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EDIZIONE 2009 CIVITANOVA MARCHE ALTA (MC)


TUTTOINGIOCO

ALMANACCO 2009 a cura di Evio Hermas Ercoli coordinamento editoriale Andrea Compagnucci Esserci Comunicazione progetto grafico Mirta Cuccurugnani Memphiscom placement e appendice Oriana Salvucci Studio Salvucci editore Tecnostampa, Recanati immagini delle mostre Razza Umana/Italia © La Sterpaia Tutti i diritti sono riservati Novecento © Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata Tutti i diritti sono riservati Piccoli Teatri © Teatrino dell’Es, Bologna Tutti i diritti sono riservati Tra i banchi di scuola per le riproduzioni si ringrazia il Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e della letteratura per l’infanzia - Università di Macerata Nemici per gioco? © Studio Fotografico Croce di Maurizio Cavalloni, Piacenza Tutti i diritti sono riservati


EDIZIONE 2009 CIVITANOVA MARCHE ALTA (MC)


TUTTOINGIOCO BIENNALE DI ARTE PENSIERO E SOCIETÀ 10 LUGLIO / 6 SETTEMBRE 2009

ENTI PROMOTORI Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata Comune di Civitanova Marche REALIZZAZIONE Carima Arte srl Azienda Speciale Teatri di Civitanova IDEAZIONE E PROGETTAZIONE Renzo Borroni Evio Hermas Ercoli DIREZIONE ARTISTICA Evio Hermas Ercoli DIREZIONE ORGANIZZATIVA E TECNICA Alfredo Di Lupidio COORDINAMENTO GENERALE Patrizia Mozzoni

RESPONSABILE UFFICIO STAMPA E RELAZIONI ESTERNE Andrea Compagnucci

CON LA COLLABORAZIONE DI Enrica Bruni Direttore Pinacoteca Comunale Marco Moretti

UFFICIO STAMPA Olimpia Angeletti Sara Francia Chiara Levantesi Alessio Ruta

Pio Amabili per l’Azienda Speciale Teatri di Civitanova

PROGETTO GRAFICO E ALLESTIMENTO MOSTRE Mirta Cuccurugnani Memphiscom SITO INTERNET Jef DISTRIBUZIONE Scocco & Gabrielli

Delegazione UTC Civitanova Alta Antonio Frapiccini Stefania Ghergo Ufficio Tecnico Comunale Giacomo Tolozzi progetto illuminotecnico Lucrezia Ercoli per i Caffè Letterari Libreria Arcobaleno Bookshop


La consapevolezza che l’arte e la cultura, rese accattivanti e accessibili, possano fare la differenza rispetto alle numerose proposte che vengono presentate in ambito regionale ha spinto la Fondazione Carima a progettare un’iniziativa che possa diventare un punto di riferimento nel calendario estivo della regione Marche. L’esperienza maturata con la manifestazione Herbaria, il cui miglioramento in termini sia qualitativi sia di presenze è cresciuto di edizione in edizione, ha consentito alla Fondazione Carima di testare e consolidare la propria capacità organizzativa e di ottenere un riscontro positivo dal pubblico. In questo difficile momento di crisi economica, che penalizza l’organizzazione di attività culturali per carenza di finanziamenti pubblici, la Fondazione Carima, anche attraverso questo evento, si impegna in prima persona nella progettazione e nella realizzazione di eventi culturali. Tuttoingioco, pensato come una biennale, ha il suo punto di forza nel modulo su cui è costruito. La formula ipotizzata, infatti, si articola nel tempo e nello spazio in maniera del tutto originale. Il tempo, vale a dire la durata dell’iniziativa, abbraccia un’intera stagione. Si tratta di un periodo insolitamente lungo, nel corso del quale avranno luogo numerose attività. Lo spazio, ovvero il luogo di svolgimento dell’iniziativa, corrisponde ad un’intera città. Non si tratta dunque, di uno o più siti che ospitano l’evento, bensì dell’evento che penetra nel tessuto urbano, un’osmosi tra luogo e manifestazione, che trasforma gli spazi e diventa uno strumento per accrescerne visibilità e fruibilità. Tutto ciò anima una città ideale, resa eccellente grazie ad una opportuna politica di realizzazione di contenitori espositivi e culturali posta in essere dal Comune di Civitanova Marche, che apre le proprie porte al grande pubblico cercando di rispondere alla sua domanda culturale. Attraverso questa manifestazione la Fondazione Carima impegna le proprie risorse in maniera responsabile e stimolante nei confronti della società locale e mette in gioco tutti i temi del mondo della cultura per intrattenere, in modo intelligente e, cosa non di secondaria importanza in tempi di crisi economica, gratuitamente, i nostri cittadini ed i turisti della costa adriatica.

Franco Gazzani Presidente della Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata


Si ringraziano: Biblioteca Comunale Silvio Zavatti Circolo didattico Via Ugo Bassi Circolo didattico Via Tacito Conservatorio statale di Musica di Fermo Corale Antonio Bizzarri Istituto Comprensivo Sant’Agostino Istituto di Istruzione superiore Francesco Filelfo Istituto di Istruzione superiore Leonardo Da Vinci IPCTP Virginio Bonifazi Facoltà di Matematica dell’Università di Camerino Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Macerata ForMATH Project, Università di Bologna Istituto Italiano per gli Studi Filosofici Scuola media statale Luigi Pirandello

Accademia del tango, Macerata Archeoclub di Civitanova Marche Associazione Nazionale Mutilati ed Invalidi Civili di Macerata Associazione Ut Re Mi onlus Comitato di quartiere di Civitanova Alta Giometti Cinema Federculture Ikea Ancona Inner Weel, Civitanova Marche Pro Loco, Civitanova Alta Rotary Club Civitanova Marche Rotary International, Distretto 2090 Società Operaia, Civitanova Alta Tangueros, Fermo

Giorgio Bolondi Augusto Borroni Ermanno Carassai Manuela Cerolini Graziella Comodo Guido Compagnucci Nanda Ferretti Luigi Gnocchini Chiara Invernizzi Egizia Marzocco Marcello Mataloni Sergio Montanini Marco Pipponzi Roberta Rebori Marco Sabbatini Silvia Santarelli Don Alberto Spito Carlo Toffalori Anna Maria Vecchiarelli


COMUNE DI CIVITANOVA MARCHE

Ospitare la prima edizione di Tuttoingioco, Biennale di pensiero, arte, società, è una grande opportunità ed insieme una sfida per il Comune di Civitanova Marche. I luoghi e le strade della Città Alta, infatti, saranno il grembo che darà alla luce questo nuovo evento - prima tappa di una proposta unica nella provincia di Macerata e nella regione Marche - all’insegna dell’Arte, della Cultura e dell’intrattenimento. Questo ci rende insieme entusiasti e orgogliosi. Sono anni che l’Amministrazione comunale impiega le sue risorse per ridare dignità all’antico borgo storico, patria di Annibal Caro, del maestro Enrico Cecchetti e del pittore Arnoldo Ciarrocchi; un borgo che ha conservato un fascino senza tempo, immortalato dalla celebre frase “Pico non vide mai nido sì bello”, scritta dall’illustre letterato che tradusse l’Eneide. Negli ultimi due lustri, per valorizzare questo gioiello, abbiamo proposto importanti mostre, rassegne teatrali, il Festival di Danza e Vita Vita, la rassegna d’arte vivente. La manifestazione Tuttoingioco con il suo programma vastissimo e di qualità, rappresenta una festa ideale, le nozze che coronano un sogno che avevamo nel cassetto e che ora diventa realtà con la Fondazione Carima, che ha scelto Civitanova per dare il via a questo progetto per il quale ringrazio tutti a nome della Giunta e della città che sono stato chiamato ad amministrare. Massimo Mobili Sindaco del Comune di Civitanova Marche

Civitanova Alta diventa attraverso Tuttoingioco il crocevia di esperienze artistiche mai riunite sotto lo stesso tempo e lo stesso spazio con personaggi di fama internazionale e grande polo di attrazione per tutta la Regione Marche e non solo. Le opere di restauro e di recupero dei monumenti e dei palazzi storici avvenute negli ultimi dieci anni, da San Francesco a Sant’Agostino, passando per l’ex Sacrario, Palazzo Ferretti e il Palazzo napoleonico, hanno rianimato un centro storico di rara bellezza e hanno permesso a molti di ammirarne la bellezza, il fascino dei vicoli e la maestosità dei paesaggi che da essi vi si scorgono. È per questo motivo che quando la Fondazione Carima ci ha comunicato l’intenzione di allestire a Civitanova Alta la manifestazione Tuttoingioco abbiamo accolto con estremo piacere la notizia, consapevoli che ciò avrebbe reso il giusto merito anche alle scelte che il Comune ha fatto con notevole sacrificio di ordine finanziario. Essa offrirà a quanti interverranno la possibilità di meglio conoscere il nostro centro storico. Erminio Marinelli Vicesindaco e Assessore alla Cultura del Comune di Civitanova Marche


Hanno aderito: Valentina Aprea Stefano Bartezzaghi Claudio Bartocci Oliviero Beha Alberto Bevilacqua Giorgio Bolondi Enrica Bonaccorti Achille Bonito Oliva Massimo Cacciari Antonio Caprarica Adriana Cavarero Piero Cesanelli Paolo Crepet Umberto Curi Philippe Daverio Roberta De Monticelli Franco Di Mare

Massimo DonĂ Maurizio Ferraris Gianfranco Fini Alfonso Frigerio Bruno Gambarotta Robert Ghattas Enrico Ghezzi Giulio Giorello Sergio Givone Antonio Gnoli Giordano Bruno Guerri Vladimir Luxuria Paola Magnarelli Giorgio Mangani Giacomo Marramao Pierluigi Masini Paolo Massobrio

Giampiero Mughini Piergiorgio Odifreddi Flavio Oreglio Ennio Peres Roberto Sani Tito Stagno Luca Telese Carlo Toffalori Mario Tozzi Giancarlo Trapanese Enrico Vaime Nicla Vassallo Gianni Vattimo Marcello Veneziani Angelo Ventrone Dario Vergassola Pierluigi Visci


Le cinque mostre raccontate e raccolte in questo Almanacco rappresentano lo spirito dell’iniziativa che ha coinvolto una intera regione, che si è ritrovata rappresentata da Civitanova Alta grazie alla manifestazione Tuttoingioco. Come in uno specchio esse sono state la struttura che ha sostenuto i percorsi culturali, artistici, mediatici ed anche glamour, se si vuole, tali da animare discorsi e suscitare ammirazione. Quella di Oliviero Toscani, per esempio, un artista a tutto tondo, amato ed osannato, spesso criticato per i suoi soggetti mai scontati ma sempre con un pizzico di genialità in più. Come geniale è stato rendere “partecipe” il pubblico e coinvolgerlo direttamente nell’evento. Tutti conosciamo quale fucina culturale dell’arte moderna sia la nostra terra: abbiamo in mente lo sguardo dedicato al Futurismo che confluisce nelle correnti estetiche più innovative della fine del Secolo scorso. Bene, quella “raccolta” di capolavori che muovono un interesse sovrannazionale, è l’ennesimo nostro fiore all’occhiello. Poi scorrono gli antichi burattini ed i teatri settecenteschi; non sapremo mai se sarà più interessato l’occhio dei più piccoli o quello dei più grandi in un viaggio immaginario che è, per noi, una testimonianza di un passato vissuto con gioia e vitalità. Le lotte politiche, infine, infiammano oggi l’immaginario collettivo, sono portate a colpi di fendenti che rasentano, talvolta, la mancanza di rispetto. Rivedere manifesti che raccontano di ideologie che oggi purtroppo non ci sono più non rappresenta soltanto un ritorno alla politica intesa come “interesse della comunità”, come una testimonianza di fede. Infine il rientro…forzato fra i banchi della scuola, per vedere, fra le altre chicche, come si stava prima della Riforma Gentile e, poi, via via, fino alla scuola attuale, nata sulle ceneri del post ’68, che ha cambiato il mondo scolastico. Uno spaccato intelligente e costruttivo. Queste cinque mostre ci danno il polso di come si muove la nostra quotidianità. Sono tutte legate da un filo comune che le accompagna. Che non è solo il “gioco” inteso, nella sua accezione comune, come coinvolgimento ludico bensì proposto come insieme di intelligenze che si muovono per arricchire e rendere partecipi gli abitanti di questo straordinario Paese.

