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PROFESSIONE

VETERINARIA 82000

MENSILE DI AGGIORNAMENTO PROFESSIONALE

EDIZIONI SCIVAC - Anno 10, numero 8, mensile, agosto 2000 Spedizione in abbonamento postale - 45% Art. 2 comma 20/b-Legge 662/96 - Filiale di Piacenza Concessionaria esclusiva per la pubblicita EDIZIONI VETERINARIE E.V. srl - Cremona

(in questo numero:)

Un fenomeno “nuovo” e stimolante per la veterinaria italiana.

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Prima pagina Medicina non convenzionale: tra scienza e mito

Rubrica Legale A proposito di consenso informato

Dall’Europa Farmaci e MRL

dalla FVE Newsletter

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Speciale Medicine non Rubrica Fiscale Convenzionali La nuova disciplina dei reati tributari: Il Problema Medicina 2a parte Alternativa Verso una regolamentazione della MNC Il medicinale omeopatico: Riflessioni innocuo o rischioso? Le ragioni delle terapie Medici Veterinari e Società alternative, gli aspetti Contemporanea medico legali e le

Lettere al Direttore

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a cura di Carlo Scotti

27 Dalle Associazioni I prossimi appuntamenti della SIVE

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Attualità In Rete Dalle Aziende La Babele dei farmaci La posta elettronica: a cura della redazione equini seconda parte

‘‘ di Marco Eleuteri

Medicine non convenzionali: tra scienza e mito

Omeopatia, Agopuntura, Fitoterapia, Fiori di Bach, questi alcuni dei settori professionalizzanti.Tutto il settore veterinario “normato” finora dal solo D. L.vo n° 110 del marzo 1995, relativo ai medicinali omeopatici di Fabrizio Pancini

di Fabrizio Pancini

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l’editoriale

Beneficio del dubbio All’interno di questo numero di Professione Veterinaria viene trattato un argomento che vede da anni un dibattito aperto in seno alla Classe veterinaria, ovvero l’efficacia o meno delle medicine alternative ed il rapporto di questo insieme di discipline con la medicina tradizionale. È noto che il dibattito è molto acceso anche nella pratica della Medicina Umana, ed è ancora lontano dall’avere trovato delle risposte certe. Anche nel settore veterinario si è visto in questo ultimo decennio l’affermarsi di una serie di medicine non convenzionali, derivate direttamente dall’esperienza fatta sull’uomo, con un continuo e notevole incremento di Colleghi che hanno iniziato a praticarla in modo assoluto ed altri che le abbinano come supporto alla medicina tradizionale. Personalmente, essendo un radicato sostenitore della medicina tradizionale, ho una serie di dubbi, che non hanno mai trovato soddisfazione, fermo restando la

Edizioni Veterinarie

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icuramente, fino a qualche decennio fa, nessuno avrebbe potuto ipotizzare l’enorme interesse che avrebbero provocato nell’opinione pubblica e nel mondo scientifico in generale le cosiddette medicine non convenzionali applicate in campo umano; figuriamoci quindi lo scalpore che sta provocando la loro messa in pratica nel settore veterinario. Tuttavia, è solo per la scarsità di notizie in merito e per gli interessi economici che stanno dietro al settore della medicina e farmacologia tradizionale, che tali medicine forse non hanno avuto la stessa possibilità di divulgazione e completezza nell’informazione. Anche per queste ragioni esiste quindi una certa diffidenza nei confronti delle medicine non convenzionali e sarebbe un errore lasciare che queste subiscano tentativi di strumentalizzazione da parte di “sedicenti” esperti, pronti a sfruttare le degenerazioni di certi fenomeni sociali (leggi mode) che nascono di conseguenza. Tutto questo per dire che esiste molta confusione in questo “nuovo” settore, tanto che, nel nome di miracolistiche filosofie orientali, massaggi prodigiosi, new age, profezie un tanto al chilo e via di questo passo, c’è il rischio di svilire tutto quello che di buono c’è dietro a tali discipline. Si è così arrivati, tra sostenitori e detrattori delle medicine non convenzionali veterinarie, a combattere una guerra senza vincitori che rischia di lasciare sul terreno (indipendentemente dalle motivazioni giuste o sbagliate di ognuno), solamente un desolante cumulo di macerie. Ecco che quindi ci è parso doveroso affrontare questo argomento, se non altro per tentare di fare un minimo di chiarezza in

disponibilità a ricredermi in caso di risposte esaurienti ad una serie di quesiti che mi pongo. Mi chiedo, ad esempio, per quale motivo, nonostante alcune di queste pratiche, vedi l’omeopatia, sia praticata da oltre tre secoli, non abbia mai avuto il riconoscimento ufficiale della Medicina. Si potrebbe sostenere che questo avviene perché vi sono notevoli interessi commerciali dietro alla medicina tradizionale che potrebbero venire ad essere colpiti e riconosco che questo in parte può essere anche vero. È altrettanto vero però che ormai esiste un notevole business anche intorno alle medicine alternative, che potrebbe far cadere molte resistenze del mondo tradizionalista e del mercato che ruota intorno ad esso. Bisogna anche dire che conosco molti Colleghi amici, professionisti di provata serietà, che si sono avvicinati alla medicina non convenzionale con notevole entusiasmo e che oggi la praticano di routine con soddisfazione. Peraltro è noto a tutti noi che parte delle patologie cliniche guariscono spontaneamente e che il Medico Veterinario interviene aiutando ed accelerando, forse, la capacità dell’organismo di guarirsi da solo per cui in molti casi è difficile capire, per lo meno per il sottoscritto, quanto è determinante l’intervento terapeutico nel processo di guarigione. I pensieri sopra espressi fanno parte di una serie di dubbi che ho in animo, non ritengo inoltre di avere la statura scientifica per dare un Carlo Scotti

ognuno di noi (me compreso), lasciando a voi lettori gli elementi indispensabili per farvi un’opinione più precisa su questo fenomeno antico, anche se nuovo per la medicina veterinaria. Con questa inchiesta, quindi, non vogliamo lanciare messaggi o peggio fare delle “crociate” a favore dell’una o dell’altra corrente di pensiero, ma semmai stimolare un dibattito franco e leale sul quale poter tracciare parte del prossimo futuro della nostra mai tanto amata professione veterinaria.

Dr. Franco Del Francia Direttore della Scuola Superiore Internazionale “Rita Zanchi” Cortona (AR) Sei stato tra i primi in Italia ad interessarti di medicine non con-

venzionali nel settore veterinario, come sei arrivato ad occupartene e perché, viste le difficoltà che avrai dovuto affrontare per vincere lo scetticismo che gravita intorno a questa materia? Negli anni ’60 eravamo si e no tre o quattro colleghi in tutta Italia che ci interessavamo all’Omeopatia in veterinaria. Tutti rigorosamente autodidatti e, per quanto mi riguarda, con conoscenza apprese da alcuni medici omeopati all’epoca ritenuti alla stregua di “santoni” o giù di lì. Oltre allo studio ed all’approfondimento svolto su testi francesi e inglesi, la pratica clinica l’abbiamo acquisita con la volontà e la tenacia e con il conforto dei risultati che man mano ottenevamo, sia su animali d’affezione (cani, gatti, cavalli), sia su animali da reddito, anche in allevamenti intensivi.


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In Italia, nonostante circolino voci contrarie, l’utilizzo dell’omeopatia veterinaria è sensibilmente maggiore che in altri Paesi della Comunità; nel settore umano, il Ministero della Sanità, recependo Direttive CEE in proposito, ha di fatto riconosciuto i medicinali omeopatci come facenti parte della Farmacopea italiana. Con questo atto ha in pratica riconosciuto l’Omeopatia come scienza medica a tutti gli effetti. A che punto è la situazione invece del settore veterinario nel nostro Paese? Nel settore veterinario la legislazione italiana è ferma al Decreto Legislativo n° 110 del marzo 1995; secondo tale legge i medicinali omeopatici veterinari sono regolamentati in “esercizio provvisorio” e vengono considerati “prodotti” sottoposti all’applicazione dell’IVA al 20%, così come avviene per gli integratori. Questa scelta è il risultato della consueta e miope “politica dello struzzo”, che peraltro dura da oltre cinque anni, e che ha dato adito inoltre ad errate interpretazioni scaturite anche dai controlli effettuati dai NAS e dalle ASL. Per fortuna, in questo momento sembra che le cose stiano marciando nella giusta direzione, vista anche la scelta dell’allora Ministro della Sanità Rosy Bindi, che istituì, presso l’Istituto Superiore di Sanità, una vera e propria task-force per lo studio ed il controllo delle Medicine non convenzionali. La Scuola Superiore di Omeopatia Veterinaria di Cortona (AR), di cui sono direttore, in collaborazione con l’Istituto Zooprofilattico di Roma e l’ASL/Roma C, sta portando avanti un progetto biennale di ricerca su novecento ovini da latte in Agro Romano, utilizzando fondi stanziati dal Ministero della Sanità. In particolare, tale progetto prevede il controllo del profilo immunitario e delle parassitosi degli animali, nonché la verifica della qualità del latte da destinare al caseificio. Con questa iniziativa, quindi, si è formalmente riconosciuta l’Omeopatia veterinaria, anche se però non esiste ancora alcuna indicazione legislativa su come applicare correttamente questa metodologia medica. Per quanto riguarda l’insegnamento universitario della materia, solo la nostra Scuola ha organizzato finora un corso, (solo annuale per mancanza di fondi), presso la Facoltà di Medicina Veterinaria di Messina. Allo stato attuale, secondo le indicazioni della FIAMO, verranno riconosciute solo “Scuole indipendenti” (cioè non al servizio dell’industria) che potranno garantire un minimo di trecento ore d’insegnamento su un periodo di duetre anni. La Scuola di Cortona, ad esempio, ne svolge oltre quattrocentocinquanta in un periodo di quattro anni. Resta il problema che le suddette Scuole non vengano affidate a Professori “senza Cattedra”, che si improvvisino omeopati con tutte le conseguenze del caso! La FIAMO si è rivolta alla FNOVI

affinché faccia sentire la propria voce in seno al Ministero della Sanità affinché venga dato un riconoscimento ufficiale alla categoria dei veterinari omeopati. La Federazione come ha accolto tale richiesta e cosa sarebbe necessario perché questa esigenza venga soddisfatta? La domanda si lega a quella precedente, infatti, in mancanza di regolari Corsi universitari, la situazione potrà sbloccarsi solo se verranno riconosciute “a sanatoria” le Scuole indipendenti. È evidente che sia la FNOVI sia gli Ordini Provinciali si trovano in una situazione imbarazzante dovendo gestire, ad esempio, situazioni come quella che mi ha visto protagonista in quel di Modena dove colleghi mi hanno denunciato per abuso di titolo di specializzazione non riconosciuto. Del resto, le Scuole italiane indipendenti che insegnano Omeopatia veterinaria sono finora quattro (Cortona, Genova, Torino e Verona) ed hanno tutte i requisiti di cui parlavo nella risposta precedente ed i Docenti impegnati nei corsi potrebbero tranquillamente collaborare a livello universitario. Personalmente ritengo che sia il Ministero della Sanità, sia la FNOVI non possano più ignorare le richieste che provengono dalla base, sempre più interessata ad una metodologia medica come l’Omeopatia che garantisce: un successo terapeutico scevro da effetti collaterali, alcun fenomeno di accumulo (senza quindi tempi di sospensione), nessun impatto ambientale e neppure effetto placebo.

Dr. Roberto Orsi Coordinatore del Gruppo di Studio Scivac di Medicina non Covenzionale Dottor Orsi, prima di addentrarci in argomenti specifici e a beneficio dei lettori, ci può illustrare brevemente quali sono le differenze sostanziali che diversificano la cosiddetta medicina alternativa o complementare dalla medicina convenzionale? Penso che per precisione di termini sia più corretto parlare di Medicina non convenzionale. Questo perché il termine alternativo implica un “alter”, quindi un altro, un diverso, mentre la medicina è e deve essere una sola, globale pur nei suoi vari aspetti, al di là di steccati ideologici o confini di dogmi. Il termine complementare mi sembra d’altra parte riduttivo, quasi indicasse un ruolo da gregario nei confronti di una primadonna, e restringe di sicuro il campo di azione di metodiche terapeutiche che invece si propongono da secoli o da millenni in ruoli decisamente ben più vasti. Con il termine non convenzionale si definisce invece uno stato di fatto derivato da quella che semplicemente è una consuetudine frutto della nostra cultura. In altre parole, la medicina convenzionale, o tradizionale, è figlia del paradigma scientifico imperante nella nostra società, con tutti i pro ed i contro di

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personale esperienza di omeopata mi spinge comunque a dire che per poter lavorare con successo è fondamentale aver sempre raggiunto una corretta diagnosi allopatica ed avere la piena collaborazione del proprietario. È solo da qui che inizia il lavoro dell’Omeopatia e penso di tutte le altre metodiche.

Arnica latifolia essa. Essa si basa sostanzialmente, dai Greci in poi, passando da Cartesio, fino a Virchow per arrivare ai giorni nostri, su un approccio al problema malattia orientato da una visione meccanicistica e riduzionistica. Altre culture, e nella nostra alcune figure “controcorrente” come Hahnemann, il fondatore dell’Omeopatia, hanno invece elaborato nel tempo altri paradigmi, basati su una visione d’insieme, olistica, dell’uomo e della malattia. Mi preme comunque sottolineare che parlare in termini di contrapposizione, per non dire di avversità, è fortemente negativo e controproducente per tutti. Negare i vantaggi della medicina occidentale, non riconoscere i suoi meriti è da fanatici esaltati. Non voler riconoscere i limiti di essa è da sciocchi. Così come è da sciocchi non riconoscere ciò che c’è di valido e di utile per il benessere di tutti, animali compresi, nel campo del non convenzionale. Basta incominciare a studiare queste materie senza pregiudizi e con spirito d’osservazione, da giudici imparziali. Fra l’altro, sono le stesse ultime scoperte della scienza medica e fisica che portano ad una concezione globale dell’organismo, sano e malato. Per es., tutte le discipline afferenti alla Psico-Neuro-Endocrino-Immunologia stanno ormai demolendo il concetto stesso di organismo come insieme di organi e il binomio mente/corpo è ormai considerato inscindibile: un linfocita non è più un globulo bianco, ma un piccolo cervello circolante! Da quali discipline è allora composta la medicina non convenzionale? In un recente testo americano, gli autori Schoen e Winn indicano un gran numero di metodiche: alcune sono seguite da una ristretta cerchia di sostenitori, altre possono contare su un gran numero di cultori, come l’Omeopatia, l’Agopuntura e la Fitoterapia; aggiungerei anche, più distanziata, la Terapia Floreale di Bach. Fra queste quattro, quella che più si avvicina alla mentalità comune è di sicuro la Fitoterapia, per l’utilizzo di dosi ponderali con effetto farmacologico. Vorrei a questo proposito citare l’esempio dell’estratto di Ribes, che, da rimedio erboristico popolare è stato prima utilizzato dalla scuola fitoterapica (ed anche omeopatica)

francese, poi testato con studi clinici in umana ed infine ampiamente utilizzato in campo veterinario, soprattutto in dermatologia. Diversi nutraceutici hanno avuto lo stesso iter: da una ristretta cerchia di “esoterici” a pratica comune. Che avvenga così anche per le medicine cosiddette “energetiche” come Omeopatia, Agopuntura e Fiori di Bach? In medicina veterinaria, quali sono le applicazioni delle varie terapie “alternative” e quale efficacia hanno dimostrato nella pratica professionale? Di sicuro ciascuna delle metodiche sopra indicate si presenta storicamente con azione a 360 gradi, non ristretta a determinati settori. Ma ognuna di esse ha dei limiti, in primis la conoscenza dell’operatore. In umana da molti anni è in corso una diatriba sulla mancanza di dati certi, di studi controllati (i famosi doppi ciechi con placebo). Grazie agli studi sulle endorfine che ne hanno in qualche modo convalidato il meccanismo d’azione, l’Agopuntura ha avuto in questi ultimi anni un certo riconoscimento accademico nelle patologie muscoloscheletriche. Per l’Omeopatia si è ricorsi invece a meta-analisi randomizzate che hanno vista riconosciuta la validità in diverse patologie acute e croniche. In veterinaria ancora, per ovvi motivi economici, non sono state prodotte casistiche enormi né tanto meno doppi ciechi, anche se nel settore degli animali da reddito si stanno iniziando ad ottenere lavori con grossi numeri. Ma non si possono liquidare come semplicemente anedottiche le esperienze cliniche positive ed i lavori di molti colleghi, fra l’altro diversi anche pubblicati. Chi pratica l’Agopuntura riferisce buoni risultati nel campo delle affezioni scheletriche specie del cavallo da corsa e del cane. I cultori dell’Omeopatia nel campo delle allergie, delle patologie immuno-mediate, delle virosi acute, dei traumatismi, nelle patologie degli animali da reddito come le mastiti. I floriterapeuti nei disturbi comportamentali. Tuttavia a livello di Gruppo di Studio abbiamo visto esposti casi clinici con le più varie patologie, alcune giudicate incurabili, e tutti coloro che operano con queste tecniche potrebbero portare la loro casistica. Anzi, li invito caldamente a fare ciò. La mia

Visto attraverso un osservatorio privilegiato quale è quello del gruppo di studio Scivac di Medicina non convenzionale da lei coordinato, quanto è diffuso tra i veterinari in Italia e all’estero l’interesse per questo tipo di argomenti e quali possono esserne, concretamente, gli sviluppi professionali futuri? Il GdS di MnC della SCIVAC è nato con l’idea di poter servire come punto d’incontro a tutti i colleghi che praticano terapie “alternative” nel campo degli animali da compagnia e che desiderano scambiare le loro esperienze e crescere culturalmente in questo settore. Attualmente conta circa 50 iscritti e pur essendo l’ultimo nato in casa SCIVAC sta dimostrando dinamismo ed entusiasmo. Ma i colleghi italiani che impiegano le tecniche non convenzionali sono molti di più, penso che quelli che hanno frequentato una qualche scuola in questi ultimi 10 anni siano oltre 1500. Un tale successo si spiega non con un generico interesse dimostrato dalla categoria per l’“alternativo”, ma perché evidentemente i colleghi hanno trovato in questo settore non solo un mezzo per espandere le loro conoscenze, ma anche degli utili strumenti di lavoro che permettono loro di allargare il proprio bagaglio terapeutico, soddisfacendo così richieste dei clienti e necessità degli animali. Penso che sia estremamente gratificante da un punto di vista professionale e personale scoprire, anche dopo anni di lavoro, che l’animale che ci troviamo davanti è qualcosa di immensamente di più di un insieme di organi più o meno malati. E che è possibile aiutarlo con qualcosa di “nuovo”, di “diverso”. È di sicuro una fonte di crescita, oserei dire spirituale. Visto il grigiore che si ammanta di continuo sulle spalle della nostra professione, così piena di frustrazioni, non è poco. Con un pizzico di ottimismo, e con lo sguardo rivolto al futuro, direi anche che probabilmente sarà anche una certa fonte di crescita economica. Di sicuro la punta di diamante delle applicazioni del non convenzionale in veterinaria è rappresentata dall’impiego in zootecnia dell’Omeopatia per la produzione di alimenti di origine biologica, settore in pieno “boom” e che tutela fra l’altro ulteriormente la salute pubblica per l’assenza di residui negli alimenti e nell’ambiente; segue a ruota una sempre più crescente richiesta da parte dei proprietari di piccoli animali e di cavalli da corsa per terapie omeopatiche ed agopuntorali. Per quanto riguarda la situazione all’estero, tutte le principali nazioni europee stanno vivendo una realtà più o meno ana-


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loga a quella italiana, vuoi per motivi “storici” come in Gran Bretagna e Francia che hanno una lunga tradizione di pratica e di insegnamento, che per motivi più prettamente economici a causa della richiesta del settore del biologico, molto sviluppato in Germania, Olanda, Danimarca ed Austria. Posso comunque affermare, e lo dico con orgoglio, che la preparazione dei colleghi omeopati italiani è all’avanguardia e la scuola italiana non è se-

conda a nessuna. Dando uno sguardo oltreoceano, dato che gli Stati Uniti ci precedono in tante “mode” professionali, si può notare una situazione caratterizzata anche lì da una richiesta di base della clientela, cui corrisponde un atteggiamento accademico rigido nei confronti della MnC, con l’eccezione forse dell’Agopuntura. Colleghi omeopati americani mi riferiscono comunque un fiorire di “Holistic Clinics” e la presenza sempre

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più frequente in cliniche tradizionali della figura dell’“Alternative Vet” cui vengono riferiti casi particolari dagli altri colleghi, oppure come prima istanza per una clientela che desidera avvalersi subito della loro consulenza. Libri su queste materie sono pubblicati da grossi editori, e varie commissioni governative sembra abbiano riveduto un iniziale dogmatismo. Che gli americani comincino a vedere che c’è qualcosa di buono e di sano nel campo

del non convenzionale? Ondata lunga della New Age? Oppure hanno annusato il “business”? Non lo so, ma di sicuro l’atteggiamento degli States nei suoi confronti influenzerà il futuro orientamento europeo ed italiano verso tali discipline. Certamente in Italia sarà determinante la scelta di inevitabile apertura che dovrà prendere il mondo universitario verso questo settore. Mi sembra assurdo che si dia la possibilità a tutti i veterinari di

Aconitus napellus poter prescrivere per esempio rimedi omeopatici o di infiggere aghi, senza che venga dato un minimo di conoscenza dell’Omeopatia o dell’Agopuntura a livello di corso di laurea, e sono certo che si stanno per schiudere varie possibilità in tal senso. Saranno poi le varie scuole esistenti sul territorio che permetteranno di ottenere un approfondimento delle varie discipline. In parallelo a questo, si dovrà arrivare ad una chiarificazione della situazione legislativa di queste scuole e dei loro diplomati, in armonia con le indicazioni comunitarie e con la collaborazione della FNOVI, oltre che di tutto il settore del non convenzionale in genere per evitare improvvisazioni, incomprensioni e disservizi.

Dr.ssa Barbara Rigamonti, Coordinatrice Comitato per la veterinaria della FIAMO In Italia e nel campo della medicina veterinaria, in quale percentuale l’omeopatia viene utilizzata e per quali forme cliniche? In Italia, a differenza di quanto accade in altri paesi europei, l’omeopatia è purtroppo assai poco diffusa in campo veterinario. Non esiste una vera e propria statistica ufficiale, ma le informazioni in possesso della FIAMO (Federazione Italiana delle Associazioni e dei Medici Omeopati), permettono di stimare che circa il 2% dei veterinari abbia effettuato un iter formativo adeguato all’esercizio dell’omeopatia. Ben diversa è la situazione relativa alla prescrizione occasionale e talvolta inaccurata, di preparazioni di tipo omeopatico da parte di veterinari “Simpatizzanti”. Chi è omeopata a tutti gli effetti, è in grado di prescrivere una terapia per qualsiasi tipo di patologia, sia nel campo zootecnico che nella clinica dei piccoli animali, con la sola eccezione assoluta, rappresentata da affezioni come il diabete insulino-dipendente, in cui occorre sostituirsi completamente ad una funzione mancante. In alcune situazioni cliniche l’omeopata adotta terapia combinate; qualora si avvalga del farmaco tradizionale, può utilizzare l’omeopatia per ridurne la tossicità, o, nella malattia cronica, per ridurre la frequenza dei cicli di trattamento allopatico (per esempio degli steroidi nella forme linfoplasmacellulari o di


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antibiotici nella piodermite). Quale efficacia ha dimostrato nella pratica professionale? La terapia omeopatica è molto efficace se prescritta con cognizione di causa. Nella patologia acuta l’efficacia è evidente in tempi molto brevi, a volte solo di qualche minuto, e l’attenuazione del sintomo da curare spesso si accompagna ad una variazione di stato che il proprietario percepisce come un benessere visibile. Nel malato cronico i benefici sono più lenti e progressivi e richiedono una valutazione sistematica attraverso visite successive. La migliore dimostrazione dell’efficacia della terapia omeopatica, credo la stiano dando i colleghi del Sistema Sanitario Nazionale cubano, che ho avuto come allievi in un progetto di cooperazione medica internazionale; in 5 anni, partendo da zero, si è formata una classe di 400 veterinari omeopati (pari quasi al 10% di tutti i veterinari del SSN cubano) che operano in campo zootecnico con ottimi risultati su patologie della riproduzione, patologie infettive, eugenetica, in condizioni di scarsa o assente disponibilità di farmaci o vaccini. Ci sono differenze tra il meccanismo d’azione dell’omeopatia in campo umano ed in campo veterinario? Nessuna, a parte il fatto che di solito i nostri pazienti reagiscono in modo più rapido. A livello internazionale qual è la situazione nel settore delle medicine non convenzionali e quale sviluppo si prevede a livello normativo? Al momento la situazione internazionale è difforme anche tra i paesi della Unione Europea: integrazione nel SSN (Francia), facoltà universitarie o corsi master per laureati (Inghilterra, Spagna), vuoto legislativo con assenza di riconoscimento verso qualsiasi titolo di formazione (Italia). In Italia gli organismi associativi degli omeopati lavorano per precisare i criteri informatori di una possibile normativa per il riconoscimento o almeno l’identificazione in elenchi da depositarsi presso gli ordini. La FIAMO (che è attiva da 10 anni in questo campo) si è rivolta alla FNOVI per ottenere in questo senso una tutela degli operatori nella loro professionalità, e degli utenti nei loro diritti. In Italia, dal punto di vista della formazione del personale veterinario a chi ci si può rivolgere per avere informazioni o per partecipare a corsi di aggiornamento in tema di medicina non convenzionale? Esistono vari corsi, che si rivolgono solo a veterinari, o a medici e veterinari congiuntamente. Lo standard di formazione, che si adegua ai livelli europei, è di 600 ore teoriche e pratiche, articolate in 4 anni. La SCIVAC ospita un gruppo di studio di “Medicina alternativa”, che organizza incontri informativi ed iniziative rivolte a veterinari già praticanti

Atropa belladonna nel settore e di cui è coordinatore Roberto Orsi. La FIAMO dispone di un dipartimento scuole che coordina le attività didattiche delle scuole che aderiscono alla Federazione, e di un comitato per la veterinaria, di cui io sono coordinatrice. Vi sono inoltre scuole che non aderiscono ad organismi associativi, e corsi organizzati dalle case farmaceutiche produttrici di omeopatici. È fondamentale chiarire che chi intende praticare l’omeopatia non lo può fare da autodidatta, ma deve seguire un iter professionalizzante.

