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n° 6 gennaio 2017

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“il giornalino degli studenti”

Populismo BUON ANNO! La redazione di etCetera porge a tutti gli studenti e alle loro famiglie i migliori auguri per un Felice Anno Nuovo!

Real Bodies Davide Ferloni ci presenta “Real Bodies”, la più grande mostra di anatomia che è adesso visitabile a Milano. “Ritengo quindi che meriti di essere visitata, a meno che...”

(continua a pag. 8)

“...la parola “populismo” è divenuta talmente frequente da essere oramai il pane quotidiano di fior fior di giornalisti e cosiddetti politici. Ma che cos’è il populismo? Chi è populista e come si fa a riconoscerlo?” (continua a pag. 12)


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Indice

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Colonna Sonora...........................................................................3 L’arte di essere fragili.................................................................5 I sogni segreti di Walter Mitty......................................................6 Real Bodies..................................................................................8 Allarme terrorismo....................................................................10 Populismo..................................................................................12 La meningite..............................................................................14 In piedi davanti al precipizio.....................................................16 Guadagni e spese folli nel mondo dello sport...........................18

? u t e h c n a e r a p i c e t r a Vuoi p a o l o c i t r a o u t l i i c a Invi m o .c l i a m g @ a n a r o j a m etcetera


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Narrativa

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Matteo Redaelli, 5a

Colonna Sonora Mi piace immaginare delle colonne sonore per le mie gesta, pensare alla mia vita come un grande videoclip di una canzone e immaginare quanto impatto potrebbe produrre nell’interlocutore. Forse è proprio la ricerca di una colonna sonora a smuovermi così tanto nella mia spuria vita: il procedere a tentoni su una strada buia e di dubbia esistenza, la ricerca di quel gusto del vivere, nel banale movimento, nell’affermazione che, prima che essere sociale, deve essere autoconfermativa.

fresche però, proprio una di quelle in cui esci in felpa e non puoi che imprecare finché non torni a casa a tirar su uno straccio di giubbotto.

Ma bando alle stupidate, ho qui una storia concreta da raccontarvi, non solo una pseudo-elucubrazione filosofica.

Una notte strana, da cui mi aspettavo molto, anche se in realtà non sapevo neanche cosa avrei fatto o dove sarei andato a finire. Una notte di quelle in cui hai l’impressione di poter vivere una specie di sogno adolescenziale, in barba agli stupidi college stereotipati americani che ogni teenager almeno una volta ha sognato. Una notte di quelle da cui non ti aspetti nulla, ma che sai sarà diversa. Una notte perfetta, come il numero 3 (cosa c’è di più perfetto del numero 3?). Una notte in cui riuscivo a sentire la colonna sonora della mia gioventù scorrere sotto le suole delle mie adidas prodotte in Cina. Una notte di quelle guadagnate, dopo 3 ore passate a leggere Ultime lettere di Jacopo Ortis e un pezzo di un libro di Schopenauer (il più piccolo che avevo trovato in libreria, sia mai che diventi un lettore accanito). Una notte che non è segnata dal mero istinto di rompere la routine. Una notte in quanto tale.

Era una notte autunnale, una di quelle

La musica intanto suonava, avevo

Ebbene, penso che chiunque riesca a trovare la colonna sonora alla propria vita sia fortunatissimo: vuol dire infatti trovare una propria frequenza d’onda che ci permetterà, se saremo in grado di stimolarla, di arrivare lontanissimo e di far sentire la nostra onda nell’eternità della storia umana, proprio come i grandi poeti e cantori del passato.


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Narrativa

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preso il sentiero di petto, da solo, i miei amici li avrei incontrati là in cima, mi aspettavano già da ore. Il bosco era abbastanza inquietante per chiunque non lo conoscesse, ma io lo avevo battuto da cima a fondo da pischello. Calpestavo con passi decisi il sottile manto di neve, lasciando manifeste impronte sul sentiero che mi piaceva immaginare ricordassero quelle di una tigre (siberiana, ovviamente). Superato il bosco, dovevo attraversare un piccolo prato sconfinato, Sovengarde lo chiamavamo, su di esso brillava la luce riverbera di una luna imponente che, tra l’altro, delineava chiaroscuralmente il profilo dei monti dell’altra parte della valle. Lo superai quasi di corsa, era un prato troppo bello per non essere vissuto tutto d’un fiato. Ed eccomi sull’asfalto (eh si, pure in montagna esistono le strade asfaltate). Rallentai il passo, non c’era bisogno di correre su quel tratto di strada, anzi, c’era da calpestarlo arrogantemente. La musica non accennava ad annichilirsi e non potevo che proseguire, seppur piano, nella mia folle nottata. Avrei dovuto mettere delle scarpe meno sciatte, il piede operato di osteocondrite alla caviglia mi faceva male, ma ormai ero arrivato,

