state emanate leggi che hanno lo scopo di prevenire la truffa e non, come si dovrebbe, guidare la normalità. Ma c’è anche un’altra ragione. Per quella stessa cultura, che ha radici nel cattocomunismo, l’unica impresa “vera” è quella di grandi dimensioni, quella sindacalizzata. Così sono state dettate regole pensando alla Fiat, ma occorre ricordare che le grandi imprese in Italia sono appena lo 0,3% del totale». Lei è il promotore del progetto di legge sullo Statuto delle imprese. Il testo è stato firmato da 130 parlamentari ed è stata ap-

prezzata anche dalle associazioni di rappresentanza e dal sistema delle Camere di Commercio. Ce ne può delineare le linee guida? «L’idea è molto semplice: dare diritti a chi finora ha avuto solo doveri. Questo principio è declinato in vari aspetti. Innanzitutto il riconoscimento del valore economico e sociale degli imprenditori, perché Pil e occupazione non li fanno i


Raffaello Vignali

Il vicepresidente della commissione Attività produttive, commercio e turismo Raffaello Vignali

governi, ma le imprese. Quindi operare quella che il presidente di Confartigianato Giorgio Guerrini, nel commentare la proposta dello Statuto, ha chiamato “una rivoluzione copernicana”. L’obiettivo è di passare dal sospetto alla fiducia verso chi intraprende». Quali sono i principali cambiamenti previsti dal progetto? «Innanzitutto il progetto introduce una serie di diritti dell’impresa verso le Amministrazioni dello Stato (che si assumono dei doveri) sotto vari aspetti a cominciare dalla semplificazione. Poi sono previsti principi fiscali: ad esempio non aumentare le tasse, in particolare sui costi delle imprese, con la previsione di introdurre anche un tetto massimo alla tassazione complessiva. Ed inoltre il testo pensa a una revisione delle leggi partendo dalle piccole imprese e non dalle grandi, come indica lo Small Business Act attuato dall’Unione europea. C’è una forte semplificazione delle norme per l’avvio di nuove imprese, soprattutto tecnologiche, femminili e nelle aree svantaggiate. È prevista, inoltre, l’istituzione di una Commissione Parlamentare che valuti anticipatamente l’impatto delle norme sulle Pmi con oneri minori e tempi di adeguamento più lunghi. Infine è contemplata l’istituzione di un’agenzia per le Pmi che segnali a governo e Parlamento le modifiche legisla-

tive e regolamentari necessarie a una migliore qualità della vita delle imprese». Sono previste anche una serie di norme per deregolamentare e semplificare? «Certamente. Non è ammissibile, per esempio, che un’istanza rivolta a una amministrazione non abbia certezza di risposta e di tempi. Questo è anche il principale ostacolo agli investimenti stranieri in Italia. Lo Statuto prevede un termine massimo di risposta, dopo di che scatta automaticamente il silenzio-assenso. In caso di riposta negativa, questa deve essere scritta e motivata, ma la motivazione non deve essere imputabile a un’inadempienza della stessa amministrazione». Le Pmi rappresentano un’ano-

malia o una risorsa? «Per anni i guru dell’economia finanziaria hanno parlato con disprezzo dell’“anomalia italiana”. Dicevano che l’Italia era finita perché le piccole imprese non avrebbero retto la competizione mondiale. Venivano considerate arretrate, troppo legate alla famiglia, malate di “nanismo”, ma anche ignoranti perché non capivano che la vera economia era la finanza. Poi è venuta la crisi e ci si è accorti di quanto fosse sana l’economia reale delle nostre piccole e micro imprese. E che, se c’era un’anomalia, questa era proprio una certa finanza che guarda solo al profitto trimestrale e alle stock option dei manager. In Italia c’è un’impresa ogni 10 abitanti e questa è una risorsa unica. Le piccole imprese che  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 53


LIBERTÀ D’IMPRESA

 si sono internazionalizzate dal prese».



Lo Statuto delle imprese pensa a una revisione delle leggi partendo dalle piccole imprese e non dalle grandi, come indica lo Small Business Act attuato dall’Unione europea



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2001 al 2008 sono raddoppiate e hanno innovato: segno di grande vivacità. Inoltre, in questi anni, di fronte alla sfida della globalizzazione, hanno rielaborato la cultura dei distretti e sono tornate a fare rete, a “con-correre” per competere». Che ruolo dovranno avere le banche? «Quello che hanno avuto alla fine dell’Ottocento, quando sono sorte le casse rurali e le casse di risparmio per accompagnare lo sviluppo economico. Ma anche quello che hanno avuto alla fine della seconda guerra mondiale per avviare la ripresa e realizzare il boom economico. Occorre dare fiducia a chi fa impresa e dargli anche il credito. Le banche devono quindi tornare a essere uno strumento a servizio del risparmio e dello sviluppo delle im-

Quanto conta l’approvazione del Fondo italiano di investimento per le piccole e medie imprese costituito dal ministero dell’Economia sotto la regia del ministro Giulio Tremonti? «È uno strumento importante per le imprese che vogliono crescere. Le iniziative del Governo Berlusconi e in particolare quelle di Tremonti, Sacconi e Scajola, vanno nella giusta direzione. Sta cambiando la mentalità Questo governo, infatti, sta passando dallo statalismo alla sussidiarietà e dal dirigismo in economia all’economia sociale di mercato. È stato compreso che le risorse per la ripresa non stanno nell’apparato pubblico, ma nella libertà, nell’iniziativa e nella responsabilità delle persone».


L’INCONTRO

Risanare il debito per ritornare a produrre Il risanamento di un’impresa richiede tempo e dedizione. Oggi sono molte le realtà che vi fanno ricorso, ma quelle che più sono state toccate sono «quelle imprese che hanno la capacità di essere presenti sul mercato». Paolo Sciumé, avvocato ed esperto di ristrutturazioni societarie, analizza lo scenario e punta il dito contro gli strumenti finanziari che hanno invaso il mercato Concetta S. Gaggiano

l termine ristrutturazione applicato a un’azienda ha avuto una diffusione esponenziale da quando è cominciata la crisi che ha messo in ginocchio i fatturati della maggior parte delle aziende. Ciò ha portato molti amministratori a ricorrere a un aumento del debito con le banche per far fronte al pagamento dei crediti. Le banche, dal canto loro, per ristrutturare il proprio debito si sono rivolte ai governi centrali. L’ultimo anello della catena è rappresentato dai cittadini, chiamati dagli Stati a risanare i debiti con l’aumento dei consumi e il pagamento delle imposte. «Per uno studio legale, naturalmente, la pratica del restructuring del debito non è una novità, certo la natura della crisi ha imposto a molte aziende, attraverso processi di ristrutturazione, di rivedere la propria capacità produttiva». È questa l’analisi con cui Paolo Sciumé, esperto di ristrutturazioni societarie e membro del Cda di importanti aziende italiane, chiude il cerchio

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Paolo Sciumé

In apertura, Paolo Sciumé, fondatore dello studio Sciumé & Associati ed esperto di diritto d’impresa

sul restructuring. «Su questo tema i fattori in gioco sono tre: l’imprenditore, il team di consulenti da lui chiamato a supportarlo in questo processo e il sistema bancario – aggiunge Sciumé, titolare dello studio legale Sciumé & Associati che da anni si occupa di affiancare gli imprenditori nel settore del diritto d’impresa. È essenziale per risolvere la situazione il riequilibrio della situazione finanziaria e la possibilità di rimanere sul mercato». Come si è arrivati alla situazione odierna in cui la maggior parte delle aziende deve ricorrere a una ristrutturazione? «Un primo scenario che va tenuto presente riguarda la natura della crisi che investe tuttora l’economia, la cui origine riguarda la finanza. In questi anni si è creduto che la produzione di ricchezza potesse essere moltiplicata tramite l’immissione sul mercato di strumenti finanziari che avessero una loro autonomia, che potessero loro stessi produrre ricchezza. Ciò ha portato il

settore finanziario ad allontanati dalla produzione diretta di beni e servizi, come se quegli strumenti finanziari potessero vantare autonomia economica. Questa situazione ha generato una congestione di beni e servizi sul mercato e la conseguente crisi produttiva di molte imprese». Perché nasce all’interno di un’azienda l’esigenza di ristrutturarsi? «Accade per i debiti nei confronti del sistema creditizio, ma non solo. In passato è capitato anche per i portatori di corporate bond, strumenti oggi così prepotentemente tornati in auge, di trovarsi a dover far fronte a emittenti non più in grado di adempiere, almeno alle condizioni inizialmente pattuite, alle obbligazioni assunte. Detto questo, è certamente vero che da un anno e mezzo questa parte, le imprese si sono spesso trovate in situazioni di particolare affanno nella gestione della finanza e, quindi, nella necessità di ristrutturare i propri  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 57


 debiti. Effettivamente il trend (negativo) po- turazioni richiedono tempi lunghi, quindi sono trebbe proseguire per l’anno appena iniziato». Come si è intervenuti per far fronte a questa situazione? Attraverso l’azione di tre attori principali. Innanzitutto sono intervenuti gli Stati, soprattutto quelli occidentali. I governi centrali sono intervenuti da un lato per salvare le grandi imprese, dall’altro per salvare il sistema bancario, aumentando il loro indebitamento. Ma questo ha generato e genera un terzo passaggio: lo Stato non può che rivolgersi ai cittadini per risanare i debiti. La collettività, quindi, per far fronte a questa situazione, deve diventare capace di risparmiare, sostenere il mercato aumentando i consumi e pagando le tasse. Come? Attraverso la sua capacità imprenditoriale. Questi elementi rendono inevitabile rivedere, attraverso le ristrutturazioni, la capacità con cui si produce». Quali sono i fattori in gioco all’interno dei processi di ristrutturazione? «Sono essenzialmente tre. L’imprenditore con la sua propensione al rischio, di ricorrere al denaro di terzi, del sistema bancario soprattutto, e la sua capacità di sapersi organizzare; il sistema bancario quale fornitore di denaro. In questa direzione diventa fondamentale il dialogo tra le parti poiché in molti casi le ristrut-

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necessarie una burocrazia meno gerarchizzata e una maggiore attenzione alle esigenze del territorio in cui operano le imprese. Per questo motivo, spesso, le piccole banche di natura territoriale sanno far fronte in maniera più adeguata ai problemi degli imprenditori per via di un rapporto più stretto e diretto con i loro interlocutori. Il terzo elemento riguarda quegli attori (consulenti d’impresa, avvocati e commercialisti) che supportano l’imprenditore nelle fasi di ristrutturazione. Si tratta, quindi, di un gioco a tre tra il sistema bancario, che deve rivedere e consolidare i propri utili; l’imprenditore, che deve risanare la propria azienda rendendola competitiva e risanarne il fatturato; chi fornisce servizi di consulenza, che ha il ruolo di accompagnare l’azienda durante questo passaggio di risanamento, apportando un valore aggiunto in termini di organizzazione aziendale». Ci sono settori che più di altri vedono imprese coinvolte in operazioni di ristrutturazione? «Intanto già la parola ristrutturazione riguarda quelle imprese che hanno la capacità di essere presenti sul mercato, quindi quelle realtà che hanno capacità tecnologica e strumentale di stare sul mercato. Per questo motivo, alcuni set-


Raffaello Vignali xxxxxxxxxxxxxxx

tori sono più interessati di altri: quelli legati alla produzione di beni riguardanti il made in Italy, come il design e il manifatturiero. Penso ad esempio al settore orafo o quello ceramico, realtà che in passato sono state capaci di esportare il marchio italiano in tutto il mondo, ma che adesso si trovano a rivedere la propria organizzazione per poter essere dei player primari sui mercati. Altri settori interessati sono poi quelli che forniscono servizi tecnologici alle imprese, quelli di produzione di macchinari e, infine, il settore della produzioni di servizi pubblici». Ci sono delle differenze tra la legislazione italiana e quelle straniere? «La legge italiana non è più quella che, come succedeva in passato, condanna eticamente il fallimento di un imprenditore; oggi la visione è più quella anglosassone, che vede la ristrutturazione come “passaggio” da uno stato all’altro, quindi le norme prevedono oggi di poter salvare di un’impresa, una volta entrata in uno stato di crisi, quello che di buono ha potuto esprimere. In questo senso direi che i sistemi normativi dei vari paesi stranieri si equivalgono. Gli istituti maggiormente utilizzati sono certamente quello del concordato preventivo, che dopo la riforma del 2005 rappresenta uno strumento molto più flessibile e al quale può accedere una più vasta platea di imprenditori in crisi. Inoltre, soprattutto là dove la ristrutturazione passa attraverso la messa a disposizione di nuove risorse finanziarie da parte di banche o terzi, noto un ampio ricorso a convenzioni poste in essere in esecuzione di piani di ristrutturazione attestati a norma dell’articolo 67 l.f.. Sotto questo profilo ritorna quel che si diceva poco fa: il piano che, secondo la lettera della norma, deve apparire “idoneo a consentire il risanamento della esposizione debitoria dell’impresa e ad assicurare il riequilibrio della sua situazione finanziaria” e la cui ragionevolezza sia attestata da un professionista revisore contabile è lo strumento che potrebbe, anzi dovrebbe, rivelarsi un opportunità per l’imprenditore in crisi». La “variabile umana” nel processo di cambiamento è la più imprevedibile, ma è, al

tempo stesso, può determinarne il successo o il fallimento. Quanto la gestione del fattore umano incide nei processi di ristrutturazione aziendale? «È importante poiché tocca la riduzione dei costi e del costo del lavoro (ove si ricorre a forme di flessibilità, di recupero di efficienza e, come abbiamo visto capitare in misura massiccia, agli ammortizzatori sociali) o dal punto di vista del costo di materie prime e servizi, ove la qualità della produzione è connessa alla capacità di sollecitare la partecipazione dei propri dipendenti, di far condividere ai propri dipendenti lo scopo per cui si produce un determinato bene o servizio. Oggi c’è bisogno, sia nel settore pubblico che in quello privato, di dotarsi di strumenti per poter “misurare” la capacità di servizio del fattore umano e renderlo efficiente in direzione di una razionalizzazione delle risorse e della possibilità di poter rimanere sul mercato». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 59


PATRIMONI D’ITALIA

Basta con i soliti luoghi comuni È l’arte, bellezza Le bellezze naturali, la cultura, le tradizioni. Ma fuori dal turismo tradizionale e abitudinario. «Perché l’Italia è un’opera d’arte» sottolinea Vittorio Sgarbi. E ci sono luoghi «imprevedibilmente seducenti» che meritano «lo stesso interesse e la stessa attenzione di quelli più conosciuti» Giusi Brega

Italia è terra di grandi bellezze, naturali e culturali. E viaggiare da nord a sud della Penisola è scoprire sempre nuove emozioni. Ma, al di fuori dei luoghi di turismo tradizionali, mete affezionate dei turisti più consuetudinari, ci sono posti di toccante bellezza spesso trascurati o ritenuti, a torto, secondari. Inseguendo un’idea, un sogno, un’intuizione si scoprono le insospettate seduzioni di città, campagne, siti archeologici o naturalistici. Luoghi letterari, religiosi, aspri, romantici. «Un patrimonio inestimabile – sottolinea Vittorio Sgarbi – che gli italiani hanno la fortuna di avere, ogni giorno sotto gli occhi. E che tutto il mondo ci invidia». Se dovesse tracciare un percorso ideale di bellezze

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Vittorio Sgarbi storico e critico d’arte. Nell’altra pagina, La Rotonda di Palladio, a Vicenza

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Vittorio Sgarbi



Edifici di grande valore storico e architettonico devono essere considerati alla stregua di una poesia del Pascoli. Non è possibile pensare di distruggerli



da nord a sud del nostro Paese, cosa suggerirebbe? «Partendo da nord ovest non esiterei a iniziare dal Sacro Monte di Varallo, un complesso monumentale formato da 43 cappelle distribuite lungo un percorso che si dipana nel verde della collina sopra Varallo. Sono luoghi af-

fascinanti, ai quali recentemente mia sorella Elisabetta ha dato spazio con dei film che raccontano le storie di Cristo, mostrando sotto una luce inedita questo tesoro dove si raccolgono le opere di maestri della pittura e della scultura italiana imprescindibili come Gaudenzio Ferrari, Tanzio da Varallo, Pier Francesco Mazzucchelli detto “il Morazzone” e Gherardini. Andando oltre e toccando altri “Sacri Monti”, arriverei a Biella, al Santuario della Madonna Nera di Oropa che sorge a 1.200 metri di altitudine ed è il più celebre luogo

di pellegrinaggio del Piemonte, uno dei più importanti d’Italia e forse il più antico santuario mariano dell’occidente, in un bellissimo scenario naturale. A Cerveno, c’è la via Crucis realizzata da Beniamino Simoni: 198 statue a grandezza naturale, in legno e stucco, che rappresentano la passione di Gesù, dal momento della condanna, fino alla sepoltura. Le statue sono distribuite in 14 cappelle, disposte lungo una gradinata a cui si accede dalla chiesa parrocchiale. Andando verso est, sempre rimanendo a nord, non posso  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 61


PATRIMONI D’ITALIA

 non citare due meraviglie nel provincia di Belluno». bellunese, la Certosa di Vedana, immersa nel Parco delle Dolomiti bellunesi, in un luogo di grande fascino, tra prati e boschi. La struttura originaria era un ospizio, poi tramutato in Certosa nel 1456 e quindi accresciuto di edifici e del grande chiostro. Da qui, mi sposterei verso l’Abbazia di Santa Maria a Follina vicino a Treviso e assolutamente ad Aquileia, per visitare la Basilica che possiede uno dei mosaici più grandi e più antichi. E poi, sicuramente a Cividale. Innumerevoli meraviglie si possono trovare scendendo verso Verona. Penso alle ville palladiane, o alle opere del Boccaccino, che ne ha lasciata una bellissima vicino a Tribano in

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Alcune grandi città italiane, come Torino, hanno saputo recuperare grazie alla cultura un ruolo di primo piano, che le ha messe a pari merito con altre città di più lunga “tradizione culturale”. Operazioni di questo tipo possono essere riproponibili in territori più “defilati” e in città di più piccole dimensioni? «Le grandi città sono maggiormente predisposte in termini di opportunità di accoglienza di grandi flussi turistici, aspetto che rende più semplice il rilancio di tutto il settore culturale. Tuttavia, ci sono anche città dalle dimensioni più contenute che hanno saputo puntare sulla



Ferrara, Siena e Lucca sono città dalle dimensioni più contenute che hanno saputo puntare sulla sfida culturale, e hanno vinto

sfida culturale, e hanno vinto. Mi vengono in mente Ferrara, Siena e Lucca con le loro attività, i festival, i luoghi espositivi dedicati e la creazione di musei di arte contemporanea. Tutte iniziative che hanno permesso a questi luoghi di essere, in un certo senso, “rivisti”». Spesso il fascino di certi luoghi viene scoperto prima dagli “stranieri”, che dalle persone che lo abitano. È possibile allenare la mente a riscoprire, o scoprire per la



Nella foto sopra, il complesso della basilica di Aquileia. Nella pagina accanto, in alto, la cappella del Peccato originale o di Adamo ed Eva presso il Sacro Monte di Varallo. A destra, Palazzo dei Diamanti a Ferrara, sede di importanti mostre d’arte


Vittorio Sgarbi

prima volta, la bellezza anche nei luoghi familiari, che sono quotidianamente sotto gli occhi? «È una condizione tipica italiana quello di vivere immersi nella bellezza. Ma sono sicuro che è sicuramente possibile allenarsi a riscoprire le meraviglie che ci sono nel nostro Paese e che tutto il mondo ci invidia». Uno dei punti deboli dell’Italia è la capacità di tutelare il patrimonio culturale. In linea generale, quali dovrebbero essere le linee strategiche da seguire per raggiungere questo obiettivo? «Il governo vigila sulla tutela del patrimonio culturale attraverso le Soprintendenze che molto spesso sono di-

stratte e permettono degli scempi deprecabili. Solo per fare un esempio, tempo fa a Morazzone, vicino a Varese, è stata permessa la distruzione di villa Bianchi, risalente agli anni Venti. Un edificio liberty così ben conservato da non avere neanche bisogno di restauro. Queste cose non dovrebbero mai succedere. Un edificio di quel valore storico e architettonico deve essere considerato alla stregua di una poesia del Pascoli. Non è possibile pensare di distruggerlo. In Italia non mancano gli strumenti per la salvaguardia dei beni architettonici. Il problema è che vengono applicati in modo distratto e inadeguato». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 63


POLITICHE PER L’INFANZIA

Pubblico e privato insieme per l’infanzia Il sistema integrato che vede insieme Stato, Comuni e privato convenzionato è la risposta alle famiglie che bussano per entrare nelle scuole dell’infanzia regionale Federica Gieri

ubblico e privato, in regione, si stringono la mano a favore dei bambini fra i 3 e i 6 anni e, quindi, delle loro famiglie. È il cosiddetto sistema integrato. Una sorta di alleanza educativa tra Comuni e scuole private, ma convenzionate per consentire agli under 6 di trovare posto nelle quasi circa mille scuole dell’infanzia che punteggiano le nostre città. Un’invenzione made in Emilia Romagna (incardinata nella legge regionale 52 del 1995 che alla Regione affida il compito di verifica ed erogazione fondi) varata per offrire un servizio di qualità e una pari opportunità di accesso ai suoi piccoli cittadini. Comuni, materne private e Stato, il terzo vero protagonista del sistema. Il quale, nonostante le ristrettezze economiche, aumenta la sua presenza; seppure non quel tanto per rispondere a tutte le domande di accesso al servizio delle famiglie. Non si sottraggono al trend, in modo chiaramente proporzionale alle risorse disponibili, neppure Co-

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muni e privati che, nell’ultimo triennio, aumentano i posti nelle loro materne. Tre le città prese a campione: Reggio Emilia, Ferrara e Forlì. Cominciando il viaggio da Reggio Emilia, qui Roma passa dalle 37 sezioni di scuola dell’infanzia del 2007-2008 alle 40 di quest’anno. Lo sforzo maggiore, nella città dove è nato il Tricolore, rimane, tuttavia, sulle spalle del Comune che muove tanto la leva delle convenzioni con i privati (soldi dati ai privati per i posti “riservati” al Comune in quelle materne) quanto quella delle proprie materne. Una duplice strategia tesa a dare piena risposta alle richieste di mamme e papà, riducendo così ai minimi termini la lista di attesa. Sul fronte comunale, il “Palazzo” apre tre nuove sezioni (ora 66), accogliendo così quasi cento bimbi in più (ora 1.638). Questo con la previsione di tagliare il nastro, nel giro di pochi anni, di altre trequattro nuove sezioni. Quanto al privato, il Comune allarga i cordini della borsa e potenzia le conven-



Il nostro impegno è rivolto in particolare a qualificare e sostenere un sistema integrato che coinvolge le scuole dell’infanzia comunali, private e statali



zioni, facendo salire le sezioni disponibili da 7 a 10. «Una delle nostre priorità – osserva l’assessore comunale alla Scuola Luna Sassi – è garantire il diritto all’educazione di tutti i bambini, costruendo un sistema pubblico integrato, dal 2003 gestito dall’Istituzione scuole e nidi d’infanzia. L’esperienza dei servizi a gestione diretta del Comune, all’interno di questo sistema, ha favorito


Il sistema regionale

la condivisione tra le esperienze contribuendo alla qualificazione di tutto il sistema. «Le sfide che abbiamo di fronte riguardano il mantenimento della qualità e la creazione di nuovi posti così da garantire il diritto all’educazione per tutti, nonostante i vincoli imposti dal Patto di stabilità e il continuo aumento demografico». Spostandoci a Forlì, il Comune imbocca la strada delle convenzioni con le private che, in questo modo, possono aprire le porte a più di mille bambini. Una scelta che comporta forti investimenti da parte dell’Amministrazione locale che, per ogni under 6 che frequenta una materna convenzionata, stacca un assegno da circa 700 euro l’anno. Un grosso aiuto al municipio, a Forlì, lo dà lo Stato che, dal 2007-2008 ad ora,

ha già avviato cinque sezioni in più. «Il nostro impegno è rivolto in particolare a qualificare e sostenere un sistema integrato che coinvolge le scuole dell’infanzia comunali, private e statali – spiega l’assessore alle Politiche educative del Comune, Gabriella Tronconi –. Grande attenzione è dedicata anche alla costruzione di un sistema territoriale dove le nostre strutture rappresentano fondamentali punti di riferimento al servizio dei bambini, delle famiglie e del personale». Nella città degli Estensi, la copertura della domanda tocca il 100% grazie a un sapiente mix tra Stato, Comune e privato, sempre convenzionato. Prendendo in considerazione l’ultimo triennio, lo Stato si è allargato con tre nuove materne trasferitegli dal Comune. In pratica, tre scuole che amministrativamente hanno traslocato dall’Amministrazione locale a Roma (operazione tecnicamente detta statalizzazione). Nelle 11 sezioni, a tuttora trovano posto 254 bambini. Inevitabile che, a seguito di questa operazione, il Comune forlivese sia calato come presenza, senza chiaramente dismettere il servizio. Ora nelle 36 sezioni comunali, vi sono ben 900 bimbi. Infine, molto corpose (in termini numerici) le scuole dell’infanzia private convenzionate. Un bel pacchetto di 25 scuole, 60 sezioni per 1.507 bimbi per cui il Comune allarga i cordoni della borsa, mettendo in bilancio cifre a tre zeri. EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 69


FORUM INDUSTRIA +0,9% +3,6 % +2,2 % +0,1 % PREVISIONE PIL 2010

PREVISIONE EXPORT 2010

PREVISIONE VALORE AGGIUNTO INDUSTRIA 2010

PREVISIONE TASSO OCCUPAZIONE 2010

Rapporto 2009 sull’economia regionale Unioncamere-Regione Emilia Romagna


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Chi si ferma è perduto Che si tratti della fashion o della packaging valley, oppure della grande tradizione ingegneristica ed elettromeccanica dell’industria regionale non conta. Le imprese dell’Emilia Romagna cercano la strada per il rilancio Francesca Druidi

l 2009 ci lascia in eredità un quadro economico dalle tinte decisamente scure, anche se leggermente più sfumate rispetto allo scenario delineatosi alla fine della scorsa estate. La difficile fase congiunturale ha, infatti, intaccato anche un tessuto produttivo solido come quello emiliano-romagnolo, interessando la quasi totalità delle imprese, comprese quelle leader. Il Rapporto sull’economia regionale 2009, realizzato da Regione e Unioncamere, parla di un calo del Pil del 4,6%, rispetto alla media nazionale che si attesta a un -4,8%. Il risultato è solo parzialmente attenuato dalla relativa tenuta dell’occupazione, con un tasso di disoccupazione che sale al 3,7% rispetto al 3,2% dell’anno precedente. Le previsioni per il 2010 redatte a novembre da Unioncamere Emilia-Romagna e Prometeia, aprono per la regione uno scenario di ripresa, sebbene dal profilo contenuto. Si prospetta, infatti, una crescita in termini reali del Pil dell’0,9%. Ospite gradito del 2010 è il ritorno a un export maggiormente sostenuto, con un au-

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mento reale del 3,6%, destinato a salire al 4,3% nell’anno successivo. In questo contesto socioeconomico, le imprese non rimangono a guardare, ma tentano di applicare gli strumenti più adeguati per uscire in modo definitivo dalla congiuntura negativa. Con almeno due minimi comuni denominatori: il raggiungimento dell’efficienza operativa e l’investimento in ricerca e sviluppo. Questo indipendentemente dal settore in cui operano. Se Ducati Energia opta per la multilocalizzazione produttiva oltreconfine, il Gruppo Maccaferri guarda alle opportunità del mercato dell’energia, uno dei più dinamici in questo momento in Italia e nel mondo. Ima perfeziona l’ingresso del fondo Mandarin Capital Partners nel proprio capitale sociale come leva strategica per penetrare in modo più efficace il mercato cinese. Apre all’Oriente anche Datalogic, che ha di recente inaugurato il nuovo stabilimento di Saigon in Vietnam. Marsil, infine, non rinuncia alla sfida di portare in Italia e all’estero il vero made in Italy dei tessuti.


Guidalberto Guidi

La tecnologia italiana chiave del successo La crisi non ha risparmiato le aziende del settore elettrotecnico. Ducati Energia ha saputo reagire. Con ricerca e sviluppo e multilocalizzazione. Occorre «alzare l’asticella del contenuto tecnologico dei prodotti italiani», rileva il presidente e Ad Guidalberto Guidi Francesca Druidi

egli ultimi due anni, il settore dell’elettrotecnica e dell’elettronica ha registrato a livello nazionale un calo della produzione industriale e del fatturato che si aggira tra il 28 e il 30%. La crisi, acuitasi dall’ottobre 2008, si è protratta in modo grave fino al luglio scorso, quando i cali denunciati dalle imprese del comparto oscillavano dal 30, per le più stabili, al 60%. È il quadro preoccupante delineato da Guidalberto Guidi, presidente e amministratore delegato di Ducati Energia, nonché numero uno dell’Anie, la federazione nazionale imprese elettrotecniche ed elettroniche. Come vede il futuro del settore? «Nonostante oggi si evidenzi qualche segnale di miglioramento, si tratta di un avanzamento che impatta su un punto zero pari a una flessione del 40- 50%. Siamo ancora lontani dal tornare ai livelli del 2007 e di inizio 2008. Per il 2010 si prevede una stabilizzazione della diminuzione attorno al 15-20%». E per quanto riguarda nello specifico Ducati Energia? «L’azienda ha avvertito le criticità ancora prima delle altre realtà. Per questo si è proceduto con la multilocalizzazione dell’impresa: produciamo

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In apertura, Guidalberto Guidi, presidente e amministratore delegato di Ducati Energia, presidente di Anie e di Eicma.

in Argentina per il mercato sudamericano, in Croazia realizziamo tutta la parte meccanica, in Romania quella elettrotecnica, mentre in India si produce la parte meccanica dedicata alle 2 ruote. L’azienda ha registrato un calo del fatturato, ma ha continuato a investire in ricerca e sviluppo. Ducati Energia ha, infatti, assegnato 22 milioni di euro negli ultimi cinque anni alla voce R&S. Abbiamo chiuso un buon 2009. Certo, non come avremmo potuto raggiungendo un utile migliore, ma sono entrati a fatturato prodotti sui quali erano investite risorse dagli anni precedenti. Inoltre, il budget a disposizione per il 2010 è in crescita del 15% rispetto al 2009». Intravede delle soluzioni per la ripresa? «Innanzitutto è importante alzare l’asticella del  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 75




Da tempo la modalità “eco-compatibile del trasporto fa parte del core business di Ducati Energia. E credo che questo settore vivrà una costante crescita nei prossimi anni



 contenuto tecnologico dei prodotti italiani.

Quella che poi manca in Italia è una significativa ricerca sui grandi temi tecnologici. Per questo, anche come Anie, stiamo chiedendo al governo maggiori investimenti nelle grandi reti infrastrutturali: in primis quelle ferroviarie, perché ogni euro destinato a questo settore costituisce di fatto un moltiplicatore di risorse; e poi nelle reti elettriche di produzione e distribuzione dell’energia e nelle reti telematiche. Sono queste le linee guida sulle quali dovrebbe puntare il Paese per offrire alle aziende uno zoccolo di fatturato nazionale che consenta loro di guardare oltreconfine. Oggi l’associazione cerca di portare le imprese del settore in paesi anche marginali dal punto di vista del-

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l’importanza, ma ancora aperti alla tecnologia italiana, quali l’area del Maghreb, alcune repubbliche dell’ex Unione sovietica, Cina, India e Brasile». Ducati Energia ha recentemente presentato la Copenhagen Green Wheel. Quale pensa potrà essere la potenzialità sul mercato di questo nuovo importante prodotto? «Da tempo la modalità “eco-compatibile del trasporto fa parte del core business di Ducati Energia. E credo che questo settore vivrà una costante crescita nei prossimi anni. È già stato lanciato un quadriciclo elettrico ibrido a emissioni zero, fornito ad alcune flotte tra cui quella di Poste italiane. Da vent’anni, inoltre, lavoriamo sul sistema di colonnine per la ricarica dei veicoli elettrici. La ruota elettrica-ibrida per biciclette “Copenhagen Green Wheel”, il cui prototipo è stato presentato con grande successo nella capitale danese, è realizzata dal Massachussets Institute of Technology, in collaborazione con Ducati Energia. La nostra azienda detiene l’esclusiva per la produzione industriale che si protrarrà fino a ottobre, e alla quale seguirà la fase di vendita».

Qui sopra la Copenhagen Green Wheel, un progetto del Senseable City Lab del Mit, in collaborazione con Ducati Energia. Foto di Max Tomasinelli


Gaetano Maccaferri

Servono regole più chiare nel mercato energetico La diversificazione è oggi una strategia di sviluppo per affrontare l’incerta evoluzione dei mercati. Il gruppo Maccaferri si sta indirizzando verso energia e biotecnologie. Lo spiega il presidente Gaetano Maccaferri Francesca Druidi ngegneria ambientale e meccanica. Energia, alimentare, biotecnologie, real estate e tabacco. Le attività del gruppo Maccaferri si declinano in più settori. «La crisi economica di questi anni – spiega Gaetano Maccaferri, presidente del gruppo e di Seci Energia – ci ha dimostrato come un certo grado di diversificazione delle attività in portafoglio possa essere funzionale a superare i momenti di difficoltà». Una diversificazione di settori, ma anche di mercati di sbocco, che «ci ha consentito, come holding, di chiudere in maniera positiva il bilancio 2009 e di prevedere un altrettanto positivo 2010, nonostante le difficoltà vissute da alcune delle nostre aziende. Quali fattori individua come prioritari nella strategia aziendale? «Il nostro indirizzo va nella direzione di un’ulteriore concentrazione e rafforzamento delle attività, nei settori e nelle aree dove possiamo esercitare un ruolo di leadership o tecnologica e di mercato. A questo affianchiamo una politica di adeguamento del perimetro delle nostre partecipazioni, attenta a cogliere le evoluzioni del quadro economico. In questa logica, s’inseriscono sia il recente ingresso in nuovi settori con maggiori prospettive di crescita, come l’energia,

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le biotecnologie e il tabacco, sia l’uscita da atti- Sopra, Gaetano vità non ritenute più strategiche, come quelle Maccaferri, presidente delle costruzioni civili. Dando comunque prio- dell’omonimo gruppo rità assoluta a ricerca e innovazione, unitamente industriale a una costante azione formativa». Si sono verificate ripercussioni a seguito della crisi mondiale nei settori in cui opera Officine Maccaferri? «La crisi mondiale ha senz’altro peggiorato anche in Italia la situazione del mercato dei lavori pubblici, già fortemente in crisi a causa dell’acuta e perdurante mancanza di risorse finanziarie da parte dei vari enti pubblici locali e centrali. Lo scenario 2009 è stato genericamente negativo e diverso da regione a regione. Per quanto riguarda il 2010 si confida nell’avvio di alcuni importanti lavori stradali: la terza corsia Rimini Nord-Pedaso sull’autostrada A14, l’allargamento del Nodo di Firenze sulla A1; il progetto del Quadrilatero tra Umbria e Marche; oltre a varie opere nel Veneto, quali Pedemon-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 77


 tana, le Autovie venete, e in Lombardia».

L’Italia si presenta oggi una realtà dinamica oppure altre zone offrono attualmente opportunità più interessanti? «In generale l’Italia, anche per la sua struttura morfologica, presenta le condizioni ideali per l’attività delle Officine Maccaferri, ma i tempi lunghissimi oramai tipici del sistema pubblico italiano, la scarsità di disponibilità finanziarie e la poca attenzione alle esigenze del territorio, fanno sì che il Paese costituisca una realtà, nel suo complesso, molto meno interessante di altre realtà internazionali, dove le Officine Maccaferri non solo operano abitualmente e costantemente a fianco degli enti pubblici locali, ma vengono chiamate da questi per analizzare, progettare ed eseguire importanti opere legate alle difesa del territorio, sia in fase di emergenza che di prevenzione». Ritiene sufficienti gli incentivi assegnati al segmento delle energie rinnovabili in cui il



Il settore delle fonti rinnovabili promette sviluppi molto interessanti, ma occorre che la crescita delle aziende avvenga in un clima di maggiore 78 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010



Gruppo opera? «Con il 2009 si è completato un triennio in cui Seci Energia ha sviluppato il suo ingresso nelle fonti rinnovabili, attivando società di scopo nei settori delle biomasse, del biogas, del fotovoltaico, dell’eolico, oltre a iniziative nei settori idroelettrico e biodiesel, senza tralasciare lo sviluppo nel settore della cogenerazione. Questa intensa attività ha permesso di consolidare un giro d’affari di circa 145 milioni di euro, con un incremento indicativo del 20% rispetto all’anno precedente. Tutto il settore delle fonti rinnovabili promette sviluppi molto interessanti, ma occorre che la crescita delle nostre aziende avvenga in un clima di maggiore certezza». È questo un aspetto ancora fortemente critico? «Sì, richiediamo al governo certezza sul quadro degli incentivi, poiché non è possibile attendere per oltre due anni l’emissione di decreti attuativi e, dall’altro lato, avere processi autorizzatori con tempi indefiniti. Dobbiamo rilevare che i processi autorizzatori dei progetti di riconversione dei nostri cinque ex siti saccariferi sono in corso da oltre 3 anni e rischiamo di completarsi in un quadro di riferimento completamente diverso da quello originale. Desideriamo, pertanto, ribadire che il nostro impegno alla crescita delle nostre aziende è fortemente condizionato dal quadro di certezza in cui possono operare».

Nelle foto, a sinistra, l’impianto fotovoltaico realizzato da Enerray, facente capo a Seci Energia, sui tetti dello stabilimento delle Manifatture sigaro toscano a Lucca; a destra, il progetto dell’autostrada Egnatia in Grecia in cui partecipano le Officine Maccaferri

140 MILIONI Ammontare del giro d’affari di Seci Energia. Con un incremento indicativo del 20% rispetto al 2008


Alberto Vacchi

Lo sviluppo parla cinese Ima reagisce alla crisi con nuove alleanze. Mettendo in campi strumenti che per il presidente e Ad Alberto Vacchi intendono «garantire stabilità e crescita all’azienda». L’entrata del fondo Mandarin Capital Partners nel capitale di Ima è uno di questi. Guardando alle potenzialità del mercato asiatico Francesca Druidi

ono improntati a una sostanziale tenuta i risultati del gruppo Ima nei primi nove mesi del 2009. Ma nemmeno l’azienda leader mondiale nella produzione di macchine automatiche per l’industria farmaceutica e del tè, appare indenne dagli effetti innescati dal critico quadro macroeconomico internazionale. Ammontano, infatti, a 339,9 milioni di euro i ricavi consolidati al 30 settembre, con un decremento del 10,6% rispetto ai 380,3 milioni registrati alla medesima scadenza del 2008. In calo anche il margine operativo lordo, pari a 51,6 milioni di euro (56,8 milioni al 30 settembre 2008), il risultato operativo e quello prima delle imposte. Se il settore del tè continua nel terzo trimestre a mostrare un andamento positivo, seppur con qualche slittamento nell’acquisizione degli ordini, il segmento farmaceutico è caratterizzato da una contrazione sul fronte degli investimenti. Non mancano però i segnali di ripresa. «L’acquisizione ordini del terzo trimestre 2009 – evidenzia Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di Ima – ha registrato un incremento di circa l’8% rispetto al corrispondente trimestre del 2008, invertendo una tendenza negativa che si era instaurata a partire dal terzo trimestre dell’anno precedente. Ciò trova conferma anche nei dati consuntivi del mese di ottobre 2009 rispetto al corrispondente mese del 2008. Riteniamo quindi di poter recuperare sia sul fronte dei ricavi che dei margini nell’ultimo trimestre, che vede tradizionalmente

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Nella foto, Alberto Vacchi, presidente e amministratore delegato di Ima, gruppo leader mondiale nella progettazione e produzione di macchine automatiche per il processo e il confezionamento di prodotti farmaceutici, cosmetici, di tè e caffè

8% RIRESA Incremento dell’acquisizione ordini nel terzo trimestre 2009 nei settori tè e farmaceutico

concentrarsi la quota maggiore di fatturato dell’anno». Il Gruppo stima, per l’intero 2009, un Ebitda intorno agli 88 milioni di euro, rispetto agli 87,7 toccati al 31 dicembre 2008, prevedendo un utile operativo di circa 75 milioni e ricavi per circa 520 milioni di euro a fronte dei 547,2 del 2008. Tassello fondamentale nella strategia di crescita del Gruppo è l’accordo relativo all’ingresso del fondo di private equity Mandarin Capital Partners nel capitale dell’azienda. Il fondo attualmente detiene, tramite le due società controllate Rufus srl e Morchella srl, complessivamente 2.450.000 azioni di Ima, pari al 7,185% del capitale sociale. «La Cina rappresenta già oggi un importante mercato di sbocco per la nostra azienda con vendite che, nel 2009, dovrebbero superare circa 40 milioni di euro, ma è sicuramente il mercato al mondo che mostra il più significativo trend di crescita, sia nel settore farmaceutico che in quello del tè». Come rimarca l’ad Vacchi, la collaborazione con Mandarin potrebbe agevolare la penetrazione di Ima sul mercato cinese, sia mediante la segnalazione di nuove potenziali fasce di mercato da aggredire, sia attraverso l’individuazione di possibili target nell’ambito del processo di espansione per linee esterne già da tempo avviato dal Gruppo. EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 79


FORUM INDUSTRIA

Più competitivi con la ricerca

Diminuire i costi. Ma senza abbattere in modo indiscriminato le risorse destinate all’innovazione. Queste le attività virtuose che Datalogic ha intrapreso per tornare ai risultati precedenti alla crisi. Per l’Ad Mauro Sacchetto il ritorno al profitto nell’ultima parte del 2009 conferma l’efficacia della strategia e apre la strada al rilancio nel 2010 Francesca Druidi ontenere i costi, ma senza incidere sugli investimenti in ricerca e innovazione. Così può riassumersi il piano di riorganizzazione approntato da Datalogic per superare quella che Mauro Sacchetto, amministratore delegato dell’azienda con sede a Lippo di Calderara di Reno, definisce «una crisi non passeggera e nemmeno temporanea». I ricavi registrati nei primi nove mesi del 2009 dal gruppo leader nel mercato dei lettori di codici a barre, mobile computer per la raccolta dati e sistemi di identificazione tramite radiofrequenza, ammontano a 225,1 milioni di euro, mostrando una flessione rispetto allo stesso periodo del 2008. Ma nel terzo trimestre i numeri

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Mauro Sacchetto, amministratore delegato Datalogic 80 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

attestano un significativo recupero della profittabilità: il margine operativo lordo, pari a 7,1 milioni di euro, è in ripresa se confrontato ai 4,3 milioni del secondo trimestre. Può indicare i punti chiave del piano di riduzione costi improntato da Datalogic per far fronte alla crisi e consolidare la ripresa? «Sono state messe in piedi azioni che hanno permesso all’azienda di ottenere un utile ragionevole anche in presenza di un calo del fatturato, non intaccando però al contempo quelle attività che avrebbero influito sul futuro del gruppo. Abbiamo, quindi, deciso di operare una riduzione di 20 milioni di euro sul fronte dei costi fissi, ri-bilanciando il nostro organico in base al fatturato previsto per il 2009 e per gli anni successivi, e di contenere il capitale circolante del 20%. Abbiamo però investito in ricerca e sviluppo nel 2009 il 10% in più rispetto al 2008 per rinnovare la linea dei prodotti e uscire sul mercato con progetti maggiormente performanti a costi inferiori. Datalogic ha, inoltre, coraggiosamente investito nel nuovo stabilimento di Saigon in Vietnam, internalizzando attività in precedenza affidate a subfornitori e partner per riguadagnare ulteriore margine». Quali prospettive individua per il 2010? «Il 2010 vivrà una situazione ancora parzialmente critica nel primo semestre. Prevediamo però una leggera crescita rispetto al 2009, ma da subito saremo in grado di raggiungere una profittabilità in linea con il periodo antecedente la crisi».

10%

FATTURATO

La quota di fatturato di Datalogic che viene prodotto in Italia il restante 90% viene prodotto tra Stati Uniti, Paesi emergenti e resto dell’Europa


Mauro Sacchetto

Sopra, la sede Datalogic a Lippo di Calderara di Reno, in provincia di Bologna; in basso, il pod Joya, nuova frontiera del self-shopping



Datalogic ha ricevuto a novembre il premio Imprese per l’innovazione, assegnato all’azienda in virtù della capacità di crescita attraverso investimenti in innovazione. Quanto risulta cruciale questo fattore? «Nel 2009 Datalogic ha investito in ricerca e sviluppo il 9% del proprio fatturato, pari a circa 30 milioni di euro. Questa voce è fondamentale per tre aspetti. Innanzitutto, Datalogic opera in un ambiente a elevata tecnologia: solo nell’anno appena trascorso l’azienda ha registrato circa 70 bre-

Sono state messe in piedi azioni che hanno permesso all’azienda di ottenere un utile ragionevole anche in presenza di un calo del fatturato, non intaccando quelle attività che avrebbero influito sul futuro del gruppo



vetti. Del resto, se non inventi idee nuove, non puoi difenderti sul mercato. Generare innovazioni tecnologiche consente, inoltre, di lavorare su prodotti a più alto valore aggiunto e, quindi, dalla marginalità superiore, aumentandone anche il rapporto qualità-prezzo e di conseguenza la competitività». C’è una divisione tra le tre operative nell’ambito del gruppo che gode di maggiore salute rispetto alle altre? «Le criticità fanno riferimento allo specifico andamento dei mercati in cui operano. Tutti i principali mercati di sbocco dei prodotti delle società del gruppo Datalogic, da quello industriale alla distribuzione e alla logistica, hanno risentito della crisi che a partire dalla fine del 2008 ha colpito l’economia mondiale. La gamma dei prodotti realizzati da Datalogic Scanning orientati al mercato retail e alla grande distribuzione hanno, però, risentito in misura minore della difficile congiuntura economica, poiché lo stesso comparto food ha segnato una contrazione modesta. I prodotti Datalogic automation, invece, come ad esempio i lettori automatici per le linee di produzione, hanno presentato un rallentamento fino al 50%, a causa della flessione che ha interessato in particolare il settore dell’automotive». All’interno della strategia di internazionalizzazione di Datalogic, che ruolo gioca l’apertura del nuovo stabilimento in Vietnam presso l’High tech park di Saigon? «Attualmente solo il 10% del fatturato viene prodotto in Italia, mentre il 30% viene prodotto negli Stati Uniti, il 40% in Europa e il 10% nei paesi emergenti. Per quanto riguarda l’Asia, ci si attesta su un valore pari a circa il 10%. Il nostro obiettivo è proprio quello di crescere in questo continente sul fronte dei volumi e per compiere questo passo era necessario darsi una dimensione domestica, anche per comprendere meglio le dinamiche del mercato asiatico. Da qui, lo stabilimento di Saigon. Siamo infatti convinti che le attività, comprese produzione, ricerca e sviluppo, portino a risultati migliori se effettuate in loco. Tale strategia di internazionalizzazione ci permette di portare a termine prodotti migliori, a prezzi maggiormente competitivi con tempi di consegna più rapidi». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 81


FORUM INDUSTRIA

Investire sulla qualità Originalità delle creazioni. Qualità delle materie prime. Cura del confezionamento. Fattori che decretano la competitività sui mercati di aziende che da sempre puntano su una lavorazione tutta italiana. L’analisi di Silvia Noè, imprenditrice del settore tessile Francesca Druidi

n quella che viene considerata la “fashion valley” bolognese, trovano sede numerose realtà produttive di eccellenza nei settori del tessile-abbigliamento, accessori e calzature. Un settore che però nell’ultimo decennio sta attraversando diverse criticità. «Il sistema delle realtà imprenditoriali di successo che si è costituito nella nostra regione ha perso, oggi, un numero preoccupante di imprese, perché le scelte gestionali non sono state in sintonia con le politiche finanziarie dell’impresa», afferma Silvia Noè, consigliere regionale dell’Udc e amministratore delegato di Marsil, azienda di famiglia, di cui l’imprenditrice rappresenta la terza generazione. «Si è inasprito l’aspetto competitivo e le aziende che hanno da sempre puntato sulla mano d’opera made in Italy ne sono uscite ancora più penalizzate, soprattutto per chi non ha potuto delocalizzare all’estero». Su quali fattori puntare allora? «Migliore qualità e originalità dei prodotti». Pur sempre nella consapevolezza che anche il 2010 non sarà un anno facile e che non si può ancora sperare in prospettive di crescita. A incidere sulla già critica situazione è poi la concorrenza cinese e di altri paesi emergenti che hanno la capacità di realizzare grandi quantità di prodotti a prezzi bassissimi. «Credo che per affrontare questa nuova realtà si debba continuare a difendere e a investire sul vero prodotto italiano, che deve essere riconosciuto quale valore aggiunto delle nostre imprese». Una strategia che Silvia Noè ha deciso di adot-

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Nella foto, Silvia Noé, consigliere regionale e imprenditrice del settore tessile

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tare anche all’interno della Marsil «in azienda continuiamo a prestare attenzione allo stesso tempo all’originalità dei prodotti, alla qualità dei filati e alla cura del confezionamento del prodotto». Anche Marsil ha risentito per tutto il 2009 della non felice congiuntura economica che ha interessato tutto il settore, ma sull’export ha adottato una politica che ha consentito all’azienda di frazionare il rischio. «Per l’export, Marsil applica una regola di posizionamento commerciale precisa: 50% mercato italiano e 50% mercato estero. Questo perché il mercato italiano ha da sempre garantito il frazionamento del rischio, mentre il confronto con quello estero continua a darci delle importanti soddisfazioni, soprattutto nel Medio Oriente, in Hong Kong, negli Stati Uniti e in Francia». Marsil è un’azienda profondamente connotata al femminile, dal vertice alle risorse umane impiegate, rappresentando un possibile esempio di gestione in questo senso. Un’azienda in rosa aiuta anche sulla scelta del prodotto finale: «un prodotto giovanile che corrisponda al gusto di una donna non più giovanissima e dalle “linee morbide”. È questa, forse, la chiave del successo di Marsil».