Dr. Francesco Longo Medico veterinario agopuntore In Italia, nel campo della medicina veterinaria, che diffusione ha l’agopuntura e per quali forme cliniche viene utilizzata? A differenza di quanto si è verificato negli altri Paesi europei e negli Stati Uniti, in cui l’agopuntura veterinaria (AV) già da alcuni decenni ha trovato la sua giusta collocazione professionale e legale, in Italia essa si è diffusa negli ultimi setteotto anni, anche se in passato alcuni pionieri dell’agopuntura veterinaria che se ne erano già occupati. È comunque negli ultimi due anni che per questa attività professionale sono successi importanti eventi che ne hanno consacrato di fatto l’ufficializzazione; mi riferisco al primo Corso italiano di “Agopuntura scientifica”, organizzato da S.C.I.V.A.C. e S.I.V.E. nel febbraio dello scorso anno, al quale hanno preso parte docenti di notevole livello come Schoen, Roesti, Jaggar ed altri ancora. In quell’occasione è nata in Italia la S.I.A.V. (Società Italiana Agopuntura Veterinaria), la prima società culturale che si occupa di agopuntura veterinaria che, andando a colmare un ingiustificato “vuoto” di questo settore nel nostro Paese, rappresenta in ambito internazionale l’Italia a livello I.V.A.S. (International Veterinary Acupuncture Society). Tale organismo, oltre ad interessarsi di agopuntura, promuove iniziative tese a favorire l’integrazione di questa disciplina con la medicina convenzionale. Purtroppo però in Italia, a fronte della costante diffusione nel settore veterinario delle medicine non convenzionali (M.N.C.), manca ancora una specifica regolamen-

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tazione che ufficializzi, a tutti gli effetti, il lavoro di tanti medici veterinari che applicano tali scienze con successo. Solo quest’anno l’Istituto Superiore di Sanità ha dato vita ad una serie di ricerche volte a dimostrare l’efficacia e a definire il meccanismo d’azione delle M.N.C. così pure in alcune facoltà di Veterinaria, Udine e Milano su tutte, si cominciano a discutere le prime tesi di laurea in agopuntura veterinaria. A livello internazionale anche la W.H.O. ha formalmente decretato la validità dell’agopuntura definendola un’efficace procedura di considerevole valore clinico. L’agopuntura può essere definita una medicina energetica, solistica e preventiva, che può essere impiegata in tutte le patologie ad esclusione di quelle che necessitano di un intervento di tipo chirurgico. Dal momento che con l’agopuntura vengono trattate le patologie accompagnate da componente algica, specie quelle osteo-muscolari e articolari, essa viene definita la “medicina del dolore”. Sarebbe riduttivo però associare l’AV ad una funzione meramente antal-

gica, essa infatti viene impiegata con notevole successo anche nelle patologie della sfera riproduttiva e negli squilibri ormonali, così come nelle patologie cardiache, respiratorie, gastro-enteriche e di natura geriatrica. Brillanti risultati si ottengono anche nelle patologie a carattere infettivo ed immuno-mediato oltre che nelle affezioni dermatologiche e nei disturbi comportamentali. L’AV viene altresì utilizzata negli stati di shock, coma e perfino di depressione respiratoria dovuta ad un’anestesia prolungata e profonda. Nella medicina sportiva, agisce sull’energia intrinseca del soggetto, migliorandone le prestazioni senza mostrarsi pericolosa per la salute dell’animale così come accade con la somministrazione di sostanze dopanti. Oltre che negli animali d’affezione, l’agopuntura veterinaria viene utilmente impiegata anche negli animali da reddito dal momento che favorisce un graduale e naturale incremento delle produzioni zootecniche senza determinare il pericoloso fenomeno dei residui tanto dannoso per la salute dei consumatori e quindi, per tale ragione, l’AV è al centro dell’interesse di coloro che si occupano dell’allevamento biologico. Quale efficacia ha dimostrato nella pratica professionale e quali differenze ci sono, se esistono, tra il meccanismo d’azione dell’agopuntura in campo umano ed in campo veterinario? Secondo le dottrine classiche della Medicina Tradizionale Cinese (MTC), sia l’organismo animale che quello umano sono percorsi da un incessante flusso di energia detta “Qi” che origina negli organi interni e scorre in un particolare sistema di

canali energetici detti “meridiani”; lungo tali canali sono situate alcune stazioni di regolazione intermedia dette “agopunti”. Quando il flusso energetico è normalmente prodotto e diffuso uniformemente in tutto l’organismo, il soggetto è in uno stato di benessere. Viceversa, quando la produzione e lo scorrimento del Qi sono alterate, l’animale versa in una condizione patologica e/o di dolore. L’intervento dell’agopuntore, che considera il soggetto da trattare nella sua interezza come un insieme dinamico influenzato dall’ambiente circostante, mira a ristabilire le condizioni energetiche normali attraverso un’accurata scelta degli agopunti da impiegare: con l’utilizzo di aghi (cinesi o occidentali), con la moxa (stimolazione termica degli agopunti con coni o sigari di Artemisia sinensis), con l’acquapuntura (inoculazione di Vitamina B12 o di soluzione fisiologica o di iodio in veicolo oleoso), con elettrostimolazione (generazione di corrente che provoca analgesia), con la laserpuntura o la digitopressione. Per quanto riguarda le differenze tra agopuntura umana ed animale, la principale consiste, oltre che nella diversa eziopatogenesi, nell’impiego di taluni agopunti che risultano di più facile accesso nell’uomo. Alla luce di quanto detto finora, l’AV può essere quindi efficacemente integrata alla medicina allopatica tanto che, in alcuni casi, risolve delle situazioni “difficili” che il clinico pratico non riesce a risolvere, proprio in virtù di un peculiare meccanismo d’azione di tipo “biofisico”. Frequenti sono anche programmi cosiddetti “staffetta” che consistono nell’alternanza di cure allopatiche seguite da un trattamento con agopuntura; tali trattamenti sono

ARCOSAN S.r.l. TELERIE T.N.T M O N O U S O MEDICAZIONE CHIRURGICA Via Bainsizza, 41 - 21042 Caronno Pertusella - Va-


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utilizzati soprattutto nelle forme cliniche croniche. Anche nel campo della diagnostica l’AV permette, rispetto alla clinica allopatica, delle specificazioni altrimenti impossibili, questo grazie sia alla possibilità di esplorazione di determinate aree di energia riflessa, che informano sullo stato di salute degli organi interni, sia all’esame pulsologico, sia all’impostazione olistica dell’indagine stessa. In Italia, dal punto di vista della formazione professionale, a chi ci si può rivolgere per avere informazioni o per partecipare a corsi di aggiornamento in tema di agopuntura veterinaria? Come accennato in precedenza, dal 1999 è attiva in Italia la S.I.A.V., una società culturale che ha già fatto parecchio per la diffusione di questa pratica nel nostro Paese, a cominciare dal seminario internazionale tenuto da Emiel van Den Bosch, presidente dell’omonima società belga di AV. Oltre ad una giornata di studio su alcune problematiche cliniche e professionali dell’agopuntura, nel novembre dello scorso anno ha preso avvio il primo corso S.I.A.V. di AV, impostato secondo le dottrine classiche della Medicina Veterinaria Tradizionale Cinese, che prevede numerose ore di esercitazioni pratiche distinte per specie animali. Il corso, della durata di tre anni, è impostato secondo le direttive I.V.A.S. ed ha le caratteristiche di un corso di specializzazione postlaurea. I colleghi che fossero interessati a questo argomento possono rivolgersi alla S.I.A.V., Via Moncalvo, 39, 10131 Torino, telefono 011/8399029.

Dr. Stafano Cattinelli Medico veterinario, terapia floreale In Italia, nel campo della medicina veterinaria, la cosiddetta terapia floreale per quali forme cliniche viene utilizzata? Nel libro “Guarisci te stesso”, Edward Bach, medico omeopata scopritore della floriterapia, dice “La malattia non potrà mai essere curata né alleviata con i metodi materiali finora adottati perché la sua origine non risiede nel materiale. Infatti ciò che definiamo malattia è il risultato finale, a livello organico, dell’azione bloccante di forze interne profonde. Anche quando una cura materiale dà in apparenza dei buoni risultati, la sua azione non sarà che di sollievo momentaneo se non verranno identificate ed eliminate le vere cause.” Nell’uomo le vere cause, quindi, non sono esterne e non occorre andare a ricercare il virus o i batteri responsabili della patologia, ma queste risiedono proprio nel terreno, e quindi nell’individualità. Nell’uomo il processo di individualizzazione, di formazione dell’Io, avviene gradatamente e si completa intorno ai 21 anni, nel terzo settennio, l’età in cui una volta si era conside-

rati maggiorenni, cioè in grado di fare delle scelte autonome, individuali appunto. Per quanto riguarda il regno animale quelli che più di tutti hanno sviluppato una certa individualità sono gli animali da compagnia, cioè il cane, il gatto e il cavallo. Questa “individualizzazione” è evidente per il proprietario che ha più di un’animale in casa e che riesce a descrivere ogni soggetto con le sue specifiche caratteristiche emo-

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zionali e comportamentali: il codardo, il pauroso, l’aggressivo, il dispettoso, il piagnucoloso, l’ansioso, ecc. Queste sono le modalità con cui il soggetto si relaziona alla realtà esterna e queste rappresentano la chiave per la scelta dei rimedi floreali. Da questa premessa si capisce che qualunque forma clinica noi andiamo ad affrontare, la cosa più importante è valutare l’atteggia-

mento mentale-emozionale del soggetto. Prendiamo ad esempio una qualunque patologia cutanea e in particolare il sintomo prurito. Escludendo chiaramente l’uso del cortisone che non farebbe altro che sopprimere il sintomo, ed eliminando le cause parassitarie o alimentari, i rimedi floreali come il Malus sylvestris, l’Impatiens glandulifera, o il Prunus cerasifera portano calma e serenità all’animale, evitando

il sopraggiungere di complicazioni dovute all’autolesionismo. Oppure quando situazioni familiari particolari, come lutti, nuovi nati o traslochi mettono a dura prova l’emozioni dei nostri amici, la Stella di Betlemme e il Noce riusciranno a riportare la luce e l’adattabilità necessaria per affrontare di nuovo il fluire della vita. O ancora se dopo lunghe terapie il soggetto non riesce reagire, il Larice, la Ginestra e la Violetta d’acqua


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gli infonderanno coraggio, speranza e capacità di reagire agli eventi. Più il veterinario diventa sensibile alle sofferenze psicologiche dell’animale e più forte sarà la necessità per lui di usare i fiori di Bach, che in più di una occasione si sono rivelati fondamentali per risolvere una patologia. Quale efficacia ha dimostrato nella pratica professionale e quali differenze ci sono, se esistono

tra il meccanismo d’azione in campo umano ed in campo veterinario? La floriterapia è uno strumento in più che possediamo per affrontare l’aspetto psicologico dell’animale; il veterinario che ha intenzione di usarla, poco a poco deve modificare il suo approccio con l’animale ed avvicinarsi di più ad una visione omeopatica del paziente, solo così riuscirà a cogliere anche gli aspetti più nascosti del soggetto e quindi

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a capire anche i piccoli cambiamenti che i fiori apportano. Non tutte le patologie comportamentali si riescono a risolvere con le essenze floreali, ma sicuramente gran parte degli animali ottengono dei reali benefici da questa metodica. Parlare di meccanismo d’azione, inteso come sostanza che va a colpire un recettore che provoca una reazione, nella floriterapia come nell’omeopatia non ha molto senso,

perché si parla di energia che riequilibra un corpo che è pure di energia. Così anche se il mondo accademico non è riuscito ad individuare esattamente cosa succede all’organismo sottoposto ad una terapia “alternativa”, ciononostante il beneficio apportato a tantissime persone ed animali fa sì che questo tipo di medicina sia in continuo aumento; d’altronde in veterinaria come in pediatria neanche l’effetto placebo funziona!

La migliore cosa è fare come hanno fatto i grandi maestri quali Hahnemann e Bach: sperimentare su di sé i rimedi, con coscienza e serietà e vedere cosa succede. In Italia, dal punto di vista della formazione professionale, a chi ci si può rivolgere per avere informazioni o partecipare a corsi di aggiornamento in tema di terapia floreale veterinaria? L’Associazione Italiana Ricerca Rimedi Floreali “ACCADEMIA CENTAUREA” nasce nell’ottobre 1989 dall’esigenza di un gruppo di medici, psicoterapeuti, erboristi e vari operatori nel campo della salute e delle terapie evolutive, intenzionati a far confluire le proprie energie in un progetto comune teso a far conoscere, approfondire e sviluppare il pensiero del dr. Bach e la sua terapia basata sull’uso delle essenze floreali. Personalmente sono coinvolto come docente nel percorso di formazione biennale.

Dott.ssa Osvalda Oasi Medico veterinario Come mai la fitoterapia non ha ancora raggiunto la popolarità di altre medicine non convenzionali? Tra le molteplici medicine non convenzionali che si sono sviluppate in questi ultimi anni, la fitoterapia è ingiustamente rimasta tra le più trascurate e meno studiate. In realtà, essa meriterebbe un posto di primo piano, poiché è dall’antica conoscenza presente in Cina e in Egitto di alcune piante, così come di quella che i Greci e Romani avevano di altre, che è derivata tutta la medicina oggi conosciuta. Una considerevole parte dei farmaci prescritta quotidianamente dai medici contiene molecole di origine vegetale, dal banale lassativo alla digitale salvavita. L’industria farmaceutica moderna ha cercato di isolare un sempre maggior numero di principi attivi dal mondo vegetale, per studiarli, verificarne l’efficacia e venderli sottoforma di pillole o altro. Recenti studi hanno però dimostrato che il fitocomplesso, vale a dire l’insieme dei principi attivi contenuti nelle piante medicinali, ha spesso un’azione più completa e più dolce. Le numerose sostanze contenute in un estratto vegetale agiscono in modo sinergico, consentendo bassi dosaggi ed effetti collaterali praticamente nulli. In campo veterinario, gli animali in che modo utilizzano la fitoterapia in natura? Per quanto riguarda la veterinaria, possiamo dire che gli animali si autocurano scegliendo appropriatamente le erbe di cui hanno bisogno in alcune situazioni. Tale istinto è più evidente fra gli animali selvatici, ma è rimasto ben marcato anche negli animali domestici. Un esempio, forse il più banale, ma sicuramente da tutti conosciuto, è la cosiddetta erba gatta che, come lo stesso nome dice, ogni proprietario di gatti deve coltivare affinché Micio possa assumerne in caso di ne-


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cessità. Alcuni esempi molto curiosi sono legati agli animali selvatici, ma non sono per questo da trascurare; anzi, possono aprirci numerose porte per la cura non solo degli animali d’affezione, ma anche per quelli d’allevamento. Le femmine di cervo si nutrono di Seseli montano per aumentare la circolazione sanguigna a livello pelvico ed espletare meglio il parto. Le femmine di muriqui, una va-

rietà di scimmie del Brasile, sembrano siano in grado di aumentare la loro fertilità nutrendosi, prima e dopo l’ovulazione, con certe foglie ricche di un composto simile agli estrogeni. Quale efficacia ha dimostrato nella pratica professionale e come si relaziona la fitoterapia con la medicina convenzionale? Un altro grossissimo pregio della fitoterapia è che la somministrazione

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di derivati vegetali non esclude quasi mai l’uso di altre terapie, qualunque esse siano. Con alcuni gemmoderivati possiamo fare un ottimo drenaggio degli organi emuntori di animali ammalati, preparandoli così, in modo dolce, all’assunzione di farmaci più attivi, ma certamente anche più aggressivi. In tal modo, inoltre, vengono ridotti gli effetti collaterali. Ottimi risultati si hanno anche nella cura di patologie non gravi, ma con ten-

denza a cronicizzare quali: l’insufficienza epatica, diarree ricorrenti, vomito d’origine nervosa, dermatopatie ed anche nell’integrazione alimentare di cuccioli o di animali adulti con particolari necessità. Naturalmente, se si vuole applicare la fitoterapia in modo completo, le tisane di cui ci parlavano le nostre nonne, anche se ottime bevande, non sono sufficienti. Gli estratti più attivi sull’organismo sono i gemmoderivati e le tinture madri. I primi so-

no ottenuti partendo da gemme, radichette e germogli fatti macerare in una miscela di acqua-glicerina-alcool; le seconde sono estrazioni alcoliche da pianta fresca. Tali soluzioni sono prontamente assorbite dall’organismo. Purtroppo, nel nostro lavoro incontriamo spesso notevoli difficoltà nel somministrare tali preparazioni, soprattutto nel gatto. Meglio scegliere degli estratti secchi, ottenuti evaporando totalmente il liquido di estrazione, più facilmente mescolabili al cibo. In Italia, dal punto di vista della formazione professionale, a chi ci si può rivolgere per avere informazioni o partecipare a corsi di aggiornamento in tema di terapia floreale veterinaria? Dal momento che è fondamentale avere una buona conoscenza delle piante, dei loro principi attivi, della modalità di azione e delle possibili associazioni, diventa importante partecipare a corsi di formazione qualificati. A questo proposito presso l’Università di Napoli verrà attivato nella primavera del prossimo anno un corso di Fitoterapia, così come a Genova, presso l’associazione Antropos & Iatria, partirà il prossimo ottobre un analogo corso aperto a medici, veterinari, farmacisti e agronomi.

Dr. Giorgio Romanelli Medico veterinario Presidente Commissione Scientifica SCIVAC Su cosa si fondano le tue perplessità in merito alla cosiddetta “medicina non convenzionale” applicata alla veterinaria? Occupandomi prevalentemente di oncologia, ritengo che, perlomeno in questo campo, la medicina non convenzionale non abbia mai dato una effettiva dimostrazione di efficacia e di possibilità realmente alternativa alla medicina tradizionale. Non conosco infatti studi pubblicati dai quali si evinca che un trattamento con una medicina omeopatica sia stato in grado di curare o trattare una qualsiasi forma neoplastica nell’uomo o nell’animale. Devo fare invece una distinzione per l’agopuntura vista la sua comprovata capacità di agire in modo efficace sul sintomo dolore, così importante da controllare nel paziente tumorale soprattutto se non curabile. Le mie perplessità sulla medicina omeopatica in generale risiedono nella scarsa disponibilità in letteratura veterinaria di studi in doppio cieco che siano stati in grado di stabilire in modo incontrovertibile l’efficacia di tale tipo di terapia. Come spieghi che l’omeopatia e l’agopuntura, utilizzate in campo umano, siano state riconosciute dal Ministero della Sanità come discipline mediche a tutti gli effetti? Probabilmente l’ampia diffusione di medici che praticano l’omeopatia e l’agopuntura ha indotto a riconoscere queste discipline anche allo scopo di poter regolarizzare meglio


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il settore sia dal punto di vista del riconoscimento della professionalità dell’operatore che della distribuzione del farmaco omeopatico. Alla luce di questo riconoscimento, cosa pensi che succederà sia a livello ministeriale sia a livello FNOVI in questo settore della veterinaria? Probabilmente si arriverà, anche se non credo in tempi brevi, ad un riconoscimento della medicina non convenzionale come facente parte della terapia medica anche in medicina veterinaria. Credo che comunque l’importante sia che tale medicina sia praticata da operatori seri con una solida preparazione in medicina tradizionale, in grado di capire la malattia ed i limiti di tale tipo di terapia.

Dr. Aldo Vezzoni Segretario FNOVI, Presidente FSA Su cosa si fondano le tue perplessità in merito alla cosiddetta “medicina non convenzionale” applicata alla veterinaria? Sugli stessi elementi che ritengo esistano anche in medicina umana e cioè che le medicine non convenzionali, come giustamente specifica la loro denominazione, sono una cosa ben diversa dalla medicina convenzionale con cui hanno ben poche cose in comune, sia nei contenuti che nei metodi. C’è un grosso equivoco di fondo su quest’argomento che non permette di delineare i limiti entro cui la professione medica o veterinaria può spaziare, nel rispetto delle norme sia etiche sia istituzionali. Il veterinario, così come il medico, riceve una formazione universitaria di tipo convenzionale, basata sulla medicina ippocratica, che gli consente di conseguire un titolo di laurea ben specifico e ad essa ispirato e che, attraverso un esame di stato, diventa un’autorizzazione ad esercitare una professione basata proprio su quel percorso formativo e su quel tipo di medicina. La professione veterinaria, come quella medica, è una professione protetta, cioè lo stato garantisce il cittadino che chi viene da lui autorizzato ad eseguirla ha conseguito una determinata preparazione conforme alle moderne conoscenze accettate e condivise dagli organismi scientifici preposti che, almeno per il momento, continuano a riferirsi alla medicina tradizionale. Nel piano di studi universitari non sono ancora previsti insegnamenti di tipo “alternativo”, se non a livello di aggiornamento culturale e se all’esame di stato, l’allievo, richiesto di fornire la terapia per una determinata malattia, indicasse, ad esempio, un rimedio omeopatico o a base di fiori di Bach, non verrebbe certamente abilitato. Se poi un veterinario, come anche un medico, una volta conseguita quest’abilitazione professionale, decidesse, per convinzioni personali condivisibili o meno, di esercitare una medicina diversa da quella per cui ha ottenuto l’abilitazione, si troverebbe al di fuori dell’autoriz-

zazione ricevuta. Sarebbe come se un avvocato decidesse di utilizzare un codice di leggi diverso da quello per cui ha superato l’esame ed ottenuto l’abilitazione. Nell’immaginario collettivo, un veterinario, così come un medico, un avvocato od un ingegnere è un professionista per il quale lo stato garantisce una determinata preparazione e dal quale ci si deve attendere un comportamento conforme a questa preparazione. Non per nulla gli viene richiesto il giuramento di comportarsi sempre secondo scienza e coscienza, e secondo quale scienza se non quella condivisa dalla comunità scientifica sulla base del continuo confronto e della ricerca; non certo secondo sperimentazioni personali o scienze diverse, diciamo pure non convenzionali, almeno fino a che queste non si pongono a confronto e in discussione aperta con la comunità scientifica. Ritenere che un individuo, una volta abilitato dallo Stato alla professione medica o veterinaria secondo i canoni classici, possa poi avere la licenza di esercitare, secondo un libero arbitrio assoluto, una medicina completamente diversa da quella appresa nel piano di studi, mi sembra francamente una contraddizione. Gli Ordini professionali sono preposti a garanzia del cittadino affinché vigilino sul comportamento e la preparazione dei loro iscritti, che devono esercitare la professione secondo le buone pratiche mediche o veterinarie; essi sono autorizzati a perseguirli ogni qual volta un cittadino fosse danneggiato da un comportamento non conforme. Pertanto il veterinario, così come il medico, che decidesse di non condividere più la medicina tradizionale per la quale è stato abilitato e di dedicarsi invece ad una medicina diversa, come potrebbe continuare ad essere assoggettato alle stesse regole dell’Ordine che disciplinano chi esercita la medicina tradizionale? Per coerenza dovrebbe cancellarsi dall’Ordine, non chiamarsi più medico veterinario o medico chirurgo e chiamarsi invece omeopata, fitoterapeuta, pranoterapeuta e via dicendo. Magari iscrivendosi ad un Ordine specifico, se lo stato glielo riconosce e dopo aver svolto un percorso formativo serio, completo ed accreditato in quella disciplina non convenzionale scelta in modo da garantire il cittadino che per sua scelta vorrà usufruire di quel tipo di assistenza. In questo modo si eviterebbero le asimmetrie informative per il pubblico che invece esistono quando un professionista esercita una professione diversa da quella per cui è stato autorizzato e con cui viene normalmente identificato. Il pubblico sceglierà poi, coscientemente, se rivolgersi all’uno o all’altro, ben sapendo cosa aspettarsi se si rivolge, ad esempio, ad un medico veterinario, piuttosto che ad un omeopata degli animali. Tutto questo per dire, in sostanza, che ritengo l’applicazione della medicina non convenzionale una professione completamente diversa da quella della medicina tradizionale, sia per contenuti che per

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metodologia, e che non ci dovrebbero essere commistioni ed interferenze a livello professionale se non a livello di dibattito e di crescita scientifica. Su questo terreno, infatti, la medicina tradizionale, ben lungi dal ritenere esaurite le proprie conoscenze, è giustamente aperta a tutto quanto può derivare da ricerche eseguite anche al di fuori dei campi consueti della medicina ippocratica, purché condotte secondo i canoni della scientificità. Ritengo, pertanto, che la situazione odierna dell’esercizio della medicina non convenzionale da parte di professionisti abilitati a quella convenzionale o tradizionale non sia corretta e sia frutto di una tolleranza che nasconde il disagio di affrontare seriamente il problema. Ad aggravare la situazione, proprio per la mancanza di regole chiare e precise, sia in campo medico che veterinario spopolano in questo settore i ciarlatani che, appellandosi a fantasmagorici corsi di abilitazione emanati da altisonanti accademie internazionali e sfruttando la mancanza di un vero e proprio accreditamento ufficiale alle varie medicine convenzionali con tanto di percorso formativo obbligatorio, si improvvisano guaritori a tutto campo, spesso coprendo la propria ignoranza medica con le più strampalate teorie medico-filosofiche; la propensione della gente per la medicina così detta “dolce” e naturale, oltre alle delusioni per l’inefficacia della medicina tradizionale in certe situazioni offrono a questi guaritori un terreno fertile da coltivare avidamente. Basta guardarsi attorno, navigando anche su internet, per vedere come le medicine non convenzionali si prestino frequentemente a situazioni demagogiche e miracolistiche che non hanno nulla a che vedere con la scientificità ed il rigore e l’umiltà che dovrebbe contraddistinguere

una scienza medica. Ciò senza nulla togliere all’onestà di chi invece crede sinceramente nella medicina non convenzionale e l’applica con rigore e serietà, anche se, ribadisco, in modo improprio se si presenta al pubblico come medico chirurgo o come medico veterinario, perché la medicina da lui praticata non è contemplata nella sua abilitazione professionale, almeno finché questo problema non sarà affrontato compiutamente a livello etico e legislativo. Come spieghi che l’omeopatia e l’agopuntura, utilizzate in campo umano, siano state riconosciute dal Ministero della Sanità come discipline mediche a tutti gli effetti? L’agopuntura è entrata da tempo a far parte della medicina ufficiale, come una delle tecniche utilizzate ad integrazione di quelle più tradizionali. Per l’omeopatia, invece, non è esatto affermare che il Ministero della Sanità l’abbia ufficialmente riconosciuta come disciplina medica a tutti gli effetti. Il Ministero ha regolamentato con apposito decreto, attuativo di una direttiva europea, le autorizzazioni all’immissione in commercio dei medicinali omeopatici e la loro distribuzione, al fine di porre delle regole a tutela del consumatore. Pur avendo di fatto riconosciuto, con questo, l’esistenza di questa realtà, non si può certo dire che l’omeopatia sia entrata a far parte delle prestazioni elargite o riconosciute dal SSN. Alla luce di questo riconoscimento, cosa pensi che succederà sia a livello ministeriale sia a livello FNOVI in questo settore della veterinaria? Mi auguro che anche nel settore veterinario si faccia sempre più strada la professionalità che per essere tale presuppone il rispetto delle regole e della qualità. Il cittadino ha bi-

sogno di garanzie ogni qual volta usufruisce di servizi od acquista dei prodotti: non può ogni volta sperare nella fortuna di incappare in un professionista serio o in un prodotto adeguato o, viceversa, di evitare il ciarlatano od il prodotto adulterato. Qualcuno deve poter fornire al cittadino delle garanzie e, pertanto, anche nel nostro settore la certificazione professionale dovrà essere conforme alla preparazione conseguita ed al suo mantenimento attraverso un aggiornamento permanente certificato ed accreditato. Se le medicine non convenzionali od alcune di esse avranno la capacità di accreditarsi ufficialmente attraverso un loro riconoscimento istituzionale ed un loro inserimento organico ed ufficiale nel piano di studi universitario, a quel punto esse potranno essere applicate a pieno titolo dagli abilitati alla professione medica, sia umana che veterinaria, con la tutela degli Ordini. Fino ad allora rimane chiaro che l’abilitazione professionale conseguita con la laurea e l’esame di stato riguarda unicamente la medicina tradizionale od ippocratica ed ogni applicazione di medicine non convenzionali è da considerarsi perlomeno impropria in questo contesto. Mi auguro, infine, che le istituzioni trovino la forza ed il coraggio di affrontare dal punto di vista etico e normativo il problema dei limiti entro i quali può spaziare la libertà di scelta terapeutica del medico e del veterinario, a salvaguardia della sua autonomia, ma anche a garanzia dell’assistito. Il Comitato bioetico della FNOVI, che sta elaborando i protocolli per il consenso informato in medicina veterinaria e per la tutela del benessere animale, non potrà esimersi dall’approfondire anche l’esercizio della medicina non convenzionale nell’ambito della professione veterinaria. ■