e poi di certo non sono uno di quei molloni, forse un tempo lo ero, ma non lo ero già più quel giorno. Sulla sinistra rivedevo l’intricato bosco dove da piccolo trovai un cranio di volpe, sulla destra invece la pista da bob solcata millemila volte sul mio slittino, dritta davanti a me la meta. In realtà ero arrivato, ma non proprio, dovevo ancora passare un caseggiato, un altro prato e un altro bosco; il tutto per raggiungere gli altri, che sentivo già in lontananza sgasare le loro moto. Arrivai. Finalmente. l fuoco era acceso come tutte le sere, non a caso i miei vestiti puzzavano costantemente di brace nei periodi di permanenza tra le alpi. Qualche compagno brillino e qualche amica oca starnazzante, ma la serata era servita. Mi sedetti sul mio solito ceppo coperto da un abete. Salutati i miei compari con forza, mi fermai. C’era anche una nuova canzone lì con gli altri, la mia colonna sonora era terminata, ora prendevo parte ad un’altra lunghezza d’onda, quella dei miei amici, suonava dalla cassa De Andrè.


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Letteratura

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Alessandro d’Avenia

Luca Ronco, 1b

L’arte di essere fragili Come Leopardi può salvarti la vita

Esiste un metodo per la felicità duratura, che renda possibile alla vita di non rimanere schiacciata dalle sconfitte, fallimenti, sofferenze? Si può imparare il faticoso mestiere di vivere giorno per giorno in modo da farne addirittura un’arte della gioia quotidiana? Questo ce lo racconta Alessandro D’Avenia, professore di lettere in un liceo di Milano e scrittore dei libri “Bianca come il latte Rossa come il sangue”, “Cose che nessuno sa” e “Ciò che inferno non è”, nelle pagine del libro intitolato “L’arte di essere fragili”. Il segreto di quest’arte di esistere senza paura di vivere, o meglio accettando anche la paura, egli crede di averlo trovato. Lo scrittore ce lo racconta come in una chiacchierata fra amici, preferisce anzi che ce lo racconti l’amico che glielo ha svelato, colui che quando aveva diciassette anni varcò la soglia della sua camera per non uscirne più: Leopardi. Tutto questo a molti può sembrare strano: Giacomo Leopardi, uno degli autori più influenti della letteratura Italiana, descritto come un ragazzo solitario, infelice in compagnia del suo pessimismo, può mostrare a tutti noi come vivere felici. Ma Alessandro ce lo ha mostrato guardandolo da un’altra prospettiva, diversa da tutte le altre. L’autore ci mostra che Leopardi ebbe presa sulla realtà come pochi altri, perché i suoi erano sensi finissimi, da «predatore di felicità». A guidarlo era una passione assoluta che custodiva den-

tro di sé e alimentava con la sua fragile vita. D’Avenia lo descrive anche come un cacciatore di bellezza, intesa come pienezza che si mostra nelle cose di tutti i giorni a chi sa coglierne gli indizi, e che cerca di darle spazio con le sue parole, per rendere feconda e felice una vita costellata di imperfezioni. Inoltre il libro è diviso in sezioni che segnalano i passi dell’esistenza umana. Leopardi ha distillato, come si fa con gli ingredienti dei profumi, le tappe che ci accomunano tutti, qualunque sia il dono che la vita ci ha offerto. Chiama queste componenti fondamentali dell’essenza della vita Adolescenza, o arte di sperare, Maturità, o arte di morire, o anche arte di essere fragili; Morire, o arte di rinascere. Arte è ciò che chi ha talento per la vita (tutti) può imparare e migliorare. Il libro mi è piaciuto molto e leggerlo è sorprendente, perché D’Avenia, con quello stile semplice, elegante, colto e allo stesso tempo diretto, ci racconta di un Leopardi che nessuno si aspetterebbe. Per il suo contenuto il libro ha riscosso un gran successo tra i giovani e gli adulti, molti dei quali sono andati anche ai firma copie del libro per incontrare l’autore e far firmare il proprio libro. Io stesso sono ci andato a Milano e ho atteso quattro ore, ma alla fine ne è valsa la pena. Cari Majorani, l’articolo è finito, spero vi sia piaciuto.


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Cinema

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Clara Cassandro, 1a

I sogni segreti di Walter Mitty Prima di cominciare, è bene che io faccia una premessa: chi è Walter Mitty? Walter Mitty è il protagonista del film che, casualmente, dà il titolo a questo articolo. Un uomo semplice, piuttosto riservato, che non ha mai fatto nulla di significativo nella sua vita. Questo personaggio, interpretato meravigliosamente da Ben Stiller, rispecchia in pieno come l’essere umano, a volte, si nasconda dietro una piatta routine per sfuggire alla novità e al rischio di un futuro incerto. Walter lavora per Life Magazine da ormai sedici anni; qui il suo compito è sviluppare negativi, contribuendo dunque a ciò che rende unica questa rivista: le fotografie. Nonostante la bellezza di tutti quegli scatti passati dalle sue mani, Walter sembra non lasciarsi ispirare né avere una qualsiasi ambizione, fa piuttosto il possibile per prendersi cura dell’anziana madre e della sorella. Solamente due cose gli permettono di fuggire dalla realtà, almeno per qualche secondo: la folle cotta per Cheryl Melhoff, giovane