SPA E FUTURO

Investire nella ricerca premia anche in periodo di crisi Nonostante la crisi economica alcune aziende anche nella nostra regione hanno fatto registrare una crescita del fatturato. Le politiche di investimento in ricerca e sviluppo così come i continui sforzi e progressi in fatto di internazionalizzazione sembrano aver premiato gli imprenditori Nicolò Mulas Marcello

on un fatturato in crescita del 2/3% rispetto ai 335 milioni di euro del 2008 Kerakoll Group, azienda leader nel settore dei materiali per l’edilizia si conferma come uno dei colossi che nonostante la crisi ha saputo guardare avanti puntando a scelte di mercato ben mirate. Il trend di crescita prosegue ininterrotto dal 1990, quando la dimensione di fatturato era pari a circa 11 milioni di euro. Nonostante la difficile congiuntura economica dello scorso anno, da non sottovalutare sono gli investimenti fatti in termini di ricerca e sviluppo che consentono all’azienda di progredire nello studio di materiali all’avanguardia. «L'importante, anche nella ricerca – sostiene Gian Luca Sghedoni, amministratore delegato Kerakoll - è avere le idee chiare, andare a cercare cosa vuole il mercato, a volte anticiparlo. Io credo nell'innovazione, ma è vera innovazione solo quando è davvero alla portata di tutti. Se è geniale ma troppo complicata, allora non funziona: vuol dire che bisogna ancora lavorarci sopra per ren-

C Nella foto, Gian Luca Sghedoni, amministratore delegato Kerakoll Group

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derla accessibile e pertanto utilizzabile. Solo così l’innovazione genera valore reale». Un fatturato in crescita anche in periodo di crisi. Su cosa avete puntato? «Le nostre scelte strategiche sono ben delineate. Il futuro è nell’edilizia eco-sostenibile, nei materiali naturali da costruzione attenti alla salute delle persone e all’ambiente, nei materiali riciclati e nel risparmio energetico. Ogni anno investiamo in ricerca e sviluppo il 5,4% del fatturato, di cui il 75% destinati alla green research, in linea con i principi dello sviluppo sostenibile. In quest’ottica rientra la realizzazione del Kerakoll Green Lab a Sassuolo, che ospiterà i nuovi laboratori di ricerca e sviluppo del Gruppo».


Gian Luca Sghedoni

In alto, l’interno del Kerakoll Campus; sotto uno stabilimento Kerakoll e in fondo il Kerakoll Green Lab

È importante quindi investire in ricerca e innovazione ma anche nella formazione? «La risposta richiesta alle organizzazioni aziendali per operare un salto di qualità non può che essere legata alle politiche di formazione. In Kerakoll svolgiamo un’intensissima attività di formazione, per la quale investiamo il 3,2% del fatturato, su tutto il territorio nazionale e presso il Kerakoll Campus a Rubiera, nel cuore del comprensorio ceramico». Quali sono le previsioni per il 2010? Avete in programma strategie già definite? «Le nostre previsioni per il 2010 sono di mantenere i tassi di crescita registrati nel 2009. Per quanto riguarda il mercato italiano puntiamo a rafforzare la leadership attraverso lo sviluppo di nuovi prodotti ecosostenibili che rispettano il clima e l’ambiente, l’ingresso in nuovi segmenti dell’alta gamma e il lancio di nuove soluzioni per il risparmio energetico. A livello internazionale continueremo a essere partner dei grandi progettisti con soluzioni ecosostenibili come è avvenuto per lo Stadio Olimpico di Pechino Bird’s Nest o l’Allianz Arena di Monaco di Baviera». Il gruppo kerakoll ha aperto tre nuovi centri logistici a Mumbai, Bangalore e Salem. Come sta andando questa nuova esperienza indiana? «L’India rappresenta per il nostro settore un mercato dalle enormi potenzialità e le recenti aperture ci assicurano una presenza capillare sul territorio per garantire tempi di consegna e servizio di assistenza tecnica. Il prossimo passo è realizzare in

un paio d'anni l’apertura di uno stabilimento produttivo. Nel caso di Kerakoll, infatti, internazionalizzazione non vuol dire delocalizzazione». Quanto è importante per un gruppo internazionale come Kerakoll il rapporto con il territorio? «La mente e l’anima del Gruppo non possono prescindere dal forte legame con il territorio che ci caratterizza e del quale intendiamo mantenere e tramandare la tradizione. È anche vero che all’approccio locale si affianca una forte spinta all’internazionalizzazione che ci vede ambasciatori di una cultura del costruire in cui sono valorizzate al meglio le caratteristiche della qualità made in Italy». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 85


SPA E FUTURO

Uscire dalla crisi con azioni mirate La crisi che ha interessato l’anno che ci siamo lasciati alle spalle non ha risparmiato nemmeno il settore ceramico, comparto che vanta aziende d’eccellenza nella nostra regione. Sul finire del 2009 si sono verificati però sintomi di ripresa che con adeguate politiche economiche potranno dare nuova linfa al mercato Nicolò Mulas Marcello

on un fatturato netto nel 2008 di 328,3 milioni di euro, Panariagroup, con sede nel “distretto della ceramica” tra Modena e Reggio Emilia, è a capo di un Gruppo attivo da trent’anni nella produzione e commercializzazione di materiale ceramico per pavimenti e rivestimenti. L’ennesimo settore che lo scorso anno ha risentito della crisi economica facendo registrare un calo nel volume di affari nei primi sei mesi del 2009, seguito però da una timida ripresa nella seconda parte dell’anno. I fattori principali che hanno determinato la crisi sono esogeni e non prevedibili. Fino a che la crisi è rimasta circoscritta al mercato immobiliare americano si è registrata una sostanziale tenuta di tutti i mercati esteri, con alcuni casi di crescita nei consumi e nelle importazioni come in Russia e in Medio Oriente. Poi si è verificato un generale blocco finanziario che ha congelato tutti gli investimenti immobiliari. Ma il prodotto ceramico ancora oggi è in costante crescita di consumo soprattutto per quanto riguarda i mercati asiatici. «Dopo aver chiuso la semestrale di giugno con una riduzione delle vendite contenuta entro del 15% - fa sapere Emilio Mussini, presidente di Panariagroup nella seconda metà dell’anno ha recuperato

A sinistra, Emilio Mussini, presidente del gruppo Panaria

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mese dopo mese, segno evidente che pur permanendo le difficoltà sui mercati, la nostra offerta sta conquistando un maggiore gradimento». Come si è chiuso il 2009 per la Panariagroup e quali sono state le principali difficoltà che sono intervenute? «Credo che il settore delle piastrelle di ceramica italiane non abbia mai conosciuto un anno così difficile: le cifre ancora non consuntive, ma largamente rappresentative, lasciano trasparire un calo dei volumi di mq venduti superiori al 20%, con diversi casi che supereranno anche il

-20% VENDITE Il calo del volume di materiali venduti nel 2009 a causa della crisi economica


Panaria Group

GRUPPO AEFFE

L’

30%; conforta solo il fatto che per il momento i prezzi medi di vendita abbiano retto grazie soprattutto a una migliore qualità del prodotto che continua a rinnovarsi». Per una società per azioni oltre allo spettro della difficile congiuntura economica ci sono anche responsabilità verso chi ha investito in voi. Come vi ponete nei confronti degli investitori in tempo di crisi? «La nostra società è quotata al segmento Star e pertanto è sensibile all’interesse dell’investitore che ha creduto nel nostro progetto e, dopo aver effettuato le acquisizioni di Floridatile negli Usa e Margres e Lovetiles in Portogallo, si propone di allargare la propria quota sul mercato europeo grazie al duplice polo italianoportoghese. Questi investimenti industriali effettuati in coerenza con la nostra strategia di internazionalizzazione ci pongono in una condizione di vantaggio rispetto ai nostri competitor perché ci hanno arricchito di esperienze e capacità che ci permetteranno di puntare anche ad un allargamento delle vendite sui nuovi mercati emergenti». In un periodo di economia non favorevole è giusto comunque investire in ricerca e innovazione? «Se non avessimo già investito tanto questa 

anno che si è appena concluso è stato caratterizzato da una significativa incertezza che ha colpito anche la domanda di beni di lusso e anche il settore moda. La crisi economica ha pesato su tutti i principali mercati occidentali, a partire dagli Stati Uniti e anche su alcuni importanti mercati emergenti, in particolare quelli dell’Europa dell’est. Con specifico riferimento alla Russia. Come spiega il direttore generale del gruppo Aeffe Marcello Tassinari (nella foto): «Il Gruppo è stato particolarmente prudente, provvedendo in alcuni casi, alla cancellazione di ordini effettuati da clienti ritenuti rischiosi per la loro situazione patrimoniale. Il settore del pret-à-porter è stato fortemente penalizzato dal generalizzato calo dei consumi a livello globale». Il mercato internazionale è il pane quotidiano di un gruppo come Aeffe. Qual è la vostra politica a riguardo e come è cambiata nel tempo? «Il Gruppo opera nei più importanti mercati internazionali grazie a consolidati rapporti di distribuzione con operatori internazionali di grande esperienza. Nei principali mercati esteri opera, inoltre, attraverso proprie filiali che intrattengono strette relazioni con i più importanti partner commerciali locali». Oltre alla ricerca e all’innovazione quali sono le caratteristiche del gruppo Aeffe? «Un completo e diversificato portafoglio di marchi noti a livello mondiale, unici e riconoscibili; un modello organizzativo “a isole” che consente al Gruppo di riconoscere un’elevata autonomia alle maison.

Si Tratta di un elevato livello di integrazione che consente lo sfruttamento delle sinergie derivanti dalla concentrazione di funzioni diverse quali l’amministrazione, la finanza, il controllo di gestione, gli acquisti, l’information technology, il marketing e la comunicazione». Cosa prevedete per il 2010? «Grazie ad alcuni timidi segnali di ripresa arrivati nel periodo natalizio, pensiamo che l’anno appena iniziato potrà portare a risultati in miglioramento rispetto al 2009, ma riteniamo che occorrerà aspettare il 2011 per vedere una sostanziale ripresa del settore. In termini strategici il Gruppo sta lavorando, da un lato, per proporre collezioni con un posizionamento di prezzo e un’occasione d’uso in linea con le nuove tendenze del mercato, e dall’altro, alla razionalizzazione dei processi produttivi».

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 87


SPA E FUTURO

 sfida sarebbe impossibile, si tratta di trovare le

risorse per continuare nel percorso dell’innovazione e della ricerca. Potremo così portare prodotti esclusivi su quei mercati grandi che nel breve periodo non possono raggiungere con la produzione locale i nostri livelli qualitativi e prestazionali. Panariagroup è un caso di eccellenza, poiché dispone di tutte le più recenti tecnologie produttive e di un’esperienza e know how che la pone al vertice mondiale». In tema di internazionalizzazione su quali paesi avete puntato e come sta andando? «Nel 2005-2006 dopo avere effettuato le acquisizioni di società estere, il nostro Gruppo ha provveduto agli investimenti produttivi e commerciali in modo da costruire reti e conoscenze atte anche a esportare maggiori volumi di prodotto italiano. Possiamo dire che, dopo le soddisfazioni dalle nostre controllate del Portogallo nel 2007-2008, l’anno prossimo prevediamo un’apprezzabile crescita delle nostre vendite sul mercato nordamericano». Come prevedete che andrà il 2010? Avete in programma strategie già definite? «L’attenta gestione del 2009 sotto il profilo finanziario, che ci ha permesso una riduzione del debito e del capitale circolante netto, ci consente oggi di affrontare il 2010 con molta se-

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La ricerca e l’eccellenza produttiva rimarranno saldamente in Italia perché riconosciamo l’eccellenza della professionalità delle maestranze



renità. Proseguiremo nel rinnovamento dei prodotti utilizzando in pieno tutte le tecnologie installate. Coordineremo al meglio l’attività commerciale verso i paesi emergenti del Medio ed Estremo oriente che riteniamo saranno molto sensibili a queste innovazioni». Quanto è importante per una società come la vostra il rapporto con il territorio? «Il legame con il territorio è di responsabilità e riconoscenza e ci sentiamo impegnati nel salvaguardare il più possibile il livello attuale occupazionale e altresì pensiamo di investire sempre più nella formazione delle risorse umane che sono da sempre un nostro vanto. Anche in futuro la ricerca e l’eccellenza produttiva rimarranno saldamente in Italia perché riconosciamo l’eccellenza della professionalità delle maestranze, dei collaboratori e di tutto il tessuto dell’indotto e crediamo che queste siano una componente fondamentale per potere vincere la concorrenza dei paesi emergenti».


TERRA DI MOTORI

L’Emilia conquista la pole position Tutti i miti del motorismo mondiale sono nati e cresciuti lungo la via Emilia. Nel giro di pochi chilometri ci sono, infatti, aziende motoristiche, autodromi, collezioni di auto, moto d’epoca. E grandi campioni. Perché questa è la terra dei motori. Fatta di meccanica e asfalto. Ingegno e passione. Ambasciatrice dell’eccellenza dell’Emilia Romagna nel mondo Giusi Brega

n inestimabile patrimonio di cultura e tradizione nel campo dell’alta meccanica e dei veicoli a motore. Il triangolo tra Bologna, Modena e Maranello, piccolo dal punto di vista geografico, è enorme da quello strategico. Non esiste, infatti, un altro territorio al mondo dove, nel giro di pochi chilometri, si concentrano le più belle leggende della storia del motorismo: Ducati, Ferrari, Lamborghini, Malaguti, Maserati, Morini, Pagani, Bimota, Dallara e Toro Rosso. Vere e proprie eccellenze imprenditoriali, figlie di una regione da sempre tecnologicamente all’avanguardia. Qui ci sono le migliori aziende di ingegneria, carrozzeria e componentistica da corsa, i migliori team e una fitta rete di piccole e medie imprese ad alta tecnologia che, insieme a una miriade di fornitori, supportano i grandi brand con la qualità dei prodotti e la forte specializzazione della manodopera. E poi quattro gallerie del vento, ventiquattro tra musei e collezioni, tre autodromi e un kartodromo. E poi i piloti. Ognuno interprete di un mito: dal leggendario Renzo Pasolini ai più recenti Loris Reggiani, Loris Capirossi, Marco Melandri e Andrea Dovizioso. Ma anche giovani promesse come Mattia Pasini e Marco Simoncelli. Senza contare Valentino Rossi che, pur essendo mar-

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90 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

chigiano, si è avvicinato alle moto allenandosi nel circuito di Misano Adriatico e che adesso si aggira intorno alle scuderie del Cavallino rosso. Una terra fertilissima, dunque. Fatta di uomini, di inventiva, impegno e genialità. Ma, soprattutto, di sogni. Elementi presenti da sempre nel Dna della gente di questa terra. E che garantiscono storia, risultati e futuro. Perché qualcosa di speciale in questo triangolo vir-

Gabriele Del Torchio, presidente e Ad Ducati Motor Holding


I miti

Sotto, l’inaugurazione del primo Ducati Store in Cina: in piedi da sinistra Mirko Bordiga (Ceo di Ducati Asia Pacific), Massimo Roscigno (Console generale d’Italia a Shanghai), Gabriele Del Torchio, Cristiano Silei (direttore commerciale Ducati Mh) e Mak Xiao Gang (general manager Ducati China)

13.395 AUTO Il numero di auto prodotte a Modena nel 2007, +10,6% rispetto al 2006 (Rapporto 2008 Camera di Commercio di Modena)

80% EXPORT La percentuale delle esportazioni nel volume d’affari del settore della fabbricazione di autoveicoli nel modenese

tuoso ci deve pur essere. Non si può spiegare altrimenti una concentrazione così elevata di marchi che hanno fatto in tutto il mondo la storia delle due e quattro ruote. Ma se queste realtà fossero nate da un’altra parte, la loro storia avrebbe preso una piega diversa? «Credo che per Ducati la regione Emilia Romagna, e la Motor Valley nello specifico, abbiano avuto il ruolo di una serra – sottolinea Gabriele Del Torchio, amministratore delegato Ducati Motor Holding –. Una serra in cui la passione per la meccanica e per i motori sono stati l’humus adatto e indispensabile alla nostra “fioritura”. Quella stessa passione che anima Ducati è anche il comune denominatore che ci unisce a Ferrari, Lamborghini e Maserati con cui, nonostante la differente tipologia di prodotto, condividiamo la continua ricerca per le prestazioni eccellenti». Il segreto, probabilmente, è che, mentre altrove si fabbricano auto o moto, qui si costruiscono sogni. Qui, alla logica dei grandi numeri, si contrappone la qualità, la ricercatezza del dettaglio. «Ci deve essere qualcosa nell’aria» sintetizza con una battuta Raffaele Fusilli, direttore commerciale Maserati. «Sì, penso che in nessun altro posto in Italia o altrove sarebbe stato possibile concentrare tutte queste realtà». Che si sia trattato di destino o di una semplice coincidenza logi-

stica, poco importa. Di sicuro c’è alla base una condivisione di peculiarità e di intenti. «Bisogna ricordare – continua Del Torchio – che, nell’immediato Dopoguerra, Ferrari e Maserati hanno dato un forte impulso alle attività competitive e la passione che queste hanno generato ha spinto altre aziende a modificare le proprie produzioni originali di conseguenza». Lamborghini «passò dai trattori alle auto».  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 91


 Ducati «mosse dai componenti elettronici alle moto». E questo fu possibile grazie all’esistenza di un know how che già si stava diffondendo nella Motor Valley. Quindi, ancora una volta, «il “genius loci” può senza dubbio spiegare la coesistenza nella nostra regione di tante realtà aziendali legate al mondo dei motori» chiosa Del Torchio. Un’eccellenza automobilistica che si trasforma in un’eccezionale risorsa anche a livello turistico. Tanto da spingere la stessa Regione Emilia Romagna a sostenere e promuovere questa 92 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

realtà attraverso la creazione di un vero e proprio marchio “Motor Valley”, attraverso il quale l’Agenzia di promozione turistica della Regione organizza iniziative al fine di far conoscere il più possibile l’incredibile know how che si concentra in questo territorio. In virtù del profondo legame che caratterizza il rapporto tra l’Emilia Romagna e queste realtà produttive di eccellenza. Rapporto che si è consolidato negli anni e non accenna a dare segni di cedimento. Anzi. È continuamente alimentato da idee e progetti che finiscono per creare un circolo virtuoso senza eguali. «Nel corso di questi ultimi vent’anni – commenta Del Torchio – la Regione ha scoperto e valorizzato gli elementi cardine della storia e della tradizione della Motor Valley, oltre al già riconosciuto valore economico sociale delle aziende che vi risiedono». Questo ha fatto sì che Ducati, nello specifico, abbia voluto e potuto esaltare la propria storia e la propria tradizione, mediante l’inaugurazione di un Museo, l’organizzazione di visite guidate ai propri stabilimenti, e l’allestimento di eventi, «desti-

Nella pagina accanto, in basso: Raffaele Fusilli, direttore commerciale Maserati


I miti



Nel corso di questi ultimi vent’anni la regione ha scoperto e valorizzato gli elementi cardine della storia e della tradizione della Motor valley, oltre al già riconosciuto valore economico sociale delle aziende che vi risiedono



40% EUROPA Il volume delle vendite nel 2008 verso il mercato europeo (Rapporto 2008 Camera di Commercio di Modena)

nati a loro volta alla diffusione non solo dell’immagine e della storia Ducati, ma del made in Italy e della Motor Valley a livello nazionale e internazionale». Gli fa eco il direttore commerciale Maserati che tiene a sottolineare il «legame a doppio filo che unisce le aziende emiliane e la realtà che le circonda». Da una parte, «la competenza che si trova a Modena e dintorni non ha eguali nel resto dell’Italia e, vorrei dire, nel resto del mondo». Dall’altra, «è evidente che realtà come Maserati, e non solo, che sono attive da decenni, hanno contribuito alla ricchezza e al benessere delle zone nelle quali operano». Si tratta, dunque, di un amore incondizionato. E «il vero amore, si sa, cresce sempre», scherza Fusilli. Ma affinché sia durevole «deve essere basato sulla retro-alimentazione» chiarisce l’Ad di Ducati, che parla di come la semplice geografia del territorio, in cui è nata Ducati, le ha permesso di rincorrere e incarnare il mito della velocità che oggi la caratterizza: «Gli autodromi di Misano e Imola, i colli bolognesi e i tornanti della Futa sono il terreno su cui immaginiamo, progettiamo e

collaudiamo le nostre moto». L’ateneo di Bologna ha investito fondi e risorse negli studi di ingegneria e progettazione meccanica, in cui si sono laureati i migliori professionisti che a tutt’oggi lavorano in Ducati. D’altro canto, al di là della capacità occupazionale e della relazione commerciale con l’indotto, le attività di ricerca e sviluppo di Ducati nell’ambito dell’innovazione di prodotto fanno sì che i suoi fornitori possano offrire le proprie tecnologie ad altre aziende, favorendo la continua affermazione della Motor Valley in ambito italiano e internazionale. «Sempre in merito al nostro contributo al territorio – continua Del Torchio – tramite la Fondazione Ducati nel 2006 abbiamo dato vita a due progetti, attualmente in corso: Fisica in Moto, il laboratorio interattivo per la sperimentazione della meccanica, costruito all’interno dello stabilimento di Ducati e destinato alle scuole medie superiori; e la Scuola di restauro moto d’epoca italiane, che propone corsi a carattere teorico-pratico dedicati al tema del restauro delle due ruote d’epoca italiane. EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 93


CONFINDUSTRIA Innovazione, dialogo, network di imprese, ricambio generazionale, rilancio della cultura tecnico scientifica: questi i punti chiave delle iniziative promosse da Confindustria per far crescere le imprese dell’Emilia Romagna. Perché un’economia competitiva si fonda su idee innovative e tecnologicamente avanzate


L’impegno degli industriali

Bologna riparte dalla sua identità L Dobbiamo unire le forze senza perdere l’identità». Il presidente di Unindustria Bologna Maurizio Marchesini descrive le peculiarità del sistema produttivo bolognese e analizza le forme di collaborazioni possibili e la necessità di rinnovamento

Renata Gualtieri

Maurizio Marchiesini, presidente di Unindustria Bologna

e piccole e medie imprese devono imparare a organizzarsi come un vero e proprio network nel quale siano più facilmente accessibili le nuove conoscenze e dove si possa esercitare la collaborazione tra imprese, grazie anche a nuove forme di cooperazione territoriale. La dimensione prevalentemente medio-piccola, la grande specializzazione, la tendenza a fare filiera, la propensione all’innovazione tecnologica, la proiezione verso i mercati internazionali sono le caratteristiche essenziali del modo di fare impresa nel bolognese. Parlare un linguaggio comune, rinnovare le realtà imprenditoriali per incoraggiare la ripresa. Cosa caratterizza il modo di fare impresa nel distretto bolognese? «Il tessuto produttivo bolognese è costituito da un sistema articolato e diffuso sul territorio di imprese di dimensione piccola e media, per lo più specializzate in comparti tecnologicamente avanzati nei quali, spesso, sono leader mondiali. Tutto ciò avviene proprio perché sono imprese che investono molto e con continuità in ricerca e innovazione, che guardano da sempre all’internazionalizzazione e a nuovi mercati, che si avvalgono di personale generalmente altrettanto specializzato. A ciò si aggiunga la forte interdipendenza tra un’impresa e l’altra: spesso, e un po’ in tutti i comparti, assistiamo a forme molteplici di collaborazione, di fornitura, di partnership tra realtà del nostro territorio. È quello che una volta Romano Prodi definì felicemente “il meccano della Via Emilia” e che ancora oggi mantiene un’importanza fondamentale». Quali sono i rapporti con le banche e le forme di collaborazione attuate tra istituti di credito e piccole e medie imprese bolognesi? «I rapporti con le banche in questo momento sono delicati e difficili, esattamente come altrove. Ma da sempre mi sto impegnando affinché gli istituti del territorio siano consapevoli che il credito alle imprese è un credito giusto e che, pur se a causa della crisi attuale, non si possono 

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CONFINDUSTRIA

 lasciare magari in crisi di liquidità delle realtà di

per sé sane, che hanno investito sulle proprie strategie di sviluppo e sull’innovazione proprio per tenere e rilanciare sui mercati. Peraltro l’Emilia Romagna è una delle regioni a più basso rischio di insolvenza di tutta Europa. Unindustria Bologna si è mossa con sollecitudine per affiancare le aziende nel loro rapporto con le banche, accompagnandole a trattare caso per caso le loro situazioni specifiche con iniziative mirate a favore sia delle esigenze di pronto liquidità delle imprese, sia della loro ricapitalizzazione. Abbiamo anche utilizzato risorse dell’Associazione per sviluppare, in partnership con istituti di credito, iniziative che hanno messo in moto credito per diverse decine di milioni di euro». Prevede nuove aggregazioni di piccole imprese targate Unindustria? «Sono nate aggregazioni molto innovative nel sistema industriale bolognese. Penso a Is Bologna, dieci imprese della subfornitura meccanica che, pur mantenendo la propria individualità, si sono presentate ripetutamente insieme e sotto uno stesso marchio sui mercati internazionali, in par-

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ticolare in occasione di alcune importanti fiere del settore, con l’obiettivo di offrire ai clienti un servizio completo e di standard elevato. Penso a 01 Wiring, quattro piccoli imprenditori dell’automazione elettrica ed elettronica che hanno deciso di fare rete fornendo soluzioni complete, ottimizzando i costi anche per il cliente, garantendo un controllo continuo sulla qualità. Qualcosa di importante sta avvenendo nel settore dell’information technology: stiamo cercando di far nascere un vero e proprio distretto dell’Itc bolognese: un’associazione di una ventina di piccole aziende che, insieme, potranno allargare la loro possibilità di penetrazione e moltiplicare la capacità di vendita». Crede che sia necessario un ricambio generazionale e di mentalità nell’economia? «Sicuramente. La crisi globale ha messo tutti di fronte a scelte a volte difficili, ma ineluttabili. Per questo, delineando gli elementi che giocheranno un ruolo fondamentale nel 2010, ho messo al primo posto il “rinnovamento”. È un principio che dobbiamo fare nostro e che deve tradursi in una ritrovata forza in grado di “includere” capa-


L’impegno degli industriali

cità inedite, volti nuovi, più giovani, persone desiderose di misurarsi. Solo con nuove forze riusciremo a uscire dal tunnel». L’innovazione di prodotti e processi è tra le priorità del 2010. Quali benefici concreti porterà l’investimento in ricerca e utilizzo di nuove tecnologie? Sono già state attivate iniziative in merito? «L’innovazione è, e resta, la risposta vera sia per fronteggiare la crisi che per innestare nuovi percorsi di sviluppo. Per quanto ci riguarda, come Unindustria Bologna da tempo consideriamo una priorità il nostro affiancare e supportare le imprese nel loro fare ricerca. Penso in particolare al notevole lavoro che stiamo facendo insieme all’Università di Bologna, attraverso una vera e propria task force costituita ad hoc per favorire progetti di ricerca comuni tra imprese e ricercatori universitari che siano agevolabili dal 7° Programma quadro, vale a dire dal principale strumento con cui l’Ue finanzia la ricerca scientifica e lo sviluppo tecnologico. E presto annunceremo anche nuove iniziative a sostegno delle imprese in questo ambito, perché è qui che si gioca il futuro sia di ogni singola azienda che del sistema industriale bolognese nel suo complesso». Ci sono segnali incoraggianti per le industrie del distretto bolognese? «La crisi è pesantissima per tutti, e Bologna non avrebbe potuto evidentemente rimanerne al di fuori. Le imprese stanno compiendo un grande sforzo per rimanere competitive, e in più di un caso, attraverso processi di ristrutturazione che impongono scelte difficili. Certo, gli ultimi dati relativi ad alcuni dei principali distretti che caratterizzano l’industria bolognese, mi riferisco in particolare al packaging, sono meno drammatici di quanto accade altrove, ma non credo proprio sia il momento di lasciarsi andare a facili ottimismi». Quali saranno le strategie da attuare per tutelare l’occupazione? «Credo che occorrerà investire sulla formazione

e la riqualificazione, insomma su tutto ciò che può favorire una ricollocazione dei lavoratori, ivi inclusi gli incentivi a quelle aziende che assumono persone momentaneamente espulse dal mondo del lavoro. Confido che continui a essere possibile gestire con accordi anche i più complessi e delicati processi di ristrutturazione aziendale. Dobbiamo tutti sentirci impegnati a tutelare il vero grande “tesoro” che Bologna custodisce: quella coesione sociale che rappresenta il primo e autentico fattore di sviluppo. Solo continuando a dialogare possiamo riuscire ad elaborare le idee, i programmi e le azioni per il nostro rinnovamento». Quale è ad oggi l’importanza della salvaguardia del made in Italy nelle nuove tendenze di mercato? «Il made in Italy è sicuramente un valore aggiunto: in termini di qualità, di affidabilità, di servizio e dell’efficiente assistenza ai nostri clienti. Credo che sia tempo di riproporre tutto ciò con una capacità di comunicare nuova: i mercati, a causa di questa crisi mondiale, stanno cambiando con grandissima velocità

Qui sopra, la sede di Unindustria a Bologna

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 97


CONFINDUSTRIA

Ripartire dalla formazione «Quando l’economia ripartirà non ci sarà posto per tutti ma solo per chi sarà pronto e avrà saputo cambiare». Questa, per Confindustria Modena, è la sfida competitiva importante per le imprese, per gestire con coerenza e innovazione i cambiamenti dello scenario economico Renata Gualtieri

on 4.085 persone coinvolte e 10.109 ore erogate i numeri della formazione gestita da Nuova Didactica nell’anno 2009 dicono che la scuola di management di Confindustria Modena, nonostante la crisi, ha lavorato a pieno regime. Nuova Didactica è specializzata nella formazione dei manager e dei quadri aziendali sulle principali tematiche della Direzione e gestione d’impresa con particolare attenzione alle risorse umane e all’aggiornamento tecnologico. Si caratterizza per la peculiarità dei docenti per l’innovatività dei percorsi formativi, per l’organizzazione di corsi aziendali e interaziendali. I corsi che hanno sollecitato maggior interesse sono stati quelli relativi a Sicurezza, qualità e ambiente, Competenze manageriali trasversali e Materie tecniche. Nuova Didactica, nel 2010, coopererà con le istituzioni economiche e sociali della regione per aiutare imprese e lavoratori a uscire dalla difficile fase congiunturale. Offrire alle

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aziende associate le eccellenze proposte dal mondo della consulenza e della ricerca. In questa sfida Nuova Didactica si affianca alle aziende sviluppando approcci e iniziative per lo sviluppo delle risorse umane a supporto dell’innovazione. Teen Project invece è il Progetto Education di Confindustria Modena elaborato dalla commissione di imprenditori guidata da Roberta Caprari. Si tratta di un programma articolato d’iniziative rivolte al mondo della scuola che fa diretto riferimento a una delle linee guida del programma del presidente Pietro Ferrari, che ritiene strategica un’azione coordinata e strutturata per diffondere nelle scuole di ogni ordine e grado la cultura d'impresa e i valori dell'intraprendere. «L’obiettivo è ottenere il coinvolgimento diretto di studenti e insegnanti per fare conoscere al meglio il mondo delle imprese e per avviare una collaborazione costruttiva che avvicini i giovani al mondo del lavoro». Teenager in Factory è un’azione di orientamento in-

Il presidente di Confindustria Pietro Ferrari e l’imprenditrice Roberta Caprari


L’impegno degli industriali

RETI D’IMPRESA A FERRARA

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i aprono nuovi spiragli per poter delineare un 2010 meno pesante dell’anno precedente. Un’apertura che consente, anzi, quasi obbliga, a tracciare gli scenari per i prossimi mesi e a fissare le possibili linee di sviluppo dell’economia nazionale e locale. Una riflessione che Unindustria Ferrara non ha mai smesso di praticare, neppure in questi mesi che hanno messo a dura prova la capacità produttiva e i livelli occupazionali delle imprese ferraresi. È da qui che bisogna ripartire. Se ancora i numeri non consentono di abbandonarsi all’ottimismo, obbligano però a fare i conti con il futuro prossimo per poter cogliere senza ritardi tutti i segnali, seppur timidi, di crescita e di ripresa. «In questa fase – dice Roberto Bonora, direttore di Unindustria Ferrara – vogliamo avviare un confronto sul tema della dimensione d’impresa. Un argomento che rischia, se non adeguatamente motivato e

approfondito, di generare equivoci e possibili frizioni, ma è il tema sul quale si gioca una buona fetta dell’economia ferrarese». «Le reti d’impresa – sottolinea ancora il dir. Bonora – rappresentano una sfida affascinante e non certo semplice, ma possono diventare una soluzione efficace, economicamente conveniente e innovativa per tante imprese ancora oggi non pienamente inserite in un sistema di relazioni. Occorre superare la frammentazione delle imprese, magari dello stesso ambito produttivo, scegliere quali strumenti e soluzioni organizzative adottare per favorire il radicarsi di un sistema a rete, innovativo, in grado di sopperire anche alla dimensione quando questa potrebbe rappresentare una lacuna se l’impresa non fosse inserita in una realtà organizzata». La riflessione di Unindustria Ferrara riprende le analisi avviate da tempo, a livello nazionale, dal sistema di Confindustria. «Un’altra opportunità che vogliamo cogliere



Promuovere la cultura tecnicoscientifica per fare crescere le aziende. Perché un’economia manifatturiera competitiva si fonda su idee innovative e tecnologicamente avanzate



dirizzata agli studenti delle scuole secondarie di 1° grado, ai genitori e soprattutto agli insegnanti di tali scuole. L’iniziativa è finalizzata a promuovere l'immagine del lavoro in fabbrica e quindi a svolgere una funzione di marketing a favore degli istituti professionali e dei tecnici industriali. Confindustria Modena aderisce al Club dei 15, l’organismo di Confindustria che racchiude le associazioni industriali delle province italiane con il più alto tasso di incidenza delle attività manifatturiere sul Pil. È deciso il presidente di Confindustria Modena, Pietro Ferrari, sul ruolo che gli istituti tecnici devono avere nella formazione dei

appieno – conclude Bonora – sono le possibilità offerte dai bandi nazionali e regionali destinati proprio alla creazione dei reti d’impresa, negli ambiti più diversi. Si tratta di risorse indispensabili per le nostre aziende, soprattutto in questo periodo nel quale la liquidità rappresenta una delle voci più critiche nei bilanci di molte imprese».

ragazzi. «In Italia, ogni anno, le imprese hanno letteralmente fame di diplomati tecnici e professionali per un totale di oltre 323mila unità». Il progetto Istruzione tecnica del Club dei 15 intende dare vita a un network di istituti tecnici e professionali protagonisti dell'innovazione manifatturiera con i quali ogni associazione del Club collabora da tempo. L’obiettivo è di incoraggiare, attraverso l’orientamento scolastico e l’avvio di progetti mirati, le iscrizioni agli istituti tecnici e professionali. Grazie alla flessibilità prevista dalla riforma della scuola superiore del ministero dell’Istruzione e al coinvolgimento diretto delle imprese, si cercherà di orientare l’offerta formativa alle necessità del territorio e, con il prezioso contributo dei docenti, si potrà offrire ai giovani una più ampia gamma di opportunità per accrescere le loro conoscenze e competenze. «Promuovere la cultura tecnico-scientifica per fare crescere le aziende. Perché un’economia manifatturiera competitiva si fonda su idee innovative e tecnologicamente avanzate». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 99


ETICA E IMPRESA

Un modello di economia votato al bene comune La nuova enciclica di Benedetto XVI Caritas in Veritate si concentra su temi cruciali quali globalizzazione e lavoro. Esaltando la centralità dell’essere umano anche nell’agire economico delle aziende. Un obiettivo che sostiene le iniziative dell’Ucid, l’Unione cristiana imprenditori dirigenti presieduta da Angelo Ferro Francesca Druidi

Europa non sarebbe come oggi la conosciamo, anche sotto il profilo sociale ed economico, senza il movimento benedettino e quello francescano, da cui hanno avuto origine innovazioni fondamentali anche per quella che sarebbe poi diventata l’economia di mercato». È Angelo Ferro, presidente di Ucid, l'Unione cristiana imprenditori dirigenti, a ricordare la sensibilità umanitaria di tanti ordini religiosi che, con il loro contributo, hanno concorso a segnare la nascita e lo sviluppo del moderno stato sociale, il cosiddetto Welfare state. Nell’enciclica Caritas in veritate, promulgata lo scorso giugno, Papa Benedetto XVI ha espresso la sua autorevole voce all’interno del dibattito su etica, economia e sviluppo globale, alla luce della crisi economico-finanziaria, ribadendo la fondamentale guida rappresentata dal bene comune e la necessità di nuove regole che prevengano il perpetrarsi di una finanza senza etica. «La dottrina sociale della Chiesa – evidenzia Ferro – non è teoria

L’ Sopra, Angelo Ferro, presidente di Ucid, Unione cristiana imprenditori e dirigenti, fondata nel 1947 come unione di cristiani legati dalla responsabilità imprenditoriale nell’ambito delle aziende e delle professioni

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morale, ma grammatica comune in quanto fondata sul prendersi cura del bene umano». La crisi mondiale ha portato a un ripensamento dei modelli economici che fino a oggi avevano dominato oppure si è trattato di un’occasione sprecata come molti addetti ai lavori sostengono? «La delicata situazione attuale ha fatto emergere aspetti di un modello economico eccessivamente proteso alla speculazione, alla creazione di una ricchezza materiale finalizzata all’accumulazione e certamente non alla creazione di un modello socio-economico che ruota intorno ai valori di una convivenza tra uomini. Probabilmente, nonostante siano state prospettate tante soluzioni all’uscita della crisi, quello che non è ancora stato proposto è un nuovo modello post-crisi». Quale ritiene possa essere il contributo dell’Ucid alla formulazione di un sistema alternativo, attento non solo al profitto, ma anche alla persona? «Tra i principi fondanti dell’Ucid sono chiari


Angelo Ferro

ed evidenti almeno due aspetti pregnanti: la conoscenza, la diffusione e la testimonianza della dottrina sociale cristiana e la formazione spirituale dei suoi iscritti e lo sviluppo di un’alta moralità professionale alla luce della morale cattolica. La nostra attività ruota intorno alla capacità di saper individuare un modello valoriale dalle buone pratiche di chi opera e lavora quotidianamente nell’impresa, sia essa pubblica o privata. Anche per questi motivi siamo stati promotori di tante iniziative sul territorio nazionale che puntano a dare dignità alla singola persona che vive nel contesto di una comunità sociale». Può portare qualche esempio? «Oltre al Centro Siri di Genova, per evidenziare come si possa esprimere la responsabilità sociale di impresa andando oltre il semplice

4.000 ADERENTI Sono circa 4mila i soci dell’Ucid su tutto il territorio nazionale. Le Regioni maggiormente rappresentate sono Lombardia, Lazio, Emilia Romagna, Liguria e Veneto

certificato appeso al muro, ovvero alle dichiarazioni fatte in bilancio, lo scorso autunno a Milano è stata sottoscritta insieme ad altre associazioni la “Carta delle pari opportunità e l’uguaglianza sul lavoro”, con l’obiettivo di individuare il miglior modello di integrazione contro l’esclusione non solo femminile, ma di ogni tipo. Non va dimenticato l’intervento a favore dell'accesso al credito in supporto alle prefetture, per dimostrare come l’emergenza legata alla crisi sia potenzialmente più pericolosa negli effetti sociali, uno per tutti l’usura». Quali ripercussioni il fenomeno dell’immigrazione esercita sulla gestione di un’impresa anche dal punto di vista etico? «Non è possibile pensare che la differenza religiosa debba portare alla “tolleranza”, che  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 107


ETICA E IMPRESA



Non è possibile pensare che la differenza religiosa debba portare alla “tolleranza”, che ovviamente crea tensione proprio perché è una sorta di sopportazione passiva. Sarebbe invece opportuno immaginare un modello basato sulla conoscenza e sul rispetto reciproco



 ovviamente crea tensione proprio perché è

una sorta di sopportazione passiva. Sarebbe, invece, opportuno immaginare un modello basato sulla conoscenza e sul rispetto reciproco. In questo modo, si possono anche raggiungere risultati straordinari di vera integrazione, poiché le differenze non sono viste come aspetti negativi bensì come opportunità di gestione delle risorse». Secondo lei quali correttivi dovrebbero essere apportati agli attuali meccanismi del mercato economico e del lavoro in Italia? «Il sistema capitalistico che ha dominato la scena degli ultimi decenni, ha posto come assunto quello di un “homo economicus” legittimato a perseguire obiettivi egoistici e di un cittadino che assume l’interesse generale

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solo quando concorre alla formazione delle norme. Questa dicotomia dell’economico, guidato solo dall’efficienza, rispetto al sociale è in netta contrapposizione con il principio dell’integrità della persona. Una dissociazione da rifiutare, o meglio, oltrepassare perché la realizzazione dell’interesse particolare, personale o aziendale che sia, va coniugata con quella dell’interesse generale. È la capacità sistemica rafforzata, da processi formativi valoriali, a indirizzare il senso della missione a servizio della propria azienda e contestualmente a servizio della comunità umana. Nell’attività finora svolta, abbiamo constatato come questa tipologia di formazione diventi un formidabile strumento di gestione finalizzato ad “agire” i valori aziendali traducendoli in azioni, obiettivi, risultati; a creare e diffondere commitment, senso di responsabilità, all’interno della compagine aziendale; a contribuire alla definizione di una non generica strategia per il bene comune. Guardiamo alla meritocrazia, meccanismo dinamico per fare in modo che la società possa andare avanti sull’esempio dei migliori nel fruttificare i talenti; ma talenti intrisi di valore economico e di bene comune, non solo dell’interesse individuale al proprio arricchimento».


