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A DIFFERENZA DI MOLTE PERSONE CHE HANNO PAURA DELLA POVERTÀ, SONO SEMPRE STATO ATTRATTO DA ESSA, DALLE COSE SEMPLICI, SENZA SAPERE IL PERCHÉ. NON LE DIFFICOLTÀ, MA L'UMILTÀ DELLE COSE ESSENZIALI. PENSO CHE TUTTO IL SUPERFLUO SIA IRRITANTE. TUTTO CIÒ CHE NON È NECESSARIO DIVENTA GROTTESCO, SOPRATTUTTO NEL NOSTRO TEMPO. PAULO MENDES DA ROCHA

UNLIKE MANY PEOPLE WHO ARE AFRAID OF POVERTY, I HAVE ALWAYS BEEN ATTRACTED TO IT, TO SIMPLE THINGS, WITHOUT KNOWING WHY. NOT HARDSHIP, BUT THE HUMILITY OF ESSENTIAL THINGS. I THINK EVERYTHING SUPERFLUOUS IS IRRITATING. EVERYTHING THAT IS NOT NECESSARY BECOMES GROTESQUE, ESPECIALLY IN OUR TIME.


Michele Salmaso 2


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SI PUÒ MENTIRE CON LE FOTOGRAFIE, SI PUÒ PERFINO DIRE LA VERITÀ, PER QUANTO CIÒ SIA ESTREMAMENTE DIFFICILE. IL LUOGO COMUNE VUOLE CHE LA FOTOGRAFIA SIA SPECCHIO DEL MONDO ED IO CREDO OCCORRA ROVESCIARLO: IL MONDO È LO SPECCHIO DEL FOTOGRAFO. FERDINANDO SCIANNA

ONE CAN TELL LIES USING PHOTOGRAPHY OR ONE CAN EVEN TELL THE TRUTH, HARD AS IT IS. COMMON WISDOM HOLDS THAT PHOTOGRAPHY IS THE WORLD’S MIRROR. I BELIEVE THE REVERSE: THE WORLD IS THE PHOTOGRAPHER’S MIRROR. 4


Rita Rossi


Davide Truffo 6


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Michele Salmaso 8


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Antonio Fenio 10


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Davide Truffo 12


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Antonio Fenio 14


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Michele Vanuzzo 16


Davide Truffo 17


Michele Vanuzzo

Michele Salmaso

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Antonio Fenio

Rita Rossi

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Davide Truffo

Filippo De Liberali 20


Filippo De Liberali

Filippo De Liberali 21


Michele Vanuzzo 22


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Antonio Fenio

Cinzia Clemente 24


Michele Vanuzzo

Michele Vanuzzo 25


Michele Salmaso 26


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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

FREQUENZE VISIVE L’Associazione Culturale di Fotografia e Arti Multimediali Frequenze Visive, fondata nel 2004 a Vigonovo (VE), si occupa della promozione e della diffusione della cultura fotografica attraverso la formazione e progetti tematici tra i quali il più importante è Città d’Europa, avviato nel 2006.

SCATTO DI NECESSITÀ THE NEED TO PHOTOGRAPH LA FOTOGRAFIA È UNA NECESSITÀ?

“Scatto di necessità” è il progetto fotografico nato dalla collaborazione tra Frequenze Visive e Architettando nell’ambito di “Stato di necessità. L’urgenza di progettare il domani”.

Frequenze Visive, a cultural association of photography and visual arts founded at Vigonovo (VE) in 2004, is dedicated to promoting and spreading the culture of photography through education and themebased projects. One of its most important projects is Cities of Europe, a series launched in 2006. “Scatto di necessità” is a photography project born of the collaboration between Frequenze Visive and Architettando, as part of the programme “Matter of necessity. The urgency of building tomorrow”.

L’uomo è il responsabile di ciò che lo circonda: può decidere di costruire, di distruggere, di cambiare e reinterpretare gli spazi e i luoghi agendo di riflesso sulla qualità della sua vita. Il suo corpo è l’unico spazio da cui egli non si può allontanare; irrimediabilmente sempre qui è il luogo reale assoluto.

Fotografie di / Photographs by Antonio Fenio Cinzia Clemente Davide Truffo Filippo De Liberali Michele Salmaso Michele Vanuzzo Rita Rossi

La fotografia crea un altrove attraverso cui egli può vedere se stesso; è necessaria perché rappresenta la memoria storica della bellezza e dell’errore, un archivio inesauribile di ciò che è stato.

www.frequenze-visive.it info@frequenze-visive.it

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Oggi più che mai siamo travolti dalle immagini: tornare all’essenziale, al minimalismo cromatico e di forme, alla purezza dell’immagine, ci sembra la via giusta per arrivare ad uno sguardo positivo e sentimentale sul grande soggetto del nostro lavoro: l’uomo con i suoi bisogni e le sue speranze. Uno sguardo interiore attraverso le nostre suggestioni per svelare la fragilità e i desideri, per guardare al futuro con innocente fiducia.

CURA > “Se passa un giorno in cui non ho fatto qualcosa legato alla fotografia, è come se avessi trascurato qualcosa di essenziale. È come se mi fossi dimenticato di svegliarmi.” (Richard Avedon) Guardarsi e mostrarsi in una fotografia diventa una tappa essenziale lungo il percorso che conduce alla scoperta e alla costruzione identitaria. Fotografia come conoscenza di sé e dei propri bisogni. In risposta alle necessità dell’uomo è fondamentale assumersi la responsabilità di migliorare il mondo fisico da consegnare alle generazioni future. TRANSITORIETÀ > “È strano come l’eternità si lasci captare piuttosto in un

segmento effimero che in una continuità estesa.” (Elsa Morante) La fotografia consente di fermare il tempo e in questo senso si contrappone all’effimero: ciò che è precario viene fissato dando la possibilità di soffermarsi su situazioni e momenti, visioni altrimenti fuggevoli. Essa è forma espressiva e in quanto tale va interpretata: “dietro l’obiettivo lo sguardo si fa proiezione del pensiero e il sentimento si combina alla realtà tanto da rendere qualsiasi immagine un fatto da interpretare, un frammento di un reportage della mente.” INCONTRO > “Fotografare è porre sulla stessa linea di mira la mente, gli occhi e il cuore“ (Henri Cartier Bresson) Uno scatto è già di per sé un incontro tra un soggetto e un autore. I ritmi febbrili della vita di oggi, la pluralità di centri di interesse e le sempre più diffuse forme di contatti virtuali, hanno modificato sensibilmente le relazioni umane e creato nuovi luoghi d’incontro. Soggetti che non si conoscono, compongono relazioni irreali attraverso superfici riflettenti, restando imprigionati in una stessa inquadratura. RICONVERSIONE > “Ciò che la fotografia riproduce all’infinito ha avuto luogo una sola volta: essa ripete meccanicamente ciò che non potrà mai ripetersi esistenzialmente.” (Roland Barthes) Qual’è il rapporto tra architettura e felicità? Dare nuova vita a spazi inutilizzati e abbandonati è una scelta praticata in molte città come possibile alternativa al consumo del territorio. Lo scopo di queste riconversioni è spesso quello di creare spazi dedicati alla cultura, al pensiero e all’incontro. Imparando a ritrovare in edifici e oggetti doti e qualità presenti anche nell’uomo, avremo l’occasione di conoscere meglio noi stessi. ETEROTOPIA > “Quegli spazi che hanno la particolare caratteristica di essere connessi a tutti gli altri spazi, ma in modo tale da sospendere, neutralizzare o invertire l’insieme dei rapporti che essi


stessi designano, riflettono o rispecchiano.” (Michel Foucault) Sono proprio questi i luoghi che ci hanno affascinato, poiché in essi abbiamo trovato situazioni emblematiche di come si svolge l’incontro oggi. I nostri tempi si caratterizzano per le aumentate opportunità d’incontro ma anche per una diffusa superficialità nelle relazioni umane: ciò è dovuto alle moderne forme di comunicazione, alla relativa scarsità di tempo libero e all’individualismo.

IS PHOTOGRAPHY A NEED? Today more than ever before, we are overwhelmed by images. A return to the essentials, to chromatic and formal minimalism, to the purity of image, seems to us the right way to acquire a positive, sensitive view of the great subject of our work: man, with his needs and his hopes. An intimate view by way of allusion, in order to unveil fragility and desire, and look to the future with innocent trust. Man is the one responsible for what surrounds him. He may decide to build or destroy, to change and reinterpret space and place, and, in so doing, affect the quality of his life. His body is the only space from which he cannot depart; fatally, it always remains the absolute, real place. Photography creates a different place through which to view himself. It is necessary, since it represents the historic memory of beauty and error. It is an inexhaustible archive of what has been. CARE > “If a day goes by in which I have not done something linked to photography, it’s as if I’d neglected something essential. It’s as if I’d forgotten to wake up.” (Richard Avedon) To look at oneself and show oneself in photographs becomes an essential stage in the journey leading to self-discovery. Photography as knowledge of oneself and one’s needs. In response to man’s needs it is essential to accept responsibility for improving the physical world to be handed down to future generations.

TRANSIENCE > “It’s strange the way eternity lets itself be captured in an ephemeral fragment rather than a vast continuity.” (Elsa Morante) Photography allows us to arrest time, and in this sense it opposes the ephemeral. What is precarious becomes fixed, giving us a chance to stop and examine situations and moments in visions which are otherwise fleeting. Photography is a form of expression, and as such should be interpreted: “behind the lens, the gaze becomes a projection of thought, and feeling merges with reality to such a point that it turns any image into a fact to be interpreted, a fragment of mental reporting.”

themselves designate, reflect or mirror.” (Michel Foucault) It is such places that have fascinated us, for in them we have found emblematic instances of the way in which encounters proceed today. Our times are marked by a rise in opportunities for meeting, but also by a widespread superficiality in human relations, due to modern forms of communication, a relative scarcity of free time, and individualism.

MEETING > “To photograph is to put on the same focus level, the mind, the eyes and the heart.” (Henri Cartier Bresson) The click of a camera is in itself a meeting between subject and author. The feverish pace of life today, the plethora of centres of interest and the increasingly widespread forms of virtual contact, have tangibly modified human relations and created new meeting places. Persons who never physically meet create unreal relationships by way of mirrors, remaining imprisoned in the same framework. RE-CONVERSION> “What photography reproduces ad infinitum has taken place only once: photography mechanically repeats what can never be repeated existentially.” (Roland Barthes) What is the relationship between architecture and joy? To give new life to unused, abandoned spaces is the choice made in many cities as a possible alternative to consumption of the territory. The purpose of such reconversion is often to create space dedicated to culture, thought and social encounters. By learning to rediscover in buildings and objects, gifts and qualities present in man as well, we have a chance to know ourselves better. HETEROTOPIA> “Those spaces which have the particular quality of being connected to all other spaces in such a way as to suspend, neutralise or invert the set of relations which they

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Š copyright maggio 2012 Associazione Culturale Architettando Via Isidoro Wiel, 22/2 - 35013 Cittadella (PD) - Italy www.architettando.org finito di stampare maggio 2012 presso Tipografia Asolana srl - Asolo (TV) - Italy


STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY L’URGENZA THE URGENCY DI PROGETTARE OF BUILDING IL DOMANI TOMORROW


STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

CON IL PATROCINIO DI UNDER THE PATRONAGE OF

L’URGENZA THE URGENCY DI PROGETTARE OF BUILDING IL DOMANI TOMORROW

19 MAGGIO - 1 LUGLIO 2012 PALAZZO PRETORIO CITTADELLA (PD)

CON IL PATROCINIO E LA COLLABORAZIONE DI WITH THE PATRONAGE AND UNDER THE COLLABORATION OF

COMUNE DI CITTADELLA ASSESSORATO ALLA CULTURA

PATROCINIO REGIONE DEL VENETO

PROVINCIA DI PADOVA

CON L’ADESIONE DI WITH THE SUPORT OF

SOTTO L’ALTO PATRONATO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA ITALIANA UNDER THE PATRONAGE OF THE PRESIDENT OF THE ITALIAN REPUBLIC

UIA Unione Internazionale Architetti Sezione Italia


a cura di / exhibition curated by ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCHITETTANDO E FLAVIO ALBANESE coordinamento generale / coordination PAOLO SIMONETTO comitato di pre-selezione / pre-selection committee ASSOCIAZIONE CULTURALE ARCHITETTANDO comitato di selezione / selection committee FLAVIO ALBANESE, ETHEL BARAONA POHL, GIOVANNA BORASI, GAETANO RAMETTA progetto, allestimento / exhibition design GRAZIANO PAVIN, SILVIA SGARBOSSA, MASSIMO FAVARIN, ELISA MONEGATO, ELENA PANZA, DIEGO STOCCO, ALICE TURCATO coordinamento opere straniere / coordination for the international selection PAOLO DIDONÈ, MASSIMO MATTEO GHENO, ILARIA MIETTO, ALESSANDRA SALVALAJO organizzazione conferenze / conferences organised by MANUEL MARCHIORO, ANDREA ROBEZZATI, PAOLO SIMONETTO, MICHELA ZANANDREA catalogo a cura di / catalogue edited by ARCHITETTANDO ASSOCIAZIONE CULTURALE coordinamento editoriale / editorial coordination MASSIMO MATTEO GHENO, DAVIDE SCAPIN progetto grafico e impaginazione / design and layout by FELICE DRAPELLI edizioni / publisher EDIZIONI ARCHITETTANDO traduzioni / translation PUNTO TRADUZIONI gestione sponsor / partner fundraising ALESSANDRO BRESSA, ALBERTO ZONTA pubbliche relazioni / p.r. & communications ALESSANDRA SALVALAJO, MICHELA ZANANDREA, ALBERTO ZONTA


STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

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UN TEMPO PER “FARE” E UN TEMPO PER PROGETTARE IL DOMANI A TIME FOR DOING, A TIME FOR BUILDING TOMORROW Paolo Simonetto

“Il tempo che abbiamo quotidianamente a nostra disposizione è elastico: le passioni che sentiamo lo espandono, quelle che ispiriamo lo contraggono, e l’abitudine riempie quello che rimane”. M. Proust Viviamo un’epoca di profonda trasformazione, in continua fase di definizione, dove i cambiamenti non sono più “generazionali”, ma annuali. Riguardano il nostro rapporto con il tempo, lo spazio e con la società, intesa in senso lato come l’“altro” da noi. Come per tutte le fasi di mutamento se da una parte il sentimento è quello della precarietà, della transitorietà e dell’incertezza, dall’altra altrettanto vivo è quello dell’urgenza di una scelta di fronte a un bivio, a una domanda proveniente dall’esterno. Trovandoci ormai da qualche tempo in questo “stato di necessità”, abbiamo senz’altro maturato un atteggiamento in qualche modo un po’ più disincantato e meno accademico riguardo alla vita rispetto al recente passato. In questo contesto l’architettura non può che abbandonare l’atteggiamento autocelebrativo e compiaciuto e volgersi all’interpretazione del mondo, delle sue istanze e di necessità fino ad oggi rimaste inespresse. Così come è ormai inevitabile che la committenza, pubblica o privata che sia, si ponga in termini critici e interrogativi nei confronti dell’architettura e pretenda da questa risposte alle proprie esigenze. All’architettura l’uomo affida i propri progetti di vita e di socialità ovvero gli spazi in cui questi ideali di vita si realizzano e si concretizzano. Questo “consegnare” i propri bisogni non è un atto di sottomissione, non è un gesto passivo, ma l’uomo rimane al centro del progetto, ne è l’indiscusso protagonista. Inevitabilmente il progettista dovrebbe così porsi in secondo piano, abbandonando un atteggiamento che privilegi la supremazia della forma in favore della qualità e dell’attenzione verso un’utenza che è viva e vera, latrice di dinamiche e bisogni reali. Ed è nel mondo reale che si vive la quotidianità dello stato di necessità, che ci si misura necessariamente con la realtà e si prende coscienza, anche in architettura, del fatto che l’attenzione va riportata sull’uomo e su una dimensione più umana e umanizzata. Coscienti di un’urgenza, figlia ormai del nostro tempo, nel pensare all’allestimento di una

manifestazione dedicata all’architettura di oggi, orgogliosamente liberi da qualsivoglia vincolo e non costretti a celebrare l’archistar di turno, siamo partiti solo apparentemente da lontano e abbiamo individuato sei concetti forti, portatori di quella necessità di cui essi sono un’espressione più che mai attuale ed eloquente. Complessità, Cura, Eterotopia, Incontro, Riconversione, Transitorietà. Queste le parole chiave, o meglio, le forme in cui si incarna la necessità e che l’architettura prova a convertire “costruttivamente” in spazi di possibilità. Sono state ben 170 le proposte di conversione, ovvero di contestualizzazione della necessità, provenienti da 90 studi italiani che, invitati via web a inviare una propria personale proposta di lettura di questo stato delle cose, hanno risposto con i loro progetti. Ne sono stati scelti 16 che, a giudizio del comitato di selezione, hanno intercettato e interpretato in maniera più autentica questa condizione di necessità. Abbiamo poi voluto guardare al di là dei nostri confini nazionali e confrontarci con chi, culturalmente e linguisticamente differente da noi, ha messo in atto misure per fare fronte a questa situazione di cosiddetta “emergenza”. Abbiamo così individuato 11 studi stranieri, che hanno accettato il nostro invito, facendoci pervenire altrettanti progetti che incarnano in maniera autentica e forte questo sentimento di urgenza. L’obiettivo, che l’Associazione Architettando si è prefisso, forse un po’ ambizioso, ma senza ombra di dubbio ispirato da un “critico” entusiasmo, non è solo quello di documentare, ma di sollecitare domande e richieste che mettano in circolo nuove e diverse potenzialità. L’auspicio è che questa manifestazione sia vissuta come un’esperienza complessa, non generata da un singolo orientamento, ma da una pluralità di punti di vista. Al centro l’uomo e la vita vera, vissuta in spazi reali e in tempi concreti. Sempre più rare, ci auguriamo, in quanto distanti e scollegate dalla realtà, siano invece le farsesche esperienze concorsuali, nelle migliori delle ipotesi mai concretizzatesi, in cui è totalmente ignorata la dimensione etica del progetto in favore di una innumerevole serie di compromessi a cui sembra che l’atto del costruire debba, per forza di cose, sottostare. Nell’urgenza di progettare il domani, possa essere altrettanto improrogabile il bisogno della società di rappresentarsi attraverso l’architettura.

“The time which we have at our disposal every day is elastic; the passions that we feel expand it, those that we inspire contract it; and habit fills up what remains..” M. Proust We live in times of profound transformation, in states of continual definition, where change is not “generational” anymore, but yearly. Change affects our relationship with time, space and society, intended as “other” from us. As with all phases of change, on the one hand the feeling of instability prevails, of ephemerality and uncertainty, on the other hand there is the urgency of choice while facing a crossroads, a demand coming from the outside. We have faced this “matter of necessity” for quite a while now, and we have developed a more jaded and less academic attitude towards life, compared to our recent past. Within this context architecture must abandon its self-celebratory, complacent attitude, and instead turn to interpreting the world, its instances and needs as yet unspoken. Conversely, it is inevitable that public and private patrons must stand to critique and question architecture, and demand that it addresses their needs. Man entrusts architecture with its projects concerning life and society, or rather the spaces in which such ideals are accomplished and take concrete shape. This “entrustment” of needs is not an act of submission, nor a passive one, as man retains center stage in the project, he is the undisputed leading actor. And so the designer must inevitably stand downstage, he or she must abandon any attitude favoring the supremacy of form over quality and attention towards a customer who is alive and real, and the bearer of real needs and dynamics. For the state of necessity is experienced daily in the real world, where we are necessarily confronted with reality, and we acquire consciousness, architecturally speaking, of the fact that heed must be taken back to man, and to a more human and humanized dimension. We are very well aware of the urgency, itself a child of our times, in thinking an exhibition devoted to today’s architecture, and we stand free of any restraint and not forced to celebrate this or that archistar. We have only apparently come from afar, we have identified six strong concepts, and we are bearers of the necessity that these concepts currently and eloquently express.

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

Complexity, Taking Care, Heterotopy, Meeting Place, Re-converting, and the Ephemeral. These are the keywords, or more specifically, the shapes in which necessity incarnates and that architectures endeavors to constructively convert into spaces of possibility. We have received 170 proposals of conversion, or rather contextualization of necessity, coming from 90 Italian firms who were solicited via web to submit a personal proposal in interpreting this state of things, and to which they have responded with their projects. The selection committee has picked 16 projects which, in their judgment, have intercepted and interpreted this condition of necessity most authentically. We have then wished to inquire beyond our national boundaries and compare ourselves to whoever culturally and linguistically different has enacted measures to face this so called “emergency”. We have therefore located 11 foreign firms who have accepted our invitation and have submitted their projects, each truly and strongly embodying this feeling of urgency. The possibly overambitious goal, inspired nevertheless by the “critical” enthusiasm that Associazione Architettando has established, has been not only to document, but also to solicit answers and requests able to circulate new and different opportunities. It is our wish that the exhibition be seen as a complex experience, not conceived from a single direction, but rather from a multitude of viewpoints. At the center there stands man, and real life as lived in real spaces and concrete time. We also wish that such farcical design contests, so distant and disconnected from reality, become ever rarer. For in the best of outcomes they are never accomplished, and in them design’s ethical dimension is totally ignored in favor of endless compromise to which the act of building seemingly must submit to. In the urgency to build tomorrow, may it be just as final society’s need to represent itself through architecture.

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MANIFESTO Le considerevoli trasformazioni che si sono generate nella società contemporanea stanno radicalmente cambiando il fine ultimo del progetto, il metodo stesso, il limite di tempo considerabile all’interno del processo progettuale e talvolta i confini della disciplina. L’architettura è al contempo lo specchio e il motore dello sviluppo di un’epoca, essendo il prodotto di diversi fattori: economici, sociali, tecnici ed etnologici, essa: “[…] agisce sulla nostra salute, su tutti i nostri gesti, sui nostri movimenti, sulle nostre attività sia individuali che collettive […]1”. Succede, è successo. Ad ogni cambiamento epocale cambiano le necessità degli individui, della società. Ciclicamente, gli architetti sono chiamati a ridefinire la soglia della necessità che giustifica e determina il progetto. Così accade oggi. La struttura della società contemporanea sta cambiando profondamente e non è più collocabile negli schemi progettuali prodotti nel secolo scorso. Il termine “nucleo familiare” ha assunto diverse e inedite declinazioni di significato, la società si colora in maniera più intensa che in passato di apporti culturali multietnici, le pratiche del vivere quotidiano si aggiornano continuamente (per esempio oggi, molto di più che in passato, si dedica più spazio al tempo libero e meno alle faccende domestiche) la realtà virtuale sottrae spazio e tempo a quella fenomenica. Questi cambiamenti insiti nel vivere quotidiano plasmano i modi d’uso di casa e città e si ripropongono nelle relazioni tra i quartieri, tra i servizi e gli spazi pubblici a loro connessi. L’accessibilità a mezzi di trasporto differenti, spesso personali, induce ad una parcellizzazione sempre più minuta della struttura del territorio, la logica della rete tende a soppiantare la gerarchia dei rapporti centro-periferia, ciascuno disegna sul territorio i propri percorsi preferenziali e diventa complesso individuare le logiche dei nuovi luoghi dell’incontro: si sta delineando il problema del vivere collettivo. Alle strutture sociali “prevedibili” e alla conformità dei percorsi di vita rispetto agli schemi della consuetudine si è sostituita una percezione di libertà per ciascuno nella costruzione del proprio ruolo nel mondo. L’individuo si sente responsabile del proprio tempo e cerca di modellarne i ritmi a seconda dei propri desideri. È lui il [crono]metro, è lui a montare assieme i frammenti della propria città personale. Tante città personali si trovano a convivere e a integrarsi. Nell’individuo della città contemporanea si scontrano e si equilibrano due tensioni opposte: quella verso il tempo lento del radicamento, dell’appartenenza a una comunità, del legame con il locale e quella verso il tempo rapidissimo del movimento, della connessione

globale in tempo reale. Nella società “liquida” si trovano dunque a coesistere non tanto tempi, ma piuttosto ritmi individuali continuamente in fase di definizione. Come osserva in maniera puntuale Gregotti: “[…] la costruzione di un ambiente urbano sembra fatto oggi non di disegno di cose e di spazi tra le cose con un ordine dotato del senso della qualità del possibile, ma soprattutto di accumulazione di segni come accessori della comunicazione; gli edifici sono diventati pure immagini o supporti di immagini, semiologia in sostituzione dell’ideologia […]2”. In questo scenario si inserisce la recente crisi economica che, se da una parte ha portato ad una nuova consapevolezza, per esempio, in merito ai temi della sostenibilità (non solo ambientale, ma anche economica), dall’altra ha originato la crisi del mercato immobiliare costringendo i professionisti a ridefinire una propria identità e un proprio ruolo nella società ben differenti rispetto a un tempo. In questo contesto, qual è l’orizzonte delle necessità che l’architettura deve definire e a cui deve dare risposta? Quali tematiche del mondo di oggi appartengono alla dimensione della necessità e quali invece si prefigurano come possibilità? Noi abbiamo individuato alcune parole chiave con l’intenzione di dare il via ad un elenco aperto. 1

Andrè Wogenscky, Appello all’architettura, novembre 1997, pubblicato nella rivista della facoltà di architettura dell’Università Roma Tre. 2 V. Gregotti, Architettura e postmetropoli, Torino 2011.

MANIFESTO Important transformations in contemporary society are radically changing the purpose and method of architectural projects. An architect has to consider the rapid changes that could influence his initial plans, and how these must be continually modified as the project makes progress, and as architecture moves on. Architecture, being a product of different factors: economical, social, technical, ethnological, is at the same time the mirror and the driving force behind the development of a historical epoch, it “acts on our health, on all our gestures, movements and activities, both individual and collective.”1 It happens, it has happened. With every epochchanging moment, the needs of people, and society as a whole, change too. Periodically, architects are asked to redefine the needs that determine a project. This is the state of things today. The architecture of this last century no longer meets the needs of a modern, rapidly developing, and globalized society.

The term “family unit” has assumed a different and uncommon meaning, society has been coloured by multiethnicity, everyday life is constantly in flux, while virtual reality steals time and space from reality itself. All these changes affect our lives and the way we interact with our homes and the city, and as a consequence with neighbourhoods, public spaces and services. Moving has become much easier thanks to the possibilities offered by different means of transport, most of them personal, and this situation determines the lay of the land. The hierarchy between the city centre and the suburbs is changing, and everyone can chose their own way, while it becomes harder to define meeting points: socialization is a major problem in our society. The idea that everyone can now look for and develop their own role is replacing conventional social structures and adherence to traditional habits. Everyone feels responsible for his or her own time, and tries to adapt this time to their own desires. The individual is the meter. He/she is the one who picks up the pieces of their very own city and puts them into shape, and all these individual cities have to coexist and integrate. Contemporary man is torn by two balanced and opposing forces: one related to “slow time”, to historical roots, to the awareness of belonging to a community and to a place; the other related to “fast time”, to movement, to global connection in real time. In a “liquid” society we have individual coexisting rhythms in continuous evolution. Gregotti very clearly says: “an urban space nowadays seems not to be formed by things and spaces between things with an order that comes from the search for quality, but from the accumulation of signs as accessories of communication. The buildings are now pure images or mediums for images, semiology instead of ideology”.2 In this context we must also consider the current economical crisis that on the one hand generated new awareness, for example of the sustainability aspects (non only environmental but also economical), but on the other hand led to a crisis in the real estate market that forced professionals to search for a new identity and a new role in society. In this contest what needs must architecture define and provide a solution for? Which current global themes are important now, and which may be important for the future? We have picked a list of keywords, but we’ll leave the list open.

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Andrè Wogenscky, Appello all’architettura, November 1997, from the Roma Tre University of Architecture magazine. 2 V. Gregotti, Architettura e postmetropoli, Turin 2011.

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

COMPLESSITÀ CURA ETEROTOPIA INCONTRO RICONVERSIONE TRANSITORIETÀ Queste le sei “parole chiave” individuate, a partire dal concetto di necessità, quali strumenti di lettura per definirne i contorni e le sfumature, e approfondire l’indagine cercando di fissare un “metodo” di analisi ed esplicitazione concettuale e operativa. Il volume, nel tentativo di fornire diverse chiavi di lettura sul tema della necessità, è stato concepito secondo una visione “eclettica”: progetti italiani scelti tramite bando di selezione, opere straniere individuate dall’Associazione, contributi teorici e apparato fotografico.

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Il catalogo si apre con un prologo, un “racconto per immagini” elaborato dall’Associazione Frequenze Visive, la quale ha indagato la necessità in chiave fotografica. Il tema, declinato attraverso le sei parole chiave, viene sviluppato in ciascun capitolo grazie a una doppia selezione di opere di architettura italiana e straniera. Sebbene consapevoli che ogni tentativo di catalogazione definitiva risulta limitativo, se non illusorio, abbiamo tuttavia raggruppato le opere selezionate in mostra a partire dalla stessa

definizione progettuale all’interno di ciascuna delle “parole chiave”. Allo scopo di arricchire ulteriormente il dibattito attorno alla questione della necessità sono stati inseriti alcuni contributi testuali che accompagnano il lettore, in un continuo rimando al tema più generale della manifestazione. Il risultato è un insieme complesso e articolato di “strumenti” di lettura, che permettono di approfondire le questioni esposte alla ricerca di un proprio personale percorso critico attorno alla questione della necessità in architettura.


COMPLEXITY CARE HETEROTOPIA MEETING RE-CONVERSION TRANSIENCE These are the six “keywords” identified from the concept of necessity, as reading instruments to define outlines and nuances and to investigate, while trying to establish a method for analysis and for operational and conceptual expression. This volume was conceived according to an “eclectic” vision, to supply different keys to the subject of necessity: Italian projects selected by competition, foreign works as selected by the Association, theoretical contributions and photography. The catalog opens with a prologue, a “story in

pictures” conceived by Associazione Frequenze Visive, who investigated necessity with the aid of photography. The theme, as declared through the six keywords, is developed in each chapter thanks to a double selection of Italian and foreign architectural designs. While we are aware that any attempt of definitive cataloging is limiting, if not outright deceiving, we have nonetheless grouped the selected works on display with reference to the design definition itself, as found within each “keyword”.

With the intent of further enriching the debate on necessity we have included a number of text contributions, to escort the reader through a continuing cross-reference to the exhibit’s general theme. As a result we have a complex and articulate ensemble of reading “instruments” allowing insight into the matters, so that each may follow a personal critical journey around the issue of necessity in architecture.

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COMPLES 40


ESSITÀ COMPLESSITÀ Nella società contemporanea la complessità diventa elemento caratterizzante, se non fondativo. Un insieme multiforme e in continuo divenire di pensieri, ruoli e funzioni determina la necessità di un’analisi preliminare e di un processo identificativo basato sulla gestione della complessità. Affrontarla significa capirne le origini, ricercarne le ragioni, governarne i cambiamenti.

COMPLEXITY Complexity becomes the defining element of modern society, if not its foundation. An ever-changing and varied array of thoughts, roles and functions needs both a preliminary analysis and an identifying process based on complexity management. To deal with it means understanding its origins, pursue its reasoning and govern its change.

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COMPLESSITÀ COMPLESSITÀ

NUOVA SEDE DELLA RIPARTIZIONE PERSONALE DELLA PROVINCIA AUTONOMA DI BOLZANO PROVINCIAL OFFICE FOR THE DISTRIBUTION OF RESOURCES È un momento storico complesso quello in cui viviamo. Se dovessimo descriverlo in una parola potremmo dire “rapsodico”. Allora forse la cosa più saggia che un architetto oggi possa fare è avventurarsi nelle infinite correnti che lo circondano per cercare solo ciò che è strettamente necessario.

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We're living a historical moment, one dominated by complexity. If we had to choose one word to describe it, that word would be “rhapsodic”. So, perhaps the wisest thing an architect can do today is adventure into the infinite currents that swirl around him, looking only for bare necessities.


Studio/Progettista Designer studioarchitettura associati Orazio Basso e Davide Scagliarini Consulente per gli aspetti tecnologici Consultant for the technological Prof. Arch. Massimo Rossetti Committente Client Provincia Autonoma di Bolzano Localizzazione Location Bolzano, Trentino-Alto Adige Cronologia del progetto Project 2010 concorso 2012 progettazione Dati dimensionali Dimensional data Superficie lorda dell'opera: 5550 m2 Volume lordo dell'opera: 22094m3 Superficie del lotto: 740 m2 Costo dell'opera Cost 9.335.580 €

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COMPLESSITÀ COMPLEXITY

Il difficile tema di conciliare un moderno edificio per uffici, caratterizzato dalla massima flessibilità, con un edificio pubblico nella città, porta anzitutto ad interrogarsi su cosa sia oggi un edificio pubblico e su quali siano le sue caratteristiche identificative. Le risposte possono essere diverse ma crediamo che un attributo fondamentale sia quello di trasmettere il carattere di “stabilità” proprio dell’Istituzione che l’edificio ospita. La dicotomia tra stabile e flessibile è stata ricomposta attraverso l’elemento fondamentale dell’architettura: la struttura portante. Rivolta verso l’esterno e fatta coincidere con l’involucro dell’edificio, essa diviene l’immagine stessa dell’architettura. Un telaio perimetrale di travi parete (Vierendel) tra loro sovrapposte sostiene i solai dei vari piani, consentendo di liberare lo spazio interno ed ottenere la massima flessibilità nella disposizione

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degli uffici. Il passo strutturale coincide con il modulo geometrico in pianta di 120x120 cm, a sua volta suddivisibile in moduli di 60x60 cm, utilizzati per la scansione ritmica dei controsoffitti, del pavimento sopraelevato e della rete impiantistica. I singoli uffici possono essere concepiti come spazi autonomi oppure reciprocamente collegati, facilitando così il lavoro di gruppo e le relazioni tra i dipendenti. All’interno, un grande vuoto a tutta altezza, solcato dai volumi vetrati delle sale riunione, è coronato da una “lanterna” in vetro che consente l’ingresso della luce naturale fino in profondità; è questo il luogo rappresentativo dell’edificio, uno spazio “poroso”, caratterizzato da una molteplicità di visuali diagonali, diverse ad ogni piano. Attorno ad esso ruota il momento collettivo della vita lavorativa (circolazione, scambio) contrapposto al momento individuale del lavoro nella singola unità

ufficio. Questo grande spazio funziona inoltre come una “macchina” per la ventilazione naturale dell’edificio: l’aria, captata dall’esterno lungo l’involucro perimetrale, viene qui convogliata e, grazie al moto ascensionale, spinta verso la sommità dell’edificio e quindi espulsa tramite la “lanterna”. Sulla sommità di questa è previsto un sistema di copertura a elementi inclinati dotato di pannelli fotovoltaici a celle in silicio cristallino e di serramenti apribili.All’esterno lo scheletro strutturale, esibito senza finzioni, permette di schermare dalla radiazione diretta i fronti est e ovest, caratterizzati da un irraggiamento solare a minore angolo zenitale. Con un unico gesto gli elementi costitutivi dell’architettura, spazio e struttura, diventano così anche strumenti fondamentali per il controllo climatico dell’edificio.


The project gives us the opportunity to combine a modern, highly flexible office building with a public institutional building. This makes us think about the role of a public building and on what are the peculiarities that can identify it. In our opinion the key point in a public building is that to give an idea of ‘stability’ which recalls that of the public institution. The duality between ‘stable’ and ‘flexible’ has been resolved by playing with the main structure of the building. The structure has been taken to the outside, becoming one single thing with the external skin of the building and therefore becoming the architectural image of the building. A series of Vierendel beams supports the floor slabs at all levels, making the space more flexible for internal use.

The 120x120cm structural grid can be divided in a 60x60 cm that are then used for the framing of the suspended floors and ceilings and of all M&E plants. Office spaces can be planned around single rooms or open spaces, in order to encourage and facilitate the dynamics of team work and interoffice relations. Inside the building, a full height atrium is illuminated by the large sky-lights above and is crossed by the glass boxes of the meeting rooms. We can define this space "porous", characterized by multiple diagonal views, which are different from every floor. The public hours of working life (movement, relationships) develops around this space in opposition to the individual's time in the office rooms. This space works like a "machine" for the natural

ventilation of the building. Air is captured outside through the facades and is it channeled upwards to the roof via the central space where is expelled through the sky-light. The roof system of the sky-light is lined with solar panels, composed of solar cells of polycrystalline silicon, and opening windows. On the outside, the structural grid exposed on the facades allows to reduce the direct sunlight on the east and west façade. In this project the main architectural elements, space and structure, also become important in the environmental control of the building.

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COMPLESSITĂ€ COMPLEXITY 1

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1 sala riunioni meeting room 2 sala esami examining room 3 angolo bambini kids corner archivio central archive 14sala riunionicentrale meeting room esami examining room 25sala ufficio usciere usher 36angolo kids cornerinformation bureau ufficiobambini informazioni

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4 archivio centrale central archive 5 ufficio usciere usher 6 ufficio informazioni information bureau

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1 ufficio office 2 sala riunioni meeting room 3 area ricreazione dayroom

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SPAzi inTeRni inTeRiOR

ScheMA eneRgeTicO eneRgy ScheMe

ScheMA VenTilAziOne VenTilATiOn ScheMe

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COMPLESSITÀ COMPLEXITY

ARISTIDE ANTONAS (GREECE) PROTOCOLLI URBANI Il concetto che regola la distinzione (o viceversa, la confusione) tra le condizioni di connessione continua in cui viviamo e il mondo “reale”, può essere definito “il protocollo”. Nuovi protocolli creano nuove funzioni per la comunità. Nel mondo di internet “successivo al 2.0” siamo spesso, volontariamente o meno, obbligati da rigidi protocolli, che accettiamo al fine di poter utilizzare delle connessioni. Non si è ancora compreso cosa l’accettazione di questa piattaforma comunicativa porterà nella realtà. I governi, le istituzioni e le legislazioni vigenti determinano vecchi protocolli, la maggior parte dei quali sono inadatti ad essere applicati nelle condizioni odierne. Le aziende sono più veloci: hanno creato parte di questo sistema oppure si sono già adattate in vari modi al “mondo dei protocolli” dove, se è una questione di connessione, siamo obbligati ad accettare il sistema già predefinito e categorizzato di rispondere a specifiche domande di affermazione e intercambiabilità, scelte tra altre piattaforme. Il concetto di protocollo che è diventato così importante in internet, cerca la sua possibile incarnazione nella “realtà” attraverso una perdita di distinzione tra il significato di web e realtà. Cosa potrebbe significare il concetto di protocollo urbano oggi? Come potrebbe il concetto di protocollo essere calato sulle città esistenti al fine di trasformarle in qualcosa che ancora non conosciamo? In queste condizioni il concetto di cittadino verrebbe ristrutturato, mentre il concetto di utilizzatore, più leggero, operativo e irresponsabile, definirebbe il ruolo attivo di un soggetto urbano perduto. Noi cerchiamo un’architettura immateriale di protocolli: il suo nucleo più forte è costituito da possibilità organizzative: le regolamentazioni formano la sua sostanza. Funziona come un concetto per contesti. Questo genere di architettura pone la questione delle relazioni tra la città e internet in modo provocatorio: possono le piattaforme internet creare normalità comuni nella vita della città del futuro? Possiamo generare il desiderio di una possibile organizzazione comune attraverso concetti progettuali? Ci poniamo queste domande mentre lavoriamo su Atene, suggerendo domande aperte attraverso la progettazione; nuovi protocolli urbani sono collegati ad una pratica di progettazione informale. Le superfici uniformanti delle terrazze di Atene, i nuovi programmi per regolare l’occupazione dello spazio cittadino, la possibilità di attività all’aria aperta, possono essere una risposta urbana alle questioni poste dalle comunità di internet. La domanda che ci poniamo è se le comunità di internet possano dare forma alla contemporaneità, alla distrutta città di Atene. Atene sarà una città di network, ma non sembrerà un’utopia realizzata. Le questioni che saranno importanti per questa città saranno analoghe a quelle che riguardano internet: socialmente ed economicamente vediamo un mercato morente: sarà questo che prescriverà i protocolli di connettività nella città, oppure possiamo pensare ad altri possibili sistemi di civiltà all’interno di una connessione migliore? Chi combatterà e per quali protocolli urbani?

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URBAN PROTOCOLS The ruling concept concerning the distinction (or the blur) between the archived Internet conditions we live into and the "real" world can be “the protocol”. New protocols create new community functions. In the “post web 2” Internet we are frequently, voluntarily or not restricted by strong, operative protocols that we accept in order to give content to any connection. We have not seen yet what this acceptance of strong platforms will bring, as an after effect, to "reality". States, official constitutions and existing legislations determine old protocols, most of them unable to operate in the new condition. Companies are quicker: they created part of this system or they are already adapted in many senses to the different "protocol world" where, when it is question of connection, we are obliged to accept predefined and categorized restricted systems of answering specific questions or affirmations of a interchangeable, chosen (between others) platform. The concept of protocol that became so strong on the Internet seeks its possible incarnations in "reality" while the Internet and “reality” lose the meaning of their distinction. What would the concept of urban protocols mean today? How the concept of protocol will be grounded on existing cities in order to transform them to something we do not know yet? In this condition the concept of the citizen would have to be restructured while the lighter, operative and irresponsible concept of user will define the acting role of a lost urban subject. We seek an immaterial architecture of protocols. Its strongest core is made out of organizing possibilities: legislative regulations form its matter. It functions as concept for contexts. This architecture poses the question of the relation between the city and the Internet in a provocative way. Can Internet platforms create communal normalities of the next city life? Can we provoke the desire of possible communal organizations through design concepts? We ask those questions while we work on the Athenian scene by suggesting open questions through designs; new urban protocols of this type are linked to an open understanding of informal design practices. Unifying block surfaces of the Athenian terraces, new programs for regulated occupancies of the city space, permissions for open air city functions would form some possible urban answers to questions that the Internet communities may pose. The question we ask is if the Internet communities can give shape to the contemporary, ruined city of Athens. Athens will be a network city but it will not look like a realized utopia. The question that will be important for this city will be analogous to one question concerning the Internet; will the dying market prescribe the protocols of connectivity in the city or can we think other possible systems of civility, within the given frame of a better Internet? Who will fight for what urban protocols?


> UFFICIO ALL’APERTO L’ufficio all’aperto assume la forma organizzativa di uno spazio urbano aperto in cui è possibile lavorare online in uno spazio abbandonato e all’aperto della città di Atene. Crea una sfida alle possibilità di intervento urbano attraverso arredi complementari in luoghi prescelti e fa sorgere programmi urbani alternativi per la città di Atene in un momento critico della sua storia. > OPEN AIR OFFICE The Open Air Office is organized as an open urban space where online work can take place in an abandoned, open air city space of Athens. It challenges the possibilities of urban interventions through additions of small scale furniture in selected venues and the creation of urban programs for the city of Athens in a critical moment of its life.

> LE TERRAZZE DI ATENE Il progetto pone le basi per la creazione di alcune reti, ottenute collegando vecchi reticoli metallici riciclati dal sistema fognario, dalla metropolitana di Atene, dagli scoli dell’acqua piovana. Il progetto si propone di unificare alcuni isolati della città attraverso queste particolari reti. Questo permette un ordine formale al fine di ridistribuire con una diversa logica i tetti e di unificare nello stesso isolato coperture differenti. Si applicano i principi della “green house” al fine di ottenere il massimo di vegetazione, utilizzando il minimo di terra e acqua. > ATHENS TERRACE WORKS The project sets the rules for the creation of some grid constructions, done through a stitching of old recycled grids of the Athens metro, the sewerage system, the rain drains. The project undertakes the unification of some Athens blocks through the position of these particular grids. A new legal reform is necessary in order that different roof properties are redistributed in a different logic; different roofs in the same block can be unified. The technology of greenhouses is used in order to obtain the maximum of green using the minimum of earth and water.

> SALA URBANA La sala urbana rappresenta l’idea di considerare la funzione della città in modo teatrale. Il palcoscenico suggerisce l’idea che vi sia sempre la necessità di riempire di nuove funzioni gli spazi vuoti della città. Fa emergere la possibilità di operare con un’agenda politica che mira a riempire gli spazi urbani vuoti. E allo stesso tempo introduce un dispositivo urbano. Il progetto tocca un luogo ad alto tasso criminale del centro di Atene, una piazza per lo spaccio ed il consumo di droga. La proposta riguarda la costruzione di spazi vuoti a livello urbano: tetti reticolari dotati di numerosi condizionatori che sottolineano lo spazio vuoto al di sotto. > URBAN HALL The Urban Hall represents an idea about treating the city's function in a theatrical way. Its platform suggests that there is always a necessity to fill with new functions empty parts of the city. It shows a possibility to operate with a political agenda through filling empty urban spaces. In the same time it introduces an urban device. The project concerns a place with the most critical criminal character of the city center of Athens, a drugs distribution square and public drugs consumption place. The proposal consists in the construction that installs emptiness in an urban level: it proposes a grid roof equipped with a number of fans that emphasizes the empty urban area under it.

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

LA CONDIZIONE NECESSITANTE DELL’ARCHITETTURA ARCHITECTURE’S NEEDY CONDITION Flavio Albanese

Nel De rerum natura di Lucrezio, libro II, c’è un’immagine di straordinaria forza, quella di uno spettatore che guarda, dalla spiaggia e dunque al sicuro, un naufrago che si dibatte tra tumultuosi flutti. Dice Lucrezio: “Bello, quando sul mare si scontrano i venti e la cupa vastità delle acque si turba, guardare da terra il naufragio lontano: non ti rallegra lo spettacolo dell’altrui rovina, ma la distanza da una simile sorte”. A quasi due millenni di distanza Hans Blumenberg, in Naufragio con spettatore, ribalta completamente la prospettiva, richiamandosi a Goethe e al suo Urfaust: “Sono ora imbarcato sull’onda del mondo, assolutamente deciso: a scoprire, vincere, lottare, naufragare, o saltare in aria con tutto il carico”. Per Blumenberg la civiltà moderna è in eterno naufragio, aggrappata a un malcerto relitto che galleggia tra abisso e gloria. Ma, nel suo caso, la condizione favorevole non è più quella dello spettatore in salvo, bensì quella del naufrago che, attraverso il rischio della sua situazione di incertezza, può immaginare e sperare di fondare un nuovo mondo, mentre chi sta a riva è condannato ad abitare quello in cui si trova. Recentemente mi sono re-imbattuto nella metafora del naufrago leggendo un libretto eretico di Yona Friedman il quale, da grande visionario dell’utopia, pronuncia un’estrema requisitoria sull’architettura occidentale, considerata l’unica architettura che non si pone più il problema della necessità e della sopravvivenza, se si eccettua la sopravvivenza degli stessi architetti. Ovviamente l’etichetta “occidentale” va intesa funzionalisticamente più che geograficamente, come architettura dei Paesi cosiddetti avanzati, ma ciò che ci interessa in questo testo, e ritorniamo qui al tema dei naufragi, sono i due esempi che Friedman ci propone: da una

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parte Robinson Crusoe, dall’altra i soldati giapponesi della seconda guerra mondiale, dimenticati per anni su alcune isole deserte del Pacifico. Mentre l’eroe di Defoe trasforma l’isola in cui è approdato per renderla il più possibile “a immagine e somiglianza” della sua Inghilterra, modificandola e consumandola con spirito colonialista, i soldati nipponici cercano di sopravvivere senza violare l’ambiente. Essi si sono nutriti della jungla, l’hanno abitata, hanno trasformato se stessi per poterci vivere. Crusoe è un rappresentante dell’efficienza, i soldati sono gli attori dell’efficacia. L’efficienza è la modalità con cui l’architettura più recente ha interpretato e cannibalizzato il mondo e l’ambiente. L’efficacia, con un approccio attento alle contingenze, è la modalità con cui, con ogni necessità, dovremo pensare l’architettura del futuro. Il naufragio titanico in cui oggi ci troviamo, di fronte al fallimento di un intero orizzonte sociale ed economico, ci dice che probabilmente si è conclusa un’epoca irripetibile. Quello che ci si apre davanti è un oceano in tempesta in cui, da naufraghi, non possiamo contare sulle vecchie certezze. Siamo costretti ad abbandonare ogni intenzione superflua, per concentrarci sul necessario. Stato di necessità - l’urgenza di progettare domani è un claim molto appropriato per una mostra di architettura: si attaglia perfettamente ai nostri scenari, così urgenti e così diversi da quelli sperimentati anche solo pochi anni fa. Per oltre trent’anni, infatti, la società e (l’architettura) hanno vissuto nel limbo di un sogno intelligente e masochistico, chiamato “società del progresso infinito”, della falsa sovrabbondanza e del vero sovradosaggio. Un’epopea sovraccarica di attività, di produzione, di oggetti, di progetti, di scarti e di fallimenti. Una lunga stagione in cui il superfluo e la superfetazione venivano considerate forme indispensabili dell’esistenza. E l’esistenza, a sua volta, si esprimeva in uno sterile vorticismo, in una smania iperattiva il cui unico obiettivo sembrava quello di non lasciare nessun istante inoccupato e nessuna casella vacante. La legge di questa entropia, di questa dispersione massima di energia, ha condotto inevitabilmente all’esaurimento

delle risorse. Il secondo principio della termodinamica ci insegna proprio questo: che le trasformazioni o gli scambi di energia non sono mai operazioni reversibili, e le risorse consumate non sono più riutilizzabili. Ma come spesso capita, il problema non si pone fino a quando non ci viene presentato il conto: nel frattempo, è sempre lecito pensare che il godimento possa reiterarsi infinitamente. A questo processo di dissipazione edonistica, l’architettura ha contribuito da protagonista, confezionando involucri eleganti e rappresentativi, diffondendo concetti brillanti e convincenti, ma soprattutto attuando modelli di occupazione e sfruttamento coloniale dello spazio. In questo senso, noi architetti siamo stati i maggiori drivers della corsa folle del capitalismo di tardo impero, come d’altra parte era giusto e inevitabile che fosse, poiché è destino dell’architettura di incidere i segni profondi di uno Zeitgeist: ogni epoca ha il suo spazio e ogni spazio la sua forma. Concetti come Sprawl City e Junkspace hanno incarnato perfettamente la formula liberal-liberista della società post-industriale. Così l’architettura di questa precisa fase storica in via di conclusione (di cui Rem Koolhaas è stato senza dubbio uno fra i più lucidi teorici e un eccezionale forgiatore di concetti), ha introdotto nei suoi progetti quella diffusa “ragion cinica” che per certi versi permea ancora ogni aspetto della vita pubblica e privata. Andando alla sistematica ricerca di un format universale, quest’architettura si è resa sempre più astratta e disincarnata, un “modulo” che “se ne fotte del contesto”, poiché progetta ambienti altamente artificiali, a-cefali e orientati a una logica commerciale. È difficile tuttavia condannare questa stagione creativa, cui vanno riconosciuto l’enorme merito di aver rivoluzionato il lessico architettonico con idee capaci di superare i recinti culturali, svecchiando i preconcetti stilistici, stravolgendo la geografia della città e la sociologia dell’abitare, ridefinendo l’idea di spazio pubblico e privato. Ma questa idea di progetto “al di là del bene e del male”, quest’architettura neutra e diafana non tanto perché senza conseguenze, ma perché indifferente alle conseguenze, oggi risulta difficile da


giustificare, superata da cambiamenti di orizzonte davvero radicali. Dal momento in cui le è mancato il terreno sotto i suoi piedi, essa appare inadatta, dissonante, fuori luogo. La sua validità si basava infatti su due teoremi irrinunciabili: da una parte, l’evidenza della tabula rasa (cioè l’assenza di vincoli estetici ed etici in relazione al come, al dove, al quando e in alcuni casi persino al perché); dall’altra, l’illimitata fiducia in una disponibilità sempre crescente di risorse economiche e tecnologiche (“l’aria condizionata sorregge le nostre cattedrali”). Ma che succede quando finisce l’aria condizionata? Come resistono queste cattedrali di fronte al naufragio del loro mondo? I costi della logica entropica si stanno rivelando insopportabili per l’intera società. E per l’architettura non va diversamente. Un esempio premonitore lo si ebbe nell’estate 2010 con la clamorosa notizia della chiusura, per alcuni mesi, della nuova biblioteca di Seattle: la sospensione dei servizi si era resa necessaria a causa di un grave deficit nel budget annuale. Non era mai successo prima di allora, ma il fatto era che la nuova bellissima sede generava costi di gestione insostenibili di fronte alla riduzione delle disponibilità economiche. Il progetto della nuova biblioteca, pensato e realizzato nel contesto di un’economia in espansione, non reggeva di fronte alle nuove, mutate necessità. Quell’edificio era stato programmato per un godimento infinitamente reiterato, di cui oggi non c’è più disponibilità. Non era il progetto sbagliato in sé: la sua rapida obsolescenza funzionale è stata causata, semplicemente, dal venir meno delle sue condizioni di necessità. Il limite della biblioteca di Seattle, e di altri progetti analoghi, è forse quello di non aver considerato la variabile del tempo, e quindi la transitorietà degli oggetti e delle loro funzioni. La linea di demarcazione tra il prima e il dopo della crisi economica globale impone all’architettura di adottare nuovi approcci e nuove sensibilità. Il primo concetto di questa prospettiva è ciò che viene chiamata “condizione necessitante”. Con “condizione necessitante” si intende l’urgenza di intervenire consapevolmente, secondo modalità differenti da quelle prevalenti fino ad ora.