ed intraprendente collega del settore informatico di Life, e l’ammirazione per Sean O’Connell, famosissimo fotografo mondano e grande amico di Walter. Quest’ultimo, per il suo compleanno, riceve da Sean un portafoglio, sul quale è inciso lo slogan della rivista: “Vedere il mondo, cose pericolose da raggiungere, guardare oltre i muri, avvicinarsi, trovarsi l’un l’altro e sentirsi. Questo è lo scopo della vita.” Peccato che in quel periodo il tempo per sognare scarseggi: a breve avverrà una transizione da Life Magazine a Life Online, causando l’imminente licenziamento di molti dipendenti. Il nuovo manager, Ted Hendricks, pretende immediatamente che venga sviluppato l’ultimo negativo inviato da Sean O’Connell. Walter però non riesce a trovarlo. Disperato, chiede a Cheryl di rintracciare Sean, ma ormai è tardi: è in Groenlandia per fare un nuovo servizio fotografico. Walter è davanti ad un bivio. Il suo istinto gli dice di partire.


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Cinema

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Da quel momento in poi vivrà un viaggio con un continuo susseguirsi di avventure, fino ad arrivare al gran finale del film (qui no spoiler). In poche parole, questo film inneggia all’inseguire i propri sogni fin dove portano, fino alla fine. Tuttavia, guardando questo film per la settima volta, mi è sorta una curiosità: se Walter non fosse mai partito, come sarebbe andata? È ovvio che, per creare un film di successo, vengano inserite anche cose folli (come l’improvvisa partenza per la Groenlandia), ma è molto raro che ciò accada, specialmente per noi persone, diciamo, “comuni”. Di seguito perciò vi propongo, secondo me, la vita “alternativa” di Walter dalla fase critica del negativo mancante in poi: “Walter si sentiva perduto. Il suo lavoro era appeso a un filo e per salvarlo doveva assolutamente trovare quel maledetto negativo. Quell’incosciente di Sean lo aveva lasciato in mutande, ancora una volta. Come se non fosse già abbastanza, l’unico modo per recuperare quello scatto era raggiungerlo in Groenlandia. Assolutamente no. Perché mai avrebbe dovuto investire tempo e denaro per

riparare al suo danno? In ogni caso, anche se avesse consegnato in tempo il negativo, sarebbe stato licenziato ugualmente. Sarebbe stata solo una questione di tempo. Così Walter prese tutti in contropiede, licenziandosi. Da quel giorno in poi la sua vita si fece sempre più tranquilla, una vita fatta di piccole cose: un lavoro part-time come segretario, una casa modesta, un’esigua somma in denaro da parte. Eppure ogni notte prima di andare a dormire sempre la stessa domanda: “Che sarebbe successo in quel viaggio? Cosa sarebbe cambiato?”. E così si addormentava.” Ciò che ho deciso di trarre come insegnamento personale da questo film, dunque, non è la solita frase “Insegui sempre i tuoi sogni”, ma, come ci viene mostrato, che la vita intervalla momenti di follie fatte per avvicinarsi anche solo un pochino alle nostre ambizioni, a piccoli ma essenziali gesti quotidiani senza i quali i sogni sarebbero irrealizzabili.


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Arte

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Real Bodies Pochi giorni prima di Natale ho avuto la possibilità di visitare a Milano la mostra “Real Bodies - scopri il corpo umano”, e mi piacerebbe raccontare la mia esperienza e come l’ho vissuta. La mostra nasce con l’intento di “mettere a nudo” il corpo umano e di farci vedere come siamo fatti veramente: all’interno è infatti possibile vedere non solo veri organi, sani o malati, di adulti o bambini, ma persino corpi interi, per mettere in risalto determinate strutture. Tutto ciò è stato possibile grazie alla volontà di alcuni uomini e donne che hanno scelto di donare il proprio corpo alla scienza e che quindi, dopo la morte, sono stati trattati e “preparati” per essere messi in mostra. Passeggiando per la mostra si nota che la maggior parte dei corpi sono maschili e quasi tutti dalle fattezze asiatiche, come dimostrano i nasi poco sporgenti e gli occhi della forma caratteristica. Ci sono state alcune polemiche circa questa iniziativa, dato che si tratta comunque di andare a vedere delle “persone morte e squarciate con in mostra le viscere”... In realtà, secondo

Davide Ferloni, 4A

me, non è così macabra come si potrebbe credere, e non ne presenta alcun aspetto inquietante o sensibile. I corpi alla prima impressione sembrano finti, tanto sono rimpiccioliti dalla disidratazione necessaria per la conservazione, e tanto sono lucidi e perfetti all’interno. Intendiamoci, non hanno le dimensioni delle bambole, però si vedono uomini adulti alti circa 1,60m. Secondo me questa mostra - aperta fino al 19 marzo - non risulta assolutamente scioccante e non presenta nulla di più “spinto”, se così si può dire, di quello che potreste trovare cercando delle immagini su qualsiasi motore di ricerca. Ritengo quindi che meriti di essere visitata, a meno che non sappiate già in partenza che non vi trovereste a vostro agio. Ora mi piacerebbe raccontare un po’ più nel dettaglio quello che ho visto e che mi ha colpito maggiormente, perciò se aveste intenzione di andarla a vedere, per non rovinarvi la sorpresa finite pure qui di leggere. !!ATTENZIONE, INIZIO SPOILER !!


