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Guido Bertolaso

ANGELI CUSTODI DI UN’ITALIA BELLA MA FRAGILE Un intervento decisivo in termini logistici e strutturali. E, al contempo, il recupero dell’immagine dello Stato da parte di cittadini che si sentivano abbandonati. Così la Protezione civile si è attivata per porre fine a una situazione che durava da troppo. È intervenuta in Campania, come in tutte le situazioni di emergenza. Una grande squadra guidata da Guido Bertolaso. Che avverte: «Occorre una cultura della prevenzione» Giusi Brega

uindici anni di emergenza, caratterizzati dalla successione di commissari e sub-com missari, ciascuno portatore di scelte e strategie troppo spesso contraddittorie, avevano causato una pressoché totale sfiducia nei confronti delle istituzioni da parte dei cittadini della Regione Campania. «Era del tutto evidente che, al di là delle iniziative che dovevano essere poste in essere per togliere le oltre 50mila tonnellate di rifiuti che invadevano le strade di Napoli e dell’intera regione, altrettanto forte era l’esigenza di una presenza forte e della riaffermazione del principio di sovranità dello Stato», sottolinea Guido Bertolaso, capo dipartimento della Protezione civile, ricordando

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come è stata affrontata e risolta la questione dell’immondizia in Campania. «Servivano – prosegue – due segnali forti: da una parte un’azione incisiva e definitiva in termini logistici e strutturali, dall’altra il recupero dell’immagine dello Stato nei confronti di un territorio che, da troppo tempo, si sentiva abbandonato a sé stesso». Com’è riuscita la Protezione civile a risolvere la piaga sociale ed economica dei rifiuti in Campania? «La risposta è stata il decreto 90, poi convertito nella Legge 123 del 2008, presentato a Napoli dal presidente del Due immagini di Napoli prima e dopo Consiglio dei ministri lo scorso 23 l’emergenza rifiuti del 2008 maggio: la nomina di un sottosegretario di Stato alla presidenza del Consiglio dei ministri con delega all’emergenza rifiuti in Campania. Questo, per  CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 15


GESTIRE LE EMERGENZE

 “assicurare piena effettività agli inter-

venti e alle iniziative”, si avvale “delle forze armate per l’approntamento dei cantieri e dei siti, per la raccolta e il trasporto dei rifiuti, nonché [del] concorso delle forze armate stesse, unitamente alle forze di polizia, per la vigilanza e la protezione dei cantieri e dei siti”. Napoli e la Campania, negli ultimi quindici anni, non hanno mai vissuto un periodo così lungo di “normalità”. I cumuli di immondizia lungo le strade appartengono al passato, la differenziata, seppure a fatica, sta prendendo piede, il termovalorizzatore di Acerra è a regime, molti dei cantieri delle opere previste dal decreto 90 sono aperti. In un’emergenza come questa, che con le tragiche foto e riprese che hanno fatto il giro del mondo ha visto ledere l’immagine dell’Italia, il successo finale rappresenta una vittoria di tutti, dal singolo cittadino alle più alte cariche dello Stato». L’Italia è costellata da rischi sismici, idrogeologici, incendi boschivi, alluvioni ed eruzioni vulcaniche. È possibile parlare di prevenzione nel caso di questi fenomeni? «Il nostro Paese, bellissimo ma molto fragile, ha un primato assoluto in questo senso: ogni angolo del territorio italiano è interessato da una categoria di rischio, che si tratti di calamità naturali o di rischi derivanti da attività umana, con una gamma di potenziali situazioni emergenziali che non ha pari in nessun altro Paese europeo. In considerazione di questa peculiarità è possibile e doveroso parlare di prevenzione: la storia delle grandi catastrofi che negli ultimi decenni hanno interessato il Paese ci ha insegnato che la tempesti-

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vità di risposta non basta. È necessario investire risorse ed energie nelle strategie di prevenzione, nella conoscenza del territorio e delle soglie di pericolo per i vari rischi, nel monitoraggio e, laddove possibile, nelle tecnologie predittive. Fondamentale in questo senso è la mappatura sismica nazionale, ma anche la conoscenza puntuale delle zone a rischio idraulico e idrogeologico, delle aree più soggette al fenomeno degli incendi boschivi o di quelle dove più probabili sono i rischi legati all’alto livello di industrializzazione. Compito della Protezione civile è individuare e segnalare alle autorità competenti, a partire da questa attività capillare di mappatura e monitoraggio, tutti gli interventi utili a ridurre entro

soglie accettabili la probabilità che si verifichino eventi disastrosi, o almeno a mitigare gli effetti attesi, accompagnando quando necessario il percorso virtuoso che mira alla riduzione del rischio per la vita e per i beni di tutti i nostri concittadini». Lei ha paragonato il dipartimento della Protezione civile a un direttore d’orchestra che agisce da tramite tra le diverse componenti e strutture operative. Quali sono gli aspetti più importanti nell’assolvere a questa complessa funzione di coordinamento generale? «Per funzionare, la Protezione civile ha bisogno di raccordare e rendere sinergico il lavoro del tecnico strutturista con quello del funzionario di prefet-


Guido Bertolaso

Nelle immagini, alcuni uomini della Protezione civile al lavoro in Abruzzo; sotto le tendopoli allestite dopo il terremoto a L’Aquila



Per troppo tempo non si è fatto abbastanza: la cultura della prevenzione, nella tutela del patrimonio naturale ma anche nella tutela della vita, è un tema trascurato

tura, del volontario che da anni è sul campo col docente universitario, dell’esperto in beni culturali con i tecnici della regione e delle autonomie locali, dei militari e degli psicologi dell’emergenza, del medico con l’esperto di logistica, sia a livello decisionale sia sul piano operativo. Non bastano norme dettagliate e procedure ben scritte a consentire tutto questo; non basta neppure la preparazione dei singoli; è fondamentale la fiducia dei cittadini prima di tutto, ma anche delle istituzioni e delle stesse strutture e componenti che fanno parte del servizio nazionale, che nasce dalla stima reciproca, dalla garanzia che gli obiettivi sottesi alle procedure siano condivisi e condivisibili». Quanto è importante conoscere a

fondo il territorio italiano, anche dal punto di vista dei legami con le autorità locali e i volontari? «La maggiore soddisfazione di questi otto anni trascorsi alla guida della Protezione civile nazionale è l’aver contribuito a costruire con le amministrazioni regionali, provinciali e comunali, di destra e di sinistra, un dialogo, un rapporto assolutamente proficuo che ha consentito di creare un livello di autorevolezza riconosciuto da tutti. Paradossalmente oggi in Italia c’è una sola realtà istituzionale che di fatto è totalmente decentrata, perché affidata in primo luogo ai sindaci e alle Regioni, ma che è quella che invece a tutti gli italiani dà la sensazione di essere una cosa unita e unica, ed è la Protezione ci-



vile. Una realtà a geometria variabile che, nonostante le tante difficoltà, siamo riusciti a trasformare in un sistema che, agli occhi degli italiani e nei fatti, appare coeso, che parla una sola lingua e che adotta procedure condivise, ottenendo risultati concreti». Il sistema della Protezione civile può costituire un modello tutto italiano che il resto del mondo può imitare? «Lo scorso giugno, a cinquanta giorni dal terribile terremoto, l’Italia è stata invitata a presentare le modalità che hanno contraddistinto l’intervento nell’emergenza terremoto in Abruzzo nell’ambito della Global platform for disaster risk reduction di Ginevra, un appuntamento in cui rappresentanti di CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 17




GESTIRE LE EMERGENZE

 governi, organizzazioni non governa-

tive e internazionali, esperti e accademici si scambiano le reciproche esperienze su come affrontare situazioni di emergenza. Sono molti, d’altronde, i riconoscimenti ottenuti per la capacità d’intervento italiana e i risultati concreti che abbiamo ottenuto nelle tante emergenze che hanno interessato il nostro territorio e anche altri Paesi all’estero, dove siamo stati sempre i primi a intervenire: dal terremoto in Iran nel 2003 a quello del Sichuan nel 2008, dallo tsunami nel sud-est asiatico del 2004 alla crisi del vulcano indonesiano Merapi nel 2006. Un’altra dimostrazione delle capacità del Sistema nazionale di Protezione civile è l’organizzazione del Vertice G8 a L’Aquila: credo di poter dire, senza timore di smentita, che l’Italia, ancora una volta, ha dato una prova di eccellenza davanti agli occhi del mondo, dimostrando capacità straordinarie nella preparazione e gestione del grande evento in un contesto

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La maggiore soddisfazione di questi otto anni alla guida della Protezione civile è l’aver contribuito a costruire con le amministrazioni, di destra e di sinistra, un rapporto proficuo che ha consentito di creare un’autorevolezza riconosciuta da tutti



difficile come quello rappresentato da una città profondamente colpita dal terremoto. Mi sembra comunque opportuno precisare che non ci sentiamo migliori di altri, facciamo il nostro lavoro con passione, riconosciamo i nostri errori e lavoriamo sodo per non ripeterli». In Italia, secondo lei, manca una cultura della prevenzione?

«Per troppo tempo non si è fatto abbastanza: la cultura della prevenzione, nella tutela del patrimonio naturale ma anche nella tutela della vita attraverso la messa in sicurezza di abitazioni private, scuole e luoghi strategici come caserme e ospedali, è un tema troppo trascurato. Un segnale importante in questo senso è l’impegno del governo, che ha investito quasi 300 milioni per verificare le condizioni di quelli che vengono definiti edifici pubblici strategici, cioè scuole, ospedali, caserme dei vigili del fuoco e sedi di governo, e intervenire sulle situazioni maggiormente a rischio. Il mio lavoro mi consente con una certa frequenza di sorvolare in elicottero le meraviglie del nostro Paese e non c’è volo che non riservi l’amarezza di scoprire un territorio sempre più oggetto di aggressione attraverso l’attività umana e la mancanza di rispetto che, anche nelle piccole cose, i nostri concittadini generalmente riservano al bene comune».


ISTITUZIONI

n Italia ci sono troppe leggi. Si ipotizza un numero intorno alle 100mila unità, anche se è difficile fare un calcolo preciso tra leggi nazionali e regionali. Ma il problema esiste. Ed è sicuramente un ostacolo alla comprensione delle norme stesse da parte dei cittadini, delle imprese e, più in generale, della società. «Sin dalla sua costituzione, il governo è intervenuto con dei provvedimenti specifici, di competenza del ministro per la Semplificazione normativa che hanno ridotto in maniera consistente lo stock delle leggi» sottolinea il ministro per i rapporti con il parlamento Elio Vito, il quale auspica in tempi brevi una modifica dei regolamenti parlamentari, oltre che una revisione costituzionale del bicameralismo perfetto e del numero dei parlamentari. Nell’ottica di uno snellimento che garantisca trasparenza e semplicità. La revisione del corpus legislativo nazionale rappresenta una delle priorità dell’esecutivo. Cosa è stato fatto finora? «Con i primi decreti legge sono già state tagliate 35mila leggi molto datate che non producevano più alcun effetto. Con la procedura di verifica attivata, saranno successivamente abrogate altre 50mila leggi. Oltre a questo, al fine di rendere sempre più chiaro e semplice l’accesso dei cittadini alla normativa, si sta rafforzando la possibilità di consultazione delle leggi per via telematica». Quali sono gli strumenti decisionali a disposizione del parlamento per rispondere alle reali esigenze della società? «Oggi la società è profondamente

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Troppe leggi frenano lo sviluppo del nostro Paese Oggi la società è profondamente cambiata. Ma sono cambiate poco le nostre regole istituzionali. Le istituzioni avrebbero bisogno di «un ammodernamento» per poter rispondere in tempi congrui alle «esigenze della società» di fronte ai problemi reali, come spiega il ministro per i Rapporti con il parlamento Elio Vito Giusi Brega

cambiata. Ma sono cambiate poco le nostre istituzioni, che avrebbero bisogno di un ammodernamento per poter rispondere in tempi congrui alle esigenze della società di fronte ai problemi reali. L’attuale governo ha fatto in modo che si intervenisse rapidamente di fronte alle emergenze, sia quelle ereditate dal precedente governo Prodi, penso ad Alitalia e ai rifiuti in Campania, sia quelle intervenute successivamente come la crisi economica internazionale, fino al sisma in Abruzzo. Tuttavia, non basta. E per poter affrontare in maniera tempestiva i problemi del Paese e avviare un serio programma di riforme occorre una revisione delle nostre istituzioni parlamentari». I tempi di approvazione di un decreto legge sono di poco più di 50 giorni, mentre per un disegno di legge ordinario si arriva a circa un

Nella foto, il ministro per i rapporti con il parlamento Elio Vito. Laureato in sociologia all’Università di Napoli Federico II, è nato nella città partenopea nel 1960


Elio Vito



Il nostro ordinamento giuridico è soffocato da circa 100mila leggi, dieci volte di più di Francia e Germania. Il ministro per i rapporti con il parlamento Elio Vito assicura: «Il governo è al lavoro per un massiccio e rapido processo di riordino e di semplificazione dell’apparato normativo»



anno. Si è pensato a come velocizzare l’iter? «Il decreto legge non ha solo la caratteristica di entrare immediatamente in vigore, quindi di produrre degli effetti immediati rispetto a delle situazioni di emergenza, ma ha anche il vantaggio di essere convertito dalle Camere e diventare legge entro tempi certi e rapidi. Questo invece non accade per il resto dei disegni di legge che pure attuano parti fondamentali del programma di governo. Credo che il tema dei decreti possa essere affrontato correttamente all’interno della revisione dei regolamenti parlamentari per fare in modo che il parlamento possa esprimersi in tempi certi, e ragionevolmente rapidi, rispetto agli attuali e ordinari strumenti legislativi che il governo può utilizzare». Come è cambiato il ricorso alla fiducia rispetto alle precedenti legislature? «È cambiato per due aspetti. Innanzitutto, abbiamo fatto un ricorso alla fiducia che, in proporzione ai provvedimenti approvati dalle Camere, è anche inferiore, nonostante le polemiche che ci sono state, rispetto a quanto avvenuto durante il governo Prodi. Quest’ultimo ricorreva alla fiducia più per ragioni politiche e per difficoltà interne alla propria maggioranza parlamentare. “Costringeva” quindi in qualche modo la maggioranza al voto sui propri provvedimenti. Noi abbiamo fatto ricorso alla fiducia per ragioni procedurali; ovvero quando si era al limite della scadenza del termine di conversione di decreti legge. Il governo, perché si potesse avere nei termini previsti il voto CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 21




ISTITUZIONI

 del parlamento è dovuto ricorrere a mentari che svolgono esattamente le questo strumento. Ma, sia ben chiaro, non facendone un mezzo di coercizione della propria maggioranza. Voglio sottolineare che quando abbiamo fatto ricorso alla fiducia lo abbiamo fatto rispettando le precedenti decisioni e le indicazioni del parlamento riguardo al testo e, in particolare, i testi elaborati dalle commissioni. Non abbiamo mai contraddetto il lavoro preliminare che il parlamento aveva svolto». In Italia abbiamo due Camere che svolgono lo stesso ruolo. I regolamenti parlamentari, però, differiscono notevolmente fra Camera e Senato. Come può essere risolta questa questione? «Sono due questioni diverse, ma connesse. Da una parte c’è un bicameralismo perfetto: due assemblee parla-

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stesse funzioni e che devono votare esattamente nella stessa maniera lo stesso testo legislativo. Questo provoca delle lunghezze nel procedimento legislativo che si va a scontrare con le esigenze di semplificazione. D’altra parte le due Camere, poiché sono dotate di una propria autonomia regolamentare, hanno anche procedure diverse riguardo ad aspetti significativi. Per esempio, vi sono limiti diversi all’emendabilità e differenze nell’organizzazione dei tempi di lavoro; differenze nell’esame di decreti legge e dei provvedimenti correlati alla manovra finanziaria. Vi sono anche differenze nella procedura della questione di fiducia. Si tratta di questioni che per il governo sono cruciali. Credo che sarebbe auspicabile da una parte una revisione costituzionale del



Con i primi decreti legge sono già state tagliate 35mila leggi molto datate che non producevano più alcun effetto. Con la procedura di verifica attivata, saranno successivamente abrogate altre 50mila leggi



bicameralismo perfetto oltre che del numero dei parlamentari. Indipendentemente da questa revisione della Costituzione ritengo sia comunque auspicabile una riforma dei regolamenti parlamentari che renda più semplice e più certo il procedimento legislativo e riduca le discrasie tra i regolamenti delle due Camere».


VERSO LE REGIONALI

Il candidato ideale dovrà ascoltare e difendere In Campania le ultime indicazioni provenienti dalle urne preparano il terreno a un possibile successo del Pdl nelle prossime elezioni regionali del 2010. Il deputato Mario Landolfi delinea i contorni e gli obiettivi prioritari dell’impegno che attende il futuro governatore della Regione Miriam Zuppiroli

l progresso elettorale registrato dal Popolo della libertà in Campania negli ultimi tre anni – risale a pochi mesi fa la conquista delle Province di Napoli, Salerno e Avellino da parte del partito della maggioranza – fa ben sperare Mario Landolfi, vicecoordinatore vicario del partito in regione, in un esito positivo anche per la prossima sfida: le elezioni regionali che si svolgeranno il 21 e il 22 marzo del 2010. «Il territorio di Napoli – commenta Landolfi – ha reagito bene alla risoluzione dell’emergenza rifiuti e all’attenzione che il governo Berlusconi ha rivolto a Napoli attraverso le sedute del consiglio dei ministri e provvedimenti concreti, quale la lotta alla camorra che sta riportando successi clamorosi. Queste azioni hanno contribuito a riaccendere la speranza nei campani, e soprattutto nei napoletani, facendo loro comprendere che cambiare è possibile. Che ci sono politici e istituzioni che mantengono gli impegni presi. E che lo Stato riesce a fare anche lo Stato». Di cosa ritiene siano più scontenti i campani rispetto alla gestione Bassolino? «La Campania, in base ai dati Istat, è la

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Sopra, Mario Landolfi, deputato e vicecoordinatore vicario del Pdl in regione

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regione maggiormente interessata dalla migrazione stabile di un’elevata percentuale dei suoi abitanti. A questo dato si affianca uno stato comatoso dell’economia e delle realtà produttive. Ciò ha a che fare con le attività del governo regionale, che non ha utilizzato bene i fondi europei ma li ha sprecati, distribuendoli in maniera clientelare sul territorio. Il governo Bassolino non ha assecondato lo sviluppo e si è limitato a controllare i problemi, ma non li ha risolti, anzi li ha aggravati attraverso una gestione elefantiaca, caratterizzata da geometrie societarie che hanno ulteriormente rallentato il già timido cammino della regione». Quale deve essere l’identikit dell’aspirante governatore della Regione Campania? «Ci troviamo ad affrontare una dinamica di federalismo fiscale che vede la regione partire con una dotazione strutturale, infrastrutturale ed economicosociale più debole rispetto al Nord. Per questo, alla guida della Campania serve una persona capace di ascoltare il territorio, ma anche di difenderlo qualora le soluzioni adottate a livello centrale non dovessero rispondere a sufficienza ai


Mario Landolfi



Il governo Bassolino non ha utilizzato bene i fondi europei ma li ha sprecati, distribuendoli in maniera clientelare sul territorio. Non ha assecondato lo sviluppo e si è limitato a controllare i problemi, ma non li ha risolti, anzi li ha aggravati attraverso una gestione elefantiaca



suoi bisogni. Io e gli altri dirigenti del territorio abbiamo scelto i candidati per le provinciali e le comunali con largo anticipo e anche questa volta ci muoveremo sulla stessa strada, proseguendo la politica di alleanza con l’Udc. Oggi si parla della necessità di un accordo con l’Udc, intesa che in Campania è già una realtà. Un quadro che fa della regione un significativo laboratorio politico di carattere nazionale. C’è poi un altro aspetto fondamentale da tenere in considerazione». Quale? «La questione meridionale parte da Napoli. Se non si risolvono le criticità del capoluogo, per la funzione di leadership che esercita non solo in Campania ma anche nel Mezzogiorno, non si può

risolvere nemmeno la questione meridionale, che deve comunque essere affrontata con un respiro nazionale. Si avverte la necessità di realizzare grandi opere e grandi infrastrutture a livello macro regionale. Occorre perciò ripensare a uno strumento, come ad

esempio l’agenzia per il Mezzogiorno tratteggiata dal ministro Tremonti, che renda concretizzabile il piano per il Sud che il governo vuole rendere a breve operativo. Nel contesto che si sta venendo a delineare, la Campania deve essere protagonista. Bisogna in ogni caso partire da Napoli e non si tratta di “napolicentrismo”. O si rende questo territorio un centro leader della Campania e del Meridione in generale, capace di distribuire funzioni, opportunità e sviluppo come fanno altre grandi aree metropolitane italiane, o continuerà a essere una zavorra, un buco nero in grado solo di esportare emergenze. Il problema è che finora non è stata ben governata. La grande malata è Napoli. Bisogna curarla». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 25


ITALIA-EUROPA

L’Unione europea appicc ’e riflettor ncopp’ ’e ragion ro Sud Il presidente della Repubblica Napolitano ha richiamato tutti gli europarlamentari italiani a lavorare trasversalmente, senza pregiudizi ideologici, per il bene del Paese. E anche e soprattutto per il bene del Meridione. Lo sostiene a gran voce l’europarlamentare del Pdl-Ppe Enzo Rivellini Francesca Druidi

Sopra, Enzo Rivellini è stato eletto nel 2009 europarlamentare del Pdl-Ppe nella circoscrizione Italia Meridionale. Nella pagina a fianco, un’immagine del parlamento europeo di Strasburgo

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l 16 settembre scorso il suo intervento in napoletano, in occasione della seduta plenaria convocata a Strasburgo per il voto di fiducia al presidente della commissione dell’Unione europea Barroso, è rimbalzato su Internet e sui media tradizionali, trovando larga eco sia in Italia che all’estero. Per Enzo Rivellini, europarlamentare Pdl-Ppe eletto nella circoscrizione Italia Meridionale, si è trattato di una promessa mantenuta. «L’idea di parlare in dialetto a Strasburgo – spiega Enzo Rivellini – mi è venuta in campagna elettorale. Ho promesso ai miei elettori che il primo intervento che avrei fatto al Parlamento europeo sarebbe stato in lingua napoletana, per valorizzare l’identità meridionale e portare all’attenzione mediatica e politica europea le istanze del Mezzogiorno italiano. Il tutto in modo simpatico, senza offendere chicchessia con proposte becere di cui purtroppo spesso si fa portavoce la Lega». Il suo obiettivo prioritario è quello di portare le ragioni del Sud in Europa. Quali temi ritiene siano più urgenti da portare sul tavolo? «Ho impostato tutta la mia campagna elettorale sullo slogan “Più Sud in Europa, più Europa nel Sud”. Ritengo in via prioritaria che le istituzioni europee vadano avvicinate al Meridione perché i cittadini da sempre giudicano

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Enzo Rivellini

‘O PATA PATA ‘E LL’ACQUA” nzo Rivellini il 16 settembre scorso in aula a Strasburgo ha preso la parola per le dichiarazioni di voto sulla rielezione alla guida della Commissione Ue del presidente Barros, pronunciando parte del suo discorso prima in italiano e poi in dialetto napoletano. Ecco il testo: «Vorrei intervenire in napoletano non per motivi folkloristici, ma per attirare l’attenzione politica e dei media sulle emergenze del Sud Italia. Parlo in napoletano perché il napoletano non è un semplice dialetto, ma una lingua con una sua grammatica e una sua letteratura. Presidente Barroso l’ho votata anche perché spero che lei sia il presidente di tutta Europa, anche del Sud; il Sud è la porta d’ingresso dell’Europa e sta al centro del Mediterraneo. Il Sud unisce mondi diversi e per storia, posizione geografica e cultura dell’accoglienza, può svolgere un importante ruolo per tutto il vecchio continente. Anche il Mezzogiorno d’Italia ha contribuito a regolarizzare 150 milioni di cittadini dell’Est affinché diventassero comunitari. Se oggi un operaio di Danzica guadagna 28 volte di più di quello che guadagnava prima deve ringraziare anche il Sud Italia. Il Sud ha sempre fatto la sua parte in Europa. Usando una metafora potrei dire che il nostro disagio e la nostra protesta è oggi come una leggera pioggerella. Facciamo in modo che non diventi un uragano (o pata pata ‘e ll’acqua in napoletano, ndr)». Una nota ufficiale del servizio dell’interpretazione aveva informato Rivellini che, non essendo il napoletano una lingua ufficiale del parlamento europeo, il suo intervento non avrebbe potuto essere tradotto nelle altre lingue, né essere pubblicato nel resoconto integrale delle discussioni.