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di Angiola Ferrari

Il problema “Medicina alternativa” PREMESSA Affrontare il problema delle medicine alternative, significa addentrarsi in questioni mai definitivamente risolte. È incontestato però che tali terapie sono una presenza consolidata, all’interno delle pratiche convenzionali, fino ad imporsi in molti casi come alternativa valida a problemi lasciati irrisolti dalla medicina ufficiale. Naturopatia, omeopatia, medicina cinese, ecc.: chi cerca un trattamento alternativo ha l’inquietante sensazione di perdersi. Questa evoluzione è la conseguenza di molti fattori, su cui prevale indubbiamente la profonda crisi che attraversa la medicina ufficiale. La cosiddetta “medicina socializzata” realizzata con la 833 del 1978, ha decisamente mutato il rapporto medico-paziente provocando sfiducia da un lato e grande frustrazione dall’altro. Tutto ciò ha creato i presupposti ideali per una proliferazione spesso incontrollata di una medicina diversa le cui informazioni sono cresciute di pari passo con l’interesse del pubblico, e che (ed è necessario puntualizzarlo) spesso soffrono di una certa mancanza di equilibrio. Il tipico libro di medicina alternativa ha di solito un tono evangelico e presenta la terapia in termini entusiastici disprezzando le cure convenzionali, che a loro volta per difendere un monopolio che hanno da sempre detenuto sono disposte a negare anche i risultati più sorprendenti. Il campo delle arti mediche si pre-

senta quindi complesso e per chiarire alcune posizioni è necessario molto senso critico sia nei confronti dello scetticismo della medicina ortodossa che del proselitismo messianico di alcuni terapisti che impediscono di rivelare il significato autentico della medicina alternativa, o quanto meno della verità. È necessario quindi affermare che la qualità della medicina alternativa è molto variabile. Sapienza e insensatezza, pragmatismo e illusione, onestà e avidità coesistono in egual misura. Chi vuole utilizzare le medicine alternative deve imparare a distinguere fra ciò che ha valore e ciò che non ne ha. Anche la medicina ufficiale del resto ha le sue contraddizioni, tanto che possiamo affermare che tutti i percorsi che portano alla guarigione sono un misto di forza e di debolezza. Non dobbiamo poi dimenticare che la medicina ufficiale è diventata tale perché ha avuto la capacità di organizzarsi burocraticamente e politicamente ma che tale capacità e i riconoscimenti di massa non significano necessariamente il possesso della scienza. È vero invece che motivi storici hanno visto un settore della medicina, caratterizzato dall’approccio scientifico, prendere il sopravvento rispetto ad altri. In senso cartesiano la porta che permette lo studio scientifico della salute e della malattia è stata aperta ma lo studio è una cosa e il benessere dell’individuo è altro.

Il Gruppo Omeopatico Dulcamara di Genova organizza il quindicesimo corso di omeopatia unicista (con fondamenti di kinesiologia applicata). Sede: Genova. Durata: tre anni, più un anno facoltativo di perfezionamento. Monte ore totale: 600 ore tra lezioni e pratica clinica ambulatoriale. Sono ammessi: laureati in Farmacia, Medicina e Chirurgia, Odontoiatria, Veterinaria; studenti degli ultimi due anni delle rispettive Facoltà. Programma didattico unificato delle Scuole aderenti alla Federazione Italiana delle Associazioni e dei Medici Omeopatici (FIAMO): teoria e tecnica dell’Omeopatia, uso del repertorio e di sistemi informatici, studio e presentazione di casi clinici. Sezione veterinaria: iniziando dal secondo anno, la parte clinica viene affrontata separatamente sotto la supervisione di un Veterinario, e l’aspetto teorico-metodologico viene approfondito in base alle esigenze specifiche della professione veterinaria. Costo: per i laureati £ 1.400.000 ogni anno; per gli studenti £ 950.000 ogni anno (importi pagabili in due rate). Frequenza: ogni anno nove week end da novembre a giugno. Sono previsti inoltre la partecipazione a seminari e ore di pratica clinica presso studi. Attestato rilasciato: diploma del Gruppo Omeopatico Dulcamara, aderente a FIAMO (Federazione Italiana Associazioni e Medici Omeopatici) e LMHI (Liga Medicorum Homeopatica Internationalis). Ente organizzatore: Associazione Gruppo Omeopatico Dulcamara. Direttore didattico: Dott. Flavio Tonello. Responsabile sezione veterinaria: Dott. Barbara Rigamonti tel. 010364178 - 0330630198 Gruppo Omeopatico Dulcamara - via Corsica, 19 a cancello 16128 Genova - tel. 0105702988 - fax 0105531067

re di qualsiasi prodotto farmaceutico. In confronto lo sterile preparato chimico sembra avere la stessa natura dei pesticidi. La maggior parte dei medici non credono che la natura abbia creato le erbe con lo scopo di guarire e ammesso che ci siano certi risultati è solo per caso. In altre parole chi sostiene la medicina naturale ha una sensibilità estetica molto diversa da quella dei medici tradizionali. Hahnemann

Oggi forse i tempi sono maturi per pensare in termini di “medicina complementare”. Numerose cliniche offrono terapie cosiddette alternative a complemento della terapia convenzionale e questo cambiamento di mentalità deve continuare nella direzione di una trasformazione più ampia che coinvolga gli interlocutori dei due settori e che servirà a superare una controversia ormai patetica CHE COS’È LA TERAPIA ALTERNATIVA? Per coloro che la praticano la medicina alternativa è l’arte di usare metodi naturali e sicuri per arrivare alla radice dei problemi, per aiutare l’organismo a guarire da solo e per prevenire le malattie prima che si manifestino. È molto raro che si ottengano risultati così perfetti. I medici ortodossi la definirebbero come una congerie di rimedi non sperimentati di tecniche scorrette senza nessun valore se non quello placebo. Anche questa è sicuramente troppo pessimista. Forse in modo più equilibrato anche se un po’ minimalista si potrebbe affermare che la medicina alternativa è quella che comprende tutti i possibili percorsi di guarigione che non appartengono all’ambito della medicina convenzionale. I TRE IDEALI DELLA TERAPIA ALTERNATIVA Chi pratica una medicina alternativa è ispirato da tre grandi ideali: 1) che le cure siano naturali, 2) che le cure siano olistiche, 3) che promuovano il benessere globale. Ideale n° 1 Il principio più famoso degli operatori di medicina alternativa è l’ideale della medicina naturale. Questo atteggiamento è spinto dalla passione più che dal freddo calcolo, anche se ha il supporto di alcuni argomenti razionali. I sostenitori della medicina naturale preferiscono le erbe ai farmaci non perché frutto di un’analisi rischi/benefici, ma perché sentono che una tazza di tè di zenzero è molto più saluta-

Ideale n° 2 La concezione olistica è un altro grido di battaglia del movimento della salute alternativa. La medicina tradizionale si concentra sui singoli aspetti della salute, ma difficilmente cerca di considerare la persona nel suo insieme. La metodologia che il medico ha imparato non insegna a vedere la situazione nel suo insieme, ma a guardare i dettagli. Probabilmente la medicina classica è condannata a una specializzazione sempre più radicale. Ideale n° 3 Parlando di obiettivi del benessere la medicina alternativa non ha rivali. Le medicine prescritte dai medici possono sconfiggere le malattie, ma non riescono a produrre uno stato di solida vitalità. La medicina classica si concentra sulle malattie utilizzando esami e cure fastidiose, mentre il principale obiettivo delle terapie alternative è rafforzare l’individuo. Le due strategie sono entrambe importanti ma in contesti diversi È utile ricordare poi che se questi tre grandi ideali ispirano tutti coloro che lavorano in questo campo, non tutti li mettono in pratica con uguale serietà. È meglio non farsi sedurre dalle filosofie estreme. È necessario che i pazienti raccolgano più informazioni possibili e che si riservino il diritto di prendere tutte le decisioni finali. MITO E REALTÀ Esplorando il mondo delle medicine alternative si rimane soprattutto sorpresi dalle affermazioni estreme che provengono in senso elogiativo da chi le pratica e in senso denigratorio da chi le ritiene perfettamente inutili. Penso sia utile fare una rassegna critica delle più frequenti convinzioni dell’una e dell’altra parte per separare leggenda e realtà e per accedere razionalmente all’uso della medicina alternativa. 1a AFFERMAZIONE La medicina alternativa aiuta l’organismo a guarirsi da solo (mentre la medicina convenzionale combatte la malattia). L’affermazione iniziale contiene una mezza verità. Molte tecniche alternative aggrediscono le malat-

Docente presso Istituto di Clinica Medica Veterinaria, Università di Parma tie con la stessa tenacia della medicina tradizionale. Attualmente c’è un grosso interesse per la candida, lievito molto diffuso. Molti terapeuti alternativi raccomandano cambiamenti dietetici supplementi e vari medicinali per impedire la crescita del microrganismo. Ma viene spontaneo chiedersi perché combattere la Candida con acido caprilico dovrebbe essere concettualmente diverso che distruggere i batteri con la dicloxicillina. In entrambi i casi si cerca di eliminare un agente patogeno, non valorizzare la forza intrinseca dell’organismo. Anche la medicina classica si rivolge poi ai poteri autorisananti del corpo: la tetraciclina non uccide direttamente i batteri, si limita a bloccarne lo sviluppo. La battaglia deve essere vinta dal sistema immunitario. 2a AFFERMAZIONE La medicina alternativa previene le malattie (mentre la medicina convenzionale si limita a curarle quando si manifestano). Non c’è medicina che abbia il monopolio della prevenzione. Gli operatori della medicina alternativa hanno dato molti contributi alla prevenzione. Sono stati i naturopati a consigliare per primi le diete vegetariane a basso tenore di grassi. Questo tipo di alimentazione riduce drasticamente le malattie gravi dell’età avanzata. Sono sempre stati i nutrizionisti a consigliare gli antiossidanti. Ora anche le riviste mediche esaltano le virtù preventive delle vitamine A, E, C. Tuttavia sono stati i medici convenzionali a scoprire il nesso fra ipertensione, colesterolo elevato e cardiopatie. I medici convenzionali hanno inventato i vaccini, ed è stata ancora la medicina classica a promuovere l’igiene. Alla scoperta dei germi patogeni si è impostato nell’ambito di un vasto programma di disinfezione un efficace trattamento dei rifiuti fognari, per avere acqua e cibi più sicuri. 3a AFFERMAZIONE La medicina alternativa cura le cause (la medicina ortodossa cura solo i sintomi).

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Indubbiamente la medicina convenzionale punta molto più sui sintomi che sulle cause. Non è che questo sia un dogma dei medici ortodossi, ma alleviare i sintomi è quasi sempre più semplice che rimediare alle cause. Anche gli operatori alternativi trovano difficile arrivare alle cause, ma hanno a disposizione molte più opzioni rispetto alla controparte che si deve limitare ai metodi verificati scientificamente. A volte si arriva al problema attraverso l’arte piuttosto che tramite la scienza. La catena delle cause non si interrompe mai. La causa ultima della malattia è la mortalità fisica in se stessa. Ogni affermazione ha aspetti positivi e negativi. Le ampie generalizzazioni sulla terapia alternativa non rispecchiano la realtà. È comunque importante spazzare la retorica e fare molta attenzione a questo campo vasto e differenziato. OMEOPATIA Non vi è dubbio che fra le tante medicine alternative l’omeopatia occupa un posto estremamente importante per la particolare diffusione e per i criteri generali che sono di tipo scientifico, anche se la maggior parte degli scienziati la considera una evidente insensatezza. Diversamente dalle erbe e dai supplementi alimentari, i rimedi omeopatici non contengono elementi materiali misurabili. Ci sono però le prove che l’omeopatia funziona e questo fa supporre che tale efficacia sia dovuta a forze naturali ancora sconosciute. Tutti sanno che tale pratica è stata inventata da un medico tedesco di nome Samuel Hahnemann (17551843). Disgustato dalle pratiche barbare dei suoi tempi cercò di formulare un sistema di medicina più dolce di quello che vedeva praticato intorno a sé. Il suo metodo divenne rapidamente popolare e si estese a molti paesi, in gran parte perché era più umano delle cure convenzionali. In realtà qualsiasi approccio sarebbe stato più accettabile dei trattamenti prevalenti al tempo di Hahnemann. Era l’epoca in cui si utilizzavano salassi, vescicamenti, induzione al vomito con sali velenosi di antimonio e purghe intestinali tossiche a base di mercurio. Egli basava l’omeopatia su tre principi di sua invenzione. Il primo è la legge dei simili, il secondo è la legge delle dosi infinitesimali, la terza è la legge della cronicizzazione. La tossicità delle sostanze impiegate, specie per lunghi periodi, portò Hahnemann alla decisione di diluire in acqua il farmaco e di dinamizzare la soluzione imprimendo 10 colpi al flacone. Hahnemann notò che tale operazione invece di neutralizzare il principio attivo del farmaco lo rendeva privo di effetti tossici ma con una azione sempre più efficace. Diluizioni anche molto inferiori al numero di Avogadro (12 CH), soluzioni in cui dal punto di vista chimico non è

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più possibile rintracciare molecole di soluto, causavano la comparsa di sintomi generali e psichici. La patologia scompariva se tali preparati venivano somministrati a malati con un quadro sintomatologico simile a quello dello sperimentatore. Sono state queste osservazioni che portarono alla formulazione della legge dei simili. Questa legge rimase fondamentale fino alla scoperta della teoria della relatività e della fisica quantistica che permisero di elaborare un supporto scientifico più accettabile legato alla visione di un universo costituito da un insieme di campi elettromagnetici, in continua interazione fra loro. Materia ed energia non sono due realtà distinte ma espressioni della stessa natura, e questo ha permesso la valutazione di ogni essere vivente come organismo energetico con un equilibrio dinamico, sollecitato da altri campi, e con una vibrazione elettromagnetica caratterizzata da una propria frequenza e lunghezza d’onda.Tale vibrazione esprime la vis vitalis dell’organismo cioè la sua capacità di mantenere l’omeostasi di fronte alle sollecitazioni esterne e la sua capacità organizzativa intelligente nei confronti di agenti patogeni onde elaborare la migliore risposta per superare l’aggressione. Le vibrazioni elettromagnetiche di ciascun individuo ubbidiscono alle leggi della meccanica ondulatoria per cui possono essere in risonanza o in dissonanza, in fase o in contrasto di fase a seconda della somiglianza o meno delle loro lunghezza o frequenza. Entreranno in risonanza le onde con lunghezza e frequenza più vicine cioè più simili. La comparsa quindi della malattia è condizionata dalla risonanza della frequenza elettromagnetica fra organismo ed agente patogeno. Con questa teoria trovano spiegazioni anche le patologie di massa, che sono predisposizioni analoghe nei confronti di alcune noxe di individui analoghi per età razza, condizioni ambientali e alimentari. Allo stesso modo, il farmaco che sul soggetto sano avrà causato i sintomi più simili a quelli manifestati dal paziente potrà, entrando in risonanza con il malato ricondurlo alla sua frequenza di salute. Per questo motivo la scelta del farmaco o rimedio da somministrare va compiuta cercando il simillimum cioè il più vicino alla totalità dei sintomi. La visita omeopatica consisterà quindi innanzi tutto nella raccolta organica e sistematica dei sintomi a livello psichico, generale e fisico. Il rimedio scelto sarà tanto più efficace quanto più sarà stato diluito e dinamizzato, agendo quindi a livello energetico per riportare in equilibrio la frequenza elettromagnetica del malato. La guarigione segue poi un cammino a ritroso in accordo con il secondo principio fondamentale dell’omeopatia, la legge di Hering. Questa teoria prevede il funzionamento intelligente della vis vitalis, che tende a pre-

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con il farmaco e con il terapeuta. Al riconoscimento dell’omeopatia in Italia collaborerà anche il nostro far parte della Comunità Europea, in alcuni paesi della quale tale pratica medica è da lungo tempo riconosciuta.

Hering servare la funzione mentale ed emozionale rispetto alla fisica e gli organi più delicati rispetto agli altri e seguirà nel cammino di guarigione la via inversa, dal piano psichico a quello fisico e dagli organi centrali a quelli periferici per cui si avrà la scomparsa dei sintomi dall’alto verso il basso, dall’interno verso l’esterno e gli ultimi comparsi saranno i primi a scomparire. Nonostante le ipotesi suggestive di una natura corporea percorsa da vibrazioni elettromagnetiche su cui agire attraverso rimedi che riporterebbero equilibri sconvolti, l’omeopatia vive una strana situazione. Sempre più accettata da una utenza disillusa dalla medicina ufficiale, non riesce a convincere la comunità scientifica per l’impossibilità di dimostrare la ripetibilità dei suoi successi basati su metodiche statistiche. Manca quindi a questa pratica medica il conforto dell’ufficialità. Molto comunque è stato conquistato. E molto scetticismo è crollato per la richiesta sempre più forte di una maggiore attenzione all’individuo inteso come unità indissolubile composta di anima e corpo capace di interagire se opportunamente sollecitato

STORIA DELLA LEGISLAZIONE OMEOPATICA Nel Testo Unico delle Leggi Sanitarie del 1934, che fino al 1991 è stato alla base della disciplina della produzione e commercializzazione dei prodotti medicinali non vi è nessuna disposizione per i prodotti omeopatici. Di fronte a tale situazione, il Ministero della sanità chiese più volte al Consiglio Superiore di Sanità quale fosse l’orientamento da assumere nei confronti dei prodotti omeopatici. Il 15 settembre del 1978 il Consiglio decise di considerare i prodotti omeopatici estranei alla regolamentazione delle specialità e dei prodotti medicinali e di permetterne la fabbricazione magistrale, di vietare la presentazione o la propaganda come specialità medicinali, a norma delle leggi sanitarie. Si richiese un ulteriore parere al Consiglio Superiore di Sanità che venne espresso il 29 settembre del 1979, nel senso che si devono sottoporre a controllo di composizione qualitativa e quantitativa le soluzioni madri da cui si ottengono le diluizioni terapeutiche. Nella stessa seduta venne votata la Commissione di esperti che avrebbero dovuto controllare i materiali omeopatici diretti alla terapia. Dai pareri forniti dal Consiglio era chiaro che non si voleva considerare i prodotti omeopatici dei medicinali e questo comportava che fossero esclusi dalla vigilanza sanitaria.

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Il Consiglio interpellato di nuovo nel 1980 precisò che le officine che producono omeopatici devono avere autorizzazioni per i prodotti galenici, e ribadiva che per i prodotti provenienti dall’estero valevano i controlli fatti in questi paesi. Nel 1981 la Direzione Generale del Servizio Farmaceutico faceva presente come i prodotti omeopatici essendo curativi dovessero essere considerati “medicinali” come stabilito dalla direttiva 65/65 CEE. Il problema del prodotto omeopatico continuò ad essere motivo di grandi dibattiti e oggetto di numerose proposte che furono esaminate dal Consiglio delle Comunità Europee e anche dal parlamento che le approvò nel 1992. I testi finali furono pubblicati nella G U E il 13 ottobre 1992 (direttive 92/73, 92/74). Le disposizioni di queste direttive sono state l’origine dell’emanazione del D L.110/95, che puntualizza la definizione di medicinale omeopatico veterinario, il loro campo di applicazione, la procedura semplificata di registrazione l’etichettatura e il foglietto illustrativo. L’emanazione di tale decreto è stata sicuramente un passo avanti verso un maggior riconoscimento della terapia omeopatica e deve rappresentare la spinta a cercare nuove metodologie per dimostrare in modo scientifico la sua validità. L’omeopatia moderna e in particolare l’omotossicologia hanno ampliato la legge di Hahnemann e oggi possono essere gettati dei ponti tra la tradizionale omeopatia unicistica e la medicina convenzionale. ASPETTI MEDICO LEGALI DELLE TECNICHE MEDICHE COMPLEMENTARI


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Una analisi corretta dei rapporti fra medicina e tecniche complementari, impone in via preliminare di definire cosa si intende per “medicina”. Non abbiamo a disposizione una definizione giuridica e quindi dobbiamo dedurla dall’art. 32 della Costituzione per il quale la salute è un diritto dell’individuo ed interesse della collettività, come ribadito anche nel primo articolo della riforma dell’833/78. La sorveglianza dello stato trova il suo primo riferimento nell’art. 100 del R.D. n.1265/1934 (TULLSS), che vieta di esercitare la professione di medico a chi non ha conseguito l’abilitazione ed ancora nell’art. 2229 C.C., che impone l’obbligo di iscrizione in appositi albi per l’esercizio delle professioni intellettuali; nell’art. 2231 C.C., che non consente di esigere onorari da parte di chi non ha tale iscrizione; ed inoltre nell’art. 348 C.P. che punisce l’abusivo esercizio della professione da parte di chiunque non sia munito dell’apposita abilitazione dello Stato. Da questo insieme di norme deriva che le diverse professioni intellettuali sono di interesse collettivo e hanno rilevanza sociale per cui l’esercizio di esse richiede di avere requisiti di preparazione culturale e scientifica. Lo stato quindi deve garantire ai cittadini la figura di professionisti, per lo meno sotto

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il profilo dei requisiti legali. Da quanto detto si desume che per medicina si pensa a una professione intellettuale con basi verificate grazie alle quali pervenire alla diagnosi e conseguente terapia con il minimo rischio. La facoltà del medico di adottare le “tecniche complementari” si collega agli art. 19, 23, 50 del Codice deontologico (conoscenza dei mezzi diagnostici e terapeutici, aggiornamento permanente, evitare di incorrere in una sperimentazione pericolosa o non necessaria). Pertanto le tecniche mediche complementari dovrebbero essere solo quelle della cosiddetta medicina alternativa la cui efficacia e pericolosità sia stata verificata dalla “medicina scientifica” e che quindi possono essere adottate da un medico che abbia acquisito competenza tecnica in esse. Non esiste una legge che obblighi il medico a determinati protocolli diagnostici e terapeutici ma nella libertà tecnica del medico vi è il limite imposto a chiunque di non provocare danni per non incorrere in ipotesi di colpa professionale con il conseguente dovere di risarcire il danno (art. 2043 C.C.). Per la valutazione giudiziaria dei casi nei quali il peggioramento della malattia si verifica a seguito di trattamenti privi di convalida scientifica, nel metodo medico le-

Zootecnia biologica ed approccio omeopatico ’Associazione Italiana di Zootecnia Biologica e Biodinamica in collaborazione con la Scuola di Specializzazione in Etologia Applicata e Benessere degli Animali d’Interesse Zootecnico e degli Animali d’Affezione, della Facoltà di Medicina Veterinaria di Milano, ha tenuto, il 23 maggio scorso, presso l’Istituto Zooprofilattico di Milano, un interessante workshop su ZOOTECNIA BIOLOGICA ED APPROCCIO OMEOPATICO. Nella sua relazione il dott. Paolo Pignattelli ha ricordato che se è impossibile parlare di zootecnia biologica senza passare dall’agricoltura biologica è altrettanto difficile non tenere conto delle opportunità che la medicina alternativa in generale e l’omeopatia in particolare possono dare per l’affermazione del metodo biologico in zootecnia anche in considerazione dell’importanza che il regolamento 1804/99 gli attribuisce (Allegato I, capitolo B, art. 5 alla voce; profilassi e cure veterinarie, per bovini suini, ovi-caprini, equidi e pollame, come pure per le api, art. 6-capitolo C). Il dott. Carlo Silviani, veterinario omeopata e vicepresidente dell’Associazione di Zootecnia Biologica e Biodinamica, dopo un breve richiamo alle origini dell’omeopatia ne ha descritto il principio che consiste nel curare le malattie con la somministrazione di quella sostanza o quelle sostanze (di natura vegetale, minerale o animale) che provocano su soggetti sani sintomi, segni e lesioni simili a quelli osservati nella malattia, quindi si basa sul principio della similitudine “similia similibus curantur”. Molto interessanti le esperienze di campo documentate dal dott. Marco Verdone, veterinario, specialmente sulle vacche da latte in zona parmigiano, sia sul piano della riduzione dei trattamenti per la prevenzione e cura delle mastiti e dei problemi della sfera genitale, sia a livello del miglioramento quali-quantitativo della produzione lattea e relativa trasformazione, il tutto ottenuto a costi molto inferiori rispetto all’uso dei farmaci allopatici tradizionali. Provocatoria la domanda che si è posta la dottoressa Antonella Carteri: “Vaccinazioni, un bene o un male? Qualsiasi intervento vaccinale, seppure necessario non è privo di rischi e, poiché non dà effetti negativi immediati, si pensa che sia innocuo. Si dimentica invece che le vaccinazioni negli animali da affezione sono sempre un trauma e non solo psicologico e possono predisporre gli animali ad una serie di patologie, pertanto una cura omeopatica, scelta secondo l’esatta metodologia, può servire anche ad annullare questi effetti negativi”. Paolo Pignattelli

