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Sapori di Sardegna

fine, ad esempio, viene usata per le minestre o cotta nel brodo; quella di media grandezza viene “risottata” con vari condimenti, mentre quella più spessa si utilizza in preparazioni definite “in asciutto”. Dopo un lento riposo e la tostatura in forno che dura circa quindici minuti e dona alla fregula il suo sapore casereccio e inimitabile, la fregola è pronta per essere cotta e condita a seconda delle ricette tradizionali del proprio paese: in Campidano nasce la famosa fregula cun cocciula, a base di vongole veraci o arselle spesso arricchite con la bottarga; tipica del Logudoro è su succu, fregula cotta in brodo di pecora e arricchita con pecorino grattugiato. Impossibile non nominare la fregula incasada, piatto di origine povera e antichissima, che si fa passare in forno si dopo la cottura in brodo, e che les |A m vanta una quantità abbondante di .co e b do stock.a casu, ossia formaggio. la semola di grano In qualsiasi di queste deliziose versioni, duro, che deve essere di ottima qualità le fregula sarda è un piatto dal sapore inper ottenere il risultato perfetto. La tra- confondibile, perché sa di tutto ciò che la dizione impone che la fregula venga Sardegna ispira: passione e tradizione. preparata rigorosamente a mano, sfregando con le dita e facendola rotolare in un recipiente di terracotta, chiamato scivedda o tianu, oppure in un cesto di asfodelo definito anche canistedda, cranisted­ da o palini. Naturalmente lo sfregamento a mano non può produrre briciole tutte della stessa grandezza, quindi è necessaria anche una divisione per dimensioni, un lavoro lungo che richiede infinita pazienza ma indispensabile per poter garantire una cottura uniforme e un utilizzo corretto per ogni formato. La fregula

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ifficile credere che in piccole e irregolari sfere ambrate possa nascondersi l’essenza di un popolo antico e fiero, eppure nella fregula, o freula, fre­ gua, ministru, ambus, succu, pistitzone, ca­ scà, c’è tutta la magnificenza che la gastronomia sarda rappresenta a livello internazionale. Le sue origini, neanche a dirlo, sono antichissime tanto da rendere impossibile la precisa collocazione della sua comparsa nella storia. Secondo alcuni storici, la sua origine è il frutto di uno scambio socio-culturale coi Fenici o i Punici, soprattutto perché la forma della fregula ricorda molto quella del cous cous. Per altri, più tradizionalisti, sarebbe un’invenzione degli artigiani autoctoni che, già in diversi campi, avevano dimostrato la propria abilità manuale. Le prime testimonianze della comparsa della fregula risalgono al XIV secolo, nello statuto dei Mugnai di Tempio Pausania. Secondo questo documento, infatti, la sua preparazione avveniva dal lunedì al venerdì (in quanto di sabato e domenica l’acqua veniva usata per altre faccende domestiche) e si distaccava completamente dal cous cous soprattutto a causa della cottura tramite bollitura. L’ingrediente principale è senza dubbio

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di MANUELA PIERRO

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LA FREGULA


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S&H MAGAZINE Anno XXIV - N. 278 / Novembre 2019 EDIZIONE CAGLIARI+SASSARI

Direttore Responsabile MARCO CAU Ufficio Grafico GIUSEPPINA MEDDE Hanno collaborato a questo numero: DANIELE DETTORI, FRANCA FALCHI, HELEL FIORI, ERIKA GALLIZZI, ALESSANDRO LIGAS, ALBA MARINI, ANNALISA MURRU, GIUSEPPE MASSAIU, MANUELA PIERRO, ANTONIO TARALLO

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Redazione Sassari, Via Oriani, 5/a - tel. 079.267.50.50 Cagliari, tel. 393.81.38.38.2 mail: redazione@shmag.it

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Editore ESSEACCA S.r.l.s., Via Oriani, 5/a - Sassari Per la pubblicità: tel. 335.722.60.54

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Stampa Tipografia TAS S.r.l. - Sassari

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03 Sapori di Sardegna La Fregula

05 L’estate della tempesta Una storia di bambini per bambini che fa riflettere gli adulti

06 Notte di Ognissanti Is animeddas, Su mortu mortu e Su Prugadoriu

08 Raimond Handball Sassari Un mese impegnativo aspetta la squadra di coach Passino

10 Chiara Vigo Il bisso tra passato e futuro

12 Gente di Sardegna Paolo Fresu, Berchidda e le note di jazz

14 Come se non ci fosse un domani Pino e gli Anticorpi tornano al cinema

16 I Magnifici 3

Viaggio nel mistero: tre luoghi alchemici

18 In volo sulle Giare

Genoni e il Paleo Archeo Centro

Registro Stampa: Tribunale di Sassari n. 324/96. ROC: 28798. © 2019. Tutti i diritti sono riservati. È vietato riprodurre disegni, foto e testi parzialmente e totalmente contenuti in questo numero del giornale.

