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Deysi Vieni con me?


Deysi Vieni con me?


Mio

padre ama viaggiare, conoscere il mondo, le culture, la gente. Questa sua passione ha segnato in maniera significativa la mia infanzia, costellata di spostamenti - anche indiretti -. Sono nata a Calama, una città a nord del Cile, in mezzo al deserto di Atacama, il più arido del mondo. All’età di sei anni, mentre mio papà sul mappamondo mi indicava una linea retta che dal Cile saliva su per le Americhe, ero già su un aereo che mi portava con tutta la famiglia in Canada, a Vancouver. Una città meravigliosa. Oltre ad essere stata un primo punto di incontro con il mondo al di fuori della mia solita realtà e un’esperienza importante, è stata anche il posto in cui ho imparato perfettamente l’inglese, che poi si è rivelato vitale. Pochi mesi più tardi, valigie e ritorno in Cile. Alcune vicissitudini hanno portato mio padre prima, di nuovo nel posto in cui sono nata e poi lontano da casa, stavolta da solo: Stati Uniti all’inizio e Nuova Zelanda dopo. Mentre mia madre, mio fratello ed io tentavamo di recuperare un ritmo di vita cileno. La famiglia ha subito la scelta di mio padre di mettere tra noi e lui un mondo intero finché

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il bisogno di tornare uniti non ha spinto i miei ad optare per un compromesso tra l’America Latina e la Nuova Zelanda: l’Italia. Da qui abbiamo ricominciato. L’Italia era, nel progetto, un nuovo punto di partenza. Mi fai un po’ paura L’arrivo in Italia non è stato semplice; non lo è mai ricominciare da capo in una terra straniera e ancor meno quando non si conosce la lingua e si arriva in una realtà molto chiusa come quella di un piccolo paese del Trentino. Arrivai in terza media. Ero costantemente derisa dai compagni, mi sentivo esclusa. Anche da un punto di vista scolastico le cose procedevano a rilento, mi sforzavo di stare al passo con gli altri e mi sembrava di fare enormi progressi con l’italiano, tuttavia mai riconosciuti. Sembrava che nessuno avesse fiducia nelle mie capacità e iniziavo a perderla anch’io. Verso la fine del primo quadrimestre bisognava scegliere la scuola da frequentare l’anno successivo e io ero assolutamente sicura di volermi iscrivere al liceo scientifico. Il commento più frequente da parte di tutti - insegnanti, amici, parenti e persino bidelli - era: “Non sai l’italiano, quindi non puoi”. Ero furibonda. Sembrava che nessuno avesse preso in considerazione l’ipotesi che potessi impararlo, che potessi superare i miei limiti. Dovevo dimostrare che si sbagliavano, che mi stavano sottovalutando, e così decisi di iscrivermi 3


al liceo classico. Non nego che sia stato estremamente arduo, ma posso anche dire che è stata l’esperienza più gratificante della mia vita. Il primo anno di superiori ho sudato sangue su quei libri, vi ho dedicato tutta me stessa, anima e corpo. Proprio per questo motivo, riuscire in questa impresa, che era titanica, mi ha restituito l’autostima persa nel corso dell’anno precedente e mi ha dato nuova fiducia in me stessa e nelle mie capacità. La grande fabbrica delle parole Credo sia quasi superfluo dire che la lingua italiana è sempre stata un mio grosso limite, un ostacolo da superare e da abbattere, per cui mi ci sono accanita con una dedizione quasi maniacale: volevo raggiungere la perfezione della lingua, sia come dizione che come lessico e sintassi. Eppure, nonostante questi sforzi, mi sono sempre sentita quel mezzo gradino al di sotto degli altri. Da quando ho iniziato il Servizio Civile mi sono dedicata spesso alla scrittura in modo ludico e, per la prima volta, ho iniziato ad avere dei riscontri positivi, persone che ritenevano la mia scrittura interessante o addirittura brillante. In tutta onestà, me ne stupisco ancora, perché fatico a considerarmi altro da una scrittrice mediocre. Ma ho deciso di concedermi una possibilità e di esplorare questo talento forse un po’ nascosto. Come si suol dire, tentar non nuoce. 4