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gale di prova sul punto della responsabilità vale la presunzione di colpa a carico del prestatore, non esistendo a suo favore alcun elemento circa la validità del metodo adottato e la sua personale capacità (preparazione) nell’adottarlo nel caso specifico. La libertà di prescrizione infatti non è tanto un suo diritto fondamentale quanto lo strumento essenziale per assolvere gli obblighi contrattuali o non che egli assume verso l’assistito o in altri termini lo strumento attraverso il quale l’assistito realizza il proprio interesse. La “libertà” nell’uso di mezzi diagnostici e terapeutici non significa quindi arbitrio o sconfinamento nella sperimentazione indiscriminata e deve restare limitata all’ambito di quello che le scienze bio-mediche hanno positivamente verificato, anche se tali nozioni non sono ancora entrate nei piani di studio per conseguire la laurea in medicina. Merita una considerazione particolare il medico omeopata, nei cui confronti non esistono preclusioni di ordine giuridico e deontologico all’esercizio della professione sanitaria e che quindi gode di una maggiore protezione in caso di colpa professionale. Nell’art. 19 del Codice Deontologico si asserisce che le cure omeopatiche non possono essere considerate terapie nuove da riservare all’ambito della sperimentazione clinica e nella direttiva CEE 92/73 sempre a proposito della medicina omeopatica si afferma che “occorre consentire l’accesso dei pazienti ai medicinali di loro scelta”. Certo è sempre consigliabile rispettare il dovere dell’informativa al paziente, prospettando anche l’eventuale ricorso alla medicina allopatica. Per un apprezzamento tecnico veramente sgombro da pregiudizi si riterrebbe opportuna la composizione di un collegio peritale comprendente un esperto di medicina non ortodossa, in grado di garantire una visione obiettiva del problema nel rispetto dei diritti del paziente e del medico. Si può concludere pertanto che se non è possibile per legge regolamentare l’atto medico, stabilendo con quali mezzi deve essere curata una determinata malattia o con quale tecnica deve essere eseguito un determinato intervento chirurgico, si deve regolamentare per legge il settore della medicina alternativa in cui si sono inseriti ciarlatani e guaritori fasulli. Sarebbe opportuno, che il nostro legislatore si decidesse a definire cosa è e chi è il medico e cosa si intende per atto medico. Un piccolissimo stato come il Kuwait ha dato dell’atto medico una definizione molto esauriente. “Il medico è colui che con atti compiuti di persona o con l’ausilio di terzi qualificati o in qualunque altro modo formula diagnosi, prescrive farmaci, compie su un essere umano atti medici o chirurgici o psicologici, preleva campioni per esami diagnostici e ne valuta i risultati, impiega energie di qua-

lunque specie e natura a fine diagnostico e terapeutico, impiega allo stesso fine fattori fisici come onde sonore o luminose o di qualunque altra natura”. È ovvio che un legislatore non può fare di più, perché il progresso scientifico odierno è rapidissimo e se venissero indicati per legge i modi e i mezzi per diagnosticare e per curare resterebbe nell’illegalità tutto ciò che di nuovo viene acquisito dalla scienza. Questo, costituirebbe un sistema oscurantista con infinite diatribe fra chi vuole rendere “legale” un determinato medico e chi vuole lasciarlo nell’illegalità. La definizione precedente è comunque importante perché limita drasticamente ai medici la diagnosi e la terapia lasciando ovviamente alla scienza medica il compito di accertare quello che è valido e ciò che non lo è. ATTIVITÀ MEDICA E TUTELA DEL PAZIENTE L’attività medica si colloca oggi in un contesto complesso e articolato. Il rapporto medico-paziente ha subito nel tempo molti cambiamenti: la tendenza a esercitare entro strutture organizzate, la rilevanza data dal progresso scientifico al profilo tecnico dell’attività svolta sono i segni di una evoluzione sociale ed economica ma sul piano giuridico sono anche parametri di valutazione che coinvolge medico e paziente. In questi termini ha senso parlare di una relazione complessa ossia una relazione tale per cui la soluzione dei possibili conflitti si raccorda alle variabili strutturali appena ricordate. Prima di affrontare lo studio di questa relazione è utile individuare quali siano i diversi interessi che interagiscono al suo interno, per identificare i potenziali punti di conflitto tra i soggetti, rispetto ai quali ha senso porsi un problema di tutela. Non c’è dubbio che al centro della relazione medico-paziente domini l’interesse alla salute di colui nei confronti del quale l’attività viene svolta e che tale interesse sia comune a entrambi i soggetti della relazione. Si può dire cioè che tra medico e paziente si instauri un rapporto di tipo cooperativo. L’attività volta al raggiungimento del benessere del soggetto è tale da esporre quel medesimo bene a rischi di danno. In questi termini l’attività medica è al tempo stesso attività tendenzialmente utile e potenzialmente dannosa e ciò con riferimento al medesimo bene oggetto della tutela. L’interesse primario del paziente ad essere curato non esclude nei fatti la sopportazione del rischio di danno da parte sua solo perché quel rischio risulta connesso a una attività di per sé esercitata a suo favore. Tra utilità e rischio esiste pertanto una sorta di parallelismo. La regola di condotta relativa all’attività potenzialmente dannosa nascerà da un contemperamento

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In Parlamento la questione dei Registri degli Omeopati

Verso una regolamentazione della Medicina Omeopatica Critico il parere della FIAMO ull’istituzione dei registri dei medici che esercitano terapie non convenzionali si è recentemente espressa la comunità degli omeopati italiani. La FIAMO (Federazione Italiana delle Associazioni e dei Medici Omeopati), ritiene infatti necessario prestare molta attenzione ai parametri adottati dai Registri e tenere conto della complessità delle terapie che si avvalgono della prescrizione di medicinali omeopatici. Mentre per la FNOMCeO (Federazione Nazionale Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), i Registri sono istituiti a solo fine statistico – cognitivo senza pretesa di legittimazioni di alcun tipo, né scientifica, né pubblicitaria, per la FIAMO si pongono egualmente alcuni interrogativi di fondo: Chi può qualificarsi come omeopata? Quale formazione e quale metodica professionale può essere considerata qualificante? Come si tutela il cittadino da possibili forme di abusivismo? Le risposte sono contenute in un documento ufficiale che Pindaro Mattoli, Presidente della FIAMO, ha trasmesso a tutti gli Ordini Provinciali dei Medici e di cui riportiamo di seguito un estratto.

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(Dal documento FIAMO del 15-2-2000) IDENTITÀ DELLA MEDICINA OMEOPATICA E DEL MEDICO OMEOPATA Tenendo conto che l’unico atto legislativo e ufficiale, a livello comunitario e nazionale, riguardante la

Sono 6.000.000 gli italiani che si curano con le medicine alternative o ha accertato la Doxa, che ha anche valutato che l’81% di coloro che si curano con le medicine alternative “hanno compiuto una scelta consapevole, affidandosi ai medici esperti”. Sempre secondo la Doxa, gli italiani che si curano con l’omeopatia “erano 2 milioni e 500mila nel ’93”. Pertanto in sette anni sono aumentati del 141 per cento.

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Omeopatia è la regolamentazione della fabbricazione e distribuzione dei medicinali cosiddetti “omeopatici” (detti tali solo in base al sistema di produzione), potrebbe essere considerato consequenziale chiamare “esperto in Medicina Omeopatica” qualsiasi prescrittore di medicinali omeopatici. Il nostro Consiglio Direttivo, considerando invece il problema da un punto di vista degli statuti epistemologici e delle tecniche cliniche di prescrizione, ha già da tempo compilata una classificazione delle metodiche terapeutiche e delle relative figure professionali che si avvalgono della prescrizione di medicinali omeopatici che prevede tre metodiche professionali distinte (Medicina Omeopatica, Omotossicologia, Medicina Antroposofica) che richiedono una formazione professionale specifica, ed altre metodiche che non la richiedono e che quindi non possono essere considerate come entità professionali a sé stanti né prevedere una qualche qualifica. Un unico Registro per le tre categorie ne negherebbe le distinte identità e negherebbe la validità della classificazione di cui sopra, che è oramai acquisita a tutti i livelli, professionali e istituzionali. Sarebbe inoltre altamente lesivo per l’identità professionale delle tre categorie menzionate, dal momento che sarebbe istituzionalizzata l’inflazione della qualifica di “medico omeopata”, già usata da tempo a sproposito a livello di cultura generale e di mass-media, e sarebbe negata la rispettiva identità professionale ai medici Omotossicologi e Antroposofi. Tale evenienza andrebbe peraltro soprattutto anche a danno del cittadino utente, che non avrebbe la possibilità di accedere con totale consapevolezza, con “consenso informato”, alle varie terapie che utilizzano la prescrizione di medicinali “omeopatici”. FORMAZIONE PROFESSIONALE L’insegnamento della Medicina in Italia è tradizionalmente appannaggio esclusivo delle università che ne garantiscono la qualità e la uniformità su tutto il territorio. La cultura delle Medicine Non Convenzionali, proprio perché “non convenzionale”, è completamente al di fuori del mondo universitario e, per ora, non c’è università o associazione parauniversitaria, seppur autorevole, che possa garantire la qualità della cultura medica non convenzionale e del relativo insegna-

mento. È indubbio peraltro che, in un futuro che si spera prossimo, le MNC validate nel tempo saranno integrate nella scienza medica ufficiale ed insegnate nelle università come specializzazione. A tale scopo si pone nel frattempo il difficile problema di qualificare prima e “traghettare” poi integralmente nel mondo scientifico ufficiale la cultura medica non convenzionale, senza perderne aspetti importanti durante il tragitto. Nell’ambito della comunità omeopatica italiana il problema della fissazione di parametri uniformi di insegnamento della Medicina Omeopatica si è posto già da molti anni, in presenza di varie associazioni di scuole che avevano ciascuna i loro parametri qualitativi e quantitativi. Su tale linea di sviluppo, la FIAMO, dopo aver esercitato già dal 1994 un’opera di consulenza per i vari gruppi di scuole attraverso l’opera del Comitato per la Formazione Professionale, ha trasformato circa un anno fa tale comitato in Dipartimento Scuole, Formazione e Insegnamento i cui parametri sono oramai acquisiti dalla maggioranza delle scuole italiane di Medicina Omeopatica. SANATORIA In assenza, come sopra detto, di indicazioni tecniche qualificanti da parte della FNOMCeO (Federazione Nazionale Ordini dei Medici Chirurghi e degli Odontoiatri), la possibilità che siano istituiti da parte dei vari Ordini dei Medici provinciali dei Registri di omeopati solo su autocertificazione, senza tener conto della classificazione di

SIAV: una proposta normativa La SIAV - Società Italiana di Agopuntura Veterinaria - ha elaborato una proposta normativa per il proprio settore, articolata in tre specifici ambiti: professionale, culturale e formativo. AMBITO PROFESSIONALE • Possono praticare l’agopuntura veterinaria in ambito liberoprofessionale i medici veterinari iscritti ad uno degli Ordini Provinciali e in possesso di una certificazione attestante la partecipazione ad un corso di formazione specialistica in agopuntura veterinaria • Solo i medici veterinari in possesso dei requisiti sopra indicati possono esercitare presso i Presìdi Veterinari Pubblici e presso gli Ospedali Veterinari Universitario-Didattici • Istituzione di una sezione dell’albo Professionale dedicata esclusivamente ai medici veterinari che praticano medicine non convenzionali per animali • Regolamentazione della dicitura “Agopuntura Veterinaria” AMBITO CULTURALE • Costituzione di un Coordinamento Nazionale delle MNC per Animali per il riconoscimento ufficiale delle MNC veterinarie • Attivazione di seminari di presentazione delle MNC ai medici veterinari nell’ambito degli Ordini Provinciali • Diffusione della cultura delle NMC presso le Associazioni degli Allevatori • Coinvolgimento di Università, SSN e del mondo scientifico ufficiale AMBITO FORMATIVO • Definizione della durata e del monte ore teoriche e pratiche dei corsi di formazione specialistica • Esercitazioni pratiche distinte per specie animale • Ciascuna scuola può attivare corsi per una o più specie animali ed è tenuta a sottoporre il proprio programma didattico ad una Commissione delle Scuole di Agopuntura Veterinaria che abbia al suo interno un rappresentante della FNOVI • Prevedere esami teorico-pratici annuali e tesi di fine corso da discutere davanti ad una Commissione esaminatrice che includa un rappresentante dell’Ordine dei Medici Veterinari di pertinenza territoriale, possibilmente esperto in agopuntura veterinaria


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cui sopra e senza parametri di controllo, è un’ottima occasione per una moltitudine di prescrittori improvvisati di ogni genere di medicinali omeopatici per qualificarsi come “omeopati”. All’interno della nostra categoria professionale la invadenza di tali sedicenti omeopati costituisce un vero e proprio “abusivismo” che, nell’ambito della recente diffusione per moda delle medicine alternative, sta danneggiando

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seriamente la nostra categoria professionale. SCUOLE PRESSO ORDINI Già da molti anni alcuni Ordini dei Medici hanno ospitato ed ospitano scuole di Medicina Omeopatica. Ciò indubbiamente dona una qualche omologazione sia all’Omeopatia, sia soprattutto alla scuola ospitata. Nell’impossibilità di distinguere la qualità dell’insegnamento, non

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esistendo parametri accreditati in questo senso, in alcuni casi le scuole ospitate sono diretta emanazione di alcune ditte di produzione farmaceutica. Tutto ciò produce, purtroppo con l’inconsapevole e determinante contributo di alcuni Ordini, uno squilibrio a sfavore delle vere scuole indipendenti, che sono le uniche a trasmettere il corretto sapere omeopatico, e un inquinamento e un danno notevole al-

lo sviluppo della cultura omeopatica. PROPOSTE DI LEGGE SULLE MNC Molti partiti politici hanno presentato e stanno per presentare proposte di legge sulle MNC ed è naturale che siano oggetto di forti pressioni da parte di gruppi di potere sia professionali che commerciali, che badano ovviamente solo ai loro interessi particolari. In

questo contesto poche entità associative professionali, ed in primis la nostra Federazione, sollecitano i politici verso una qualificazione adeguata delle MNC in genere e dell’Omeopatia in particolare. MNC PRESSO STRUTTURE PERIFERICHE DEL SERVIZIO SANITARIO NAZIONALE Recentemente, in alcune strutture sanitarie pubbliche, su iniziativa e sollecitazione personale di alcuni medici, sono stati aperti “ambulatori omeopatici”. Il recente piano sanitario del Ministero della Sanità prevede fondi suppletivi per prestazioni non convenzionali. Ciò presuppone una qualche omologazione delle MNC. In assenza totale di classificazione e definizione delle varie figure professionali omeopatiche, il cittadino utente non ha nessuna garanzia che il medico che lo visita sia realmente “esperto in Medicina Omeopatica” e che la prestazione sia realmente “omeopatica”. ABUSIVISMO In campo omeopatico l’abusivismo è organizzato e cresce alla luce del sole: esistono vere e proprie scuole per non medici che insegnano, insieme a molte metodiche diagnostiche e terapeutiche alternative, anche rudimenti di Medicina Omeopatica. Si allude ai “naturopati”, che sono una categoria che sta crescendo vertiginosamente sull’onda della speranza che anche in Italia, come in alcuni paesi europei (Germania, Inghilterra, etc.), si affermi la possibilità di esercitare tutte le MNC da parte di operatori non medici. Scuole di naturopatia sono attive in Italia da molti anni. I naturopati diplomati esercitano tranquillamente o in proprio o presso centri di terapie naturali o di estetica o di fitness o addirittura parrucchierie, e siamo a conoscenza del fatto che i rappresentanti di molte ditte omeopatiche vanno assiduamente a visitare tali operatori: la parodia dell’atto medico è completa. Per approfondimenti: www.fiamo.it www.omeovet.it

La proposta di legge sulla Di-

sciplina delle terapie non convenzionali e l’istituzione dei registri degli operatori delle medicine non convenzionali (n. 3891, primo firmatario On. Paolo Galletti del Gruppo Misto) è al vaglio della Commissione Affari Sociali che riprenderà a lavorare sul documento nel mese di settembre. Il testo della proposta di legge e i suoi emendamenti in Commissione

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M E D I C I N E

N O N

C O N V E N Z I O N A L I

Il medicinale omeopatico: alternativo, innocuo o rischioso? Rispondono Pindaro Mattoli, Presidente FIAMO, e Roberto Orsi, Coordinatore del Gruppo di Studio SCIVAC di Medicina Non Convenzionale D. “Il Prof. Ferdinando Aiuti ha recentemente affermato in TV che i prodotti omeopatici sono “acqua fresca”. Esiste, del resto, un luogo comune secondo il quale “l’omeopatia non fa mai male, al massimo non serve a niente”. Il più diffuso quotidiano nazionale invece metteva in guardia da un uso troppo disinvolto e “fai da te” dei prodotti omeopatici per i conseguenti danni che possono causare all’organismo. La verità anche in questo caso sta nel mezzo?” P. Mattoli. La tesi che il medicinale omeopatico sia efficace come l’“acqua fresca” (la paternità di tale definizione è del prof. Garattini, direttore delll’Istituto Mario Negri) è dovuta al fatto che la scienza ufficiale stenta ad accettare che le alte diluizioni omeopatiche, che non contengono traccia della sostanza originale, possano essere terapeuticamente efficaci. Che il medicinale omeopatico agisca, qualsiasi omeopata è in grado di constatarlo ed affermarlo. Al di là del dato empirico, la dimostrazione scientifica dell’azione del medicinale omeopatico (soprattutto le alte diluizioni) è cosa ancora da dimostrare del tutto, anche se sono stati eseguiti negli ultimi anni molti esperimenti attendibili in tale senso. A tale proposito, è stato ad esempio effettuato all’inizio degli anni novanta un esperimento molto significativo presso l’Istituto Interfacoltà di Biochimica dell’Università di Perugia, su suggerimento e con la collaborazione del Comitato Scientifico umbro della FIAMO: utilizzando un protocollo sperimentale convenzionale, si dimostra in maniera chiara sia la validità della Legge dei Simili, sia l’efficacia delle dosi infinitesimali ultra-Avogadro. L’esperimento, che ovviamente non ha trovato ospitalità nella stampa allopatica, è stato pubblicato sulla rivista della FIAMO “Il Medico Omeopata” nel novembre ‘98 e sta per essere inserito in questi giorni sul sito Internet della FIAMO al sottotitolo “Dipartimento Scientifico”. Il medicinale omeopatico dunque agisce, ma il fatto che agisca anche in assenza di molecole della sostanza base, indica che il meccanismo di azione non è a livello chimico (e questo spiega anche perché non esiste effetto tossico), ma probabilmente fisico. Il pericolo adombrato dalle prescrizioni omeopatiche “fai da te” si riferisce al fatto che chi si cura direttamente sui sintomi presenti senza consultare un medico

(omeopata o non) salta una fase essenziale dell’atto medico (omeopatico o non) che è la diagnosi clinica, per cui potrebbe lasciare aggravare una malattia non riconosciuta che meriterebbe altra terapia (omeopatica o non) che solo un medico può gestire. Per lo stesso motivo è assurdo che la Medicina Omeopatica venga esercitata da figure professionali che non siano medici, ma ciò è stato per fortuna in Italia direttamente decretato da una recente sentenza della Corte di Cassazione, che rende illegale qualsiasi prescrizione omeopatica fatta da un non medico. R. Orsi. La verità sta nel fatto che più del 15% dei ricoveri ospedalieri è causato da danni jatrogeni, che l’allevamento zootecnico non può fare a meno dei farmaci con conseguenze sulla salute pubblica, e che anche i piccoli animali stanno divenendo farmaco dipendenti. Il discorso sulla innocuità dell’Omeopatia è comunque molto più articolato e complesso di quanto comunemente si creda. Riguardo all’argomento “acqua fresca”, se esso può esser vero da un punto di vista della chimica, non lo è da quello della fisica. I lavori sperimentali dei fisici quantistici iniziano a capire cosa avviene ad una sostanza diluita e dinamizzata, con buona pace dei vari Aiuti, Angela e Garattini. Pur essendo privo degli effetti collaterali e delle controindicazioni del farmaco tradizionale, il rimedio omeopatico (quando ben scelto e somministrato alla giusta potenza) può talvolta innescare alcune reazioni organiche sgradevoli, ma in ogni caso previste nel corpus dottrinale dell’Omeopatia e ben controllabili da un medico preparato: possono essere perfino un segnale positivo che apre la via della guarigione. Ma in ogni caso la possibilità che in tal modo si verifichi un danno fisico organico è praticamente impossibile. Interrogarsi sugli “effetti collaterali” dell’Omeopatia vorrebbe dire comunque rifiutarsi a priori di prendere un’aspirina…. Sono comunque ben note delle determinate situazioni cliniche in cui la somministrazione di certi rimedi può comportare un sicuro peggioramento, ma esse sono ben codificate da duecento anni di esperienza. In pratica penso che ben difficilmente l’Omeopatia “fai da te” possa fare dei danni “iatrogeni”, può però comportare il rischio di ritardare la giusta diagnosi e la giusta terapia. Per questo, salvo

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casi semplici, è bene che il paziente o il proprietario si consultino sempre con il medico o con il veterinario omeopata. D. Una sentenza della Cassazione stabilisce che nei casi a rischio per il paziente bisogna optare per la tecnica più sicura. Come si comporta il medico omeopata per evitare che il trattamento farmacologico omeopatico per il quale il paziente ha optato si prolunghi senza risultati con pregiudizio sui tempi d’efficacia di una cura tradizionale? P.M. Solo un medico, e per giunta esperto in materia, può assumersi la responsabilità di pilotare con scienza e coscienza un caso clinico giudicando quando può essere utilizzata la sola terapia omeopatica, o quando essa vada eventualmente affiancata o sostituita dalla terapia convenzionale. Non possono essere dettate regole precise, se non quelle della competenza clinica e della responsabilità deontologica e giuridica del medico operante. La responsabilità dell’atto medico omeopatico in particolare è molto pesante perché la terapia omeopatica non è stata ancora validata scientificamente, per cui l’omeo-

pata, curando un malato omeopaticamente, giuridicamente non lo cura, ed è quindi particolarmente importante che sia un bravo diagnosta, sia clinico che omeopatico, e che segua con estrema attenzione i casi clinici più impegnativi. La FIAMO, da parte sua, sta effettuando il massimo sforzo sul piano scientifico per affermare la validità dell’Omeopatia e sul piano politico e giuridico per portare ad un livello normale di dignità e responsabilità professionale la pratica medica omeopatica. Per tale azione la FIAMO chiede l’attenzione e la collaborazione di tutte le forze sane della Comunità Omeopatica Italiana. R.O. In questo caso devono essere la professionalità ed il buon senso del terapeuta a indicare se si deve abbandonare una terapia omeopatica che non sta dando i risultati voluti. L’accanimento terapeutico, anche quello omeopatico, è sicuramente da condannare. Ma neppure si può pretendere dall’Omeopatia di risolvere in tempi brevissimi patologie croniche che durano magari da anni. O di curare l’incurabile. Bisogna in ogni caso valutare singolarmente, cercando di capire esattamente dove l’insuccesso ha avuto origi-

ne, per esempio in una diagnosi allopatica e/o omeopatica errata, nella impreparazione del terapeuta, nel perpetuarsi delle cause esterne ambientali, alimentari ecc. Sarebbe comunque interessante definire in ambito veterinario quelle situazioni “a rischio” che richiedano la terapia “più sicura”: anche una rinotracheite in un gatto può esserlo, o una dermatite allergica, oppure vanno considerati tali solo le situazioni d’emergenza? Ampliando il discorso, ed in maniera serena e costruttiva, quali sono le tecniche più sicure in quel singolo caso? Ed il “rischio” di un trattamento farmacologico più o meno prolungato come deve essere valutato? Ed il volere del proprietario? Un tale dibattito è più che auspicabile, e la partecipazione degli esperti di Bioetica animale sarà allora indispensabile. Rigirando poi la domanda, bisognerebbe anche chiedersi quali sono le situazioni in cui sarebbe opportuno iniziare fin da subito una terapia basata sull’Omeopatia o su altre metodiche non convenzionali... ■

IVA al 10% sui farmaci omeopatici l Collegato Fiscale alla Finanziaria del 2000, approvato dal Senato lo scorso luglio ha introdotto provvedimenti atti a ridurre la pressione fiscale nel nostro Paese. Fra le misure adottate figura anche una riduzione dell’IVA sui farmaci omeopatici: l’aliquota scenderà dal 20 al 10 per cento.

