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NATALE , 48 ANNI DOPO 25 Dicembre 2013


Cara Laura. Quasi quarantacinque anni dopo che ci siamo conosciuti, 10 anni dopo che ti ho scritto, sono un bel tratto di strada. Non so ancora se sufficiente a farsi un’idea delle persone con cui si è camminato. Davvero non lo so. A stento conosciamo noi stessi… E ora che il mio cammino sta per finire, accanto ai compagni di viaggio di sempre, mi e dato di camminare con nuovi viandanti e di scoprire che la nostra vita non potrà mai essere un cammino uguale per tutti.


PUR PERCORRENDO LA MEDESIMA STRADA ‌ ognuno percorre un cammino diverso. E noi costruiamo il nostro cammino giorno per giorno, sulla base di sensazioni e sentimenti, che - se non ci lasciamo prendere mai dalla fretta - ci fanno capire come ogni attimo vissuto abbia arricchito la nostra vita..

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La lettera che hai riletto porta la data del 25 gennaio 2004: anche quell’anno era Natale, e mi accompagnava la metafora della strada. Da allora, ma anche prima, ci sono state molte tavole imbandite con l’attesa vana di riuscire a strappare un sorriso, di regalare un po’ di gioia a quelli che camminavano con noi. Il prezzo che eravamo disposti a pagare per la felicità delle persone che amiamo era alto. Alcuni di noi l’hanno pagato, quel prezzo, rinunciando alla propria felicità per non far soffrire gli altri . Ci siamo caricati sulle spalle uno zaino più grande di quello che mai avremmo pensato di poter portare e abbiamo continuato a camminare.

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Sono davvero felice di leggere le tue parole tanto inattese, quanto immeritate. E se- anche per te- come per innumerevoli persone che sto re- incontrando sul mio cammino, «sono stato una guida preziosa», allora c’è un motivo per cui sono così sereno e pronto a partire.


Mia cara Laura, é vero che ho questo dono di trasmettere con semplicitá e chiarezza i miei pensieri. E’ cosí – del resto – che mi sono guadagnato da vivere. Ma non sono riuscito a farlo con Ornella. Con lei avevo cercato di vivere sulle ali dell’innamoramento, e dell’entusiasmo la mia follia un po’ bambina. Senza mai «pensarci su» e senza calcoli. Senza pensare che avrei dovuto sbarazzarmi di molti pesi e che il mio cammino si sarebbe complicato di nuove responsabilità di fronte alle quali – tuttavia – non sono mai fuggito. Così, io che sono felice guardando la felicità negli occhi di quelli che amo e che mi fanno felice con la gioia che riesco a dar loro, a lei ho solo provocato dolore... Avevo bisogno di un po’ di pace, di tranquillità, di serenità, per non vederla sempre stanca e triste. Lei ha sempre capito e rispettato le mie malinconie, la mia solitudine interiore, ma non il peso dei miei sogni infranti, la mia anima inesorabilmente “divisa” e lacerata, le mie incertezze e i miei sensi di colpa. I miei silenzi. Con lei ho imparato che Amore è sinonimo di Libertà. Che l’uno senza l’altra non esistono. Mi sono illuso di essere sempre stato accanto a lei, di aver sempre trovato il tempo e lo spazio per consentirmi di arrivare là dove la mia storia mi aveva chiamato: lei, Emmanuele, Cristiano. Non ´´e stato coaí. Avrei voluto essere qualcosa di più per Mattia. Ci ho provato moltissimi anni fa, ma la porta non si è mai aperta e resta solo il ricordo amaro del Natale di 3 anni fa. Sì, i nostri figli non sono nostri , ma i figli della vita, ed è la vita che decide per loro… Ammesso che abbiano il privilegio di sognare, il nostro impegno quotidiano non basta a realizzare i loro sogni. Continuo a cercare la felicitá anche per me: é il solo modo per tentare di regalarla anche a coloro che amiamo. Questo vale – oggi piú che mai – anche per te: “se vuoi, puoi, devi” comiciare da capo ! Hai una lunga vita davanti a te. Io l´ho fatto, e ancora, e ancora non mi arrendo. Mi frena solo la responsabilitá di non poter ora poter promettere neppure la normale incertezza e precarietá della umana commedia.