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lontane le attività, le funzioni e il ruolo dell’Ue. Questo è un passaggio fondamentale per fare in modo che il Sud, che costituisce una grande opportunità per l’Ue, riesca a esprimere le proprie potenzialità rimaste finora inespresse. Al tempo stesso, anche per il Sud l’Europa è un’occasione irripetibile che bisogna saper cogliere senza invocare assistenzialismi o finanziamenti a pioggia». Lei ha dichiarato di condividere con la Lega la volontà di rappresentare e di difendere la propria comunità. In che modo l’Europa può contribuire a risolvere i nodi cruciali della questione meridionale? «Da tempo sostengo che al Nord, benché io non condivida nulla delle tema-

tiche e dei modi leghisti, c’è una classe dirigente che sa far valere le ragioni delle proprie popolazioni presso le istituzioni nazionali e internazionali. Allo stesso modo, al Sud occorre una classe dirigente che batta i pugni sul tavolo e sappia far valere le ragioni e le istanze del Mezzogiorno. In campagna elettorale, ho avuto modo di incontrare i coltivatori del Sud che mi hanno chiesto come mai in Italia, al Nord, c’è un partito come la Lega che pone il problema delle quote latte mentre al Sud nessun partito e nessun politico si pone il problema di difenderli. In Europa servono, quindi, politici che portino all’attenzione delle istituzioni le esigenze e le richieste del territorio meridionale. L’Europa, sia con lo strumento

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ITALIA-EUROPA

 dei fondi comunitari sia con i suoi nu- politiche. L’iniziativa ha già ottenuto il



Ho impostato tutta la mia campagna elettorale sullo slogan “Più Sud in Europa, più Europa nel Sud”. Ritengo in via prioritaria che le istituzioni europee vadano avvicinate al Meridione d’Italia perché i cittadini da sempre giudicano lontane le attività, le funzioni e il ruolo dell’Ue



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merosi organismi, può rappresentare un’occasione di sviluppo. Il Sud non può perdere ulteriore tempo». La sua prima proposta di risoluzione al parlamento europeo è stata quella di candidare Napoli a sede dell’assemblea parlamentare paritetica Acp/Ue. È un’iniziativa concretizzabile? «Napoli è da sempre crocevia di culture e civiltà, che può fungere da riferimento nei rapporti che l’Ue deve allacciare con i Paesi dell’Africa, dei Caraibi e del Pacifico. Per rendere attuabile la mia idea occorre un ampio consenso, anche trasversale. Per questo motivo rivolgo un appello a tutti i parlamentari italiani eletti a Strasburgo affinché appoggino con forza questa proposta, al di là delle reciproche posizioni

supporto del presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, del ministro per le Politiche europee Andrea Ronchi, del presidente della Regione Campania, della Provincia e del sindaco di Napoli». Quali sono le altre proposte per il Sud? «Lo scorso 29 settembre sono stato eletto presidente della delegazione interparlamentare Europa–Cina. Ho proposto che l’organismo non si riunisca solo a Bruxelles, ma anche in altre città e nazioni d’Europa. Ho subito proposto Napoli perché nei rapporti tra Vecchio continente e Paesi asiatici, il Mediterraneo e il capoluogo campano in particolare costituiscono un crocevia fondamentale per la cooperazione e i rapporti internazionali».


Nicola Formichella

Fatta l’Europa dobbiamo fare gli europei Riavvicinare i cittadini all’Ue per costruire un forte senso comune. E poi, meno burocrazia e meccanismi decisionali più snelli per permettere una reazione incisiva e rapida di fronte alle emergenze. Nicola Formichella, capogruppo Pdl in Commissione politiche comunitarie della Camera, immagina una nuova Europa. «Dove i giovani facciano la differenza» Giusi Brega Europa ha un percorso culturale variegato. Ogni nazione ha una propria storia, una propria identità. Tuttavia, creare una base comune europea è fondamentale. Un senso di appartenenza che nasca nelle coscienze di tutti affinché non venga sentita più come qualcosa di lontano, estraneo. Soprattutto per i giovani. Perché in un quadro europeo frammentato, che sembra trovare linee di condivisione più sui temi economici che su quelli della partecipazione e della cittadinanza, è importante dare vita a percorsi di formazione e informazione fatti per i giovani. «Le nuove generazioni sono sempre più coscienti dell’importanza delle proprie scelte politiche, perché queste influiranno sul loro domani» sottolinea Nicola Formichella, capogruppo Pdl in Commissione politiche comunitarie della Camera. E continua: «Saranno loro a formare la coscienza europea e per questo l’Ue deve rivolgersi a loro come interlocutori privilegiati». Senza dimenticare il Mezzogiorno e, in particolare la Campania, che chiede all’Europa attenzione e impegno: «Occorrerà investire principalmente in progetti di lungo termine come l’imprenditoria giovanile, l’industria del

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Il deputato Nicola Formichella, capogruppo Pdl in Commissione politiche comunitarie della Camera

turismo ma soprattutto le infrastrutture» continua Formichella. Lei è stato relatore della Legge comunitaria, il momento legislativo più importante nel raccordo tra l’ordinamento nazionale e quello comunitario. L’Unione europea sembra essere, almeno per il momento, un’unione economica e monetaria. Ma non politica, sociale, culturale. Che fare in questo senso? «Oltre a essere stato relatore della Legge comunitaria per la Camera dei deputati, ora all’esame del Senato, sono delegato alla Conferenza degli organi specializzati in affari comunitari (Cosac) che si è riunita a Stoccolma in seguito al referendum irlandese del 2 ottobre. E proprio il referendum con il quale il popolo irlandese ha ratificato il nuovo trattato di Lisbona ha segnato una tappa fondamentale nel processo di piena integrazione europea. Siamo in attesa della ratifica da parte degli ultimi due Stati, la Repubblica Ceca e la Polonia, ma, una volta entrato in vigore, il trattato aiuterà molto la costruzione di un senso comune europeo, ad oggi rappresentato sostanzialmente dalla sola moneta unica. Il sistema Europa, oggi ancora troppo ingessato e distante dai cittadini, verrà reso più saldo, dina-  CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 29


ITALIA-EUROPA

 mico ed efficiente. Sarà un nuovo



Il sistema Europa verrà reso più saldo, dinamico ed efficiente. Sarà un nuovo punto da cui ripartire affinché i nostri 27 paesi dalle radici culturali, sociali e politiche così diverse possano raggiungere obiettivi comuni

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punto da cui ripartire affinché i nostri 27 Paesi dalle radici culturali, sociali e politiche così diverse possano raggiungere obiettivi comuni. Una cosa è certa: non possiamo più permetterci un’Europa a due o più velocità, in particolare in questo momento di crisi internazionale». Gli italiani si dicono interessati all’Europa, ma la sentono una realtà lontana. In che modo è possibile creare meccanismi di raccordo tra rappresentanti italiani a Bruxelles, amministratori e rappresentanti del territorio e cittadini? «Indubbiamente è compito della politica operare un ravvicinamento dei cittadini all’Europa, ma a tal fine non si può più prescindere da un progetto di riforma della legge elettorale. Che tipo di rapporto con l’elettorato può avere un parlamentare europeo eletto in un collegio che va da Reggio Calabria a Santa Maria di Leuca e da Teramo a Potenza, passando per Napoli e Campobasso?». Cosa chiedono i giovani all’Europa? «I giovani giocano un ruolo primario nel processo di integrazione europea: amano le imprese audaci, viaggiano, si confrontano parlando lingue diverse, scoprono un mondo che cambia costantemente e per questo sono più aperti al cambiamento rifiutando di arroccarsi su posizioni e modi di pensare secolarizzati. Saranno loro a formare la coscienza europea e per questo l’Ue deve rivolgersi a loro come interlocutori privilegiati, offrendo un contesto di regole che contribuisca alla miglior formazione professionale, culturale e sociale possibile instaurando una piena meritocrazia nel mercato del lavoro. È con queste convinzioni che a fine ot-


Nicola Formichella

tobre andrò ad Oporto, dove si svolgerà il terzo meeting annuale dell’Epp young members group, il gruppo giovane del Partito popolare europeo di cui faccio parte e che si compone di 35 delegati parlamentari o europarlamentari che abbiano meno di 36 anni». Tre cose che cambierebbe volentieri in Europa? «Meccanismi decisionali più snelli e in grado di reagire di fronte alle emergenze come quella sull’immigrazione o la crisi economica. Un minore ruolo per i “burocrati” a fronte di maggiori competenze per gli eletti. Una legge elettorale che avvicini il parlamentare europeo ai suoi elettori». Cosa può fare l’Europa per il

Mezzogiorno d’Italia e, quindi, anche per la Campania? «In questi anni abbiamo assistito purtroppo a un reiterato meccanismo di aiuti senza controllo, utili più a foraggiare clientele micro territoriali, piuttosto che progetti di ampio respiro. Occorrerà investire principalmente in progetti di lungo termine come l’imprenditoria giovanile, l’industria del turismo, ma soprattutto le infrastrutture, oggi in situazioni davvero impressionanti. La Svizzera, pur non facendo parte dell’Unione europea, ha già completato le tratte di propria competenza rientranti nei corridoi transeuropei. La nostra Salerno-Reggio Calabria è ancora un vergognoso cantiere».



Indubbiamente è compito della politica operare un ravvicinamento dei cittadini all’Europa, ma a tal fine non si può più prescindere da un progetto di riforma della legge elettorale



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ALLEANZE

La voce del Sud nel centrodestra Alle elezioni regionali nel 2010, l’Udeur sarà alleato del Pdl. A fugare ogni dubbio è il segretario regionale del partito Giulio Di Donato. «Per rilanciare la Campania: seconda regione per abitanti, ma tra le ultime nel quindicennio bassoliniano», spiega. Tra le priorità: sicurezza, occupazione, sostegno alle pmi, sviluppo del turismo e dell’agroalimentare Federica Gieri

a dote è di rispetto: 10,3% di preferenze incassate alle ultime regionali, nel 2005, e una pioggia generosa di consiglieri in Regione e Province. Arricchita da una bella manciata di sindaci. Una macchina che l’Udeur si appresta a mettere in moto in vista della corsa per marzo 2010 quando i campani sceglieranno il loro nuovo governo regionale. Al volante, quale co-pilota, si siederà il Pdl con cui l’Udeur, annuncia il segretario regionale del partito, Giulio Di Donato, sarà «alleato per scegliere una squadra forte capace di rilanciare la Campania, seconda regione per abitanti, ma tra le ultime nel quindicennio bassoliniano». Nel 2010 sarete dunque compagni di viaggio del Pdl? «Siamo contro il bipartitismo, ma a favore del bipolarismo. Siamo in questo schieramento per dare voce e sostanza a un maggiore impegno per il Mezzo-

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giorno da parte del centrodestra. Non siamo sudisti, ma chiediamo al governo più attenzione ai problemi delle regioni meridionali e lo facciamo, non in nome di un vecchio e logoro rivendicazionismo, ma nell’interesse del Paese. Una Lega Sud sarebbe un rimedio peggiore del male. Siamo contrari. Vogliamo essere l’identità meridionalista del centrodestra. Il Mezzogiorno è l’area nella quale maggiore è il margine di crescita. Del suo sviluppo si deve, quindi, avvalere tutto il Paese. Affinché ciò accada il centrodestra deve spostare più a Sud il suo baricentro». Facendo sì che il Mezzogiorno resti quindi connesso al resto dello Stivale? «Certo. Soprattutto se si vuole evitare un declino progressivo, bisogna accettare la sfida del federalismo e tirare fuori le energie che ci sono proprie, puntando su qualità, creatività, responsabilità. Il Sud deve respingere l’assistenzialismo, liberarsi del clientelismo, rimboccarsi le

maniche e assumere la cultura del fare, l’efficienza, l’affidabilità come valori su cui costruire il riscatto. Dopo quindici anni di fallimenti clamorosi e scandalosi di una sinistra vecchia, priva di cultura di governo, che ha inteso la politica come intermediazione piuttosto che come soluzione dei problemi, occorre imprimere una svolta radicale. Viceversa il Mezzogiorno muore». State già lavorando a una bozza di programma-richieste? «Sì. Priorità assolute sono la sicurezza, la crescita e l’occupazione. A queste c’è da aggiungere il sostegno alle piccole e medie imprese, la valorizzazione del manifatturiero, il rilancio di turismo e agroalimentare feriti a morte dallo scandalo dei rifiuti, la formazione, l’istruzione e la ricerca». Prima di parlare del 2010, scattiamo una fotografia della presenza dell’Udeur in Campania. Oltre alla presidenza del Consiglio regionale e


Giulio Di Donato

Nella pagina a fianco, Giulio Di Donato, segretario regionale dell’Udeur. Sotto, l’europarlamentare Clemente Mastella e Diego Della Valle alla decima festa nazionale dell’Udeur a Telese Terme lo scorso settembre. A destra, un convegno delle donne del partito



Vogliamo essere l’identità meridionalista del centrodestra. Il Mezzogiorno è l’area nella quale maggiore è il margine di crescita. Del suo sviluppo si deve avvalere tutto il Paese. Affinché ciò accada il centro-destra deve spostare più a Sud il suo baricentro



ai seggi in Regione, dove siete presenti? «Anche nelle cinque assemblee provinciali, nei comuni capoluogo e in quasi tutti i municipi al di sopra dei 15mila abitanti. Sindaci e amministratori che sono una presenza politica, non solo elettorale, sul territorio. Si tratta di una rappresentanza stabile, aperta e attiva». Classe dirigente locale: state formando giovani leve oppure si torna ai soliti noti? «Lasciamo perdere i “soliti noti” e il passato. In Italia, siamo tutti ex di qualche cosa. Nell’Udeur in Campania, ci sono molti giovani, alcuni molto bravi. L’Udeur è un partito nel quale ci sforziamo di premiare il merito. Il che significa che si ha cura della qualità senza mortificare nessuno. Poi cerchiamo di “capire” la realtà nella quale operiamo per formare una classe dirigente che sia in piena sintonia generazionale e culturale».

La questione femminile: nell’Udeur esiste? «Nel partito si discute molto, c’è pluralità di voci: cultura cattolica ma non confessionale, presenze laiche ma non clericali. E ci sono molte donne che si fanno sentire, eccome. Sono attive e interessate ai temi etici e sociali. Alcune sono attive nel volontariato, altre nella scuola. Ma niente movimento femminile, francamente un reperto archeologico, oggi che le donne sono parte integrante del contesto economicosociale. Nell’Udeur le donne sono pienamente integrate. E sono molto competitive». Si sente molto parlare dell’importanza del radicamento nel territorio, è una vostra priorità? «Luoghi, comunità, persone sono le nostre priorità. Attenzione massima ai problemi del territorio e alla pluralità di vocazioni. Questo significa rapporti costanti col territorio. Non vogliamo essere un aggregato elettorale, ma una forza politica capace di contribuire alla costruzione dell’identità di un’area moderata e riformista. Le nostre radici sono il solidarismo cattolico e il riformismo di ispirazione socialista che, insieme, hanno grande potenzialità perché attualissime». Qual è il futuro dell’Udeur in Campania? «Tutto sulle nostre spalle». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 33


L’INCONTRO

Una Rosa e le sue spine. Luci e ombre su dieci anni di mandato Sullo scadere del suo secondo mandato, Rosa Russo Iervolino ripercorre gli anni da sindaco della città partenopea. Dalla rigenerazione urbana di Bagnoli, alle polemiche per l’emergenza rifiuti. Chiede una politica nazionale più attenta alle questione del Meridione e promette che il suo impegno per Napoli non finirà Sarah Sagripanti

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Rosa Russo Iervolino

Rosa Russo Iervolino, sindaco di Napoli dal 2001. Più volte parlamentare e ministro, è stata la prima donna ministro dell’Interno nella storia della Repubblica

mata o odiata. Sostenuta o contestata. Comunque, mai indifferente. A meno di due anni dalla scadenza del suo secondo mandato come sindaco della città partenopea, Rosa Russo Iervolino ripercorre gli anni a Palazzo San Giacomo. E ricorda: «Quando fui eletta per la prima volta, la città aveva avviato un lungo percorso di rinnovamento. Alcune linee erano già state tracciate e Napoli, già completamente esclusa dai flussi turistici, era di nuovo affollata. La mia amministrazione ha continuato su questa strada». Dopo il drastico calo di popolarità dell’anno scorso, in seguito all’emergenza rifiuti, e alla bufera giudiziaria che ha investito la sua giunta sul finire dell’anno, l’obiettivo era per lei riconquistare la fiducia dei cittadini e, contemporaneamente, presentare al

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Dobbiamo produrre sviluppo per dare un futuro ai giovani. È questa la vera questione Napoli



mondo una Napoli diversa. Ci è riuscita? «Puntiamo sulla nostra serietà nella realizzazione dei progetti e sulla trasparenza dell’azione amministrativa», commenta. E anche se nel 2011 non potrà ricandidarsi come sindaco, annuncia: «Continuerò a impegnarmi per Napoli e per il suo futuro». Da quasi dieci anni siede sulla poltrona di sindaco della città. Qual è il

risultato di cui va più fiera? «La nuova rete delle metropolitane e l’avvio del restauro dell’Albergo dei Poveri. Ma c’è un’opera più importante, anche se meno appariscente: il lavoro estesissimo di pianificazione che abbiamo compiuto in questi anni. Il Piano regolatore generale e il Piano comunale dei trasporti. Per la prima volta nella sua storia Napoli dispone degli strumenti indispensabili per governare lo sviluppo urbano e riorganizzare le sue funzioni. Un lavoro decisivo per il nostro futuro». Ma Napoli può definirsi, oggi, una città vivibile? «La vivibilità è il risultato di tanti fattori: lavoro, casa, istruzione, servizi sociali, traffico, ambiente e ordine pubblico. Napoli è una città con una disoccupazione altissima, frutto di scelte CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 37




L’INCONTRO

 politiche che negli anni 80 e 90 l’hanno

privata dell’intero apparato industriale pubblico. Quella crisi non ha avuto sbocco in un rinnovamento del sistema industriale, in nuove localizzazioni e nella diversificazione verso i servizi, come è successo in altre grandi città europee. La mia amministrazione ha dovuto di conseguenza approvare un nuovo piano regolatore generale, che stabilisse regole certe e destinazioni della città post industriale, e nel contempo, provare a promuovere lo sviluppo della città, compito che non spetta ai comuni, ma allo Stato e all’impresa». Quali sono i punti cardine di questo sviluppo? «Sicuramente la rigenerazione urbana di Bagnoli; ma la stessa attenzione è stata data ad altre aree strategiche. A Est, con la creazione della zona franca urbana si sono create le premesse per un processo virtuoso di attrazione d’impresa. Mentre con il grande programma per il centro storico vogliamo aggredire con forza il tema della vivibilità della zona, coniugando il risanamento del patrimonio edilizio, di cui il progetto Sirena è forse l’esempio di maggior vanto, con il recupero dei bassi alle attività commerciali e al tempo libero».

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Nel 2013 Napoli ospiterà il Forum delle culture. Come fare in modo che l’evento sia un’occasione di vero rilancio? «Premetto che non è vero che a Napoli ci sia un’alternativa tra rilancio turistico e nuovo sviluppo industriale. Al contrario solo una città capace di risanare il suo territorio, contrastare la criminalità, offrire occasioni di lavoro grazie a uno sviluppo produttivo tecnologicamente ed ecologicamente avanzato, potrà essere un grande polo di attrazione turistica. Per questo è proprio nella zona occidentale e a Bagnoli che il Comune realizzerà le più importanti iniziative del Forum universale delle culture, che sarà una vera occasione di rilancio se riusciremo a coniugare insieme risana-

mento ambientale e urbanistico, nuovo sviluppo produttivo, turismo e cultura». Quali risultati concreti vorrebbe che restassero alla città dopo il Forum? «Napoli ha la dimensione di una grande metropoli europea. Ma oggi la conoscenza della città è condizionata da alcune immagini negative: il disordine edilizio e, soprattutto la camorra. Ecco, come risultati concreti del Forum universale delle culture non penso solo alle strutture realizzate, ma soprattutto a un’immagine della città che corrisponda di più alla sua ricchezza di socialità, di civiltà e di cultura». Molti giovani lasciano il territorio in cerca di un lavoro che, spesso, faticano a trovare al Sud. Che cosa resta


Rosa Russo Iervolino



Nella zona occidentale e a Bagnoli il Comune realizzerà le più importanti iniziative del Forum universale delle culture, una vera occasione di rilancio se riusciremo a coniugare risanamento ambientale e urbanistico

di una città se le giovani generazioni non possono investire sul suo futuro? «No. Questo non deve accadere in nessuna città, e non accadrà per Napoli. Oggi precarietà e disoccupazione condizionano la vita dei giovani in tutto il Paese, ma Napoli è una città giovane e ricca di ragazzi e di ragazze. È per altro una città universitaria, che ha tantissimi centri di studio e di ricerca e tale deve restare. Dobbiamo produrre sviluppo per dare un futuro a questi giovani. È questa la vera “questione Napoli”. Ma stiamo attenti a non pensare che lo sviluppo del Mezzogiorno e di Napoli sia solo un problema dei napoletani e dei meridionali. Diciamo chiaramente che il differenziale di crescita dell’economia italiana rispetto al resto d’Eu-

ropa sta nella mancata soluzione della questione meridionale e nella permanente emarginazione di gran parte del Paese. Per questo occorre, finalmente, una politica nazionale all’altezza del problema». L’anno scorso, nel mezzo della crisi rifiuti, le proteste della cittadinanza mostrarono un calo di fiducia nei confronti della sua amministrazione. Come si sta muovendo per recuperare il rapporto con i cittadini? «I risultati positivi registrati in materia di rifiuti e di raccolta differenziata sono dovuti in massima parte alla sensibilità e all’attenzione dei miei concittadini. Anche questo è il risultato di un rapporto di fiducia che si basa sul mantenimento degli impegni che ab-



biamo preso. Per il resto puntiamo sulla nostra serietà nella realizzazione dei progetti e sulla trasparenza dell’azione amministrativa. Il Comune a Napoli è una casa aperta e trasparente». Nel 2011 non potrà essere rieletta a sindaco. Che cosa prevede per il suo futuro politico? «È troppo presto per pensarci, ma il lavoro di sindaco impegna a tempo pieno e, quindi, spero che dopo avrò più tempo da dedicare a me stessa e alla famiglia. Certo questi anni hanno reso ancora più forte il legame di affetto e di conoscenza con la mia città e anche dopo questa esperienza voglio continuare a impegnarmi per Napoli e per il suo futuro». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 39


Under 30 in politica: integrità morale S e grandi ideali Vento di novità in Parlamento. La politica ha bisogno di rinnovamento. E i due maggiori partiti nazionali si adeguano. Annagrazia Calabria e Pina Picierno sono i volti nuovi di Pdl e Pd. Entrambe vogliono riportare energia e determinazione nell’aula di Montecitorio Amelia Piana 40 • DOSSIER • CAMPANIA 2009

ono giovani. Sono donne. E siedono in parlamento. Eccezioni che confermano la semiinamovibile regola gerontocratica maschilista della nostra politica. Annagrazia Calabria e Pina Picierno sono i volti nuovi su cui Pdl e Pd, i loro rispettivi partiti, stanno investendo. E scommettendo. Al punto da candidarle all’ultimo giro di urne. Quello del 2008. Diverse. Ventisette anni Annagrazia, nascita a New York e poi Roma. Ventotto anni Pina, nata a Santa Maria Capua Vetere e residente nella stessa provincia casertana. Entrambe hanno


Nuove leve

macinato esperienze nei movimenti giovanili del Pdl e del Pd. A 18 anni, Calabria è candidata al Comune di Roma. Picierno diventerà ministro ombra per le Politiche giovanili. Che cosa le guida in politica? «Per me il senso della “missione” politica – risponde l’onorevole Pdl – si esprime nelle parole di papa Paolo VI: “La politica è la più alta espressione di carità”. Questo significa impegnarsi a lavorare e spendersi ogni giorno per la gente, ascoltando le loro esigenze e anche le loro proposte». Per l’esponente del Pd, invece, «la politica deve essere impegno che nasce dalla passione civile. Deve basarsi sull’idea per cui si può cambiare solo con il contributo di tutti. A patto di essere disposti a lasciarci alle spalle dubbi e cinismo. In una parola sola, la politica per me è speranza». Cosa l’ha spinta a mettersi in gioco? Annagrazia Calabria: «La politica è una grande passione che nutro sin da quando avevo 16 anni, iscrivendomi al movimento giovanile di Forza Italia. È questa forte passione unita a un grande senso di responsabilità del ruolo che rivesto che mi spingono a sfidare me stessa». Pina Picierno: «Certamente ha influito crescere in una terra, la Campania, la provincia di Caserta, in cui il bisogno di cambiamento e di speranza sono forti. Per questo sin da ragazzina ho sempre avuto una grande voglia di darmi da fare, prima nelle associazioni di volontariato e subito dopo con la politica». Cosa ha pensato entrando per la prima volta in parlamento? AC: «Ho provato grande felicità, emozione e un profondo senso di rispetto per l’istituzione di cui entravo a far parte». PP: «Che mi era capitato qualcosa di inaspettato e di molto importante, un’occasione meravigliosa che comporta grandi responsabilità. Ho pen-

sato che mi aspettava un lavoro duro per onorare gli impegni presi e fare del mio meglio». Quali sono i suoi punti di riferimento ideali? AC: «Il presidente Berlusconi per la sua genialità e la sua energia positiva nell’affrontare qualsiasi impegno; Alcide De Gasperi come padre della Costituente che, di fronte al mondo intero, nel 1946 si fece interprete del popolo italiano combattuto tra doveri apparentemente contrastanti: il dolore per le conseguenze di una guerra perduta e il riaffermare la fede in una nuova democrazia». PP: «Alcune figure mi hanno colpita profondamente, come Giancarlo Siani, ucciso dalla camorra quando ero una bambina. Ma se parliamo di riferimenti ideali, penso spesso a una canzone di De Gregori, La leva calcistica del ‘68: Nino, la sua maglia numero 7 e le caratteristiche di un bravo giocatore. Il coraggio, l’altruismo e la fantasia». Per una politica sana, sono più importanti gli ideali o le azioni? AC: «Credo che se non esistono gli ideali, non possono esistere le azioni. Le azioni che non sono spinte da forti ideali rischiano di essere mera propaganda e interesse personale». PP: «È fondamentale avere ideali che muovono la nostra azione, ma se non c’è corrispondenza fra le due, se manca la coerenza, allora gli ideali non bastano più. La politica sana è quella che affronta i problemi in modo diretto e trasparente, cercando giorno dopo giorno di avvicinare le idee che ci ispirano alle nostre azioni quotidiane. Una grande fatica, indispensabile per la democrazia». Al di là dei luoghi comuni, qual è il vero rapporto dei giovani con la politica? AC: «Purtroppo esiste grande disillusione. Ma è verso quei giovani e anche verso chi ancora ci crede che la mia

A sinistra, Pina Picierno, nata a Santa Maria Capua Vetere, è deputata per il Pd. A destra, Annagrazia Calabria, 27 anni, è deputata per il Pdl