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Arte

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All’inizio del percorso, il primo corpo che si incontra è quello di un uomo posto in un enorme anello, posizione molto simile a quella dell’Uomo Vitruviano. Al primo impatto, come ho detto, mi è sembrato finto, e mi ha lasciato un po’ perplesso, perché non mi esaltava il fatto che fosse visibile una gabbia di metallo che sostitutiva quella toracica, necessaria per la stabilità. Procedendo mi è piaciuto molto l’uomo in bicicletta, al quale era stata rimossa la parte anteriore del quadricipite per mostrare la situazione della rotula e dell’intero ginocchio durante la pedalata. Molto particolare è l’uomo preparato per mostrare la muscolatura umana: ogni singolo muscolo è stato tranciato da una estremità e allargato verso l’esterno, così da somigliare a un guscio di un riccio. Certamente non è una cosa naturale avere tutti i muscoli rivolti verso l’esterno, però è interessante vedere ciascun muscolo contemporaneamente libero dal corpo e localizzabile sul corpo stesso. Il corpo che mi ha dato di più, dal punto di vista scientifico, lo si trova nella sala delle sezioni. Questa persona è stata praticamente “tagliata a fette” secondo il piano sagittale: guardandolo

frontalmente può sembrare intero, ma, se ci si sposta di lato, è possibile vederne la sezione, dalla testa ai piedi, dal cervello ai genitali, passando per i polmoni e l’intestino. La stanza più toccante dal punto di vista emotivo è senza dubbio quella della fecondazione e dell’inizio della vita, dove sono presenti i corpi di molti feti in diverse fasi dello sviluppo. L’impressione questa volta è veramente quella di avere davanti un tenero bambolotto, e pensare che “quell’esserino” sarebbe potuto essere potenzialmente un uomo o una donna, lascia un po’ l’amaro in bocca... Anche se il corpo che fa ancora più tristezza è quello di una madre incinta, deceduta ancora prima di poter dare alla luce il feto. Nell’ultima stanza sono invece presenti più di una decina di corpi di sportivi, immortalati nella pratica della loro disciplina: chi corre, chi affonda il fioretto, chi sta colpendo un pallone con una rovesciata, chi è alle prese con un passo di danza...


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Attualità

10 Allarme terrrorismo, tra religione e immigrazione

Filippo Vergani, 3c

Il 19 dicembre si compiva un attentato terroristico a Berlino, nel cuore dell’Europa, dove morivano dodici persone innocenti per mano di Anis Amri, integralista islamico, ucciso il 23 dicembre a Sesto San Giovanni. Da allora è stato un continuo dibattito sui problemi irrisolti della nostra Europa: terrorismo, immigrazione e integrazione. Gran parte dell’opinione pubblica e della politica si ostina ad affermare che la religione non sia la causa degli attentati terroristici, ma che le vere ragioni sarebbero emarginazione e povertà. Finché tratteremo l’argomento in questi termini non risolveremo nulla: la religione Islamica e la cultura dei musulmani sono i veri problemi. Facile parlare di integrazione e accoglienza da posizioni privilegiate, come fanno in molti. Noi giovani, invece, abbiamo la possibilità di confrontarci quotidianamente con ragazzi musulmani che sono nostri compagni di scuola o di società sportive. Personalmente, essendo in contatto

con ambienti in cui c’è una forte componente musulmana, posso affermare che l’Islam moderato è una favola raccontata da buonisti. Quasi tutte le musulmane in Italia portano il velo, non lavorano e sono rinchiuse in casa dai mariti. Di domenica, se si recano alla partita di calcio dei loro figli e non ci sono altre donne in tribuna, si siedono a 100 metri di distanza dagli altri spettatori uomini. Nessuno si può permettere di fare una battuta sull’alcool o sul fumo con un musulmano, infatti il credente moderato si sentirebbe offeso e il rapporto con loro sarebbe compromesso. Se questo è il livello di moderazione che c’è in Italia, chissà quello nei paesi arabi… Il tempo delle favole è finito, è ora di iniziare a raccontare la realtà! Molti migranti giungono in Italia, infrangono la legge, vanno in prigione (un detenuto su tre è straniero) ed escono fanatici musulmani e meno rispettosi della nostra cultura. È giunto il momento di smettere di accogliere chi non fugge da guerre e non ha diritto


