DO UT DO 2023 – Fragilità

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Un grazie speciale a Joan Crous, Michele De Lucchi, Domenico De Masi, Pierpaolo Forte, Sebastiano Maffettone, Giorgia Marrocco, Alberto Nason, Gianluca Riccio

FRAGILITÀ

© 2023 do ut do

Il volume è composto in caratteri ITC New Baskerville STD e Myriad Pro

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Questo volume non può essere riprodotto, archiviato o trasmesso intero o in parte, in alcun modo(digitale, ottico e sonoro), senza la preventiva autorizzazione scritta di do ut do e della Associazione Amici della Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli Bologna

FRAGILITÀ

Siamo fragili, tutto è fragile intorno a noi: uomini, animali, piante, la vita sulla terra, le nostre relazioni, i nostri sentimenti, i nostri amori, le nostre idee, la sostenibilità del nostro modello di sviluppo, la nostra idea di progresso, la nostra presunta centralità nell’universo. Se però accettiamo la nostra fragilità possiamo trasformare l’apparente vulnerabilità nel suo opposto. La storia umana lo ha dimostrato. E la nostra fragilità diventa agilità consapevole che, se crea intorno a sé una comunità, può produrre risultati innovativi e potenti e la vulnerabilità dei singoli si trasforma in forza collettiva per difendere valori condivisi e il bene comune. La nostra fragilità è come quella del vetro, inventato dall’uomo con fuoco e ferro, trasparente come l’acqua, duttile come la creta, eterno come l’oro. Capace di dare luce al buio e di farci vedere le stelle.

Do ut do, che ogni due anni crea eventi che coniugano arte ed etica, dedica l’edizione 2023 al tema “fragilità”, con una grande opera di Joan Crous, importante artista catalano del vetro e imprenditore sociale, fondatore di una cooperativa che si occupa di persone in situazioni di fragilità e di marginalità. Un artista quindi particolarmente affine agli scopi e ai valori di do ut do.

La grande opera di Joan Crous, composta da sei pezzi unici di vetro e ferro e prodotta per do ut do è stata presentata in anteprima ad Arte Fiera a Bologna, nel febbraio 2023 in un allestimento progettato da Michele De Lucchi con Alberto Nason.

Le sei opere saranno poi assegnate a sostenitori di do ut do a fronte di donazioni destinate alla Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli di Bologna.

Del tema "FRAGILITÀ" e dell'opera "FRÀGIL"

di Joan Crous pubblichiamo qui le riflessioni di alcuni amici che seguono da molti anni le attività di do ut do.

Indice Alessandra D'Innocenzo pag. 7 Fondatrice e Presidente do ut do Joan Crous 9 Gianluca Riccio 13 Domenico De Masi 17 Pierpaolo Forte 23 Robero Grandi 31 Sebastiano Maffettone 35 Michele De Lucchi 41 Cos'è do ut do 43 Vera Negri Zamagni 53 Presidente della Associazione Amici della Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli Biografie 55

Fondatrice e Presidente di do ut do

Siamo un corpo nudo, vestito dai nostri sentimenti, visioni, pulsioni e vacui pensieri, esposto ad ogni oltraggio della sorte.

Il fiato sospeso, ogni giorno, ci ricorda il corpo che è sempre a se stesso fonte di danno, frizione, pericolo.

La “fragilità” non è del corpo ma della comprensione di ciò che ci precede e procede in questa vita.

Non torno mai a casa quale ne ero uscita.

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Joan Crous FRÀGIL

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C’è una simmetria, una sotterranea e intima corrispondenza tra le diverse opere che do ut do ha commissionato e prodotto in occasione delle biennali che hanno fin qui scandito il percorso del contenitore culturale dell’Associazione Amici della Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli. Questa corrispondenza poggia su un piano duplice: da un lato, sull’idea che l’arte è un dispositivo dal quale nessuno, sia esso artista, spettatore, produttore, è escluso perché ciascuno, a partire dal ruolo che riveste, è chiamato a fare la sua parte. D’altro canto, da un punto di vista linguistico, si è fatta strada una continuità che dal valore – simbolico e materiale – che do ut do ha costruito a partire dalla sua comunità di amici e sostenitori, si è tradotta in affinità di visione tra i diversi artisti chiamati a interpretare i temi scelti.

Lungo il filo di questa trama insieme etica, morale ed estetica, i protagonisti dell’ultima edizione di do ut do, riuniti dallo sguardo partecipe di Giovan-

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ni Gastel intorno a un lungo tavolo, sono evocati dagli oggetti e dai residui di cibo cristallizzati sulla superficie dei sei tavoli che compongono la grande scultura realizzata da Joan Crous per l’edizione 2023; come se la scena – e il significato di cui è portatrice – fossero restati intatti nel corso di questi anni, ma il punto di vista si fosse ribaltato dall’esterno verso l’interno, con tutti quegli oggetti ordinari dispiegati sul piano orizzontale del tavolo-scultura a incarnare il senso di un messaggio che, anno dopo anno, resta custodito nella forma dell’opera chiamata a interpretarlo. Fotografia e scultura, d’altronde, condividono un destino comune. Entrambe estraggono dal flusso del tempo una porzione di realtà per consegnarcela congelata nelle pieghe di una materia insieme immobile e pulsante. Rispetto all’assetto frontale, dal chiaro impianto leonardesco, con cui Gastel aveva impaginato la sua opera fotografica, mettendo in relazione, in un nitido gioco visivo di contatto e isolamento, tutti gli attori di do ut do, davanti all’opera ambientale di Joan Crous precipitiamo in una condizione paradossale: siamo compresi dentro questa tranche de vie conviviale, ma al tempo stesso, respinti – per eccesso di vicinanza – nella nostra condizione di osservatori; come se la scena sia stata predisposta dall’artista catalano per farci occupare entrambi i ruoli del dispositivo scenico, quello di attori e di spettatori. Veniamo così a trovarci in bilico non solo tra un dentro e un fuo-

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ri l’ambiente che l’opera definisce in sé e intorno a sé, ma anche tra due percezioni del tempo: tra un’assenza – legata alla condizione di un presente appena trascorso in cui ci sentiamo implicati – e la vertigine di una presenza legata a un tempo lontanissimo, archeologico, che l’insieme di questi oggetti ordinari e resti di cibo avvolti da pellicole di vetro riflettono e contengono. Nel gioco di rimandi che l’installazione evoca, in un percorso a ritroso nella storia che dalle sculture di George Segal si spinge fino ai calchi pompeiani, è proprio la materia di cui gli elementi scelti da Joan Crous sono composti, a fare la differenza. Il vetro, rispetto all’impasto solido e impenetrabile di gesso, polvere e calce tipico del repertorio dell’artista pop americano e degli involucri pompeiani, non funziona come un calco impenetrabile o come un bozzolo da cui è stata estratta la sostanza vitale, ma, coniugando duttilità ed eternità, in trasparenza rivela la fragilità della sostanza che è chiamato a custodire. Filtrando la nostra partecipazione emotiva, la membrana vetrosa segna il perimetro linguistico dell’artista spagnolo – in bilico tra storia e contemporaneità – e mette in contatto l’aspetto partecipato e l’assetto concettuale dell’opera: l’esserci di un’azione condivisa e la riflessività del gesto concettuale che la contiene. La grande installazione di Joan Crous in fin dei conti ci ricorda, proprio come l’ampolla duchampiana Aria di Parigi, che l’arte può celebrare l’impermanente:

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detiene il potere di custodire e trattenere, come il bene più prezioso, la fragilità dello scambio, e, attraverso la forma, restituirci intatta tutta l’energia sprigionabile dall’incontro, dalla relazione e dalla condivisione.