Michele Ambrosini Presidente di Banca Marche, main sponsor di Tuttoingioco e delle Grandi Mostre


CIVITANOVA MARCHE ALTA (MC) 10 LUGLIO / 6 SETTEMBRE 2009

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“Tuttoingioco”: nove settimane di eventi, di arte e spettacoli, otto mesi di preparazione preventiva per l’Azienda Teatri di Civitanova Marche. Un lavoro impegnativo che stiamo svolgendo con il personale specializzato, dal quale dipenderà il funzionamento delle diciassette strutture messe a disposizione dal Comune. Tutto ciò, in contemporanea agli altri eventi che istituzionalmente l’Azienda è chiamata a gestire (convito, festival internazionale Civitanova Danza, concerti e iniziative varie). Ogni venerdì, sabato e domenica, dal 10 luglio al 6 settembre, saranno coinvolte quaranta persone per garantire la piena funzionalità dei contenitori culturali e per ricevere i 260 ospiti che animeranno questa Biennale. Le condizioni, quindi, ci sono tutte affinché la nostra città, dopo un percorso virtuoso già avviato da diversi anni, diventi definitivamente una vera e propria città della Cultura, pronta ad accogliere intellettuali e turisti che frequentano la costa adriatica. Tuttoingioco rappresenta un’opportunità unica per la città, ma anche una sorta di investitura ufficiale di Civitanova Alta a cittadella dell’arte. Una incoronazione a tutti gli effetti che segnerà un punto di non ritorno per questi spazi che hanno ritrovato finalmente la loro vocazione ideale. Parliamo della casa di Annibal Caro - oggi pinacoteca Moretti, del teatro, dell’auditorium Sant’Agostino, della sala multimediale San Francesco, della foresteria imperiale, delle chiese, senza tralasciare i chiostri e i giardini che caratterizzano il nostro Colle. Roberto Elisei Il presidente Azienda Teatri di Civitanova Marche   Alfredo Di Lupidio Il direttore Azienda Teatri di Civitanova Marche


PATROCINI

SPONSOR TECNICI

PARTNER

Senato della Repubblica

Agendae res

Presidenza del Consiglio dei Ministri

Ambiente Arredamenti

Ministero per i Beni e le Attività Culturali

Libreria Arcobaleno

Ministero della Gioventù

Uniglobe viaggi, Civitanova

Lido caffè

Ministero dello Sviluppo Economico Regione Marche Provincia di Macerata Conservatorio statale di Musica G. B. Pergolesi di Fermo

Hanno contribuito a questa pubblicazione Ibis Gioielli Naturino

CON IL SOSTEGNO DI

Nuova Simonelli Toma Soverchia Marmi

MAIN SPONSOR

MEDIA PARTNER


INDICE METTERSI IN GIOCO

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I DADI DI DIO Il ‘gioco del mondo’, il ‘mondo del gioco’ Lettere e numeri La bellezza dei numeri, i numeri della bellezza Recondite armonie Un gioco ‘insostenibile’

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RAZZA UMANA/ITALIA La Sterpaia

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NOVECENTO Estetiche e poetiche del ‘900 1. Il futuro in gioco nell’avventura futurista 2. Fuorigioco e “ritorno all’ordine” 3. Giocati dal futuro, l’implosione del secondo dopoguerra

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PICCOLI TEATRI La raccolta museale Zanella/Pasqualini

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TRA I BANCHI DI SCUOLA Tra i banchi di scuola immagini, luoghi e testimonianze di vita scolastica italiana tra Otto e Novecento

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NEMICI PER GIOCO? Il gioco e la contesa politica nell’Italia repubblicana

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Non conosco altra maniera di trattare i grandi compiti che non sia il giuco: fra i segni della grandezza, questo è un presupposto essenziale Nietzsche


Mettersi in gioco Evio Hermas Ercoli

Il bisogno di cultura è oggi un’esigenza fondamentale. Il nostro Paese destina alla cultura 1,8 miliardi di euro l’anno, contro gli oltre 5 miliardi di Gran Bretagna e Spagna. Dal 2002 al 2008, i finanziamenti statali sono scesi dallo 0,35% allo 0,29% del Pil. A compensare almeno in parte questa poca generosità ci sono gli enti locali, che destinano però al settore appena il 3% del loro bilancio. In questo difficile contesto è entrata in crisi la concezione che individuava nell’attività culturale un valore in grado di autogiustificarsi e complici le esigenze di risanamento dei conti pubblici, si è sviluppata una volontà di ripensamento e razionalizzazione dell’intervento in fatto di cultura. Niente più finanziamenti a fondo perduto, indipendenti da variabili quali la redditività e il raggiungimento di un effettivo bacino d’utenza. Occorre partire da dati imprescindibili: nel 2008, le principali mostre organizzate nel nostro Paese hanno registrato ben 7 milioni di visitatori, con un più 42,2% rispetto al 2005; altri appuntamenti si sono consolidati: il Festival della filosofia di Modena, il Festivaletteratura di Mantova, il Ravello Festival, eccetera; si pensi al successo di alcune iniziative recenti, come la Festa del Cinema di Roma o al Festival Economia di Trento. Di conseguenza si è rafforzata la convinzione che nuovi criteri debbano sovrintendere al ruolo e alle attività di carattere culturale anche delle Fondazioni Bancarie con uno sforzo in prima persona nella selezione degli interventi e nella realizzazione degli stessi. Molte Fondazioni

si sono già dotate di una presenza diretta nelle politiche della cultura e del sociale e le recenti scelte della Fondazione Carima si muovono proprio all’interno di questa tendenza. Da queste valutazioni è nata infatti la proposta di Herbaria, l’appuntamento primaverile all’Abbazia di Fiastra sui temi della cultura ambientale, che ha superato i 40.000 visitatori. E dalle stesse valutazioni arriva la proposta per l’estate 2009. Una proposta con alla base un’idea di cultura ed il rispetto di nuove esigenze formative e che nel contempo da’ vita ad un progetto di trasformazione, riconversione e promozione di un territorio. Non un convegno declamatorio, ma un programma di investimenti reali e di realizzazioni concrete. Una biennale in grado di ospitare la ricchezza e la complessità della cultura contemporanea e che mobiliti, in questo difficile momento, le migliori energie intellettuali in un intrattenimento intelligente, dove tutti i saperi si rimescolano e dove tutto si mette in gioco. Una intenzione che comunichiamo dalla stessa scelta grafica del logo: il labirinto, simbolo antichissimo che si manifesta attraverso una millenaria tradizione figurativa. Il labirinto viene preso a metafora della nostra ricerca, in cui le uniche possibilità della Biennale sono di giungere alla meta o di ritrovarsi al punto di partenza. Uomini al bivio, come Socrate nell’Eutidimo: giunti all’arte di regnare ed esaminandola a fondo, per vedere

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se fosse quella a offrire e a produrre la felicità, caduti allora come in un labirinto, mentre credevamo di essere ormai alla fine risultò che eravamo ritornati come all’inizio della ricerca, e avevamo bisogno della stessa cosa che ci occorreva quando avevamo incominciato a cercare. Un emblema che accompagna da sempre la storia dell’uomo, apparso in varie culture, epoche e luoghi della terra. Il labirinto riconquista il ruolo di meditazione interiore, di recupero di se stessi. Un moderno marchio del dubbio, nel buio vedremo chiaro fratelli. Nel labirinto troveremo la via giusta. (H. Michaux) Il marchio del labirinto sul volto dell’uomo cibernetico deve esprimere tutto questo nell’iconografia della Biennale. L’ambiguità del presente l’enigma del simbolo, sospeso tra Chartres e il microchip. Tuttoingioco sarà una palestra dove artisti, musicisti, giornalisti e grandi personalità della cultura giocheranno la loro partita culturale. Le condizioni ci sono tutte, il posto Civitanova Alta, una cittadina che sorge nell’entroterra, su una collina a pochi chilometri dalla costa, ma immediatamente raggiungibile dal casello autostradale dell’A14 o dalla Statale 16: un borgo medioevale perfettamente conservato, ricco di storia e di monumenti, di cui molti destinati alle attività culturali. Sede della Biennale sarà il centro del centro storico, una vera e propria cittadella dell’arte, dello spettacolo e del pensiero a servizio di tutti i turisti della costa adriatica e non solo per loro: una piccola città ideale, un luogo di intrattenimento, che stimoli il pensiero, la curiosità, la discussione e il piacere di stare insieme. Tuttoingioco a Civitanova Alta vuole anche smentire la semplificazione di una geografia del pregiudizio, di città ‘maggiori’ destinate alla cultura e città ‘minori’ obbligate alla produzione materiale. Con tuttoingioco appaiono chiari a tutti gli sforzi fatti dall’Amministrazione comunale per concentrare qui i migliori spazi destinati alla cultura: la chiesa di San

Francesco, il chiostro e la chiesa di Sant’Agostino, l’ex sacrario, la chiesa di Madonna Bella e il vecchio convento delle suore domenicane, la Pinacoteca Comunale, la casa natale di Annibal Caro e il teatro storico a lui intitolato. La presenza di questi grandi contenitori di eventi intellettuali e artistici ha permesso di elaborare per tuttoingioco una formula inedita: non un singolo tema o un singolo appuntamento, ma la contemporaneità di grandi mostre, di laboratori scientifici, di giardini tematici e caffè letterari. Cinque mostre permanenti si dispiegheranno per l’intera durata dell’evento diventandone la struttura portante. Fra queste spicca la mostra/performance di Oliviero Toscani intitolata “Razza Umana”. Un non omaggio alle convenzioni: il conformismo è il peggior nemico della creatività. Chiunque sia incapace di prendersi dei rischi non può essere creativo. Un lavoro che per l’occasione è stato pensato in quella ‘factory etica’ chiamata La Sterpaia, situata all’interno della riserva naturale del Parco di San Rossore. La Sterpaia è un ‘laboratorio’ dove gli allievi vengono orientati da maestri d’arte affermati in ogni settore e che per l’occasione realizzeranno nella chiesa di San Francesco la mostra/performance ‘Razza Umana’. Lo stesso fotografo sarà presente a Civitanova Marche per fotografare lungo l’arco di un weekend gli spettatori della Biennale. Alla fine si avrà una mostra nella mostra, all’interno della quale i frequentatori rovesceranno la loro identità: da fruitori a soggetti dell’opera d’arte. Nel futuro ognuno sarà famoso per quindici minuti (Andy Warhol). Un’altra proposta sarà invece indissolubilmente legata all’arte moderna ed alle correnti estetiche del “Novecento”. Ogni grande opera d’arte ha due facce, una per il proprio tempo e una per il futuro, per l’eternità (Daniel Barenboim) e tuttoingioco chiede aiuto all’arte per capire il ‘secolo breve’, perché se il mondo fosse chiaro,


l’arte non esisterebbe. (Albert Camus) Più di ottanta capolavori assoluti: da Balla a Boccioni; da Depero a Soffici; da Carrà a Savinio; da Pannaggi a Scipioni; da De Pisis a Morandi; da Licini a Burri; da Vedova a Schifano; da Pomodoro a Ceroli. Le ‘Muse Inquietanti’ sono l’autentica icona rappresentativa della ricerca che proponiamo. L’arte deve creare sensazioni sconosciute in passato; spogliare l’arte dal comune e dall’accettato... sopprimere completamente l’uomo quale guida o come mezzo per esprimere dei simboli, delle sensazioni, dei pensieri, liberare la pittura una volta per tutte dall’antropomorfismo... vedere ogni cosa, anche l’uomo, nella sua qualità di cosa. (Giorgio De Chirico) Una rassegna di richiamo internazionale vivacizzata al suo interno da continue ‘perfomance’ di artisti, critici ed attori. Un’altra proposta espositiva vede un originale omaggio ai “Piccoli teatri”. Fondali, scene, costumi e personaggi dei teatrini del settecento provenienti dalla straordinaria collezione Zanella-Pasqualini arrederanno i locali della Pinacoteca comunale e dell’ex Sacrario. Il ‘teatro di figura’, con le antiche e nobili marionette, e gli umili e popolari burattini. La prima imita l’uomo, riproducendone le pose, il secondo rappresenta una sorta di caricatura della personalità umana. Il genere umile e popolare del burattino, esagerazione fiabesca della realtà, che trova la sua parte - comica o tragica - nella propria passione fisica e verbale. Quel burattino, nervoso ed impulsivo, informe, grottesco e senza gambe metafora dell’imperfezione umana, che è venuto nei secoli a contatto diretto con l’uomo e che ha sempre rispecchiato la sensibilità dell’animatore. Marionette e burattini, due filosofie a confronto: Fra il marionettista e il burattinaio, c’è dunque una sostanziale differenza, un diverso modo di vedere. Il marionettista ha creduto l’uomo perfetto e ne ha fatto un artista a sua somiglianza. Il burattinaio ha avuto la persuasione

dell’imperfezione umana, ed eccoti venir fuori il burattino, informe, grottesco e senza gambe: forse...per dargli così, possibilmente, più testa. (Italo Ferrari, burattinaio parmigiano) Di grande valore documentale “Nemici per gioco? Immagini e simboli della lotta politica in Italia”. Una mostra di materiali grafici inediti a testimonianza dello scontro ideologico del dopoguerra in un allestimento scientifico curato dal professor Angelo Ventrone dell’Istituto della Storia dei Partiti Politici. Come è cambiato il modo di fare le campagne elettorali? Quali forme e quali tecniche di linguaggio sono state utilizzate nel ‘48 per catturare il consenso dei cittadini-elettori? Una mostra sul tema dei linguaggi della politica nel dopoguerra, quando non basta avere ragione: bisogna avere anche qualcuno che te la dia. (Giulio Andreotti) La propaganda e la comunicazione di massa nella campagna elettorale più emblematica del Novecento. Il passaggio alle forme tradizionali di proselitismo nel secondo dopoguerra fa emergere tutti i soggetti sui quali la mostra insiste: l’entrata in scena delle “macchine elettorali” legate ai grandi partiti politici, il processo di massificazione della lotta politica, la personalizzazione e la spettacolarizzazione della competizione elettorale con il mutamento degli idiomi della politica, con lo sviluppo dell’informazione grafica, con l’amplificazione della voce nei comizi e con la stampa. Di altrettanto valore “Tra i banchi di scuola. Vita scolastica italiana tra Otto e Novecento”. La mostra curata dal Dipartimento di Scienze dell’Educazione dell’Università di Macerata si propone di illustrare la vita della scuola elementare e popolare dell’Italia unita dell’Otto e Novecento, attraverso un’ampia offerta di arredi scolastici originali, materiali didattici e scientifici. Educa i ragazzi col gioco, così riuscirai meglio a scoprire l’inclinazione. naturale (Platone) e da qui l’importanza di giochi e giocattoli tradizionalmente utilizzati per i momenti di ricreazione e doposcuola.