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Attualità

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di asilo nel nostro Paese. In questo momento i musulmani non sono pronti al contatto con la nostra cultura: non conoscono la democrazia, la libertà delle donne e quella di espressione e parola. Non sanno che il benessere che c’è in Europa lo abbiamo costruito con fatica, impegno e dedizione. Inoltre le assurde politiche moraliste di accoglienza hanno portato migliaia di stranieri senza istruzione e qualifiche a raccogliersi in quartieri dove si parla arabo, si va in moschea e alcuni campano con attività illegali e spaccio di droga. Accogliamo chi fugge dalle guerre, ma, invece di farli giocare a calcio nei centri di accoglienza, insegniamogli i principi fondamentali della nostra Costituzione, i diritti e i doveri di un cittadino. Solo chi ci rispetta ed è determinato a vivere in Europa seguendo le nostre leggi e principi merita di essere accolto. Amis Amri è diventato un fanatico in Italia, dalle moschee si vedono uscire uomini con vestiti tradizionali e barbe lunghe, alle fermate degli autobus ci sono donne con il Niqab: ammettiamo che la causa del terrorismo è la religione! Solo con un controllo della predicazione

degli imam, l’istruzione delle nuove generazioni di musulmani, ci sarà una vera integrazione; salvare dal mare e poi gettare nelle nostre strade masse di immigrati senza alcuna speranza di una vita normale non significa essere aperti e cosmopoliti, ma ingenui e superficiali. Inoltre è un regalo che facciamo a mafia e criminali, che potranno accaparrarsi facilmente forza lavoro a bassissimo costo da piazzare nelle piantagioni di pomodori, nelle piazze a vendere braccialetti o lungo le strade a prostituirsi. Queste parole potranno apparire pretestuose scritte da un liceale, ma penso che chi da sempre è in contatto con culture differenti, come noi giovani, possa capire molto di più di grandi dottori e intellettuali che l’unica persona islamica che hanno conosciuto, studiando molto e osservando poco, è Averroè.


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Attualità

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Populismo In questi ultimi anni in televisione, sui giornali, su internet e su tutti gli altri mass media la parola “populismo” è divenuta talmente frequente da essere oramai il pane quotidiano di fior fior di giornalisti e cosiddetti politici. Ma che cos’è il populismo? Chi è populista e come si fa a riconoscerlo? In questo breve articolo tenterò di dare una personale risposta a queste domande. Lo sottolineo, personale: alcune cose che dirò avranno una valenza soggettiva, perciò non tutti potrebbero essere in accordo con quello che scrivo. “Il populismo è come una scarpa di Cenerentola unta d’olio: calza e non calza allo stesso tempo qualunque sia il piede che lo indossi”: questa è la definizione data dal professore di scienze politiche Capelli, che ho trovato assai “calzante” (pardon ndr) e che per questo ho tanto voluto riprendere. “Populista” è infatti un aggettivo troppo vago e generico da affibbiare ad un determinato partito o movimento politico non peccando di presunzione, poiché nessuno può dire che il partito cui tiene non sia populista, o non lo sia mai stato, o non lo sarà mai. Comincerei quindi col dire che, secondo

Niccolò Barberio, 4C

me, sarebbe utile dividere e definire il populismo in più populismi, con diverse caratteristiche ed altre in comune. Vi è il populismo più comune, definibile come “antipolitica”: in Italia, ultimamente, per prendere voti facili, va molto di moda negare il proprio essere politici. Gli esempi più facili e lampanti sono il Movimento 5 Stelle (i cui parlamentari non si definiscono “onorevoli”, ma bensì semplicemente “cittadini”: e grazie tante...), ma anche Renzi: nel 2012, e per gli anni a seguire, lui era il semplice, povero e onesto sindaco rottamatore, il cui compito era quello di scacciare la vecchia politica insieme ai “vecchi attaccati alla poltrona”. Alla fine è stato lui ad essere rottamato, ma son dettagli... Persino Monti, sotto questo punto di vista, può essere considerato un populista. Si pensi al 2011, quando divenne premier: ebbe mai il coraggio di definirsi politico? No, lui era un tecnico e il suo governo era un governo di tecnici, nonostante il suo ruolo fosse quello di un politico. Tra parentesi, non è l’uomo ad essere un animale politico? Un’altra sfaccettatura del populismo è quello che tende a semplificare un problema dandogli una soluzione altrettanto semplice:: è il classico esempio leghista del “mandiamoli tutti a casa” riguardo il


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Attualità

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problema dell’immigrazione. Vi è anche la possibilità di un governo demagogico populista, i cui provvedimenti hanno come fine solo ed esclusivamente la ricerca del consenso a breve termine (si pensi alla non abolizione del reato di clandestinità, legge inutile quanto deleteria). Passiamo ora a come riconoscere un populista, analizzandone le caratteristiche che lo accomunano agli altri. Innanzitutto il populista è come un supereroe: costruisce su di sé una tela di racconti mistificati e infiocchettati che ne vanno a costituire la biografia che, per l’appunto, ricorda quella di un eroe, anche se umile. Esempio lampante è il buon vecchio Silvio, che nel 2001 mandò a molte famiglie in tutta Italia “Una storia italiana”, la sua biografia. Ne riporto l’inizio: “Dal padre Luigi, milanese tutto d’un pezzo, di stampo antico, Silvio acquisisce il senso del dovere, l’amore per il lavoro, la capacità di sacrificio, il rispetto per la parola data. Papà Luigi e mamma Rosa gli trasmettono positività e serenità...”. Direi che solo questo è un pezzo significativo. Un’altra caratteristica del populista è che egli è sì a capo di un partito o movimento politico, tuttavia quest’ultimo è completamente privo di un’ideologia di fondo. Per questo motivo i populisti, per comu-