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Domenico De Masi

Per motivi diversi e complementari mi sembrano di estremo interesse sia l’opera che Joan Crous ha dedicato al concetto di fragilità, sia la cooperativa sociale Eta Beta, che egli ha fondato insieme a sua moglie.

La fragilità è un connotato che può riferirsi all’anima, al corpo, alle relazioni, alle professioni, alla cultura ideale, materiale e sociale, alla biosfera, all’universo. Ovunque qualcosa di delicato, esile, debole, inconsistente, effimero, convive con qualcosa di solido, forte, resistente, robusto, infrangibile.

Da sociologo del lavoro, mi ritaglio quella parte del discorso sulla fragilità che riguarda appunto il lavoro, che ha in sua contrapposizione la disoccupazione, il riposo, l’inerzia, la pigrizia, il tempo libero, e in sua giustapposizione l’ozio creativo.

Tra la metà del Settecento e la metà del Novecento, nell’epoca che chiamiamo “industriale”, la società era centrata sulla produzione in grandi serie di beni

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materiali come i frigoriferi e le automobili costruiti nelle fabbriche. Il lavoro, considerato di volta in volta come espiazione, come merce, come essenza dell’uomo, accompagnava soprattutto i maschi dalla prima giovinezza alla morte e ciò valeva per il contadino, l’artigiano, l’operaio, l’impiegato, l’analfabeta e il laureato. Il giovane che entrava alla Fiat sapeva che ne sarebbe uscito da pensionato e conosceva alla perfezione la cadenza con cui gli sarebbero arrivati gli scatti di stipendio e di carriera. Il lavoro, in altri termini, era un’attività solida, compatta, nettamente separata dal tempo libero sia per quanto riguarda l’orario e il luogo in cui si svolgeva, sia per l’organizzazione con cui era orchestrato.

Con l’avvento della società postindustriale, quasi tutti gli oggetti e i servizi che in passato erano prodotti per mezzo dell’energia fisica e mentale dell'uomo, sono oggi realizzati mediante macchine. Persino il lavoro intellettuale come quello di un disegnatore, di un cassiere di banca o di un analista chimico, può essere ormai delegato ai robot. Prima l’addetto alla catena di montaggio, poi l'impiegato di routine, ora l'impiegato di concetto e persino il creativo, sono entrati in concorrenza con computer sempre più sofisticati e, ora, con l’Intelligenza Artificiale, che minacciano di estrometterli dai posti di lavoro eseguendo programmi con una precisione, un'affidabilità, una velocità, quindi un

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costo, di gran lunga più convenienti dell’apporto umano.

Se gran parte di ciò che prima facevano gli esseri umani oggi lo fanno le macchine, cosa resta all'uomo, resta tutto ciò che è creativo: l'invenzione di idee e di cose inedite, capaci di soddisfare i desideri umani di introspezione, di amicizia, di amore, di gioco, di convivialità e di bellezza. Quindi il lavoro si intreccia e si confonde con lo studio e il gioco, sfumando nell’ozio creativo. Così, nel mondo del lavoro, al posto della solidità è subentrata una progressiva fragilità. È fragile l’occupazione perché precaria; sono porosi e fragili i confini dell’azienda perché ormai uomini, cose e informazioni vi entrano e ne escono in continuazione; sono fragili i lavori ideativi perché, svincolati dalla durezza delle procedure e delle catene di montaggio, dipendono dalla creatività di chi li svolge. E la creatività, l’atto creativo, sono imprevedibili, fugaci, fragili per definizione.

Ancora più fragile è il lavoro creativo quando consiste nella manipolazione di materiali fragili a loro volta. Si pensi a chi manipola anime: il genitore, il maestro, il sacerdote, il padre spirituale, lo psicanalista, lo psicologo, il manager, il leader. Si pensi a chi manipola corpi: il chirurgo, il medico, l’osteopata, l’estetista, lo stilista. Si pensi, infine, a chi manipola materiali fragili come il vetro o la ceramica. In ogni caso, e in varia misura, per

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accostarsi alla fragilità, per coglierne i messaggi, per trasformarla in opportunità, occorre perizia, discrezione, garbo, stile, grazia, sensibilità e delicatezza. Tutte le belle virtù che Joan Crous chiama a raccolta per trasformare la fragilità del vetro e dell’artista in forza e vigore dell’opera d’arte. Joan Crous è un artista, dunque un creativo. Ma in che cosa consiste la creatività? Consiste in un misterioso processo mentale e pratico grazie al quale il creativo, dopo avere pensato idee nuove, riesce anche a realizzarle. Non si tratta, dunque, di semplice fantasia, né di semplice concretezza: si tratta di una sintesi di entrambe queste doti. Michelangelo, ad esempio, non solo seppe inventarsi la cupola di San Pietro, ma seppe anche convincere il papa Giulio II a privilegiare la sua proposta, seppe farsi finanziare l'impresa, seppe organizzare per oltre vent’anni il lavoro di 800 carpentieri. La creatività di un poeta, di un compositore musicale, di un romanziere è individuale. Ma in altri campi sia artistici che scientifici, è sempre più frequente che una scoperta o un’invenzione sia dovuta all’apporto sinergico di più persone organizzate in gruppo. Si pensi a celebri cooperative come la Wiener Werkstäte di Vienna, o la Bauhaus di Weimar, a famosi laboratori come l'Istituto Pasteur di Parigi o come il gruppo di Enrico Fermi a via Panisperna. Ma si pensi pure, oggi giorno, a una troupe cinematografica, alla redazione di un

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giornale, a una équipe chirurgica, all’atelier degli stilisti.

Se Joan Crous come artista è un creativo solitario, come animatore della cooperativa Eta Beta, che egli ha fondato insieme a sua moglie, è creatore di un gruppo a sua volta creativo. Creativo perché in Eta Beta l’azione pedagogica e professionale che si intende svolgere è tutta all’insegna di un’attività creativa realizzata attraverso il lavoro collettivo.