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Le mostre saranno aperte ogni giorno dal 10 luglio al 30 settembre e faranno da sponda agli altri appuntamenti. Le sere d’estate con la loro atmosfera, la voglia di incontrarsi nelle piazze, il piacere di discutere di temi importanti ma in maniera gradevole presteranno al Festival la loro piacevolezza. L’apertura verso gli altri, innata in una società affacciata sul mare come quella civitanovese, farà il resto. La città della cultura invece aprirà le porte ogni weekend, ogni venerdì, sabato e domenica, dalle ore 19 a notte inoltrata. Per nove settimane, avremo rassegne di teatro, di musica leggera, classica e jazz. Si animeranno i laboratori scientifici e creativi, il giardino della scienza ed il caffè letterario. Ogni volta un tema da mettere ‘in gioco’ e su cui declinare gli ambiti più importanti delle capacità umane. Dalla musica alla politica, dalla parola ai numeri, dalla danza alla scienza dall’eros al pensiero, fino ad approdare al grande Festival della Filosofia che concluderà la nostra estate civitanovese. Noi preferiamo le vie tortuose per arrivare alla verità (Friedrich Nietzsche) e su questa ultima provocazione la Biennale ha chiesto il coinvolgimento e la mobilitazione della cultura nazionale. Interverranno i più grandi intellettuali italiani, (che verranno) affiancati da contributi importanti della cultura marchigiana. Ogni fine settimana si aprono luoghi di incontro e di intrattenimento. I concerti acustici, le mostre di fotografia e di pittura, le presentazioni editoriali, gli eventi a tema dedicati all’attualità, alla letteratura, allo spettacolo sono il motore affettivo di tuttoingioco e lo spunto per serate avvincenti. “Le performance” animeranno ogni sera le mostre. Attori ed artisti con la recitazione e la pratica corporea vivificano gli spazi espositivi. Si attenua per un attimo la distinzione tra rappresentazione e realizzazione, vera

patologia della regressione contemporanea. Non riesco più a vedere così netta la distinzione tra teatro e arti visuali. Le distinzioni sono una malattia della civilizzazione ( Claes Oldenburg). Il “Giardino della scienza” è un ritrovo informale tra uomini di scienza e cittadini attorno ad una tema giocoso. La scelta dei temi di volta in volta è determinata dalle esigenze dell’attualità, dai desideri del pubblico e degli studenti, ma anche dalle esigenze dei ricercatori. Dopo cena, i cittadini e gli esperti s’incontrano in uno spazio aperto e non accademico, per chiacchierare e confrontarsi su tematiche complesse insieme ai conduttori dell’Università di Bologna. Il tutto accompagnato da un buon caffè, una bibita o un bicchiere di vino. Il “Giardino della Scienza” vuole offrire un momento diverso di divulgazione scientifica tra persone che non perdono mai l’occasione di confrontarsi e di dialogare. Vi sono due modi secondo cui la scienza influisce sulla vita dell’uomo. Il primo è familiare a tutti: direttamente ancor più indirettamente la scienza produce strumenti che hanno completamente trasformato l’esistenza umana. Il secondo è per sua natura educativo, agendo sullo spirito. Per quanto possa apparire meno evidente a un esame frettoloso, questa seconda modalità non è meno efficiente della prima. (Albert Einstein) Con il “Caffè Letterario” invece scendiamo in un incrocio di vicoli sotto un antico chiostro, un affascinante punto di incontro nel cuore del vecchio complesso agostiniano. Qui lo spazio si anima alla fine della serata. Chi ‘tira tardi’, deve entrare per sentirsi ‘a casa fuori di casa’ (at home away from home dicevano i primi grandi viaggiatori inglesi); respirare un’aria accogliente e rilassata; sospendere fretta e stress per gustare un buon vino e trovare, insieme a libri, commenti e musica, di nuovo il piacere della cultura che circola con leggerezza. Al Caffè Letterario è possibile ascoltare lo scrittore, il poeta, l’attore per alimentare quello spirito di scambio di emozioni che fa parte della nostra filosofia. Qui il romanzo


non fa mai pressioni sull’altro (il lettore); la sua istanza è la verità degli affetti, non quella delle idee. (R. Barthes) Un ritorno al “pensum”, alla materia prima, più grezza, quasi a designare come un tema debba essere trattato, elaborato, dandogli così una nuova forma. Il “Laboratorio della Mente” invece consente al visitatore di fare esperienze originali. Il laboratorio, realizzato da una collaborazione inedita tra l’Istituto Sant’Agostino e l’Università di Bologna, si propone come un vero e proprio centro di educazione scientifica e promozione della salute mentale. Fare buon uso della mente. Come esseri umani, abbiamo tutti lo stesso potenziale. Il cervello umano, fonte della nostra forza, e’ meraviglioso, purche’ se ne faccia buon uso. Se utilizziamo il nostro meraviglioso spirito umano in maniera negativa, non ne possono conseguire che catastrofi. (Dalai Lama). Le metodologie e gli strumenti utilizzati, diversificati per le diverse fasce di età, favoriscono l’osservazione, l’interazione, il confronto e la discussione. Per quelli che si registrano nel sito tuttoingioco.it sarà presto disponibile una guida di approfondimento per prepararsi ad affrontare i numerosi temi che il laboratorio propone. Ognuno potrà altresì inviare alla Direzione di tuttoingioco nuovi materiali elaborati per l’occasione: i lavori migliori verranno  pubblicati  in apposita sezione con libera accessibilità a tutti i visitatori del sito web. Il “Laboratorio Creativo” è la postazione affascinante, fatta di innovazione e passione, ideata dalla Clementoni. Fra i giochi di ieri e le novità di oggi, alla scoperta di uno sguardo sempre proiettato al futuro viene animato un luogo sperimentale nella ricerca di tendenze emergenti nello svago creativo e, con l’ausilio di psicologi e pedagoghi, nel fornire idee e suggerimenti allo sviluppo di nuovi giochi e nuove tecnologie. Esperienza e sperimentazione che testimoniano come il gioco è una cosa seria. Non bisognerebbe mai smettere di giocare, specialmente quando si diventa grandi (Clementoni). “La classica” dentro la chiesa tardo barocca di ‘Madon-

na Bella’ trasformata per l’occasione in auditorium, in collaborazione con il Conservatorio Musicale di Fermo e l’associazione Onlus Ut Re Mi prende il via la rassegna concertistica denominata “Classica, un insolito itinerario…” 18 concerti ancorati ad una solida base classica ma proiettati verso nuove frontiere della comunicazione musicale. Il programma prevede l’’angolo del violino’ dove lo strumento racconta brani classici e la ‘musicaingioco’, dove i concertisti si alterneranno per riproporre le composizioni più famose legate al tema gioco. “Punto musica” è il ritrovo amichevole e confidenziale nel giardino dell’ex liceo. Due rassegne; musica jazz e musica pop. La prima incorpora nel suo linguaggio tutti i generi della musica popolare americana, dal blues, alla musica colta dei grandi compositori. Non mancano le contaminazione con i generi musicali moderni come il samba o come il rock. Quella pop invece propone un repertorio di canzoni Italiane di cui il blocco consistente appartiene al segmento temporale ‘20-‘50. Brani straordinari, in grado di intrattenere con brillanti motivetti e grandi sentimenti d’amore, tra ironia e commozione, rallegreranno il pubblico con una operazione di ‘buon gusto’ musicale. “L’Angolo del Gusto” offre la possibilità di degustare i migliori aspetti enogastronomici legati al territorio e di conoscere alcuni vini marchigiani DOC. A Civitanova Marche Alta, stretta fra l’azzurro del mare e l’entroterra, è il territorio collinare a farla da padrone e sono i suoi prodotti genuini i protagonisti principali della cucina marchigiana in cui prevale sempre il sapore casalingo. La sapienza di una gestione di eccezione riconsegna il connubio fra i sapori collinari e quelli del mare, dando vita ad alcuni piatti che rendono la gastronomia delle Marche unica nel panorama italiano. Un angolo di moderata trasgressione dove è preferibile un cibo anche un po’ nocivo ma gradevole, a un cibo indiscutibilmente sano ma sgradevole. (Ippocrate) Tuttoingioco definisce infatti una nuova strategia di ge-

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stione dell’appuntamento culturale, degli attori che lo gestiscono e lo progettano e dell’impatto che deve avere in ambito sociale ed economico. Sono infatti coinvolti a pieno titolo le due università maceratesi e tutti gli istituti scolastici del territorio: senza il loro contributo sarebbe impensabile raggiungere gli obiettivi del programma. La Biennale ripensa la cultura e gli interventi in tale settore in relazione alle peculiarità, alle funzioni culturali che presentano, ai bisogni spirituali a cui rispondono e alle mutazioni dei modi di agire quotidiani. La Fondazione Carima e l’Amministrazione di Civitanova non nascondono peraltro l’obiettivo promozionale di

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turismo culturale affidato a tuttoingioco: quello cioè di offrire un approdo da raggiungere, una sponda amica al popolo delle vacanze, alla società di quella lunga ‘città adriatica’ che va da Rimini a Pescara. La spendibilità culturale della Biennale in ambito turistico ed economico può rappresentare la nuova frontiera per le istituzioni culturali stesse e per la loro funzione sociale. La Fondazione Carima e l’Amministrazione Comunale di Civitanova affrontano dunque la sfida più difficile: dare vita ad una nuova coscienza dell’intrattenimento, per una cultura che non si giustifichi in sé, ma che trovi la sua ragione nello spazio in cui è inserita, in una concezione reale dell’economia e della qualità dell’esistenza.


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«La vita è un fanciullo che giuoca, che sposta i pezzi sulla scacchiera: regno di un fanciullo» Eraclito


I DADI DI DIO Lucrezia Ercoli

IL ‘GIOCO DEL MONDO’, IL ‘MONDO DEL GIOCO’

Albert Einstein, vent’anni dopo la pubblicazione del primo saggio sulla relatività e cinque anni dopo aver ricevuto il premio Nobel per la fisica, polemizza con le nuove conquiste della scienza. Proprio l’inventore della teoria che ha distrutto i dogmi del senso comune, non accetta dogmaticamente la meccanica quantistica di Max Born e Niels Bohr. Non vuole riconoscere la loro avanguardistica interpretazione della fisica in termini probabilistici. A costo di passare per «arteriosclerotico», egli non accetta che il mondo sia un grande gioco governato dal Caso e trova «molto sgradevole […] che ci siano leggi statistiche con delle soluzioni determinate, cioè leggi che costringano Dio a lanciare i dadi in ogni singola occasione.»1 Dio non gioca a dadi col mondo. Queste meditazioni di Einstein ci ricordano che l’uomo non si rassegna ancora ad essere sotto il dominio dell’imprevedibilità, a non conoscere, come in un gioco d’azzardo, il risultato finale della partita. Nemmeno lo scienziato vuole ascoltare la storia narrata dalle sue stesse scoperte, quella che parla di fenomeni indeterministici espressi solo in termini di probabilità. Gli scienziati, come i filosofi, sono ancora impegnati nel tentativo di svelare la legge che regola l’universo. L’ultima custode di questa inguaribile speranza di certezza è stata la matematica, considerata in grado di salvare l’uomo dal Caos. Eppure oggi proprio la matema-

tica, la scienza un tempo simbolo del desiderio umano (troppo umano) di Eternità, può parlarci solo dei dadi di Dio. Anche questa scienza astratta e perfetta è fatta di infinite possibilità e non di assolute certezze. La ‘frammentazione della verità’, vessillo della filosofia del Novecento, ha avuto il suo parallelo in matematica. La scienza perfetta per antonomasia trova al suo interno le stesse incertezze del pensiero filosofico moderno e contemporaneo, da cui si sentiva immune. Ma col franare dell’aritmetica e della geometria si sgretola l’ultima vera religione moderna e svaniscono così i suoi sogni di onnipotenza. La scoperta delle geometrie non-euclidee e i numerosi tentativi fondazionali falliti evidenziano che, anche nella disciplina considerata per duemila anni detentrice della verità assoluta, la speranza di trovare leggi e standard oggettivi si è dissolta. Ma così come le distruzioni operate dalla filosofia contemporanea sulle costruzioni epistemiche del passato non hanno portato alla ‘morte della filosofia’, la nascita di nuovi paradigmi del pensiero formale non ha impedito il progresso della ricerca. Dal gioco delle sperimentazioni nascono nuove teorie speculative. Il terreno, spurgato dalle certezze del passato, è fecondo di nuove possibilità scientifiche e artistiche. Perfino l’aspetto puramente inutile della matematica, la sua misteriosa estetica in continuo cambiamento e la sua potenzialità creativa, diventano frutto di ispirazione per letteratura, musica e arte. Come un giocatore

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seduto al tavolo della roulette, lo scienziato, come l’artista, non si alza prima di scoprire dove lo porterà questo gioco infinito. La ruota continua a girare tra vittorie e sconfitte, demolizioni e nuove costruzioni. L’incontro tra la ‘cultura dell’emotività’ e la ‘cultura della razionalità’ produce esiti artistici paradossali che bene si adattano alla poetica instabile del Novecento. Il ‘gioco dei numeri’, infatti, incontrando l’arte perde la sua serietà. Formule e teorie non sono più solo rigorosi strumenti tecnici, ma diventano convenzioni con le quali l’artista gioca e si confronta. Alcuni metodi matematici, come il calcolo combinatorio e le trasformazioni geometriche, sono diventati l’essenza stessa della manifestazione artistica. Il ‘gioco del mondo’ diventa ‘mondo del gioco’. Ciò che era pesante diventa leggero: il peso insostenibile del destino è sublimato dalla leggerezza dell’ispirazione e della creatività artistica. La matematica diventa il soggetto dell’arte: la letteratura potenziale, la musica seriale, le prospettive impossibili, la geometria frattale sono il risultato estremo di un’arte che si sente estranea alla tradizione e che cerca di creare un prodotto adeguato alla società postmoderna, aderendo alla sua inarrestabile molteplicità. Alla fine soltanto l’arte riesce a spiegare cioè che la scienza non riesce a dire. Solo l’artista, potendo giocare con l’incompletezza che il matematico non riesce a colmare, può mantenere in atto tutte le contraddizioni che la scienza non riesce a sciogliere. LETTERE E NUMERI