Per me il senso della “missione” politica si esprime nelle parole di papa Paolo VI: “La politica è la più alta espressione di carità”. Questo significa impegnarsi a lavorare e spendersi ogni giorno per la gente, ascoltando le loro esigenze e anche le loro proposte



Annagrazia Calabria



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CONFRONTI

 azione vuole andare. Così da dimo- delusioni e troppe volte ha ucciso spe- dizio, e deve essere l’unico, nell’inseristrare fattivamente che le cose sbagliate possono essere corrette e la società può davvero migliorare». PP: «Mi pare ci sia un grande interesse, solo che sono cambiate le forme attraverso cui questo interesse si manifesta. Oggi sono molti i modi per partecipare, penso a chi fa volontariato, a chi usa la rete. Penso all’impegno delle associazioni, alla partecipazione a campagne globali. È evidente che i partiti devono innovare metodi, persone e contenuti per intercettare tutti questi mondi». Quali sono i valori che un giovane può e deve portare in parlamento? AC: «L’entusiasmo, l’energia, la voglia di fare e di combattere, la lealtà e l’integrità morale». PP: «Questo Paese ha dato troppe volte

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ranze. Penso al Meridione, all’impressione che mai niente riesca per davvero a cambiare, nonostante l’impegno e il sacrificio di donne e uomini meravigliosi. La legalità, la giustizia, la verità, il coraggio di cambiare, la necessità di distinguere persone per bene da connivenze e zone grigie, la determinazione a liberarsi per sempre da corruzione, clientelismo e malaffare. Questo mi aspetto dalla politica. E dai più giovani mi aspetto tutto questo elevato all’ennesima potenza». Tracci un’ideale mappa delle politiche giovanili. AC: «Abbiamo un ottimo ministro per le Politiche giovanili che porta un altrettanto ottimo programma volto a esaltare le qualità di ognuno e a premiare il merito quale parametro di giu-

mento dei giovani nel mondo del lavoro». PP: «Migliorare le condizioni di vita dei giovani significa dare un futuro al Paese. Perché le grandi questioni irrisolte coincidono con i problemi e le difficoltà che i ragazzi italiani vivono sulla loro pelle. Dal diritto allo studio a quello di avere un lavoro stabile all’altezza del proprio talento, dal diritto a una casa che non sia una stanza di cinque metri quadri in periferia, magari affittata in nero, fino al diritto alla legalità, perché non vogliamo più vedere le nostre terre violentate dalla criminalità. Il Paese non può più permettersi di sacrificare intere generazioni di talenti sull’altare di nepotismo, caste e interessi particolari. La chiave per il futuro è il binomio merito e pari opportunità. Ma


Nuove leve



La mia più grande soddisfazione? Avere contribuito all’istituzione della stazione unica appaltante nella provincia di Caserta, uno strumento fondamentale per sostenere gli amministratori nel contrasto alle infiltrazioni della camorra attraverso gli appalti pubblici



Pina Picierno

perché non rimangano soltanto parole vuote, abbiamo anche bisogno di un’inversione di rotta perché le azioni del governo, dalla norma antiprecari alla deregolamentazione del contratto a termine, fino alla reintroduzione delle dimissioni in bianco, sono una scure sulla nostra voglia di contribuire alla crescita del Paese. La lotta alla precarietà è indispensabile per dare prospettive di vita dignitosa a un’intera generazione». Qual è stata, sinora, la più grande soddisfazione ottenuta con la sua attività politica? AC: «Al di là del lavoro parlamentare che mi vede in prima fila nel portare avanti le mie proposte di legge e nel sostenere il programma di governo, il momento più significativo è stato la presentazione del congresso fondativo

del Pdl, come più giovane parlamentare eletta nella storia della Repubblica italiana». PP: «Avere contribuito all’istituzione della stazione unica appaltante nella provincia di Caserta, uno strumento fondamentale per sostenere gli amministratori nel contrasto alle infiltrazioni della camorra attraverso gli appalti pubblici. Avevo presentato un ordine del giorno, accolto dal ministro Maroni, per sostenere la necessità di istituire la stazione unica oggi varata. Occorre, però, fare molto di più. Il tema degli appalti è fondamentale per la lotta alla criminalità organizzata, per questo ho presentato anche una proposta di legge per la modifica all’articolo 118 del Codice sui contratti pubblici, proprio per garantire maggiore efficacia ai controlli antimafia». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 43


LA POLITICA E LE DONNE

Donne “azzurre” in pista per le elezioni regionali Nasce il Movimento femminile pro candidato alla presidenza della Campania. A fondarlo è Clorinda Boccia Burattino che annuncia: «Faremo anche il famoso “porta a porta” per smascherare le bugie della sinistra» Federica Gieri

ssere al fianco del candidato in pista per la presidenza della Campania «con proposte, idee e progetti, facendo anche il famoso “porta a porta” per smascherare le bugie della sinistra». Onda rosa sulle elezioni campane in calendario per marzo 2010. A scatenarla è Clorinda Boccia Burattino, dirigente regionale di Azzurro Donna, la galassia rosa di Forza Italia, con il suo movimento femminile presidenziale. Pragmatica, come solo le imprenditrici sanno esserlo, guardando alle urne, Boccia Burattino si è rimboccata le maniche. E, attraverso la neonata associazione, regala alle Donne (con la maiuscola come lei preferisce) la chance per essere in prima fila quando si deciderà il governo del palazzo di via Santa Lucia. Prima di lanciarsi nell’esperienza di creare un braccio operativo rosa che lavori per il candidato alla presidenza della Regione, ha inventato il “difensore civico della Libertà”. In cosa consiste? «La difficoltà della gente, che non fa vita di partito, è di riuscire a interloquire con i suoi rappresentanti isti-

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Clorinda Boccia Burattino, dirigente regionale di Azzurro Donna e fondatrice del Movimento femminile pro candidato presidenza Campania. Nella pagina accanto: dall’alto, il ministro alle Pari Opportiunità Mara Carfagna; il ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo; la senatrice del Pd Dorina Bianchi; l’onorevole del Pd Rosy Bindi; Letizia Moratti, sindaco di Milano e Anna Finocchiaro, capogruppo Pd al Senato

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tuzionali. C’era, dunque, la necessità di istituire appunto una figura che ascoltasse e raccogliesse le lamentele delle persone, verificasse le inefficienze del territorio per portarle a conoscenza dei consiglieri, realizzando così ciò che ci chiede il nostro presidente Berlusconi: “fare politica tra la gente”. Questa figura, che esiste solo in Campania e opera sull’intero territorio, nata su mia proposta, è stata approvata dal coordinatore regionale Nicola Cosentino e dalla dirigente nazionale Mara Carfagna». Nasce da qui l’idea del movimento femminile? «Sì, coinvolgerà tante donne, la maggioranza dell’elettorato che non si riconosce nella sinistra, vuole contrastare il crimine, chiede sicurezza, legalità e migliori servizi sociali. E vogliono che si ponga rimedio alle inefficienze della sinistra che, negli ultimi decenni, ha distrutto tutto, basandosi su un sistema clientelare per poter agire». Ci sono altre realtà simili alla sua nelle regioni chiamate al voto? «Credo sia l’unica. Azzurro Donna Campania è il fiore all’occhiello di


Clorinda Boccia Burattino

REGIONI, PROVINCE E COMUNI: IL COLORE È ROSA ANTICO ai consigli comunali al parlamento, la politica è di un rosa davvero pallido. Squadernando le tabelle del ministero dell’Interno, la palma della minor presenza femminile ai vertici va alle Regioni: 2 governatrici contro 18 governatori. Scendendo tra le Province, lo score finale recita: 93 presidenti contro 15 presidentesse. La musica non cambia nei Comuni. In quelli con una popolazione superiore ai 15mila abitanti, si contano 49 sindaci donna contro 604 uomini. Nei municipi con meno di 15mila abitanti, il divario è ancora maggiore: 791 “sindache”, 6.599 sindaci. Guardando ad assessori e consiglieri, il quadro non si tinge di fitte pennellate rosa. Uniche isole felici le giunte comunali di Rhemes Notre Dame (Ao), San Felice del Molise (Cb), Cannole (Le), Borgofranco sul Po (Mn), Ronzo Chienis (Tn) e Missaglia (Lc) con quattro assessori su cinque donna (80%). Partendo sempre dalle Regioni, si rilevano 10 assessori don-

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Azzurro Donna Nazionale per tutto ciò che ha prodotto e per la folta rappresentanza di dirigenti comunali. Sinceramente penso che sia l’unico caso all’interno di un partito a così alto numero di donne con incarichi istituzionali e che partecipano alla politica attiva». Quali sono i vostri obiettivi? «Il movimento vuole essere al fianco del candidato con proposte, idee e progetti concreti. Illustreremo i diritti che il governo di sinistra ha sottratto ai campani, scuoteremo le anime apatiche e faremo capire che una Regione più forte eticamente, socialmente ed economicamente ci farà vivere con più dignità, civiltà e serenità». La politica non è molto rosa. Accade per disinteresse o per una diffidenza maschile che ostacola?

na e 68 uomini. Mentre nelle Assemblee legislative siedono 85 consigliere e 693 consiglieri. In Provincia, colpiscono le tre presidentesse del Consiglio (15 i presidenti) e le 142 consigliere (1.152 consiglieri). Nei Comuni basta un dato su tutti. In quelli sopra i 15mila abitanti, hanno tagliato il traguardo del Consiglio 1.134 elette contro 9.966 eletti. Nei municipi fino a 15mila il divario diventa una voragine: 9.139 consigliere contro 40.839 consiglieri. Salendo di grado, e guardando a Roma, alla Camera su 630 deputati, solo 134 sono donne, che tradotto in percentuale significa 21%. Tre punti in più rispetto al Senato con il suo 18% di senatrici (59 su 315). Sbarcare in Europa e scivolare quasi in coda alla classifica per rappresentatività femminile è tutt’uno. L’Italia si colloca al 22° posto per incidenza femminile nei Parlamenti. La Svezia, prima assoluta, vanta un 47%. Fanalino di coda, l’Albania con 7,1%.



Le donne fanno politica con grande impegno e sacrificio perché il loro operato è sempre sotto controllo. Sarebbe opportuno cominciare a valutare anche quello dei signori uomini. La nostra arma vincente è la caparbietà, l’andare sempre avanti nonostante le porte chiuse



«Le donne sono ancora poche perché non sono coinvolte, ma dove c’è un punto di riferimento sicuro le donne che partecipano sono tante. Sei anni

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LA POLITICA E LE DONNE



Il movimento vuole essere al fianco del candidato con proposte, idee e progetti concreti. Illustreremo i diritti che il governo di sinistra ha sottratto ai campani, scuoteremo le anime apatiche e faremo capire che una Regione più forte eticamente, socialmente ed economicamente ci farà vivere con più dignità, civiltà e serenità



 fa, quando ho iniziato il mio per- vincente è la caparbietà, il non fer- sidente regionale, vicepresidente nacorso, mi è stato affidato un mero incarico al Dipartimento delle politiche femminili. Non ho avuto grande difficoltà a costruire il mio esercito. Quando le donne sono venute a conoscenza della mia esistenza, si sono avvicinate e mi hanno detto “finalmente qualcuno con cui parlare, che ci coinvolge”. Oggi siamo 500 sul territorio campano, organizziamo iniziative e portiamo avanti progetti con il giusto impegno. Con la nostra professionalità, stiamo dimostrando che le donne rappresentano un valore concreto». Come si fa politica al femminile? «Con grande impegno e sacrificio perché l’operato è sempre sotto controllo. Sarebbe opportuno cominciare a valutare anche quello dei signori uomini. La nostra arma

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marsi, non avvilirsi, andando sempre avanti nonostante le porte chiuse». Alla Camera, su 630 deputati, ce ne sono solo 134 donne. Al Senato, 59. Un quadro abbastanza desolante. Come si inverte la tendenza? «Non con le quote rosa. Bisogna lottare ancora, ma arriveremo a essere valutate non per il nostro genere, ma per la qualità. Quando ciò avverrà, ci saranno ricadute positive per tutti». Cosa l’ha spinta a scendere in campo? «Nel 2003 ho realizzato che, in Campania, un movimento femminile era inesistente. Decisi di mettere a disposizione di Forza Italia la mia capacità organizzativa maturata nell’Aidda, l’Associazione imprenditrici donne dirigenti d’azienda, come pre-

zionale, presidente della Consulta regionale femminile e vicepresidente del Comitato imprenditorialità femminile». Nel Pdl, la questione femminile è sentita? «Per quanto riguarda la Campania, il coordinatore regionale Nicola Cosentino e il ministro per le Pari Opportunità Mara Carfagna, sono stati sempre al nostro fianco attenti alle nostre esigenze. Lo spazio bisogna conquistarlo con partecipazione e impegno». Una curiosità: non è un po’ un controsenso la definizione “Azzurro Donna”? «Azzurro Donna scaturisce dai colori di Forza Italia. La definizione è irrilevante, importante è invece che la rappresentanza femminile esista, sia forte e coesa».


NAPOLI GUARDA AL FUTURO

Una grande area metropolitana che aspira a capitale europea Una città è europea quando è vivibile, sicura, ospitale. Quando la sua area metropolitana si fonda su un armonico paesaggio fra centro e periferie. Questo vuole essere Napoli ed è su questo che sta lavorando il presidente della Provincia Luigi Cesaro Gianluca Marranghello

ndro Montanelli sosteneva che esistono due tipi di città: le città regolari e le città di talento. «Napoli appartiene senza dubbio a questa seconda tipologia anche se, spesso, ha la capacità innata di sprecare il suo talento». Da questa amara ma veritiera riflessione, Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli, inizia un’analisi a tutto campo di quelle che sono le opportunità da cogliere e le risorse su cui investire per fare di Napoli e della sua provincia un territorio metropolitano di rilancio economico e di speranza per i suoi abitanti. Rilancio che passa anche e soprattutto da una gestione trasparente dei finanziamenti europei e da una politica del fare che deve far dimenticare lo stereotipo di Napoli come città dell’assistenzialismo e del fatalismo, ma che la faccia avvicinare agli standard europei d’efficienza e vivibilità. Dal suo punto di vista di politico “sul campo”, al di là degli stereotipi e dei luoghi comuni, quali sono i maggiori pregi e difetti della città? «Napoli è una città di mare con tutto quello che rappresenta questa risorsa in termini commerciali e turistici, ha un polo universitario d’enorme valore e di

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riconosciuta fama internazionale, ha un potenziale di sviluppo unico al mondo, possiede un imbattibile patrimonio culturale e paesaggistico. Nonostante queste potenzialità la città fatica a tenere il passo delle altre città europee e, purtroppo, perde sempre più giovani che preferiscono emigrare. Napoli, può divenire metropoli europea solo se “investe” in vivibilità. Questa è la priorità assoluta». Ci sono grandi differenze tra Napoli e la sua provincia? «Napoli non va pensata più solo come città, ma come grande area metropolitana, con un’identità unica che sappia abbattere gli steccati tra centro e periferie, tra l’area metropolitana e le altre realtà comunali. La nostra strategia di governo è chiara: avviare un processo di ristrutturazione dell’armatura urbana e di decentramento di centri culturali, di formazione e produttivi, riequilibrando Napoli e i suoi territori. Bisogna ragionare in termini di città metropolitana e non a caso il nostro programma di governo, infatti, ha come titolo “Una nuova Provincia per la grande Napoli”». Rispetto alle altre province cam-

pane, quella partenopea mantiene il suo primato di indirizzo politico e sociale o stanno emergendo altri poli di riferimento territoriale? «La Campania è una regione che possiede ricchezze che meritano un destino migliore. La provincia di Napoli, in una competizione che è ormai “glo-


Luigi Cesaro

bale”, conserva un’indiscutibile centralità politica e sociale. Un primato che, però, va rafforzato non solo con sinergie produttive in cui coinvolgere le altre province, ma soprattutto con un funzionale piano d’internazionalizzazione che consentirebbe alle nostre eccellenze di imporsi sui mercati mondiali. Oggi le sfide dello sviluppo non si misurano più tra “regioni” ma tra continenti: più i territori sono efficienti e più si estende la loro capacità di competizione, di forza economica. Provo un senso di rabbia quando vengono da me gli imprenditori e mi dicono: “Facciamo prodotti eccellenti, ma siamo penalizzati dalla difficoltà a raggiungere i grandi mercati”. Su questo bisogna lavorare». Efficienza e funzionalità: valori che sembrano essere appannaggio solo del Nord Italia. Come ribaltare questo pregiudizio? «I pregiudizi vanno ribaltati con i fatti. La qualità della spesa è la nostra priorità. Una qualità che passa attraverso un uso corretto dei fondi europei, cosa che qui al Sud non è sempre avvenuta, un piano per modernizzare le istituzioni e una razionalizzazione delle società par-

Luigi Cesaro, presidente della Provincia di Napoli



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NAPOLI GUARDA AL FUTURO

L’INDUSTRIA PARTENOPEA TIENE A livello produttivo e soprattutto nei confronti della criminalità organizzata. Lo sguardo lucido e rassicurante del presidente dell’Unione industriali di Napoli, Giovanni Lettieri apoli ha avuto in passato e continua ad avere, pur nelle difficoltà di contesto, un ruolo guida per l’industria del territorio, non solo campano. L’Assemblea 2008 dell’Unione industriali ha infatti premiato alcune delle aziende eccellenti presenti nel capoluogo campano, alla presenza del presidente del Consiglio e della presidente di Confindustria. Pochi mesi dopo a premiarle, in un altro incontro, è stato Giorgio Napolitano. «La capacità di esprimere eccellenze è sempre stata una caratteristica della città», spiega la guida degli industriali di Napoli, Giovanni Lettieri. E finora, prosegue «la crisi ha indotto alcune aziende di punta a rivedere i pro-

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 tecipate, cosa che abbiamo fatto im-

mediatamente. L’operazione “antisprechi” da sola, però, non basta. Il rilancio dell’economia e dell’occupazione a Napoli e nelle sue realtà comunali richiede un piano di sviluppo che sappia non solo migliorare la qualità della vita dei nostri cittadini, ma anche puntare a valorizzare le nostre ricchezze territoriali. Tra i tanti progetti che attueremo in tempi brevi c’è, ad esempio, la creazione della conferenza provinciale del turismo, un nuovo strumento collegiale che unirà allo stesso tavolo istituzioni, associazioni di categoria e mondo produttivo per meglio individuare le criticità del settore e avviare una programmazione strategica». Reti immateriali e infrastrutture telematiche sono ormai presupposti irrinunciabili per lo sviluppo di ogni area metropolitana. Napoli è pronta a entrare nell’era digitale? «Per innovare occorre che anche noi

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grammi espansivi, ma i tagli occupazionali sono stati circoscritti». Del resto, Napoli ha una struttura produttiva articolata, non monodipendente, all’interno della quale sussistono prospettive di crescita interessanti sia per realtà produttive di grande tradizione, purché posizionate sulla fascia alta del mercato, come l’industria della moda, sia per l’impresa tecnologicamente avanzata, dall’aerospaziale fino al biotech. «Un comparto che ha margini di sviluppo considerevoli – afferma Lettieri – è senza dubbio il turismo. La riqualificazione di alcune aree e il potenziamento di determinate strutture ricettive, a partire dalla realizzazione di un centro congressi adeguato, possono accelerare processi

di crescita già in atto». E in questo panorama industriale diventa obbligatorio sottolineare il mutato atteggiamento nei confronti della camorra. «I fatti – incalza Lettieri – dimostrano che c’è una nuova consapevolezza accompagnata da un forte senso di responsabilità». E la decisione di Confindustria Sicilia, fatta propria poi dall’intero sistema confederale a cominciare da Confindustria Campania, di espellere le aziende che non denunciano racket e analoghe forme di intimidazione, è un segnale eloquente di come cambiano la società meridionale e le sue aziende. «Come presidente dell’Unione industriali di Napoli, ho firmato in pochi mesi due convenzioni con il ministro


Luigi Cesaro

Giovanni Lettieri, presidente dell’Unione industriali di Napoli

dell’Interno Maroni e la prefettura locale. Nell’ultima ci impegniamo ad assicurare management a titolo gratuito agli amministratori giudiziari di patrimoni produttivi confiscati alle realtà criminali. L’obiettivo è di evitare il depauperamento di aziende e la perdita di posti di lavoro». Tra gli effetti dell’evoluzione della criminalità organizzata c’è infatti anche quello di riciclare denaro “sporco” in investimenti leciti; evitare questi fenomeni significa impedire che la lotta al malaffare determini tensioni sotto il profilo economico e sociale. A Napoli, inoltre, accanto al problema del crimine organizzato, c’è una drammatica questione microcriminalità. «Dobbiamo alzare – conclude Lettieri –il livello della repressione contro rapine, scippi e altre forme di violenza che nell’immediato incidono sulla qualità della vita di tutti i giorni, ancora più della mafia o della camorra».



Napoli non va pensata più solo come città, ma come grande area metropolitana, con un’identità unica che sappia abbattere gli steccati tra centro e periferie, tra Napoli-città e le altre realtà comunali



per primi ci rinnoviamo attraverso la riorganizzazione dell’ente. Non è un caso che per l’innovazione tecnologica abbiamo istituito un apposito assessorato. Diffondere una lungimirante e vincente civiltà digitale significa migliorare il rapporto, a volte conflittuale, tra cittadino e istituzioni. C’è da fare un gran lavoro che non mi spaventa, sapendo che il mio lavoro è totalmente speso per il bene della collettività».

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NAPOLI GUARDA AL FUTURO

na città affascinante. Non solo dal punto di vista naturale, con il Vesuvio sullo sfondo e il mare all’orizzonte. Ma anche storicamente, grazie alla sue anime multiformi, alle forti, fortissime identità che solo lei sa esprimere. Basti pensare ai Quartieri spagnoli, al borgo marinaro o ai quartieri “borghesi” come Chiaia e Posillipo e alla gente che li abita, ai fenomeni di appartenenza che qui si esprimono non solo con il linguaggio e il dialetto, ma attraverso veri e propri stili di vita. Sono tutti quartieri che hanno una genesi storica e una conformazione urbanistica estremamente riconoscibile e identificabile. Una grande ricchezza. A cui però si contrappongono, evidentemente e inesorabilmente, enormi problemi. Pare quasi inutile citare Scampia e le altre famose e malfamate periferie. Un quadro affascinante, ma anche allarmante, quello dipinto dal professor Benedetto Gravagnuolo. Un quadro scolpito con colori forti, non rassicuranti, ma con impresso tutto il sentimento di chi vorrebbe vedere la sua città diversa. Di chi vorrebbe lasciare alle generazioni future una città migliore di quella da lui vissuta. Uno dei caratteri più affascinanti di Napoli, dal punto di vista urbanistico, è l’estrema variabilità dei quartieri. Quali problemi comporta questa “anima eclettica”, da un punto di vista urbanistico? «Napoli rappresenta in modo emblematico l’idea di collage city che pur avendo la sua unità presenta forti identità di quartiere. Questo aspetto è di per sé positivo. Il problema più grande riguarda le periferie, quelle parti urbane che hanno avuto uno sviluppo soprattutto nella seconda metà del 900 e che

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Cambiare le periferie per ridare ai quartieri un’osmosi salvifica Immaginare Napoli significa pensare al Vesuvio e al mare. Il dramma è che dentro questa cornice meravigliosa c’è un Bronx troppo grande, reale come il vulcano e il golfo. Cosa fare? Innanzi tutto passare da un’urbanistica parlata a un’urbanistica praticata. Le opinioni, i consigli, ma soprattutto le speranze di Benedetto Gravagnuolo Lara Mariani

sono state emarginate dalla città storica da barriere invisibili, ma reali. Penso a Scampia, alla non comunicazione rapida con il centro storico. Problema che poi riguarda tutte le periferie industriali come l’area dell’ex Italsider, ora Bagnoli». Di cosa soffrono esattamente queste zone? «Sicuramente dell’assenza di quel mix sociale che invece caratterizzava il centro storico. Queste zone sono mono-funzionali, qui è stata deportata una sola classe sociale e ciò ha comportato conseguenze drammatiche. Oggi è più che mai urgente aumentare l’osmosi tra i quartieri e far sì che ci siano scambi sempre più veloci con il centro storico». Quali quartieri hanno maggiormente bisogno di un’azione decisa di intervento urbanistico? «Io darei la priorità assoluta alla periferia nord, non tanto per una questione tecnica ma per una questione etica.