MODELLI D’IMPRESA

Un antidoto all’aggressività del mercato

Mutualità, solidarietà e sussidiarietà i valori che, per il presidente nazionale di Confcooperative Luigi Marino, guidano le scelte delle cooperative dove l’etica si sposa al profitto. «La cooperativa è l’impresa localistica per eccellenza: nasce, vive e si sviluppa sul territorio dove ha origine. Le nostre imprese non emigrano

Romina Bianchi

agionano, rompendo schemi. Sul mercato ci sono da protagoniste, ma a modo loro. E il profitto lo raggiungono percorrendo strade alternative dove le indicazioni sono date da valori quali solidarietà, mutualità e sussidiarietà. Perché l’etica nel mondo di Confcooperative vale. «La cooperazione – sintetizza Luigi Marino, presidente nazionale di Confcooperative (20mila cooperative, 3 milioni di soci e un fatturato di 62 miliardi)- è l’antidoto agli atteggiamenti oppressivi e marginalizzanti del mercato». Al punto che «le nostre imprese nascono per rafforzare chi, da solo, non è in grado di operare da imprenditore perché non ha i mezzi. Un cambio radicale di prospettiva che, fin dall’origine, si è tinteggiato politicamente di rosso e di bianco. Colori che, avverte Marino, «vorrei non fossero usati perché la caratterizzazione politica è un male per la cooperazione». Ma che tradotti in modelli indicano una differenza nel Dna. «In Confcooperative – osLuigi Marino, presidente nazionale di Confcooperative serva il presidente – la classe dirigente non è mai stata scelta

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dall’esterno. Inoltre ci caratterizziamo per una crescita e una diffusione sul territorio capillare. Con tante cooperative, piccole e medie. E poi difendiamo sempre la mutualità interna: vale a dire il rapporto con i soci perché la cooperativa è fatta sì di capitali, ma ancora prima di persone. Infine, nell’articolo 1 del nostro statuto c’è un chiaro riferimento alla dottrina sociale della Chiesa. I vostri capisaldi sono mutualità, solidarietà, democrazia. Sono ancora attuali? «La mutualità in Confcooperative ha avuto un’impennata nell’ultimo decennio. La riforma del diritto societario ha introdotto il concetto di “mutualità prevalente”. A un nostro conteggio, l’84% delle cooperative associate ha una mutualità superiore al 50,1%, attestandosi oltre il 70%. Del resto a Bruxelles, dove è aperta una procedura di verifica sulle agevolazioni alle cooperative, l’orientamento che la Commissione sta cercando di approntare, rafforza il principio di mutualità. Vorrei, però, aggiungere un altro principio». Quale? «La sussidiarietà, propria delle nostre cooperative. Essa va intesa come espressione del localismo, fattore per noi fondante. La cooperativa è l’impresa localistica per eccellenza: nasce, vive e


Luigi Marino

Assemblea delle imprese aderenti a Confcooperative

si sviluppa sul territorio dove ha origine. Le nostre imprese non emigrano. Ecco perché la sussidiarietà va interpretata come organizzazione della comunità locale». Come si è evoluto nel tempo il ruolo di Confcooperative? «Negli ultimi dieci anni, abbiamo aumentato la base sociale del 7%, raddoppiando fatturato e occupati. Inoltre abbiamo scoperto che, dove c’è una maggiore partecipazione alle assemblee, e quindi più mutualità, la crescita delle cooperative in termini patrimoniali, occupazionali e di fatturato è notevolissima. Dove c’è una maggiore partecipazione al capitale da parte dei soci, c’è una crescita maggiore». L’enciclica Caritas in veritate, nei passaggi sul comportamento eticamente corretto dell’impresa, può essere interpretata in chiave cooperativistica? «Ci riconosciamo pienamente nell’enciclica che, centrando i temi della democrazia economica e dell’economia sociale, incoraggia le imprese a finalità mutualistica, in prevalenza cooperative. Bisogna dare forma e organizzazione a quelle iniziative economiche che pur senza negare il profitto, intendono andare oltre la logica dello scambio degli equivalenti e del profitto fine a se stesso». L’enciclica dice anche che il mercato non è

il luogo della sopraffazione del forte sul debole. Davvero, in Confcooperative il mercato non schiaccia l’uomo? «Le cooperative nascono per rafforzare nel mercato chi è debole. Chi non ha portafogli o eredità familiari, ma vuole scegliere la strada imprenditoriale, ha una grande possibilità nelle cooperative. Le quali, tra l’altro, quando diventano grandi, fanno diventare manager i produttori agricoli e i lavoratori. È un fatto di emancipazione». Riuscite dunque a ricomporre la frattura etica-profitto? «In cooperazione, entrambi trovano la loro risposta perché il reddito prodotto va a patrimonio indivisibile. L’utile va a patrimonializzare l’impresa, rendendola più ricca. Ciò va a vantaggio delle nuove generazioni. Nelle grandi cooperative, si succedono le generazioni di soci non per eredità familiare, ma perché vanno avanti i migliori». Da un punto di vista fiscale, le coop sono così privilegiate? «No. Certo ci sono differenze, ma sono pochissime, essendoci state tolte quasi tutte. Rimane il trattamento della mutualità: chi ha mutualità prevalente paga un po’ meno di tasse sugli utili che, però, devono andare a riserva indivisibile. È, quindi, una differenza quasi inesistente. Da tempo proponiamo di estendere, alle società di capitali, l’unica agevolazione di cui godiamo. Siccome nessuno ci risponde, forse i nostri “vantaggi” non sono proprio tali». Quali le sfide future? «La cooperazione è un albero con tanti rami che, a ogni primavera, mettono fuori nuove gemme. Da 150 anni, il nostro obiettivo è continuare a crescere, assecondando i bisogni della società». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 111


MODELLI D’IMPRESA

Conserve Italia l’unione fa la forza Non emigra all’estero per cavalcare la globalizzazione Conserve Italia. Il gruppo agroindustriale «resta sul suo territorio, valorizzando e trasformando soltanto prodotto italiano». Solo così, per Maurizio Gardini, presidente della super coop, si vince. Anche perché l’arma segreta «è valorizzare il lavoro dei soci Federica Geri

a formula cooperativa come antidoto all’eccessiva polverizzazione delle aziende agricole perché «solo puntando sull’aggregazione tra produttori, così da fare massa critica, si possono vincere le sfide del mercato globale». E Maurizio Gardini l’atout dell’essere competitivo attraverso un consorzio, lo conosce a fondo. Basta squadernare le carte del bilancio del colosso agroindustriale di cui è presidente, Conserve Italia. Una super coop, la prima industria conserviera in Italia e fra i leader del settore in Europa, con un fatturato di gruppo che,

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Maurizio Gardini, presidente di Conserve Italia, la prima industria conserviera in Italia e fra i leader del settore in Europa

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nell’esercizio 2009, ha raggiunto i 1.098 milioni di euro. Un successo il cui segreto è nell’essere «un’azienda fortemente radicata sul territorio che – svela Gardini –, negli ultimi anni, ha ulteriormente sviluppato la sua natura cooperativa, portando a circa il 90% la mutualità prevalente, vale a dire la percentuale di prodotto lavorato conferito dalla base sociale. In quest’ottica, il Gruppo ha scelto di affrontare la sfida della globalizzazione restando sul suo territorio, senza delocalizzare i processi produttivi in altri paesi dove i costi sono nettamente inferiori, ma valorizzando e trasformando soltanto prodotto italiano. Cosa vi rende diversi da un’impresa tradizionale? «Oltre al legame con il territorio, nel rispetto della sua missione di massima valorizzazione del lavoro dei soci, Conserve Italia programma la propria filiera cercando di trasferire valore aggiunto alla materia prima agricola attraverso l’utilizzo dei processi più efficienti. In sintesi, la differenza rispetto a un’impresa tradizionale è che per Conserve Italia l’obiettivo non è valorizzare il capitale degli azionisti, ma il lavoro dei soci». Per chi sta sul campo, vale ancora la differenza cooperativa “rossa” e “bianca”? «Oggi le differenze di carattere culturale e ideologico si sono estremamente ridimensionate. Gli elementi che devono caratterizzare tutte le cooperative sono la condivisione di un percorso di valorizzazione del lavoro dei soci e l’attivazione di

1.098 MILIONI DI EURO A tanto ammonta il fatturato nell’esercizio 2009 del gruppo Conserve Italia, il consorzio che raggruppa 50 cooperative


Maurizio Gardini

BO.LINK, LA VITALITÀ DELLE COOPERATIVE

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processi strategici, organizzativi e dimensionali capaci di tradurre in pratica questo impegno. Qualora il piano industriale lo consentisse, non avrei difficoltà a incoraggiare l’integrazione tra cooperative aderenti a centrali diverse». Conserve Italia raggruppa 50 cooperative. L’unione fa ancora la forza? «Sì, oggi più che mai. Nessuna delle nostre 50 cooperative socie, infatti, nemmeno la più grande, potrebbe ottenere da sola gli stessi risultati che è in grado di raggiungere attraverso Conserve Italia, un’azienda che può vantare un reale processo di partecipazione della base sociale. All’ultima assemblea di Conserve Italia, i soci presenti rappresentavano ben il 95% dei voti totali. In nessuna altra impresa, con un fatturato superiore al miliardo di euro, penso si registri una partecipazione di questo livello». Finalità di un’impresa è produrre ricchezza. La cooperativa ha, però, come scopo mutualità. Lo sancisce anche l’articolo 45 della Costituzione che riconosce la funzione sociale della cooperazione a carattere di mutualità e senza fini di speculazione privata. Come conciliare il profitto con i valori della cooperazione? «La dimensione etico-sociale non può essere garantita senza la costante ricerca dell’efficienza e di risposte adeguate alla valorizzazione del lavoro dei soci e dei prodotti agricoli conferiti. L’efficienza ottenuta in questo modo consente di garantire

a crisi come opportunità di sviluppo. «Per combatterla, abbiamo compreso come bisognasse fare un salto di qualità: da cooperative di manodopera a provider di servizi no core per le imprese, in particolare quelli di logistica integrata». Prende le mosse da qui BO.Link, la società consortile nelle logistica integrata che con le sue otto società aderenti, vanta già un fatturato di gruppo di 73 milioni di euro. Ma che, nel giro di un triennio, rivela il direttore Roberto Campi, «ha l’obiettivo di diventare uno dei maggiori player in regione per servizi di logistica integrata». Nume tutelare alla nascita di BO.Link, Confcooperative Bologna. «Il nostro punto di forza – chiarisce Campi – è di unire la grande forza e la flessibilità delle nostre cooperative con il know-how di società di logistica e di engineering non cooperative che hanno aderito al progetto. Questa integrazione ci consente di presentarci con la stessa credibilità di altre società del settore che, però, sono molto meno competitive di noi dal punto di vista dei costi perché non forniscono un servizio diretto al cliente finale». Nell’ottica cooperativistica, BO.Link può essere vista anche come aggregazione di aziende tra loro differenti, non solo quelle cooperative, ma che, osserva Campi «hanno valori in comune e una visione etica del lavoro che consente di poter condividere un progetto di questa portata. È proprio da questa “contaminazione culturale” che emerge la grande forza del progetto. Ogni offerta importante viene discussa e preparata dal comitato tecnico dove siedono tutti i soci che apportano, ognuno per le proprie competenze, valore aggiunto. E questo non accade dovunque e tutti i giorni, men che meno nelle società di logistica.

quella mutualità che costituisce uno dei valori e delle finalità specifiche della cooperazione. In tal senso ritengo che i risultati raggiunti in questi anni dal nostro Gruppo, interessato da un costante percorso di crescita, costituiscano la migliore risposta». Il suo è un gruppo che ha ramificazioni anche all’estero. Premesso che la cooperazione ha origine Oltralpe, l’essere cooperativa all’estero costituisce un vantaggio o uno svantaggio? «Attraverso le proprie società controllate, non a carattere cooperativo, all’estero Conserve Italia sviluppa un rapporto storico con i propri fornitori, che tra l’altro sono aziende socie del Gruppo. Tutto ciò nell’ottica del progressivo consolidamento dei rapporti di fornitura secondo standard qualitativi elevati corrispondenti alle nostre esigenze produttive».  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 113


MODELLI D’IMPRESA CAMST, AZZERATE LE DIFFERENZE TRA COOP ROSSE E BIANCHE

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asta parlare di coop rosse «è una definizione oggi anacronistica e superata», osserva Marco Minella, segretario generale della Camst, colosso della ristorazione che ha avuto come fondatore Gustavo Trombetti, compagno di cella di Antonio Gramsci e salvatore dei Quaderni. Perché, anche se è innegabile che, «negli anni Cinquanta, la nascita di molte cooperative ebbe il sostegno dei partiti della sinistra e delle organizzazioni sindacali dei lavoratori, ora le cooperative sono imprese che debbono saper coniugare l’efficienza e la partecipazione dei soci alla vita della stessa cooperativa». Ne deriva quindi che «non esistono differenze con i “cugini bianchi”: i problemi e le difficoltà sono gli stessi». Dici Camst e subito si pensa al mondo delle cooperative. Ma «la Camst – spiega Minella - è una impresa e come tale del tutto simile alle altre aziende del settore in cui opera. La differenza sta nella compagine societaria: i proprietari di Camst sono i soci lavoratori. In Camst, il 80% dei lavoratori è socio della cooperativa. Impegno importante e difficile è far partecipare i soci alle scelte e alle decisioni importanti, quindi nella operatività non esiste alcuna differenza. Tutte le imprese debbono essere competitive sul mercato». Un imperativo quest’ultimo che pare cozzare con l’articolo 45 della Costituzione, in cui si ribadisce come la finalità di una cooperativa non è il lucro, ma la mutualità. «Se da un lato mi riconosco in pieno nel dettato Costituzionale, dall’altro trovo che troppo spesso i governi si sono ispirati troppo poco al disposto – rileva il segretario Camst –. Contesto che le cooperative non debbano produrre utili di bilancio. Obiettivo, infatti, di un’impresa cooperativa è quello di fare l’interesse dei propri soci, nel nostro caso soci-lavoratori. Interesse che significa un buon lavoro, ben remunerato. Inoltre i soci, contrariamente a quanto avviene nelle imprese private, non possono appropriarsi che in misura limitata degli utili e non possono perce-





La dimensione etico-sociale non può essere garantita senza la costante ricerca dell’efficienza e di risposte adeguate alla valorizzazione del lavoro dei soci e dei prodotti agricoli conferiti



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pire il capital gain. Se poi la cooperativa chiude, il suo valore non viene liquidato ai soci-proprietari, ma devoluto a fondi mutualistici di promozione di nuove cooperative. Perciò gli utili non distribuiti non vengono tassati e restano a capitalizzare la cooperativa». Innegabile e anche molto forte rimane, per Camst, l’impegno etico-sociale che va bel oltre i bilanci. «Sono tanti i progetti che Camst ha avviato per creare migliori condizioni nel rapporto sociale – precisa Minella – e si traducono non solo nel soddisfare gli obblighi di legge, ma nell’andare oltre, investendo volontariamente nel capitale umano, nella protezione dell’ambiente e nei rapporti con le parti sociali. Tra quelli recenti, vale la pena citare una raccolta fondi a favore del Banco alimentare Onlus che ha coinvolto dipendenti, clienti e fornitori. Inoltre, è utile ricordare i tanti progetti per la sostenibilità ambientale che si concretizzano, per esempio, nella realizzazione e gestione delle proprie unità produttive, a cui sono applicati criteri di eco compatibilità per la protezione ambientale: cucine che utilizzano energia solare, attrezzature e programmi di formazione agli addetti per la riduzione dei consumi di energia.

Quali i nuovi traguardi per questo 2010 di Conserve Italia? «In questo difficile scenario congiunturale, l’obiettivo principale è superare indenni questa grave crisi economica che minaccia fatturato e margini ed entrare nel nuovo mercato globale del dopo crisi ulteriormente rafforzati sotto il profilo produttivo, economico-finanziario e commerciale per adempiere sempre meglio alla nostra missione».


IMPRESA E LAVORO

Un’attenta regia garantisce R l’impresa

ecuperare le imprese dirigendo sapientemente le pianificazioni di ristrutturazione e i rapporti con le banche. Questa la formula che ha reso noto il nome di Massimo Romani tra gli imprenditori bolognesi. Collaboratore, se non proprio l’artefice centrale, del salvataggio di alcune A Bologna è conosciuto per aver salvato importanti aziende del capoluogo emiliano e non duramente colpite dalla crisi. E, sopratimportanti aziende a un passo dal crac. tutto, una voce fuori dal coro della maggior parte E parlando dell’attuale quadro economico, dei commercialisti e dei consulenti. «Nel corso Massimo Romani spiega come la supervisione del 2009 sono emersi tutti i problemi legati principalmente a un forte calo degli ordinativi – di un bravo commercialista faccia la differenza spiega il commercialista -. Oltre che quelli legati anche nell’ottenere fiducia dalle banche all’ottenimento del credito». Romani è stato tra Andrea Moscariello i primi in Italia a ottenere la moratoria sui debiti bancari, fin dalla metà di settembre 2009. Un dato significativo se si considera che l’accordo Abi era stato raggiunto appena un mese prima. Un’abilità che ha permesso al professionista emiliano di salvare un’importante azienda locale. Nella dialettica tra imprese e istituti di credito su cosa è necessario far leva per convincere le banche a concedere più respiro alle aziende? «Sono rimasto perplesso da ciò che ho letto sulla stampa specializzata circa il rapporto conflittuale tra banche e imprese, in particolare sulle richieste di moratoria andate a vuoto, respinte. La mia esperienza dimostra che quando alle spalle c’è un coordinatore esperto, magari conosciuto dalle banche, queste si fidano molto più facilmente. Per cui mi stupisce che gli istituti siano così serrati dietro a un muro come si legge sui giornali. Credo invece che le banche abbiano hanno bisogno di sapere che dietro tali operazioni vi sono professionisti competenti e capaci di offrire le proprie competenze per il bene di tutti; il fallimento non giova a nessuno». Per cui molti problemi emergono perché alcuni imprenditori vogliono agire in autonomia. Ma soprattutto quali tipologie di banche vengono incontro alle aziende? Massimo Romani all’interno del suo studio di Bologna. Il commercialista, affermato sul capoluogo emiliano, è attualmente liquidatore e sindaco di diverse società - m.romani@romaniconsulting.it «Ovviamente i grossi gruppi bancari hanno più 116 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010


Il tessuto bolognese

Ritengo sia fondamentale avere gli strumenti di previsione economico-finanziari. Solo con questi, infatti, possiamo controllare la marginalità della produzione e i flussi di cassa

risorse. Quindi concedono un maggior margine di manovra. Peraltro devo dire che ho notato, a prescindere dalla possibilità degli istituti, che anche le banche di minori dimensioni, vedendo la regia sottostante, si sono adoperate nel bene dell’impresa». Imprese e fallimenti, nel 2010 cambierà la tendenza? «A mio avviso, purtroppo, il trend nel 2010 sarà sostanzialmente uguale a quello del 2009. E quindi con un numero importante di imprese destinate al crac. Questo perché i salvataggi comportano tempi lunghi di realizzo e si riescono a fare nel limite in cui le aziende abbiano, considerato il dissesto finanziario in atto, un buon prodotto e un buon imprenditore alla loro guida». In un tale contesto il passaggio generazionale è una risorsa?

«Me ne occupo purtroppo da almeno 15 anni, e dico purtroppo perché questa è una spina nel fianco per molte realtà. Ho seguito dei casi addirittura accademici. Se questa fase è mal gestita generalmente chi ci rimette non è la famiglia dell’imprenditore, ma i dipendenti e tutto l’indotto. Ciò premesso, il passaggio generazionale è una risorsa nel limite in cui i figli siano all’altezza della situazione. Nuove idee, proponimenti, progetti. Certo è che per i giovani siano manager o figli degli imprenditori è tutto estremamente difficile. Perché fare azienda adesso è sicuramente più complesso rispetto al dopo guerra». In molti casi una soluzione alla crisi è giunta dalla delocalizzazione. Qual è la sua opinione in merito? «Quando il salvataggio di un’azienda si programma per tempo, anticipandone la crisi, l’internazionalizzazione rappresenta una soluzione appetibile. Certo, non giova all’economia italiana, ma piuttosto che lasciare a casa tutti i dipendenti, almeno una parte dell’azienda e dei dipendenti si può salvare. Ho assistito negli anni diverse realtà che hanno scelto di delocalizzare un po’ in tutto il mondo, ovviamente dove la mano d’opera costa meno». Quindi andare oltre confine è una buona cura per le aziende? «Posso dire, per fare un esempio, che ho personalmente presieduto la delocalizzazione, di due aziende molto grosse e organizzandole sapientemente e per tempo abbiamo fatto in modo che tali realtà, 15 anni dopo, siano ancora vive e più che produttive. Per questo è fondamentale avere gli strumenti di previsione economico-finanziari. Solo con questi possiamo controllare la marginalità della produzione e i flussi di cassa. Ma c’è di più. Una volta riorganizzata, in alcuni casi si ritorna a produrre in Italia, dove c’è una professionalità che garantisce di conquistare importanti fette di mercato. Proprio in questi giorni seguo un’azienda che sta riportando alcune sue linee produttive dalla Cina all’Italia». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 117


IMPRESA E LAVORO

Le aziende devono imparare a prevenire le difficoltà Piacenza. Una città e una provincia colpite dalla crisi, in particolare nel settore metalmeccanico. Giampiero Cristalli fa il punto sulla situazione ed elogia quelle poche imprese che, investendo al massimo su qualità e risorse umane, oggi non devono ricorrere agli ammortizzatori sociali Carlo Sergi

Il ragionier Giampiero Cristalli, consulente del lavoro, all’interno del suo studio di Piacenza con alcune sue collaboratrici - paghe@cristalligiampiero.it

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ra tutte le provincie dell’Emilia Romagna quella di Piacenza è risultata, assieme alla riminese, la più colpita dalla crisi. Una flessione in negativo nonostante, a sorpresa, un aumento del reddito medio nazionale attestato attorno ai tre punti percentuali. Molteplici le ragioni. Osservando il mercato del lavoro, certamente è possibile cogliere alcune concause determinanti tale congiuntura. «A colpire il territorio piacentino è ciò che ha subito la filiera metalmeccanica, probabilmente quella che, più di tutte, ha risentito della recente crisi» spiega Giampiero Cristalli. Da sempre impegnato nella città di Piacenza nell’attività di consulenza del lavoro e collaborando con decine di aziende e artigiani, Cristalli si è reso intermediario per molti imprenditori i quali, per la prima volta, hanno dovuto avere a che fare con gli ammortizzatori sociali. Insomma, un cambiamento tristemente significativo. «Certamente moltissimi imprenditori piacentini hanno dovuto richiedere la cassa integrazione per la prima volta. Anche per questo l’assistenza di noi consulenti del lavoro si è rivelata anche formativa, oltre che pratica». Cosa prevede per i prossimi mesi? «Intanto, per il primo semestre del 2010, si continueranno a utilizzare in maniera massiccia gli ammortizzatori, in quanto ci si baserà sui dati dell’ultima parte del 2009. In seguito, ciò è fondamentale, occorre riprendersi da questa crisi. C’è chi è stato critico nei confronti di una sorta di “abuso” di tali strumenti. Anche lei lo ha osservato? «In tutta onestà no, non credo vi sia stato un abuso. In realtà con l’avanzare del periodo di difficoltà economica le imprese hanno preso sem-

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Il tessuto piacentino

A lato, un operaio al lavoro in un’azienda metalmeccanica. È questo il settore maggiormente colpito dalla crisi nella provincia piacentina

Non credo vi sia stato un abuso degli ammortizzatori sociali. In realtà, con l’avanzare del periodo di difficoltà economica, le imprese hanno preso sempre più dimestichezza con lo strumento della cassa integrazione e ne hanno fatto uso importante

pre più dimestichezza con lo strumento della cassa integrazione e ne hanno fatto uso importante». Si tratta di una procedura burocraticamente complessa? «Non vi sono particolari step complessi. È una procedura standardizzata. Le difficoltà sono emerse soprattutto con gli ammortizzatori sociali in deroga, rivolti a categorie fino ad allora non inserite nei piani di sostegno. Le complicanze in queste procedure nascono perché vengono rila-

sciate tramite la Regione, il che burocraticamente non velocizza. Penso agli artigiani, che finalmente possono ottenere la cassa integrazione in deroga, ma la richiesta deve pervenire dalle loro associazioni di categoria, per cui devono per forza esservi iscritti». Piacenza soffre molto per questa crisi. Dove vanno cercate le ragioni di questo scenario? «Quest’area ospita moltissime aziende del settore meccanico, elettronico e metalmeccanico. Tutto l’indotto relativo è stato colpito. Però non si può addossare la colpa unicamente al mercato. Un’azienda in particolare, puntando alla tecnologia, alla valorizzazione dei suoi impiegati e alla formazione degli stessi, ha saputo reggere e non ha mai dovuto chiedere ammortizzatori». Una mosca bianca per il settore. «Esatto. La qualità, tanto della produzione quanto gestionale, fa la differenza. E posso dirlo perché seguo da tempo questa realtà. L’azienda a cui faccio riferimento ha saputo creare qualcosa di eccellente e, a oggi, esporta circa il 90% della sua produzione in tutto il mondo». Cosa si sente di suggerire agli imprenditori piacentini? «Di giocare d’anticipo. Di non rivolgersi al consulente quando è troppo tardi. Ai primi segnali di una flessione negativa e di un calo delle ordinazioni occorre sedersi attorno a un tavolo per ragionare su tutte le possibilità e le soluzioni prospettabili» Dunque il suo si rivela un ruolo sempre più strategico? «È aumentata la consapevolezza dell’importanza che rivestono i consulenti del lavoro sul tessuto economico. E dal mio punto di osservazione posso già constatarlo nel rapporto che si instaura con le imprese». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 119


IMPRESA E LAVORO Il tessuto modenese

Investire su chi lavora è la strategia per la ripresa Abituati a vedere costantemente in crescita i fatturati, gli imprenditori modenesi sono stati letteralmente spiazzati dalla recente crisi. Ma, secondo Cosetta Bergonzini, una strada per il rilancio esiste, e parte dalla rivalorizzazione delle risorse umane Carlo Sergi

Cosetta Bergonzini, consulente del lavoro, esercita dall’omonimo studio in Modena cosetta@studiobergonzini.it

uello modenese è sempre stato un tessuto economico solido, sorretto da piccole e micro imprese, oltre che da importanti nomi dell’industria internazionale. Ma perché anche le “buone aziende” oggi si ritrovano colpite fortemente dalla congiuntura negativa? Analizzando la situazione del mercato già da prima della crisi, risulterà più facile fare luce sulla risposta. «Negli anni passati molti imprenditori, in virtù del buon andamento economico, hanno continuato a investire nella propria attività esponendosi finanziariamente, non prevedendo la crisi internazionale. Tutto ciò ha creato ulteriori preoccupazioni e problemi da risolvere». I problemi cui si riferisce la dottoressa Cosetta Bergonzini sono soprattutto quelli relativi alla mancanza di lavoro e di liquidità. Da anni al fianco di numerose imprese del modenese, Bergonzini è a capo di una struttura impegnata nell’ambito della consulenza del lavoro, da cui quotidianamente emergono le problematicità che colpiscono l’economia locale. «La criticità maggiore riscontrata è il disorientamento e la paura degli imprenditori davanti a un crollo degli ordini» spiega la consulente del lavoro. A tutto questo si aggiunga che molti di essi accettano con fatica la soluzione degli ammortizzatori sociali. Anche su questi “difetti culturali d’impresa” quello del consulente si rivela

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un ruolo tanto critico quanto strategico. Nel 2009 il governo e gli enti hanno provveduto a emanare diversi provvedimenti anti-crisi. Provvedimenti che, però, «hanno creato diversi disagi nella loro applicazione, causa il susseguirsi di chiarimenti pubblicati nel tempo». Tutto questo in un quadro che, per l’imprenditore, si presenta ben poco florido, essendo soggiogato dal sistema economico internazionale. «Oggi giorno l’unica cosa nota all’imprenditore è che nel 2009 ha subito un calo che oscilla dal 30 al 50 % del fatturato e che, nel nuovo anno, le aziende ripartono con un portafoglio notevolmente ridotto – spiega Bergonzini -. Ciò che si è perso non si recupererà immediatamente, ci vorranno anni. Per questo occorre procedere a cercare nuovi mercati riconvertendosi anche con nuove produzioni e, nel contempo, attuando ristrutturazioni aziendali». Ma, come è noto, soltanto cadendo si impara a rialzarsi. «La crisi ha aumentato l’attenzione verso le risorse umane, elemento che rischia di diventare un problema sociale se non vi è una ripresa produttiva – conclude la dottoressa -. Nel tessuto modenese vantiamo professionalità importanti nel settore meccanico che, a causa della crisi, rischiamo di disperdere. Professionalità che si sono create e su cui si è investito all’interno delle aziende, e che l’imprenditore stesso ha paura di perdere».


IMPRESA E LAVORO

Strategie alternative alla cassa integrazione Oltre gli ammortizzatori sociali, le imprese locali devono innanzitutto investire sulle risorse umane e su soluzioni concordate con i lavoratori per superare la difficile congiuntura. Facile a dirsi. Ma occorrono nuove strategie e rapporti più semplici con i sindacati, come spiega Paolo Arbizzani

dissesti del mercato finanziario hanno pesato sulle aziende in maniera trasversale, colpendo ogni settore. Dall’edilizia all’industria, fino al terziario e le attività di consulenza. «Le imprese hanno dovuto sopperire alla diminuzione degli ordini con il massiccio ricorso alla cassa integrazione, estesa dai provvedimenti del governo a tutti gli ambiti e le tipologie del lavoro dipendente e parasuborLuigi Vecchi dinato». A parlare è Paolo Arbizzani, esperto in relazioni industriali e gestione del personale. Ma, secondo l’affermato professionista bolognese, occorre fare chiarezza sulla situazione. «Secondo la mia opinione i dati riportati dalla stampa, quantomeno all’inizio del 2009, apparivano gonfiati in quanto probabilmente basati sugli accordi sindacali e, per la cassa interazione guadagni in deroga, sulle domande anziché sulle ore effettive richieste a consuntivo. Mentre ovviamente il datore di lavoro inizialmente richiede il massimo delle ore per utilizzare, poi, solo quelle che servono». Dunque la realtà che lei osserva è distante da quella che presentano i media? «Nelle imprese più piccole, in taluni casi l’imprenditore ha dovuto suo malgrado procedere al licenziamento dei dipendenti in sovrannumero senza utilizzare ammortizzatori sociali. Questo sia perché ha ritenuto non transitoria la situazione di crisi, sia perché il coinvolgimento negli interventi delle Regioni e degli enti bilaterali ha complicato non poco la gestione degli stessi ammortizzatori, soprattutto per le imIl dottor Paolo Arbizzani, esperto in relazioni industriali e gestione del personale, all’interno prese operanti su più Regioni, che si sono trodel suo studio di Bologna info@studioarbizzani.it - www.studioarbizzani.it vate a dover applicare procedure e normative locali diverse tra loro». Per cui i problemi più che sulla carta sono 122 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

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Strumenti anti-crisi

+86,8% CIG applicativi. «In alcune realtà, soprattutto di maggior dimensione occupazionale, si è fatto e si sta facendo ricorso a tutte le possibilità offerte dalla legislazione anticrisi in termini di ammortizzatori. Spesso, però, è stato necessario operare procedure di mobilità o addirittura di chiusura dell’azienda. In questi casi la gestione a livello sindacale è divenuta più complessa anche perché di fronte a situazioni non più risolvibili con la cassa integrazione ordinaria o straordinaria, i sindacati non hanno potuto o voluto sottoscrivere accordi in tal senso, se non basati sul criterio della volontarietà, spesso insufficiente. Costringendo quindi l’azienda a procedere unilateralmente con un ovvio rischio di

Secondo la Cgil, in Emilia-Romagna nel 2009 le domande di disoccupazione ordinaria all’Inps sono quasi raddoppiate, passando da 58.583 a 109.441, con una crescita dell’86,8% rispetto all’anno precedente

contenzioso». Quali strumenti vi sono oltre agli ammortizzatori? «Pensiamo alle modifiche dei contratti individuali quali il passaggio dal full time al part time in via definitiva o per un periodo di tempo predeterminato e valutato dalle parti. Oppure la riduzione delle retribuzioni laddove c’è spazio per l’eliminazione di superminimi o di benefit e premi». In questo contesto come si caratterizza il suo compito? «Molti datori di lavoro si sono trovati nella necessità di avvalersi per la prima volta di una consulenza esterna per verificare e trovare soluzioni alla crisi. A molti di loro ho illustrato tutte le possibilità offerte dalla legislazione anticrisi. Ho inoltre consigliato di valutare aspetti che in periodi di trend economico positivo erano stati trascurati, come ad esempio le procedure disciplinari per inefficienze, e una maggiore attenzione agli orari di lavoro per ottenere un migliore utilizzo del personale». Quali risultati si stanno raccogliendo? «L’imprenditoria locale, opportunamente consigliata, ha saputo reagire. Non solo l’abbinamento di ammortizzatori sociali e riorganizzazioni aziendali, ma anche con politiche di investimento sul personale, una maggiore formazione e l’assunzione di nuovi impiegati addetti alla vendita per dare una nuova spinta all’area commerciale, recuperando ogni possibile spazio di mercato». Quali le aspettative sul futuro? «Nel 2010 credo si ridurrà lievemente l’utilizzo degli ammortizzatori. Difficilmente invece potrà esserci un recupero nell’occupazione, specie nelle aziende di maggiori dimensioni. Infatti, quelle che hanno espulso personale durante la crisi, una volta avviata la ripresa dell’economia, difficilmente riassumeranno lo stesso numero di lavoratori espulsi, sopperendovi con quelle misure generali di riorganizzazione e recupero di efficienza attuate negli ultimi mesi». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 123


RAPPORTI DI LAVORO

Un attestato di etica rafforza l’economia Come fare per ottenere la certificazione etica dei rapporti di lavoro? Tra i pochi consulenti impegnati sulla SA 8000, Sergio Stelitano punta a formare gli imprenditori circa gli aspetti maggiormente critici legati alla gestione del personale

uello umano è probabilmente il più grande valore in mano alle aziende. Ma questo va coltivato, curato e formato, rispettandone i criteri dettati dalle normative. E mai come in questo periodo nel discorso relativo alla gestione del personale, “etica” rappresenta la parola chiave. «Paradossalmente, proprio per via della crisi, ora come ora le imprese si trovano dinanzi a importanti opportunità per ciò che Andrea Moscariello concerne il personale, ma anche a delicate scelte» spiega Sergio Stelitano. Consulente del lavoro e commercialista, Stelitano è tra i pochi professionisti in Emilia Romagna, che oltre a occuparsi dell’amministrazione del personale delle aziende, le affianca nell’attività necessaria all’ottenimento della certificazione etica dei rapporti di lavoro, la SA 8000. «In questa fase Sergio Stelitano, consulente del lavoro e commercialista, all’interno del suo studio di Bologna sergio.stelitano@studiostelitano.it - www.studiostelitano.it si tratta di una certificazione importante che attesta all’esterno, tra l’altro, il fatto che un’impresa applica correttamente e integralmente tutte le normative legate ai rapporti di lavoro». A livello pratico come può aiutare le aziende a ottenere la SA 8000? «Innanzitutto con lo staff del mio studio effettuiamo un approfondito “check up”aziendale. In questo ci avvantaggia il fatto che possiamo fornire una consulenza, oltre che giuridica e fiscale, anche gestionale. Da diversi anni assumiamo incarichi di “due diligence” relativi alla gestione dei rapporti di lavoro nelle aziende e l’aver acquisito una approfondita conoscenza delle criticità nella gestione del personale, ci ha senza dubbio agevolato nell’applicazione delle direttive della Sa 8000». Dunque prima si studia la situazione? «Esatto. A quel punto bisogna riuscire a capire se vi sono degli aspetti critici da riallineare. Una volta analizzati e risolti, applicando esattamente ciò che impongono le normative italiana e internazionale, possiamo iniziare a predisporre il sistema di Gestione sociale aziendale (Social Management System), propedeutico alla richiesta della certificazione, che potrà essere suc126 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

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Certificazione etica

Nel prossimo futuro resisteranno soltanto le attività capaci di scegliere le risorse umane migliori. Occorre approfittare delle agevolazioni proposte dalla normativa per tenersi stretti e assumere i professionisti migliori

cessivamente rilasciata da un Ente accreditato a valutarne la validità e la corrispondenza a quanto stabilito dalla Sa8000». Soprattutto quali problemi emergono dai vostri check up? «Bisogna tenere presente che le norme regolanti i rapporti di lavoro e, in generale, l’ambito giuslavoristico, sono estremamente complesse. Tante volte gli imprenditori nemmeno si rendono conto di agire non applicando correttamente le regole. Ma tanti sono gli aspetti in cui si commettono frequentemente errori. Penso ad esempio alla non completa applicazione dei contratti collettivi o delle disposizioni a tutela di particolari categorie di lavoratori, alla non corretta individuazione di “fringe benefits”, al mancato o inesatto utilizzo di agevolazioni contributive e fiscali e così via. Molto spesso questo tipo di intervento ci viene richie-

sto dalle aziende indipendentemente dalla necessità di ottenere una certificazione, ma soprattutto per valutare se i rapporti di lavoro sono gestiti correttamente; infatti devo con soddisfazione constatare che oggi, gli imprenditori e i direttori del personale, vogliono avere la consapevolezza che i rapporti di lavoro siano amministrati in modo adeguato e in linea con la normativa vigente». Perché questa certificazione evidenzia un bisogno così attuale? «Perché una certificazione etica serve a fare leva su un tema a mio avviso centrale per la ripresa: la responsabilità sociale d’impresa. E tale responsabilità tocca soprattutto i lavoratori. E tutti sappiamo come in seguito alla crisi occorra ripristinare energie e attenzioni verso le risorse umane». Sotto questo punto di vista, quindi, la situazione non è rosea? «In realtà gli strumenti per tutelare i lavoratori ci sono. Dagli ammortizzatori sociali alle agevolazioni contributive e fiscali per assumere le persone estromesse dal mondo del lavoro. Gli imprenditori devono riflettere sul fatto che è questo il momento in cui sul mercato si possono trovare professionalità in altri momenti irreperibili. Ed è la qualità delle risorse umane che permetterà alle aziende di uscire dalla crisi. Il mio studio, tra le altre cose, si occupa anche di selezione e ricollocazione del personale attraverso la Fondazione Consulenti per il lavoro». Cosa si aspetta per il 2010? «Nel prossimo futuro resisteranno soltanto le attività capaci di scegliere le risorse umane migliori. Non nascondo che sono tante le aziende a chiedermi di predisporre periodicamente budget del personale. Attenzione però a puntare solo al risparmio. Pur ricercando il più possibile una gestione flessibile dei costi occorre approfittare delle agevolazioni proposte dalla normativa e dagli ammortizzatori per tenersi stretti e assumere i professionisti migliori». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 127


RELAZIONI INDUSTRIALI

Occhi aperti sui sostegni per rilanciare l’impresa La crisi e la globalizzazione dei mercati sono fonte di importanti e complesse ricadute sulla disciplina lavoristica. Secondo Emiliana Maria Dal Bon, però, gli imprenditori che intendono avviare una nuova attività non devono scoraggiarsi, ma studiare attentamente le opportunità messe a disposizione dal legislatore Francesco Malsazi

onostante la crisi sono molte le imprese nate nel corso del 2009. Questo però non significa che tali aziende si interfacceranno con una realtà economica paragonabile a quella del decennio passato. Secondo la dottoressa Emiliana M. Dal Bon, si è verificata una complessa rimodulazione del mercato. La consulente del lavoro, esperta in operazioni straordinarie d’impresa e nelle pratiche di due diligence e audit aziendali, studia quotidianamente assieme alle Pmi le migliori strategie direttive applicabili per lo sviluppo e la gestione dell’azienda e, al tempo stesso, segue l’inserimento di importanti realtà straniere sul nostro mercato. «Molte aziende non sopravvivono, molte altre nascono o crescono sfruttando nuove aperture del sistema, ma anche cogliendo l’occasione offerta dalla maggiore disponibilità sul mercato di risorse umane qualificate e dalla possibilità di avvalersi delle agevolazioni contributive e normative» spiega l’esperta. E il destino di un’azienda si delinea

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soprattutto in alcune delicate fasi della sua vita, in cui il sostegno del consulente del lavoro risulta fondamentale. Tra queste, sicuramente il loro avvio. Quanto la modulazione e l’attuazione dello start up incideranno sulla sopravvivenza della nuove aziende? «Nella fase di start up le decisioni relative all’organizzazione e al sistema del capitale umano assumono un’importanza strategica. Un aspetto di rilievo, a tal riguardo, è rappresentato, oltre che dalla corretta individuazione delle risorse necessarie e dei costi sostenibili, anche dalla scelta delle forme

La dottoressa Emiliana M. Dal Bon, consulente del lavoro, esercita dal suo studio con sedi a Modena e Milano. Ha maturato una consolidata esperienza in progetti di start up aziendale. È inoltre docente e relatore in seminari e convegni in materia di diritto del lavoro e amministrazione del personale e.dalbon@scdldalbon.it


Opportunità da valutare

Attualmente l’imprenditore che si accinge ad avviare una nuova attività o a espanderla può beneficiare di notevoli opportunità

giuridiche più idonee, con particolare attenzione per tutti gli strumenti di flessibilità messi a disposizione dal sistema normativo giuslavoristico». Quali sono gli elementi prioritari da dover valutare? «In una fase recessiva come quella contingente, l’imprenditore che si accinge ad avviare una nuova attività o che si ritrova nella condizione di poter consolidare o espandere quella esistente, può beneficiare di notevoli opportunità. Il consulente del lavoro è la figura professionale più idonea nel consigliarlo circa gli innumerevoli strumenti di

contenimento dei costi messi a disposizione dal legislatore. Si tratta, si badi bene, di un aspetto di enorme importanza per le imprese. Questo discorso, se sfruttato al meglio, può coniugare economie aziendali ed esigenze di chi ricerca un adeguato reinserimento nel mercato del lavoro, attenuando le forti ricadute sul piano sociale della crisi che ci ha interessato». Lei segue anche alcune multinazionali che scelgono di entrare nel mercato italiano. Queste quali ostacoli trovano? «L’elevato livello di burocratizzazione del mercato del lavoro italiano, unitamente alla complessità del nostro sistema giuslavoristico e ai costi determinati dal carico fiscale, disincentiva l’accesso da parte delle multinazionali estere. Non dobbiamo tuttavia dimenticare che l’Italia è, tra i Paesi più industrializzati, uno di quelli che, nonostante tutto, ha retto meglio alla crisi. Inoltre l’Italia può vantare un forte valore aggiunto costituito dalla disponibilità di capitale umano con conoscenze, competenze e specializzazioni elevate. Credo che tutto questo non possa che creare adeguate aspettative da parte di soggetti stranieri». Quanto è complesso il confronto con culture imprenditoriali differenti? «La globalizzazione dei mercati è fonte di rilevanti ricadute anche in ambito lavoristico. Il confronto, oggi, avviene soprattutto tra Paesi industrializzati ed emergenti. Se un arretramento delle tutele, in Italia come nel resto del mondo occidentale, è impensabile, diventa allora imprescindibile una riflessione sul futuro delle relazioni con quei sistemi economici nei quali l’affermazione dei diritti sociali, in senso lato, è poco più che agli albori. Una progressiva universalizzazione della cultura dei diritti di chi offre le proprie energie lavorative è l’unica via per contrastare il fenomeno del dumping sociale. Una concorrenza che si fondi sullo sfruttamento dei più deboli non giova a chi la subisce ma, nel lungo periodo, nemmeno a chi oggi ne fa un punto di forza». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 129


CONSULENZA Gestione del lavoro

Il lavoro può ripartire professionisti che ruotano attorno al mondo delle imprese devono strutturarsi per far fronte all’aumento, costante e piuttosto complesso, di obblighi, adempimenti, metodi e gestionalità aziendali. E il tessuto bolognese conta sui consulenti del lavoro e i commercialisti per capire come fuoriuscire dalla crisi mantenendo una risorsa umana redditizia e sviluppando strategie mirate sul proprio carattere d’impresa. Su questi presupposti nasce a Funo un progetto che fonda le esperienze e il Know How di più esperti. «Abbiamo voluto dare una continuità più organizzata a una collaborazione di lunga data, già consolidata in passato fra i professionisti dello studio» spiegano i fondatori di Opus, il dottor Raffaele Mignani e il ragionier Giovanni Guizzardi. «L’idea fondante è stata quella di rendere maggiormente strutturata e più riconoscibile questa forma di collaborazione, creando per l’appunto un autonomo organismo, sotto forma di associazione di professionisti». Lo staff dello studio Opus, di cui fanno parte anche altri professionisti tra cui Barbara Bettuzzi, Renzo Masina e Andrea Boscolo, può così puntare a una consistente espansione territoriale. Ma qual è il quadro economico da affrontare? Secondo Guizzardi «la riduzione del lavoro e della liquidità hanno colpito anche le aziende del bolognese. Per questo abbiamo subito approfondito e applicato tutti gli strumenti normativi a disposizione delle aziende in difficoltà, in primo luogo gli ammortizzatori sociali. Cercando di utilizzare tutti gli strumenti messi in campo anche dalla Regione, dagli enti locali e dagli accordi bilaterali». E l’area in cui opera Opus è particolarmente ricca di Pmi, soprattutto meccaniche e meccatroniche, settori per cui gli esperti hanno dovuto formarsi a seconda delle peculiarità e degli assetti organizzativi che le distinguono. I giovani che entrano a far parte del gruppo appartengono all’area della consulenza del lavoro, ma si è scelto di sviluppare anche le competenze complementari, quali la

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Un progetto dal carattere collettivo, privo di protagonismi, ma fondato sulla sinergia tra più professionalità appartenenti al mondo della consulenza del lavoro e non solo. Raffaele Mignani e Giovanni Guizzardi, dello studio Opus, illustrano le sfide e i bisogni che le Pmi bolognesi dovranno affrontare per riconquistare il mercato Giorgio Lotti

Da sinistra, Raffaele Mignani, Giovanni Guizzardi, Barbara Bettuzzi, Renzo Masina e Andrea Boscolo dello studio Opus di Funo di Argelato (BO) - opus@studio-mignani.it

normativa sulla sicurezza, la privacy, il lavoro autonomo e le varie forme di outplacement, selezione e ricollocazione del personale. «Abbiamo scelto di non creare una selezione sulle tipologie contrattuali da seguire, restando aperti a ogni categoria d’impresa – interviene Mignani - Questa scelta ci permette di diversificare moltissimo sulle problematiche da approfondire, creando un ventaglio di conoscenze molto ampio». E sul futuro il gruppo è più che ottimista. «Siamo fiduciosi in una sostanziale tenuta del sistema produttivo. Le imprese avranno soprattutto necessità di organizzare meglio le loro risorse e di tenere ridotti al massimo i costi fissi di produzione. – conclude Guizzardi -. L’impegno principale del gruppo è ora quello di affiancare gli imprenditori per coniugare l’indispensabile flessibilità dei costi al totale rispetto delle norme vigenti e dei diritti dei lavoratori». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 135


FINANZA

Vicini al territorio lontani dalle speculazioni Banche di credito cooperativo e territorio. Un legame antico, rafforzato dal forte radicamento degli istituti di credito nei luoghi dove operano e dalla ridistribuzione credito sul territorio e tra i soci. Così come sottolinea Augusto Mioli, presidente della Banca di credito cooperativo di Castenaso Concetta S. Gaggiano

a oltre un secolo, le cooperative di credito svolgono un ruolo fondamentale nello sviluppo delle comunità locali. Attualmente, con il 12,1% del totale degli sportelli bancari nazionali, le banche di credito cooperativo costituiscono un segmento importante dell’universo bancario italiano, soprattutto in quei contesti territoriali che presentano un tessuto economico fatto di piccole imprese a conduzione familiare, agricoltori e artigiani. Un legame tanto stretto da portare il ministro dell’Economia Giulio Tremonti a coinvolgere il mondo del credito cooperativo nel progetto Banca del Mezzogiorno. Iniziativa che Alessandro Azzi, presidente di Federcasse (l’associazione delle Banche di credito cooperativo e Casse rurali italiane) a parlare di «un riconoscimento importante e, al tempo stesso, una sfida impegnativa». E recentemente, il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha ribadito l’importanza strategica delle Bcc, affermando che senza queste realtà le conseguenze della crisi attuale sarebbero molto più severe per famiglie e

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piccole imprese. Un ruolo che Augusto Mioli, presidente della Bcc di Castenaso, sottolinea, rimarcando l’impegno della banca per il territorio e le Pmi locali. In questo periodo di crisi l’attenzione ai problemi delle famiglie e delle imprese in chiave sociale e solidaristica prevale sulla ricerca del profitto? «L’attuale contesto di crisi finanziaria e i preoccupanti effetti sull’economia locale, con ripercussioni sia sul tessuto produttivo che sulla società che noi operatori del credito sul territorio constatiamo quotidianamente, ci vede promuovere, dallo scorso autunno 2008, una serie di iniziative a sostegno dell’economia del territorio, con interventi a favore delle imprese

Sopra, Augusto Mioli, presidente della Banca di Credito Cooperativo di Castenaso


Augusto Mioli

e delle famiglie. Le misure anticrisi messe in atto dalla Bcc di Castenaso sono di diverso tipo: dalla sospensione del pagamento delle rate di mutuo, alle agevolazioni per l’accesso al credito per Pmi e famiglie, al sostegno alle imprese per il pagamento delle tredicesime, all’anticipo della cassa integrazione anche aderendo ad accordi e convenzioni coordinate dalla Federazione regionale dell’Emilia Romagna, soprattutto nell’ambito Regione Emilia Romagna/Confidi». Quali punti di forza e quali criticità emergono dalla convivenza sullo stesso territorio di filiali di grandi gruppi bancari? «Il punto di forza che ci contraddistingue è il forte radicamento sul territorio. Siamo una banca che ha 108 anni di storia e opera nell’area est di Bologna, in particolare nei comuni di Castenaso, San Lazzaro e, più recentemente, di Ozzano, Granarolo e Bentivoglio. Tutta la raccolta viene impiegata a servizio di queste comunità, ed è ciò che ci caratterizza come banca “differente” e costituisce un innegabile punto di forza unitamente alla diretta conoscenza della clientela. La concorrenza con gli altri istituti di credito evidentemente esiste nelle zone dove operiamo, peraltro molto appetibili dal punto di vista bancario e finanziario. Con tutto ciò registriamo una normale pressione perché, soprattutto in questo contesto di crisi, le politiche fra i grandi gruppi e le banche del territorio spesso non coincidono, anche per la diversa parziale tipologia di clientela. C’è spazio per un’integrazione che può costituire vantaggio per i consumatori e per l’intera comunità». Come vi ponete in merito alla concessione dei prestiti alle piccole e medie imprese? «La Banca di credito cooperativo di Castenaso in questo periodo di crisi ha continuato nell’erogazione del credito, registrando un aumento percentuale degli impieghi, interpretando in tal modo quella diversità caratteristica del nostro modo di fare banca vicina al tessuto produttivo e alle comunità locali, spesso con funzione anticiclica e lontano dalle specula-

zioni finanziarie». In questa valutazione quanto incide la scarsa propensione delle Pmi a patrimonializzare? «Il problema è importante, di rilievo nazionale e ha fatto emergere ulteriormente la fraSOCI gilità delle Pmi in questo periodo di crisi. Si riIl numero dei soci tiene che questa congiuntura sfavorevole debba della Banca di Credito Cooperativo di costituire anche un’occasione quanto mai inCastenaso al 31 derogabile anche per consentire alle stesse di dicembre 2009 iniziare un percorso di patrimonializzazione, dove la Bcc di Castenaso è disponibile a svolgere la sua funzione in quanto da tempo, attraverso le misure regionali e la garanzia dei Confidi, dispone di finanziamenti ad hoc per favorire il superamento di questa problematica». Nella vostra Bcc come si esercita la gover- 

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EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 137


FINANZA I NUMERI DELLE BCC 430 Banche di Credito Cooperativo e Casse Rurali* 4.127 sportelli (il 12,1% degli sportelli bancari italiani)* Presenza diretta in 2.619 Comuni e in 98 Province; in 547 Comuni rappresentano l’unica realtà bancaria* Raccolta diretta complessiva: 142,5 miliardi di € (+11,2% annuo)** Impieghi economici: 119,9 miliardi di € (+ 9,8% annuo)** Patrimonio: 17,6 miliardi di € (+7,9% )** * dati aggiornati al 31 marzo 2009 ** dati stimati

 nance? Come vengono garantite l’identità

cooperativa e la partecipazione? «Essendo la Bcc di Castenaso una banca di credito cooperativo, la governance è esercitata da un Consiglio di amministrazione, come previsto dalla statuto, che delega alcune funzioni al comitato esecutivo e alla direzione generale, per garantire risposte tempestive e puntuali alla domanda di credito e alle richieste del territo-

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rio. Gli organi collegiali della banca si riuniscono settimanalmente, alternando consigli di amministrazione e comitati esecutivi. La partecipazione è garantita, oltre che dai noti momenti statutari, dall’attivazione di quattro Comitati Soci locali distribuiti nel territorio di competenza, che si riuniscono periodicamente per portare all’attenzione degli organi deliberanti le istanze delle nostre comunità. L’operatività con i soci, come richiesto dalla legge, supera il 50% con l’obiettivo di aumentare ulteriormente tale percentuale, al 31 dicembre 2009 i nostri soci erano 3. Ovviamente per i soci sono previste incentivazioni di carattere bancario e opportunità sociali, di aggregazione, culturali e ricreative. Il dialogo con i soci è garantito e si manifesta anche grazie al Notiziario aziendale, al sito internet, al flusso continuo di informazioni agli sportelli e durante alcune mirate iniziative esterne che coinvolgono la compagine sociale. Il tutto viene puntualmente riportato nel bilancio sociale e di missione». Quali sono gli obiettivi della vostra Bcc nell’immediato futuro anche nel rapporto con le associazioni imprenditoriali e gli enti locali? «Abbiamo cercato in questi anni, con positivi riscontri, di attivare convenzioni sia dirette che indirette con le organizzazioni di categoria e imprenditoriali provinciali e regionali sottoscritte attraverso la Federazione delle banche di credito dell’Emilia Romagna da essa coordinate che ci vedono direttamente operativi in un positivo rapporto. È nostra intenzione continuare sulla strada intrapresa cercando di potenziarle e promuoverle ulteriormente».