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Con l’incrinarsi dell’unità monolitica della scienza, aumentano i punti di vista con cui deve giocare chi vuole conoscere. Per questo l’artista, come dice Nietzsche, deve mettersi il «berretto del monello».2 Molti scrittori contemporanei usano la matematica non per produrre ordine e armonia ma per dare forma al

paradosso dell’incompiuto. La certezza del numero diventa strumento per riprodurre la casualità con cui si muovono i dadi della natura e della storia. Lo scrittore gioca con se stesso: si diverte ad aumentare le regole di composizione, a complicare le trame, a scomporre e numerare i capitoli, a moltiplicare i finali. Potrebbe sembrare che queste performance non abbiano alcuna giustificazione, che siano semplici esercizi di bravura fini a se stessi, ma nella riabilitazione dell’artificio letterario e delle costrizioni strutturali si può leggere il tentativo di liberazione dagli schemi e dalle forme abituali del comporre. La mancanza di messaggi etici e di temi ‘impegnati’ diventa la vera forza di questo gioco letterario. La distruzione e la manipolazione della scrittura tradizionale sono l’espressione di un cambiamento, l’implicito segnale d’allarme di una crisi irrecuperabile. Ne sono testimonianza i risultati dell’OuLiPo (Ouvroir de Littérature Potentielle) la società che nasce a Parigi nel 1960 da un fecondo connubio tra matematici con a cuore la letteratura e uomini di lettere con l’amore per le scienze esatte. L’obiettivo dell’Ouvroir è quello di aumentare i limiti e le regole della scrittura e, paradossalmente, solo grazie a questi immani vincoli, può esistere la piena libertà per lo scrittore. Il romanzo contemporaneo diventa la rete di collegamenti che permette allo scrittore, come al lettore, di orientarsi nella ragnatela infinita e imponderabile della casualità. Il romanzo è l’ ‘enciclopedia postmoderna’: è l’unica mossa possibile sullo scacchiere di un gioco che la letteratura non ha scelto, ma subito. Il nuovo romanzo, spiega Calvino nell’ultima delle sue Lezioni americane dedicata alle nuove frontiere della letteratura, esprime la tensione tra esattezza matematica, tipica della nuova epoca, e approssimazione degli eventi umani. Tutto ciò si traduce spesso nella incapacità di concludere, di chiudere il cerchio intorno al romanzo.


Come in un gioco dell’infanzia, una semplice idea iniziale diventa occasione per un divertissement infinito: più aumenta la complessità formale che tenta di rinchiudere la «molteplicità potenziale del narrabile»,3 più l’opera si avvicina all’incomprensibilità del Caos. LA BELLEZZA DEI NUMERI, I NUMERI DELLA BELLEZZA

Vi sono matematici profondamente convinti che la matematica sia arte e molti artisti sono attratti dal suo fascino e hanno cercato di utilizzarne idee e tecniche. L’idea di spazio muta profondamente nella seconda metà dell’Ottocento. Le nuove geometrie non-euclidee, la geometria della quarta dimensione influenzano profondamente gli artisti delle avanguardie, dai cubisti ai suprematisti. L’artista si affida a libere configurazioni in cui le competenze matematiche possono diventare uno strumento per la creatività: l’opera d’arte è aperta alla libera interpretazione dello spettatore. L’artista gioca con la consuetudine spaziale stravolgendola; lo spettatore gioca con l’opera impadronendosene e modificandone i significati. La matematica e la filosofia possono ‘perdere la certezza’. L’arte, però, pur trasmettendo e interpretando questo insostenibile messaggio, non può smettere di credere nella bellezza, l’unica cosa che può ancora salvarci. Ne è prova la sezione aurea, il rapporto simbolo della bellezza perfetta: un semplice prodotto della geometria, diventa l’eterna ossessione degli artisti di tutti i tempi. Il numero d’oro Φ, rapporto fra due segmenti di cui il più grande è medio proporzionale fra il più piccolo e la loro somma, è la più semplice delle frazioni continue, ma anche il ‘più irrazionale’ dei numeri irrazionali. Anche un artista onirico come Salvador Dalì, caposcuola dei surrealisti, utilizza la sezione aurea. Nel Sacramento dell’Ultima Cena del 1955 non solo il rapporto fra le due dimensioni del quadro è esattamente uguale a Φ, ma

l’intera scena è dominata dal dodecaedro platonico. Mentre la matematica continua a cercare invano quel non trova, l’arte, nell’imprevedibile gioco dei numeri della bellezza, trova quello che non cercava. Maurits Escher ne è un esempio: l’artista-matematico olandese si prende gioco delle nostre certezze, si diverte a confondere deliberatamente il piano e lo spazio, a scherzare con la gravità, a disegnare l’indisegnabile, riproducendo il concetto matematico di infinito. Solo nell’arte l’incompletezza potrà assurgere a paradigma della condizione umana: l’incompiutezza diventa la condizione imprescindibile anche solo per iniziare a giocare. Negli ultimi anni i musei di arte contemporanea si sono riempiti di opere che giocano con la matematica: pittori, scultori e architetti continuano a sfornare figure geometriche impossibili, prospettive improbabili, semplici rappresentazioni grafiche di funzioni matematiche. Opere che non rispettano più il sacro equilibro tra forma e contenuto. Lo squilibro diventa condizione stabile di questo giocatore inesperto che combatte con un avversario imbattibile. In modi diversi (e forse sempre più discutibili), i più famosi artisti contemporanei, come titani stanchi, oppongono al Caso imperante la solidità e la razionalità della geometria e della matematica. Ma anche dietro queste opere puramente concettuali, l’autore, se è un vero artista, non scompare, ma usa e abusa delle regole che lui stesso ha creato finché la realtà non diventa finzione e la finzione realtà. RECONDITE ARMONIE

La musica è sempre riuscita a sintetizzare gli umori di un’intera epoca, a coglierne il nucleo di eternità. Il rapporto fra la matematica e la musica ha radici lontane e le trasformazioni geometriche hanno avuto un ruolo fondamentale nello sviluppo del linguaggio musicale dell’occidente. La musica del Novecento, però, non

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utilizza la matematica, come ancora faceva Bach, per produrre l’Armonia perfetta. La grande utopia della musica del Novecento è raggiungere l’oggettività, abusare della razionalità e della logica per eliminare l’ormai inutile presenza dell’autore. Il rapporto fra l’Io e il Mondo è di incomunicabilità e l’artista percepisce un isolamento sempre maggiore. Si impone una rottura con l’eredità della storia per dare vita a un nuovo linguaggio, dove la musica è capace di esprimersi da sola attingendo alla spietata razionalità del numero che in sé racchiude tutte le caratteristiche del suono. Emblematica la composizione del 1921 Structures I di Pierre Boulez, compositore e direttore d’orchestra francese, che proviene da studi di matematica. Boulez usa una rigidissima griglia numerica espressa in forma di matrice che gli impone pressoché tutte le scelte compositive. Le trasformazioni geometriche applicate alla partitura creano un nuovo linguaggio in grado di annullare l’Io creatore attraverso la matematizzazione del processo compositivo. Anche la casualità delle emozioni viene calcolata: ciò che nel vecchio mondo era gioco armonico di suoni, diventa Necessità. La musica deve superare i suoi confini: è costretta a sperimentarsi con un mondo in continuo cambiamento, a rapportarsi con quei dadi imprevedibili lanciati chissà dove che nemmeno la scienza riesce a raggiungere. Anche la musica, quindi, si mette in gioco liberandosi dai contenuti romantici e concentrandosi sulla purezza formale. Anche la musica quindi sperimenta i suoi limiti, abusa delle sue stesse regole fino a prendersene gioco. Del resto ‘spiel’ in tedesco, ‘play’ in inglese, ‘jouer’ in francese significano tanto ‘giocare’ quanto ‘suonare’. Il genio di Mozart anticipa tutto. Nel 1787 crea il Gioco di dadi musicali: 166 battute che attraverso il tiro dei dadi vengono sorteggiate nella loro successione. Seguendo le istruzioni e le misure di questo sistema di composizione

si ottengono miliardi di minuetti diversi tra loro. Oggi la ‘musica della ragione’ si trasforma in ‘musica della casualità’e, anche se a fatica, il nostro orecchio si abitua ad un ordine sonoro artificiale. I numeri per Pitagora regolavano l’Armonia del cosmo, ora la posizione delle note è il risultato di un semplice lancio di dadi. UN GIOCO ‘INSOSTENIBILE’

La scienza ha ormai bisogno di un nuovo linguaggio, adatto ad esprimere anche ciò che risulta incomprensibile alla mente umana. Non viviamo più nell’universo liscio di Newton, ma in quello delle iperconnessioni, della pluridimensionalità e della relatività. Anche se si sono spenti per sempre i fari delle certezze e la strada della matematica è illuminata soltanto dal dubbio, la sfida è continuare a giocare, con le armi della scienza o con quelle dell’arte. Pur sapendo che è solo un gioco. Sembra svanito il sogno di poter conoscere l’alfabeto con il quale è scritto il «libro della Natura»,4 di possedere la chiave che ne svela la segreta Armonia. Questa consapevolezza sembra insostenibile. Nel Novecento, in un unico grande groviglio, matematica, filosofia, arte e letteratura parlano di questo brusco e indesiderato risveglio. Ma proprio questo ‘parlare’ è il miele sull’orlo della tazza che rende digeribile l’amaro assenzio.5 L’arte diventa un sublime esorcismo in cui le strane conquiste della scienza si coniugano con le bizzarre invenzioni della creatività, è il mezzo per conciliare, anche se per un attimo, saggezza e follia. L’arte, infatti, non ha mai abbandonato la ricerca di nuovi strumenti per cogliere l’essenza intima delle cose e per raggiungere una, per quanto effimera, Bellezza assoluta. La matematica non è più semplice strumento tecnico per la prospettiva o la proporzione, ma diventa la stessa opera d’arte.


L’arte, la letteratura e la musica contemporanee mostrano come le rivoluzionarie scoperte riguardanti le geometrie non-euclidee e i paradossi della logica forniscano materiale per interpretare la complessità del reale. Il disincanto della scienza non azzera, ma alimenta l’illusione dell’arte. Solo gli artisti, sonnambuli del sogno, possono fantasticare sopra questo gioco ininterrotto di creazione e distruzione senza morale né scopo. L’artista-fanciullo è come il garzoncello di Leopardi che «s’accinge all’opra di questa vita come danza o gioco».6 Si recuperano nel gioco enigmatico dell’arte contemporanea le illusioni vitali che perfino la scienza dell’esattezza ha perduto. Lo strapotere del Caso e dell’Incomple-

tezza è così ridimensionato dalle ‘illusioni prospettiche’, dai ‘giochi di parole’ o dalle ‘armoniche dissonanze’. Solo l’arte può contenere la coincidenza degli opposti, l’armonia di una contraddizione che non è pensata ma sentita. Se la scienza ancora non ha accettato la costitutiva incompletezza del suo incessante combattimento per la verità, la meta della letteratura, dell’arte e della musica è diventata (o forse è sempre stata) l’unità che si intravede in questa molteplicità. La scienza alla fine non ci svela la posizione dei dadi di Dio, ma l’arte può aiutare a sognarli in posti che non possiamo vedere.

1. Einstein, scienziato e filosofo, a c. di P. A. Schlipp, Einaudi, Torino 1958, p. 62. 2. F. Nietzsche, La gaia scienza, in F. Nietzsche, Opere, vol. V, t. II, a c. di G. Colli e M. Montinari, Adelphi, Milano 1964, pp. 115-116. 3. I. Calvino, Se una notte d’inverno un viaggiatore, Oscar Mondadori, Milano 1994, p. 10.

4. G. Galilei, Il Saggiatore, in Opere di Galileo Galilei, a c. di F. Brunetti, UTET, Torino 1980, vol. I, pp. 631. 5. Lucrezio, De rerum natura, I, vv. 935-941. 6. G. Leopardi, La vita solitaria, vv. 50-51, in G. Leopardi, Canti, a c. di M. Fubini, Loescher, Torino 1968, p. 134.