Benedetto Gravagnuolo, architetto e urbanista, è stato per molti anni preside della Facoltà di architettura all’Università Federico II di Napoli. Oggi è coordinatore della giunta di presidenza. Nelle pagine che seguono, alcuni scorci della città


Benedetto Gravagnuolo



Scampia e tutta l’area nord sono un mostro generato non dall’abusivismo o dallo spontaneismo, ma da una pianificazione sbagliata. Questa urbanistica aberrante richiede interventi urgenti, di ridisegno complessivo della forma urbana



Questa zona soffre di un’indecente condizione di inabitabilità, dovuta all’applicazione di una logica sbagliata di urbanistica funzionalistica. Questa parte della città è stata disegnata in termini addizionali, sommando case, parchi, autostrade e scuole, ma senza che le venisse data una reale forma urbana. Scampia e tutta l’area nord sono un mostro generato non dall’abusivismo o dallo spontaneismo, ma da una pianificazione sbagliata. Questa urbanistica aberrante richiede interventi urgenti, di ridisegno complessivo della forma urbana. Dopo la periferia nord sono le altre due periferie, quella industriale est e quella ad ovest che richiedono una verifica di praticabilità delle intenzioni del comune. Ad esempio a Bagnoli è stato promesso un parco, ma questa ipotesi mi sembra lontana dall’essere realizzabile. Comunque al di là delle priorità riscontrabili, gli interventi in tutte e tre le periferie sono urgenti». Per il centro storico cosa propone? «Il centro storico ha delle sacche di marginalità che possiamo paragonare alla periferia, penso ad esempio ai Quartieri spagnoli, a Forcella e Sanità che sono zone degradate del centro in attesa di riqualificazione. Bisognerebbe partire dalla Cittadella degli studi, dalle cinque università di livello internazionale che non hanno case per studenti e dispongono di pochi laboratori, mentre sparsi per il centro storico vi sono monumenti usati male o addirittura abbandonati. Serve una strategia che punti sull’università, sui teatri, sulla messa in rete della cultura come elemento trainante per migliorare tutto il contesto. Promuovendo una politica mirata di interventi, non solo si mette in moto l’economia, ma si determina un risanamento del malessere sociale che è la diretta conseguenza del degrado». Quali soggetti dovrebbero intervenire? «Serve una grande capacità di goverCAMPANIA 2009 • DOSSIER • 55




NAPOLI GUARDA AL FUTURO



La metro ha accorciato la distanza tra centro e periferia e ha reso la città più vivibile. C’è stato progresso. Ma questa è stata l’unica operazione strutturale, di seguito è mancato tutto il resto: il parco Bagnoli, l’intervento nel centro antico e nella periferia nord



nance, una grande regia pubblica che metta in moto una pluralità di soggetti, anche privati, con idee molto chiare che possano essere subito praticabili. Il dramma di Napoli è che finora abbiamo assistito a un’urbanistica parlata ma non praticata, siamo molto lontani da un inizio di una vera operatività». Però per un periodo la città sembrava aver vissuto una sorta di rinascimento urbanistico. Penso ad esempio al restyling della metropolitana. Che fine ha fatto questa tendenza? 56 • DOSSIER • CAMPANIA 2009



«Questa tendenza c’è stata realmente ed è tangibile il cambiamento profondo che ha portato la metropolitana a tutti gli abitanti che vivono la città. La metro, al di là delle splendide opere d’arte, ha accorciato la distanza tra centro e periferia e ha reso la città più vivibile. C’è stato progresso. Ma questa è stata l’unica operazione strutturale, di seguito è mancato tutto il resto: il parco Bagnoli, l’intervento nel centro antico, nella periferia nord. Si è fatta solo la metro, condizione necessaria, ma non sufficiente.

Senza contare che poi l’emergenza rifiuti ha cancellato tutto ciò che si era fatto di buono fino a quel momento a livello di immagine». Quale immagine della città vorrebbe invece lasciare alle generazioni future? «Vorrei che fosse preservato rigorosamente il paesaggio e il centro storico e vorrei che fosse cambiata radicalmente la periferia. Non toglierei più neanche un metro cubo ai terreni agricoli, semplicemente costruirei sul costruito».


Paolo Cirino Pomicino

Una rivoluzione necessaria Occorre un nuovo patto tra governo e cittadinanza. E spazi autentici per l’incontro e il confronto tra le diverse realtà sociali e culturali. Solo così, avverte Paolo Cirino Pomicino, si può uscire dalla logica pericolosa del personalismo. E dare una nuova chance a una città “bloccata”, che rischia di trascinare nella decadenza l’intera regione Paolo Nobilio

Paolo Cirino Pomicino, ex ministro e attuale presidente dell’associazione Campania Futura

na città ingovernabile. O meglio governabile solo a patto di saperne cogliere la radicale peculiarità. Ma l’eccezione Napoli non è solo l’effetto della “resistenza” della città ad amministrazioni troppo rigide. Anche l’inadeguatezza delle istituzioni fa la sua parte. «La prima emergenza di Napoli è la crisi della classe dirigente», afferma Paolo Cirino Pimicino, presidente dell’associazione Campania Futura. «La scomparsa dei partiti ha inaridito la pianta della selezione – spiega –. Prevale il modello del partito personale e mancano addirittura i luoghi fisici in cui possono incontrarsi e discutere giovani e anziani, uomini e donne. Tutto ciò depotenzia la capacità di guida delle istituzioni nelle quali, purtroppo, è tracimata la criminalità organizzata». La risposta, per Pomicino, è una sola: la democrazia dei partiti. «Una rivoluzione inimmaginabile, perchè attiva l’etica della responsabilità laddove da anni impera la logica della cooptazione, che genera inevitabilmente intimidazione, cortigianeria e mediocrità». Lei ha dichiarato più volte che negli ultimi anni la Campania ha imboccato una preoccupante china di decadenza. Qual è il ruolo di Napoli in questo contesto? «Napoli è la Campania. Non fosse altro per il fatto che la sua provincia copre il 60% della popolazione regionale. È inevitabile che la decadenza politica economica e sociale del capoluogo si trasferisca all’intera regione». Quali giudizi ha raccolto nell’opinione pubblica attraverso l’azione di Campania Futura? «Uno scetticismo crescente. Sta lenta-

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mente scomparendo anche la capacità di indignarsi e sembra ormai lontano l’invito a “organizzare la speranza” fatto nel 90 da Giovanni Paolo II ai politici locali, ricevendo peraltro una rapida risposta con il progetto di Neonapoli. Poi tutto è sprofondato». Quali fasce sociali appaiono più attive nella ricostruzione di un genuino dialogo cittadino-istituzioni? «C’è una fascia importante di volontariato e associazionismo, in particolare cattolico, impegnata a risolvere e denunciare casi gravi di inadempienze e sofferenze che merita rispetto, ma c’è una difficoltà delle istituzioni a rispondere alla domanda di governabilità». Per secoli Napoli ha rappresentato, nel bene e nel male, un simbolo del Mezzogiorno. In che modo il governo locale può contribuire al rilancio della città e della sua immagine? «La città ha bisogno di un gruppo dirigente in grado di offrire un progetto politico nuovo e diverso. Il risanamento del miserabile urbanesimo, il rilancio di beni culturali che degradano per incuria e mancanza di risorse, il recupero della sicurezza nelle strade – ma che fine hanno fatto i poliziotti di quartiere? – che può rilanciare un turismo già colpito a morte dallo scandalo dei rifiuti, la ripresa di investimenti produttivi attivati da agevolazioni fiscali per l’intero mezzogiorno, unitamente a nuovi momenti culturali organizzativi e un’implementazione della rete di trasporti su ferro, e infine investimenti nei centri di ricerca, una delle poche eccellenze di Napoli, sono le principali direttrici per sconfiggere paura e disperazione». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 57


QUALITÀ ITALIA

L’economia del futuro affonda le sue radici nelle risorse della terra In controtendenza con la congiuntura economica, il Pil del comparto agricolo resiste. Il ministro Luca Zaia non ha dubbi. «Il settore può fare da traino all’economia». Ma occorre investire in qualità e sostenere i giovani agricoltori Giusi Brega

a Campania si colloca tra le regioni d’Italia che maggiormente partecipano alla produzione del reddito agricolo nazionale. Dai dati provenienti dal ministero delle Politiche agricole, alimentari e forestali (aggiornati ad aprile 2008) risulta che in Campania i prodotti riconosciuti come tipici dall’Unione europea sono 15, di cui 7 a denominazione di origine protetta, 8 a indicazione geografica protetta e 1 specialità tradizionale garantita (la mozzarella). «Un patrimonio agroalimentare così variegato e di qualità merita considerazione e tutela» sottolinea il ministro Luca Zaia. In quest’ottica, lo scorso settembre si è raggiunta l’intesa tra regione Campania, Abi, Ismea e associazioni regionali del settore agricolo per una serie di interventi di sostegno al settore, a partire da un impegno, da parte dell'assessorato all'Agricoltura, a finanziare le aziende con uno stanziamento complessivo di 5,5 milioni di euro. Il tutto per ridare al comparto «il ruolo che merita» e permettergli di «svolgere una funzione di primo piano nell’economia». Un mondo agricolo «forte e com-

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Luca Zaia

petitivo» in grado di dare «un contributo determinante allo sviluppo». Quali sono i maggiori problemi che si trova ad affrontare il comparto e quali le linee strategiche da seguire per superarli? «La crisi finanziaria ci ha permesso di riportare al centro del dibattito i valori dell’agricoltura e dell’economia reale, dimostrando che il primo settore può fare da traino, in un momento in cui l’unico Pil in controtendenza è proprio quello agricolo. Siamo in prima linea per garantire la sicurezza alimentare ai nostri cittadini, con la lotta alle frodi e sofisticazioni, che ci ha visto intensificare il nostro sistema di controlli, promuovendo una sinergia tra le diverse forze dell’ordine. Ci siamo battuti in sede europea per portare a casa, innanzitutto, oltre 4 miliardi e 300 milioni di euro, da investire in innovazione, qualità e aggregazione, e in sostegno ai giovani che vogliono tornare alla terra». Lei ha l’indiscusso merito di aver riportato il tema dell’agricoltura al centro dell’agenda di governo. Quali sono i prossimi obiettivi?

«Da quando sono al governo tutti i nostri sforzi sono concentrati a difendere il made in Italy. Sono convinto che la strada delle denominazioni sia quella migliore per difendere i nostri prodotti di qualità. Ma dobbiamo legare sempre più i nostri prodotti al territorio, salvaguardandone la loro specificità: la ricchezza delle tipologie costituisce il punto di forza della nostra economia. Un altro obiettivo è il confronto con il mercato, contribuendo alla creazione di una filiera tutta italiana. Nello stesso tempo siamo impegnati ad accorciarla, riducendo i passaggi in modo da contenere i prezzi al consumo». Tutelare consumatori e produttori. Questo è un impegno del suo ministero. Quali sono in concreto le iniziative in tal senso? «Mettiamo al primo posto la salute dei nostri cittadini, che significa poter scegliere prodotti riconoscibili, con informazioni trasparenti. Per questo ci siamo battuti per varare il disegno di legge per il rilancio della competitività del settore agroalimentare, che prevede proprio l’obbligatorietà dell’origine in etichetta. È importante educare i consumatori a scegliere prodotti di qualità, legati al territorio e alla stagione. E questa operazione deve iniziare dalle scuole, coinvolgendo ragazzi e genitori. Stiamo promuovendo diversi progetti per distribuire frutta e verdura fresche di stagione nelle mense scolastiche, che stanno riscuotendo parecchio successo. Grazie al nostro impegno, l’Europa ha aumentato le risorse destinate all’Italia per attuare questo programma, da 9 milioni e mezzo di euro a oltre 15». Difesa dell’identità del territorio. Lei ha esortato gli italiani a consumare i prodotti del nostro Paese e di stagione. Come è stato accolto questo

5,5

MLNDIEURO AIUTI È la cifra a cui ammonta lo stanziamento che sancisce l’impegno da parte dell'assessorato regionale all’Agricoltura a finanziare le aziende del comparto

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TIPICITÀ Il numero di prodotti campani riconosciuti come tipici dall’Unione Europea ad aprile 2008



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QUALITÀ ITALIA

 invito?

«Gli italiani hanno aderito numerosi all’invito. Hanno capito che i prodotti italiani non solo sono più buoni, ma anche più genuini e sicuri, perché sono immediatamente rintracciabili. Stiamo incentivando il consumo di prossimità, promuovendo i prodotti a chilometri zero e di stagione, che sono un grande aiuto per l’agricoltura locale permettendo nel contempo di tagliare i prezzi finali. Abbiamo 4.500 produzioni tipiche e 178 prodotti di qualità che ci pongono al primo posto in Europa. Il valore aggiunto del nostro made in Italy è proprio la qualità, che ha reso unico il nostro patrimonio agroalimentare nel mondo». Sembra che i giovani abbiano voglia di tornare a lavorare la terra. Come commenta questa tendenza? «Stiamo assistendo a un cambiamento culturale: prima si diventava agricoltore per tradizione familiare, ereditando un pezzo di terra. Ora si sceglie questa professione, con maggiore consapevolezza e preparazione, con anni di studio alle spalle, magari una laurea. Certo, rimangono grosse difficoltà, prima fra tutte l’eccessivo costo dei terreni. E noi dobbiamo garantire tutti gli strumenti a nostra disposizione per sostenere l’imprenditoria giovanile. Abbiamo previsto, ad esempio, premi per le quindici migliori esperienze imprenditoriali giovanili in agricoltura, aiuti per i progetti migliori di ricerca da parte di piccole e medie imprese condotte da giovani imprenditori, borse di studio per giovani agricoltori che frequentino master universitari. Dobbiamo rassicurare le nuove generazioni che la terra oltre che costituire un’opportunità può offrire un futuro e anche molte soddisfazioni». Insieme a Bossi e Tremonti sta portando avanti un progetto in tal senso. Come procede? «Siamo impegnati a varare in tempi brevi una riforma che dia terreni demaniali ai giovani agricoltori. Recupereremo terreni coltivabili che giacciono inutilizzati. Dobbiamo superare il gap costituito dai prezzi della terra, per consentire ai ragazzi che hanno la passione e le competenze necessarie per impegnarsi nel settore primario di farlo. Chi ama la terra e la conosce deve avere l’opportunità di avviare la propria azienda agricola. Recuperando questa terra riusciremo non solo ad aumentare la competitività della nostra agricoltura ma anche migliorare e qualificare il comparto occupazionale».

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Biagio Mataluni

Una bella spremuta di made in Italy na storia imprenditoriale lunga trent’anni coronata da un importante traguardo: aver riportato in Italia, dopo 25 anni, un marchio prestigioso come l’olio d’Oliva Dante, di proprietà spagnola, che da ora in poi sarà prodotto solo con olive nazionali. Biagio Mataluni non nasconde la sua soddisfazione. E nemmeno l’ammirazione per il ministro Zaia «che ha imposto di indicare in etichetta la tracciabilità della filiera produttiva, dando così ossigeno ai nostri olivicoltori». Lei ha riportato in Italia il marchio Dante. Cosa rappresenta questa conquista per il made in Italy? «È stata un’operazione di business e, al tempo stesso, uno strumento di rilancio del made in Italy in un settore, come quello oleario, che sta attraversando un periodo storico ricco di importanti novità dal punto di vista della normativa e ottimistici segnali di ripresa. Con l’acquisto del marchio Dante abbiamo ridotto del 15% le importazioni di consumo, in particolare dalla Spagna. Il nostro Paese è un grande consumatore di olio extravergine e il nostro obiettivo è promuovere il consumo di quello italiano, andando a erodere la quota di mercato di quello proveniente dall’estero. Dal mese di giugno la produzione di olio Dante è stata spostata nel nostro stabilimento di Montesarchio, in provincia di Benevento. Con questo progetto vogliamo crescere sempre di più ma, sia ben chiaro, non a discapito degli altri oli extravergini italiani che reputiamo nostri compagni di viaggio verso l’affermazione del made in Italy. A tal proposito, l’introduzione dell’indicazione della provenienza prevista dalla nuova normativa, fortemente voluta dal ministro Luca Zaia, agevola questo progetto». La sua storia imprenditoriale si è contraddistinta per importanti investimenti. Ha ricevuto

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Con un fatturato di 250 milioni di euro, 200 marchi di private label e 15 marchi di proprietà, il gruppo Mataluni oleifici è una delle realtà più importanti nel settore. «In Italia ci sono troppe frammentazioni, occorre fare sistema» esorta il patron, Biagio Mataluni. Che ringrazia le banche e il ministro Zaia per il sostegno Giusi Brega

Nella foto, Biagio Mataluni. Ha preso le redini del gruppo di famiglia nel 1980 trasformandolo da impresa artigianale in azienda industriale

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NON-QUALITÀ ITALIA

Attenzione a ciò che arriva sulle nostre tavole. Può essere una bufala Frodi commerciali e comunitarie, sofisticazioni alimentari, etichettature errate o contraffatte. Molti sono i modi per ingannare e truffare i consumatori che spesso si ritrovano sulle loro tavole alimenti dalla dubbia tracciabilità. Gli avvertimenti del capitano Vincenzo Ferrara del nucleo antifrodi dei carabinieri della città di Salerno Gianluca Marranghello

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ncora oggi due mozzarelle su quattro sono prodotte con latte estero e addirittura una su quattro non è fatta nemmeno con latte ma con cagliate e paste filate semilavorate provenienti da Paesi d’Oltralpe (dati Coldiretti). Centinaia sono i tir che quotidianamente trasportano in Italia latte, polveri e semilavorati che sono utilizzati da industrie e caseifici per produrre formaggi e mozzarelle marchiate made in Italy, ma che d’italiano non hanno nulla, e anzi provocano gravi danni agli allevamenti nostrani. Una concorrenza sleale alla quale il ministro Zaia con un apposito Decreto ministeriale presentato in parlamento lo scorso agosto sta cercando di porre fine. Dal lato della lotta al crimine invece è incessante il lavoro delle autorità preposte. Ne parliamo con il capitano Vincenzo Ferrara del Nucleo antifrodi dei carabinieri della città di Salerno. Quali sono in Campania le forme più comuni della cosiddetta criminalità agricola? «Nel corso di questi cinque anni, dall’istituzione di questo reparto, diverse “associazioni per delinquere” che erano riuscite ad appropriarsi di ingenti sovvenzioni comunitarie sia nel settore ortofrutticolo, sia in quello dell’olio o in quello della zootecnia, sono state sgominate. Con riferimento poi alle frodi tipicamente commerciali, abbiamo svolto numerosi servizi a tutela del consumatore, specie nel delicato settore dei prodotti tutelati da marchi. A poche settimane fa risalgono importanti sequestri svolti nei confronti di imprenditori che tentavano di commercializzare latte misto, in luogo del latte di bufala ai caseifici, dediti a vendere mozzarella di bufala cam-

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Nas Salerno

IL NUCLEO ANTIFRODI

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l comando carabinieri politiche agricole e alimentari, istituito il 5 dicembre 1994 col nome di “Carabinieri tutela norme comunitarie e agroalimentari” opera su tutto il territorio nazionale e, se necessario, anche all’estero nel rispetto delle vigenti disposizioni di legge e delle direttive del ministero delle Politiche agricole alimentari e forestali. Il comando, secondo quanto ribadito dal recente Dpr n. 18 del 9 gennaio 2008, è posto alle dipendenze funzionali del ministro delle Politiche agricole alimentari e forestali per esercitare i poteri ispettivi devoluti a quel dicastero e svolge controlli straordinari sull’erogazione e percepimento di aiuti comunitari nel settore agroalimentare e della pesca ed acquacoltura, sulle operazioni di ritiro e vendita di prodotti agroalimentari, compresi gli aiuti a Paesi in via di sviluppo e indigenti. Esercita, inoltre, controlli specifici sulla regolare applicazione di regolamenti comunitari e concorre nell’attività di prevenzione e repressione delle frodi nel settore agroalimentare, coordinandosi con l’ispettorato centrale della tutela della qualità e repressione frodi dei prodotti agroalimentari (Icqrf). Nello svolgimento di tali compiti, il reparto può effettuare accessi e ispezioni amministrative.

Nell’altra pagina Vincenzo Ferrara, capitano del nucleo antifrodi dei Carabinieri di Salerno

pana. Altri sequestri sono stati fatti nei confronti di produttori che spacciavano vino comune per vino doc, introitando indebitamente notevoli profitti ingannando il consumatore finale, convinto di gustare prodotti particolarmente prelibati». Vendita di sostanze alimentari non genuine e sofisticazione d’alimenti con sostanze non consentite. Quali sono i rischi maggiori per i consumatori? «Bisogna evidenziare che la materia concernente la sofisticazione è di specifica competenza di un altro reparto speciale dell’Arma, il Nucleo antisofisticazione, con cui peraltro collaboriamo attivamente. Tale sinergia è auspicabile perché quando un imprenditore mette in commercio un prodotto sofisticato o adulterato commette anche una frode in commercio, in quanto il consumatore riceverà un prodotto che risulta diverso da quello richiesto. Ad esempio abbiamo sottoposto a sequestro bottiglie d’olio di semi colorato, venduto come olio d’oliva extra vergine. Bisogna tuttavia precisare che non sempre da frodi commerciali, come gli esempi precedenti, ne derivano danni alla salute: il più delle volte, si tratta della vendita di un bene al posto di un altro». Quali operazioni vi hanno coinvolto ultimamente?

«Nel corso dell’ultimo mese, il nucleo ha monitorando il settore lattiero-caseario, è riuscito a fermare un’autocisterna carica di latte destinato ad un caseificio per la produzione di mozzarella di bufala, che conteneva in realtà latte misto, benché venduto come latte di bufala. In tale circostanza è stato eseguito il sequestro di circa 600 kg di latte, oltre all’autocisterna e il deferimento all’autorità giudiziaria del titolare per frode in commercio. Inoltre è stato effettuato il sequestro di un ingente quantitativo di vino, risultato normale vino da tavola, ma imbottigliato e venduto come Lacryma Christi del Vesuvio rosso doc». Di quali strumenti possono usufruire i consumatori per difendersi? «Il principale strumento a disposizione dei consumatori, oggi, è rappresentato dall’etichettatura dei prodotti, che ne consente la tracciabilità. È importante che quando il consumatore si reca a fare la spesa, faccia attenzione a tutte le informazioni, peraltro obbligatorie, riportate nelle etichette. In ogni caso poi, qualora si nutra il sospetto che la qualità del prodotto acquistato non corrisponda a quelle riportate in etichetta, si può attivare il Nac attraverso il numero verde 800.020.320 del comando dei carabinieri politiche agricole e alimentari». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 67


SULLA STRADA DELLO SVILUPPO

Quello che manca è una vera integrazione con il territorio È ricco più di ombre che di luci il processo che ha portato all’industrializzazione in regione. Con ricadute non sempre positive sul territorio. Malgrado questo, come osserva Tullio D’Aponte, ordinario di Geopolitica economica, la presenza dell’industria ha comunque contribuito all’affermazione di una nuova consapevolezza sociale condivisa, all’emersione dal ghetto di ampie compagini di giovani Federica Gieri

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atte strade note, “politiche”, spesso scollegate dalle attitudini del territorio, l’industrializzazione della Campania, e di Napoli in particolare. «Manca un disegno innovatore – rileva Tullio d’Aponte, ordinario di Geopolitica economica all’Università Federico II di Napoli –. Si giustappone l’industria al territorio, prescindendo del tutto dalla vocazione dei luoghi. E ripetendo la traccia dell’antica localizzazione dell’industria attraverso interventi di ripristino di nuove industrialità in bacini di tradizionale insediamento». Una tendenza che si ripete spesso nel tempo. Al punto che le direttrici lungo cui hanno marciato gli insediamenti industriali sono quelle di inizio Novecento. «Si sono seguite le tracce dell’originario processo. Con la localizzazione dell’insediamento di un grande centro siderurgico a occidente della città e nella progressiva espansione di una zona industriale a levante, caratterizzata dal ruolo assunto dallo scalo petrolifero di Vigliena e dalla raffineria ai margini dei quartieri di Poggioreale e BarraPonticelli». Si accerchia Napoli. «E questo incide sul successivo sviluppo insediativo dell’area partenopea, orientato lungo un asse settentrionale e saldatosi con le fasce d’espansione urbana di Nord-Est, da una parte, e di Nord-Ovest, verso la piana campana, dall’altro. Si forma così una fitta maglia insediativa che disegna una corona, quasi parallela al Golfo di Napoli, sbarrata, appunto, dai due agglomerati industriali di Bagnoli a ovest e di Barra-San Giovanni a est. Interessante notare come l’industrializzazione più

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Tullio D’Aponte

ELETTRODOMESTICI, NAUTICA, ARMAMENTO E AEROSPAZIO: GLI ASSET CAMPANI

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ono quattro gli asset industriali prevalenti in cui si articola il tessuto produttivo campano. In primis, l’elettrodomestico che assegna alla Campania la palma di terza regione d’Italia per produzione di elettrodomestici con Indesit nel casertano (due fabbriche e 1.200 dipendenti) e Whirpool a Napoli. Ottanta i produttori di nautica da diporto spalmati nell’area di Napoli. Accanto a chi opera con semilavorati, nell’allestimento e nell’assemblaggio, ci sono anche produttori di modelli cabinati e semi-cabinati. Terzo: l’armamento navale, dove il capoluogo registra una delle maggiori concentrazioni di armatori d’Europa. Come il Gruppo Grimaldi per i rotabili e la Msc dell’imprenditore sorrentino-ginevrino Aponte che è anche il secondo vettore mondiale nella movimentazione via mare di container. Chiude l’aerospazio: più di 100 imprese, 10mila occupati e un fatturato annuo di oltre 1,3 miliardi di euro.

Nella pagina a fianco Tullio D’Aponte, professore ordinario di Geopolitica economica all’università Federico II di Napoli

Fonte Lab. Sistemi Informativi Territoriali del Dipartimento DADAT Università degli Studi di Napoli Federico II

incisiva producesse un’evidente sovrapposizione di attività produttive su ambiti territoriali la cui vocazione naturale lasciava emergere ben diverse prospettive virtuose». Questo ha cambiato per sempre il volto della città? «A occidente, Bagnoli e i Campi Flegrei, rappresentavano uno straordinario ambito paesaggistico in antitesi con la civiltà della ciminiera. A oriente, a ridosso della ferrovia, il miglio d’oro, le tradizioni marinare dei centri costieri, il Vesuvio, la zona termale di Castellammare e la penisola Sorrentina, subirono gli insediamenti industriali come fattore di discontinuità di un processo di conurbazione. Ciò potrebbe apparire storia remota: Italsider, Eternit, Raffineria Mobil non esistono più. Ma le vicende indotte da processi molto caratterizzati sul piano politico, hanno il sopravvento durante l’avvio degli incentivi all’industria legati all’istituzione della Cassa per gli interventi straordinari nel Mezzogiorno».