Niente autostrada. Trasporto sentimenti, non merci. Da piccola avevo le idee chiarissime. Non faticavo ad immaginare il mio futuro: il mio sogno era quello di diventare una famosa paleontologa. Mi figuravo già i miei genitori seduti davanti al televisore rigorosamente sintonizzato su Discovery Channel, pronti per vedermi andare a caccia di qualche nuova specie di dinosauro sconosciuto. Un sogno infantile, (ma) che crescendo non ho mai abbandonato, finché non ho finito la scuola ed è giunto il momento di decidere per davvero. Le circostanze, purtroppo, non erano dalla mia parte e forse mi mancò il coraggio di rischiare, di abbandonare i punti fermi che avevo conquistato a fatica in favore di un salto nel buio, che avrebbe potuto cambiare la mia vita in meglio, ma anche in peggio. Così decisi di restare e di rinunciare al sogno. Mascherai la mia insicurezza da scelta assennata e informai parenti e amici che avrei frequentato la facoltà di Economia perché la vita è difficile, bisogna pensare al futuro, scegliere con la testa e altre amenità del genere. Se fossi stata un altro genere di persona probabilmente queste motivazioni sarebbero bastate a convincere anche me stessa e a farmi tenere duro fino alla fine, ma purtroppo io non ci metto solo la testa o solo le mani in quello che faccio: tutte le cellule del mio corpo (dalle doppiepunte alle unghie dei piedi) fanno squadra e puntano allo stesso obiettivo. Ho bisogno di sentirmi immersa e pienamente 5


coinvolta, per riuscire a dare il meglio di me. I primi due anni riuscii in qualche modo a barcamenarmi tra i vari esami, dati in modo piuttosto superficiale, con l’evidente intento di togliermeli semplicemente di mezzo, ma riuscire a resistere diventava una scelta sempre più ardua. Nell’ultimo anno, dopo aver conosciuto moltissime persone degne della massima stima, ho finalmente iniziato a prendere coscienza del fatto che sognare non sia un limite, purché si abbia poi il coraggio di inseguire i propri sogni fino alla fine e la tenacia per non perdere la concentrazione a metà strada. Così ho deciso di iniziare un nuovo percorso di studi che spero mi porti dove voglio arrivare. Ad ogni modo, non credo che questi ultimi anni siano stati tempo perso; al contrario, li considero tempo speso bene, dato che mi hanno portato dove sono adesso, a essere la persona che sono oggi e ad avere una maggiore consapevolezza di quali siano le cose davvero importanti. Come mi disse una mia cara amica: per raggiungere una meta, nella vita, hai due opzioni: prendere l’autostrada, che parte e arriva direttamente all’obiettivo, oppure prendere le stradine di campagna, che sono più tortuose e lente ma ti consentono di vedere cose che altrimenti ti perderesti. Io e niente Si dice spesso che non ci si accorga di ciò che si ha finché non lo si perde, eppure non penso sia giusto. Credo che si 6


sia consapevoli delle cose che si ha la fortuna di avere, ma che le si dia troppo per scontate. Siamo così certi che ci appartengano da non contemplare nemmeno l’ipotesi che un giorno potrebbero esserci tolte. A me capitò con le persone a cui tenevo di più. Credevo che il fatto di volermi bene implicasse intrinsecamente il non lasciarmi mai sola, per cui le cacciai via dalla mia vita, convinta che se ne avessi avuto bisogno sarebbero tornate da me come se nulla fosse successo. Purtroppo, le persone a cui avevo chiesto egoisticamente di allontanarsi, alla fine mi avevano dato retta e mi ritrovai da sola con me stessa, con la persona orrenda che ero e che non volevo continuare ad essere. Volevo essere diversa, volevo crescere. Avevo bisogno di costruirmi una seconda possibilità, di combattere contro i sensi di colpa dettati da fatti che non potevo più cambiare. Non potevo tornare indietro ormai. Era troppo tardi per chiedere agli altri di cancellare tutto e di riprendermi nelle loro vite come se nulla fosse successo. Tuttavia, potevo essere migliore, imparare dai miei errori. Non è facile scegliere di riprendere in mano la propria esistenza. Non è facile decidere di uscire da quello stato catatonico che ti sopprime e di affrontare i problemi alla radice. Eppure io ero pronta, volevo farlo, ero convinta di questo. L’unica grossa difficoltà era capire da dove partire (problema non del tutto irrilevante, in verità). 7


Il Servizio Civile per me fu la manna dal cielo. Il giorno in cui vidi i bandi capii subito che era proprio quello di cui avevo bisogno: una piccola esperienza “lavorativa” che mi desse modo di fare qualcosa durante il giorno, di tenermi occupata e di non pensare e che mi consentisse inoltre di conoscere altre persone, di uscire dalla mia solitudine radicata.