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La Babele dei farmaci per equini PREMESSA Una fotografia della situazione relativa alla disponibilità dei farmaci veterinari per il trattamento degli equini nella UE alla fine del 1999 può essere così riassunta: la maggioranza degli Stati della Comunità Europea condivide l’inquadramento degli equini tra gli animali da carne,

considerando quindi legali solo i farmaci provvisti di MRL. Nonostante ciò, tra i diversi Stati membri vi sono notevoli differenze nell’applicazione dei regolamenti in materia, evidenziando situazioni talvolta paradossali. Francia e Gran Bretagna consentono sugli equini l’uso di qualsiasi far-

maco veterinario. L’Irlanda accetta farmaci veterinari che dal 1° gennaio 2000 siano provvisti di MRL. Questa confusione ha generato una selvaggia proliferazione delle importazioni illegali da Stati extra comunitari (es. USA e Canada). Inoltre, la diversa classificazione dei farmaci ha creato delle ampie di-

sparità di costo tra lo stesso farmaco nei diversi Stati UE. Infine, l’impossibilità di reperire alcune molecole su certi mercati a causa della scarsa convenienza economica per le ditte produttrici è andata a grave detrimento del benessere e della salute degli equini (es. Il Metronidazolo è praticamente intro-

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di Marco Eleuteri

Delegato SIVE per la FEEVA

vabile in quasi tutta la Comunità Europea tranne che in Gran Bretagna. Oppure, la Gentamicina ha un prezzo che varia fino a 25 volte tra i vari Stati, la Xylazina costa molto meno negli USA che in Europa, l’Etere guaiacolglicerico è scomparso dal mercato in molti Stati). Il danno causato da questa sorta di “babele” è anche di ordine economico, dato che i grandi proprietari di scuderie, allevamenti tendono a spostare la loro attività negli Stati meno restrittivi. LA SITUAZIONE OGGI All’inizio del 2000 la Commissione incaricata presso la FVE ha elaborato con la decisione 2000/68/EC una proposta di estendere a tutti gli equini l’obbligo del documento di identificazione, passaporto per il cavallo sportivo comprendente la definizione “destinabile” o “non destinabile” alla macellazione. I cavalli esclusi dal ciclo alimentare potranno essere trattati con farmaci privi di MRL, mentre quelli destinati all’alimentazione umana dovranno essere trattati solo con farmaci con MRL. Nel caso in cui un equino passi (ammesso che ne venga sancita la possibilità) dal settore sportivo a quello alimentare bisognerà prevedere, oltre alla dichiarazione del trattamento, un periodo di sospensione di almeno sei mesi. Purtroppo ogni Stato potrà decidere le modalità di istituzione di questa anagrafe, dividendo gli equini in più categorie e potrà applicarle in modo più o meno restrittivo. Questa decisione avrebbe dovuto entrare in vigore a luglio 2000, ma purtroppo l’EMEA e alcuni Stati membri (Belgio e Olanda) hanno contestato la possibilità di rendere esecutiva la decisione 2000/68 se non verrà abrogata una direttiva del 1981 (81/851) che sancisce per gli animali da carne l’uso di farmaci veterinari provvisti di MRL. L’iter per arrivare all’abrogazione della 81/851 è infinito, dovendo passare attraverso una proposta della Commissione Europea al Consiglio dei Ministri e al Parlamento Europeo: tradotto vuol dire anni. Ovviamente, si stanno cercando delle strade alternative che permettano di evitare un simile impasse, ma non è un problema semplice. Il 13 settembre 2000 a Birmingham alla BEVA si è tenuto il Congresso Annuale della FEEVA; all’ordine del giorno, al primo posto, c’era il problema del farmaco veterinario e la SIVE era presente per dare il proprio contributo. La situazione italiana non è molto diversa dalle altre, ma sono oramai due anni che la Società Italiana Veterinari per Equini si batte per cercare di avvicinare sempre più il cavallo sportivo ed amatoriale agli animali da compagnia. Chissà che per una volta non si riesca a fare da battistrada agli altri Stati europei, invece di essere il solito fanalino di coda. Sull’argomento si veda anche la rubrica Notizie dall’Europa, a pagina 25.


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‫ﺔ‬ di M.C. Lopez Moreno

A proposito di consenso informato n ambito veterinario dobbiamo far presente che, tra le fonti del diritto, non si trova nessuna norma sanitaria che faccia alcun riferimento allo “istituto del consenso”. Le basi giuridiche di esso, anche se non specifiche della veterinaria ma comuni a tutte le professioni intellettuali, si ricavano indirettamente dal codice civile e, più precisamente, nel rapporto contrattuale che si stabilisce tra cliente e professionista sanitario. Infatti, dal momento in cui una persona si rivolge ad un medico veterinario per sollecitare la sua professionalità, si stabilisce un rapporto contrattuale di opera professionale, anche se non scritto, che necessita dell’accordo tra le parti per renderlo valido. Il proprietario, detentore o responsabile dell’animale sollecita la prestazione sanitaria ed il veterinario, se d’accordo, la esegue. In quest’ottica il “consenso” è riferito a tutte due le parti (cliente e sanitario). Ad esempio se il proprietario di un animale sollecita l’eutanasia del proprio animale sano e, cioè, manifesta la sua volontà ad un determinato intervento, il medico veterinario potrebbe rifiutarsi di realizzarlo e, quindi, non acconsentire1. Viceversa, il veterinario potrebbe consigliare il cliente sull’opportunità di sopprimere l’animale che si trova in condizioni critiche ed il proprietario sarebbe libero di non accettare tale intervento (diniego del consenso). In entrambi i casi il contratto non viene concluso. In questi casi siamo davanti a un significato generico di consenso.

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Concetto giuridico di consenso informato Una definizione giuridica di “consenso informato” in ambito veterinario la si trova soltanto nella Circolare n. 14 del 25.09.1996, concernente le Buone Pratiche di Sperimentazione Clinica negli animali dei medicinali veterinari, dove, il consenso informato viene definito nell’allegato come la conferma dell’accettazione da parte del proprietario a partecipare ad una sperimentazione. Questa conferma deve essere richiesta solo dopo che sia stata data informazione sui diritti e le responsabilità del proprietario, sui rischi e gli inconvenienti legati alla sperimentazione e i relativi obiettivi e benefici. Nel caso di animali produttori di derrate alimentari, il proprietario deve essere informato per scritto delle conseguenze della partecipazione alla sperimentazione, ai fini del successivo destino degli animali trattati e delle derrate alimentari che derivano da loro. Una copia di

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N.B. In alcune Regioni è vietata la soppressione eutanasica anche dell’animale di proprietà.

questa comunicazione datata e controfirmata dal proprietario degli animali o dal responsabile/sperimentatore deve essere compresa nella documentazione della sperimentazione. In questo caso però, l’obbligo di acquisire il consenso del proprietario degli animali che saranno coinvolti nella sperimentazione ricade su chiunque intenda condurre prove cliniche relative a medicinali veterinari, al fine di ottenere la necessaria autorizzazione ministeriale. Si ritiene, quindi, che sebbene esista una definizione giuridica di consenso informato in campo veterinario sia opportuno adattare tale definizione alla normale pratica veterinaria in modo da renderla più rispondente e consona al normale svolgimento della professione veterinaria, anche se carente di rilevanza giuridica. A questo punto possono essere utili le seguenti affermazioni emerse in campo umano: • Il Comitato Nazionale di Bioetica, nel dare una definizione di consenso informato, dichiara che “perché la volontà del paziente possa esprimersi liberamente autorizzando il medico a procedere nella cura, quest’ultimo deve fornire al paziente un’informazione completa, corretta, obiettiva e personalizzata”. Anche il Comitato di Bioetica della Regione Toscana si è pronunciato in maniera simile quando ritiene che “…il dovere morale prima che giuridico all’informazione esauriente e comprensibile su tutto ciò che il medico propone al suo paziente per diagnosticare e curare la malattia…”. • L’art. 32 del Codice Deontologico dei Medici Chirurghi, relativo al consenso informato, senza dare una definizione di esso dispone che: “Il medico non deve intraprendere attività diagnostica e/o terapeutica senza l’acquisizione del consenso informato del paziente. Il consenso, espresso in forma scritta nei casi previsti dalla legge e nei casi in cui per la particolarità delle prestazioni diagnostiche e/o terapeutiche o per le possibili conseguenze delle stesse sulla integrità fisica si renda opportuna una manifestazione inequivocabile della volontà della persona, è integrativo e non sostitutivo del processo informativo di cui all’art. 30. Il procedimento diagnostico e/o il trattamento terapeutico che possano comportare grave rischio per l’incolumità della persona, devono essere intrapresi solo in caso di estrema necessità e previa informazione sulle possibili conseguenze, cui deve far seguito una opportuna documentazione del consenso. Omissis” Tuttavia, per arrivare ad un concetto di “consenso informato” in ambito veterinario, dobbiamo prima ap-

profondire alcuni aspetti particolari e caratteristici della medicina veterinaria. DOVERE D’INFORMAZIONE E CONSENSO INFORMATO Fermo restando quanto sopra, abbiamo visto che il rapporto che si stabilisce tra il proprietario di un animale ed il medico veterinario è di tipo contrattuale di opera professionale. Il cliente si rivolge al medico veterinario per chiedere una sua prestazione professionale (la cura dell’animale o una prestazione ben precisa come può essere la vaccinazione); dal momento in cui quest’ultimo accetta, si obbliga (rapporto obbligatorio) a svolgere, a favore del cliente, una determinata attività senza, tuttavia, garantire il risultato che da questa attività il cliente si attende e, cioè, obbligazione di mezzi e non di risultato (il veterinario si obbliga a curare l’animale ma non garantisce la sua guarigione). Il rischio, per la mancata realizzazione del risultato ricade sul cliente. Bisogna però precisare che l’obbligazione principale alla quale il medico veterinario è tenuto (cura dell’animale) è composta, a sua volta, di altre obbligazioni accessorie. Una generale obbligazione accessoria è quella di comportarsi con correttezza (art. 1175 C.C.), correttezza reciproca (cliente-veterinario) il che significa che l’uno deve cooperare per soddisfare l’interesse dell’altro. Una applicazione specifica è il “dovere d’informazione” che ha il medico veterinario nei confronti del cliente. Inoltre, si deve precisare che, spesso, l’obbligazione principale che il medico veterinario si assume nell’accettare la cura dell’animale può avere ad oggetto due o più prestazioni, in alternativa fra loro (per curare una determinata malattia si potrebbe decidere per un intervento chirurgico piuttosto che per un trattamento farmacologico). Il veterinario si libera dell’obbligazione eseguendo l’una o l’altra prestazione (art. 1285 C.C.) La facoltà di scelta spetta, di regola, al professionista salvo casi particolari che si vedranno in seguito. Infatti, la scelta tecnica del tipo di prestazione ritenuta più idonea per raggiungere l’oggetto del contratto (curare l’animale) spetta al medico veterinario in quanto la sua preparazione professionale lo mette su un piano superiore, in quanto a conoscenze tecniche e scientifiche della medicina, rispetto al proprietario dell’animale. Tuttavia, prima di poter effettuare la prestazione medica il sanitario ha l’obbligo d’informare e proporre al cliente la sua scelta in quanto questa potrebbe non essere condivisa e/o accettata dal cliente e, quindi, essendo contraria alla sua volontà, rendere nullo il contratto. Esempio: Mettiamo il caso di un signore che si rivolge al suo veterinario con un

cane che risulta essere affetto da un tumore con numerose metastasi. Il veterinario lo informa della patologia e dei possibili interventi: A. Eutanasia B. Trattamento chirurgico seguito da altri importanti trattamenti (chemioterapia e trattamenti farmacologici); C. Trattamento farmacologico del dolore. Possiamo ora distinguere due ipotesi: 1. Il veterinario, operando in scienza e coscienza, considera che si deve effettuare il trattamento B. In questo caso, una volta che il professionista ha fatto la sua scelta, dovrà proporla al cliente. Questo potrebbe non accettarla e, così, il sanitario si libera dell’obbligazione assunta nei confronti del cliente. Infatti, il sanitario non è tenuto ad eseguire un trattamento contrario alla sua scienza e coscienza anche se ritenuto più idoneo dal cliente. 2. Il veterinario ritiene valido qualsiasi trattamento. In questo caso, vista la disponibilità del sanitario ad effettuare indifferentemente qualsiasi trattamento, la scelta spetta al cliente. Non c’è dubbio che, in ogni caso, sia il consenso o il diniego ad accettare una specifica terapia proposta, sia la scelta del tipo d’intervento (nella seconda ipotesi), da parte del proprietario dell’animale, devono essere liberi e consapevoli e, pertanto, debbono essere preceduti da una corretta e completa informazione da parte del medico veterinario. Solo in questo modo si può parlare effettivamente di “consenso informato” che, rappresenta una delle possibili conseguenze del dovere d’informare il cliente da parte del sanitario, e che esprime l’accettazione, consapevole e libera da parte del primo a sottoporre il proprio animale ad un determinato intervento medico, dopo essere stato preventivamente informato su tutti gli aspetti che potrebbero condizionare la sua volontà. Modalità di espressione e d’acquisto del consenso Se nella pratica si tende ad identificare il consenso informato con la forma scritta, dal punto di vista legislativo si deve precisare che così non è. Infatti, possiamo differenziare diverse modalità di espressione del proprio consenso: 1. Consenso tacito o implicito: la volontà non viene dichiarata ma si desume dal comportamento. Il cliente che sollecita la vaccinazione dell’animale. 2. Consenso esplicito: la volontà viene dichiarata per scritto o oralmente. Si desume, quindi, che anche le modalità dell’acquisto del consenso informato possono essere diverse, in funzione di quanto sopra. A differenza della medicina umana

Istituto di Medicina Legale e Legislazione Veterinaria dell’Università degli Studi di Milano dove troviamo precise norme che obbligano il medico chirurgo alla acquisizione del consenso scritto del paziente per l’esecuzione di determinati interventi (trasfusioni sanguinee, sperimentazione clinica di medicinali, trapianti di organi, ecc.), riportando qualche volta anche i moduli che debbono essere sottoscritti da parte dei pazienti, in campo veterinario nessuna norma impone un simile obbligo al medico veterinario. Ma, è consigliabile farsi sottoscrivere sempre moduli di consenso informato? Tutti sappiamo che qualsiasi atto medico non è mai esente da rischi poiché anche il più banale intervento potrebbe risultare nefasto. Tuttavia, è impensabile voler acquisire per qualsiasi atto medico un modulo di consenso informato. Per stabilire in quali casi è conveniente acquisire il consenso informato scritto, è opportuno riferirsi a quanto stabilito in medicina umana. Da un’analisi delle diverse disposizioni e documenti relativi alla medicina umana risulta quanto segue: 1. Nelle attività sanitarie di routine, è sufficiente il consenso implicito od orale; 2. Nelle attività sanitarie che superino la routine e che comportano o possono comportare: • conseguenze irreparabili (amputazione di un arto, asportazione della milza, eutanasia, ecc.) o • un rischio o pericolo, anche se eseguite con diligenza, prudenza e perizia, (interventi chirurgici, ecc.) è consigliabile, ma non obbligatorio, il consenso informato scritto. CONTENUTI DELL’INFORMAZIONE AI FINI DELL’ACQUISIZIONE DEL CONSENSO Indipendentemente dalla modalità di acquisto del consenso, bisogna ricordare che il sanitario ha il dovere di informare il proprietario dell’animale sugli interventi che intende effettuare per rendere lecito l’atto medico. Fermo restando questo principio, vogliamo analizzare ora quali debbano essere i contenuti e l’ampiezza di quei messaggi informativi. L’importanza di questo aspetto è enorme se teniamo conto che in caso di contestazione per mancata o non corretta informazione (il cliente potrebbe contestare al medico veterinario di non averlo informato sulla possibilità di fare un altro intervento con maggiori possibilità di successo o potrebbe affermare che, se avesse saputo che non c’erano possibilità di cura, avrebbe fatto un’altra scelta) il giudice potrebbe ritenere che, effettivamente, l’informazione fornita dal veterinario al cliente è stata insufficiente, e/o incomprensibile, e/o incompleta e/o non veritiera, e/o non obiettiva.


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Innanzitutto bisogna dire che mentre la legge non indica quali debbano essere i contenuti né l’ampiezza dell’informazione, la Magistratura, non ha fatto altrettanto, anzi, anche se sempre in riferimento alla medicina umana, alcune sentenze in qualche occasione riportano espressamente quali sono state le carenze nell’informazione data ai pazienti. La qualità e la quantità d’informazione può risultare determinante in sede giudiziaria. Il momento informativo acquisisce sempre una maggiore rilevanza e il medico veterinario deve fornire al cliente, la più completa, veritiera, obiettiva e recepibile informazione, indipendentemente della sua formalizzazione o meno (consenso informato scritto, tacito o orale). In ogni caso è importante tenere presente i seguenti principi: • l’informazione deve essere proporzionale all’importanza dell’intervento da eseguire; • l’informazione deve essere completa ma limitata a quegli elementi che la cultura del cliente è in grado di recepire; • l’informazione deve essere obiettiva ma evitare gli aspetti puramente scientifici (biologici, clinici, farmacologici, ecc.). Vogliamo precisare che, fatto salvo il diritto del proprietario dell’animale ad essere informato, un eccesso d’informazione, pur tutelando il sanitario sotto il profilo legale, può diventare fuorviante per le scelte del proprietario. Una corretta e completa informazione dovrebbe illustrare tutte le possibilità d’intervento indicando per ognuna di esse le sue particolarità. Ad esempio, supponiamo che per una determinata patologia ci siano diverse possibilità di intervento: • intervento chirurgico complesso, con grandi possibilità di

successo, però il veterinario non dispone delle attrezzature idonee per poterlo eseguire; • trattamento farmacologico, con minor possibilità di successo; • consigliabile l’eutanasia dell’animale in quanto qualsiasi altro intervento ha poche probabilità di successo; • trattamento innovativo, scoperto recentemente, che sembra avere grandi possibilità di successo, però ancora agli inizi dell’applicazione pratica. Il veterinario ne è a conoscenza però non ha le conoscenze tecniche per effettuarlo. E per ogni trattamento ci sono o possono esserci: • diverse possibilità di successo; • differenti rischi connessi al tipo d’intervento (anestesia, tipologia di farmaci, ecc.); • necessità di ulteriori trattamenti complementari (chemioterapia, trattamento farmacologico, ecc.); • diverse conseguenze, sia fisiche (isterectomia, asportazione bulbo oculare, amputazione di un arto, ecc.) che funzionali (incapacità di procreazione, cecità monolaterale, zoppia, ecc.); Ogni trattamento dovrà tenere conto, in partenza, di diversi fattori che possono condizionare la scelta, come possono essere: • lo stato di salute in cui si trova l’animale; • l’età del soggetto; • la funzione alla quale è adibito l’animale; • Ecc. A differenza della medicina umana, quest’ultimo aspetto, la funzione dell’animale, acquisisce particolare interesse negli animali da reddito intendendo inclusi in questi ultimi anche cani e gatti di allevamento destinati alla riproduzione.

L E G A L E

Supponiamo che un cliente si rivolga al medico veterinario per problemi sanitari della sua cagna. Dopo una diagnosi di piometra, il sanitario consiglia il trattamento chirurgico mediante isterectomia. Supponiamo che l’informazione data al cliente sia riferita soltanto al tipo di trattamento, assicurando le grandi possibilità di guarigione dell’animale, senza però indicare le conseguenze che tale trattamento implica, cioè la perdita della funzionalità riproduttiva. Se l’animale fosse stato adibito alla riproduzione, anche se l’intervento fosse riuscito perfettamente, il proprietario potrebbe denunciare il medico veterinario per l’incompleta informazione sulla perdita della funzionalità riproduttiva conseguente alla terapia proposta poiché in caso di una completa informazione, avrebbe sicuramente preso una decisione diversa. Quindi, il veterinario, oltre al dovere d’informare correttamente il cliente, ha il dovere d’informarsi su tutti gli aspetti che possano influire sulle sue scelte professionali al fine di fornire indicazioni il più corrette possibile. Per essere valido il consenso informato, orale o scritto che sia, deve essere preceduto di una corretta informazione. Nel caso di consenso scritto si dovrà prestare particolare attenzione ed essere sicuri che tali informazioni vengano riportare in maniera chiara, precisa e comprensibile per il suo destinatario. L’obbligo d’informare il cliente in maniera completa e recepibile dimostra un senso di responsabilità e coscienza professionale. In merito alla possibilità di indicare, nei formulari di consenso informato, il costo dell’intervento si ritiene che, sebbene tale voce completi il messaggio informativo, debba essere comunque affrontata separatamente. Infatti, lo scopo

del consenso informato è quello di accettare uno specifico intervento che può comportare dei rischi e per questo, in alcuni casi può rendersi indispensabile attuare delle modifiche alla prestazione professionale al fine di salvaguardare la vita o la salute dell’animale, mentre l’indicazione del costo ha un valore meramente economico e costituisce un vero e proprio preventivo della prestazione sanitaria. CONSENSO INFORMATO E RESPONSABILITÀ PROFESSIONALE Nella categoria medica, medici e veterinari compresi, è molto diffusa l’idea che il professionista sia tutelato giuridicamente in caso di responsabilità professionale se ha acquisito il consenso informato scritto dai pazienti o dai loro clienti. Infatti, alcuni dei moduli di consenso informato che circolano in campo veterinario, offrono la possibilità al cliente di sottoporre l’animale ad intervento chirurgico senza la preventiva realizzazione di determinati esami di laboratorio, specificando, inoltre, che il proprietario dell’animale è a conoscenza del rischio che questa scelta comporta e, quindi, esonerando il veterinario da ogni responsabilità. Così facendo il professionista si sente tutelato in caso di contestazione da parte del cliente che ha firmato pur essendo a conoscenza dei rischi. Tale modulo di consenso informato, pur essendo sottoscritto dal cliente, in sede giudiziaria, potrebbe essere facilmente contestato; anzi, potrebbe costituire la prova dell’imprudenza manifestata dal sanitario che, pur consapevole dei rischi che ogni intervento chirurgico già di per sé comporta, ha comunque offerto la possibilità al cliente, -che non ha le sue stesse conoscenze tecniche e scientifiche e, quindi, la stessa capacità di valutazione del pericolo-, di sottoporre l’animale ad ulteriori rischi. Inoltre, dobbiamo precisare che il modulo di consenso informato serve a dimostrare che il proprietario dell’animale accetta un determinato programma diagnostico o terapeutico dopo essere stato informato di rischi, pericoli, conseguenze, ecc. che tale pratica comporta, ma tale consenso, non potrà mai giustificare la possibile responsabilità professionale per negligenza, imprudenza e/o imperizia nell’esecuzione dell’intervento. CONCLUSIONI Il medico veterinario, nell’accettare la cura di un animale, si obbliga, nei confronti del cliente, a mettere a sua disposizione tutte le sue conoscenze, tecniche e scientifiche, per raggiungere il risultato senza, tuttavia, assicurarglielo. In tale obbligo rientra il “dovere d’informare” il proprietario dell’animale sull’intervento che intende eseguire nonché su tutti quegli aspetti ad esso collegati. Soltanto dopo una accurata, completa, obiettiva e comprensibile informazione, il cliente sarà in condizioni tali da poter esprimere, in maniera

libera e consapevole, la sua accettazione (consenso informato) o il suo diniego (diniego del consenso) all’esecuzione dell’intervento. Per quanto riguarda la formalizzazione scritta del consenso informato, anche se non richiesta dalle norme, si ritiene che possa risultare conveniente in determinati casi. Non bisogna però trasformare l’acquisizione del consenso in una burocratizzazione della medicina veterinaria, volta soltanto a tutelare il professionista sanitario. Al di là del consenso, il consenso informato implica l’identificazione di colui che lo sottoscrive ed è la sovrapposizione tra il cliente, proprietario, detentore responsabile dell’animale al fine di non cadere nella contestazione di avere effettuato atti di proprietà su un animale previa l’acquisizione del consenso di una terza persona. In merito alla responsabilità professionale dobbiamo dire che, dal punto di vista giuridico, il consenso informato può rappresentare un’arma a doppio taglio. Soltanto in casi di contestazione per mancata, incompleta, non veritiera, non obiettiva, o incomprensibile informazione, il consenso potrebbe dimostrare che la qualità e la quantità d’informazione fornita al cliente è stata corretta, in altri casi, invece, potrebbe dimostrare proprio il contrario e, costituire la prova dell’imprudenza del veterinario nel non informare il cliente sulle normali conseguenze di un determinato intervento, anche se questo è riuscito secondo le sue aspettative. In casi di contestazione al veterinario per responsabilità professionale nello svolgimento tecnico dell’attività sanitaria per negligenza, imprudenza o imperizia del professionista, avere in mano un documento di consenso informato sottoscritto dal proprietario, non ci deresponsabilizza per nulla. Affinché il consenso informato abbia una sua validità giuridica in casi di contestazione per interventi non riusciti o senza i risultati attesi dal cliente, e, fermo restando che il medico veterinario si è comportato secondo i principi sanciti nel codice civile di media diligenza, media perizia e media prudenza, tale documento dovrà dimostrare che le cause che hanno portato a quel risultato: • sono dovute ai normali rischi e/o pericoli che tale pratica comportava e il sanitario aveva portato a conoscenza del cliente o • sono dovute alle cause fortuite, impreviste o imprevedibili, che ogni atto medico comporta. Si ritiene comunque che sia poco probabile che un cliente agisca contro un veterinario che si è sempre comportato in buona fede e, cioè, con correttezza e lealtà nei sui confronti, principi sanciti dalla legge però di difficile interpretazione. Il veterinario nell’informare del motivo delle sue scelte e nel consigliare nei momenti difficili, dimostra che è mosso dallo stesso interesse del proprietario dell’animale, cioè quello di raggiungere la sua guarigione. ■


PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000 R U B R I C A

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F I S C A L E

di Giovanni Stassi

La nuova disciplina dei reati tributari

Dottore Commercialista, Torino

(Seconda parte) (La prima parte è stata pubblicata sul numero di luglio 2000)

Delitti in materia di documenti e pagamento di imposte 5. Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti - Articolo 8 D. Lgs. 74/2000 La norma sanziona la condotta del soggetto che, al fine di consentire a terzi l’evasione di imposte sui redditi o di imposta sul valore aggiunto, emette fatture o altri documenti per operazioni inesistenti. Il secondo comma dell’articolo 8 stabilisce che l’emissione o il rilascio di più fatture o documenti per operazioni inesistenti nel corso del medesimo periodo d’imposta si considera come un solo reato. La pena per il predetto reato, che colpisce anche i contribuenti non obbligati alla tenuta delle scritture contabili, viene comminata nelle seguenti misure:

• reclusione da 18 mesi a sei anni se l’ammontare degli elementi passivi fittizi è pari o superiore a 300.000.000; • reclusione da 6 mesi a due anni se l’ammontare degli elementi passivi fittizi è inferiore a 300.000.000. 6. Occultamento o distruzione di documenti contabili - Articolo 10 D. Lgs. 74/2000 Commette reato penalmente sanzionabile il contribuente che, al fine di evadere le imposte sul reddito o sul valore aggiunto, o di consentire l’evasione a terzi, occulta o distrugge, in tutto o in parte le scritture contabili o i documenti di cui è obbligatoria la conservazione, in modo da non consentire la ricostruzione dei redditi o del volume d’affari. La pena per il predetto reato, che

colpisce anche i contribuenti non obbligati alla tenuta delle scritture contabili, viene comminata nelle seguenti misure: • reclusione da 6 mesi a cinque anni. 7. Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte - Articolo 11 D. Lgs. 74/2000 Commette tale reato chiunque, al fine di sottrarsi al pagamento di imposte sui redditi o sul valore aggiunto ovvero di interessi o sanzioni amministrative relativi alle predette imposte aliena simulatamente o compie altri atti fraudolenti sui propri o su altrui beni idonei a rendere in tutto o in parte inefficace la procedura di riscossione coattiva. Il reato assume rilevanza penale quando l’importo delle imposte, sanzioni ed interessi è complessivamente superiore a lire

100.000.000. La pena per il predetto reato, che colpisce tutti i contribuenti, viene comminata nella seguente misura: • reclusione da sei mesi a quattro anni.