nicare le proprie “idee”, si danno all’infotainment, ovvero la bassa informazione, che non fa domande e che, magari, è pure di parte: è il classico esempio di Salvini che va dalla d’Urso, o di Renzi che va ad Amici. Tutte le varie forme di populismo, se non in una vera e propria ideologia, si appoggiano quindi ad un popolo di loro creazione, completamente falso e inventato; è totalizzante, perciò chi non è d’accordo con il populista è al di fuori del popolo, quindi contro a questo stesso. È l’esempio dei 5 Stelle: il loro popolo sono gli “onesti cittadini”, chi non li appoggia è con molta probabilità un colluso. Il popolo di Renzi è l’Italia della Leopolda, che dice “Sì” e che vuole “fare” (che cosa, non l’ho mai capito ndr); chi è contrario è un gufo e un solone professorone. Il popolo leghista è quello del ceto medio-borghese del nord-Italia, dei piccoli imprenditori e dei cittadini stanchi dell’invasione (?) degli immigrati... In conclusione, questo mio articoletto era una critica rivolta a coloro che attaccano un partito definendolo “populista”, senza nemmeno rendersi conto che anche il loro lo è. È un paradosso, ma forse proprio perché “populista” si può dire a chiunque e di chiunque, per me, infondo, non significa nulla.


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Attualità

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Viola Bonfanti, 1b

La meningite La meningite è una malattia che interessa il sistema nervoso centrale, può verificarsi in modo lieve o in modo molto pericoloso causando tra i sintomi febbre, incapacità di tollerare la luce, stato di semi-coscienza, convulsioni e negli stadi più gravi la morte. Ma tutto questo, molto probabilmente, voi lo sapete già, non perché siate aspiranti medici ma perché con tutto ciò che circola sui canali d’informazione in questo periodo è inevitabile. Ultimamente i telegiornali non fanno altro che parlare di questo e di quanto tutti si preoccupino di andare a vaccinarsi per scampare a questo terribile contagio che ha causato già delle vittime. La cosiddetta epidemia ha messo in movimento molte fasce della popolazione che, allarmate dal continuo flusso di notizie, si sono precipitate dal medico più vicino o all’ASL per chiedere una cura. Il mese scorso moriva precocemente una maestra di Roma e da allora sembra che molti, tra cui bambini, insegnanti ma anche semplici imprenditori

siano stati contagiati. In alcuni casi la fine è stata tragica, mentre in altri i pazienti si sono rimessi in salute. Non vi sto dicendo questo per spaventarvi o altro, ma per annunciarvi che i media hanno leggermente ingigantito la questione. Ogni anno in Italia sono circa mille le persone colpite dalla meningite e il 10% di chi la contrae non sopravvive: per questo, la vaccinazione è fondamentale, come ribadisce anche Ranieri Guerra, direttore generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute, secondo cui «è un grave errore dire che siamo in presenza di un’epidemia di meningite». In media, il 50-60% dei pazienti guarisce completamente, mentre il 30% sopravvive riportando conseguenze anche molto gravi (15 bambini su 100 hanno complicanze così gravi da richiedere protesi acustiche o degli arti, riportano cicatrici invalidanti, seri problemi alla vista, deficit neuro-motori) con un costo umano, sociale e sanitario altissimo. Tuttavia, anche se colpiti da qualcosa a cui non c’è purtroppo un rimedio nella


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Attualità

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vita, non ci si arrende: credo che tutti, più o meno, conosciamo Beatrice Vio, Bebe per gli amici, che nonostante sia stata colpita da una meningite all’età di undici anni e abbia subito l’amputazione di tutti gli arti non ha mai smesso di credere. Quella che si può definire un’eroina della nostra generazione ha conquistato un oro e un bronzo alle ultime paralimpiadi, rispettivamente nello scherma individuale e in quello a squadre, oltre che un selfie con il presidente uscente Barack Obama. In una foto sui social vengono ritratti lei e la sua famiglia dopo esser stati vaccinati proprio contro la patologia che le ha portato via tanto, ma che al contempo è riuscita a superare egregiamente; sempre la campionessa si è detta favorevole ai vaccini e consiglia a tutti di informarsi su di essi tramite siti specifici e non sui social, che lei definisce di valore nullo in questo campo. Dunque, non c’è da stupirsi che anche quest’anno nel periodo invernale, quando si riscontrano più casi, essa torni all’attacco; la situazione toscana non è certamente da prendere sotto gamba dato che potrebbe peggiorare,

ma per ora, cari telegiornali, se non sapete di cosa parlare smettetela di prendere un dato a caso e trasformarlo in una “epidemia” di proporzioni giganti come se la peste nera gli faccesse un baffo. Se non siete ancora convinti, possiamo guardare i dati degli ultimi anni in Italia di un ceppo qualsiasi dei tre di questa patologia: di meningococco nel 2015 si hanno 196 casi un’incidenza di 0,32 ogni 100’000 abitanti, che negli anni precedenti oscillava intorno a questo numero; nel 2014, 2013 e 2012 si ha infatti un’incidenza rispettivamente di 0,27, 0,29 e 0,23. Ciò avviene per tutti i tre ceppi che, pur aumentando minimamente, restano comunque alquanto stabili e nella norma. Alcuni invece ritengono che in Lombardia dal 2008 si siano verificati addirittura meno casi del solito, che le persone soggette a questo tipo di malattia si siano rifugiate tutte in Toscana e dintorni? Ciò resta un grande mistero per tutti gli scienziati, ma, in attesa di una risposta, tanto vale non preoccuparsi per questo, meglio disperarsi per il nostro rientro dalle vacanze di Natale.