All’inizio non fu semplice ricominciare, a vivere. Non lo è mai quando si smette per così tanto tempo e non ci si ricorda più quello che c’era prima. Alzarmi dal letto e pensare di affrontare un’altra giornata era, ogni mattina, una guerra contro me stessa. Eppure non ero mai sola. Sin dall’inizio con me c’era sempre la mia cara collega. Mi dispiace dover ammettere che avevo sottovalutato la sua amicizia. Non avevo visto in lei una possibile alleata, ma soltanto tanta superficialità e credevo che, una volta finito il Servizio Civile, avrei a stento ricordato il suo nome e lei il mio. Mi sbagliavo, mi sbagliavo su tutta la linea. Dopo solo pochi giorni eravamo già inseparabili e nel giro di pochissimo tempo la nostra divenne un’amicizia consolidata, che andava molto al di là di una semplice collaborazione tra colleghe. Le prime settimane passavamo insieme 12 ore al giorno, pranzo compreso. A volte mi invitava a casa sua anche a cena perché non avevo abbastanza tempo a disposizione per tornare da me prima dei corsi di formazione serali che si svolgevano a Pergine. 8


Dopo una settimana dall’inizio del Servizio Civile mi chiese che cosa facessi nel tempo libero e mi propose di iniziare a frequentare insieme a lei un laboratorio teatrale sperimentale “Arte e contatto”. Lei aveva fatto 10 anni di scuola di teatro, ma negli ultimi tempi non aveva più avuto occasioni di cimentarsi in materia. Ammetto di non essere mai stata particolarmente portata per il teatro, ma in quel momento avevo bisogno di tenermi occupata e volevo conoscere nuovi lati di me stessa, per cui mi sarei buttata a capofitto in qualsiasi attività, anche paracadutismo estremo, se me lo avessero proposto. Fu un’occasione fantastica per entrambe: a lei diede modo di entrare a far parte de La Nuda Compagnia come attrice e a me di conoscere persone meravigliose la cui amicizia mi ha aiutata a superare i miei limiti e a diventare una persona più degna di stima (o almeno è quello che spero). Il nostro rapporto ha avuto i suoi alti e bassi, ma il rispetto reciproco, la fiducia e l’affetto sono sempre stati presenti. Lei è stata la migliore amica che potessi desiderare e grazie a lei sono riuscita a riprendermi la mia vita, a ricostruirmi da capo la mia identità. Una principessa piccola così, ma... In verità, non è stato così semplice farmi ammettere al Servizio Civile. Avevo valutato e studiato con cura quasi ossessiva ogni singolo bando, mi ero innamorata follemente di ogni singolo progetto, avrei voluto farli tutti, ma come 9


ben sappiamo non è possibile e, per di più, si può presentare domanda per un unico progetto. Così, dopo una lunghissima riflessione, avevo scelto il progetto “Biblioteca: ponte tra generazioni”; mi sembrava quello più vicino ai miei interessi e alle mie competenze. Ad ogni modo, prima di presentare la domanda, decisi che mi sarei informata su quanti giovani avessero già fatto richiesta per quel progetto. Andai a chiedere informazioni circa un mese prima: c’era solo un candidato, in quel momento, ma mi fecero notare che la maggior parte delle iscrizioni arriva all’ultimo istante, per cui era meglio attendere per avere un’idea più concreta. L’ultimo giorno utile per presentare la domanda, alle 11 di mattina, ero davanti la porta dell’Ufficio con in mano i moduli di richiesta di ammissione, convinta e sicura di me stessa. Dieci minuti più tardi, giacevo su una delle comode poltroncine arancioni dell’ufficio con il morale sotto le scarpe: a quanto pareva non ero l’unica ad aver visto il Servizio Civile come un’occasione imperdibile. Altri 18 giovani speranzosi avevano fatto richiesta per il mio stesso progetto... che prevedeva la partecipazione solo di due volontari. Demoralizzata e convinta che non ce l’avrei mai fatta, pensai di ripiegare su un qualsiasi altro progetto con meno candidati ma, ahimè, le domande di iscrizione erano infinite dappertutto e mi restava soltanto un’ora e mezza per prendere una decisione. 10