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Da sempre Gesuelli & Iorio Spa è vicina al mondo della cultura e del gioco. Da anni sosteniamo lo Sferisterio Opera Festival e l’attività dei vivai calcistici maceratesi oltre a molte altre iniziative sociali. Lo facciamo per promuovere l’arte, la cultura del territorio e soprattutto il benessere delle persone. “La vita è migliore nei luoghi migliori” è la filosofia che ci guida da più di venticinque anni nel costruire e vendere case ed edifici produttivi in tutta Italia. Perciò il nostro impegno quotidiano non è solo quello di costruire sempre meglio, con nuove tecniche, con la ricerca più innovativa, con più sicurezza ma anche quello di rendere migliori i nostri paesi e le nostre città. Condividiamo lo scopo che la Fondazione Carima persegue: la valorizzazione dei beni culturali, il turismo, lo sviluppo economico ed ogni altra attività che contribuisca a rendere migliore questo nostro territorio. Soprattutto in un periodo in cui le amministrazioni pubbliche non riescono da sole a sostenere l’attività culturale e sociale, l’etica dell’impresa deve partecipare al benessere collettivo. Tuttoingioco ci regala questa possibilità attraverso l’impegno di Fondazione e Comune per far crescere la provincia di Macerata e Civitanova Marche, città che abbiamo nel cuore anche per gli interventi ambiziosi di cui siamo protagonisti. L’offerta culturale che è stata ideata, senza pari in Italia, e le grandi mostre che abbiamo il piacere di sostenere ci inorgogliscono e ci spingono ogni giorno a fare di più per noi stessi e per gli altri, “mettendoci in gioco” con la stessa ambizione, come è nel nostro spirito da sempre. Gesuelli & Iorio Spa

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RAZZA UMANA/ITALIA CIVITANOVA MARCHE ALTA Chiesa San Francesco 10 luglio - 30 settembre 2009 DIREZIONE ARTISTICA Oliviero Toscani COORDINAMENTO FOTOGRAFICO Rocco Toscani PHOTO Stefano Beggiato Carlo Di Pasquale Sean Geraghty Federica Lazza Oliviero Toscani Rocco Toscani VIDEO Leandro Manuel Emede Andrea Todaro Giulio Ferrarella GRAFICA Eugenio Evangelista Filippo Cardella SEGRETERIA ORGANIZZATIVA Nicolas Ballario Gaia Franceschi Roberta Maccioni Alice Venturini UFFICIO STAMPA adicorbetta Š La Sterpaia Tutti i diritti sono riservati

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RAZZA UMANA/ITALIA Oliviero Toscani

Ci sono differenze tra gli occhi di un altoatesino e quelli di un siciliano, tra gli zigomi di un romano e quelli di un lombardo, tra il portamento di un leccese e quello di un napoletano, tra la bocca di un sardo e quella di un toscano? E che faccia hanno gli italiani? E i nuovi italiani? Razza Umana è uno studio socio-politico, culturale e antropologico. Fotografiamo la morfologia degli italiani, per vedere come siamo fatti, che faccia abbiamo, per capire le differenze. Prendiamo impronte somatiche, catturiamo i volti degli italiani, vecchi e nuovi. Del resto, chi è l’italiano: il siciliano o l’altoatesino?


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La Sterpaia, Bottega dell’Arte della Comunicazione diretta da Oliviero Toscani, viaggia attraverso i paesi d’Italia per documentare le facce degli italiani e di chi risiede in Italia, tra differenze e somiglianze. Una squadra di fotografi, capitanata da Toscani, visita città, paesi, piazze e a ogni tappa allestisce veri e propri studi fotografici e video. Razza Umana/Italia è un progetto di fotografia e video sulle diverse espressioni, caratteristiche fisiche, somatiche, sociali e culturali, per rappresentare le tante morfologie e condizioni umane del Nuovo Paesaggio Italiano. Le fotografie e i video entreranno a far parte di un archivio multimediale e una rassegna neverending di esposizioni. www.razzaumana.it LA STERPAIA La Sterpaia è un luogo unico al mondo, ideato da Oliviero Toscani: un innovativo centro di produzione per operazioni di comunicazione, un polo internazionale di formazione, un progetto strategico. Giovani di talento selezionati in tutto il mondo, lavorano fianco a fianco con i protagonisti della cultura contemporanea per ricercare e sperimentare i nuovi linguaggi della comunicazione. La Sterpaia, Bottega dell’Arte della Comunicazione, è il punto d’incontro tra creatività e imprenditoria, tra formazione e produzione, rappresenta un nuovo modo per coniugare cultura e industria, arte ed economia, idee e mercato attraverso la comunicazione intesa come espressione di una “cultura industriale”. Una factory etica che produce innovazione culturale, un’incubatrice di nuove creatività, un media lab interdisciplinare. Il luogo ideale per sentire e capire il presente e per poter annusare il futuro. www.lasterpaia.it

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Insieme alla Filosofia ed alla Matematica - massime espressioni della Scienza - anche la Letteratura, la Musica, il Teatro, l’Intrattenimento, la Pittura, la Degustazione e - dovrete concederlo - la Moda, rappresentano manifestazioni diverse dell’Arte, che sono e creano Cultura. Non volendo limitarci alla sponsorizzazione di splendide mostre, che troppo spesso rischiano di rimanere relegate alla fruizione dei soli appassionati, con entusiasmo abbiamo aderito alla promozione di un nuovo modo di intendere l’arte e la cultura: in maniera globale e non limitata ad una singola occasione in cui apprezzare una sola disciplina. Non solo godere dell’Arte ad una mostra in uno splendido chiostro o assistendo ad un emozionante esibizione musicale a Teatro, ma concedere di viverla a tutti, all’interno di quel Teatro medioevale formato dalle piazze, dai Palazzi, dalle chiese e da ogni vicolo della Città Alta, che hanno saputo ispirare i grandi artisti e gli uomini della cultura civitanovese e italiana. Ognuno potrà godere dell’Arte cui si sente più affine e, al contempo, incuriosito, scoprire quelle forme di Cultura che ancora non conosce. Un’occasione in cui “tutto è in gioco”, in cui tutte le espressioni d’Arte e di Cultura sono “in gioco” e si confrontano tra loro, è un’opportunità in cui mettere noi stessi “in gioco”, per usufruire di “momenti di Cultura” e crearne a nostra volta. Cultura ed Arte non elitarie e ad esclusivo appannaggio di pochi, ma per tutti, per creare una Cultura globale rivolta a tutti coloro che sanno amarla. Nel panorama di questa nuova iniziativa tesa a “far vivere l’Arte e la Cultura” quindi ho ritenuto doveroso partecipare, sostenendo la mostra dedicata all’arte moderna e al Novecento. Scelta che sento particolarmente mia per il merito che queste correnti estetiche hanno avuto nel “far scendere” l’Arte dai cavalletti e dai piedistalli, diffondendola ed iniettandola nella vita comune.

Cesare Paciotti

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NOVECENTO

Futuro in gioco nell’arte del XX secolo

BIENNALE DI ARTE, PENSIERO E SOCIETÀ


NOVECENTO Futuro in gioco nell’arte del XX secolo

RESPONSABILE UFFICIO STAMPA E RELAZIONI ESTERNE Andrea Compagnucci

CIVITANOVA MARCHE ALTA Auditorium di Sant’Agostino 10 luglio - 30 settembre 2009

UFFICIO STAMPA Olimpia Angeletti Sara Francia Chiara Levantesi Alessio Ruta

ENTI PROMOTORI Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata Comune di Civitanova Marche IN COLLABORAZIONE CON Azienda Speciale Teatri di Civitanova Pinacoteca Civica Marco Moretti SUPERVISIONE GENERALE E COORDINAMENTO Patrizia Mozzoni Alfredo Di Lupidio DIREZIONE ARTISTICA E SELEZIONE OPERE Evio Hermas Ercoli IN COLLABORAZIONE CON Enrica Bruni Elisa Mori TESTO IN ALMANACCO Paola Ballesi PROGETTO ALLESTIMENTO E GRAFICA Mirta Cuccurugnani Memphiscom, Urbisaglia

STRUTTURA ESPOSITIVA Mario Sabbatini, Civitanova Marche ILLUMINAZIONE IGuzzini Illuminazione, Recanati Gabriele Spernanzoni, Civitanova Marche STAMPA DIGITALE Scocco & Gabrielli, Macerata TRASPORTI E FACCHINAGGIO Cooperativa Millepiedi, Civitanova Marche Cooperativa Traslochi Maceratese, Macerata ASSICURAZIONI Lenzi Paolo Broker, Bologna RINGRAZIAMENTI Famiglia Martarelli, Tolentino Ufficio Tecnico Delegazione Comunale, Civitanova Marche Alta Pio Amabili, Azienda Speciale Teatri di Civitanova


Estetiche e poetiche del ‘900 Paola Ballesi

Scavalcato il ‘900, diventa più facile assumere uno sguardo prospettico sulle vicende artistiche del secolo scorso grazie anche alla precocissima intuizione di Cesare Brandi, lanciata a ridosso del secondo dopoguerra e successivamente ripresa sul finire degli anni Settanta, che inquadra la prima metà del secolo come l’era delle avanguardie e la seconda della gestazione e affermazione del postmoderno, con la conseguente progressiva eliminazione degli imperativi artistici e ideali romantici delle avanguardie primonovecentesche. La stessa Neoavanguardia degli anni Sessanta-Settanta, che anche in Italia ha tentato di rilanciare lo schema culturale delle avanguardie inchiodato alla coazione al nuovo con la sperimentazione costante ed esasperata di nuove tecniche e nuove metodologie, proprio per questo suo paradossale ritorno a poetiche della tradizione avanguardista, risulta più facilmente assimilabile ad una Post-avanguardia piuttosto che ad una nuova avanguardia. Fin dai primissimi anni Cinquanta, dunque, con il venir meno dell’investimento di fiducia in un’idea scontata di progresso, ha inizio un ciclo implosivo che rinnega lo sviluppo lineare della storia dell’arte nella forma di una

narrazione razionale verso il futuro, sul quale peraltro le avanguardie storiche avevano avanzato un diritto di prelazione esclusivo. Gli artisti sono i primi a captare questa crisi evolutiva dei linguaggi dell’arte ripiegando sulla demitizzazione del moderno con indagini analitiche su materiali e mezzi espressivi in funzione aprioristica e concettuale oppure con prospezioni sulla realtà fattuale in chiave, ora di fenomenologia esistenziale, ora di evento liberatorio per garantire spazi di contro-realtà, ora di spettacolo e super merce per un veloce bulimico consumo, ora, infine, di accidentalità storica che rende la fattualità trasparente e la creatività nomade. In questo clima, ogni artista tenta di rilanciare il gioco dell’arte consapevole che la messa in discussione del concetto di modernità chiude l’orizzonte alla possibilità di trascendere l’esistente, così l’arte nella seconda metà del secolo implode in analisi circoscritte del linguaggio visivo o si mescola con il consumo della vita in tutti i suoi aspetti, mentre del periodo eroico delle avanguardie non resta che la lunga scia luminosa lasciata dal sogno romantico avanguardista che ha articolato la scena artistica del primo Novecento italiano.

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1. IL FUTURO IN GIOCO NELL’AVVENTURA FUTURISTA

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L’avventura futurista, che ha segnato con la sua spinta propulsiva protrattasi per più di tre decenni tutta l’arte europea del XX secolo, viene promossa sul fronte delle arti visive nel febbraio del 1910, l’anno successivo al manifesto marinettiano, dai magnifici cinque firmatari del Manifesto della pittura futurista: Boccioni, Carrà, Russolo, Balla e Severini. Sono artisti che investono sul futurismo tutte le loro speranze radicate su un presupposto ben preciso: fiducia nel progresso e nei nuovi paradigmi scientifici, le cui componenti essenziali di forza, energia e moto contribuiscono ad alzare un insormontabile muro con il passato. “La fede nel futuro ci fa disprezzare il nostro avvenire immediato”, scrive Boccioni. Osare il futuro, tentare le imprese più straordinarie in piena sintonia con le scoperte scientifiche e tecnologiche coeve come la disintegrazione della materia in energia, voleva dire innanzi tutto aprire le porte dell’arte alla “vibrazione universale”, e con essa ai fenomeni di dinamismo e simultaneità, consegnandole il ruolo chiave di avanguardia nel progresso per la costruzione mitica di un mondo nuovo. Cogliere la realtà profonda nei sui ritmi vitali con una sensibilità più penetrante predisposta dalla poetica boccioniana degli stati d’animo, che fa propria l’“esperienza del durare interiore” di Henry Bergson, in una cornice di arte-azione animata da forza prometeica e vivacemente promossa all’insegna della polemica e degli scandali orchestrati nelle serate futuriste, è l’imperativo del momento. Anticipazioni in questo senso si erano già avute con le tendenze impressioniste in pittura e scultura, ma, secondo Boccioni, ora si trattava di stabilizzare l’attimo atmosferico degli impressionisti, attivando una più profonda “compenetrazione e simultaneità delle forme”. Nel campo della scultura tale orientamento alla conquista dell’atmosfera e della relatività del tempo e del

luogo è fortemente segnato dalla scultura pittoricista di Medardo Rosso, che distilla in Ecce puer (1906) un abbozzo di figura appena accennata nel modellato vibratile sciolto dalla luce. Mentre in pittura la eco divisionista domina Ritratto di donna (1909-10) di Umberto Boccioni, per le intense fiammate di colore “diviso” che proiettano l’immagine in uno spazio dinamico, atmosferico, anticipando nella pratica alcuni presupposti teorici lanciati nel Manifesto tecnico della pittura futurista, dove tra l’altro si legge: “(…)Come si può ancora vedere roseo un volto umano…? Il volto umano è giallo, è rosso, è verde, è azzurro, è violetto”. E ancora: “Tutto si muove, tutto corre, tutto volge rapido. Una figura non è mai stabile davanti a noi, ma appare e scompare incessantemente. Per la persistenza dell’immagine sulla retina, le cose in movimento si moltiplicano, si deformano susseguendosi come vibrazioni nello spazio che percorrono”. Geniale interprete di questo dinamismo assoluto è Giacomo Balla, nonostante che sia stato l’ultimo ad aver sottoscritto il Manifesto dei pittori futuristi, del tutto assente nel triennio del primo futurismo e appaia sulla scena futurista solo dopo aver buttato alle ortiche tutta la sua arte precedente mettendo radicalmente in gioco la professionalità pregressa di ritrattista di fama meritatamente guadagnata presso la ricca borghesia e la nobiltà romana. Le sue Linee-forza di mare (1919) declinano l’impressione del movimento nella moltiplicazione della forma, in analogia con le ricerche coeve sul fotodinamismo dei fratelli Bragaglia, per restituire l’aspetto fisico del moto, in contrasto dialettico con l’approccio plastico di marca boccioniana che invece sintetizza l’essenza del movimento nelle celeberrime “forme uniche”. Natura morta con fruttiera e colomba (1914) di Ardengo Soffici, pur prossima cronologicamente ai proclami dei primi manifesti futuristi, tuttavia sembra preludere al distacco dell’autore dal movimento, prefigurato già a partire da questa tela dove il dinamismo vitalistico viene


