muovo
omasina ruzzano fforí bovisasca anno primo n.3
mensile dí politica, cultura e attualità
marzo 1979
L'esigenza della pace nel mondo pone nuovi interrogativi Angosciati e sgomenti stiamo assistendo, da qualche settimana, a un preoccupante evolversi di pericolose tensioni, di conflitti aperti. di rumori di guerra in più punti del mondo. Dall'aggressione cinese al Vietnam, per dire della più grave lacerazione apertasi in quel Sud-Est asiatico inquieto e inquietante, ad altri segnali che ci vengono dalla penisola arabica, dall'Africa: Uganda e Tanzania, Rhodesia e Angola, Yemen del Nord e Yemen del Sud: sono anche questi focolai carichi di pericoli, di minacce che può accadere qualcosa di grave per il mondo, per l'umanità intera. La situazione internazionale si va pericolosamente deteriorando, la politica di distensione segna battute d'arresto, regredisce, gli equilibri mondiali si fanno sempre più precari. Si intensifica, si riaccende quella spirale della corsa al riarmo che porta a spendere nel mondo ogni anno 400 miliardi di dollari, quasi il doppio del prodotto lordo nazionale dell'Italia, si badi bene, al cospetto di aree di sttosviluppo, di milioni di persone che muoiono di fame. E in questo quadro davvero poco confortante si inseriscono gli sviluppi di conflitti, di un conflitto in particolare, quello cino-vietnamita, carichi di inquietanti interrogativi. Non induca la lontananza geografica, l'eco smorzata di quegli avvenimenti a rassegnarci a guardare con distacco, con rassegnazione. Né si tentino meschine speculazioni ideologiche su un conflitto che riguarda due paesi ad indirizzo socialista come la propaganda di certa stampa del nostra paese ha tentato e continua a fare. A chi giovano frettolose righe, certe sciocchezze che si sono lette in molti commenti di questi giorni se proprio tali commenti ostentavano una agghiacciante reticenza a pronunciare la parola «pace.'? Non è tempo di speculazione ideologica, di cecità anticomunista, che è in sostanza il nocciolo attorno al quale sono stati costruiti ridicoli commenti, cui peraltro si potrebbero contrapporre ben più valide e argomentate valutazioni sulle ragioni storiche e politiche, sui travagli terribili, tanto per fare un esempio, che hanno concorso a «partorire>, i regimi del Vietnam, della Cina, della Cambogia. Non è su questo che dobbiamo, al momento, porre la nostra attenzione. La questione primaria, macroscopica, essenziale è una: la pace nel mondo. questa la strada che occorre percorrere prima di tutto. Per questo gli avvenimenti in quella parte del mondo ci riguardano dappresso, per questo occorre che le forze democratiche, progressiste di ispirazione socialista, cristiana, laica diano un attivo contributo al rilancio della politica di distensione, di coesistenza pacifica, di cooperazione. Quello che questi drammatici eventi mettono prima di tutto in rilievo è che i problemi che travagliano il mondo, certi problemi, come quelli del sottosviluppo, della miseria, della sovrappopolazione non sono più rinviabili, necessitano di risposte costruttive, concrete. Ma appunto questa esigenza deve essere incanalata per la via giusta dello sviluppo nella pacifica coesistenza e non in quell'aberrante e cinico alveo della violenza, della sopraffazione, della guerra che le forze dell'imperialismo — queste si — e certi circoli reazionari tentatno di far Imboccare. Che peso (segue in ultima)
lire trecento
Gennusa (PSI): «Berlinguer liquida il compromesso storico» a pag. 2
A quando il Palazzetto dello sport nella zona 8? a pag. 5
Nella foto: un aspetto della manifestazione organizzata dalla FGCI milanese il 25 febbraio per condannare l'intervento militare nel Sud-Est asiatico e per un impegno concreto al ristabilimento della pace, per la distensione internazionale, e per riaffermare che le questioni tra i popoli non possono risolversi con l'uso delle armi.