Fissata la diagnosi, qual è la terapia? «Arduo definirla. Alcune indicazioni si possono comunque formulare. Intanto, una scelta delle attività da incentivare in base a un’attenta valutazione delle vocazioni territoriali, risorse disponibili, potenzialità di mercato e coesione sociale. In secondo luogo, una maggiore disponibilità ad assecondare lo sviluppo da parte del sistema bancario, purtroppo rarefatto sul piano della meridionalità e del relativo capitale di controllo. Ciò richiama il problema della direzione strategica d’impresa e della territorializzazione dei centri di decisione che rispondono a logiche estranee alle aspettative locali, risiedendo fuori dalla regione. Terzo, il problema di modernizzazione dell’imprenditoria che necessita di iniezioni di sana valutazione dell’alea d’impresa, più che la passata assuefazione al ricorso al sostegno pubblico, di frequente colluso al potere politico». Qual è la composizione del tessuto economico campano? CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 71

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SULLA STRADA DELLO SVILUPPO

 «Nonostante l’elevato numero di imprese che oggi sono oltre 80mila, la Campania è solo settima per consistenza di unità. Anche se pur sempre la prima del Mezzogiorno. C’è la prevalenza (99%) di aziende con meno di 50 addetti (76% della forza lavoro). Del resto, l’industria campana ha attraversato una profonda crisi strutturale che ha provocato un crollo della produzione e dell’occupazione per lo più nei settori maggiori come costruzioni, aerospazio, elettronico. Un insieme di imprese più piccole, invece, legata a produzioni tradizionali, ha reagito meglio. Le Pmi restano tra i principali soggetti economici della regione, soprattutto nel manifatturiero (alimentare e tessile). Per rendersi conto del rapporto tra le diverse dimensioni aziendali, nella provincia partenopea, dove si concentra l’industria campana, il 54% delle fabbriche non supera i 19 addetti; quelle medie, con più di 200 addetti, si riducono a 52, mentre quelle con più di 500 addetti sono solo 12». Quali fattori hanno determinato la scelta delle aree? «Sempre criteri “politici”. Si è favorita la tendenza di concentrazione in tradizionali ambiti di sviluppo industriale, consolidando un modello geografico indipendente da valutazioni di compatibilità territoriale». Come avvenne negli anni 50 con la migrazione al Nord. «Sotto la spinta dell’erogazione di risorse pubbliche per le infrastrutture del Mezzogiorno monopolizzate da imprese settentrionali e l’accaparramento del consenso attraverso la parvenza di nuova occupazione, si finanziarono grandi opere nel Sud. E si distribuirono migliaia di miliardi d’incentivi alla grande industria. Risorse che solo marginalmente si concretizzarono in vantaggio per il Meridione, destinatario dell’intervento straordinario. Al contrario, ben più cospicui utili andarono ai vincitori degli appalti, con disastrosi sub-appalti a imprese locali, non di rado colluse con la malavita. Questa politica di sostegno, a vantaggio delle forze capitalistiche egemoni, ha determinato scarsi vantaggi per le comunità locali e non ha generato indotto». Quali sono i nodi connessi all’avvio di sta72 • DOSSIER • CAMPANIA 2009


Tullio D’Aponte

TORRE ANNUNZIATA TRASFORMATA DALLE NUOVE TECNOLOGIE Con l’acquisizione da parte del gruppo Its dello stabilimento ex Dalmine, si assiste al rilancio di un’area abbandonata da anni

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Information technology cambia il volto a Torre Annunziata, proiettandola tra le elite del settore. Merito del gruppo Its (Information technology services), azienda leader nell’Ict, che, rilevata l’area dell’ex tubificio Dalmine, l’ha trasformata in un innovativo Centro tecnologico. Con laboratori di sviluppo software, centro servizi per le Tlc e di formazione, auditorium, laboratorio di ricerca, hub satellitare e data center. Cinquemila metri quadrati che ospitano trecento addetti altamente specializzati che realizzano un efficace modello di integrazione tra produzione e ricerca universitaria, grazie a una serie di laboratori di ricerca dove si sperimentano nuove opzioni di sviluppo Ict da parte di laureandi e dottorandi di ricerca degli atenei campani. Dall’industria pesante a quella della conoscenza. Sorto nella prima metà degli anni Cinquanta a Torre Annunziata, nell’arco orientale del Golfo di Napoli, lo stabilimento della Dalmine rappresentava un importante

In questa pagina, lo stabilimento di Alenia Aeronautica a Nola; nella pagina a fianco, in alto: scorcio dei cantieri navali di Fincantieri a Castellammare di Stabia; al centro, Alenia Aeronautica a Pomigliano d’Arco. In basso, locomotiva E403 nella sala prove dell’Ansaldo Breda

polo tecnologico per la lavorazione di tubi in acciaio senza saldatura che dava lavoro qualificato a diverse centinaia di dipendenti. Con la crisi del settore siderurgico e la successiva cessione alla Finsider e la gestione dall’Ilva, la fabbrica è rimasta inattiva per oltre dieci anni. Con irrimediabile deterioramento delle strutture fisse. Fino a quando, sull’onda dello sviluppo del processo di diffusione del polo dell’Ict in Campania, si è fatto avanti il gruppo Its. Trasformando così l’area che è passata da un modello di eccellenza, il tubificio, espressivo di un comparto produttivo caratterizzato dal peso che assumeva la connessione con la grande industria pesante, alla creazione del più completo polo Ict del Mezzogiorno.

bilimenti? «La risposta riassume i problemi ancora sul tappeto e che, sia pure a rilento, sembrano trovare qualche risposta. Il primo riguarda la carente “territorializzazione” dei processi d’insediamento industriale: territorio e impresa non hanno mai trovato un’efficace compenetrazione capace di realizzare l’ottimizzazione delle reciproche esigenze. A ciò si aggiunga il troppo lungo intervallo di tempo reso necessario dal superamento delle logiche individualiste. La creazione di distretti produttivi inizia ora ad affermarsi con iniziative promosse da organizzazioni impren-

ditoriali in stretta integrazione con programmi operativi regionali. Infine, la limitata propensione al rischio d’impresa che aveva sempre favorito la rendita edilizia e le relative speculazioni di basso livello sembrerebbe abbandonata». È possibile trarre un bilancio delle scelte originarie? «Se per sottrazione di ricchezza s’intendono le risorse pubbliche trasferite al Nord o all’estero attraverso interventi “straordinari”, ciò è avvenuto e con scarsi benefici al Mezzogiorno. Se si estende il ragionamento alle carenze di una corretta politica di pianificazione degli interventi sul territorio, anche qui c’è stata distruzione di ricchezza. Tuttavia, considerando che la presenza dell’industria ha comunque contribuito all’affermazione di una nuova consapevolezza sociale condivisa, all’emersione dal ghetto di ampie compagini di giovani, non posso che affermare il ruolo positivo dell’industria. Se, infine, rifletto sul significativo ampliamento di opere pubbliche e di reti infrastrutturali, pur insufficienti, concludo che comunque la Campania è ben più industrializzabile del passato». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 73


CONFINDUSTRIA Sono molti i fronti su cui sono impegnate le associazioni degli industriali: progetti e interventi capaci di rispondere alle vere esigenze del tessuto economico-produttivo locale. Da Napoli, Giorgio Fiore, presidente Confindustria Campania, invita a riscoprire il capitalismo familiare, vera ricchezza del Paese. A Caserta, la strada imboccata è quella dell’apertura di nuovi sportelli a sostegno dell’imprenditoria locale. A Benevento per combattere l’asfissia finanziaria che oggi attanaglia le fabbriche c’è l’accordo sull’accesso al credito tra Banco di Napoli e industriali. Infine, Confindustria Salerno ha elaborato, insieme all’università, un nuovo piano industriale per colmare lo scarto tra le politiche territoriali esistenti e le esigenze vere delle aziende salernitane


L’impegno degli industriali

Una giornata di studi per la legalità con gli industriali del Sud Per Giorgio Fiore, presidente Confindustria Campania, va riscoperto il valore del capitalismo familiare, «che ha costituito la ricchezza del Paese». Ma non bisogna dimenticare l’impegno per la legalità. E su questo gli industriali in regione si stanno già muovendo Nera Samoggia

er dare una spallata alla crisi, bisogna guardare alle aziende familiari che, in questo difficile frangente, «si sono difese meglio delle altre». Riscoprendo così il valore di quel «capitalismo familiare che ha costituito, in passato, la vera ricchezza di questo Paese». Un modello economico e sociale che presuppone, quindi, «sviluppo autoctono e industrie legate al territorio». A proporre “l’antica ricetta” è Giorgio Fiore, presidente di Confindustria Campania e presidente dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità. Tabelle alla mano, l’economia sul territorio registra oltretutto «piccoli segnali di ripresa», i cui effetti, però, «si avvertiranno solo tra qualche tempo». «Sul territorio campano – precisa –, indubbiamente, il settore che si è difeso meglio è quello agroalimentare che produce beni di prima necessità ai quali i consumatori non rinunciano nemmeno in un momento come questo». Dove si devono investire risorse per ritornare a un segno più nella produzione industriale? «In Campania esiste un tessuto industriale diffuso e robusto che vede come motore trainante la grande azienda. Qui il manifatturiero si contraddistingue per la presenza di numerose eccel-

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lenze nei settori ad alto contenuto tecnologico dell’automotive, del ferrotranviario e dell’aeronautico. Tutti caratterizzati da grandi e medie aziende che alimentano un indotto regionale di Pmi che rappresenta l’ossatura del sistema produttivo territoriale. Per stimolare la crescita di questi settori, che possono fungere da traino per

Giorgio Fiore, presidente Confindustria Campania. Imprenditore, è anche presidente dell’Osservatorio sulla camorra e sull’illegalità di cui ha rilanciato l’esperienza

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CONFINDUSTRIA



In Campania esiste un tessuto industriale diffuso e robusto che vede come motore trainante la grande azienda



❯❯ l’intera economia locale, bisogna puntare sulla ri-

cerca e l’innovazione. In questo senso vedo come fondamentale la collaborazione tra impresa, da un lato, e università, dall’altro, due soggetti che devono uscire dai loro steccati, incontrarsi e lavorare in uno spazio comune per mettere a frutto ricerca e competenze. È un percorso che abbiamo già avviato, e che sta già producendo i suoi frutti. L’industria, in definitiva, deve tornare al centro del programma di sviluppo economico. La crisi che stiamo vivendo ci ha svelato, in maniera inequivocabile, la debolezza di un modello che ipotizzava di poter fondare l’epoca post-industriale sul terziario». Quali misure di sostegno chiedete al governo? «A mio avviso le imprese del Sud non hanno bisogno di incentivi, ma piuttosto di agevolazioni fiscali per stimolare gli investimenti che facciano crescere le aziende. Penso, ad esempio, al credito d’imposta per agevolare ricerca e innovazione. Soprattutto serve meno burocrazia. Diversi sondaggi tra gli imprenditori del Sud e alcune ricerche universitarie hanno dimostrato che l’eccessiva burocratizzazione frena lo sviluppo al pari, e forse anche più, della presenza della criminalità organizzata, altro grande nodo da sciogliere. Anche su questo fronte la mia presidenza si impegnerà intensamente e stiamo già lavorando alla programmazione di una giornata di studi sul tema della legalità che coinvolgerà anche Confindustria nazionale e le fe-

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GLI OCCUPATI DELLA REGIONE SUDDIVISI PER PROVINCE ASSOCIAZIONE

TOT. UNITA’ LOCALI

TOT. DIPENDENTI

AVELLINO

241 202 470 999 752

8.573 2.889 12.760 47.839 22.286

BENEVENTO CASERTA NAPOLI SALERNO

derazioni delle altre regioni meridionali». Cosa è stato già fatto dal governo per venire incontro alle vostre esigenze? «L’attenzione per le regioni del Sud è ancora insufficiente. Per intenderci: serve, anche in altri ambiti, un impegno pari a quello che in questo momento sta portando avanti il ministro dell’Interno. Maroni, che sta lavorando intensamente sul fronte della lotta alla camorra e alle mafie in generale che, ribadisco, sono una delle grandi diseconomie del Sud. Anche la Commissione europea di recente ha espresso preoccupazione per l’assenza di investimenti nazionali per lo sviluppo del Mezzogiorno». Tecnologia, ma non solo. E la cultura? «Abbiamo promosso un ciclo di lezioni magistrali di storia sulla città di Napoli. Non c’è sviluppo senza cultura. In questa fase, è quanto mai necessario andare alla riscoperta delle sfide già affrontate nel passato, delle soluzioni adottate per vincerle o degli errori già commessi».

44 mila OCCUPATI È il numero dei dipendenti del settore industriale della Campania


L’impegno degli industriali

Più servizi alle imprese dall’antiusura al finanziario Una serie di sportelli a sostegno dell’imprenditoria locale. Ecco l’iniziativa di Confindustria Caserta per riportare alla “normalità” l’economia. Obiettivi e modalità nelle parole di Antonio Della Gatta, presidente degli industriali Nera Samoggia

Antonio Della Gatta, presidente degli industriali casertani

a Roma «vorremmo maggiore attenzione e incisività sui progetti strategici (aeroporto, interporto, ndr) che integrano il territorio col resto del Paese, piuttosto che interventi a pioggia che disperdono solo risorse». A inoltrare la richiesta per ricondurre il casertano «ad una condizione di normalità in linea con il resto del Paese» è Antonio Della Gatta, presidente di Confindustria Caserta. Quanto ha inciso la crisi sul tessuto produttivo locale? «I recenti dati sul ricorso alla Cassa integrazione e sull’aumento della disoccupazione fanno emergere una situazione non dissimile da quella nazionale. Qui le ore di Cig autorizzate hanno registrato un incremento del 660%, dalle poco più di 179mila del 2008 a oltre un milione. Senza contare le quasi 360mila ore dell’edilizia legate anche a eventi atmosferici. A fronte di una situazione così drammatica, tuttavia, non mancano note positive. Come l’agroalimentare, dove assistiamo anche al recupero della produzione della mozzarella di bufala dop, oppure del meccanico con segnali di sostanziale tenuta». Come vi muovete per arginare la situazione? «In questo difficile momento che va oltre la nostra cintura daziaria e che aggrava situazioni di crisi endogene che vengono da lontano, più che su un singolo progetto, siamo impegnati a fornire assistenza a 360°. Con l’aiuto di esperti, abbiamo istituito specifici “sportelli” di servizio. Ciò senza perdere di vista l’impegno su temi ambientali, dal disinquinamento alle bonifiche, alle infrastrutture e al turismo».

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Di cosa si occupano questi sportelli? «Quello antiusura e antiracket fornisce assistenza sulla normativa in materia. Come le modalità di accesso alle agevolazioni e ai benefici previsti dal fondo di solidarietà in favore delle vittime dei reati di usura e di richieste estorsive. È previsto anche, nel rispetto dell’anonimato, il numero verde 800.07.11.479 per imprenditori vessati dalla criminalità. Lo sportello per il contenzioso valuta, invece, la fondatezza di provvedimenti di revoca totale o parziale di incentivi alle imprese. E, dunque, aiuta a redigere memorie e perizie. Fa riferimento al decreto 231/2001, il servizio che aiuta a prevenire eventuali reati che potrebbero essere commessi dal personale, magari anche soltanto per un incoerente modello organizzativo di gestione o controllo. Infine, lo sportello di accompagnamento al credito è a supporto nei rapporti con il sistema bancario, vera nota dolente del sistema economico casertano e, più in generale, meridionale». Quali sono i punti di forza su cui intendete investire? «Il sistema produttivo casertano vanta comparti a forte specializzazione. Punte di eccellenza, oltre al Centro italiano di ricerche aerospaziali, sono il tessile di alta qualità e l’orafo. In particolare il Tarì di Marcianise, una realtà di livello internazionale e anche esempio felicissimo di aggregazione tra Pmi e produzioni di altissima livello. Non mancano, però, diseconomie legate proprio al territorio. Fare impresa al Sud è molto più difficile che al Nord. Ci sono problemi gravi da affrontare quotidianamente legati alla cattiva burocrazia, al credito, alla sicurezza ambientale e più in generale al bisogno diffuso di legalità». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 77


CONFINDUSTRIA

Nasce un tavolo di lavoro tra industria e università per un nuovo sviluppo Confindustria Salerno e l’Università di Salerno, dipartimento Scienze economiche, hanno siglato un Piano industriale e dei servizi per formare un gruppo di lavoro che dialoghi con gli imprenditori sul reale sviluppo del territorio Nera Samoggia

olmare, o almeno ridurre, lo scarto tra le politiche territoriali esistenti e le esigenze vere delle imprese salernitane, impegnate in una difficile ripresa. Ruota attorno a questo assioma il progetto per la redazione del “Piano industriale e dei servizi della provincia di Salerno” elaborato da Confindustria Salerno con il dipartimento Scienze economiche dell’Università di Salerno. «Bisogna uscire allo scoperto e dire cosa occorre fare in termini di nuova responsabilità delle imprese» spiega il numero uno degli industriali del territorio, Agostino Gallozzi, che, attraverso l’intesa con il mondo accademico, mira a «formare un gruppo di lavoro che dedichi energie nel dialogare con il tessuto imprenditoriale salernitano sui temi dello sviluppo del territorio. A condizione di partire dal ruolo dell’industria e dei servizi connessi. Perché solo così si può aprire una prospettiva di politica industriale territoriale nuova». Oltretutto, osserva Gallozzi, «focalizzare l’attenzione sui piani di sviluppo delle imprese e dei servizi, consente di aggregare i potenziali e favorire la nascita di una nuova vision delle opportunità».

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Primo step: scattare la fotografia dell’esistente. In questo modo, l’intesa ha evidenziato che «esiste capitale umano, che ci sono molte aziende – analizza il presidente di Confindustria Salerno – che hanno già approfittato delle opportunità del mercato e che alcune istituzioni hanno voglia di accompagnare lo sviluppo, sperimentando processi di governance capaci di risalire la scala di efficacia». Inoltre, si nota come «le risorse messe a disposizione del Mezzogiorno, se ben indirizzate, possono attivare un potenziale inutilizzato enorme». Dialogare con il tessuto imprenditoriale in termini di espansione e rilancio economico permette quindi «di delineare una serie di azioni capaci di incrociare i bisogni del

Agostino Gallozzi, presidente degli industriali della provincia di Salerno


L’impegno degli industriali

NEL SANNIO UN ACCORDO ANTICRISI Per dare una boccata di ossigeno finanziario alle imprese il Banco di Napoli e gli industriali di Benevento hanno sottoscritto una convenzione che agevola il flusso creditizio

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romuovere misure tese a garantire l’afflusso di credito al sistema produttivo attraverso interventi sulla liquidità e sulla patrimonializzazione delle imprese. È con questo obiettivo che Banco di Napoli e Confindustria Benevento hanno sottoscritto un accordo che attua, a livello locale, la convenzione già siglata da Intesa Sanpaolo e Confindustria nazionale. Con la firma di Antonio Nucci, direttore generale Banco di Napoli e di Cosimo Rummo, presidente degli industriali locali, in calce al documento, la banca mette a disposizione 400 milioni di euro per le imprese di Puglia, Campania, Calabria e Basilicata. «Abbiamo accolto con favore questo protocollo – spiega Rummo – perché offre alle imprese locali la possibilità di usufruire di strumenti ad hoc per superare le strozzature finanziarie che stanno subendo in questo momento». Un’importante opportunità cui Confindustria Benevento fa seguire la richiesta di «una maggiore snellezza del sistema crediti-

620 ADDETTI

Sono i dipendenti delle aziende fino a 500 unità del tessile, della produzione di metallo e della fabbricazione di prodotti in metallo della provincia

zio in generale – osserva il presidente di Confindustria Benevento – in quanto, come sottolineato in più occasioni, molto spesso il sistema bancario non è stato in grado di adeguarsi alle mutevoli esigenze aziendali». Dal canto suo, Nucci sottolinea come in questo modo si mettano «a disposizione degli imprenditori strumenti per alleggerire la gestione finanziaria in questo frangente e rinforzare la capacità patrimoniale, preparando le imprese a riprendere con basi più solide lo sviluppo successivo».

territorio con quelli delle aziende. Le quali potrebbero così dotarsi, nella propria governance interna, di quell’efficacia e quell’efficienza che, talvolta, mancano, essendo l’attuale modello imprenditoriale teso alla ricerca di una visione strategica necessaria a prendere decisioni di lungo periodo». Misurare, dunque, il potenziale messo in campo dalle imprese consente di dare «incisività alle decisioni da prendere ogni giorno sui temi della programmazione e su quelli della gestione della progettualità esistente». Insomma, in definitiva, l’obiettivo è «diminuire l’asimmetria tra politiche territoriali esistenti e l’esigenze di ristrutturazione e rilancio dell’impresa salernitana». Ancor di più,

LA CASSA INTEGRAZIONE IN REGIONE Totale ore autorizzate dal 2005 al 2009 2005 (Gennaio-Agosto) 2006 (Gennaio-Agosto) 2007 (Gennaio-Agosto) 2008 (Gennaio-Agosto) 2009 (Gennaio-Agosto)

2.221.654 2.166.635 2.511.501 2.570.852 5.174.953

questo, alla luce del «permanere di una situazione difficile e complessa. Le criticità sono traversali – osserva il presidente –: tutti i settori risentono dell’onda lunga della crisi che ha colpito in prima battuta i territori più esposti alle dinamiche internazionali, per poi approdare con ulteriore impatto nel Mezzogiorno. I numeri della cassa integrazione parlano chiaro: si corre il rischio di ritrovarsi alla fine della crisi con un radicale cambiamento del potenziale occupazionale e produttivo. Malgrado ciò – conclude Gallozzi –, le imprese non rinunciano a intravedere spiragli di ottimismo, ma essi sono principalmente legati alle potenzialità endogene dell’azienda, non al contesto esterno». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 79


VOCAZIONE INNOVATIVA

È nella zona di Capua la capitale dello spazio La ricerca aerospaziale italiana ha un indirizzo: Cira, il centro di ricerche italiano sorto a Capua, cinquanta chilometri a nord di Napoli, nel 1984. Qui accademici, studiosi e ricercatori ‘inventano’ soluzioni che troveranno poi applicazione non solo sui ‘normali’ aerei, ma anche sui voli nello spazio Amelia Piana

Sopra, panoramica del Centro italiano ricerche aerospaziali. Nella pagina accanto: in alto Polluce, veicolo spaziale senza pilota realizzato per testare in volo le tecnologie necessarie allo sviluppo dei futuri veicoli ipersonici e transatmosferici. In basso, Enrico Saggese, presidente Cira

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ola in alto la Campania con il Cira, il Centro italiano ricerche aerospaziali, incaricato dal governo di gestire in toto il Programma nazionale di ricerca aerospaziale. Ricorda Enrico Saggese, presidente del Centro e anche dell’Agenzia spaziale italiana: «il programma è stato lanciato nel 1984, in risposta alle richieste dell’intera comunità aerospaziale italiana di poter disporre di impianti, laboratori e competenze adeguate alle necessità di ricerca e sviluppo del settore». Un milione e mezzo di metri quadri, a cinquanta chilometri a nord di Napoli, disseminati di laboratori iper-tecnologici, gallerie del vento e impianti per prove di altissimo livello, in cui lavorano ricercatori e accademici di tutto il mondo, che fanno di Capua il fulcro di un’area ad alta vocazione aerospaziale. Come mai la Campania è così “aerospaziale”? «Per la presenza di grandi uomini capaci di elaborare una chiara visione di ciò che l’aeronautica prima, e l’aerospazio poi, avrebbero potuto essere. Questi “semi” sono caduti nel terreno fertile della cultura scientifica e della preparazione tecnica dei campani, “concimata” con la fantasia e l’inventiva che le sono proprie. Per non parlare del clima che, permettendo la lavorazione all’aperto, è stato uno degli elementi che ne fecero una delle culle dell’aeronautica italiana». Quale valore aggiunto porta la vostra presenza alla regione? «Promozione ed esecuzione di progetti di ricerca, formazione di ricercatori e tecnici, integrazione delle competenze disponibili e azioni per facilitare la ricaduta dei risultati ottenuti con un impulso allo sviluppo tecnologico delle Pmi. Sono le opportunità che offriamo. E comunque se la nostra collocazione geografica favorisce la Campania, ci piace pensare di essere un valore aggiunto per l’Italia». Avete partnership con altri Paesi? «Sì, da sempre. Siamo tra i soci fondatori dell’associazione dei centri di ricerca aerospaziali europei, rappresentiamo il ministero della Ricerca in seno al Garteur (accordo intergovernativo per la promozione dello sviluppo aeronautico in Europa, ndr), collaboriamo con Nasa ed Esa e vantiamo

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accordi quadro con aziende aerospaziali, università e politecnici italiani. Tra i nostri “clienti”, vi sono nomi eccellenti dell’industria aerospaziale mondiale, tra cui Airbus e Boeing; le agenzie aerospaziali e i centri di ricerca cinesi, indiani e giapponesi, oltre naturalmente ad Asi e alle industrie nostre azioniste». La ricerca è la vostra voce pesante: su quali idee state lavorando? «Siamo coinvolti in diversi progetti di ricerca e collaborazione. In particolare siamo presenti nei maggiori progetti in tema di trasporto aereo, spazio e sicurezza, del 7° Programma quadro della Commissione europea e nei programmi dell’Esa, soprattutto quelli inerenti il rientro di navette e capsule spaziali. Inoltre, siamo partner in quasi tutte le iniziative di ricerca in materia aerospazio attive in Italia». I risultati usciti dai vostri laboratori hanno trovato appli-

1984

FONDAZIONE È l’anno di nascita del Centro italiano ricerche aerospaziali, un milione e mezzo di metri quadrati disseminati di laboratori ipertecnologici, gallerie del vento e impianti per le prove di crash

cazione a livello produttivo? «Quelle commissionateci da industre, di certo: le prove in condizioni di “icing” (formazione di ghiaccio, ndr) ad esempio hanno contribuito alla definizione delle soluzioni migliori e alla certificazione dei sistemi antighiaccio dell’elicottero NH-90, dei velivoli militari F-35 e A-400M, e di velivoli dell’aviazione civile di Airbus, Dassault e Bombardier. Così come i test di rientro in atmosfera condotti su modelli di scudi termici hanno trovato applicazione in velivoli reali. Ad esempio, la capsula indiana lanciata con successo un paio di anni fa». Laboratori, ma non solo. Ospitate anche impianti di prova. «Tutti i laboratori sono importanti, però è indubbio che siamo conosciuti per i tre grandi impianti di prova: la galleria al plasma “Scirocco”, quella del vento per le prove in condizioni di ghiaccio “Iwt” e l’impianto per CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 81




VOCAZIONE INNOVATIVA

A fianco, articolo di prova dopo l’impatto. I tre grandi impianti di prova presenti al Cira: la galleria al plasma “Scirocco”, quella del vento per le prove in condizioni di ghiaccio “Iwt” e l’impianto per prove di crash “Lisa”



I sistemi aerospaziali sono e saranno sempre più connessi alla vita quotidiana, anche se non ce ne rendiamo conto. Gli aerei saranno sempre più silenziosi ed ecologici e i sistemi spaziali sempre più a supporto nel monitoraggio dell'ambiente



 prove di crash “Lisa”, riconosciute eccellenze a li-

vello mondiale». In tempi di razionalizzazione della spesa per la ricerca, come si vive? «Tutto ciò che realizziamo qui, benché siamo una società di diritto privato, è “bene disponibile dello Stato”. Per questo, riceviamo un contributo dal ministero. Altre risorse derivano da commesse a livello nazionale e internazionale. L’effetto della crisi, tuttavia, c’è stato. Ma ciò che il Cira ha saputo realizzare sino ad ora, può aiutarci a guardare serenamente, ma con la dovuta attenzione, al futuro».