raggelato nei piani plastici intrisi di ordine e rigore formale di respiro metafisico. Il manifesto Ricostruzione futurista dell’universo, del 1915, firmato dagli “astrattisti futuristi” Balla e Depero, inneggiante ad un universo gioioso “coloratissimo e luminosissimo”, duplicato nei “complessi plastici” costruiti nei materiali più diversi e progettati con una sensibilità astrattoimmaginativa e polimaterica, conferisce al futurismo nuova linfa vitale. Così, negli anni venti la cifra futurista si estende a quasi tutti gli ambiti creativi: dalla scenografia ai costumi, dalla decorazione all’arte culinaria, dalla grafica alla pubblicità, dall’arredamento agli oggetti d’uso quotidiano fino agli abiti, ai giocattoli e perfino ai fiori di straordinarie dimensioni e di colori vivacissimi, generati da una natura artificiale, aiutata a partorire dalla geniale fantasia di Forunato Depero che crea, tra l’altro, Pagliaccetti (1927) e Guizzo di pesce (1914), connotati, l’uno, da una forte impronta meccanicista, l’altro, da una straordinaria sintesi plastica. Con la fine della guerra, la morte dei giovanissimi Boccioni e Sant’Elia, il gruppo futurista originario si disgrega mentre il movimento futurista di seconda generazione sposta il suo baricentro da Milano a Roma perdendo la carica eversiva che lo aveva originariamente caratterizzato per fare i conti con le durezze della realtà sopravvenuta. In questo clima inizia la sua avventura Ivo Pannaggi, firmatario con Paladini della prima edizione del Manifesto dell’arte meccanica futurista del giugno 1922, la cui morfogenesi estetica è la chiave compositiva del superbo Treno in corsa (1922). Squadernato per piani geometrici di stesure metalliche e fendenti di luce, il treno è risolto nella cifra analogica della spinta propulsiva suggerita dall’avvitarsi dei primi piani della locomotiva lanciata in velocità, che come una trivella fende l’aria imprigionata tra le spire delle sue linee-forza. Ma è con Astrazione prospettica (1925) che Pannaggi traduce l’arte meccanica in costruzione geometrica di

volumi sterilizzandone progressivamente il movimento nella formalizzazione astratta che condensa il potenziale energetico in una funzione algebrica. Nel 1929, Marinetti pubblica il manifesto dell’aeropittura, è questa l’ultima stagione del futurismo che affida il suo messaggio avanguardista alla macchina più ardita: l’aeroplano. Tutta la produzione futurista degli anni Trenta e i primi anni Quaranta è dominata dal motivo del volo in un clima di euforia per le conquiste aeree e i leggendari primati dell’aviazione italiana militare e civile che avevano scatenato una vera e propria passione aviatoria. Mentre Depero e Balla si sentono poco coinvolti, l’ultima generazione dei giovani artisti futuristi, peraltro diffusasi in numerosi centri nevralgici in tutto il territorio nazionale, sente particolare attrazione per questa nuova avventura estetica che si confronta con nuove dimensioni spazio-temporali. Se alcuni pittori tendono ad “un’aeropittura sintetica, documentaria e dinamica di paesaggi urbani visti dall’alto e in velocità”, esemplari a riguardo sono Idrovelocità (1930) di Tato e Pattuglia (1939) di Renato di Bosso, altri, astraggono totalmente l’oggetto, creando l’equivalente della libera esperienza dello spazio durante il volo in un’”un‘aeropittura trasfiguratrice, lirica e spaziale”. Così Gherardo Dottori lavora sull’estetica del volo e sui suoi riscontri percettivi, espressi negli sferici accenti di colore di Sole tra gli alberi (1933), per trasmettere il puro ed inebriante piacere di volare. Mentre Enrico Prampolini con Incanti cosmici (1935) opera una trasfigurazione della realtà apparente articolando forme rastremate e composte in configurazioni surreali di masse e di colore galleggianti negli immensi spazi celesti. Nutrito delle esperienze parigine, la sua ricerca si avvia sempre più verso l’astrazione come dimostra l’olio più tardo, Composizione Z (1954), ma l’impronta surreale e le tonalità affettive sottese al suo lavoro lo terranno sempre lontano dall’esasperazione geometrica purista.

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Medardo Rosso Ecce Puer, 1906 Bronzo, cm 42x32x18

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Umberto Boccioni Ritratto di donna, 1909 - 1910 c. Olio su tela, cm 31x 24

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Giacomo Balla Linee-forza di mare, 1919 Olio su tela, cm 70x100

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Ardengo Soffici Natura con fruttiera e colomba, 1914 Tempera su intonaco riportato su masonite, cm 109x132

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Fortunato Depero Pagliaccetti, 1927 Olio su tela, cm 70x83,5

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Fortunato Depero Guizzo di pesce, 1969 Bronzo, cm 47x94x18

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Ivo Pannaggi Treno in corsa, 1922 Olio su tela, cm 100x120

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Ivo Pannaggi Astrazione prospettica, 1925 Olio su tavola, cm 46x47

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Renato Di Bosso Pattuglia, 1939 Olio su tavola, cm 83x105

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Tato (Guglielmo Sansoni) IdrovelocitĂ , 1930 Olio su tela, cm 48x62

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Gerardo Dottori Sole tra gli alberi, 1933 Olio su tavola, cm 51,7x53

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Enrico Prampolini Incanti cosmici (Incontri cosmici), 1935 Olio su tavola, cm 50x65

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Enrico Prampolini Composizione “Z”, 1954 Olio e sabbia su tela, cm 100x80

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2. FUORIGIOCO E “RITORNO ALL’ORDINE” In concomitanza con l’avventura futurista, l’immediato primo dopoguerra è contrassegnato dal cosiddetto “ritorno all’ordine”, un orientamento volto ad un generale “riassestamento dei valori” su basi meno avveniristiche e più solide, senza tuttavia ricadere nella rappresentazione naturalistica ma particolarmente attento alla ripresa dei modelli della grande tradizione italiana da Giotto a Piero della Francesca. In questa particolare ansia di stabilizzazione di forme e valori, peraltro sostenuta da autorevoli studiosi quali Roberto Longhi e Adolfo Venturi, si registrano una serie di defezioni dal movimento futurista suggerite dalle motivazioni più varie ma unite da un’unica disillusione, chiamarsi fuori dal gioco del futuro che ha svenduto ogni motivo di ottimismo. Tra i primi ad abbandonare il movimento, dopo avervi esercitato un ruolo di primo piano, non solo come pittore ma anche da polemista e saggista impegnato in favore dell’entrata in guerra, è Carlo Carrà, il quale, per tutta una serie di vicende non arriverà mai al fronte, ma sarà ricoverato all’ospedale militare di Ferrara, dove incontra De Chirico, in forza al XXVII deposito di Poggio Renatico, nei pressi di Ferrara. Siamo nel 1917, De Chirico e Carrà lavorano insieme per circa quattro mesi all’ospedale Villa del Seminario e dal sodalizio nasce la “scuola metafisica” . A questo denso periodo ferrarese risale la prima edizione di Le muse inquietanti (1917) di Giorgio De Chirico, con la piazza di Ferrara riconoscibile dal castello estense che fa da sfondo all’improbabile palcoscenico dove un incantesimo ha sospeso il tempo e contaminato la vita trasformando gli uomini in manichini-enigmi, muti testimoni della desolante condizione umana. Un omaggio alla cultura della natia Grecia e ad un apparente “ritorno all’ordine”, sono i maestosi Due cavalli in riva al mare (1937-38), cavalli mitici, come i nobili destrieri raccontati nei poemi omerici, al galoppo sul bagnasciuga, soglia di una realtà metafisica e metastorica.

Alla nuova stagione novecentista di Carrà appartiene Madre e figlio (1933), un olio pervaso di ostinato silenzio e simboli enigmatici che fanno da sfondo alla monumentalità del nudo di donna risolto nella robusta plastica di un archetipo straniato in uno spazio metafisico. Nel campo della scultura questo orientamento per il ripristino della saldezza delle forme è assunto, dopo una fugace attrazione futurista, da Arturo Martini, vincitore della prima quadriennale del ’31. Tuttavia, con Cavallo, un bronzo del 1930, dal modellato vibrante intriso di primitivismo, l’artista anticipa il superamento della statuaria nella sua accezione classica enunciato nel noto saggio Scultura lingua morta del decennio successivo. Spunti di memoria arcaizzante emergono con forza anche dalla pittura di Massimo Campigli che, dopo l’esperienza nel gruppo Les Italiens de Paris, si orienta negli anni Trenta verso un linguaggio figurativo primitivo intriso di arcaismo etrusco che costituirà la sua inconfondibile cifra, ricca di accenti decorativi riscontrabili anche nella Scalinata/Trinità dei monti, un olio del ’54, coevo a Le chat e le poisson di Gino Severini, il quale non smentisce la sua ascendenza cubista e futurista riattualizzata in questo limpida e serena tela della sua ultima stagione. Impostosi sulla scena culturale francese ed italiana per la sua attività di letteraria, di compositore e pianista, Alberto Savinio, pseudonimo di Andrea De Chirico, fratello di Giorgio, inizia a dipingere a metà degli anni Venti mutuando motivi e poetica del già famoso fratello. Acquisisce piena autonomia durante il soggiorno parigino al cui esito risale Papera (1930), dipinto surreale e grottesco che ironizza sulla fragile supponenza del lignaggio, una sorta di fotomontaggio che cattura nel gioco dello spiazzamento anche gli oggetti del più tardo Studio per pittura murale (1936). Altro reduce del primo futurismo è Osvaldo Licini, vi aveva aderito ancora studente all’Accademia di Belle Arti di Bologna e successivamente i rapporti si erano limitati a rare e sporadiche manifestazioni espositive nel

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mentre maturava una crescente rivolta contro ogni forma di mediocrità, motivo ricorrente nei suoi testi verbali e visivi che rivendicano una purezza propria della libertà degli Angeli ribelli e delle Amalassunte. Allo scadere degli anni ’40 si apre questa nuova stagione “azzurra e ventilata” di Amalassunta (1940 -1950) e Fantastico (1954), una stagione popolata da creature astrali e aperta verso spazi siderali dove solo l’arte ha il privilegio di accedere fino alle “regioni chiare dell’essere”. Quanto alle esperienze di De Pisis e Scipione, dimostrano una decisa resistenza alle proposte futuribili improntate da pericolose e facili liquidazioni del passato, occupandosi di araldica e collezionando oggetti del passato e del presente, l’uno, recuperando atmosfere barocche e figuratività goyesche per la caratterizzazione dei suoi personaggi, l’altro. Filippo De Pisis, ormai liberatosi della contiguità metafisica dechirichiana degli anni ferraresi e parigini e dal sogno letterario, con Vaso di fiori (1933), Ragazzo con cocò (1941) e Natura morta (1949) si concentra su una pittura liquida di marca impressionista che scioglie le forme nelle lumeggiature del colore con tocchi fulminei e leggeri di pennello per restituire immagini rimaste impi-

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gliate sulla rima palpebrale e catturate dalla memoria. Scipione, l’esponente più significativo della Scuola romana, con Piovra (1929), Natura morta-fichi spaccati sul tavolo (1930) e Ritratto di ragazza (1930), si dimostra uno dei più profondi rivisitatori dell’arte del passato che traspone al presente attraverso una pittura corriva e gravida di visioni esistenziali e carnali, espressioni di una realtà cruda impastata di sangue e di passione, di vita e di morte. La protezione dell’arte contemporanea da parte del ministro Bottai nell’ultima fase del regime, dunque in un momento cruciale per i destini bellici dell’asse, non era più sufficiente per mettere al riparo dai violenti attacchi dei facinorosi la pattuglia spregevolmente chiamata dei “naturmortisti” fra i quali venivano annoverati De Chirico, De Pisis, Mafai, Morandi, Rosai, Tosi e Scipione. Lo stesso gerarca Farinacci liquida le nature morte di Giorgio Morandi come povere “bottiglie polverose tirate giù dalla soffitta”, mentre proprio in quelle immagini reiterate e ripetute, in quel Vaso di rose (1947) e in quella Natura morta (1962), l’artista dischiude la possibilità di guadagnare alla pittura lo spazio vissuto nel tempo incorruttibile della coscienza.