Oggi più che mai è evidente un ritorno a quella poetica della necessità che spinge ad accettare il naufragio non come un destino, ma come un’opportunità. Il significato della contemporaneità è quella di andare con/il tempo e con/i tempi: i tempi di oggi sono quelli difficili delle scelte radicali, della consapevolezza senza superficialità, della responsabilità. Cosa contrassegna un’architettura con/temporanea? La capacità di stabilire connessioni tra ciò che accade oggi, ciò che è accaduto in passato e ciò che accadrà domani, un’architettura che funziona da medio-spazio in dialogo con tutto: l’ambiente, la natura, gli altri edifici, gli oggetti e i soggetti presenti nel mondo. Il principio dell’eccezionalità e della Bigness (considerata solo poco tempo fa una qualità di per sé) lascia il posto ad un principio più attento alla diminuzione della portata degli interventi e ai fenomeni che accadono intorno all’architettura. Si tratta di rinunciare al teorema dell’assolutezza della tabula rasa, per predicare una formula di equilibrio, di efficacia e di comunicazione tra gli edifici e il resto del mondo. Si tratta di abbandonare Robinson Crusoe per farsi naufraghi giapponesi nel Pacifico. C’è poi un secondo aspetto che definisce l’architettura della necessità, e che chiamo “innocenza”, cioè la capacità di costruire qualcosa senza causare danni. L’innocenza viene intesa non tanto nel suo senso morale, quanto sotto l’aspetto clinico, cioè quel “Primum: non nocere” che resta una massima fondamentale della medicina da Ippocrate ai nostri giorni, e che dovrebbe orientare come ideale regolativo ogni pensiero architettonico in quest’epoca di indigenza. Con “innocenza” non si vuol dire affatto: inazione di fronte al contesto, bensì ponderazione, ricerca critica, disciplina. Non una soggezione né una sottovalutazione, ma una cura. Non: “Fuck the contest”, ma: “Fuck with the contest”. L’idea di innocenza in architettura proviene in realtà dalla suggestione di un testo poetico di Rainer Maria Rilke, dove nel senso più ampio del significato - si parla di “toccare il suolo come se fosse la prima volta”. L’attenzione al contesto scaturisce dall’ovvietà della percezione: noi non cogliamo mai un oggetto isolato

dal suo ambiente, per quanto asettico, per quanto artificiale, lo sfondo lo circonda abbracciandolo e condizionandolo. Lo stesso vale per l’architettura. Non è possibile costruire nel vuoto di senso, come invece a lungo si è pensato di fare. Ci deve essere una relazione tra l’edificio e ciò che è attorno ad esso - non importa quello che è. Il ritorno all’essenzialità e alla necessità dell’innocenza esige così il congedo da molte pratiche e abitudini tipiche della stagione dell’eccesso: il decoro, la superfetazione, il capriccio, la sperimentazione massimalista e pletorica e una certa fiducia messianica nella tecnologia. Tutto ciò ha lasciato spazio a un discorso più sobrio, a un esercizio di riduzione e di parsimonia (dei mezzi, degli spazi, delle energie), consapevoli del fatto che le risorse non sono infinite. Ma soprattutto, un’attenzione più acuta verso la fragilità degli equilibri mondani, e l’idea di non potere più ignorare le leggi della misura. Un’architettura, dunque, che ricerca la sottrazione, il levare, il recupero, la sostanza: un’architettura che fa “corpo” con il mondo nel senso che si incorpora in esso come elemento di una sequenza in tonalità minore. Come il plus, il lusso nell’idea Lacaton & Vassal, che gli architetti transalpini definiscono come lo sforzo di offrire un abitare dignitoso e pieno di sentimento al maggior numero di persone possibile, con il minor investimento materiale possibile. All’interno di questo discorso, non si può fare a meno di riconsiderare il ruolo della politica, nel senso di discorso sulla polis, e quindi di sponda irrinunciabile per definire le nuove forme ed espressioni dell’architettura. La politica dell’architettura, strettamente legata alla politica dell’economia, consiste in quell’atteggiamento positivo che dovrebbe aiutare a riportare l’architettura e l’economia alla quota umana della polis, della comunità. Qualcosa di molto lontano sia dall’ipertrofia dell’ego dell’archistar architecture, sia dal nichilismo senza morale della finanza pura. Le 6 keywords individuate da “Stato di necessità” (cura, complessità, transitorietà, incontro, eterotopia, riconversione) toccano i nervi scoperti di un mondo sempre meno sicuro delle sue antiche certezze, cercando di mapparne le

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

linee di fuga. Nei suoi propositi e negli enunciati, la mostra intercetta i segnali e le tracce della nuova “condizione necessitante”, cercando di trasferirli al pubblico. I 16 interventi selezionati hanno passato il setaccio di questa diversa sensibilità progettuale: sono tutte opere rivolte a ridefinire il ruolo di un’architettura che ha l’obbligo di trovarsi molto più attenta a contestualizzare la necessità. 16 proposte per immaginare un lessico progettuale a venire. E tuttavia, nel discorso generale rivolto all’intero dei progetti pervenuti, al netto della qualità di progetto (nella maggior parte dei casi di davvero notevole fattura), bisogna constatare a malincuore che il percorso di emancipazione dall’architettura dominante è ancora lungi dall’essere metabolizzato. Si può rilevare ancora una certa indecisione strategica, una certa indefinitezza concettuale, tipica delle fasi iniziali di ogni processo di cambiamento. Ci si sarebbe forse aspettata una maggiore attenzione e originalità rispetto ai temi della decrescita, della nonsuperfetazione, della transitorietà. È mancato quello scatto in avanti verso la creatività concreta del non - ancora pensato. Anche gli aspetti lirici del disegno architettonico, l’empatia dello spazio con gli oggetti e i soggetti, restano sullo sfondo di un linguaggio che reca ancora con sé la pesante eredità di una grammatica forte, muscolare, arida, anestetica. Queste piccole note non devono però esser intese come un giudizio negativo: esse sottolineano semplicemente le difficoltà che accompagnano, come sempre succede, l’invenzione di una nuova lingua. L’importante, però, è cominciare a balbettarla. In Lucretius’ De rerum natura, book II, there is an image of extraordinary strength; a spectator on the shore, therefore safe, watching a drowning man struggling with tumultuous waves. Lucretius says “How sweet it is, when whirlwinds roil great ocean, To watch, from land, the danger of another, Not that to see some other person suffer brings great enjoyment, but the sweetness lies In watching evils you yourself are free from.” Two thousand years hence Hans Blumenberg, in Shipwreck with Spectator, completely reverses the

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perspective, referencing Goethe’s Urfaust: “I am now embarked on the world’s waves, absolutely determined: to discover, conquer, fight, sink, or blow up with the whole load.” According to Blumenberg, modern civilization is an eternal shipwreck, hanging onto a wreck floating between abyss and glory. But in his case, the most favourable condition lies not with the safe spectator, but rather with the shipwrecked, who may imagine and hope to found a new world through risk and uncertainty, whereas the man ashore is condemned to inhabit the world he is in. I have recently come across the shipwreck metaphor while reading a heretic booklet by Yona Friedman who, as a great utopian visionary, pronounces an extreme indictment of western architecture, seen as the only architecture unconcerned with necessity and survival, except possibly the architects’. The term “western” is of course meant functionally more than geographically, as the so-called developed countries architecture, but we concern ourselves with two examples proposed by Friedman, as the castaway theme returns: on one hand Robinson Crusoe, and on the other hand WWII Japanese soldiers, forgotten for years on some deserted Pacific islands. Whereas Defoe’s character shapes the island where he is stranded, in order to make it “in England’s image and after its likeness”, changing it and consuming it with a colonial spirit, the Japanese soldiers try to survive without violating the environment. They have fed upon the jungle, they have inhabited it, and they have transformed themselves in order to live there. Crusoe represents efficiency, the soldiers are actors of efficacy. Efficiency is how modern architecture has interpreted and cannibalized the world and the environment. Efficacy, with an attentive eye towards contingency, is how with every necessity we should think about future architecture. The titanical shipwreck we are presently in, facing a complete social and economic failure, is probably harbinger to the end on an unrepeatable era. What lies before us is a stormy ocean in which, as castaways, we cannot count on old securities. We are forced to abandon every pointless intention and focus on what is necessary.

A Matter of necessity – the urgency of building tomorrow, is a very appropriate claim for an architecture exhibition: it perfectly matches our scenarios, so urgent and so different from anything experienced only a few years ago. For over three decades society and architecture have lived in limbo, an intelligent and masochistic dream called “infinite progress society”, a dream of fake overabundance and true overdosing. An epic overloaded with activity, the production of goods, projects, refuse and failures. A long season in which needlessness and superfetation were considered indispensable forms of existence. Existence itself was expressed as a sterile whirlwind, a hyperactive restlessness whose only purpose seemed to leave no instant unoccupied, no box unticked. This law of entropy, of maximum energy dispersion, has inevitably led to resource depletion. The second law of thermodynamics teaches us that transformation or energy exchange is never reversible, and depleted resources are not reusable. As is customary, the problem is not addressed until we are presented with the check; meanwhile, it’s ok to think that the enjoyment can go on forever. Architecture has contributed to this hedonistic dissipation process by crafting elegant and representative shells, by diffusing brilliant and convincing concepts, but most of all by enacting colonial methods of occupation and exploitation of space. In this sense we architects have been the greatest drivers in this late empire’s capitalistic mad race, as is only fair and just, because it is architecture’s destiny to score deep signs in every Zeitgeist: every era has its space and every space has its shape. Concepts such as Sprawl City and Junkspace perfectly embody postindustrial society’s liberal-liberistic formula. Thus this concluding epoch’s architecture, of which Rem Koolhas has been one of the most lucid theorists and exceptional concept forger, has introduced a diffused “cynical reasoning” in its projects, which still somehow permeates every aspect of public and private life. While systematically searching for universal format, architecture has become ever so abstract and disincarnate,


a “module” who doesn’t give a damn about context as it designs highly artificial spaces, acephalous and commercially oriented. Still, I find it hard to condemn this creative period. I give it credit for revolutionizing architectural lexicon with ideas able to cross cultural boundaries, for freshening up stylistic preconceptions, for overthrowing city geographies and living sociology, and for redefining the ideas of public and private space. However, this idea of design “beyond good and evil”, this neutral, diaphanous architecture not so much inconsequential, but rather indifferent to consequences, can hardly be justified today. It has been superseded by radical paradigm shifts. It has appeared as unfit, dissonant and out of place ever since the ground beneath its feet gave way. Its validity was based on two indispensable theorems: on the one hand, evidence of tabula rasa, i.e. the absence of ethical and aesthetical constraints as to how, where, when and sometimes also as to why; and on the other hand, unlimited trust in ever-increasing availability of economic and technological resources, “air conditioning supports our cathedrals”. What happens when air conditioning stops working? How can these cathedrals stand in the face of the world shipwreck? The costs of entropic logic are turning out to be unsustainable for society as a whole. It is no different for architecture. There has been a warning sign in the summer of 2010, with the previously unheard of shutting down of the new Seattle Public Library: service interruption was mandated by a huge deficit in the annual budget. It had never happened before, but the new premises were generating unsustainable running costs compared to available funds. The new library had been designed and built in the context of an expanding economy, and was unable to cope with new and different needs. The building had been programmed for an infinitely iterated enjoyment unavailable today. The design was not flawed per se: its rapid functional obsolescence has simply been brought upon its lack of necessity. The limit in Seattle’s Public Library, and similar projects, has been in ignoring the time variable, thus the ephemerality of objects and their function. The boundary between the “before” and

“after” the global economic crisis mandates that architecture adopts new approaches and sensibilities. The first concept in this perspective is what I call “needy condition”. By this I mean the urgency to act consciously, but differently from what has been until now customary. It is now evident a return to the poetics of necessity, suggesting the acceptance of shipwreck not as destiny, but as opportunity. The meaning of contemporaneity is to “go with the times”: today’s difficult times are made of radical choices, of consciousness without shallowness, of responsibility. And what makes architecture one “with” the times? It is the ability to connect what happens today to what happened in the past and what will happen tomorrow, an architecture working as median space and in dialogue with everything: space, nature, other buildings, objects and subjects in the world. The principle of exceptionality, of bigness, until recently seen as a quality in itself, gives way to a more attentive principle of reducing the scope of intervention and phenomena related to architecture. We must renounce the absolute theorem of tabula rasa to preach a new form of balance, efficacy and communication between buildings and the rest of the world. We must abandon Robinson Crusoe to become Japanese castaways in the Pacific. There is a further defining aspect in necessity architecture, which I term “innocence”, i.e. the capability to build without causing damage. Innocence is not meant in the moral, but rather the clinical sense, i.e. the fundamental principle “primum: non nocere” coming from Hippocrates down to this very day, which should orient every architectural thought in these needy days. Innocence does not mean lack of action in the face of context, but rather mindfulness, critical research, discipline. Neither awe nor underestimation, but care. Not “fuck the context”, but “fuck WITH the context”. The idea of innocence in architecture comes from a text by Reiner Maria Rilke where, in the broadest sense, he speaks of “touching the ground as if for the first time”. Attention to context springs from the obviousness of perception: we never

perceive an object isolated from its context. However aseptic or artificial, the background surrounds it, envelops it and conditions it. The same can be said for architecture. It is not possible to build in a vacuum of meaning, as has been instead thought for a long time. There must exist a relationship between the building and its surroundings, whatever they might be. Returning to the basics and the needs of innocence means letting go of many habits and practices from the season of excess: décor, superfetation, whim, plethoric and maximalist experimentation and a messianic trust in technology. All this has ushered in a more sober discourse, an exercise in reduction and thrift (of means, space, and energy), as we are mindful that resources are not infinite. But most of all, a more acute attention towards the fragility of world balance, and to the idea we can no longer ignore the laws of size. An architecture, then, researching subtraction, taking away from, recovery, substance; an architecture that is one with the world, in that is incorporates in it as an element in minor tone. Like “plus” as defined by French architects Lacaton & Vassal, i.e. the endeavor to offer decent, mindful living to the greatest number possible, with the minimum possible material investment. Within this topic it is impossible not to reconsider the role of politics, as the subject of polis, an essential ingredient in order to define architecture’s new shapes and expression. The politics of architecture are closely tied to the politics of economics, and they consist of a positive attitude able to bring both back to the human size of polis, of community. Something that is equally distant from the hypertrophic ego of archistar architecture, as it is from the morality-free nihilism of pure finance. The six keywords identified by A Matter of necessity (care, complexity, transience, meeting, heterotopia, and re-conversion) all touch the nerves of a world ever so doubtful of ancient certainties, as they try to map its vanishing lines. In its purpose and enunciates, the exhibition intercepts signals and traces of this new “needy condition”, as it tries to convey them to the public. The 16 selected works have all passed through the sieve of this diverse design

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

sensibility: they are all architectureredefining works, with the obligation to a greater attentiveness to contextualizing needs. They are 16 proposals to conceive the design lexicon to come. Nonetheless, in a general statement pertaining all projects received, irrespective of quality (which is mostly outstanding), it is sad to say that the distancing process from dominant architecture is far from metabolized. You may still detect a sort of strategic indecision, a conceptual indefiniteness, which is typical in the beginning of all change processes. We would have expected a greater attention and originality with reference to degrowth, non-superfetation and ephemerality. We have missed the leap forward, towards concrete creativity and yet-asunconceived-ness. Even the lyrical aspects of architectural drawings, the empathy of space with subjects and objects, stand out on a background reflecting the burdensome legacy of a strong, muscular, dry and anesthetized grammar. These notes must not be meant as faint praise: they simply underline the difficulties accompanying, as is always the case, the invention of a new language. What matters, however, is to start babbling it.

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STATO DI NECESSITÀ L’URGENZA DI PROGETTARE IL DOMANI MATTER OF NECESSITY THE URGENCY OF BUILDING TOMORROW Ethel Baraona Pohl

“Signori, abbiamo finito i soldi… ora mettiamoci a pensare.” Sir W. Churchill Viviamo in un tempo in cui il mondo intero è scosso, in termini sociali, economici e politici. Un’era di diffusa incertezza politica, senza vie d’uscita, in cui gli architetti chiedono di far sentire la loro voce riguardo alle politiche di progettazione urbana, gestione aziendale, disoccupazione e spazio urbano. Nel 1919 Bruno Taut scrisse1 ad alcuni amici: “Cari amici e colleghi, vorrei suggerirvi la proposta che segue: oggi non c’è quasi nulla da costruire, e se anche riusciamo a costruire da qualche parte, lo facciamo per sopravvivere. Oppure avete avuto la fortuna di realizzare un bel progetto? L’attività professionale mi disgusta; e tutti voi nutrite forse gli stessi sentimenti. Detto con franchezza: è giusto che oggi non si ‘costruisca’. Così le cose possono maturare, mentre noi raccogliamo le forze: quando si ricomincerà, comprenderemo il nostro obiettivo e saremo abbastanza forti da proteggere il nostro movimento da indolenza e degenerazioni. […]”. Leggendo questa lettera di quasi un secolo fa, sembra che la storia del mondo sia ciclica, così come la storia dell’architettura e l’importanza che essa riveste in quasi tutte le attività umane. In questo contesto, il progetto “Stato di necessità” si interroga sull’urgenza di progettare il domani, ma, come suggeriscono le parole, anche sul bisogno di chiedersi cosa significa “costruire” oggi. L’idea che “costruire” significhi “fabbricare, erigere, creare”, come da definizione enciclopedica, è stata trasformata e adattata ai bisogni odierni

di cittadini e città, e ora si ritiene possibile che un architetto sia in grado di fabbricare, erigere e creare molto più di un semplice edificio. La consapevolezza concreta del potenziale rappresentato dalla parola “architetto” può essere una potente scintilla per iniziative e progetti, ed è proprio questa la base da cui parte il progetto “Stato di necessità”. Lebbeus Woods afferma2 che “L’unica cosa radicale è lo spazio che non sappiamo abitare. Quindi uno spazio in cui dobbiamo inventarci il modo di vivere ed agire”. Sembra che questa citazione sia perfetta per descrivere la metamorfosi che ha vissuto l’architettura negli ultimi anni. Il divario tra teoria, pratica e spazio edificato, è andato aumentando negli anni passati; oggi gli architetti devono trovare nuove risposte, come ha fatto Constant con la sua idea della “New Babylon”, la nuova Babele: altra città, altra vita. I confini che separano natura, architettura e città stanno scomparendo e l’architettura si sta adattando a questa nuova realtà in cui viviamo. Il concetto di “architettura”, lungi dall’essere limitato a ciò che è costruito con pietre e mattoni, al suo interno comprendeva fin dal principio un ampio spettro di settori eterogenei, determinando la natura complessa di questa disciplina. Le potenzialità dell’architettura come matrice di cambiamento sono infinite perché è lo strumento in grado di dare corpo a un’immagine come mezzo di produzione culturale rispondendo, allo stesso tempo, agli impulsi razionali e alle forze sociali radicali. Lo spazio è stato raramente tema di discussione prima del ventesimo secolo, come ha fatto notare anche Bernard Tschumi3, ma ora gli architetti hanno riscoperto l’interesse per lo spazio e per un significativo approccio ad esso - dagli spazi privati allo spazio pubblico, passando attraverso le regole spaziali - e questa tendenza ha assunto anche implicazioni politiche ed economiche. Cambia il ruolo dell’architetto, e il suo approccio ideologico cambia con lui. Se l’architettura è il risultato di un modo di pensare4, oggi abbiamo a disposizione un bacino molto ampio di richiami, idee e progetti. Grazie alle nuove tecnologie possiamo accedere ad una miriade di informazioni potendo così nuovamente concentrarci sul pensiero critico con lo scopo di riscoprire idee che possano rivelarsi ancora utili e allo stesso tempo di operare un’attenta analisi del passato, per capire come siamo arrivati a questo


presente, e come agire nell’immediato futuro. Forse l’architettura dovrebbe adottare il nuovo approccio rappresentato dalle innovative modalità di apprendimento e condivisione della conoscenza generata e concentrarsi sulle migliori strategie di ricerca come mezzi per sfruttare un approccio orientato al futuro, volto alla scoperta di quale sia l’urgenza di progettare il domani. 1

M. DE BENEDETTI - A. PRACCHI, Antologia dell’architettura moderna:testi, manifesti, utopie, Zanichelli, Bologna 1988, p.281. 2 The “free space” projects by Lebbeus Woods 3 B. TSCHUMI, Architettura e disgiunzione, Pendragon, Bologna 2005. 4 N. LEACH, Rethinking Architecture: A Reader in Cultural Theory, Routledge, London 1997.

“Gentlemen. We have run out of money... now we have to think.” Sir W. Churchill We’’re living moments when the whole world is so convulse in social, economical and political terms, an era of pervasive political uncertainty remarked by the lack of alternatives where architects want to be involved again, to claim opinion dealing with subjects such as town-planning policies, business management, unemployment, and the urban space. In 1919 Bruno Taut wrote1 to some of his friends: “Dear Friends, I should like to make you this suggestion to you: today there is hardly anything to build and when we can build something somewhere, we do so in order to live. Or are you fortunate enough to be commissioned to do something interesting? In practice I am almost disgusted and, basically, you all probably feel the same. To be honest: it is a good thing that nothing is being ‘built’’ today. Thus things can mature, we can gather our strength, and when it begins again, then we know our goal and will be strong enough to protect our movement against inertia and degeneration...” Reading this letter from almost a century ago, it seems like the history of the world is always cyclical and so is the history of the architectural practice and its influence on mostly all human activities. In this

context, the project “Matter of Necessity” wonders about the urgency of building tomorrow, but more than this, it can be recognized on their motto the need of wonder what “building” means nowadays. The idea that “building” means “The act of constructing, erecting, or establishing” as it has been defined, has been transformed and adapted to the current needs of citizens and cities and now, it is possible to think that an architect can construct, erect or establish many other things that an edifice. A feasible understanding of all the possibilities behind the word “architecture” can be a powerful instigator for new actions and projects, which is the main idea behind “Matter of Necessity”. Lebbeus Woods stated2 that “The only thing that is radical is space we don’’t know how to inhabit. This means space where we have to invent the ways to act and to live.” and it seems that this quote is appropriate to describe the metamorphosis of the architectural practice in recent years. The gap between practice, academic and the built environment has been increasing in the past years; now architects need to find new ways to respond, as Constant did with his idea for the “New babylon”: another city for another life. The boundaries that separates nature, architecture and the city are on its way to disappear, and now architecture is adapting itself to this new scenario we’’re living. Far away from the idea that architecture is only what is built with bricks and stone, since its inception it has been basically a concept which includes a big range of heterogeneous fields, inasmuch as it is a complex discipline. The possibilities of architecture as a fulcrum for change are infinite, because it’’s a way to materialize imagination as means of cultural production at the same time that it responds to rational impulses and radical social forces. Space had rarely been discussed by architects before the beginning of the twentieth century, as Bernard Tshcumi pointed3, but now architects are deeply concern with space and it meaningful approach. From private spaces to public space going through spatial practices and this fact has also political and economical implications. The role of the architect is changing and so its ideological approach. If architecture is the product of a way of

thinking4, nowadays we have an extensive field of references, ideas, and projects; the access to information with new technologies makes possible to say that we can focus again on critical thinking, with the aim to rediscover ideas that can be useful again but, at the same time with a profound analysis of the past to rediscover how we have reached this present and how we can react in the near future. Maybe what architecture needs is a new approach of innovative ways of learning and sharing the generated knowledge, a focus on better strategies of research as means of maneuvering a forward-thinking approach, driven to discover which is the urgency of building tomorrow. 1

M. DE BENEDETTI - A. PRACCHI, Antologia dell’architettura moderna:testi, manifesti, utopie, Zanichelli, Bologna 1988, p.281. 2 The “free space” projects by Lebbeus Woods 3 B. TSCHUMI, Architettura e disgiunzione, Pendragon, Bologna 2005. 4 N. LEACH, Rethinking Architecture: A Reader in Cultural Theory, Routledge, London 1997.

DAL PROGETTO ALLA DE-PROGETTAZIONE FROM PROJECT TO DE-PROJECT Gaetano Rametta

Perlomeno a partire da Fichte, il soggetto moderno è un soggetto che “pone”. Ciò significa che esso è solo nella misura in cui si fa. Ora, per farsi esso ha bisogno di un mondo, all’interno del quale possa realizzare il proprio agire. Il mondo diventa il teatro delle libere attività del soggetto, e il soggetto si riconosce come tale solo nella misura in cui subordina alle proprie esigenze e ai propri bisogni il mondo esterno. Uno dei significati che spettano all’idea del “porre”, dunque, è senz’altro legato all’idea di una “proiezione” del soggetto sulla realtà. Il soggetto si pone(si fa) solo nella misura in cui si proietta sul mondo esterno. E qui ci avviciniamo al nostro tema. Proiettare, infatti, fa rima con “progettare”. Il soggetto esiste solo nella

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

misura in cui si fa, cioè agisce; per farsi, deve agire su un realtà al di fuori di lui, cioè proiettare sulla natura esterna i propri scopi e i propri desideri, al fine di soddisfarli. Ma questa proiezione non sarebbe umana, legata all’esercizio di un’intelligenza, se non fosse una proiezione di tipo progettante. La proiezione del soggetto è una proiezione pro-gettuale, nel senso che il soggetto getta davanti a sé ciò che esso ha anticipatamente immaginato come un obiettivo da raggiungere. L’idea di progetto è dunque strettamente legata all’idea di soggetto come attività che “pone”. Ma riflettiamo ulteriormente sull’idea di “progetto”. Abbiamo detto che il progetto è un getto che anticipa, e anticipando esige di porre qualcosa come reale. Ma porre qualcosa come reale, è senz’altro un aspetto fondamentale della nozione di “costruire”. Quando io dico che ho costruito qualcosa, vuol dire che ho raggiunto qualcosa nella realtà, nel senso che ho aggiunto alla realtà qualcosa che prima non esisteva. L’idea del costruire è dunque anch’essa legata all’idea del porre, ma aggiunge la sfumatura che il porre è tale solo se pone qualcosa di “nuovo”. Il costruire è un porre qualcosa di nuovo, e in questo senso è anch’esso irriducibilmente legato all’idea di modernità. In tedesco, non a caso, età moderna si dice Neuzeit, cioè appunto “età nuova”, sia perché si distacca da ciò che essa vede come un passato da affermare come irrimediabilmente trascorso, sia perché nella “novità” essa pone ciò che la caratterizza come tale. Il moderno è tale solo se non cessa mai di porre qualcosa di nuovo, cioè se non cessa mai di costruire. In questo senso, il paesaggio veneto costellato di capannoni industriali e di villette più o meno a schiera, rappresenta davvero un’immagine esemplare della modernità, con un rovesciamento all’apparenza paradossale, ma che in realtà è costitutivo dell’idea stessa del moderno. Ciò che si pone come nuovo, come “moderno”, è infatti votato per sua stessa natura a trapassare incessantemente in qualcosa di “vecchio”. Per questo, la sequenza di fabbriche e “fabbrichette” che costellano quelle che una volta erano le nostre campagne, trasmettono la sensazione di un’archeologia, che fa della modernità veneta qualcosa di arcaico, di trapassato, mi verrebbe da dire: di strutturalmente arretrato. Ma il richiamo al “capannone”, mitico 56

archetipo della piccola e media impresa, mi permette di aggiungere l’ultimo tassello al ragionamento sul “porre”. Perché il soggetto moderno è votato al costruire? Perché è votato alla posizione incessante di qualcosa di nuovo. Costruire è porre qualcosa di nuovo: ma porre qualcosa di nuovo, significa farlo venire alla luce, cioè pro-durlo nel senso etimologico di condurlo alla realtà, di farlo apparire. Costruire è dunque intrinsecamente un produrre, l’idea di costruzione è inscindibile da quella di “produzione”. È dunque del tutto conseguente che, se la produzione è già interna alla costruzione, ciò che io costruisco in termini di edificio sia funzionale all’attività della produzione nel significato economico di questo termine. La proliferazione dei distretti industriali, a cui abbiamo assistito in questi ultimi decenni nelle regioni più “sviluppate” del nostro paese, è solo l’applicazione locale di questa logica. Ora, nel momento in cui l’economia delle reti e della conoscenza stravolge la nozione stessa di produzione, diventa inevitabile porre il problema - cui accennavo prima - se il carattere apparentemente avanzato del “modello veneto” non sia la cartina di tornasole di una sua più reale, e più profonda “arcaicità”. Ma anche in questo caso, non voglio divagare in regioni discorsive nelle quali la mia “incompetenza” - come avrebbe detto Derrida - si farebbe talmente scoperta da diventare insopportabile. Restiamo sul piano più generale e più modesto delle relazioni fra i concetti. Abbiamo presentato la sequenza porreprogettare-costruire-produrre come struttura portante del soggetto moderno. Proviamo a trarne la conseguenza principale. Il soggetto che pone è un soggetto che produce: ma un soggetto che non cessa di produrre è un soggetto che non cessa di occupare, riempire, saturare. Fare esempi sarebbe fin troppo facile. Passiamo direttamente alla conclusione: a forza di riempire e saturare, il soggetto rende impossibile il suo stesso “porre”. Non c’è porre se non c’è un “luogo” che lo accolga, se non c’è uno spazio entro il quale esso si possa dispiegare. L’annullamento dello spazio per eccesso di saturazione conduce all’azzeramento del porre, e dunque del soggetto che di quel porre consisteva. Il circolo porre-progettare-costruireprodurre, che vorrebbe ricominciare sempre di nuovo connettendo il produrre

ad un nuovo “porre”, toglie le condizioni che lo rendono possibile, e distrugge se stesso. Questa è la conseguenza “nichilistica” che, nella storia della filosofia, venne rimproverata a Fichte dal suo interlocutore Jacobi. Tenendo conto di questa critica, egli sviluppò una nuova filosofia, in cui il soggetto non era più semplicemente attività che pone, bensì esso stesso il “luogo” attraverso il quale scorreva una vita più ricca e più ampia. Che cosa potrebbe significare, per noi, oggi, riscoprirci come luogo di transito e non più come soggetti coattivamente costretti a “porre”? Sicuramente un rivolgimento etico di proporzioni difficilmente immaginabili. Ma per restare più aderenti al nostro piccolo discorso, che cosa comporterebbe l’acquisizione di questa consapevolezza in rapporto all’idea del “progetto”? A me, seguendo suggestioni derridiane, non viene in mente altro che una formula: “deprogettazione”. Se progettare è porre, e porre porta in un vicolo cieco il progettare, forse proprio destrutturando la nozione di progetto diventerebbe possibile abbandonare la coazione del porre, e predisporsi all’invenzione di nuove forme di creazione, non più legate all’idea di progettazione come incessante costruzione. In questo senso, il lavoro dell’architetto non avrebbe più a che fare soltanto con uno specifico ambito professionale, ma assumerebbe valenze di carattere generale, come del resto è sempre stato. Non mi resta dunque che chiudere col titolo di un volume derridiano uscito qualche anno fa, a cui però aggiungerei un segno esclamativo: Adesso l’architettura! At least since Fichte, the modern individual has been one who “posits itself”. This means that it exists only to the extent that it “comes into being”. Now, in order to come into being, it needs a world inside which it can carry out its actions. The world turns into the theatre for the individual’s free activities and the individual recognises itself as such only to the extent that it subordinates its requirements and its needs to the outside world. One of the meanings related to the idea of “positing itself”, then, is certainly bound up with the idea of a “projection” of the individual on reality. The individual posits itself (comes into being) only to the extent that it projects itself on the outside world. And here we are


approaching our theme. In fact to “project” is a verb that changes meaning according to where we put the stress. The individual only exists to the extent that it comes into being, that is to say acts; to act, it must act on a reality outside itself, that is project its aims and desires on outside nature, in order to satisfy them. But this projection would not be human, associated with the exercise of an intelligence, if it were not a kind of throwing, as the original Indo-European and Latin roots indicate. The projection of an individual is one in which the individual projects – throws forward what it has imagined beforehand as an objective to attain. The notion of a project, therefore, is closely linked to the notion of the individual as an activity that “posits itself”. But let us reflect a little further on the notion of a “project”. We have said that a project is something “thrown forward” that anticipates, and in anticipating it demands that something be posited as real. But positing something as real is certainly a fundamental aspect of the notion of “constructing”. When I say that I have constructed something, this means that I have attained something in reality, something that did not exist before. The notion of constructing, then, is also associated with the notion of positing, but adds an extra shade of meaning: positing is only such if it posits something “new”. Constructing is positing something new, and in this sense constructing, too, is irreducibly associated with the notion of modernity. The German for modern age, and this is no coincidence, is Neuzeit, which in fact means “new age”, both because it is detached from what it sees as a past that must be stated as having irremediably gone by and because it posits in the “novelty” what characterises it as such. Something modern is only modern if it never stops positing something new, that is if it never stops constructing. In this sense, the Veneto landscape, dotted with industrial warehouses and little houses, some terraced and some not, is really an exemplary image of modernity, with an inversion that appears paradoxical but which really constitutes the very notion of the modern. What posits itself as new, as modern, is really destined, by its very nature, to pass away unendingly into something “old”. So the sequence of factories and workshops that are dotted

over what used to be our countryside conveys the sensation of an archaeology that renders this Veneto modernity something archaic, something defunct, I almost feel like saying something structurally outdated. But the reference to the capannone (industrial warehouse), the mythical archetype of the small or medium enterprise, allows me to add the last piece to the mosaic of my reasoning about “positing”. Why is the modern individual destined to construct? Because it is devoted to the incessant activity of seeking something new. To construct is to posit something new, but positing something new means bringing it to light, that is producing it, and here we go back to Latin again, pro + ducere, to lead, leading it to reality, making it appear. Constructing, therefore, is intrinsically producing; the notion of construction is inseparable from that of “pro-duction”. It is entirely a consequence of this that, if production is already within construction, what I construct in the terms of a building should be functional to the activity of production in the economic sense of this word. The proliferation of industrial districts that we have seen in recent decades in the more “developed” Italian regions is only the local application of this logical process. Now, at a time at which the economy of the networks and of knowledge is turning the very notion of production upside down, it becomes inevitable to raise the problem – which I have mentioned above – of whether the apparently advanced “Veneto model” is not the litmus test that demonstrates that it is closer to reality to consider this model profoundly archaic. But in this case too, I do not wish to digress into areas of speech in which my “incompetence” – as Derrida would have said – would become so plain as to become intolerable. We will stay on the more general and more modest level of relations between concepts. We have presented the sequence of positing–projecting–constructing– producing as the fundamental of the modern individual. Let us draw the main conclusion. The individual that posits itself is an individual that produces; but an individual that does not stop producing is one that does not stop occupying, filling, saturating. It would be all too easy to give examples. We will go on to the conclusion straight away: by

dint of filling and saturating, the individual makes its own positing impossible. There is no positing if there is no “place” to receive it, if there is no space in which it can deploy. The annulment of space owing to oversaturation leads to the extinction of positing, and therefore of the individual that consisted of that positing. The positproject-construct-produce cycle, which hankers to go back to the beginning again continually, connecting production with a new positing, removes the conditions that make it possible and destroys itself. This is the nihilist consequence that Fichte’s conversation partner, Jacobi, threw in Fichte’s face. Taking this criticism into account, Fichte developed a new philosophy in which the individual was no longer an activity that posits itself but itself the “place” through which a richer and fuller life passed. What might it mean for us today to rediscover ourselves as a place of transit, and no longer individuals compelled by force to posit ourselves? It would certainly be an ethical upheaval of proportions that it is hard to imagine. But, to keep closer to the subject of our little talk, what would gaining this awareness entail with regard to the notion of “project”? The only thing that comes to my mind, following ideas presented by Derrida, is a formula: “deproject”, no project, i.e. deconstruct. If to make a project is to posit oneself, and positing ourselves leads the continual planning of projects into a blind alley, perhaps by deconstructing the project notion it would become possible to put the coercion to posit ourselves behind us and lay the ground for the invention of new forms of creation, no longer associated with the notion of projects seen as never-ending construction. In this way the work of the architect would no longer involve a specific professional sphere, but would take on a general value, as, moreover, has always been the case. So it only remains for me to conclude with the title of a Derrida book that came out a few years ago, to which, however, I would add an exclamation mark: Adesso l’architettura! (Collection of writings on the Architecture of Deconstruction)

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

NECESSITÀ MONUMENTALE NEL PAESAGGIO DELL'ABBANDONO MONUMENTAL NEED IN THE LANDSCAPE OF ABANDONMENT Beniamino Servino

01. Enunciazione/Annunciazione Abusi di necessità. Abuso. Cattivo uso, uso eccessivo, smodato, illegittimo di una cosa. Io abito troppo, lo faccio in modo eccessivo smodato illegittimo. Abuso. Esercizio illegittimo di un potere. Io esercito illegittimamente il potere di modificare il paesaggio. Di-segnare il territorio, o semplicemente un campo. Una sponda. E mentre modifico illegittimamente il luogo del mio bisogno lo rendo vulnerabile [il luogo, non il bisogno]. Siamo vulnerabili insieme [io e il luogo, la parte attiva e la parte passiva, vicendevolmente]. Conviviamo vulnerabilmente, mirabilmente. Necessario. Da cui non c’è modo di ritirarsi. Io non posso ritirarmi da un bisogno.

01. Torri quasi gemelle con scivoli rossi

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Abbandonare. Lasciare senza aiuto e protezione, lasciare in balìa di se stessi o di altri. Smettere di occuparsi di una cosa. Smettere di averne cura. Ma il paesaggio vuole [vuole!] essere abbandonato [mai più campi da golf, mai più!]. È quella la sua vocazione, il suo destino. [Col tempo forse l’abbandono assorbe il bisogno, assorbe l’oggetto con cui il bisogno si è manifestato]. C’è assonanza tra la rappresentazione del bisogno e il luogo della sua rappresentazione. Tra il testo e la scena. Tra lingua e linguaggio. Chiudo gli occhi, sento parlare, riconosco un idioma, una inflessione, un accento. Posso figurarmi [dalla lingua] il linguaggio della sua [della lingua] rappresentazione. Posso figurarmi la forma delle case, la forma della città. È una città che parla la lingua di chi la abita, di chi l’ha costruita. Una lingua non semplificata ma povera, che racconta non il degrado ma l’arroganza di chi non ha storie da raccontare. Lingua parlata e linguaggio architettonico sono perfettamente sovrapponibili. Se la percorri [questa specie di città] a occhi chiusi e fai attenzione ai rumori sgraziati delle voci, puoi ricostruire - tenendo gli occhi chiusi - le sagome delle case. È la lingua dell’analfabetismo di ritorno che restituisce forme ingoiate senza essere masticate e cacate così, solo sporche di merda. È la città del futuro. È la città di tutti contro tutti. Dell’uomo troppo distratto per la rivoluzione. Vocabolario essenziale. Lingua essenziale ma iperbolica, ripetitiva ridondante rumorosa. Ripetitiva, piena di tic. Tanti bisogni piccoli, tutti assieme, diventano una massa. Senza consapevolezza aspirano al riscatto. Cercano la piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Piè-tas. Prima un sussurro. Poi un coro. Poi un urlo ca-denza-to. Com-pi-ta-to. Ma per essere condivisa e sostenuta [la pìetas] deve essere riconosciuta. Deve essere rappresentata [la pìetas] in una forma generata dal bisogno. Deve mostrare fiera la sua genesi, ma assumere anche una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata. Ma ancora riconoscibile. Una anamorfosi liberatoria, immaginifica. Solo allora la pìetas genera stupore. Uno stupore da controriforma. Uno stupore che prepara il rispetto, uno stupore legittimante. E il monumento al bisogno riscattato

dalla piè-tas sta nel paesaggio dell’abbandono in-vulnerabilmente. Mirabilmente. 02. Esemplificazione/semplificazione La Pennata è il manifesto popolare dell’appropriazione degli archètipi. Archètipi riproducibili istintivamente, riconoscibili immediatamente. Una capanna senza tempo, senza tecnologia, senza aspirazione alla invenzione della forma. La pennata è costruita per essere temporanea, precaria; smontabile se arrivano i vigili [ma figurati se arrivano i vigili!]. L’éphémère est éternel. Da un lato l’uomo-bambino fabbrica un riparo [un ricovero] per le cose che stanno fuori [che possono stare fuori], dall’altro l’uomo adulto fabbrica accanto al primo il riparo [il ricovero] per le cose che stanno dentro [che devono stare dentro]. Il bambino gioca con la leggerezza dell’apparente improvvisazione [guidato geneticamente] accanto all’adulto che restituisce [per sentito dire, per persuasione mimetica] formule di integrazione sociale [una iconografia di appartenenza]. Ma lo sapete, [voi] adulti non più bambini, che quelle capanne/mezze capanne/capannoni che avete vicino [a voi] possono riaffiorare sulla spiaggia insieme alla statua della libertà? 03. Rispetto/dispetto Occupazione proletaria dei monumenti. Fuochi, bivacchi, finestre, finestrelle, accatastamenti. L’occupante prova una soggezione [che non vuole ammettere] al cospetto del monumento, ne sente una armonia a cui non è educato, ma la sente. [L’occupante] occupa il monumento perché lo associa [il monumento] a un potere che lo ha escluso [a lui, all’occupante]. Ne riconosce il valore simbolico. L’occupante-iconoclasta è stato prima un escluso-idolatra. 04. Tipo/cetriolo/zucca/nido/pennata Quel grattacielo somiglia a un cetriolo. Quell’auditorium somiglia a una zucca. Quello stadio somiglia a un nido. Questa è una pennata. 05. Tono su tono/nuances In primavera, da aprile fino a maggio, il paesaggio dell’abbandono è colorato con una quantità che non si può contare di verdi diversi. Ma tanti. Mai tanti. E ogni verde ha il suo posto. È un verde assorbente. 06. Identità/individualità


L’identità di un luogo, di un popolo. Io appartengo a un luogo o a un popolo se ricalco un modello. Identità come modello. Io appartengo a un luogo o a un popolo se sono nato in quel luogo da quel popolo. Identità come codice genetico. Io appartengo a un luogo o a un popolo se trovo familiare quel luogo se quel popolo mi protegge come una famiglia. Identità come rifugio. Io appartengo a un luogo o a un popolo se quel luogo lascia un posto per me e se quel popolo mi aggiunge agli altri. Identità come inclusione. Io appartengo a un luogo o a un popolo se quel luogo e quel popolo mi riconoscono tra gli altri. Se si accorgono di me tra gli altri. Se colgono la mia inflessione quando parlo la stessa lingua. Identità come somma di individualità che si sfiorano. 07. La non-città e il popolo dell’oblio/la non-città e il popolo di sky L’equilibrio della città ne prepara la bellezza. Ne recupera la bellezza. La città recente [ai margini del centro, marginale, o in enclaves all’interno della città densa, occupata] non è contro la città non recente. Non è anticittà. È una non-città. [Non è anticittà ma un aborto, un feto ipocalcificato. Una non-ancora-città. A not-yet-city] … Giaculatoria La non-città corrisponde al popolo dell’oblio/La non-città ospita il popolo dell’oblio/La non-città deriva dal popolo dell’oblio/La non-città è costruita per il popolo dell’oblio/... … La non-città e il popolo dell’oblio non partecipano alla distribuzione dei pesi [hanno un peso trascurabile]. La bellezza e la democrazia [invece] sono costruite sull’equilibrio. [L’estetica del dis-equilibrio riflette lo sbilanciamento economico e sociale]. NECESSITÀ MONUMENTALE NELLA CITTÀ SBILANCIATA. Per essere condiviso e sostenuto il monumento deve essere riconosciuto come proprio. Deve essere rappresentato [il monumento] in una forma generata dal proprio repertorio linguistico. Deve mostrare fiero la sua genesi, ma assumere anche una dimensione dilatata ipertrofica ciclopica smisurata. Ma ancora riconoscibile. Una anamorfosi

02. Una Pennata. Foto di Dionigi Santoro

liberatoria, immaginifica. Solo allora il monumento genera stupore. Uno stupore da controriforma. Uno stupore che prepara un nuovo equilibrio, uno stupore legittimante.

01. Enunciation/Annunciation[Mary, you carry the son of the Lord] Violations for necessity. Violation [excess]. Misuse, excessive use [ruthless], unlawful use of a thing. I take up too much room. I do that in an excessive [ruthless] illegitimate manner. Violation [abuse of power]. I illegitimately exercise the power to change the landscape. De-sign [(de)mark] the landscape or even a just field. A shore. And while I illegitimately alter the place of my need, I make it vulnerable [the place, not the need]. We are vulnerable together [me and the place, the active subject and the passive subject]. We cohabit vulnerably, admirably. Necessary. There is no way I can withdraw from it. I cannot withdraw from a need. To abandon. To leave it without help or protection, to leave it to its own frailty or to that of others. Stop taking care of something. The landscape wants [wants!] to be abandoned [no more golf courses, never again!]. It is its vocation, its destiny. [Maybe time absorbs the need for abandonment. It absorbs the object through which the need has been manifested]. There is assonance between the representation of need and the place of its representation. Between the script [of a play] and the stage. Between spoken

03. I monumenti sopravvivono all’uomo?

language and architectural language. I close my eyes, I hear people talking, I recognize a language, an inflection, an intonation. I can figure out the houses of the people speaking that language. I can envisage the city built with those houses. It is a city that speaks the language of the people who live in it [the people who built it]. Not a simplified language but a poor language. A language that doesn’t tell a story of decay but a story with the arrogance of those who have no stories to tell. The spoken language and the architectural language are perfectly superimposed. If you walk [eyes closed] through this city and pay attention to the ugly noise of the voices you can guess [eyes closed] the shape of the houses. It is the language of relapse into illiteracy, ingested, swallowed whole and then regurgitated, simply ejected as is, stained with shit. It is the city of the future. It is the everybody-against-everybody else-city. Of men-too-distracted-by other-things-tomake-revolution-city. Essential vocabulary. Essential but hyperbolic [repetitive redundant noisy] language. Repetitive [full of rapid involuntary movements] language. So many little needs, all together, became a multitude [large-multitude-of-littleneeds]. The large-multitude-of-little-needs aims for redemption. But first of all this crowd wants to be identified. I-den-ti-fi-ca-tion. I-den-ti-fi-ca-tion. I-denti-fi-ca-tion. First a whisper. Then a choir. and finally a rhythmic scream. Spell-ed out. The crowd chooses a monument that springs [originates] out of itself to be identified. A collective [manipulated

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

04. Questa è una Pennata?

dilated] form. A form which, while becoming a hypertrophic huge mammoth form, will still be recognizable as itself. A liberating [imaginative] anamorphosis. That’s the only way the large-multitudeof-little-needs can create wonder [a counter-Reform wonder]. A wonder that inspires respect. A legitimizing wonder. The large-multitude-of-little-needs monument stands invulnerably in the landscape of abandonment. Admirably. 02. Exemplification/simplification The Pennata is the popular manifesto of appropriation. It is the appropriation of archetypes [instinctively reproducible archetypes, instantly recognizable archetypes]. The Pennata is a timeless hut [without technology] and no aspiration to invent form. The Pennata is built to be temporary, precarious, to be removed when the police arrive [but the police never arrive!] L’éphémère est éternel. [the ephemeral is eternal] On the one hand, the child-man builds a shelter [a refuge] for things that are outdoors [for things that can be outdoors], on the other hand the man-nomore-a-child builds [next to the former] a refuge for indoor things [for things that should stay indoors]. The child plays [genetically driven] with the lightness of improvisation next to the man who, [for mimetic persuasion], returns to formulae of social integration a [an iconography of belonging]. Do you know, [you] men-no-longerchildren, that those huts/half-huts/giant-huts that you built can be wrecked on a beach along with the Statue of Liberty?

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05. E’ un verde assorbente.

03. Admiration/destruction Proletarian occupation of monuments. Fires, bivouacs, windows and small ramshackle windows, pilings. The squatter feels awe/deference [that he does not want to admit] in front of the monument. He [the occupant] experiences a harmony [of the monument] he is not prepared to cope with, but he feels it [the harmony, the monument]. The occupier occupies the monument because he [the occupier] associates it [the monument] to a power that excluded him [the occupier]. The occupier acknowledges the symbolic value of the monument. The iconoclastic-occupier was first an excluded-idolater. 04.Type/cucumber/pumpkin/nest/Pennata That skyscraper looks like a cucumber. That auditorium looks like a pumpkin. That stadium looks like a nest. This is a Pennata. 05. Tone on tone/nuances In the Spring, let’s say from April to May, the landscape of abandonment is colored with a mass [too many to count] of different greens. A lot of greens. Never so many together. And every green has its place. It is an absorbing-green. 06. Identity/individuality The identity of a place, of a people. I belong to a place [I belong to a people] if I adhere to a pattern. Identity as a pattern. I belong to a place [I belong to a people] if I was born in that place [out of those people]. Identity as a genetic code. I belong to a place [I belong to a people] if I find that place a familiar place [if those

06. Trionfale.

people protect me like a family]. Identity as a refuge. I belong to a place [I belong to the people] if that place leaves a little room for me and if those people make me feel welcome among them. Identity as inclusion. I belong to a place [I belong to the people] if that place and those people recognize me among them [if that place and those people realize that I am exactly there]. If they catch my accent when I speak the same language. Identity as a sum of individualities that brush against one another. 07. The non-city and the oblivious people / the non-city and the pay-tv people The balance of the city prepares [recovers] its beauty. The recent city [the outskirts, the marginal city the enclaves in the heart of the dense city] is not against the nonrecent city. It is not an anti-city. It is a non-city. [It is not an anti-city but an unborn foetus, a not-yet-solidified foetus. It is a not-yet-city]. … A prayer refrain The non-city corresponds to the people of oblivion / The non-city hosts the oblivious people / The non-city arises from the oblivious people / The non-city is built for the oblivious people /…


07. Feti ipocalcificati. Basata su una foto di Mario Ferrara

The non-city and the oblivious people do not take part in the allocation of weight [the non-city and the oblivious people have a negligible weight]. Beauty and democracy [instead] are built on balance. [The aesthetics of the imbalance reflect the socio-economic lack of balance] MONUMENTAL NEED IN THE UNBALANCED CITY. The monument [to be shared and supported by the oblivious people] has to be recognized as their own. It [the monument] has to be represented in a form that has to come out of their [the oblivious people’s] own linguistic repertoire. It [the monument] has to proudly show its genesis. It [the monument] has to assume a dilated, hypertrophic, huge mammoth-like, but always recognizable, size. A liberating [imaginative] anamorphosis. Only in this way can the monument inspire wonder [a counter-Reform wonder]. A wonder that prepares a new equilibrium, a legitimizing wonder.

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CURA 62


CURA Gli effetti delle azioni dell’uomo sugli equilibri della natura crescono esponenzialmente: sono sempre più frequenti eventi naturali inaspettati e con esiti catastrofici, le risorse non rinnovabili che giocano un ruolo essenziale nelle nostre economie si stanno esaurendo. Non si può più sfuggire ad un’assunzione di responsabilità. L'architettura si configura come la disciplina depositaria dell'assunzione della responsabilità nella cura del mondo fisico, della sua difesa e della comprensione dei risultati e delle cause dei fenomeni di trasformazione. La cura, l'aver cura, corrisponde all'interessarsi, all'occuparsi con sentimento e senza ritorni materiali, all'essere attento alle esigenze dell'altro, al preoccuparsi sentitamente e con partecipazione per qualcosa. Cura è un termine che porta in se il senso del pianificare, calcolare, prevedere, e progettare guardando al futuro per migliorare il presente (agire per scenari, progetti previsionali in grado di innescare processi di trasformazione).

CARE The effects of human actions on nature’s equilibium have never been so marked. Catastrophic events are becoming more frequent then ever. The non-renewable resources that fuel our economies are running out; we cannot escape facing this responsibility. Architecture is more than ever responsible for taking care of the physical world, and for the causes and results of its transformations. To take care means to take interest, to care for someone for no material reward, to dedicate all our attention to someone or something, to take an active interest and participate in someone else’s life. To take case also means to make plans and predictions, and plan ahead, to calculate, and draw up a draft, looking to the future to improve the present, arranging things to trigger change.

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CURA CARE

Studio/Progettista Designer eS arch - enrico Scaramellini Architetto Collaboratori Collaborator Arch. cristina Pusterla, Arch. luca Trussoni Impresa General contractor Pedroncelli geom. Andrea s.r.l. Committente Client Privato Localizzazione Location Madesimo, lombardia Cronologia del progetto Project gennaio - febbraio 2010 Cronologia del cantiere Construction luglio - settembre 2010 Dati dimensionali Dimensional data SuperďŹ cie lorda dell'opera: 35 m2 Fotografo Photos by Marcello Mariana Costo dell'opera Cost 25.000 â‚Ź

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MICRORIFUGIO ALPINO WARDROBE IN THE LANDSCAPE Il territorio alpino, luogo conquistato dalla macchina inesorabile del turismo, vive uno stato di necessità. È indispensabile un pensiero sul consumo e la cura del territorio, sulla misura e la capacità di trasformazione degli interventi. Occorre spostare l'attenzione, dimenticare Heidiland e interrogarsi sulle vere necessità di un paesaggio ancora unico.

The mountains - a place conquered by the relentless tourists masses, a place with its own particular needs. We must consider made-tomeasure consumption, taking care of the territory, and the possibility of transforming interventions. We must change our focus, forget Heidi's homeland, and ask ourselves what are the real requirements of this truly unique landscape.