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Come si colloca l’Italia nel panorama internazionale? «Ha sviluppato eccellenze nel campo ad esempio dei materiali e delle aero-strutture. In campo spaziale sono stati realizzati progetti importanti come il radar della sonda europea Mars Express che ha rilevato presenza di acqua nel sottosuolo marziano». Qual è il futuro del settore aerospaziale? «Questi sistemi sono e saranno sempre più intrinsecamente connessi alla vita quotidiana, anche se non ce ne rendiamo conto. Gli aerei sono e saranno sempre più silenziosi ed ecologici. I sistemi spaziali saranno sempre più a supporto nel monitoraggio dell’ambiente. Mi piace ricordare una battuta di Carl Sagan, il celebre astrofisico americano, che affermava come i dinosauri si fossero estinti perché non avevano un programma di ricerca aerospaziale. Si riferiva al fatto che se avessero avuto telescopi spaziali e missili, forse avrebbero evitato l’impatto con la terra dell’asteroide che li ha condannati a morte. Pertanto il futuro della ricerca aerospaziale accompagnerà sempre quello dell’uomo».


Alenia Aeronautica

Lavoriamo oggi per progetti chiave del futuro Quattro siti produttivi in regione e 4.500 dipendenti. Questa è la carta d’identità di Alenia Aeronautica, società del gruppo Finmeccanica. Un’azienda che investe «circa un quarto del fatturato» in ricerca e sviluppo Amelia Piana

Giovanni Bertolone, amministratore delegato di Alenia Aeronautica, società del gruppo Finmeccanica

l blasone c’è. Vola a tutte le latitudini, la doppia A di Alenia Aeronautica, società del gruppo Finmeccanica, sinonimo di tecnologie sofisticate, produzioni specialistiche e oasi felice in cui la ricerca viene considerata la chiave di volta dello sviluppo. Ambasciatore del made in Italy ai massimi livelli, Alenia Aeronautica affonda le sue radici «nella tradizione aeronautica campana degli anni 20» ricorda Giovanni Bertolone, amministratore delegato di Alenia Aeronautica. Come si articola la vostra presenza in regione? «Siamo presenti attraverso i siti produttivi di Pomigliano D’Arco, Nola, Casoria e Capodichino che impiegano circa 4.500 dipendenti. Le attività di Alenia Aeronautica sono organizzate secondo lo schema dei centri di eccellenza, ossia siti in possesso di specifiche capacità produttive e di tecnologie specialistiche, collegati tra loro per ottimizzare i flussi di produzione e le relative economie». Quali sono i vostri prodotti d’eccellenza? «Siamo attivi nella progettazione e produzione di aerostrutture per le maggiori aziende del comparto aeronautico, nel settore dei velivoli da trasporto tattico e dei velivoli utilizzati per missioni speciali come il pattugliamento marittimo. Inoltre, attraverso le società controllate, siamo coinvolti nei maggiori programmi militari internazionali e nel settore dei velivoli da trasporto regionale». A quali progetti state lavorando? «Oltre ad essere impegnati nella produzione di aerostrutture, siamo attivi nel campo dei velivoli senza pilota con lo sviluppo di dimostratori di tecnologie innovative per velivoli che svolgono missioni di sorveglianza

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del territorio. Nell’addestramento dei piloti militari, stiamo lavorando al programma M-346, l’unico velivolo da addestramento avanzato di nuova generazione attualmente in produzione in Europa». Investite anche in ricerca? «Alenia Aeronautica è convinta che ricerca e sviluppo siano le chiavi di volta per garantire all’azienda il proprio futuro. Investiamo in ricerca e sviluppo circa un quarto del nostro fatturato, sviluppando nuove tecnologie da applicare all’intera gamma dei nostri prodotti e mantenendo sempre alto il nostro vantaggio competitivo all’interno del mercato globale». Come giudica l’indotto che si è creato intorno ai vostri stabilimenti in Campania? Trovate know how qualificato nella filiera locale oppure dovete rivolgervi altrove? «La lunga tradizione aeronautica campana ha consentito lo sviluppo di un vasto indotto del settore aeronautico. Questo è stato possibile grazie allo sforzo congiunto di tutti i soggetti coinvolti nei processi di sviluppo di un comparto industriale: enti, istituzioni, centri di ricerca, e università. La maggior parte dei nostri fornitori sono concentrati nelle regioni italiane dove siamo presenti con i nostri siti produttivi (Campania, Piemonte e Puglia, ndr)». Avete risentito del’attuale congiuntura? «Certo, la crisi finanziaria internazionale ha determinato uno scenario complesso, anche se l’industria aeronautica vive di programmi e prodotti che si sviluppano in un arco temporale molto lungo. Alenia ha investito molto in progetti che giocheranno un ruolo chiave nell’industria aeronautica del futuro, diversificando le proprie attività sia nel settore civile che in quello della difesa». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 83


STORIE D’IMPRESA

Dalle navi alle bollicine con la stessa effervescenza Da medico a industriale del vetro, da armatore a leader nelle acque minerali. Carlo Pontecorvo, imprenditore napoletano, racconta come ha riportato in Italia il marchio Ferrarelle, diventando per tutti il re delle bollicine Concetta S. Gaggiano

acqua sembra essere il suo habitat naturale. Che sia quella del mare in cui navigano le sue navi o quella delle bottiglie dall’etichetta rossa, non fa differenza. Per Carlo Pontecorvo, comunque, l’acqua non è mai “mossa”, tranne quella che per tutti gli italiani è l’“effervescente naturale”, la Ferrarelle. Cinquantotto anni, napoletano doc, Pontecorvo approda all’industria dopo aver fatto il chirurgo per qualche anno. Poi la passione per l’impresa: l’azienda di famiglia, l’ingresso nel settore dello shipping, e nel 2005, l’acquisto della Ferrarelle dai francesi di Danone. Da quel momento è diventato per tutti mister Ferrarelle. Oggi è a capo di un’azienda che conta 420 dipendenti, è il quarto gruppo italiano nel settore delle acque minerali, con una quota di mercato di circa il 14% ed è presente in Francia, Australia, Nuova Zelanda, Uk, Russia, Emirati Arabi, Singapore, Giappone, Messico e Cina. «L’Italia è da oltre un decennio il primo produttore di acqua minerale al mondo e l’industria delle acque minerali naturali rappresenta una realtà produttiva significativa per il nostro Paese», precisa Pontecorvo, presidente e amministratore delegato di Ferrarelle Spa.

L’

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Ha iniziato come medico, ma nel 1990 si è dato all’impresa. L’azienda di punta è la Ferrarelle che ha rilevato, quattro anni fa, dai francesi della Danone. Perché ha deciso di entrare nel settore delle acque minerali? «Sono un medico prestato all’imprenditoria. Nel 90 ho lasciato l’attività medica e mi sono dedicato all’azienda di famiglia, la Avir, che produceva contenitori di vetro. Nel 98 ho venduto la Avir e, spinto dalla passione per le navi,

Carlo Pontecorvo è presidente e amministratore delegato di Ferrarelle e di Lgr Holding


Carlo Pontecorvo

11%

IN ITALIA È la quota di mercato italiano di Ferrarelle

833 mln LITRI

iniziai l’avventura nello shipping costituendo la società Lgr Holding. Nel 2005 ancora un altro cambio, approfittando della volontà di Danone di voler uscire dal mercato italiano, ho acquisito da loro Italaquae (brand italiano titolare di Ferrarelle, Boario, S. Agata, licenziatario di Vitasnella e distributore in Italia di Evian, ndr) che subito dopo ho deciso di trasformare in Ferrarelle Spa, dandole il nome del marchio principale. Ho scelto Ferrarelle perché è uno tra i primi brand italiani in termini di popolarità». Dato il basso costo e gli alti consumi, il settore dell’acqua minerale si potrebbe ritenere indenne dalla crisi. È d’accordo? «In linea di massima sì, perché è indiscutibile che il settore in cui operiamo sia un po’ anticiclico e che, vista la grossa facilità all’acquisto dell’acqua, non ci sono state molte rinunce da parte dei consumatori. Un po’, però, abbiamo

sofferto anche noi. La nostra risposta è stata andare incontro alle esigenze dei nostri clienti, ritoccando, ancora al ribasso rispetto al 2008, il prezzo dell’acqua, in modo tale da sostenere i volumi e agevolare il consumatore ad acquistare la nostra acqua minerale». Quali caratteristiche ha il mercato italiano, e quali sono le differenze rispetto a quelli di altri Paesi? «L’Italia è il Paese con il più alto consumo di acqua minerale pro capite: ogni italiano ne consuma circa 196 litri l’anno, sul mercato operano oltre 220 aziende e più 300 marchi diversi. Da questi numeri si capisce come il nostro sia un mercato molto frammentato e senza dubbio saturo. La conseguenza è che il prezzo di vendita al consumatore finale è il più basso in assoluto al mondo: il costo medio di un litro di acqua è di 21 centesimi, considerando sia i marchi pre-

Nel 2006 sono stati imbottigliati 833 milioni di litri di acque minerali negli stabilimenti di Riardo e Boario



CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 93


STORIE D’IMPRESA



mium sia quelli definiti low price. Questo non accade in nessun altro Paese europeo». Su quali aspetti si gioca, quindi, la competitività? «Innanzitutto sul fattore industriale, cioè la capacità di mantenere i costi molto bassi, quindi una gestione attenta di questi ultimi. Altri fattori importanti sono la notorietà del marchio e i volumi di vendita; quest’ultimo è direttamente proporzionale al brand, poiché più il marchio è conosciuto, più il consumatore si fida di ciò che compra e di conseguenza si vende di più. Infine, ma non meno importante, sono le voci comunicazione e pubblicità. Noi quest’anno abbiamo investito in comunicazione il 14% del fatturato perché riteniamo che comunicare, e farlo bene, sia molto importante». Una delle problematiche del successo delle acque imbottigliate è lo smaltimento di milioni di bottiglie di plastica. Qual è il vostro impegno a tal proposito? «Le ricerche che sono state fatte per trovare materiali più puliti, e quindi maggiormente 94 • DOSSIER • CAMPANIA 2009

compatibili con l’ambiente, non hanno dato risultati positivi. Qualche produttore ha millantato nel corso del 2008 di aver trovato un materiale biodegradabile, ma considerato che dalla sua dichiarazione a oggi non abbiamo ancora visto nulla sul mercato, devo concludere che si tratti di una bufala. Il nostro impegno è diretto ad alleggerire il più possibile la bottiglia di Pet, questo significa minor acquisto del materiale e minor materiale da smaltire con la raccolta dif-

In alto, il primo bar Ferrarelle aperto a Napoli


Carlo Pontecorvo

ferenziata. Ferrarelle solo nel 2008 ha ridotto di oltre mille tonnellate l’acquisto di Pet perché abbiamo ridotto la grammatura delle bottiglie. Da parte delle aziende c’è una grandissima attenzione al tema dello smaltimento del Pet in accordo con il Conai (Consorzio per il recupero degli imballaggi, ndr). C’è anche da dire che questo materiale, tra tutte le plastiche, è probabilmente l’unico che può essere interamente riciclato, anche se per usi diversi». Quanto è rilevante oggi per il settore, la concorrenza rappresentata dalle acque depurate, sia in casa che nella ristorazione? «Non sono in grado di quantificarla in maniera precisa, ma direi sempre meno. Senza dubbio vi sono ristoratori che fanno uso della cosiddetta acqua depurata, così come molti cittadini hanno acquistato depuratori per “purificare” l’acqua del rubinetto, però il loro utilizzo è sempre stato marginale e non riesce certamente a imporsi o a competere ad armi pari con l’acqua imbottigliata. Prevale giustamente la necessità da parte del consumatore di avere la qualità e la garanzia che solo l’acqua imbottigliata può dare». Quale sarà l’andamento del mercato italiano in futuro? «A me sembra che il consumatore italiano sia molto ben orientato. E il consumo di acqua minerale è ormai una consuetudine per molta gente, sia per quanto riguarda il consumo domestico che nella ristorazione. L’unico aspetto che può determinare una variazione sull’andamento del mercato, è inutile negarlo, è quella contrapposizione creatasi negli ultimi con l’acqua potabile. Ci sono state spesso molte polemiche sul tema, e questo ha fatto sì che si instaurasse una sorta di competizione tra l’acqua minerale e l’acqua potabile. Non c’è dubbio che la continua campagna a favore dell’utilizzo di acqua potabile, considerata addirittura più sicura e garantita di quella imbottigliata, ha inciso sulle vendite dell’acqua minerale e gli imbottigliatori hanno avuto un calo delle vendite. Da imprenditore del settore, quello che mi

182 FONTI

Sono le sorgenti di acqua minerale naturale presenti su tutto il territorio italiano

196

CONSUMO Sono i litri di acqua minerale che ogni italiano beve in un anno. È il consumo più alto in Europa

sento di sottolineare e chiarire è che il consumatore deve essere libero di bere l’acqua che preferisce, bisogna però anche dire che l’acqua minerale e l’acqua potabile sono due cose completamente diverse. L’acqua potabile è trattata con cloro, l’acqua minerale viene imbottiglia direttamente alla fonte, nel momento in cui sgorga, e non ha bisogno di essere trattata in nessun modo e noi garantiamo la sua immunità da tutti i punti di vista». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 95


IMPRESA E SVILUPPO

Più mercato e meno burocrazia. L’unica via d’uscita per l’economia del Sud Una fiscalità equa può aiutare l’economia d’impresa. Ma non è determinante nel fornire soluzioni macroeconomiche. Secondo il presidente dell’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili di Napoli Achille Coppola, per risolvere le carenze strutturali, specialmente al Sud, occorre l’intervento della politica Marilena Spataro

i recente l’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili di Napoli ha lanciato un appello al ministro dell’Economia Tremonti chiedendo di modificare la norma sull’indeducibilità degli interessi passivi. Per capire i motivi di questa richiesta e il perché essa arrivi dalla Campania occorre fare un passo indietro e cioè alla finanziaria del 2008. «Questa norma, di cui noi abbiamo chiesto l’inibizione, che prevede la deducibilità degli interessi passivi entro un limite del 30% del reddito operativo lordo, comporta che se un’azienda è in perdita e non ha reddito operativo lordo non potendo detrarre gli interessi passivi si trova a pagare le imposte sulle perdite. E in ciò, le imprese del Sud che quasi sempre sono più deboli di quelle del resto del

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Paese, finiscono con l’essere le più svantaggiate», spiega Achille Coppola presidente dell’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili di Napoli. Coppola sottolinea come oltre a dover fare i conti con banche che finanziano sempre meno le loro aziende, gli imprenditori a causa di questo provvedimento si trovano a dover pagare imposte senza aver guadagnato niente. «Prendere imposte da chi non ha guadagnato mi sembra, oltre che un paradosso, un aspetto anche dal punto di vista etico molto discutibile», asserisce con forza, aggiungendo con malcelato disappunto che l’Ordine «auspicava che l’attuale governo potesse riformare la norma, ma così non è stato. A oggi il nostro appello è rimasto del tutto inascoltato». Cosa pensa del progetto allo studio del mini-

Achille Coppola, presidente del l’Ordine dei commercialisti ed esperti contabili di Napoli. Nell’altra pagina giulio Tremonti che a Napoli lo scorso settembre ha proposto una fiscalità di vantaggio per le imprese del sud


Achille Coppola

30% LIMITE

È il limite degli interessi passivi di cui la finanziaria 2008 prevede la deducibilità sul reddito operativo lordo

stero dell’Economia sulla cosiddetta fiscalità di vantaggio? «Questa proposta sul Sud allo studio del ministero, sostanzialmente mi sembra interessante anche se per la parte di remunerazione dei depositi è collegata al più generale tema di quanto gli istituti di credito riconoscano sui depositi. Se i rendimenti dei depositi sono intorno allo zero, come in questo momento, bisogna allora che chi ci governa si confronti con gli istituti di credito per capire quanto intendano remunerare i depositi. La fiscalità di vantaggio può essere un buon inizio, è un ingrediente, ma non è certo quello principale per un’inversione di tendenza per il nostro Mezzogiorno». Come si articola concretamente la vostra proposta per aiutare le aziende della Campania in questo momento di crisi? «La soluzione tecnica è di correlare il livello di imposizione della Campania alla qualità dei servizi offerti. Il fattore fiscale è uno degli elementi per far fonte alla crisi, la detassazione serve, ma da sola non incide più di tanto. Oggi occorre fare un discorso di carattere più generale. Ad esempio, gli otto mi-

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Prendere imposte da chi non ha guadagnato mi sembra, oltre che un paradosso, un aspetto anche dal punto di vista etico molto discutibile

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liardi dei Tremonti bond potrebbero essere impiegati per pagare le imprese che hanno crediti con le pubbliche amministrazioni e che oggi si trovano in una situazione di grave disagio per non dire di collasso. Ritenere la fiscalità uno strumento per un’inversione di tendenza al Sud è un errore, quando c’era la cassa del Mezzogiorno si offrivano investimenti agevolati, detassazioni e decontribuzioni decennali, ma non mi pare che queste ricette abbiano funzionato. In breve quello che occorre è meno burocrazia, più democrazia economica, più cultura e valorizzazione del nostro patrimonio a tutti i livelli». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 105


IMPRESA E SVILUPPO

Usciamo dall’ombra assistenziale Organizzazione: questo il punto su cui ruota l’economia contemporanea. E non basta essere imprenditori per coniugarlo in termini strategici. Soprattutto nel Mezzogiorno vi sono ancora molti ostacoli culturali e politici. Per il professor Severino Nappi, assessore alle risorse umane e all’occupazione della Provincia di Napoli, la politica d’impresa deve mirare a una maggiore progettualità Andrea Moscariello

osa ha imparato, soprattutto, l’economia campana dalla fase di recessione? Devono, gli imprenditori partenopei, impegnarsi in una profonda analisi di coscienza per prevenire l’insorgere di nuove situazioni destabilizzanti per le aziende, per i lavoratori e per l’intera filiera? «L’imprenditore credo debba acquisire consapevolezza che la sua è una funzione estremamente complessa» dichiara l’avvocato Severino Nappi, professore ordinario di diritto del lavoro e assessore alle risorse umane della Provincia di Napoli. E questa presa di coscienza deve avvenire riflettendo sia sulla potenzialità e sui fattori di rischio del mercato in cui opera che sugli strumenti a sua disposizione per dar vita a un’impresa competitiva. A cominciare dalla forza lavoro e dalle sue nuove forme contrattuali. «Flessibilità è una parola da non demonizzare. Anzi, mi sforzo spesso di ricordare che flessibilità e precarietà sono concetti assai lontani l’uno dall’altro» spiega Nappi. Professore, il tema della flessibilità è tanto complesso quanto delicato. Quali fattori storici stanno portando la società ad affidarsi sempre di più a nuovi accordi lavorativi? «La flessibilità del rapporto di lavoro è una delle risposte che l’ordinamento dà al cambiamento dell’economia e della società. Da qualche decennio le aziende, specie nei paesi a economia avanzata, sono

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106 • DOSSIER • CAMPANIA 2009



Un’attività complicata come quella legata alla gestione d’impresa necessita di una serie di supporti tecnici specializzati. In particolare l’avvocato deve fornire elementi di comprensione della realtà giuridica nella quale l’impresa è chiamata a operare




Analisi

In apertura, Severino Nappi, professore ordinario di Diritto del lavoro, è anche assessore alle risorse umane e all’occupazione per la Provincia di Napoli

sempre meno strutturate secondo il vecchio modello fordista; di conseguenza anche il contratto di lavoro si è trasformato nelle sue regole, a partire dalle formule contrattuali con le quali l’organizzazione del lavoro viene articolata. La flessibilità è un adeguamento tecnico e giuridico a ciò che il contesto offre». Nella sua applicazione, però, quali prerogative vanno seguite all’interno delle imprese e quali, invece, nelle strutture pubbliche? «Nelle aziende private la flessibilità diventa uno strumento di organizzazione di impresa che consente di adeguare alle esigenze dell’attività produttiva l’apporto del lavoro. Nell’impresa moderna il punto focale non è più rappresentato dalla struttura produttiva, ma dall’organizzazione, dalla capacità di tradurre l’idea posta a base dell’impresa in un valore aggiunto del prodotto o del servizio. Per cui è chiaro che all’interno del concetto di organizzazione diventa centrale la funzione del lavoro, perché è innanzitutto attraverso la capacità di coesione di coloro che operano nell’impresa che si possono realizzare risultati. Una prospettiva non dissimile da quella cui deve guardare la Pubblica amministrazione, che deve essere organizzata in forma imprenditoriale, non sotto il profilo del risultato economico, ma della capacità di offrire servizi, di qualità e tempestivi, ai cittadini». Non trova che l’organizzazione rappresenti un

NON ESISTE “L’ISOLA FELICE” «Abbiamo creduto che vi fosse una specificità che consentiva di salvarci». Severino Nappi punta il dito verso tutti quegli economisti che ritenevano la realtà italiana esente dagli sbalzi di mercato. Un’idea che contraddice, però, un atteggiamento che si è diffuso nel corso di questi ultimi anni. «Da un certo momento in poi si è ritenuto che vi fosse l’esigenza di “globalizzarci” a tutti i costi, credendo ad un mercato in cui la nazionalità dell’azienda non conta. Il risultato a cui abbiamo assistito è stato la scomparsa di molte nostre realtà imprenditoriali che sono state divorate dalla concorrenza, spesso sleale, delle imprese sovranazionali, capaci di imporre i propri prezzi e le proprie scelte». «Non dobbiamo fidarci eccessivamente della capacità di razionalità del mercato – conclude Nappi -, e tanto meno non dobbiamo arrenderci al vento della globalizzazione a tutti i costi».

punto critico dell’imprenditoria italiana? «Sicuramente è un aspetto spesso trascurato, soprattutto nel Sud di questo Paese. La genialità dell’impresa è sovente troppo dipendente dall’imprenditore, da colui che ha dato vita od organizzato l’attività e che, quindi, l’ha modellata attorno a sé, magari secondo criteri adatti al momento del suo avvio. Non sempre nel mercato vale la regola che la squadra – o meglio l’organizzazione – vincente non si cambia, se non altro perché in questo modo l’azienda dipende e funziona esclusivamente se a guidarla è il suo fondatore. Una media impresa dovrebbe cercare di essere organizzativamente indi-



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IMPRESA E SVILUPPO

Severino Nappi assieme allo staff del suo studio legale di Napoli s.nappi@studiolegalenappi.com



Credo sia tempo di cambiare rotta. E quello che le imprese devono chiedere alle istituzioni, specialmente nella nostra regione, è di creare una politica di investimenti funzionale allo sviluppo. Lo Stato deve offrire denaro alle imprese affinché creino occupazione, non solamente per fare fronte alle emergenze



 pendente dalla proprietà. L’imprenditore dovrebbe

coordinare e controllare l’attività produttiva, non curarne la sua esecuzione, magari anche di dettaglio». Lei come ritrarrebbe questa idea? «Occorre fare in modo che ci sia un’organizzazione più armonica, con dei chiari riparti di responsabilità. Assolta la sua funzione di imprinting, di indirizzo e di vigilanza, l’imprenditore deve cercare di strutturare la sua attività attraverso una valida rete di collaboratori, capaci di scegliere e consapevoli delle loro responsabilità, anche attraverso una valutazione costante dei loro risultati». Tale rivalutazione non potrebbe avvenire, per esempio, nella fase del passaggio generazionale? «A mio parere il momento critico nella successione alla guida dell’azienda non è quello in cui il passaggio è già avvenuto. Normalmente si ritiene che

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la fase difficile sia lo start up, che segue il passaggio di consegne. In realtà la parte più delicata è quella antecedente, cioè l’organizzazione di tale passaggio. È lì che si deve compiere una scelta. Una scelta che è innanzitutto culturale e di indirizzo: proseguire nella gestione così come si è mantenuta o cambiare modello? Questo dipende innanzitutto dal numero di persone incluse nel nucleo famigliare. Una ripartizione delle competenze netta e definita è un momento importantissimo perché consente di prevedere ciò che accadrà. E soprattutto occorre capire se conviene continuare con una gestione di tipo famigliare o se, invece, è il caso di affidarsi all’esterno. L’esperienza ci insegna che alcuni dei cambiamenti infelici tra un salto e un altro sono anche collegati a una propensione diversa tra coloro che si sono succeduti nella gestione d’impresa». Sbaglia, dunque, chi ritiene che l’imprenditorialità sia una qualità “genetica”. «C’è chi possiede capacità manageriali e chi, invece, creative. Raramente queste due figure si associano. Molti esempi dimostrano come la scelta di non affidare al titolare il ruolo gestionale si sia rivelata vincente. Il tema vero dell’impresa contemporanea risiede nel fatto che anche la più piccola realtà è esposta ai cambiamenti e alle pressioni che derivano dal mercato e dal contesto internazionale. Una condizione che ha rivelato come moltissimi