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Sport

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Lorenzo Ferri, 4A

In piedi davanti al precipizio In piedi davanti al precipizio. “In piedi”. In realtà non sono i tuoi piedi a toccare terra, ma un bel paio di sci, fedeli compagni di mille discese. Davanti al precipizio con gli sci ai piedi. Chissà cosa sentiva Baumgartner. Guardi giù, nel precipizio, la pista. A guardarla da lì sopra pare che non ci sia, anzi che proprio non ci sia nulla: avevano ragione gli antichi, la terra é piatta e io sono a Finis Terrae. Un tremito, in quelle circostanze, lo sente anche il più esperto e temerario a guardare nel precipizio; io, almeno, lo sento tutte le volte. Un tremito dettato dal desiderio, più che dalla paura, dal desiderio di vedere cosa c’è giù di sotto, di vedere se anche sta volta resto in piedi. In piedi davanti al precipizio, con un bel paio di sci. E il precipizio ti chiama, lo senti, ti chiedi come conosca il tuo nome. Il precipizio ti chiama, o forse il richiamo viene da dentro di te. In fondo tu la vuoi quella discesa, lo vuoi quel brivido, vuoi

che ti pervada interamente mentre ondeggi sui tuoi sci ben levigati. Ne sei quasi certo, viene da dentro di te quel desiderio, e ti tira verso il basso, non per cadere, ma per volare sopra una candida discesa tra le montagne. Forse è per questo che senza accorgertene ti sei mosso in avanti, e ora i tuoi sci sono per metà sospesi nel vuoto, forse è il richiamo inconscio del volo. Ma forse è solo il vento che ti spinge. Il vento. Lo hai sentito appena sceso dall’ovovia, freddo eppure accogliente. In fondo ti mancava, il vento, quello gelido delle cime più alte. Il suo sferzare è la colonna sonora perfetta per il sonno secolare di giganti di roccia ricoperti da una coltre bianca. Non puoi odiarlo, il vento, non lo eviti; lo accogli, perché sai che vento, quel vento, significa discesa, volo, libertà. Tutte queste cose le senti più che pensarle quando sei lì, in piedi sul precipizio. Le senti e non puoi che esserne felice, perché lo sai anche tu alla fine che quello è il fine: non la


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discesa, non il rifugio, non la doccia calda al tuo rientro. No, tu sei lì per quello, sei lì per il vuoto davanti a te, per la neve sul volto, per il panorama spettacolare, per il brivido del vento e il tremito del richiamo che forse è il precipizio ma forse è qualcos’altro, qualcosa di più. Perché lì, tu, che per esserci ti sei svegliato presto la mattina, hai indossato abiti scomodi e con gli sci in spalla sei salito in alta quota a bordo di una funicolare, lì in cima tu sei vivo. È per queste cose, per questi momenti che fatichi, sono queste le cose che ti spingono, i tuoi piccoli motori immobili che giorno dopo giorno ti attirano a loro, è per queste cose che combatti: un successo personale, la gratitudine di qualcuno, il sorriso di una persona a cui vuoi bene, un momento di euforia collettiva, una discesa... un brivido. Sei un cacciatore di brividi, anzi, lo siamo tutti. Sono i brividi, che siano di gioia, di paura o di freddo, che ci fanno sentire vivi, che ci danno consapevolezza della nostra esistenza. E allora tu, lì, in piedi davanti al precipizio, lasci che il tuo brivido personale, che con fatica ti sei guadagnato, ti pervada completamente, e ti guidi giù, lungo

la discesa. Finalmente sei in piedi dentro al precipizio, e tutto intorno a te scompare: il vento, il freddo, la neve, le montagne, non c’è più nulla. Solo tu che ondeggi in una strana danza scomposta e sgraziata, eppure così bella. Scendi sempre più in fondo, con i tuoi sci ai piedi, e all’improvviso ti rendi contro che sorridi, che ce l’hai fatta, che hai lasciato che il tuo brivido ti prendesse e ora sei vivo, e non c’è nulla di più bello. Non lasciatevi illudere dalle mie parole, non dura più di qualche minuto, poi la discesa si esaurisce e sei di nuovo all’inizio dell’ovovia. Ti sembra per un attimo che quelle sensazioni non possano più tornare, poi ti giri verso la pista appena terminata, la guardi e all’improvviso lo senti: un nuovo brivido che ti chiama.