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CURA CARE

Il progetto nasce all’interno di due condizioni specifiche: da una parte l’esigenza espressa della committenza alla ricerca di uno spazio minimo, intimo; dall’altra un luogo speciale, ridotto e prezioso. Il paesaggio alpino domina il territorio, appare subito evidente la condizione di spazio privilegiato, unico. Il concetto di dimensione guida il progetto. Grande è il territorio, il paesaggio; piccolo è il luogo, lo spazio. Si instaura un rapporto reciproco che innesca volontà progettuali. Qual’è il ruolo della “stanza” nei confronti del paesaggio? Come il paesaggio recepisce, “adotta” la stanza? Il punto di vista cambia in una frenetica ricerca di equilibrio. Un micro rifugio per i fine settimana, luogo di contemplazione, camera di compensazione di una frenetica condizione urbana vissuta quotidianamente. Una piccola scatola lignea si incastra tra due edifici esistenti. All’interno, il legno mostra la sua natura dai toni caldi; esternamente, il trattamento con vernici grigioargentee riecheggia i colori dei legni centenari degli edifici rurali. I pannelli lignei, montati con l’andamento diversificato della vena (verticale orizzontale), reagiscono alla luce restituendo diverse composizioni geometriche. Esternamente, quasi in una condizione mimetica, la nuova facciata lignea sembra quasi sottrarsi, nelle ombre del paesaggio; per poi ribadire, con la luce del sole, la propria presenza, abbagliando, lanciando un segnale visibile a lunga distanza. Internamente, lo spazio diventa luogo privilegiato sul paesaggio. Quasi un’astrazione, uno straniamento che permette di sottolineare la condizione privilegiata di “spettatore”. Un secondo livello di pensiero riguarda la stabilità dell’immagine dell’edificio nel paesaggio; spazi abitati per brevi periodi consolidano la propria condizione di luogo “chiuso”. La luce che riflette diversamente sui pannelli lignei modifica le sembianze nei toni e nei colori, la facciata inabitata si anima di vita propria. Infine, il progetto denuncia l’ennesima ambiguità; nella dimensione di contenitore ligneo, di mobile e di arredo, è “wardrobe in the landscape”. Il progetto opera nella dimensione ridotta, utilizza dispositivi semplici alla ricerca di un linguaggio contemporaneo all’interno di contesti ambientali fortemente caratterizzati. The project is based on two specific conditions: the need of the client for a small and intimate space and the place itself, small and very rare. An Alpine landscape dominates the place: it is 66


immediately clear that it is privileged and unique location. The concept of size guides the project. The landscape is grand: the space is small. The mutual relationship inspires the design process. What is the role of the “room“ in relation to the landscape? How does the landscape reflect, “adopt” the room? The point of view changes in a frenzied search for balance. A micro retreat for weekends, a place for contemplation, a refuge from daily, hectic urban life. A small wooden box fits between two existing buildings. Inside, the wood reveals its nature in warm tones; outside, the surface treatment with silver-gray paints echoes the colors of the centenarian wood of rural buildings. Wooden panels, assembled with different development of the vein (horizontal - vertical), react to sunlight, creating different geometric compositions. Outside, almost in a mimetic condition, the new wooden facade seems to hide itself, in the

shadows of the landscape, and then to confirm, with sunlight, its presence, dazzling, throwing a visible signal for a long distance. Inside, the space becomes a privileged place overlooking the landscape. Almost an abstraction, an estrangement that emphasizes the privileged status of the “spectator.“ On another level of perception, there is the stability of the building’s image in the landscape: spaces lived in for short periods consolidate their status as “closed“ places. The light that reflects differently on the wooden panels changes the appearance in colors and tones. When uninhabited, the façade lives its own life. Finally, the project underlines yet another ambiguity: As a wooden container, with furniture and furnishings, it is “a wardrobe in the landscape.“ The project operates in reduced dimensions and uses simple devices to find a contemporary language within a strongly marked environmental context.

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CURA CARE

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PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PIANO PRIMO FIRST FLOOR

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CURA CARE

Studio/Progettista Designer Tomas ghisellini Architetto Collaboratori Collaborator ing. Beatrice Bergamini (Strutture) ing. nicola gallini (impianti, Sicurezza antincendio) Impresa General contractor Poledil srl, Trescore Balneario (Bg) Committente Client comune di cenate Sotto Localizzazione Location cenate Sotto, lombardia Cronologia del progetto Project agosto 2008 - dicembre 2009 Cronologia del cantiere Construction febbraio 2010 - agosto 2011 Dati dimensionali Dimensional data superficie del lotto 5.900 m2 superficie lorda complessiva edificio 2.680 m2 superficie coperta edificio 1.615 m2 volume edificato 9.380 m3 Fotografo Photos by Tomas ghisellini Architetto Costo dell'opera Cost 2.200.000 €

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LA CORTE DEGLI ALBERI NUOVA SCUOLA PRIMARIA THE COURT OF THE TREES NEW PRIMARY SCHOOL Cura. L'architettura è prodigioso teatro della vita, straordinario supporto di biografie. Essa non può che parlare in termini di rispetto, attenzione, sensibilità. Deve nutrirsi di leggerezza, risoluto pudore, spirito carismatico, praticando l'amore per i dettagli e regalando l'emozione dell'appartenenza, oltre ogni precaria ed effimera moda del momento.

Taking care Architecture - a prodigious theatre of life - an extraordinary biographical medium. The word architecture must be used in terms of respect, care and awareness. It must be nourished with agility, resolute reserve, charismatic spirit, a love for detail and the affection of belonging, free of any precarious and fleeting fashion of the time.

PROSPeTTO SUD-eST SOUTh-eAST eleVATiOn

PROSPETTO NORD-OVEST nORTh-weST eleVATiOn

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CURA CARE

Attenta a risolvere i delicati rapporti di convivenza soprattutto col vicinissimo cimitero, l’architettura della scuola sceglie la strada della semplicità, rifiutando a priori ogni inutile esibizione formale, ed instaurando con l’intorno una relazione di dipendenza ed interscambio più che di affermazione. L’edificio, generato dalla composizione di volumi elementari in laterizio a vista e intonaco bianco, allestisce su strada prospetti rigorosi intagliati da aperture nascoste; il linguaggio architettonico, scabro ed essenziale, edifica la suggestione antica di un edificio difensivo per il quale a un basamento apparentemente impenetrabile è affidato il compito del contatto con il suolo urbano. Con una sostanziale inversione, il progetto costruisce sulla corte degli alberi fronti trasparenti e attraversabili che regalano a tutti gli ambienti nobili della scuola (aule, hall, spazi comuni, refettorio e palestra) la vista diretta del giardino e del panorama collinare. Oltrepassata la soglia vetrata, il visitatore conquista l’immediata percezione della conformazione complessiva dell’edificio: dal grande foyer a doppia altezza, il principale spazio comune, sono visibili la corte degli alberi, il primo blocco delle aule, il nucleo degli uffici e degli spazi amministrativi, il patio minerale (un cortile all’aperto protetto e pavimentato), la postazione di sorveglianza, le distribuzioni

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verticali e più in là, oltre la vetrata sul giardino, i volumi del refettorio e della palestra. Ogni aula comunica visivamente con la corte per mezzo di un’intera parete vetrata protetta da un diaframma esterno in elementi verticali. Il refettorio e la palestra, collocati in posizione defilata per ridurre al minimo il carico di acustico connesso all’espletamento delle relative funzioni, sono direttamente accessibili dall’interno secondo percorsi a semplice sviluppo. La sala di refezione, in particolare, si configura come un multifunzionale spazio ibrido attrezzabile all’occorrenza per attività comuni secondo multiformi allestimenti interni. Al primo piano, un secondo corpo di aule e i laboratori speciali. Questi ultimi offrono agli allievi interessanti spazi atmosferici per i quali uno spettacolare soffitto tridimensionale cattura la luce e l’aria del cielo. Intagliati da una lunghissima apertura orizzontale che incornicia la vista dell’orizzonte sud, i laboratori sono inondati di luce naturale: shed paralleli, orientati a nord, assicurano condizioni di illuminazione costante e omogenea evitando l’insolazione diretta. Una grande terrazza panoramica all’aperto offre ai bambini una suggestiva stanza a cielo aperto per attività didattiche, ricreative e ludiche; affacciata sulla grande corte interna e rivolta alle colline, la terrazza-belvedere offre un ampio

suolo artificiale asciutto utilizzabile, anche per attività extrascolastiche, in ogni periodo dell’anno. Camini eolici, superfici solari termiche integrate e impianti fotovoltaici invisibili regalano al complesso l’autonomia energetica e un atteggiamento responsabile nei confronti dello sfruttamento delle risorse ambientali. L’edificio, rigoroso e inflessibile nella ricerca di un sincero accordo con il delicato contesto urbano, regala all’interno la magia del colore: pavimentazioni, arredi e superfici murarie si tingono di cromie decise e intense che disegnando per gli allievi bagliori, squarci di luce, atmosfere sospese ed eteree, che paiono, qui e là, quasi di sogno. Careful to address the delicate requirements of cohabitation, especially with the cemetery nearby, the architecture of this new primary school opts for simplicity, rejecting any unnecessary formal presentation, and installing a relationship based on inter-dependence and exchange rather than affirmation. The building, which is generated by the composition of elementary volumes made of exposed brick and white plaster, shows massive surfaces to the streets. A discreet and essential architectural language builds the old suggestion of a defensive construction for which a compact and seemingly impenetrable massive basement is in charge of


contact with the urban land. With a substantial inversion operation, the project’s transparent surfaces and glass walls create a Tree Court that gives all the main spaces of the school (classrooms, hall, common areas, dining room and gym) a clear view of the garden and the hills beyond. After passing the entrance, visitors attain an immediate perception of the overall shape of the building: from the large double-height lobby, the main common area, the court of the trees, the first set of classrooms, the core of the offices for administration and teachers, the mineral patio (an outdoor patio, shaded and paved), the supervision check-point, the vertical distributions and further, beyond the window overlooking the garden, the volumes of the dining hall and gym are suddenly visible at the same time. Each classroom visually communicates with the court through a grand glass wall protected by an outer diaphragm made of vertical wood slats. Refectory and gymnasium, are more or less hidden - to minimize the acoustic load connected to their function - g, are reached from a second clear and simple inner path. The refectory in particular is designed as a hybrid and multifunctional space freely adaptable, in case of need, to common or representative activities thanks to diversified and flexible interiors solutions. A second classrooms block and special labs are placed on the first floor to provide pupils with interesting atmospheric spaces, thanks to a spectacular three-dimensional ceiling that catches light and air from the sky. Carved by a long horizontal opening that captures a view of the south horizon, labs are flooded with natural light: parallel sheds, north-facing, ensure constant and homogeneous illumination avoiding direct exposure to sunlight and glare. A large outdoor panoramic terrace offers children an attractive open-air room for educational, recreational and play activities. Overlooking the courtyard and facing the hills, the belvedereterrace provides a large, dry artificial surface usable all year long even for extra-curricular activities. Wind circulation piping, integrated solar thermal surfaces and invisible photovoltaic plants provide the complex with intelligent energy independence and environmental responsibility. Strict and inflexible on the outside in the effort to meld into the delicate urban context, the building gives its interiors the magic of color. Floors, furniture and wall surfaces are colored in bold and intense shades, with rays and flashes of light, creating an ethereal and floating atmosphere that, here and there, seems almost like a dream.

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PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PiAnO PRiMO fiRST flOOR

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Studio/Progettista Designer PBeB Architetti : Paolo Belloni - elena Brazís

CURA CARE

Collaboratori Collaborator Arch. Michele Todaro Impresa General contractor iM.e.cO Spa di Molteno (lc) - lotto 1 Biffi Spa di Villa d’Adda (Bg) - lotto 2

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Committente Client comune di cortenuova (Bg) Localizzazione Location cortenuova, lombardia Cronologia del progetto Project 2005 concorso : 1° Premio 2006-2007 Progettazione lotto 1 2009 Progettazione lotto 2 Cronologia del cantiere Construction 2008-2009 Realizzazione lotto 1 2010-2011 Realizzazione lotto 2 Dati dimensionali Dimensional data Superficie del lotto1 - spogliatoi: 3.300 m2 Superficie del lotto2 - campo da calcio: 9.700 m2 Superficie coperta complessiva: 1.092 m3 Volume complessivo: 2.800 m2 Fotografo Photos by Paolo Belloni e francesca Perani Costo dell'opera Cost 1.900.000 €

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LOTTO 1

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Comune Scuola Palestra Ampliamento palestra Chiesa Cimitero Palazzo Colleoni

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AMPLIAMENTO DEL CENTRO SPORTIVO DEL COMUNE DI CORTENUOVA WIDENING AND REHABILITATION OF THE CENTRE OF THE TOWN OF CORTENUOVA Cura. La necessità di intervenire sul territorio nel rispetto della sua dignità Taking care. The need to take action in the territory, while respecting its dignity

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La pianura bergamasca è luogo di transito tra la collina e la pianura, luogo di transito di infrastrutture e canali irrigui che segnano il territorio. Il lotto è geograficamente chiaro, il suo orientamento è nord-sud da un lato la montagna e nella direzione opposta la pianura coltivata. I solchi della campagna entrano nella città. Il programma funzionale prevedeva la realizzazione di nuovi spogliatoi e relativi spazi di servizio per il nuovo campo da calcio, biglietteria, infermeria, locali tecnici, uno spazio per associazioni sportive e giovanili e la realizzazione di nuove tribune coperte per il pubblico. La struttura “dei servizi” separa le aree interne alla struttura sportiva da quelle pubbliche a parco alternando i corpi funzionali con tre zone di ingresso porticate in corrispondenza dei tre principali punti di accesso all’area sportiva. Il prospetto nord è rivestito con un grigliato metallico in acciaio corten e restituisce uniformità fungendo da barriera inibitoria antivandalismo. Verso sud una zona porticata a sbalzo garantisce la presenza di un percorso pedonale protetto in senso longitudinale. È rivestito con intonaco colorato a fasce di tonalità verdi che richiamano i

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colori della vegetazione nelle parti chiuse e delle fasce di vetri di diverse tonalità in corrispondenza delle sale associative. La realizzazione di nuove tribune coperte è suddivisa in due settori e caratterizzata da una copertura in acciaio di 9 metri di sbalzo. Le sedute sono realizzate con tegoli prefabbricati a “L” con alzata inclinata realizzati a progetto. Un muro longitudinale disposto lungo la direzione nord/sud funge da spalla a un terrapieno che si eleva rispetto al livello degli spogliatoi. Questo dislivello, sommato a quello di ribassamento del campo da calcio limita la necessità di strutture particolarmente elevate e invasive, raccordando la differenza di livello tra il terreno da gioco e la quota dei campi agricoli circostanti. Le tribune sono raggiungibili mediante una rampa in lieve pendenza fino al livello superiore di accesso. Ciò permette di separare nettamente i percorsi del pubblico dal livello del campo da gioco, una scarpata inerbita separa i due livelli favorendo la maggiore integrazione con il contesto ambientale. L’intervento è stato completato con la realizzazione di un nuovo campo da calcio per il gioco a 11 in erba naturale completo di accessori e di relativo impianto di irrigazione e la

sistemazione delle aree esterne di pertinenza. Tutto il progetto è stato realizzato per garantire il minor dispendio di energia degli edifici, realizzando opportuni isolamenti e garantendo il maggior apporto di aeroilluminazione naturale. È stato inoltre previsto l’impiego di pannelli solari termici che permettano di rispondere agli obblighi imposti dalle recenti normative in tema di risparmio energetico riducendo i costi di gestione degli impianti. L’intero progetto è stato pensato per integrarsi con il contesto territoriale, attraverso la valorizzazione delle caratteristiche morfologiche e dei colori del territorio. Il campo da gioco principale è stato omologato per lo svolgimento delle partite della Lega nazionale dilettanti, inoltre, grazie allo studio di apposite torrifaro per l’illuminazione del campo da gioco, è stato omologato anche per lo svolgimento delle partite in notturna. Si tratta del primo campo senza barriere sul modello già sperimentato in alcuni Paesi europei che in Lombardia rappresenta un esempio di avanguardia in grado di trasformare un nuovo messaggio educativo sul valore del gioco del calcio.


The lowlands of Bergamo are a place of transit between the hill and the plain, a place of transit infrastructure and irrigation channels that mark the territory. The area is geographically clear, its orientation is north-south, with mountains on one side and the cultivated plain on the other. The furrows of the countryside enter the city. The working program included the construction of new locker rooms and related service areas for a new football field, box office, infirmary, technical rooms, a space for youth and sports associations and the construction of new grandstands for the public. A “service� structure separates areas inside the sports facility from the public park, alternating functional spaces with three arcaded entrances at the three main points of access to sports. The north elevation is clad with a metallic grid that restores uniformity. Corten steel acts a barrier to inhibit vandalism. Towards the south, a cantilevered porticoed area guarantees a pedestrian walkway protected along its lengthby a wall of coloured plaster in shades of green stripes that echo the colors of the vegetation in the enclosure and the stripes of different shades of glass in the meeting rooms. New grandstands are divided into two sectors with a steel roof overhang of 9 meters. Seating

tiers are made of prefabricated L-shaped tiles designed to be raised and placed at a slant. A wall built along the north / south shoulder runs along an embankment that rises from the level of the changing rooms. This difference in levels, added to the lowering of the football field, limits the need for very high and invasive structures and puts the playing field on the same level as the piece of surrounding farmland. The stands are accessible via a gently graded ramp that rises to the upper level. This makes it possible to clearly separate the public from the playing field. A turf embankment separates the two levels and promotes greater integration with the environment. The project was completed with the creation of a new field of natural grass for 11-man football, complete with accessories, an irrigation system and landscaping of related areas. The project was implemented to ensure the least expenditure of energy, providing insulation and ensuring the most appropriate intake of natural lighting and ventilation. Solar panels reduce enery costs to comply with recent legislation in terms of energy savings. The entire project was designed to integrate with the local environment, through the enhancement of colours found in

nature. The main playing field is approved national amateur league matches, and thanks to the selection of specific lighting structures, it is also approved for the matches at night. This is the first field with no barriers, like those like those already tried in some European countries as well as in Lombardy, and is an innovative example of what can be done to transmit an educational message about the value of football.

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CURA CARE

SEAN GODSELL ARCHITECTS (AUSTRALIA) ANY PORT IN A STORM Ad un architetto potrebbe sembrare strano ricevere un incarico in cui gli viene specificatamente chiesto di escludere le persone meno fortunate dal risultato finale del design in oggetto – eppure è quello che accade ordinariamente agli architetti incaricati di costruire un’infrastruttura urbana. Una panchina, un tavolino, una fermata dell’autobus, un atrio: tutti potrebbero essere potenziali rifugi per senzatetto. In una condizione in cui non hanno letteralmente nient’altro, nessuna struttura costruita da mano d’uomo può offrire ai senzatetto una tregua da vento, pioggia e freddo. Il progetto finale di queste strutture è il risultato di istruzioni, budget, luoghi e concetti come qualsiasi altro progetto. Il difetto sociale insito nella maggior parte delle infrastrutture urbane è il diretto risultato di un errore di base nell’incarico originario. Un criterio universale nei progetti di infrastrutture urbane è il vincolo che, una volta completato, i senzatetto non possano appropriarsi dell’oggetto progettato. In altre parole, al designer viene chiesto di essere indifferente ed esclusivista. La classe politica, indipendentemente dal credo, si agita se ritiene che un’infrastruttura possa, direttamente o indirettamente, incoraggiare l’uso vicario da parte di persone a cui l’infrastruttura non era destinata. Quando Melbourne ospitò, nel 2006, i Giochi del Commonwealth (un evento simile alle Olimpiadi aperto solo agli stati membri del Commonwealth Britannico) il governo in carica organizzò una “pulizia” dell’ultimo minuto, ma ben organizzata, di strade, parchi e infrastrutture dei trasporti, per creare l’impressione che non ci fossero senzatetto in città. I visitatori potevano lasciare Melbourne indotti a credere che il problema dell’accattonaggio non esistesse. Questa disonestà intenzionale era sostenuta dalla convinzione che, a livello internazionale, l’impressione di Melbourne sarebbe stata valorizzata dalla strategia “lontano dagli occhi, lontano dal cuore”, e strategie di questo tipo non appartengono solo a questa città. La popolazione transitoria è stata costretta a rimanere un mistero, ma le strade brillavano…perlomeno per due settimane. Mi sono chiesto, all’epoca, se fosse mai venuto in mente al governo in carica, che un semplice cambiamento di mentalità avrebbe potuto favorire Melbourne non semplicemente come una città dalle inusuali strade pulite, ma piuttosto come una città orientata al futuro, tollerante e altamente evoluta, la capolista di tutte le città del mondo, da invidiare ed emulare per il trattamento intelligente e bonario che riserva alla classe sociale più sfortunata. In mare aperto, in caso di necessità, si apprezza ogni ancoraggio sicuro, e le autorità portuali non fanno discriminazioni. “In tempi di tempesta ogni buco è un porto” rimane una delle poche verità intoccabili della vita (in mare). Progetti come “Park Bench House” e “Bus Shelter House” si fondano su questa semplice osservazione e l’analogia è immediata. Il centro della città è, per definizione, il luogo in cui è più probabile, per i senzatetto, trovare un porto sicuro. È un dato di fatto: i senzatetto si orientano verso il centro città per le alte probabilità di trovare avanzi di cibo, anonimato e rifugi solidi. È un dato di fatto, anche, che finché le agende dei politici saranno organizzate penalizzando architetti e designer, la popolazione transitoria, a differenza dei marinai colti da una tempesta, verrà sempre respinta nel momento del bisogno. In un mondo che è diventato capace di detronizzare tiranni via web o tramite cellulari, è sorprendente che questa situazione possa continuare a esistere.

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ANY PORT IN A STORM For an architect to receive a brief to specifically exclude underprivileged people from a considered design outcome sounds odd yet typically this is the case whenever architects or designers are commissioned to produce urban infrastructure. A bench, a table, a bus stop, a doorway all provide the possibility of refuge for the displaced. In a situation where there is quite literally nothing else for them, any man made structure can provide respite for the homeless from the wind, the rain, the cold. The design outcome of these structures is the result of brief, budget, site and concept just like any project. The social flaw in the design of most urban infrastructure is as a direct result of a fundamental error in the brief. A universal component of urban infrastructure design briefs is that the design outcome must exclude the possibility of the appropriation by the displaced of the designed object. In other words the designer is briefed to be unsympathetic and exclusive. Politicians of all persuasions get nervous if they think infrastructure design may directly or indirectly encourage vicarious use by those other than that for which the infrastructure exists. When Melbourne hosted the 2006 Commonwealth Games (an interstitial Olympic-like event exclusively for member nations of the British Commonwealth) the government of the day organized a last minute but calculated ‘clean up’ of the city streets, parks and transport infrastructure to create the impression that there were no displaced people in the city. Visitors to Melbourne could leave the city tricked into believing that homelessness was not an issue. This intentional deceit was motivated by the belief that international impressions of Melbourne would be enhanced by an ‘out of sight, out of mind’ strategy and such strategies are not peculiar to Melbourne alone. Where the transient population was taken to remains a mystery but the streets were certainly sparkling…for two weeks anyway. I wondered at the time whether it had ever occurred to the incumbent government that a simple shift in philosophy could have promoted Melbourne, not merely as a city of unusually clean streets, but rather as a forward looking inclusive and highly evolved leader of first world cities whose intelligent and compassionate treatment of its underclass was to be envied and emulated. At sea, in an emergency, any safe anchorage is welcome and port and harbor authorities don’t discriminate. ‘Any port in a storm’ remains one of the few untouchable universal truths of life (at sea. ) Projects like Park Bench House or Bus Shelter House are based on this simple observation and the analogy is obvious. City centers provide by default the most likely chance of finding safe harbor for the homeless. It is a fact that homeless people gravitate to cities because the odds of finding leftover food, anonymity and constructed shelter are better. It is also a fact that while as long as political agendas result in architects or designers being badly briefed the transient population, unlike sailors in a storm, will be regularly turned away in emergencies. In a world that has recently become capable of dethroning despots via internet and cell phone campaigns it is remarkable to me that this situation continues unabated. > Progetto / Project 1 Park Bench House 2 Picnic table house 3 Future Shack 4 Bus Shelter House

Fotografo/ Photos by Sean Godsell Architects, Earl Carter, Hayley Franklin

Schizzi / Sketches Sean Godsell


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CURA CARE

STUDIO GRANDA (ICELAND) DOPO LA CADUTA

AFTER THE FALL

Il 2007 è stato un anno particolare per gli architetti in Islanda. Il Paese viveva un boom economico vantandosi di essere la nazione più costosa del mondo. Nulla era impossibile. Se qualcosa cominciava a diventare complicata bastava investirci qualche soldo in più o assumere qualcuno dall’estero. Un buon design non lo era mai abbastanza, se non era anche costoso e appariva anche costoso. Sicuramente c’è stato chi ha pensato che questa fosse una situazione eccitante, ma in realtà è stato un incubo: un’orgia consumistica senza fine né senno. La festa è finita nell’ottobre 2008, quando una delle maggiori banche del paese è implosa su se stessa, il tasso di cambio è crollato e il paese è diventato il primo caso disperato dell’era post Lehman-Brothers. Gli architetti hanno perso praticamente tutto il loro lavoro nell’arco di una settimana. Ad oggi non è cambiato molto. Il Paese è ancora fortemente indebitato a causa del cambio di valuta estera, e la corona islandese è sempre più svalutata. Gli eccessi degli anni d’oro hanno lasciato una moria di edifici vuoti e palazzi incompiuti, e tutti raccontano una tragica storia di ottimismo, avidità e ignoranza e una fine in una parola: fallimento. I proprietari della maggior parte delle costruzioni sono le cosiddette “nuove banche”, entità create ricucendo insieme i pezzi delle banche ormai cadute. Le autorità hanno pubblicato molti bandi edilizi, ma ben pochi dei progetti vincitori sono stati poi effettivamente costruiti, spesso per mancanza di liquidità. Al momento gli incarichi per nuovi progetti provengono principalmente da privati che vogliono ristrutturare o apportare dei miglioramenti alle loro proprietà. È il momento migliore per gli architetti che adorano progettare bagni e terrazzi! I lavoratori migranti, i ‘mobile workers’ e molti giovani se ne sono andati in cerca di più verdi pascoli, e chi è rimasto deve ricominciare da capo. Le grandi firme internazionali di design hanno ancora il loro peso, ma sono controbilanciate dalla riscoperta dell’orgoglio per i prodotti, l’immagine e la qualità nazionali. Se un tempo si progettavano edifici e interni che dovevano essere moderni e brillanti fino agli estremi, ora si privilegiano concetti come recupero, calore-accoglienza e retro-chic. Si potrebbe obiettare che questo tipo di cambiamento non è altro che una prevedibile reazione di una nazione umiliata e messa in ginocchio. Io ritengo, invece, che questa nuova filosofia abbia radici ben più profonde. Un crescente sentimento di disagio sta soppiantando l’euforia di massa che ha fatto smarrire la retta via a molte menti. Quella stessa euforia che ha portato alla distruzione del tessuto storico e progettava danni ancor più gravi. Gli islandesi hanno imparato la lezione, ma a caro prezzo. La quasi scomparsa di quello che si credeva ormai perduto ha rafforzato la consapevolezza del ruolo decisivo che gli edifici storici ricoprono nella scoperta della nostra cultura. È indicativo il fatto che una buona parte dei pochi appalti pubblici realizzati negli ultimi anni abbia come oggetto la ristrutturazione e ricostruzione di edifici storici. Guardando al futuro, incontra il consenso generale l’idea che gli edifici dovrebbero essere costruiti su misura dei fruitori finali e del tessuto sociale in cui vengono inseriti. Il desiderio di costruire edifici in grado di battere ogni primato non è del tutto scomparso, ma per il momento è stato smorzato. Per quanto lontano si guardi, una nuova realtà sta emergendo: un’Islanda a prezzo ridotto. In un paese dove tutto costa un po’ meno, i turisti arrivano a frotte; e proporzionalmente al numero di turisti cresce anche l’orgoglio nazionale, alimentato da questi stranieri stregati dal fascino islandese, e si fa sempre più forte il desiderio di mostrare l’unicità dell’Islanda. Se vissuta senza eccessi, questa tendenza non è necessariamente una brutta cosa. Tuttavia aleggia la paura che, vista la propensione di questo paese ad una sorta di ‘pensiero unico’, essa possa diventare un pericolo per il futuro dell’identità islandese tanto grave quanto lo sono stati gli eccessi della bolla finanziaria. Sempre che nel frattempo le esplorazioni petrolifere offshore non cambino le cose!

2007 was a special time to be a practising architect in Iceland. The country was in boom and prided itself with its status as the world’s most expensive nation. Nothing was impossible. If something became difficult; throw money or imported labour at it. Good design was never good enough, it had to be expensive and look expensive. One may be forgiven for thinking that this was an exciting situation but the reality was a nightmare: an endless, mindless, orgy of consumption. In October 2008 the party stopped as the major banks imploded, the currency exchange plummeted and the country became the first basket case of the post-Lehman era. Architects lost virtually all their work in the space of a week. Not much has happened in the intervening years. The country is still heavily indebted with strict foreign currency controls and the Krona continues to devalue. The excesses of the boom years left a swathe of empty or half-built properties, each with its own tragic tale of optimism, greed, ignorance and ultimately bankruptcy. The majority of ownership is now in the hands of the so-called new banks that were pieced together from the corpses of those that fell. There have been a few competitions instigated by the authorities but so far very few of the winning proposals have been built, usually due to lack of cash. Now the main generators of work are private individuals who are maintaining or upgrading their existing property. It’s a fine time for those who enjoy drawing balconies and bathrooms. The migrant workers and many of the young or mobile have left the country for more fertile pastures and what is left is a population who has to face itself anew. International designer labels are still desirable but are balanced by a newly rediscovered pride in home grown product, image and quality. Where the goal was to make the coolest, sleekest buildings and interiors the mood has now become one that embraces reuse, warmth and a strong sense of retro-chic. It may be argued that this change in attitude is a predictable knee-jerk reaction of a nation that has been so ingloriously brought to its knees but I would argue that the new understanding is deeper than that. There is a growing sense of embarrassment at the mass euphoria that derailed normally prudent minds and resulted in the destruction of much of the historic fabric and the planned destruction of far more. The lesson was hard learned and the close shave of what was nearly lost has reinforced the understanding of the unique role that historic buildings play in understanding of our culture. It is significant that of the few public projects that have been executed recently a greater proportion have been renovations or reconstructions of historic structures. Looking ahead one feels that there is a general consensus that buildings should be more in scale with the people that use them and the society that builds them. The longing for record-breaking projects may not be completely severed but it has been curtailed for the moment. For how long is anyone’s guess as a new reality is emerging: cut-price Iceland. A cheap country attracts visitors in droves and as tourist numbers soar the sense of national pride fuelled by thousands of foreigners swooning over the country’s charms reinforces the desire to show the Icelandicness of Iceland. In moderation this may be no bad thing but the frightening thought is that given the country’s propensity for singular thinking this could become as great a danger to the future of Iceland’s identity as the greatest excesses of the financial bubble. That is unless offshore oil explorations prove positive.

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> THE RECONSTRUCTION OF THE HISTORIC CORNER BY THE MAIN SQUARE OF REYKJAVIK Progettisti / Designers: ARGOS, Gullinsni冒 & Studio Granda Localizzazione / Location: Reykjavik, Iceland Fine lavori / Date of completion: 2011 Fotografo / Photos by: Sigurgeir Sigurj贸nsson

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CURA CARE

TYIN TEGNESTUE ARKITEKTER (NORWAY) SOE KER TIE HOUSE ORFANOTROFIO CON SEI UNITÀ

SOE KER TIE HOUSE SIX SLEEPING UNITS, ORPHANAGE

La ricerca di soluzioni alle sfide vere e importanti richiede un'architettura dove tutto abbia uno scopo, un'architettura che segue la necessità.

Solutions to real and fundamental challenges call for an architecture where everything serves a purpose - an architecture that follows necessity.

Nell’autunno 2008, i TYIN intraprendono un viaggio verso Noh Bo, un piccolo villaggio sul confine tra Thailandia e Birmania dove progettano e costruiscono delle case per piccoli rifugiati di etnia Karen. Il conflitto che da 60 anni continua ad affliggere la Birmania ha costretto centinaia di migliaia di persone a lasciare le loro case e ha lasciato molti bambini orfani dei genitori e con poche speranze per il futuro. Nel 2006 Ole Jorgen Edna, nato a Levanger in Norvegia, aprì un orfanotrofio a Noh Bo che, al tempo del viaggio, necessitava di altri dormitori. L’orfanotrofio ospitava 24 bambini ma l’obiettivo era di riuscire ad ospitarne circa 50. La forza trascinante del progetto delle Soe Ker Tie House è stata quella di offrire ad ogni singolo bambino il suo spazio personale, un luogo da poter chiamare casa e dove poter interagire e giocare insieme agli altri. Nelle Soe Ker Tie House si fondono insieme le abilità edili locali e l’esperienza dei TYIN nel campo dell’architettura. Il nome “Soe Ker Tie Haus” è stato scelto dai lavoratori di etnia Karen proprio per l’aspetto finale di queste costruzioni: “la casa farfalla”. La caratteristica più importante è l’utilizzo di canne di bambù intrecciate per costruire i lati e la facciata posteriore delle case. È la medesima tecnica utilizzata dalle popolazioni locali per costruire case e imbarcazioni. Il bambù è stato raccolto a pochi chilometri dal luogo dei lavori. La forma particolare del tetto delle Soe Ker Tie House favorisce la ventilazione naturale all’interno dei piccoli dormitori e allo stesso tempo funge da bacino di raccolta per le acque piovane, che possono così essere riutilizzate durante la stagione secca. La struttura di Ironwood è stata assemblata sul posto utilizzando bulloni che garantiscono assoluta precisione e tenuta. Per evitare fenomeni di degrado dovuti all’umidità o deterioramenti, i dormitori sono sollevati dal suolo per mezzo di quattro basi di cemento fatte colare in vecchi pneumatici. Le Soe Ker Tie House sono state completate nel 2009, dopo sei mesi di un reciproco rapporto di apprendimento con la popolazione di Noh Bo. Il complesso conta sei unità ad uso dormitorio in cui trovano alloggio 24 bambini. Confidiamo che principi importanti come rinforzo, economia dei materiali e prevenzione dei danni da umidità possano portare, in futuro, ad una tradizione edile più sostenibile per la popolazione Karen.

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In the fall of 2008 TYIN travelled to Noh Bo, a small village on the Thai-Burmese border to design and build houses for Karen refugee children. The 60 year long conflict in Burma forced several hundred thousand people to flee from their homes. The conflict leaves many children orphaned, with little hope for the future. Ole Jorgen Edna from Levanger Norway had opened an orphanage in Noh Bo in 2006 and was now in need of more dormitories. The orphanage sheltered 24 children, however the intention was to house around 50. The main driving force behind the Soe Ker Tie House was to provide the children with their own private space, a place that they could call home and a space for interaction and play. The Soe Ker Tie House is a blend between local skills and TYIN's architectural knowledge. Because of their appearance the buildings were named Soe Ker Tie House by the Karen workers; The Butterfly Houses. The most prominent feature is the bamboo weaving technique, which was used on the side and back facades of the houses. The same technique can be found within the construction of the local houses and crafts. All of the bamboo was harvested within a few kilometres of the site. The specially shaped roof of the Soe Ker Tie House promotes natural ventilation within the sleeping units and at the same time rainwater can be collected and stored for the dry season. The Ironwood construction is assembled on-site using bolts ensuring precision and strength. To prevent problems with moisture and rot, the sleeping units are raised off the ground on four concrete foundations, casted in old tires. After a six month long mutual learning process with the locals in Noh Bo, the Soe Ker Tie House was completed in 2009 consisting of 6 sleeping units, housing 24 children. Important principles like bracing, material economisation and moisture prevention, may possibly lead to a more sustainable building tradition for the Karen people in the future.


< Localizzazione / Location: Noh Bo, Tak, Thailand Fine lavori /Date of completion: 2009 Fotografo / Photos by: Pasi Aalto

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

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RESILIENZA: L'ADATTAMENTO DELL'UOMO ALLA CRISI AMBIENTALE RESILIENCE: THE HUMAN RACE’S ADAPTATION TO THE ENVIRONMENT CRISIS Luca Mercalli “Diciamo piuttosto che non riformeremo forse il mondo, ma almeno noi stessi che, dopo tutto, siamo una piccola parte del mondo; e che ciascuno di noi ha sul mondo più potere di quanto non immagini...“ Marguerite Yourcenar, 1980 Ovunque si sente parlare della crisi, quella economico-finanziaria, la meno importante. Ce ne sono molte altre, come ben descrive il filosofo Michel Serres nel suo lucido pamphlet Tempo di crisi: “In alcuni decenni si sono trasformati radicalmente il rapporto con il mondo e con la natura, i corpi, la loro sofferenza, l’ambiente, la mobilità degli umani e delle cose, la speranza di vita, la decisione di far nascere e, talvolta, di morire, la demografia mondiale, l’habitat nello spazio, la natura del legame nella collettività, il sapere e la potenza. [...] Cosa avviene quando avvengono trasformazioni così decisive?” E se la crisi rappresentasse qualcosa di molto più radicale di una profonda depressione? E se ci stesse dicendo che l’intero modello basato sulla crescita che abbiamo creato negli ultimi cinquant’anni è semplicemente insostenibile economicamente ed ecologicamente e che ormai abbiamo sbattuto contro il muro, che Madre Natura e il mercato hanno entrambi detto: “basta così”? Tanti, troppi inediti e rapidi cambiamenti stanno evolvendo e interagiscono tra loro; il clima è solo la punta dell’iceberg. I problemi ambientali oggi sono vastissimi in un pianeta che ha un set di risorse naturali finito e che invece noi siamo ancora abituati a pensare come infinito. Sono i mass media, in particolare la tv, che ci dicono questo; ogni giorno siamo bombardati da informazioni e pubblicità

che inneggiano a modelli di vita al di fuori dei limiti, basati sulla crescita, sul consumo incontrollato, che ci spingono verso il soddisfacimento di desideri insaziabili. C’è un basso livello di alfabetizzazione scientifica diffusa che impedisce di cogliere la complessità del mondo e propaga luoghi comuni. Ai dibattiti radiotelevisivi spesso prevale l’opinione personale completamente errata, raccolta al bar, mentre non si ha coraggio di invitare nei programmi giovani ricercatori competenti e preparati che continuano a operare nell’ombra della società e che invece potrebbero fare della didattica su questioni importanti come la sovrappopolazione, la disponibilità di petrolio, gas, minerali, foreste, risorse agricole, produzione e smaltimento rifiuti. Ma che cosa è cambiato nella storia della civiltà umana? Perché proprio ora questa crisi epocale? Per la maggior parte della storia umana, circa 200.000 anni, siamo stati dominati dall’ambiente e dai suoi limiti: una lunga stagione di caccia e raccolta, poi i frutti agricoli ora abbondanti ora scarsi per via di anomalie climatiche o parassiti, la ridotta possibilità di estrarre minerali e procurarsi energia dall’acqua, dal vento, dal legno con fatica, la scarsa capacità di contrastare malattie e ferite, ci rendevano esseri profondamente vincolati nel mondo fisico, poco coscienti del funzionamento dei fenomeni naturali. Con l’invenzione della macchina a vapore, nel giro di un paio di secoli di rivoluzione termoindustriale l’uomo ha completamente mutato il proprio approccio con la natura; la potenza ottenibile dal tesoretto di energia fossile attinta da un remoto passato geologico lo ha improvvisamente “promosso” da schiavo a dominatore incontrastato dell’ambiente terrestre. Certamente con il petrolio abbiamo migliorato la qualità della nostra vita e fatto cose meravigliose, ma abbiamo anche subito un’ubriacatura, una tossicodipendenza da velocità e gigantismo, al punto che con l’inizio del XXI secolo le forze messe in campo dall’uomo rivaleggiano con quelle dei cicli biogeochimici planetari. Muoviamo più suolo, divoriamo più vegetali e animali, bruciamo, seghiamo, costruiamo più di quanto facciano l’erosione, le frane, le eruzioni e tutto il complesso della vita sulla Terra. Solo le cinque generazioni del Novecento, sulle 10.000 che ci separano dalla comparsa di Homo Sapiens, hanno

usato intensamente le risorse fossili. Ma ogni medaglia ha il suo rovescio, e l’accumulo di scorie e rifiuti nell’aria, nell’acqua e nei suoli, unitamente al prelievo sovradimensionato di stock alimentari agricoli e ittici, minerari, forestali ed energetici, sta provocando cambiamenti epocali, dal clima alla biodiversità. Oggi abbiamo una Terra con sette miliardi di individui, dilaniati da disparità intollerabili (un miliardo è ancora senza cibo) che con ogni loro bisogno e ogni loro scelta di consumo incidono sul clima, sull’acqua, sulla salute, sulla produzione di scorie e rifiuti di durata plurimillenaria, sulla disponibilità di cibo e materie prime, per se stessi e per tutte le generazioni future. Abbiamo una tecnologia che non è mai stata così potente, ma è un’arma a doppio taglio. Abbiamo un mondo estremamente complesso, ma pure fragile. Abbiamo un’economia basata su un’impossibile crescita infinita, alla quale però obbediamo stoltamente come a una religione. Abbiamo religioni e ideologie antiche, totalmente inadeguate a gestire questo rapido cambiamento epocale. Gli umani hanno usato gran parte delle risorse terrestri e gli impatti ambientali che ne derivano sono globali. Già oggi il pianeta non ci basta più; ne occorrerebbero da tre a sei volte per generalizzare lo stile di vita occidentale. Ogni anno si celebra l’ “Earth overshoot day“, la giornata mondiale del sovrasfruttamento del pianeta; viene calcolato cioè quanto tempo impiega l’umanità, nell’arco di un anno, a consumare il set di risorse rinnovabili che il pianeta è in grado di offrire e conseguentemente il tempo rimanente durante il quale l’umanità stessa attinge risorse dal capitale naturale, accumulato in millenni. Il superamento di questa pericolosa soglia è avvenuto per la prima volta negli anni Ottanta. Nel 2010, a distanza di vent’anni, l’Overshoot day si è verificato il 21 agosto, ben quattro mesi prima rispetto alla prima rilevazione. Per un po’ di tempo la biosfera è in grado di sostenere la richiesta, ma tra un po’ la condizione di overshoot non sarà più sostenibile e noi cominceremo a rimanere senza risorse, come una carta di credito in rosso. C’è una robusta evidenza che la società si stia avvicinando a una transizione e che i modelli di consumo e di crescita del XX secolo non possano più essere sostenuti.

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

Queste formulazioni sui limiti fisici del pianeta erano già state elaborate peraltro, quarant’anni fa, nel famoso rapporto I limiti della crescita del 1972, prodotto da un gruppo di ricercatori del MIT di Boston su incarico del Club di Roma, capeggiato da un grande manager e intellettuale italiano, troppo presto dimenticato: Aurelio Peccei. Egli, negli anni Sessanta, periodo di grande boom economico, si pose la domanda giusta nel momento giusto: “ è verosimile che la crescita economica basata sul continuo uso di risorse naturali, petrolio, minerali, foreste, agricoltura intensiva, e la conseguente produzione di scorie, rifiuti, inquinamento, il tutto spinto dall’aumento esponenziale della popolazione, possano continuare all’infinito e garantire perpetuo benessere? O piuttosto l’esaurimento delle risorse stesse, l’impennata dell’inquinamento e la competizione tra popolazioni, porterà a nuove guerre e a un degrado della qualità della vita? Per rispondere a questa domanda, cruciale per l’umanità, al MIT, per mezzo dei più potenti calcolatori dell’epoca, si simularono scenari futuri in base all‘andamento della popolazione, all’uso delle risorse minerarie, energetiche, alimentari e forestali, e all’accumulo di scorie e inquinanti. La risposta era semplice: continuando così entro qualche decennio l’umanità si sarebbe scontrata con i limiti fisici del pianeta. Al rapporto del MIT furono attribuiti sbagli clamorosi sulle date previste per l’esaurimento del petrolio e altri minerali; in realtà lo studio non faceva previsioni precise, ma si limitava a prospettare scenari che prima o poi avrebbero messo in crisi l’umanità. Era l’andamento generale a costituire l’avvertimento, i limiti delle risorse naturali avrebbero costretto la crescita a fermarsi nel corso del XXI secolo. È amaro osservare come quelle previsioni, inascoltate, siano oggi i titoli dei nostri giornali!!! Se all‘epoca vi era di fronte all’umanità tutto il tempo necessario per cambiare rotta e cercare uno sviluppo diverso, alternativo, oggi lo spazio di manovra si è fatto molto più piccolo. Quarant’anni che l’umanità ha sostanzialmente perso, sperperato in futili dibattiti e risposte volenterose ma fiacche di fronte alla sfida ecologica globale. Il fatto è che non si vogliono vedere i problemi, nella cui esistenza di fondo non si crede, oppure si distorce la realtà a proprio piacimento. D’altra parte i segnali

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di allarme sono ancora pochi e isolati, cosa ci sarà mai di così grave? È un po’ come trovarsi a bordo di un aereo in volo a 10.000 metri e iniziare a smontare per gioco un po’ dei suoi sei milioni di componenti. Alcuni non sono poi così importanti per la sicurezza, come il bracciolo della poltrona o la luce di cortesia; altri, come una vite o una fascetta, sono necessari ma non indispensabili oppure sono ridondanti, ce ne sono molti nelle vicinanze che svolgono la stessa funzione. Poi, se la hostess non giunge in tempo a fermarvi, ecco che rovistando sotto una protezione trovate un semplice cavo elettrico e lo strappate. Era il controllo degli alettoni, questo sì che era indispensabile, e ora precipitate. Oggi quindi vi è l’urgenza di cambiare rotta; di fronte a un momento storico così cruciale, proporrei un progetto di resilienza. La resilienza è quella proprietà di un sistema di sopportare uno stress esterno senza collassare; una proprietà che si prepara, come una rete di sicurezza, deformabile quanto basta per attutire il colpo. L’Italia non è affatto un paese resiliente, è un paese che ha fatto il passo più lungo della gamba ed è vissuto al di sopra delle proprie possibilità, facendo anche una “festa“ che va al di là di quello che è stato il soddisfacimento dei bisogni fondamentali, già ampiamente raggiunti nel dopoguerra con il boom economico. Ora siamo già nell’era del superfluo. Viviamo in un paese che ha accumulato ricchezza ma che ne ha anche sperperata, e che propone un modello di vita estremamente effimero. Abbiamo davanti a noi un futuro pieno di trappole e trabocchetti, dove le energie fossili costeranno sempre di più. Da questo punto di vista l’Italia è un paese fragilissimo, legato al cordone ombelicale di un paio di gasdotti e di un po’ di petroliere che ci vengono a rifornire; rischiamo di piombare improvvisamente nel Medioevo se qualcuno decide di chiudere il rubinetto del gas. Abbiamo la necessità quindi di renderci più autonomi energeticamente, sfruttando le energie rinnovabili come il sole, il vento, le biomasse; esse possono costituire il nostro petrolio domestico. Dobbiamo rendere più efficienti i nostri edifici, oggi veri e propri colabrodo. L’energia che noi compriamo a caro prezzo all’estero, ricattati da mezzo mondo, possiamo produrla in gran parte sul nostro tetto di casa. Oltre alla questione energetica, farei una

riflessione sul nostro territorio e la sua manutenzione. L’Italia è un paese stretto, montuoso, fragile, sovrappopolato e privo di risorse naturali. Una terra che, proprio per i suoi vincoli fisici e geografici, ha saputo elaborare in passato, raffinatissimi approcci alla gestione del territorio. Oggi è un paese completamente infrastrutturato, in molti casi in eccesso; noi fabbrichiamo e poi lasciamo crollare, senza manutenzione. Abbiamo reso il nostro territorio fragilissimo, vulnerabile ai cambiamenti climatici, alle alluvioni. Abbiamo cementificato gran parte dei suoli agrari migliori in modo incontrollato: un processo predatorio generato negli ultimi decenni non da reali necessità, bensì da mera e banale massimizzazione temporanea del profitto (siamo il paese che produce più cemento d’Europa, oltre 700 kg a testa). Imprese di costruzione, proprietari terrieri e pubblici amministratori compiacenti che hanno provveduto a cambiare destinazione d’uso del suolo da agrario a edificabile per fare soldi in fretta, incuranti di ogni conseguenza a breve o a lungo termine sull’ambiente, sul paesaggio, sulla società. Pochi giorni di ruspe e betoniere, e un suolo coltivato e curato da millenni viene improvvisamente distrutto e sostituito con un manufatto edile. Un terreno utile per un’agricoltura redditizia non si forma dall’oggi al domani, ma è un processo naturale mediato dal clima che impiega millenni a evolvere. Oggi abbiamo un’agricoltura che non è più in grado di sostenere noi stessi. Ecco perché dobbiamo porre dei limiti all’abuso di suolo, e ricreare invece delle città più vivibili, più a misura d’uomo che di macchina, valorizzando le produzioni locali anziché le merci da oltreoceano. Dobbiamo cooperare per usare bene le risorse che abbiamo (che ci restano) per essere pronti verso un futuro che comunque ci toglierà una serie di risorse su cui oggi abbiamo puntato sull’onda dell’abbondanza e della ricchezza del boom economico. Oggi possiamo ancora ricostruire un mondo estremamente qualitativo sul livello di vita sbarazzandoci del superfluo. Dobbiamo prepararci a un mondo con meno abbondanza, ma forse più felicità. Il presente contributo è a cura di Andrea Robezzati su gentile autorizzazione e approvazione di Luca Mercalli


“Rather, let us say that we may not be going to reform the world, but at least ourselves, and, after all, we are a small part of the world; and each of us has more power over the world than we imagine…” Marguerite Yourcenar, 1980 Everywhere we hear talk of the economic and financial crisis, the least important one. There are a lot of others, as philosopher Michel Serres says in his lucid pamphlet, Tempo di crisi (Le temps des crises). “The relationship between the world and nature has changed radically during the last decades: our bodies, their suffering, the environment, the mobility of human beings and things, expectation of life, the decision to give birth and sometimes to die, world population trends, the space habitat, the nature of the different bonds in the community, knowledge and power. […] What happens when such crucial transformations take place?” And if the crisis stood for something much more radical than a profound depression? And if what the world is trying to say is that the entire model based on growth that we have built up during the last fifty years is simply unsustainable economically and ecologically, and that now we have come up against a brick wall; what if Mother Nature and the market have both said, “And now that’s enough?” There are so many changes, swift and unparalleled, that are evolving and interacting with each other: the climate is only the tip of the iceberg. Environmental problems today are enormous in a planet with a finite set of natural resources that, on the contrary, we are still used to considering infinite. The mass media, the TV especially, tell us so every day: every day we are bombarded with information and advertising that extol lifestyles that exceed all limits, based on growth and uncontrolled consumption that drive us towards the satisfaction of insatiable desires. There is a generally low level of scientific literacy that prevents us from realising how complex the world is and that propagates banalities. Completely wrong personal opinions often prevail in radio and television discussions, expressions heard in the bar, while we do not have the courage to ask competent, knowledgeable young scholars to the programmes: these people go on working in the shadows of society while they could

teach us something about important issues like over-population, the availability of oil, gas, mineral, forest and agricultural resources, production and waste disposal. But what has changed in the history of human civilisation? Why has this epochmaking crisis happened right now? For the major part of the history of the human race, about 200,000 years, we were dominated by the environment and its limitations: a long season of hunting and gathering, then the fruits of agriculture, sometimes abundant and sometimes scanty owing to climatic anomalies or parasites, not much possibility of extracting minerals or laboriously procuring energy from water, the wind and wood, little skill in combating illnesses and wounds: these factors made us beings suffering from intense constraints in the physical world, without much awareness of the functioning of natural phenomena. With the invention of the steam engine, in a couple of centuries of thermo-industrial revolution human beings have completely altered their approach to nature; the power that can be obtained from the treasure trove of fossil energy tapped from a remote geological past has suddenly “promoted” us from slavery to unchallenged mastery over the earth’s environment. Certainly with oil we have improved our quality of life and done some marvellous things, but we have also gone on a binge, we have become addicted to speed and the cult of the enormous, to such a point that now, at the beginning of the 21st century, the forces that the human race has put into the field vie with those of the planet’s biological, geological and chemical cycles. We move more soil, devour more vegetables and animals, burn, saw and construct more than erosion, landslides, eruptions and the entire system of life on Earth. The five generations in the 20th century, out of the 10,000 that separate us from Homo Sapiens, are the only ones to have made an intense use of fossil resources. But every coin has its reverse and the accumulation of scoria and waste in the air, water and soil, together with the gross over-exploitation of agricultural, fish, mineral, forest and energy stocks, are causing momentous transformations in everything on Earth from the climate to biodiversity. Today our Earth has seven billion individuals excruciated by intolerable

inequalities (a billion still have no food), each of whose need and consumption decisions affects the climate, water, health, the production of refuse and waste that will endure for thousands of years and the availability of food and raw materials for themselves and for future generations. Our technology has never been so powerful, but it is a double-edged weapon. Our world is extremely complex but fragile all the same. Our economy is based on an impossible infinite growth, which we bow to foolishly all the same, as if it were a religion. We have ancient religions and ideologies that are totally inadequate for the management of these rapid, epoch-making transformations. The human race has used most of the Earth’s resources and the resulting impacts on the environment are global in scope. Our planet is not enough for us already; we would need one from three to six times bigger to spread the Western way of life. Every year we observe Earth Overshoot Day all over the world, the date on which the planet’s resources have become overexploited: the time that humanity takes during the year to consume the set of renewable resources that the planet is able to provide that consequently also indicates the period of the year that remains, during which humanity draws on the resources of the natural assets that have accumulated over the millennia. This dangerous threshold was first exceeded in the Eighties. In 2010, twenty years later, Overshoot Day occurred on 21 August, no fewer than four months before the first time it was measured. The biosphere can sustain demand for a short time, but soon the overshoot condition will not be sustainable any longer and we shall start finding we have no resources, like a credit card in the red. There is strong evidence that society is approaching a period of transition and that 20th century consumption and growth models can no longer be sustained. These theories regarding the physical limits of the planet, moreover, were already formulated forty years ago in the famous report, The Limits to Growth, produced by a group of MIT Boston researchers commissioned by the Rome Club, headed by a great Italian manager and intellectual, too soon forgotten, Aurelio Peccei. In the Sixties, a period in which there was a remarkable economic boom, Peccei asked himself the right

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STATO DI NECESSITĂ&#x20AC; MATTER OF NECESSITY

question at the right time: â&#x20AC;&#x153;Is it plausible that economic growth based on the continuous use of natural resources, oil, minerals, forests and intensive farming, with the consequent production of refuse, waste and pollution, all driven by an exponential increase in population, can go on infinitely and provide perpetual well-being? Or is it likelier that the exhaustion of these resources, the surge in pollution and the rivalry between populations will lead to new wars and a worsening in the quality of life?â&#x20AC;? In order to answer this question, which is crucial for the human race, future scenarios were simulated at the MIT using the most powerful computers of the time, based on population increase, the use of mineral, energy, food and forest resources and the accumulation of refuse and pollutants. The answer was simple: going on like this, humanity would come up against the physical limits of the planet within a few decades. The MIT report was blamed for glaring errors in the dates foreseen for the exhaustion of oil and other minerals, but in fact this study did not make any precise forecasts; it confined itself to sketching out scenarios that would cause a crisis for the human race sooner or later. The warning concerned the general trend: the limits to natural resources would force growth to stop during the 21st century. It is a bitter feeling when we see that these forecasts, unheeded, are the headlines in our newspapers today! While then human beings had all the time they needed to change course and seek alternative ways of development, today our room for manoeuvre has become much smaller. In practice humanity has wasted these forty years that have passed, frittering them away in futile discussion and responses that mean well but are too feeble to face the global ecological challenge. The truth is that we do not want to see the problems, we do not believe that they really exist, or we distort reality to suit our pleasure. Anyway, the alarm signals are still few and isolated, what can there be that is so serious? It is somewhat like being on a plane flying at an altitude of 10,000 metres and beginning to dismantle one of its six million components for fun. Some, indeed, are not all that important for safety, like the arm of your seat or the courtesy light, others, like a screw or a clamp, are necessary but are not indispensable or may even be superfluous because there

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are many others nearby with the same function. But if the hostess does not get there in time to stop you, look, rummaging under a cover you find a mere electric cable and snap it: it was the aileron control and the plane could not do without it and down you go. So now we have to change course urgently: faced with such a vitally important moment in history, I would suggest a resilience project. Resilience is the property that allows a system to resist an external stress without collapsing, a property that you prepare, like a safety net, that deforms just the right amount needed to soften the blow. Italy is not a resilient country at all, it has overreached itself and lived above its means, partying more than is necessary to satisfy its basic needs, which were already more than satisfied during the economic boom after the war. Now we are already in the age of superfluity. We live in a country that has piled up wealth but has also squandered it, and that offers us an extremely ephemeral way of life. We have a future full of traps and pitfalls before us, one in which fossil energy will cost more and more. From this point of view Italy is an extremely fragile country, tied to its umbilical cord by a couple of gas pipelines and some oil tankers that come and supply us; the risk is that we shall suddenly plunge back into the Middle Ages if someone decides to turn the gas tap off. So we need to increase our energy autonomy, exploiting renewables such as the sun, the wind and biomass, which can constitute our domestic petroleum. We must make our buildings more efficient: at present they are just like sieves. We can produce a lot of the energy that we purchase so dearly from abroad, blackmailed by half the world, on the roofs of our homes. Apart from the energy issue, I would spare a thought for our territory and its maintenance. Italy is a country that is narrow, over-populated and without natural resources. A land that in the past, precisely owing to its physical and geographical constraints, found exquisitely sophisticated approaches to the management of its land. Today it is a country that is completely infrastructured, in many cases to excess: we build and then let what we build collapse without maintaining it. We have made our land extremely fragile, vulnerable to changes in climate and flooding. We have covered most of its best

farmland with concrete in an uncontrolled manner: a predatory process generated, during the last few decades, not by real needs but by the mere banal temporary maximisation of profit margins (we are the country that produces the most cement in Europe, more than 700 kg per head). Construction companies, landowners and complaisant public administrators have changed land used for agricultural purposes into development land to turn a quick buck, heedless of all short- or long-term consequences on the environment, on the landscape, on society. A few days of bulldozers and cement mixers and land that has been cultivated and looked after for thousands of years is suddenly destroyed and replaced by a building. A piece of land that can profitably be used for farming does not come into being from one day to another: it is a natural process in which the climate plays its part and which takes millennia to evolve. Nowadays our agriculture is not enough to sustain us. This why we have to put limits to the abuse of the land, and recreate more liveable cities, places that are made more for people than for cars, exploiting local products instead of bringing in goods from over the ocean. We must cooperate to use the resources that we have (and that remain to us) well in order to ready ourselves for a future that, whatever happens, will take a series of resources away from us that we are relying on today as we ride on the crest of the wave of abundance and wealth that the economic boom has brought us. At present we can still reconstruct a world with an extremely high-quality standard of living, ridding ourselves of the superfluous. We must get ready for a world with less abundance but perhaps more happiness. This contribution was provided by Andrea Robezzati with the kind permission of Luca Mercalli.