1902 FONDAZIONE È l’anno in cui la Bcc di Castenaso viene costituita nella canonica della Chiesa Parrocchiale di San Giovanni Battista a Castenaso


Stefano Collina

La mutualità è una risorsa per le imprese locali Il sistema del Credito cooperativo è solido e la sua vicinanza alle esigenze delle famiglie e degli imprenditori ha dimostrato, soprattutto durante la crisi, che quello cooperativo è «un modello virtuoso di “fare banca” da imitare». Questa l’analisi di Stefano Collina, direttore generale della Banca di credito cooperativo di Castenaso Renata Saccot

accogliere il risparmio e distribuire credito sul territorio, prevalentemente a beneficio dei propri soci, è storicamente il nostro ruolo». Ne è convinto Stefano Collina, direttore generale della Banca di credito cooperativo di Castenaso. Collina, però, va al fondo della questione quando rivendica il ruolo del mondo bancario cooperitivo e della funzione che esso ha svolto negli ultimi due anni, in cui a salvare l’economia del Paese, secondo il dirigente, è stata soprattutto l’azione delle banche cooperative e non quella dei grandi istituti di credito. «Gli eventi accaduti hanno dimostrato a tutti che la politica del “grande è meglio” è sbagliata – sottolinea – perché spesso, dietro a crescenti successi in termini di espansione e risultati economici, si celavano preoccupanti carenze di etica, conte-

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nuti, competenze e purtroppo, in alcuni casi, Sopra, Stefano Collina, direttore anche di correttezza professionale». generale della Bcc Gli italiani, per quasi l’80 per cento dei di Castenaso casi, acquistano servizi bancari orientandosi verso una ristretta area territoriale. Questo trend è destinato a rafforzarsi? «La diffusione dei servizi di internet banking tende ad abbattere vincoli territoriali, anche se l’individuazione della propria banca non può non prescindere anche da altri aspetti: la cessione di sportelli, il cambio del marchio e dell’organizzazione della filiale, ma soprattutto la turnazione del personale, minano il rapporto fiduciario che è alla base di ogni operazione legata al denaro. E la conseguente sensazione di essere considerati dei semplici “numeri” è alla base delle motivazioni che portano molta gente a scegliere istituti più radicati sul territorio e attenti al rapporto con  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 139


FINANZA



La sensazione di essere considerati dei semplici “numeri” è alla base delle motivazioni che portano molta gente a scegliere istituti più radicati sul territorio e attenti al rapporto con il cliente



 il cliente».

La crisi ha minato il senso di sicurezza anche nei confronti delle Bcc oppure queste sono ancora viste con maggiore fiducia rispetto ai grandi gruppi bancari? «Le Bcc continuano a infondere maggiore sicurezza, e lo confermo senza alcun dubbio, anche quando le grandi banche facevano tendenza insinuando nell’inconscio collettivo che le dimensioni raggiunte fossero sinonimo del loro stato di solidità e floridezza economica per poi scoprire che, dietro a successi in termini di espansione e risultati economici, si celavano carenze di etica, contenuti e, in alcuni casi, anche di correttezza professionale. Le Bcc sono diventate improvvisamente un modello virtuoso di “fare banca” da imitare». Quali sono i progetti principali per il 2010? «La nostra banca, con la recente approvazione del piano strategico, ha rilanciato i programmi di consolidamento all’insegna di un’attenta programmazione al fianco del territorio. L’ampliamento della nostra base sociale, un saldo controllo sulla qualità del portafoglio crediti, la valorizzazione e razionalizzazione delle risorse unitamente a una attenta politica di contenimento dei costi rappresentano le linee

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guida che hanno ispirato la redazione del nuovo piano. La banca intende, inoltre, proseguire le iniziative di sollecitazione e di coinvolgimento, stimolando la propria attività con gli “stakeholders” locali, affinando le capacità di intercettare le aspettative della propria clientela e aggiornando il sistema d’offerta mirato alla propria base sociale». Le grandi fusioni hanno decisamente ridisegnato la morfologia bancaria del nostro Paese. In questo quadro come può riaffermarsi strategicamente il ruolo che le Bcc rivestono sul territorio? «Il modello “a rete” del credito cooperativo consente alle singole Bcc di essere autonome nella loro governance e nella definizione delle strategie di mercato nei rispettivi territori, salvaguardando al tempo stesso le proprie specificità. Nonostante questo, le opportunità aggregative fra Bcc caratterizzate da affinità e complementarietà rivestono grande importanza, e vanno valutate non solo come momento di crescita, ma soprattutto come aumento delle opportunità in termini di maggiore capacità di sostegno e affidabilità». Bcc di Castenaso ha aderisce all’Avviso comune tra Abi e ministero dell’Economia per la sospensione dei debiti delle piccole


Stefano Collina

UNA “FAMIGLIA” AL SERIVIO DEL TERRITORIO Compito di una filiale è «interagire correttamente nelle dinamiche economiche e sociali dell’area di riferimento». L'esperienza di Claudio Farolfi, responsabile della filiale Bologna Pontevecchio della Bcc di Castenaso

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a banca è il punto d’incontro fra persone, aziende e territorio in cui ognuno si sente par te di un insieme perché ascoltato e supportato in relazione alle proprie esigenze. È questo, secondo Claudio Farolfi (nella foto), responsabile della filiale Bologna Pontevecchio della Bcc di Castenaso, lo spirito con il quale le singole filiali dell’Istituto svolgono la loro funzione sul territorio di riferimento. Il dirigente spiega come, nonostante la congiuntura economica negativa, «l’approccio dell’istituto di credito e i modelli valutativi dei clienti rimangono strettamente collegati alla trasparenza e correttezza». Un rapporto, in sintesi, che fa leva sulla socialità. «Al nostro cliente, che invitiamo a diventare socio, – continua Farolfi – chiediamo prima di tutto di credere nel valore di una cooperativa di credito che desidera proporsi come punto di riferimento economico, sociale, finanziario e culturale della zona di competenza». Di più, nonostante la crisi economica dell’ultimo anno, la fiducia non si è incrinata perchè, fa presente il diregente, «la nostra principale caratteristica, che prevede il rein-

vestimento del denaro raccolto sul territorio di competenza, ci obbliga giustamente a ricercare la massima sicurezza nella gestione del risparmio, peraltro garantito anche da due fondi a tutela dei depositanti e degli obbligazionisti». Compito, quindi, delle singole filiali distribuite sul territorio è operare in sinergia con le esigenze del cliente, favorendo lo sviluppo locale; il tutto attraverso l’offerta di un migliore servizio. «Sono fortemente convinto che tutto il personale della filiale debba rendersi partecipe dell’integrazione della banca sul territorio. È importante, però, che non ci si fermi alla sola integrazione: accanto ai valori sociali e alle capacità relazionali con il cliente, devono essere utilizzati tutti gli strumenti per interagire correttamente nelle dinamiche economiche e sociali che caratterizzano l’area di riferimento». Nei fatti, tutto questo, si traduce nella ricerca di prodotti e servizi che vadano sempre di più incontro alle richieste dei clienti e dei soci della banca. «Con il sostegno di un valido ufficio commerciale – conclude Claudio Farolfi – stiamo già sviluppando nuove iniziative atte a inte-

medie imprese verso il sistema creditizio. Quali effetti scaturiranno da tale iniziativa? «Siamo stati tra i primi ad aderire a questa iniziativa, ma accanto a questa iniziativa ne abbiamo poste altre. Da circa un anno è attiva la convenzione stipulata tra Abi e ministero del Tesoro che ha consentito ai titolari di mutui accesi per l’acquisto dell’abitazione principale, di trasformare la rata variabile in rata fissa. Per i cassintegrati, vi è la possibilità di ottenere fino a 7 mensilità di anticipo del trattamento economico a condizioni di tasso e spese azzerati. È stata avviata un’iniziativa, in collaborazione con l’Associazione EquAzione di Castenaso, per favorire il mi-

grarci con tutti i settori dell’industria e dell’agricoltura. Un forte contributo siamo certi possa giungere anche dai Comitati dei soci. L’obiettivo è quello di instaurare un dialogo incentrato su un pilastro saldo quale quello della lealtà».

crocredito. È proprio di questi giorni, l’adesione al Piano famiglie per la sospensione del rimborso dei mutui ipotecari per i nuclei familiari in difficoltà, che consentirà di ottenere la sospensione del rimborso dei mutui per almeno 12 mesi, anche nei confronti dei clienti con ritardi nei pagamenti fino a 180 giorni consecutivi. L’accordo è divenuto operativo dall’1 febbraio 2010, con riferimento ad avvenimenti accaduti dal gennaio 2009 in poi. A riguardo, abbiamo ritenuto di non fissare il tetto massimo di importo del mutuo, né il tetto di reddito imponibile e di estendere l’iniziativa ai mutui cartolarizzati, anche qualora la società veicolo non aderisca al piano». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 141


PROPRIETÀ INDUSTRIALE Diritti d’autore

Più tutela per il software L’universo della programmazione software si basa sullo sviluppo di idee che spesso non vengono tutelate dal diritto d’autore. Le leggi vigenti proteggono infatti soltanto il prodotto finale. Fabrizio Dallaglio illustra i limiti delle normative Nicolò Mulas Marcello

Ingegner Fabrizio Dallaglio, consulente in proprietà industriale patent@ingdallagliosrl.com

ordinamento italiano, al pari di quello degli altri paesi della Comunità Europea, prevede come tutela giuridica dei programmi per elaboratori, il diritto d’autore. Restano però esclusi dalla tutela accordata dalla legge le idee e i principi che stanno alla base di qualsiasi elemento di un programma, compresi quelli alla base delle sue interfacce. Questo significa che, anche se siamo i primi ad “inventare” un software che permette di svolgere una determinata operazione, non possiamo impedire che chiunque altro sviluppi un programma che faccia la stessa cosa in un modo leggermente differente o con una forma diversa. Il diritto d’autore protegge infatti la semplice forma espressiva e non le idee. Per questo sono in molti quelli che ritengono che la giurisprudenza difenda solo in parte chi svolge il lavoro di programmatore. «La tutela del programma per elaboratore come diritto d’autore - sostiene l’ingegner Fabrizio Dallaglio - è poco adeguata in quanto poco protettiva dello sforzo che l’industria sostiene per la programmazione». Alcuni Paesi come Stati Uniti e Giappone hanno previsto la possibilità di tutelare i programmi per elaboratore come brevetto per invenzione industriale. Nel 2002 Arlene McCarthy, membro inglese del parlamento europeo ha presentato un rapporto all’Ufficio Brevetti Europeo sulle direttive di patentabilità del software. Questa proposta ha portato ad uno scontro ideologico tra piccoli sviluppatori, le associazioni per i diritti

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civili e l’industria che vuole vedere rafforzata la tutela dei propri prodotti. «L’esperienza personale – continua Dallaglio - mi ha portato a constatare che i reati più diffusi in questo settore si verificano quando un programmatore cambia datore di lavoro o si mette in proprio in quanto è portato a sfruttare le conoscenze apprese durante la precedente esperienza lavorativa». Deve considerarsi assolutamente illecita la copia anche se sviluppata dal programmatore stesso in esecuzione delle mansioni lavorative presso il precedente datore. Salvo patto contrario il datore di lavoro è titolare del diritto esclusivo di utilizzazione economica del programma per elaboratore. Nel caso si affidi lo studio del programma a programmatori esterni all’azienda (software house), è estremamente importante stipulare all’atto dell’incarico un contratto che regola il rapporto tra programmatore e azienda. Nel contratto dovranno poi essere specificati la proprietà e i rapporti successivi per lo sfruttamento del programma. «In questo particolare momento una vera e propria cultura del deposito di una domanda di brevetto per tutelare un programma per elaboratore non esiste, posso però confermare che parecchi consulenti in proprietà industriale, a cui si associa anche il sottoscritto, tendono a proporre ai clienti il deposito di entrambe le tutele in quanto, anche se non previsto attualmente della legge si può impostare un brevetto come procedimento per raggiungere uno scopo finale».


SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO

Purificare l’aria una prospettiva di salute e di lavoro Il tema della sanificazione dell’aria è oggi molto sentito, non solo in ambito domestico, ma anche e soprattutto negli uffici e nei luoghi pubblici. A proposito si sta per realizzare il primo sanificatore automatico per climatizzatori che è stato brevettato, con il nome NIKMED. Ne parla Sauro Rossi Eugenia Campo di Costa

l tema della sanificazione dell’aria è molto sentito, sia in ambito domestico sia, soprattutto, negli uffici e nei luoghi pubblici. Il d.l. n. 81del 9 aprile 2008, che regolamenta la sicurezza sui luoghi di lavoro, analizza anche i fattori che rendono insalubre gli ambienti di lavoro, evidenziando, tra i fattori nocivi che sono fonti di inquinamento, anche i condizionatori, rispetto ai quali è particolarmente importante tenere sotto controllo la diffusione di microorganismi. «È stato provato – afferma Sauro Rossi, ad della società HTSE High Technology Solutions Engineering– che gli ambienti chiusi sono più inquinati rispetto agli spazi aperti e che la mancanza di controllo sulle condizioni ambientali può causare disturbi e rischi per la salute». Uno dei lavori più recenti di HTSE riguarda un sanificatore per climatizzatori. «L’idea è partita da tre ragazzi, Nicola Galazzi, Paolo Coletti e Massimiliano Vivarelli, che hanno

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Sauro Rossi, ad della società di San Pietro in Casale HTSE High Technology Solutions Engineering - www.htse.it

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Riqualificazione dell’aria

A sinistra, Massimiliano Vivarelli, Nicola Galazzi e Paolo Coletti, ideatori di NIKMED e, sotto, il progetto del sanificatore automatico

pensato alla sanificazione dei climatizzatori, e hanno deciso di coinvolgere HTSE per la realizzazione del progetto. Stiamo quindi per proporre il primo sanificatore automatico per climatizzatori che nel frattempo è stato brevettato, con il nome NIKMED. Nella realizzazione del progetto, è stata posta molta attenzione sulla scelta dei prodotti sanificanti, per questo HTSE si è avvalsa della collaborazione della dottoressa Sandra Cristino del Dipartimento di Medicina e Sanità Pubblica, Sezione Igiene, dell’Università di Bologna, diretto dal professor Pier Paolo Legnani. La dottoressa Cristino, ad oggi, ha individuato un prodotto assolutamente efficace su batteri e virus e che offre massime garanzie di compatibilità per l’uomo, in ogni caso la ricerca proseguirà perché vogliamo abbinare alle diverse apparecchiature e alle diverse esigenze i prodotti più adatti ed efficaci». A quale fascia di pubblico è destinato questo prodotto? «NIKMED verrà prodotto in tre diverse configurazioni. Il piccolo “Family”, sarà applicabile allo split domestico, quindi tranquillamente utilizzabile da chiunque in casa. Il modello “In box” sarà adatto ai locali pubblici, e il più grande, “Factory”, è studiato per grossi impianti». Quanto conta l’innovazione in un periodo difficile come quello attuale? «Le nuove idee possono sicuramente aprire importanti prospettive di lavoro. La pianura padana, inoltre, è notoriamente una terra fertile, dove anche le idee crescono rigogliose. Per questo la nostra realtà si mette al servizio delle singole idee, non necessariamente nate in azienda, per farle diventare realtà operative. L’innova-

zione è sempre stata la nostra mission». HTSE si orienta oggi nella progettazione e realizzazione di sistemi tecnologici complessi nel campo dell’automazione industriale. «Sviluppiamo internamente, oltre al software, anche tutta la parte hardware, meccanica ed elettronica. Abbiamo realizzato dispositivi innovativi come un sofisticato sistema di visione per il controllo in linea delle difettosità all’interno di tubi e soprattutto, un sistema, completamente automatico, brevettato, per la tracciabilità e l’anticontraffazione». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 145


SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO

La sicurezza sul lavoro non è facoltativa Ancora oggi il numero di infortuni sul lavoro è drammaticamente alto. Gli organi istituzionali, in concertazione con i protagonisti del circuito produttivo, hanno avviato numerosi provvedimenti per garantire la sicurezza delle strutture lavorative e dei lavoratori. Mario Padroni analizza la situazione Simona Cantelmi

In foto, Mario Padroni, portavoce di S&L sicurezza e igiene nei luoghi di lavoro srl con sede a Ravenna - www.sicurezzaoggi.com

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li incidenti sul lavoro sembrano recentemente diminuiti, ma la loro quantità rimane ingente. Per non parlare delle situazioni a margine, purtroppo ancora troppo frequenti, dove i lavoratori vivono una condizione denigratoria e di forte minaccia alla loro salute e incolumità fisica. Occorre fare di più ed è necessario l’impegno di tutti. «La tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro deve divenire una cultura, non uno slogan» afferma Mario Padroni, della S&L di Ravenna, che si occupa di sicurezza e igiene nel mondo del lavoro. È possibile oggi attuare reali cambiamenti della situazione critica vissuta dal mondo del lavoro? «Con l’emanazione del Testo unico sulla salute e sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, d.lgs. 81/2008 e successive modifiche e integrazioni, vi è stato certamente un riordino e un avanzamento legislativo. Ma l’applicazione “in campo” del decreto spesso non è semplice o è parzialmente attuabile, in quanto siamo ancora in attesa di differenti decreti attuativi e di linee guida. La legge costituisce un importante passo in avanti da parte di uno stato membro dell’Unione europea, all’interno del quale, però, ciascuna regione, e in alcuni casi provincia, ha l’opportunità di apportare le proprie modifiche o adeguamenti». In sostanza cosa significa? «In poche parole ciò che può essere corretto, ad esempio, per la provincia di Ravenna, non può esserlo per quella di Forlì o di Bologna; da queste due città in poche ore posso raggiungere le principali capitali europee, ma per svolgere lo

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Una cultura da formare

stesso corso di formazione, con lo stesso programma formativo stabilito dallo stesso decreto legislativo nazionale, devo avere da ciascuna provincia un’autorizzazione con un iter costoso, lungo e non semplice da ottenere». Ciò cosa implica? «Per una società di servizi, ma del resto per ciascuna attività produttiva, ciò comporta una barriera alla libertà di movimento delle idee, alla cultura della sicurezza e a un incremento dei costi. Questo ovviamente rende anche difficilissimo il lavoro dei lavoratori del pubblico impiego, che devono far applicare e rispettare queste normative. Lo stesso ragionamento vale per i regolamenti comunali in ambito edilizio o in ambito provinciale per l’ambiente». Non si può parlare quindi di raggiungimento di un traguardo? «Definirei questa legge una tappa, perché occorre una rilettura del testo e un suo perfezionamento, compito sicuramente non facile per i giuristi che dovranno farlo. L’obiettivo è quello della salute e della qualità della vita non solo in ambito lavorativo». Che tipo di impatto ha provocato l’ob-

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AUMENTO Del numero delle malattie professionali denunciate negli ultimi due anni: un incremento dovuto più all’emersione del fenomeno che a un peggioramento delle condizioni di salubrità negli ambienti di lavoro

bligo al rispetto delle norme enunciate nel Testo unico? «Inizialmente l’impatto maggiore è stato quello delle responsabilità e delle sanzioni, perché la legge ha aggravato l’aspetto punitivo. Se chiediamo a qualcuno di sottoscrivere quanto ha dichiarato, spesso non vorrà assumerne la responsabilità, soprattutto nel caso di un’azienda del settore pubblico». Quali sono le lacune che andrebbero colmate quanto prima per abbassare concretamente le incongruenze del sistema “sicurezza”? «Dopo l’iniziale paura della responsabilità, si è analizzato il Testo unico: alcune parti risultavano e risultano inapplicabili, come ad esempio la valutazione dello stress lavoro correlato o alcune procedure di lavoro. Oggi, dopo quasi due anni dall’emanazione del d.lgs. 81/2008, si comprendono l’utilità e la semplificazione apportata dal Testo Unico, con il correttivo d.lgs. 106/2009 e altre indicazioni. Vi sono stati diversi miglioramenti materiali e tecnici, ma ai fini applicativi c’è ancora da fare». Nonostante l’applicazione dei decreti ministeriali, gli infortuni e le problematiche concernenti il mondo del lavoro, soprattutto in alcune zone d’Italia ad alta densità industriale, non sembrano sortire gli effetti sperati. Per quale motivo? «Come dimostrano i dati INAIL degli ultimi anni in Italia, il numero di infortuni si è ridotto e, tra gli stati membri dell’Unione europea, l’Italia ha dimostrato un forte impegno e decisione nel perseguire questo risultato, che ovviamente e costantemente deve essere miglio- ›› 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 147


SICUREZZA NEI LUOGHI DI LAVORO

In tutti i settori la burocrazia è così elevata che gli imprenditori devono delegare o assumere nuove risorse per continuare a seguire ogni fase: dalla tenuta della contabilità ai rinnovi di permessi o autorizzazioni; dalle buste paga alla stesura di documenti di valutazione

›› rato. Questo grazie all’impegno dei lavoratori, nuove risorse per continuare a seguire quanto dello Stato e dei suoi enti preposti alla prevenzione, protezione e controllo, dei datori di lavoro, delle organizzazioni di categoria e sindacali. Purtroppo il numero delle malattie professionali denunciate è aumentato negli ultimi due anni di quasi l’11 per cento, un incremento verosimilmente dovuto più all’emersione del fenomeno e alla maggiore sensibilità verso un problema spesso sottovalutato che a un peggioramento delle condizioni di salubrità negli ambienti di lavoro». Conseguire l’incarico di R.S.P.P., responsabile del servizio di prevenzione e protezione erogato ai sensi del d.lgs. 81/08, si traduce in una più sicura gestione lavorativa. Quanto è importante la partecipazione del datore di lavoro nella disposizione dei termini di igiene e sicurezza previsti dalla normativa vigente? «È essenziale la partecipazione del datore di lavoro alla realizzazione di un adeguato Servizio di Prevenzione e Protezione (SPP), così come la gestione della sicurezza e salute dei lavoratori. Come accennavo precedentemente, però, la burocrazia in tutti i settori è così elevata che gli imprenditori devono delegare o assumere 148 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

ogni fase. Pensiamo solamente alla tenuta della contabilità, ai rinnovi di permessi o autorizzazioni, alla tenuta delle buste paga, alla stesura di documenti di valutazione. La vigente normativa riconosce l’importanza del datore di lavoro, lo rende il protagonista dei principali compiti, obblighi e sanzioni. Ma in effetti la responsabilità viene ampiamente estesa anche al responsabile del servizio di prevenzione e protezione e, in misura minore, anche al medico competente». Che tipo di specifiche competenze bisogna affiancare al datore di lavoro per la corretta applicazione delle regole descritte nel Testo unico? «Le competenze sono varie secondo l’attività o del problema da affrontare. Sicuramente occorrono sia persone con una formazione specialista sia tecnici con una formazione multidisciplinare. Occorrono anche avvocati, nel caso di questioni legali. Essenziale rimane l’approccio multidisciplinare: spesso ho constatato che persone con un’eccellente formazione letteraria erano in grado di gestire e risolvere differenti problemi, definire progetti e programmi di lavoro».


2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 149


TRASPORTI

La distribuzione di prodotti agroalimentari fa parte di un complesso circuito che, dalla fase produttiva giunge al consumatore attraverso sistemi logistici sempre più innovativi: il servizio Ecocity del Centro agroalimentare di Parma è un modello esemplare di ecosostenibilità urbana. L’esperienza di Andrea Bianchi

L’ecologia conquista anche i sistemi di mobilità urbana

Adriana Zuccaro

ogliere ogni opportunità che i circuiti produttivi globali pongono sul “tavolo del progresso”, significa raggiungere livelli di crescita cui l’Italia, ricca di risorse non solo territoriali, potrebbe di fatto raggiungere. «Ogni settore collegato all’ambiente, alle fonti energetiche e alla logistica, rappresentano il futuro. Occorre quindi fin da ora investire sul know how, affinché le opportunità di crescita e sviluppo e i modelli amministrativi virtuosi si radichino sempre di più nel nostro Paese». L’affermazione del dottor Andrea Bianchi, responsabile del Cal, Centro Agroalimentare e Logistica di Parma, annuncia un nuovissimo progetto di commercializzazione e distribuzione sull’ultimo miglio che, puntando alla riqualificazione della produzione d’impresa, ha coniugato un sistema di smistamento della merce al principio di ecologia del trasporto urbano attraverso l’utilizzo di “furgoncini antitraffico”. Il dottor Bianchi, descrivendo le attività del Cal, spiega le potenzialità del servizio Ecocity quale occasione di sviluppo del mercato agroalimentare italiano. Quali sono le principali strategie gestionali

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attraverso cui il Cal si impegna a rinnovare il mercato di riferimento? «Tutte le attività del Cal sono innanzitutto garantite per sicurezza e qualità attraverso le certificazioni 9001, 14001 e IFS logistic. Per quel che concerne l’attività del mercato ortofrutticolo all’ingrosso, l’ente gestore Cal Parma sta investendo fortemente sulla qualità e sicurezza del prodotto grazie al progetto “Coltofresco”, il nuovo marchio di qualità del Centro Agroalimentare di Parma, che con un protocollo d’intesa e un disciplinare sottoscritto tra produttori,

In apertura il dottor Andrea Bianchi del Centro agroalimentare e logistica di Parma. Segue, il “furgoncino antitraffico” addetto al servizio Ecocity www.calparma.eu


Ecosostenibilità

CAL PARMA OGGI Il mercato ortofrutticolo di Parma fu fondato nel 1965 e trent’anni dopo è diventato C.A.A.P. Nel 2007 assume la denominazione di Cal - Centro Agroalimentare e Logistica, diventando il punto di riferimento sia per tutto il comparto agroalimentare, sia per la logistica dell’ultimo miglio. È una società di gestione a maggioranza di capitale pubblico. Tra i soci, il Comune, la Regione, e la Camera di Commercio di Parma, la Provincia. Oggi, il Centro Agroalimentare e Logistica di Parma, rifornisce circa 250 punti vendita al giorno, conta su 400 clienti fissi, impiega 10 mezzi ecologici alimentati a metano per un totale di 10 quintali di gas al mese

grossisti e dettaglianti finali, mira a garantire la qualità, la genuinità e la freschezza dell’ortofrutta di stagione, commercializzata dai concessionari del mercato». Per quanto concerne la logistica, invece, l’impegno quotidiano va nella direzione di offrire un servizio innovativo, ecologico e altamente tecnologico che decongestiona il traffico urbano e mantiene i costi per i clienti altamente contenuti. Proprio in questi giorni il Comune di Parma e il Cal hanno ricevuto per il servizio Ecocity il premio SUGAR AWARD 2010 (Sustainable Urban Goods Logistics Achieved by

Regional and Local Policies) come esempio di eccellenza nella logistica urbana per le città medio piccole, insieme a Rotterdam per le grandi città. Le linee distributive dei prodotti agroalimentari sono indissolubilmente legati alla rapida deperibilità degli stessi. In che modo il Cal di Parma riesce a offrire un contributo in termini di efficacia e velocità della distribuzione? «Per l’attività della logistica urbana, il Cal Parma gestisce direttamente il servizio Ecocity, garantendo quotidianamente la consegna dell’ultimo miglio a cinque filiere di prodotti, quali alimentare fresco e secco, ho.re.ca., capi appesi e collettame. Il servizio, efficiente e funzionale, utilizza una piattaforma logistica di circa 1500 metri posta all’interno dell’area del Cal. Le merci e i prodotti vengono scaricati e attraverso un sofisticato software, sulla base dei quantitativi, delle tipologie ed esigenze del consumatore finale, si ottimizzano i carichi e i percorsi all’interno del centro storico con mezzi ecologici alimentati a gas metano. Decongestionando il centro storico dal ›› 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 151


TRASPORTI

Ogni settore collegato all’ambiente, alle fonti energetiche e alla logistica, rappresenta il futuro. Occorre quindi fin da ora investire sul know how, affinché le opportunità di crescita si radichino sempre di più nel nostro Paese

›› traffico merci, ottimizzando percorsi, spostamenti e carichi, l’intento è infatti quello di garantire un servizio ecologico». Dall’idea alla messa in opera, quali sono i presupposti che hanno dato il via al progetto dell’Ecocity? «Il progetto Ecologistics da cui nasce il servizio Ecocity del Cal Parma, trova origine nella programmazione del Comune di Parma, che ha il merito di aver regolamentato e definito attraverso un’ordinanza del Sindaco l’accesso e la circolazione delle merci in centro storico. Questo processo, che si è sviluppato in accordo e sinergia con le associazioni di categoria, ha così determinato un afflusso delle merci virtuoso e nel rispetto delle normative ambientali e della vivibilità cittadina». E i resoconti? «Nell’organizzazione e nella distribuzione dei prodotti, il Cal ha avuto il merito di divenire il partner del Comune grazie, prima di tutto, a una piattaforma logistica situata in posizione strategica, vicina alle arterie viarie principali e al tempo stesso a soli dieci minuti dal centro della città, e poi alla “flotta” dei mezzi ecologici, alcuni dei quali anche refrigerati, in grado di incontrare le esigenze di una clientela ampia e variegata. Sono infatti più di 400 i clienti del servizio Ecocity del Cal Parma e spaziano dalla grande distribuzione organizzata, ai trasportatori e corrieri nazionali e internazionali, alle aziende alimentari del territorio, contando nomi e marchi di fama 152 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

internazionale». Di fianco al principio su cui il progetto Ecocity si fonda, nonché l’ecologia, quanto incide il supporto tecnologico insito nella Cal? «All’interno del contesto operativo l’aspetto tecnologico risulta essenziale. Infatti la piattaforma del Centro Agroalimentare conta al suo interno un sofisticato software in grado di ottimizzare carichi e percorsi dei mezzi commerciali, monitorare tutti gli spostamenti interni all’area urbana fornendo dati e rilevamenti a fini statistici e di controllo. Inoltre la piattaforma tecnologica è in grado di fornire tutti i dati relativi alla tracciabilità delle merci per provenienza e dei mezzi ecologici Cal per percorrenza. A tal riguardo è opportuno segnalare che l’osservatorio nazionale per la mobilità urbana, cita sempre il “caso Parma” come modello nazionale per la distribuzione delle merci con particolare attenzione alle filiere agroalimentari. Tuttora molte amministrazioni e città italiane stanno cercando di seguire un modello di city logistic e diverse hanno preso contatto con il Cal Parma al fine di esportare il know how Parma verso altre realtà che mirano al trasporto ecologico sostenibile».


TRASPORTI Carichi pesanti

Spostare carichi pesanti può essere un’impresa facile Esperienza tecnica, innovazione, flessibilità. Sono i valori che permettono di muoversi agevolmente in un mercato di nicchia come quello del sollevamento e della movimentazione di carichi voluminosi e pesanti. L’esperienza di PDN Eugenia Campo di Costa

nnovare. Senza fermarsi davanti alle difficoltà. PDN fondata nel 2004 da Luca Strata continua ad affermarsi sul mercato nazionale e internazionale per la capacità di modernizzare l’industria dei macchinari e delle attrezzature per l’edilizia e le costruzioni civili e navali. L’azienda, si caratterizza infatti per la flessibilità e l’affidabilità nella progettazione e realizzazione di macchine e impianti per il sollevamento e la movimentazione di carichi voluminosi e pesanti. «Il nostro è un mercato competitivo e difficile – spiega l’ingegner Italo Focherini, direttore commerciale di PDN -, basti pensare che in tutto il mondo, non siamo in tanti ad occuparci di macchine di questo tipo». È naturale che, in un panorama così ristretto, la competenza tecnica faccia la differenza. In un periodo come quello attuale, caratterizzato dalla stasi, soprattutto del mercato italiano, la PDN sta lavorando molto all’estero. La collaborazione con varie società internazionali leader nel loro settore, assicura alla società una presenza strategica in varie aree del mondo a maggior sviluppo economico e infrastrutturale, come Cina, India e Far East Asiatico, permettendole di mantenersi sempre competitiva nell’odierno scenario di

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In alto, la nuova gru diesel-elettrica da 150 ton introdotta sul mercato da PDN e un’altra realizzazione di PDN per il settore ponti e viadotti. Sotto, gru gommata da 50 ton per elementi prefabbricati www.pdnequipment.com - pdn_adm@yahoo.it

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economia globalizzata. «A causa della mancanza di sostegni finanziari da parte degli istituti preposti – prosegue l’ingegner Focherini – all’estero siamo un po’ svantaggiati rispetto ai concorrenti stranieri, dal momento che non riusciamo a essere costantemente presenti sul territorio. Le nostre macchine sono comunque molto apprezzate per l’innovazione tecnologica che le contraddistingue». La produzione dell’azienda è in grado di fornire sistemi completi per diversi settori, quali costruzioni civili di ponti e viadotti, industria dei prefabbricati e cemento precompresso, porti, imbarcazioni e cantieri navali, lavori di ingegneria e ammodernamento gru. Recentemente l’azienda ha introdotto sul mercato un nuovo macchinario ; una gru diesel-elettrica da 150 ton per il sollevamento delle imbarcazioni, la prima di questo tipo mai fornita sinora. Un progetto totalmente autofinanziato da PDN. «Una consolidata competenza tecnica – continua l’ingegnere Focherini – ci permette infatti di fornire modelli sempre più aggiornati e innovativi. Proprio l’innovazione e le competenze ingegneristiche hanno permesso a PDN di rimanere sul mercato anche in un momento difficile come quello attuale».


IUS & LEX FILIPPO SGUBBI Limitare il rischio di impresa è possibile attraverso precisi modelli organizzativi

CLASS ACTION Ugo Ruffolo, esperto di diritto dei consumatori, spiega la nuova disciplina dell’azione collettiva

PIETRO ICHINO I ricordi di una vita tra giustizia e politica

LAVORO Le riforme necessarie secondo il giuslavorista Gabriele Fava


RIFORME

Riforme, un diritto non un dovere Riforma della giustizia e lotta alla criminalità. Sono solo due degli aspetti chiave sui quali il governo sta lavorando da mesi, come dichiara il senatore Filippo Berselli, che auspica una partecipazione più attiva dei giovani alla politica Nike Giurlani

giovani devono sapere cosa è il pianeta giustizia e cosa rappresenta». Ed anche per questo che Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato, è stato tra i promotori del Salone della Giustizia di Rimini. Il prossimo traguardo che il senatore del Pdl si augura venga raggiunto entro la fine della legislatura è la riforma della giustizia. «Occorre riformare i codici di rito, ma sono necessarie anche maggiori risorse. Tutti devono lavorare di più». Mentre contro la mafia sono state approvate leggi «particolarmente severe per contrastare seriamente la criminalità organizzata colpendone per la prima volta i patrimoni. Il primo Salone della Giustizia, che si è svolto a dicembre, è stato definito dal presidente della Repubblica “una nuova forma di comunicazione istituzionale”. A chi è diretta questa iniziativa? «A tutti gli operatori della giustizia, agli addetti ai lavori, ma anche ai comuni cittadini che hanno avuto la possibilità di accedere al Salone gratuitamente e di parcheggiarvi altrettanto gratuitamente». Quant’è importante avvicinare i giovani al tema della giustizia? «I giovani devono sapere cosa è il pianeta giustizia e cosa rappresenta. Debbono riconoscersi nei valori della legalità». A dicembre ci sarà la prossima edizione. Quali saranno i nuovi obiettivi? «Cercheremo di dare alla manifestazione un rilievo europeo, tant’è che stiamo lavorando con il ministro Alfano perché si possa realizzare una sorta di G8 della Giustizia con la presenza dei vari ministri della Giustizia dell’Unione europea».

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Qui sopra, Filippo Berselli, presidente della commissione Giustizia del Senato

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Filippo Berselli

A sinistra l Salone della Giustizia; in basso a sinistra l’auto di Giovanni Falcone distrutta nell’agguato di Capaci



La riforma della giustizia era un punto fondamentale del nostro programma elettorale. Quindi è per noi non un diritto, ma un dovere realizzarla



All’interno del Salone c’era anche uno spazio dedicato a Giovanni Falcone: per la prima volta è stata mostrata l’auto distrutta nell’agguato di Capaci, all’interno di un percorso che raccontava la lotta alla mafia. Con la bomba a Reggio Calabria è ritornata la paura. Qual è la situazione in Italia? «Abbiamo approvato leggi particolarmente severe per contrastare seriamente la criminalità organizzata colpendone per la prima volta i patrimoni, cosa che non era mai accaduta in passato». Secondo lei quali sono le priorità che vanno attuate entro breve tempo? «Molto è stato fatto, ma occorre non abbassare la guardia. È necessario un impegno costante anche perché alla criminalità organizzata meridionale ed insulare si è aggiunta quella proveniente dall’estero». Passando alla riforma della giustizia, il vertice di maggioranza ha dato il placet all'emendamento del senatore Giuseppe Valentino, quali gli aspetti modificati? «Abbiamo accolto molte osservazioni critiche delle opposizioni e della stessa maggioranza che avevano espresso forti preoccupazioni di incostituzionalità del testo originario che ora appaiono senz’altro superate. Per quanto riguarda la norma transitoria, le esclusioni soggettive riguardanti gli incensurati e i recidivi e quelle oggettive sulla natura dei reati sono scomparse. Il problema principale è quello rappresentato dai tempi biblici della giustizia italiana. Occorre riformare i codici di rito, ma sono necessarie anche maggiori risorse. Tutti, magistrati, cancellieri e personale amministrativo, debbono lavorare di più. I responsabili apicali dei vari uffici, i presidenti della Corte d’Appello e di Tribunale, i Procuratori generali e i Procuratori della Repubblica, più che scienziati del diritto debbono dimostrarsi buoni organizzatori, come accade ad esempio negli uffici giudiziari di Torino, di Cremona e di Bolzano, dove mancano giudici, cancellieri, personale amministrativo, risorse, ma tutto funziona in modo ottimale». Che tempi prevede per l’approvazione della riforma? «Sicuramente entro la fine della legislatura. Spero con l’apporto dell’opposizione, diversamente con i voti della sola maggioranza dal momento che la riforma del sistema giudiziario era un punto fondamentale del nostro programma elettorale. Quindi è per noi non un diritto, ma un dovere realizzarla». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 159


REATI D’IMPRESA

Limitare il rischio d’impresa è possibile Attraverso precisi modelli organizzativi, un attento organismo di vigilanza e un codice etico è possibile tutelare le imprese dalle sanzioni amministrative previste per i reati d’impresa. Un impegno anche nei confronti degli investitori. La parola a Filippo Sgubbi Nicolò Mulas Marcello

l rischio penale per l’imprenditore o per l’amministratore di società è sempre più elevato, non solo nei casi di dissesto dell’impresa o della società amministrata, ma anche nel caso di ordinaria e fisiologica vita economica dell’ente. I settori in cui il rischio penale si manifesta e si concretizza sono numerosi: reati tributari, reati societari, reati in materia di sicurezza e igiene del lavoro, reati in materia di percezione e gestione di contributi pubblici, reati in materia di ambiente e di rifiuti, per citare i più significativi; oltre alle sanzioni penali che sono previste da innumerevoli leggi che disciplinano i singoli settori di attività imprenditoriale. Per le società quotate, poi, sussiste anche il rischio di incorrere nei reati di abuso del mercato come insider trading e manipolazione del mercato. «Ma c’è un aspetto – sostiene il professor Filippo Sgubbi – che si affianca a questa alluvione di disposizioni penali e che allarma ancor di più gli operatori. Mi riferisco alle tendenze giurisprudenziali che considerano la responsabilità dell’imprenditore o dell’amministratore sempre più come una responsabilità di status, trascurando la ricerca e la prova del cosiddetto elemento psicologico del reato, cioè il dolo o la colpa». Cosa succede alle persone che investono in Spa che dichiarano bancarotta? Come si possono difendere gli investitori? «A mio giudizio, il piccolo risparmiatore dovrebbe stare lontano

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Filippo Sgubbi

Filippo Sgubbi è professore ordinario di Diritto penale nella facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Bologna



Il piccolo risparmiatore dovrebbe stare lontano dall’investimento diretto in strumenti finanziari emessi da una società: si tratti di azioni o di obbligazioni, il livello di rischio è sempre elevatissimo e difficilmente sostenibile



dall’investimento diretto in strumenti finanziari emessi da una società: si tratti di azioni o di obbligazioni, il livello di rischio è sempre elevatissimo e difficilmente sostenibile; in ogni caso occorrerebbe svolgere prima dell’investimento un’attività di informazione molto impegnativa sulla solvibilità e affidabilità dell’emittente. Il risparmiatore dovrebbe orientarsi su fondi comuni ben gestiti o su titoli di Stato o su titoli di enti sovranazionali. Il rischio non si azzera mai, ma almeno si riduce grandemente». L’individuazione dei soggetti attivi del reato di bancarotta rappresenta spesso un problema. Come si comporta la giurisprudenza a riguardo? «Accade di frequente che il procedimento penale per bancarotta, specialmente nella fase delle indagini preliminari, coinvolga tutti indiscriminatamente gli amministratori - delegati e non - ed anche i sindaci. La giurisprudenza è attenta al fatto storico più che alla qualifica formale: in sede di sentenza l’attenzione è concentrata sulle condotte attribuite ai singoli soggetti, prima ancora del ruolo ricoperto. Occorre peraltro ricordare che la condotta che è fonte di responsabilità penale non è soltanto la condotta attiva, ma anche la condotta omissiva: cioè l’aver omesso di controllare l’operato altrui e il non aver impedito pregiudizi alla società, ovviamente avendone l’obbligo giuridico».  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 161


REATI D’IMPRESA

 Il reato di bancarotta societaria connesso all’amministra-

zione controllata è stato abolito. Ci spiega cosa comporta questa abolizione? «La domanda allude a una recente decisione delle sezioni unite della Corte di Cassazione del febbraio 2009. Per contro, i reati fallimentari operano ancora in caso di concordato preventivo, nonostante la profonda riforma di questa procedura intervenuta negli ultimi anni». Secondo una recente sentenza della cassazione per i reati fallimentari non basta più la sola rappresentazione contabile ma serve dimostrare un nesso causale tra dissesto societario e i vari reati. È così? «La riforma del 2002 ha statuito che le false comunicazioni sociali sono punibili a titolo di bancarotta societaria se hanno cagionato o concorso a cagionare il dissesto della società. Va ricordato però che la bancarotta documentale per sottrazione, distruzione, falsificazione delle scritture contabili continua a essere punita come tale quando il fallimento è dichiarato». Con il decreto legislativo 231/2001 la rete delle responsabilità amministrative di un’azienda ha ulteriormente stretto le sue maglie con l’estensione della fattispecie di reato, commesse da manager o dipendenti, che fanno scattare le responsabilità anche dell’ente. Come può un’azienda limitare le proprie responsabilità? «L’ente può esimersi da responsabilità amministrativa adottando, prima del fatto-reato commesso da un dirigente o da un dipendente, un modello organizzativo e munendosi di un organismo di vigilanza dedicato al controllo dell’efficacia e idoneità del modello stesso. In materia di tutela del lavoro, il modello organizzativo ha efficacia esimente se rispetta alcune normative di cui alle linee guida Inail ai sensi dell’articolo 30 del decreto legislativo 81 del 2008». Dalla sua esperienza maturata nelle aule dei tribunali, la giurisprudenza in ambito societario tutela più le imprese o gli investitori? Servono riforme? «Non vi dovrebbe essere contrapposizione: la tutela dell’investitore deriva anche dalla tutela dell’impresa. Le riforme sono state numerose negli ultimi anni ed hanno riguardato anche l’espansione dei poteri di controllo di indagine e di intervento delle autorità di vigilanza, quali la Consob e la Banca d’Italia. Non credo che, perlomeno in ambito penale, vi sia necessità di ulteriori interventi riformatori. Non va dimenticato, comunque, che nel settore del diritto penale dell’economia le regole sono ormai fissate a livello europeo, sì che la quasi totalità della legislazione italiana in materia deriva dalla doverosa attuazione di direttive comunitarie». 162 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

Qui sopra, Palazzo Koch, sede della Banca d’Italia



La condotta che è fonte di responsabilità penale non è soltanto la condotta attiva, ma anche la condotta omissiva: cioè l’aver omesso di controllare l’operato altrui e il non aver impedito pregiudizi alla società, ovviamente avendone l’obbligo giuridico




DIRITTO FALLIMENTARE

Intervenire in tempo Per un’azienda lo stato d’insolvenza è il segnale di una grave crisi finanziaria. Che quasi sempre si conclude con l’attivazione delle procedure fallimentari. Gian Piero Biancolella spiega come in tal caso occorre muoversi per evitare il male maggiore Marilena Spataro

on deve sembrare paradossale, ma anzi appartiene a una prudente condotta da parte dell’imprenditore, quella di presentare egli stesso il ricorso per ottenere la dichiarazione di fallimento, quando non appaiono sussistenti le possibilità di ricorrere alle procedure alternative». È questo il primo consiglio che un avvocato esperto in materia fallimentare come Gian Piero Biancolella, che è stato anche il legale di Callisto Tanzi nel processo Parmalat, si sente di dare a tutti quegli imprenditori che versando in grave crisi, si vengono a trovare nella fase pre-fallimentare. «La presentazione del ricorso da parte dell’imprenditore in stato di insolvenza, unitamente alla non effettuazione di pagamenti nel periodo che precede immediatamente la presentazione del ricorso, è una condotta che viene sicuramente valutata in maniera positiva dalla magistratura e consente di evitare le contestazioni di reati quali la bancarotta preferenziale o il dissesto aggravato, ritardando la richiesta di fallimento» precisa il professionista. Che qui analizza i vari aspetti giuridici della crisi finanziaria d’azienda, indicando la strada più conveniente, ma al contempo la più corretta, per uscirne con il minor danno possibile. Quali sono i prodromi del fallimento e quali gli strumenti giuridici cui ricorrere per evitarlo? «Il presupposto è lo stato d’insolvenza, che consiste nell’incapacità irreversibile da parte dell’imprenditore di soddisfare regolarmente le proprie obbligazioni. La nuova normativa ha però introdotto un principio secondo cui non

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Gian Piero Biancolella è esperto di diritto penale societario e dell’economia. Vari i processi di cui si è occupato nel corso della sua carriera, dal default del Banco Ambrosiano alle vicende legate alla scalata delle banche Antonveneta e Bnl

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Gian Piero Biancolella



Le innovazioni introdotte dalla riforma consentono all’imprenditore di evitare il fallimento attraverso il ricorso a due nuove procedure: il concordato preventivo e gli accordi di ristrutturazione dei debiti



può essere dichiarato fallito l’imprenditore che non abbia svolto attività particolarmente rilevanti sotto il profilo patrimoniale e la cui azienda non abbia avuto, prima della crisi finanziaria, un attivo patrimoniale superiore a 300mila euro o ricavi lordi superiori a 200mila euro, oppure che non riesca a pagare debiti che non superino i 30mila euro. In questi casi il fallimento non è ritenuto utile dal legislatore perché viene a mancare l’allarme sociale connesso allo stato d’insolvenza dell’impresa. Peraltro le innovazioni introdotte dalla riforma del 2006, modificata successivamente nel 2008, consentono all’imprenditore di evitare la dichiarazione di fallimento attraverso il ricorso a due nuove procedure: il concordato preventivo e gli accordi di ristrutturazione dei debiti. Questi due strumenti permettono di presentare al tribunale proposte di soddisfazione parziale dei creditori, con la possibilità di mantenere in vita l’impresa. Il concordato preventivo è invece una procedura concorsuale che permette di evitare la dichiarazione di fallimento, presentando un piano di ristrutturazione di tutti i debiti che preveda pagamenti parziali ai creditori, attraverso diverse modalità operative, compresa la possibile cessione dei beni dell’azienda agli stessi creditori o altre operazioni straordinarie. Ovviamente tale piano deve essere accettato dai creditori. Con l’accordo di ristrutturazione del debito, viene invece stipulato un patto con almeno il sessanta per cento dei creditori, che prevede un pagamento parziale e diluito nel tempo. Tale accordo, oltre che trovare consenzienti i creditori che partecipano all’accordo, dovrà essere accompagnato da una relazione da parte di un esperto che certifichi l’attuabilità del piano e l’idoneità ad assicurare  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 165


DIRITTO FALLIMENTARE

NEL 2009 SEMPRE PIÙ CASI IN AUMENTO 

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ono ben 2.750 le imprese in Italia che nel secondo trimestre del 2009 hanno fatto ricorso alla procedura fallimentare, il che significa che ogni giorno per 30 aziende è iniziato l’iter fallimentare. Il dato emerge da una rilevazione a cura di InfoCamere e mette in evidenza come nel nostro Paese il sistema imprenditoriale sia stato colpito duramente dalla crisi finanziaria ed economica internazionale. Ma le difficoltà sono altresì legate all’accesso al credito, visto che, in base a una rilevazione di Unioncamere, nello scorso giugno un’impresa su cinque ha avuto difficoltà nell’accedere al credito bancario. Il rischio è quello di arrivare a una stretta creditizia che rischia di soffocare l’attività delle imprese, specie quelle medie e piccole, costringendole o a chiudere l’attività, oppure ad affrontare il sacrificio di acquisire nuova liquidità dalle banche con spread più elevati.