Alla fine, mi dissi che non avevo più nulla da perdere e che tanto valeva rischiare. Consegnai i moduli e, per la prima volta, mi resi conto che nell’agitazione di quella mattina non avevo nemmeno letto bene quali fossero i documenti da allegare, motivo per cui non avevo con me il curriculum. Telefonai a mia madre disperata chiedendole di mettere giù 4 righe che potessero assomigliare vagamente a un curriculum e di inviarmele immediatamente via fax. Per fortuna mia madre è una persona molto disponibile e non si fece problemi a farlo. Purtroppo mia madre non parla (e soprattutto non scrive) molto bene in italiano. Credo che, leggendo sul mio curriculum che avevo frequentato il liceo classico, chi si occupava della selezione si sarà sicuramente chiesto quanto avessi pagato per farmi consegnare il diploma, dato che era scritto in “itagnolo”. Due giorni dopo dovetti presentarmi in biblioteca per il colloquio. Ero molto serena, ma anche rassegnata all’idea di non essere presa. Per quale motivo avrei dovuto essere migliore di altri 15 ragazzi, probabilmente con più esperienze e capacità di me e magari anche con un curriculum scritto decentemente? Tuttavia, una volta varcata quella soglia smisi di chiedermelo. Quella era la mia occasione e anche se tutti gli altri fossero stati mille volte meglio di me, non mi sarei arresa così. 11


Con ogni probabilità non sarei stata presa, ma almeno sarei tornata a casa senza rimpianti, sapendo di aver dato il meglio. Mi chiesero di provare a leggere ad alta voce alcuni libri per bambini, dato che è su quello che si sarebbe concentrato il progetto e decisi di giocarmela fino in fondo. Iniziai a leggere facendo vedere le figure, imitando le vocine dei vari personaggi, mimando le loro azioni. Nel giro di qualche minuto mi ero trasformata in un cabaret e non mi fermava più nessuno. Quando mi chiesero perché avessi scelto di fare il Servizio Civile iniziai a raccontare la storia della mia vita, credo di aver parlato persino di mia nonna. Volevo dimostrare di essere capace di fare tutto e di avere voglia di fare tutto. La commissione rideva di gusto. Credo di averli quantomeno divertiti. Uno svincolo nel tragitto casa-chiesa In Cile frequentai una scuola per signorine tenuta dalle suore domenicane e nel tempo libero prendevo parte al gruppo delle giovani missionarie. Perciò non credo di esagerare dicendo che la mia vita era, come si suol dire, tutta casa e chiesa. Inoltre, ero estremamente timida, per cui faticavo a socializzare e a farmi degli amici. In Italia la situazione peggiorò ulteriormente, non sapendo la lingua ed essendo costantemente presa come bersaglio per scherzi e battute dai compagni di classe, la mia timi12


dezza crebbe a dismisura. Quando descrivo questi periodi della mia vita e dichiaro di essere sempre stata oltremodo timida, la maggior parte dei miei amici non riesce a trattenere una risata incredula. Risulta difficile immaginarmi in quel modo conoscendomi adesso. La trasformazione avvenne tra la seconda e la terza superiore. Dopo anni passati in preda ai complessi più disparati (sono bassa e grassoccia, i miei capelli sono un disastro, sono troppo fuori moda, ecc.), all’improvviso un giorno iniziai a sentirmi bella. Non mi interessava se fosse vero oppure no o che cosa avrebbero potuto pensare gli altri; stavo bene con me stessa e tanto bastava per essere felice. Smisi di pensare a me stessa come la persona più sfigata di questa terra e anche se fisicamente non ero migliorata rispetto a prima, caratterialmente sì. Divenni più spigliata e sicura di me. Proprio per questo motivo, smisi anche di cercare di nascondermi in casa per non farmi vedere. Al contrario, adoravo uscire la sera con gli amici ed essere al centro dell’attenzione, all’inizio con una certa dose di cautela dettata dalla mia assoluta inesperienza sociale, ma dopo pochissimo tempo non ci pensavo nemmeno più e, superando ogni più ottimistica previsione, divenni una calamita per le persone. Ero così felice della mia nuova vita che per un paio d’anni mi diedi alla pazza gioia, saltellando di festa in festa e co13