Analisi

20% CIG

Secondo Antonio Bassolino a questo corrisponde l’incremento di richieste di cassa integrazione per la Campania. In regione sono 2.333 i lavoratori che usufruiscono della mobilità in deroga e 1.286 quelli che godono della cassa integrazione straordinaria

nostri imprenditori fossero impreparati a gestire e attutire una crisi come quella attuale». Lei, prima che assessore, è avvocato. Le nuove esigenze d’impresa come hanno plasmato questo ruolo professionale? «Un’attività complicata come quella legata alla gestione d’impresa necessita di una serie di supporti tecnici. In particolare l’avvocato deve fornire elementi di comprensione della realtà nella quale l’impresa è chiamata a operare. L’imprenditore deve acquisire consapevolezza circa le questioni giuridiche nell’ambito delle quali la sua attività si svolge. Peraltro, il reticolo normativo ormai non è più solo nazionale, ma è comunitario e regionale. L’impresa si confronta dunque con più livelli di legislazione. Con questo non intendo dire che l’avvocato deve invadere il campo dell’imprenditore, ma sicuramente deve avere la capacità di offrire, sulla scorta di quella che è la conoscenza dell’attività d’impresa, un quadro di riferimento normativo». Quali connessioni scaturiscono tra la consulenza legale e una buona gestione aziendale? «L’avvocato deve intervenire prima che insorga il contenzioso, e deve farlo soprattutto nell’organizzazione d’impresa, nei rapporti di lavoro, nelle scelte strategiche. Anche nella crisi dell’impresa è fondamentale un apporto tecnico durante la fase preventiva. La ristrutturazione di un’azienda, an-

che se dolorosa, va studiata e pianificata nelle sue scelte e nei suoi obiettivi, cercando di trovare soluzioni che contemperino l’interesse dell’azienda con il contenimento delle conseguenze sui rapporti di lavoro. Spesso i contrasti nascono anche dalla mancanza di informazione. Personalmente ritengo un errore per l’impresa assumere atteggiamenti carbonari nelle scelte, anche in quelle dolorose. Se ormai la crisi è inevitabile, non ha nessun senso tacerla. Ha senso, invece, coinvolgere le controparti nell’esame della questione. Far capire da dove derivano le scelte». Parlando in particolare del Mezzogiorno, quali sono le politiche da abbandonare? «Non possiamo più permetterci un sistema assistenziale. Credo che certe forme di assistenzialismo a pioggia abbiano prodotto in Campania danni assai maggiori del modesto sostegno sociale garantito, spesso senza alcuna selezione oggettiva degli stessi beneficiari. L’assistenza non indirizzata alla formazione o al recupero di professionalità non ha permesso proprio agli stessi assistiti di acquisire competenza e capacità di offrirsi al mercato, di interessare alle imprese per la capacità di offrire lavoro qualificato. Considerazioni non dissimili si possono fare anche per certe forme di imprenditoria assistita, priva di reale progettualità e destinata a stare in piedi per il tempo del contributo. Credo sia arrivato il momento di cambiare rotta. Le imprese devono chiedere alle istituzioni di dar vita a una politica di investimenti funzionale allo sviluppo, di largo respiro, coerente con le potenzialità del nostro territorio. È sotto gli occhi di tutti lo spettacolo offerto dal sistema politico dinanzi alla crisi di alcuni fra gli ultimi grandi insediamenti produttivi della Campania. Ancora una volta solo puro assistenzialismo: cassa integrazione, guadagni, risposte contingenti. Scelte tempestive, ma del tutto incapaci di risolvere il problema della desertificazione industriale della regione. Il denaro deve essere investito soprattutto nella programmazione. Le istituzioni devono offrire sostegno alle imprese affinché creino buona e stabile occupazione, non solamente per fare fronte alle emergenze». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 109


LIBERE PROFESSIONI

Vogliamo contribuire alla crescita del Paese È il momento di mettere mano alla riforma delle professioni. Tenendo ben presente «il nuovo contesto economico e sociale in cui le diverse categorie si trovano ad operare». È l’esortazione di Marina Calderone, presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro. Che assicura: «I professionisti hanno a cuore il benessere dell’intera collettività» Giusi Brega

Sopra, il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro Marina Calderone

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a riforma delle professioni «è un punto all’ordine del giorno del Comitato unitario delle professioni» assicura il presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei consulenti del lavoro Marina Calderone che, nell’assumere l’incarico a presidente aveva denunciato il disagio generale di cui oggi soffrono le varie categorie professionali, impegnandosi a favorire in un’ottica unitaria quel percorso di riforma degli Ordini, percorso, peraltro, già da questi avviato. «Gli Ordini – prosegue Calderone – anche in virtù della ripresa degli esami delle proposte di legge in seno al parlamento, concordano che sia arrivato il momento di discutere con le istituzioni di una riforma che metta in evidenza il ruolo economico e sociale che le professioni hanno assunto nel Paese e che adegui le norme al nuovo contesto storico». Oltre a tener conto delle esigenze dei propri iscritti, a suo parere, tale riforma deve guardare con la massima attenzione alle mutate condizioni del mercato. Questo cosa comporta? «Il mercato in cui i professionisti esercitano è decisamente mutato rispetto al passato, anche per la crisi economica, finanziaria e occupazionale che ha coinvolto il nostro Paese. Ma è ormai riconosciuto che i professionisti hanno assunto un diverso ruolo, non solo specialisti che offrono i propri servizi al mercato ma anche protagonisti della crescita e dello sviluppo del tessuto economico nazionale. Oggi le professioni collaborano con le istituzioni, le parti sociali, le imprese e i lavoratori mettendo al centro del proprio operato non solo il mero guadagno ma anche il benessere dell’intera collettività. La riforma delle professioni intellettuali deve tener conto sia del nuovo contesto economico e normativo, che del ruolo che gli Ordini ricoprono nella società». In merito alle riforme, esistono tematiche su cui i diversi Ordini abbiano visioni discordanti e sulle quali si dovrà trovare un’intesa? «La divisione per aree di interesse è di sicuro una delle tematiche da affrontare per poter arrivare ad una visione condivisa del mondo ordinistico. Credo che il Cup, in quanto Comitato unitario delle professioni, debba discutere, riflet-

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Marina Calderone

tere e proporre una riforma che tenga conto delle esigenze del mondo libero professionale che rappresenta». Lei si è detta certa che tutti i componenti e i leader delle rispettive categorie sapranno dare il proprio contributo al percorso di riforma, confrontandosi in seno alle aree di competenza e individuando gli interventi e le proposte migliori possibili. Da cosa nasce questa sua convinzione? «Questa certezza è nata dalla mia esperienza all’interno del Cup e dal confronto che ho con gli altri presidenti degli Ordini professionali. Ho accettato di affrontare questa avventura della presidenza sapendo di poter contare sulla fattiva collaborazione delle professioni aderenti, ben cosciente che ogni presidente dovrà portare avanti anche le esigenze dei propri iscritti. Ma dal dibattito e dal confronto usciranno proposte condivise». Quali gli obiettivi che attraverso questo organismo da lei presieduto pensate di raggiungere? «L’obiettivo è certo quello di portare una voce unitaria nel confronto con le istituzioni e tutti i soggetti che operano nel mercato. Garantendo sempre la nostra disponibilità a collaborare per

l’elaborazione e la messa in opera di politiche ed attività a favore del Paese». Come intendete improntare il rapporto con le istituzioni, parlamento e ministro della Giustizia in testa, per aver voce nella predisposizione degli interventi normativi riformatori? «Abbiamo già iniziato a confrontarci sia con gli onorevoli che si occupano di professioni all’interno del parlamento che con il ministero della Giustizia. Siamo ben lieti di aprire un tavolo di confronto per discutere seriamente di riforma».

Nelle foto sopra il presidente Marina Calderone nel corso di un’assemblea dei Consigli provinciali

CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 119


LAVORO E CONTRATTI

Ogni contratto bilancia economicità, flessibilità e modelli normativi La consulenza legale come canale di dialogo tra impresa e dipendenti. Che aiuta a prevenire molte problematiche a livello di rapporto di lavoro. E che, come spiega il giuslavorista Carlo Boursier Niutta, spesso riesce a trovare adeguate soluzioni anche nei casi di grave conflittualità. Evitando che si arrivi al contenzioso davanti al giudice del lavoro. Con inutili sprechi per tutti Marilena Spataro

L’avvocato Carlo Boursier Niutta è un noto giuslavorista ed è partner dello Studio De Luca Tamajo Boursier Niutta

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ggi il rapporto tra azienda e lavoratore si distingue per la sua varietà e, secondo alcuni, complessità contrattuale. Per stabilire quali siano le migliori tipologie e gli schemi contrattuali più appropriati per ciascuna impresa appare, perciò, quasi normale, e spesso indispensabile, rivolgersi all’avvocato del lavoro. «L’introduzione di nuovi e differenziati modelli contrattualistici, come il contratto di inserimento o di somministrazione, ha rafforzato quella che è da sempre la chiave di volta di una proficua collaborazione tra avvocati e aziende», spiega il giuslavorista Carlo Boursier Niutta, che sottolinea come proprio grazie a questa collaborazione l’impresa ha la possibilità di evidenziare le proprie esigenze e i propri obiettivi all’avvocato. Su tale base, sarà poi il legale di fiducia a individuare le più corrette soluzioni trovando il punto di equilibrio tra l’aspettativa aziendale di economicità e flessibilità e i limiti che l’ordinamento impone a ciascun modello contrattuale. «In sintesi – aggiunge – il cliente va ascoltato, ma anche guidato». Che ruolo svolge il giuslavorista rispetto alla gestione della fisiologia del rapporto una volta che questo sia stato avviato? «Alla base di tutto vi è un continuo e diretto rapporto con la direzione del personale dell’azienda cliente. Tale canale di dialogo deve rimanere sempre aperto permettendo al giuslavorista di avere una finestra sulle questioni che possano, di volta in volta, sorgere, per prevenirle o affrontarle nel modo più corretto. Questo ovviamente non vuol dire che l’avvocato debba es-

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Studio legale De Luca Tamajo Boursier Niutta

sere consultato in ogni occasione, poiché i suoi interventi e il suo contributo hanno sempre un carattere specifico e, per così dire, specialistico». E qual è la sua funzione relativamente alle criticità e ai conflitti che possono sorgere a livello di rapporto collettivo di lavoro? «Tali scelte, per la complessità degli istituti nonché per la gravità delle conseguenze che derivano dalla loro attuazione, necessitano di un’attenzione ancora maggiore da parte del giuslavorista il quale è chiamato a non lasciare mai solo il proprio cliente in tutte le fasi che costituiscono le singole procedure. L’avvocato di diritto del lavoro, in questi casi, rappresenta un punto di riferimento costante, offrendo la propria assistenza sia “dietro le quinte” che, a volte, in prima persona, ad esempio quando si realizza la necessità di un intervento diretto durante gli incontri con le rappresentanze sindacali. Si tratta di procedure complesse e insidiose nelle quali si richiede un certosino rispetto delle forme e la ricerca del delicato equilibrio tra il contemperamento degli interessi delle parti e l’utilizzo degli strumenti di protezione sociale». Il licenziamento del dipendente è una causa



In via generale si può dire che il datore di lavoro non può mai licenziare senza un’adeguata motivazione. Un licenziamento privo d’idonea giustificazione è tendenzialmente illegittimo

di scioglimento che comporta una serie di problematiche spesso di non facile soluzione. Partendo da un esempio da manuale, quello del recesso del datore di lavoro dal contratto a tempo indeterminato, quali sono i casi in cui il giuslavorista può intervenire? «Questa rappresenta la domanda “principe” per un giuslavorista, la “questio” intorno alla quale ruota gran parte della sua attività. La risposta non si trova tanto nella legge, che pur individua quali sono gli elementi che determinano la legittimità del licenziamento, ma soprattutto nella pratica giudiziaria che ha profondamente inciso sulla materia elaborando interpretazioni della normativa anche ai limiti della razionalità. Appare impossibile, e anche poco utile, soffermarsi





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LAVORO E CONTRATTI

 su definizioni quali quelle di giusta causa, di

giustificato motivo oggettivo o soggettivo, che rappresentano i cardini tecnici sui quali si muove la disciplina del licenziamento. Ciò che, invece, mi sembra interessante sottolineare è che uno dei compiti principali di un giuslavorista è proprio quello di affrontare questo interrogativo nell’ambito di uno stretto rapporto con il cliente, ogni volta che quest’ultimo si trova a dover decidere sull’opportunità di prendere tale provvedimento. In quest’ottica il ruolo dell’avvocato è sì quello di consigliare il cliente facendo riferimento alle definizioni manualistiche e ai principali orientamenti giurisprudenziali, ma anche quello di fornire, con un pizzico di lungimiranza, una propria previsione su quali potranno essere, in concreto, i rischi di contenzioso generati dall’eventuale provvedimento datoriale». In quali casi il datore di lavoro può licenziare senza obbligo di motivazione? «In via generale si può dire che il datore di lavoro non può mai licenziare senza un’adeguata motivazione il lavoratore. Un licenziamento privo d’idonea giustificazione è tendenzialmente illegittimo». Quali comportamenti configurano ipotesi di mobbing? E quale è la tutela giuridica per il lavoratore che ne rimane vittima? «La figura del mobbing, di cui tanto si parla in questi anni, e molto spesso purtroppo a sproposito, non ha una specifica cittadinanza nel nostro panorama normativo. Non esiste una legge che definisca cosa sia il mobbing. Questo è piuttosto un istituto che deriva da una cultura giuridica d’oltre confine e che è entrato, in maniera anche prepotente, nel nostro ordinamento. Facendo riferimento a un indirizzo culturale prima ancora che giurisprudenziale, con mobbing possiamo intendere un insieme di comportamenti dei quali risulta vittima il lavoratore che, singolarmente considerati, non sono di per sé illegittimi, ma, nel loro complesso e per le modalità con cui vengono reiterati, sono chiaramente diretti a emarginare, ostacolare e mor-

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1,5mln IN ITALIA

Il numero dei lavoratori, interessati al fenomeno del mobbing nel nostro Paese su 21 milioni di occupati

12mln

NEL MONDO tificare il lavoratore stesso sul luogo di lavoro. Nell’Unione europea le persone vittime di vessazioni sul posto di lavoro sono pari all’8% del totale

70% Pa

La maggior parte dei casi di mobbing in Italia riguarda i dipendenti pubblici

Per le vittime del mobbing la giurisprudenza ha nel tempo elaborato una serie di teorie che conducono a prevedere la possibilità che i danni di tipo professionale o psico–fisico che il lavoratore subisce per effetto di tali comportamenti vengano fatti oggetto di risarcimento. Di regola, inoltre, il giudice chiamato a valutare tali situazioni ordina l’immediata cessazione dei comportamenti “mobbizzanti” con un effetto inibitorio duraturo».


LOTTA ALLA CRIMINALITÀ

Dobbiamo spezzare il consenso che lega camorra e territorio La lotta alla camorra non può basarsi solo sulla cattura dei boss dei clan. Serve interrompere le connivenze della criminalità con la società civile, il mondo politico e imprenditoriale. Lo spiega il magistrato Raffaele Cantone, per otto anni pm della Dda di Napoli Francesca Druidi

a bambino non sognava di fare il magistrato. Anzi, la sua aspirazione era quella di diventare un avvocato. A volte però il destino, o qualsiasi entità che si cela dietro a questo appellativo, ama prendersi gioco degli esseri umani conducendoli su strade che non avrebbero mai pensato di intraprendere. Raffaele Cantone, ex pm presso la Direzione distrettuale antimafia di Napoli attualmente al massimario della Cassazione, ha raccontato in un libro, Solo per giustizia il percorso umano e professionale, graduale, ma non per questo meno intenso, che l’ha portato prima a occuparsi della criminalità minore, poi dei reati economici approdando nel 1999 alla Dda e divenendo uno dei magistrati in prima linea contro i clan della terra di camorra. Nato in un paese da lui stesso definito “difficile” tra il Napoletano e il Casertano, Raffaele Cantone vive ancora oggi sotto scorta e benché non lavori più alla direzione distrettuale antimafia di Napoli dal 2007, i Casalesi durante una delle ultime udienze del processo Spartacus hanno fatto esplicitamente il suo nome, insieme a quelli di Roberto Saviano e della giornalista Rosaria Capacchione, accusati di aver esercitato una pressione negativa sulla Corte. La sua esperienza, riportata nel libro, rappresenta un contributo essenziale per far luce sulla reale penetrazione del fenomeno mafioso in regione, ma ormai non solo. Il libro è un omaggio all’impegno dei magistrati e delle forze dell’ordine contro la camorra, ma soprattutto un concreto avvertimento nei confronti di chi ancora sottovaluta il potere della criminalità organizzata in Campania.

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Sopra, Raffaele Cantone, magistrato presso il massimario della Cassazione, è stato Pm alla Dda di Napoli e nelle ultime tre legislature è stato consulente della Commissione parlamentare antimafia. Ha scritto Solo per giustizia. Nelle altre pagine, foto tratte dal film Gomorra di Matteo Garrone


Raffaele Cantone

IL CASO GOMORRA Sulla base della sua esperienza maturata alla Dda, quali sono i meccanismi e i punti di forza che hanno permesso e permettono tuttora alla camorra di mantenersi così radicata nel tessuto produttivo e sociale del territorio? «Esistono varie ragioni di carattere ambientale, culturale e storico, ma sono convinto che la motivazione principale risieda nella capacità della camorra di creare consenso. La violenza è solo uno degli aspetti che la caratterizza. Il nodo cruciale consiste proprio nell’abilità della criminalità organizzata di generare consenso, occupando posti deputati allo Stato e soprattutto gestendo le attività economiche. La camorra diventa così un punto di riferimento anche per quanti non avrebbero nulla a che vedere con essa, ma che comunque diventano dipendenti di imprese collegate alla mafia oppure ottengono un lavoro nell’indotto collegato alla camorra. Questo meccanismo si traduce poi in massa elettorale, in voti che consentono ai clan di gestire e influenzare a loro volta gli enti locali e non solo». Ciò cosa comporta? «Un ulteriore ritorno in termini di consenso. La presenza dei camorristi nella macchina burocratica e politica fa sì che questi assurgano a intermediari fondamentali per risolvere i problemi delle aziende oppure a privilegiati destinatari di appalti pubblici. È attraverso questa logica del consenso, nato dal controllo delle attività economiche e poi trasferito nell’ambito delle istituzioni e della politica, che la camorra crea un forte legame con il territorio. La repressione non è più, quindi, uno strumento sufficiente». Come, secondo lei, è possibile recidere questo nodo su cui si basa l’agire della camorra? «Sarebbe indispensabile mettere in pratica un intervento articolato, che dovrebbe sì prevedere una forte repressione senza limiti delle attività illecite della camorra, ma dovrebbe anche concentrarsi sui meccanismi illustrati prima, con l’obiettivo di spezzare il legame fortissimo che la criminalità organizzata intreccia con l’impresa e con la politica. È necessario, a mio avviso, rinforzare il controllo sugli enti locali, sul funzionamento dei subappalti pubblici che lasciano ai camorristi scappatoie per aggirare eventuali verifiche, rinforzando il meccanismo della certificazione anti-mafia attraverso la stazione unica appaltante. Occorre, inoltre, dare vigore all’utilizzo dei beni confiscati che, da un lato, drenano ricchezza all’organizzazione mafiosa e, dall’altro, assumono una funzione simbolica: lo Stato si appropria dei beni della camorra per dare lavoro. C’è, infine, un altro elemento da non trascurare». Quale? «Altrettanto cruciale è l’introduzione di modelli educativi, fornendo esempi e comportamenti positivi che valgono più di mille parole. È davvero importante far capire ai giovani, soprattutto delle periferie, che l’ingresso nella criminalità organizzata non è un affare, ma un grave danno che porta con sé problematiche ben maggiori di quelle che incontrerebbero nella società civile».

Nel 2006 esce Gomorra. Viaggio nell’impero economico e nel sogno di dominio della camorra. Il saggio di Roberto Saviano diventa ben presto un fenomeno editoriale. Dal libro il regista Matteo Garrone trae l’omonimo film, premiato nel 2008 al Festival di Cannes con il Gran premio della giuria. I riflettori accesi hanno portato dei benefici alla lotta alla camorra? Raffaele Cantone risponde: «Il grande merito è stato quello di richiamare l’attenzione della stampa, della politica e delle istituzioni su questa organizzazione. Si è imposto un approccio completamente diverso alla camorra, che era stata fino ad allora sottovalutata. Di solito, gli effetti positivi di tipo mediatico si rivelano però transitori. Il rischio è che sia stata solo una stagione. Serve, invece, un impegno costante e a lungo termine. Non si può affrontare il problema della criminalità organizzata come se si trattasse di un’emergenza momentanea».

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LOTTA ALLA CRIMINALITÀ





È attraverso il meccanismo del consenso, nato dal controllo delle attività economiche e poi trasferito nell’ambito delle istituzioni e della politica, che la camorra crea un forte legame con il territorio



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Chi combatte in prima linea contro i clan camorristi, corre il rischio di sentirsi isolato? «L’isolamento è forte. L’ho vissuto in prima persona in alcuni episodi sì transitori ma non meno significativi, non meno difficili da affrontare. Come quando sono tornato a vivere nel mio paese natale e c’è stata una raccolta di firme dei commercianti della zona nella quale si chiedeva che me ne andassi. In generale, più si attacca la magistratura, più si rischia di indebolire indirettamente anche la lotta alle criminalità organizzate. E lo Stato non può permettersi il lusso di delegittimare la magistratura e le forze dell’ordine impegnate nel contrasto alla camorra perché le mafie sono molto sensibili a questo aspetto, a cogliere i segnali di un possibile isolamento di un magistrato». Come vive il fatto di essere “protetto” ventiquattro ore al giorno, un destino che la accomuna con Roberto Saviano? «Non ho mai pensato di lamentarmi perché lo Stato, per quanto mi riguarda, investe molto per tutelarmi con la scorta e le pattuglie. Ciò non toglie che si tratta di una chiarissima limitazione alla mia vita personale, conseguenza delle scelte professionali che ho compiuto. È una situazione che mi pesa molto ma, a differenza di Roberto Saviano, avere una famiglia mi permette almeno il tentativo di vivere un’esistenza “abbastanza” normale. Può sembrare paradossale dirlo, ma comunque mi sono “abituato” a questa condizione. È la riprova che l’uomo è un animale che sa adattarsi».