Il concordato preventivo è una procedura concorsuale che permette di evitare la dichiarazione di fallimento, presentando un piano di ristrutturazione di tutti i debiti



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il regolare pagamento dei creditori estranei alle intese sopra citate». Quali sono i vantaggi che derivano all’imprenditore dall’attivazione di tali procedure alternative? «Molteplici. Attivando tali procedure non si producono gli effetti civili del fallimento a carico dell’imprenditore quali l’inabilitazione all’esercizio di un’ impresa commerciale, né possono trovare applicazione le sanzioni penali espressamente previste dalla legge fallimentare in caso di declaratoria di fallimento. Inoltre, e questo è sicuramente l’aspetto maggiormente significativo, l’azienda può continuare a operare sul mercato, potendo ritornare in bonis e preservando in tal modo in tutto o in parte i livelli occupazionali». Quali sono in generale gli aspetti più gravi che derivano da un fallimento? «Il fallimento determina per l’imprenditore l’impossibilità di disporre dei beni dell’impresa dichiarata fallita. Ben più gravi le conseguenze penali che potrebbero derivare nelle ipotesi in cui il fallito ponesse in essere condotte di bancarotta, quali ad esempio la distrazione o l’occultamento di beni o la falsificazione delle scritture contabili allo scopo di procurarsi un ingiusto profitto a danno dei suoi creditori. Le pene previste sono particolarmente severe. Inoltre l’imprenditore o gli amministratori della società fallita potrebbero essere personalmente condannati a risarcire con il proprio patrimonio personale i creditori danneggiati, ove venissero accertate responsabilità nella gestione dell’impresa, derivanti da violazioni delle condotte che la legge impone a chi esercita attività imprenditoriali. A ciò si deve aggiungere la sanzione per la durata di dieci anni dell’inabilitazione all’esercizio di un’impresa commerciale e l’incapacità per la stessa durata a esercitare uffici direttivi presso qualsiasi impresa». Si può affermare che il legislatore con la riforma ha inteso in qualche modo recuperare il soggetto fallito? «Certamente. Infatti, la riforma sembra prendere in considerazione la possibilità che un soggetto fallito non venga definitivamente escluso dal contesto sociale produttivo e imprenditoriale, permettendo, a particolari condizioni, il reinserimento di chi è “incappato” in una dichiarazione di fallimento».


CLASS ACTION

Azione collettiva in difesa dei consumatori

«L’azione collettiva non crea nuovi diritti e nuove tutele, ma è un moltiplicatore d’efficienza delle tutele esistenti. È un megafono che amplifica la voce del singolo, impariamo a usarlo». L’avvocato Ugo Ruffolo interviene sulla nuova disciplina dell’azione collettiva

opo una lunga attesa anche in Italia i consumatori possono schierarsi contro le aziende che si comportano in modo scorretto, portandole in tribunale. Si Renata Gualtieri tratta di un’innovazione introdotta dalla Legge sviluppo per tutelare i consumatori e gli utenti che prende il posto dell’analoga disciplina legata alla legge finanziaria per il 2008. Dà ai cittadini la possibilità di unire le forze nell’azione legale collettiva, di ridurre le spese giudiziarie e aumentare il proprio potere. Le azioni di classe che vengono intraprese o preannunciate in questi primi giorni hanno per lo più rilevanza nazionale e interessano il settore bancario e finanziario. La scelta del legislatore di circoscrivere l’applicabilità della nuova azione agli illeciti compiuti dall’agosto 2009 limita il novero delle azioni oggi proponibili. Che cosa prevede la nuova normativa in materia di class action entrata in vigore dal 1° gennaio 2010 e quali sono le differenze rispetto alla precedente stesura della norma? «L’azione di classe, di cui all’articolo 140-bis del codice del consumo, tutela nei confronti delle imprese i consumatori e gli utenti i cui diritti siano stati lesi nell’ambito di contratti seriali o a causa di un prodotto difettoso o non conforme o a causa di pratiche commerciali scorrette o comportamenti anticoncorrenziali. L’azione di classe per certi versi amplia, ma per altri limita la tutela dei consumatori rispetto alla precedente azione collettiva risarcitoria. Ad esempio, ora la legittimazione ad agire in giudizio è estesa al singolo consumatore e non più circoscritta alle associazioni; è stata eliminata una farraginosa divisione in due fasi, giudiziale e conciliativa, del giudizio collettivo; è stata meglio formulata la norma con riguardo agli illeciti contrattuali e al danno da prodotto. Purtroppo è stato ridotto l’ambito di applicazione dell’azione nel settore extracontrattuale e si è stabilito un limite temporale per cui l’azione è esperibile solo per illeciti compiuti dopo il 16 agosto 2009». Come si può avviare un’azione di classe e chi vi può aderire? «L’azione di classe per il risarcimento del danno e le restituzioni può Sopra, Ugo Ruffolo, avvocato e docente universitario è uno dei massimi essere promossa dal singolo consumatore, anche mediante asso- esperti di Diritto dei consumatori

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Il vaglio di ammissibilità dovrebbe corrispondere alla cosiddetta certification della class action statunitense e dovrebbe scongiurare il rischio di pretestuose, “di comodo” o mal gestite.



ciazioni o comitati, e a essa possono aderire, senza ricorrere all’avvocato, e entro un termine fissato dal tribunale, tutti i consumatori che si trovino in una situazione identica. L’atto di adesione va depositato in cancelleria e comporta la rinuncia all’azione individuale. In tal modo la sentenza varrà anche nei riguardi di coloro che abbiano aderito mentre chi non aderisce è libero di agire individualmente contro la stessa impresa». In quale tribunale va proposta la class action? «La nuova azione si propone con atto di citazione dinanzi al tribunale ordinario del capoluogo della regione in cui ha sede l’impresa, con alcune eccezioni: per la Valle d’Aosta è competente il Tribunale di Torino; per il Trentino Alto Adige e il Friuli Venezia Giulia è competente il Tribunale di Venezia; per le Marche, l’Umbria, l’Abruzzo e il Molise è competente il Tribunale di Roma e per la Basilicata e la Calabria è competente il Tribunale di Napoli. Il processo, superato l’iniziale vaglio di ammissibilità, prosegue secondo il rito ordinario e si conclude con sentenza che, in caso di condanna dell’impresa, liquida le somme dovute a coloro che hanno aderito o fissa il criterio di calcolo per la successiva liquidazione». Si possono proporre più class actions per uno stesso problema? «No, nel senso che, una volta promossa un’azione di classe, eventuali ulteriori azioni devono essere proposte entro lo stesso termine fissato dal tribunale per le adesioni dei singoli e vengono comunque “attratte” dalla prima azione e decise dal giudice di quest’ultima. Dopo la scadenza del termine non sono più proponibili altre azioni di classe per i medesimi fatti e contro la stessa impresa». Cosa garantisce l’esame preventivo previsto da parte del  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 169


CLASS ACTION

 giudice e quando un’azione è dichiarata inammissibile?



È importante sottolineare che una piena ed efficace tutela giudiziale dei consumatori non giova solo a loro ma altresì alle imprese che operano correttamente nonché al mercato in generale



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«Il vaglio di ammissibilità, di cui sono stato un fautore in occasione di un’audizione presso la commissione Giustizia della Camera dei Deputati, dovrebbe corrispondere alla cosiddetta certification della class action statunitense e dovrebbe scongiurare il rischio di azioni di classe pretestuose, “di comodo” o mal gestite. Difatti la domanda è dichiarata inammissibile se manifestamente infondata, se sussiste un conflitto di interessi, se manca l’identità dei diritti individuali lesi e se chi agisce in giudizio, e per lui il suo difensore, non appare in grado di curare adeguatamente l’interesse della classe. L’ordinanza che decide sulla ammissibilità è reclamabile dinanzi alla Corte d’Appello». Quali sono ancora oggi i limiti della class action? «L’azione di classe “all'italiana” ha un ambito di applicazione ristretto. Non potendo essere utilizzata a fronte di qualunque illecito plurioffensivo né nei confronti della Pubblica Amministrazione, non si svolgerà in tempi brevi, e prevede la possibilità che il promotore dell’azione venga condannato al risarcimento dei danni qualora l’azione risulti inammissibile e non chiarisce chi debba anticipare le spese necessarie per pubblicizzare e gestire l’azione di classe (l’esecuzione della pubblicità è condizione di procedibilità della domanda) con il rischio di disincentivare i singoli e le associazioni dall’agire. Peraltro lo stesso meccanismo dell’adesione non consente una soluzione “tombale” della controversia in quanto lascia impregiudicato il diritto di agire in giudizio di tutti i consumatori che non abbiano aderito». In che misura l’azione di classe può essere un effettivo strumento per garantire la tutela dei consumatori e un incentivo per migliorare i servizi? «Il problema che si intende risolvere con l’azione di classe è quello delle lesioni seriali. Si tratta di lesioni omogenee che interessano una pluralità di persone ma poiché per ciascuno l'importo del danno è solitamente di scarso valore il singolo danneggiato è di fatto disincentivato dall’agire per ottenere tutela in quanto i costi di una causa individuale supererebbero l’entità del risarcimento. È importante sottolineare però che una piena ed efficace tutela giudiziale dei consumatori non giova solo a loro ma altresì alle imprese che operano correttamente nonché al mercato in generale».


GIUSTIZIA E IMPRESA

L’impresa soffre l’incoerenza normativa L’assenza di coerenza sistematica, secondo il professor Alessandro Melchionda, è una ferita aperta nell’attuale normativa penale dell’impresa. E le aziende, sempre più penalmente responsabilizzate, ne subiscono le conseguenze Andrea Moscariello

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egli ultimi anni lo spazio di rilevanza ed estensione della disciplina penale applicabile alle imprese si è andato progressivamente ampliando. Si tratta di un fenomeno di rapida proliferazione normativa, non sempre ispirato da una linea di coerenza sistematica e chiarezza, che spesso preoccupa e confonde anche gli imprenditori più seri e diligenti. Il problema è ben noto ad Alessandro Melchionda, avvocato penalista con studio a Bologna e professore ordinario di diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Trento. «Certamente, la rapidità con la quale si sono susseguite le più recenti riforme nel campo del diritto penale dell’impresa ha creato molte difficoltà e incertezze agli operatori economici – spiega il legale -. Dal settore del diritto penale del lavoro e della prevenzione infortuni, a quello dell’informatica e della privacy; dall’ambito delle nuove regole sulla governance e il regime dei controlli societari, a quello delle odierni spazi di responsabilità degli enti fissati dal decreto legislativo n. 231/2001. I margini di potenziale “rischio penale” per chi opera nell’impresa sono oggi molto più ampi ed estesi». Per cui occorre un maggiore livello di attenzione? «Stiamo parlando di rischi che, spesso, possono presentarsi anche in assenza di una reale disattenzione o di una superficialità nell’adeguamento degli standard organizzativi e gestionali, dato che sempre più di frequente le conseguenze sanzionatorie vengono collegate a condotte omissive meramente colpose riferite al comportamento di operatori che, non di rado, si vedono investiti di obblighi di vigilanza e controllo che, per chi vive quotidianamente nell’impresa, appare quasi impossibile poter rispettare con la necessaria continuità e coerenza».

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La normativa

DOCENZA UNIVERSITARIA E PROFESSIONE Alessandro Melchionda affronta quotidianamente una normativa in perenne evoluzione. Affermato avvocato penalista del foro bolognese, è inoltre professore ordinario di diritto penale presso la Facoltà di Giurisprudenza di Trento, ateneo in cui è titolare anche dell’insegnamento di diritto penale dell’economia. È anche autore di molteplici pubblicazioni, la maggior parte delle quali incentrate su temi di diritto penale economico. Oltre a operare quale difensore in sede giudiziale, svolge attività di consulenza per numerose imprese e società studio@melchionda.it - www.melchionda.it

In apertura, l’avvocato Alessandro In apertura, Melchionda l’avvocato all’interno del suo Alessandro studio Melchionda di Bologna all’interno del suo studio di Bologna

A fronte di questa evoluzione della normativa penale, quale atteggiamento devono tenere le aziende? «Sicuramente maggiore è l’esigenza di un continuo aggiornamento degli assetti organizzativi, gestionali e produttivi delle aziende e, da questo punto di vista, sempre più avvertita è la necessità di una consulenza rapida, affidabile ed efficace. È in questa prospettiva che, conseguentemente, viene oggi chiamato a operare anche l’avvocato penalista, il quale si vede così investito di un ruolo professionale non più limitabile al solo ambito della difesa in sede giudiziale». Quali sono i punti maggiormente critici della normativa di riferimento e su cui, a suo parere, urge un intervento da parte del legislatore? «L’assenza di coerenza e di coordinamento sistematico è certamente il limite maggiore

delle più recenti riforme. Spesso l’azione del legislatore è oggi sollecitata dalla normativa comunitaria, ma non sempre tempi e modalità di attuazione di questi obblighi sovranazionali riescono a favorire una parallela revisione sistematica di altri settori della normativa italiana che vengono così a risentire di effetti collaterali a tali innovazioni. In questo modo si creano gravi problemi di coerenza interna al sistema normativo nazionale, con conseguenti difficoltà e incertezze, sia nell’interpretazione, sia nella concreta applicazione delle nuove norme». Quanto, una riforma del sistema giustizia, può rappresentare anche una leva per favorire la ripresa economica? «Se la riforma del sistema giustizia riuscirà ad assicurare maggiori certezze, non solo sul piano della coerenza sistematica, quanto anche rispetto ai tempi della risposta giudiziale, il mondo delle imprese non potrà che risentirne in termini favorevoli, con paralleli riflessi positivi anche in relazione al superamento dei recenti problemi di crisi economica». Cosa rappresenta oggi, per un’impresa, la figura del legale? In che modo attualmente il suo ruolo si rivela strategico per questo soggetto? «Come ho già accennato, anche con riguardo al settore prettamente penalistico, il legale assume oggi un ruolo determinante ai fini di una corretta ed efficace amministrazione delle imprese. L’attività di consulenza è infatti fondamentale, non solo per prevenire diretti rischi di responsabilità penale, bensì anche nell’ottica di una necessaria tutela da frodi esterne. Nello stesso tempo, il legame conoscitivo dell’impresa che si viene a creare attraverso una continuità nella attività di consulenza è di fondamentale importanza per una rapida ed efficace impostazione della difesa penale, laddove dovesse porsi l’esigenza di una tutela in sede giudiziaria». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 173


DIRITTO E IMPRESA

Giochiamo d’anticipo sulla stipula dei contratti I L’andamento dell’economia ha fatto comprendere all’imprenditore che la gestione dell’attività aziendale deve essere innanzitutto lungimirante. In quest’ottica il ricorso alla consulenza legale non può essere l’extrema ratio. Anche per quanto riguarda la stipula dei contratti assicurativi. L’opinione dell’avvocato Francesco Costantino Simona Cantelmi

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n questo periodo le aziende e, con loro, gli imprenditori, vivono, chi più chi meno, un periodo di difficoltà dovuto alla crisi economica. Nasce pertanto l’esigenza di saper affrontare al meglio i duri colpi e valorizzare il proprio lavoro. È fondamentale valutare bene costi, vantaggi, eventuali perdite e rischi. In quest’ottica di attenzione e lungimiranza un apporto prezioso all’imprenditore può essere fornito dalla consulenza legale, in particolare per ciò che concerne l’ambito assicurativo, come spiega l’esperto, l’avvocato Francesco Costantino. Sono molti oggi gli imprenditori che si affidano ai consulenti legali al momento di stipulare i vari contratti assicurativi relativi alle loro attività aziendali? «Il ricorso alla consulenza legale al momento della stipula dei contratti assicurativi volti a salvaguardare il patrimonio aziendale non costituisce, purtroppo, un fenomeno diffuso nell’attuale realtà economica italiana. Ciò è dovuto probabilmente a una gestione non lungimirante dell’attività aziendale, in cui il ricorso alla consulenza legale è visto come un’extrema ratio, da intraprendere solo in caso di insorgenza di controversie e non in via preventiva. Ho constatato che le imprese, soprattutto di medie e piccole dimensioni, difficilmente coinvolgono gli avvocati nella fase della redazione e stipulazione dei contratti, ma più spesso si rivolgono ad altre figure professionali come commercialisti o consulenti del lavoro. Ciò avviene per una sottovalutazione del problema o, più spesso, in un’ottica di contenimento dei costi». Quali sono le principali materie per le quali è bene ricorrere a questo tipo di consulenza? «Tutte quelle in cui può essere coinvolta la re-


Contratti assicurativi

L’avvocato Francesco Costantino all’interno del suo studio di Ferrara costanti38@costantinoavvfrancesco.191.it

Le imprese, soprattutto le piccole, difficilmente coinvolgono gli avvocati nella fase della redazione e stipulazione dei contratti, ma solo il legale esperto in materia assicurativa può prevedere quanti e quali sinistri possano effettivamente verificarsi

sponsabilità civile e penale dell’imprenditore, con particolare riferimento agli eventi che possano incidere negativamente sul patrimonio aziendale, come infortuni sul lavoro o malattie professionali, danni arrecati a clienti o alle cose oggetto dei lavori, a terzi nell’espletamento dell’attività aziendale, azioni di surroga o rivalsa degli assicuratori sociali. Ci tengo a sottolineare come sia fondamentale il fatto che l’impresa sia dotata di una copertura assicurativa a 360 gradi, in modo da evitare che eventi accidentali e non facilmente prevedibili possano comportare diminuzioni patrimoniali di un certo rilievo». Quali sono i maggiori vantaggi per gli imprenditori che si rivolgono agli studi legali? «Rivolgendosi al consulente legale, l’imprenditore stipula la polizza con la piena consapevolezza del suo contenuto e, pertanto, può scegliere il prodotto assicurativo maggiormente rispondente alle proprie esigenze aziendali. Solo l’avvocato esperto in materia assicurativa, infatti, può prevedere, in via presuntiva ma con un grado di approssimazione vicino alla certezza, quanti e quali sinistri possano effettivamente verificarsi in relazione al tipo di attività e al volume di affari dell’impresa, quale può essere il loro costo in termini di risarcimento spettante ai danneggiati e consigliare l’inserimento o meno nel contratto di condizioni speciali o garanzie aggiuntive e stabilire l’ammontare del massimale necessario a garantire un buon margine di sicurezza». Perché la figura dell’assicuratore in tali casi deve essere affiancata dall’esperto legale? «Perché l’assicuratore non sempre è tecnicamente preparato per la valutazione dei rischi ›› 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 175


DIRITTO E IMPRESA

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Accade che le aziende, per superficialità o per risparmiare sul premio assicurativo, finiscano con il sottoscrivere polizze “inutili”, proprio perché escludono i rischi che, invece, sono più direttamente connessi all’attività aziendale e, pertanto, più frequenti

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aziendali e a volte può stipulare il contratto in modo non appropriato». E a cosa si potrebbe andare incontro in tal caso? «Ciò comporta la sottoscrizione di contratti che, nel momento in cui si verifica il sinistro, prestano il fianco a eccezioni contrattuali, puntualmente sollevate dal competente ufficio liquidazione e collegate a clausole di polizza superficialmente esaminate». Faccia un esempio. «È il caso delle clausole che escludono dalla garanzia i danni che non abbiano natura accidentale, o di quelle che limitano la copertura assicurativa alla responsabilità civile verso terzi, escludendo quella, di natura contrattuale, nei confronti dei clienti. Accade che le imprese, per superficialità o per risparmiare sul premio assicurativo, finiscano con il sottoscrivere polizze “inutili”, proprio perché escludono i rischi che, invece, sono più direttamente connessi all’attività aziendale e, pertanto, più frequenti». Lei ha proprio creato una struttura impegnata nelle tematiche del diritto assicurativo. Viste le recenti novità e la complessità della materia, come ha scelto di organizzare il tutto? «Per coniugare un adeguato livello di specializzazione con un buon grado di interdisciplinarità, è indispensabile circondarsi di validi collaboratori, col compito di monitorare continuamente le novità legislative e giurisprudenziali nell’ambito di determinate materie, dal diritto del lavoro e responsabilità civile al diritto penale, dal diritto aziendale e dell’economia al diritto di famiglia. Fondamentale è non perdere mai quella visione d’insieme che ritengo necessaria».


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DIRITTO E IMPRESA

L’imprenditore ha responsabilità non trascurabili Sono tanti i fattori che un’azienda deve tenere sotto controllo soprattutto in un periodo contraddistinto da una difficile congiuntura economica. L’avvocato Renzo Oppi ci spiega come la consulenza giuslavoristica sia indispensabile per l’imprenditore

n una società in continuo mutamento e in particolare in una giurisprudenza dinamica come quella che si occupa del diritto delle imprese, mai come oggi il ruolo dell’avvocato è sottoposto a costanti aggiornamenti per poter fare fronte a tutti i cambiamenti che il Nicolò Mulas Marcello mondo imprenditoriale affronta. Pur nella generale flessione dei mercati, «l’avvocato civilista è destinato ad avere più peso ma soltanto se sarà in grado di cambiare pelle nell’interesse dell’assistito. Nell’ambito penale la sua figura è invece già stata fortemente rivalutata soprattutto nella fase iniziale del processo: le indagini difensive e la formazione del fascicolo del difensore hanno ampliato il raggio d’azione e consentito all’avvocato un ampio ventaglio di possibilità nell’interesse dell’assistito». Il resoconto di Renzo Oppi, titolare dell’omonimo studio legale di Ferrara. In che modo i civilisti potranno avere più peso? «Il processo civile rimane la Cenerentola dell’Ordinamento: ci sono stati timidi tentativi di riforma come è avvenuto con l’introduzione del rito societario, poi cancellato. Ma sono interventi non risolutivi. Ad aggravare la situazione ha contribuito anche la pesante crisi economica e la contrazione dei mercati tra cui anche quello legale. Per l’avvocato è quindi fondamentale l’esperienza soprattutto nel settore privato, che consente di comprendere dall’interno la dinamica delle aziende, sia di chi le condurle a vari gradi di responsabilità, sia di chi ne fa parte integrante e sostanziale come dipendente». L’avvocato Renzo Oppi esercita la professione forense in Ferrara presso Quali sono le attenzioni maggiori che deve lo studio di cui è titolare - avv.oppi@tiscali.it

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Lavoro

Oggi l’azienda deve vagliare la professionalità sulla base del rapporto di fiducia, senza tralasciare la voce “costi”. Il tasto è dolente ma va affrontato

avere un’azienda in un periodo di crisi? «Oggi l’azienda deve vagliare la professionalità sulla base del rapporto di fiducia, senza tralasciare la voce “costi”. Il tasto è dolente, ma va affrontato: soprattutto se coniugato con il maggiore impegno richiesto alle aziende, sotto il profilo della sicurezza e della responsabilità amministrativa. Ad esempio il decreto 231 del 2001 ha introdotto meccanismi che non possono essere sottovalutati o, peggio, ignorati. La normativa stabilisce una responsabilità di tipo amministrativo/penale delle società, in caso che determinati crimini siano commessi nel loro interesse, che può arrivare a ritenere che l’amministratore di una società che non adotti un adeguato programma di compliance, vale a dire l’adozione di un modello organizzativo finalizzato a prevenire la commissione di reati per conto della società e quindi l’applicazione delle relative sanzioni a carico della stessa, vìola i doveri derivanti dal proprio mandato ed è responsabile di deficit organizzativo e "mala gestio" nei confronti della società. Un efficace modello organizzativo deve prevedere un’analisi dettagliata del rischio di commissione dei reati elencati, le misure atte a evitarlo e le politiche appropriate. Su questo fronte molto è stato fatto dalle associazioni di categoria (penso ad Assoindustria e alle varie associazioni, anche nel ferrarese), ma molto resta da fare, anche da parte degli avvocati». Qual è l’approccio che l’avvocato deve usare per venire incontro ai mutamenti del mercato? «L’avvocato deve associare teoria e pratica, con

tecnica e sensibilità. Lo scollamento le nuove realtà è sempre più evidente, tanto più in questo periodo in cui si è rinnovato il dibattito, recepito anche dai media, sul contenuto della proposta di legge di riforma dell’Ordinamento forense all’esame delle Camere. Una riforma deve tener conto della necessità di disciplinare il lavoro parasubordinato negli studi, fornire adeguate alternative alla forma associativa professionale e alla società tra avvocati e deve prevedere di utilizzare la pubblicità in maniera corretta e la possibilità di uno sportello presso gli Ordini, al servizio dei cittadini tenendo fermo il principio che il nostro lavoro è per loro e per una migliore amministrazione della giustizia». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 179


DIRITTO E IMPRESA Consulenza legale stragiudiziale

Consulenza ab origine Per la formulazione delle offerte, per la stipula dei contratti e per la loro successiva gestione, oggi le imprese devono necessariamente rivolgersi ad un soggetto competente. La consulenza preventiva è infatti la miglior carta da giocare per evitare imprevisti. L’esperienza di Tiziana Varoli e Matteo Folloni Adriana Zuccaro

Lo studio consulenti legali d’impresa dottoressa Tiziana Varoli e associati ha sede a Parma studiolegale@studiolegalevaroli.it

er le imprese e i liberi professionisti interessati a partecipare alle gare d’appalto, «la gestione della fase contrattuale e l’analisi dei vincoli sottoscritti, per un congruo adempimento degli stessi, deve essere condotta ab origine». Ad affermarlo è la dottoressa Tiziana Varoli dell’omonimo studio associato operante nell’ambito della consulenza legale d’impresa. «Per la formulazione delle offerte, per la stipula e poi la gestione dei contratti, è necessaria una competenza anche giuridica in ordine a queste materie. Per riuscire, infatti, a ottenere l’appalto e per affrontare senza maggiori oneri le difficoltà che l’impresa potrebbe incontrare nell’esecuzione dei lavori, l’unica strategia risiede nella conoscenza delle disposizioni giuridico-contrattuali cui il consulente legale è in grado di esperire in maniera opportuna». Preso atto delle particolari normative che rego-

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lano le gare d’appalto, l’impostazione preventiva del rapporto che si instaura, ad esempio, tra un’azienda e una pubblica amministrazione, deve essere strutturata già dal momento in cui si fa l’offerta e si sottoscrive la presa in consegna dei lavori: «le criticità contrattuali e progettuali immediatamente identificate – spiega la dottoressa Varoli – devono essere denunciate tempestivamente perché, in caso contrario, negli appalti pubblici, il diritto al risarcimento danni andrebbe a decadere». La consulenza legale mira ad arginare i contenziosi o, nei casi in cui non è possibile evitarli, istruendo la causa ab origine, aumenta considerevolmente le possibilità di vittoria: «il consulente legale sostiene e affianca le imprese nella stipulazione di un buon contratto d’appalto; si appella a tutte le normative in vigore per far valere i diritti contrattuali a favore dell’assistito; verifica l’adempimento delle obbligazioni della controparte e, quando non vengono rispettate, ne evidenzia fino i dettagli inattesi». Un’altra importante competenza dello studio riguarda le problematiche annesse al diritto ambientale, cui lo specialista, il dottor Matteo Folloni, spiega che «per quel che concerne gli adempimenti disposti dalle normative Ue, l’Italia rispetto ad altri Paesi, è, in alcuni casi, addirittura all’avanguardia. Il difetto sta nella difficoltà di coordinamento tra le norme interne e quelle comunitarie che spesso provoca contrasti, formulazioni non sempre chiare e che si prestano alle più svariate interpretazioni».


DIRITTO AMMINISTRATIVO

Le nuove frontiere del diritto amministrativo Senza cadere nel pericolo di un generalismo di ritorno, l’avvocato amministrativista non può limitarsi alla frequentazione delle sole aule degli organi di giustizia amministrativa - TAR, Consiglio di Stato, Corte dei Conti -, ma deve raggiungere una sempre maggiore conoscenza anche dei giudizi civili, penali e tributari, dove le sue competenze si rendono sempre più indispensabili

l diritto amministrativo si sta evolvendo. Esiste oggi una molteplicità di settori del diritto amministrativo che spinge gli avvocati di questo settore verso una “iperspecializzazione” o verso un approccio interdisciplinare. Ciò comporta la necessità di un aggiornamento quotidiano da parte del giurista che si cimenta giorno per giorno con una materia così dinamica. Prendiamo in considerazione per esempio il fenomeno molto attuale delle privatizzazioni, in parte imposto Nicolò Mulas Marcello dall’ordinamento comunitario. Tutto ciò che ruota intorno alle privatizzazioni delle imprese e dei servizi pubblici non si limita a trasferire ampi settori dell’economia nazionale dalla regolamentazione di diritto amministrativo a quella di diritto privato. Il diritto amministrativo è stato privatizzato, ma è altrettanto vero che il diritto privato si è sempre più evoluto verso forme di regolamentazione Specializzato in diritto amministrativo e tributario, lo studio dell’avvocato Angelo Scavone, con sede principale a Bologna e recapiti anche a Roma, Ravenna e Verona, conta, amministrativa. Come sottolinea l’avvocato tra l’altro, sull’apporto degli avvocati Silva Gotti e Silvia Braschi - studioscavone@libero.it Angelo Scavone, esperto in diritto amministrativo e tributario, «Basterà un rapido elenco di materie di interesse comune per comprendere che sulla scrivania dell’avvocato amministrativista giungono sempre nuove problematiche dai più lontani settori dell’economia e della società non solo nazionale ma anche comunitaria». Ecco l’opinione del noto legale bolognese, impegnato con numerose imprese e amministrazioni pubbliche nel settore dei contratti e dei servizi pubblici, dell’edilizia, dell’urbanistica e dell’espropriazione per la pubblica utilità. Quali sono le fattispecie più comuni di diritto amministrativo applicato ad altre sfere della giurisprudenza? «Esiste di fatto un diritto amministrativo pe182 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

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Evoluzioni

nale, che si occupa non soltanto dei reati contro l’amministrazione pubblica, ovvero dei reati edilizi, ambientali, contro la sicurezza della salute e del lavoro, ma anche dei reati depenalizzati, come ad esempio gli assegni a vuoto, o in via di depenalizzazione mediante l’irrogazione di sanzioni amministrative. Inoltre il pubblico impiego contrattualizzato richiede una conoscenza del diritto amministrativo che regola l’organizzazione e le funzioni delle pubbliche amministrazioni datrici di lavoro». Come è cambiata quindi questa figura professionale? «La sostanza è che l’avvocato amministrativista deve oramai essere un profondo conoscitore del processo civile, del processo penale e del processo del lavoro, oltreché di quello tributario e contabile».

Ci spiega come? «Le materie che ho elencato conducono l’avvocato amministrativista a perorare cause non soltanto davanti ai giudici amministrativi, ma anche davanti al giudice penale, dove è necessaria non soltanto la conoscenza del relativo codice di procedura, ma anche della complessa rete di relazioni che ruota intorno ai molteplici attori di quel processo, al giudice del lavoro, al giudice tributario, oltreché, naturalmente, davanti a quello ordinario civile». Quindi è necessaria una conoscenza sempre più ampia? «Non solo. In questa evoluzione del diritto amministrativo è insito il rischio del ritorno a una sorta di “generalismo” da cui occorre guardarsi». In che modo? «Essenzialmente muovendosi in due direzioni. Per le questioni più complesse mediante lo sfruttamento di sinergie di “staff” non solo con professionisti specializzati in diritto commerciale, penale, del lavoro, civile, ma anche con commercialisti, ingegneri e geometri. Per le questioni meno complesse occorre raggiungere conoscenze approfondite dei meccanismi che regolano i settori normalmente estranei al diritto amministrativo, ma nei quali oggi tale disciplina è fortemente presente». Insomma un approccio enciclopedico? «Sì, ma con la massima attenzione a non diventare un avvocato “generalista”. Infatti, ciò che contraddistingue l’amministrativista rispetto ad altri professionisti del diritto non è solo l’approfondita conoscenza degli ordinamenti amministrativi, ma anche l’approccio che la sua forma mentis conferisce alla funzione che egli esercita nella comunità forense, giudiziaria e nazionale». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 183


INVESTIRE ALL’ESTERO

Verso un mercato senza L frontiere Con l’apertura verso i mercati esteri il ruolo dell’avvocato sta cambiando. Un buon legale deve essere in grado di fornire al proprio cliente «tutte quelle operazioni preliminari definibili come “business scouting”, finalizzate ad acquisire il maggior numero di informazioni sul Paese », come afferma l’avvocato Antonio de Capoa Nike Giurlani

Antonio de Capoa, presidente della Camera di Commercio italo-libica

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’Italia è da sempre un Paese con forte vocazione all’export», sottolinea Antonio de Capoa, presidente della Camera di Commercio italo-libica. Ma questa apertura verso i mercati esteri ha comportato un cambiamento nella figura dell’avvocato. Quest’ultimo deve, infatti, saper gestire al meglio tutte le operazioni preliminari in moda acquisire il maggior numero di informazioni possibili. L’obiettivo di un buon legare deve essere quello di «suggerire al cliente tutti i migliori passi per compiere una buona pre-negoziazione e una buona negoziazione». Visto il delicato momento economico che sta attraversando l’Italia «l’estero rappresenta necessariamente l’unico sbocco per mantenere o addirittura accrescere le aziende. Per uscire dalla crisi occorre puntare su progetti all’estero? «Senz’altro, vista la situazione italiana, l’estero rappresenta necessariamente l’unico sbocco per mantenere o addirittura accrescere le aziende. Ci sono dei Paesi e delle intere aree geografiche che non risentono della crisi e anzi hanno economie in fortissima crescita, uno straordinario sbocco per i nostri prodotti». Quali sono gli aspetti fondamentali per una buona internazionalizzazione? «Nell’approcciare i mercati esteri è di cruciale importanza effettuare tutte quelle operazioni preliminari definibili come “business scouting”, finalizzate ad acquisire il maggior numero di informazioni sul Paese, passando da quelle sul rischio politico ed economico a quelle sulla situazione del mercato e sui canali distributivi. Ovviamente, a seconda del rapporto che si intende instaurare, andranno esaminati anche gli aspetti normativi, fiscali e doganali». Come si pone l’Italia nei confronti dell’export? «L’Italia ha una forte vocazione all’export. Tuttavia, il nostro Paese, ha sempre sofferto e soffre tuttora della frammentazione degli enti e delle associazioni che si occupano di estero. Il numero elevato di iniziative e di missioni, inoltre, causano la perdita di incisività ed efficacia. L’export è sempre stato caratterizzato da iniziative individuali troppo spesso non precedute da una definizione degli obiettivi, da un budget di spesa, e, soprattutto, da una non adeguata conoscenza dei Paesi stranieri». Quali sono in questo momento i Paesi in cui conviene investire? E i settori? «Io non parlerei di Paesi nei quali investire, ma di opportunità di fare affari, visto il delicato momento economico che stiamo vivendo. Le aree che suggerisco sono: il Continente africano, che


Antonio de Capoa



Vista la situazione italiana, l’estero rappresenta necessariamente l’unico sbocco per mantenere o addirittura accrescere le azienda. Ci sono dei Paesi che non risentono della crisi e anzi hanno delle economie in fortissima crescita



ha nell’insieme un tasso di crescita pari al 7,9 %, in particolare il Nord Africa, tutta l’area del Mediterraneo, i Balcani, l’area Caucasica e alcuni Paesi del Sud America, quali Brasile, Colombia e i Paesi del Patto Andino. Sono, invece, estremamente perplesso sulla Cina, sull’India e, più in generale, sui Paesi dell’Estremo Oriente, area che richiede capacità, mezzi e risorse imprenditoriali notevoli e, quindi, fuori dalla portata delle nostre Pmi. Per quanto riguarda i settori, direi tutti quelli dove l’Italia è tradizionalmente forte e quindi l’agroalimentare, la meccanica, il settore automobilistico e le costruzioni». Com’è cambiato il ruolo dell’avvocato alla luce dell’apertura del mercato verso l’estero? «Sempre di più l’avvocato deve diventare un consulente in grado di suggerire al cliente tutti i migliori passi per compiere una buona pre-negoziazione e una buona negoziazione, in modo da ridurre il più possibile i rischi di un contenzioso. Pertanto, un buon legale, deve possedere anche una solida cultura economica, avere conoscenze approfondite di geopolitica e conoscere le regole fondamentali del commercio internazionale. Non può poi mancare una chiara conoscenza del diritto tributario internazionale e di quello doganale». Quanto è importante l’attività di consulenza prima di  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 185


INVESTIRE ALL’ESTERO

 investire fuori dai confini nazionali? «L’attività di consulenza è di cruciale importanza, prima di effettuare qualunque tipo di operazione all’estero, non solo di investimento. Una non corretta o inadeguata conoscenza delle regole, degli usi, della prassi e della situazione di un Paese straniero possono portare a compiere delle operazioni completamente sbagliate o ad assumere rischi inadeguati. Uno degli errori che, ad esempio, si commette più frequentemente è quello di cercare di applicare nei rapporti contrattuali la legge italiana. Infatti, in tantissimi casi, proprio per ignoranza, non ci si accorge che esistono norme inderogabili, che si applicano sempre e comunque, anche a prescindere che il rapporto sia assoggettato alla legge italiana. Basti pensare ai contratti di agenzia, di distribuzione, al diritto societario e ai diritti di proprietà intellettuale». Qual è la fase più critica dal punto di vista contrattuale? «Sicuramente la negoziazione. Un approccio sbagliato, una non sufficiente conoscenza del quadro normativo, ma soprattutto delle abitudini, delle usanze e anche della normativa tecnica possono portare a non concludere l’affare o a concluderlo in maniera errata o a non essere in grado di adempiere in maniera corretta. Un esempio per tutti: una delle normative più sconosciute e quindi non applicate è quella che riguarda il trasferimento di tecnologia a duplice uso, ovvero la vendita e/o comunque la messa a disposizione di prodotti, di software o di conoscenze che possano avere valenza non solo civile, ma anche militare. L’errore è quello di pensare che i propri prodotti, essendo destinati a uso civile, non possano avere valenza diversa. Questa normativa sul duplice uso, che è comunitaria, si applica a tutti i Paesi extra-Ue ed extra-See, cui si aggiungono altri sette Stati, tra cui gli Usa e il Canada, il che equivale a dire che si applica a tutti i paesi del pianeta, eccezion fatta per 37 Paesi tra cui il nostro. Il concreto rischio che quotidianamente le imprese italiane corrono è quello di vendere i propri prodotti o servizi pensando di essere in regola quando in realtà la situazione non questa». In questi giorni è previsto un incontro con il primo ministro libico. Quali sono gli obiettivi? «L’incontro è rivolto a quegli imprenditori che sono interessati a intrattenere rapporti stabili nel Paese, nei settori delle costruzioni, del turismo e dell’industria. Obiettivo dell’incontro è quello di fare conoscere agli imprenditori le enormi potenzialità del Paese e quindi agevolare la prima presa di contatto con le istituzioni e con il mondo delle imprese libiche». 186 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010


FINANZA PUBBLICA

Vigiliamo sui soldi dei cittadini italiani Massima utilità d’azione a esclusiva tutela dell’interesse dei cittadini attraverso l’uso corretto delle risorse pubbliche, italiane e comunitarie. Questa la missione istituzionale della Corte dei Conti attraverso le parole del presidente Tullio Lazzaro che al contempo chiede «autonomia, indipendenza e mezzi finanziari adeguati» Alessandro Cana

a Corte dei Conti è uno dei più importanti istituti previsti dalla Costituzione a tutela della finanza pubblica. Attraverso la funzione di controllo, infatti, la Corte garantisce a tutti i contribuenti che i soldi versati attraverso le imposte siano realmente e adeguatamente utilizzati per il bene della collettività. Questo controllo ha anche l’effetto di divenire forte elemento di contrasto all’utilizzo di denaro pubblico per arricchimento personale da parte di pubblici funzionari. Dai dati dell’attività dei magistrati contabili, diffusi in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario, è emerso che nella Pubblica amministrazione è ancora troppo diffusa la corruzione. Sono molte le iniziative assunte dalla magistratura contabile in questo ambito, tra cui la convenzione con il ministro della Funzione pubblica Renato Brunetta, finalizzata allo scambio di informazioni in funzione di una migliore lotta al fenomeno. «La Corte è realmente al servizio

L

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dei cittadini – sottolinea il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro – ed è essenziale che questi la percepiscano, nella sua complessità, ma unitarietà di funzioni come uno strumento di difesa insostituibile per la comunità». Lei ha sottolineato come alla Corte occorrerebbe indipendenza finanziaria per essere più credibile e indipendente dall’esecutivo, come sancisce la Costituzione. Quale strada suggerite per raggiungere questa indipendenza finanziaria?

Qui sopra, il presidente della magistratura contabile Tullio Lazzaro durante l’inaugurazione dell’anno giudiziario 2009 alla Corte dei Conti


Tullio Lazzaro

«L’indipendenza finanziaria è un requisito richiesto a livello internazionale dall’Intosai, un’organizzazione internazionale che riunisce le istituzioni superiori di controllo, ossia le corti dei conti e gli organi analoghi dei vari stati. E l’Intosai ne fa proprio un’essenziale questione di principio. D’altra parte tutte le corti dei conti o gli istituti similari del mondo occidentale godono di indipendenza finanziaria. Che non significa facoltà di imporre tasse o di batter cassa, ma ricevere risorse finanziarie dal parlamento e non dal governo. Questo vogliamo.

Non chiediamo di determinare da noi di cosa abbiamo bisogno, poiché questa funzione è riservata al parlamento come avviene in tutti i paesi occidentali». Chi finanzia oggi la Corte dei Conti? «Il ministero dell’Economia, ma noi vorremmo che a farlo non fosse l’esecutivo, ma il potere legislativo». Perché ritenete le risorse a vostra disposizione insufficienti per un corretto svolgimento della vostra funzione? «Le risorse sono sufficienti o insufficienti in relazione a ciò che si vuole realizzare. È chiaro che man mano che aumentano le nostre funzioni, e quindi ci si impone di avere maggiori mezzi strumentali e di personale, abbiamo bisogno di maggiori risorse finanziarie. Basti pensare che oggi noi abbiamo il controllo su tutto ciò che avviene nelle Regioni e nei Comuni e spesso dobbiamo lesinare nel fare le ispezioni nei controlli di gestione perché le risorse sono scarse. La pubblica amministrazione deve avere adeguate risorse strumentali in uomini e mezzi, ma deve puntare anche su un apparato più agile e più snello. L’obiettivo è raggiungere una maggiore efficienza a parità di costi e di evitare che a funzioni ridotte possa corrispondere non una diminuzione, ma addirittura un aumento del numero degli addetti». Quali sono oggi le garanzie di professionalità necessarie a un efficace funzionamento della Corte dei Conti? «La professionalità per i magistrati è garantita da un concorso di accesso estremamente rigoroso. Poi ogni magistrato si specializza nel ramo che gli viene più congeniale. A tal proposito, vorrei sottolineare che noi investiamo moltissimo, anche in termini di risorse finanziarie, in ciò che concerne il perfezionamento professionale dei magistrati. Abbiamo un seminario permanente che cura proprio questo aspetto e, per fornire ai magistrati questa opportunità, attiviamo convenzioni con enti esterni che ci possano in qualche modo aiutare in tal senso». Come è tutelato il ruolo della Corte dei Conti dalla Costituzione e dalla legislazione  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 189


FINANZA PUBBLICA

 italiana e quanto è mutato negli ultimi anni?

«Il ruolo della Corte è garantito dagli articoli 100 e 103 della Costituzione. L’articolo 100, in particolare, stabilisce che la Corte eserciti il controllo preventivo di legittimità sugli atti del governo e anche quello successivo sulla gestione del bilancio dello Stato. L’articolo, inoltre, prevede l’importantissima funzione ausiliaria di questo organo. Si è discusso se essa debba essere intesa ausiliaria verso il parlamento o verso il governo, in realtà, va considerata ausiliaria verso entrambi, poiché il governo è espressione del parlamento. La Corte ha giurisdizione nelle materie di contabilità pubblica e nelle altre specificate dalla legge; partecipa al controllo sulla gestione finanziaria degli enti a cui lo Stato contribuisce in via ordinaria e riferisce direttamente alle Camere sul risultato del riscontro eseguito. A tutela delle sue funzioni, la Costituzione prevede che ci sia garantita l’in-

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dipendenza tanto dai magistrati quanto dal governo, il modo tale da assicurare la massima obiettività». Che cosa prevede nel dettaglio questa legge? «In seguito a questa legge, la Corte dei Conti può effettuare controlli su gestioni pubbliche statali in corso di svolgimento. Laddove accerti gravi irregolarità gestionali, oppure deviazioni dagli obiettivi stabiliti, la Corte ne individua le cause e provvede a darne comunicazione al ministro competente affinché interrompa l’erogazione delle somme ed eventualmente ne disponga un uso diverso. Queste norme conferiscono alla Corte un ruolo di estrema importanza, che verrà affinato nei prossimi mesi giacché la legge è recente e occorrerà un po’ di tempo affinché venga ottimizzata. A livello consultivo, invece, si potrebbe fare qualcosa in più». In che senso? «Le leggi già esistenti prevedono che i presidenti delle due Camere possano chiedere alla Corte un parere sulle conseguenze finanziarie che deriverebbero da conversione in legge di decreti legge. Allora perché non dare lo stesso potere al presidente del Consiglio? In questo modo si avvantaggerebbe di un ruolo consultivo utile al governo che oggi è il vero motore dell’attività legislativa. Questa potrebbe essere un’opportunità importante perché servirebbe a prevenire eventuali problemi per il bene del Paese». Quanto può essere fondamentale in una congiuntura economica negativa come quella che stiamo attraversando il ruolo della Corte dei Conti nell’accertare presunte violazioni finanziarie? «La crisi economica ha investito tutto il mondo. È stata una crisi molto profonda, anche se adesso ci sono confortanti segnali di miglioramento. In questa situazione, quello che la Corte può e deve fare è accertare sempre di più che da ogni euro di spesa si tragga il massimo risultato possibile».