Ho detto che la creatività è un processo magico in cui convergono fantasia e concretezza. Solo i geni posseggono entrambe queste doti in misura sublime mentre ognuno di noi eccelle o nell’una o nell’altra. Ma se un individuo particolarmente fantasioso (anche se poco concreto) agisce insieme a un individuo particolarmente concreto (anche se poco fantasioso) ecco che, alla mancanza di un genio individuale, supplisce la formazione di una coppia geniale. E l’effetto si moltiplica se invece di far lavorare insieme una sola persona fantasiosa con una sola persona concreta, si passa a gruppi più folti di fantasiosi e concreti, accortamente organizzati. Dunque, produrre creatività in una cooperativa come Eta Beta consiste nel formare dei mix sapienti di sognatori, visionari, utopisti, che interagiscono con pratici, pragmatici, realisti, ciascuno coerente con se stesso e fedele alla propria vocazione naturale. Consiste nel creare un clima di reciproca tolleranza, stima e cooperazione. Consiste nel

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rendere questo clima incandescente grazie a una missione condivisa e una leadership carismatica. Consiste nel mantenere un clima antiburocratico, attento alla dimensione etica ed estetica, capace di praticare modalità ludiche di lavoro, di trasformare i vincoli in opportunità, i conflitti in stimoli, l'agonismo in collaborazione. Un’organizzazione alimentata dalla libertà di espressione e di azione, felice del suo contagioso entusiasmo.

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Pierpaolo Forte

Desti a me quest’anima divina e poi la imprigionasti in un corpo debole e fragile.

L'essere umano è fragile, la condizione umana ci fa essere, biologicamente, limitati.

Siamo fragili, anzitutto, alla nascita, e per un tempo lunghissimo, ben superiore a tanti altri viventi, e non per caso maneggiamo i neonati con attenzione, cautela, talvolta timore; siamo fragili da adolescenti, sempre per un lungo periodo, e quando finalmente diventiamo adulti verifichiamo quanto siamo scarsi in velocità, forza, vello, dimensione, affilatezza, acutezza ed efficacia delle armi difensive naturali del nostro corpo. L'assemblaggio del super-organismo che siamo può avere difetti, debilità, ed entriamo in contatto con innumerevoli altre forme di vita, e subiamo anche continui attacchi, ed incidenti; da malati, feriti, lesi, addolorati, soli, vecchi, la fragilità può diventare dominante, strutturale, organica, persino definitiva.

Insomma, considerato sul piano meramente biologico, l'"animal grazioso e benigno" che siamo è talmente fragile che non dovrebbe avere speranza di

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sopravvivere, e non solo come individuo, ma come specie.

E tuttavia siamo qui, numerosi e longevi come mai prima, potenti al punto da avere la presunzione di avvelenare il pianeta e persino lo spazio profondo con la nostra ingombrante presenza, e ritenere di essere la causa di mutazioni epocali, apocalittiche.

E ciò perché della fragilità abbiamo, anzitutto preso coscienza, e poi desiderato di fronteggiarla; se è vero che il desiderio è presenza di un'assenza, ciò di cui avvertiamo molta mancanza è, se non proprio l'infrangibilità, almeno una riduzione della vulnerabilità, una possibilità di difesa e di continenza, ed abbiamo così fatto appello ad altre risorse, a potenziamenti dovuti a strumenti, protesi, congegni, "device".

È ingenuo, perciò, pensare che la tecnologia sia una novità propria del nostro tempo, perché da sempre il Sapiens ha escogitato dispositivi che hanno consentito l'amplificazione delle proprie capacità, o il miglioramento dei contesti di vita, in una continua ed inesauribile ricerca di solidità, di infrangibilità; come altri viventi, in effetti, abbiamo usato tane, ma – poi – abbiamo preso a riscaldarle, illuminarle, ammobiliarle, decorarle, abbellirle; oppure, non siamo certo gli unici ad aver un linguaggio, ma non conosco altri che abbiano qualcosa che assomigli ad una radio, accorrano a radunarsi per uno spettacolo, e non ho mai visto altri che umani intenti a

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leggere libri, scolpire, dipingere, creare musica, e poi suonarla ed ascoltarla, magari registrata e trasmessa infinite volte tramite sofisticati congegni, parlarsi al telefono, guardandosi pure per il tramite di uno schermo, sottoporsi ad una risonanza magnetica, intentare cause e celebrare processi, sfidarsi in una gara in motocicletta, sbarcare sulla Luna, con l'ambizione di farlo su Marte.

Insomma, sin dal primo tra noi che, approfittando del pollice opponibile e delle altre caratteristiche della mano, ha impugnato un bastone ed ha preso a farne un multiuso, scavando, difendendosi, colpendo, indicando, appoggiandosi, ma anche battendo, generando suoni, dipingendo, e ingiungendo, ordinando e vietando, sin da allora non abbiamo fatto che desiderare, immaginare, sperimentare e sviluppare device e crearne di nuovi, così che seppure il presente ci apparisse affollato come mai prima di apparecchiature, non sarebbe, in sé, che una tappa nel percorso della natura umana: "né animali né dei", siamo insomma creature naturalmente tecnologiche, cyborg istintivi, nel senso che accresciamo ostinatamente, e potrebbe dirsi da sempre, le nostre capacità naturali e la nostra biologia con strumenti escogitati e coerenti coi nostri bisogni, agenti di riduzione della nostra caducità congenita. La fragilità della condizione umana, sospesa tra tendenza a controllare la natura, e subordinazione alle sue forze maggiori, perciò, è antropopoietica, ci ha

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indotto ad essere ciò che siamo, e a diventare ciò che saremo, e non stupisce che ricorra così tanto nella nostra immaginazione, nei nostri discorsi, nel nostro linguaggio, e nella costruzione degli oggetti che non esisterebbero se non ci fossero gli umani. Così, uno può essere fragile di salute, di nervi, soffrire di fragilità psichica, o cognitiva; ma può essere fragile una teoria o un’argomentazione, una motivazione che non convince, possono essere fragili i sentimenti, le sensazioni, si possono avere fragili speranze, o vivere una fragile felicità, perché fragile può essere un rapporto, un'amicizia, un matrimonio, come anche i sistemi politici, le democrazie, i diritti, persino gli stessi Stati.

Non è un caso, poi, che la pietra che consideriamo più preziosa, il diamante, è tale perché non si frammenta, e tuttavia, a parere di Martha C. Nussbaum, una che ne sa qualcosa, "un diamante non potrebbe avere la bellezza di un ciliegio in fiore", giacché "una parte della particolare bellezza posseduta dall’eccellenza umana consiste proprio nella sua vulnerabilità".

Eppure, guarda un po', il diamante viene estratto in miniera mandando in pezzi tutto ciò che gli sta attorno, e viene a sua volta usato per spaccare e frantumare, incidere e levigare: come a dire, l'infrangibile acquisito frangendo ed usato per frangere, per generare frazioni.

La frazione non è solo una struttura decisiva del-

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la matematica, o un'area del territorio comunale, è anche il processo (detto non per caso divisione cellulare) grazie al quale le cellule, frazionandosi, fanno crescere e rinnovare gli organismi, ed è alla base della riproduzione. Quando invece incontra il più duro, la frangibilità genera frantumi, brandelli, schegge, cocci, briciole, parti e particelle; si frangono i flutti (ed anche i flûte, nei brindisi à la russe come nei matrimoni ebraici), e le olive (non a caso nel frantoio), e spezie e droghe di ogni tipo, e i chicchi di caffè, ed in generale tutto ciò che riduciamo, ed usiamo, in pezzettini minuscoli, tritati al punto che, talora, divengono polveri, o persino liquidi.