DA LOGOS A OLOS FROM LOGOS TO HOLOS Sergio Pascolo “Un errore fermare lo sviluppo”. Quante volte sentiamo lanciare questo equivoco allarme. Equivoco perché confonde per giustificare. La cementificazione polverizzata, suburbana e disordinata è sviluppo? È la mobilità individuale, potenzialmente sempre più diffusa, che genera la parcellizzazione o è esattamente il contrario? È la diffusione irrazionale di costruito, di funzioni e di servizi ciò che alimenta l’uso sempre più diffuso della mobilità individuale. E la diffusione irrazionale del costruito non è forse equazione diretta dell’uso del territorio come moneta, come merce di scambio economico e politico? Questa logica, oggi sommersa ovunque da scandali infiniti, ha generato i paesaggi che abbiamo sotto gli occhi tutti i giorni: capannoni sull’ansa di un fiume, casette a schiera in mezzo ai capannoni, condomini lungo le tangenziali di traffico, strade inutili, piazzali abbandonati, ecc. ecc. Le scelte di opportunismo elettorale hanno motivazioni temporanee ma molte e gravi conseguenze permanenti. Per le città dopo aver venduto tanto e mercificato tutto, è necessario iniziare una fase post-prostituzione. Il termine non sembri esagerato: prostituirsi - si legge sul dizionario italiano - è sinonimo di vendersi, ma il significato si estende a “svilimento di valori, di attività intellettuali ecc., che vengono subordinati a interessi materiali”. La mercificazione può creare ricchezza momentanea ma distrugge il valore, il bene comune il patrimonio della collettività. La “prostituzione territoriale” ha generato una malattia degenerativa che oggi ha urgente necessità di “cura”. Cura infatti è termine medico, indica terapia, presuppone malattia. Per la città e il territorio la necessità è far emergere e diffondere un nuovo paradigma che sostituisca quello finora dominante. Il territorio non è merce, va considerato in quanto “risorsa non rinnovabile”, tutelato nella sua interezza, ri-disegnato per eliminare le escrescenze che lo intossicano. Sembra banale ma è il nodo di tutte le questioni.

Si tratta quindi di scegliere tra modelli diversi di modernità, di sviluppo, di progresso. Si tratta di riconoscere, o meno, il territorio, le sue specificità, le sue peculiari morfologie come opportunità, cioè come struttura e come sistema e abbandonare modelli di sviluppo generici che affogano e confondono le qualità insediative e paesaggistiche nella banalità. Non è vero che guardare avanti vuol dire costruire svincoli, autostrade, centri commerciali, grattacieli e capannoni nella campagna. Questi modelli di sviluppo distano culturalmente, ben più che temporalmente, da quanto oggi si consideri uno sviluppo urbano sostenibile. Bisogna fare attenzione a non confondere lo sprawl con la rete perché la rete è un concetto giusto ma anche molto di moda e c’è il rischio di concettualizzazioni devianti e giustificative; un nuovo approccio, oltre lo spreco e oltre il superfluo, non può tollerare ulteriori confusioni. La rete per essere tale è costituita da nodi, che possono essere solo le città compatte, pedonali e interconnesse; ritornare a immaginare insediamenti densi permette la riqualificazione dei centri, richiede la costruzione di “nuovo” al posto del superfluo artificializzato esclusivamente per le automobili e la demolizione e la rinaturalizzazione del costruito superfluo e de-localizzato. È necessario iniziare un processo di arresto della proliferazione incontrollata, per rimanere nella metafora medica, un’azione edilizio-soppressiva che elimini e sostituisca “volumetrie” e “zone costruite” con architetture e parti di città. La città va ripensata a partire dalle proprie matrici geografiche e topografiche; le tracce, le relazioni, i sistemi continui, spesso annullati e cancellati, con un nuovo approccio di tipo adottogeno, cioè ripensando la città a partire dalle proprie risorse morfologiche adattandovi il costruito in un sistema complesso e armonico di edificato e di natura. Per affrontare il rischio di default ambientale ma anche per il benessere dei cittadini e per la sostenibilità della vita urbana è necessario vedere le cose nel loro insieme, fare un disegno, nel quale le parti vengono messe in equilibrio, contribuiscono e sono complementari; è necessario cioè un cambiamento di prospettiva basilare individuando l’“Olos”, il “tutto” come strumento e come

orizzonte. La logica riduzionisticoseparatrice dei retini, - ognuno la sua zona blu, gialla o viola, senza vedere al di là del proprio confine ha portato alla congestione totale oltre che al declino paesaggistico. È possibile invece disegnare la città e il territorio in modo integrato, senza dicotomie esclusive, concentrandosi sulle relazioni, sulle continuità piuttosto che sulle cesure, per salvaguardare reciproche identità e specificità. È indispensabile un nuovo disegno del territorio che si concentri sulla riduzione degli spostamenti e dell’uso dell’auto e quindi dei costi di gestione e di manutenzione che sono diventati insostenibili a causa dell’eccessiva espansione e polverizzazione dell’edificato. Bisogna rivedere l’assioma secondo il quale la qualità della vita coincide con il “fuori città” dove vivere, lavorare, divertirsi; si dovrà eliminare drasticamente la logica di localizzazione di qualsiasi attività in qualsiasi luogo perché quel modello organizzativo è insostenibile per tutti. Densificazione, compattezza, pedonalità diventano i driver necessari; nuove modalità di applicazione di nuove forme di energie rinnovabili alimentano ulteriormente soluzioni urbane innovative che chiamano l’architettura a una nuova ricerca creativa e a un nuovo impegno civile. Per capire cosa debba significare cura in relazione alla città e al territorio ci è utile considerare la definizione, dei suoi contrari: abbandono, incuria, disamore, disinteresse, disattenzione, distrazione, menefreghismo, negligenza, noncuranza, trascuratezza, trasandatezza, disimpegno, disordine, trascuranza. Quello che è stato finora; non è più possibile. Come diceva Italo Calvino ai suoi studenti di Harvard nel 1988: “Voglio dire che devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica, un’altra logica, altri modi di conoscenza e di verifica”1. Reinterpretato come momento di opportunità lo “stato di necessità” è un tempo straordinario per esplorare metodologie di progettazione e soluzioni alternative al servizio di ogni piccola comunità locale, ma anche del suo territorio ampio e, per esteso, di conseguenza, dell’intero pianeta.

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I. Calvino, Lezioni Americane, 1988.

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

“It is a mistake to thwart development”. How many times have we heard this equivocal warning. Equivocal because it confuses in order to justify. Can diffuse and untidy suburban overbuilding be considered development? Is individual mobility, potentially ever increasing, generating parcelization or is it the other way around? It is the irrational sprawling of services, functions and the built environment that feeds increased individual mobility. And is the irrational sprawling of the built environment not a direct equation of the use of land as currency, as an economical and political exchange good? This logic, presently submerged everywhere by never-ending scandals, has generated views that lie before our eyes every day: warehouses sitting on a river bend, subdivisions between the warehouses, apartment blocks by the ring roads, useless streets, neglected plazas and so on. Electoral opportunism has temporary motivations but many grave and far-reaching consequences. I advocate for cities a new, postprostitution phase, after the selling and commodifying of it all. The term is not exaggerated: according to the dictionary prostitution is synonymous with selling oneself, but the meaning is extended to “belittling values, intellectual activities etc, which are subjected to material interests”. Mercification may create temporary value, but it destroys value, the common good and communal property. “Territorial prostitution” has brought on a degenerative disease in dire need of a “cure”. Cure is a medical term, it indicates therapy, and it assumes disease. The necessity for town and land is to bring out and release a new paradigm to replace the dominant one. Land is not a commodity and must be considered as a “non-renewable resource”, protected as a whole, and redesigned to remove the warts infecting it. It sounds trivial, and yet there lies the heart of the matter. It comes down to choosing among different models of modernity, development, progress. It means acknowledging land with its peculiar shapes and specifics as opportunity, as structure and system, and abandoning generic development models which confuse and drown in triviality any settlement and scenic quality. Looking forward doesn’t mean building interchanges, freeways, malls,

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skyscrapers and warehouses in the countryside. These development models are culturally, more than temporally, distant from what is considered sustainable urban development. Care must be taken not to confuse sprawl with network, as this is a not only a novel but also fashionable concept, there’s a risk for deviant and apologetic conceptualizations; a new approach, beyond waste and needlessness, cannot tolerate further confusion. A network, to be considered as such, is composed of nodes, which may only be compact cities, walkable and interconnected; town-center regeneration is possible by conceiving dense settlements, it requires new builds in lieu of artificial, car-centric needlessness, and demolition and naturalization of delocalized and wasteful builds. We must stop uncontrolled proliferation, to continue in the medical metaphor, a build-suppressive process to remove and replace volume and built-up areas with architecture and city spaces. The city must be redesigned from its geographical and topographical matrices; from its traces and relationships, its continuous systems, often dissolved and removed, in a new adaptive approach, the city must be rethought from its morphological resources, the built environment must be accommodated in a complex and harmonious system of buildings and nature. In order to address the risk of environmental default, as well as citizen well-being and urban sustainability, it is necessary to see things as a whole, to create a design in which parts balance, contribute and complement; in other words, a fundamental perspective change in which “holos”, “the whole” is viewed as instrument and goal. The reductionist logic of crosshatching, everyone gets his blue/yellow/purple zone, irrespective of boundary, has brought about both total congestion and scenery decay. On the contrary, it is possible to design city and country as an integrated whole, without exclusive dichotomies and concentrating on relationship and continuity rather than edge, in order to safeguard reciprocal and specific identities. It is essential to design new spaces based on reduced car use and mobility, and consequently reduced maintenance and management costs, which have become unsustainable due to excessive expansion and diffusion of the built environment.

The notion that quality of life, work, fun lies “out of town” must be revised; the idea of localizing any activity in any one place must be drastically removed, as this model is unsustainable for everyone. The necessary driver shall become density, compactness, walkability; new applications of new renewable energy shall fuel further innovative urban solutions, and they will call architecture to a new creative research and a new civil engagement. In order to define “care” as it applies to city and territory it will be expedience to define its antonyms; dereliction, neglect, disaffection, disinterest, carelessness, distraction, indifference, negligence, laxity, oversight, sloppiness, disengagement, clutter, confusion. What has transpired cannot continue. Italo Calvino said to Harvard students in 1998: “I mean that I have to change my approach, look at the world from a different perspective, with a different logic and with fresh methods of cognition and verification ”. The “matter of necessity”, when interpreted as opportunity, is an exceptional time to explore design methods and alternate solutions in the service of every local community, as well as its vast surroundings, and consequently, by extension, of the entire planet.

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Lightness by Italo Calvino from Six memos for The new millenium, 1988


SOPRAVVIVENZA: UN CAMBIO DI PARADIGMA SURVIVAL: A CHANGE IN PARADIGM

dell’architettura stessa. A differenza del passato gli architetti hanno imparato un modo per stare “sul mondo” anziché nel mondo, al di sopra della società, in una sorta di universo parallelo fatto di apparenze, tante superfici e poco spazio, dibattiti da vetrina tra addetti ai lavori: ma le città sono fatte di altra pasta.

Andrea Robezzati

“Sono convinto che c’è assoluto bisogno di tranquillità per sopravvivere in questo mondo afflitto dall’eccesso di informazione, dal bombardamento di notizie. Bisogna riuscire ad evadere dai ritmi frenetici cui il nostro quotidiano è sottoposto, bisogna trovare il silenzio, la pausa, che ci consentano di riflettere, elaborare, costruire. Viviamo in un mondo in cui si sa sempre di più e si capisce sempre meno, un paradosso a cui ci si deve assolutamente opporre”. Renzo Piano Madrid, 3 Gennaio 2011. Durante una conversazione sul tema “Cos’è Architettura“ Rafael Moneo si racconta così: “Trascorrendo gli ultimi tre anni di università a stretto contatto con il maestro Francisco Javier Sàenz de Oiza ho imparato le lezioni più preziose: quanto mi sarebbe piaciuto fare l’architetto e come può arricchire un individuo l’architettura se intesa come modo di ‘stare nel mondo’“. Le parole dell’architetto spagnolo sono emblematiche e invitano a una riflessione profonda, forse l’ennesima, ma evidentemente ancora necessaria, sul ruolo dell’architetto e dell’architettura nella società contemporanea. Egli in un certo senso evoca quel ruolo etico morale e sociale più profondo di questo antico mestiere che ha accompagnato gli architetti per tutta la storia umana. Pensiamo all’uomo primitivo, il quale, in un certo senso, viveva già una realtà architettonica, quella primordiale e naturale della caverna, che offriva risposte al bisogno di riparo e sicurezza. Negli ultimi decenni questa carica etica ed emotiva è andata persa, travolta da un sistema globalizzato che ha favorito l’ascesa dell’architettura come puro strumento di marketing, di immagine, la rappresentante più alla moda di qualche colpo di genio e che ha contribuito inesorabilmente a restringere di molto gli obiettivi di natura sociale

“La questione centrale è se gli architetti che nel loro lavoro cercano di resistere alle norme della cultura generale della società contemporanea siano impegnati oggi in una attività futile e autoillusoria”. William Saunders Scrive Anthony Vidler, storico e critico di architettura: “Per un verso non c’è mai stato un momento più propizio di questo per rivisitare la questione della responsabilità sociale dell’architettura, ma d’altro canto il gap esistente tra il discorso specializzato della pianificazione, dell’architettura, della politica urbana e il pubblico non è mai stato così ampio come oggi”. Di fronte al caos e alla fatica del nostro vivere le arti vivono un momento difficile, se non disperato; l’architettura in particolar modo. Negli ultimi decenni essa sembra aver smarrito il suo punto fondamentale di orientamento, vale a dire quello di essere un’arte collettiva, a servizio dell’uomo, unica arte di cui l’uomo non può fare a meno, per trovare non solo un riparo fisico ma anche metafisico; essa ha perso la sua dignità. Come ci ricorda Robert Byron: “L‘architettura è la più universale delle arti, rivela il gusto e le aspirazioni del presente a tutti coloro che percorrono le strade di una città e sollevano lo sguardo mentre procedono nel loro cammino. I dipinti si trovano nelle gallerie, la letteratura nei libri. Le gallerie devono essere visitate, i libri devono essere aperti. Gli edifici invece sono sempre con noi. La democrazia è un fatto urbano, l’architettura la sua arte”. Ma oggi l’architettura è ancora democratica? Parla ancora alla gente, della gente, dei suoi bisogni e necessità reali, racconta della vita delle città, della memoria storica e delle sue aspirazioni future? Riesce ancora a essere narrazione, racconto della costellazione profonda e densa, della orizzontalità e verticalità esistenziali di cui le città sono fatte? O è diventata un’arte referenziale, profondamente commercializzata, esclusiva di una ristretta èlite,

caratterizzata da esercizi inutili, capricci di sedicenti creativi baciati in backstages o salotti di moda? Oggigiorno la professione sopravvive perché protetta da quadri giuridici che in qualche modo impongono il rispetto di determinati requisiti, ma se ci concentriamo davvero sulla realtà della pratica professionale, ci accorgiamo che la professione è assai meno indispensabile di quanto non appaia; in un certo senso è staccata dalla realtà, non risponde più al modo vero in cui le città vivono, città intese come organismi complessi e viventi. Risulta addirittura difficile capire in cosa consista l’attività professionale stessa. Di fatto le grandi opere di architettura oggi nascono quando, a causa di circostanze del tutto eccezionali, diviene inevitabile tornare ad accettare la presenza dell’architetto: perché va risolto un problema architettonico o perché un particolare cliente intende far raggiungere all’opera che sta realizzando un livello di eccellenza, ma questo è assai raro, soprattutto in periodi di crisi economica come questo. Se osserviamo con attenzione le nostre città e le nostre periferie (purché si riesca ancora a fare distinzione tra le due) ci accorgiamo di un realismo tragico. L’architettura ha lasciato il posto a una produzione edilizia confusa e scadente, espressione di incertezza e disagio, modelli estetici arretrati e distanti rispetto alla produzione architettonica alta. Il fenomeno, quasi esclusivamente italiano, prende piede e si afferma diffusamente nel dopoguerra, a partire dai tardi anni Cinquanta, per svilupparsi massivamente durante gli anni del Boom, fino a stabilizzarsi, nei decenni successivi, nella forma che appare ora, assumendo i caratteri di permanenza e di pervasività che riconosciamo, dando vita a un vero e proprio genere deviato. Nel tempo si sono prodotti così cataloghi di elementi costruttivi legati a una pseudo-moda, pseudo-adeguati al gusto generale, che non hanno niente a che fare con la storia dell’architettura; confusi richiami semantici. Appare evidente un rifiuto alla sperimentazione di nuove soluzioni costruttive o tecnologiche, la diffidenza verso l‘adozione di modelli abitativi caratterizzati da nuove tipologie, più adatte alle necessità del vivere collettivo. Mai come adesso l’architettura è lontana dall’interesse pubblico: incide poco e male sul miglioramento della vita della gente.

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

A volte ne peggiora le condizioni dell’abitare, sacrificando i cittadini stessi a una vita condizionata, di solitudine, di alienazione. È diventata un gioco autoreferenziale, tutta incentrata sulla “firma”, sulla genialità del singolo architetto, genialità quotata nella borsa della moda come qualsiasi altro brand; pensiamo a cosa sono e cosa stanno diventando città come New York, Dubai, o le nostre stesse città italiane. E cosa saranno nel futuro? Siamo la società della “Bigness“; per essere moderni bisogna fare massa, costruire metri cubi su metri cubi per il nostro tornaconto, bisogna stupire, infischiandocene delle ripercussioni anche drammatiche che questo atteggiamento ha già iniziato a delineare sull’ambiente, sul clima, sulle risorse disponibili, sul territorio, sulla città, sull’uomo e sulla sua esistenza, sul gusto estetico. In Italia il problema del consumo del suolo è particolarmente gravoso soprattutto perché siamo di fronte a un paese dalle dimensioni modeste con il 40% di territorio montuoso. Ma pur essendo un territorio con dei limiti fisici e geografici, le campagne italiane, fortemente occupate e coltivate a partire dall’epoca romana, hanno nutrito circa ottanta generazioni di nostri predecessori e sono pervenute pressoché integre fino agli albori dell’età industriale. Con l’avvento dell’energia fossile nell’Ottocento, il rapporto tra l’uomo e il suo territorio improvvisamente è cambiato: non essendo più legato a una fonte locale di energia e materie prime, ottenibili facilmente con le importazioni da luoghi più propizi e a costi inferiori, il custode del suolo si è trasformato gradatamente nel suo predatore. Nella prima metà del Novecento si tratterà solo di una modesta espansione urbana dovuta a reali necessità di natura demografica e a una razionale industrializzazione, in genere collocata in prossimità delle risorse minerarie e idroelettriche, raramente coincidenti con distretti di elevata qualità pedologica. Nel secondo dopoguerra, il disaccoppiamento tra produzione industriale e territorio raggiungerà invece il suo apice, con l’occupazione massiva di terreni pianeggianti ad alta potenzialità agraria, prossimi alle grandi vie di comunicazione e per questo funzionali alle necessità del commercio e dell’industria. Nel primo scorcio del XXI secolo, si assisterà infine al parossismo del processo speculativo,

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dove l’edificazione dei suoli non risponderà più a effettive necessità indotte dagli assetti industriali o commerciali, ma verrà effettuata a priori, puntando sul cambiamento del valore fondiario e sulla creazione di domanda dell’utilizzo di spazi altresì non richiesti. Un processo predatorio dunque non più connesso con una progettualità definibile come “priorità emergente” del territorio, frutto delle innumerevoli stratificazioni e interazioni con gli abitanti e le loro storie personali, bensì generato dalla mera e banale massimizzazione temporanea del profitto. Pochi giorni di ruspe e betoniere, e un suolo coltivato e curato da millenni viene improvvisamente distrutto e sostituito da un manufatto edile. E sottolineo distrutto, in quanto un orizzonte pedologico utile per un’agricoltura redditizia non si forma dall’oggi al domani, ma è un processo naturale mediato dal clima che impiega millenni a evolvere. Gli architetti hanno contribuito a questo processo di degrado. Oggi vediamo attorno a noi una pianura letteralmente massacrata dalla costruzione selvaggia di edilizia residenziale, industriale e commerciale: banalità, mediocrità, non vi è un valore estetico, non vi è una ragione d’essere di questi non-luoghi che probabilmente non riusciranno nemmeno a sopravvivere a se stessi e che anzi in futuro saranno un costo per la collettività. Non si coglie un progetto d’insieme a scala territoriale vasta. Edifici costruiti che rimangono spesso vuoti, in attesa di essere occupati mentre si continua a generare volume altrove. Il costruito non è più calibrato sulle reali necessità collettive e quel che è più grave è che si va a sacrificare la produttività dei suoli agricoli migliori. Un inno allo spreco per la fabbricazione di denari. Altro aspetto inquietante riguarda la mancanza di progettualità degli spazi vuoti delle città, gli spazi collettivi, dell’incontro: le strade, le piazze, gli slarghi. Nell’attuale condizione storica in cui si sta delineando, con maggiore chiarezza rispetto al passato, il problema del vivere collettivo, paradossalmente lo spazio vuoto è divenuto spazio di risulta, mera conseguenza dello spazio costruito. È come scrive Javier Gomà, il quale ritiene che a partire dal Rinascimento sino ad oggi sia aumentata la nostra comprensione e considerazione del valore privato; il privato è oggi ritenuto il patrimonio più prezioso che abbiamo, così

prezioso da non metterlo in discussione, in alcun modo. Ci siamo dimenticati che il vero valore della città è lo spazio vuoto: oggi le città stanno diventando un elenco di spazi inadeguati che non favoriscono la socializzazione, lo “stare”, ma che invitano a una fruizione veloce, alienante, magari su di un’automobile potente con i vetri oscurati per non essere riconosciuti. Spazi privi d’identità in cui non ci si riconosce più. L’unico conforto lo troviamo nella città storica, e nei suoi spazi vuoti “costruiti”, che ci rassicurano e ci raccontano della stratificazione storica, della memoria. Spazi che hanno ancora una loro identità e capaci di evocare emozioni.

“L’architettura è quell’acido che sviluppa la pellicola della memoria”. Walter Benjamin In questa confusione concernente la pratica, l’identità architetto-architettura e il loro riconoscimento da parte della società, come possiamo fare? Come possiamo agire? È chiaro che l’architettura ha bisogno di una nuova identità, e per ritrovarla probabilmente ha bisogno di tornare alle origini, quando era intesa come un servizio per l’uomo, un modo di stare nel mondo come ci ricorda Moneo. Tenerlo presente è un modo per preservare la nostra disciplina da tutto ciò che può corromperla: le mode, gli stili, le tendenze. L’architettura è necessaria, soprattutto in un periodo di crisi come quello attuale: la storia ci insegna che nei momenti di difficoltà economica e sociale l’arte ha sempre illuminato gli occhi di chi la frequenta, creando gli avamposti per una società migliore e più felice. Mi piace pensare che vi siano varie passioni per l’architettura. Amare l’architettura, per la maggior parte degli addetti ai lavori, può semplicemente tradursi in un amore per il costruire, quello che per Leon Battista Alberti era la “libido aedificandi”, con conseguenze negative nel rapporto con la natura e l’ambiente. È un amore anche in buona fede, ma dall’orizzonte limitato: si vede l’architettura attraverso l’opera di architettura. Esiste tuttavia un altro tipo di passione, il cui orizzonte non è solamente la costruzione, ma il vivere. Il vivere degli uomini e fra gli uomini. Oggi è difficile riuscire a trasmettere un’idea di


architettura che non sia solo “abitare”, inteso nel senso etimologico del termine da “habere”, vale a dire un’architettura come un qualcosa che si ha, di cui si entra in possesso. L’architettura invece, porta con sé anche altri significati come accompagnare, accudire, prendersi cura: dell’ambiente, delle preesistenze, delle città, dell’uomo. Per fare, costruire buona architettura è inevitabile stare agganciati all’uomo, alle sue necessità, ai suoi bisogni reali e non indotti: è necessario cioè fare un’architettura legata alla terra, umile perché l’uomo stesso viene da “humus”, viene dalla terra, è umile. Come ci ricorda Marguerite Yourcenar: “costruire significa collaborare con la terra”. Per progettare il futuro è necessario un salto di paradigma. Sarebbe bello se da qui si partisse per un altro viaggio, più ambizioso, se gli architetti avessero voglia di essere una classe di cultori della bellezza delle città e dell’abitarvi, se fossero gli intellettuali che si sdegnano per la mediocrità, la vetrinizzazione, la plastificazione della vita quotidiana. Avrebbero forse più influenza così, che come designers di oggetti monumentali o di porcellane per collezionisti.

“I am convinced that there is an absolute need for tranquility in order to survive in this world afflicted by an excess of information, the assault of news. It is necessary to successfully escape from the frenetic rhythms to which our daily lives are subjected, necessary to find silence, the pause that makes it possible to think, develop, build. We live in a world in which one always knows more but understands less, a paradox to which one should be absolutely opposed.” Renzo Piano Madrid, 3 January 2011. During a colloquy on the theme “What is Architecture?” Rafael Moneo said: “After having spent the last three years at the university in close contact with the Maestro Francisco Javier Sáenz de Oiza, I have learned the most important lessons: how much I would have liked to have been an architect and how architecture can enrich an individual if it is understood to be a way of ‘being in the world’.” The words of the Spanish architect are emblematic and conducive to profound

reflection, possibly the umpteenth but apparently still necessary reflection on the role of the architect and of architecture in contemporary society. This, in a certain sense, conjures up the deepest ethical, moral and social role of this ancient profession, which has been the role of architects throughout human history. Look at primitive man, who, in a way, already was living an architectural reality in a cave that, basically and naturally, responded to his need for shelter and safety. Over the last decades, this ethical and emotional charge has gone astray, overwhelmed by a globalized system that has favored the accession of architecture as a pure instrument of marketing, of image, the most fashionable manifestation of some strokes of genius, inexorably contributing to the diminishment of many of the social objectives of architecture itself. As opposed to the past, architects have learned a way of “being” over the world instead of in the world, above society, in a sort of parallel universe made of appearance, so many surfaces and so little space, showcase debates among experts: but cities are made of different stuff.

The central question is whether the architects who, in their work, try to resist the general cultural standards of contemporary society are engaged today in a futile and self-deceptive activity. William Saunders The historian and architectural critic Anthony Vidler writes: “On the one hand, there never has been a more propitious moment than this one to revisit the question of the social responsibility of architecture, but, on the other, the gap that exists between the specialized discourses of planning, architecture, urban policy and the public never has been as wide as it is today.” Confronted by the chaos and the stress of our way of life, the arts are going through a bad, if not desperate, time; particularly, architecture. In the last decades, architecture seems to have mislaid its basic direction, – that is, to be a collective art, at the service of mankind, the only art that man cannot do without – unable to find not only a physical, but a metaphysical, point of reference. Architecture has lost its dignity. As Robert Byron reminds us: “Architecture is the most universal art. It reflects the

contemporary taste and aspirations of all those who walk the streets of a city and look around them while they proceed on their way. Paintings can be found in galleries, literature in books. Galleries have to visited, books have to be opened. Buildings, however, are always with us. Democracy is an urban fact, architecture is its art.” But is architecture today still democratic? Does it still speak to people, of people, of their needs and real necessities, does it tell about the life of cities, of historic memory and future hopes? Does it still succeed in being a narrative, the story of the deep and dense constellations, the existential horizontality and verticality of which cities are made? Or has it become a referential art, profoundly commercialized, belonging to a restricted elite, characterized by useless exercises, whims of wannabes paying lip service behind the scenes or at fashionable gatherings? Today, the profession survives because it is protected by legal frameworks that more or less impose the respect of certain requirements. But if we really concentrate on the reality of professional practice, we realize that the profession is not quite as indispensable as it appears to be. In a certain sense, it is out of touch with reality. It no longer responds to the real way in which cities live, cities as complex and living organisms. As a result, it is even difficult to understand what the profession really does. In fact, great works of architecture today are born when, because of utterly exceptional circumstances, it becomes inevitable to turn to and accept the presence of an architect: because there is an architectonic problem to solve or because a particular client wants the building that he is constructing to reach a certain level of excellence, but this is quite rare, especially in periods of economic crisis like this one. If we look closely at our cities and their suburbs (provided that it is still possible to distinguish between the two), we become aware of a tragic reality. Architecture has left the way open to construction that is confused and shoddy, an expression of uncertainty and unease, aesthetically backward and far from high quality. The phenomenon, almost exclusively Italian, took root and spread in the post-War era, beginning in the late Fifties and going on to develop massively during the Boom years before finally

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

settling down in the decades that followed and appearing in its current form, with all the qualities of permanence and pervasiveness that we have come to know and creating a true and proper genre of deviation. Over time, catalogues of construction elements have been produced, elements tied to a pseudofashion, pseudo-adapted to general taste, that have nothing to do with the history of architecture; confused semantic advertising. There is an obvious refusal to experiment with new building or technological solutions, a reluctance to adopt new types of housing, no longer suitable for collective living. Architecture never has been so far removed from the public interest: it has little or negative influence on the betterment of people’s lives. Sometimes, it even makes living conditions worse, sacrificing people to a conditional life, of solitude and alienation. It has become a self-referential game, centered on the “signature”, on the genius of a single architect, a genius listed on the Stock Exchange of fashion, like any other brand; think of what cities like New York and Dubai — or our own Italian cities – are becoming. And what will they be in the future? We are the society of “Bigness.” To be modern it is necessary to be massive, to construct cubic meters upon cubic meters for our own interest. It is necessary to astound, oblivious to the repercussions – even dramatic – that this behavior is already beginning to have on the environment, on the climate, on limited available resources, on the land, the city, man and his existence, on aesthetic taste. In Italy, the problem of land consumption is particularly serious, especially because we are faced with a country of modest size, with 40% of it mountains. On top of these physical and geographic limitations, Italy has a countryside that has been densely occupied and cultivated since the time of the Romans, that has nourished nearly 80 generations of our predecessors and that survived nearly intact until the dawn of the industrial age. With the advent of fossil energy in the 19th century, the relationship between man and the land suddenly changed: no longer tied to a local source of energy and raw materials, easily obtainable from more favorable places and at lower cost, the custodian of the land gradually became its predator. In the beginning of the 20th century, urban expansion was modest, motivated by the needs of

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demography and industrialization, which required proximity to mineral and hydroelectric resources, and only rarely to districts where high pedagogic quality might have had value. After the Second World War, the decoupling of industrial production from the land reached its peak, with the massive occupation of flat lands, with a high agricultural potential, close to the great arteries of communication and thus eminently suitable to the needs of commerce and industry. Finally, the early days of the 21st century witnessed the paroxysm of the speculative process, where building on the land no longer responded in any way to commercial and industrial needs but, rather, was carried out a priori, betting on fluctuations in land values and on the creation of demand for space otherwise not needed. A predatory process, therefore, no longer connected to any planning that could be defined as a “developing priority” of the land in question, the result of innumerable stratifications and interactions with the inhabitants and their personal stories, even if generated by the mere, banal and temporary need to maximize profit. Just a few days of bulldozers and cement mixers, and the land, cultivated with care for millennia, suddenly is destroyed and replaced by a manufactured building. I stress the word “destroyed” as a teaching tool for cost-effective agriculture, which does not develop in a day but which evolves, in a natural process that depends on the weather, over thousands of years. Architects have contributed to this process of deterioration. Today, we see around us a plain literally massacred by rogue construction of housing developments, industrial and commercial buildings: banality, mediocrity, without a single aesthetic value and no reason for being, these non-places that probably will not even succeed in surviving themselves and that, consequently, will end up being a financial burden on the community. You do not impose a collective design on a vast territorial scale. Buildings are constructed that often remain empty, waiting to be occupied while more space is being built elsewhere. Construction is no longer calibrated to match actual collective need, and what’s worse is that it sacrifices the productivity of the best agricultural land. A hymn to waste for the fabrication of money. Another disquieting aspect is the lack of planning for empty spaces in the city,

public spaces, meeting places: streets, public squares and promenades. At this moment in time, when the challenge of collective living is becoming more of an issue, compared with the past, empty spaces have become, paradoxically, mere consequences of constructed space. Yet, as Javier Gomá writes, our understanding and consideration of privacy has never been greater since the Renaissance; privacy, today, is considered the most valuable asset that we have, so precious that it shouldn’t be jeopardized in any way. We have forgotten that the true value of the city is in its empty spaces. Today cities are becoming a series of inadequate spaces that do not favor socialization, “just being”, but that encourage rapid use, as alienating as a powerful automobile with blacked-out windows to avoid recognition. Spaces lacking in identity where recognition is impossible. Comfort is only to be found in the historic centers of our cities and in their empty spaces that are “built,” that reassure us and express the accumulation of history and memory. Spaces that retain their identity and capacity to evoke emotion.

“Architecture is the acid that develops the photographic film of memory.” Walter Benjamin What can we do in the confusion that surrounds the practice, the identity of the architect-architecture and their recognition by society? How can we act? It is clear that architecture needs a new identity, and it probably has to go back to its origins to find it, back to the time when architecture was seen to be a service to man, a way of being in the world, as Moneo reminds us. Keeping this in mind is a way to preserve our discipline from everything that can corrupt it: fashion, style, trends. Architecture is necessary, especially in times of crisis like the current one. History teaches that in moments of economic and social difficulty, art always has inspired those who spent any time in its company, creating the outposts for a better and happier world. I like to think that there are several ways to be passionate about architecture. For the majority of experts, loving architecture may simply translate into a love of construction, that which for Leon Battista Alberti was the “libido


aedificandi,” with negative consequences for its relationship with nature and the environment. It is love in good faith, but with a limited future: architecture is viewed through the work of architecture. There is still another type of passion, in which the future is not only construction, but life. The life of people and among people. It is difficult today to successfully convey an idea of architecture that goes beyond “habitation”, in the etymological sense of the term from the verb “habere” (to have), that is architecture that is something to have, to take possession of. Rather, architecture contains other meanings, like to accompany, welcome, taking care of the environment, pre-existence, the city, man. To do so, building good architecture inevitably means staying connected to people, to their needs, their real needs and not those that they are led to believe that they need. It is necessary, therefore, to make architecture that is tied to the earth, humble because man himself comes from “humus,” from the earth, is humble. As Marguerite Yourcenar points out: “Constructing means collaborating with the earth.” To build tomorrow we need a leap in paradigm. It would be beautiful if we could take off from here for another, more ambitious journey, if architects could want to be a class of cultivators of beautiful cities and beautiful lives in them, if there were intellectuals who disdained mediocrity, showcase-dressing and the plastification of daily life. If they did, in this way maybe they would have more influence, rather than designers of monuments or porcelain objects for collectors.

ARCHITETTURA COME BELLO NECESSARIO ARCHITECTURE AS NECESSARY BEAUTY

A partire da queste considerazioni vogliamo provare a proporre alcune riflessioni per liberare l’Architettura dal giogo dell’estetica del bello e del brutto intesi secondo criteri di giudizio esclusivamente sensoriali e soggettivi, per poterne definire la qualità oltre la questione del bello.

Davide Scapin

I giudizi attorno al “bello”, e per contro al “brutto”, riguardano oggi una delle sfere più indefinibili e insondabili dell’animo e del pensiero umano. Nella certezza della labilità del giudizio, considerato comunemente tra i più soggettivi, l’uomo contemporaneo esprime con esso la propria sfera di valori e convinzioni, il proprio sentire e percepire: in qualche modo si definisce a se stesso e agli altri. Dal concetto greco che rimanda ad un perfetto ordine cosmico, nel quale inscindibilmente il bello, il vero ed il bene convivono senza possibilità di soluzione, la modernità ha trasmutato l’esperienza nel sensoriale introducendo l’individuale e l’inclassificabile. L’intrinseca relazione tra l’estetica ed il sensibile viene rivendicata solo nel Settecento, e attraverso di essa prende sempre più forza il rapporto di consustanzialità tra estetica e percezione sensoriale, tra estetica e corporeità. È in questo secolo che le cosiddette “arti belle” trovano una propria autonomia rispetto alle “tecniche artigianali” e alle “arti meccaniche”, frutto semplicemente di abilità manuale, pazienza e capacità tecniche. A partire dal Settecento, inoltre, più che il bello è il brutto a rivendicare un proprio ruolo, ponendo le basi per un’estetica dell’informe, del deforme, del dissonante e del caotico. Da queste esperienze è maturato il legame, oggi considerato ovvio, tra arte, materialità e bellezza (o bruttezza). Ma la dimensione del sensibile (di ciò che è veicolato attraverso i cinque sensi), come già accennato, non è sempre stata legata al bello in modo esclusivo. Due millenni di storia umana, già prima di Cristo, hanno piuttosto considerato il sensibile come una prima parte, peraltro inscindibile e quindi priva di una propria autonomia e identità, di un tutto definibile come “bellezza vera”, attribuibile solo alla natura come parte del cosmo, fatta anche di intellegibile e ultraterreno. Una trinità di bello, vero e buono1.

Innanzitutto è necessario considerare che l’Architettura “serve”, è utile e necessaria in sé: modificare e plasmare luoghi, creare ambienti, abitare, sono attività umane indispensabili. L’uomo si è sempre dato un “luogo”, lo ha fatto ancora prima di essere uomo e di pensarsi come essere umano, e nel farlo lo ha inevitabilmente condizionato e modificato. In effetti, una forma primigenia, istintiva e spontanea del darsi un luogo, di costruzione, esiste anche nel mondo animale (ne sono esempio i nidi e le tane) e forse anche in quello vegetale (si pensi alle piante parassite o ai muschi che crescono sui tronchi degli alberi e sulle rocce, scegliendo il nord per proteggersi dai raggi solari). In questo è l’essenza dell’Architettura: nel rapporto tra la necessità dello “stare” e il suo effetto sull’oggetto stesso di quello “stare”. Si direbbe che darsi un luogo sia uno degli atti fondamentali della vita. Lo è in quanto noi stessi siamo anche un corpo, che è il luogo primo del nostro essere o almeno il luogo manifesto del nostro essere uomini. Il luogo da abitare, la costruzione architettonica, non è altro che il luogo del nostro essere, necessario in quanto il luogo-corpo ha bisogno, fisiologicamente, di un ambiente altro rispetto a se stesso con il quale relazionarsi (scambiare calore, ottenere maggiore protezione rispetto a quella che il corpo può fornire, ecc.). È la costruzione di quel “luogo” che osiamo chiamare Architettura: una porzione di natura modificata secondo specifiche necessità, un artificio frutto del bisogno. Tuttavia, l’Architettura è ben più che un semplice luogo fisico. L’uomo, non essendo solo corporeità, ma anche pensiero ed azione, nel suo pensarsi ed agire come essere umano ha certamente arricchito i suoi luoghi dando loro “valori” che vanno oltre il sensibile, valori etici, morali, religiosi, che riguardano senz’altro la sfera dell’intimo e del personale, ma ancora prima riguardano l’uomo nel suo essere, andando oltre i criteri del singolo.

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Attraverso questi valori e attraverso le relazioni che l’uomo crea con i propri simili e l’ambiente, è l’Architettura stessa ad assumere uno status che va oltre la fisicità del luogo. Pertanto, appare necessario attribuire all’Architettura un insieme di caratteri non fisici e non soggettivi, che come tali devono essere intesi. L’Architettura è quindi corpo e “senso”. Ma se il “senso” riguarda l’indefinibile moltitudine di valori ad essa attribuibili, per loro natura mutevoli ed instabili, la fisicità (e la funzione ad essa connessa) rimane un punto fermo del suo essere. L’Architettura si usa, inevitabilmente, come si usa ogni altro oggetto: deve rispondere a bisogni, deve risolvere problemi, nasce da necessità. Tutto questo non vale ad esempio per l’arte, sia essa pittura, scultura, musica, cinema o altro. La fisicità dell’arte è legata al suo poter essere percepita con i sensi, ma non è una sua necessità costitutiva primaria, è piuttosto un supporto; i suoi usi (ed i bisogni cui risponde) sono legati alla comunicazione, concettuale ed emozionale. Un giorno potremmo forse osservare quadri e sculture come ologrammi talmente perfetti da essere comunicativi tanto quanto quelli reali. Ma appare difficile immaginare una casa non reale, che non sia utilizzabile in senso fisico. Forma, Funzione, Costruzione sono i tre concetti chiave che il Movimento Moderno associa inscindibilmente. La forma è dettata dalla funzione e si concretizza nella costruzione. Una trinità che azzardiamo a relazionare con quella classica: Forma - Bello, Funzione - Buono, Costruzione - Vero. Vorrei concludere che l’Architettura non è arte, o non solo, anche se personalmente preferisco la prima definizione. Forse è semplicemente un bello necessario.

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Per una ricognizione storico-concettuale si veda: Remo Bodei, Le forme del bello, Bologna, 1995

Opinions on “beauty”, and on “ugliness” by contrast, address today the most undefinable and unfathomable scope of human thought. In judgment’s certain uncertainty, commonly considered as most subjective, modern man expresses his value and convictions, his feelings and perceptions; he somehow defines himself to himself and to others. From a Greek concept referencing perfect cosmic order, in which beauty, truth and good live together without solution, modernity has transformed sensory experience introducing the individual and unclassifiable. The intrinsic relationship between aesthetics and sensitiveness is claimed only from the 18th century on, and through it the substantiality relationship between aesthetics and sensory perception, between aesthetics and corporeality, is strengthened. It is in this century that the so called “fine arts” find independence from “crafts” and “mechanical arts”, which are simply the product of manual ability, patience, and technical skills. Moreover, beginning from the 18th century it is ugliness, more than beauty, who claims a role, as it lays a foundation for an aesthetic view of shapelessness, deformity, dissonance and chaos. The connection between art, materiality and beauty (or ugliness), which is considered obvious today, grows from such experiences. However, the dimension of the sensitive (i.e. what is conveyed by the five senses), as has hinted above, has not been always exclusively linked to beauty. Two millennia of human history before Christ have regarded the sensitive as a part, inseparable and devoid of autonomy and identity, of the whole defined as “true beauty”, which can only be attributed to nature as part of the cosmos, also composed of intelligible and otherworldly. It is a trinity of beautiful, truthful and good1. From these observations, we would like to propose a number of thoughts to free Architecture from the yoke of beauty and ugliness aesthetics, meant as totally subjective and sensory judgment criteria, in order to define quality beyond beauty. First of all, we must consider that Architecture is useful and necessary in itself: to change and shape places, to create settings, are indispensable human activities. Man always has granted

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himself a “place”, long before being a man and thinking of himself as human, and in doing so he has inevitably changed and conditioned it. In effect, there exists a primitive, instinctive and spontaneous way of giving oneself a place, a building, also in the animal kingdom (nests and burrows, for example), and possibly also in the plant kingdom, if you think about parasitic plants and mosses growing on rocks and tree trunks, choosing the north side to protect themselves from the sun. Therein lies the essence of Architecture, in the relationship between the necessity of “staying” and its effect on the object of “staying” itself. You might say that giving oneself a place is a fundamental act of life. It is, as we are also a body, the first place of our being, or at least the manifest place of our being human. The place to live in, the architectural building, is nothing but the place of our being, necessary because the body-place physiologically needs a place other than itself to relate to (to exchange heat, to obtain better protection than the body itself provides etc). It is the building of that “place” that we dare call Architecture: a piece of nature changed according to specific needs, an artifice dictated by need. However, Architecture is much more than simply a physical place. Man, being not only body but also thought and action, in thinking and acting as human being surely has enriched his places by giving “values” beyond the sensible, such as ethical, moral and religious values, concerning the personal and intimate sphere, but first and foremost concerning man in its essence, and beyond individual criteria. Through these values and through the relationships that man creates between its likes and environment, it is Architecture itself which takes on a status beyond the physicality of place. It is therefore necessary to attribute to Architecture a set of non-physical and non-subjective characters, which must be intended as such. Architecture is thus body and sense. But if sense concerns the undefinable multitude of values that can be attributed to it, by their nature changing and unstable, then physicality (and function connected to it) remains a steady point in its being. Inevitably, Architecture is used as any


other object: it must respond to needs, it must solve problems, it is born out of necessity. All this does not apply to art, for example, be it painting, sculpture, music, cinema or other. Physicality in art is bound to being perceived by the senses, but it does not represent its primary constituent necessity, it is rather a support; its uses, and the needs it responds to, are tied to conceptual and emotional communication. One day we may be able to observe holographic paintings and sculptures so perfect they will communicate as well as the originals. But it is hard to imagine a nonreal house, in that it cannot be used in a physical sense. A trinity we dare relate to the classical one: Form - Beauty, Function - Good, Construction - Truth. I would like to conclude that Architecture is not art, or not only, even though I prefer the first definition. Maybe Architecture is simply a necessary beauty.

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For an historical and conceptual analysis see: Remo Bodei, Le forme del bello, Bologna, 1995

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ETEROTO 102


OPIA ETEROTOPIA Nel dare forma e carattere tanto allo spazio domestico, quanto alla città e al territorio, l’architettura incontra nuove esigenze e nuovi desideri. Alla definizione di regole tipologiche, strettamente legate all’idea di funzione “monocratica” si contrappone la necessità di delineare spazi fluidi, flessibili, ed eterotopi. Ad un’idea di città gerarchica, che cresce per spazi concentrici attorno ai luoghi-simbolo del senso di appartenenza della cittadinanza si sovrappone una rete di spazi d’incontro informali, interstiziali, dove la “norma calata dall’alto” cede il passo all’autocostruzione.

HETEROTOPIA By giving shape and character to the spaces of our life, architecture meets a request for fluidity. The need to design fluid, flexible, heterotopic spaces cannot be met by typological rules with a “monochrome” function. A network of informal, interstitial meeting places is more representative of the idea of a hierarchic and concentric, growing city; imposed rule gives way to self-construction.

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ETEROTOPIA HETEROTOPIA

BOLOGNA EDIBILE. PRATICHE MARCOVALDESCHE PER LA CITTÀ CONTEMPORANEA BOLOGNA EDIBILE. MARCOVALDESQUE PRACTICES FOR THE CONTEMPORARY CITY

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Studio/Progettista Designer Arch. Agostino di Tommaso (capogruppo) TAScA Studio Architetti Associati la Petita Dimensiò Prof. Alberto Danielli Committente Client Ordine degli Architetti di Bologna Provincia di Bologna Localizzazione Location Bologna, emilia Romagna Cronologia del progetto Project concorso nazionale di idee “Rural city” 2011, 3° Premio

etichette descrittive delle specie

RESTAURO ECOLOGICO IN CORSO

PER FAVORE CONDIVIDI

NON CALPESTARE

segnaletica di prescrizione, avvertimento e indicazione indicazioni sulle principali specie commestibili reperibili in uno specif ico incolto

Spazi eterotopi. Bologna edibile è un progetto che favorisce la riappropriazione da parte dei cittadini di quegli spazi all’interno del territorio urbanizzato che sono sfuggiti ai processi di trasformazione antropogenica diretta. Lo scopo è mettere in relazione il sistema della wilderness con la cittadinanza, promuovendone i valori etici e sociali attraverso un local social network.

Heterotopic spaces Bologna Edibile is a project that aims to return spaces in the built-up territory to the citizens, after they were lost through processes of direct anthropogenic transformation. The goal is to put citizens in touch with the wilderness system, while promoting ethical and social values in a local social network.

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ETEROTOPIA HETEROTOPIA 1

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LEGENDA

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Bologna disponibile

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C U N E O A G R I C O L O P E R I U R B A N O N O R D - E S T

B

Territori agricoli e naturali di campagna e di collina Aree verdi e rurali di proprietà o rilevanza pubblica Ambiti urbani da riqualificare

C

C

Bologna edibile C U N E O A G R I C O L O P E R I U R B A N O O V E S T

Aree rurali edibili Aree verdi edibili Aree in trasformazione edibili

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Corridoi ecologici

C E N T R O

S T O R I C O

C U N E O A G R I C O L O P E R I U R B A N O E S T

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D

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C O L L I N A

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B O L O G N A

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l ant e bolognaedibile at H

Un'analisi preliminare individua l'insieme dei luoghi 'disponibili' all'interno del territorio

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comunale (gli ambiti agricoli e naturali sottratti alla crescita urbana, le aree verdi residenziali

H

e i parchi cittadini, le aree in attesa di trasformazione). Una selezione più accurata mette in rete un sistema di spazi destinati all'intervento di restauro ecologico (terreni agricoli SCALA 1:150.000

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0,5

inutilizzati, aree verdi pubbliche residuali, porzioni di parchi, aree dismesse, tratti di

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alberature stradali, corsi d'acqua). La prima fase si conclude con la rappresentazione di un

2,5 km

atlante tematico che raffigura il territorio 'edibile' di Bologna.