noscendo centinaia di persone che, nella mia ingenuità di allora, consideravo amici. Di recente, dopo aver trascorso dei brutti periodi e, soprattutto, dopo aver deciso di darmi una regolata e di trovare un compromesso tra vita sociale e utilità sociale (ovvero, il Servizio Civile, gli studi, ecc.) questa folla intorno a me si è sfoltita e sebbene sia vero che per un certo periodo di tempo mi sono ritrovata sola, devo riconoscere che, accorgendosi di quanto fossi cambiata, alcune persone non hanno esitato a rientrare nella mia vita e gliene sarò sempre grata, poiché so che questi sono i miei veri amici. Mi fido ciecamente di chi è rimasto, perché so che il suo affetto è incondizionato. Attenti alle ragazze Non so quale sia il mio sogno, che cosa voglio fare esattamente della mia vita. Ci sono molte parti di me che faticano a confluire in un unico obiettivo, forse perché non c’è. Una persona molto importante per me mi disse che farò grandi cose nella vita il giorno in cui smetterò di passare da ogni posto per caso e ci andrò invece appositamente per inseguire uno scopo. Spero abbia ragione. Spesso restiamo intrappolati, senza accorgercene, nelle definizioni che gli altri danno di noi: sei timida, sei pigra, non sei un tipo sportivo. Interiorizziamo questi aggettivi al punto di farli nostri, facendoli diventare una parte di noi che in qualche modo ci limita e ci imprigiona. 14


Può anche darsi che abbiano ragione, ma non voglio permettere a un’etichetta di farmi restare ancorata a terra, voglio essere io a decidere chi essere. Per questo motivo decisi di lanciarmi in una serie di sfide per riscoprire le mie capacità. Mi iscrissi a tutti i laboratori di ES.SER.CI., dal canto corale all’autobiografia, senza lasciarmi intimorire dalla consapevolezza di non essere mai stata abile in un determinato ambito. Ero pronta a correre il rischio di imparare. Ammetto tristemente che non tutti i tentativi sono andati a buon fine, ma sono felice di averci provato. Nonostante l’impegno temo che non diventerò mai una grande cantante e mi sono dovuta arrendere all’evidenza che la pallavolo è assai lontana dalle mie competenze (anche se è stato divertente provare a buttarmi in uno sport del genere per la prima volta. Per anni ho evitato qualsiasi possibile contatto con un pallone, nella convinzione che mi sarei sicuramente fatta male... E così è stato, ma mi sono ugualmente divertita). Altri invece sono stati più proficui: ad esempio, ho realizzato di amare la scrittura e vorrei esplorarmi ulteriormente in quest’ambito; mi sono pure accorta di avere un’enorme carica di entusiasmo, risorsa che avevo sempre sottovalutato. Tuttavia, il principale beneficio di tutte queste attività non credo siano state le competenze acquisite quanto piuttosto la possibilità di conoscere persone piene di grinta e di voglia di mettersi in gioco che hanno risvegliato il mio 15


desiderio di dare il massimo.

I gotta have Roots before branches To know who I am Before I know Who I wanna be And faith To take chances To live like I see A place in this world For me

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Note editoriali Deysi Vieni con me?

Grafica ed impaginazione Ufficio Servizio Civile Stampato da: Centro Duplicazioni della Provincia autonoma di Trento Finito di stampare agosto 2012 progetto ideato da Sara Guelmi per : ES.SER.CI. Esperienze Servizio Civile - Trento Provincia Autonoma di Trento

Volume non destinato alla vendita


ES.SER.CI. E RACCONTARSI Sorprende gli stessi autori la scoperta di essere protagonisti di una storia. Una storia che si rivela loro attraverso la lettura del proprio percorso di vita e nel suo racconto. Rievocare gli episodi, ricordare le emozioni, dare volto alle persone, gettare squarci di luce su momenti bui, ripercorrere momenti di gioia esaltante sono alcune delle innumerevoli tonalità che arricchiscono ed intrecciano la trama di una vita che nasconde, nell’ordito, l’unicità - oggi più consapevole - dei protagonisti. Ricco, ma prigioniero, di un presente che affonda le radici nella storia personale, ciascuno degli autori guarda le possibili, molteplici prospettive di viaggio che gli si aprono. Prospettive di viaggio che affronta con uno strumento in più: la consapevolezza di avere una storia, no solo da narrare e da ripercorrere, ma da proseguire. Comprendere il cammino e la natura di ciascuno aiuta a trovare il senso della propria storia e ad individuare la via migliore e più appropriata verso l’autorealizzazione.

Deysi Vieni con me?


deysi  

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