Ma fra tutti i residui della frazione, quello più fascinoso è il frammento; non tanto quando sia uno dei pezzi in cui un oggetto, di vetro, di ceramica, d’osso, di pietra, s’è rotto, quanto allorché si tratta di rimanenze di opere e manufatti provenienti da passati remoti, ed è tutto ciò che ce ne resta (i frammenti del frontone di un tempio, quelli lirici di Saffo, o di Alceo, o quelli giuridici del Digesto giustinianeo), dal quale siamo capaci di ricostruire un mondo; ma anche quelli moderni, e per certi versi intenzionali, come nelle opere dei "frammentisti" novecenteschi, o nelle «Grazie» del Foscolo, meraviglioso esempio di scultura a parole e a lacerti (e specchio frammentato di quella poesia di marmo che sul medesimo tema stava realizzando Cano-

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va, in due splendidi esemplari).

Si danno enti, anche persone, che nascono fragili, sono fatti così, si rompono solo a guardarli; ma in genere preferiamo chiamarli delicati, tanto che, se si tratta di oggetti, della loro fragilità diamo avvisi quando vanno trasportati, gli stessi con cui indichiamo il verso da mantenere nel maneggio degli scatoloni che li recano: ALTO – FRAGILE. Ma tra noi c'è chi invece si sente particolarmente coriaceo, preferisce spezzarsi piuttosto che piegarsi ("frangar non flectar"); a costoro suggerisco di considerare che, nella scienza dei materiali, il contrario di "fragile" non è, come nel linguaggio naturale, "infrangibile", "resistente", o "robusto", o "solido", e nemmeno "sicuro", "stabile" o "durevole". No, in quegli ambiti un materiale che non è fragile viene detto "duttile", e perciò anche "resiliente", a causa della capacità di assorbire energia se sottoposto a deformazione elastica, in breve di subire urti senza rompersi, di sopravvivere, insomma, in un modo o nell'altro alle avversità più contundenti, o come si dice dalle mie parti, "farsi secco ma non morire".

E sembra una strategia molto adatta al nostro tempo, se la resilienza è divenuta, oltre che una base terapeutica in psicologia per fare fronte in maniera positiva ad eventi traumatici, restando reattivi e disponibili alle opportunità positive che la vita sempre offre, un approccio politico molto diffuso, al punto che la parola è ormai un buzzword, una sorta

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di simbolo, un marchio che connota la stagione che viviamo, oltre che i molti miliardi che vengono investiti in Europa in questi anni col suo nome. Personalmente, tuttavia, continuo a preferire l'antico significato pre-scientifico del verbo latino resilire, "rimbalzare" (un'accezione che si rinviene ancora all’inizio del XVIII secolo, ad esempio, in una epistola di Cartesio a Mersenne, nel "Lexicon Philosophicum" di Stephanus Chauvin, o nel "Delle lezioni di commercio o sia d’economia civile" di Antonio Genovesi, di poco successivo).

E ciò perché mi sembra si adatti bene all'esperienza umana, che purtroppo non può escludere di dover sperimentare discese in abissi, talora anche profondi, di dolore, tristezza, difficoltà, sino alla soglia della disperazione, della frantumazione; ma è proprio lì, in quel fondo, che a tutti noi tocca, appunto, trovare il modo di rimbalzare, con ogni mezzo, anche a costo di prendersi per il codino, e tirarsi su dalle sabbie mobili più nere, come il barone di Münchausen.

Perché, appunto, alla fragilità inevitabile della nostra condizione noi reagiamo, anche con la fantasia e l'immaginazione.

Perché siamo Umani.

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FRAGILE. A chi non è capitato di leggere questa scritta, posta in evidenza sulla scatola ordinata da alcuni giorni e appena giunta, che avverte della presenza di oggetti fragili? Gli spedizionieri e i corrieri, prima di noi, l’hanno trattata con cura. Con altrettanta cura noi apriamo la scatola e estraiamo il contenuto, di cui la fragilità è non solo una caratteristica, ma spesso contribuisce ad accentuarne il valore e la preziosità. Attorno agli oggetti fragili abbiamo costruito una catena di cura che parte dalla produzione fino alla loro destinazione finale.

Per le persone fragili funziona così? No. Le persone fragili sono considerate, all’interno della logica efficientistica e binaria dominante, persone deboli, che mancano di qualche cosa di essenziale in un mondo che si autoproclama abitato da persone forti, robuste, solide, efficienti, resistenti, emotivamente corazzate, sicure, che sanno quello

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che vogliono, che non sbagliano. Domina il mito di esseri umani e sufficienti a se stessi.

Nell’immaginario e nella percezione dominanti della società le persone fragili rallentano e intralciano la marcia del progresso, basato sull’efficienza dei mezzi e non sull’etica dei fini. A livello delle singole persone la fragilità fa paura perché è l’immagine riflessa di noi stessi che non vorremo mai vedere e che consideriamo deformata. Ci allontaniamo da chi è fragile, lo sfuggiamo, gli neghiamo la mano e per assecondarci la società ha creato istituzioni totali nelle quali la fragilità viene tenuta nascosta e lontana dal nostro sguardo, per evitarci l’eventuale minimo senso di colpa.

Quando poi la fragilità tocca direttamente la nostra persona, l’autorappresentazione che abbiamo di noi stessi è di non adeguatezza ai canoni dominanti del vivere contemporaneo, di assenza, debolezza, incapacità e inutilità, ci assale una percezione di colpa non espiabile, sentiamo di non essere appropriati e attrezzati alla corsa della vita che premia solo il vincitore e i primi. Ci sentiamo inesorabilmente perdenti e falliti e allora non ci rimane che rompere lo specchio che riflette e rimanda alla società questa nostra immagine inadeguata. Le persone fragili quando non sono rinchiuse nelle istituzioni

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totali si costruiscono, loro, la propria personale segregazione dove sopravvivere: il più delle volte si autoescludono ed evitano gli altri per paura di sguardi di incomprensione e ostilità, di essere derise, criticate, rimproverate, colpevolizzate, emarginate. Si autocondannano a vivere come ombre in una società di luce perenne, naturale e artificiale. La logica binaria fragile o non-fragile; fragile o sicura; fragile o forte non è appropriata agli esseri umani che vivono invece la vita in un continuum tra stati d’animo contrastanti, oggi deboli domani sicuri, poi di nuovo deboli anche alla luce delle prove della vita e del destino. La nostra natura, in quanto umana (finché prevarrà il lato umano su innesti tecnologici mutanti) è, in primo luogo, non perfetta e fragile. Fragile come quell’oggetto che abbiamo estratto con tanta attenzione e cura dal pacco appena ricevuto.

Allora perché non trattare le persone fragili con la cura che dedichiamo agli oggetti fragili? Perché non vedere in filigrana su ogni persona fragile la scritta TRATTARE CON CURA? Perché non provare a leggere la realtà e guardare noi stessi e chi ci circonda con la lente della fragilità?