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Alessandro Bruzzano, 3a

Guadagni e spese folli nel mondo dello sport Da diversi anni stiamo vivendo un periodo di crisi economica internazionale, che interessa tutti i settori. Questa crisi ha condizionato il nostro modo di pensare e di agire. Molto spesso accusiamo i politici, dicendo che guadagnano troppo rispetto a ciò che fanno e ciò che dovrebbero fare; però loro non sono gli unici a guadagnare molto. Lo sport infatti sembra non essere colpito da questa crisi e sta assumendo un ruolo sempre più importante nel mondo. Molti sportivi guadagnano cifre folli e alcuni arrivano a guadagnare quasi 100 milioni di dollari. La rivista statunitense “Forbes” ha stilato la classifica dei 100 sportivi più pagati al mondo nel periodo fra il primo giugno 2015 e il primo giugno 2016. Al primo posto c’è Cristiano Ronaldo, il primo calciatore ad arrivare in testa a questa classifica, con un guadagno di 88 milioni di dollari nel 2016, di cui 32 derivano da contratti pubblicitari e da sponsorizzazioni. Subito dopo c’è Lionel Messi, con un guadagno di 81,4 milioni di dollari. Non è un caso che al primo posto ci siano due

calciatori: nel mondo del calcio, infatti, circolano moltissimi soldi, tra guadagni dei giocatori e acquisti folli dei club. Ultimamente moltissime squadre sono state acquistate da sceicchi o da ricchi imprenditori cinesi, che investono moltissimi soldi per migliorare la propria squadra. Basti pensare che il Manchester City, squadra inglese militante in Premier League, dal 2008 ad oggi ha speso 1,26 miliardi di euro in operazioni in entrata. La Cina inoltre sta interessandosi sempre di più al calcio e i proprietari delle squadre cinesi non badano a spese pur di avere nella propria squadra i migliori calciatori o allenatori. Negli ultimi tre anni sono stati spesi oltre 700 milioni di euro solo sul calciomercato. Un esempio è il caso di Carlos Tevez acquistato dallo Shanghai Shenhua e che guadagnerà 38 milioni di euro netti all’anno. Il terzo posto della classifica è occupato da LeBron James, fuoriclasse dei Cleveland Cavaliers, squadra dell’NBA (National


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Basketball Association), che nel 2016 ha guadagnato 77,2 milioni di dollari. Un altro cestista nella top 10 di questa classifica è Kevin Durant, degli Oklahoma City Thunder, piazzatosi al quinto posto, con un guadagno di 56,2 milioni di dollari. Negli Stati Uniti, a differenza dell’Italia, si ritiene giusto che un campione guadagni moltissimo, mentre il vero scandalo è quando un giocatore di medio valore percepisce lo stipendio di un campione. Questo è il problema attuale dell’NBA. Pagando un giocatore che fornisce prestazioni mediocri con cifre folli, si induce il pubblico a pensare che il giocatore sia forte, anche se il talento non ha nulla a che vedere con i soldi. Al quarto posto c’è il tennista svizzero Roger Federer, che ha guadagnato 67,8 milioni di dollari ottenendo il primato dei guadagni da sponsorizzazioni (60 milioni di dollari). Sesto è invece il tennista serbo Novak Djokovic con quasi 56 milioni di dollari incassati. L’attuale numero uno del ranking ATP (Association of Tennis Professionals) Andy Murray si trova al settantaquattresimo posto con un guadagno di 23 milioni di dollari. Le uniche due donne presenti in questa classifica sono entrambe tenniste e sono Serena Williams e

Maria Sharapova, rispettivamente al quarantunesimo e all’ottantottesimo posto della classifica. Cam Newton, quarterback dei Carolina Panthers si trova al settimo posto con 53,1 milioni di dollari. Lo statunitense Phil Mickelson con 52,9 milioni di dollari è ottavo, ma anche il primo golfista della classifica. Per il terzo anno di fila non ci sono italiani in questa classifica. L’ultimo è stato Valentino Rossi nel 2013. Mostrandovi questa classifica non voglio indurvi ad accusare gli sportivi di guadagnare troppo, anche se è vero, perché sicuramente per arrivare a questi livelli hanno faticato e si sono impegnati molto. Inoltre, essi non sono gli unici a guadagnare così tanto: ad esempio anche molti politici, come ho già detto, e molti attori guadagnano molto, anche troppo. Non bisogna però accusare nessuno, perché non ci sarà mai un’eguaglianza di guadagni, mentre ci saranno sempre persone più ricche e persone più povere.


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Immense grazie siano rese ai membri del personale ATA che perdono investono il loro tempo nel ciclostilare il nostro amato giornale!

Caporedattore: Lorenzo Ferri, 4A Impaginatore: Riccardo Galli, 5a A cura di: Sonia Martinetto & Giorgia Pasqual, 5C Redattori: Matteo Redaelli 5a, Lorenzo Ferri 4A, Davide Ferloni Niccolò Barberio 4C, Alessandro Bruzzano 3a, Filippo Vergani 3c, Luca Ronco 1b, Viola Bonfanti 1b, Clara Cassandro 1a

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