FAME DI VENTO

(*) appunti dal ciclo di lezioni "Anche questo è fame di vento. Cinque voci per Qoèlet" della giovane interessante filosofa Michela Marzano in occasione dell'uscita del suo libro «Avere Fiducia»,.


Su questo mio modo di vivere e di essere, attendo solo il giudizio di Dio, ma so che ad aspettarmi c’è la tenerezza di un padre e di una madre. Non ho paura. E sino all’ultimo istante cerco di fare del mio meglio. Ad accompagnarmi in tutti questi anni é stata la Bibbia, il Qoelet il mio riferimento . Qoelet sono anche io: «Grande sapienza è grande tormento: chi più sa, più soffre», recita il Qohelet (1, 18). Cosí diceva di me anche mia mamma. (*) A che serve d'altronde capire come funziona il mondo e come si comportano gli esseri umani quando poi si scopre che niente cambia, che le ingiustizie continuano, e che tutto è vanità? Non sarebbe meglio mollare la presa e lasciarsi andare allo scorrere della vita senza porsi troppe domande, invece di accrescere la propria conoscenza e il proprio dolore? Fin da piccoli, ci interroghiamo su quello che accade intorno a noi o su quello che ci succede. I bambini non si accontentano quasi mai di fare quello che viene loro chiesto. Vogliono capirne il perché, scoprirne il senso. Assillano gli adulti con le loro domande, anche quando le risposte non arrivano. Più le risposte tardano, più aumenta la voglia di capire. Anche semplicemente per poter mettere un po' di ordine nel mondo che li circonda e talvolta fa loro paura; o per imparare a dare un nome a quello che cominciano a provare e a sentire senza essere travolti dalle emozioni. Anche quando si diventa adulti accrescere la propria conoscenza corrisponde ad un bisogno profondo e intimo: il desiderio di capire cosa vuol dire vivere, come reagire di fronte alle difficoltà, come amare ed essere amati. È per questo che la filosofia, come spiega Karl Jaspers, in fondo non è altro che la questione, riproposta senza fine, del senso e dell'Essere.


Perché l'autore del Qohelet insiste tanto sul legame tra conoscenza e dolore? Interrogarsi sul "senso" e sull'"essere" e imparare a nominare le cose in modo corretto non dovrebbe diminuire la sofferenza che è presente nel mondo, come suggerisce Albert Camus, piuttosto che aumentarla? Certo, tutto dipende da cosa si intende quando si parla di conoscenza. Se per conoscenza ci si riferisce all'accumulazione di nozioni e all'erudizione, il problema della sofferenza probabilmente non si pone…

(*) appunti dal ciclo di lezioni "Anche questo è fame di vento. Cinque voci per Qoèlet" della giovane interessante filosofa Michela Marzano in occasione dell'uscita del suo libro «Avere Fiducia»,.

Quando si parte alla scoperta di se stessi e delle radici del proprio essere, ci si incammina per i sentieri di un continente dove le leggi della logica servono a ben poco. Perché la realtà è troppo complessa per essere rinchiusa all'interno di un sistema perfetto. Nella vita, i conti non tornano quasi mai. E poi il concetto di verità, quando si affrontano i conflitti che scandiscono la nostra esistenza, non è più monolitica, ma complessa, talvolta anche contraddittoria.