Con la nostra comprensione, vicinanza e condivisione, accettazione di ciò che ci appare oscuro, con l’ascolto empatico che rende capaci

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di condividere le emozioni, la persona fragile può trovare le ragioni di rimettersi in cammino con lentezza, circospezione e speranza per superare i propri timori e iniziare a smontare il recinto in cui si era rinchiusa. E una volta fuori dal recinto non deve (rin)negare la propria fragilità ma imparare ad abitarla, a farla compagna della propria vita, a renderla una lente attraverso la quale guardare al fondo delle persone e del mondo, a domandare e pretendere che venga rispettata come sostanza e diritto della nostra umanità.

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Ci sono modi diversi di intendere la fragilità. Alcuni sono più tipicamente mentali (come si vedrà, non mi riferisco al significato psicologico di questo termine). Altri, invece, sono più tipicamente fisici, e riguardano la fragilità dei corpi e della materia. Il vetro, che è componente essenziale dell’opera di Joan Crous, è direttamente fragile dal secondo punto di vista. In maniera simile, lo è il mio corpo che invecchia, e, se vogliamo, l’essenza stessa dell’essere umano caratterizzato come è dalla mortalità e dalla morbilità. Questa è, con ogni probabilità, la maniera più immediata e diretta in cui percepiamo la fragilità. In questa breve nota, invece, vorrei parlarvi della fragilità dal primo punto di vista, in maniera che di certo è – perlomeno prima facie – meno consuetudinaria e forse persino stravagante. La ho dapprima definita “mentale”. Non so bene, in realtà, se questo sia il termine adatto e non dovrei parlare piuttosto di una visione astratta. O forse ancora – in questo modo rilevando la mia deformazione profes-

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sionale – si tratta semplicemente di una concezione vagamente filosofica della fragilità. Ma, nonostante questa premessa metta in evidenza qualche esitazione o dubbio, mi pare arrivato il momento di sciogliere le riserve o in ogni caso di dire di che si tratta: qui parlerò di fragilità pur sempre dal punto di vista dell’umano, ma in una prospettiva prettamente intellettuale. Se volessi dirlo esplicitamente, suggerirei che la fragilità che ho in mente riguarda una certa debolezza del pensiero umano. No, non ho in mente l’abbondanza di bullshit cui siamo sottoposti, né la stupidità, da cui siamo circondati e che spesso ci appare dilagante, ma invece qualcosa di meno episodico e di sostanzialmente indipendente dalle carenze dei singoli e dei gruppi. Ciò cui mi riferisco è qualcosa di diverso, e riguarda la nostra sostanziale incapacità di controllo. Volendo dirlo en philosophe, direi che si tratta di una fragilità intrinseca all’idea di normativo. Eh si, lo ammetto, così non si fa un grande passo in avanti, e la nebbia che avvolgeva la mia idea di fragilità non si è diradata. Per farlo un passo in avanti, comincio con il chiarire che la normatività altro non è che il modo condiviso e prevalente in cui alcuni principi guida ci propongono un percorso corretto sia dal punto di vista logico-cognitivo che da quello etico. Senza i criteri che ne conseguono, in sostanza, non sapremmo più come orientarci né dal punto di vista del pensiero (e del linguaggio) né da quello dell’azione (e del

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comportamento). Questo significa che un’aliquota di normatività è per noi indispensabile, se vogliamo funzionare decentemente. Si tratta, in altre parole, di una sorta di bussola necessaria per navigare nel mare vasto dell’esistenza. La fragilità – come la voglio sottoporre al vostro giudizio – dipende proprio dall’insicurezza con cui, spesso troppo spesso, siamo costretti a guardare alla normatività così intesa. Lo ripeto, non penso a un’insicurezza contingente ma piuttosto a una modalità essenziale. Che ci induce a credere che i principi guida della conoscenza e della morale siano inadeguati, imperfetti, addirittura fuorvianti. Cosa che, se vera, non può che generare profonda fragilità esistenziale. È, in fondo, questa la ragione per cui Martha Nussbaum - in uno dei più bei libri filosofici sulla fragilità - ha tessuto l’elogio di Aristotele, in questo caso contrapposto a Platone, come pensatore della contaminazione, e per la sua enfasi sul contesto concreto, le emozioni e la cura degli altri. Così facendo, Nussbaum, nonostante un generico impegno a favore dell’universalismo, rigetta l’idea di verità morale. In tal modo, Aristotele si rivela capace di non tenere l’universo normativo – che è poi quello del come si dovrebbe pensare, agire e così via – separato da quello della vita come esperienza e realtà. Questa stessa fragilità è, se lasciamo spazio all’immaginazione, simile al motivo per cui uno dei più grandi filosofi del Novecento metteva l’angoscia al centro

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della vita dell’esserci di quell’ente tutt’affatto idiosincratico che è l’essere umano. Fragilità che, così intesa, è figlia dell’assurdo. Un assurdo che non possiamo non sentire fondante - esistenzialmente parlando - quando riflettiamo sul rapporto inevitabile e oscuro che sussiste tra il nostro farsi un’idea e l’esperire effettivo che caratterizza l’essere nel mondo. La realtà, le cose, le persone, i fatti, tutto ciò che è, sembrano resistere ostinatamente al nostro volere indirizzare pensieri e azioni in una qualche direzione non arbitraria. Gettati in un universo fatto di alterità spesso incomprensibile, la bussola normativa di cui si diceva spesso perde senso. E noi, di conseguenza, ci sentiamo affatto smarriti. E, perciò stesso, fragili. Come dicevo, questa fragilità astratta e filosofica concerne sia la logica, il come dovremmo pensare, sia l’azione, il come dovremmo comportarci. Nel caso del pensiero, la fragilità si rivela come un modo della complessità del reale che sopravanza ontologicamente la capacità cognitiva. È qualcosa in più del pur robusto disagio intellettuale che ci può cogliere quando cerchiamo di capire il modo in cui la fisica dei quanti perturba il senso comune. Sto piuttosto parlando di un’incertezza fondamentale, che a ben pensare è forse la caratteristica essenziale di quello che in ultima analisi siamo. Essere umani implica essere cognitivamente fragili. Ma le cose non cambiano, se riflettiamo sulla normatività etica. Possiamo davvero fidarci