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Nessuna strategia per “stringere nuove alleanze tra città e campagna” può rivelarsi vincente se non parte dalla consapevolezza che la campagna non è fatta solo di terreno agricolo, ma anche di ecologie spontanee. Per proteggere, rivalorizzare e attivare le aree rurali incluse nei sistemi urbani territoriali non basta contrastare il consumo di terreno coltivato, ma è di cruciale importanza salvaguardare le ecologie spontanee che con esso interagiscono. L’oggetto dell’intervento si concentra dunque sul sistema della wilderness urbana. L’espressione si riferisce all’insieme di tutti i frammenti del territorio urbanizzato che sono sfuggiti ai processi di trasformazione antropogenica diretta: aree le cui caratteristiche orografiche o idrografiche rendono troppo difficile lo sfruttamento, aree soggette a vincoli paesistici, aree dismesse di cui la vegetazione si è riappropriata, etc. Varie per forma e per tratti fisiografici, spaziano dalla grande emergenza geografica sino alla più minuta immergenza interstiziale. Il progetto Bologna Edibile è un’appassionata apologia della wilderness urbana, una rivendicazione del suo valore ambientale e

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culturale e - soprattutto - una proposta per la conservazione e la gestione partecipata delle sue risorse. Si propone di utilizzare il territorio del comune di Bologna, diversamente declinato in un atlante della wilderness, per sperimentare un amplio intervento di restauro ecologico dei frammenti e per intessere una rete di fruizione condivisa dei suoi prodotti. Nella sua prima fase, in seguito all’individuazione del sistema della wilderness, il progetto ne avvia il restauro ecologico, puntando a recuperare le condizioni di salute e integrità degli ecosistemi. Si tratta di un triplice intervento: ripristino delle condizioni favorevoli ai processi di successione ecologica, rimozione delle specie esotiche invasive, reintroduzione delle specie native originarie. Saranno poi gli stessi processi naturali a completare il recupero. I frammenti di wilderness restaurati sono denominati incolti urbani, in contrapposizione con le aree dedicate alle colture urbane e periurbane a cui si complementano. Nella seconda fase, il progetto mette in relazione il sistema della wilderness con la cittadinanza, promuovendone i valori etici e sociali. Sul sito www.bolognaedibile.it, i cittadini condividono le

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informazioni sulla vegetazione spontanea commestibile degli incolti urbani attraverso un local social network. Il sito incoraggia e aiuta i cittadini a cercare e a raccogliere funghi, frutti, radici, bulbi, fiori, foglie ed erbe selvatiche a uso alimentare e officinale e a confrontarsi in queste ‘pratiche marcovaldesche’. Nella sezione principale del sito, la distribuzione delle specie, i percorsi di raccolta e le fotografie scattate dagli utenti vengono geo-localizzati in mappe interattive. Per ogni specie si indicano le stagioni di maturazione, le tecniche di raccolta, le caratteristiche nutritive e l’impiego in cucina. La sezione BolognaEdibileComunità contiene un blog, un forum, e un calendario delle attività organizzate nell’ambito del servizio. La Sezione BolognaEdibileRicerca si rivolge agli addetti ai lavori e include lo stato dell’arte del restauro ecologico e gli studi di ecologia urbana vincolati al progetto. Bologna Edibile non ha confini amministrativi e si pone come con un progetto pilota applicabile a qualsiasi territorio urbanizzato.


No strategy attempting to “create new alliances between city and countryside” can prove successful if it does not take into account the fact that countryside is not solely made up of agricultural land. Place of complex interactions between natural and productive systems, countryside is comprised of agricultural land and spontaneous ecologies. If we want to protect rural areas within urban systems, we should not only counter the consumption of agricultural land, but also hinder the deterioration of spontaneous ecologies with which it interacts. The subject of our proposal is therefore the urban wilderness system. Using this expression, we refer to all fragments of urban areas that have escaped the process of anthropogenic change, offering a peek into a spontaneous natural process. We are dealing with protected areas; areas that due to their orographic and hydrographic features are too difficult or too costly to exploit; areas which could potentially be exploited but remain inaccessible; areas left unused where vegetation has erased any evidence of their previous function. Varying in form and in physiographic features, they range from large natural systems to the most minute

green interstice. The Bologna Edibile project is a passionate apology for urban wilderness, a reclaiming of its environmental and cultural value and a proposal for its conservation and the participatory management of its resources. Its aim is to survey the wilderness fragments found in the territory of Bologna municipality, catalogue them through a wilderness atlas, experiment their ecological restoration and weave a shared network to promote the consumption of their edible products. In the first phase, after identifying the wilderness system, the project will start the ecological restoration process, to recover the health and integrity of the ecosystems. Its action will consist of three parts: restoration of favorable conditions for ecological succession, removal of invasive plants, reintroduction of native species. Natural processes will complete the recovery. Restored fragments of wilderness will be called incolti urbani (urban uncultivated areas), as opposed to areas designated for urban and peri-urban crops. In the second phase, the project brings the wilderness system and citizens together, promoting its cultural and social value.

On www.bolognaedibile.it, citizens share information on edible wild species of vegetation through a local social network. The site encourages and helps people to seek and collect mushrooms, fruits, roots, bulbs, flowers, leaves and herbs for food and medicinal use and to share the experience of their ‘marcovaldesque practices’. On the website, the distribution of species, collection routes and photographs taken by users are geo-located in interactive maps. Seasons of ripening, harvesting techniques, nutritional characteristics and possible use in the kitchen are specified for each species. In the BolognaEdibileComunità section, a blog, a forum and a calendar of activities will offer other information on the service. The Bologna Edibile project could and should expand to include the entire province and presents itself as a pilot project that offers a model that, with the proper adjustments, could be applied to any urbanized area.

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ETEROTOPIA HETEROTOPIA

RAUMLABORBERLIN (GERMANY) SPACEBUSTER

SPACEBUSTER

«In quanto architetti, il nostro compito è inventare nuovi mezzi capaci di recuperare relazioni ormai perdute: come la relazione tra spazio urbano e popolazione, e anche tra popolazione e spazio urbano. Un’architettura intesa in questo senso diventa ponte verso una vita migliore, suddividendo gli spazi per promuovere un’interazione a basso livello e per ritrovare un senso di comunità.»

“As architects we need to invent tools that regenerate links that have been lost: links between urban spaces and people, as well as links between people within urban spaces. Architecture meant like this becomes a facilitator for better lives, by breaking up spaces for low level interaction and regain some sense of community.”

Spacebuster è stato sviluppato e progettato per riscoprire lo spazio pubblico nella città di New York: uno strumento di indagine capace di trasformare lo spazio architettonico e sociale, e quindi lo spazio urbano. I due elementi principali dello Spacebuster sono un furgone e uno spazio gonfiabile che emerge dal retro e che può ospitare fino a 80 persone. Alla “bolla” si accede tramite la portiera del lato passeggero e attraversando una rampa verso il retro del veicolo si entra nel padiglione gonfiabile. La pressione all’interno della “bolla” è mantenuta costante grazie ad un generatore situato sotto la rampa. La membrana è translucida permettendo a chi è all’interno di osservare cosa accade all’esterno, e viceversa: una sorta di confine semi-permeabile tra sfera pubblica e sfera privata. Lo Spacebuster diventa così il palco di uno spettacolo teatrale pubblico e lo spazio in cui viene allestito, visto dall’interno, diventa il fondale di questa piece teatrale. Ciò che viene proiettato sulla membrana può essere visto dall’esterno come anche dall’interno. A seconda dell’evento ospitato all’interno dello Spacebuster possono essere introdotti banchi, sedie, tavoli da pranzo con differenti sistemazioni. Grazie alla sua natura flessibile, la “bolla” adatta la sua forma allo spazio circostante: può comprimersi sotto un ponte, avvolgere un albero o proiettare il disegno di una recinzione come anche il profilo della facciata di un edificio. Viaggiando da Manhattan a Brooklyn, per 9 sere consecutive lo Spacebuster ha ospitato diversi eventi nati dalla cooperazione tra raumlaborberlin, la galleria Storefront for Arts and Architecture di New York, e molte altre associazioni artistiche, organizzazioni no profit e comunità locali. La commistione di eventi formali (workshop, conferenze, proiezioni, …) con eventi più facilmente accessibili e quotidiani (cene, party, serate), e l’estrema visibilità di questi eventi per il pubblico esterno, hanno contribuito a dare allo spazio un’atmosfera unica. Ne è un chiaro esempio una serie di workshop sulla riqualificazione di un’area pubblica tenutasi all’interno dello Spacebuster allestito proprio nell’area oggetto d’interesse: le questioni affrontate e gli sviluppi proposti erano catalizzati dal pathos della realtà. Valido strumento di indagine, lo Spacebuster ha evidenziato la relazione che le persone intrattengono con lo spazio urbano, così come la presenza di molteplici confini invisibili all’interno delle città che delineano lo spazio edificato e sociale.

> Localizzazione / Location: New York, USA Fine lavori / Date of completion: 2009 Fotografo / Photos by: Christoph Franz, Alan Tansey Disegni / Drawings: Raumlaborberlin

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Spacebuster was developed and designed to explore the public space in New York City. As a research tool it acts as a transformer of the architectural and the social space i.e. the urban space. The Spacebuster is built on the basis of a step van and a big inflatable space coming out of the back of the van fitting up to 80 persons in it. People enter the bubble through the passenger’s door of the van walking through to the back down a ramp right into the inflated space. The bubble is supported by air pressure generated by a fan underneath the ramp. The membrane of the bubble is translucent so people on the inside can see schematically what´s going on outside and vice versa. Therefore the membrane acts as a semi permeable border between the public and the private. This way the surroundings become the backdrop of the scene as viewed from the inside and the Spacebuster a stage in terms of a public theater piece. Projections onto the membrane can be viewed from the outside as well as from the inside of the space. Depending on the program taking place in the Spacebuster the space is furnished with desks, chairs, dinner tables in different layouts. As the flexible structure of the bubble can adjust to the surrounding it squeezes underneath a bridge, wraps around a tree or casts the pattern of a fence or the profile of a façade. Traveling through Manhattan and Brooklyn on 9 consecutive evenings the Spacebuster hosted various events that emerged from cooperations of raumlaborberlin, the Storefront for Arts and Architecture and different local art institutions, nonprofit organizations and communities. The mixing of more formal formats as workshops, lectures, screenings etc. with everyday easily accessible program as dinners, bar gathering and parties created a special atmosphere to the space as well as the momentum of the visibility of the things happening to the public. For instance there were workshops about the development of a public area held within the Spacebuster on the spot where the further development was supposed to take place. Thus the questions discussed and the developments projected were catalyzed by the pathos of the real. As a research tool the Spacebuster disclosed the peoples relation to the urban space as well as a quite big amount of invisible borders within the city that shape the built and the social space.


Confessions

Tango

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Technik

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Vortrag

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

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LUOGHI DELLA CITTÀ PLACES OF THE CITY Massimo Ferrari

La contemporaneità è l’unico tempo che accoglie l’architettura che progettiamo, l’unico stato che permette un paragone diretto tra le aspettative e le soddisfazioni. I luoghi che costruiamo interpretano temi differenti, danno forma e rispondono a bisogni, desideri, necessità che solo la società ha la capacità di generare; è la città stessa e chi la vive ad offrirci quotidianamente i contenuti delle nostre ricerche, del nostro operare, sono gli uomini a determinare la natura degli spazi che possiamo immaginare. Il tema quindi, nel nostro lavoro, non è mai definito a priori, non è mai lo sforzo intellettuale della nostra immaginazione ma la cosciente interpretazione e traduzione in forme della realtà che viviamo e dello spirito con cui guardiamo al futuro. La ragione della costruzione di un luogo quindi, non è posto dagli architetti ma dalla collettività a cui questo luogo è destinato. L’architettura deve prima di tutto riconoscere queste ragioni per poterle esprimere attraverso forme rappresentative, deve renderle riconoscibili, deve rendere concreti a tutti i valori sottesi attraverso la costruzione. Per questa ragione ogni architetto, senza personalismi, è da sempre l’unico garante della qualità urbana che sta alla base dei luoghi che definiscono le nostre città; non esiste architettura senza un’idea di città alle spalle, senza un’idea di organizzazione del territorio, senza un’idea di società, senza - ancora un’ideale visione del mondo e del tempo che aspetta noi e chi verrà dopo di noi. Il cambiamento della società e delle circostanze, entro le quali gli uomini in ogni epoca sono chiamati a vivere, serba al proprio interno temi differenti, nuove domande, sconosciute melodie. Nella complessità degli argomenti che definiscono l’abaco dei luoghi della città esistono intervalli particolari, profondamente legati a momenti e necessità specifiche di un’epoca, spazi in qualche modo distanti dalle costanti tipologiche che hanno costruito da

sempre la forma dei bisogni primi dell’uomo; luoghi - ancora - che annullano per un momento le relazioni che si stabiliscono tra gli elementi primari del paesaggio urbano. Eterotopie nelle parole di Michel Foucault. Quest’idea, oggi e da diversi anni, svela con più chiarezza, i problemi, le mancanze, l’indispensabile ridiscussione della natura propria degli ambienti in cui la società, spesso in modo convenzionale, si riconosce e si esprime in modo più evidente. Torna a presentarsi per le nostre città una necessaria interpretazione e ricomposizione dei luoghi collettivi, dei luoghi d’incontro, che più che in qualsiasi altra epoca sono oggi per noi la manifestazione più chiara della convivenza di differenti identità. La costruzione di luoghi capaci di assumere valori e differenze, dialoghi tra identità e appartenenze diverse, rappresenta in questo momento l’argomento decisivo per affrontare nella nostra epoca il tema urbano, la definizione di spazi eterotopi come strumenti per ripensare la città come organismo unitario, per superare le differenze culturali, di linguaggio, i confini materiali e ideali dello spazio urbano.

The present day is the only time accepting the architecture we design, the only state allowing direct comparison between expectations and satisfaction. The places we build interpret different themes, they shape and address needs, desires, necessities that only society can breed; the city itself and whoever lives in it offers us daily the content of our research, our operations. People determine the nature of the spaces we can conceive. Therefore theme in our work is never defined a priori, it is never the intellectual endeavor of our imagination, but rather the conscious rendition and translation into shape of the reality we live in and the spirit with which we gaze into the future. The rationale of a building is not, therefore, postulated by architects but by the community for which the place is intended. Architecture must first and foremost recognize these claims in order to represent them as shape, it must render them recognizable, give substance to all values underlying the building.

That is why every architect, free from individualism, has always been the only defender of the urban quality for places that define our cities; there can be no architecture unless it is bolstered by the ideas of city, of organizing space, of society and there is none without an ideal vision of the world, of present and future. Change in society and in circumstances in which man is called upon to live, in any age, hides different themes, new questions, unsung melodies. There exist, within the complexity of matters defining the grid of city space, peculiar intervals, profoundly connected to states and needs which are periodspecific, spaces somehow distant from the typological constants making up man’s primary needs; places which momentarily cancel relationships established between cityscapes’ primary elements. In the words of Michel Foucault, “heterotopies”. In later years this idea clearly reveals the problems, the shortcomings and the necessary debate on the proper nature of the places where society, often conventionally, acknowledges and expresses itself most prominently. Once again our cities exhibit the necessary portrayal and composition of collective spaces, of meeting places, which now more than ever constitute the clearest display of different identities’ coexistence. Building places able to take on value and difference, dialogue between different identities and affiliations, is the definitive topic to address urban themes, the definition of heterotopical spaces as tools for rethinking the city as unitary organism, to overcome cultural and language differences, and the material and ideal boundaries of urban space.

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INCONTR 112


RO INCONTRO È difficile far convergere i ritmi individuali che palpitano nella città in luoghi centrali dell'incontro. Allo stesso tempo, paradossalmente, il desiderio di centralità urbana - di unisono, quindi - ricomincia a farsi sentire, soprattutto tra i cittadini più abbienti. Emergono possibilità di connessione virtuale sempre nuove e ciò non solo amplifica enormemente le possibilità di relazione, ma permette anche spesso di superare le difficoltà logistiche dell’incontro tra individui. Eppure non vale affatto la pena di rinunciare all’esperienza sensoriale della relazione fisica con l’altro, all’incontro casuale con qualcuno di diverso, con qualcuno che non si è volutamente cercato. E’ urgente una riflessione sui modi e sui luoghi dell’incontro.

MEETING It is becoming more and more difficult to converge individual rhythms pulsing through the city into communal meeting places. Paradoxically, at the same time it seems the wealthy in particular are in search of unity and a centre in the town. Modern communication is becoming much more widespread and accessible, and this increases the chance of forming a relationship, overcoming the logistical problems between people. But virtual relationships cannot truly replace physical ones. We cannot renounce the sensorial experience of meeting people by chance. A reflection on the way and where we meet is now necessary.

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INCONTRO MEETING

Studio/Progettista Designer Studio di architettura Marco Ardielli Collaboratori Collaborator Arch. Paola fornasa Impresa General contractor Brunelli Placido franco s.r.l. (1°, 2° stralcio) Piazza franco s.p.a. (3°stralcio) Committente Client Amministrazione comunale di Bardolino Localizzazione Location Bardolino, Veneto Cronologia del progetto Project 2006-2007 Cronologia del cantiere Construction 2007-2009 Dati dimensionali Dimensional data 10.010 m2 Fotografo Photos by giovanni Morandini Costo dell'opera Cost 2.940.270 €

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LUNGOLAGO DI BARDOLINO. RIQUALIFICAZIONE DEL WATERFRONT URBANO BARDOLINO’S LAKESIDE REDEVELOPMENT Incontro. Questione di grado. Lo spazio pubblico deve poter diventare il luogo dove l’uomo moderno, stretto tra l’infinitamente piccolo e l’infinitamente grande, potrà finalmente abbandonarsi, come diceva Pascal, all’infinitamente medio.

Meeting. A question of scale. A public space should be somewhere modern man, lost between the infinitely large and infinitely small, in the words of Pascal, can finally let himself go and embrace the infinitely medium.

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INCONTRO MEETING

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La riqualificazione del lungolago di Bardolino, portata a termine nel 2009, ha proposto un’operazione di riscrittura delle regole insediate dello spazio collettivo più significativo per il paese affacciato sul lago di Garda. Le forme e i dispositivi architettonici adottati affrontano il tema del fronte lago come riappropriazione di uno spazio aperto attrezzato, aprendo e dilatando il percorso pedonale attraverso la sezione a sbalzo sull’acqua, senza dislivelli né ostacoli fisici. Ciò ha permesso di eliminare la barriera tra città e lago, creata a seguito degli interventi degli anni Cinquanta e Sessanta, che a Bardolino come negli altri centri gardesani avevano affidato alla fascia a lago la prevalente funzione di accesso veicolare al borgo storico. Da ambito puramente distributivo, col tempo, il lungolago è assurto sempre più a luogo di incontro dedicato al tempo libero e a una fruizione turistica che diviene preponderante nell’economia del luogo. Lo sviluppo del progetto è l’esito di un “Masterplan delle aree centrali” che ha permesso a progettisti e amministratori di inquadrare il lungolago alla scala vasta, e di sfuggire così a una pura logica di embellissement. Il tema del rapporto città - lago è affrontato attraverso il ridisegno del waterfront, la valorizzazione di alcune centralità urbane e la definizione di un sistema di percorsi ciclopedonali lungo il lago. La riqualificazione del sistema degli spazi pubblici e delle connessioni pedonali tra centro storico e tessuti più recenti ha come premessa la revisione dell’accessibilità veicolare al centro storico. Concetto chiave del masterplan è la volontà di definire, come driver del

progetto, un landmark, ovvero un segno importante, che rispetti innanzitutto la vocazione del territorio e ne descriva un possibile sviluppo secondo valori oggettivi, riassumibili in: rispetto del territorio, basso impatto ambientale, alta caratterizzazione dell’offerta funzionale, originalità del segno. L’invenzione del progetto del lungolago si svela nel modellato continuo della nuova sezione, che annullando i dislivelli tra strada, aiuola e marciapiede, orienta in direzione del lago. La compresenza diviene la regola in luogo della separazione. L’identificazione dei differenti ambiti è affidata al cambiamento delle superfici: il porfido a cubetti in grandi campiture briosamente spettinate, il ghiaietto lavato per le superfici convesse e le doghe di legno per il camminamento parzialmente a sbalzo sulla scogliera artificiale. La scrittura di questa nuova regola spaziale (tema) prevede una serie di eccezioni (variazione) a sottolineare gli estremi dei percorsi e i punti notevoli con elementi ad hoc, come il ponticello sul porto che dà continuità al percorso pedonale. Le grosse panche sagomate a fungo, oggetti apparentemente amorfi e misteriosi, inventano grazie alla singolarità della loro forma nuove esperienze d’uso, che vanno dall’interrogazione alla scoperta, dall’appoggio allo struscio, dal sedersi al coricarsi: la funzione segue la forma, e i “funghi” sono diventati così un punto di ritrovo condiviso da tutti gli abitanti.

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INCONTRO MEETING

Bardolino’s lakeside redevelopment, concluded in 2009, proposed a reworking of the already installed rules regarding the most significant communal spaces for this city situated on the shores of Lake Garda. The architectural forms and features used to tackle the new lakefront theme are designed in order give back an equipped open space, while broadening and expanding the pedestrian walkway which crosses over the water in precipitous areas, without steps or physical obstacles. These changes allowed the elimination of the barrier between the city and the lake, which was created during the 50’s and 60’s in Bardolino as well as in other Lake Garda cities. In fact those changes have given that area the primary function of allowing vehicle access to the city centres. Initially originating from a purely distributional necessity, with the passing of time, the lakefront became more of a place to spend one’s free time and to hang out. It also became a predominant factor in the economic fruition of the lake due to tourism. The development of the project and the outcome of the “Central Area Master Plan” allowed the designers and administrators to set up the lakeside on a vast scale while creating more distance from a purely aesthetic point of view. Redesigning the ‘waterfront’ and enhancing some of the urban central spots, in addition to designing a boardwalk for cycling and promenading, dealt with the issue of the relationship between city and lake. The redevelopment of public spaces and connections between the historical centre and the more recent strands is based on a need to modify its accessibility to

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vehicles. The key point of the Master Plan and the leading challenge of the project was the need to define a landmark or an important site with respect, above all, for the territory’s vocation, as well as for other objective values: low impact on the environment, high characterization of the functional offer and preservation of the landmark’s originality. The geniality of the new portion of the lakeside project is shown though the continuity and flow of its design, which, by cancelling out the divisions between the promenade, flowerbeds, and the sidewalk, draws one towards the lake. Division is replaced by unity. The identification of diverse spaces is entrusted to ever changing patterns: cube shaped porphyry placed in colourful, lively, random monotone backgrounds, as well as washed pebbles to cover sloping surfaces and finally the wooden plank boardwalk built over the artificial lake edge. The rewriting of new space management rules (the theme) allows a series of exceptions (variations) in order to highlight particular pathways and specific significant points, as for example the little bridge connecting the harbour to the promenade. Large mushroom-shaped benches, apparently amorphous and mysterious, have created, thanks to their singular dimension, new ways in which to experience them. They went from a creative challenge to a discovery, from a place to lean on to a place to touch, from a place to sit on to a place to rest on. The functionality follows the design, and now these “mushrooms” have become a popular meeting point for all.


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INCONTRO MEETING

Studio/Progettista Designer Studio cAfèARchiTeTTURA Arch. Devis Busato, Arch. Rodrigo Masiero, Arch. Matteo Pelizzari coll. Arch. caterina Santinello Collaboratori Collaborator Progetto arredamento d'interni: Studio cAfèARchiTeTTURA Progetto delle opere strutturali e direzione lavori: ing. luciano Drusian Progetto impianti: engTeam & Partners Progetto illuminotecnico: Studio Bortot Impresa General contractor impresa comarella Srl - Valdobbiadene - TV Committente Client Val D'Oca - cantina Produttori di Valdobbiadene - TV Localizzazione Location San giovanni - Valdobbiadene, Veneto Cronologia del progetto Project concorso di idee: settembre 2006 Affidamento di incarico: gennaio 2008 Cronologia del cantiere Construction 2008-2011 Dati dimensionali Dimensional data Superficie edificata: 610 m2 Volume edificio: 1835 m3 Superficie del lotto: 3390 m2 certificazione Sacert: A+ Fotografo Photos by Andrea garzotto luca girardini Costo dell'opera Cost 2.400.000 €

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WINE CENTER VAL D'OCA La necessitĂ di "produrre socialitĂ " descrive il progetto per il Wine Center, un "luogo" piĂš che un edificio, un punto di incontro nel quale si mescolano e si identificano pubblico e privato, coltivatore e consumatore, paesaggio naturale e antropico.

The need to "develop social relations" is an excellent way to describe the Wine Center project, a "place" before it is a building, a meeting place where public and private, wine grower and drinker, natural and anthropic landscape, intertwine.

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INCONTRO MEETING

Un sistema collinare irregolare dove la vite ricopre con continuità tutti gli spazi di terra disponibili è il segno distintivo di Valdobbiadene. È in questo contesto che la Cantina produttori Vald'Oca promuove la costruzione di un edificio da affiancare all'area produttiva esistente, per la vendita e la degustazione dei vini e dei prodotti tipici e per dotare l'azienda di una nuova immagine. Un muro-insegna si snoda lungo la strada marcando un limite che dà forma a nuovi spazi e occasioni di utilizzo. Inspessito e annullato fino a smaterializzarsi in prossimità degli edifici esistenti, il nuovo fronte propone un'inedita quinta scenografica sui vigneti e sulla cantina esistente. Addizioni e sottrazioni del volume principale creano continui giochi di luci e ombre che interrompono la linearità di facciata. Percorsi sospesi e terrazze suggeriscono nuove prospettive sia sul paesaggio che sull'edificio stesso. Un volume sospeso in aggetto per otto metri sul piazzale di ingresso, diviene invece la vera vetrina della cantina, luogo della degustazione. Il sistema delle percorrenze delinea la forma del piazzale di ingresso, mettendo in continua

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tensione interno ed esterno, mettendo in comunicazione il vuoto urbano del piazzale con il contesto circostante. Il forte legame tra paesaggio, contesto produttivo e realtà locale viene sottolineato dalla sempre diversa fruizione e percezione degli spazi. L'edificio si sviluppa su due livelli fuoriterra e un deposito interrato: al piano terra ospita gli spazi destinati alla vendita ed esposizione dei prodotti, mentre al primo piano si trovano la sala degustazione interna ed esterna destinate ad accogliere eventi enogastronomici e culturali, e un'area amministrativa. L'attenzione al risparmio energetico e l'utilizzo di fonti di energia rinnovabile soddisfano quasi totalmente il fabbisogno energetico dell'edificio: impianto fotovoltaico in guaina di silicio amorfo integrato nella copertura produce 17 kWp, sistema di sonde geotermiche e pompe di calore reversibili, isolamento a cappotto e serramenti in vetro selettivo. L'intervento si distingue inoltre per la partecipazione di maestranze locali e l'utilizzo di materiali riciclati e certificati. Un design essenziale e rigoroso, capace al contempo di generare spazi accoglienti, contraddistingue

l'arredamento in legno di pero e okite dell'area vendita ed esposizione. L'illuminazione è caratterizzata dall'accostamento di elementi diffusori e faretti da incasso orientabili a minimizzarne la presenza sull'esposizione e sui vini. Una sottostruttura a profili metallici fissati direttamente alle pareti in calcestruzzo armato sostiene un sistema di pannelli in alluminio forato. Questa controfacciata esterna si estende per una superficie di 620 m2, con un disegno che rimanda all’effervescenza delle bollicine del prosecco. Durante le ore serali si smaterializza diventando un'insegna luminosa sulla strada che cambia colore in riferimento al tipo di evento che si sta svolgendo al suo interno.


Valdobbiadene is characterized by an irregular landscape of hills, with land entirely covered by vineyards. In harmony with this context, the "Cantina Produttori Vald'Oca" (Valdoca Wine Center) wished to insert a new building next to the existing factory. It was to be a place for tasting and buying wine and local food and it should renew the public image of the company. A concrete wall along the public street makes a strong mark at the entrance. It flows along the buildings to bring people inside the designed space and forms a scenographic frame for the winery and the vineyards in the background. The linear and bright façades of the new building are interrupted by shaped volumes that project shadows. Some suspended paths and terraces offer wonderful views toward the building and the landscape. An element, 8 meters wide, overhangs the entrance courtyard and becomes the shop window of the renewed factory: Through the glass customers inside the building can be seen tasting local wines. In the entrance courtyard, a system of ground paths guides the flow of visitors between indoor and outdoor spaces. The square is an empty space with a strong identity, connecting the productive plant with the urban context and the landscape. The new building is developed on three levels: the basement is used for storage; the other two levels comprise the service areas and 490 sq.m. of public spaces: - shopping and exposition rooms are placed on the ground floor; - administration offices are on the first floor; indoors and out on the same level, a tasting area can be used for cultural and enogastronomic events. The building is equipped with energy saving technologies and renewable energy sources which make it nearly energy self-sufficient. There is a photovoltaic membrane in amorphous silicon on the roof that produces 17kWp, a geothermal system with a reversible heat pump, external insulation and doubleglazed windows. Construction was done by local workers, using mostly recycled and certified materials. Interior design is basic and strict. The shape and materials (pear wood and Okite®) of the furniture render the environment comfortable and warm. The illumination system is composed of hidden elements placed in the ceiling, targeting the wine bottles in the exhibition area. The main façade is covered by 620 sq.m. of perforated aluminium panels supported by a metallic frame. The holes on the panels make a design that looks like the bubbles in a prosecco glass. An RGB illumination system is placed behind the cover: At night the façade becomes a luminous sign that changes colour to announce special events organized by the Vald'Oca company.

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INCONTRO MEETING

PiAnO PRiMO fiRST flOOR

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

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INCONTRO MEETING

LA CRAQUELURE RIQUALIFICAZIONE DI PIAZZA MATTEOTTI LA CRAQUELURE REDEVELOPMENT OF MATTEOTTI SQUARE Incontro. Riqualificare l'area ottimizzando le esigenze estetiche, funzionali ed economiche per attuare una graduale pedonalizzazione e innescare rapporti di causa/effetto in grado di trasformare uno spazio anonimo, prevalentemente veicolare e privo di valenza sociale in una vera piazza.

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Meeting. Requalifying the area, optimizing aesthetic, functional and economic requirements to implement the gradual pedestrianization of the zone and trigger cause/effect to transform a nondescript space, mainly used by road traffic and of no real social value, into a piazza worthy of the name.


Studio/Progettista Designer mag.MA architetture Marco Roggeri, Alessia Rosso, gianpiero Peirano Impresa General contractor Masala s.r.l. - camporosso (iM) Committente Client Amministrazione comunale di Badalucco (iM) Localizzazione Location Badalucco, liguria Cronologia del progetto Project 2007 Cronologia del cantiere Construction 2007-2008 Dati dimensionali Dimensional data 650 m2 Fotografo Photos by mag.MA architetture Costo dell'opera Cost 93.962,65 â&#x201A;Ź

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INCONTRO MEETING

Badalucco è un tipico paese dell'entroterra ligure arroccato su un pendio olivato prospiciente la sponda di un fiume. L'abitato è compatto e solcato da una fitta rete di vicoli. Il paese è dedito alla coltura dell'olivo ma è attento a uno sviluppo turistico, per questo i fronti delle case sui vicoli sono decorati con opere spesso in ceramica di artisti più o meno famosi, a formare una sorta di galleria d'arte all'aperto. Piazza Matteotti si inserisce nel fitto fronte di case prospettante sulla strada statale che risale la valle costeggiando il fiume. La piazza è un rettangolo quasi regolare in leggera ma sensibile pendenza, dominato sui lati maggiori da due lunghi fronti con alti edifici dallo skyline irregolare. Un lato è occupato da un edificio che crea un vero e proprio fondale scenografico, mentre la strada veicolare, quarto lato, taglia di netto lo spazio, così come il fiume che scorre a una quota nettamente inferiore, aprendolo però allo scenario della collina olivata oltrefiume. L'organizzazione dello spazio si è basata sull'idea di riportare sul suolo i segni e le tracce indicate dall'analisi di ciò che lo circonda e che ne caratterizza il contorno. L'individuazione di un asse centrale longitudinale sottolinea il carattere dominante dei due fronti lunghi. Il loro profilo altimetrico, skyline, proiettato a terra come un'ombra, riporta sul disegno il gioco di luci e ombre, di volumi e proporzioni delle differenti parti di un contesto che alla prima impressione appare omogeneo. Il limite della strada di fondovalle e del fiume è mantenuto come taglio netto. Il reticolo di segni a terra restituisce un disegno semplice che sembra incastrarsi perfettamente nel disegno formato dai vicoli e dai tetti che circondano la piazza. La superficie ricorda le crepe del fango argilloso essiccato al sole, la craquelure di un certo tipo di ceramica e rimanda al Cretto di Alberto Burri a Gibellina, dove la craquelure assume dimensioni di paesaggio. Quella che normalmente è percepita come una superficie quindi come un disegno bidimensionale si spacca e acquisisce la terza dimensione. Le fessure si modellano in base ai dettami del luogo, sprofondano per contrasto tra la pendenza naturale e un ideale piano orizzontale, si allargano e consentono ai germogli degli ulivi dei pendii circostanti di riappropriarsi del luogo. Nel gioco delle tensioni la panca emerge diventando una panca per tutte le età e tutte le stature. La panca e le aiuole dal disegno minimale come l'intero spazio, sono concentrate lungo l'asse centrale della piazza e identificano i segni ideali che i fronti riflettono su di essa, consentendo ai veicoli di raggiungere le autorimesse. La pavimentazione è in asfalto decolorato, un materiale economico, resistente e durevole, adatto a una percorrenza veicolare, costituito da una mescola che rende il bitume trasparente lasciando affiorare il colore (simile all'argilla) e la granulometria dell'inerte risultando gradevole anche alla frequentazione pedonale.

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Badalucco is a typical village in the Ligurian hinterland, nestled on a slope full of olive trees facing a river bank. The built-up area is dense and crossed by a thick network of alleys. The village is devoted to the cultivation of olive trees. But it is also interested in the development of tourism, so the fronts of the houses on the narrow streets are decorated with works, often in baked clay, by more or less famous artists, forming a sort of art gallery in the open. Piazza Matteotti is among the dense group of houses on the state road that climbs up the valley, following the river. The square is a regular rectangle in a slight but noticeable slope, dominated on the main sides by two long fronts with high buildings with an irregular skyline. One side is occupied by a building that forms a real scenic backdrop. On the fourth side, the vehicular road clearly bisects the space, along with the river, which flows at much lower level and opens the space to the sight of the olive trees on the hill beyond the river. The organization of the space is based on the

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idea of reproducing on the ground the signs and the marks shown by an analysis of the surroundings and what it shows. If the location of a central longitudinal axis underlines the dominating character of the two long fronts, their altimetrical profile, the skyline that is cast on the ground as a shadow, reveals the play of light and shadow, of volumes and proportions, of different parts of a context that at first sight seems homogeneous. The limit of the road of the valley floor and of the river is maintained as a clean cut. The network of signs on the ground sends back a simple design that seems to fit perfectly in the scheme formed by the narrow streets and by the roofs that surround the Piazza. The surface recalls the cracks of mud dried in the sun, the craquelure of a certain type of baked clay and the Cretto by Alberto Burri in Gibellina, where the craquelure of the paint becomes a landscape. That which is normally perceived as a surface, as a bi-dimensional design, accordingly breaks and

acquires the third dimension. The cracks model themselves on the place. They sink for contrast between the natural slope of the ground and an ideal horizontal plan, underscoring that it is no longer a simple surface; at intervals, the cracks widen and permit to the olive trees on the surrounding slopes to regain possession of the place. In the play of tensions, the bench emerges, becoming a bench for all ages and for all statures. Both bench and flowerbeds have a minimal design, as minimal as the whole square. They are concentrated on the middle line of the place and they follow the skyline of the buildings, allowing the cars to reach the garages. The pavement is colorless asphalt, an economic, resistant and lasting material, suitable for heavy vehicular use. It is formed by a mixture that makes the bitumen transparent and the clay-like color and texture of the inert surface enjoyable for pedestrians as well.

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INCONTRO MEETING

Studio/Progettista Designer Pietro carlo Pellegrini Impresa General contractor cipriano costruzioni S.p.A. Diecimo (lU) Committente Client Monache Passioniste di S. gemma, lucca Localizzazione Location lucca, Toscana Cronologia del progetto Project 2001-2002 Cronologia del cantiere Construction 2003-2005 Dati dimensionali Dimensional data Superficie dell'edificato: 516 m2 Volume dell'edificato: 2.071 m3 Superficie del lotto: 604 m2 Fotografo Photos by Mario ciampi Costo dell'opera Cost 775.000 €

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CASA DI ACCOGLIENZA DEI PELLEGRINI ALL'INTERNO DEL MONASTERO DI CLAUSURA DI SANTA GEMMA A GUEST HOUSE FOR PILGRIMS AT THE CLOISTERED S. GEMMA MONASTERY IN LUCCA La casa di accoglienza dei pellegrini è uno stato di necessità spirituale e di devozione per l'incontro con Santa Gemma, in un luogo mistico e di culto dove le monache passioniste di clausura possono incontrare i loro devoti.

The pilgrims guest house meets the spiritual needs and answers the prayers of pilgrims looking for a meeting place near St. Gemma; a spiritual place of worship where nuns can meet worshipper even after taking their vow of seclusion.

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INCONTRO MEETING

La nuova casa d’accoglienza per i pellegrini si trova a Lucca nel quartiere dell’Arancio, all’interno del Monastero di S. Gemma Galgani, poco distante dalla cinta muraria del centro storico. L’edificio è nato in sostituzione dei fabbricati preesistenti sorti spontaneamente negli anni Cinquanta senza un progetto complessivo e posti all’interno della proprietà del convento; il complesso è stato progettato per poter offrire un luogo di soggiorno e preghiera ai fedeli, nell’attesa di accedere al santuario vero e proprio. La forma del fabbricato ripropone il tema del percorso di purificazione, il cammino verso una meta sacra. Un chiostro circonda l’edificio che si snoda attorno al giardino interno fino a culminare nel corpo centrale, dove si trova la cappella. Il percorso immaginario e fisico del portico, guida il pellegrino dalle stanze per il riposo poste a sud, fino al luogo della preghiera che si erge al centro, alto, a dominare l’intero complesso. La cappella, inserita nel gioco serrato dei rapporti volumetrici fra pieni e vuoti, raggiunge il suo compimento in sommità, dove la scritta «Chi veramente ama volentieri soffre - S. Gemma 20 luglio 1900», completa il valore espressivo e funzionale del fabbricato. Le aperture sono volutamente poche, studiate, ciascuna per consentire vedute di sprazzi di esterni, per celare ai pellegrini l’interno del monastero e tutelare la clausura delle monache. I materiali scelti stabiliscono un rapporto cromatico e materico con quelli del santuario, ma se ne distaccano per il diverso trattamento.

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L’edificio nuovo è così riconoscibile sia nella sua individualità che nel suo legame con le preesistenze. Il rame naturale della copertura richiama il rame ossidato della cupola; l’intonaco a grana grossa richiama l’intonaco liscio delle pareti del santuario; il colore tabacco spicca contro la grande mole crema del monastero. Gli infissi sono in ferro, verniciati come l’intonaco, e tutti i soffitti sono rifiniti con controsoffitti in legno di acero. L’edificio, come confine tra ciò che è pubblico e ciò che è privato e clausura, ha due ingressi: uno, a cui si accede direttamente da via di Tiglio, per i pellegrini, e uno, sul retro, che mette in comunicazione diretta il nuovo complesso con il giardino privato delle monache. Dall’esterno, l’edificio protegge la propria interiorità attraverso un muro continuo che termina piegandosi nella copertura di rame. The pilgrims’ guest house was conceived to replace old buildings that were spontaneously put up in the 50’s without an overall plan and placed inside the property of the S. Gemma Monastery in Lucca. The building for the cultivation of the spiritual life is planned to offer the faithful a place to stay and pray, before the approach to the Sanctuary. The shape of the building suggests the idea of the path to purification path, the way towards a sacred goal. The cloister encircles an inner garden and culminates in the central volume where the chapel is located. The imaginary and physical path of the porch

guides the pilgrims from the rest area to the chapel, central and higher, dominating the entire complex. The chapel, inserted in the closed play of the volumetric relationship between empty and full, reaches its fulfilment at the top, where the inscription "Who truly loves gladly suffers - S. Gemma 20 July 1900" completes the expressive and functional value of the project. The openings are intentionally small, each one studied to allow glimpses of exteriors, to hide the inside of the monastery and preserve the privacy of the cloistered nuns from the pilgrims. Although the chosen materials establish a chromatic dialogue with those of the Sanctuary, a different treatment gives them their own distinctiveness. The new building is therefore recognizable in its individuality and in its ties with the pre-existing structure The natural copper of the covering recalls the oxidized copper of the cupola. Large-grain plaster large grain recalls the smoother plaster of the sanctuary’s walls. The tobacco colour contrasts with the large cream volume of the sanctuary. Opening frames are made of steel, painted like the plaster, and all the ceilings are covered with maple wood false ceilings. The building, a boundary between the public and the private, has two entrances, one for the pilgrims that approach directly from Tiglio street, and the other, on the back, directly connects the new building with the personal garden of the enclosed nuns. The building protects its inner space from the outside through a continuous plaster wall that ends up folding itself into the copper roof.


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PALESTRA “DORANDO PETRI” GYM “DORANDO PETRI” La palestra “Dorando Petri”, all’interno del polo scolastico-sportivo di San Matteo della Decima, svolge il ruolo di nuova centralità all’interno del tessuto urbano esistente, rappresentando un’occasione di incontro per la comunità, a cui è connessa attraverso una rete di percorsi ciclopedonali.

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The “Dorando Petri” gymnasium in the San Matteo della Decima sports-educational complex plays a fundamental role, holding a new central position in the existing urban fabric, and giving people in the community a place for meeting others, easy-toreach thanks to the network of cycle-foot paths.


Studio/Progettista Designer TAScA Studio Architetti Associati cosmi & Bonasoni Architetti s.r.l. Direzione lavori Supervision Cosmi & Bonasoni Architetti s.r.l. Impresa General contractor inecO s.r.l. Committente Client comune di San giovanni in Persiceto (BO) Localizzazione Location San giovanni in Persiceto, emilia Romagna Cronologia del progetto Project 2003-2006 Cronologia del cantiere Construction 2006-2008 Dati dimensionali Dimensional data superficie dell’edificato:1395 m2 volume dell’edificato: 9930 m3 superficie del lotto: 6100 m2 Fotografo Photos by fabio Mantovani Costo dell'opera Cost 1.700.000 €

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La palestra si trova all’interno del polo scolastico di San Matteo della Decima, un piccolo paese nella pianura padana occidentale, attorno al capoluogo emiliano. La sua realizzazione rappresenta il completamento di un complesso funzionale (scuola media, nido d’infanzia, palestra esistente e futura scuola elementare) che svolge il ruolo di nuova centralità all’interno del tessuto residenziale esistente. Il polo scolastico-sportivo si articola come un vero e proprio gymnásion, in cui varie strutture didattiche condividono spazi, servizi ed attrezzature, ottimizzando le risorse a disposizione e mettendo in continuità una centralità specialistica nell’agglomerato urbano attraverso percorsi coperti e passaggi pubblici preferenziali. Alla base del disegno urbano vi è la predisposizione di una rete di percorsi ciclopedonali, che taglia e attraversa l’intero polo per servire gli edifici specialistici. Questa trama favorisce le condizioni di accessibilità e permeabilità all’interno di un sistema di corti tra loro interconnesse, in continuità con le quali sorgono gli edifici. La nuova palestra, gli organismi scolastici-sportivi e il parcheggio

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pubblico esistente, costituiscono una nuova piazza verso una zona marginale del paese. La palestra s’inserisce dunque come un tassello all’interno del polo, dando risposta a un preciso programma funzionale (palestra scolastica e per associazioni sportive, con spazi di servizio alle attività), utilizzando le limitate risorse economiche a disposizione. La genesi del progetto nasce dal disegno di una piattaforma orizzontale continua, a un’altezza di 3,8 metri, segnalata da un marcapiano di colore grigio chiaro; in corrispondenza del campo da gioco sorge un volume per un’altezza complessiva di circa 7,5 metri, tamponato in policarbonato multicamera opalino. La piattaforma contiene i volumi di servizio (spogliatoi, locali igienici, infermeria, magazzino) e il sistema degli accessi (la pensilina d’ingresso sul fronte nord), ed è predisposta per dilatarsi, integrando i percorsi previsti all’interno del polo e la pista di atletica (80 metri). La scelta materica del policarbonato ha un duplice significato: da un lato quello funzionaleambientale di garantire nei periodi diurni condizioni di maggiore utilizzo grazie ad un’abbondanza di luce naturale, ottenendo un

notevole risparmio energetico; dall’altro, nei periodi notturni, quello di trasformare l’edificio in una sorta di lanterna che segnala la presenza del complesso pubblico all’interno del tessuto residenziale, guida degli utenti-abitanti durante le nebbiose notti padane. Inoltre, la ridotta inerzia delle pareti in policarbonato, assieme al sistema di riscaldamento meccanico ad aria, consente di gestire significative escursioni termiche in relazione ai tempi di funzionamento della palestra, ottimizzando l’uso delle risorse energetiche primarie. Il lato pubblico del volume è predisposto per ospitare retroproiezioni video informative. La relazione tra interno ed esterno è risolta dalla parete vetrata del lato orientale in continuità visiva e cromatica con la corte verde esistente della scuola media, segnata dalla presenza di un salice secolare. La struttura, prefabbricata in calcestruzzo armato, tipica degli edifici industriali, ha una copertura in mini shed monolitici, orientati a est, studiati e costruiti per coperture a luce indiretta e diffusa.


The gym is located inside the school campus of St. Matteo della Decima, a small town in the western Po Valley, near Bologna. Its realization represents the completion of a functional complex (school, nursery, existing gym and future primary school), which would be a new centre within the existing residential neighbourhood. The campus is structured as a gymnasium, where various educational facilities share space, services and equipment, optimizing available resources and facilitating the connection between a building with a specialized function and the town centre through covered walkways and public passages. At the base of the urban design is the establishment of a network of cycle and pedestrian paths, which crosses the campus serving the specialist buildings. This network favours the conditions of accessibility and permeability within a system of interconnected courtyards in continuity with the buildings. The new gym for sports and educational facilities and the existing public parking create a new square in a peripheral area of the town. The gym is inserted as a piece of the campus,

and responds to a specific functional program (gym for the school and the sports club) using the limited resources available. The project started by drawing a continuous horizontal platform, at a height of 3.8 meters, marked by a string-course of light gray; at the playground, it develops a volume with a height of approximately 7.5 meters, enclosed in opal polycarbonate. The platform contains the volumes of service (changing rooms, toilets, first aid, storage) and access system (the porch entrance on the north facade), and is designed to expand and integrate the paths inside the campus and the running track (80 meters). The choice of polycarbonate has a double purpose: during the day, it makes greater use possible thanks to an abundance of natural light, with considerable energy saving and, at night, it transforms the building into a kind of lantern, to indicate the presence of public buildings and guide inhabitants when there is fog. In addition, the low inertia of the polycarbonate walls, together with the mechanical air heating system, manages temperature changes in relation to the opening times of the gym, thereby

optimizing the use of primary energy resources. The public face of the building is designed to accommodate rear-projection video information. A glass wall on the eastern side resolves the relationship between exterior and interior in visual and chromatic continuity with the green courtyard of the middle school, where there is an old willow tree. The structure, realized in precast panels of reinforced concrete, typical of industrial buildings, is covered in monolithic mini-shed, oriented to the east and designed and built to cover indirect and diffused light.

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ARCHITECTS RUDANKO + KANKKUNEN (FINLAND) SRA POU VOCATIONAL SCHOOL

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Il progetto Sra Pou Vocational School nasce con la concezione di creare un centro di formazione professionale e di aggregazione comunitaria a Sra Pou, in Cambogia. Gli architetti Rudanko e Kankkunnen hanno curato sia la progettazione sia la costruzione in loco, collaborando con una ONG locale e con gli abitanti stessi del paese. Lo scopo di questo centro è quello di incoraggiare le famiglie povere a trovare un modo per guadagnarsi da vivere, visto le forti carenze della zona, in cui mancano infrastrutture, edifici e soprattutto dei sostentamenti per avere un reddito sicuro. Al suo interno la scuola raccoglie molteplici funzioni: offre servizi professionali per la formazione, aiuta la popolazione a creare un'impresa sostenibile, è un luogo pubblico per l'intera comunità e una ONG locale organizza l'insegnamento per i bambini. L'edificio scolastico è stato costruito con materiali e manodopera locali con l'obiettivo di incoraggiare la comunità a rendere il massimo con i prodotti facilmente reperibili, in modo che essi possano ricorrere alle stesse tecniche di costruzione per le proprie case in futuro. Essendo la terra rossa il materiale più presente essa ha avuto un ruolo cardine per la costruzione, la quale non ha visto l'intervento né di macchinari né di elementi prefabbricati. Questo ha consentito di impiegare molte persone della comunità, alle quali sono state trasmesse tutte le tecniche facilmente trasferibili anche in altri progetti. L'utilizzo di tecniche e materiali locali ha permesso ai progettisti di creare una composizione molto semplice ma allo stesso tempo ricca di significato: le pareti in mattoni di terra riprendono la calda tonalità rossa della terra circostante e i piccoli fori, apportate in esse, di notte trasformano la costruzione in una sorta di lanterna illuminata. Lo spazio antistante è a disposizione dell'interna comunità la quale trova un comodo spazio ombreggiato all'aperto mentre le porte artigianali colorate sono visibili da lontano e accolgono i visitatori provenienti dalla strada principale.

The design of Sra Pou Vocational School arose out of a mandate to create a professional training center and community meeting place at Sra Pou in Cambodia. Rudanko and Kankkunnen, the architects, carried out the design and the on-site construction, in collaboration with a local NGO and the inhabitants themselves. The purpose of this center is to encourage poor families to find a way to earn a living, considering the serious deficiencies of the area, which lacks infrastructure, buildings and, above all, any way to earn a regular income. Inside, the school fulfills multiple functions: it offers professional training; it helps the population to create a sustainable enterprise; it is a public gathering place for the whole community, and a local NGO uses it as a place to teach children. The school building was constructed with local materials and labor with the objective of encouraging the community to make the most of easily obtainable products, so that the people could use the same construction techniques to build their own houses in future. Since red earth is the most locally abundant material, this was the main material used for construction, which was accomplished without the use of machinery or pre-fabricated elements. This allowed the employment of many people in the community and the transfer of building techniques that can easily be used for other projects as well. The use of local techniques and materials made it possible for the designers to create a composition that was very simple but rich in meaning at the same time: mud brick walls reflect the warm, red tones of the surrounding land and small openings in the walls transform the building into a sort of illuminated lantern at night. The space in front of the school is at the disposal of the entire community. It is a comfortable, shady, open space, while the colorful hand-made doors of the school itself are visible from afar and welcome visitors who come in from the main street.

> VOCATIONAL TRAINING AND SMALL BUSINESS CENTRE Localizzazione / Location: Sra Pou, Oudong, Cambodia Fotografo / Photos by: Architects Rudanko + Kankkunen Fine lavori / Date of completion: 2011

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TEZUKA ARCHITECTS (JAPAN) QUESTIONE DI PASSIONI

FONDNESS

L’architettura e l’uomo vivono in una specie di simbiosi. L’una non esiste senza l’altro. Se una popolazione viene sfollata, l’architettura muore. Diventa un guscio vuoto. Spesso a noi architetti viene concessa una certa autorità in merito a decisioni di design, ma è un’autorità decisamente diversa da quella che viene concessa, ad esempio, ad un artista. Un progetto può diventare un’opera d’arte, ma non sempre. La valutazione dell’opera sta fra questa e il suo artista, senza prendere in considerazione la cornice temporale in cui si trova. Valutazioni di questo tipo possono essere fatte dopo un secolo, o durare un minuto. Un’architettura, invece, deve vivere come minimo per decenni, se non per millenni. Non è compito della struttura far sopravvivere un edificio. È molto semplice costruire strutture resistenti utilizzando le più recenti tecnologie, eppure molte sono state demolite dopo qualche decennio. Un edificio viene conservato se piace. Le necessità dell’architettura sono molte, ma la più importante è mettere al centro le passioni della gente. Bisogna pensare all’architettura come ad un organismo vivente. Nessuno va d’accordo con il proprio figlio al 100%, ma i figli rimangono comunque insostituibili. Noi vorremmo che tutti i progetti fossero come nostri figli. Non è possibile essere soddisfatti di un progetto al 100%, ma se incontra le passioni della gente, sarà amato al 120%.

Architecture and humankind live in a kind of symbiosis. Architecture can't exist without human being. It is a well known fact that buildings deteriorate soon after they are no longer inhabited. Architecture becomes merely a shell without people. We architects are sometimes given authority to make many decisions on design, but this one is very different from the one given to the artist. A building can be an artwork but not always. The evaluation on artwork stands purely between the artist and the product and it has nothing to do with time-frame. The evaluation can come one hundred years later or can exist only one minute. Architecture should survive at least a few decades and sometimes thousands of years. It is not the quality of the structure that keeps the building alive. It is easy to make durable structures with the latest technology, yet many structures have been demolished in few decades. People try to preserve a building because they like it. There are many necessities in architecture, but the most important element is fondness of people. We must think architecture is a kind of living object. People never get 100 per cent on their own child, but their child is irreplaceable. We want all of our projects to be our children. It is impossible to design a building and be 100 per cent satisfied, but it is quite possible to make it your favorite one by 120 per cent.