E anche se da un punto di vista gnoseologico si trova sempre un modo per spiegare i paradossi di una verità che è al tempo stesso una e molteplice contrapponendo "idea" e "realtà", "essenza" ed "esistenza" – "cosa in sé" e "fenomeno« – da un punto di vista esistenziale il rapporto dell'essere umano alla verità e alla realtà è quasi sempre drammatico. Quando si cercano le parole giuste per spiegare cosa ci tiene in piedi o per comunicare agli altri quello che si prova, il pensiero balbetta e perde il filo. Oppure segue le leggi di una "logica paradossale" che presume che A e non-A non si escludano l'un l'altro, anche quando sono le proprietà di un unico e identico oggetto. Soprattutto quando ci si avventura nell'oscuro mondo del proprio passato, alla ricerca di un momento particolare, di quel punto in cui tutto sarebbe cominciato, allora ci si rende conto che ci si è confrontati con un mistero, con qualcosa che non scopriremo mai. Tanto più che non basta capire per cambiare. Anzi molto spesso, quando si capiscono alcune cose, si acquisisce poi anche la consapevolezza della propria impotenza non solo di fronte a ciò che è stato, ma anche a ciò che sarà. È allora che la sofferenza ci sommerge. Perché si capisce che il passato non passa mai, che non si può ricominciare tutto da capo, che alcuni errori si pagano per sempre, che talvolta non resta altro che l'accettazione. Il problema della conoscenza è che, per capire qualcosa dell'essere umano, si dovrebbe avere il coraggio di guardare in faccia il mistero dell'esistenza, con tutto ciò che esso comporta: splendori, miserie, riso, lacrime. E quindi anche l'umiltà di sapersi confrontare con la propria impotenza, visto che nella vita ci sono tante cose che non dipendono da noi e per le quali non possiamo fare niente. Ma quando ci si scopre impotenti, è inevitabile soffrire. Più conosciamo, più soffriamo. Perché la conoscenza ci mette in contatto con la nostra fragilità e ci obbliga ad accettare i nostri limiti. Perché conoscere non significa dominare. Perché qualcosa ci sfuggirà per sempre. Ecco perché il Qohelet parla di "fame di vento«… il dolore che c'è nella conoscenza. Il concetto del "più so e più soffro". All'incirca. Che sarebbe perfetto se non fosse che nella vita 2+2 non è mai uguale a 4. Nella logica sì, ma nella logica esistenziale i conti non tornano mai. Mai. Come anche il tanto vituperato concetto del do ut des. Anche quello, si diceva, non funziona mai nella vita. Non caratterizza mai veramente le relazioni umane, tutte connotate da asimmetricità. Dunque nella realtà bisogna poter lasciare la presa. Perdere il filo, perché esistono molte domande (le più importanti) destinate a restare sempre senza risposta. Quindi, solo quando "si perde il filo" si può finalmente andare alla ricerca di un senso.


UMA PROMESSA CHE SCORRE Siamo come il fiume, già destinato ad essere foce quando è sorgente: sì nel mio cammino di fiume mi sarebbe piaciuto fossimo stati più uniti, come i quelle foto dei primi anni. Ma non posso dire che mi hai deluso. Il ragionamento è più complesso ed è superato dalla tua promessa che è un viatico eccezionale per me che sto per partire: il seme gettato nel 2004 ha dato i suoi frutti e ora so che se Dio mi chiamerà, ti aiuterà – come ha fatto fin ora – ad andare avanti e risolvere i problemi di questo tempo, e tu ci sarai sempre, accanto a Cristiano, per Emmanuele e per Ornella facendo quello che potrete.


… il libro più originale e scandaloso dell’Antico Testamento, Qohelet: “E il già detto è ancora da ridire, o Qohelet: mai la stessa onda si riversa nel mare e mai la stessa luce si alza sulla rosa: né giunge l’alba che tu non sia già altro!”

«Non ringrazierò mai abbastanza mio papà e mia mamma per uno dei doni più belli, forse il più bello, che io sento mi sia stato dato: la possibilità di studiare e viaggiare tanto, conoscere diverse lingue, diverse culture. Ho così vissuto in tanti luoghi diversi, respirato e sperimentato altri modi di vita. E’ questo ciò che mi ha fatto incontrare, conoscere e amare Vera, che oggi diventa mia moglie. Vera viene dalla Lettonia, fuori dall’Europa, una delle Repubbliche ex Sovietiche. I suoi genitori non sono fra noi non per le migliaia di chilometri che separano le nostre terre, ma a causa delle numerose barriere e diffidenze che si alzano a separare i confini anche di paesi vicini, fratelli fino a ieri. crediamo che l’Amore ci unisce, noi crediamo nella Speranza. Noi crediamo di poter essere testimoni di questo in un mondo che vive invece di spaventosi conflitti etnici, culturali, religiosi e politici senza precedenti».


Valentina Alpe di Siusi

Anastasija e Vera Sci da fondo

Anastasija Alpe di Siusi


Cristiano & Vera Daugavpils

Nonno Ferruccio Russo

Dieda Vladimir

Kalinka


Nastija Ape di Siusi Manolo & Nastija Castelrotto

Scuola di Sci Nastija e Vale

Vera Castelrotto


Alpe di Siusi Ornella, Nastija e Manolo



Natale, 48 anni dopo