Fattispecie non più penalmente rilevanti Tutte le violazioni che non sono contemplate dal nuovo decreto legislativo non costituiscono più reato. Si tratta in particolare dei seguenti reati previsti dalla precedente normativa: • omessa tenuta e/o istituzione dei registri obbligatori; • omessa preventiva bollatura dei registri obbligatori • tenuta delle scritture in modo inattendibile a causa di gravi irregolarità, numerose e ripetute

• omesso versamento di ritenute operate • omessa annotazione nel registro di carico stampati di bollettari per ricevute fiscali • l’acquisto di stampati da rivenditori non autorizzati • l’annotazione in contabilità di fatture per operazioni inesistenti delle quali però non è stato tenuto conto in sede di dichiarazione. Si segnala infine che, non essendo previsto dalla nuova normativa, non costituisce reato penalmente sanzionabile l’omesso versamento di imposte risultanti da dichiarazioni regolarmente presentate a meno che l’omissione del versamento non si accompagni ad altre ipotesi delittuose (vedi punto 7 - sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte).

La tabella seguente riepiloga le diverse ipotesi di reato sopra esaminate con le relative pene comminate. Art.

Reato

Soglia di punibilità o altri limiti

Pena (Reclusione)

2

Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti

Ammontare elementi fittizi uguale o superiore a 300 mil.

da 18 mesi a 6 anni

2

Dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti

Ammontare elementi fittizi inferiore a 300 mil.

da 6 mesi a 2 anni

3

Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici

a) imposta evasa superiore a lire 150.000.000; b) ammontare complessivo elementi attivi sottratti alla tassazione superiore al 5% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, superiore a 3 miliardi.

da 18 mesi a 6 anni

4

Dichiarazione infedele

a) imposta evasa superiore a lire 200.000.000; b) ammontare complessivo degli elementi attivi sottratti alla tassazione superiore al 10% dell’ammontare complessivo degli elementi attivi indicati in dichiarazione, o, comunque, superiore a lire 4 miliardi.

da 1 anno a 3 anni

5

Omessa dichiarazione

imposta evasa è superiore a lire 150.000.000.

da 1 anno a 3 anni

8

Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti

Importo dei documenti fittizi uguale o superiore a 300 mil.

da 18 mesi a 6 anni

8

Emissione di fatture o altri documenti per operazioni inesistenti

Importo dei documenti fittizi inferiore a 300 mil.

da 6 mesi a 2 anni

10

Occultamento o distruzione di documenti contabili

11

Sottrazione fraudolenta al pagamento di imposte

da 6 mesi a 5 anni Importo complessivo superiore a 100 mil.

da 6 mesi a 4 anni


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PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000 R I F L E S S I O N I

di Vincenzo Caporale

Medici Veterinari e società contemporanea ella società rurale italiana il veterinario ha avuto, per decenni, un ruolo sociale primario. Spesso preferito al medico, perché “più alla mano e più presente”, considerato un consigliere, istruito, il veterinario era indirettamente garante sia della sicurezza economica dei diversi nuclei familiari sia della salute delle comunità. Se gli animali, infatti, erano spesso il principale fattore di reddito delle famiglie contadine ed il veterinario ne assicurava la sopravvivenza ed il benessere, dunque la redditività, contemporaneamente assicurava il controllo delle malattie derivanti all’uomo dalla convivenza con gli animali e l’igiene della trasformazione e distribuzione dei prodotti derivati dagli animali. Il veterinario, dunque, si assicurava un ruolo dirigente della società agricola perché era in modo chiaro, visibile ed indiscutibile mediatore unico fra le esigenze dell’economia e quelle della salute della collettività.

N

Le profonde modificazioni della società a partire dal 1945 hanno portato, contemporaneamente, alla progressiva perdita di centralità dell’agricoltura nell’economia del Paese e a massicce migrazioni delle popolazioni agricole verso i centri urbani. Il ruolo sociale del veterinario ha perso la sua centralità contemporaneamente alla modifica socio-economica della società e a quella del ruolo dell’animale. I veterinari nel nostro Paese, ma non solo in esso, hanno fatto e sempre di più fanno fatica a mantenere un ruolo dirigente nella società. Hanno rinunciato, infatti, al ruolo di mediatore sociale, e si sono rassegnati ad un ruolo di subalternità de facto imposto dagli interessi economici della produzione. La veterinaria del Paese, in ossequio ad una bieca sottocultura che ha cominciato anche a far breccia in ambito accademico, a partire dagli anni ’70 ha preso a scimmiottare l’atteggiamento prettamente “produttivistico” del mondo veterinario anglosassone (senza peraltro coglierne i mutamenti che emergevano). Per circa un ventennio, nonostante la fiera opposizione di alcuni grandi veterinari italiani operanti nel settore pubblico, fra i quali è sempre bene ricordare l’imperitura figura del professor Luigino Bellani e pochi altri (e mi sia consentito ricordare anche mio Padre), i veterinari italiani hanno volutamente e scientemente scelto di difendere decisamente gli interessi della produzione rispetto a quelli della protezione della collettività in generale e dei

consumatori in particolare. Così facendo hanno rinunciato a giocare quel ruolo di mediazione che aveva loro assicurato una funzione sociale preminente e si sono progressivamente rassegnati ad un ruolo sociale subalterno, nonostante l’attribuzione di grandi responsabilità, soprattutto nel settore della veterinaria pubblica. I veterinari hanno perso, progressivamente, i loro legami diffusi e fortissimi con la società che era e resta condizione essenziale per l’esercizio della professione, a qualsiasi livello essa sia svolta. Nel lessico dei veterinari ricorre spesso l’allocuzione “presenza sul territorio” quasi che, ancorché a livello subconscio, essi si rendano conto di essere sì presenti diffusamente sul piano della geografia, ma avvertano al contempo uno iato considerevole rispetto alle donne ed agli uomini che sullo stesso territorio vivono. Così, anche se ancora oggi siamo chiamati a compiti essenziali quali l’essere garanti della sicurezza degli alimenti, dell’educazione sanitaria, del corretto rapporto con gli animali da compagnia, noi veterinari mostriamo atteggiamenti di scarsa apertura alle sollecitazioni continue di una società in vorticosa trasformazione. I veterinari, che ambiscono ad essere parte della classe dirigente, dovrebbero capire che è soprattutto alle classi dirigenti che la società oggi chiede cambiamento, agilità decisionale, capacità interpretative e soprattutto ottima conoscenza dei rapidi e costanti mutamenti anche produttivi ed economici. Le risposte di tipo corporativo sono assolutamente perdenti. Esse, infatti, per loro natura, sono chiu-

se rispetto alla domanda del sociale e tendono, inevitabilmente all’autoreferenzialità e alla delimitazione delle competenze, ancorché su base specialistica. In una società il cui rapido cambiamento è determinato dalla velocità della produzione di nuove conoscenze sono destinati a trasformarsi rapidamente in una situazione tipo “ deserto dei Tartari ”. Ci si asserraglia nella fortezza a difesa delle proprie competenze che nessuno discuterà mai perché, nel frattempo, la società è semplicemente passata oltre e tu sei diventato irrilevante. Un rischio simile per la veterinaria esiste e mi sembra molto forte, non solo in Italia, ma anche nel resto dell’Unione Europea. La risposta a mio avviso deve essere quella di una sfida coraggiosa in mare aperto sul terreno della conoscenza e dell’apertura al sociale. La sicurezza degli alimenti costituisce il primo, grande banco di prova nel quale mi sembra che non ci stiamo dimostrando sufficientemente adeguati alla sfida. La sicurezza degli alimenti in questo ha una rilevanza sociale straordinaria e molto visibile anche per i grandi allarmi che crea con le conseguenti alterazioni dei mercati (basti pensare a quanto avviene attorno all’argomento degli inquinanti chimici e del transgenico). A volte gli allarmi che scattano sono giustificati, in altri casi no, ma di sicuro c’è che fra coloro che sono deputati a valutare e regolare questo difficilissimo equilibrio ci deve essere in posizione assolutamente preminente proprio il veterinario, anche se in più casi ciò non gli è pienamente

Direttore dell’Istituto Zooprofilattico Sperimentale di Teramo

riconosciuto. Questo accade, credo, anche e soprattutto, per due motivi. Il primo è che i veterinari spesso credono di poter giocare il proprio ruolo sul piano della competenza intesa come potestà ad operare invece che di capacità ad operare. In questo modo si accumulano ritardi rispetto alle risposte che i produttori e i consumatori si attendono e si consente così ad altre figure professionali di appropriarsi, di fatto, se non istituzionalmente, del ruolo, primario, che incontestabilmente apparteneva fino a ieri ai veterinari. Il ruolo dei veterinari assume una valenza tutta particolare oggi, momento in cui è universalmente riconosciuto che la sicurezza degli alimenti è possibile solo con un approccio dall’aratro al piatto, in altre parole in un momento in cui si riconosce che non ci può essere sicurezza negli alimenti se gli animali da cui provengono non sono sani e la loro alimentazione sicura. Il secondo motivo è che, nonostante tutto, persistono ancora nel mondo veterinario italiano scorie della peggiore sottocultura anglosassone e con esse la non volontà ad assumere in modo credibile il ruolo di garanti della sicurezza degli alimenti. I veterinari devono comprendere che essi non possono non contribuire, in prima istanza, a definire i livelli di rischio che produttori, consumatori e politici ritengono accettabili e che, successivamente, devono da un lato assumersi la responsabilità di gestire i rischi e, dall’altro, devono essere in grado di costruire un sistema di misurazione che garantisca che i livelli di rischio riconosciuti come accettabili siano rispettati. La cooperazione allo sviluppo è un altro importante banco di prova. La cooperazione, infatti, è, e soprattutto sarà, la chiave di volta dello sviluppo pacifico del mondo nel prossimo futuro e, tutto sommato, del futuro dei nostri figli e del nostro Paese. Per la maggior parte dei Paesi in via di sviluppo quest’ultimo passa attraverso la crescita del settore agro-zootecnico. Questo, ovviamente, rappresenta un’altra sfida per la veterinaria del nostro Paese che, sfortunatamente, non sembra capace di leggere questo grande tema sociale in tutto il suo spessore e di dare una risposta adeguata. Siamo, infatti, incapaci di definire un sistema in grado di competere sul piano internazionale e ci limitiamo a risposte episodiche e piuttosto disarticolate, basate su sistemi di volontariato non-profit che si dimostrano, peraltro, più che eccellenti sul piano della buona vo-

lontà, ma che hanno scarsa o nulla capacità di incidenza reale. Come conseguenza, nell’ambito dell’Unione Europea il Paese e la sua veterinaria sono diventati irrilevanti, quando non apertamente subordinati a Paesi, ad esempio come la Francia. Infatti, i Governi di questi Paesi non solo appoggiano in modo sostanziale la professione e le sue forti Organizzazioni non governative, ma le integrano in sistemi Paese che sono in grado di fornire il sostegno di istituzioni pubbliche di grande competenza tecnica e scientifica e svolgono così un ruolo incredibilmente incisivo sul piano dello sviluppo sociale ed economico dei Paesi in via di sviluppo, anche a spese dell’Italia. Molta della cooperazione, infatti, è oggi finanziata dall’Unione Europea, dunque anche con le nostre risorse, ma altri, certo non l’Italia, gestiscono le risorse che l’UE destina alla cooperazione veterinaria internazionale. Il terzo banco di prova per i veterinari è quello della gestione della trasformazione dei rapporti fra l’uomo e gli animali quando questi ultimi modificano il proprio ruolo di fattore di produzione agricolo e da oggetti divengono soggetti. La gestione di questa trasformazione, che riconosce all’animale una propria soggettività e che lo rende risorsa sociale non può non vedere i veterinari in prima linea. Indipendentemente dal fatto se si è impegnati come terapeuta o come operatore di sanità pubblica, si deve comprendere che il rapporto fra l’uomo e l’animale è oggi quanto mai fluido e si evolve continuamente. Ciò richiede ai veterinari un grande impegno, per assicurare un livello di professionalità molto elevato nell’esplorazione delle nuove strade che si aprono via via che il riconoscimento della soggettività dell’animale diventa sempre più vasto. Le palesi difficoltà che in moltissime zone del Paese la veterinaria nel suo complesso, quella pubblica soprattutto, ha nel gestire il problema del randagismo sembra essere esemplificativa del disagio che i veterinari hanno a gestire la trasformazione del ruolo dell’animale. Lo stesso discorso è vero anche per la altrettanto palese difficoltà che i veterinari hanno nel gestire un ruolo che tipicamente dovrebbe essere il proprio: la tutela delle comunità animali non domestiche. In quest’ambito va confermato che il veterinario non può limitarsi a garantire la salute dell’animale o addirittura la sua “ eutanasia ”, ma deve essere in grado di garantirne il benessere e


PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000

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R I F L E S S I O N I

dunque il raggiungimento della compatibilità con l’umano, sia sul piano individuale sia collettivo. In altre parole, è necessario che i veterinari affrontino questa nuova realtà, dotandosi di strumenti culturali che consentano loro, sia di comunicare con i professionisti delle scienze sociali, sia di diventare molto più efficaci nel gestire gli animali, anche da un punto di vista psicologico e comportamentale. D’altro canto serve anche un impegno che travalica il professionale, inteso come prestazione sinallagmatica, perché proprio nelle situazioni di frontiera, non ancora consolidate da prassi operative o da leggi e regolamenti, esiste uno spazio in cui i veterinari si devono muovere secondo uno spirito di solidarietà sociale, che li deve spingere a dare il loro contributo anche sul piano di attività di volontariato, al fine di far evolvere in positivo il rapporto fra gli animali e gli uomini. In quest’ambito le attività e le terapie assistite con animali, l’educazione e l’informazione sanitaria ed alimentare, la salvaguardia dell’ambiente e delle sue forme di vita animale, l’aiuto alle associazioni che cercano in modo non dogmatico di migliorare le condizioni di vita degli animali, la ricerca di nuove vie per risolvere problemi antichi che si presentano in modo nuovo, come il randagismo, sono gli esempi più ovvi che vengono alla mente. I veterinari, infine, devono comprendere che il futuro appartiene a chi è capace di produrre conoscenza ed è capace di condividerla comunicando in modo efficace. Solo chi è capace di ciò ha un ruolo strategico nella società del futuro e può ambire ad avere un ruolo sociale indiscutibile. Gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali sono gli ambiti in cui la professione può e deve trovare i supporti organizzativi e tecnologici per la produzione della conoscenza e per la comunicazione. Gli Istituti, inoltre, devono tornare ad essere i luoghi deputati a produrre i servizi avanzati necessari a sostenere lo sforzo di tutti i veterinari qualunque sia l’indirizzo professionale cui essi si dedichino: dalla formazione, al laboratorio, alla produzione di materiale multimediale e divulgativo. Gli Istituti Zooprofilattici Sperimentali possono essere strumenti ed alleati potenti per una professione che intenda affrontare la sfida posta dalla società contemporanea soprattutto negli ambiti in cui è necessaria la sperimentazione, che è, ed è sempre bene ricordarlo, la ragione d’essere degli Istituti. Gli Istituti, d’altro canto, dovrebbero essere soggetti di una trasformazione profonda. Non c’è speranza di sopravvivenza per degli Istituti che non capiscano tre cose: 1. gli Istituti devono scegliere di ripercorrere con decisione la strada della sperimentazione e dell’innovazione da un lato,

ridefinendo i propri servizi tenendo conto della trasformazione del ruolo dell’animale nella società odierna, rivolgendosi, pertanto, a tutti i veterinari e non solo quelli dei servizi pubblici, dall’altro, facendo una precisa scelta che li conduca ad essere lo strumento del Paese per definire i rischi legati al consumo degli alimenti di origine animale, come soggetto indipendente ed autorevole riconosciuto come tale sia dai pro-

duttori sia dai consumatori; 2. non c’è futuro per strutture delle dimensioni degli attuali Istituti perché queste non consentono una politica di investimenti in risorse umane strutturali e infrastrutturali adeguate alla sfida tecnologica europea ed internazionale. Dunque la ridefinizione della Rete come realtà gestionale e non solo come espressione verbosamente demagogica è imperativa; 3. la necessità sia di inter-

facciarsi nella realtà sociale della società contemporanea attraverso una politica della comunicazione adeguata, sia di integrarsi nella realtà della veterinaria internazionale, a cominciare da quella dell’Unione Europea. Non vi è dubbio che i veterinari possono e debbono ambire a riconquistare spazi e visibilità nella società contemporanea, ma questo richiede uno sforzo non indif-

ferente. Questo sforzo passa da un lato attraverso un’intensa attività di ricerca, sperimentazione e comunicazione, ma passa anche dall’altro attraverso la consapevolezza di dover ricominciare seriamente a chiedersi cosa i veterinari possano fare per contribuire alla crescita della società, prima ancora di chiedersi come la società possa contribuire alla crescita, soprattutto economica, dei veterinari. ■


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PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000 I N

R E T E

Internet: come si manda e si riceve la posta. (Parte seconda) n genere, il programma di posta installato sul vostro PC è in grado di tenere da parte i vostri messaggi scritti prima di cominciare la connessione alla Rete, ciò vi consente quindi di risparmiare qualcosa in termini di durata del collegamento quando avete la necessità di comporre numerosi messaggi e vi occorre molto tempo prima di ultimarli tutti. Infatti, ogni volta che avete finito di comporre una e-mail, questa viene messa in coda nella lista riservata ai messaggi in uscita, dove rimarrà in giacenza, sul vostro apparecchio, fino a quando vi collegate a Internet e date al programma di posta l’ordine di inviare i messaggi giacenti, a meno che non si tratti di un messaggio urgente che, ovviamente, può essere spedito immediatamente. Allo stesso modo, durante lo stesso collegamento, potrete controllare nella vostra mailbox se ci sono messaggi in arrivo, in questo modo con un’unica chiamata telefonica potete eseguire sia l’invio, sia il prelievo della posta, riducendo ancora di più i costi del collegamento. Quando l’operazione di invio e ricezione dei messaggi è terminata si può tranquillamente scollegarsi alla Rete e leggere con comodo la posta che è arrivata. La possibilità di leggere e scrivere la posta con comodo quando non si è collegati da parte di un programma è chiamata offline reading che significa “lettura quando non si è collegati”. Naturalmente non è importante essere al corrente del significato di questi termini anglofoni per far funzionare la vostra posta elettronica, tuttavia conoscerne il senso vi può far comodo e semplificare la comunicazione con le persone che hanno particolare dimestichezza con l’informatica. Rispondere ad una e-mail è esattamente come spedire un messaggio, con l’unica differenza che potete evitare di digitare l’indirizzo del destinatario attraverso il programma mailer con la funzione di reply (termine inglese che significa “risposta”), grazie alla quale l’applicazione cattura l’indirizzo del mittente al quale volete rispondere e lo inserisce automaticamente nel nuovo messaggio nello spazio riservato all’indirizzo.

I

Cause d’errore Oltre al fatto di avere digitato un indirizzo di posta errato la vostra e-mail può rimanere senza risposta: sia perché il vostro destinatario non vuole o non può rispondere, sia per il cambiamento del nome utente (userid). Quest’ultima evenienza è una delle cause d’errore più frequenti nell’e-mail. Può accadere infatti che voi riceviate

un messaggio da un collega e gli rispediate la risposta qualche giorno dopo; tuttavia, nel frattempo, quest’ultimo potrebbe aver disdetto l’account Internet oppure aver cambiato nome d’utente senza avvisarvi per tempo. Un altro problema che potrebbe capitare è dovuto al fatto che il sito Internet dove risiede l’utente che volete contattare è temporaneamente “fuori uso” per guasti tecnici o per manutenzione per cui, anche se avete digitato in modo corretto l’indirizzo, nella migliore delle ipotesi il vostro messaggio potrebbe rimanere in giacenza per qualche tempo prima di andare irrimediabilmente perso. Per tutte queste possibili cause d’errore e soprattutto quando dovete spedire o ricevere il vostro primo messaggio di posta è necessario prima di tutto verificare il funzionamento di tutto il vostro sistema dicendo a qualche collega più esperto e già abbonato, che state per inviargli una e-mail di prova. Telefonategli dopo che l’avete mandata e chiedetegli di controllare se l’ha ricevuta. Per fare la contro prova, dategli il vostro indirizzo di e-mail e chiedetegli di darvi un colpo di telefono dopo che vi ha a sua volta spedito il messaggio di risposta. Se invece non volete coinvolgere nessuno in questi vostri primi tentativi di invio o se non conoscete ancora nessuno che abbia un indirizzo di posta elettronica, potete provare a spedire una e-mail a voi stessi e vedere se e quando vi arriva. Ovviamente questo sistema ha lo svantaggio che se non ricevete il vostro messaggio di ritorno, non avete modo di sapere se l’errore è dovuto alla procedura di invio o a quella di ricezione. Saper riconoscere i problemi quindi è fondamentale per riuscire a risolverli. In ogni caso, tenete sempre presente che la procedura d’invio e di ricezione di un messaggio di testo normale dovrebbe richiedere non più di qualche secondo; ovviamente, questo tempo si può dilatare anche di parecchio se si sta trasmettendo o ricevendo un messaggio che comprende degli allegati. In questi casi la ricezione o l’invio può tranquillamente arrivare anche a qualche minuto ed oltre. Tuttavia, se il vostro computer rimane in attesa per un tempo maggiore, potrebbe essere sorto un problema, dovuto ad esempio ad una caduta della linea, oppure per l’intenso traffico da smaltire da parte del vostro fornitore d’accesso o, peggio, al fatto di non aver impostato correttamente i parametri del programma di gestione di posta. Spedire gli allegati Come avevamo accennato nel numero precedente, spedire una e-

mail che contiene un allegato non è molto diverso dal mandare un semplice messaggio di posta elettronica, anche se il tempo necessario per l’invio può essere maggiore. Vediamo ora alcuni accorgimenti da tenere in considerazione quando si spediscono gli allegati, ricordatevi che: potete aggiungere quanti file volete ad un medesimo messaggio senza doverne scrivere uno per ogni file; in genere non basta che il file da allegare sia presente al momento in cui componete il messaggio, deve quindi essere presente sul vostro apparecchio, nella stessa posizione in cui trovava al momento della composizione dell’e-mail di accompagnamento, fino a quando lo spedite; nei nomi dei file da spedire molti computer discriminano nettamente fra maiuscole e minuscole, per cui con Windows 95, 98, o 2000 c’è il rischio che se, ad esempio, mandate due allegati i cui nomi differiscono solo per l’uso delle maiuscole ne arriverà uno solo in quanto il secondo verrà scritto sopra al primo sul computer del destinatario. Prima di inviare un allegato, quindi, assicuratevi che il destinatario sia dotato di un mailer che usa lo stesso sistema di codifica che adoperate voi, di solito, il più diffuso è chiamato MIME. Ricevere allegati Anche per ricevere un attachment la prima cosa da verificare è che la cartella in cui avete detto al vostro mailer che volete ricevere e depositare gli allegati esista veramente sul vostro computer, quindi, se non avete definito filtri di lunghezza e se il formato di codifica degli attachment usato dal vostro interlocutore è compatibile col vostro (MIME), terminata la ricezione dell’e-mail, troverete l’allegato nella cartella prestabilita e residente in memoria, pronto per essere utilizzato a vostro piacimento. Per facilitare il compito di gestione delle posta elettronica tutti i programmi mailer predispongono automaticamente due cartelle, una per la posta in entrata ed una per quella in uscita (spedita e da spedire). Tuttavia, quando il numero dei messaggi comincerà a diventare molto consistente, converrà creare altre cartelle in cui archiviare i messaggi, magari suddividendoli per mittente o per argomento. Ho già accennato in precedenza ai cosiddetti filtri di lunghezza, questi sono impostabili dalla maggior parte dei mailer ed hanno lo scopo di respingere messaggi lunghi oltre un limite che potete fissare a vostro piacere. Tale impostazione serve soprattutto per evitare seccature provocate da persone invadenti che vi mandano allegati non richiesti o peggio di

dubbio gusto, oppure programmi contenenti virus. Il disturbo arrecato da questi individui può anche essere di tipo economico ed è per questa ragione che il filtro applicato si rivela prezioso. Quindi, se avete attivato un filtro di lunghezza, questo vi proteggerà automaticamente da spiacevoli inconvenienti. A questo punto però una domanda sorge spontanea: a quale valore conviene impostare la soglia del filtro di lunghezza? A questa domanda non è facile dare una risposta che vada bene per tutti, infatti non esiste una regola precisa, tutto dipende dalle vostre esigenze personali. Indicativamente, un limite di 10 kilobyte (circa 10.000 caratteri) è sufficiente a tenere lontani i molestatori e i messaggi troppo prolissi senza bloccare quelli normali. Quale che sia la soglia che scegliete, un accorgimento da tenere presente è che se state aspettando da qualcuno un allegato contenente un documento o un’immagine di dimensioni maggiori dell’impostazione, dovrete ricordarvi di disattivare il filtro, altrimenti l’allegato verrà respinto. Se ricevete molti allegati, il filtro regolato sul livello indicato in precedenza potrebbe rivelarsi più una scomodità che un vantaggio: in tal caso potete impostarlo intorno a 2 megabyte (circa 2 milioni di caratteri), in modo da lasciar passare tutto tranne le molestie più pesanti. Galateo cibernetico nella posta Spesso, non basta conoscere il funzionamento tecnico di Internet per essere considerati dei buoni cibernauti, occorre infatti essere dotati soprattutto di buona educazione, per evitare di venire considera-

di Fabrizio Pancini

ti degli insopportabili scocciatori. Internet, infatti, funziona anche grazie al rispetto generale di un codice di auto-disciplina detto Netiquette, suggerito dal buon senso e dall’esperienza e che dovrebbe consentire una migliore e civile convivenza sulla Rete. Alcuni esempi in proposito possono esservi d’aiuto. Infatti, se mandate una e-mail ad un collega, non pretendete che vi risponda istantaneamente o nel giro di poche ore. Aspettate almeno quarantotto ore prima di mandare una e-mail di sollecito e cercate di essere cortesi nel sollecitare la risposta. Un’altra raccomandazione nasce dal fatto che, secondo un’indagine scientifica, pare che il senso delle parole che leggiamo dal computer rimanga meno facilmente impresso di quello delle parole scritte sulla carta: quindi, se già nella posta tradizionale è importante essere chiari e concisi, nell’e-mail, tale requisito diventa assolutamente indispensabile. In linea di massima, quindi, un messaggio di posta elettronica dovrebbe essere lungo non più di venti-venticinque righe al massimo. Data la possibilità che voi dobbiate spedire una e-mail contenente due o più argomenti diversi, un altro suggerimento che vi posso dare è quello di evitate di mettere in un unico messaggio troppa “carne al fuoco”, c’è il rischio che i messaggi, dopo il primo invio, vengano successivamente ignorati. In questi casi quindi è molto meglio mandare un messaggio per ciascun argomento. ■

La Veterinaria in rete http://www.cjd.ed.ac.uk/index.htm olete conoscere tutto sul sistema di sorveglianza adottato nel Regno Unito a proposito della sindrome di CreutzfeldtJakob? Allora questo sito fa al caso vostro. In esso viene descritta anche l’incidenza del morbo attraverso il monitoraggio effettuato presso il Western General Hospital in Edinburgh ed i progressi della Ricerca scientifica finora raggiunti nel settore delle encefalopatie spongiformi umane. In coda al sito si possono trovare dei links molto interessanti che rimandano ad altrettante pagine Web sull’argomento. Rigorosamente in lingua inglese!