Quartiere Comasina
Infortuni sul lavoro: un morbo sconosciuto? a pag. 4
8 Marzo
La spirale della paura Non una celebrazione ma un impegno nuovo
Un aberrante delitto che non deve lasciarci indifferenti Il quartiere Comasina ancora nella cronaca, quella cronaca «nera» che da anni, ormai, lo caratterizza, in un crogiolo di violenza, di disgregazione, di emarginazione, di «ghettizzazione" che l'hanno reso tristemente noto, che l'hanno trasformato, che hanno trasformato la gente che vi abita, le sue abitudini, la sua vita. Questa volta l'episodio può, a prima vista, non toccarci, non riguardarci. Un pregiudicato, riferiscono le cronache dei giornali. Un pregiudicato è stato trovato ammazzato in un prato circostante il quartiere. Un trafficante di droga, «giustiziato», si dice, da una sedicente organizzazione terroristica di estrema destra. Frange di vita, ricettacoli di delinquenza, una tragedia consumata in un mondo che della violenza ha fatto e fa consuetudine, arma per la sopravvivenza. E allora si tende a guardare all'episodio con distacco, con indifferenza. Sono cose — chi non l'ha pensato — che riguardano un altro, mondo, che travalicano il nostro vivere quotidiano, che ci sfiorano. Che ci sfiorano, però, fino a quando non ci toccano. E non siamo certo noi a scoprire che questo mondo, tante volte, troppe volte, ci ha toccato, ha coinvolto gli innocenti, gli inermi. E allora riflettiamo anche su un
episodio che ci appare lontano, ma che in realtà fa parte della nostra vita, delle nostre abitudini. Non importa chi fosse, cosa facesse. È stato trovato ammazzato parecchie ore dopo essere stato colpito a morte. La gente del quartiere dice di aver sentito qualcosa. Ma chi mai si azzarda ad uscire dopo le otto di sera, in Comasina? Ecco il punto. La spirale della paura, della violenza, ci riguarda, eccome. E tutti, indistintamente. Fa parte di noi, della nostra quotidianità. Ma se il quartiere Comasina (il discorso è però più generale) è imbrigliato nei tentacoli di questa paura, se il »riflusso» nel privato può essere una conseguenza di tutto ciò, se la disgregazione dei giovani, il rapido e drammatico diffondersi della droga, se lo scollamento che c'è nei rapporti umani sono il punto d'arrivo di una «americanizzazione», di una violenza endemica che coinvolge le grandi metropoli e se è questo il prezzo che dobbiamo pagare — si dice — a un certo tipo di sviluppo, allora diciamo che a questo cinico gioco non ci stiamo più. Non ci stiamo più perché abbiamo le potenzialità per dire basta, perché ci sono le forze (segue in ultima)
Anche quest'anno 1'8 di Marzo rappresenterà un momento in cui le donne trarranno un bilancio, unite, o meglio impegnate, per trovare un denominatore comune, di tutta l'attività che si è fatta, per migliorare a tutti i livelli la condizione femminile. Scendere in piazza, per noi significa manifestare unite, fare sentire che siamo presenti e che lottiamo ogni giorno contro coloro che vorrebbero tenerci in un Isolamento secolare, in un malcelato incatenamento, che le battaglie portate avanti specialmente in questi anni, stanno tentando di spezzare. Purtroppo il nostro bilancio non può Ignorare storture, inceppi, fratture che ci sono all'Interno del movimento delle donne: cose che molto spesso non riusciamo a superare perché condizionate da posizioni politiche ben precise, che impediscono anche di ritorvarsi unite su determinate battaglie. Tuttavia è necessario prendere atto di conquiste che, a caro prezzo, abbiamo ottenuto a livello legislativo, per esempio la legge che regola l'aborto. Legge che purtropp è stata contrastata da vari gruppi
politici, anche da parte di quelli che si ritengono i massimi portavoce delle esigenze del mondo femminile: i radicali. Questi sbagliano a portare avanti una richiesta di referendum per abrogare tale legge, poiché non ai deve tornare indietro. Noi donne al contrario dobbiamo lottare per la piena applicazione degli articoli di questo provvedimento, che sono molti e che sanciscono anche il diritto all'edificazione di consultori: strutture che ci dovrebbero aiutare a diffondere un'informazione in campo sessuale, che purtroppo oggi non è diffusa. Noi donne oltre a questo, abbiamo dovuto subire l'offensiva «clericale» che si è fatta sentire moltissimo ed ha osteggiato la lotta contro l'aborto clandestino, il rimprovero che dobbiamo rivolgere ad alcuni obiettori di coscienza, è quello di non impegnarsi nei consultori o peggfo dl aver fatto abortire a pagamento! Oltre a questa legge che apre il terreno a nuove battaglie, ci sono state conquiste nel mondo del lavoro che ci hanno portato più vicine alla parità coll'uomo, (segue in ultima)