RIFORME

Provvedimenti concreti per favorire un processo di carattere strutturale Un lungo elenco di misure che porti l’avvocatura fuori dall’attuale crisi. Dalla riforma professionale al ripristino delle tariffe minime, a un nuovo indirizzo della Cassa forense all’insegna del welfare. Ne parla Francesco Caia, presidente dell’Oda di Napoli Marilena Spataro

Francesco Caia è presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli

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iberalizzazione delle professioni e crisi economica. Sono questi i due fattori maggiormente responsabili delle difficoltà in cui oggi versa l’avvocatura, come segnalato anche in questi giorni da alcuni rappresentati autorevoli della classe forense. «Le liberalizzazioni volute dalla legge Bersani hanno inciso negativamente su una categoria come la nostra già strutturalmente debole, creando situazioni di grande disagio economico soprattutto tra i giovani avvocati e in qualche caso anche tra professionisti anziani», spiega il presidente dell’Ordine degli avvocati di Napoli, Francesco Caia. Il presidente sottolinea come con quella legge siano stati favoriti i gruppi industriali, banche e assicurazioni in testa, che hanno approfittato della normativa per abbassare i costi dei compensi professionali, «ridottisi spesso – aggiunge – sotto la soglia del decoro». Su questa situazione quanto ha inciso la crisi? «Sicuramente l’ha aggravata intervenendo sule criticità esistenti. A essere maggiormente colpiti sono stati gli avvocati del Sud, dove, e parlo nello specifico della Campania e soprattutto di Napoli, esiste una realtà economica endemicamente critica, e dove le imprese di medie e grandi dimensioni sono pressoché assenti mentre quelle piccole sono di fatto in perenne difficoltà. Al contrario il numero degli avvocati è veramente elevato, molto più che nelle regioni del Nord, il che contribuisce ad accentuare il disagio della nostra categoria più che altrove». Quando chiedete, come avvenuto di recente, l’intervento dello Stato a favore della classe forense, a cosa pensate? «Innanzitutto a una maggiore qualificazione professionale con relativo aumento delle attribuzioni delle nostre competenze, come aveva tentato di fare un disegno di legge di due anni fa, che prevedeva l’attribuzione agli avvocati delle autentiche della scritture private sui trasferimenti di beni immobiliari. Personalmente sono favorevole al fatto che i costi delle prestazioni professionali siano ragionevoli, ma senza intaccare la dignità professionale o ostacolare l’ingresso sul mercato dei giovani

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Francesco Caia

LA PAROLA AL PRESIDENTE Occorre una vera riforma dell’ordinamento professionale professionisti. Anche rispetto alla nostra Cassa di previdenza bisogna intervenire. In tal caso dobbiamo essere noi avvocati ad attrezzarci al meglio per affrontare la crisi della categoria. Accade, infatti, che oggi ad aderire alla Cassa siano solo la metà circa degli iscritti all’Albo; sono soprattutto i giovani colleghi che non ce la fanno, visto che molto spesso i loro guadagni sono molto esigui. La Cassa di previdenza non deve, infatti, pensare solo a erogare pensioni ma anche a creare un welfare per l’avvocatura, specialmente, in questo momento, a favore degli avvocati più giovani. Il nostro grido d’allarme riguarda la necessità di dare spazio economico ai propri iscritti e in tal senso non basta solo la riforma». Per affrontare la situazione di crisi della categoria forense a Napoli, in Campania e più in generale al Sud, occorre intervenire con provvedimenti più incisivi e magari straordinari, a suo parere? «Penso che qui sia necessario un intervento di carattere generale, che quindi è anche e soprattutto politico. Noi abbiamo bisogno del recupero ordinario della normalità uscendo da quella situazione di perenne emergenza che protraendosi nel tempo rischia di diventare una situazione di vero e proprio allarme sociale. Come avvocatura ci siamo mossi in tale direzione chiedendo in questi anni di svolgere la nostra professione in maniera, appunto, normale. Un dato che in altri territori, specie al Nord, è stato raggiunto ma che da noi si connota come eccezionale. Nello specifico come categoria rivendichiamo una regolare quanto efficiente giurisdizione, un processo celere e un maggiore impegno economico a favore della giustizia. Favorire questo significa favorire il corretto svolgimento della nostra professione con ricadute positive sia per il cittadino sia per l’avvocatura, che ne trarrebbe benefici anche a livello economico, avendo la possibilità di normalizzare il rapporto con la propria clientela». Quali in sintesi le misure risolutive della crisi dell’avvocatura? «L’elenco è lungo. In sintesi direi che all’immediata riforma dell’ordinamento professionale, al ripristino dei minimi tariffari che pure creerebbe una barriera a tutela dei giovani avvocati, all’aumento delle competenze professionali perché rispetto all’attuale numero degli avvocati ciò orami appare indispensabile, ai provvedimenti di welfare interni alla categoria, su cui mi sono già soffermato, vanno aggiunti una richiesta di agevolazione fiscale e l’opportunità di essere presenti al tavolo delle trattative con sindacati e imprese. Visto che come numero di iscritti ormai costituiamo una realtà sociale particolarmente importante, non meno dei lavoratori dipendenti, ritengo sia un nostro diritto far sentire la nostra voce dove si discute di politiche del lavoro».

isogna prendere atto che circa un milione e mezzo dei processi viene affidato ai giudici onorari. Si tratta perlopiù di avvocati che hanno delle incompatibilità limitate. Per questo, ritengo che occorra ripensare il ruolo di questa forma aggiuntiva di giustizia». Per Maurizio De Tilla, presidente dell’Organismo unitario dell’avvocatura italiana, è arrivato il tempo del confronto. Per questo l’Oua ha formulato un progetto per istituire la figura del giudice laico. «Una figura caratterizzata da accesso per concorso, ma anche da un trattamento economico e contributivo adeguato alle sue funzioni, del tutto equiparabili a quelle del giudice togato». Si tratterebbe in sintesi di un giudice professionalizzato, però con durata limitata. «E con un collegio etico formato da magistrati – continua De Tilla –, da avvocati e anche da rappresentanti degli ordini professionali per garantire la tenuta formativa e quella deontologica. Insomma, nella giustizia avremmo il giudice togato e il giudice laico». Tra gli altri aspetti, l’Oua chiede il riconoscimento dell’avvocatura come soggetto costituzionale – «una via che bisogna necessariamente percorrere» –, mentre non condivide la proposta del filtro in Cassazione inserita nella riforma del ministro Alfano. «Non si può abolire surrettiziamente il giudizio per cassazione. L’articolo 107 della Costituzione, al 7° comma, prevede l’impugnativa in cassazione di ogni decisione per violazione di legge e non si può fare una legge che confonde i concetti giuridici di infondatezza e inammissibilità, e finisce per abrogare nella sostanza la norma costituzionale».

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TRASPORTI

Armatori, non speculatori tracciano la rotta dello shipping Gli armatori napoletani, e italiani in generale, hanno confermato gli ordini di nuove navi, già proiettati verso la ripresa. Servono nuove procedure di regolamentazione, soprattutto per lo smantellamento del naviglio obsoleto. A delineare criticità e linee di sviluppo dello shipping è Mariella Bottiglieri, amministratore delegato della Giuseppe Bottiglieri Shipping Company Francesca Druidi

l cognome tutti lo ereditiamo, la passione e la bravura no. O si hanno oppure è meglio lasciare la gestione dell’azienda, anche se famigliare, a un esterno. Spesso i ruoli vengono confusi, ma l’impresa va tutelata al di là delle logiche di famiglia». Ha le idee chiare sul passaggio generazionale Mariella Bottiglieri, amministratore delegato della Giuseppe Bottiglieri Shipping Company Spa, esponente della sesta generazione dell’omonima famiglia di armatori che condivide insieme alle sorelle – Alessandra, anche lei ad, e Manuela, consigliere, «tutte e tre cresciute a pane e navi» – la gestione operativa di una delle più importanti compagnie di shipping in Italia. «Un mondo, questo, a vocazione maschile, ma nel quale – afferma con orgoglio la trentunenne im-

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prenditrice – è in aumento la percentuale di donne impiegate, sia a bordo che negli uffici». E la presenza femminile ai vertici delle grandi istituzioni marittime mondiali è stata rafforzata dalla sua recente nomina a rappresentante italiana nel Documentary committee della prestigiosa associazione marittima Bimco (Baltic and international maritime council). L’armatrice napoletana esamina la situazione dell’armamento italiano a livello mondiale, sottolineando anche le problematiche di cui si farà portavoce sia nella Bimco che nello Uk Defence Club, organizzazione che tutela gli interessi legali degli armatori. Lo shipping, che aveva registrato un’ incredibile crescita in questi ultimi cinque anni, ha subito il contraccolpo della crisi?


95,6%

Percentuale armatori privati rispetto al complesso dell’armamento italiano

318

Numero di navi da carico liquido della flotta mercantile italiana al 31 dicembre 2008

203

Numero di navi da carico secco della flotta mercantile italiana al 31 dicembre 2008

«La crisi c’è stata, purtroppo nello shipping si è verificata quella che mio padre, Giuseppe Bottiglieri (presidente e ceo dell’azienda, nonché della Commissione navigazione Oceanica di Confitarma, ndr), ha definito “perfect storm”. La perfezione della tempesta è derivata, da un lato, dalla congiuntura economico-finanziaria generale e, dall’altro, da un numeroso ordine di navi che ha portato a un’offerta di navi superiore alla domanda. La situazione ora è migliorata. L’ottimismo manifestato in America è condiviso anche dal mondo dello shipping». Per molti armatori i primi segnali di dinamismo del mercato provengono dalla Cina. È d’accordo? «Sì, i primi segnali si iniziano a registrare da quei luoghi con i quali lavoriamo prevalentemente, in

particolar modo la Cina. L’area Bric, Brasile-Russia-India-Cina, è quella cui ci rapportiamo di più e di questi quattro Paesi la Cina rappresenta senz’altro il motore, il volano dell’economia mondiale». Quali sono le carte in mano alla flotta italiana per guardare al futuro? «La flotta di bandiera italiana si sta difendendo molto meglio rispetto ad altre nazioni in quanto dotata di vantaggi specifici. Uno di questi è dato dalla giovanissima età che la caratterizza. E non parlo solo della nostra compagnia, ma di tutta la flotta nel complesso che è una delle più giovani al mondo». La sua azienda due anni fa ha avviato un investimento di 600 milioni di dollari ed è impegnata fino al 2011 nel varo di 11 nuove navi. «Sì, l’azienda ha senz’altro inve-

Sopra, Mariella Bottiglieri, amministratore delegato della Giuseppe Bottiglieri Shipping Company e rappresentante italiana al Bimco. In alto a sinistra, foto della petroliera "M/T Ghetty Bottiglieri" nella baia di Sydney. Sempre nella pagina a fianco, al centro, particolare della “M/T Manuela Bottiglieri”. In basso, la nuova “M/N Giovanni Bottiglieri” varata il 29 aprile 2009



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TRASPORTI



 stito molto in nuove costruzioni, passato».

La flotta di bandiera italiana si sta difendendo molto meglio rispetto ad altre nazioni in quanto dotata di vantaggi specifici. Uno di questi è dato dalla giovanissima età che la caratterizza



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ma anche altri armatori, in particolare napoletani, hanno profuso notevoli risorse in new building. Per evitare un eccesso di offerta, si è optato per un ringiovanimento della flotta a livello nazionale: le unità vecchie sono state, infatti, dismesse. A favore dell’armamento italiano c’è poi il fatto che i suoi armatori sono operatori e non speculatori. Nessuna operazione azzardata è stata compiuta dalle imprese italiane. Infine, le imprese di questo comparto sono in prevalenza realtà famigliari e, quindi, tradizionaliste nel senso più positivo del termine. Per durare, infatti, un’impresa di questo tipo deve guardare al futuro imparando però sempre dalle lezioni del

Demolizione del naviglio sub standard e nuove regolamentazioni. Cosa serve per il rilancio definitivo del settore? «Una delle proposte lanciate da mio padre per il rilancio del comparto è proprio il demolition premium, ancora in fase di discussione. Un premio che, se applicato, verrebbe pagato al cantiere dal governo della nazione dove è localizzato il cantiere per demolire navi vecchie. Questa soluzione permetterebbe di arginare il gap tra domanda e offerta di navi, attivando un circolo virtuoso tra armatori e cantieri. I cantieri non possono far fronte da soli alla carenza di ordini e vanno sostenuti, poiché sono realtà che veicolano con sé migliaia di posti di


Mariella Bottiglieri

UNA FLOTTA GIOVANE La flotta della Giuseppe Bottiglieri Shipping Company Spa è composta da petroliere dedicate al trasporto di prodotti petroliferi raffinati e da portarinfuse adibite al trasporto di carichi secchi, prevalentemente carbone e minerale di ferro. A partire dal maggio 2009, e fino a febbraio 2011, stanno entrando in servizio le undici navi attualmente in costruzione in Estremo Oriente. Tonnellate prodotti petroliferi trasportati dalla compagnia nel 2008

Nella pagina a fianco un cantiere navale. Sopra un’immagine del Canale di Panama

lavoro. In questo scenario globalizzato, un elemento negativo riverbera poi i suoi effetti negativi anche al di fuori dei confini nazionali». In qualità di portavoce italiana al Bimco, su cosa si concentrerà in primis? «La grande preoccupazione oggi è la pirateria, tema che sto portando avanti in nome dell’industria marittima italiana, anche se tutti i Paesi ne sono interessati. Il golfo di Aden è uno specchio di mare ad altissimo traffico, nel quale transitano navi che battono le bandiere più diverse. Noi come armatori ci facciamo portavoce di varie istanze a nome delle varie nazioni presso i governi affinché raggiungano una soluzione politica con lo Stato somalo per evitare ulteriori attac-

Tonnellate carico secco trasportate dalla compagnia nel 2008 Percentuale di carbone sul totale del carico secco trasportato Percentuale di ghisa sul totale del carico secco trasportato Percentuale di minerale ferroso sul totale del carico secco trasportato Percentuale di grano sul totale del carico secco trasportato

chi. Con Bimco stiamo lavorando, inoltre, per ottenere l’approvazione di clausole da inserire nei vari contratti di trasporto che tutelino l’equipaggio, la nave e il suo carico». Può individuare i nuovi orizzonti dello shipping? Inciderà l’apertura del nuovo canale di Panama nel 2015? «La prima strategia sarà quella di contare su navi sempre più moderne, perché queste garantiscono vantaggi in termini di durata della percorrenza, consumi inferiori,

10 mln 26 mln 40% 25% 10% 15%

maggior comfort per l’equipaggio e minore impatto ambientale. La seconda guarda alla diversificazione delle navi. Quelle di ultimissima generazione che l’azienda sta varando e che entreranno in consegna fino al 2011 saranno in grado di attraversare il Canale di Panama una volta aperto, riducendo ulteriormente i tempi di percorrenza. Per il proprietario del carico ciò costituisce un notevole vantaggio competitivo che renderà preferibile ricorrere alle nostre navi». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 191


EDILIZIA

Via libera al Piano casa ma bisogna fare presto Nunzio Coraggio, presidente Ance regionale, promuove il Piano casa campano, ma striglia il Palazzo per le lungaggini politico-burocratiche che ne tardano l’approvazione. E spiega: «In Campania occorrono 468mila alloggi, la piena attuazione può arrivare a coprire al massimo la metà di tale fabbisogno» Nera Samoggia

l Piano casa è un intervento pensato con razionalità che ci soddisfa soprattutto per quanto prevede di realizzare nelle aree industriali dismesse». E potrebbe essere un ottimo volano per l’economia locale. Se non fosse per le lungaggini politico-burocratiche che ne tardano l’approvazione definitiva. «Siamo partiti per primi, la scorsa primavera, e arriveremo quasi ultimi – critica Nunzio Coraggio, presidente dei costruttori campani riuniti nell’Ance –. La Campania, che ha aperto la strada rispetto al resto d’Italia, si trova a tagliare il traguardo del suo Piano casa quando dodici Regioni hanno già legiferato e altre due sono sul punto di farlo». Striglia il Palazzo, ma promuove il ddl redatto per attuare, in regione, il provvedimento del governo Berlusconi. Come Ance siete stati ascoltati? «Fin troppo verrebbe da dire. A

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Nunzio Coraggio è il presidente dei costruttori campani riuniti nell’Ance

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parte le battute, il dialogo con la Regione è stato articolato, ci siamo confrontati più volte con l’esecutivo e anche con i gruppi di maggioranza e di opposizione. Le costruzioni edili sono il primo comparto industriale della Campania, il confronto con il legislatore regionale avviene con continuità. Ma la nostra è l’indole del fare e troppe volte è stata sopraffatta da un eccesso di discussione, molte volte sterile e fine a se stessa, secondo un cliché, purtroppo, tipico della politica». Quali richieste avete portato? «La prima, che abbiamo ribadito in ogni sede da cinque mesi a questa parte, è stata di fare presto. Per tre motivi fondamentali: il settore edile ha bisogno di nuove e qualificate opportunità di lavoro e questo Piano casa è una prima concreta risposta. L’emergenza abitativa richiede interventi coordinati e praticabili e uno stru-


Nunzio Coraggio

UN’INTESA REGIONE-ANCE PER IL MONITORAGGIO STATICO DEGLI EDIFICI PUBBLICI ai più in Campania tragedie come quelle provocate

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dal terremoto in Abruzzo o dalle alluvioni in Sicilia, dove sotto la spinta degli eventi naturali sono crol-

lati o sono stati seriamente danneggiati ospedali, strutture di ricovero per studenti, scuole e uffici. Una task force indagherà sulle caratteristiche degli edifici pubblici, promossa dalla Regione su proposta e in collaborazione con Ance Campania. In particolare, un organismo tecnico interverrà per censire e controllare la sicurezza antisismica di tutti gli edifici pubblici della Campania costruiti in epoca anteriore al 1971. Prima cioè che entrassero in vigore le normative sulla composizione del calcestruzzo e sulla certificazione del ferro per costruzioni. L’iniziativa, che non ha precedenti per la portata, nasce congiuntamente fra Regione e Associazione dei costruttori per dare impulso al mercato de-

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gli appalti pubblici, affinare le regole e renderne più rapida ed efficace l’applicazione. A sostegno, è preventivata una spesa

Il Piano casa non tocca le zone paesaggisticamente vincolate, né i centri storici. E garantisce un salto di qualità alle aree ex industriali dove oggi si concentrano disagio e degrado mento straordinario come il Piano casa, che deve esplicare i suoi effetti nell’arco di 18 mesi, ha bisogno di rapidità nelle scelte e nell’esecuzione. Infine, sarebbe frustrante perdere l’occasione di interessare gli investitori nazionali e internazionali che vedono una buona opportunità per mettere in piedi progetti di ampio respiro». Qual è la filosofia del provvedimento? «È un intervento pensato con razionalità, che ci soddisfa soprattutto per quanto prevede di realizzare nelle aree industriali dismesse. Una parte, questa, sulla quale ci siamo particolarmente concentrati affinché giungesse a buon fine. Come costruttori

di circa 70 milioni di euro che consentirà di intervenire con i controlli di staticità su un patrimonio di edilizia pubblica di circa 20mila edifici in tutta la regione. Senza escludere che i controlli possano in una fase successiva, con le opportune

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siamo interessati ad azioni capaci di abbinare l’aspetto produttivo e la valenza sociale. Grazie al piano, zone in profondo degrado, alla periferia dei nostri centri urbani, saranno recuperate a nuove funzioni. Sarà nostro impegno fare in modo che prendano forma complessi residenziali attrezzati, inseriti in un tessuto a rete dotato di tutte le infrastrutture in grado di agevolare le funzioni sociali. Da notare che tutto ciò avverrà senza un metro cubo di costruzioni in più e un centimetro quadrato di verde in meno rispetto al preesistente». Durante la stesura, ha mai avuto l’impressione che le linee guida fossero concepite in modo ideologico?

misure e il coinvolgimento anche finanziario di risorse private, essere estesi anche all’edilizia privata, la cui consistenza è di circa 32mila edifici. Al controllo sulla sicurezza, in primo luogo sismica, degli edifici pubblici, si procederà con un’azione congiunta fra la Regione (che ha già operativo un Ufficio sicurezza sismica) e l’Ance, con il futuro coinvolgimento anche di atenei e Protezione civile.

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EDILIZIA

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Siamo partiti per primi e arriveremo quasi ultimi. La Campania si trova a tagliare il traguardo del suo Piano casa quando dodici Regioni hanno già legiferato e altre due sono sul punto di farlo

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468 mila

ALLOGGI È il fabbisogno abitativo della Campania. Il Piano casa ne copre al massimo la metà

minciato per prima, forse perché si è sviluppata una sintonia fra diverse anime politicamente anche opposte, dato che il problema abitativo è molto avvertito, non ho registrato ostilità strumentali. Le obiezioni contro presunte “cementificazioni” sono state frutto di disinformazione, smontate dagli stessi responsabili del governo regionale che berlusconiani non sono». Il ddl è più restrittivo rispetto a quello nazionale? «Proprio perché ha fatto da apripista ai vari piani regionali, quello campano credo interpreti correttamente i motivi ispiratori dell’intervento a livello nazionale, declinandoli in funzione delle potenzialità e dei bisogni del nostro territorio».

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Quali sono le caratteristiche urbanistiche e paesaggistiche da proteggere? «In questo caso c’è un intervento in edilizia che migliorerà più che mettere a rischio il paesaggio. Il Piano casa non tocca le zone paesaggisticamente vincolate, né i centri storici. E garantisce un salto di qualità alle aree ex industriali, in cui oggi si concentrano disagio e degrado». Può essere un volano dell’economia campana? «Proprio la qualità degli interventi sulle periferie industriali da riqualificare dà la cifra di questo piano. I soli ampliamenti e gli interventi sulle villette, in realtà, avrebbero provocato ricadute esclusivamente sulla piccola impresa edile a dimensione artigianale. La formulazione definitiva è a misura della

progettazione e delle imprese di caratura e rango superiori». Risponde al fabbisogno abitativo della regione? «In Campania occorrono 468mila alloggi, la piena attuazione può arrivare a coprire al massimo la metà di tale fabbisogno». È anche utile strumento di lotta all’abusivismo? «L’abusivismo ha due genitori: troppe e confuse leggi, pochi e disordinati controlli. Adesso c’è un piano secondo il quale lo sviluppo edilizio è inserito in un quadro urbanistico regionale già definito. Se i Comuni, tuttora inadempienti in gran numero, procederanno alla pianificazione dettagliata nei territori di loro pertinenza, questo intervento avrà effetti benefici anche contro l’abusivismo».


© Renzo Piano Building Workshop

ARCHITETTURA

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Renzo Piano

Costruire è un’arte corsara Prendere e dare. Ma anche celebrare. Fare architettura ha sempre in sé una parte di necessità. E una parte di desiderio. Renzo Piano riflette sul mestiere dell’architetto, invita i giovani professionisti a viaggiare e conoscere, e ammonisce: smettiamola con il «priapismo mediatico» di certa architettura contemporanea Sarah Sagripanti

urtroppo a un certo punto non si riesce a fare tutto ciò che ti chiedono di fare. Si deve dire di no, perché non se ne ha il tempo. Fare architettura per me vuol dire veramente farla, non gestire ciò che fanno gli altri. Tutto il giorno faccio schizzi, lavoro, mi impegno». È questo il mestiere dell’architetto. È questo Renzo Piano. Lontano anni luce dal «priapismo mediatico» di certa architettura contemporanea, estraneo alla definizione di “archistar”, che non gli si addice per nulla con quel suo essere sempre così umile, eppure sempre così grande. “Tipico understatement genovese”, lo definiscono. Certo è che nei discorsi di Renzo Piano c’è sempre, prima, il progetto. Non il progettista. Non per niente, tutti i suoi lavori sono

© Stefano Goldberg, Publifoto

P

caratterizzati da una grande capacità di varietà e di adattamento al contesto, con soluzioni formali e tecniche sempre diverse. Perché fare architettura è un’arte corsara, di chi «ruba e restituisce». E «accetta di rischiare». «C’è chi parte dalla visione, e arriva alla costruzione. Per me è esattamente il contrario – dichiara –. L’architettura è un mestiere di

Renzo Piano, architetto genovese. In apertura, il complesso multifunzionale Saint Giles a Londra, attualmente in costruzione. Le facciate degli edifici, tutte di diverso orientamento, sono caratterizzate da colori sgargianti



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© RPBW Ph. Shunji Ishida

ARCHITETTURA

 arte e di avventura».

Lei ha realizzato progetti in tutto il mondo. Quali sono le maggiori differenze tra lavorare in Italia e all’estero? «Non sono tante, in verità. Sono cresciuto in una casa di costruttori e ho sempre lavorato in giro per il mondo. Posso dire che il modo di fare architettura è uguale ovunque. Da un certo punto di vista, anzi, l’Italia è privilegiata, perché qui c’è il “piacere di fare”. Ma ovunque si può trovare qualcuno che s’innamora dell’idea e sia disposto a realizzarla. La grossa differenza, invece, sta nella burocrazia. Io “adoro” la burocrazia. La burocrazia tedesca o giapponese, ad esempio è bellissima. È la burocrazia pasticciona, il problema. I burocrati italiani sono veri e propri “artisti”, per loro le regole non sono mai esatte, si può fare in un

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modo, ma sempre, anche, in un altro». In questo momento, sta realizzando due importanti progetti a Londra. Come commenta il tentativo del principe Carlo di bloccare il progetto urbanistico di Richard Rogers? «Ricordo che un po’ di tempo fa fecero una public enquiry su un mio progetto per una torre londinese (la London Bridge Tower, ndr) perché si temeva che la sua altezza oscurasse il simbolo della città, la cattedrale di Saint Paul. Si chiese l’opinione dei cittadini, il progetto fu approvato e oggi lo stiamo costruendo. Questo per dire che, se anche Carlo s’intromette, e anche se talvolta ha ragione quando fa un’analisi negativa dell’architettura moderna, in Gran Bretagna c’è un forte aspetto democratico nelle decisioni di


Renzo Piano



Nell’architettura c’è sempre un linguaggio pragmatico, dettato dalla necessità, e uno poetico, rappresentato dal desiderio. Se nel dare risposta ai bisogni si riesce anche a darla ai desideri, allora si è un bravo architetto



In alto, la sede del New York Times a New York (2007), a destra il progetto per il Muse, museo della scienza, a Trento. Nell’altra pagina, in alto la sede della California Academy of Science (2008), che ha ricevuto il Platinum-level Leed, la più alta certificazione di ecosostenibilità esistente. In basso, Punta Nave, la sede genovese di Renzo Piano Building Workshop

questo tipo. La sua, quindi, è una battaglia persa». La sostenibilità riveste un ruolo molto importante nei suoi lavori. Qual è il ruolo dei progettisti e delle amministrazioni nel futuro dell’architettura sostenibile? «Credo che oggi sia abbastanza diffusa la consapevolezza dell’importanza della sostenibilità, ma la scoperta che la Terra è fragile è purtroppo molto recente. Barack Obama ha dato un forte impulso in questo senso. Bisogna però capire che la sostenibilità non significa solo abbassare i costi, ma sviluppare un linguaggio. Nell’architettura c’è sempre un linguaggio pragmatico, dettato dalla necessità, e uno poetico, rappresentato dal desiderio. Se nel dare risposta ai bisogni si riesce anche a darla ai desideri, allora si è un

bravo architetto. Si potrebbe così uscire dall’intorpidimento del “priapismo mediatico”, dove gli architetti la fanno sempre più grossa, buttando invece quell’energia nel cercare l’equilibrio tra poetica e tecnica». Quali consigli darebbe a un giovane studente di architettura? «Quello dell’architetto è un mestiere di frontiera. Un’arte corsara, che respira con il ritmo della Terra. A un giovane studente direi che se vuole fare architettura, deve viaggiare. Architettura è capire, conoscere. Perché a rimanere soli, prima ancora di aver imparato il mestiere, si diventa già dei formalisti. I giovani devono soffrire, lavorare, viaggiare. D’altronde questo è un lavoro bellissimo, che se fosse possibile consiglierei a tutti. È una rapina a viso scoperto, che prende e restituisce».

Che cosa ne pensa del sistema dei concorsi di architettura? Esiste vera meritocrazia e trasparenza per la loro realizzazione in Italia e all’estero? «In Italia, purtroppo, lo stato dei concorsi è pessimo. Ci sono altri Paesi dove sono organizzati bene, come quelli anglosassoni. In Francia, addirittura, esiste l’obbligo di partecipazione ai concorsi e il sistema funziona bene. In Italia, invece, di concorsi se ne fanno pochi. Quelli che si fanno, sono per lo più “mediatici”. Quando si fanno e vanno in porto, spesso non vengono realizzati. Un architetto ha bisogno di costruire, come un cantante di cantare. Se potessi, obbligherei tutti i giovani architetti a partecipare ai concorsi. Per i primi cinque anni si faranno male, poi sarà sempre meglio». CAMPANIA 2009 • DOSSIER • 211

Dossier Campania 10 09  

Dossier Campania Golfarelli ottobre 2009

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