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PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000 N O T I Z I E

Farmaci per equini: ottimismo in ribasso el corso dell’Assemblea Generale della FVE riunitasi a Berlino in primavera, sono stati forniti alcuni aggiornamenti sugli ultimi sviluppi nel campo della disponibilità di farmaci per equini e delle linee guida del CVMP (Comitato Veterinario Permanente) a proposito di MRL - Maximum Residue Limit (si veda anche Professione Veterinaria 6, 2000, pag. 24 ndr). Rispetto ai farmaci per equini, recenti provvedimenti permettevano l’uso di farmaci di cui non fosse stabilito il necessario MRL – a patto che i cavalli fossero identificati ed il trattamento fosse annotato sul passaporto, un documento senza il quale nessun animale poteva essere destinato alla macellazione per consumo alimentare umano. Si prevedeva inoltre un periodo di sospensione della durata di sei mesi in caso di utilizzo di prodotti dei quali non fossero stabiliti i limiti massimi di residuo (MRL). Sebbene queste misure, annunciate nel dicembre del 1999, siano state recepite come una buona notizia dai veterinari ippiatri, nel frattempo hanno destato difficoltà giuridiche. La Direttiva 81/851 non è in linea con queste stesse misure e prevede ancora che tutti i farmaci somministrati ad animali destinati alla produzione alimentare umana abbiano un definito MRL. Alcuni Stati Membri dell’Unione Europea hanno già previsto il ritiro dal mercato di prodotti senza MRL, creando così difficoltà d’ordine pratico per il trattamento dei cavalli. Il Commissario europeo alla Sanità Byrne ha tuttavia confermato che il passaporto per cavalli non può essere utilizzato fino a quando la Direttiva 81/851 non verrà emendata di conseguenza. Poiché questo emendamento necessita di una decisione assembleare, c’è ragione di credere che non verrà introdotto prima di 2-3 anni.

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MRL per specie minori: il CVMP ha pubblicato una guida el 1999, a seguito di un convegno sull’analisi del rischio organizzato dalla FVE in collaborazione con

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altri organismi europei, il CVMP Comitato Veterinario Permanente - ha istituito un gruppo specialistico ad hoc per rivedere l’approccio alla valutazione del rischio nella definizione dei limiti minimi residuali. Compito di questo gruppo stabilire una politica di valutazione del rischio che garantisca la sicurezza del consumatore e riduca nel contempo gli adempimenti super-

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D A L L’ E U R O P A

flui. Il vantaggio sarebbe quello di avere un approccio più pragmatico nell’assicurare la fornitura di farmaci per il trattamento di animali, in particolare delle specie classificate “minori”. A seguito di questo lavoro di revisione, il CVMP ha concluso che alla luce delle conoscenze scientifiche attuali “l’MRL dovrebbe, ove possibile, essere lo stesso per ciascuna specie”. Per le spe-

cie minori, la mancanza di dati specifici viene compensata, secondo il documento (Note for the guidance on the risk analysis Approach for Veterinary Medicinal Products in Food of Animal Origin ndr), dal fatto che “l’esposizione del consumatore ai residui nelle specie minori è generalmente limitata:”: i consumatori Europei mangiano meno tacchino e pesce che carne bovina o

dalla Newsletter FVE

Luglio 2000

Per ulteriori approfondimenti: http://www.fve.org/members/pdf/v etmed/cvmp_187_00.pdf


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PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000

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L E T T E R E

Mi trovo un’altra volta a dover trattare la lettera di una o di un Collega che ha scelto di non firmarsi. La pubblico senza nascondere che avrei preferito conoscerne l’autore. D’altra parte, avrei potuto cautelarlo riportando la convenzionale dicitura “lettera firmata”. Soprattutto, avrei preferito non trovarmi più di fronte a reticenze e timori (anche se la mia comprensione non fa difetto), a vantaggio di un dibattito più coraggioso all’interno della nostra Categoria. Spero che qualcuno di voi voglia liberamente intervenire. Il tema lo merita…Ho invece lasciato la penna al Presidente Marco Eleuteri per rispondere ad un interrogativo sull’ANMVI. Carlo Scotti

Siamo Veterinari o Caporali? Spett.le SCIVAC, sono una collega che svolge la libera professione presso un ambulatorio privato di Milano. Noto che si parla spesso del problema dell’esubero dei laureati in veterinaria, nonché dei rapporti deontologicamente non perfetti tra colleghi di altri ambulatori, ma nessuno ha mai preso in considerazione i rapporti tra “capi” e “dipendenti” liberi professionisti. Vorrei infatti denunciare (e so che scatenerò non poche polemiche) le azioni, non rare, di sciacallaggio in quest’ambito. Innanzitutto apparteniamo ad una categoria che si deve accontentare di un accordo verbale con il datore di lavoro, e non possiamo richiedere un contratto scritto, neanche pretendessimo la luna! Questo porta ad avere continui “ritocchi” dell’onorario, a volte anche retroattivi. Ma vi rendete conto? Si lavora un mese, facendosi i propri conti in tasca, per poi sentirsi dire al momento del pagamento (spesso in ritardo di quindici giorni) che lo stipendio è troppo alto (ridicolo!) e che, bisogna ridimensionare i conti a partire dal

mese già trascorso. È una beffa! Mi sono sentita rispondere: perché non vai da qualche altra parte? Certo, dopo anni di lavoro e di enormi sacrifici non riconosciuti minimamente (compresi straordinari non retribuiti, piena disponibilità senza neanche un “grazie” di risposta, nottate perse per riunioni nelle quali si prendono decisioni che immancabilmente tre giorni dopo non sono più valide...), dovrei andare in un nuovo ambulatorio per ricominciare con il periodo di prova non retribuito (chi ha mai detto che esiste un periodo da svolgere gratuitamente nelle strutture private per dimostrare di cosa sei capace? …eppure tutti lo pretendono!!), per poi sicuramente retrocedere economicamente; ormai è una gara a chi paga di meno i propri collaboratori. Mi chiedo come mai non esista un tariffario minimo col quale definire gli onorari del libero professionista “dipendente” in modo da regolare un po’ di più l’ambiente bieco in cui lavoriamo. Ho provato a lottare da sola, ma tanto c’è sempre qualcuno disposto a lavorare al posto mio e spesso anche per meno soldi (così alla fine loro ci guadagnano lo stesso). Inoltre a questo punto non interessa a nessuno che tu abbia una certa esperienza e professio-

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D I R E T T O R E

nalità, che un neolaureato di certo non può avere, l’importante è essere carini con la gente e abbindolarla abbastanza da invogliarla a tornare. Con questa “stabilità” economica come fa una persona a crearsi una vita indipendente, sposarsi e avere dei figli? (Senza parlare del fatto che ogni giorno mi sveglio e non so se la sera avrò ancora il mio lavoro!) Vi chiedete come sia possibile che continuino a nascere tanti piccoli ambulatori a scapito della qualità professionale!! Beh, qualcuno cominci a risolvere tutti questi problemi, perché aprire un proprio ambulatorio è rimasto l’unico modo per sopravvivere. Peccato o per fortuna che non tutti se lo possono permettere. Adoravo il mio lavoro, ora quando mi alzo al mattino, mi viene la nausea. Ho studiato tanti anni, ma penso che ora cambierò completamente lavoro. Per ovvie ragioni Un anonimo di Milano P.S. Mi auguro che vogliate pubblicare questa mia denuncia, forse forte ma sicuramente sincera e sentita.

Se l’ANMVI… Se l’ANMVI rappresenta tutti i veterinari italiani, come è possibile conciliare gli interessi dei medici liberi professionisti con quelli della pubblica sanità? Giampiero Diana Caro Collega, in riferimento ai dubbi da te espressi sulla rappresentatività dell’A.N.M.V.I. e sulla difficoltà a conciliare le esigenze, anche

OFFRO/CERCO LAVORO • Importante ditta di distribuzione attrezzatura e materiali medico chirurgici ricerca procacciatori di affari e/o agenti di vendita su tutto il territorio nazionale. Inviare curriculum a: Edizioni Veterinarie - (Ricerche di personale RIF. C/2000) Palazzo Trecchi Via Trecchi, 20 -26100 Cremona. • Primaria società multinazionale ricerca per la divisione Animali da Compagnia agenti/informatori monomandatari farmaco/otc per le seguenti zone: TN - BZ - VR - AQ - PE - TE - CH - IS - CB CA - SS - NU - OR - FO - RA - RN - RSM - CS - KR - CZ - RC. Inviare curriculum a: Edizioni Veterinarie - (Ricerche di personale RIF. I/2000) Palazzo Trecchi - Via Trecchi, 20 - 26100 Cremona. • Azienda fortemente introdotta nel settore veterinario seleziona agenti in tutto il territorio nazionale per un progetto legato al potenziamento della propria rete di vendita di prodotti per la cura e l’igiene di cani e gatti. Inviare curriculum vitae al fax 0744/389931 o via email: fmitaliasrl@tin.it. Per informazioni rivolgersi all’ufficio commerciale tel. 0744/389930 r.a. • Ambulatorio associato in Civitanova Marche (MC) cerca collega per inserimento in turni lavorativi. Gestione reperibilità festive e notturne. Lasciare un recapito telefonico al numero 0733/772283. • Cerco urgentemente un collega che sia disponibile ad aiutarmi nel mio ambulatorio per piccoli animali. Per informazioni telefonare al Dott. Noce Giuseppe 0736/343614 oppure 0330/820378 email nocegius@tiscalinet.it • Veterinario disponibile per sostituzioni e/o colla-

borazione, anche in via continuativa, esamina proposte di lavoro in ambulatorio per piccoli animali di Verona e provincia o eventualmente della provincia di Vicenza. Telefono 0347/0484615. Ospedale Veterinario S. Francesco sito in Latina seleziona - neolaureati per tirocinio pratico, periodo minimo sei mesi, con possibilità di successivo inserimento nell’organico - medici con circa due anni di esperienza professionale, o specialisti, per inserimento nel proprio staff. Possibilità di alloggio in sede. Telefonare per appuntamento al n° 0773/265073, inviare curriculum professionale al fax n° 0773/260149. Email: ospvetsfrancesco@libero.it Medico veterinario ricerca laureato in Medicina Veterinaria con esperienza ambulatoriale e buona conoscenza delle tecniche chirurgiche, in particolare ortopedia, per avviare attività in associazione nella zona di Forlì. Telefonare per appuntamento al numero di cellulare 0339/5712280. Azienda in provincia di Bologna desidera prendere contatti con Veterinari alimentaristi interessati ad un accordo professionale (Tel. 051/739709). Medico veterinario laureato nel ’94, diplomato pranoterapia veterinaria e omeopatia con esperienza piccoli e grandi animali, causa trasferimento cerca lavoro a Verona come informatore scientifico o come collaboratore presso ambulatori o cliniche. Dott. Francesco Raptis: Tel. 0338 9220555.

contrastanti, dei vari settori della veterinaria, ritengo opportuno fare alcune considerazioni utili a dissipare, mi auguro in modo definitivo, dubbi e perplessità espressi anche da altri colleghi. L’A.N.M.V.I. non rappresenta tutti i veterinari, ma certamente con i suoi circa 9.500 aderenti (questi gli iscritti globali delle Associazioni Federate, al netto di possibili sovrapposizioni dei nominativi che figurano negli elenchi di ciascuna), può ritenere di essere portavoce di tutti i comparti della veterinaria. La componente più numerosa è sicuramente quella del mondo libero professionale di cui l’A.N.M.V.I. può ritenere di rappresentare la stragrande maggioranza, tant’è vero che è stata chiamata a far parte di organizzazioni e commissioni nazionali (C.O.N.S.I.L.P e Commissione Ministeriale per la Sanità Pubblica e il Controllo Alimentare) e organismi internazionali (l’U.E.V.P., dove abbiamo sostituito il S.I.Ve.L.P. nella rappresentanza dell’Italia). Abbiamo però anche una significativa presenza di dipendenti pubblici. Esiste infatti in questo settore un forte dissenso nei confronti della politica del S.I.VE.M.P., che ha sviluppato posizioni diverse, che, in altre parole, non si riconosce in questo sindacato e che trova nell’A.N.M.V.I. lo spazio per un confronto serio, rispettoso e costruttivo con la componente libero professionale; la diversità di vedute è tale che negli ultimi tempi, era stata ventilata addirittura l’intenzione di costituire un nuovo sindacato di medicina pubblica, alternativo se non in contrasto con il S.I.VE.M.P. stesso. Ad esempio, per quanto riguarda l’intramoenia, sono molti coloro che ritengono che la si debba regolamentare rigidamente o addirittura abolire, per evitare conflitti col mondo libero professionale e arrivare ad una precisa definizione di ruoli diversi ma complementari, nell’interesse delle funzionalità ed operatività della struttura pubblica, ma so-

La cosa più dura: tornare sempre a scoprire ciò che già si sa Elias Canetti

prattutto nell’interesse di tutta la società e dei consumatori secondo gli orientamenti dell’Unione Europea. A questo proposito, l’A.N.M.V.I. ha formato una Commissione per i Rapporti tra Medicina Pubblica e Libera Professione che sta studiando possibili proposte di riequilibrio tra l’attività pubblica e la libera professione. La terza componente, meno numerosa ma non meno importante, è quella dei veterinari dipendenti o collaboratori d’azienda. Alcuni di loro hanno costituito in seno all’ANMVI una commissione che svilupperà specifici studi e progetti sulla professione veterinaria in azienda (cfr. Professione Veterinaria 6/2000, pag.15 ndr). Come vedi sono tre diverse anime della nostra Categoria che pur avendo specificità settoriali possono e devono dialogare fra loro per arrivare a collaborazioni e sinergie che danno più forza alla Categoria e più possibilità di risolvere i suoi problemi. Marco Eleuteri Presidente ANMVI

La moneta cattiva scaccia quella buona Se posso dire la mia sull’evasione fiscale, mi sembra evidente che chi non paga le imposte fa concorrenza sleale. In questo modo si costringono gli altri ambulatori ad una corsa al ribasso che riduce la qualità delle prestazioni. Direi quindi che non solo ne risentono i colleghi, ma la nostra stessa professionalità. Piero Campo

ANNUNCI • Vendo per motivi di salute RX/IB 100 KV mai usato. Più regalo tavolo con cassetto portalastre. Dott. Micchiardi Luca - Tel 011/568.34.94 - Cell. 0338/645.45.44 • Vendesi fotometro CH100 SEAC, ancora in garanzia, con display, stampante termica e vano termostato a secco incorporati. Per ulteriori informazioni telefonare allo 011/24.82.116 e chiedere del laboratorio interno d'analisi. • Cedesi avviato ambulatorio veterinario, sito in Borgaretto (Beinasco) TO; per informazioni telefonare ai numeri: 0338/1690161 0347/2248901. • Cedesi ambulatorio veterinario in provincia di Milano Nord, ben avviato, attrezzatura chirurgica, anestesiologica e radiografica completa. Tel. 02/29510626. • Vendo ecografo Esaote modello SIM 7000 Challenge, con sonda bifrequenza, stampante Sony UP890CE b/n in perfetto stato e mai usato. Telefonare dalle 15.30 alle 20 allo 039/6900247. • Causa trasferimento affittasi ambulatorio veterinario avviato da 5 anni a Vinovo (Torino). Telefonare al numero 0347/2800530. • Vendesi radiologico portatile EUROASTRE 100 kv 70 mA regolabili con timer digitale e centratore luminoso temporizzato compreso supporto fisso e camera oscura. Per informazioni: Dott. Maggi 0383 62305 - 0360 453349. • Vendesi apparecchio per ablazione tartaro, funzionante, da revisionare: lire 500.000. Rivolgersi al numero 0333 2758081, oppure al numero 06 39750177. • Vendo radiologico 70/100 con tavolino e cassetto porta lastre. Regalo attrezzatura camera oscura inoltre vendo Reflotron con stampante e


PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000

Iniziative SIVE

D A L L E

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A S S O C I A Z I O N I

Società Italiana Veterinari per Equini

Seminario

CLINICA E FARMACOTERAPIA DELL’APPARATO GASTROENTERICO NEL CAVALLO 2 novembre 2000 - Auditorium Verdi

7° CONGRESSO NAZIONALE MULTISALA

FIERA CAVALLI - Verona 9.30

10.25

Registrazione dei partecipanti Saluto del Consiglio Direttivo SIVE ed inizio dei lavori

10.30 Fisiologia gastrica e fisiopatologia delle ulcere Michael J. Murray 11.30 Sindrome da ulcere gastriche nel cavallo Michael J. Murray 12.30 Diagnosi e trattamento delle ulcere gastriche nel cavallo. Parte 1a Michael J. Murray 13.15 Pausa pranzo 14.30 Diagnosi e trattamento delle ulcere gastriche nel cavallo. Parte 2a Michael J. Murray 15.15 Farmaci attivi sulla motilità gastrointestinale Michael J. Murray 16.15 Discussione di casi clinici di ulcere nel cavallo Michael J. Murray

17.00

27-29 gennaio 2001

Termine del Seminario e consegna degli attestati di partecipazione

RELATORE Michael J. Murray DVM, MS, Diplomate ACVIM Associate Professor, Marion duPont Scott Equine Medical Center Leesburg VA - USA SEDE DEL SEMINARIO FIERACAVALLI di VERONA Viale del Lavoro 8 Sala: AUDITORIUM VERDI COME ARRIVARE ALLA FIERA DI VERONA AUTOSTRADE: A4 TORINO MILANO VERONA VENEZIA A22 BRENNERO VERONA ROMA Uscita per Quartiere Fieristico VERONA SUD Per informazioni rivolgersi a: Segreteria SIVE (Ludovica Bellingeri) Tel: 0372 403502 Fax: 0372 457091 email lbellingeri@sive.it

Salsomaggiore Terme (PR) ARGOMENTI PREVISTI: ANESTESIA CHIRURGIA MINIINVASIVA MALATTIE INFETTIVE NUTRIZIONE ORTOPEDIA POOR PERFORMANCE RADIOLOGIA COMUNICAZIONI LIBERE

breccia laparoscopica

breccia strumentale

RELATORI: Karl Joseph Boening (D) Larry Bramlage (USA) Joseph Cannon (USA) Fabio Del Piero (I) Joanne Hardy (USA) Joe Pagan (USA) Urs Schatzmann (CH) Pamela Wilkins (USA) Per informazioni rivolgersi alla Segreteria SIVE (Ludovica Bellingeri) Tel: 0372 403502 Fax: 0372 457091 email lbellingeri@sive.it Web Site: www.sive.it

7° CONGRESSO MONDIALE 5-7 OTTOBRE 2001 - SORRENTO (NA)

WEVA WEVA

Per informazioni contattare: SIVE (Ludovica Bellingeri) - Via Trecchi 20 – 26100 CREMONA – ITALY Tel: + 39 0372 403502 - Fax: + 39 0372 457091 - Email <lbellingeri@sive.it> - web www.sive.it

CONFERENCE ANNOUNCEMENT 7th WORLD EQUINE VETERINARY ASSOCIATION CONGRESS in conjunction with the SOCIETÀ ITALIANA VETERINARI PER EQUINI 5-7 OCTOBER 2001 - SORRENTO (NAPLES) – ITALY CALL FOR ABSTRACTS – INSTRUCTIONS FOR AUTHORS The Società Italiana Veterinari per Equini (SIVE) and the World Equine Veterinary Association (WEVA) are pleased to announce that the 7th WEVA CONGRESS will be held 5-7 OCTOBER 2001, in SORRENTO (NAPLES), ITALY. Scientific abstracts are sought for oral (short - 10 minutes or long - 20 minutes) and poster presentations. Material presented must cover recent, original and completed studies involving any aspect of Equine Medicine and Surgery. It should NOT have been published, even partially, in any form. It is not necessary to submit a printed or faxed copy of an abstract. Abstracts submitted only by electronic means are acceptable. Deadline for abstract submission is JANUARY 15TH 2001. Abstracts faxed by the closing date will be accepted providing they are received in an electronic format such as email or on diskette (IBM compatible in WORD or Word Perfect) by JANUARY 22nd, 2001. Please send the abstract to:

SIVE – 7th WEVA CONGRESS – Via Trecchi 20 26100 CREMONA ITALY Tel: (39) 0372 403502 Fax: (39) 0372 457091 e-mail: lbellingeri@sive.it Abstract submissions must be accompanied by a brief note that provides the complete mailing address, e-mail address and FAX number of the presenting author. The note should also indicate whether the authors would prefer to present their work orally (long or short) or as a poster. Accepted abstracts will be published in English in the October, 2001 issue of

the Journal of Equine Veterinary Science, and in English in the Congress Proceedings which will be provided to all registered participants. All abstracts will be reviewed by the scientific program committee. Authors will be notified of the disposition of their abstracts by MARCH 19TH, 2001. PREPARATION OF ABSTRACTS 1. Abstracts must be written in English but may include an Italian version. 2. Abstracts should contain: the purpose or objective of the study. a brief description of methods used. summary of results, including data. Failure to provide data may result in an abstract being rejected. pertinent discussion of results and conclusions. 3. Abstracts should be formatted with a 1.25 inch left margin and 1 inch top, bottom and right margins. 4. All abstracts should be typed in 10 point Times Roman font with single spacing between the lines. 5. Titles should begin on the first line and be in capital letters and centered. 6. Authors’ names should be in lower case with the surname/last name followed by initials (e.g. Smith JW*,1 Jones EDF.2 and Silvagni S.3). and begin on the line immediately following the completion of the title. 7. Authors’ affiliations should begin on the next line and be related

to the authors using superscripted Arabic numerals, as shown in the above example (e.g. 1 Veterinary Medicine Faculty, University of Mars, ID USA; 2 ABDC Inc, Manhattan, Scotland; 3 Cut and Cure Surgical Specialists, Bombay, India). 8. Identify the author who will be presenting the paper with an asterisk. 9. The body of the abstract (i.e. excluding title, authors and their affiliations) including tables (only one allowed) must be no more than 250 words. 10. All abbreviations and acronyms in the text should be spelt out in full when first mentioned, followed by the abbreviation or acronym in parenthesis. Name of drugs should be generic, i.e., non-proprietary (avoid trade names). 11. Full length papers associated with an abstract and oral or poster presentation may be accepted for later publication by the Journal of Equine Veterinary Science providing they satisfy the journal’s editorial processes. Individuals interested in submitting a manuscript should consult a copy of this journal to obtain instructions for authors. Manuscripts CANNOT be substituted for abstracts in the abstract submission process. Rules for oral and poster presentations will be provided following finalization of the scientific program. Additional information about the Congress can be obtained on the congress website: www.sive.it


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PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000 D A L L E

.. GRUPPO

DI STUDIO SCIVAC DI ORTOPEDIA

RELATORE Michael G. Conzemius DVM, Diplomate ACVS Assistant Professor of Surgery Veterinary Teaching Hospital Iowa State University

A S S O C I A Z I O N I

Aggiornamenti e novità in ortopedia 30 Settembre - 1 Ottobre 2000 - Cremona, Centro Studi SCIVAC Mike Conzemius si è laureato presso la Iowa State University, dove ha anche ottenuto un PhD in ingegneria biomedica. Ha completato un residency program in chirurgia alla University of Penn-

sylvania. Presso questa stessa università ha fatto successivamente parte dello staff chirurgico. Attualmente è professore di chirurgia presso la Iowa State University. I suoi interessi clinici e di

ricerca sono principalmente concentrati nello studio dell’artrosi e nella protesi d’anca totale del cane. È diplomato al College Americano di Chirurgia.

Il programma delle due giornate è qui di seguito riportato. A COPERTURA DELLE SPESE CHE SOSTERREMO PER IL RELATORE ED IL SERVIZIO DI TRADUZIONE SIMULTANEA, SARÀ RICHIESTA UNA QUOTA SUPPLETTIVA DI L. 50.000 DA PAGARE DIRETTAMENTE IN SEDE D’INCONTRO. Il Coordinatore del Gruppo Studio di Ortopedia Dr. Ermenegildo Baroni

Primo giorno Sabato 30 Settembre 2000 14.00 Registrazione partecipanti 14.25 Saluto del Coordinatore del Gruppo di Studio 14.30 Aggiornamenti nella diagnosi di displasia dell’anca Ecografia Proiezioni funzionali in stazione quadrupedale Proiezione DAR Michael G. Conzemius (USA) 15.45 Pausa 16.15 Aggiornamenti nel trattamento della displasia dell’anca Rotazione sacroiliaca con cuneo Sinfisiodesi pubica Michael G. Conzemius (USA) 17.30 Tumori ossei: diagnosi e trattamento Michael G. Conzemius (USA) 19.00 Termine della prima giornata

Secondo Giorno Domenica 1 Ottobre 2000 9.00 Trattamento della displasia del gomito (1a parte) Michael G. Conzemius (USA) 10.30 Pausa 11.00 Trattamento della displasia del gomito (2a parte) Michael G. Conzemius (USA) 13.00

Pausa pranzo con panini

14.00 Metodi di trattamento delle fratture (1a parte) Michael G. Conzemius (USA) 15.30 Pausa 16.00 Metodi di trattamento delle fratture (2a parte) Michael G. Conzemius (USA)


PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000

Witness Ehrlichia

“Infestazione da zecche: pensa all’EHRLlCHlOSI”, è la comunicazione del nuovo materiale promozionale che Merial sta presentando a tutti gli ambulatori veterinari per annunciare l’arrivo di un nuovo diagnostico canino: il Witness Ehrlichia per la diagnosi dell’Ehrlichiosi canina. È un test basato sulla tecnica d’immunomigrazione rapida per l’identificazione degli anticorpi anti-Ehrlichia canis in campioni di siero, plasma e sangue intero (addizionato con anticoagulante: EDTA, eparina, citrato). Facilissimo nella sua esecuzione: 1 goccia di campione (40 µl) e 3 gocce di soluzione tampone, sviluppano un risultato chiaro da leggere a 10 minuti. Le performance fornite dalla casa produttrice sono molto interessanti: - Specificità: 100% - Sensibilità: 99/97% Correlazione con IFA*: 99% *(1:20 -1:40 Dubbi) La confezione è da 5 test, da conservare a temperatura ambiente (+2° C /+25° C). Il Witness Ehrlichia offre così una serie di vantaggi e benefici: • Semplicità d’uso con riduzione dei rischi d’errore per l’operatore • Praticità: 1 sola goccia di campione • Rapidità del risultato con possibilità di esecuzione durante la visita clinica e di inizio terapia specifica • Riduzione dei rischi d’errore in fase di lettura per la chiarezza delle bande • Performance elevate che consentono di dare un risultato affidabile in poco tempo • Confezione di soli 5 test che consentono un’elevata versatilità del prodotto per le diverse esigenze • Possibilità di una conservazione anche a temperatura ambiente. Il Witness Ehrlichia rappresenta un ausilio veterinario pratico ed affidabile che va ad ampliare la collaudata gamma Witness: Witness Dirofilaria, Leishmania per il cane e Witness FeLV, FIV, FeLV- FIV, Feline Dirofilaria per il gatto (ulteriore novità 2000).