PROTAGONISTI

Historia magistra vitae una dinastia in toga Il giuslavorista Pietro Ichino si racconta. Dai ricordi di bambino nello studio del padre, all’incontro con don Milani che lo ha cresciuto secondo i suoi insegnamenti morali. Entrato da ragazzo nello studio di famiglia, oggi è un professionista apprezzato e rispettato. Ma qualche volta ripensa alla spensieratezza dei disegni sulla carta carbone Giusi Brega

Nella foto, Pietro Ichino, giuslavorista e, dal 1991, professore ordinario nell’Università statale di Milano

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ffermato e riformista, Pietro Ichino ha respirato aria di diritto sin da bambino. Con entrambi i genitori e due nonni avvocati era difficile scappare da questo destino. Anche se ci ha provato, accarezzando per un attimo il sogno di andare all’estero a studiare economia politica. Oggi è uno dei giuslavoristi più stimati del Paese. E fa parte di uno studio che ha oltre un secolo di storia. Tanti i protagonisti, molti illustri, che vi hanno operato. I due protagonisti maggiori, fino agli anni Cinquanta, sono stati Vermondo Brugnatelli, che fu anche presidente del Consiglio dell’Ordine di Milano, e Camillo Giussani. Quest’ultimo era stato prima collaboratore, poi erede testamentario del titolare precedente dello studio, il senatore Luigi Rossi, il quale aveva tenuto a battesimo la Banca Commerciale italiana nel 1894. «Abbiamo ancora in studio una copia dell’atto costitutivo originario», sottolinea Ichino. Altri tempi. «Ma anche un altro modo di esercitare la professione forense. Camillo Giussani, oltre che un grande avvocato, riusciva anche a essere un raffinato cultore della letteratura latina e traduttore di Lucrezio. E fu pure per molti anni presidente della Banca Commerciale italiana». Professore, qual è il suo primo ricordo dello studio? «È un ricordo di quando ancora non andavo a scuola, lo studio era ancora al piano terra di via Bigli 21 e mio padre era il giovane

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Pietro Ichino

braccio destro del nonno Carlo Pellizzi. C’erano le grandi e pesantissime macchine per scrivere e le copie si facevano a sei per volta sulle veline con la carta carbone. Quella stessa carta che mi veniva data per un disegno a ricalco, cosa che mi pareva straordinariamente eccitante, mentre aspettavo che i genitori si liberassero dagli impegni». La sua scelta di intraprendere gli studi giuridici è stata spontanea o in qualche modo suggerita dalla famiglia? «Con entrambi i genitori e due nonni avvocati, il diritto lo si respirava in casa. Io, però, feci la scelta un po’ strana di iscrivermi a giurisprudenza facendo anche qualche esame di matematica, con l’idea di andare poi all’estero a studiare economia politica. Sennonché con i codici, il diritto romano e la filosofia del diritto fu amore a prima vista. Così, della scienza economica mi sono poi sempre occupato soltanto da dilettante». Dunque, subito nello studio di famiglia? «No, non andò così. Prima ancora di laurearmi, già nel 1969, andai a lavorare alla Fiom-Cgil, in una zona della periferia a nord di Milano. Poi, dal 1974 passai al coordinamento dei servizi legali della Camera del lavoro di Milano, dove lavorai fino alla fine degli anni Settanta». Come la presero i suoi genitori? «Credo che ci abbiano un po’ sofferto, ma rispettavano la mia scelta. Del resto, dovevano aspettarselo, dal momento che sono cresciuto seguendo il pensiero civile e morale di don Lorenzo Milani che loro stessi mi avevano fatto conoscere e frequentare». Poi, però, nello studio di famiglia ci è entrato. «Molto più tardi. Nel 1979 venni eletto al parlamento nelle liste del Pci. Quattro anni dopo, lo stesso partito pensò bene di non  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 193


PROTAGONISTI





Con entrambi i genitori e due nonni avvocati, il diritto lo si respirava in casa. Io, però, feci la scelta un po’ strana di iscrivermi a giurisprudenza facendo anche qualche esame di matematica, con l’idea di andare poi all’estero a studiare economia politica. Sennonché con i codici, il diritto romano e la filosofia del diritto fu amore a prima vista



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rieleggermi, perché già allora ero un po’ troppo “fuori linea”. Ma nel frattempo avevo vinto il concorso per un posto di ricercatore all’Università. Nel 1986 vinsi il concorso a cattedra e venni chiamato a Cagliari. Fu allora che incominciai, nel tempo libero dall’insegnamento in Sardegna, a frequentare lo studio che nel frattempo si era trasferito in via Manzoni 14, proprio accanto alla Banca Commerciale italiana, che era sempre stata fino ad allora la sua cliente più importante». Come si è evoluto lo studio dal suo ingresso a oggi? «Allora eravamo sei associati, con pochi collaboratori. Con il mio ingresso, lo studio incominciò a suddividersi in due sezioni, una specializzata nel diritto commerciale e civile, l’altra nel diritto del lavoro. Nel 1988 ci trasferimmo nella sede attuale, in via Mascheroni 31, e da allora fu un’espansione continua: oggi siamo una trentina di avvocati; e lo studio occupa quattro piani del palazzo». Che cosa è cambiato e cosa invece è rimasto invariato? «A garantire il collegamento con le radici antiche sono rimasti i due decani. Enrico Brugnatelli, figlio di Vermondo, di fatto a capo del dipartimento commercialistico e civilistico, anche se lo studio non ha una struttura gerarchica; Enrico è una persona straordi-


Pietro Ichino

In alto, l’avvocato Guglielmo Burrogato che si occupa prevalentemente di consulenza e contenzioso; al centro, l’avvocato Enrico Brugnatelli la cui attività prevalente è in campo bancario e parabancario; in basso, l’avvocato Francesca Ichino Pellizzi, madre di Pietro Ichino, per molti anni giudice onorario al Tribunale dei minorenni e ancora molto attiva nel campo del diritto di famiglia

naria per la sua generosità, modestia e al tempo stesso esperienza professionale e umana. L’altro decano è mia madre, Francesca Pellizzi, che è stata per molti anni giudice onorario al Tribunale dei minorenni ed è ancora molto attiva nel campo del diritto di famiglia, dove esercita la professione prevalentemente a titolo gratuito, o quasi. Certo, il modo di lavorare degli appartenenti alla mia generazione e a quella successiva è molto diverso da quello tradizionale a cui loro erano abituati, ma cerchiamo di conservare lo spirito originario e loro ci sono preziosi per questo». C’è una filosofia che sottende l’operato dello studio? «Forse filosofia è una parola troppo grossa. Però c’è un’eredità che cerchiamo di coltivare. Innanzitutto una tradizione di amicizia e aiuto reciproco tra i membri dello studio: finora siamo sempre riusciti a evitare qualsiasi attrito nell’organizzazione, nella divisione del lavoro, degli utili e dei costi. Poi la ricerca di rapporti paritari tra colleghi, con l’impegno di promuovere il prima possibile i giovani alla prima linea: cosa per nulla scontata negli studi di dimensioni medie o grandi. Una cura particolare delle pari opportunità di genere e della conciliazione del lavoro con la maternità: non è un caso che il numero delle avvocatesse sia sempre stato all’incirca pari rispetto a quello degli avvocati. Ma soprattutto l’attenzione a privilegiare sempre l’interesse dei clienti rispetto al nostro». Che cosa intende dire? «La nostra professione, come quella del medico, è caratterizzata da una forte asimmetria informativa tra il professionista e il cliente: accade molto sovente che il primo si trovi di fatto a poter scegliere tra il comportamento che rende di più a lui stesso e quello che rende di più al cliente. È un vero e proprio conflitto di interessi, talvolta acuto». Per esempio? «In molte situazioni, l’avvocato di fatto può decidere liberamente se scegliere una via più lunga e complessa, che a lui rende di più, o una via più semplice e diretta che rende di più al cliente. Se scrivere un parere o una memoria di dieci pagine, quando effettivamente ne bastano due. Se cercare di tranquillizzare il cliente prendendo su di sé le sue ansie o presentargli il suo caso a tinte fosche per alzare il prezzo. Se privilegiare l’interesse del cliente o una malintesa solidarietà tra colleghi avvocati, che può sconfinare nella collusione tra legali delle parti contrapposte per “arricchire il piatto”. Qui la sola garanzia per il cliente è data da una forte tensione etica del professionista; ed è questa tensione che cerchiamo di tener viva e coltivare, incoraggiandoci a vicenda su questo terreno ed educando a questa scelta i giovani collaboratori, come noi fummo educati da chi ci ha preceduti. Anche quando, come talvolta accade, questo comporta un vero e proprio sacrificio: sceglierlo insieme, e condividerne il peso e l’orgoglio, è più facile che farlo da soli». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 195


MERCATO DEL LAVORO

Il mercato del lavoro U va riformato La congiuntura economica ha fatto sì che le aziende razionalizzassero i costi e attuassero incisive ristrutturazioni aziendali. Lasciando in eredità una preoccupante situazione del mercato del lavoro. Gabriele Fava, giuslavorista, indica la strada: «Occorre una globalizzazione del diritto del lavoro e del welfare» Giusi Brega Nella pagina accanto, Gabriele Fava, socio fondatore di Fava & Associati

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n milione di posti in meno entro la fine del 2010. Questo è quanto prevede Confindustria in via del tutto ottimistica rispetto alle stime della Cgil, secondo cui saranno invece 2,9 milioni i lavoratori che nel prossimo anno si troveranno senza occupazione. «L’attuale crisi globale produce dei riflessi anche e soprattutto nel mercato del lavoro, quello che più direttamente riguarda e preoccupa i cittadini italiani» sottolinea Gabriele Fava, socio fondatore dello studio Fava & Associati, uno dei più autorevoli giuslavoristi presenti nel panorama nazionale. Qual è la situazione del mercato del lavoro oggi? «In questo periodo di crisi, oltre alla razionalizzazione dei costi delle strutture produttive, si deve spesso ricorrere a riorganizzazioni e ristrutturazioni aziendali o di gruppi aziendali. Se, infatti, in un primo momento la crisi produttiva e finanziaria ha spinto il legislatore ad adottare misure di sostegno alle imprese, con una serie di interventi normativi diretti a perseguire un’estrema semplificazione delle procedure amministrative per la concessione degli strumenti di sostegno al reddito, ora sono altre le strade da percorrere che guidano alla ripresa». Gli ammortizzatori sociali possono aiutare a contenere l’emergenza? «Gli ammortizzatori sociali sono, infatti, interventi contingenti che hanno una durata limitata nel tempo e che probabilmente si sono, finora, dimostrati utili. Cassa integrazione ordinaria, straordinaria, cassa in deroga, mobilità, contratti di solidarietà e così via, hanno, però, solo anestetizzato il conflitto sociale, con la conseguenza che nei prossimi mesi la situazione occupazionale potrebbe esplodere. In assenza di una riforma strutturale e stabile che offra tutele ai lavoratori una volta scaduti i termini per le proroghe e la concessione degli ammortizzatori sociali, le aziende si stanno indirizzando verso altre soluzioni per resistere sul mercato. La ripresa economica risulta, pertanto, caratterizzata da numerose operazioni di ristrutturazione e riorganizzazione, che sempre più spesso sfociano in operazioni di downsizing, delocalizzazione e outsourcing». In questa nuova prospettiva, qual è il ruolo dell’avvocato? «In questo contesto complicato si inserisce il valore dell’assistenza di uno studio legale specializzato in diritto del lavoro: osservatorio privilegiato sul mondo aziendale, lo studio affianca le aziende nell’elaborazione ed implementazione del


Gabriele Fava

piano riorganizzativo, nell’assistenza e conduzione di tutte le relazioni industriali, occupandosi delle formalità di apertura e introduzione delle attività di ristrutturazione aziendale, delle dichiarazioni tecniche da rilasciare alla stampa dal punto di vista etico-giuridico e, infine, a seconda dell’esito delle operazioni, di tutti gli atti conseguenti». Quali sono le esigenze dei clienti? «I clienti si rivolgono al nostro studio con la certezza di ricevere un’assistenza completa che li accompagni nell’individuazione dell’assetto economico e organizzativo che meglio soddisfi le esigenze del mercato e ne garantisca non solo la sopravvivenza nello stesso, ma anche lo sviluppo. Operazioni quali ristrutturazione, riorganizzazione e delocalizzazione sono all’ordine del giorno in questo momento; sono questi gli strumenti che stanno accompagnando le imprese verso la ripresa economica, in attesa di riforme strutturali da parte del Governo». Ha parlato di delocalizzazione. Crede possa essere una buona soluzione al problema? «Molte multinazionali straniere lasciano l’Italia. Ciò accade dal settore della telefonia all’industria farmaceutica, dalla meccanica all’informatica. D’altra parte, tante aziende nostrane stanno delocalizzando molte delle proprie strutture produttive e commerciali verso l’est Europa e verso l’Asia. Le aziende spostano all’estero le unità produttive al fine di ottimizzare i costi di produzione, quindi, in questo momento, si delocalizza per necessità, cioè per stare al pari passo con la concorrenza. È chiaro che siamo di fronte ad una trasformazione del tessuto produttivo del nostro paese. Il problema è che questa trasformazione sta avvenendo in maniera del tutto “spontanea”, senza controllo da parte del governo nazionale. La crisi è, dunque, occasione per un “fuggi-fuggi” generale che porterà il secondo paese manifatturiero d’Europa a perdere le sue capacità produttive. Ma a favore di chi o di che cosa? Siamo sicuri che la delocalizzazione sia un bene?». Qual è la risposta a queste domande? «L’esperienza di molte aziende italiane in Cina, ad esempio, non ha soddisfatto le aspettative. Da Paese ad economia pianificata e scarsamente produttiva, la Cina è divenuta quello a più alto ritmo di crescita del Pil e della domanda interna. La Cina non è più vista oggi come mercato di sbocco, ma anche e soprattutto come potenziale mercato di produzione e di investimento. Non sono poche, però, le problematiche riscontrate dalle imprese nell’approccio in un mercato complesso 



Downsizing, delocalizzazione e outsourcing: in questo contesto si inserisce il valore dell’assistenza di uno studio legale specializzato in diritto del lavoro



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In assenza di una riforma strutturale e stabile che offra tutele ai lavoratori una volta scaduti i termini per le proroghe e la concessione degli ammortizzatori sociali, le aziende si stanno indirizzando verso altre soluzioni per resistere sul mercato





come quello cinese: lontananza geografica, scarsa protezione del know how e dei diritti di proprietà intellettuale; difficoltà a localizzare il sito ottimale dove effettuare l’investimento; quadro legislativo di riferimento lacunoso e in alcuni settori, come quello del diritto del lavoro, in via di formazione; norme locali talora non in linea con le norme centrali». Cosa consiglia, allora? «Piuttosto che un’internazionalizzazione produttiva sarebbe più opportuno puntare ad un’internazionalizzazione commerciale e contrattuale. Creare aziende all’estero, tenendo come base quella di casa, diversificando le produzioni, iniziando ad interessarsi al sistema della distribuzione mondiale dei prodotti italiani, imponendo i propri prodotti con una rete ben organizzata, concludere accordi di cooperazione. Questa credo sia la soluzione più immediata al problema». Quali soluzioni propone, invece, sul lungo periodo? «Nel lungo periodo, occorrerebbe una globalizzazione del diritto del lavoro e del welfare. Costruire una sorta di nucleo di base di diritti minimi, da imporre a livello internazionale, come condizione per il commercio. Bisogna porre, dunque, dei freni al libero mercato. L’Unione Europea basandosi sull’idea del libero mercato, è diventata sì un gigante a livello mondiale, ma anche debolissima, esponendosi al rischio che il capitale si collocasse altrove. Sull’economia italiana, inoltre, come ha sottolineato la Commissione europea nelle sue ultime previsioni, pesano alcune debolezze strutturali, che devono essere risolte per favorire una crescita che non si riveli solo “moderata”. Gli sforzi di questi mesi sono solo riusciti ad alleviare le conseguenze più immediate del problema. Servono, ora, interventi strutturali per irrobustire il nostro sistema economico, in modo da contrastare la stessa crisi congiunturale e affrontare i mercati in modo più competitivo». 198 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010


EVASIONE FISCALE

Contro l’evasione per lo sviluppo L’evasione fiscale è una pratica molto diffusa e trasversale a tutte le categorie. Sono, infatti, quasi seimila gli evasori totali. Con gravissime ripercussioni sul nostro sistema economico. La Guardia di Finanza è in prima linea nella lotta al fenomeno. Come sottolinea il comandante Cosimo d’Arrigo che assicura: «Stiamo intensificando i controlli» Alessandro Cana ei primi dieci mesi del 2009 sono stati scoperti e verbalizzati redditi sottratti a tassazione per 27,5 miliardi di euro e Iva evasa per 5 miliardi di euro. A questi numeri si devono inoltre aggiungere rilievi Irap per 17,5 miliardi di euro, dato quest’ultimo già superiore a quello dell’intero 2008. In questo contesto, gli evasori totali individuati sono stati 5.847 e, per di più, sono in sensibile crescita anche i risultati della lotta all’evasione fiscale internazionale, ammontati già a 5,1 miliardi di euro. Per quanto riguarda le frodi, sono stati invece accertati reati di emissione e utilizzo di fatture false per un’Iva complessiva di 1,8 miliardi di euro. «Siamo perfettamente in linea con i dati del 2008, che si era chiuso con il consuntivo più alto degli ultimi quindici anni», conferma Cosimo D’Arrigo, comandante generale della Guardia di Finanza, che sottolinea: «Puntiamo molto sulle indagini finanziarie perché ci permettono di elevare la qualità delle nostre ispezioni e di fondare i rilievi su elementi di fatto difficilmente contestabili». Si parla di un’evasione italiana il cui importo stimato è pari a dieci manovre finanziarie. Quali sono i settori e le aree più interessanti? «L’evasione fiscale è un fenomeno ancora molto in voga. Trasversale a tutte le categorie economiche: non vi sono settori o aree geografiche che possono dirsi immuni, anche se naturalmente ci sono gradazioni interne di cui bisogna tener conto per indirizzare i controlli laddove più serve, perché in certi ambiti piuttosto che in altri l’evasione e l’elusione sono più alte. Nell’ultimo biennio, la Guardia di Finanza ha scoperto e verbalizzato casi di evasione per un ammontare pari a 55 miliardi di euro. Le attività economiche più controllate sono quelle del terziario. Mentre invece le prime regioni 

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Nella foto, Cosimo D’Arrigo, Comandante Generale della Guardia di Finanza

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come recuperi di basi imponibili sono la Lombardia, il Lazio e il Veneto». Solidità dell’economia, giustizia sociale e libera concorrenza. Quali sono gli effetti dell’evasione sul funzionamento del nostro sistema economico? «L’evasione fiscale provoca danni rilevantissimi al bilancio dello Stato e degli enti locali, ma ancor più grave è il danno al funzionamento del sistema economico, all’equità, alla giustizia distributiva, alla libera concorrenza tra le imprese. Vi è una sperequazione molto forte fra chi paga le tasse regolarmente e chi, non pagandole danneggia la comunità in quanto costringe i primi a subire prelievi tributari molto più alti, che assottigliano i margini di guadagno e la competitività delle nostre imprese sui mercati internazionali. La strategia della Guardia di Finanza e orientata a colpire i fenomeni evasivi più gravi, quelli che provocano i maggiori scompensi e squilibri della concorrenza di mercato, ossia, gli evasori totali e paratotali, che non presentano affatto le dichiarazioni annuali dei redditi e Iva, o le presentano con meno della metà dei redditi realmente conseguiti. Datori di lavoro che sfruttano manodopera in nero o irregolare, frodi fiscali, evasione internazionale e l’elusione delle imprese medio grandi, che utilizzano triangolazioni con Paesi “offshore” e sistemi sofisticati per aggirare gli obblighi di contribuzioni». La GdF è in prima linea nella lotta all’evasione. Che strumenti e strategie adottate? «Negli ultimi tre anni abbiamo aumentato la presenza ispettiva, aumentando del 25 per cento le risorse dedicate ai servizi di polizia tributaria rispetto a prima. Le nostre pattuglie eseguono ogni anno 31mila verifiche a imprese e lavoratori autonomi, 72mila controlli di singoli atti di gestione e 750mila accertamenti in materia di scontrini, ricevute fiscali e documenti di trasporto beni viaggianti». Con quali altri organismi di controllo collaborate? «La Guardia di Finanza dipende direttamente dal ministro dell’Economia e delle finanze e collabora con tutti gli organi dell’Amministrazione finanziaria. In particolare abbiamo rapporti di lavoro molto stretti con L’Agenzia delle Entrate per i controlli in materia di imposte sui redditi, Iva e Irap, con l’Agenzia delle Dogane per quanto riguarda il contrasto al contrabbando di tabacchi e oli minerali, con l’Amministrazione autonoma dei monopoli di Stato per i controlli in materia di prelievo erariale unico sui giochi sulle scommesse». Quanto sono importanti le indagini bancarie e finanziarie? «Sono uno degli strumenti più efficaci per combattere l’evasione, perché consentono di ricostruire il complesso dei movimenti di denaro, titoli e valori riconducibili ai contribuenti 



Le indagini finanziarie sono uno degli strumenti più efficaci per combattere l’evasione, perché consentono di ricostruire il complesso dei movimenti di denaro, titoli e valori riconducibili ai contribuenti controllati



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EVASIONE FISCALE

 controllati. Tale sistema di controllo è oggi ancor più efficace. Infatti, grazie a una serie di interventi legislativi che si sono susseguiti tra il 2004 e l’anno scorso, i dati sui flussi finanziari sono acquisibili rispetto all’intera platea degli intermediari e non più solo con riferimento alle banche e alle Poste italiane, come avveniva in passato. Vorrei, inoltre, evidenziare l’importanza di questo tipo d’indagine specie nella recente attività di contrasto all’evasione fiscale internazionale. Le indagini bancarie e finanziarie sono, infatti, il vero punto di forza per far emergere le tipologie di evasione transnazionale come, ad esempio, le esterovestizioni e le residenze fiscali “di comodo” in Paesi a fiscalità privilegiata». L’evasione fiscale internazionale è una delle varianti più problematiche. Con quali strumenti la combattete? «Questa si concretizza in tutti quei comportamenti posti in essere dai contribuenti che, per ottenere risparmi tributari indebiti, ricorrono alle più favorevoli condizioni di tassazione praticate da talune legislazioni straniere, per esempio creando società di comodo in paradisi fiscali verso le quali trasferire i guadagni conseguiti. In questo contesto, i fenomeni evasivi maggiormente riscontrati, attengono, in primo luogo, al fittizio trasferimento all’estero della residenza fiscale e, in secondo luogo, l’esercizio di attività d’impresa in Italia da parte di stabili organizzazioni di società estere, la cui esistenza viene nascosta al Fisco». Quali, tra le iniziative che metterete in campo nel prossimo futuro. giudica più urgenti? «Abbiamo in corso una serie di progetti di reingegnerizzazione dei processi operativi e dei prodotti del lavoro dei Reparti terrestri e aeronavali. È già stata emanata una nuova circolare che aggiorna le istruzioni operative per i verificatori, con direttive dettagliate mediante una check list di applicazione uniforme, concepite per migliorare la qualità dei rilievi sia in punto di diritto che di fatto. Inoltre, per quanto riguarda l’effettiva realizzazione dei crediti tributari innescate dalle verifiche del Corpo, stiamo sviluppando una collaborazione con la società Equitalia per la riscossione coattiva dei ruoli d’importo più elevato».

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Domenico Minervini

Guardia di Finanza recuperati quattro miliardi Mietono successi le Fiamme Gialle della regione. Nel 2009 grazie a «una più affinata metodologia nella selezione dei contribuenti», ricorda il generale di divisione Domenico Minervini, hanno recuperato tre miliardi di euro evasi e 850 milioni di euro di violazioni all’Iva

egugi dell’anti-evasione. Grazie a un accurato lavoro di intelligence, gli 007 della Guardia di Finanza dell’Emilia Romagna hanno fatto “rientrare nelle casse” dello Stato quasi 4 miliardi di euro evasi. Un bottino ricco di operazioni di successo. «Nel 2009 – annuncia il generale di divisione Domenico Minervini, comandante regionale della Guardia di Finanza – abbiamo effettuato 6.982 tra verifiche fiscali e controlli che hanno consentito di individuare imponibili non dichiarati e costi non deducibili pari a 3 miliardi di euro, +47% rispetto al 2008 pari a 1,9 miliardi di euro. Inoltre, abbiamo ri- Federica Gieri levato violazioni all’Iva per oltre 850 milioni di euro, +42% pari a 498 milioni di euro. L’incremento nei risultati conseguiti è frutto di una più affinata metodologia nella selezione dei contribuenti. L’evasione fiscale sembra essere una pratica molto diffusa. È anche trasversale a tutte le categorie? «Nessuna categoria economica risulta essere immune e, in tal senso, i controlli hanno interessato la generalità dei contribuenti, con particolare riguardo a taluni settori sensibili, come professionisti, associazioni sportive, operatori agrituristici, trasporti, telefonia, edile e commercio elettronico, che sono stati, peraltro, oggetto di attività progettuali disposte a livello centrale». L’Emilia Romagna, rispetto alla media nazionale, in termini di evasione, frodi ed economia sommersa come si colloca? «Dal raffronto, emerge che il totale della base imponibile recuperata a tassazione in Emilia Romagna corrisponde al 9% del totale nazionale. In merito, invece, all’economia sommersa, la percentuale si attesta all’11%». Cosa fa scattare i controlli? «Molteplici sono le cause che danno vita a un controllo fiscale: su iniziativa, a seguito di autonoma attività info- investigativa, in base di segnalazioni pervenute da istituzioni o cittadini e su input centrale nell’ambito dei lavori “a progetto”». Quanto sono importanti le indagini bancarie e finanziarie? Il generale di divisione Domenico Minervini, a capo del Comando «Le indagini bancarie rivestono un’importanza determinante al- regionale Emilia Romagna lorquando le scritture contabili, oggetto di riscontro, risultano

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EVASIONE FISCALE

 inesistenti, incomplete o inattendibili al fine di acclarare il red-

dito della persona fisica o giuridica interessata. Nel 2009, sono state poco meno di 150 le richieste dei reparti in Emilia Romagna finalizzate all’effettuazione delle indagini finanziarie». In particolare su questo fronte, avete scoperto anche furbetti dei paradisi fiscali? «Le indagini sono tuttora in corso. Il comando provinciale di Forlì–Cesena, nell’ambito di un’indagine che vede coinvolti alcune banche sammarinesi, ha in corso mirati accertamenti su circa 1.260.000 assegni bancari, ivi trattati. Il lavoro ha consentito, tra l’altro, di individuare 409 soggetti, operanti su tutto il territorio nazionale, che hanno negoziato assegni su San Marino per un totale di circa 100 milioni di euro, nei confronti dei quali sono stati avviati specifici controlli, anche al fine di precludere il ricorso allo “scudo fiscale”». Gli evasori scovati erano ignoti al fisco o presentavano una dichiarazione con imponibili minori? «Entrambi i casi. Infatti, sono stati individuati 370 evasori totali, del tutto sconosciuti al fisco e 102 paratotali, soggetti che hanno occultato integralmente alcuni cespiti o materie imponibili, ovvero più del 50%, con un recupero di base imponibile per 2 miliardi di euro e la constatazione di violazioni all’Iva per oltre 230 milioni di euro». Evasione fiscale internazionale: quali i risultati conseguiti? «Una notazione particolare merita tale contesto sia per l’entità in sé dei redditi evasi da soggetti e società che vi fanno ricorso, sia per la centralità del ruolo ricoperto dalla Guardia di Finanza in questo settore. Ciò non solo per i compiti di polizia tributaria, ma anche (e soprattutto) per le funzioni antiriciclaggio e di contrasto al terrorismo sotto il profilo finanziario che ci sono propri. A seguito di indagini mirate, in regione, sono stati effettuati 17 interventi che hanno consentito di recuperare a tassazione diretta 241 milioni di euro e di accertare sottrazione di Iva per oltre 20 milioni. Sono state denunciate all’Autorità giudiziaria otto persone». Reati tributari: quanti ne avete scoperti e di che genere? «Sono state accertate 940 violazioni, +28% rispetto al 2008, riguardanti, in prevalenza, dichiarazione fraudolenta ed emissione di fatture per operazioni inesistenti. Sono state denunciate all’Autorità giudiziaria 783 persone». Chiudiamo con l’economia sommersa: quanto è diffuso il fenomeno? «A livello operativo, corrisponde all’insieme dell’evasione totale e paratotale. Dal raffronto dei dati relativi all’anno 2008 emerge un trend in aumento del 35%».

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Nessuna categoria economica risulta essere immune dall’evasione fiscale e, in tal senso, i controlli hanno interessato la generalità dei contribuenti, con particolare riguardo a taluni settori sensibili che sono stati, peraltro, oggetto di attività progettuali disposte a livello centrale




DIRITTO DI FAMIGLIA

Figli S di un dio minore

econdo le stime sono circa 32mila i minorenni allontanati dalle famiglie. Per lo più sulla base di motivi giustificati, come maltrattamenti, situazioni di assoluto degrado e indigenza o abusi sessuali. Le altre motivazioni però esulano da situazioni di emergenza e risultano, ai più, fumose. Metodi educativi giudicati non idonei. Impossibilità di seguire i figli. Motivazioni importanti sì ma, forse, soggettive. Negli ultimi dieci anni il numero dei minori allontanati dalla propria famiglia è aumentato del 29,3 per cento. Più della metà va in affidamento temporaneo ad altre famiglie. I restanti finiscono negli istituti, circa un migliaio di comunità in cui vengono ospitati oltre 15mila minori. Si intrecciano così accuse di perizie frettolose e poco ogBambini allontanati dalla propria gettive da parte dei servizi sociali, di troppo interventismo da parte famiglia e messi in comunità della giustizia o, peggio, dell’esistenza di un vero e proprio business dietro gli affidamenti. Annamaria Bernardini de Pace, mao in affido familiare. Storie di abusi trimonialista ed esperta in diritto di famiglia, è categorica. «Ime di indigenza. Ma anche accuse pedire gli allontanamenti illegittimi deve essere una priorità di di superficialità dei servizi sociali, tutti». Sempre più spesso si parla di “bambini rubati dalla giudi troppo interventismo stizia”. In quali casi il giudice è legittimato a togliere ai genidegli organi di giustizia. Addirittura tori i figli e darli in affidamento? di presunti interessi economici. «L’intervento di un giudice dovrebbe essere tanto più incisivo quanto più grave è il danno procurato da un genitore al figlio. Annamaria Bernardini de Pace Senza dettagliarli, il codice civile riferisce i casi in cui è possibile avverte: «L’attenzione delle disporre l’allontanamento del figlio dalla famiglia, censurando istituzioni deve essere altissima» quelle condotte, omissive e commissive, ritenute dannose per gli interessi del minore. In particolare, l’articolo 33 del Codice ciAlessandro Cana vile prevede che un giudice possa pronunciare la decadenza dalla potestà genitoriale qualora abbia accertato che il genitore ha violato i doveri o ha abusato dei poteri connessi al proprio ruolo. I maltrattamenti, la trascuratezza, l’incuria e il disinteresse dei bisogni affettivi, educativi e di crescita di un figlio sono considerati gravemente lesivi dei diritti del minore e dunque legittimanti una dichiarazione di decadenza». L’accusa di eccessivo interventismo e perizie frettolose è giustificata? «Sì, purtroppo in molti casi. Ma ce ne sono altri in cui la pigrizia o la paura dei giudici fanno più danni. Molti giudici delegano spesso considerazioni, accertamenti e giudizi agli ausiliari che non sempre sono all’altezza della situazione e, alcuni forse, hanno addirittura interessi personali, non solo economici». Tra le motivazioni più frequenti di allontanamento ci sono i “metodi educativi giudicati non idonei” e “l’impossibilità di seguire i figli”. Qualcuno non potrebbe obiettare che siano motivi soggettivi? «Oltre ogni polemica, la valutazione dell’impossibilità di seguire un figlio così come la verifica dell’impiego di metodi educativi non idonei dovrebbe essere compiuta con estrema obiettività nel-


Annamaria Bernardini de Pace

l’ottica dell’esclusivo interesse del minore, ricorrendo all’ausilio di tecnici e di consulenti scrupolosi. Impedire gli allontanamenti illegittimi deve essere senza dubbio una priorità di tutti». Dal punto di vista legale, cosa può fare un genitore che si vede sottrarre un figlio per motivi non immediatamente confutabili? «Ogni qualvolta un bambino lamenti un disagio, il suo malessere deve essere accertato con ogni mezzo possibile e con tutte le delicatezze del caso. Si tratta, quasi sempre, di problematiche e situazioni non “definibili” nell’immediatezza, il cui accertamento richiede perizie psicologiche e consulenze con tempi mediamente lunghi. Ad esempio, è logico e auspicabile prevedere l’allontanamento del minore dal genitore su cui pende il dubbio, abbastanza fondato, di una molestia sessuale. I genitori possono certamente farsi assistere da avvocati oppure rivolgersi alle associazioni competenti. Ma devono soprattutto rendersi disponibili per semplificare le operazioni di accertamento, evitando di ostacolarle inutilmente così da ridurre inutili turbative ai danni del minore». Perché la maggior parte delle volte si predilige l’affido in una casa famiglia piuttosto che cercare una sistemazione a casa di parenti, in modo tale da non traumatizzare eccessivamente i minori? «Quando un giudice tutelare deve individuare il terzo affidatario, può scegliere se affidare temporaneamente il minore a una famiglia, a un singolo oppure a una comunità che ne assicuri il mantenimento, l’istruzione e l’educazione. La scelta prioritaria, oltre che preferibile, è la famiglia parentale in ragione del rassicurante legame affettivo in essere. È possibile, però, che proprio questo nucleo venga considerato inappropriato ai fini della tutela e dell’incolumità psicofisica del bambino. Infatti, potrebbe accadere che il minore affidato alle cure dei nonni non venga tenuto al riparo da inopportuni coinvolgimenti e contatti con il genitore “inadeguato”. L’allontanamento disposto non avrebbe alcuna utilità se vi fosse il rischio di esporre il bambino al disagio scongiurato». C’è chi paventa l’esistenza di un vero e proprio business dietro gli affidamenti. È giustificato? «Forse sì, ma non ho prove documentali per esprimere un’accusa così grave. Vorrei continuare a pensare che non ci siano interessi economici dietro l’istituto dell’affidamento dei minori. So che per ogni bambino viene corrisposto un contributo ai genitori affidatari, o alle case famiglie, la cui consistenza, mi dicono, è sufficiente a coprire solo le spese primarie del minore. Dunque, dovrebbe essere tale da non prestarsi a proficue manovre speculative. Comunque sia, la cronaca a volte parla racconta di fatti che inducono ad avere sospetti sull’autentica solidarietà di chi si occupa di bambini in difficoltà. Voglio davvero sperare che questi casi siano rari e che, se scoperti, vengano prontamente e duramente puniti. L’attenzione delle istituzioni dovrebbe essere altissima». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 211


DIRITTO DI FAMIGLIA

Oltre il matrimonio si è sempre genitori La legge sull’affidamento condiviso è fondata su un valido principio che «potrebbe avere una fortissima influenza nell’affrontare il problema della crescita del minore». Ma non sempre è praticabile. L’esperienza dell’avvocato Enza Carriero Adriana Zuccaro

L’avvocato Enza Carriero, civilista esperta in diritto dei minori, esercita la professione forense presso lo studio legale Carriero con sede a Modena - avv.enza.carriero@libero.it

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gni prova di conflittualità e regresso sentimentale conduce all’allontanamento dal partner, lascia tracce talvolta indelebili e conseguenze da inserire nel “libro paga” della propria vita. Obblighi concretamente economici possono comparire se la fine di un matrimonio viene “sigillata” dalla sentenza giuridica ma, «la responsabilità coniugale cessa naturalmente di imporsi quando si trasforma in genitorialità: la moglie e il marito giunti alla separazione, possono reciprocamente nominarsi “ex” ma, se la coppia è divenuta nel tempo famiglia, è fondamentale che ogni coniuge non dimentichi la propria responsabilità genitoriale. I minori vanno sempre tutelati dalle conseguenze degli errori dei genitori». Per dare supporto giuridico a tale concetto, l’avvocato Enza Carriero, insieme ai professionisti che collaborano presso lo studio legale Carriero di Modena, negli ultimi anni, ha perseguito la specializzazione in materia di diritto di famiglia e di diritto minorile. Il rapporto tra figli e genitori separati è certamente complesso. In che modo l’avvocato assume un ruolo di supporto? «Nonostante io consideri il ruolo di entrambi i genitori fondamentale nella crescita del minore, ritengo che non sempre sia opportuno imporre forzatamente entrambe le figure. Se un minore rifiuta per un periodo l’incontro con uno dei genitori, suggerisco come migliore azione, l’approccio fondato sulla gradualità. Non approvo atteggiamenti e rapporti forzati. Il ruolo principale spetta alla madre e al padre che invito sempre a dimostrarsi disponibili nei confronti del minore. Non che l’adulto debba divenire succube del figlio ma, se il minore per un motivo personale o psicologico, per una reazione considerata naturale rifiuta l’incontro con uno dei

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Affidamento condiviso

ASSISTENZA LEGALE SU PIÙ FRONTI Lo Studio Legale Carriero è una realtà professionale nata grazie all’intuizione della sua titolare dell’importanza di offrire alla propria clientela il più completo dei servizi. Tale obiettivo viene dal gruppo perseguito attraverso l’interazione di più professionisti, ciascuno esperto in un settore del diritto e questo perché la sua titolare crede fermamente nell’importanza del gruppo di lavoro. Ad avviso del suo titolare, infatti, oggi, la continua produzione legislativa e la conseguente continua necessità di aggiornamenti rendono sempre più improbabile, se non impossibile, al singolo garantire alla clientela quel supporto completo che solo più specialisti possono offrire. Il progetto ha come scopo quello di far sentire il cliente da soggetto gravato, a soggetto affiancato, rassicurato dalla completezza di un’assistenza su più fronti. Lo Studio si avvale, infatti, della collaborazione di più professionisti sia interni alla struttura, sia esterni, ma tutti accomunati dal medesimo obiettivo: la soluzione del problema mediante il massimo impegno, con l’ausilio del fondamentale supporto umano. Lo studio si occupa di diritto societario e aziendale in tutte le sue sfaccettature. Ambito che viene affrontato mediante il supporto tecnico di un gruppo di commercialisti inseriti ed attivi all’interno della struttura dello Studio, esperti in rivalutazioni aziendali, analisi di bilancio e operatività interna aziendale. Lo studio si occupa, altresì, di cause di risarcimento dei danni sia da colpa medica, che da eventi sinistrorsi. Lo Studio si è, tuttavia, negli ultimi anni specializzato nel settore del diritto di famiglia e del diritto minorile. Obiettivo primario dello Studio è, comunque, garantire con la difesa l’unico soggetto giuridico che da dette situazioni familiari può uscirne significativamente leso: il minore. L’avvocato Carriero, prima come donna e come madre e poi come avvocato, non può prescindere dal perseguimento di detto obiettivo che per la sua formazione cattolica diviene essenziale

genitori, l’avvocato deve, al massimo delle proprie capacità umane e professionali, tentare e convincere il proprio assistito che il migliore dei rapporti è quello fondato sulla disponibilità e il dialogo, unici metodi per ricostruire il rapporto in crisi». Nei casi di affidamento condiviso, come è possibile accertarsi della responsabilità genitoriale di ognuno dei due ex coniugi nei confronti della prole? «La legge sull’affidamento condiviso è fondata su un bellissimo concetto. È giusto, infatti, che il bambino cresca con il supporto di entrambi i genitori, pur se non conviventi sotto il medesimo tetto, ed è altrettanto giusto che ognuno dei genitori abbia le proprie responsabilità. Di fatto però l’affidamento condiviso, in alcune situazioni, è assolutamente impraticabile o perché i genitori vivono a distanza o perché non si parlano, o perché uno dei due si disinteressa o, ancora, perché di fatto ha iniziato a coltivare quei rapporti extraconiugali che lo hanno portato

Anche nei casi di affidamento condiviso, le reali responsabilità e il maggiore impegno sono sempre in capo al genitore collocatario

alla separazione». Cosa sarebbe opportuno proporre per fare in modo che l’affidamento condiviso diventi praticabile? «Anche se sui documenti entrambi i genitori risultano avere pari responsabilità, nella realtà, le reali responsabilità e il maggiore impegno è sempre in capo al genitore collocatario. Il concetto dell’affidamento condiviso potrebbe avere una fortissima influenza nell’affrontare il problema della crescita del minore ma solo se questo fosse praticabile: a mio avviso solo nel 30 per cento dei casi ciò è possibile e praticabile. Bisognerebbe trovare soluzioni applicabili ai singoli casi. Di recente ho, ad esempio proposto una divisione dell’immobile familiare tale da garantire da un lato l’assoluta indipendenza a entrambi i coniugi, dall’altro la comunanza della quotidianità dei due genitori con i minori e, quindi, l’attuabilità in concreto del concetto di affido condiviso, che da concetto giuridico si trasforma in applicazione pratica. Al contrario ritengo impraticabile e inattuabile detto concetto quando, ad esempio, i due genitori vivono a migliaia di chilometri di distanza. In tale caso l’attuazione del principio diviene impossibile». Che tipo di riforma necessitano i regolamenti dei Tribunali dei minori? «A mio avviso l’organizzazione attuale del sistema giudiziario minorile andrebbe assolutamente modificato. Personalmente concordo con il progetto di abolizione dei Tribunali dei minori. Gli stessi potrebbero essere sostituiti da sezioni specializzate all’interno dei Tribunali ordinari. La situazione Emilia Romagna, ad esempio, con un unico Tribunale minorile per l’intera regione, risulta spesso insufficiente. La delicatezza sottesa ai singoli casi necessiterebbe di maggiore attenzione da parte di tutti gli organi preposti». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 213


Meno manodopera e più “mente” d’opera Alzare la qualità del prodotto, favorire politiche di marchio comune e promuovere nuove strategie commerciali. Il distretto del mobile imbottito di Forlì necessita di un’efficace riorganizzazione della filiera, per sconfiggere la concorrenza sleale della manodopera cinese e recuperare la competitività. Anche su nuovi scenari di mercato Giusi Brega

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assata la congiuntura economica negativa, il sistema Italia si sta rialzando. Sono in molti ad accreditare al made in Italy un ruolo fondamentale per riagganciare la ripresa, basandosi sul saldo commerciale del brand del Belpaese che è uno dei pochi positivi. In questo scenario, va a inserirsi il comparto del mobile imbottito che ha dovuto fare i conti con non poche difficoltà. Secondo i dati forniti dall’Istat, dal 2006 al 2008 le esportazioni italiane

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dei divani sono diminuite del 14%. A giugno 2009, l’export era addirittura sceso del 17% rispetto all’anno prima (fonte Centro Studi Antares). In Emilia Romagna, vi è una concentrazione di unità produttive nel settore del mobile imbottito nella zona di Forlì-Cesena, la cui importanza è data dal fatto che qui si concentra buona parte dell’export regionale dei mobili imbottiti. «Il distretto forlivese, sviluppatosi a partire dai primi anni Settanta, è composto da 268 imprese», precisa


Forlì



Quello che penalizza maggiormente il distretto forlivese riguarda la strategia complessiva adottata: una filiera che trova sbocco in pochi clienti finali, soprattutto catene di distribuzione europee, per cui le imprese locali che lavorano in subfornitura sono sottoposte ad una forte pressione di prezzo per restare agganciate ai pochi clienti finali



Tiziano Alessandrini, presidente della Camera di Commercio di Forlì-Cesena, che spiega come il comparto necessiti di una «riorganizzazione efficace della filiera per recuperare competitività», puntando su prodotti e processi tecnologicamente innovativi. «Quello che penalizza maggiormente il distretto forlivese – continua Alessandrini – è la strategia complessiva adottata: una filiera che trova sbocco in pochi clienti finali, soprattutto catene di distribuzione europee, per cui le imprese locali che lavorano in subfornitura sono sottoposte a una forte pressione di prezzo per restare agganciate ai pochi clienti finali». Come emerso più volte dai tavoli che le istituzioni locali hanno tenuto sul tema, a Forlì esiste un problema di posizionamento del prodotto locale e di riconoscimento del valore all’interno delle filiere internazionali. «Salvo poche eccezioni – prosegue Alessandrini – le nostre

imprese non hanno investito in un marchio proprio. Per cui non hanno mai fatto il “salto di qualità” e continuano a dipendere dalle grandi catene di distribuzione, in particolare quelle francesi, che ora determinano il prezzo. Per cui le nostre aziende devono adeguarsi a produrre in base ai prezzi che loro fissano». E quindi entrano in difficoltà perché il loro mercato non può competere con quello dei Paesi emergenti per i quali i costi sono troppo alti e «le aziende forlivesi rischiano di andare fuori mercato». Lo stesso valore dell’export dei divani forlivesi è tra i più bassi dei distretti emiliano-romagnoli, dato questo che deriva dalla bassa presenza di imprese esportatrici. Di fatto la Camera di Commercio di Forlì-Cesena stima che solo il 13% delle imprese del mobile imbottito siano esportatrici abituali. Si tratterebbe, quindi, di poco più di 30 imprese con forte vocazione all'export e che presumi-

bilmente svolgono funzione di capocommessa e di leadership sul territorio. Secondo l’ufficio Nella foto, Tiziano Studi di Intesa-Sanpaolo, il va- Alessandrini, della lore dell'esportazione del mo- presidente Camera di commercio bile imbottito forlivese è stato di Forlì di 152 milioni di euro nel 2008 e rappresenta circa il 2% del totale delle esportazioni dei sistemi distrettuali dell’Emilia Romagna. Il valore della manifattura nella provincia di Forlì-  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 217


DISTRETTI

IL DISTRETTO E LA CONCORRENZA CINESE

L

a competitività creata dalla globalizzazione e la congiuntura economica ha fatto sì che le grosse catene distributive imponessero il prezzo ai produttori, costringendoli a un’infinita corsa al ribasso in un contesto dove i margini erano già sottili. Gli imprenditori forlivesi hanno così finito per farsi le scarpe l’un l’altro per avere le commesse delle grandi aziende europee, abbassando sempre più i prezzi. Alcuni produttori, per restare nel giro, hanno finito col subappaltare parte del lavoro a contoterzisti cinesi, pronti a confezionare per pochi soldi un salotto che in uno showroom costa svariate migliaia di euro. Si è così attivato un circolo vizioso basato sulla concorrenza sleale: una volta appreso dall’imprenditore italiano come cucire un divano, l’operaio cinese si rivolge direttamente al committente, offrendo il lavoro a un terzo

del prezzo. La manodopera a basso costo ha di fatti causato una vera e propria ecatombe che solo nel 2006 ha fatto chiudere 50 aziende italiane. Mentre, dall’altro lato, si registra una crescita esponenziale di imprese individuali cinesi, aumentate del 135%. A differenza di altre città italiane, però, a Forlì il comparto non è ancora nelle mani delle imprese cinesi che, secondo i dati della Camera di Commercio, sono intorno al 15% anche se più che raddoppiate, passando da 34% del 2003 a 72% nel 2008. Resta il fatto che il piccolo imprenditore è sempre più penalizzato sul fronte dei costi da sostenere per adeguarsi alle normative europee, mentre a fianco prolifera un mondo parallelo fatto di cittadelle cinesi senza regole sul lavoro e sulla sicurezza, capaci di competere a qualunque costo. L’aspetto che più amareggia gli imprenditori

forlivesi è la sensazione che vi sia un mancato controllo da parte degli organi preposti alla verifica di eventuali infrazioni. Nel 2006, l’anno in cui gli artigiani cominciavano a lamentare il drastico calo del lavoro, i controlli presso le aziende cinesi effettuati dall’Ispettorato del lavoro furono 12 e furono contestati 314 illeciti, trovati 110 lavoratori irregolari, di cui 23 clandestini. Nel 2007, la situazione era peggiorata. Ma gli interventi furono solo 5.

 Cesena rappresenta il 24% del liera. Come risollevare il set- ché presidente della Cierre Im-

Sotto, una fase del lavoro di realizzazione di un divano

totale del valore aggiunto provinciale e le imprese manifatturiere sono il 13% di tutte quelle del territorio, mentre il mobile imbottito pur rappresentando il 5% dell’industria manifatturiera provinciale, produce solo il 6% del valore aggiunto manifatturiero territoriale. È in questa differenza di proporzioni che, fermo restando il medio basso valore aggiunto riconosciuto alle fasi produttive della lavorazione dei divani, sta il problema del controllo della fi-

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tore? «È fondamentale che le aziende elevino la qualità dei propri prodotti – prosegue Alessandrini – in modo tale da poter aspirare a mercati più ampi e, quindi, più ricettivi. Anche se a costi un po’ più elevati». In quest’ottica, la Camera di Commercio di Forlì si è attivata per dare vita a progetti ispirati alla “green economy” con l’applicazione di regole volte a sostituire le vecchie tecnologie, con conseguente riduzione dell’impatto ambientale e garanzia di un minore consumo energetico. «In questo modo – afferma il presidente – si genera un circolo virtuoso costruito su maggiore occupazione e appetibilità dei prodotti made in Italy sul mercato internazionale». Gli fa eco Alberto Conficconi, vicepresidente di Confindustria Forlì-Cesena e di Federlegno Arredo young, non-

bottiti, azienda a conduzione familiare che da 38 anni opera nel settore. «Sono del parere che, per risollevarsi, le aziende più che della manodopera abbiano un più concreto bisogno di “mente d’opera”» afferma spiegando che nel forlivese, «i ricambi generazionali nel management e la designazione strategica di figure chiave del “saper fare” non sempre sono avvenute nel modo giusto». La “mente d’opera”, invece, «ti permette di avere una visione globale di quanto avviene nel mercato, ti fa capire l’importanza di tessere relazioni, di adottare misure strategiche e lungimiranti nel marketing, nell’approvvigionamento, nella distribuzione. Se hai una visione di questo tipo, indipendentemente dalle dimensioni dell’azienda, i problemi li affronti e li superi».


SISTEMA FIERISTICO

Superare i localismi con una regia condivisa Le ricadute delle manifestazioni di BolognaFiere sulla città sono indubbie. «Lavoriamo da sempre in stretto contatto – spiega il presidente della società Roversi Monaco - con le principali associazioni del territorio». Fondamentale l’innovazione tematica «non tanto nella direzione di sottrarre specificità che costituiscono già patrimonio altrui, bensì in quella di ricercare una specializzazione per tematiche verticali, a volte anche di nicchia» Federica Gieri

Un’immagine di Saie, manifestazione che si tiene alla fiera di Bologna

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È un «generatore di ricchezza per il territorio», distante il tempo di una passeggiata dalle Due Torri. BolognaFiere è la società che gestisce i 375.000 mq di aree espositive e, ogni anno, organizza, in media, 29 manifestazioni fieristiche facendo muovere quasi un milione di visitatori professionali. «Le nostre manifestazioni – sottolinea il presidente dalla società, Fabio Alberto Roversi Monaco –, specialmente le fiere più grandi come Saie, Cersaie, Cosmoprof, hanno indubbie ripercussioni molto importanti sull’industria alberghiera, della ristorazione, dei servizi e del commercio. Per questo lavoriamo da sempre in stretto contatto e collaborazione con le principali associazioni del territorio, anche per cercare di tenere sotto controllo un fenomeno molto comune, un tempo anche a Bologna e tuttora altrove, ossia l’incremento dei prezzi dei servizi cittadini in concomitanza delle fiere». Il 2009 si è appena con-

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cluso. Qual è il bilancio? «Le previsioni di chiusura per il 2009 evidenziano un fatturato consolidato attorno ai 105 milioni di euro, inferiore di circa il 13% rispetto al budget, a causa del calo di alcune fiere legate a settori particolarmente colpiti dalla crisi come il Motor Show. Da sottolineare, comunque, anche segnali positivi in riferimento a diverse fiere come Arte Fiera, Fiera del Libro per Ragazzi, Autopromotec e Cosmofarma, tutte manifestazioni che nel 2009 hanno registrato un incremento del fatturato rispetto all’edizione precedente». Archiviato l'anno appena trascorso, come guardate al 2010? «Il 2010 si preannuncia ancora come un anno difficile per l’economia italiana e internazionale, ma noi abbiamo scelto di continuare a investire sui nostri punti di forza: la ricchezza e dinamicità del nostro portafoglio di manifestazioni, il collegamento con la città e il territorio, e l’ulteriore rafforzamento della nostra leadership in termini di quartiere fieristico italiano a maggior dimensione internazionale.