FUTURO NOSTALGICO

NOSTALGIC FUTURE

Con il passare delle epoche, solo una norma dell’architettura è rimasta costante: l’architettura è al servizio delle persone. Così come due bacchette cinesi inutilizzate non sono altro che due bastoncini di legno, anche l’architettura che non vive nella quotidianità della gente darà vita solo a scatole vuote. Un architetto guarda sempre al futuro. Grazie ai progressi tecnologici, l’architettura è sempre più emancipata. Tuttavia la sua essenza rimane immutata. La missione dell’architettura è trascendere le epoche, proiettando il presente verso il futuro. Proprio perché può trascendere il tempo, le è permesso occupare un posto speciale tra le varie espressioni creative del genere umano. Il tempo è, per l’architettura, nemico e alleato. L’architettura che non vive nella quotidianità della gente non può portare a termine la sua grande missione, non può trascendere il tempo.

Throughout the ages, only one constant convention remains unchanged in architecture. Architecture exists to serve people. In the same way that a pair of unused chopsticks is no more than two rods, architecture that does not coexist with people is no more than boxes. An architect always plans for the future. With the current advances in technology, architecture is now extremely liberated. Nevertheless, the essence of architecture is constant. Architecture is charged with the mission of transcending eras, from today into the future. Because it transcends time, architecture is permitted to occupy a special position among humanity’s various creations. Time is the enemy of architecture, and at the same time it is its ally. Architecture that cannot coexist with people cannot carry out its greatest mission, the transcending of time.

> RING AROUND A TREE Localizzazione / Location: Tachikawa, Tokyo, Japan Strutturista / Structure Engineer: OHNO JAPAN Co., Ltd/OHNO HIROFUMI Progetto illuminotecnico / Lighting Designer: Masahide Kakudate, Lighting Architect&Associates Fine lavori / Date of completion: 2011 Fotografo / Photos by: Katsuhisa Kida/FOTOTECA

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NECESSITÀ NECESSITY Adone Brandalise

In un passo esemplare dello stile intellettuale che anima un testo nel quale attraverso l’approfondimento di una specifica modalità artistica si propone una riflessione di respiro vastissimo e di importanti conseguenze come le Note sul cinematografo, Robert Bresson ritagliava, caricandolo di quella forza irraggiante che benjaminianamente caratterizza il frammento esaltato nello spazio della citazione, un luogo singolare ed emozionante di una lettera di Mozart. In essa il musicista salisburghese manifestava qualche riserva circa alcuni suoi concerti per pianoforte e orchestra, che gli apparivano indubbiamente brillanti, ma paradossalmente privi di “povertà”. Se l’affermazione mozartiana, soprattutto qualora filtrata dall’immagine più volgata del regista francese, potrebbe scaricare il suo potenziale evocativo in direzione di un’apologia dell’ascetismo sino ad un dover essere penitenziale, che nel corso del Novecento non ha mancato di celebrare caste nozze con l’istanza del rigore. In realtà l’affermazione originale e la sua più recente ripresa vanno in un’altra direzione che riguarda decisivamente quella dimensione dell’attività umana che alcuni punti alti della riflessione dell’ultimo secolo hanno fatto emergere oltre le linee divisorie di più tradizionali rappresentazioni delle forme dell’agire spirituale. Come emerge, pars pro toto, in Paul Valéry, in cui questa apertura si lega indissolubilmente all’idea dell’architettura, al di là delle diverse identità disciplinari con i loro statuti e i loro oggetti convenuti, viene in superficie “connesso al farsi centrale della superficie stessa rispetto ai ‘profondi’ retro-mondi bersagliati dalla nietzschiana filosofia con il martello” un piano che esplicita il nucleo più essenziale e riducibile del fare che in quelle forme si rappresentava per così dire attenuato nella sua più intrinseca natura, quello della composizione, dove il fare non si separa dal suo prodotto e dove l’elaborazione di forme del pensiero come delle pratiche artistiche, ma anche più generalmente dell’immaginazione delle

attività che innervano la convivenza umana e si fa più trasparente sui processi che lo rendano possibile e che esso stesso viene a condizionare decisivamente. La povertà di cui qui si parla è in realtà l’assenza di scarto tra le risorse mobilitate dall’operare, in questo caso artistico, e la ragione intrinseca all’opera che si produce, quella che le consentirà, massima riuscita, di essere in tutto “necessaria”. La necessità qui non appare principalmente sotto la forma della carenza che impone comportamenti rivolti al suo contenimento e alla sua estinzione, non è il bisogno, ma non è nemmeno la preiscrizione di un destino già segnato, essa è casomai il modo in cui si dice la vocazione del comporre a farsi in tutto e per tutto “reale”, e quindi a conquistare appunto quella necessità in cui si incontrano l’essenzialità di ogni dettaglio della complexio dell’opera con il suo aprirsi sulle tensioni del presente in cui essa rigioca costantemente la sua capacità di affermare la propria prestazione. Paradossalmente “e molti episodi dell’esperienza estetica della tarda modernità contrassegnati apparentemente da una compatta chiusura autoreferenziale potrebbero essere ricondotti in questa direzione” ciò che ci si presenta come istanza puramente interna all’opera chiarisce la sua natura quando si riveli essere il modo concreto di una relazione con la selva dei contesti in cui è tuffato il linguaggio di cui essa è intessuta. Non sappiamo quanto queste considerazioni possano utilmente incrociarsi con i modi in cui nell’attuale esperienza degli architetti si declini l’importanza di una nozione come quella di necessità. Certo, ad uno sguardo che a questo mondo si rivolga cercando di cogliere, per come nei suoi limiti gli è dato di scorgere, il rapporto tra le logiche interne alla cultura e alla pratica attuale dell’architettura e la sua rilevanza per l’altro con cui si relaziona, esse appaiono almeno in grado di reggere l’avvio di un discorso. A volte si ha l’impressione che il pensiero che ha innervato le teorizzazioni e le sperimentazioni e anche le routine dell’architettura contemporanea abbia deciso il proprio ordine a partire da una decisione circa il grado sostenibile di

apertura dell’esercizio di progettazione con il complesso di dimensioni e relativo intreccio di saperi in cui l’effetto della progettazione è chiamato a confrontarsi. Una realtà, che si rappresenta in una miriade di piani, evoca territori sempre più sconfinati perché i processi che agiscono su ciò che c’è prossimo sono palesemente solo segmenti di flussi assai più dilatati che non ci consentono di legittimare una piena autonomia dell’ambito da noi prescelto, e soprattutto un intrico di temporalità diverse sembrano configurare un insieme che le risorse tradizionali dell’immaginazione dell’architetto, ma anche quelle più raffinate e smaliziatamente interdisciplinari dell’urbanista stentano a leggere e, a maggior ragione, ad inquadrare come dei partners attendibili dell’esercizio progettuale. Si potrebbe quasi dire, assecondando questa vertigine per lo spazio concepito dall’architettura che avviene qualcosa di non dissimile da quanto sta verificandosi per quello governato dalla geografia, dove il rapporto tra mappa e territorio è reso sempre più complicato dal moltiplicarsi dei modi nel quale quest’ultimo si ridefinisce nel vissuto umano. Insomma, l’architetto forse dovrebbe divenire un formidabile integratore di dati, ma anche di logiche diverse per poter reggere il confronto con il reale. Lo scarto tra realtà e reale ha conosciuto diverse declinazioni. Quella che maggiormente manifesta la sua portata epistemologicamente ed eticamente discriminante si può riassumere nella irriducibilità del secondo ad un rappresentato. Ed è il rapporto con ciò che persevera nel non lasciarsi trattare come altro da un presente non normalizzato, che nel suo accadere propone contemporaneamente la durezza spigolosa sulla quale vanno a infrangersi le pretese dell’ipercontrollo razionalistico e l’apertura vitale al desiderio non sedato che parla nell’evento soggettivo. Il meglio della razionalità sta nel sapere che tu quanto più produci conoscenza, tanto più contemporaneamente produci, altro, che non si dispone nell’ordine del conosciuto. Ed è con questa parte che non conosci che devi saperci fare. Il che comporta tutta una pratica di ascolto, forme di partecipazione, assunzione di elementi che non entreranno mai nella tua visione di insieme ma entreranno in una tua interazione con il reale. Per fare

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questo in spazi come il nostro bisognerebbe riuscire a trovare almeno dei segmenti di processi in cui una serie di connessioni virtuose possano operare. Non è un caso che spesso l’architettura tenda a risolvere questo problema puntando sull’autosufficienza estetica del singolo evento progettuale, concepito come opera d’arte o come simbolo di un ordine da offrire come provocazione e nel migliore dei casi - come germe di sviluppi virtuosi ad un mondo che radicalmente non vi si rispecchia. Opzione sospesa tra l’analgesia estetizzante e la forte provocazione etica ed epistemologica con la quale si allude al mondo di potenzialità umane che il rigore intellettuale e l’invenzione artistica sanno evocare come possibile, denunciando le chiusure e i limiti dell’organizzazione sociale che ne estenuano la manifestazione. Ma vi è anche l’esito diffuso e inquietante in cui il discorso dell’architetto affidato ai marosi dei contesti in cui è chiamato a realizzarsi diventi l’ingrediente di processi che ne contraddicono le intenzioni e ne strumentalizzano la retorica riducendolo a complice preterintenzionale di qualcosa in cui non potrà riconoscersi, ma di cui non potrà non riconoscere la continuità, per quanto stravolta, con il proprio agire. In altri termini, pensiamo all’imponente sequela di progetti semi-realizzati concepiti per funzionare in un paradiso che non c’è, ma anche disposti ad essere lautamente cooptati in concretissimi inferni. Il tentativo di assicurare comunque dignità intellettuale e rilevanza etica all’attività dell’architetto attraverso il dialogo con i nuclei logici e simbolici operanti nella stratificazione storica, mediante la dedizione alla realizzazione per virtù di coerenza metodologica della coincidenza di funzionalità ed estetica, con l’apertura ai saperi deputati alla lettura e, nei loro momenti applicativi, al filtraggio-modulazione delle dinamiche sociali, ha avuto manifestazioni comunque importanti, ma continua anche a conoscere come esito diffuso la vasta sintomatologia, ovvero l’inquieta gamma di formazioni compromissorie, in cui ciò si riduce a subalternità, magari non incondizionata e anche formalmente decorosa, a forze efficaci al di là delle diagnosi e degli scongiuri dell’esercizio critico. Insomma, realizzazioni al fondo segnate da una limitata capacità di provare a dire

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il senso della vita che vi scorre se non come stimmate del disagio che vi si riproduce e si gestisce una sua magari inquinata e tossica reazione imprevedibilmente creativa. Ovvero, carenti di necessità. Pensare oggi la necessità forse significa tentare di costruire attraverso azioni disposte su di una pluralità di piani e di tempi, nei quali soggettività diverse sappiano avvertire la continuità processuale nella quale si configurano le condizioni del loro accadere e la sinergia tra le pratiche con le quali esse rischiano il loro impatto con il reale, un complesso di stili della decifrazione delle “cose” in corso e soprattutto di individuazioni di luoghi nello spazio e nel tempo dove l’applicazione dell’intervento sappia produrre grumi di necessità, ovvero dove la perfezione assicurata dalla povertà si affermi senza che lo sguardo si esima dal confronto con quanto gli trasmette la replica, proverbialmente dura, del reale.

Robert Bresson in a passage deemed exemplary for the intellectual style animating a text in which, delving into a specific artistic mode, presents a broad reflection, with important consequences in Notes on Cinematography, cut a peculiar and exciting reference to a letter by Mozart, charging it with a radiating force, characterizing the exalted fragment in the space of quotation, in the manner of Walter Benjamin. In it the Salzburger musician showed reserve about some of his concerts, which, though excellent, appeared to him, paradoxically, as lacking in “poverty”. Mozart’s assertion, especially if filtered by the most menial image by the French director, may discharge its evocative potential towards an apology of asceticism up to a forced repentance, which along the course of the 20th century has not shunned from celebrating chaste marriage with the instance of rigor. In truth, the original affirmation and its most recent reprise go in another direction, definitely concerning such dimension of human activity that some high points of reflection in the last century have shown, beyond the traditional boundaries of representation of forms of spiritual actions. As it emerges, pars pro toto, in Paul Valéry, in which this opening is

inextricably tied to the idea of architecture, beyond different disciplinary identities, with their statutes and agreed objects, there surfaces “related to the centering of the surface itself in reference to deep retro-worlds, targeted by Nietzsche’s hammer philosophy” a plan, expressing the most essential and reductive core of doing, such that in those forms was subtly represented, so to say, in its most intrinsic nature, that of composition, where doing is not separate from its product, and where the shaping of thought and artistic practice, but also more generally of imagination and activities concerning human cohabitation, and it is rendered more transparent on processes making it possible, that in itself it strongly conditions. Poverty, as it is mentioned here, is really the lack of difference between the resources mobilized in the act, artistic in this case, and the reason intrinsic to the act, what will allow it, at most, to be wholly “necessary”. Necessity here is not “lack of”, imposing behaviors toward containment and extinction, it is not “need”, but it is also not the writing of a preordained destiny; in fact, it is how the vocation to compose becomes wholly “real”. Therefore, it is in conquering this necessity in which every detail in a work’s complexio is deemed essential, by opening itself to the tensions of the present, that it constantly plays on its capacity to affirm its performance. Paradoxically “and many an episode of late modernity’s aesthetic experience, apparently marked by a compact, selfreferencing closure, may be traced in this direction” what is presented merely as an instance internal to the work clarifies its nature as it is revealed as a concrete relationship with the multitude of contexts in which the language it is woven from is dipped into. We know not how these observations may usefully match the ways in which the architects’ actual experience define a notion such as necessity. Surely, as a look is cast into this world, taking into account the limits to what it may see, trying to catch the relationship between the internal logic and culture and the current practice of architecture and its relevance with all it relates to, they appear at least worthy to begin the argument.


One is under the impression, sometimes, that the thinking behind the theories and experiments, and sometimes the routine of contemporary architecture has elected its order from a decision on the acceptable degree of openness in the practice of design, with the entirety of dimensions and the relevant weave of notions with which the effect of design is called to confrontation. Reality, represented as a myriad planes, evokes ever-expanding territories because processes acting on what lies closest are clearly but segments of much more dilated flows, and we are unable to grant full autonomy to the purview we choose; and most of all, a tangle of different temporalities seem to configure an ensemble that the architect’s traditional imagination, as well as the more refined and crafty of the town planner, struggle to read and, moreover, to frame as reliable partners in design practice. You may say, indulging this vertigo for space as conceived by architecture, that something not unlike geography is happening, in that the relationship between map and territory is made ever more complicated by the increase of ways in which it is redefined by human life. In short, the architect should possibly become a formidable integrator of data, but also of different logic, in order to sustain comparison to reality. The difference between reality and the real has experienced various definitions. The one showing in the highest degree its epistemological and ethically discriminating scope may be summarized as the impossibility to reduce the latter to mere representation. It is the relationship with what perseveres in not being reduced to non-normalized present, that by happening simultaneously proposes the sharp harshness against which all pretense of rational hyper control shatter, and vital openness to unsedated desires speaks in the subjective event. The best part of rationality is knowing that the more knowledge you produce, the more you simultaneously produce something else, which lies not in the order of knowledge. It is with this part, unknown to you, that you must be proficient. This entails a whole set of practices, such as listening, participation, assumptions of elements that will never enter your greater picture, but they will enter your interaction with reality. In order to do this in spaces such as ours, it would be

necessary to find at least some process segments in which a sequence of virtuous connections may operate. It is not by chance that architecture often strives to solve this problem by aiming for aesthetic self-sufficiency in each design event, conceived either as a work of art or as a symbol of an order to be offered as defiance and, in the best of cases, as seed for virtuous development to a world which radically does not reflect on it. It is an option suspended between aesthetic analgesia and strong ethical and epistemological defiance, which alludes to the world of human potential that intellectual rigor and artistic invention may evoke as possible, denouncing closures and the limits of social organization that exhaust its manifestation. There is also the diffuse and disturbing outcome in which the architect’s speech, entrusted to the waves of contexts in which it is called to be realized, becomes the ingredient of processes contradicting his intentions and manipulate his rhetoric, making him an unwilling accomplice in something to which he will be unable to relate, but something of which he will not be able to deny continuity, however distorted, with his actions. In other words, we think about the massive sequence of half-built projects, designed to function in a never land paradise, and just as disposed to be handsomely co-opted in very concrete hells. The attempt to ensure intellectual dignity and ethical relevance to the architect’s work through dialogue with logical and symbolical nuclei operating in historical stratification, via dedication to accomplishment through methodological coherence in a coincidence of function and aesthetics, via openness to knowledge related to reading and, at time of application, to filtering and modulation of social dynamics, has indeed had important manifestation, but it still exhibits as diffused outcome the vast symptoms, as well as the restless gamut of compromising formations, in which this is reduced to subordination, possibly not unconditioned and formally decent, to effective forces lying beyond diagnoses and charms of critical exercise. In short, works marked by a limited power to express the meaning of life flowing into it, if not as stigmata of the unrest spawning in them, managing a

polluted and toxic reaction that is unpredictably creative. Or, lacking in necessity. Thinking of necessity today means trying to build through actions arranged on a plurality of planes and times, in which different subjectivities may feel process continuity in which conditions of happening and synergy between practices with which they are risking impact in reality are configured, a collection of styles in deciphering “things” in progress, and most of all in discerning places in space and time where the use of intervention may produce specks of necessity, or rather where perfection ensured by poverty asserts itself without the eye shunning confrontation with what is conveyed by a replica, harsh by definition, of reality.

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ARCHITETTURA NEL TERZO MILLENNIO ARCHITECTURE IN THE THIRD MILLENNIUM Mauro Galantino Ciò che faceva unica l’architettura fino al XVIII secolo non è più. Non lo è per evidenti fenomeni che hanno prodotto, in tre secoli, campi del sapere, del rappresentare, del raccontare la società, molto più aderenti a una vita in continua trasformazione di quanto l’architettura possa testimoniare. Mies diceva che il mondo non cambia ogni cinque anni, in questo troviamo un punto di appoggio, ironicamente ripetuto quarant’anni dopo da K. Frampton con l’affermazione “l’architettura non è più eterna, ma almeno resiste sufficientemente a lungo”. Lavoriamo per un’arte che non ha più l’onere di significare, da sola e per intero, la civiltà che abitiamo e che non pensiamo più immutabile. Perché non pensiamo più eterni la società, i valori, i costumi, soprattutto i bisogni, materiali e culturali di chi la abita. Lavoriamo, consapevolmente, per un’architettura che, per essere durevole, deve rinunciare alla pretesa di rappresentare. Questa rinuncia è in realtà una conquista. È la consapevolezza che la durata non corrisponde più alla durata dei valori, delle istituzioni, dei bisogni di cui in passato essa era testimone e rappresentazione. La durata risiede nel divenire materia di godibilità del mondo, o almeno, della porzione di cui, con i mezzi che ha a disposizione, si occupa. Un poeta francese, Boris Vian, ha scritto una poesia che si intitola J’aime la vie parce que c’est jolie. Niente di trascendente, di escatologico, di finalizzato, di doloroso perché necessario. Solo la vita migliore possibile. Costruire la tenerezza del vivere attraverso gli astratti, perentori, non modificabili strumenti dell’architettura è il compito che ci aspetta. Non una diluizione della precisione e della impersonalità della disciplina, non una contaminazione con la sociologia, la comunicazione, l’economia, ma la

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centralità della vita con i suoi aspetti preponderanti di necessità e desiderio. Materia dell’architettura è quindi, a mio parere, preoccuparsi della costruzione di un paesaggio artificiale che lasci in eredità un carattere di accoglienza e di libertà maggiore di quello ereditato. Per ottenere una “ragionevole durata” l’architettura deve rendere più ospitale il mondo, fare atto di conversione dei suoi ieratici strumenti e pensarli come sistemi per rendere intelligibile (intelligente) lo spazio abitato, alle scale diverse a cui l’architetto è chiamato a misurarsi. Costruire e non rappresentare. Esiste una differenza profonda tra narrazione e rappresentazione. Nella narrazione ognuno, ogni ascoltatore, lettore, osservatore, produce una sua rappresentazione del contenuto narrativo. In una rappresentazione lo spettatore ricostruisce, personalmente, un sistema di valori, di icone più o meno relazionate tratte dalla drammatizzazione della storia. La narrazione, pur trattando “quadri” realistici, resta astratta, cerca di farsi completare dalla partecipazione dell’uomo che la rende viva suonandola, leggendola, guardandola, ripetendola. La rappresentazione, pur astratta nelle forme, produce quadri da cui trarre insegnamenti, trasmette valori. La narrazione produce figure, la rappresentazione simboli. La narrazione ha bisogno di un occhio particolare che attiva l’immaginazione. La rappresentazione ha bisogno di un apporto specifico che chiamiamo valutazione. Quando dico che l’architettura ha perso il suo carattere rappresentativo, faccio riferimento al muro egizio, completamente coperto di segni che (unitamente al muro) raccontano e drammatizzano una storia, che narrano e rappresentano. In un’unità nella quale sembra inscindibile il carattere tettonico (muro) dal suo completamento significativo (scrittura-disegno). Sembra inseparabile il valore di erezione della parola grazie al muro e la legittimazione di una costruzione al fine di educare. È la scrittura che ha bisogno del muro o il muro è stato così conformato per accogliere il suo completamento graficoiconico? Cosa giustifica l’altro?

In realtà il binomio è Architettura e il binomio è inscindibile, almeno per 45 secoli. Questa unità, in ogni caso, si è inevitabilmente rotta quando le immagini hanno cominciato ad apparire, prima nelle case patrizie e infine a essere accessibili con la stampa. La rappresentazione che drammatizzava la struttura e le infinite derivate di una società, è stata ampiamente sostituita da mezzi flessibili molto più aderenti al carattere volatile del mondo organizzato socialmente. Tentativi di cambiare i caratteri costitutivi dell’architettura perché essa “rappresenti” meglio la società in continua trasformazione, sono stati fatti. Ma tutti si confrontano con un dato inconfutabile. L’architettura, in ogni caso, è costruita per durare, fisicamente, molto di più di quanto la società resti stabile, o restino stabili alcuni tratti significativi che la moda, la pubblicità meglio testimoniano. L’aderenza allo Zeitgeist, allo spirito del tempo, se interpretato come un vestito, segna l’attimo, ma è già vecchio la stagione dopo. Una casa popolare, una scuola, un centro servizi, un’università, registrano cambiamenti sociali, economici, legislativi, che impediscono (a eccezione di una demolizione parziale o totale ogni 10 anni) di rifondare la disciplina sul concetto di evoluzione-variazione. Se poi pensiamo che l’architettura debba anche rappresentare i “valori”, la faccia etica di una civilizzazione, allora la durata diviene del tutto imprevedibile. Torniamo quindi al punto di partenza. Con Loos e soprattutto con Kraus, ripetiamo “Se qualcuno ha qualcosa da dire, si faccia avanti e taccia!” Uso e significato. Negli anni Sessanta, con una buona dose di dilettantismo, alcuni architetti hanno pensato di spostare il ruolo dell’architettura dal rapporto formafunzione, in affanno per le ragioni che abbiamo enunciato in apertura, al rapporto uso-significato. Niente a che vedere con l’interpretazione semiotica dell’architettura, che, negli stessi anni, ha decodificato e ricodificato l’architettura come sistema di segni in funzione comunicativa (ciò che ho appena detto sia definitivamente “scaduto” nel 1910), parlo del lavoro degli architetti


progettisti che cercavano di dare un seguito alla tradizione moderna della pertinenza nella dimensione-costruzione. Nella parola “uso” restava molto dell’esperienza funzionalista, ma la forza dell’architettura non era più (se mai lo sia stata) in una sua tecnicizzazione funzionale. La sua ragione si spostava nell’appropriazione che lo spazio consentiva per un determinato fine pratico (funzione) finalizzato a un fine di praticità diversa, che potremmo definire “consapevolezza di sé attraverso lo svolgimento di un’attività”. Quindi non più una rappresentazione e ottimizzazione (macchina) dello strumento per svolgere una data attività, ma una capacità dello strumento di farla svolgere informando l’utente di alcune cose. La prima informandolo silenziosamente di ciò che stava compiendo nell’atto di farlo (l’imparare facendo di scuola montessoriana) la seconda di informarlo dei gradi di libertà supplementare che il farlo in un certo modo innovativo provocava. La terza, di stimolarne l’autocoscienza di essere sociale, di cittadino che utilizza in modo più intelligente un servizio, costruendo il suo “diritto” a essere tale (e a essere trattato come tale) anche grazie all’uso dell’edificio. Un’architettura che non rappresenta valori, ma che produce, attraverso un uso nuovo e intelligibile, la consapevolezza di avere diritti (che l’edificio soddisfa) e quindi produrre domanda di diritti là dove essi non sono soddisfatti compiutamente. Il passaggio è cruciale. Non più un’architettura che si mette in posa per declamare principi e valori (anche importanti e legittimi) ma che li realizza e lo fa con il modo silenzioso dello spazio conforme. Paesaggio Un altro passaggio che si è consumato dopo la seconda guerra mondiale è, per l’architettura, la fine dell’innocenza. Da un’idea di “progresso”, ereditata frettolosamente dall’Ottocento, nella quale era insita per ogni settore del sapere e della vita l’idea di superamento, la nostra disciplina è passata a una maggiore consapevolezza di sé e ha definitivamente verificato di non essere una scienza. L’architettura usa materiali che la scienza

ha reso operabili attraverso teorie (diverse per ogni ambito), ma non è scienza. L’architettura organizza scienze e conoscenze, quindi deve dotarsi di un sistema epistemologico capace di dialogare con prodotti complessi in campi che non comunicano tra loro se non attraverso il progetto di architettura che li rende compatibili. Ma l’architettura è arte. Ovvero, non procede con il concetto di superamento proprio della scienza, ma con il concetto di accumulazione. Tutto ciò che l’architettura ha prodotto fino a oggi è, in linea di principio, ancora vivo in quanto materiale di progetto. La consapevolezza del mondo come sistema complesso di beni culturali, sposta il fare dell’architettura in una nuova, duplice, sfera. La prima distrugge il vecchio concetto di espansione, di crescita. La seconda supera il rapporto contestooggetto. Partiamo dalla prima. L’equazione insediamento originario, sua evoluzione, sua crescita e infine espansione, presuppongono una visione urbanocentrica e un dualismo cittàcampagna che avevano superato in Occidente il capitalismo, ma ancora prima la modernità del Rinascimento, e in Oriente la pianificazione territoriale ad uso produttivo e militare dei grandi imperi. Parlare oggi di espansione presuppone un’idea “versus” che non è possibile. Non fosse altro che, da altri infiniti punti, si produce un “versus di noi” analogo. Ogni espansione è in realtà un decremento di ciò che sta tra gli elementi più aggressivi in termini di consumo di suolo. Infrastrutture, trasporti, energia, hanno definitivamente ridotto il concetto che l’“espansione” abbia un senso e, ancora di più, una ricaduta economica sostenibile. Obiettivo del futuro sarà sempre più la “concentrazione” e uno smantellamento della “città diffusa” a vantaggio della “città compatta”, come, polemicamente avevo già scritto nel corso degli ultimi vent’anni. I criteri di questa modificazione attueranno procedimenti nelle strategie urbane e nei criteri di valore analoghi a quelli tramandati senza teoria dallo sviluppo delle città storiche, che crescevano su se stesse consumando storia. Il territorio futuro si ritrarrà

verticalizzandosi liberando geografia. Costruire sul costruito dovrà aggiornare i criteri di selezione di ciò che si deve demolire (non solo ciò che si può) con una dinamica sociale molto complessa. Densificare comporta l’eliminazione di insediamenti storicizzati e la mobilità di gruppi sociale che divengono variabile costitutiva del progetto, pena una programmazione autoritaria e antipopolare. Governare la complessità sarà quindi parte essenziale di questo processo che non muoverà solo capitali, ma potrà attivare diritti e servizi se ben governato. La prima constatazione ci appare quindi, apparentemente, più spostata sul versante politico culturale. La seconda, la crisi contesto-oggetto, è più interna alle parole della disciplina. Insieme costituiscono lo strumento del nuovo governo per il paesaggio condiviso. La crisi contesto-oggetto è gia cominciata con la revisione operata da V. Gregotti, riguardo il tema della “modificazione”. Per me si tratta di andare oltre. Non solo studiare la “compatibilità” insediativa di un nuovo porgramma in un determinato luogo, la sua capacità di assumere posizioni e proporzioni dettate dalle relazioni. Si tratta di concepire il binomio come una unità. Non un oggetto nel paesaggio ma il paesaggio in un oggetto come unico manufatto artificiale. Noi non produciamo oggetti contestualizzati. Noi “resettiamo” paesaggi con alterazioni mirate. Spazio pubblico L’attenta disamina di Auger in riferimento ai luoghi senza identità registra un dato effettuale: il paesaggio cresce con un sistema di accumulazione di interventi che ignora la ricaduta specifica di un insediamento a scale minori di quella per cui il progetto è complessivamente pensato. Una linea ferroviaria, un’autostrada, un traforo, ma anche un centro commerciale, un centro direzionale, fino a una linea di case a schiera, hanno una logica insediativa generale che ne determina la ragione e l’economicità. Una ferrovia e un’autostrada hanno chilometri di tracciato che ne stabilisce la logica in ogni punto del proprio percorso. Ma una linea di sessanta metri di housing sociale, nel piccolo, tende a

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riprodurre questa tirannia della logica generale che si riflette in ogni metro della realizzazione. Quando il rapporto paesaggistico avviene tra una e solo una delle trasformazioni citate e una presistenza naturale (ormai quasi introvabili) si compie lo straordinario miracolo dello spettacolo di un viadotto ferroviario di Nervi che attraversa un bosco, della casa Douglas di Meyer, se due interventi si affiancano, o, ancora peggio se uno di loro interagisce con un paesaggio antropizzato, con tessutti già complessi e disunitari, con preesistenze storiche, la logica generale del sistema tecnicoingegneristico per le reti o la riproduzione del concetto tipologico per le case, lascia infinite porzioni di spazio attiguo al gioco del caso. Più che non luoghi parlerei di non progetti. Di progetti a bassa definizione, che non si occupano di tutti i risvolti della propria presenza nel mondo. Il grado e gli strumenti per questo controllo, a scale diverse, di un progetto, è il nucleo delle attenzioni progettuali portate dalla migliore tradizione degli anni Ottanta in Europa. Più che di risorse ha un alto costo di intelligenza e di lavoro, ma il grande nemico del progetto pensato come un paesaggio da trattare come un unicum composto da infinite differenze è soprattutto normativo. Il mondo ormai lavora per “lotti”, siano essi il sedime di una strada che la particella da edificare. Il progetto inclusivo deve prima “digerire” il sistema normativo e restituirlo come qualità pensata dal futuro paesaggio. Altro compito avviene quando gli interventi determinano un cambiamento di regole, quando hanno la possibilità di proporre una visione d’insieme che sia capace di stabilire nuovi modi di convivenza tra gli spazi esistenti. In entrambi i casi ciò che guida il progetto “tra le cose” ha natura analoga a ciò che guida il progetto “nelle cose”. Si tratta sempre di spazio. Il limite e la grandezza del Movimento Moderno è stato di presentarsi con un carattere di unitarietà tra progetto di architettura e progetto sociale. In questa visione il superamento tra città e campagna presupponeva un supporto, un piano d’appoggio degli interventi pensato come un “giardino dell’Eden”, un ideale parco pubblico disegnato e curato

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in cui depositare sistemi abitativi anch’essi ideali. Un suolo libero perché liberato dalla proprietà privata, o per lo meno non segnato da essa. Di questa utopia, peraltro criticata in alcune occasioni ai CIAM da J.J.Oud che operava nei contesti densi e storicizzati del territorio olandese, è arrivata a noi la derivata volgare che la speculazione ha realizzato. Il supporto, da giardino dell’Eden, è spesso solo il piano del lotto lasciato sgombro (costa meno) ma tra lotto e lotto è rimasta, ben visibile, la proprietà con la relativa recinzione. Così il sogno è divenuto un incubo, uno spazio, spesso, a perdita d’occhio, del tutto impraticabile socialmente. È chiaro che dobbiamo ripartire dalla relazione pubblico privato. E, in più, usare l’apporto della quota privata per valorizzare reciprocamente la relazione. Il tracciato dei limiti e le modalità di occupazione dell’attacco a terra di ogni insediamento divengono così materiale aggiuntivo, a costi modesti, per pensare quest’interfaccia mancante, una volta realizzata sempre con l’accoglienza delle botteghe o il distacco algido dei bugnati patrizi. Lo spazio pubblico è quindi, in prima battuta, il rapporto tra dimensioni (spesso date, poche volte progettate) del distacco tra le cose e modalità di offrirsi al contatto delle cose. Visuale-tattile-di penetrazione i tre principali elementi di cui il “basement”, l’attacco a terra, deve occuparsi. L’attuale dibattito circa la necessità di maggiori quantità di verde in ogni luogo manifestano l’incapacità di ragionare secondo i criteri che ho esposto prima. Non è coprendolo di salsa che si migliora un piatto. Nessuno potrebbe pensare che piazza della Signoria o Place Vandôme sarebbero migliori con una colata di verde, ma analogamente, relazioni irrisolte dal punto di vista morfologico e d’uso, possono solo essere sviate, aggirate da una ideologia simile. Lo spazio pubblico è eminentemente un problema di libertà. Il dispositivo, ogni volta diverso, che consenta comportamenti e consapevolezza di essi più aderenti possibili a un libero posizionamento (anche solo psicologico) dell’individuo in esso. Quando parlo di individuo, penso sempre a un soggetto consapevole di far parte di un gruppo riunito, o riunibile in quel

luogo non da un principio preesistente (sociale, ideologico) ma dal luogo stesso e dalle sue caratteristiche. Una comunità effimera di individualisti socievoli. Alcune posizioni tendono a considerare maggiormente libero uno spazio volutamente caotico (difficile da ridurre a un solo sguardo), o non definito (non direttivo nella struttura geometrica ordinativa), o volutamente antifunzionale (bello perché faticoso come una salita in montagna). Il ricordo che queste superficiali teorizzazioni olandesi ci suscitano sono il paragone tra la stanza arruffata del figlio sesanttottino e la glaciale formalità borghese del salotto dei genitori. Un po’ quello che si percepisce a Den Haag tra la Casa della Danza e l’attiguo Municipio. Ma questi sono problemi da trattare con lo psicanalista, non problemi urbani. Italo Calvino, nelle Lezioni americane scriveva che per descrivere il disordine occorre il massimo di precisione. Quindi l’unica indicazione possibile per uno spazio che svolga (con le dimensioni e le relazioni volta a volta diverse) un ruolo di luogo pubblico è quella della definizione dei bordi, il suo essere controforma, il suo essere definito e definente. La precisione della sua definizione comporta il suo essere-per, la sua realtà sta nel mettere in relazione cose. Le cose hanno realtà se concorrono a far esistere il sistema che le mette in relazione. Nessuna preesistenza ideologica, formale, nessun a priori significativo. Il significato discende dall’uso consapevole. Se sarà “piazza” lo diventerà solo se chi la pratica la ricorderà come tale. Altrimenti resterà un invaso più largo. Limiti Nasce così l’idea che il compito principale del progetto di paesaggio sia quello di costruire sequenze. Di stabilire cioè limiti alla dimensione-forma dello spazio pubblico. Ripeto: senza nessun a priori. La legittimità delle sequenze sarà la constatazione d’uso di queste variazioni. Starà nella riconoscibilità, nella capacità di orientamento, nella facilità di percorso e di sosta, ma soprattutto nella capacità di stabilire un nesso conoscitivo tra il prima e il dopo la trasformazione nella percezione degli abitanti.


Lavorare per sequenze e per variazioni motivate comporta la presa in esame dell’intero registro di preesistenze, la loro classificazione arbitraria secondo sistemi di valore, la loro messa in relazione, distinzione, o demolizione. La costruzione di sequenze e di variazioni motivate costituisce un giudizio culturale sulla porzione di mondo da trasformare con il progetto. Un secondo elemento del lavoro per sequenze rimanda alla necessità di stabilire un massimo possibile (in un determinato luogo e programma) alla dimensione di progetti unitari. Di atti trasformativi che possano essere controllati con un solo progetto di architettura. Si tratta di riconoscere, caso per caso, il limite di sopportabilità del paesaggio alla figurazione prodotta da una sola operazione, persona, gruppo. Dal piano pensato come corografia di zone quantitative (zooning) al piano interamente disegnato da un gruppo, credo sia il caso di operare una scelta che individui aree-progetto i cui limiti siano certi per poter affidare alla progettazione architettonica la definizione dello spazio urbano e la ricaduta come paesaggio antropizzato. In un progetto a grande dimensione questa attenzione alla suddivisione del territorio preesistente in figure, in parti sufficientemente omogenee e motivatamente delimitate, capaci di accogliere un progetto unitario, risiede l’inizio di una progettazione consapevole. Forma maggiore Con una tecnica analoga a ciò che definisce lo spazio tra le cose, procedo nel lavoro di formalizzazione di ciò che contiene spazio dentro di sé. La mia generazione si è trovata orfana della grande tradizione funzionalista, ma soprattutto, dove l’ha ricercata ha dimenticato di leggere bene quello che L.C. raccontava di tecnica e funzione in Vers une architecture in cui l’autore allertava a non credere che ciò che è necessario sia anche sufficiente. Il combustibile moderno ipostatizzato nella funzione presuppone un motore che ha una logica. La sua costruzione segue percorsi molto più complessi della corrispondenza tra la mano e il suo calco nella sabbia. La tradizione interrotta del funzionalismo si è intrecciata con

l’interesse per la storia e la progressiva sovravalutazione del concetto di tipo, anch’esso presente nel dibattito dei primi Werkbund. Tra Tipo e Funzione si è giocata una battaglia, apparentemente, senza prigionieri. È sempre il lavoro di L.C., erroneamente considerato padre del Funzionalismo, che ci fa apparire invece necessario lavorare sul concetto di tipo. Lavorare su una struttura formale tridimensionale ereditata dall’uso e dalla costruzione consolidata, prendendola come un mattone con cui comporre una costruzione più complessa, fino alla sua trasfigurazione in un sistema nuovo, ancorché prodotto da elementi preesistenti. Se la guida, molto indiretta, di questo processo può essere considerata la funzione, i materiali che la soddisfano derivano da forme pregresse di architettura lavorate in infinite permutazioni. Possiamo dire che tutte le ville del periodo “purista” siano combinazioni sempre più complesse del tipo originario della casa Citroen, derivata dallo spazio del caffè parigino compreso tra i due muri del parcellario urbano. In definitiva ciò che produce l’invenzione ha radici profonde, necessità contemporanee, ciò che le coniuga è un’idea di spazio che non si esaurisce nell’una o nelle altre. Il filo conduttore di questa ricerca, che accomuna il Mies berlinese e L.C. purista, così lontani formalmente, risiede nell’idea che l’abitare necessiti la costruzione di un microcosmo. Un paesaggio artificiale formalizzato non sulle necessità (funzione) del vivere, ma sulla capacità di farlo in un ambiente tecnicamente, prestazionalmente e, soprattutto percettivamente capace di ricollocare gli usi borghesi consolidati in una corografia “liberata dalla costruzione”. Forse è per questo motivo, il sogno di una liberazione dalla materia, che nell’importantissimo testo La tettonica in architettura Frampton trovi difficile la collocazione di L.C. Costruire l’immateriale per vivere oltre il dominio di natura. Gravità, peso, protezione dagli agenti atmosferici, sono risolti dai caratteri spaziali, luminosi e materici del nuovo microcosmo. E se in L.C. permane una rigorosa distinzione morfologica tra edificio e

natura in Mies, nelle sue ville realizzate o non costruitie fino al ‘33, la distinzione quasi scompare fino a rendere leggibile nel risultato l’invito agostiniano a considerare la vita umana (e le opere derivate) come il “perfezionamento” del Creato. Vivere in un sogno di eternità perché protetti e trasfigurati, trasformati da elementi di natura in elementi di puro desiderio. Difficile contraddire il fatto che la Stein invecchi molto più lentamente della Voisin fotografata davanti a lei. Difficile non ammettere che tale durata sia frutto di qualcosa di più profondo di un linguaggio. Oltre i valori, la durata architettonica si fonda forse in una persistenza di alcuni, immotivati e irraggiungibili desideri. In analogia a quanto dicevo citando Vian. Progetti che incarnano un sogno di vita oltre i modi concreti con cui la storia la organizza. Architettura non come la testimonianza di una civilizzazione (ciò che proponeva Mies), ma architettura come formalizzazione del perdurare di un desiderio che una civilizzazione ha suscitato. La bella definizione di Prospero nella Tempesta (“Siamo fatti della cosa di cui sono fatti i sogni”) o la citazione di Dante in Persico (“Architettura, sostanza di cose sperate”), rimandano a un valore della vita e ad un desiderio di completezza di cui l’architettura interpreta il perdurare, dandone una configurazione che sfida il tempo. Il concetto di microcosmo sta alla base dei miei progetti. Ovviamente una scuola o un sistema di Housing lo declinano diversamente, lo spazio del lavoro o una chiesa sono ancora altro. Li accomuna, a diversità di programmi, superfici, dimensioni, l’idea che pensiamo uno spazio in termini contemporanei, come ipotesi di condizione del miglior benessere psicologico per chi lo vive. La migliore disposizione d’uso elimina gli attriti e, come ha icasticamente sentenziato Ando, “ci fa pensare ad altro”. Questo il senso elementare del concetto di libertà (o di liberazione) che l’architettura può produrre. La forma maggiore, il quadro generale che sta alla base della produzione del microcosmo, l’idea di spazio contemporaneo che guida lo sviluppo del progetto è, da subito, indirizzato dall’uso che di questo spazio abitato si farà. Tra forma maggiore e uso si stabilisce un

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secondo concetto, l’accoglienza, quel modo di predisporre la forma maggiore a ricevere una determinata attività. Tra forma e declinazioni d’uso resta una distanza, incolmabile, come quella che separa i sogni dalla vita. La vita finisce i sogni continuano.

Whatever distinguished XVIII Century architecture doesn’t exist any more. It doesn’t exist because of obvious phenomena that, in three centuries, have produced fields of knowledge, representation and description of society that are much more consistent with a way of life that is in a state of constant transformation, as architecture can well testify. Mies used to say that the world does not change every five years and that, on this, we can depend. Ironically, forty years later, K. Frampton agreed, asserting that architecture does not last forever, but it lasts long enough. We practice an art that is no longer ashamed to represent - alone and entirely - the society in which we live and that we no longer consider to be immutable. We know that society, values, customs, and, above all, the material and cultural needs of those that live in it no longer are eternal. We are aware that we work for architecture, that, to be lasting, must renounce all pretense of representation. This renunciation is actually an achievement. It is the awareness that permanence no longer corresponds to lasting values, institutions and needs, which, in the past, were expressed and represented by architecture. Duration today resides in becoming the means to enjoy the world, or at least, that portion of the world that we occupy with the means at our disposal. Boris Vian, the French poet, wrote a poem entitled “J’aime la vie parce que c’est jolie”. Nothing transcendental, scatological, final or painful is necessary. Just the best life possible. We are expected to construct the sweetness of life with the abstract, authoritative, un-modifiable instruments of architecture. No distillation of precision and impersonal discipline, no consideration of sociology, communication or economy, just the core of life with its overwhelming needs and desires. Architecture, in my opinion, therefore, is

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concern for the construction of an artificial landscape to create a legacy of hospitality and freedom greater than what was there before. To obtain a “reasonable duration,” architecture must make the world a more hospitable place, consciously convert its hieratic instruments into systems to make the inhabited space more intelligible (intelligent), on the different scales that the architect is required to deal with. Build but not represent There is a profound difference between narration and representation. With narration, everyone, every listener, reader, observer creates a representation of the narrative content. In a representation the spectator reconstructs, personally, a system of values, of icons more or less related to or drawn from the dramatization of the story. Narration, while it deals with realistic “pictures,” remains abstract and relies on a person for completion, by playing an instrument, reading a text, looking at a painting or acting out. Representation, purely abstract in form, produces pictures from which to draw lessons. It transmits values. Narration is figurative. Representation is symbolic. Narration needs a particular eye that activates the imagination. Representation requires a specific contribution from the architect that can be called “judgment”. When I say that architecture has lost its representative character, I think of the Egyptian wall, completely covered with marks (that together with the wall) dramatize a story that they narrate and represent. A unit in which the tectonic (the wall) seems indistinguishable from the symbolic (drawing-writing). The value of the words on the wall is inseparable from the legitimacy of a construction intended to educate. Is it the writing that needs the wall or has the wall been adapted to accommodate its graphic-iconic completion? Which justifies which? Actually, the two together equal Architecture and the combination was indissoluble for at least 45 years. In any case, this unity inevitably broke apart when images began to appear and become accessible, first, in patrician houses and, ultimately, through

printing. Representation that dramatized the structure and infinite derivations of a society has been fully replaced by flexible means that are much more consistent with the volatile character of the world as it is socially organized. Efforts have been made to change the components of architecture so that it better “represents” a society in continuous transformation. But all come up against an incontrovertible fact: Architecture is meant to last, physically, much more than when society remained more or less stable, as fashion and advertising best testify. A dress that expresses the Zeitgeist, as the spirit of the time, can reflect a moment, but is already old by the next season. A low-cost house, a school, a service center, a university are the expression of social, economic and legislative changes that make it impossible to rebuild the discipline on the concept of evolutionvariation (without partial or total demolition every ten years). If we go on to think that architecture should also represent “values,” the ethical face of a civilization, it becomes totally impossible to predict how long it should last. So let us go back to square one. With Loos and, above all, with Kraus, we say, “If someone has anything to say, step up and shut up!” Meaning and use In the Sixties, suffering from a bad case of dilettantism and for the reasons cited earlier, some architects thought that they could move architecture away from the form-function relationship to a relationship of meaning-use. Totally unrelated to the semiotic interpretation of architecture, which, in the same period, de-codified and recodified architecture as a system of signs with a communications function (something that definitively “expired” in 1910), I am speaking of architect designers who tried to pursue the modern tradition of pertinence in the dimension of construction. A lot of functional experience remained in the word “use,” but the force of architecture was no longer (if it ever had been) in functional technology. Its rationale moved to an appropriation of what the space allowed for a specific end


(function), culminating in a different sort of practicality that we could say was “identity defined by the development of an activity.” Consequently, no longer a representation nor optimization (mechanization) of the instrument to develop an activity, but rather the ability of the instrument to facilitate the development of the activity by providing the user with certain information. The first silently communicates what it was doing in the act of doing it (learning by doing in the Montessori sense). The second communicates the degree of additional freedom that comes performing the function in an innovative way. The third stimulates awareness of its social function, of being a citizen who uses a service in a more intelligent way, building the “right” to be such (and to be treated as such) by the way that the building is used. Architecture that does not represent values, but that produces, through new and intelligible use, the awareness of having rights (which the building satisfies) and consequently creates a demand for rights where these are not completely satisfied. The passage is crucial. No longer an architecture that postures to proclaim principles and values (no matter how important and valid) but that actually fulfills them and does so silently in a designated space. Landscape For architecture, the end to innocence was another passage consummated after the Second World War. From the idea of “progress,” precipitately passed down from the 19th century, in which the idea of doing better, exceeding, was embedded in every sector of knowledge and of life, our discipline became more self-aware and definitively proved that it is not a science. Architecture uses materials that science has made operable through theory (depending on the context), but it is not a science. Architecture organizes science and knowledge, and, consequently must equip itself with an epistemological system capable of conducting a dialogue with complex products that have nothing to do with each other and that could not work together if architecture did not render them compatible.