Witness Feline Dirofilaria La Filariosi Cardiopolmonare del gatto è una patologia sempre più riscontrata nelle zone endemiche per D. immitis. Questa situazione richiede al Medico veterinario di poter disporre di un valido strumento di diagnosi, sia per identificare i casi clinici sia per avviare una prevenzione specifica. Oggi Merial presenta uno specifico test anticorpale che riconosce nel gatto gli ac. specifici contro D. im-

mitis, identificando così l’esposizione al parassita. È questo il primo, indispensabile, passo nel processo diagnostico della Filariosi cardiopolmonare nel gatto. Il test è basato su una metodica d’immunomigrazione rapida e richiede l’utilizzo di campioni di siero, plasma o sangue intero con anticoagulante (EDTA o eparina). È necessaria una sola goccia di campione, cui vanno addizionate 2 gocce di soluzione tampone. La

A Z I E N D E

lettura avviene a 5 minuti, rendendo il test ideale per l’impiego in ambulatorio. Il test identifica gli anticorpi prodotti nei confronti di un solo parassita adulto, maschio o femmina, e verso le larve, a partire da 60 giorni dall’infestazione. Le performances, indicate dalla ditta produttrice, evidenziano: Sensibilità 99,9% Specificità 99,5% La confezione è da 10 test, da con-

servare a temperatura ambiente (+2°/+25°C). Da oggi ll Medico Veterinario ha quindi a disposizione un test:

D A L L E

N O T I Z I E

29

• SempIice, con riduzione dei rischi di errore per l’operatore. • Rapido, con lettura a soli 5 minuti. • Affidabile, in base ai dati di sensibilità e specificità. • Pratico, utilizzabile nel corso della visita clinica.

Per maggiori informazioni Ufficio Tecnico Pet Merial (tel: 02/7225547-23-22, fax: 02/7225551).


30

PROFESSIONE VETERINARIA 8/2000 C A L E N D A R I O

BEVA 2000 CONGRESS

13-16 set

AVULP - in collaborazione con SCIVAC - CORSO DI RADIOLOGIA

15-17 set

DEL. REGIONALE SCIVAC TOSCANA INCONTRO PROVINCIALE

17 set

SIDEV

17 set

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC TOSCANA

17 set

CORSO SCIVAC

19-21 set

7th WORLD CONGRESS IN VETERINARY ANAESTHESIA

20-23 set

SEMINARIO SIVE

22 set

SEMINARIO SCIVAC

23-24 set

CORSO SCIVAC - SIVAE

23-25 set

CORSO SCIVAC

26-28 set

CORSO SCIVAC

SEMINARIO SCIVAC/ ZOOMARK

GRUPPO DI STUDIO SCIVAC DI ORTOPEDIA

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC SICILIA

CORSO SCIVAC - SIDEV SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC MOLISE

1 1 1

15 15 15 16-20 21-22 21-22 22 26 27-29 ott

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC LOMBARDIA

29 ott

GIORNATE ECOLOGICHE A CREMONA Nelle date indicate Cremona chiuderà al traffico il centro-città. Chi dovesse recarsi a Palazzo Trecchi potrà accedere in auto nella zona centrale solo per recarsi al parcheggio La Marmora situato in Via Villa Glori, a 100 m. dalla sede (a pagamento L. 1500/h.). È inteso che non è possibile parcheggiare liberamente all’interno della zona chiusa al traffico, se ciò accadesse i veicoli saranno soggetti a rimozione e contravvenzione. Vi preghiamo pertanto di presentare alla polizia municipale, che si troverà nel perimetro della zona interdetta al traffico, la circolare che la Segreteria ANMVI vi avrà fatto avere. Chi non fosse interessato ad avvicinarsi in auto alla sede dovrà parcheggiare il proprio veicolo al di fuori della barriera e recarsi verso Palazzo Trecchi con i mezzi pubblici o a piedi.

22 SETTEMBRE 10 OTTOBRE 5 NOVEMBRE

CORSO DI PRIMO SOCCORSO (Prima Parte) - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

ANIMALI ESOTICI Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it CITOLOGIA- Monastier - Treviso Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it MEDICINA INTERNA Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it

CORSO BASE DI DERMATOLOGIA (Seconda Parte) - Cremona - Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria

ott

SCIVAC - PERUGIA - SINVET

MEDICINA AVIARE - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

ott

ott

SEMINARIO SIVAR

PATOLOGIE CHIRURGICHE DELLE PARETI ADDOMINALI E TORACICHE - Barletta Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

11-13

ott

GRUPPO DI STUDIO SCIVAC DI GINECOLOGIA

INFERTILITÀ NELLA CAVALLA - Cremona - Per informazioni: Ludovica Bellingeri - Segreteria SIVE Tel. 0372 403502 Fax:0372 457091 - email lbellingeri@sive.it

PATOLOGIE RESPIRATORIE - Perugia Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it

ott

GRUPPO DI STUDIO SCIVAC DI CHIRURGIA

Berna - Svizzera - Per informazioni: Università di Berna Tel. 0041 31 6312243 - Fax 0041 31 6312620 - email schatzmann@knp.unibe.ec

ott

6-8

ott

SEMINARIO SCIVAC

CORSO DI EMATOLOGIA CLINICA - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

AGGIORNAMENTI E NOVITÀ IN ORTOPEDIA - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

ott

CORSO SCIVAC

DALLA CITOLOGIA ALLA CHEMIOTERAPIA Per informazioni Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it

30 set 1 ott

ott

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC MARCHE

LEISHMANIOSI - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

PRONTO SOCCORSO - Napoli Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

ott

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC LIGURIA

DALLA CITOLOGIA ALLA CHEMIOTERAPIA - Sala dei Congressi - P.zza La Lizza - Siena Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - tel. 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it

29 set 1 ott

ott

41° CONGRESSO NAZIONALE SCIVAC

Perugia Per informazioni: AVULP - Dr. Maurizio Ritorto Tel/fax 075/8040896

CORSO DI BIOCHIMICA CLINICA - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it

ott

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC ABRUZZO

Birmingham - Gran Bretagna Per informazioni: BEVA Tel. 0044 171 6106080 - fax 0044 171 6106823 - email: bevauk@msn.com

set

28-30

ott

DELEGAZIONE REGIONALE SCIVAC VENETO

A T T I V I T À

PROFESSIONE

VETERINARIA Direttore Carlo Scotti Direttore Responsabile Antonio Manfredi Comitato di Redazione Pier Paolo Bertaglia Paolo Bossi Marco Eleuteri Giuliano Lazzarini Pier Mario Piga Capo Redattore Fabrizio Pancini Rubrica fiscale Giovanni Stassi

ODONTOSTOMATOLOGIA - seconda parte - Campobasso Per informazioni Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it

Rubrica legale Guido Canale Maria Teresa Semeraro

OSTETRICIA E GINECOLOGIA - Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it

Segreteria di Redazione Sabina Pizzamiglio

Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403538 - email fmanfredi@scivac.it CORSO DI PRIMO SOCCORSO (Seconda Parte) - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it ENDOCRINOLOGIA - Palermo Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it PATOLOGIE DELLE VIE RESPIRATORIE ALTE. CASI CLINICI - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it PROBLEMI DI ACCOPPIAMENTO NEL MASCHIO E PUNTO SULLE PATOLOGIE PROSTATICHE - Cremona Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC - Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it Cremona- Fiera del Bovino da latte di Cremona Per informazioni: Paola Orioli - Segreteria SIVAR - tel. 0372/403539 - email info@sivar.net Neurooftalmologia - Perugia - Per informazioni: Catia Arisi - Segreteria SCIVAC Tel 0372/403506 - email catia@scivac.it Per informazioni: Francesca Manfredi - Segreteria SCIVAC Tel 0372/403538 - email: fmanfredi@scivac.it

Coordinamento Editoriale Angelo Franceschini Progetto Grafico Germano Pontevichi Editore SCIVAC Via Trecchi, 20, Cremona info@scivac.it Iscrizione registro stampa del tribunale di Cremona, n. 263. del 9/7/1991 Concessionaria esclusiva per la pubblicità EDIZIONI VETERINARIE E.V. srl, Cremona Ufficio Pubblicità Francesca Manfredi tel. 0372/40.35.38 fmanfredi@scivac.it Per aggiornare il professionista sulla evoluzione delle tematiche professionali Stampa Press Point, Abbiategrasso - MI tel. 02/94965467 Spedizione in abbonamento postale 45%, art. 2 comma 20/B Legge 662/96 - Filiale di Piacenza a cura di Nacor di G. Manfredi, Bobbio - PC - tel 0523/936546 La rivista è gratuita per gli iscritti alle Associazioni Federate ANMVI. Per i non soci è disponibile al costo di lire 60.000 come contributo spese di spedizione. Viene inoltre inviata gratuitamente ad Enti Pubblici, Università, Ordini, ASL, Istituti Zooprofilattici e alle aziende di settore. Arretrati: Tel. 0372/403537 Chiuso in stampa il 5 settembre 2000


I.C.

A.N.M.V.I.

Fondo Sanitario A.N.M.V.I. In collaborazione con Marsh S.p.A.

L’ANMVI in collaborazione con MARSH S.p.A., divisione italiana della MARSH Inc. - leader mondiale del settore - ha costituito un Fondo Integrativo Sanitario per la Categoria Veterinaria. La MARSH è il primo broker al mondo in questo settore. Presente in oltre 100 Paesi, con più di 50.000 dipendenti, gestisce fondi per oltre 800.000 miliardi di lire. L’iniziativa dell’ANMVI nasce dalle sollecitazioni avanzate da molti Colleghi che hanno espresso l’esigenza di un servizio che, già attivo e collaudato con successo presso altre categorie professionali, possa garantire una forma d’assistenza sanitaria alternativa o integrativa rispetto a quella prevista dal Servizio Sanitario Nazionale. Questi fondi sono previsti e regolamentati dal Decreto Legislativo N° 460/97 e offrono condizioni di assistenza sanitaria integrativa ai sensi di legge. • il Fondo copre i costi di qualsiasi prestazione sanitaria ricevuta dall’aderente al Fondo o dai suoi familiari • non essendo una polizza assicurativa ma un Fondo di Solidarietà della Categoria, dà ampie garanzie, senza rischio di revoca o sospensione, a costi nettamente inferiori rispetto a qualsiasi altra formula assicurativa • l’adesione al Fondo è volontaria e aperta a tutti gli iscritti ad una delle Associazioni Federate ANMVI in regola con la quota associativa

1. ISCRIVERSI SUBITO AL FONDO SANITARIO ANMVI CONVIENE PERCHÉ: § il Fondo Sanitario ANMVI è gestito con esperienza e con professionalità dalla MARSH S.p.A., leader mondiale del settore che ne garantisce tutti gli aspetti finanziari, ed è amministrato dall’ANMVI attraverso un proprio Consiglio di Amministrazione, a tutela degli interessi dei medici veterinari aderenti. § permette di fornire concrete risposte ai nostri bisogni sia in materia di assistenza sanitaria che di copertura di qualsiasi spesa sanitaria sostenuta anche a seguito di infortunio subito in ambito professionale o privato; § comprende tutto il nucleo familiare; § offre prodotti definiti in base alle specifiche esigenze della Categoria Veterinaria; § comporta costi di adesione molto ridotti e concorrenziali; § i Medici Veterinari che vi aderiscono da subito sono privilegiati e protetti.

2. COME ISCRIVERSI Dal 1° ottobre al 30 novembre 2000 verranno raccolte le adesioni dei Medici Veterinari interessati, i quali potranno scegliere fra 3 diversi piani di copertura per l’assistenza sanitaria. Per finalizzare l’adesione basta compilare in ogni sua parte il modulo allegato. Nel corso del mese di dicembre il Fondo provvederà a richiedere il versamento del contributo. Le adesioni saranno operative a partire dal 1° gennaio 2001. § chi non aderisce entro il 30 Novembre 2000 potrà iscriversi al Fondo Sanitario A.N.M.V.I. solo il 31 dicembre 2003; § è possibile passare da un piano sanitario all’altro solo alla scadenza dell’annualità e soltanto per passare ad una opzione di livello superiore (si vedano le opzioni offerte).

3. I TRE PIANI DI ASSISTENZA SANITARIA § Sono stati individuati tre piani sanitari di diverso contenuto e ampiezza di copertura; § la copertura è estesa al nucleo familiare; § è possibile passare da un’opzione all’altra ma solo al termine dell’annualità e soltanto optando per un piano più ampio.

4. COSTO ANNUO PER NUCLEO FAMILIARE (comprensivo del costo di gestione) § Opzione minima: § Opzione media: § Opzione massima:

Lit. 200.000 Lit. 1.700.000 Lit. 2.600.000

5. NUCLEO FAMILIARE GARANTITO Le nostre coperture sono estese all’intero nucleo familiare del socio.

6. LE TRE OPZIONI PER L’ASSISTENZA SANITARIA OPZIONE MINIMA (Lit. 200.000) Grandi interventi chirurgici: massimo di Lit. 200.000.000 (nessuna franchigia) § rette di degenza senza limiti di spesa; § accertamenti diagnostici effettuati fino a 120 gg prima del ricovero e accertamenti e cure effettuate nei 120 gg successivi al ricovero; § vitto e pernottamento in istituto di cura o in struttura alberghiera per un accompagnatore con un massimo di Lit. 100.000 al giorno ed un massimo di 30 gg; § Trasporto all’istituto di cura anche all’estero con un massimo di Lit. 3.000.000. § Indennità sostitutiva giornaliera (solo nel caso in cui il ricovero sia a totale carico del S.S.N.): Lit.150.000 con un massimo di 90 gg. OPZIONE MEDIA (Lit. 1.700.000) Ricoveri con o senza intervento chirurgico: massimo di Lit. 150.000.000 (nessuna franchigia) § rette di degenza senza limiti di spesa; § accertamenti diagnostici effettuati fino a 120 gg prima del ricovero e accertamenti e cure effettuate nei 120 gg successivi al ricovero; § interventi chirurgici ambulatoriali; § vitto e pernottamento in istituto di cura o in struttura alberghiera per un accompagnatore con un massimo di Lit. 100.000 al giorno ed un massimo di 30 gg; § Trasporto all’istituto di cura anche all’estero con un massimo di Lit. 3.000.000. Grandi interventi chirurgici: massimo di Lit. 300 milioni (nessuna franchigia)


2 FONDO SANITARIO ANMVI Parto non cesareo Rette di degenza con il limite massimo di Lit. 150.000 al giorno. Onorari medici, accertamenti diagnostici, cure, medicinali, esami riguardanti il periodo di ricovero anche per il neonato. Indennità sostitutiva giornaliera (Solo nel caso in cui il ricovero sia a totale carico del S.S.N.) § Lit. 150.000 al giorno con un massimo di 90 gg in caso di ricovero con intervento chirurgico; § Lit 100.000 al giorno con un massimo di 90 gg in caso di ricovero senza intervento chirurgico; Indennità di convalescenza (solo a seguito di ricovero di almeno 20 gg con intervento chirurgico) § Lit. 50.000 al giorno con un massimo di 90 gg in caso di ricovero con intervento chirurgico; Extraospedaliere: massimo di Lit. 5.000.000 (scoperto per evento: 10% minimo Lit. 25.000) § Agopuntura (se effettuata da medico) § Angiografia; § Arteriografia; § Coronarografia; § Chemioterapia; § Cobaltoterapia; § Diagnostica radiologica; § Dialisi; § Doppler; § Ecografia; § Elettrocardiografia; § Laserterapia; § Risonanza magnetica nucleare; § Scintigrafia; § TAC; § Telecuore; § Endoscopia (tutti gli esami di tipo invasivo). Visite specialistiche quali: analisi, visite, esami diagnostici e di laboratorio se non rientranti nei capitoli di spesa relativi a ricoveri con o senza intervento chirurgico e alle extraospedaliere con un massimo di Lit. 1.500.000. (Scoperto per evento: 20% minimo Lit. 100.000). Protesi ortopediche: massimo di Lit. 2.000.000. La garanzia è prestata con franchigia di Lit. 50.000 per evento OPZIONE MASSIMA (Lit. 2.600.000) (Sono valide tutte le condizioni della opzione media con le seguenti variazioni o integrazioni): Ricoveri con o senza intervento chirurgico: massimo di Lit. 300.000.000 (nessuna franchigia) Grandi interventi chirurgici: massimo di Lit. 500.000.000 Extraospedaliere: massimo di Lit. 10.000.000 (scoperto per evento: 10% minimo Lit. 25.000). Visite Specialistiche quali: analisi, visite, esami diagnostici e di laboratorio se non rientranti nei capitoli di spesa relativi a ricoveri con o senza intervento chirurgico e alle extraospedaliere con un massimo di Lit. 3.500.000.

(Scoperto per evento: 20% minimo Lit. 100.000). Cure dentarie: massimo di Lit. 2.500.000 (scoperto per evento: 20% minimo Lit. 300.000).

7. CENTRALE OPERATIVA “FILO DIRETTO” PER L’OPZIONE MEDIA E PER L’OPZIONE MASSIMA OPERA LA CENTRALE OPERATIVA “FILO DIRETTO” (24h SU 24h) Questo comporta: § consulti medici telefonici notturni e festivi; § invio gratuito di un medico in casi d’urgenza (max 3 volte all’anno); § consegna gratuita di farmaci a domicilio (max 3 volte all’anno); § trasporto gratuito in autoambulanza in Italia (max 3 volte all’anno); § assistenza infermieristica (solo reperimento del personale); § rete sanitaria convenzionata; § gestione gratuita dell’appuntamento (tel. 800/24079 oppure 800/24080); § consulenza nazionale ed internazionale nei settori cardiologico ed oncologico. (In questi casi, a richiesta, ricerca dello specialista con: organizzazione logistica trasferimento, traduzione cartella clinica, check-up oncologico ed informazioni ai familiari).

8. PRINCIPALI ESCLUSIONI § LIMITI DELLE PRESTAZIONI Sono escluse dal rimborso le spese relative a: ♦ intossicazioni conseguenti ad abuso di alcolici o ad uso di allucinogeni nonché ad uso non terapeutico di psicofarmaci o stupefacenti; ♦ infortuni sofferti sotto l’influenza di sostanze stupefacenti o simili (non assunte a scopo terapeutico); in conseguenza di proprie azioni delittuose; derivanti da partecipazione a gare professionistiche e relative prove ed allenamenti; derivanti da movimenti tellurici, eruzioni vulcaniche, inondazioni o alluvioni; ♦ conseguenze dirette od indirette di trasmutazione del nucleo dell’atomo, come pure di radiazioni provocate dall’accelerazione artificiale di particelle atomiche. ♦ malattie mentali (incluse nevrosi e psiconevrosi); Le prestazioni ammesse al rimborso presuppongono l’esistenza dello stato di malattia e/o di infortunio. Se mancano tali presupposti ovviamente le prestazioni non possono considerarsi rimborsabili. In particolare, quindi, non sono rimborsabili: ♦ tutte le prestazioni mediche intese ad eliminare o correggere difetti fisici preesistenti all’iscrizione; ♦ chirurgia plastica a scopo estetico; ♦ visite per abilitazioni sportive, per patenti e simili. § PERSONE NON ASSOGGETTABILI ALLA PRESTAZIONE Le persone affette da infermità mentali, tossicodipendenza, alcoolismo, epilessia, paralisi, delirium tremens, non sono assoggettabili alla prestazione e la prestazione cessa con il loro manifestarsi nei modi e nei termini previsti dall’articolo 1898 del Codice Civile.


3 FONDO SANITARIO ANMVI

DOMANDE E RISPOSTE Per attivare la copertura, come posso iscrivermi? È sufficiente compilare il modulo di adesione ed inviarlo via fax alla segreteria A.N.M.V.I. al numero 0372/457091. Nel corso del mese di dicembre il Fondo invierà agli aderenti la richiesta di contribuzione e la copertura decorrerà dal 1° gennaio 2001.

La copertura è valida anche per le malattie diagnosticate antecedentemente all’iscrizione al Fondo? Certo, il grande vantaggio dell’iscrizione al Fondo A.N.M.V.I. è proprio il fatto che sono incluse anche le malattie pregresse e che il socio non debba presentare alcun questionario anamnestico che è sempre fonte di discussione con le Compagnie di Assicurazione.

Dal punto di vista finanziario quali sono le garanzie di copertura del Fondo? Essendo il Fondo gestito dalla MARSH che, leader mondiale del settore gestisce fondi per oltre 800.000 miliardi di lire, tutti i sottoscrittori hanno la massima garanzia di serietà e correttezza operativa e finanziaria.

Dopo quanto tempo posso presentare la prima richiesta di rimborso? Non vi sono periodi di attesa, neanche per la garanzia relativa al parto.

La copertura è estesa a tutto il nucleo familiare? I costi indicati sono relativi ad ogni singolo componente o a tutto il nucleo? La copertura vale per tutto il nucleo familiare dell’iscritto intendendo il coniuge (o il convivente) ed i figli conviventi. È possibile anche inserire i genitori purché siano conviventi come da stato di famiglia. Il premio indicato è relativo alla copertura assicurativa dell’intero nucleo familiare. Come faccio ad ottenere i rimborsi delle spese mediche sostenute e che tipo di documentazione devo presentare? Ad ogni aderente verranno inviati alcuni moduli per la richiesta dei rimborsi, con tutte le istruzioni per la trasmissione dei documenti necessari. Naturalmente, in linea generale, sarà necessaria la fattura originale attestante la spesa e la diagnosi che attesti lo stato di malattia. Come ricevo i rimborsi delle spese sostenute? Direttamente sul tuo conto corrente. Per questo motivo è bene compilare esattamente il modulo di adesione anche nella parte relativa alle coordinate bancarie. Cosa succede se il mio nucleo familiare subisce modifiche nel corso dell’anno? A tutti gli aderenti verranno inviati dei moduli per la tempestiva comunicazione delle modifiche del nucleo familiare (ad es. in caso di matrimonio, nascita di un figlio ecc.). Ho già in corso una polizza sanitaria assicurativa che scade fra due anni. Posso comunque aderire al Fondo Sanitario ANMVI? Puoi certamente aderire. Se la tua polizza ti dà già una buona copertura puoi iniziare sottoscrivendo l’opzione minima di lit. 200.000 con la possibilità di passare ad opzioni superiori allo scadere della tua polizza, altrimenti puoi sempre scegliere l’opzione che ritieni più opportuna ad integrazione della polizza che hai in corso. Ho già in corso una polizza sanitaria. Posso ottenere due rimborsi? Sì, ma solo fino al limite della spesa sanitaria sostenuta. In questo caso la copertura del Fondo A.N.M.V.I. può operare ad integrazione della copertura sanitaria individuale.

Se aderisco, posso decidere di interrompere la mia partecipazione al Fondo? Certamente, ogni socio può decidere liberamente di interrompere la partecipazione al Fondo alla scadenza annuale dandone comunicazione scritta al Fondo entro il 31 ottobre di ogni anno. In questo caso, però, il socio non potrà più essere riammesso. Quali privilegi e protezioni ho aderendo subito al Fondo? Il limite di data per l’adesione al Fondo garantisce chi aderisce subito da eventuali sottoscrizioni avanzate dopo questa data e motivate esclusivamente dall’insorgere di un problema sanitario imprevisto. Nel caso decidessi di essere ricoverato in una struttura pubblica che cosa mi riconosce il Fondo visto che l’assistenza sanitaria sarebbe comunque gratuita? In questo caso il Fondo garantisce un’indennita sostitutiva giornaliera di Lire 150.000 per un massimo di 90 gg. Posso decidere di cambiare opzione? Sì, alla fine di ogni anno è possibile scegliere un’opzione diversa, ma soltanto passando dalle opzioni inferiori a quelle superiori. Sono già iscritto ad una delle Associazioni Federate all’A.N.M.V.I., ma decido di non aderire al Fondo. Posso farlo successivamente? Certamente, ma se perdi questa prima occasione non potrai più aderire al Fondo prima del 31/12/2003. Data la validità dell’iniziativa, ti conviene aderirvi fin da ora, anche solo con l’opzione minima che offre comunque grandi vantaggi, e riservarti per il futuro la possibilità di passare ad altre opzioni. Posso detrarre il costo dalla mia dichiarazione dei redditi? No, i costi non sono detraibili dalla dichiarazione di redditi. Le spese sanitarie sostenute sono detraibili dalla mia dichiarazione dei redditi? Sì, le spese sanitarie, anche se rimborsate, sono detraibili dalla dichiarazione dei redditi secondo le norme espressamente previste per tali tipi di oneri. Per questo motivo il Fondo restituisce le fatture originali direttamente all’indirizzo di ogni socio indicato nel modulo di adesione.


FONDO DI ASSISTENZA SANITARIA INTEGRATIVA A.N.M.V.I. MODULO DI ADESIONE (da inviare via fax alla Segreteria A.N.M.V.I. al n° 0372/457091) Cognome

Nome

Luogo di nascita

Prov.

Data di nascita

Cod. Fiscale Indirizzo

Cap

Città

Pr.

Coordinate bancarie ABI _____________________ CAB ______________________ N. Conto_____________________________________________

OPZIONE PRESCELTA ❏ Opzione minima (Lit. 200.000)

❏ Opzione media (Lit. 1.700.000)

❏ Opzione massima (Lit. 2.600.000)

COMPOSIZIONE NUCLEO FAMILIARE Cognome e nome

(*) Coniuge: CG

Data di Nascita (giorno/mese/anno)

(*) Convivente: CV

(*) Figlio: FO

Grado di parentela (*)

(*) Figlia: FA

(*) Genitore convivente: GC

Data

Firma

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Professione Veterinaria, Anno 2000, Nr 8  

Professione Veterinaria è un settimanale specializzato rivolto a Medici Veterinari e operatori del settore

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