Giorgio De Chirico Le muse inquietanti, 1950 c. Olio su tela, cm 97x66

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Giorgio De Chirico Due cavalli in riva al mare, 1937-1938 c. Olio su tela, cm 45x65

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Giorgio De Chirico Cavalieri sulla spiaggia, 1934 Olio su tela, cm 46x65

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Carlo CarrĂ Madre e figlio, 1934 Olio su tela, cm 90x115

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Arturo Martini Cavallo, 1930 c. Bronzo, cm 40x28x23

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Massimo Campigli Scalinata/TrinitĂ dei monti, 1954 Olio su tela, cm 81x100

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Gino Severini Le chat et le poisson, 1948 Olio su tela, cm 81x100

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Alberto Savinio Papera, 1930-1931 Tempera su cartone, cm 35,5x24,5

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Alberto Savinio Studio per pittura murale, 1935-1936 Tempera su cartone, cm 50,8x34

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Osvaldo Licini Amalassunta, anni ’40 - ’50 Olio su tela, cm 19,5x28

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Osvaldo Licini Fantastico, 1954 Olio su tela, cm 21x25,5

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Filippo De Pisis Vaso di fiori, 1933 Olio su tela, cm 100 x 74 Tolentino, Collezione Martarelli in comodato presso il Museo Palazzo Ricci

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Filippo De Pisis Ragazzo con cocò, 1941 Olio su tavola, cm 80x45

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Filippo De Pisis Natura morta, 1949 Olio su tela, cm 60,5x52,5

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Scipione (Gino Bonichi) La piovra, 1929 Olio su tavola, cm 60x71

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Scipione (Gino Bonichi) Natura morta - fichi spaccati sul tavolo, 1930 Olio su tavola, cm 45x50

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Scipione (Gino Bonichi) Ritratto di ragazza, 1930 Olio su tavola, cm 44,8x36

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Giorgio Morandi Vaso di rose, 1947 Olio su tela, cm 18,5x17

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Giorgio Morandi Natura morta, 1962 Olio su tela, cm 30x40

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3. GIOCATI DAL FUTURO, L’IMPLOSIONE DEL SECONDO DOPOGUERRA

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La guerra vera con il suo carico di distruzione e di morte ha portato via per sempre il futuro, l’Italia ne fa dolorosamente esperienza fin dalla suo ingresso nel conflitto mondiale, ma è in un brevissimo torno di anni, dal ‘43 al ’45, che assiste al crollo del fascismo, alla fine del futurismo e alla morte di Marinetti. Sul terreno dissodato dalla lunga ed articolata esperienza futurista attecchirà il seme dell’arte non-figurativa sviluppatasi in tutta una gran messe di formulazioni che vanno dall’astratto-concreto all’informale con i suoi risvolti materici. Prampolini si attesta come l’artista della continuità, impegnato sul fronte dell’arte astratta, nel 1945 fonda a Roma l’Art Club per difendere e dare man forte ai giovani artisti che seguono questa tendenza. Dal Fronte nuovo delle arti in segno di protesta per l’opzione neorealista sancita da Togliatti, si separano Otto pittori che con l’avallo di Lionello Venturi si presentano alla Biennale veneziana del 1952, tra essi Emilio Vedova si segnala per il dinamismo gestuale di palese eredità futurista, ma di opposta valenza semantica, profuso nel turbinio dell’olio Bombardamento a tappeto (1951), propedeutico nella grafia gestuale e segnica di forte impatto emotivo all’avventura “informale”, eco espressiva di un dilagante profondo disagio esistenziale. A Milano, nel 1947, Lucio Fontana, di ritorno dall’Argentina lancia il Manifesto dello spazialismo, preceduto dal Manifesto blanco presentato a Buenos Aires l’anno precedente. In continuità ideale con l’aeropittura futurista, Fontana sfonda la tela con i suoi celebri buchi dei Concetti spaziali per recuperare la quarta dimensione e, successivamente, con i famosi “tagli”, fendenti che sfondano la superficie per raggiungere la dimensione “altra” delle Attese (1966), metafore visive di uno spazio che supera i limiti prospettici delle coordinate terrestri. Mauro Reggiani, astrattista della prima ora con il gruppo formatosi nel ’34 attorno alla galleria milanese “Il Milione”, dopo la guerra aderisce al MAC e continua

con le sperimentazioni geometrizzanti di Composizione II (1957), molto vicine alle ricerche delle avanguardie europee. Risale al 1957 anche Riviera di Afro Basaldella, il quale, dopo un lungo soggiorno negli Stati Uniti nel 1950 e sulla scorta dell’impianto cubista, rafforza la concezione della pittura come forma autonoma di realtà emotiva ed esistenziale, sorta di schermo dove affiorano umori cromatici e lacerti di figure informi che rimandano ad ombre e fantasmi aggallanti dal vissuto Alberto Burri, umbro, di Città di Castello, con una laurea in medicina, confinato per 18 mesi nel campo di prigionia americano di Hereford, nel Texas, degrada la pittura a prelievo di materia bruta, a manifesto esistenziale, come il sacco di iuta combusto, materia di scarto e deteriorata, che, in Composizione (1954), diventa espressione luttuosa di una presenza desolante che chiude qualsiasi orizzonte. Così la speranza del futuro implode nelle viscere della materia sia nella gestazione plastica del Grande volo (1954) di Luciano Minguzzi, dove la “realtà dell’immaginazione” incarnata nella materia apre la strada a nuove soluzioni formali prossime all’astrazione, sia nelle lacerazioni della Grande piastra (1963) di Edgardo Mannucci, inferte sulla superficie metallica da traiettorie cosmico-atomiche di materie assemblate con scorie di fusione. Provenienti entrambi dalle esperienze dello Spazialismo, Giò Pomodoro ed Emilio Scanavino sono accomunati da una ricerca sul segno, funzionale, nel primo, all’articolazione astratta di superfici e di strutture plastiche esemplate dalla scultura Quadrato e sole (1974-75), nel secondo, alla espressione informale di pulsioni profonde raccolte da una gestualità reiterata nelle matasse di segno-colore di Tramatura (1978). Quanto alle neoavanguardie romane, con Mario Schifano e Mario Ceroli sembra chiudersi il cerchio di questa ricognizione sui diversi linguaggi dell’arte contempora-


nea ritornando al punto di partenza della grande avventura futurista. Come in una sorta di gioco nel gioco, Schifano riattualizza nella società dei consumi e della pubblicità le conquiste di Boccioni e Balla in prodigiosa contaminazione con la pop art americana con cui manipola il linguaggio dei media nel grande “particolare di propaganda” Esso (1974). Anche Ceroli, sulla scorta di Depero e della migliore tradizione futurista, ricostruisce la realtà con tavole di legno grezzo per ricavare sagome di stereotipi, in questo caso una icona del divismo cinematografico, Stefania Sandrelli (1977), la cui silhouette conquista lo spazio e si emancipa nell’ambiente per coinvolgere lo spettatore

nella sottile illusione del simulacro. Da questo spaccato di estetiche e poetiche che scandiscono le tappe più significative della ricerca artistica del ‘900, emerge in maniera chiarissima che l’arte ha in sé qualcosa di irriducibile ai processi di normalizzazione e di standardizzazione in atto nella società, infatti, il suo essere linguaggio per immagini ha il potere di rilanciare ogni volta il gioco simbolico che garantisce lo scarto sul reale per la sedimentazione e la riattivazione di ogni possibile forma di mondo e di ogni possibile circolazione di senso assicurando all’umanità un “errare in avanti” tra slanci futuribili e feconde implosioni.

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Emilio Vedova Bombardamento a tappeto, 1951 Olio su cartone, cm 71,5x102,5

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Lucio Fontana Concetto spaziale - Attese, 1966 Idropittura su tela, cm 81x65,5

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Mauro Reggiani Composizione II, 1957 Olio su tela, cm 81x100

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Afro Basaldella Riviera, 1957 Olio su tela, cm 97x146

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Alberto Burri Composizione, 1954 c. Sacco, combustione, olio su tela riportato su cartone, cm 25x18,5

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Luciano Minguzzi Il grande volo, 1954 Bronzo, cm 60x146x22

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Edgardo Mannucci Grande piastra, 1963 Rame, ottone, scorie di fusione e vetro blu, cm 117x111

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Giò Pomodoro Quadrato e sole, 1974-1975 c. Bronzo, cm 73x58x37

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Emilio Scanavino Tramatura, 1978 Olio su tavola, cm 100x100

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Mario Schifano Esso, 1974 Acrilico su carta intelata, cm 100x70,7

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Mario Ceroli Stefania Sandrelli, 1977 Legno, cm 137x69x54

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PICCOLI TEATRI Antichi burattini e teatrini settecenteschi della collezione Zanella-Pasqualini

BIENNALE DI ARTE, PENSIERO E SOCIETĂ€


PICCOLI TEATRI Antichi burattini e teatrini settecenteschi della collezione Zanella-Pasqualini

RESPONSABILE UFFICIO STAMPA E RELAZIONI ESTERNE Andrea Compagnucci

CIVITANOVA MARCHE ALTA Pinacoteca Civica Marco Moretti 10 luglio - 30 settembre 2009

UFFICIO STAMPA Olimpia Angeletti Sara Francia Chiara Levantesi Alessio Ruta

ENTI PROMOTORI Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata Comune di Civitanova Marche IN COLLABORAZIONE CON Azienda Speciale Teatri di Civitanova Pinacoteca Civica Marco Moretti Teatrino dell’Es di Vittorio Zanella e Rita Pasqualini, Bologna Circolo Didattico via Tacito, Civitanova Marche CON IL PATROCINIO DI Comune di Bassano del Grappa Comune di Budrio SUPERVISIONE GENERALE E COORDINAMENTO Patrizia Mozzoni Alfredo Di Lupidio Vittorio Zanella Rita Pasqualini DIREZIONE ARTISTICA Evio Hermas Ercoli TESTI E PROGETTO ESPOSITIVO Vittorio Zanella PROGETTO GRAFICO Mirta Cuccurugnani Memphiscom, Urbisaglia

ALLESTIMENTO Luigino Claudio Zarpellon, Bassano del Grappa Ivano Ravagnani, Bassano del Grappa ILLUMINAZIONE IGuzzini Illuminazione, Recanati Gabriele Spernanzoni, Civitanova Marche STAMPA DIGITALE Scocco & Gabrielli, Macerata TRASPORTI E FACCHINAGGIO Seven Zee, Bassano del Grappa Cooperativa Millepiedi, Civitanova Marche ASSICURAZIONI Lenzi Paolo Broker, Bologna RINGRAZIAMENTI Enrica Bruni Direttore Pinacoteca Civica Marco Moretti Unione Internazionale della Marionetta Ufficio Tecnico Delegazione Comunale, Civitanova Marche Alta


LA RACCOLTA MUSEALE ZANELLA/PASQUALINI

La collezione Zanella/Pasqualini custodita nel “Museo dei Burattini” di Budrio annovera oggetti unici del teatro di animazione. Settemila esemplari da oltre centosettanta famiglie che hanno realizzato questa attività dal 1582 al 1940. Marionettisti, burattinai e pupari della grande tradizione italiana. Dal classico Sganapino del bolognese Augusto Galli, ai burattini-scultura di Emilio Frabboni, alla famiglia modenese Preti, alla secolare dinastia burattinaia dei Rimini Campogalliani, passando per gli Arlecchino, i Brighella, i Gioppino dei bergamaschi Ghislandi e Milesi, fino ad arrivare ad Otello Sarzi, grande innovatore del teatro d’animazione, maestro appunto di Vittorio Zanella. La collezione espone materiali a cavallo di sei secoli. Spiccano fra tutte le marionette appartenute ai due più grandi maestri della storia marionettistica italiana: Pietro Resoniero col suo Amleto del 1667 e Pietro Datelin con Carlo Magno Imperatore databile attorno al 1582. Oltre a pupi, burattini, teatrini, baracche, scenari, vestiti, elmi, cappelli, sciabole, spade, pugnali la collezione Zanella/ Pasqualini conserva duecentocinquanta manoscritti dal 1600 in poi. La raccolta comprende una biblioteca specializzata con 33 mila documenti appartenuti alla famiglia Ferrari di Parma e oltre 5 mila libri dal 1800 tra cui

“Madonna Pioggia e Messer Vento”, libro narrato a Napoleone bambino dai genitori, dove fra i protagonisti si trova un giovane burattinaio che scolpisce i personaggi nel legno di cirmolo per narrare la storia dell’Arazzo di Bayeux o della Regina Matilde. Molti libri riportano nella prima di copertina dediche dei burattinai, marionettisti e ricercatori più famosi al mondo. Imponente è la raccolta delle scenografie colorate su carta e stoffa dipinte da grandi pittori ottocenteschi e del primo ‘900. Copiosa è la sezione giocattolo che conta numerosi cavalli a dondolo, giochi di latta e teatrini, tra i quali quello del Re Vittorio Emanuele II, con lo stemma Sabaudo. Altro importante materiale è l’oggettistica, con spade, sciabole, pugnali, fucili, pistole, lupare, asce, falci, scuri, stendardi, baracche, vestiti, elmi, cappelli, parrucche, scarpe, mani di riserva, occhi di vetro soffiato, salami di legno, letti, materassi, feretri, tombe, spilli, aghi, fili da cucire, forbici, raspe, trapani, ferri da stiro, pinze, martelli, chiodi, bulini, brocchette, campanelli, scale, fasce tricolori per le giornate con ricorrenze speciali, e tanti altri manufatti. Sono inoltre presenti oltre cento partiture musicali per spettacoli di marionette tra cui a Civitanova “La marcia funebre delle marionette” di Gounod.