Because architecture is art. In other words, it does not function with the idea of properly overtaking science, but rather with the idea of accumulation. Everything that architecture has produced, so far is, in principle, still alive in a design sense. Awareness of the world as a complex system of cultural assets moves the practice of architecture into a new, duplicate, sphere. The first destroys the old concept of expansion, of growth. The second surpasses the context-object relationship. Let us look at the first. The original settlement equation, its evolution, growth and endless expansion, presupposes a city-centric vision and a city-country dualism that, in the West, had been overtaken by capitalism, and, even before, by the modernism of the Renaissance, and in the East, by the great empire’s territorial planning for productive and military use. Today, speaking of expansion presupposes the concept of “versus,” which is not possible. Even if it is, from other endless points of view, nothing more than an analogous “us versus them.” Every expansion is actually one of the most aggressive acts possible in terms of consumption of space. Infrastructure, transport, energy definitely have circumscribed the idea that “expansion” makes sense, and, what’s more, any sustainable economic benefit. The objective in future always will be “concentration” and a dismantling of the “sprawling city” in favor of the “compact city,” as I have polemically already written over the course of the last 20 years. The criteria of this modification will have an impact on urban strategies and on value structures comparable to those passed down by historic towns that grew organically throughout history totally impervious to development theory. Space, in future, will grow vertically, liberating geography. Building on building should update the selection criteria that apply to what should be demolished (not just what could be) with a very complex social dynamic. Densification means the elimination of historical settlements and the mobility of social groups that become variable components of the design, despite the risk of authoritarian and

unpopular measures. Managing the complexity, therefore, will be an essential part of this process, transforming not only capitals but also galvanizing the assertion of rights and the provision of services, if well managed. The first observation, consequently, appears to be oriented in a more politicalcultural direction. The second, the context-object crisis, is more inherent to the language of the discipline. Together, they constitute a new instrument to manage the shared landscape. The context-object crisis is already underway with the revision applied by V. Gregotti, to the theme of “modification.” For me, it is a question of going further. To go beyond examination of the sedentary “compatibility” of a new program in a certain place, its ability to assume positions and proportions dictated by relationships. It is a question of considering the combination as a unit. Not an object in the landscape but the landscape in an object as the only artificial, manufactured product. We do not produce contextualized objects. We “reset” landscapes with targeted alterations. Public space Referring to places with no identity, Auger’s careful and close examination registers an actual fact: space grows as actions accumulate, ignoring the specific fall-out on a small-scale settlement compared to that on which the project has been comprehensively planned. A railway line, an expressway, a tunnel, even a shopping mall, an office district, even a line of row houses, all have a natural, general logic that determines the rationale and the cost. A railway line or an expressway run for kilometers in a layout with a clear logic at every point. But a 60-meter line of low-cost housing, at the very least, tends to reproduce the tyranny of conventional wisdom reflected in every meter of the construction. When the relationship to the space falls between one and only one of the transformations mentioned and a natural (currently very rare) pre-existence, a miracle happens— like the Nervi railway bridge that crosses a forest or the Douglas house by Meyer. But if two units are side by side, or, even

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worse, if one of them interacts with an anthropomorphized space, with already complicated and unconnected textures, plus an historical pre-existence, the general logic of the technicalengineering system for the networks or the reproduction of the typological design for low-cost housing, leaves infinite space open to chance. Rather than non-space I would talk of nodesign. Of low-definition design, that does not take into account all the implications of its presence in the world. The degree and instruments of control, on a varying scale, of design is the nucleus of the design effort arising out of the best tradition of the Eighties in Europe. Beyond resources, it is very costly in terms of intelligence and work, but the greatest enemy of conceptual design for a space that constitutes a unit composed of infinite differences is, above all, the imposition of norms. The world now works according to “lots,” whether the outlines of a street or the speck of land on which to build. The allencompassing design should, first of all, “manage” the normative system, restoring it to its place as the guardian of the future landscape. Another duty arises when (architectural) interventions require a modification of the rules, when there is the possibility of proposing a vision of togetherness, capable of establishing new ways for existing spaces to cohabit. In both cases, that which guides the design “through things” is analogous in nature to that which guides the project “in things.” It is always a question of space. The limitation and grandeur of the Modern Movement was to have presented itself as single unit composed of an architectural design and a social design. From this point of view, the blurring of the lines between city and countryside presupposed a support, a level of interaction between projects designed as a “Garden of Eden,” an ideal public park designed and cared for where equally ideal systems for living could be installed. A free space liberated from private property or, at least, not designated as such. This utopia, sometimes criticized at the CIAM by J.J. Oud who worked in the dense and historical context of the Netherlands, transmitted to us the vulgar derivation generated by

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speculation. The context, the Garden of Eden, often is only the surface of the lot, left cleared and vacant (it’s cheaper that way). But from lot to lot, the signs of property are left visible and fenced in. Thus, often, the dream has become a nightmare, completely socially impracticable, as far as the eye can see. Clearly, we must go back to the relationship between public and private. And, what’s more, use the contribution of the private to reciprocally re-evaluate the relationship. Designated limits and the way that the land is occupied contribute, at modest cost, to a re-examination of this missing interface, once accomplished by the presence of shops and the looming aloofness of patrician rustication. Public space, therefore, is, at first glance, the relationship between dimensions (often given, rarely planned) of the distance between things and the way to approach things. Visual-tactile-means of penetration: the three main elements that should concern the “foundation,” the attachment to the land. The current debate over the need for more green everywhere expresses the inability to make sense according to the criteria that I have cited. A dish is not improved by covering it with sauce. Who could possibly think that the Piazza della Signoria or the Place Vendôme would be better off surrounded by green? Analogously, unresolved relationships from the point of view of shape and use only can be distorted and circumvented by this kind of thinking. Public space is, first and foremost, a question of freedom. The approach, different every time, must allow for behavior and awareness of the place of the individual to be as free (even if only psychologically) as possible. When I speak of the individual, I think always of a person who is aware of being part of a group that can meet, or be called to meet, in this place, not of a (socially, ideologically) pre-existing principle, but of the place itself and its characteristics. An ephemeral community of sociable individualists. Some take the position that a space is largely free and open if it is deliberately chaotic (difficult to take in all at once), or undefined (undirected by structured geometry), or deliberately anti-functional (beautiful because it is tiring, like climbing to the top of a mountain for the

view). The reaction that these superficial Dutch theories inspire is a comparison between the messy room of the child of ’68 and the glacial bourgeois formality of the dining room of his parents. Somewhat like you see in The Hague, from the Dance and Music Center to the old Town Hall. But these are problems for the psychiatrist, not the urban planner. In American Lessons, Italo Calvino wrote that great precision is needed to describe disorder. Consequently, the only possible prescription for a space that will become (with ever different dimensions and relationships) a public space is to define its limits, its counter-form, its defined and defining spirit. The precision of its definition contains its reason for being. Its reality comes from putting things into relationships with each other. Things are real if they help to create the system that puts them in touch with each other. No formal, ideological precept, no important preconception. Meaning comes from conscious use. If it is to be a public space, it will become one only in practice. Otherwise it will remain an empty lot. Limits This is the genesis of the idea that the principal duty of a landscape design is to build sequences. In other words, to establish the limits of the dimension/form of the public space. I repeat: with no pre-conceptions. The legitimacy of the sequences will come from demonstrated use of these variations. It will come from recognition, from the ability to orient, from the ease to move around and the desire to remain, even for a short time. But, above all, it will come from its ability to establish, in the perception of the inhabitants, a conscious connection between the before and the after of its transformation. Working to create sequences and inspired variations means taking the whole register of pre-conceptions under examination, along with their arbitrary classification according to value systems, relating them to each other, separating them or destroying them. The construction of sequences and inspired variations requires making a cultural judgment of the world to be


transformed by the design. A second element of the work by sequence is the need to adapt, as much as possible (in a certain place and program), to the dimensions of planned units. These are transformative acts that can be controlled with one single architectural plan. It is a question of recognizing, case by case, the limits of how much support the landscape can provide to the appearance of a single operation, person or group. From the plan conceived as a choreographed ensemble of a number of zones (zoning) to the plan entirely designed as a group, I think that it is a case of making a choice that sets definite limits for area projects so that definition of urban space and man-made landscape can be entrusted to architectural design. In a large project, this attention to subdivision of a pre-existing, sufficiently homogenous and thoughtfully defined, territory takes place at the beginning of a well-thought out plan. Overall form With a technique comparable to that which defines the space between things, I proceed with the work of formalizing that which contains space within itself. My generation has found itself bereft of the great tradition of Functionalism, but, especially, when it has gone looking it has forgotten to carefully read what L.C. said about technique and function in “Vers une architecture”: Do not believe that what is necessary is also sufficient.” Based on function, modern fuel presupposes an engine based on logic. Its construction follows paths that are much more complex than the relationship between the hand and its trace in the sand. Interrupted by Functionalism, tradition is permeated with history and the progressive over-estimation of the conceptual form, also apparent in the first debates of the Werkbund. A war between Form and Function ensued, apparently without taking prisoners. It is always the work of L.C., erroneously considered the father of Functionalism, that reveals the need to work with a concept of form. To work on a formal, three-dimension structure inherited from use and solid construction, taking it as a brick with which to compose a more complex structure, all the way to its

transfiguration into a new system, albeit produced from pre-existing elements. If function could be considered the very indirect guide to this process, the materials that implement it are derived from existing architectural forms reworked in infinite permutations. It can be said that all the villas of the Purist period are ever more complex combinations of the original Citroën house, derived from the space of the Parisian café compressed between the two walls of an urban lot. In short, inventions are produced by something that has deep roots: contemporary needs. And that which conjoins them is an idea of space that does not diminish either one. The common thread, which brings together Mies the Berliner and L.C. the purist, formally so distant from each other, resides in the idea that living requires the construction of a microcosm. An artificial space formalized not on living requirements (function) but on the ability to live in a technically equipped space, above all perceived to be able to relocate bourgeois habits firmly in an atmosphere “liberated from (the constraints of) construction.” This, the dream of freedom from materials, could be the reason why Frampton, in his critically important text Studies in Tectonic Culture: The Poetics of Construction in Nineteenth and Twentieth Century Architecture, found the collocation of L.C. so difficult to deal with. Construct the immaterial to live beyond the rule of nature. Gravity, weight, protection from the weather are resolved by the space, light and materials of the new microcosm. And if a rigorous morphological distinction between the building and nature persists in L.C., the distinction nearly disappears in the villas of Mies, built and not-built by 1933, where the result reflects the Augustinian invitation to consider human life (works derived from it) as the “perfection” of Creation. To live in a dream of eternity, protected and transfigured, transformed from elements of nature into elements of pure desire. Difficult to contradict the fact that Stein grew old much more slowly than the Neighbor photographed across from her. Difficult not to admit that such a life span could be the result of something more profound than language. Besides values, architectural life span is

based, perhaps, on the persistence of some unreasonable and unreachable desires. Compared to what I was saying when I quoted Vian earlier. Designs that incarnate a dream of life that go beyond the specific facts of life. Architecture different from the testimony of a civilization (which is what Mies proposed), but architecture as the formalization of the persistence of a desire that civilization has elicited. Prospero’s lovely definition in The Tempest (“We are such stuff as dreams are made on”) or Dante’s statement (“Faith is the substance of things hoped for”) in Edoardo Persico (“Architecture, the substance of things hoped for”) refer to a value of life and to a desire for completeness that architecture interprets as lasting, giving it a form that defies the passage of time. The concept of microcosm is the foundation of my designs. Obviously, a school or a housing complex will express the concept differently, a workspace or a church still differently. What they have in common, however, in spite of different uses, surfaces and dimensions, is the idea that we think of space in contemporary terms, as the hypothesis of the best psychological conditions possible for those who live in it. The best disposition of space for of use eliminates friction, and, as Ando said, “makes us think of something else.” This basic definition of the concept of freedom (or liberation) that architecture can provide. The overall form, the general frame that is the basis of the production of the microcosm, the idea of contemporary space that guides the development of the design is, from the start, directed at the use to which this living space will be put. Between overall form and use, a second concept is established: Welcoming, the way that overall form is predisposed to receive a certain activity. Between form and its interpretation for use there remains an overwhelming distance, like that which separates dreams from life. Life ends. Dreams continue.

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THE CITY TALKS TO ME Carlo Ratti con Pietro Leoni e Jenni Young. Si ringrazia Nashid Nabian.

Nell’estate del 2011 il MoMa di New York ha ospitato “Talk to Me”, una mostra curata da Paola Antonelli. Erano esposti più di duecento pezzi di qualsiasi genere tra giocattoli, installazioni, video, siti interattivi e numerosi altri riferimenti anche esterni al museo. L’idea di partenza di “Talk to Me” era semplice: negli ultimi anni, l’impatto della rivoluzione digitale ha dato vita a tutta una serie di dispositivi elettronici divenuti parte integrante della nostra vita quotidiana. Grazie alla loro ubiquità, le nostre cose, le nostre case, le nostre città hanno imparato a parlarci, o comunque a interagire con noi. Il cambiamento non ha radicalmente cambiato soltanto le nostre vite, ma anche la professione dei progettisti. Il risultato? I designers devono imparare a connettere diverse discipline - dalla programmazione alla sociologia, dalla visualizzazione dei dati all’ingegneria meccanica - e ripensare in modo critico i loro obiettivi, i loro strumenti e i loro metodi. Anche quando legati al passato, gli oggetti che compongono questa mostra hanno storie importanti da raccontare. Una è quella degli “androidi” di Maria Antonietta: scene di vita quotidiana animate da sofisticati sistemi meccanici, un concetto che può essere ricondotto al fenomeno settecentesco delle macchine chiamate “automata” (dal greco automatos, “che agisce di propria volontà”). Le automata erano complessi meccanismi programmabili che eseguivano movimenti perfettamente naturali. Dal Seicento in poi divennero oggetto di numerose speculazioni - tanto artistiche quanto intellettuali - ed ebbero un grande successo grazie alla curiosità suscitata nelle corti reali d’Europa. Un esempio famoso è la Joueuse de Tympanon, una bambola maccanizzata costruita per Maria Antonietta da David Roentgen e Pierre Kintzing attorno al

1784, capace di suonare uno strumento a corda e di muovere allo stesso tempo la testa. Col salto ideologico prodotto dall’avvento dell’Illuminismo, la visione stessa del mondo passò in qualche modo da una dimensione naturalista ad una meccanica, fino a riconsiderare l’origine stessa della vita: ogni organismo vivente era considerabile una sorta di ingranaggio il cui funzionamento richiedesse una serie distinguibile di operazioni, e potendo l’uomo progettare sistemi meccanici complessi, l’abilità di creare la vita non era più dominio esclusivo dell’Onnipotente. Alcuni decenni più tardi, precisamente nel 1822, le macchine di Charles Babbage cercavano anch’esse di soddisfare il desiderio dell’uomo di ricreare una sorta di vita artificiale per mezzo di attuatori automatici che agissero nel mondo fisico. Esse prefiguravano quelli che oggi sono i computer, erano antesignane della cibernetica, anche se la relazione tra input e output era allora risolta per via meccanica piuttosto che elettronica. Del resto, ancora oggi la tecnologlia informatica è tesa a espandere le capacità umane, basandosi sul principio di feedback così descritto da Wiener: quando un sistema cambia le proprie azioni e il proprio modo di operare in risposta al contesto presente. Presto la cibernetica mosse i suoi passi nel reame dell’architettura. Nella seconda metà del ventesimo secolo la proposta di Cedric Price per il Fun Palace di Londra era forse uno dei primi esempi di architettura cibernetica che incorporasse i principi di Wiener, il che faceva dell’edificio un luogo che potesse adattarsi dinamicamente ai visitatori, cambiando la propria configurazione spaziale. La visione di un’architettura capace di sollecitare il controllo da parte degli abitanti sulla produzione e il consumo di spazio confluì anche in “Mobile Architecture”, manifesto di Yona Friedman del 1958. In esso viene descritta “l’abitazione decisa dai suoi abitanti” attraverso “infrastrutture che non sono determinate, né determinanti”, ma in costante ridefinizione da parte dei membri di una ”società mobile”. E in questa utopica città mobile, il ruolo dell’utente è glorificato, così come lo spazio effettivamente diventa un’interfaccia attraverso la quale realizzare i propri desideri e regolare i propri bisogni.

Oggi, tutto è più facile grazie alle applicazioni digitali. Come dimostrato in “Talk to Me”, l’automazione ci aiuta quando preleviamo denaro da un bancomat o compriamo una smart card per gli spostamenti urbani, quando tiene sotto controllo i consumi domestici in tempo reale o se non possiamo più svolgere certe attività, come accade con l’EyeWriter project. Si tratta di un’interfaccia usata dall’artista di strada americano Tony Quan, basata sul riconoscimento dei movimenti della pupilla. Quan è paralizzato ma può continuare a realizzare graffiti, grazie a questo sistema. Gli automi sono una metafora di noi stessi in continuo aggiornamento, rivolgono verso di noi le azioni che quotidianamente compiamo, dandoci l’opportunità di contemplarne l’effetto sull’ambiente che ci circonda. Ma, infine, forse tutto questo non è altro se non il riproporsi dell’eterna lotta che portò Michelangelo a gridare “perché non parli?” al Mosè appena terminato, per poi colpirlo. E in “Talk to Me”, il titolo della mostra di Paola Antonelli, è sempre presente la nostalgia umana per mondi artificiali ancora da creare, perché prendano poi vita propria. “La civiltà industriale cerca e troverà la propria espressione architettonica” diceva le Corbusier. Oggi, potremmo dirlo della civiltà digitale. Non più case come macchine per abitare ma come computer? La risposta non va cercata necessariamente negli scenari futuristici - più che futuribili - di qualche film anni ‘60. Una tecnologia mimetica potrà piuttosto ridurre l’odierna sensazione di un mondo di circuiti da portare in tasca, dei quali doversi prender cura, alle cui logiche dover dedicare piccole ma frequenti fatiche. Paradossalmente, potremmo invece trovare più tempo per stare a contatto con la natura, grazie a città più intelligenti che possano prendersi cura di se stesse prima ancora che di noi. Ovviamente, la questione apre molti scenari possibili, e la promessa di una vita più comoda grazie al lavoro delegato alle macchine non mancò di incantare già una o due generazioni di positivisti, prima di infrangersi contro la realtà di una rincorsa sfrenata alla crescita, esponenziale e inarrestabile. Per questo, è necessario sapere che non esistono tools capaci di dare risposte univoche e

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

risolutive a problemi che è bene si ponga la società nel suo insieme, ma anche che mai, prima d’ora, l’umanità aveva avuto a disposizione una conoscenza tanto estesa e tanto capillare, fruibile da tutti. Se lo vorremo, questa volta, i nostri cucchiai e le nostre città potranno discutere insieme andando oltre il “che fare?”, per aiutarci a capire il “come”.

By Carlo Ratti, with Pietro Leoni and Jenni Young. With thanks to Nashid Nabian In the summer of 2011 New York’s MoMa hosted the “Talk to Me”, an exhibition managed by Paola Antonelli. The exhibition displayed over 200 artifacts ranging from toys, installations, videos, interactive sites and many other references, some outside the museum. Talk to Me’s underlying idea was simple: recently, the impact of the digital revolution has created a number of electronic devices that have become an integral part of our daily life. Thanks to their ubiquity, our stuffs, our houses and our cities have learned to talk to us, or at least to interact with us. Change has not only radically changed our lives, but also the practice of designers. What is the outcome? Designers must learn to connect different disciplines, from computer programming to sociology, from data visualization to mechanical engineering, and they must rethink their objectives, their tools and their methods in a critical way. The objects in this exhibition, even when tied to the past, have important tales to tell. One relates to Marie Antoinette’s androids; everyday scenes animated by sophisticated mechanical systems, a concept that may be connected to the 18th century idea of automata (from the Greek automatos, i.e. “acting on its own free will”). Automatons were complex, programmable machines able to perform natural movements. From the 17th century on they became the object of much speculation, both artistic and intellectual, and were very successful thanks to the curiosity aroused in Europe’s royal courts. A famous example is represented by la joyeuse de tympanon, a mechanical doll built for Marie Antoinette by David Roentgen and Pierre Kintzing around 1784. It was able to play a string instrument and at the same time move its head.

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With the ideological leap brought about by Enlightenment, the vision of the world shifted somehow from natural to mechanical, until the origin of life itself was questioned: every living organism might be viewed as a clockwork of sorts, whose operation required a finite sequence of operations. Since man was able to design complex mechanical systems, the ability to create life was not prerogative of the Almighty anymore. A few decades later, in 1822, Charles Babbage’s machines catered to man’s wish to create artificial life by means of automatic actuators operating in the physical world. They foreshadowed today’s computers, they were forerunners of cybernetics, even though the relationship between input and output was resolved mechanically rather than electronically. Even today computer technology tries to expand human capacity using the feedback principle as described by Wiener: whenever a system changes its mode of operations in response to present context. Soon cybernetics began to tread in the realm of architecture. In the middle of the 20th century, Cedric Price’s proposal for London’s Fun Palace was possibly one of the first examples of cybernetic architecture incorporating Wiener’s principles, which made the building a place able to dynamically adapt to visitors by changing its spatial configuration. This vision of architecture able to elicit occupants control on the production and consumption of space converged also in “Mobile Architecture”, Yona Friedman’s 1958 manifesto. In it was described “living space as determined by its occupants”, through “infrastructure that is neither determined, nor determinant”, but is instead in constant redefinition by members of a “mobile society”. The user’s role is glorified in this utopian mobile city, and space actually becomes an interface through which wishes are carried out and needs are ruled. Everything is easier today, thanks to digital applications. “Talk to Me” demonstrates that automation aids us whenever we withdraw money from an ATM or we purchase a smart card for urban mobility. Automation controls building power consumption in real time, or whenever we are unable to perform certain activities, as

demonstrated by the EyeWriter project. This is an interface based on eye movement, used by American street artist Tony Quan. He is paralyzed but thanks to this system, he is still able to paint graffiti. Automata are an ever-updating metaphor of ourselves, they reflect daily actions we ourselves perform, and they give us the opportunity to watch the effects on our surroundings. But in the end, is this nothing but the eternal struggle that prompted Michelangelo to cry “why do you not speak?” at his statue of Moses, before striking it. Paola Antonelli’s exhibition title “Talk to Me” sports the ever-present human nostalgia for artificial worlds yet unconceived, so they may take on a life on their own. Le Corbusier said that “industrial civilization shall search and find its architectural expression”. We might say the same about digital civilization. No more houses as machines for living, but rather as computers? The answer lies not necessarily in futuristic scenarios as expressed in 1960s movies. Rather, camouflage technology shall reduce today’s feeling for a world of circuits to be carried in your pocket, and to be cared for with small but frequent efforts. Paradoxically, we might even have more time to be in contact with nature, thanks to intelligent cities able to take care of themselves before they take care of us. Obviously the matter opens up many possible scenarios, and the promise of a more comfortable life thanks to work delegated to machines has already charmed one or two generation of positivists, before crashing into the reality of a reckless race for exponential and unrestrained growth. It is therefore necessary to know that there are no tools able to supply unambiguous and definitive answers to problems that society as a whole must address, but also that never before humanity has possessed such widespread and diffused knowledge, accessible by all. If we so wish, this time, our spoons and our cities will be able to argue with one another and go beyond the “what to do?” to help us understand the “how”.


Immagini: La cittĂ di Guadalajara, attorno al parco Morelos, immagina un progetto di recupero urbano ad alto contenuto digitale e creativo per regalare un laboratorio allâ&#x20AC;&#x2122;innovazione del futuro. Un progetto di carlorattiassociati, crediti: www.ccd-guadalajara.com CAPTION The town of Guadalajara is conceiving an urban renovation project around park Morelos, high in digital and creative content in order to give a lab to the innovation for the future. Project by Carlorattiassociati, credits www.ccd-guadalajara.com

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RICONVE 162


ERSIONE RICONVERSIONE La complessità della questione si arricchisce se si considera anche che “lo spazio entro il quale vivremo i prossimi decenni è in gran parte già costruito. Il tema è ora quello di dare senso al futuro attraverso continue modificazioni alla città, al territorio, ai materiali esistenti” (B. Secchi). Abituati da tempo alla possibilità di scegliere dove insediarci, ci ritroviamo a fare i conti con la necessità di convertire il costruito e adattarlo alle nostre esigenze. Ad un problema di carenza di spazi liberi si sovrappone, come risposta al corrente periodo di crisi economica, un’esigenza di necessità. Come riuscirà l’architettura a convertire le necessità della nostra epoca in possibilità per il futuro?

RE-CONVERSION “Most of the space we’ll be living in for the next few decades, has already been built. We have to give meaning to the future through the continuous transformation of existing towns, landscapes and materials” (B. Secchi). For a long time we’ve been able to choose where we will settle. But now, we have to convert what has already been built and adapt it to new needs. The current economic crisis makes finding an answer for the lack of free space, a necessity. Can architecture convert our current needs, into future possibilities?

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

PARCO DI CATENE CATENE’S PARK Riconversione. Nessuna pre-determinazione progettuale ha impedito un fertile confronto tra "stati di necessità" e variabili contingenti, invitando a un giudizio in continuo divenire, a un dialogo incessante con la responsabilità parziale del quotidiano, impedendo solo il pregiudizio di un disegno ex ante e additivo, disvelando progressivamente l’idea che "ciò che è disponibile" sia il motore della trasformazione.

Reconverting. No form of project predetermination can stand in the way of a healthy comparison between "states of necessity" and contingent variables, inspiring judgement constantly renewed, unending dialogue with the partial responsibility of everyday life, averting only the prejudice of ex ante and additive design, progressively disclosing the idea that "what is available" is the driving force behind transformation.

corpo illuminante in acciaio zincato verniciato bianco

gabbioni metallici

light fixture in painted galvanized steel

gabion wall

percorso - trincea drenante path - drainage trench

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0

1

2

5m


Studio/Progettista Designer czstudio associati di Paolo ceccon e laura zampieri Architetti Collaboratori Collaborator f. labelli, R. Palmieri, n. Pegolo, A. Barro, g. Sperandio, A. imperato Impresa General contractor eciS s.r.l. Marghera Ve Committente Client comune di Venezia - Municipalità di Marghera Localizzazione Location Venezia Marghera, Veneto Cronologia del progetto Project 2004-2006 Cronologia del cantiere Construction 2009-2010 Dati dimensionali Dimensional data Superficie del lotto 80.000 m2 Volume lordo dell’opera 1.500 m3 Fotografo Photos by czstudio associati Costo dell'opera Cost 2.000.000 € (25 €/m2)


RICONVERSIONE RE-CONVERSION

scavo dei cantieri latistanti per la costruzione dei terrapieni. L’approvvigionamento idrico per l’irrigazione del parco è assicurato da una vasca di raccolta dei reflui meteorici provenienti dal drenaggio delle superfici a prato. L’irrigazione è garantita da due circuiti, uno per le alberature non strutturate di nuovo impianto, l’altro per l’aspersione dei prati. La circolazione è assicurata da superfici pedonali e carrabili realizzate in calcestruzzo fibrorinforzato e in terra stabilizzata sulle quali s’innestano altre percorrenze costituite da superfici in ghiaia che, ricalcando il tracciato delle preesistenti canalizzazioni agricole, sono pensate come parte integrante del sistema drenante di tubi microforati sottostante. Una piattaforma in calcestruzzo, che ospita due campi da “calcio a 5” ed uno da basket realizzati su superficie sintetica, conduce, attraverso una lenta salita che affianca i nuovi campi bocce, a una terrazza panoramica. Da essa si possono raggiungere i sottostanti edifici del bar, dei servizi e degli spogliatoi, realizzati in calcestruzzo a vista, che sono strettamente interrelati alla struttura formale del parco. La semplicità dei materiali e della costruzione richiesti dall’amministrazione comunale, hanno determinato la natura robusta e flessibile del parco, che può essere implementato nel tempo con nuove funzioni. Per lo stesso motivo, fin dalla sua apertura, si è configurato come un punto d’incontro molto frequentato e utilizzato in molteplici modi giorno e notte.

Il nuovo parco di Catene, dopo quasi trent’anni d’attesa, ridefinisce un frammento agricolo di circa otto ettari intercluso in area urbana, assolvendo a un programma funzionale, desunto da incontri partecipati con le rappresentanze del quartiere e le associazioni territoriali, che prevede spazi per il gioco, il tempo libero e lo sport, un’area a prato per manifestazioni, una struttura per spogliatoi e servizi e un bar. Il progetto ha preso avvio dalla lettura dello stato di fatto allo scopo di evidenziare tracce e relazioni che potessero divenire i primi materiali del progetto; la scelta di preservare per quanto possibile la struttura idraulica esistente, mantenendo i fossati agricoli e confermando i corrispondenti impianti vegetali, ha così fissato il palinsesto dell’organizzazione successiva del

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progetto. Sono stati piantati oltre 250 nuovi alberi tra cui Frassini, Pioppi bianchi, Olmi, Ciliegi, Querce, Bagolari e 280 arbusti di Viburno che con le loro fioriture bianche contribuiscono a marcare significativamente l’assetto figurativo del parco, insieme a quattro ettari di nuovi prati fioriti, che sono stati realizzati con caratteristiche differenti: radure centrali disponibili per alte frequentazioni e prati stabili a basso costo manutentivo sui terrapieni. Nella parte sud sono stati mantenuti i circa 6000 m2 di prati umidi esistenti che costituiscono un raro esempio di area ecotonale in ambito antropizzato. Il progetto reinterpreta le tecniche agricole di modellazione del terreno per la gestione delle acque e riutilizza il materiale di

After a wait of almost 30 years, Catene’s park finally re-defines nearly eight hectares of agricultural land located inside an urban area and fulfils all the purposes agreed by District representatives, territorial Boards and Associations during their numerous meetings: the creation of play grounds, leisure and sports areas, a field for events, a structure with cloakrooms and facilities, as well as a bar. The plan started from an analysis of the actual state of the site, to verify conditions and relationships to guide first steps towards the layout. The decision to preserve, as far as possible, the already existing water structure, by maintaining agricultural ditches and keeping the present plants, was critical to the layout of the project’s next steps.


Over 250 new trees were planted: Ash, white poplars, elms, cherry trees, oak, nettles and 280 Viburnum shrubs which, with their white flowers, make a remarkable and impressive sight in the park. Four hectares of flowering fields were planted as well, with different features: central clearings for highly frequented areas and permanent meadows with low maintenance embankments. In the Southern part, the nearly 6000 square metres of already existing damp meadows were preserved, a rare example of an ecotone area in an anthropomorphised environment. The design of the sloping grounds reflects agricultural knowledge of -how to shape the earth to control water drainage and re-uses the excavated material coming from the new construction to

build the hills. Water supply is possible through a rain-gathering tank, recovering water from meadow-surface drainage. The irrigation system consists of two circuits: one for the newly planted non-structured trees and the other for sprinkling the meadows. In order to facilitate circulation, several pedestrian and vehicle surfaces were built with fibre-reinforced concrete and stabilized earth. Other gravel paths join them, following the layout of pre-existent agricultural canalizations as an integral part of the underlying drainage system made of micro-perforated pipes.

bowls pitches. From there, it is possible to arrive at the lower buildings, with the bar, rest rooms and cloakrooms, built of exposed concrete, which relate strongly to the park structure. The simplicity of materials and construction of the park according to the Municipalityâ&#x20AC;&#x2122;s budgetary limitations determined the robust and flexible nature of this urban facility that can be supplemented over time with new functions, even unexpected ones. As a result, since its opening, it has become a much frequented meeting place used in multiple ways, day and night.

A concrete platform, where two soccer fields and a basketball court were built on a synthetic surface, leads to a panoramic terrace passing through a slightly steep slope that overlooks new

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION struttura polifunzionale 1 bar 2 spogliatoi 3 bagni pubblici

3

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5

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20m


sistema idraulico aree umide WT

serbatoio dâ&#x20AC;&#x2122;acqua canali agricoli recuperati

WT

condutture dâ&#x20AC;&#x2122;acqua percorsi in ghiaia / tubi drenanti microforati

vegetazione prunus avium prunus padus quercus robur quercus pubescens viburnum opulus ulmus sapporo autmn gold celtis australis populus alba robinia pseudoacacia alnus glutinosa fraxinus excelsior vegetazione esistente recuperata

prati e aree umide prati fioriti prati bassi prati alti aree umide

percorsi e superfici calcestruzzo ciclo-pedonale calcestruzzo carrabile percorsi in ghiaia percorsi in terra stabilizzata superfici sintetiche (campi sportivi)

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Studio/Progettista Designer Andrés holguín, David R. Morales, Alvaro Solís

RICONVERSIONE RE-CONVERSION

Progetto strutturale ed impiantistico Structural design and plant Thetis spa. giovanni zarotti Direzione lavori Supervision Thetis spa. Agostino croff Collaboratori Collaborator f. labelli, R. Palmieri, n. Pegolo, A. Barro, g. Sperandio, A. imperato Impresa General contractor ing. Pio guaraldo spa Committente Client Arsenale di Venezia spa Localizzazione Location Venezia, Veneto Cronologia del progetto Project concorso 2006 Progettazione 2007-2009 Cronologia del cantiere Construction 2010-2012 Dati dimensionali Dimensional data Superficie lorda dell’opera 1.100 m2 Volume lordo dell’opera 6.800 m3 Superficie del lotto 680 m2 Fotografo Photos by Andrea Pertoldeo Costo dell'opera Cost 2.000.000 €

RIUSO DELLA TESA 105 ALL'ARSENALE DI VENEZIA TESA 105 RECONVERSION OF THE VENICE ARSENALE Utilizzare le preesistenze nei processi di rivitalizzazione dell'architettura è un'operazione che si fonda su una tradizione antica. Risparmio del suolo come risorsa, il rallentamento della crescita della città e la riconversione sostenibile dello stock edilizio esistente è una necessità per progettare l'architettura del domani.

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The use of pre-existing constructions in the process of architectural refurbishment is an operation with its roots in traditions of old. Saving land as a resource, slowing growth in cities, and sustainable reconverting of building stock, is a prime requirement for the architecture of the future.


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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

Il progetto di riconversione della “tesa” 105 è risultato vincitore del concorso internazionale di progettazione che la società Arsenale di Venezia spa ha avviato nel 2006 per la realizzazione di nuovi interventi di recupero, di rifunzionalizzazione e di valorizzazione all’interno dell’area dell’Arsenale di Venezia. Il programma di rifunzionalizzazione ha come obiettivo principale la riconversione di una struttura storica obsoleta attraverso l’inserimento di una nuova architettura capace di innescare un nuovo ciclo di vita. Il criterio entro cui si muove l’intervento è quello dell’addizione di una nuova architettura di carattere contemporaneo all’interno di un struttura preesistente, instaurando un rapporto osmotico di mutuo e reciproco vantaggio. L’edificio originario, un capannone industriale cinquecentesco, conserva integro l’involucro, mentre il nuovo volume rimane completamente contenuto all’interno di esso senza tracce di emersioni che, oltre le pareti perimetrali, rendano esplicita la sua presenza. Il nuovo edificio a tre piani contenuto all’interno della struttura storica ospita: • al piano terra, quattro volumi con funzioni pubbliche come infopoint, bookshop, sala polifunzionale e bar. Ampi spazi vengono lasciati liberi per permettere il passaggio di attraversamento pubblico pedonale tra l’area delle Casermette a nord e la fondamenta della Novissima a sud. I quattro volumi hanno anche la funzione strutturale di sorreggere il volume sovrastante; • al primo piano, rivestito interamente in panelli di vetro serigrafato, trovano posto cinque incubatori d’impressa e gli uffici della Società Arsenale di Venezia oltre ai servizi e due piccole sale riunioni; • al secondo piano, sono presenti due volumi in vetro da destinare alle sale riunioni degli uffici sottostanti.

The Tesa 105 conversion project was named the winner of the Arsenale di Venezia S.pa International Design Competition. This competition opened in 2006 for the realization of a new intervention to recover, use and give value to the Venice Arsenale. The Reconversion Program has as its main objective the conversion of an obsolete historic structure. This will be done by adding a new building capable of making the existing structure into a paying space.. The approach adopted for the project is to add new, contemporary architecture to the interior of the existing structure to generate a connection with the new building. The original building, a 16th century industrial hangar, is structurally stable on the outside. The new project will be contained within that structure, without any visibility from the outside. The new three-story building contained within the historic structure hosts: • On the ground floor, four spaces with public facilities, informational areas, bookstores, an allpurpose auditorium and a bar. Open spaces are created to allow pedestrian passage between the area of the Casermette to the North and the foundation of the Novissima to the South. Apart from function, the four areas are only responsible for bringing structure and stability to the upper levels. • The first floor, coated entirely in screen-printed glass panels, contains five development offices and the Arsenale di Venezia S.pa. offices, as well as two meeting rooms and a group of bathrooms. • The second floor houses two glassenclosed. areas intended for lower level offices and meeting rooms.

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PiAnO PRiMO fiRST flOOR

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PiAnO SecOnDO SecOnD flOOR


SeziOne lOngiTUDinAle lOngiTUDinAl SecTiOn

SeziOne TRASVeRSAle TRAnSVeRSe SecTiOn

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

MALATESTA, ALBERGO DI CAMPAGNA MALATESTA, COUNTRYSIDE HOTEL Per preservare il territorio da un’urbanizzazione eccessivamente speculativa, è necessario rivolgere l’attenzione agli edifici abbandonati, siano essi ecomostri di periferia, o palazzi di città. La riconversione dell’esistente, oltre a valorizzare il manufatto oggetto di intervento, permette di rivisitare l’esistente con il linguaggio dell’architettura contemporanea, creando una stratificazione con le architetture del passato che conduce verso gli interventi del futuro.

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To protect the territory from overly-speculative urbanization, we must focus our attention on abandoned buildings, whether these are the ecomonsters of the suburbs, or old city blocks. Reconverting existing buildings, as well as adding value to the construction under renovation, also gives us a chance to review our existing resources in the key of modern architecture, to create stratification with the architecture of the past which leads to interventions of the future.


Studio/Progettista Designer Michele gambato architetto, mgark Impresa General contractor gasparoni costruzioni s.n.c. Committente Client www.malatestamaison.com Localizzazione Location Montaiate, Marche Cronologia del progetto Project 2007 Cronologia del cantiere Construction 2008-2011 Dati dimensionali Dimensional data Superficie dell’edificato 930 m2 Volume dell’edificato 2.960 m3 Superficie del lotto 10.000 m2 Fotografo Photos by Paolo Mazzucco Costo dell'opera Cost 800.000 €

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

Nato dalle esigenze di una famiglia di fuggire il ritmo frenetico della vita cittadina per intraprendere una nuova attività nell’atmosfera più rilassante della collina, Malatesta è un albergo di campagna, realizzato riportando in vita un complesso rurale costituito da un casolare principale, costruito in pietra locale a fine ‘800 e poi ampliato nella prima metà del ‘900, e da due edifici più piccoli aggiunti in seguito. Ormai reso inutilizzabile dal tempo, il piccolo nucleo di edifici torna alla vita con un progetto che enfatizza la forte appartenenza al territorio di manufatti che, un tempo, avevano un ruolo fondamentale nell’economia delle campagne, reinterpretandoli in chiave contemporanea. Viene così ricostruito il rivestimento degli edifici utilizzando la medesima pietra locale dei casolari originali, le aperture, più grandi rispetto a quelle originali e sottolineate da una cornice in lamiera corten, vi vengono invece liberamente disposte in un gioco metafisico di pieni e vuoti. L’interno dell’edificio è stato poi completamente modificato per soddisfare le esigenze dell’albergo: nella costruzione principale, una zona giorno a doppia altezza occupa la parte centrale, mentre le camere e l’appartamento dei proprietari si trovano al primo piano, collegati da una passerella sullo spazio a doppia altezza, i locali di servizio, invece, sono stati concentrati nella zona interrata. I due edifici più piccoli ospitano uno la zona benessere, collegata con una lunga piscina rettangolare, e l’altro tre stanze

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indipendenti che offrono alla clientela un modo differente di fruire il paesaggio. Tutti gli edifici sono stati rivisitati all’insegna della sostenibilità, del risparmio energetico e della sicurezza sismica. La costruzione tecnologica delle murature perimetrali ha uno spessore di 65 cm ed è costruito da uno strato esterno della pietra locale originale di 30 cm, uno strato di isolamento di stiferite di 8 cm e uno strato di muratura portante di 25 cm, oltre alla necessaria funzione antisismica, questo tipo di soluzione fa sì che gli edifici non necessitino di raffrescamento nei mesi estivi e abbiano una dispersione termica minima nei mesi invernali. Con l’installazione di pannelli fotovoltaici e di una pompa di calore al posto di una caldaia di condensazione, gli edifici sono inoltre completamente autosufficienti dal punto di vista energetico. The Malatesta building is a country hotel located in the Marches region in Italy. It was designed for a family who wanted to change their lifestyle and move to the countryside to launch their new hotel enterprise. The project begins with the restoration of three existing buildings. The main building was built at the end of the 19th century and was enlarged during the first half of the 20th century, Two additional buildings were added later. The buildings had been ruined by the weather and time, and the project aimed to bring them back to life, emphasizing their connection to the

countryside. These buildings, in fact, used to play a very important part in the economy of this area, as farmers’ houses. They were therefore rebuilt using the original stone, but contemporary design was used in the organization of the openings, larger than the original ones, framed by a layer of corten steel, and placed almost randomly on the facade. The interior of the buildings has been completely redesigned to suit the needs of the hotel. The central part of the main building is designed as a double-height living space, while guest rooms and the owner’s apartment are located at the first floor, connected by a suspended walkway over the double height space. Equipment rooms are located in the small basement. One of the smaller buildings hosts the spa, connected to a long rectangular swimming pool, while the other building contains three more independent rooms. All the buildings have been designed to ensure sustainability, energy saving and seismic safety. The package of the external walls is 65 cm thick. It is made of 30cm of the original local stone, 8cm of thermal insulation and 25 cm of concrete blocks. This way the buildings comply with antiearthquake regulations and also achieve great levels of environmental efficiency. In fact they don’t need any air conditioning in the summer and during the cold months have a very reduced heat loss. The installation of solar panels and of a heat-exchange boiler, make the buildings energetically self-sufficient.


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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

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casolare cottage

primo annesso first annex

secondo annesso second annex

PiAnO SeMinTeRRATO BASeMenT

PiAnO SeMinTeRRATO BASeMenT

PiAnO SeMinTeRRATO BASeMenT

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

SeziOne AA SecTiOn A-A

SeziOne AA SecTiOn A-A

PiAnO MezzAninO MezzAnine flOOR

SeziOne A-A SecTiOn A-A

SeziOne c-c SecTiOn c-c

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

Studio/Progettista Designer traverso-vighy giovanni Traverso e Paola Vighy Collaboratori Collaborator giulio Dalla gassa, Sheerja iyer, Valentina Rossetto Impresa General contractor impresa Bios edilizia, falegnameria cereghini Committente Client Barbara ceschi a Santa croce Localizzazione Location Vicenza, Veneto Cronologia del progetto Project 2010 Cronologia del cantiere Construction 2010-2011 Dati dimensionali Dimensional data Superficie dell’edificato 209 m2 Volume dell’edificato 1.050 m3 Superficie del lotto 74 m2 Fotografo Photos by Alessandra chemollo Costo dell'opera Cost 300.000 €

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CASA CESCHI CESCHI HOME

Riconversione. Il significato di progetto: un’attività per perseguire un obiettivo. In questo percorso di realizzazione sentiamo necessaria la continua ricerca di innovazione, insieme alla valorizzazione di eccellenti capacità artigianali ancora presenti nel territorio. L’attività del costruire diventa più fluida, removibile, leggera, rispettosa dell’ambiente e comunque mirata alla qualità e al benessere della persona.

Reconverting The meaning of project: an activity that aims to pursue an objective. In this process of creation we can see the need for continuous research into innovation, with the valorization of the excellent craft skills still to be found in the area. The activity of construction becomes more fluid, removable, light, and respectful of the environment, with the focus on quality and well-being.

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

SULLE MURA DEL XII SECOLO Casa Ceschi si trova addossata all’antica cinta muraria del XII secolo della città di Vicenza. Il corpo di fabbrica è stato “ascoltato” con attenzione: recuperato con tecniche tradizionali nelle sue mura originali, mentre al suo interno è stato sviluppato un progetto autonomo che consente di ridistribuire gli ambienti interni in modo funzionale.

ON THE 12TH CENTURY WALLS The Ceschi House leans against the 12th century walls of the city of Vicenza. The architects have “listened” to the existing building carefully, restoring the original walls using traditional techniques, while developing the interior as an independent project which allowed the redistribution of the inner spaces in a functional manner.

RESTAURO E SOSTENIBILITÀ La visione del restauro come ricerca di sostenibilità è stata perseguita nel senso più ampio del termine, comprendendo valutazioni tecniche, economiche ed energetiche. Si è scelto di mirare a un intervento strutturalmente leggero e reversibile, costruito con sistemi ad alto contenuto tecnologico, che ha permesso una fase di prefabbricazione e una razionalizzazione delle fasi di esecuzione e di montaggio.

RESTORATION AND SUSTAINABILITY The vision of the restoration as a quest for sustainability has been pursued in the broadest sense of the term, including technical, economic and energy issues. The aim was to create a lightweight structure with a character of reversibility, built with high-tech systems, which allowed a period of prefabrication and streamlining of the implementation and installation phases.

UN NUOVO SCHELETRO IN LEGNO DI LARICE Nell’intervento di restauro di casa Ceschi, a inserirsi nelle pareti svuotate dell’edificio è una nuova struttura, uno scheletro di legno lamellare di larice che si sviluppa su tutta l’altezza dell’edificio, definendone la distribuzione e instaurando con il contenitore un rapporto collaborativo con alte prestazioni antisismiche. La nuova struttura infatti non apporta modifiche alle murature portanti esterne, ma sostituisce la funzione strutturale delle partizioni interne esistenti con un sistema a telaio leggero. Tutti gli elementi che compongono la struttura sono stati prefabbricati basandosi su un alto livello di precisione nella fase di rilievo dell’esistente, nella progettazione e nell’esecuzione.

A NEW SKELETON MADE OF LARCH WOOD In the restoration of the Ceschi house, a new structure was designed to fit inside the existing empty walls: a skeleton of laminated larch wood which extends the full height of the building, defining its distribution and establishing a collaborative relationship with the container characterized by an outstanding anti-seismic performance. The new structure makes no alterations to the exterior load-bearing walls, but replaces the structural function of existing internal partitions with a lightweight frame system. All the elements that make up the structure were prefabricated, enabling a high level of precision in survey, design and execution.

BIO-EDILIZIA E CLASSE “A” Per l’isolamento termico dell’edificio, che è stato classificato in classe A, si è adottato un pacchetto addossato internamente alla muratura storica in laterizio, costituito da isolante multistrato posato su una struttura di morali in legno e accoppiato a pannelli di terra cruda. La specifica proprietà della terra cruda è quella di avere elevata massa termica e di regolare l’umidità all’interno dell’ambiente apportando un sensibile miglioramento delle prestazioni dei sistemi di riscaldamento e raffrescamento.

NATURAL MATERIALS AND LOW ENERGY For the thermal insulation of the building, which has been classified as class A, a system of insulating panels were set inside the existing masonry walls, consisting of multilayer insulation laid on a wood and compressed earth panels. These compressed earth panels have high thermal mass and regulate the humidity of the internal environment, making a marked improvement in the heating and cooling performance of the building and the level of comfort and well-being of its inhabitants.

LUCE NATURALE E TRASPARENZA Negli ambienti interni il vetro viene impiegato per il suo carattere diffondente, sia per soluzioni strutturali sia di arredo interni: la luce naturale che confluisce dall’esterno viene filtrata da superfici in vetro orizzontali e verticali e crea un senso di continuità tra gli spazi.

DAYLIGHT AND TRANSPARENCY In the interior, glass is used for its diffusive character - on structural solutions and for interior design. The natural light, which flows from the outside is filtered by both horizontal and vertical glass surfaces, creating a sense of continuity between the spaces.

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esistente existing

progetto project

PiAnO inTeRRATO BASeMenT

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PiAnO PRiMO fiRST flOOR

PiAnO PRiMO fiRST flOOR

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PiAnO SecOnDO SecOnD flOOR

PiAnO TeRzO ThiRD flOOR

PiAnO TeRzO ThiRD flOOR

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Studio/Progettista Designer T-Studio, guendalina Salimei Collaboratori Collaborator Alessandra De Berardis, gianni carletti, Martina Mattia, luisella Pergolesi, carmen Pia Scarilli Direzioni lavori Supervision Arch. g. Salimei ing. M. Traversari, Arch. V. Vallesi, Arch. R. Quadrella - sicurezza Impresa General contractor Monacelli costruzioni Committente Client comune di foligno - Servizio Beni culturali Localizzazione Location foligno, Umbria Cronologia del progetto Project 2003-2006 Cronologia del cantiere Construction 2007-2012 Dati dimensionali Dimensional data 837 m2 Fotografo Photos by luigi filetici Costo dell'opera Cost 3.791.243,27 â&#x201A;Ź

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MUSEO D’ARTE CONTEMPORANEA NELL’ EX CHIESA DELL’ANNUNZIATA CONTEMPORARY ART MUSEUM IN THE FORMER CHIESA DELL’ANNUNZIATA Riconversione. Se l'approccio del progetto moderno è stato di opposizione e quello della condizione post-moderna è stato di ricomposizione - ricomposizione interstiziale di tracciati e di tessuti, di parti e di frammenti - oggi siamo in presenza di un altro passaggio: quello dalla ricomposizione alla trasposizione. Dove per trasposizione s’intende un "processo di migrazione nel quale si devono contemplare momenti di contaminazione; un processo di mescolanza di cose ed eventi, di parole e persone, di rinominazione di effetti e di fenomeni.

Reconverting While the modern approach to a project was one of opposition, and the postmodern condition was one of recomposition interstitial rearrangement of lines and fabrics, parts and fragments - today we are witnessing another change: the recomposition of transposition. Transposition is understood to be a "process of migration in which we contemplate moments of contamination; a process of mixing things and events, words and persons, the reinstatement of effects and phenomena.

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L’edificio dell’ex-Chiesa dell’Annunziata a Foligno non ha avuto mai vita fino al progetto di riuso che la vede oggi protagonista come Museo di Arte Contemporanea. La Chiesa, progettata intorno al 1765 dall’architetto Carlo Murena non fu mai terminata e molti furono gli usi impropri che se ne fecero con il passare del tempo fino al completo abbandono e degrado causati sia dall’incredibile demolizione di un’ala della chiesa nel 1980, sia dai danneggiamenti del sisma del 1997. Si configura come un “cantiere” del ‘700 che racconta nella sua essenzialità di scatola la sua memoria, le tecniche costruttive dell’epoca e narra la spazialità della sua interessante struttura originaria. L’impianto planimetrico richiama quasi un’architettura scavata, costituita da un’aula principale a forma allungata, sovrastata da un’ampia cupola in muratura e da un deambulatorio che, caratterizzato da un andamento irregolare, circonda l’aula, consentendo una sequenza di affacci sulla spazialità dell’aula principale e sulla cupola. La valorizzazione e l’esaltazione di questo spazio, non finito, è alla base del progetto di riuso e trasformazione dell’ex Chiesa in Museo. L’introduzione di alcuni elementi nuovi, capaci di ridare vita e nuovi significati alla fabrica nel suo insieme, diventano funzionali a questa idea, risolvendo sia la problematica strutturale dell’edificio, con riferimento alla necessità di riparazione e miglioramento sismico e di trasformazione funzionale al nuovo uso del Complesso come Museo e rappresentano così il passaggio del nostro tempo. Un nuovo volume reinterpreta la forma originaria della Chiesa, completando così la deambulazione anulare al primo piano, con un ruolo di completamento della scatola muraria. Costruito

da una struttura di metallo è appoggiato su puntoni in acciaio e rivestito da una scocca in metallo corten, traforata con un disegno irregolare, esso reinterpreta in chiave contemporanea la tessitura dei mattoni e, smaterializzando l’incombenza muraria, crea un gioco di luci inatteso. Quest’elemento durante le ore notturne, diviene una vera e propria “lanterna magica” rappresentando anche un segnale per il Complesso, che racconta alla città di Foligno la sua rinascita. Concorrono a rendere possibile questa nuova vita anche altri elementi che, sempre necessari al miglioramento statico dell’edificio, divengono, ancora una volta, occasione di inserti di architettura contemporanea: una nuova cupola in ferro che, attraverso fibre di carbonio consolida e sostiene la cupola originaria; una serie di profilati in ferro che supportano tutte le aperture del deambulatorio sull’aula principale; una sequenza di capriate in ferro e legno che sostituiscono le precedenti per l’aula ellissoidale e infine una passerella che, collegando al primo piano le due parti della fabrica (forse un oratorio, alle spalle dell’aula magna), diviene elemento di integrazione tra l’antico e il nuovo, punto di osservazione privilegiato dell’intero spazio e della imponente scultura Calamità Cosmica di G. De Dominicis collocata nell’aula principale.

The Annunziata Church building in Foligno has a new life, thanks to a plan for its reuse as a Contemporary Modern Art Museum. Designed around 1765 by the architect Carlo Murena, the church was never finished and suffered a great deal from improper use, deterioration, abandonment and, finally, from the earthquake in 1997. It looks like a ”1700 building site” and its “shell” reveals much about its history, construction techniques of the time and the interesting spaciousness of its original structure. The layout recalls the sober architecture of the old church, based on a large, elongated main hall with a stonework cupola towering above it and an ambulatory, with an irregular flow that encircled the body of the church. Plans for its reuse involve highlighting the value of the space and inserting elements essential to the new vocation of the building. All the renovation work has been done in accordance with past construction techniques, but with the use of new technology and modern building materials. The risk of an earthquake in this area notably requires serious structural work: e.g. steel reinforcement of the original supports. The new elements need to solve structural problems and reflect contemporary architecture at the same time. The work consists of the reconstruction of a destroyed volume on the right side of the church to complete the ambulatory on the first floor and provide a sense of wholeness. A metal shell perforated in an irregular design against the original wall mitigates the preponderance of the wall and reinterprets the texture of the brick in a modern manner. This perforated metal shell creates an unexpected play of light, which at night is like a beacon for Foligno, reminding people of its renaissance. The new life of the old church transformed into a museum has required other modern elements to improve its solidity. Carbon fibre sustains the original cupola. New trusses, in wood and steel, replace those of the ambulatory’s openings around the main space. And a footbridge links the two parts of the “factory” serving as an interactive element between old and new and allowing a full view of the church/museum and the imposing De Dominicis sculpture in the main hall.

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PROSPeTTO eST eAST eleVATiOn

PiAnO TeRRA gROUnD flOOR

PROSPeTTO OVeST weST eleVATiOn

SeziOne B-B SecTiOn B-B

PROSPeTTO SUD SOUTh eleVATiOn

SeziOne A-A SecTiOn A-A

PROSPeTTO nORD nORTh eleVATiOn

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403 ARCHITECTURE (JAPAN) THE WALL OF ZUDAJI SEGUIRE IL FILO DEI MATERIALI

THE WALL OF ZUDAJI THE FLUX OF MATERIALS

403architecture è uno studio di architettura fondato nella città di Hamamatsu, Giappone, nel 2011, da tre ragazzi che hanno frequentato la stessa Università, gli stessi corsi, nella stessa stanza numero 403. Ad oggi hanno completato quattro progetti, tutti ridotti nelle dimensioni, ma legati l’uno all’altro dalla filosofia del “seguire il filo dei materiali”, senza divisioni né gerarchie: costruire, ricostruire, demolire. “Vorremmo che la nostra architettura avesse una forte concretezza, ma anche un’anima astratta. Abbiamo avviato un percorso che va al di là del consumismo architettonico, che va oltre l’architettura; un percorso che salta alcune tappe e che dà nuova vita ai materiali e agli elementi architettonici. Dopo aver costruito tre progetti, "the floor of Atsumi", "the grid of Santen" e "the difference of Ebitsuka", siamo rimasti con del materiale in eccedenza. Abbiamo quindi deciso di utilizzare queste scorte per il nostro nuovo progetto, ma la quantità non era sufficiente. Per ovviare alla mancanza, abbiamo aggiunto dei frammenti di pallet utilizzati per trasportare le merci”. “the wall of Zudaji” è un piccolo capanno di frammenti di legno che funge da deposito complementare per un ristorante locale. I fori sulle pareti permettono alla luce diurna di penetrare all’interno del capanno, mentre di notte la luce artificiale filtra attraverso le piccole aperture. Il tetto è rivestito di lamiera ondulata con, all’esterno, un pannello di copertura ondulato in policarbonato per garantirne la resistenza all’acqua. Il risultato è un progetto che fa un uso efficiente delle risorse e l’utilizzo di pallet di trasporto porta l’attenzione sul consumo dei materiali e sulla loro disposizione. Dopo aver smontato i pallet, i listelli sono stati utilizzati per costruire la struttura del capanno, mentre i frammenti più piccoli sono stati impiegati per riempire i vuoti tra i traversini. I frammenti sono stati disposti in maniera tale da lasciare dei vuoti attraverso cui potesse filtrare la luce sia verso l’interno, durante il giorno, che verso l’esterno, durante la notte. Per far sì che la struttura fosse resistente agli agenti atmosferici, sulle pareti esterne è stato fissato un rivestimento trasparente di policarbonato, mentre il tetto è protetto da lamiere ondulate in acciaio zincato. “the wall of Zudaji” è, al tempo, stesso, un capanno rustico costruito con materiali riciclati ma anche esempio fisico di come si possano utilizzare le risorse materiali. I pallet si trovano ormai un po’ dovunque, e a volte i negozi non sanno come liberarsene. Questo progetto è la soluzione perfetta che permette di riutilizzare materiale in eccedenza riducendo così lo spreco, progetto dopo progetto. “Con questo progetto non volevamo creare solo un design, ma un design alternativo che ponesse l’attenzione sul consumo dei materiali e su come disporli, utilizzando solo dei pallet di trasporto ed eccedenze di altri progetti. Seguendo questo percorso, abbiamo la sensazione di prenderci cura della città stessa: non attraverso un singolo edificio, ma tessendo una rete che lega diversi progetti. La nostra necessità è seguire il filo.”

403architecture is an architectural office located in Hamamatsu city, Japan, established in 2011. The office consists of 3 guys who studied at the same University, same lab, same room numbered 403. Until now, 4 projects are finished. Each of them is very small but the view “the flux of materials” connects each one without any division. And there is no hierarchy though, building, rebuilding, dismantling. “We wanna construct architecture with extreme concreteness but also abstract conception. We are on the process, connecting over the architectural consumption, being beyond architecture, jumping several steps, giving new role to the materials and architectural elements. We had some stocks of materials from the other three earlier projects, "the floor of Atsumi", "the grid of Santen", "the difference of Ebitsuka". So, we decided to use these materials for the new project. But the amount of material was not enough. The additional idea was wrecking a palette which was used by the freight.” This scrappy little shed “the wall of Zudaji”, was built for a local restaurant that needed additional storage. Holes in the shed walls allow natural light to filter in during the day, and at night the interior lights project out through the gaps. The roof is clad with corrugated metal sheets and the exterior is covered in a wavy polycarbonate panel to ensure that it is waterproof. The result is a resource efficient project that calls attention to material consumption and distribution via shipping pallets.