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degli imperativi che dovrebbero guidare la nostra azione? Oppure, la sorte morale è decisiva nella valutazione di ogni comportamento eticamente rilevante. La sorte morale consiste nel fatto che un agente viene di solito valutato dal punto di vista etico in base a espressioni e comportamenti che, dopo analisi, si rivelano non essere sotto suo controllo. Cosa quest’ultima che, se vera, metterebbe in serissima difficoltà ogni aspettativa normativa. Gauguin, partendo per mari lontani, lasciò la moglie in Francia senza risorse e affetti, cosa che la condusse alla morte. Facciamo fatica a condannarlo perché era un genio, e i geni hanno percorsi che non è facile giudicare da un punto di vista comune. Ma se

come ha suggerito Bernard Williams – il caso avesse voluto un Gauguin incapace di arte, come lo è un imbrattatele pretenzioso, non dovremmo rivedere il nostro giudizio di tendenziale assoluzione per la sofferenza imposta alla moglie? Fatto è che a priori non si può sapere se Guaguin sia un grande artista o meno. Solo la storia, a posteriori, ce lo può dire. Ma questo vuol dire che le valutazioni etiche, il nucleo della normatività morale, dipendono con forza dal caso. Cosa che, ancora una volta, rivela tutta la fragilità che caratterizza l’umana esistenza. Ho detto all’inizio che avrei palato di fragilità mentale e non fisica. E, pensando all’opera di Crous, ho aggiunto che il vetro è parte di una fragilità diversa e fisica. Se però riflettiamo sul fatto che per Plato-

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ne l’etimo di psychè, cioè dell’anima o della mente, deriva da una sorta di soffio e che anche per il vetro il soffiare è parte del processo, allora ne possiamo dedurre in via di tentativo due conclusioni. La prima suggerisce che tra i due modi di intendere la fragilità, quello mentale e quello fisico, non c’è poi tanta differenza. La seconda induce a credere che Joan Crous ha scelto il vetro come medium della sua opera proprio perché può legare le sue due attività, quella di artista e quella di operatore sociale.

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Tutto è soggetto al divenire. L’universo, il mondo di cui facciamo esperienza, la vita umana sono in continua trasformazione e tutto ciò che l’uomo produce, anche il design, merita di appartenere a questa evoluzione. Sperimentare significa seguire questo moto di espansione, forse destinato a non fermarsi mai. Man mano che si procede l’uomo ha bisogno di creare nuove idee di sviluppo, di capire quali possono essere le sue ambizioni e di sfidare la propria identità.

C’è spesso troppa distanza tra l’intimo mondo del progetto e il disincantato mondo consumista della produzione, dell’uso e della distruzione.  La consapevolezza della fragilità del mondo e delle cose dà al designer, all'architetto e al falegname il potere di rigenerarle.

Mi piacerebbe ricaricare i prodotti di una valenza più ricca di sentimenti e umanità, estirpando l'indifferenza dello standardizzato prodotto di massa. Mi piacerebbe riuscire a ottenere oggetti che

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non si scaricano nelle varie fasi della comunicazione, diffusione, distribuzione, vendita, uso e abbandono, inevitabile per gli oggetti che non comunicano più nulla. Mi piacerebbe forse più di tutto agguantare l’ambizione di poter vivere la professione un po’ meno da “professionista” e un po’ più da “artigiano”.

Mi è sempre rimasta ideale la condizione di “creare” e “produrre” contemporaneamente e la realizzo oggi, con l’aiuto dei bravi artigiani italiani, trasformando il mio studio in una specie di bottega di artista rinascimentale.

“La mano è ciò che rende visibile, corporeo e grave il pensiero”. “La mano è lo strumento che realizza una visione”.

“Pensare con le mani è concepire in atti”.

Denis De Rougemont, Pensare con le mani, 1936-37

Le mie ispirazioni più grandi arrivano dalle combinazioni più strane e inaspettate di diverse posizioni culturali, tecniche, scientifiche e artistiche. Il mondo è sempre più un grande brodo dove tutto si combina e dove l'abilità consiste nel captare aggregazioni mai prese in considerazione prima.

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Cos'è do ut do ?

“Do ut do è un movimento morale e raggruppa opere che non hanno logica di stare insieme dal punto di vista estetico […] e il logo ‘do ut do’ ha reso dadaista il raggruppamento.”

“Partecipo a do ut do da tre edizioni. Ogni volta è stata una novità perché le edizioni continuano a cambiare formula diventando sempre più complesse, da piccole raccolte di opere, che all'inizio erano multiple, sono passate a ricerche sull'architettura e poi a opere d'arte di una certa complessità."

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do ut do

è una biennale di iniziative culturali che unisce arte ed etica, creato a Bologna da Alessandra

D’Innocenzo nel 2011 all’interno delle attività di raccolta fondi della Associazione Amici della Fondazione Hòspice MT. Chiantore Seràgnoli a favore della Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli Onlus.

Il comitato do ut do, che Alessandra presiede, crea eventi dedicati all’arte, al design e alle eccellenze della cultura, coinvolgendo artisti, gallerie, istituzioni, imprese, collezionisti. Ogni edizione è maturata sull’esperienza di quelle precedenti, in un crescendo di generosità di tutti i soggetti coinvolti; do ut do è un movimento che sottolinea il potere che ognuno di noi ha nel momento in cui si unisce per generare una sensibilità collettiva responsabile nei confronti della propria comunità.

www.doutdo.it - Facebook: doutdo

Tutte le opere sono presenti anche in Google Arts & Culture: artsandculture.google.com

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Le biennali do ut do

2012 Dare per dare

Prima edizione di do ut do, nome coniato da Alessandro Bergonzoni riflettendo proprio sul fine del progetto che è quello di donare per il solo fine di donare: ecco allora dare per dare, “do ut do”.

2014 Design per Hospice

Si potrebbe definire il design come il linguaggio della differenza perché è in grado, anche più dell’arte, di rispettare gli elementi fondamentali di una forma, di un oggetto già memorizzato, reinventandolo all’infinito… (Aldo Colonetti)

2016 I Valori dell’Abitare

Il Palazzo disegnato da Alessandro Mendini per do ut do ha una facciata fiabesca, indica l’attitudine poetica con la quale viene svolta periodicamente l’attività del dono, gesto di apertura, di disponibilità.

2018 La morale dei singoli

Crediamo che le società contemporanee abbiano bisogno di una rivoluzione etica che parta dai singoli. Un movimento che ricostruisca il potere che ognuno di noi ha nel momento in cui si unisce per generare una sensibilità collettiva responsabile nei confronti della propria comunità.

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2021 NINO

Via Elio Bernardi, 6. Ritratti alla luce di un fiammifero.

Mostra delle 596 immagini degli amici di Nino Migliori, esposte al Museo Civico Archeologico di Bologna, e il mobile "NINO", opera unica, progettato da Michele de Lucchi e prodotto da ALPI con legno disegnato da Ettore Sottsass, che contiene libro d’artista di tutte le foto esposte nella mostra, realizzato a mano da Sandra Varisco. Il libro d'artista è composto da 12 volumi e 60 leporelli, una vera opera d’arte, risultato dell’eccellenza della antica tradizione italiana della rilegatura d’arte.

2023 Fragilità

Siamo fragili, tutto è fragile intorno a noi. Se però accettiamo la nostra fragilità possiamo trasformare l’apparente vulnerabilità nel suo opposto. La storia umana lo ha dimostrato. E la nostra fragilità diventa agilità consapevole che, se crea intorno a sé una comunità, può produrre risultati innovativi e potenti e la vulnerabilità dei singoli si trasforma in forza collettiva per difendere valori condivisi e il bene comune. Il concetto di fragilità è rappresentata dall'opera in vetro fuso di Joan Crous, in una installazione di Michele de Lucchi.