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Teatrino di Vittorio Emanuele II, 1820 ca. altezza cm 56

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Luciano Zane (1815-1903) Principe altezza cm 74

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Augusto Galli (1861-1949) Garibaldi altezza cm 56

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Dante Labia (1702-1780) Arlecchino Batoccio altezza cm 75

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Giuseppina D’Errico detta Donna Peppa (1826 -1884) Pupo altezza cm 83

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Pietro Resoniero (1640-1735) Amleto altezza cm 60

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Vittorio Podrecca (1883-1959) Madama Butterfly altezza cm 91

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Otello Sarzi (1922 - 2001) Terracotta con Pantalone e Brisighella altezza cm 10

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Famiglia Lupi Brighella, 1820 ca. altezza cm 68

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Gherardo Bonini (1846 -1901) Re Umberto I di Savoia, testa di donna, un personaggio forse femminile, teste di marionette professionali altezza cm 8

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TRA I BANCHI DI SCUOLA Immagini, luoghi e testimonianze di vita scolastica italiana tra Otto e Novecento

BIENNALE DI ARTE, PENSIERO E SOCIETĂ€


TRA I BANCHI DI SCUOLA Immagini, luoghi e testimonianze di vita scolastica italiana tra Otto e Novecento CIVITANOVA MARCHE ALTA Ex Liceo Classico 10 luglio - 6 settembre 2009 ENTI PROMOTORI Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata Comune di Civitanova Marche Università degli Studi di Macerata IN COLLABORAZIONE CON Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e della letteratura per l’infanzia - Università di Macerata Azienda Speciale Teatri di Civitanova Pinacoteca Civica Marco Moretti Associazione culturale Il Salotto Verde A CURA DI Paolo Ricca SUPERVISIONE GENERALE E COORDINAMENTO Patrizia Mozzoni Alfredo Di Lupidio DIREZIONE ARTISTICA Evio Hermas Ercoli IN COLLABORAZIONE CON Enrica Bruni

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PROGETTO ESPOSITIVO Francesco Ascenzi Juri Meda PROGETTO GRAFICO Juri Meda in collaborazione con Iceberg, Macerata TESTI Roberto Sani Juri Meda RESPONSABILE UFFICIO STAMPA E RELAZIONI ESTERNE Andrea Compagnucci UFFICIO STAMPA Olimpia Angeletti Sara Francia Chiara Levantesi Alessio Ruta RINGRAZIAMENTI Ufficio Tecnico Delegazione Comunale, Civitanova Marche Alta Pio Amabili, Azienda Speciale Teatri di Civitanova


TRA I BANCHI DI SCUOLA

Immagini, luoghi e testimonianze di vita scolastica italiana tra Otto e Novecento

Questa mostra intende rappresentare uno dei contributi che il Dipartimento di Scienze dell’Educazione e della Formazione dell’Università degli Studi di Macerata, per il tramite del suo Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e della letteratura per l’infanzia, si propone di offrire alla biennale Tuttoingioco. La mostra vuole illustrare, attraverso un’amplissima offerta di arredi e suppellettili scolastiche, sussidi didattici, svaghi e passatempi tradizionalmente utilizzati per i momenti di ricreazione e doposcuola di diverse epoche, la vita della scuola elementare e popolare dell’Italia unita dell’Otto e Novecento. In questi ambienti sarà allestito un vero e proprio itinerario della memoria, il quale - accanto a specifici espositori destinati ad accogliere materiali di vario genere (abbecedari, sillabari, quaderni, album da disegno, manuali, libri di lettura, opere di letteratura per l’infanzia e i più famosi periodici per fanciulli e ragazzi), suppellettili e strumenti didattici - prevede la ricostruzione con arredi originali di un’aula scolastica e di un corridoio, luogo tradizionalmente dedicato alla agognata “ricreazione”. Il tutto provvisto di pannelli esplicativi che - attraverso puntuali schede di presentazione, appositamente pen-

sate per un pubblico non specializzato - consentiranno al visitatore, adulto o bambino che sia, di cogliere il senso e le caratteristiche del materiale esposto e degli itinerari suggeriti, nonché le suggestioni e le atmosfere proprie di una ricostruzione della vita scolastica all’inizio del secolo scorso che intende favorire il confronto con l’infanzia odierna, ma anche narrare le radici dello stesso presente e stimolare - attraverso la sorpresa (i bambini) e il ricordo (gli anziani) - una sorta di “riappropriazione della memoria” delle radici culturali comuni e della crescita sociale e civile del nostro Paese. Per quel che concerne il materiale documentario oggetto dell’esposizione, il Dipartimento di Scienze dell’Educazione e della Formazione dell’Università degli Studi di Macerata, utilizzerà i cospicui fondi bibliografici e documentari attualmente in possesso del Centro di documentazione e ricerca sulla storia del libro scolastico e della letteratura per l’infanzia, nonché una serie di materiali provenienti dalle collezioni private di Paolo Ricca e di Alberto Simonetta e una selezione mirata di libri di testo e di altri materiali bibliografici di straordinario pregio già individuati e destinati ad essere acquisiti sul mercato antiquario.

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Diario scolastico con illustrazioni fasciste, anni ‘30 - ‘40

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Disegno d’amicizia fra Italia, Germania, Giappone, 1938

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Quaderno scolastico con illustrazioni di Quinto Cenni, 1908

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Quaderno con copertina celebrativa dell’impresa di Italo Balbo, anni ‘30

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Quaderno con copertina celebrativa dell’impresa di Libia, anni ‘10

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Quaderno con illustrazione tratta da La Domenica del Corriere, anni ‘20

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NEMICI PER GIOCO? Immagini, giochi e simboli della lotta politica in Italia

BIENNALE DI ARTE, PENSIERO E SOCIETÀ


NEMICI PER GIOCO? Immagini, giochi e simboli della lotta politica in Italia CIVITANOVA MARCHE ALTA Galleria Centofiorini 10 luglio - 6 settembre 2009 ENTI PROMOTORI Fondazione Cassa di Risparmio della Provincia di Macerata Comune di Civitanova Marche Università degli Studi di Macerata IN COLLABORAZIONE CON Centro di documentazione dei partiti politici delle Marche in età contemporanea Azienda Speciale Teatri di Civitanova Pinacoteca Civica Marco Moretti IDEAZIONE E SELEZIONE IMMAGINI Angelo Ventrone SUPERVISIONE GENERALE E COORDINAMENTO Patrizia Mozzoni Alfredo Di Lupidio Sara Francia DIREZIONE ARTISTICA Evio Hermas Ercoli IN COLLABORAZIONE CON Enrica Bruni

PROGETTO ESPOSITIVO E TESTI Angelo Ventrone PROGETTO GRAFICO Mirta Cuccurugnani Memphiscom, Urbisaglia RESPONSABILE UFFICIO STAMPA E RELAZIONI ESTERNE Andrea Compagnucci UFFICIO STAMPA Olimpia Angeletti Sara Francia Chiara Levantesi Alessio Ruta STAMPA DIGITALE Scocco & Gabrielli, Macerata TRASPORTI Simone Compagnucci PRESTATORI Centro di documentazione sui partiti politici e movimenti politici - Università di Macerata Studio Fotografico Croce di Maurizio Cavalloni, Piacenza Fondazione Archivio Audiovisivo del Movimento Operaio e Democratico, Roma Istituto Luigi Sturzo, Roma Prof. Edoardo Novelli, Roma RINGRAZIAMENTI Ufficio Tecnico Delegazione Comunale, Civitanova Marche Alta Pio Amabili, Azienda Speciale Teatri di Civitanova


Il gioco e la contesa politica nell’Italia repubblicana Angelo Ventrone

Il gioco è innanzitutto divertimento: ci distrae dalla pesantezza delle responsabilità quotidiane, ci regala la possibilità di recuperare parti di noi che molto spesso siamo costretti a sacrificare nel nome dell’efficienza, dei risultati che ci siamo prefissi, o che ci è stato imposto, raggiungere. Ma è divertimento anche perché la tensione di cui ci carichiamo nel corso della competizione, in caso di vittoria, viene liberata nella gioia, e in caso di sconfitta può comunque essere abbandonata nella consapevolezza che, in fondo, la vittoria dell’avversario non avrà su di noi gli stessi effetti distruttivi della «guerra» reale, di cui il gioco è in effetti solo una simulazione. Eppure il gioco non è solo questo; è anche un’attività in cui la leggerezza del divertimento si combina in modo originale con la nostra creatività, con la possibilità di immaginare soluzioni nuove, impreviste, alle difficoltà che incontriamo. Ed è, paradossalmente, anche un momento in cui, oltre a divertirci impariamo a praticare delle regole, le «regole del gioco». Nel gioco, infatti, ognuno di noi esercita la propria creatività cercando di prevedere le mosse dell’avversario, cercando di anticiparne le mosse e di calcolare gli effetti delle proprie decisioni e di quelle di colui con il quale ci confrontiamo, cercando di mascherare le proprie intenzioni per indurre quest’ultimo in errore. Il gioco, da questo punto di vista, è dunque azzardo, capacità di correre rischi, ma è anche sforzo per conservare la padronanza di sé quando le cose si mettono male, quando la fortuna sembra abbandonarci, quando le possibilità

ci sembrano ridotte al minimo e la tentazione di lasciar perdere si fa forte, quasi irresistibile. La capacità di continuare a «giocare» anche di fronte al crescere delle difficoltà, continuando ad accettare le regole del gioco, resistendo all’impulso di rovesciare il tavolo, alzarsi e andarsene, è straordinariamente importante. È lì che si apprende a rispettare l’avversario - che ha il diritto di cogliere il premio della propria bravura così come ha diritto alla nostra ammirazione - ma si apprende anche a rispettare se stessi, a imparare dai propri errori, a conservare la fiducia che la prossima volta potremo farcela anche noi. Per questi motivi, la dimensione del gioco è essenziale anche in politica. E ciò è evidente nella raccolta di manifesti, di volantini, di vignette o copertine di riviste che la Mostra presenta attraverso esempi prodotti dall’intero arco politico: dall’estrema destra e dall’estrema sinistra, dal mondo laico a quello cattolico. In questi documenti salta agli occhi la forza della lacerazione che ha diviso le forze politiche del nostro paese per molti decenni. È evidente come il «gioco politico» sia stato a lungo, troppo a lungo rispetto agli altri maggiori paesi europei, veramente una «guerra simulata», dove la caricatura, lo sberleffo, la barzelletta, l’allusione perdevano la loro innocenza per diventare vere e proprie armi volte a delegittimare l’avversario; un avversario sempre percepito come un «nemico». O meglio, perdevano una parte della loro innocenza, ma non tutta, perché in fondo, almeno nei casi migliori, conservavano la

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capacità di divertire e, nello stesso tempo, esprimevano una carica creativa la cui efficacia era dimostrata dalla sua capacità di spingere gli avversari a riprendere lo stesso tema, la stessa immagine, invertendo semplicemente la parte del buono e del cattivo. Le immagini che la Mostra presenta, infatti, sono molto spesso degli stereotipi che utilizzano gli stessi strumenti retorici: in particolare, la demonizzazione dell’avversario e la volontà di legittimarsi sulla base dell’inadeguatezza di quest’ultimo piuttosto che sui propri meriti. Il che vuol dire tentare di costruire la propria identità attraverso la strada più semplice: proponendosi come l’immagine rovesciata, speculare, del malvagio a cui ci si oppone. D’altronde, la politica, per vivere, ha bisogno di catturare l’attenzione, di coinvolgere, di emozionare: la politica, in altre parole, ha bisogno di passione. Ha bisogno cioè di dare un contenuto concreto alle astrazioni che, inevitabilmente, porta con sé: la classe e la nazione, gli interessi generali e quelli particolari, l’uguaglianza e la gerarchia, la libertà e la disciplina. La logica dello scontro, della lotta per la vita o per la morte, efficace proprio per la sua elementarità, per la sua capacità di dividere il mondo in modo manicheo - noi contro di loro, i buoni contro i cattivi, il bene contro il male - è quindi del tutto funzionale a questa esigenza. Ma se enfatizziamo solo il momento dello scontro, non riusciamo a capire perché, nonostante tutto, la nostra democrazia sia riuscita a sopravvivere e a consolidarsi. Allora, proprio quel carattere così specifico del gioco -

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insegnare a praticare e a interiorizzare le regole - ci può aiutare a comprendere meglio la nostra storia recente. Lo scontro tra comunismo e anticomunismo, tra democrazia e fascismo, che ha caratterizzato i primi decenni della storia repubblicana e che, inaspettatamente, si è prolungato persino dopo la caduta del Muro di Berlino, nel momento in cui è diventato «gioco», cioè guerra solo simulata, si è trasformato, paradossalmente, in un lungo, difficile, tortuoso, ma alla fine straordinario apprendistato alla democrazia. Nel momento in cui i contendenti sceglievano di rinunciare allo scontro fisico per limitarsi alla contesa verbale o iconografica, dimostravano che in realtà avevano deciso di accettare le «regole del gioco», e in primo luogo la regola più importante: la Costituzione del 1948. Una Costituzione non a caso scritta insieme da tutti coloro che volevano evitare il ripetersi di ciò che aveva fatto il fascismo il quale, con il sistematico uso della violenza, aveva rovesciato il tavolo e creato regole sue proprie, da imporre agli altri, non da condividere. La mostra che presentiamo, che copre gli ultimi 60 anni della nostra storia, ci permette di seguire proprio una parte significativa di questo cammino contraddittorio, ma allo stesso tempo affascinante - e, con gli occhi di oggi, anche ricco di contenuti e idee divertenti - attraverso il quale gli italiani hanno imparato a praticare la democrazia, a interiorizzare i suoi principi, a rispettare se stessi e gli altri, in altre parole, a «giocare nel rispetto delle regole».


Gran Macel giornale satirico, 1948 Democrazia Cristiana

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Il gioco dell’oca del vero italiano manifesto 70x100, 1948 Democrazia Cristiana

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Dipende da te manifesto 70x100, 1948 Comitato Civico

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Forza Italia! Vota anticomunista manifesto 70x100, 1948 Comitato Civico

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Tutti uniti contro i servi di Truman manifesto 70x100, 1948 Fronte Democratico Popolare

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Basta con i giuochi d’azzardo manifesto 70x100, 1953 Partito Repubblicano Italiano

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CosĂŹ si vota manifesto 50x70, 1975 Democrazia Cristiana

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RIVENDITORE AUTORIZZATO

C/so Umberto, 102/104 Civitanova Marche (MC) Tel e Fax 0733 770185


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Finito di stampare nel mese di Luglio 2009 presso Tecnostampa stabilimento di Loreto (AN) Š Tutti i diritti sono riservati

Tuttoingioco  

Tuttoingioco. Almanacco 2009. A cura di Evio Hermas Ercoli. Coordinamento editoriale: Andrea Compagnucci | Esserci Comunicazione.

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