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The shipping pallets were deconstructed and used to build the frame of the shed, while the scraps were used to fill in the space between studs. Gaps were left in amongst the scraps to let light filter through, either during the day or at night. To keep the structure weatherproof, clear polycarbonate materials were screwed on to the outside, and the roof was covered with corrugated sheets of zinc-coated steel. The Wall of Zudaji is on one hand a rustic shed made from recycled materials, and on the other hand an example of the use of material resources. There are many wooden shipping pallets laying around, and stores often times have difficulty in getting rid of them. This project was a perfect way to make use of extra material and ensure minimal waste throughout all the phases of the project. “In this project, we wanna touch not only architectural design, but also material consumption and distribution by using the pallet material and some stock of other projects with the alternative design of distribution. Through this kind of activity we got the feeling that we directly address the city itself, beyond the single building, connecting several projects. So our necessity is the flux itself.”


< THE WALL OF ZUDAJI Localizzazione / Location: Hamamatsu city, Japan Fine lavori / Date of completion: 2011 Fotografo / Photos by: Kentahasegawa, 403 architecture

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JAMES&MAU ARQUITECTURA-INFINISKI (CHILE, SPAIN) UCCIDERE L’ARCHITETTO

KILL THE ARCHITECT

Secondo la tradizione, la funzione dell’architetto è predire le necessità umane e trasformarle in spazi. Questa divinazione sta diventando sempre più complessa e ciò si traduce in spazi spesso inadeguati. Prendendo come presupposto che chi conosce al meglio le necessità di tempo e spazio dell’individuo è l’individuo stesso, la miglior scelta possibile sarebbe permettere a lui stesso di sviluppare un progetto secondo i suoi bisogni. L’architetto deve evolversi continuamente. Continuare a lavorare secondo gli schemi di progetti obsoleti significherebbe la sua morte. Quando l’architetto smetterà di assumere il ruolo di divinatore delle esigenze umane, non solo comprenderà i suoi limiti ma anche le sue potenzialità come progettista. Il compito principale dell’architetto sarà creare strutture flessibili che permettano funzioni molteplici e molteplici utenti. Nelle varie fasi di esecuzione proponiamo tre nuovi modi di fare design: Progetti on-line: il contatto fisico con il cliente non è più un requisito fondamentale poiché una relazione virtuale è assolutamente fattibile. Vendita di progetti on-line: caricando progetti in rete gli utenti potranno comprare quando e quanto vogliono, in qualunque posto, secondo le proprie esigenze. Questi progetti sono regolamentati dalle leggi della “domanda e offerta” come qualsiasi altro prodotto sul mercato. Software di design on-line. Dalle case al design per interni, i progetti degli architetti potranno essere inseriti in software di nuova creazione. Il sistema costruttivo, gli spazi, i costi, l’infografica, ecc., saranno tutti elementi del design virtuale. L’ovvio beneficio è il mondo intero come zona di vendita potenziale e l’intera umanità come potenziale cliente. Questo tipo di approccio porterà all’abbassamento delle tariffe degli architetti, complice la mancanza delle spese di trasporto e della realizzazione di economie di scala durante il processo. Mentre la democratizzazione del sistema renderà i progetti degli architetti più accessibili innalzando il numero di potenziali clienti.

Traditionally the task of architects has been to predict human needs and transform them into spaces. Predicting those needs is becoming more and more complex, which results in creation of inaccurate spaces. Taking into account that the individual knows best his needs in space and time, the best possible option would be to let an individual design for himself. Architect is meant to constantly evolve. As long as he keeps on working under old project schemes he’s dead. Once the architect stops to assume the role of predictor of human needs, he will not only recognize his limits but also his possibilities of design. Designing flexible structures that allow multiple functions and multiple users will become the main task of architects. In various phases of implementation we propose three new ways of design: Projects on-line: The need of being in physical touch with the client is no longer required therefore an on-line relationship is possible. Plans sales on-line: By uploading projects on the WWW users can buy whatever and whenever they want, wherever they are according to their needs. These designs are ruled by “supply and demand” laws as any other market product. Software design on-line: From single houses to interior design, software containing the design of the architect can be created. Constructive system, spaces, prices, infography, etc. will form part of the on-line design. Benefits include the whole world as a potential territory and the greater portion of humanity as a potential client. This approach, among others, will profit from the lack of transportation costs and implementation of economies of scale and in the process will lead to lower the architects’ fees. In turn, democratization of the process makes architectural projects more affordable, raising up the number of potential clients for architects.

CURA: RIDURRE I CONSUMI: Aver cura significa consumare di meno, quindi lo sviluppo di un design bioclimatico, di un piano costruttivo ridotto, ecc., dovrà richiedere meno energia. RISPOSTA EFFICACE: Una volta che il danno è fatto, bisogna reagire con efficacia usando fonti di energia rinnovabili, materiali sostenibili, ecc.

TAKING CARE: LOWER THE DEMANDS: In order to take care the first thing is to ask for less care, therefore a Bio-Climatic design, a more reduced program, etc. will require less energy input. EFFECTIVE RESPONSE: Once the harm is done, act effectively by using renewable energies, sustainable materials, etc.

TRANSITORIETÀ: FLESSIBILITÀ: Quando l’architetto smetterà di predire le esigenze umane, non solo comprenderà i suoi limiti, ma anche le sue potenzialità come progettista. Il compito principale dell’architetto sarà creare strutture flessibili che permettano molteplici funzioni.

EPHEMERAL: FLEXIBILITY: Once the architect gives up on predicting future human needs, he will discover not only his limits but also his possibilities of design. Designing flexible structures that allow multiple functions will become the main task of architects.

RICONVERSIONE: RETRO-ADATTAMENTO: Per utilizzare uno spazio destinato ad un uso differente, bisogna trasformare lo spazio radicalmente, ma anche adattare le proprie esigenze e le proprie abitudini allo spazio stesso. Chi abita in un loft, ad esempio, deve adattare le proprie abitudini di vita ad uno spazio industriale che magari ospitava un’attività commerciale.

RECONVERTING: RETRO-ADAPTATION: In order to use a space that was designed for another purpose, one has to convert the space significantly, but furthermore, one has to adapt his needs and habits to the space. E.g: in lofts one has to adapt his living habits to the factory space that once hosted a manufacturing process.

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< CASA MANIFESTO Localizzazione / Location: CuracavĂŹ, Chile Fotografo / Photos by: Antonio Corcuera Fine lavori / Date of completion: 2009

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RICONVERSIONE RE-CONVERSION

T3ARC (MEXICO) “Per noi, la parola chiave dell’architettura contemporanea è ‘Dovere’.

“Our Key Word for today’s architecture is ‘Obligation’.

Oggi è sempre più evidente come l’architettura debba consolidare una ‘serie di doveri’ dettati dal buon senso.

Today we are aware that architecture needs to reinforce a commonsense ‘group of obligations’.

Ogni luogo ha la propria personalità, ma l’approccio è sempre lo stesso, sostenuto dalle ‘idee del dovere’ che seguono:

Each place has its own character, but needs the same approach following the ‘obligation ideas’ below:

È nostro dovere riconoscere che le Persone sono l’elemento strutturale più importante di qualsiasi edificio. È nostro dovere riconoscere che per proteggere le persone dobbiamo prima proteggere la Terra. È nostro dovere riconoscere che per conservare la memoria comune dobbiamo rispettare la storia di ogni luogo. È nostro dovere riconoscere che bisogna promuovere il rispetto tra esseri umani riconoscendo un’idea condivisa in qualsiasi contesto sociale e culturale. È nostro dovere riconoscere che dobbiamo dare delle risposte alle persone, e non all’architettura. È nostro dovere riconoscere la necessità di costruire ciò di cui le persone hanno bisogno con ciò che possiedono, e non l’opposto. È nostro dovere riconoscere che l’Architettura come idea condivisa riguarda solo lo spazio, e non il denaro o lo sviluppo economico.

It is our obligation to acknowledge that people are the most important element of any building. It is our obligation to acknowledge that in order to protect people, we need to protect the earth. It is our obligation to acknowledge that in order to maintain people’s memory we need to respect the history of the place. It is our obligation to acknowledge that we need to generate respect among us recognizing common ground at any social and cultural context. It is our obligation to acknowledge that it is the people who need a response, not architecture. It is our obligation to acknowledge that we must find the way to construct what they need with what they have, not the other way around. It is our obligation to acknowledge that Architecture as a common ground is all about space, not about money or development.

È nostro dovere riconoscere che l’Architettura è la soluzione semplice a problemi semplici di persone semplici, resa concreta da operai semplici guidati da architetti semplici.

It is our obligation to acknowledge that Architecture is a simple solution for simple problems of simple people realized by simple working people grouped by simple architects.

Io sono una persona semplice che lavora con altre persone semplici, cercando di risolvere problemi semplici di persone semplici. Vi incoraggio a percepire la necessità di essere sempre semplici, rispettandoci gli uni gli altri per proteggere il nostro habitat. I problemi degli uomini sono semplici, e prevedono soluzioni semplici. Siamo solo una delle tante specie animali del mondo, con problemi semplici da risolvere. Una privazione autentica è un arricchimento, e non significa costruire solo belle scatole bianche ma chiedere meno. Chiedere meno è fare di più. E ciò vale per tutti gli aspetti della nostra vita: chiedendo meno avremo di più.

I am a simple person working with simple people, trying to solve simple problems, of simple people. I am inviting you to see, that we must be commonly simple, respecting each other to protect our environment. The problems of men are simple, and they need simple solutions. We are just another animal on the earth, with simple problems to be solved. True less is more is not about white beautiful boxes, but about needing the less. Needing the less is more. But in all aspects of our life; by needing less we will get more.

Ci avete invitato per la nostra consapevolezza, e avreste potuto invitare chiunque con il nostro stesso sentire. E questo sentire non sta tanto nell’opera in sé, ma nel tentativo di chiedere meno, abbiamo cercato di far capire ai nostri clienti che potevano chiedere di meno, abbiamo cercato di fare meno. Per proteggere la nostra terra è nostro dovere chiedere di meno. Meno è obbligatorio”. > 1 Casa La Semilla 2 Estudio Cinco 3 - 4 Casa Materka 5 Cafe Cinco 6 Tubo Hotel Tepotzlan Fotografo / Photos by: Luis Gordoa

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You are asking us to participate and you could have invited anyone else aware of the matter. It is not about our oeuvre, it is about we been trying to need the less; we have been trying to make our clients understand that they can need less, we have been trying to do less. To protect our earth, we have the obligation to need the less. Less is imperative”.


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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

FANTASIA SULLO STATO DI NECESSITÀ E LA RADICALE BELLEZZA DEL FUTURO FANTASY ON THE STATE OF NECESSITY AND THE RADICAL BEAUTY OF THE FUTURE Francesco Morace

Corre l’anno 2212 e il nostro potente server di memoria organica ci permette di ripercorrere in un attimo il lungo cammino che ha condotto l’umanità verso l’attuale civiltà del Bello e del Vero. Bellezza e Verità: parole antiche che oggi, nel mondo del XXIII secolo, definiscono una nuova religione, cioè un modo condiviso di vivere e stare insieme. Chi l’avrebbe detto 200 anni fa che l’Italia avrebbe trionfato proprio partendo da qualità rinascimentali che a quel tempo sonnecchiavano nascoste, molto nascoste. A quel tempo dilagavano inganno e volgarità. Ma poi dal territorio cominciò una faticosa ma inesorabile cavalcata verso la riconquista: prima della bellezza, poi della verità. Intorno al 2050 fu riscoperto Tommaso d’Aquino, e la sua affermazione: non possediamo la verità, ma è la Verità - piuttosto - che ci possiede. Il crollo del sistema mediatico e la scomparsa del broadcasting per mancanza di audience, rese possibile e concreta questa visione. La successiva e definitiva scomparsa dei totalitarismi dopo l’ultima, ragionata, resistenza cinese - trascinò nel baratro intorno al 2100 le maggiori multinazionali, che ne rappresentavano l’incarnazione commerciale. La messa fuori legge del marketing nei decenni successivi e la recente abolizione del denaro con la definitiva affermazione di una economia di condivisione, ha riportato in auge l’ingegno e la creatività applicata così tipica dell’italian way. Senza un nucleo di pressione globale che orienta le scelte dei consumatori, la qualità autentica della produzione italiana è emersa con forza negli ultimi

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decenni, nel segno di un terzo Rinascimento. Del resto le prime avvisaglie erano arrivate già nel 2010 con il successo travolgente di Slow Food e Terra Madre. Una vocazione invincibile sulla quale è stato ricostruito con pazienza un paesaggio di credibilità e varietà, raccogliendo il meglio - non del lusso - ma dell’eccellenza. Facendo le cose nel miglior modo possibile. Mentre il lusso perdeva la sua verità, manipolando processi e prodotti all’insegna di una costruzione simbolica che non emozionava più nessuno: intorno al 2150 il termine “lusso” scompariva dai dizionari per mancanza di contenuto credibile. Nello stesso periodo si rivelava decisivo per le nostre sorti la costituzione del governo mondiale e la scomparsa dei politici locali che paradossalmente avevano sempre avversato l’idea di verità nella qualità, di processi produttivi autentici e irripetibili, ma troppo difficili per loro da “controllare” dall’alto. Oggi invece tutto ciò che di bello e di vero circola nel mondo ha un cuore italiano, marcando il carattere felice dell’italian way of life: dai rubinetti ai rossetti, dal cioccolato alle cucine, dai tessuti alle borse. Prodotti che si immaginava dovessero scomparire, sostituiti da chissà quali tecnologie. E che invece resistono per la loro perfezione di oggetti definitivi, troppo belli per essere messi da parte. La definitiva vittoria dell’estetica sulla funzione, che oggi ne costituisce solo una piccola parte; il trionfo dell’etica sullo status e sul prestigio. Fine dell’alta gamma e inizio di un nuovo percorso da cui è emersa l’alta intensità: un percorso inaspettato e felice che ha trionfato dopo 200 anni, compiendo la sua parabola virtuosa e arrivando a modificare il ruolo della città che ridiventa come nel Rinascimento il vero laboratorio della qualità. Il futuro immaginario ma plausibile che avete appena letto, riporta la nostra riflessione sulla capacità del progetto e dell’architettura di misurarsi con i cambiamenti paradigmatici in atto in questo momento. Il tema-chiave sembra essere il nuovo rapporto tra beni pubblici e beni privati. Il consumatore sembra lasciare sempre più spazio al cittadino e solo il pensiero progettuale a 360 gradi sembra poter fronteggiare questo mutamento sistemico. Definendo lo stato di necessità e l’urgenza di progettare il domani.

It is the year 2212 and our powerful organic memory server allows us to play back in one second the long trajectory that has taken humanity toward the current culture of Beauty and Truth: ancient words that today, in the world of the XXIII century, define a new religion, that is, a world for shared living and togetherness. Who would have said, 200 years ago, that Italy would triumph based on those Renaissance qualities, which, at that time, was slumbering away in hiding, very much in hiding. At that time, deceit and vulgarity were rife. But then, out of the country, emerged a tiring but inexorable journey toward the re-conquest of, first, beauty, and then, of truth. Thomas Aquinas was rediscovered around 2050, along with his assertion: We do not possess the truth, rather, it is the Truth that possesses us. The collapse of the media system and the disappearance of broadcasting for lack of an audience made this vision possible and real. The subsequent and definitive disappearance of totalitarianism - after final, sustained resistance from China dragged the major multinationals, its commercial counterparts, into the chaos of the 2100s. The outlawing of marketing in the decades that followed and the recent abolition of money, along with the definitive affirmation of an economy based on sharing, has brought the ingenuity and applied creativity of the “Italian way” back into fashion. Without a nucleus of global pressure to guide consumer choice, the authentic quality of Italian production has emerged in force over the last decades to represent a third Renaissance. What’s more, the first signs were already visible in 2010 with the overwhelming success of Slow Food and Terra Madre. An invincible vocation that has patiently reconstructed a landscape of credibility and variety, gathering the best - not the most luxurious - but the most excellent. Doing things in the best possible way. While luxury lost its credibility, manipulating processes and products under the banner of an image that no longer impressed anybody: around 2150 the term “luxury” disappeared from the dictionary for lack of any credible definition. The same period turned out to be decisive for our future with the constitution of the global government and the disappearance of local politicians who paradoxically always had opposed the idea of truth in quality, of authentic and singular


productive processes too difficult for them to “control” from on high. Instead, today, everything that circulates in the world that is beautiful and true is, at heart, Italian, delineating the happy character of the Italian way of life: from faucets to lipsticks, from chocolate to kitchens, from fabric to handbags. Products that were supposed to disappear, to be replaced by who knows what kind of technology. And that, instead, persist in their perfection as essential objects, too beautiful to be cast aside. The definitive victory of aesthetics over function, which today consists of only a small part; the triumph of ethics over status and prestige. The end of the top of the line and the beginning of a highly intense, new direction: unexpected and happy, that has triumphed after 200 years, completing its parabola of virtue and managing to modify the role of the city, which becomes, as it was in the Renaissance, the true laboratory of quality. The imaginary but plausible future that you have just read about reflects our thinking about the capacity of design and architecture to measure up to the paradigmatic changes that are taking place at this time. The key-theme seems to be the new relationship between public assets and private assets. The consumer seems to be leaving more and more space to the citizen and only a 360° turn in design thinking seems able to confront this systemic change. Which defines the necessity and the urgency of building tomorrow.

ABBANDONO NEGLECT Vitaliano Trevisan

Prepensionamenti, cassa integrazione lunga, aiuti vari da parte del pubblico; in qualche modo la forza lavoro viene sistemata altrove. Resta la fabbrica, abbandonata ormai da una decina d’anni. Resta la “proprietà”, quella multinazionale che preme per un cambio di destinazione d’uso, da industriale a direzionale, commerciale e residenziale, cosa che chiuderebbe definitivamente la questione nel migliore dei modi possibili migliore per loro s’intende, cioè per la multinazionale, che anziché trovarsi, come ogni anno, a dover iscrivere a bilancio una perdita, cioè le tasse che continua a pagare su uno stabilimento da tempo dismesso, potrebbe infine venderlo come terreno edificabile, realizzando l’ennesimo profitto. Sembra che l’amministrazione stia decidendo in questo senso. Del resto, dicono, che altro fare di una struttura così grande? Non tutte le fabbriche dismesse possono diventare centri culturali, su questo siamo d’accordo. Ma non per questo, mi dico, mentre sono ormai giunto alla fine della mia passeggiata notturna, devono per forza diventare dei centri commerciali e direzionali e residenziali. Mi sembra che il territorio, e intendo qui l’intero cosiddetto Nordest, ne sia già saturo. Se almeno costruire e ristrutturare qui, salvasse la poca campagna rimasta! Ma no, non è così: le nuove varianti al P.R.G. si vanno già attuando, giusto, causa crisi, un po’ più lentamente del previsto. La parola crisi andrebbe analizzata più nel profondo, ma non è questo il luogo adatto, se le pagine sono un luogo, e credo di sì, o almeno così è per me. Ci basti sottolineare, di passaggio, come questa crisi, a differenza di tutte quelle precedenti, dia l’impressione di essere davvero qualcosa di completamente diverso, come se al ronzio colossale, proprio del funzionamento della macchina sociale nel suo complesso, si andasse aggiungendo un suono nuovo, che viene dal profondo, segno che a essere in crisi è il cuore stesso della macchina. Da qui, da questa vibrazione profonda, il percepibile senso di disagio, di incertezza, di stupore, di paura, che comincia a intaccare quella

fede nel lavoro che sembrava, fino a qui, incrollabile. Anche nelle menti più ottuse si fa strada il dubbio: “Forse, aver voglia di lavorare non è più sufficiente. Forse il lavoro, per come lo si è inteso finora, non è adatto alla situazione”. Non è più possibile fare della congestione, dello spazio e del tempo, il motore di crescita. Non qui e non ora. Ma è inutile: il vuoto politico continua a seguire l’inerzia, cosa d’altra parte inevitabile, essendo vuote le teste dei politici che lo alimentano, e perciò, altrettanto inevitabilmente, essendo vuote le teste di chi li ha votati1. In questo Comune le cose sono sempre andate così. Non solo in questo Comune. Ma restando a noi, non c’è da sbagliarsi: inerzia e vuoto significano nuove lottizzazioni, nuove case, nuovi piccoli e grandi centri commerciali, nuove rotatorie, e tutto quel che serve perché la betoniera continui a girare. Per la fabbrica abbandonata, là dove ebbe inizio quel che comunque, anche nella decadenza e nell’inerzia, non è ancora finito2, avrei una proposta. Naturalmente mi guardo bene dal proporla; e poi a chi? Però però, la congiuntura, il fatto che ci siano già più case di quante effettivamente ne servano, e anche più capannoni di quanti ne servano, e già tanti centri commerciali, grandi e piccoli, e in definitiva così tante merci, tante di più di quante ne servano, che c’è da chiedersi se ci sia ancora qualcuno disposto a comprarle, tutto questo insieme mi fa ben sperare. La fabbrica potrebbe restare così, abbandonata, ancora per anni, forse decenni. Perché diventi una piccola foresta ne basterebbero una trentina. Dunque la mia proposta politica, che enuncio qui e ora, nel cuore della notte, è: non fare assolutamente nulla. Lasciare la proprietà della fabbrica alla multinazionale che, prima di abbandonarla, l’ha accuratamente sventrata, trasferendo tutti i macchinari altrove. Della proprietà privata, che com’è noto è sacra, ce ne fottiamo; anzi, che resti privata ci fa giuoco: garantisce al sito l’isolamento necessario, permettendogli di evolversi seguendo i ritmi della natura, quel concetto espresso dal noto scrittore di montagna, in canottiera e bandana, nel suo recente incontro con la cittadinanza, su cui tutti, maggioranza e opposizione, si erano detti d’accordo. Inoltre, la multinazionale continuerebbe a pagare le tasse di proprietà, com’è giusto, visto che ne ha la

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

proprietà; che non voglia farci niente, non sono affari nostri. Perciò signori, anche pensando ai nostri figli, o meglio ai vostri, dato che chi scrive, grazie a Dio, non si è riprodotto, proponiamo per l’area dell’ex fabbrica un Progetto di Abbandono, finalizzato alla sua riforestazione spontanea. Pochi decenni e, comunque vada, la nostra parte di periferia diffusa potrà contare su un cosiddetto polmone verde e, al tempo stesso, i suoi abitanti potranno visitare le rovine della fabbrica e riflettere così sulla propria storia, sul concetto di lavoro da cui tutto ha avuto inizio, sulla propria identità e tutte le varie cazzate politicoculturali che dovrei dire per chiudere bene il discorso se fossi un politico. Però, l’idea della foresta mi tranquillizza. È ora di tornare a casa. Un ultimo sguardo. Sul muro di cinta della fabbrica abbandonata, spray bianco su fondo grigio, due scritte:

6 STUPENDA T.AMO - 6 UN TESORO T.VOGLIO Dunque, mi dico, c’è ancora qualcuno che si aggira furtivo nella notte! Certo, non sono più le scritte di una volta, ma il caso, a volte, lavora benissimo.

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LdA: Non volendo offendere nessuno, specifico: il vuoto è vuoto politico in sé e per sé - vedi Pasolini, Scritti Corsari, mentre le teste sono vuote in quanto politiche, ma non necessariamente per sé. 2 NdA: Vale per il paese come per l’autore.

Forced early retirement, long redundancy payments, various public subsidies; somehow the workforce is transferred elsewhere. Only the factory remains, abandoned over a decade ago. What remains is the “property”, with the corporation pushing for a change of use, from industrial to office, commercial and residential, which would finally end the matter in the best possible way – the best for them that is, the corporation, who might finally sell the property at a profit, a building area, instead of posting a loss on the balance sheet and paying property tax on a plant decommissioned long ago. Looks like the council is coming around to this. After all, what can you do with such a large building? Not all abandoned factories can become cultural centers, we

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all agree on that. But that doesn’t mean, I tell myself as I complete my nightly stroll, that they must turn into shopping malls, offices and condos. I think the territory, and I mean all of the so-called “northeast”, is already saturated with them. If only developing and renovating here could mean the preservation of what little countryside is left! But no, that’s not to be; due to the crisis, the latest town master plan changes are coming along just a little more slowly than anticipated. The word crisis should be analyzed in depth, but this is not the place, inasmuch as pages represent a place, and they do, in my opinion. Let’s just point out, in passing, how this crisis, unlike all those before it, looks totally different, as if the colossal buzz, pertaining to the operation of the social machine as a whole, is joined by a new sound, coming from the deep, meaning that the machine’s very heart is in crisis. From this deep vibration comes the perceptible uneasiness, the uncertainty, the daze and fear threatening to eat into the faith in work that, until now, seemed unwavering. Doubt creeps even into the most obtuse minds: maybe, just wanting to work is not enough anymore. Maybe work, as we mean it, no longer cuts it. We can’t turn congestion, of space and time, into a driver for growth. Not here, not now. But it’s no use: political void inevitably follows inertia, because devoid of thought are the heads of politicians fueling it, and just as inevitably, devoid of thought are the heads of those who voted them in1. That’s how it’s always been in this precinct. No, not just in this precinct. But, back to us. Make no mistake: inertia and void mean new subdivisions, new houses, new malls, big and small, new roundabouts, and whatever is needed to keep the cement mixer moving. I have a proposal for the abandoned factory, the place where it began, and where it’s not over yet2, inertia and decadence notwithstanding. But I know better than to say it aloud. To whom, anyway? Still, the trend, what with the fact that we have more houses than we need, and more warehouses, and malls, big and small, and ultimately many more goods than we need, I wonder who’s going to buy them at all, all this gives me hope. The factory may remain neglected for years, decades even. It would take thirty

years to turn it into a little forest. So, my my political proposal, which I enunciate here and now, in the dead of night, is: do absolutely nothing. I’d leave the factory to the corporation, who accurately picked it clean, moving all machinery elsewhere before bolting. We don’t give a damn about private property, which is notoriously sacred; in fact, we’re happy to keep it private. It guarantees the site the necessary isolation, and allows it to evolve following nature’s rhythms, as that mountain writer, the one in the tank top and headscarf, said in front of all citizens, and everybody, majority and opposition, agreed. Furthermore, the corporation would continue to pay property tax, which is only fair, as it owns the place. The fact that it wants to do nothing with it is none of our business. So, gentlemen, thinking also of our children, or your children, more specifically, as the author, thank God, has not reproduced, we propose for the former factory site a Project of Neglect, for the purpose of spontaneous reforestation. In a matter of a few decades, come what may, our piece of suburbs will sport a socalled green lung, and at the same time the population will be able to visit the factory ruins and thus reflect on its history, on the concept of work, from which all began, on its identity and other miscellaneous cultural-political bullshit I’d have to add to wrap up the speech if I was a politician. Still, the idea of a forest is calming. Time to go home. One last look. On the perimeter wall of the abandoned factory, two phrases, spray-painted white on gray: U R WONDERFUL LUV U - U R PRECIOUS WANT U So, I tell myself, someone still furtively creeps in the night! Of course, it’s not the writing it once was, but chance, sometimes, works great.

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I mean to offend no one specifically: the void is a political void in itself – see Pasolini, Scritti Corsari – whereas heads are devoid of thought because they are political, not in itself. 2 I mean this both for the country and the author.


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TORIETÀ TRANSITORIETÀ “La cultura oggi non è più una cultura dell’essere, è una cultura del divenire; ed in una cultura del divenire l’asse fondamentale non è più lo spazio neppure per l’architettura […]” (D. Formaggio). Al tempo viene riconosciuto il valore di prezioso strumento di radicamento e di relazione tra l'uomo e il mondo, ovvero tra le forme dell'architettura e il senso dei luoghi all'interno dei quali queste architetture vanno ad inserirsi. La frammentarietà e la mutevolezza dei tempi del presente introducono delle nuove possibilità di senso per l’architettura oggi. Il contenuto profetico del progetto si trova a scontrarsi con l’enorme difficoltà nel prevedere e guidare evoluzioni tanto frammentate quanto individualizzate. La firmitas dell’architettura realizzata si confronta con la rapide trasformazioni di modi d’uso e desideri dell’utente. La velocità con cui cambiano gli stili di vita e i riferimenti introduce un tempo contratto sia nello sviluppo del pensiero progettuale, sia nella fruizione degli edifici e degli spazi realizzati. L’architettura cammina sul filo teso tra durata ed effimero.

TRANSIENCE “The culture of being is now the culture of becoming; in the culture of becoming the main axis is no more the space, not even for architecture […]” (D. Formaggio). “Time” is a precious tool for creating a relationship between man and the world, between the architectural shapes and the “meaning of the places” where architecture defines its function. The fragmentary and changeable character of our time can even add more meaning to architecture. The prophetic content of the project can clash with considerable difficulties in forecasting and guiding the fragmented and individual evolution. The firmitas of existing architecture must meet the rapidly changing requirements and methods of users. The speed at which lifestyles and references change introduces contracted time in the architecture project and in the use of buildings and built-up spaces. Architecture walks the thin line between life-long and the ephemeral.

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Studio/Progettista Designer carlo Deregibus Impresa General contractor Studenti della Design Unit “Struttura e forma costruttiva”, Politecnico di Torino, Architettura 1, 2007, Docenti proff. Maarten Jansen, Mario Sassone Committente Client comune di Baldissero Torinese (TO) Localizzazione Location Baldissero Torinese, Piemonte Cronologia del progetto Project gennaio-luglio 2007 Cronologia del cantiere Construction Ottobre 2007 Dati dimensionali Dimensional data 35 m2 Costo dell'opera Cost 3.650 €

ESCARGOT PADIGLIONE ESPOSITIVO TEMPORANEO ESCARGOT TEMPORARY EXHIBITION PAVILION Per l’architettura, lo stato di necessità è una aspirazione, più che una problematica genesi oggi credibile solo in precisi contesti. Quando il progetto costruito appare riuscito, qualunque cosa questo possa significare, allora arriverà a manifestare la propria regola interna, dimostrandosi in effetti necessaria, come se la sua esistenza fosse inevitabile.

For architecture, the state of necessity is something to aspire to rather than a source of problems, today really true only in certain defined contexts. When the built project appears well-made, whatever that may mean, it makes its own inner rules, proving to be to all effects and purposes necessary, as if its existence was inevitable.

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Un padiglione temporaneo vive in una duplice dimensione temporale. Da un lato, la sua durata è progettata per essere breve, dall’altro il suo effetto può distendersi nel tempo, nella ritenzione della memoria. Transitorietà e permanenza. Transitorietà è permanenza. Questo era il mandato del progetto, nato entro una collaborazione tra il comune di Baldissero Torinese e la Facoltà di Architettura 1 di Torino. Un’occasione di sperimentazione dalle condizioni intrinsecamente interessanti: dimensioni ridotte, limitata durata nel tempo, basso budget, rapidità di montaggio, possibilità di riutilizzo. E naturalmente, forte impatto scenografico. Nato come tesi magistrale, il progetto è diventato un workshop di costruzione che ha coinvolto gli studenti della Laboratorio “Struttura e forma costruttiva”. Il risultato, nominato “Escargot” per la sua forma, è un esempio puro di Non-Standard Architecture: una struttura sperimentale prototipata prima a Lione, e poi ricostruita a

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Baldissero nell’ottobre 2007. A ogni scala, il progetto si è confrontato con i limiti della contingenza: infatti la necessità di un’auto-costruzione obbligava a ridurre al minimo gli apparati tecnologici e la complessità costruttiva, ovvero quegli aspetti che normalmente rendono la cosiddetta “free-form architecture” estremamente complessa, costosa, slegata dal mondo costruttivo della produzione, e infine clamorosamente priva di una pareysoniana regola interna di necessità. Questi limiti hanno portato a soluzioni sperimentali: le esplorazioni formali erano condotte a livello della struttura completa come del dettaglio, in un continuo processo circolare di ridefinizione. La ricerca della massima semplificazione ha indotto a cercare di usare solo curve che avessero tra loro determinati rapporti geometrici, e la soluzione del problema è stata lo studio delle curve geodetiche: oggetti matematici piuttosto poco approfonditi, invero, e di cui mai erano state indagate le connessioni con le questioni strutturali. Questa ricerca multidisciplinare, scaturita da

esigenze costruttive e progettuali, ha condotto all’uso congiunto di diversi sistemi progettuali, in un processo effettivamente Non-Standard. Da un lato infatti nessun software attuale è in grado di tracciare correttamente le curve geodetiche, che possono solo essere intuite attraverso l’uso di schizzi e modelli fisici. Dall’altro, esse non possono nemmeno essere comunicate attraverso elaborati tradizionali: per questo, gli unici elaborati progettuali sono state tabelle di dati. Partendo da strisce di legno (battiscopa riciclati di lunghezza fissa), le tabelle stabilivano semplicemente i punti di foratura e gli accoppiamenti. La geometria formale era in continuo mutamento nelle otto ore della costruzione, arrivando a fissarsi solo al suo compimento. Unendo una necessità di semplicità a una scenografica, una economica e una di rapidità, al progetto così viene così assegnato il suo primitivo ruolo predittivo e programmatico di svelamento di potenzialità non altrimenti esplorabili.


A temporary pavilion lives in a double dimension of time. On the one hand, it is designed to have a short lifecycle. On the other hand, its effect can last over time, etched in memory. Impermanence and permanence. Impermanence is permanence. This was the mandate of the project, which originated out of cooperation between the municipality of Baldissero Torinese and the School of Architecture of Turin. An opportunity to experiment in intrinsically interesting conditions: reduced dimensions, limited in time, restricted budget, rapid assembly, possibility of re-use. And, naturally, a strong visual impact. Born as a master thesis, the project became a building workshop which involved students from the “Structure and type of construction” Design Unit. The result, which was called “Escargot” due to its shape, is a pure example of Non-Standard Architecture: an experimental structure first prototyped at Lyon (France) then rebuilt in Baldissero in October 2007. At each stage, the project ran into the limitations of contingency: In fact the need for self-

construction required the least possible number of technological devices and the lowest possible manufacturing complexity, factors that usually render so-called “free-form architecture” extremely complicated, expensive, disconnected from the world of construction production, and, finally, blatantly lacking any internal rule of necessity. These limitations led to experimental solutions: formal explorations were conducted both regarding the whole structure and construction details, in a continuous circular process of redefinition. Shape analysis suggested the use of particular geometric properties to make the construction as simple as possible: geodesic curves - relatively uninvestigated and never in connection with the structural issues - were found to be a possible solution. Multidisciplinary research, which grew out of construction requirements and design, was carried out by using several tools, in a truly nonstandard process. No software is currently able to correctly follow geodesic curves, which can only be discerned through the use of sketches and physical models. Second, these curves

cannot even be reproduced in traditional plan/section drawings. Consequently, numeric tables, instead of drawings, were used to define the working plan. Starting from strips of wood (recycled baseboards), the tables indicated the location of perforations and joints. The shape of the pavilion continuously changed throughout construction of the pavilion, which lasted for about eight hours, only arriving at its final configuration at the end of the process. By combining the need for simplicity and wonder, economy and speed, the project fulfilled its primitive pioneering purpose: to reveal the potential of previously unexplored possibilities.

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OMA (THE NETHERLANDS) 24HOURS MUSEUM

24HOURS MUSEUM

Può l’architettura dare forma e vita ai luoghi anche solo per lo spazio di un giorno? E nello stesso giorno può vivere diverse vite?

Can architecture create new places and shape them for just for one day? Can architecture live different lives in a single day?

Il “24h Museum” è rimasto aperto per sole 24 ore, da martedì 24 gennaio, fino a mercoledì 25 gennaio. È stato allestito nel Palais d’Iéna, lo storico edificio costruito da Auguste Perret tra il 1936 e il 1946, oggi sede del CESE (Comitato Economico, Sociale e Ambientale), la “terza Camera” francese.

The “24h Museum” opens in Paris on Tuesday 24 January for 24 hours only, till Wednesday 25 January, in the historic Palais d’Iéna, the building designed by Auguste Perret between 1936 and 1946, today home of CESE (Conseil économique, social et environnemental), the French ‘third Chamber’.

Con il progetto “24h Museum”, AMO riflette sul ruolo del museo come “laboratorio sociale”, analizzando diverse forme di spazi espositivi e gli eventi che essi regolano: dai classici musei del XVIII secolo, agli “strumenti propagandistici” come la Haus der Kunst a Monaco, voluta da Hitler; da semplici depositi d’arte a cubi bianchi minimalisti; e infine alla commercializzazione dei musei pubblici. Invece che adattare l’imponente e modernista Palais d’Iéna ad una sola tipologia di spazio museale, AMO propone tre differenti stili: sperimentale, classico e informale. Il risultato è un collage di spazi dalle diverse misure e qualità: un “museo globale”, immaginario e transitorio, in cui scandire 24 ore con una sequenza di eventi.

For the 24h Museum AMO reflects on the idea of the museum as a “social laboratory”, investigating different kinds of exhibition spaces and the rituals they frame: from classic 18th century museums to “propaganda machines” such as Hitler’s Haus der Kunst in Munich; from informal art storages to pristine white cubes; and, finally, to the commercialization of public museums. Instead of one single type of exhibition space for the monumental modernist Palais d’Iéna, AMO proposes three different moments: experimental, classic, informal. The result is a collage of spaces of diverse size and quality: an imaginary and ephemeral “total museum” that hosts the sequence of rituals unfolding through the 24 hours.

1. Sperimentale e contemporaneo Lo spazio più ampio dell’intera mostra. Un’enorme gabbia di neon rosa trasforma lo spazio in una navata psichedelica di metallo e cemento. Qui erano esposte la maggior parte delle “statue” dell’artista Francesco Vezzoli e si è tenuta la cena privata d’inaugurazione.

1 Experimental and Contemporary The biggest part of the installation. A monumental pink neon cage turns the main space into a psychedelic concrete and metal nave. It hosts the majority of the artist Francesco Vezzoli “statues” and the private dinner.

2. Classico e propagandistico La scala principale in cemento è sormontata da una sola straordinaria statua. Subito dietro, tre tende di velluto rosso attraverso cui accedere all’area cocktail. 3. Deposito o Salon des Refusés Spazio ispirato dai classici archivi museali: inaccessibili ma inestimabili. Situato in un’area nascosta del piano terra, ospitava una discoteca in scala ridotta. Per accedervi bisognava superare delle tende di velluto verde e vi si potevano ammirare altre reliquie immaginarie in stile Vezzoli. Il “24h Museum” è stato inaugurato il 24 gennaio con una cena a inviti, e alle 23.00 ha assunto l’aspetto di un disco-pub. Il giorno seguente, il museo è stato aperto al pubblico dalle 07.00 alle 12.00 e dalle 14.00 alle 16.30. Nel pomeriggio sono state tenute delle visite guidate per le scuole e la chiusura è stata salutata con un vernissage dalle 18.30 alle 20.30. Dopodiché, finito il periodo di 24 ore, il “24h Museum”, ideato da Francesco Vezzoli in collaborazione con AMO, ha chiuso per sempre.

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2 Classic and Propagandistic The main concrete stair features one special statue with a background of three huge red curtains. For the cocktails. 3 Storage or Salon des Refusés Inspired by inaccessible but precious museum archives, and located in a hidden part of the ground floor, this space will be used as a small scale disco. It’s accessible through layer of stretched green velvet, and it features imaginary relics of Vezzoli’s art. The “24h Museum” opened on 24 January with an invitation-only dinner. At 11.00 pm it was turned into a disco-club. The next day it opened to the public from 7.00 am to 12.00 pm and from 2.00 pm to 4.30 pm. Some guided tours for schools took place in the afternoon, followed by a closing vernissage from 6.30 pm to 8.30 pm. When the 24-hour period ended at 8.30 pm on 25 January 2012, the “24h Museum” created by Francesco Vezzoli and AMO closed.


< 24HOURS MUSEUM Localizzazione / Location: Paris, France Fine lavori / Date of completion: 2012 Fotografo / Photos by: OMA, Phil Meech, Agostino Osio

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

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ALCUNE NOTE INTORNO ALL’HABITAT D’EMERGENZA SOME REMARKS ABOUT EMERGENCY HABITATS Luca Gibello

La mia formazione di architetto si è quasi subito indirizzata verso lo studio della storia della cultura disciplinare nel Novecento, intrecciandosi poi, nelle ricerche successive e nel lavoro al “Giornale dell’Architettura”, con gli ambiti della critica. Provo quindi a rintracciare, in estrema sintesi, un filo rosso che colleghi alcune esperienze storiche con alcune condizioni attuali, in coerenza con i temi della mostra. M’interessa cioè storicizzare il termine “transitorietà”, riconducendolo a episodi indagati durante la mia tesi di dottorato, avente per oggetto l’operato di Le Corbusier negli anni a cavallo della seconda guerra mondiale. Nella penuria di risorse che connota la Francia agli esordi del conflitto bellico, con la drammatica disfatta e l’inglorioso regime di Vichy che ne segue, egli mette a punto e pubblica Les constructions Murondins, sorta di manuale d’istruzioni che non scorda tuttavia una teoresi di fondo sul significato archetipico dell’architettura. Un progetto realizzabile in autocostruzione da maestranze non specializzate con muri in mattoni di terra cruda e travi lignee ricavate da tronchi scortecciati, destinato a ospitare campi della gioventù così come sinistrati o profughi di guerra. Eppure, proprio in virtù di quella riflessione teorica, la proposta è semplice ma non banale: si riconosce la chiarezza di sistema, la logica distributiva e di gerarchizzazione delle parti e, finanche, una certa velleità compositiva. L’architettura, dunque, c’è, ed è dettata dalla necessità, che nella circostanza significa tempi stretti, risorse scarse, capacità operative limitate. E altri sono i progetti elaborati dal maestro di origine svizzera nel medesimo frangente, tutti connotati dall’orizzonte contingente della

temporaneità degli usi: dalle “scuole volanti” ai baraccamenti prefabbricati. Ma, in quest’impegno, vanno ricordati altri protagonisti che hanno talvolta collaborato con lui e che, indipendentemente, hanno poi continuato a dedicarvisi anche con maggiori energie: dal cugino Pierre Jeanneret, sempre troppo a torto negletto, alla straordinaria Charlotte Perriand, a Marcel Lods, al costruttore ma “architetto in spirito” Jean Prouvé (i cui pezzi, forgiati dalle sue officine, per un’ironia della storia oggi segnano quotazioni folli in un mercato del modernariato del tutto avulso da quelle istanze). Oggi, il tema della transitorietà, della temporaneità e dell’indeterminatezza degli usi è centrale se pensiamo ai rifugiati, ai profughi, ai migranti, al fine di migliorare, ovunque - nei territori di provenienza o in quelli di approdo -, le condizioni di vita e, quindi, di convivenza. Come quasi tre quarti di secolo fa, trattasi sempre d’un tema d’architettura, di là da qualsiasi approccio umanitario. E i risvolti non sono solo quelli, ovvi, sul piano psicologico e sociale legato all’accoglienza e all’habitat, ma possono anche essere quelli legati alla sperimentazione tecnica e tecnologica: il “saper fare bene con poco, e meglio con meno”. Vale per la messa a punto di sistemi costruttivi, come di materiali da costruzione derivati dal riciclo e riuso di altri materiali o di scarti di lavorazione. Un ambito significativo, che potrebbe attivare forme di trasferimento “all’inverso”, ovvero da settori con basso capitale d’investimento all’edilizia corrente. D’altronde il riciclo e il riuso incrociano, in un’accezione allargata, un’altra parola chiave individuata dalla rassegna: “riconversione”; nel senso del recupero del costruito, della riscrittura di spazi già antropizzati in attesa di trasformazione. Per sovrapporre o aggiungere segni ai segni; perché la storia non è tale se è non l’esito di (necessarie) stratificazioni.

My architectural education almost immediately turned towards the study of the history of the culture of this discipline in the 20th century, and then, in my subsequent research and during my work with the Giornale dell’Architettura, towards the fields of criticism. So I am going to try, extremely briefly, to go back along the thread that

connects some historical experiences with present conditions, in line with the theme of the exhibition. This is to say that I am interested in putting the term “ephemerality” in its historical context, relating it to some episodes that I investigated during my doctorate, whose subject was Le Corbusier’s work during the years astride the Second World War. During the penury of resources that was a feature of France when fighting started, followed by the dramatic defeat and the inglorious Vichy regime, Le Corbusier finished off and published Les constructions Murondins, a kind of handbook in which, nevertheless, the author takes the trouble to include some basic speculations on the archetypal significance of architecture. A design that can be executed by labourers working on their own with raw brick walls and wooden beams hewn out of stripped tree trunks intended for youth camps, disaster victims or war refugees. And yet, precisely because of these theoretical reflections, the proposal is simple but not banal: you can make out the clarity of the system, the thinking behind the layout and the relative importance of its parts and even some ambitious touches in composition. Architecture was there, then, and it was dictated by necessity, which in this case meant short timescales, scarce resources and limited operational capacity. And there were other projects worked out by the Swiss master in the same circumstances, all bearing the signs of the contingent horizon of temporary use: from “flying schools” to prefabs. But we should mention other architects that sometimes collaborated with him in this kind of work, and, independently, afterwards went on devoting themselves to this field, and with even greater energy: his cousin Pierre Jeanneret, always too unjustly overlooked, the extraordinary Charlotte Perriand, Marcel Lods, Jean Prouvé, the constructor but “architect in spirit” (his pieces, forged in his workshops, are now quoted at crazy prices, by an irony of fate, in a modern antiques market completely removed from the demands of those times). Now the themes of ephemerality, temporality and indeterminate use is a central one if we think of refugees, displaced persons and migrants and want to improve their conditions of life, and therefore of their co-existence, in their places of origin or the places at

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STATO DI NECESSITÀ MATTER OF NECESSITY

which they are swept ashore. As was the case almost three-quarters of a century ago, this is still an issue for architecture, apart from any humanitarian approach. And the implications on the psychological and social level connected with reception and habitat are not the only ones, because there are others that may be related to technical and technological experimentation: “being able to do things well with few resources, and better with even fewer”. This applies to the preparation of construction systems, like building materials derived from recycling and the re-use of other materials or manufacturing rejects. This is a substantial field, which could give rise to forms of “inverse” transfers, i.e. from sectors with a low level of capital investment to the normal building sector. Moreover recycling and re-use, in a broader sense, bring to mind another key word that is suggested by the exhibition: re-converting, in the sense of the recovery of something that has already been built, of a change in the use of spaces that have been employed for a specific purpose, and that are awaiting transformation. This means superimposing signs over other signs, or adding signs to signs, because history is not history if it is not the outcome of (necessary) stratifications.

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Siamo particolarmente grati a Special thanks to • Flavio Albanese • Ethel Baraona Pohl • Giovanna Borasi • Gaetano Rametta

Siamo riconoscenti a tutti gli studi e relatori che hanno accettato l’invito a partecipare We are grateful to all architectural firms and lecturers that have accepted the invitation to participate

Infine, un grazie sincero a Finally, sincere thanks to • Art Work Studio • Associazione Culturale di Fotografia e Arti multimediali “Frequenze Visive” • Silvia Barzon • Claudia Brigato • Lorella Di Vilio • Pietro Drapelli • Simona Malerba • Nicola Maniero • Fabio Marini • Erika Pasa • Redazione di “Stilelibero” • Janet Sethre • Tecnoluce • Irene Tosetto • Michela Turrin

www.architettando.org


Lo sviluppo di questo progetto è stato reso possibile grazie anche alla fiducia di alcuni imprenditori che nonostante lo stato di necessitĂ credono ancora allâ&#x20AC;&#x2122;urgenza di progettare il domani. This project has been developed thanks to the support of some entrepreneurs that, despite the actual state of necessity, still believe in the urgency of building tomorrow.

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MAIN SPONSOR

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CELENIT S.P.A. Via Bellinghiera, 17 35010 Onara di Tombolo (PD)

Tel. 049 5993544 Fax 049 5993598 www.celenit.com

AERNOVA S.P.A. Via Vignale, 29/31 35014 Fontaniva (PD)

Tel. 049 9401990 Fax 049 5974877 www.aernovaspa.it

PUNTO TRADUZIONI Stradella dell'Officina, 7 35013 CITTADELLA (PD)

Tel. 049 5975777 Fax 049 9401444 www.puntotraduzioni.com

O.R.V. Ovattificio Resinatura Valpadana S.P.A. Via Regina Elena, 39 35010 Grantorto (PD)

Tel. 049 9421600 Fax 049 9421777 www.peruzzoindustries.com


SPONSOR

BASSO ARREDAMENTI S.N.C. Via Sole, 15 36056 Belvedere di Tezze sul Brenta (VI)

Tel. 0424 560321 Fax 0424 561560 www.bassoarredamenti.it

BASSO ARREDO DESIGN Via G. B. Tiepolo, 10 36019 Tombolo (PD)

Tel. 049 9471048 Fax 049 9479063 www.bassoarredamenti.it

VITREA by Camu S.R.L. Via dell’Artigianato, 20 36050 Bressanvido (VI)

Tel. 0444 660700 Fax 0444 660728 www.vitreaitalia.it

GM TERMOIDRAULICA Via IV Novembre, 1 36056 Tezze sul Brenta (VI)

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ANGELO GABRIELLI S.R.L. Via L. da Vinci, 25 35015 Galliera Veneta (PD)

Tel. 049 5968844 Fax 049 9470157 www.angelogabrielli.it

C.E.CAR S.P.A. Via Spessa, 13 35013 Carmignano di Brenta (PD)

Tel. 049 5957100 Fax 049 5957897 www.cecarspa.it

WALL IDEAS S.R.L. Via dei Gelsi, 14 86039 Termoli (CB)

Tel. 0875 442049 Fax 0875 726003 www.h2art.it

VENPA S.P.A. (sede legale) Via dell’Industria, 7 30031 Dolo (VE)

Tel. 199 303047

VENPA S.P.A. (filiale) Via Postumia, 21 35010 Carmignano di Brenta (PD)

Tel. 199 303047

INPEK S.R.L./GmbH Via Val di Vizze, 57/E 39049 Prati/Vipiteno (BZ)

Tel. 0472 760576 Fax 0472 763575 www.inpek.it

CONEMAR SHIPPING AND CHARTERING S.R.L. Palazzo Morello, Stradella Nico d’Alvise, 10 35013 Cittadella (PD)

Tel. 049 5972286 Fax 049 9401521 www.conemar.it

OSTERIA AL PORTEGO Via Pozzetto, 122 35013 Cittadella (PD)

Tel. 049 9403383 Fax 049 9403383 www.osterialportego.it

KUBICO S.R.L. Via Trento, 16 35018 San Martino di Lupari (PD)

Tel. 049 5953364 Fax 049 8598053 www.kubicosrl.it

ARTE ARREDO S.R.L. Via Trento, 16 35018 San Martino di Lupari (PD)

Tel. 049 5952239 Fax 049 8598052 www.artearredodesign.it

cri.gmtermoidraulica@libero.it

www.gruppovenpa3.it

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SOMMARIO CONTENTS

41 COMPLESSITÀ COMPLEXITY 63 CURA CARE 103 ETEROTOPIA HETEROTOPIA 113 INCONTRO MEETING 163 RICONVERSIONE RE-CONVERSION 205 TRANSITORIETÀ TRANSIENCE 28

SCATTO DI NECESSITÀ THE NEED TO PHOTOGRAPH

35

UN TEMPO PER “FARE” E UN TEMPO PER PROGETTARE IL DOMANI A TIME FOR DOING, A TIME FOR BUILDING TOMORROW Paolo Simonetto

37

MANIFESTO Architettando Associazione Culturale

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LA CONDIZIONE NECESSITANTE DELL’ARCHITETTURA ARCHITECTURE’S NEEDY CONDITION Flavio Albanese

54

STATO DI NECESSITÀ L’URGENZA DI PROGETTARE IL DOMANI MATTER OF NECESSITY THE URGENCY OF BUILDING TOMORROW Ethel Baraona Pohl

55

DAL PROGETTO ALLA DE-PROGETTAZIONE FROM PROJECT TO DE-PROJECT Gaetano Rametta

58

NECESSITÀ MONUMENTALE NEL PAESAGGIO DELL'ABBANDONO MONUMENTAL NEED IN THE LANDSCAPE OF ABANDONMENT Beniamino Servino

89

RESILIENZA: L'ADATTAMENTO DELL'UOMO ALLA CRISI AMBIENTALE RESILIENCE: THE HUMAN RACE’S ADAPTATION TO THE ENVIRONMENT CRISIS Luca Mercalli

93

DA LOGOS A OLOS FROM LOGOS TO HOLOS Sergio Pascolo

95 SOPRAVVIVENZA: UN CAMBIO DI PARADIGMA SURVIVAL: A CHANGE IN PARADIGM Andrea Robezzati 99 ARCHITETTURA COME BELLO NECESSARIO ARCHITECTURE AS NECESSARY BEAUTY Davide Scapin 111 LUOGHI DELLA CITTÀ PLACES OF THE CITY Massimo Ferrari 147 NECESSITÀ NECESSITY Adone Brandalise 150 ARCHITETTURA NEL TERZO MILLENNIO ARCHITECTURE IN THE THIRD MILLENNIUM Mauro Galantino 159 THE CITY TALKS TO ME Carlo Ratti 200 FANTASIA SULLO STATO DI NECESSITÀ E LA RADICALE BELLEZZA DEL FUTURO FANTASY ON THE STATE OF NECESSITY AND THE RADICAL BEAUTY OF THE FUTURE Francesco Morace 201 ABBANDONO NEGLECT Vitaliano Trevisan 215 ALCUNE NOTE INTORNO ALL’HABITAT D’EMERGENZA SOME REMARKS ABOUT EMERGENCY HABITATS Luca Gibello

€ 30,00 ISBN 978-88-906968-0-0

stato di necessità matter of necessity  

L'urgenza di progettare il domani. The urgency of building tomorrow. 4° rassegna di opere di architettura. Palazzo Pretorio Cittadella (PD)...

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