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Foto di Giovanni Gastel dal titolo LA SCUOLA DI ATENE (2019) con alcuni degli amici di do ut do 2018 (molti non sono riusciti ad essere nello studio Gastel in quei giorni) . La foto è visibile qui: www.doutdo.it/opera/la-scuola-di-atene

Un tavolo è un piano di terra sollevato diceva Mario Merz, qualcosa di primario ancora fortemente legato all’organico che aggancia il lavoro artistico all’umano. Il tavolo è il luogo in cui l’opera d’arte nasce sotto forma di progetto o di disegno, uno strumento grazie al quale l’artista mette a fuoco le sue intuizioni, ma è anche un elemento legato alla vita e ai suoi riti quotidiani, lo spazio intorno al quale ci si mette in relazione con gli altri. La foto che Giovanni Gastel ha realizzato per la quarta edizione di do ut do, facendo propria la tradizione che il tavolo ha avuto nell’arte contemporanea, assume tale duplicità riconducendo la dimensione intima e quella collettiva in unico spazio visivo e morale. Uno a uno vediamo raccogliersi intorno al un lungo tavolo bianco tutti gli attori di do ut do, ciascuno portatore della propria presenza individuale e al contempo disposto in relazione all’altro, interno e esterno alla scena. Lo stesso fotografo, scegliendo di partecipare al dispositivo scenico innescato, svela un assunto centrale del linguaggio artistico che do ut do mostra di cogliere fino in fondo: dal gioco dell’arte nessuno può dirsi escluso, poiché ognuno – attore o spettatore, autore o fruitore – è chiamato a fare la propria parte senza distinzioni di ruoli. I segni distribuiti sul piano dell’immagine e affidati ai diversi interpreti in scena stanno lì a ricordarcelo, funzionando come un invito a partecipare a un rito che investendo la morale di ognuno diviene gesto collettivo.

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Al centro, con le ali, la presidente Alessandra D’Innocenzo

in piedi

Mario Cucinella

Loris Cecchini

Lavinia Savini

Jacopo Foggini

Francesca Buscaroli

Claudio Silvestrin

Roberto Fassone

Stefano Giovannoni

Massimo Giacon

Alessandro Mendini

Daniele Innamorato

Duilio Forte

Aldo Cibic

Nicola Martelli

Giovanni Gastel

Carlo Valsecchi

Nicola Bedogni

Fulvia Mendini

Stefano Casciani

Christina Hamel

Alessandra Zucchi

Alessandro Guerriero

seduti

Davide Rondoni

Emiliana Martinelli

Nino Migliori

Valeria Monti

Marcello Jori

Massimo Giacon

Terri Pecora

Mimmo Jodice

Nanda Vigo

Maurizio Marinelli

Andrew Leslie

Julia Krahn

Michele De Lucchi

Katja Noppes

La corona di spine indossata

da Alessandra è un'opera di

Cuoghi Corsello

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Associazione

Amici della Fondazione

Hospice MT. Chiantore Seràgnoli

La Fondazione Hospice MT. Chiantore Seràgnoli Onlus è una organizzazione non profit che opera con l’obiettivo di migliorare la qualità della vita e alleviare la sofferenza dei pazienti con malattie inguaribili fornendo assistenza presso strutture sanitarie dedicate: Hospice Bentivoglio, Hospice Bellaria, Hospice Casalecchio e Hospice Pediatrico (di riferimento regionale, attualmente in fase di realizzazione), progetto di Renzo Piano.

La Fondazione integra i servizi sanitari con programmi di formazione e ricerca promossi dall’Accademia delle Scienze di Medicina Palliativa. Le aree di intervento riguardano l’assistenza, residenziale e ambulatoriale, la formazione dei professionisti, la ricerca e la divulgazione delle cure palliative.

I servizi offerti sono completamente gratuiti grazie all’accreditamento con il Servizio Sanitario Nazionale e alle attività di raccolta fondi, tra cui gli eventi della Associazione Amici della Fondazione Hòspice

MT. Chiantore Seràgnoli, di cui do ut do fa parte.

L'Associazione Amici è stata creata nel 2004 ed è presieduta, dalla sua fondazione, da Vera Negri

Zamagni.

www.fondhs.org - www.asmepa.org

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Vera Negri Zamagni

Presidente

Niente come il vetro rappresenta ad un tempo la capacità umana di essere creativi e la fragilità dell’umano. Il vetro infatti svolge ruoli altamente nobili per l’uomo, dagli occhiali alle finestre, dai bicchieri ai telescopi, dai parabrezza ai lampadari per continuare con i manufatti più artistici e diversi che l’immaginazione umana può concepire. Al tempo stesso il vetro può però andare in mille pezzi e, come Hampty Dumpty, diventare irreparabile. Oggi non si comprendono più i concetti di “precauzione”, che può evitare l’irreparabile, e di “cura”, che aiuta l’esistente a mantenersi nella sua forma migliore. Grazie a Joan Crous e a do ut do per creare arte che ci ricorda le dimensioni più vere dell’umano e alla Fondazione Hospice

Seràgnoli per quella “cura” che pratica anche e soprattutto nelle più irreparabili condizioni di fragilità.

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Biografie

Joan Crous

di origine catalana, vive e lavora da oltre 25 anni a Bologna. È laureato in Storia e frequenta l'Accademia d'Arte Massana a Barcellona. Si specializza nel campo del vetro visitando realtà internazionali (Strasburgo, Praga, Montreal, Stati Uniti ...) e approfondendo tecniche diverse, tra le quali conservazione e restauro. Il momento fondamentale della sua traiettoria artistica si ha nel 1994 quando mette a punto una tecnica di lavorazione del vetro del tutto personale. L'innvoazione tecnica si sposa perfettamente ad un concetto di fragilità dell'operare umano e di fugacità temporale. Realizza quindi diversi progetti, esposti in varie parti del mondo. Il Progetto "Cenae", iniziato nel 1996 è la testimonianza poetica del momento conviviale del pasto. Si avvale di un dialogo costante con diverse istituzioni culturali (Università in particolare) e con cuochi stellati (Joan Roca in particolare). Molte opere di questo ciclo sono presenti presso fondazioni, istituti e collezionisti. Dal 1999 fonda, insieme alla moglie

Giovanna Bubbico, la cooperativa sociale ETA BETA che si occupa di interventi socio riabilitativi attraverso l'arte e l'artigianato.

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Gianluca Riccio

è storico dell’arte e curatore. Professore di Storia dell’arte contemporanea presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, dove, dal 2023, dirige Artinmove. Riccio

è docente presso il Master of Art della Luiss Buisness School e Reasercher dell’Osservatorio di etica pubblica Ethos presso lo stesso ateneo. Ha insegnato Storia dell’Arte in Università e Accademie italiane (Napoli, Salerno, Roma, Teramo, Catanzaro). Ha lavorato in diversi musei e fondazioni culturali italiane ricoprendo incarichi di curatela (Fondazione Banco di Napoli), di direzione e coordinamento di progetti di ricerca, formazione e produzione artistica (Macro-Roma, Madre-Napoli, Fond. Giordano Bruno), e di gestione culturale (Fondazione Real Sito di Carditello).