Fabio Alberto Roversi Monaco



L’eccesso di campanilismo penalizza sicuramente tutti i quartieri fieristici italiani. Una delle esigenze fondamentali da affrontare, per l’Italia, resta quella del coordinamento, per la quale devono essere responsabilizzate le Regioni in modo rilevante

Siamo convinti che sia una strategia in grado di ripagarci, consentendoci un recupero in termini di redditività e una perdita significativamente inferiore rispetto a quella prevista». Il sistema fieristico emiliano romagnolo si caratterizza per una sorta di “campanilismo”. Questo non vi penalizza? «L’eccesso di campanilismo penalizza sicuramente tutti i quartieri fieristici italiani. Una delle esigenze fondamentali da affrontare, per l’Italia, resta quella del coordinamento, per la quale devono essere responsabilizzate le Regioni in modo rilevante». Infrastrutture: spesso si lamenta una carenza di colle-

gamenti con la città. Quale è la vostra situazione? «BolognaFiere si trova a 15 minuti a piedi dal centro cittadino ed è uno dei quartieri fieristici meglio collegati con stazione, aeroporto e centro città, grazie a un servizio di bus e navette continuo. BolognaFiere è il primo quartiere fieristico con un casello autostradale dedicato che ha comportato un notevole miglioramento dei collegamenti tra la Fiera e le arterie autostradali nazionali. A settembre 2009, è stato inaugurato il nuovo parcheggio Michelino, immediatamente all’uscita del casello autostradale Bologna Fiera, che, con i suoi 6.000 posti auto aggiuntivi, ridurrà e age-



volerà ulteriormente i tempi di accesso in fiera». Chiudiamo con l’innovazione, come intercettare nuovi settori? «Intanto sarebbe molto importante l’innovazione tematica, ma ormai nel mercato fieristico quasi tutti i campi sono coperti. Lo sviluppo dunque, per noi va non tanto nella direzione di sottrarre specificità e eccellenze che costituiscono già patrimonio altrui, bensì in quella di ricercare una specializzazione per tematiche verticali, a volte anche di nicchia, ma che possano intercettare pubblici ben identificati e andare a completamento e integrazione della filiera produttiva».

Sopra, Fabio Alberto Roversi Monaco, presidente dalla società BolognaFiere

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 221


SISTEMA FIERISTICO

La molteplicità del sistema fieristico regionale non è sinonimo di campanilismo, ma di vitalità. Qui, spiega Beppe De Simone, segretario generale di Fiere di Parma, vi sono tre realtà ai vertici nazionali. Molte le manifestazioni nuove per il 2010 che si apre con l’alleanza con Messe Frankfurt Italia, le Fiere di Francoforte Federica Gieri

222 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

Le tante fiere sono sinonimo di vitalità italità, dunque, e non provincialismo è la strada imboccata da Beppe De Simone, segretario generale di Fiere di Parma, per spiegare la ricchezza del tessuto fieristico emiliano romagnolo che vede in Parma uno dei suoi poli d’eccellenza. Tanto che, per Cibus 2010, inaugurerà «il nuovo padiglione ingresso delle Fiere, con nuovi spazi espositivi ed efficienti servizi di ricezione per espositori e visitatori. A questo si aggiungeranno nuove strutture per le attività educational e congressuali al Palacassa che, insieme a un impianto fotovoltaici sul tetto del padiglione 5, sono il punto di partenza di un rilevante progetto di revamping del quartiere fieristico, autofinanziato da Fiere di Parma». Il sistema fieristico regionale si caratterizza per una sorta di campanilismo? «Non credo. Il sistema ha prodotto tre importanti realtà fieristiche: Parma, Bologna e Rimini che, insieme a Milano e Verona, si posizionano ai vertici del sistema fieristico na-

V

zionale. Questo è un segno della vitalità di questo territorio che trova espressione in vari momenti fieristici, certamente radicati al loro retroterra culturale ed economico. Un fenomeno da non confondere con il campanilismo». Da anni si parla di una rete fieristica regionale. Condivide questa strategia? «Il successo e il futuro delle fiere è legato a una logica di prodotto. Diviene, perciò, sempre più decisiva una gestione manageriale che si rifaccia a logiche privatistiche, anche se si devono garantire i legami col territorio. Questo percorso s’inserisce in un contesto in cui le amministrazioni locali e regionali vengono a svolgere un ruolo di coordinamento e indirizzo. E, ancor più, di creazione delle condizioni ottimali per la realizzazione delle infrastrutture necessarie per l’attività di un quartiere fieristico». Quali gli ambiti su cui le nostre fiere devono lavorare di più? «Nell’implementare la dimensione internazionale del proprio prodotto. Ciò significa sa-


Beppe De Simone

RIMINI, NEL 2010 NUOVE MANIFESTAZIONI

A

rchiviato un 2009 con un preconsuntivo di 48,7 milioni di euro di ricavi (-4,5% rispetto ai 51 milioni del 2007), ora il gruppo Rimini Fiera guarda al futuro. Con cauto ottimismo. «Sono convinto – ha detto il presidente Lorenzo Cagnoni – che sia il 2010 sia il 2011 saranno anni ancora durissimi sotto il profilo economico. Tuttavia per il 2010, grazie agli sforzi profusi, riusciremo ad avere un risultato finale in utile. Si tratta di un segnale estremamente positivo in un contesto tanto complesso». Secondo previsioni di massima, infatti, il 2010 tornerà a registrare un segno più con un utile di circa 2 milioni di euro. «Nel 2010 – annuncia Cagnoni – continueremo a investire nella difesa e nel rafforzamento delle nostre manifestazioni. Un

pere incontrare i bisogni delle imprese e calamitare l’interesse degli interlocutori più appropriati, a livello nazionale e internazionale; per noi nel comparto alimentare, meccano alimentare, in quello dell’antiquariato e dei nuovi settori che ci apprestiamo ad affrontare». Guardando al territorio: qual è l’indotto che voi generate? «Al di là di quello economico che caratterizza tutti gli eventi, l’attività di Fiere di Parma si coniuga col tessuto della città

indirizzo che sarà mantenuto, con grandi sacrifici, come nel caso della politica tariffaria che dovrà farsi carico di una scontistica che vada incontro alle esigenze degli espositori. Ma che dovrà essere mantenuto anche con riflessioni sulla qualità dello strumento fieristico. Non sarà sufficiente una linea di tenace e intelligente difesa dei nostri prodotti, ma occorrerà introdurre elementi inediti che riescano a corrispondere alla diversità della situazione che si presenterà a crisi conclusa». Tra le novità di Rimini Fiera, la prima edizione di Packology il salone delle tecnologie per il packaging e il processing, organizzato con Ucima a giugno e l’apertura del nuovo Palacongressi di Rimini, progettato dalla Gmp di Amburgo.

caratterizzato da aziende di food e meccano alimentare, ma anche da una forte componente artistica e culturale. Fiere di Parma è rappresentazione e volano dell’economia e delle eccellenze del territorio». Il 2009 si è appena concluso. Qual è il bilancio? «Senza dubbio positivo, avendo fatto registrare un risultato ampiamente in linea con quanto preventivato. Il comparto antiquariale ha tenuto. Per quanto riguarda il settore del meccanoalimentare abbiamo chiuso una edizione positiva della fiera Cibus Tec. Insomma, ci affacciamo al 2010 con grande ottimismo». Quanto è importante per Fiere di Parma l’innovazione? «È rilevante, ma per questo occorre garantirsi il controllo delle competenze distintive dei settori che si vogliono affrontare. Abbiamo inserito nel calendario 2010 una nuova manifestazione, Il Salone del

Camper. Siamo in grado di farlo per le competenze sviluppate in passato e soprattutto perché ci potremo avvalere della partnership di Apc-Anfia, l'associazione dei produttori del settore, e della collaborazione di Promocamp.Con il contributo di possessori di know how è anche il caso dell’alleanza con Messe Frankfurt Italia, le Fiere di Francoforte, che ci ha consentito di inserire a ottobre la fiera Tecnologie per l’automazione industriale/ SPS/Ipc Drives Italia dedicata ai produttori e ai fornitori di automazione industriale. Come pure l’apertura a marzo di Mecspe, la fiera della meccanica specializzata, organizzata dalla società Senaf, leadership nelle tecnologie meccaniche, con la novità della prima edizione di Impianti Solari Expo, che presenta le nuove tecnologie nel campo del fotovoltaico».

A sinistra, Beppe De Simone, segretario generale di Fiere di Parma. Nella pagina a fianco l’ingresso della fiera di Parma

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COMMERCIO

Le liberalizzazioni cambiano i centro storici «Il processo di liberalizzazione del commercio sta cambiando profondamente la realtà commerciale distributiva regionale». Dal suo osservatorio privilegiato, quello della Confcommercio Emilia Romagna di cui è presidente, Ugo Margini rileva la trasformazione che sta cambiando l’identità “commerciale” dei centri storici lungo la via Emilia Federica Gieri

na dilagante “sostituzione” del negozio tradizionale con le grandi catene. Un passaggio di consegne forzoso figlio, per Margini, delle liberalizzazioni. «I centri storici – osserva il numero uno di Confcommercio regionale –, con le loro piazze, rimangono un tratto distintivo della nostra civiltà: sono luoghi che rappresentano spazi di aggregazione sociale e culturale in cui è possibile fare affari e incontrarsi. Per questa, non dobbiamo perdere tali peculiarità che rendono le nostre città dei veri e propri centri commerciali naturali. A tal proposito registriamo, così come avviene in tutta Europa, la presenza di varie forme di catene distributive. Ad esempio, in Italia, i punti vendita in franchising sono 53.434 e l’Emilia Romagna è la quarta regione per numero di franchisor con 66 unità». Occorrono quindi maggiori tutele per il commercio

U

Ugo Margini, presidente Confcommercio Emilia Romagna

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tradizionale? «Non in senso protezionistico, ma nell’ottica di garantire l’identità di un territorio, di “luogo” in cui è possibile vivere un’esperienza unica rispetto all’omologazione offerta dalle catene. In media, i negozi e gli spazi commerciali inutilizzati, nel centro storico, variano tra il 5% e il 15%. Con un tasso medio di turn over annuo variabile tra l’8% e il 12%. I negozi tradizionali di vicinato rimangono, però, la spina dorsale dell’offerta commerciale delle città. Al riguardo, occorre che le politiche regionali sostengano tale offerta. Nella recente manovra di bilancio la Regione si è impegnata a reperire ulteriori risorse, rispetto a quelle già stanziate, per il sostegno alle nostre imprese commerciali». A seguito del forte ricambio, stanno prendendo sempre più piede i negozi a tempo. Come valuta il fenomeno? «È l’equilibrio commerciale


Ugo Margini

che innanzitutto va salvaguardato. Con l’incremento dell’1,3% degli esercizi commerciali rispetto all’anno passato, la rete del commercio è cresciuta in tutte le sue tipologie distributive. Dal commercio tradizionale ai negozi specializzati, dai discount ai supermercati. Questo, però, non nasconde una situazione di generale difficoltà del settore. È quindi necessario salvaguardare la qualità del nostro commercio poiché costituisce un importante fattore di crescita economica e di presidio alla qualità urbana e alle relazioni sociali. Ecco perchè occorrono politiche che rinnovino il commercio tradizionale. E ripensino, da una parte, ad alcune modalità di vendita dei beni, ad esempio le vendite promozionali e il periodo di inizio dei saldi invernali ed estivi, e dall’altra, favoriscano la riqualificazione e la valorizzazione del commercio tradizionale delle città. I temporary shop sono, in ultimo, un fenomeno commerciale che si inserisce a pieno titolo in tale contesto». Le attività commerciali, oltre alla qualità della merce venduta, hanno sempre investito molto sui servizi. Almeno in passato. Ora si nota come i negozi gestiti da stranieri siano un “passo avanti”. Gli italiani sono rimasti indietro? «L’imprenditoria straniera si sta fortemente radicando anche nel nostro settore, in particolare nella distribuzione e nei pubblici esercizi. Da questo

8%-12%

TURN OVER È la percentuale di “ricambio” annuo dei negozi in centro. In media, i negozi e gli spazi commerciali inutilizzati, nel centro storico, variano tra il 5% e il 15%

66

NEGOZI In Italia, i punti vendita in franchising sono 53.434, l’Emilia Romagna, con 66 unità, è la quarta regione per numero di franchisor

punto di vista dobbiamo fare i conti con una realtà che in Emilia Romagna conta, in poco meno di un decennio, un incremento di stranieri titolari di attività, passati da 1.718 a 5.922. Ritengo, però, che la qualità che i nostri imprenditori offrono dipenda in parte anche dal rispetto di regole di base che sono il fondamento di ogni impresa». Nota dolente, le infrastrutture. I centro storici sono discriminati su questo fronte tenuto conto che in periferia molte attività possono contare, ad esempio, sui parcheggi? «I commercianti combattono una battaglia che non è ad armi pari a differenza dei centri commerciali che trovano, da parte dei comuni, parcheggi e viabilità dedicate. Le infra-

strutture rappresentano uno degli snodi cruciali su cui le politiche pubbliche debbano investire. Le attività commerciali e dei servizi del centro storico hanno ora bisogno di adeguati sistemi di collegamento per i cittadini, in quanto un’efficiente rete infrastrutturale costituisce elemento di attrazione di nuove imprese, con effetti positivi sull’economia della società e sul reddito delle famiglie. “Attrezzare” il centro storico di un sistema di viabilità che incentivi la rapidità e la fluidità degli spostamenti, attraverso efficaci collegamenti intermodali con aeroporti, autostrade e stazioni ferroviarie rappresenta certamente un’indiscutibile leva di sviluppo commerciale e turistico su cui continuare a investire tempo, risorse ed energie».

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COMMERCIO

Addio botteghe tradizionali arrivano le maxi catene I costi sempre maggiori, i problemi legati alla mobilità e il degrado sono tra le cause che spingono il commercio tradizionale ad abbassare la serranda. Lo rileva Pierluigi Sforza, presidente del Consorzio esercenti di via D’Azeglio pedonale a Bologna. E dalle Amministrazioni locali, i commercianti si aspettano maggior concretezza Federica Gieri

l commercio tradizionale è, in effetti, in via di estinzione soprattutto nei centri storici». Molteplici, rileva Pierluigi Sforza, presidente del Consorzio esercenti di via D’Azeglio pedonale a Bologna, i fattori che contribuiscono a questo fenomeno «costi sempre maggiori e problemi legati anche a difficoltà dovute alla crisi economica». Oltre a obbligare gli imprenditori ad abbassare per sempre le loro serrande, questi elementi contribuiscono a far sì che «l’attività commerciale non venga più considerata come attività prestigiosa a cui occorre dedicare passione e molta attenzione. Inevitabile che non tutti siano disposti a svolgerla. È, quindi, un motivo di preoccupazione e anche di disappunto vedere che il commercio tradizionale sta lentamente cedendo il passo alle grandi ca-

I

tene prive di legami col territorio. Le strade delle città più importanti ormai si somigliano tutte. Perché i negozi sono più o meno gli stessi». Sarebbe forse auspicabile, dunque, una maggior salvaguardia del commercio “tradizionale”? «Da parte delle Amministrazioni locali occorre senza dubbio una maggiore attenzione nei confronti dei centri storici intesi anche come luoghi dove si possono svolgere attività importanti che creano occupazione. Di pari passo, bisogna che, a livello di governo centrale, ci sia attenzione agli aspetti che penalizzano coloro che svolgono un’attività di commercio, soprattutto sul tema degli studi di settore». Quali le criticità rilevate a Bologna? «Degrado e mobilità. Occorre migliorare la qualità del centro

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Pierluigi Sforza, presidente del Consorzio esercenti di via D’Azeglio a Bologna


Pierluigi Sforza

IN CENTRO, LE GRANDI CATENE SONO UN’OPPORTUNITÀ Per il consorzio Modemamoremio, guidato da Milena Seghedoni, le grandi catene, all’ombra della Ghirlandina, non rosicchiano spazi ai negozi tradizionali che si difendono per i servizi di alto livello

N

on temono le grandi catene in centro storico a Modenamoremio, il consorzio che riunisce i più bei nomi del commercio all’ombra della Ghirlandina. «In particolare nelle medie superfici monomarca, sono un traino per l’attività commerciale – spiega il presidente del consorzio Milena Seghedoni (nella foto) – poiché riescono, grazie alle loro modalità di comunicazione e alla loro capacità di prolungare gli orari di apertura, a richiamare molto pubblico» in centro. Questa presenza all’apparenza ingombrante, non schiaccia però, il commercio tradizionale che, come rileva la presidente, ha i suoi punti di forza «nella valorizzazione delle realtà tipiche, nella relazione diretta con il

consumatore e nella personalizzazione del servizio fornito». Atout di qualità che, all’atto pratico, assumono un’ulteriore connotazione: quella di tutela di questa forma di commercio. Ciò non toglie che Modenamoremio in rappresentanza delle associazioni di categoria e del Comune, senta comunque la necessità di «investire sul centro storico per una sua valorizzazione». Del resto è nella mission del consorzio «promuovere il centro storico di Modena come un centro commerciale naturale competitivo e di valore». Ciò avviene non solo però nella logica promozionale, ma anche, ad esempio, su quella infrastrutturale. «Modenamoremio – conlude Seghedoni – è impegnata da anni nell’of-

storico e l’accessibilità intervenendo con servizi adeguati». Sul fronte infrastrutturale, i commercianti del centro sono penalizzati rispetto a quelli dei centri commerciali che possono avere più parcheggi e strade dedicate? «Siamo due emisferi opposti: in un centro commerciale di periferia, i parcheggi sono incentivati e spesso anche ampliati, mentre nei centri storici sono malvisti o proibiti». Vorreste essere più ascoltati dall’Amministrazione comunale? «A questo punto, vorremmo vedere i fatti. Di parole in questi anni ce ne sono state tante. Ora occorre che le cose si facciano. Oramai si è parlato tante volte di migliorare

frire nuove soluzioni e agevolazioni per l’uso dei mezzi pubblici, dei taxi, per la sosta. E propone soluzioni logistiche di mobilità cittadina che siano alternative ai mezzi tradizionali. Come, ad esempio, il trenino o la navetta che collegano differenti zone del centro commerciale naturale, come quello notturno, che accompagna la movida cittadina nel weekend».

la mobilità, di metropolitana, ma oggi le uniche cose che si vedono sono cantieri per il Civis a fronte di qualcosa che probabilmente verrà fatto, forse, tra qualche anno». Il vostro è un consorzio nato spontaneamente, il fatto che i commercianti sentano l’esigenza di una sorta di autotutela, al di là delle associazioni di categoria, non segna anche un po’ la crisi nella rappresentanza dell’associazione che dovrebbe tutelare gli interessi dei suoi associati? «L’associazione di categoria ha l’esigenza di tutelare il mondo del commercio nella sua globalità territoriale. Queste associazioni invece nascono con lo scopo di lavorare su speci-

fiche aree che hanno delle caratteristiche proprie. E quindi, giustamente, si collabora con l’associazione di categoria ma si lavora sulla specificità di un’area ben determinata». Nell’ottica dei rapporti con le associazioni di categoria, rileva che queste pensano più al fronte dei servizi che a quello politico sindacale? «Quello dei servizi è indubbiamente un ambito importante. Credo però che l’attività sindacale dovrà, nei prossimi anni, diventare ancora più importante. È un problema che le associazioni di categoria si devono porre però già oggi per non essere superare domani».

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OPPORTUNITÀ PER IL TERRITORIO

Lo sviluppo sostenibile N dell’Africa

ell’attuale periodo di difficoltà economica generalizzata, la costruzione di grandi opere infrastrutturali utili e coerenti con le necessità del territorio vengono unanimemente ricoIl Mozambico sta crescendo anche nosciute come la via più congrazie agli interventi italiani. creta, se non l’unica, per un attendibile ripresa dello sviluppo E sceglierlo come meta turistica, economico. Molte realtà proper un breve o per un lungo periodo, fessionali italiane, sensibili alle significa contribuire alla sua problematiche dei Paesi in via di sviluppo, tentano da tempo di crescita. Nell’ottica di uno sviluppo trasferire risorse e programmi sostenibile e compatibile. di fruizione dei territori delL’ingegnere Adriano Antolini descrive l’emisfero australe: in primis, il continente africano. Tra queste la sua “esperienza africana” la Siat dell’ingegnere Adriano Adriana Zuccaro Antolini da molti anni investe il proprio interesse e la propria competenza professionale in Le immagini in queste pagine illustrano ambienti della Praia do paraiso, progetti architettonici e infracomplesso residenziale in Mozambico progettato e realizzato dall’ingegnere strutturali per le straordinarie Adriano Antolini, della Siat di Ravenna, società addetta a studi e interventi per l’ambiente e il territorio - siatant@alice.it aree territoriali del Mozambico.

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Senza comunque distogliere l’attenzione dalla realtà emiliano-romagnola, «dove a seguito delle recenti approvazioni dei nuovi strumenti urbanistici introdotti dai Comuni, l’azienda si è impegnata nella progettazione di piani urbanistici per aree di nuovo impianto residenziale, commerciale e artigianale». L’attenzione allo sviluppo è la medesima, in entrambi i territori. Tuttavia nell’intervenire nel continente africano è fondamentale rispettare gli ambienti incontaminati e assicurarsi che queste aree non vengano intaccate da imprudenti “corse al capitalismo”. In tal senso, i progetti in Mozambico curati dell’ingegnere Antolini e dai professionisti della Siat, società addetta a studi e interventi per l’ambiente e il territorio, ha messo in atto appropriate strategie operative per un quanto più “sano” sviluppo del territorio. «Programmi d’ingegneria concepiti quali approcci razionali e indispensabili sono stati utilizzati in Mozam-


Sviluppo del Mozambico

Il Mozambico sta riconquistando importanza grazie a un turismo più accessibile che rispetta la naturale magia del territorio africano

bico già vent’anni fa, in occasione della costruzione della diga di Pequenos Libombos che ha rifornito di acqua potabile i due milioni di abitanti della capitale Maputo e per la realizzazione di diverse infrastrutture stradali e ferroviarie finanziate dalla Banca Mondiale». Di recente la Siat ha anche portato a termine l’edificazione di complessi immo-

PRAIA DO PARAISO È un meraviglioso ritiro per gioire di immersioni in un’affascinante scogliera ricca di incontaminati banchi di corallo e pesci tropicali. Ma con poche ore di auto o poco più di un’ora di volo si possono raggiungere i famosi parchi naturali di Gorongosa e Kruger in cui condurre elettrizzanti safari fotografici. Praia do paraiso è un complesso residenziale che cattura la magia di un Mozambico primordiale di rara e intensa bellezza che inspira un sentimento di tranquillità e gioia di vivere. Con appena 32 ville pochi lungimiranti potranno avere la propria residenza accanto a un magnifico hotel che potrà richiamare gli amici

biliari la cui vendita, affidata alla Pam Golding Properties è già stata avviata. Anche questo progetto mira allo sviluppo del territorio del Mozambico in termini di compatibilità ambientale e con la realizzazione di spazi abitativi elegantemente ottimizzati. «Nel progettare e dirigere i lavori di costruzione lo staff della Siat ha pensato di utilizzare al minimo cemento e calce, e di sfruttare la bellissima pietra calcarea locale. Così da produrre in loco la calce spenta per fare gli intonaci alla stregua degli antichi Romani o, più recentemente dei vene-

ziani: in questo modo abbiamo incrementato il lavoro autoctono ottenendo anche un prodotto ecologicamente compatibile che inoltre tiene lontani gli insetti. Purtroppo però – aggiunge Antolini –, pur ritrovando in natura del legname pregiatissimo, l’industria locale non è ancora in grado di produrre infissi stabili nel tempo in quanto non è dotata di impianti di essiccazione. Quindi sono stati scelti infissi in alluminio e pavimenti in ceramica». Il Mozambico sta riprendendo l’importanza avuta nei secoli scorsi quando era meta di personaggi famosi e facoltosi, aprendosi a un turismo più accessibile che rispetta la natura e l’ambiente: «visitare il Mozambico o sceglierlo come meta per svernare significa immergersi in uno sconfinato e meraviglioso paesaggio naturale ma soprattutto, significa contribuire attivamente alla crescita di un Paese dalle risorse turistiche innumerevoli».

2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 229


MERCATO IMMOBILIARE

L’acquisto di un immobile è ancora un investimento Investire nel mercato immobiliare non sempre significa limitarsi alla scelta di un fabbricato “già fatto”. È possibile infatti seguire passo passo la messa in opera di quella che sarà la propria casa grazie a specifiche società di costruzioni. L’esperienza del geometra Davide Calabrese

dispetto di repentine e imprevedibili oscillazioni che fanno dell’attuale mercato immobiliare il più dinamico tra tutti gli ambiti di investimento, l’acquisizione di una casa è tra tutte la scelta Adriana Zuccaro concepita quale sinonimo di sicurezza, protezione, stabilità. Optare per un “locus” abitativo piuttosto che un altro, presuppone pertanto un’analisi oculata di ogni fattore da cui dipende la decisione finale. «Dall’acquisto del terreno e del complesso immobiliare, dal progetto tecnico alla stesura notarile e alle pratiche comunali, l’affiancamento degli investitori diviene un percorso multiviario finalizzato allo sviluppo di un circuito edilizio che sia quanto più equilibrato con l’ambiente e rispondente alle esigenze di mercato». Le tappe riassunte dall’incipit del geometra Davide Calabrese, individuano le fasi salienti dell’impegno dei professionisti della Trep, società di costruzioni immobiliari con sede a Forlì ma attiva in tutto il territorio italiano che, accompaIn foto, il geometra Davide Calabrese, presidente della Trep Spa, ed Elisa gnando passo passo l’acquiGiulianini, responsabile commerciale. Lo staff dell’azienda è inoltre composto da Mattia Babini, tecnico di cantiere, e da Silvia Cavassi, rente di un immobile, responsabile dell’amministrazione - www.treponline.it stabilisce la partecipare alla

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A

realizzazione dell’opera e la personalizzazione delle proprie unità. «Di fatto, a chi acquista, ad esempio, un alloggio in fase di costruzione – spiega Calabrese –, viene affiancato un responsabile tecnico con cui potrà seguire tutte le fasi costruttive dell’immobile e da cui lasciarsi consigliare nelle scelte tecniche, tecnologiche e dei materiali costruttivi personalizzabili». In funzione delle location definite per la vendita, per conquistare una buona fetta di mercato non solo regionale, lo staff dirigenziale della Trep, presieduto dal geometra Calabrese, coadiuvato in responsabilità commerciale da Elisa Giulianini, sviluppa e ricerca le giuste analisi dei progetti immobiliari in corso d’opera, elabora i dettagli amministrativi e strutturali e, con i responsabili tecnici coordinati da Mattia Babini, tecnico di cantiere, conferma gli esecutivi per passare alla messa in opera. Per comprendere le analitiche indagini che, su più fronti, una società di costruzione come la Trep è chiamata ad affrontare occorre tener presente che «la realtà immobiliare, è caratterizzata dalla mancata possibi-


Realizzazioni

Per effetto di normative territoriali, leggi, regolamenti variabili da Comune a Comune, le realizzazioni immobiliari devono essere studiate singolarmente, con analisi capaci di prevedere ogni difficoltà attribuibile alla singola opera e quindi variabile da situazione a situazione

Il render illustra un edificio realizzato di recente dalla Trep Spa di Forlì: oltre che per l’ampiezza delle diverse unità e per l’esclusività della posizione urbanistica in cui sorge (Cesenatico), l’immobile è caratterizzato dal particolare rivestimento in lega di zinco Rheinzink che crea un innovativo e insolito effetto architettonico ed estetico

lità di standardizzare i cicli di realizzazione – afferma il geometra –. Per effetto di normative territoriali, leggi, regolamenti variabili da Comune a Comune, le realizzazioni devono essere studiate e concretizzate singolarmente, con approfondite analisi specifiche che prevedano ogni difficoltà attribuibile alla singola opera e quindi variabile da situazione a situazione». Ma nell’edificazione di un complesso immobiliare, quali effettive criticità è possibile riscontrare? «Le dif-

ficoltà che si possono presentare con più frequenza sono quelle annesse alla preventiva quantificazione delle risorse finanziarie necessarie che, per effetto di variabili esecutive quali ad esempio le condizioni meteorologiche, possono sensibilmente variare: se i costi lievitano, il prodotto finale posto sul mercato non potrà essere competitivo». Il resoconto oggettivo delle variabili insite nel mondo immobiliare non raccontano l’esperienza della Trep che, av-

valendosi della più completa trasparenza, sia nelle transazioni che nelle stesure contrattuali, si propone ai suoi interlocutori come realtà sicura e solida. «Da qui la necessità di costituire una Spa capitalizzata, con attenzione particolare alla tutela del consumatore finale per cui l’impegno è di garantire gli investimenti sia dal punto di vista formale che sostanziale – precisa Calabrese –: dal rilascio di fideiussioni su caparre e acconti all’atto di sottoscrizione di promesse di vendita, dal conseguimento di garanzie assicurative del proprio prodotto al controllo che ogni adempimento previsto sia efficiente fin dopo la definitiva consegna dell’immobile».

2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 231


FINITURE Finestre per tetti

Il cielo in una stanza verso nuove prospettive uminosità, design, comfort d’utilizzo e stabilità nel tempo. Ogni spazio abitativo necessita di aperture verso l’esterno che garantiscano non solo il passaggio d’aria e luce ma che possano allo stesso tempo costituire un vero e proprio elemento d’arredo di “intramontabile” design. «Le finestre, finiture onnipresenti in ogni casa o edificio, se collocate sui tetti si trasformano in specificità variabili in base alle esigenze di chi vorrà aprirle». L’esperienza di Giuseppe Fantini, portavoce della Faelux, azienda specializzata nella produzione di finestre per tetti, esemplifica il costante dinamismo che soggiace allo studio progettuale e alla realizzazione degli articoli più semplici. Il settore è, infatti, in continua evoluzione così che per fondere l’attenzione alla redditività e al design nella progettazione delle finestre per tetti «è fondamentale riuscire ad adattarsi alle crescenti esigenze di performance e di modernizzazione del mercato non solo nazionale. Naturalmente un’azienda deve anche stare attenta ai profitti perché, di fatto, rappresentano l’ossigeno che le consente di andare avanti – afferma Fan-

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Apporre una finestra sul tetto è un’operazione che non si limita a risolvere esigenze funzionali, ma anche estetiche. È un passaggio di aria e luce e un elemento d’arredo. L’esperienza di Giuseppe Fantini Adele Conti

tini –. La cura estetica e la qualità dei materiali sono le prerogative essenziali per la conquista del mercato dell’edilizia ma l’artigianalità insita nel percorso trentennale della Faelux e in continuo avanzamento, è probabilmente il fattore che garantisce un proficuo equilibrio tra i costi di produzione e il valore del prodotto finito». Faelux ha da sempre avuto un occhio di riguardo all’innovazione e all’efficienza tecnologica dei suoi prodotti, certificati CE con oltre un anno di anticipo rispetto all’obbligo di legge. «In particolare, con la dilagante cultura del risparmio energetico, e in conformità alle nuove normative per la richiesta di detrazioni del 55 per cento, abbiamo

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La Faelux, azienda produttrice di finestre per tetti ha sede a Capocolle di Bertinoro (FC) www.faelux.it

portato l’efficienza di isolamento termico delle nostre finestre a un livello che soddisfa anche i parametri più rigorosi». Ma come risponde la Faelux alle esigenze di tetti inusuali? «Oltre ai prodotti standardizzati che si adattano più o meno a tutti i tipi di coperture – spiega Fantini –, capita però molto spesso di dover ideare e produrre soluzioni specifiche. È nei casi particolari che la sfida diviene ancora più avvincente: la ricerca e lo sviluppo progettuale di finestre “uniche” perché ad hoc per un tetto insolito, ci impone di incrementare il lavoro e risolvere problematiche che, con la produzione quotidiana, sarebbero altrimenti irrisolvibili».


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INGEGNERIA

La sicurezza sui cantieri non concede sconti Sulla sicurezza non si può e non si deve risparmiare. Sia in risorse economiche sia in conoscenza e formazione. È un’azione necessaria, per far sì che si verifichino sempre meno incidenti. L’analisi del professor Claudio Comastri Simona Cantelmi

In basso, Massa Martana (Pg), opera in terra armata. Nell’altra pagina, Viadotto Nuova Padullese, presso Calderara di Reno (Bo)

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a situazione nei cantieri è un tema caldo, così come la tutela di cittadini che vivono in zone a rischio sismico, che hanno dovuto far fronte ai danni di terremoti, o in luoghi tormentati da calamità naturali. Il lavoro di prevenzione in entrambi i casi è fondamentale, pertanto risulta indispensabile l’impiego di diverse professionalità, geologi, ingegneri, architetti, per studiare le condizioni ambientali e quelle strutturali degli edifici, così come dei cantieri. «A L’Aquila numerosi esperti da ogni parte d’Italia e del mondo hanno dato il proprio contributo per verificare i danni, ma anche per realizzare progetti lungimiranti con il fine di riqualificare il territorio». A parlare è il professor Claudio Comastri, docente dell’università degli studi di Ferrara e titolare dello Studio Thesisengineering di Sasso Marconi. In seguito al terremoto del 1996 e 1997 che colpì l’Umbria, Comastri è stato capogruppo del team che ha elaborato il progetto di consolidamento della Rupe di Massa Martana, a Perugia. Il terremoto in Abruzzo ha riportato sotto i riflettori la questione

L

dell’accertamento preventivo della qualità delle opere e degli edifici. «Le norme tecniche nazionali ed europee sono rigorose riguardo alla qualità dei materiali da utilizzare per le costruzioni, i criteri di messa in opera, i sistemi di controllo durante le fasi di costruzione e al termine della realizzazione, la progettazione. Le nuove norme tecniche per le costruzioni emanate nel gennaio 2008, anche se ottimizzabili, introducono aspetti molto importanti per la progettazione e il collaudo delle opere, tra queste il concetto di “robustezza” dell’opera, intesa come capacità dell’opera stessa di sopportare azioni anche estreme, senza per questo collassare o costituire rischio per la vita delle persone». È necessario il profondo impegno di ogni professionista, secondo Comastri. «Occorre riacquistare il senso della responsabilità che ciascuno deve esercitare nelle proprie funzioni, soprattutto quelle di controllo sulle capacità e professionalità delle imprese, dei tecnici progettisti e direttori dei lavori e collaudatori. Ciò che si è scoperto a L’Aquila piuttosto che a San Giuliano, a Ischia e in altri casi è inaccettabile; bisogna esercitare maggior


Attività di prevenzione

LO STUDIO THESISENGINEERING Thesisengineering è uno studio tecnico di Ingegneria e Architettura, fondato nel 1995 dal professore e ingegnere Claudio Comastri. La sede principale è a Sasso Marconi, Bologna. Vi lavorano ingegneri, architetti e geometri, poi ci sono i collaboratori esterni, comprendenti impiantisti, geologi, agronomi, ingegneri ambientali. L’attività dello studio comprende: progettazione, direzione lavori, coordinamento sicurezza, prevenzione incendi, certificazione energetica, collaudi tecnico amministrativi e statici nelle diverse discipline dell’ingegneria e dell’architettura. Le sezioni dello studio sono dedicate alla progettazione e direzione lavori delle strutture in cemento armato; alla progettazione e direzione lavori architettonica; all’ingegneria geotecnica e alla progettazione delle opere interrate e delle fondazioni speciali (gallerie, consolidamento e stabilizzazione dei versanti, consolidamento dei terreni). La committenza è prevalentemente pubblica. Tra gli enti e gli istituti pubblici di maggior rilievo vi sono la Procura della Repubblica Italiana, il Ministero della Difesa, il Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, la Regione Umbria, la Regione Emilia Romagna

controllo su chi agisce non rispettando l’assetto ambientale e le regole per costruire». Con il medesimo spirito e la stessa intransigenza va affrontata la questione sicurezza nei cantieri. «C’è ancora molto da fare per raggiungere una maggiore sicurezza in tutti i cantieri. Occorre maggiore professionalità e rigore da parte di chi deve ispezionare e, soprattutto, informare, insegnare a operare con criterio e in sicurezza. La presenza nei cantieri di operatori di lingua straniera rende più difficile ma non impossibile una corretta informazione e una tutela dell’incolumità degli operatori stessi e di quanti sono in

qualche modo collegati all’esercizio dei cantieri, all’interno e all’esterno di essi». Bisogna abbattere ogni ostacolo. «L’esasperazione dei ribassi d’offerta delle imprese sugli appalti comporta spesso una riduzione dei controlli e una limitazione nelle precauzioni da mantenere in cantiere. A volte è anche difficile vincere l’inerzia delle maestranze a modificare i propri comportamenti nell’attività lavorativa, ma tocca ai responsabili della sicurezza far rispettare tutte le regole di comportamento e verificare che esistano tutte le condizioni ambientali e strutturali necessarie alla tutela degli operatori».

2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 235


PROGETTAZIONE Processi ingegneristici

La dinamica concezione dell’ingegneria moderna Bologna è presente da quasi ottant’anni lo studio tecnico Villa. Tra i numerosissimi progetti firmati dagli ingegneri Armando, Alberto, Andrea e dall’architetto Enrico, spiccano opere particolarmente impegnative e ardite. Presso lo studio Villa, che era dotato fra l’altro di una ricca biblioteca di testi italiani e stranieri, un tempo si andava “a bottega” per imparare il mestiere. La progettazione di edifici costituiva in un certo senso una forma di elevato artigianato, come testimoniano i disegni oggi consultabili presso l’Archivio di Stato di Bologna. «Ormai il progresso tecnologico ha messo in ombra molti aspetti dell’artigianalità», osserva l’ingegner Andrea Villa. «Ciò comporta vantaggi e svantaggi: le moderne tecnologie provocano omologazione nei

A

Tra vincoli e vantaggi, lo stato attuale dell’ingegneria racconta come il progresso tecnologico abbia messo in ombra molti aspetti dell’artigianalità. L’ingegner Andrea Villa spiega come l’aggiornamento si coniuga con la tradizione Adele Conti processi a ogni livello, ma hanno anche il grande vantaggio di accelerare i tempi e abbattere i costi; l’artigianalità, dal canto suo, ha il pregio di personalizzare i manufatti, di curare i particolari ma costa molto e ha i limiti tipici dell’empirismo e della manualistica. Bisognerebbe cercare una via di mezzo». Nella sua attività l’ingegnere o l’architetto progettista deve tener conto di diversi vincoli, che sono limiti, ma anche stimoli, nei confronti della sua creatività. Oltre ai problemi tecnici, imposti dalla natura del terreno, dal contesto urbano, dalla situazione preesistente degli edifici, molte sono le regole da conoscere e ri-

236 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

spettare: le leggi sulla tutela del territorio, comprese le recenti normative antisismiche, i regolamenti edilizi e igienici dei singoli Comuni. Quanto alla progettazione degli impianti, è necessario tener conto delle norme per il risparmio energetico e della possibilità di porre in essere fonti di energia alternativa. «Un discorso a parte – aggiunge l’ingegner Villa – merita la gestione e la valorizzazione del territorio: non basta il rispetto delle norme, occorrono anche sensibilità estetica e cultura. L’edilizia modifica lo stato di quiete del territorio. Queste modifiche sono sotto gli occhi di tutti e hanno un forte impatto nei nostri cervelli: dove cade lo sguardo, è ormai noto, viene modificato anche l’umore. Se ci fosse un maggior controllo sulla speculazione, senza dubbio anche la qualità della vita nelle città migliorerebbe. Tuttavia rimango del parere che senza una buona cultura alle spalle di chi se ne deve occupare, vi saranno sempre pianificazioni discutibili».

Rendering di un progetto di insediamento residenziale curato dall’ingegner Andrea Villa in collaborazione con lo studio Bazzani e realizzato da Edilsei s.r.l. Bologna. ingandreavilla@libero.it


SUPPORTI PER LA COMUNICAZIONE

La comunicazione visiva è soprattutto informazione Nell’ambito della segnaletica e dell’arredo per luoghi pubblici e uffici esistono oggetti di vario tipo, realizzati con il fine di agevolare i movimenti degli utenti e veicolare le informazioni, conciliando immagine, chiarezza ed efficienza. Ne parla Sonia Tasselli dello Studio T Adele Conti

238 • DOSSIER • EMILIA-ROMAGNA 2010

on esiste spazio, pubblico o privato, che non sia soggetto allo sviluppo del concepts communication: ogni messaggio informativo-pubblicitario trasmesso attraverso supporti materici, visivi e virtuali, soggiace alla costante evoluzione comunicativa del macrocosmo sociale. «Viviamo il “mondo digitale”. Il consumismo progredisce verso nuovi stili e, di riflesso, i prodotti cambiano». Per Sonia Tasselli, responsabile marketing di Studio T, azienda leader nel settore della comunicazione visiva per spazi pubblici e privati, «la conquista del mercato passa da un’attenta gestione della produzione e da uno studio preventivo e oculato della domanda». Quali caratteristiche deve possedere un oggetto per riuscire a comunicare un’informazione con funzionalità ed efficacia? «Ciò che oggi rende peculiare la produzione di sistemi espositivi, funzionali e di design destinati tanto allo spazio pubblico quanto a quello privato, è la tendenza all’utilizzo di supporti leggeri e minimali, allo studio progettuale di forme

N

semplici, dalle linee morbide e funzionali, che si integrino con l’architettura destinata a ospitarli e che siano in grado di esaltare il messaggio e la sua comunicazione». “Live Comunication” è nuovo messaggio che Studio T lancia nel 2010. Come nasce e cosa vuole comunicare? «È un doppio senso voluto: Vivi e Vivere la comunicazione. Accade spesso di utilizzare le parole “informazione” e “comunicazione” in modo intercambiabile quando in realtà significano due cose ben distinte. Per questo, attraverso i nostri prodotti, cerchiamo di offrire una gamma di alternative che mirano a coinvolgere il messaggio e le persone». A cosa si ispira il team nella fase di progettazione? «Per chi realizza gli oggetti è importante saper ascoltare non solo le esigenze del committente, ma anche e soprattutto la sua visione: spesso i prodotti possono prender vita dai pensieri, che bisogna saper tradurre. Abbiamo il grosso vantaggio di essere molto flessibili. Siamo in grado di personalizzare i prodotti su richiesta del cliente, interpretando la giusta soluzione anche attraverso un vasto assor-


Elementi di design

In basso, Sonia Tasselli, responsabile marketing di Studio T di Godo di Russi (RA). Nelle pagine, immagini degli spazi espositivi realizzati da Studio T - www.studiot.it

Grazie a una flessibilità progettuale e comunicativa si possono formulare proposte semplici, chiare e che si integrino perfettamente in qualsiasi ambiente

timento di articoli a catalogo in pronta consegna». Quale strategia operativa occorre adottare per la conquista del mercato? «La vera essenza “all’avanguardia” di Studio T è il team: giovane, dinamico e professionale, mantiene attiva una stretta collaborazione progettuale e produttiva con importanti partner europei. Nel 1992 è stata infatti costituita una joint venture grazie alla quale l’azienda è giunta a raccogliere la propria linea di prodotti sotto il marchio Teknoline System con l’obbiettivo di fornire soluzioni sempre più innovative e competitive anche sul mercato internazionale». Quali vantaggi può appor-

tare una partnership europea per aziende come Studio T? «Così come ha dimostrato l’avvio del progetto Teknoline System di Studio T, la collaborazione di partner di comprovata forza produttiva, favorisce l’ampliamento della propria organizzazione commerciale e la ricerca di nuovi mercati e nuove opportunità di sviluppo. Studio T è così divenuta parte di una squadra compatta e coesa, di un consorzio di aziende specializzate nella produzione di supporti per la comunicazione visiva, segnaletica e display alla continua ricerca di soluzioni sempre più all’avanguardia in grado di proporsi su tutto il mercato europeo con un vastissimo assortimento».

2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 239


POLITICHE ENERGETICHE

Un patrimonio al servizio della ricerca Un’importante risorsa nel settore della ricerca tecnologica e dell’ingegneria sperimentale. Oltre che motore dello sviluppo economico del territorio montano dell’Appennino tosco-emiliano grazie al patrimonio tecnico-scientifico accumulato. È il Centro ricerche Enea Brasimone, diretto da Domenico Cassarini Francesca Druidi on il recente ritorno al nucleare in Italia, sono in molti a puntare gli occhi sulle attività del Centro ricerche Enea Brasimone, ipotizzando un possibile ruolo della struttura nelle politiche energetiche del governo tese a fare del nucleare uno dei principali strumenti per arginare la dipendenza energetica del nostro Paese. Per il momento è stato determinato in via preliminare solo il framework normativo della strategia nucleare, con la definizione degli iter procedurali, delle competenze dei diversi soggetti e dei requisiti necessari nella costruzione degli impianti. Mancano ancora diversi step per avere una mappatura completa dei siti destinati a ospitare le nuove centrali nucleari. Molte decisioni devono ancora essere prese. E non tutti sono, del resto, a conoscenza del tipo di attività svolte all’interno del Centro ricerche Enea Brasimone. Sorto negli anni 60, il Centro, situato sull’Appennino tosco-emiliano e più precisamente sulle rive del Bacino Brasimone nel Comune di Camugnano, in provin-

C

In apertura, impianto Dtp (Divertor test platform) con vessel e cassetta divertore. A fianco, l’impianto Lecor per prove di corrosione su materiali e componenti per reattori Ads (Archivio fotografico Enea)

240 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

cia di Bologna, si è da subito inserito nel filone di studi per lo sviluppo della filiera europea di reattori nucleari a neutroni veloci. All’inizio degli anni 70, è scelto quale sito in cui realizzare un reattore sperimentale per condurre prove sugli elementi di combustibile (Pec), dotandosi così di importanti dotazioni umane, infrastrutturali e tecnologiche. All’inizio degli anni 80, il Cnen (Comitato nazionale per l’energia nucleare) che gestiva il centro, viene sostituito dall’attuale Enea. L’incidente di Chernobyl del 1986 e il successivo referendum sul nucleare del 1987, impegnano la struttura in un processo di riconversione e rifinalizzazione sia delle risorse disponibili che delle competenze professionali. «A partire dal 1990 – spiega il direttore del Centro, l’ingegner Domenico


Centro ricerche Enea

Cassarini – le nostre attività sono state orientate prevalentemente alle ricerche nel settore dell’ingegneria sperimentale, realizzando prove tese a fornire ai progettisti le informazioni necessarie sul comportamento di materiali, impianti e congegni». Il Centro è in grado di progettare prove per i più diversi ambiti, «per una caldaia a gas, ma anche per una navetta spaziale», come rimarca Cassarini, evidenziando la trasversalità delle capacità della struttura. Oggi il Centro ricerche Enea Brasimone impiega 104 dipendenti e se il funzionamento di base è garantito dal contributo ordinario dello Stato assegnato all’Enea, le attività sperimentali e di ricerca sono finanziate tramite accordi con i ministeri e con l’Unione europea. Il 2008 e il 2009 sono stati anni particolarmente critici: «ma speriamo di incrementare sia le presenze nel personale che le risorse finanziarie». Le attuali attività concernono in particolare le tecnologie legate alla fusione termonucleare controllata e le applicazioni industriali derivate. Queste sono svolte prevalentemente nell’am-

bito del Programma Fusione dell’Unione europea e riguardano i progetti Iter (International thermonuclear rngineering reactor) e Demo (Demonstraction reactor), dedicati alle speriRISORSE mentazioni di prototipi di componenti di reattori a fusione. Il progetto Iter prevede la reaCifra che all’incirca lizzazione di un reattore nucleare prototipo; si assomma le risorse necessarie al tratta di un sistema sperimentale volto a difunzionamento del mostrare la fattibilità tecnologica della fusione Centro e gli investimenti nelle termonucleare allo scopo di produrre energia in attività di ricerca modo controllato. L’impianto troverà sede a Cadarache nel sud della Francia, ma il progetto ha caratura mondiale, frutto di una cooPERSONALE perazione tra sette partner riuniti in una joint venture internazionale: ne fanno parte Unione Numero di dipendenti europea, Cina, India, Giappone, Russia, Corea che attualmente del Sud e Stati Uniti. «L’Iter – precisa il diretimpiega il Centro Ricerche Enea tore Cassarini – è un reattore dimostrativo utile Brasimone situato per provare alcune fasi del procedimento di sulle rive del Bacino Brasimone nel fusione». Il sistema sfrutta l’azione di campi Comune di magnetici i quali tengono confinati atomi ioCamugnano (BO) nizzati, sottoposti a forti pressioni e ad altissime temperature. «Sono diverse le complicazioni 

3,5 mln 104

EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 241


POLITICHE ENERGETICHE

IN PRIMA FILA NEL RILANCIO DEL NUCLEARE Qualificazione di sistemi e componenti in ambito nucleare. È il titolo del workshop organizzato dall’Agenzia Enea a Roma il 20 gennaio scorso. Un’occasione di confronto sulla sicurezza nucleare

I

l processo di qualificazione nucleare è uno dei principi cardine della progettazione e realizzazione delle centrali nucleari, e consiste nel sottoporre componenti e sistemi a un complesso sistema di prove sperimentali, per poterli considerare adeguati al montaggio in una centrale nucleare». Lo ha evidenziato l’ingegner Giovanni Lelli, commissario Enea (Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile), nel corso del workshop “Qualificazione di sistemi e componenti in ambito nucleare”, tenutosi a Roma il 20 gennaio scorso. «Tali prove sono determinanti ai fini della sicurezza nucleare perché permettono di verificare che sistemi, componenti e strutture, anche in caso di incidente, continuino a svolgere le funzioni per le quali sono

stati progettati con la massima affidabilità, consentendo così di mantenere sotto controllo il reattore in qualunque situazione». Il workshop è stato organizzato presso il Centro Ricerche della Casaccia, in collaborazione con Enel e Ansaldo Nucleare, coinvolgendo le principali realtà istituzionali e industriali interessate, per illustrare e far visitare gli impianti e i laboratori che forniscono i servizi di qualificazione nucleare. All’appuntamento hanno partecipato molte delle aziende presenti al meeting Enel-Confindustria del 19 gennaio per la presentazione del processo di qualificazione delle imprese interessate al programma nucleare. La valutazione della sicurezza e dell’affidabilità dei componenti e dei sistemi da installare nelle centrali elettriche nucleari è

 tecnologiche che nella costruzione di Iter vanno

affrontate e risolte». Come, ad esempio, l’enorme energia consumata dal reattore durante il funzionamento e le alte temperature da sostenere nell’impianto, richieste dagli atomi per mantenere la condizione di fusione. Iter costituisce il passaggio fondamentale verso la realizzazione di reattori prototipo per centrali elettriche, con l’obiettivo di preludere alla costruzione a scala industriale di impianti di potenza a fusione. Il progetto Demo rappresenta lo stadio successivo, e i risultati ottenuti su Iter risultano propedeutici nel dimostrare la fattibilità economica della tecnologia della fusione. «Il Centro non ha una specifica vocazione al nucleare. Certo, quest’ambito sta oggi cercando di avanzare e noi siamo al servizio anche di chi progetta reattori». Altri settori di attività riguardano sistemi nucleari innovativi pilotati da acceleratori per la trasmutazione dei rifiuti nucleari, sistemi solari a concentrazione, metrologia, metallografia, controlli e prove 242 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

regolamentata a livello nazionale e internazionale da norme del processo di qualificazione, che comprendono tutte le diverse fasi di realizzazione degli impianti, dalla progettazione alla costruzione e durante l’esercizio. «L’Enea, nel suo nuovo ruolo di Agenzia – ha proseguito Lelli – è in grado di fornire alle imprese operanti nel settore nucleare molte delle qualifiche previste dalla normativa, grazie a laboratori e impianti specifici già operanti presso i suoi Centri di Ricerca, alcuni dei quali sono unici in Italia e tra i pochi in Europa. Queste strutture e le competenze di livello internazionale che vi operano, pongono l’Agenzia Enea in prima fila tra i soggetti impegnati nel rilancio del nucleare». In particolare, presso il Centro Ricerche Enea della Casaccia, presso Roma,


Centro ricerche Enea

sono concentrati, in un unico sito, un complesso di importanti laboratori e infrastrutture sperimentali di prova: il laboratorio di prove dinamiche e ambientali, il laboratorio di compatibilità elettromagnetica, l’impianto di irraggiamento Gamma “Calliope”, l’impianto “Vapore”. In questi laboratori è possibile condurre l’intero processo di qualificazione nucleare di componenti, dispositivi e sistemi inerenti la sicurezza nucleare. L’Enea effettua attività sperimentali di misura e una sequenza di prove di qualificazione su sistemi e componenti, le cosiddette “prove di tipo”, che riguardano la raccolta dei dati di base, le prove funzionali che riproducono l’invecchiamento da agenti fisici, irraggiamento, vibrazioni, compatibilità elettromagnetica e le prove di simulazione delle condizioni causate incidenti esterni, come i sismi, ma anche dall’eventuale caduta di un aereo. La progettazione degli im-

pianti nucleari è basata sul principio di impedire incidenti e di limitarne le eventuali conseguenze, attraverso la cosiddetta “difesa in profondità”. Per ottenerla è necessario che sia garantita l’applicazione di una lunga serie di condizioni, a più livelli, in maniera combinata e coordinata, sin dalla fase progettuale. Gli aspetti di radioprotezione sono fondamentali per la sicurezza nucleare. La radioprotezione consiste nel mantenere ai livelli più bassi possibili l’esposizione alle radiazioni ionizzanti, impedendo il rilascio indesiderato di radioattività dovuto a incidenti. A tale scopo, l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Iaea), pone come obiettivo generale della sicurezza nucleare quello di proteggere le persone, la società e l’ambiente predisponendo e mantenendo nelle installazioni nucleari sistemi efficienti di protezione contro i rischi radiologici.

meccaniche, tutela del patrimonio naturale e del monitoraggio ambientale: «una parte piccola, ma significativa delle attività del Centro. Il laboratorio effettua analisi su matrici ambientali, materiali da costruzioni, prodotti agricoli e commestibili». Il Centro vanta rapporti di collaborazione proficui con alcune università italiane, ma senza trascurare la realtà in cui opera. «Non siamo malvisti, ma anzi abbiamo stretto un rapporto di ottima collaborazione con il territorio montano. In particolare con il Comune di Camugnano, con il quale si cerca di portare avanti una serie di iniziative su particolari aree produttive, orientando attività mirate alla riduzione di emissioni nell’atmosfera». Vengono, inoltre, organizzati corsi di formazione alla sicurezza (antincendio, primo soccorso, diagnosi di sicurezza, valutazione di rischio) a supporto del Programma nazionale di Ricerche in Antartide, della Pubblica amministrazione e delle piccole e medie imprese. «Anche con le associazioni di categoria, Confarti-



Il Centro Ricerche Enea Brasimone non ha una specifica vocazione al nucleare. Certo, quest’ambito sta oggi cercando di avanzare e noi siamo al servizio anche di chi progetta reattori



gianato così come Unindustria, il Centro sviluppa progetti in virtù delle conoscenze e delle attrezzature acquisite nei settori tecnico-scientifici». Presso il Centro Ricerche è attivo, dal 1985, un centro informazione esterno, situato sul lago e aperto al pubblico, dotato di una sala riunioni e una sala espositiva. «È importante, attraverso incontri e convegni instaurare un dialogo, alimentare il legame con il territorio, e comunicare ciò di cui si occupa il Centro, offrendo spunti di riflessione su tematiche di interesse, quali l’uso delle fonti rinnovabili e il risparmio energetico». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 243


INQUINAMENTO INDUSTRIALE

Limitare le immissioni è la prima necessità Il riscaldamento globale e l’inquinamento industriale sono argomenti di estrema attualità e attenzione. Ad essi i Governi dei paesi più industrializzati cercano di porre un argine. Antonio Balzani illustra quali sono le attuali normative che le aziende devono necessariamente rispettare Nicolò Mulas Marcello

l rapporto tra industria produttiva e ambiente riveste una posizione fondamentale nel moderno panorama normativo. Particolare attenzione viene riservata soprattutto alle emissioni in atmosfera, con tutto ciò che comporta l’iter autorizzativo, nei suoi aspetti tecnici: da quello progettuale, a quello impiantistico di sicurezza, alle verifiche funzionali, fino ad arrivare al collaudo finale basato su autocontrolli di legge. L’espletamento delle pratiche, dei controlli analitici e la messa in atto di misure necessarie richieste dalle nor-

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Lo staff di Interstudio Tecnica e Ambiente di Parma. Nella pagina accanto alcune fasi dei controlli analitici interstudio@rsadvnet.it

mative e legislazioni vigenti sono alcune delle attenzioni che ogni azienda deve tenere in estrema considerazione per non andare incontro a sanzioni amministrative importanti. Come sottolinea il dottor Antonio Balzani dell’Interstudio Tecnica e Ambiente di Parma: «gli obblighi da rispettare sono sostanzialmente il rispetto dei limiti di immissione nell’ambiente esterno di sostanze e prodotti, derivanti dai processi industriali, oltre che naturalmente, quelli di rispetto degli obblighi di sicurezza del lavoro e delle attività, nei confronti dei cittadini terzi che ne subirebbero le conseguenze in caso di incidenti». Riguardo all'inquinamento industriale, quale normativa regola l'ambito delle autorizzazioni per un'azienda ad esercitare la propria attività? «Il D.Lgs. 152/2006 tra tutte, nelle sue varie parti, regola complessivamente le condizioni autorizzatorie per l’esercizio di tutte le varie attività produttive, per la costruzione, la modifica, il trasferimento, il rinnovo delle autorizzazioni regionali possedute. Per conto della Regione l’ente che le rilascia è la Provincia, previa istruttoria tecnica ed espressione di pareri specifici da parte di ARPA, dei Comuni sulle compatibilità urbanistiche, dei Servizi di igiene pubblica e dei Servizi di sicurezza sul lavoro


Normative vigenti

Le aziende sono obbligate a rispettare i limiti di immissione nell’ambiente esterno di sostanze e prodotti, derivanti dai processi industriali

570 mln

TONNELLATE Di CO2 emesse in Italia ogni anno. Siamo il terzo Paese europeo per emissioni. Il 17,5% sopra l'obiettivo che dovrà essere raggiunto entro il 2012

(SPSAL), con osservanza degli specifici regolamenti comunali e provinciali e delle linee guida regionali o nazionali disponibili». Quali tipi di controlli vengono effettuati all'interno di un azienda? «I controlli da attuare che sono posti in capo alle aziende stesse, sono sostanzialmente di tre tipi: quelli che riguardano la qualità delle produzioni, la gestione delle attrezzature, linee, macchine operatrici, quelli relativi alla sicurezza delle operazioni produttive e quelli del rispetto formale e sostanziale delle normative e delle leggi. Le sanzioni erogate in caso di inadempienza, hanno rilevanza economica e spesso anche penale». L'opinione pubblica è abbastanza formata e informata in materia di inquinamento? «C’è sempre chi ha interesse a presentare l’informazione in modo parziale, non dicendo bugie, ma esaltando alcuni aspetti e sminuen-

done altri, secondo la necessità e gli obiettivi da conseguire, soprattutto economici e a breve termine. Ciò che è bene, necessario e imprescindibile per i paesi industrializzati, produttivi, economicamente forti, non lo è altrettanto per quelli che desiderano diventarlo». Riguardo all'inquinamento atmosferico, quali saranno gli effetti sul pianeta, a lungo termine? «L’inquinamento non è altro che l’alterazione di parametri ambientali preesistenti, la modifica di equilibri dinamici e complessi, tra numerosi parametri interattivi e ha una valenza strettamente legata allo spazio e al tempo, definiti e limitati, in cui esso è applicato. L’inquinamento non ha solo la valenza negativa. Per esempio quando si trasforma una palude in un parco godibile o in un terreno coltivabile o in una zona urbanizzata, l’inquinamento costituisce un fatto positivo e necessario». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 245


AMBIENTE Siti contaminati

Le operazioni di bonifica non vanno sottovalutate a normativa nazionale per i siti contaminati trova i primi riferimenti nell’ambito del Dlgs 22/97, meglio noto come decreto Ronchi. A completamento attuativo il successivo decreto ministeriale del ’99 riportava i limiti di riferimento di importanti contaminanti per i terreni destinati a verde pubblico, urbano e per i terreni destinati ad attività commerciali, industriali e di servizi. «È evidente che la verifica di contaminazione scaturiva da un’analisi storica, topografica, orografica e idrologica del sito», afferma il dottor Massimo Baldi. Dunque si procedeva a un’indagine ambientale attenta ai parametri connessi alla storia del sito. Veniva redatta una relazione di caratterizzazione dalla quale si esaminavano i vari metodi di intervento per la bonifica. La normativa attuale risalente al Dlgs 152/06, aggiunge al processo di caratterizzazione del sito una eventuale fase di analisi del rischio. «In alcuni casi, le concentrazioni di riferimento per la valutazione della contaminazione del sito sono in difficoltoso contrasto con le situazioni ambientali e storiche del sito. Vengono spesso predisposte opere di bonifica con interventi onerosi che non risolvono il problema, afferma l’ingegner Vito Signorello»

L

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Le indagini di valutazione dei siti contaminati mostrano le cause fisiche, chimiche, biologiche e geologiche dei fattori inquinanti. Ma spesso si trascura l’importanza delle condizioni storiche e geologiche del sito in esame. Ne parlano Massimo Baldi e Vito Pietro Signorello  Simona Langone  che aggiunge «a volte gli interventi possono risultare controproducenti». Molti interventi di bonifica hanno comportato elevate spese con risultati non adeguati, in quanto in alcuni territori, agiscono fattori di natura geologica e storica indipendenti dalle attività svolte sul sito.«Molte aziende, chiudendo la loro attività, hanno lasciato abbandonati i loro siti che, anziché essere bonificati con procedure immediate, sono stati immobilizzati nel loro stato, portando a un innalzamento del livello di inquinamento,- interviene nuovamente Baldi, che argomenta- nella stessa conferenza dei servizi viene dato un rilievo marginale al parere tecnico rispetto al parere istituzionale a prescindere dalle competenze professionali». L’inquinamento del sito non è solo del suolo, ma riguarda tutte le matrici ambientali che sono suolo, ma anche sottosuolo, atmosfera, acqua, acustica, vibrazioni, onde elettromagnetiche, radiazioni ionizzanti e qualsiasi altra matrice che viene ad essere contaminata da attività umane. In questo contesto, conclude Signorello, «la nostra struttura di consulenza, la Perizia Srl, si propone di aiutare le imprese e i cittadini ad avere una visione più oggettiva possibile del reale inquinamento di un sito. In questo modo è possibile intraprendere le misure di bonifica più adatte, nel pieno rispetto dell’ambiente, delle leggi, e con il minor dispendio economico possibile».

A sinistra, un sito di bonifica della società Perizia Srl che ha sede a Ferrara info@periziasrl.it


Formazione cura e ricerca

ISTITUTO ORTOPEDICO RIZZOLI Innovazione e ricerca al servizio del paziente. L’esperienza clinica dello Ior di Bologna

RINOPLASTICA La Mit è una tecnica operatoria che promette di rivoluzionare la chirurgia plastica nasale. Paolo Gottarelli spiega come


CORSIE D’ECCELLENZA

Innovazione e ricerca al servizio del paziente «La fortuna dell’Istituto ortopedico Rizzoli è di venire da una lunga tradizione clinica». Il parere professionale di esperti operanti nei nove laboratori presenti all’interno dell’istituto sui risultati raggiunti dall’attività di ricerca dello Ior e quelli da ottenere per rispondere alle necessità di ricerca e assistenziali del territorio nazionale Renata Gualtieri

gli inizi degli anni Ottanta si è saputo coniugare l’elevato livello clinico dell’Istituto ortopedico Rizzoli con l’apertura di diversi laboratori di ricerca, aggiungendo un’iniezione di giovane linfa vitale che ha rilanciato il Rizzoli ai livelli di riconoscimento internazionale raggiunti negli ultimi venti anni. Lo Ior, come tutte le migliori istituzioni di ricerca, necessita però di un finanziamento costante che è assolutamente necessario per salvaguardare il patrimonio scientifico e culturale unico nel panorama nazionale presente presso l’istituto. I finanziamenti sono di provenienza diversa: dal ministero della Salute, dalla Regione, dalla Comunità europea e dalle ricerche fatte per conto dell’industria. L’obiettivo è finalizzare la ricerca alle reali esigenze che ogni giorno si incontrano nel rapporto con i pazienti e le loro patologie. Così come spiegano Aldo Toni, Andrea Facchini e Marco Viceconti. Sono state istaurate o sono previste future collaborazioni dell’Istituto ortopedico Rizzoli con altri centri di eccellenza nella ricerca? Aldo Toni «Le collaborazioni sono numerose e finalizzate sia allo sviluppo di progetti di ricerca, sia a migliorare l’assistenza clinica con scambi di informazioni su metodiche organizzative e di gestione dell’ospedale, come il Progetto Bengio in corso con il Cto di Torino

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Dall’alto, Aldo Toni, direttore della Struttura complessa di ortopediatraumatologia e chirurgia protesica e dei reimpianti d’anca e di ginocchio; al centro, Marco Viceconti, direttore del Laboratorio di biomeccanica computazionale; in basso, Andrea Facchini, direttore del Laboratorio di immunologia e rigenerazione tissutale

e l’Irccs Galeazzi di Milano». Andrea Facchini «L’Istituto Rizzoli ha numerose collaborazioni didattiche con l’Università di Bologna e altre importanti istituzioni italiane a livello dei corsi di laurea, e post laurea per scuole di specializzazione, dottorati, master e corsi di perfezionamento». Ci sono sufficienti finanziamenti statali e regionali per svolgere attività di ricerca e miglioramento delle procedure terapeutiche negli ospedali? A.T. «La ricerca biomedica e clinica richiede continui investimenti per acquisire nuove tecnologie e ricercatori con specifiche competenze ed essere competitivi a livello internazionale. La spesa italiana in ricerca, in rapporto al Pil, è la più bassa dei paesi Ocse e ciò vale anche per la ricerca biomedica. Gli istituti di ricovero e cura a carattere scientifico hanno visto una progressiva erosione del finanziamento per la ricerca corrente, cioè il fondo per coprire le spese fisse, strutturali. Tale contrazione ostacola il mantenimento dell’elevato livello della ricerca raggiunto allo Ior. Le cose vanno meglio a livello regionale dove varie iniziative degli assessorati alla Sanità e alle Attività produttive hanno visto una buona partecipazione del Rizzoli». Come si integra allo Ior l’attività di ricerca scientifica e quella assistenziale e di cura? A.T. «La fortuna del Rizzoli è di venire da una


Istituto ortopedico Rizzoli

lunga tradizione di ricerca clinica. Oggi tutta la ricerca trova una sua applicazione clinica nel breve e medio termine. Pochi centri di ricerca al mondo hanno nove laboratori all’interno dello stesso istituto». Marco Viceconti «Ci sono progetti di ricerca che nascono nei laboratori e i risultati, se sufficientemente sviluppati, sono estesi alla sperimentazione clinica; altri da un’esigenza clinica e sono “sospinti” dalla componente assistenziale. Nel settore tecnologico ci sono progetti di trasferimento di tecnologie innovative nella pratica clinica ma in condizioni limitate e il loro utilizzo viene monitorato in termini di costo, efficacia e sicurezza». A.F. «L’attività di ricerca biomedica e quella assistenziale sono integrate nella ricerca traslazionale volta ad analizzare le malattie dei pazienti per studiarne, con l’aiuto di sofisticate tecnologie, i meccanismi e correggerne i problemi. Questo continuo flusso di informazioni fra la ricerca di base e quella clinica consente

di trasferire le scoperte scientifiche in applica- Sopra, l’ingresso dell’Istituto zioni assistenziali». ortopedico Rizzoli L’Istituto ortopedico Rizzoli è impegnato attualmente in progetti di ricerca europei? A.T. «La Commissione europea, e in particolare il settimo programma quadro, è una delle fonti primarie di finanziamento per la ricerca tecnologica del Rizzoli. In particolare al Rizzoli è stata assegnato dalla Comunità il coordinamento di un consorzio di 19 istituzioni di ricerca e sviluppo pubbliche e private con sede in Europa, dedicato a un progetto per la prevenzione e il trattamento dell’osteoporosi con 12 milioni di euro di investimento, di cui 9 finanziati dalla stessa Commissione. Dal 1992 ben 59 progetti sono stati finanziati dalla Comunità europea al nostro istituto. Di questi, 15 sono attualmente in corso». Quali progressi si sono ottenuti nella chirurgia ortopedica e quali innovazioni sono state applicate nella produzione di protesi? A.T. «I risultati delle ricerche degli ultimi anni  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 251


CORSIE D’ECCELLENZA

hanno trovato numerose applicazioni in campo clinico. Le protesi d’anca per esempio sono divenute assai più affidabili e durature grazie allo sviluppo di materiali più resistenti all’usura; altro sviluppo interessante è quello dato da protesi meno invasive, che riducendo il danno chirurgico permettono un recupero funzionale più rapido e una maggiore quantità d’osso ancora integro ed a disposizione per eventuali futuri interventi. L’ausilio della chirurgia simulata al computer, la “virtual surgery”, migliora le possibilità di eseguire un impianto delle protesi corretto anche nei casi più complessi. Infine recenti sviluppi si hanno verso protesi “biologiche”, che si possano avvalere di parti o rivestimenti a contenuto cellulare o tessutale che migliori la possibilità di osteointegrazione e di biofunzionalità degli impianti stessi». La complessità tecnico professionale che connota l’attività ortopedica e traumatologica rende indispensabile un’altissima specializzazione del personale? A.T. « L’attività ortopedica e traumatologica moderna richiede una complessità tecnico professionale che vede partecipare non solo i medici, ma anche infermieri nelle varie differenti qualifiche specialistiche, così come tecnici di radiologia e personale dedito alla riabilitazione del paziente operato. Solo con l’integrazione fra medici e tutto il personale tecnico specializzato si può oggi fornire al paziente il risultato al più alto livello di qualità». A che cosa si rivolgerà la vostra attenzione nei prossimi anni per assicurare ai 252 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010

pazienti un netto miglioramento di vita? A.F. «La ricerca sarà indirizzata a una migliore comprensione dei meccanismi della patologie muscoloscheletriche utilizzando sofisticate tecnologie quali la genomica e la proteomica. Tra le applicazioni di tipo assistenziale ha grande rilievo la medicina rigenerativa che utilizza cellule isolate dai tessuti dei pazienti per ricostruire nuovi tessuti come la cartilagine e l’osso. Lo Ior è dotato di una Cell factory per far crescere le cellule secondo le norme di sicurezza italiane ed europee». M.V. «Tra i progetti tecnologici dello Ior, finanziato dalla Commissione europea, è il progetto Vphop, che ha l’obiettivo di migliorare la diagnosi, prognosi e il trattamento dei pazienti affetti da osteoporosi. La nostra speranza è che la tecnologia possa aiutarci a sostenere la crescente domanda di salute da parte di una popolazione che invecchia, mantenendo però anche una compatibilità con le risorse economiche». A.T. «Tecniche chirurgiche sempre meno invasive permetteranno ai pazienti di ottenere ottimi risultati clinici con ricoveri sempre più brevi, nel rispetto delle esigenze di ripresa funzionale e di cura del dolore che il paziente stesso si attende».

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PROGETTI Le ricerche che dal 1992 sono state finanziate dalla Comunità europea all’Istituto Rizzoli


CHIRURGIA PLASTICA

Rinoplastica senza dolore per chi ha naso

Nessun dolore e niente tamponi post operatori. Paolo Gottarelli, chirurgo plastico, ha messo a punto una tecnica rivoluzionaria, la Mit, che permette di decongestionare i turbinati ipertrofici. E ha aperto la strada alla cura di malattie gravi semplicemente facendo una diagnosi più approfondita attraverso, ad esempio, la Tac dei seni paranasali Nera Samoggia

re lettere hanno rivoluzionato il mondo della chirurgia del naso. E, non meno importante, liberato i pazienti dal dolore e soprattutto dal tormento dei tamponi post operatori. Con la Turbinoplastica inferiore modificata secondo tecnica personale, altrimenti detta Mit, Paolo Gottarelli, specialista in chirurgia plastica, ha messo a punto una tecnica operatoria che permette di decongestionare i turbinati ipertrofici. E soprattutto ha rivoluzionato il modus operandi e di pensiero dei colleghi. «La mia Mit è l’unica tecnica al mondo – spiega Gottarelli – che risolve definitivamente il problema dei turbinati, che assilla l’80% della popolazione, altrimenti risolto con la loro bruciatura più o meno annuale. Una soluzione assurda perché i turbinati sono fatti anche un po’ di osso che quindi non si brucia. Con la Mit, siamo in grado di riportare una struttura alterata alla sua dimensione normale». Facciamo un passo indietro. Come nasce la Mit? «È legata a tre esperienze. In primis, visitando di più e controllando di più i pazienti operati.

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Sopra, il chirurgo plastico Paolo Gottarelli

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Paolo Gottarelli

Se non si rivede sempre ciò che si è fatto, non ci si rende conto delle lacune. Secondo, dall’essermi rotto il naso tre volte e avere avuto per tre volte i tamponi e avere patito “le pene dell’inferno”. Infine, dall’essere un personaggio che sta fuori dal gregge nel senso che non si accontenta di quello che legge sui libri come oro colato. Occorre vivacità mentale. Bisogna essere curiosi. Il medico, in genere, si fossilizza in un corso di studi molto duro, ma molto pragmatico. E mitizza i grossi personaggi che hanno scritto pubblicazioni. Invece, la medicina è in continuo mutamento, si evolve. Per mia natura, ho girato il mondo, ho conosciuto i migliori medici e poi mi sono fatto la mia idea». Appunto la famosa Mit. In che cosa consiste? «Ho messo insieme tre metodiche: la rinoplastica strutturale di Dean Toriumi, quella vettoriale della punta di J.Tebbetts e la Turbinoplastica inferiore di mia invenzione. Touriumi e Tebbetts hanno aperto una nuova strada. Io ho shakerato gli “ingredienti”, aggiungendo molto della mia esperienza. È venuto fuori un cocktail vincente da più parti. Innanzitutto per il paziente al quale dico che non avrà dolore né tamponi, che il massimo del gonfiore lo avrà il secondo giorno, ma dal quinto giorno comincerà a respirare un po’ meglio, mentre al settimo si potrà soffiare il naso, togliersi la medicazione senza soffrire e respirare discretamente». Insomma un escalation di effetti positivi concentrata in sette giorni. Ma come funziona? «Premesso che richiede una grande passione e un grande spirito di sacrificio, è una tecnica che va bene per chi ha la mentalità del micro-chirurgo. Mentalità che, purtroppo, manca perché spesso si reputa che un naso debba essere fatto in venti minuti. E, invece, con la Mit occorre circa un’ora. Si deve lavorare nel piccolo, facendo molta più fatica. In pratica intervengo su

tutte e tre le componenti anatomiche dei turbinati inferiori con eccezionale efficacia. Con una piccola siringa si iniettano sostanze anestetiche a livello locale, proprio come fa il dentista prima di un’estrazione. Poi, con un taglio longitudinale, incido il turbinato che viene “aperto”. Messa a nudo la sua parte ossea si procede alla limatura. Se ne riducono le dimensioni e si corregge l’ipertrofia. Attraverso l’incisione si riducono anche le dimensioni dei tessuti cavernosi e spugnosi che ricoprono la parte ossea del turbinato che viene quindi “ridimensionato”. Detersa la zona operata, si passa alla sutura ermetica e continua con filo in acido polilattico, quindi riassorbibile».  EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 255


CHIRURGIA PLASTICA



Qual è la grande novità introdotta dalla Mit? «Di avere aperto una strada che, da un lato, assicura al paziente l’assenza di dolore e il non uso dei terribili tamponi. Dall’altro, da quello del medico, di aver fatto scoprire quante malattie gravi possono essere curate semplicemente facendo una diagnosi più approfondita attraverso, ad esempio, la Tac dei seni paranasali. Sulla faccia, il naso è secondo per volume solo al cervello. Ma di poco meno. Il naso non è solo la parte che protrude dal viso. Quello è il naso esterno. Poi c’è quello interno che va fino al cer-



Di naso si deve occupare un chirurgo specifico con una formazione ad hoc. Deve sapere di chirurgia funzionale ed essere anche un bravo chirurgo plastico 256 • DOSSIER • EMILIA ROMAGNA 2010



vello in alto, sotto gli occhi e fino alla gola. Insomma, sono una serie di cavità piuttosto grandi che comunicano fra loro, appunto i famosi seni paranasali che danno tanti problemi. Dalle sinusiti alle poliposi. Con una Tac, siamo in grado di individuare le alterazioni che spessissimo diventano spine irritative. Ad esempio, ci sono persone che soffrono di cefalea da anni, sono molto studiate, ma non si sono mai sottoposte a Tac. Bene, quello è un naso che non respira, forse è storto all’interno e crea una spina irritativa attraverso un meccanismo di ipossia dei seni paranasali. Lo stesso vale per le cefalee, le nevralgie, le allergie e le riniti. Quante persone vengono diagnosticate come allergiche e invece sono “semplicemente” malate al naso. Quante allergie, con la Mit, spariscono o diminuiscono di intensità. Quanti bambini, quanti pazienti sono asmatici e soffrono di bronchiti ricorrenti perché usano


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TURBINATI, CONDIZIONATORI DEL NASO

I

turbinati sono tre formazioni ossee rivestite da mucosa che svolgono funzioni di riscaldamento, depurazione, umidificazione e regolazione del flusso dell’aria inspirata. I turbinati inferiori quando aumentano di volume (ipertrofia), per cause allergiche specifiche o aspecifiche, determinano il fastidioso quadro dell’ostruzione nasale. L’ostruzione nasale, con il perdurare delle cause scatenanti, può diventare irreversibile, accentuarsi durante la notte (la posizione sdraiata favorisce una ulteriore congestione dei turbinati) e può accompagnarsi ad altri sintomi, come rinorrea (naso che cola), starnutazione, prurito nasale, iposmia (diminuzione dell’olfatto), oltre che cefalea, russamento e apnee notturne.

troppo la bocca in quanto nel naso non passa aria sufficiente». Per applicare la Mit in sala operatoria, occorre un alto livello di specializzazione? «Il punto fondamentale è la formazione. Il naso non è di esclusiva pertinenza né dei chirurghi plastici né degli otorini. Assistiamo a divisioni di compito sbagliate. I chirurghi plastici pensano solo all’estetica e si disinteressano magari della funzione. Al contrario, per l’otorino il naso è solo funzione. Ma il naso è funzione e forma. Di naso si deve occupare un chirurgo specifico con una formazione ad hoc, fatta apposta solo per il naso. Perché si deve sapere di chirurgia funzionale, ed essere quindi un bravo otorino, ma anche essere un bravo chirurgo plastico. Bisogna avere una cognizione del rapporto forma-funzione. Si devono individuare i giusti rapporti che possono essere anche schematizzati in certe formule, ma poi si deve avere la percezione di come andrà modificato quel naso in quel contesto di quella persona. Si deve avere una visione d’insieme». Salute, ma anche estetica, quindi. «Esatto. Ha grande importanza anche l’affinamento culturale e artistico, non solo quello tecnico. Purtroppo i chirurghi pensano che il successo sia dovuto alla tecnica e invece, nel nostro campo, è dovuto anche proprio all’arte. Ma

per raggiungere questo traguardo, oltre che ad avere un certo talento naturale, i talenti vanno affinati. In un campo come il nostro, le brutture che si vedono in giro sono frutto di mancanza di cultura, non di tecnica. Se si studiasse un po’ di arte, se si abituasse l’occhio a guardare certi dipinti non verrebbero mai proposte sui video bocche alla rovescia, seni fuori di misura. Sono situazioni di forme che non si trovano in nessun tipo di approccio artistico». Doppia è la valenza della Mit: per la salute, ma anche estetica, perché? «È molto naturale. Non è pensabile che ci possa essere un centometrista olimpionico con una gamba più corta di dieci centimetri dell’altra. Per avere un ottima funzione si deve sempre avere un corretto rapporto con la forma. Nel naso tutte le correnti aeree dipendono dalla forma interna ed esterna. Casualmente, quando si ha una forma corretta e un buon funzionamento, non si avrà mai un brutto naso». Qual è un bel naso? «È uno che respira bene e non sembra operato. Il bello poi cambia con le moda, con la tribù a cui si appartiene». Negli ultimi tempi il suo nome è stato associato a quello di Paris Hilton. «I contatti ci sono, vedremo». EMILIA ROMAGNA 2010 • DOSSIER • 257


ODONTOIATRIA

La rivoluzione nei materiali le applicazioni del titanio e nuove frontiere dell’odontoiatria sono rappresentate dal titanio. Elemento metallico che è ben conosciuto per la sua resistenza alla corrosione. È leggero, duro, con una bassa densità. Ha la proprietà di essere biocompatibile, in quanto presenta una porosità superficiale analoga a quella dei tessuti umani, per cui risulta fisiologicamente inerte. Viene utilizzato in odontoiatria per la sostituzione delle radici dei denti naturali andate perdute per varie patologie grazie al ricercatore Per- IngvarBranemark, che dimostrò la compatibilità del metallo con l’osso. «La radice in titanio non stimola alcuna reazione tipo rigetto, ma si osteointegra nella cresta ossea dove l'impianto viene inserito e i tessuti biologici si adattano intimamente a esso», sostiene il dottor Presta. Come si distinguono gli impianti dentali? «Le tipologie di impianti sono per lo più a vite e si distinguono per forma e variano per lunghezza, diametro e disegno. I disagi del paziente dipendono molto dalla tecnica usata, ad esempio, se si opta per tecniche monofasiche o bifasiche. Diverse sono le conseguenze se si sceglie un posizionamento dell'impianto juxta-osseo o juxtagengivale, o se si utilizzano tipologie di perni moncone con accoppiamento avvitato o cementato agli impianti. In implantologia la qualità dei risultati ottenuti dipende dalla personale metodologia utilizzata dal professionista e da una serie di fattori». Rispetto alle variabili tecniche in implantologia, quali soluzioni sono maggiormente soddisfacenti, secondo la sua esperienza? «Le componenti variano a seconda del caso. Il messaggio corretto da dare al paziente è che esistono diverse tecniche implantari. Personalmente sono contrario ai sistemi protesici avvitati e agli as-

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Il processo di osteoitegrazione indica il legame clinicamente asintomatico che si realizza tra il tessuto osseo e un materiale alloplastico che mantiene un ancoraggio rigido durante il carico funzionale. Un processo geniale, destinato a rivoluzionare il campo della chirurgia odontoiatrica. A parlarne è il dottor Antonio Presta, specialista in odontoiatria   Simona Langone

semblaggi plurimi degli elementi implantari, poiché il dente naturale che è il nostro esempio, non ha queste caratteristiche bensì è contraddistinto dall’ermeticità corona- radice e dalla singolarità dell'elemento finale». Quali sono le caratteristiche dell’implantologia moderna? «L’implantologia orale oggi ha raggiunto livelli di qualità e successo straordinario. Gli elementi innovativi riguardano la possibilità di effettuare operazioni nella maniera meno invasiva possibile. Si pensi alla possibilità di rialzare il seno mascellare per via crestale ovviando in molti casi al

Utilizzo del titanio, un elemento metallico ben conosciuto per la sua resistenza alla corrosione. È leggero, duro, con una bassa densità


Osteointegrazione

grande rialzo del seno, (con tutti i disagi che comporta al paziente)e che permette di inserire impianti in pochi millimetri di osso. Di indiscussa importanza sono i vantaggi psicologici derivanti dagli impianti post estrattivi immediati, specialmente se si tratta di sostituzione di elementi frontali. La protesizzazione immediata apporta benefici enormi per il paziente, anche psicologici, in quanto non compromette la sua vita di relazione». Quali altri benefici si traggono dalla protesizzazione immediata? «Ulteriori vantaggi riguardano l’ottimizzazione dei tempi, con conseguente riduzione del periodo di trattamento. Nei casi di pazienti operati per chirurgia implantare post-estrattiva immediata, l’impianto viene applicato a tempo zero, durante la stessa seduta. Altri benefici sono di natura morfo-strutturale, con il mantenimento del volume e della forma della cresta ossea, estetici, poiché mantengono il livello e l’andamento della festonatura gengivale e la forma e volume delle papille, infine biomeccanici, poiché tutta l’architettura ossea perimplantare è già funzionalizzata al carico». Qual è la tecnica da lei utilizzata nei casi di

In alto, il dottor Antonio Presta nel suo studio di Ravenna presta.antonio@fastwebnet.it

protesizzazione immediata e definitiva? «La metodologia da me utilizzata segue un criterio del tutto personale e prevede l’utilizzo di perni monconi in fibra di carbonio e vetro brevettati personalmente, che vengono cementati nelle viti implantari in sostituzione delle radici perdute, e fanno da sostegno alle corone provvisorie. Per la protesizzazione definitiva utilizzo ugualmente i perni monconi strutturati a seconda della tipologia di impianti richiesti dal caso. Il basso modulo di elasticità dei perni permette una migliore distribuzione e assorbimento dei carichi, dunque assicura la salute dell’apparato parodontale di sostegno». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 259


ODONTOIATRIA Lumineers

Cura, luminosità e ordine, le espressioni di un sorriso Sottili come lenti a contatto e costituite da una ceramica molto resistente, le faccette Lumineers, rappresentano l’ultimo traguardo conquistato dall’estetica dentale. Ne parla la dottoressa Celestina Leporati Adriana Zuccaro

egli ultimi anni l’odontoiatria ha subito un’evoluzione per cui è sempre più frequente l’accostamento del concetto di salute a quello di benessere e bellezza. «Il sorriso è una forma di comunicazione che testimonia l’approvazione, l’adesione e l’apertura verso il mondo esterno. Oltre a dare sicurezza psicologica, un sorriso armonioso e proporzionato, trasmette un senso di ordine, luminosità e cura. Al contrario, un sorriso disallineato, trascurato o con denti macchiati, risulta spento, cupo, così poco attraente da indurre a nasconderlo». Ad affermare l’importanza che l’estetica dentale ha acquisito nell’odierna quotidianità, è la dottoressa Celestina Leporati, medico chirurgo odontoiatra di Bologna. «Premessa l’impossibilità di eseguire trattamenti estetici se la bocca non è perfettamente sana, con la gengiva integra e ben contornata – afferma la dottoressa Leporati –, lo scopo di ogni prestazione non è necessariamente quello di ottenere una bocca perfetta e bianchissima; spesso sono proprio alcune piccole imperfezioni a rendere un viso particolare, attraente e caratterizzato». Le prestazioni cui fa riferimento la dottoressa Leporati, spa-

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La dottoressa Celestina Leporati è iscritta sia all’albo professionale dei medici chirurghi che a quello degli odontoiatri di Bologna. Ha conseguito la specializzazione in dermatologia con una tesi sui tumori del labbro www.studiodentisticoleporati.andinet.it

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ziano dall’ortodonzia estetica allo sbiancamento, dalle faccette fino ai filler. «Le faccette, in particolare, permettono di correggere i difetti minimi ma anche quelli più complessi: è infatti possibile ricostruire integralmente la forma di un dente e dargli il colore desiderato. Oltre a quelle tradizionali, utilizziamo anche le faccette Lumineers, nate a Hollywood per esigenze cinematografiche, sottili come lenti a contatto e costituite da una ceramica molto resistente». Con le faccette si può raggiungere un ottimo risultato estetico, in tempi relativamente veloci e soprattutto lasciando intatto il dente naturale. «Fondamentale è la simulazione del risultato ottenibile attraverso una griglia computerizzata applicata alla fotografia del viso: una prima immagine evidenzia le zone squilibrate o particolarmente asimmetriche della bocca e del volto; la successiva, ritrae il viso dopo il virtuale trattamento estetico dentale consigliato. Inoltre – spiega la dottoressa Leporati –, con l’innovativo procedimento chiamato mock-up, la faccetta viene riprodotta con materiali compositi provvisori e può essere utilizzata temporaneamente per valutare il grado di soddisfazione».


ODONTOIATRIA Tecniche e materiali

Estetica e funzionalità il doveroso compromesso  La crescente fortuna dell’odontoiatria estetica è motivata dalla diffusa voglia di bellezza, di grazia e dal desiderio, tipico dell’epoca moderna, di raggiungere un equilibrio tra l’aspetto e la psiche. L’analisi del professor Paolo Caccioli

estetica del sorriso assume un valore sempre più importante, al punto che, in un’indagine condotta dall’American Academy of Periodontology, per il campione intervistato l’odontoiatria estetica è sette volte più desiderabile di un lifting e cinque volte più auspicato di una blefaroplastica. Gli studi sul sorriso accordano ai denti incisivi un ruolo primario nel caratteSimona Langone  rizzarlo. Il dottor Paolo Caccioli, specialista parmense, descrive i nuovi traguardi raggiunti dall’odontoiatria. Cosa ne pensa dell’incremento della tecnica implantare, anche in considerazione delle grosse esigenze estetiche? «La chirurgia implantare in questi ultimi Lo staff dello studio anni ha fatto notevoli progressi. Se Caccioli di Parma paolocaccioli@interfree.it prima il posizionamento dell’impianto

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era condizionato dall’osso, oggi, con la chirurgia pre-implantare si possono correggere le atrofie delle ossa mascellari e favorire l’osteointegrazione. Il risultato è assicurato integrando la terapia implantare con interventi chirurgici sulla gengiva per il ripristino della normale architettura gengivale». I nuovi materiali estetici, quali miglioramenti hanno apportato? «I materiali come lo zirconio, i nuovi compositi e le faccette in porcellana, hanno permesso di raggiungere risultati estetici eccezionali. Per un perfetto sorriso bisogna valutare l’estetica del volto, i vari rapporti di proporzione della struttura del viso, e di conseguenza la bocca, le gengive, le labbra, non solo i denti». Secondo lei, come deve essere strutturato un team di professionisti? « L’efficienza è data dalla collaborazione tra le varie specialità. Importante è il ruolo dell’assistente alla poltrona, svolto nel mio studio da Milanta Francesca, responsabile del processo di sterilizzazione. L’implant coordinator e case manager accompagna il paziente durante il suo percorso terapeutico, attualmente svolto da Nicole Fouquè. Nello studio è presente la pedodontista dott.ssa Colette Pelosi che apporta il suo contributo per la cura dei piccoli pazienti. Inoltre è necessario svolgere periodicamente in studio dei briefing ( team-building) per migliorare le prestazioni professionali e consolidare lo spirito di squadra».


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OFTALMOLOGIA Chirurgia refrattiva

Nuove tecniche refrattive I difetti visivi vengono usualmente corretti con occhiali o lenti a contatto. Ma per eliminarli o ridurli in maniera significativa è oggi possibile sottoporsi a specifici interventi chirurgici. A descrivere le principali tecniche refrattive, il dottor Domenico Berardi di Parma, specialista in oculistica Renata Gualtieri

li interventi di chirurgia refrattiva vengono eseguiti con lo scopo di correggere miopia, ipermetropia, astigmatismo e presbiopia. A tal fine, lo strumento più diffuso, ad oggi, è il laser ad eccimeri che, applicato sulla cornea, consente di correggere gradi di miopia molto elevati. La procedura interventistica prevede, in base al caso, la scelta tra due tecniche, PRK e Lasik. «Con la PRK – spiega il dottor Domenico Berardi di Parma – si rimodella la cornea utilizzando i raggi laser direttamente sulla superficie corneale ottenendo così un nuovo profilo che abolisce il difetto di refrazione». I benefici di questa tecnica consistono nella sua facilità e precisione esecutiva, nella scarsa traumaticità e percentuali di rischio, e nella stabilità assicurata nel tempo. È una procedura praticamente indolore che si esegue in anestesia topica. «Con la tecnica Lasik, invece – precisa il dottor Berardi –, si determina il medesimo risultato ma mediante l’utilizzo di un raggio laser all’interno dello spessore della cornea. Questa tecnica, entrata nella pratica clinica negli ultimi anni, permette di creare un lembo corneale (flap) dello spessore desiderato, mediante uno strumento chiamato microcheratomo, con un’estrema precisione di taglio. spessore e superficie; sotto il flap si utilizza successivamente il laser a eccimeri. L’intervento, dopo un accurato studio del paziente, va eseguito dopo instil-

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Il dottor Domenico Berardi esercita la professione medica oculistica a Parma berardiemme@libero.it

lazione di un collirio anestetico». Recentemente, un altro tipo di laser, a femtosecondi, permette di ottenere un flap ancora più perfetto. L’intervento assicura un rapido recupero visivo e risultati duraturi nel tempo. Una diversa tipologia di intervento chirurgico in rapida ascesa, riguarda invece l’impianto di particolari lenti intraoculari: «installate tra iride e cristallino, le Iol fachiche. Iol accomodative o multifocali, invece, vengono utilizzate nella chirurgia del cristallino per correggere efficacemente i difetti visivi nei pazienti ametropi e nei pazienti con cataratta». Le scelte del tipo di intervento, i suoi vantaggi e limiti, vanno valutati in base all’entità del vizio refrattivo, all’età e alle esigenza del paziente. «Allo stato attuale dell’arte – assicura il dottor Berardi – tutte queste tecniche sono molto standardizzate, danno risultati ottimali e hanno elevate percentuali di perfezione». 2010 EMILIA-ROMAGNA • DOSSIER • 265


OSTEOPATIA Tecniche e applicazioni

L’influenza della postura su tutto l’organismo Traumi fisici e psichici influenzano negativamente il buon funzionamento di vari organi. Adottando le tecniche dell’osteopatia è possibile individuare i tessuti superficiali e profondi responsabili degli squilibri. Ne parla Fabio Gramellini Mary Zai

Il dottor Fabio Gramellini è osteopata. Svolge la sua professione presso l’omonimo studio di osteopatia di Forlì fabiogramellini@rocketmail.com

osteopatia, pur essendo una branca della medicina piuttosto recente, si è rivelata particolarmente efficace nell’individuazione e nella cura di una serie di disturbi precedentemente di difficile soluzione. Ma qual è in concreto l’approccio medico su cui tale specializzazione si basa? «L'approccio osteopatico si basa su una valutazione della storia clinica del paziente verificando gli esami strumentali e l'anamnesi prossima e remota e ricercando in primo luogo l'opportunità o meno di un trattamento manuale per risolvere la problematica che viene posta» risponde il dottor Fabio Gramellini che da anni svolge attività da osteopata nel suo studio di Forlì. Come si procede per individuare la tecnica da adottare caso per caso? «Si valuta attraverso test attivi e passivi la qualità della biomeccanica muscoloscheletrica. Con questi test si mettono in evidenza squilibri posturali che possono essere la causa scatenante dei sintomi per i quali ci si rivolge all'osteopata. Una zona dell'organismo, infatti, può influenzare il buon funzionamento complessivo e, attraverso le catene muscolari, creare sintomi a distanza. La palpazione osteopatica non solo dell'apparato muscolo scheletrico ma anche delle fasce viscerali e del movimento cranio sacrale diventa fondamentale nell'individuare i tessuti superficiali e profondi responsabili dello squilibrio». Quali le terapie in genere adottate?

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«A seconda dei casi si ricorre a manipolazioni dolci e non invasive come le decompressioni monomanuali o bimanuali, le tecniche ad energia muscolare, utilizzando anche, a volte, la respirazione attiva del paziente. Si determina così il movimento corretto con conseguente scomparsa dei sintomi a causa del miglioramento, indotto dalla tecnica, della circolazione sanguigna e dell'impulso nervoso. Tali tecniche riposizionano le articolazioni, spostate e mantenute fuori dalla posizione neutra dai muscoli in spasmo, nella loro sede originale. La terapia dura sui quaranta minuti e viene ripetuta più volte a seconda dei casi per migliorare e mantenere i risultati ottenuti». Quando si consiglia l’osteopata? «Diversi sono i casi in cui un trattamento osteopatico può essere utile ma vorrei sottolineare l'importanza dei trattamenti osteopatici di supporto al lavoro dell'odontoiatra con pazienti che a causa di malocclusioni dentali, agenesie o interventi intrabuccali lamentano squilibri porturali e sintomi dolorosi. Tali eventi possono condizionare la postura negativamente,influenzando così tutto l'organismo, attraverso le eventuali difficoltà di adattamento dell'atm, l'osso mascellare e le fasce collegate, determinando a volte,anche sintomi a distanza . Traumi psichici o fisici di una certa rilevanza determinano, infatti, molte volte fissazioni fasciali, blocchi articolari e funzionali e somatizzazione posturale».



Dossier Emilia 02 2010