Ha curato mostre personali, collettive e progetti

(A. Mendini, A. Branzi, A. Biasiucci, L. Ghirri, E. Prampolini, G. Uncini, M. Martone, R. Mambor, S. Arienti, L. Moro, I. Mahama). È direttore artistico del Festival del Paesaggio di Capri da lui fondato nel 2016.

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Domenico De Masi

è Professore emerito di Sociologia del lavoro presso l'Università "La Sapienza" di Roma. Ha fondato la S3-Studium, società di consulenza organizzativa, di cui è stato direttore scientifico. È membro del Comitato Scientifico della Fondazione Veronesi. È stato preside della Facoltà di Scienze della Comunicazione dell'Università "La Sapienza" di Roma, dove ha insegnato Sociologia del lavoro; presidente dell'IN/ARCH, Istituto Italiano di Architettura; fondatore e presidente della SIT, Società italiana telelavoro; presidente dell'AIF, Associazione Italiana Formatori. Ha pubblicato numerosi saggi di sociologia urbana, dello sviluppo, del lavoro, dell'organizzazione, dei macro-sistemi. È membro del Comitato scientifico della rivista "Sociologia del lavoro".

Collabora con le maggiori aziende e con le maggiori testate italiane.

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Pierpaolo Forte

è ordinario di Diritto amministrativo presso l'Università degli studi del Sannio di Benevento, presso la quale è direttore della Biblioteca centralizzata di Ateneo.

È attualmente membro del consiglio di amministrazione del Parco archeologico di Pompei, di quello della Fondazione Antonio Morra Greco di Napoli, e del comitato direttivo di Federculture, presso cui coordina la Commissione legislativa; è, tra altro, componente del direttivo di Ravello Lab –Colloqui Internazionali, del Comitato scientifico di AITART – Ass. Italiana Archivi d'artista, del Comitato scientifico della Commissione Gestione Imprese della Cultura dell'Ordine dei Dottori Commercialisti di Napoli. Autore di molte pubblicazioni scientifiche, è stato consigliere giuridico del Ministro per i beni e le attività culturali, consigliere di amministrazione della Fondazione Maggio musicale fiorentino e Presidente della Fond. Donnaregina (Museo Madre di Napoli).

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Co-Direttore del Master Digital Marketing and Communication (Bologna Business School – Università di Bologna). Presidente dell’Istituzione Bologna Musei (2017-2021). Pro Rettore alle Relazioni Internazionali, Università di Bologna (2000-2009). Presidente Ass. del Collegio di Cina (2005-2015). Segretario della Magna Charta Observatory (2003-2010). Assessore alla Cultura al Comune di Bologna (1996-1999). È stato docente di Comunicazione di Massa e Sociologia dei Processi culturali all’Università di Bologna (1973 – 2016). Ha trascorso lunghi periodi di ricerca e insegnamento all’estero (Annenberg School of Communications, University of Pennsylvania, Stanford University, Brown University, Tonji University, Shanghai). Ha scritto libri e articoli scientifici, ha partecipato a molti convegni e diretto ricerche internazionali. I suoi interessi accademici e scientifici si sono concentrati sull’approfondimento delle tematiche relative alle conseguenze sociali e individuali dello sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa e alle modifiche che hanno interessato e interessano i diversi ambiti del settore cultura.

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Roberto Grandi

è un Professore di Filosofofia politica presso l'Università Luiss di Roma, ha insegnato per oltre quaranta anni in prestigiose Università del mondo e autore di molti libri e articoli scientifici. È stato

Primo Presidente della Società Italiana di Filosofia Politica, ha fondato la rivista "Filosofia e questioni pubbliche", ha co-fondato e diretto Politeia, è stato Preside di Facoltà e Direttore di Dipartimento (Scienze Politiche alla Luiss), ha fondato e diretto il programma internazionale di PHD (Luiss) e ha coordinato numerosi progetti di ricerca e tradotto e diffuso il pensiero di Rawls in Italia. Consigliere delegato alla Cultura della Regione Campania, Presidente della Fondazione Ravello, Presidente della Scuola di Giornalismo M. Baldini, editorialista di giornali nazionali, direttore di collane, consulente di Confindustria, delegato italiano in Organismi Internazionali, coordinatore scientifico della Fondazione Adriano Olivetti, autore televisivo e ha fondato l'Osservatorio di etica pubblica "Ethos" (Business School Luiss).

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designer, architetto e “falegname”, guida di molti progetti di responsabilità etica e sociale in cui l’architettura e il design, con un approccio umanistico e una visione olistica, mettono al centro del progetto il valore delle relazioni umane in un contesto sostenibile. Negli anni dell'architettura radicale e sperimentale è stato tra i protagonisti di movimenti come Cavart, Alchimia e Memphis. Ha disegnato lampade ed elementi d'arredo per aziende italiane ed europee. È stato responsabile del Design Olivetti dal 1988 al 2002, ha sviluppato progetti per Compaq Computers, Philips, Siemens, Vitra e ha elaborato varie teorie personali sull'evoluzione dell’ufficio. Ha curato molti allestimenti di mostre d'arte e design e progettato edifici per musei in tutto il mondo. Nel 1990 ha creato Produzione

Privata, una piccola impresa in cui disegna prodotti impiegando tecniche e mestieri artigianali. Dal 2004 scolpisce “casette” in legno con la motosega per cercare l’essenzialità della forma architettonica. Nel 2003 il Centre Georges Pompidou di Parigi ha acquisito un rilevante numero dei suoi lavori.

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Alberto Nason

ha conseguito il diploma in disegno industriale presso l’Istituto Europeo di Design, dopo un'esperienza presso lo studio di grafica “Option One” di Londra. Dal 1997 ad oggi, contribuisce allo sviluppo e alla progettazione di numerosi oggetti di "Produzione Privata", il laboratorio sperimentale di Michele De Lucchi fondato nel 1990 per dare continuità all’esperienza Memphis e, soprattutto, per progettare e realizzare oggetti sperimentali, liberi da committenza, con la massima libertà espressiva. I progetti, indipendenti dalle logiche del mercato e dell’industria, hanno origine dal saper fare con le mani tipico dei mestieri artigiani e da una filosofia basata sull’analisi dei bisogni dell’uomo. Nel 2001 avvia “primo laboratorio” un luogo in cui il designer si concentra sulla ricerca di nuove tecniche di lavorazione del vetro. Sempre nel 2001

collabora con l’Istituto Europeo di Design al progetto di tesi con il Prof. Angelo Micheli. Le aziende con cui collabora: Artemide, Domodinamica, AV Mazzega, Arnolfo Di Cambio, Sforzin, Primo Laboratorio, Riva 1920, Sadi, VNason&C, Parise vetro.

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Pubblicato in forma digitale l'8 febbraio 2023 da doutdo.it

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