20 L’antica comunità del sale

Alla scoperta delle Saline Conti Vecchi

22 Aquila del Bonelli

Il progetto Aquila a-LIFE

25 Dinamo Sassari

Squadra di coach Pozzecco a pieno regime tra campionato e Champions League

26 HITWEETS 28 Non eri qui

Alessandro Azara si racconta in rock

29 Il dentista risponde

L’importanza della sigillatura dei solchi nei denti del bambino

30 Dillo a foto tue

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in Copertina

PINO E GLI ANTICORPI Foto di Marcello Saba


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UNA STORIA DI BAMBINI PER BAMBINI CHE FA RIFLETTERE GLI ADULTI di HELEL FIORI

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lessandra, Fabio e Marta stanno passando le vacanze estive in colonia, e in un pomeriggio di pioggia notano tra le onde un misterioso telone rosso. Che cosa mai sarà? I tre bambini decidono di investigare, e seguendo le tracce e improvvisando trappole si ritroveranno a cambiare la vita di un misterioso quarto personaggio. Secondo romanzo dell’autrice sassarese Franca Falchi, L’estate della tempesta (2019, Catartica Edizioni) racconta una storia attuale e verosimile, senza paura di consegnarci un punto di vista realistico sulle tematiche dell’integrazione e dell’accoglienza. Franca, che ha già affrontato la tematica del bullismo e delle paure infantili col suo primo romanzo La paura ha

sempre un biscotto in tasca vincendo il Premio letterario “Tene Tene” nel 2018 per l’omonima linea di letteratura per l’infanzia di Catartica, ha lavorato come educatrice ambientale in scuole di vario ordine e grado e parallelamente all’attività di scrittrice e illustratrice conduce dei laboratori creativi coi quali introduce i bambini alla lettura. Il lavoro le ha quindi permesso di confrontarsi col mondo dell’infanzia da sempre mentre la sua passione per la scrittura, coltivata fin dalle scuole medie, le permette di esprimere la propria chiave di lettura riguardo i temi del quotidiano. Questi due aspetti la portano a scrivere storie di bambini per bambini (come lei stessa le definisce) libere dal cliché della favola edulcorata dove in quattro e quattr’otto si arriva ad un

lieto fine e soprattutto libere dall’onnipresenza del giudizio degli adulti: il suo intento è raccontare la realtà di questi tempi considerando i minori come figure perfettamente in grado di comprenderla e di viverla senza pregiudizi. “Letto dai bambini questo libro è una semplice e pura avventura, ma

letto da un adulto diviene uno spunto di discussione, adottato da una classe o da una famiglia dà libero spazio all’interpretazione e al dialogo. Non penso che questi argomenti siano troppo forti per dei bambini: lo diventano nel momento in cui noi adulti glielo facciamo pesare. Per loro sono cose di tutti i giorni, d’altronde dal telegiornale ascoltano e assorbono le notizie anche perché sono i vissuti dei loro amici o di alcuni compagni di classe.” In una società che si muove verso la multiculturalità appare chiaro che non si possa evitare di parlare dell’elefante nella stanza, ma anzi si debbano fornire ai nostri piccoli eredi tutti gli strumenti necessari per accogliere i cambiamenti in atto, cercando di mantenersi in equilibrio tra l’assenza di pietismo e la giusta delicatezza d’animo. Raccontare senza eccedere nel giudizio è un approccio che ha caratterizzato Franca anche nella creazione delle illustrazioni: undici scene puntinate in china lasciano liberi di immaginare i volti dei personaggi, focalizzandosi sulle scene clou di ogni capitolo. Il libro è ordinabile sul sito catarticaedizioni.com o presso qualsiasi libreria, mentre è già acquistabile in tutte le librerie di Sassari.


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IS ANIMEDDAS, SU MORTU MORTU E SU PRUGADORIU

Tradizione, religiosità e mistero nella notte di Ognissanti di FRANCA FALCHI

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l tempo di mezzo tra l’estate e la stagione fredda è da sempre stato considerato importante per l’agricoltura e l’allevamento sin dall’antichità quando, con riti pagani, si

ringraziava per il raccolto ottenuto e si pregava per una buona nuova semina. Era anche il periodo della macellazione delle bestie, le cui ossa venivano bruciate in roghi rituali, e i carboni si conservavano per funzioni protettive. Per i Celti era lo Samhain, che si cele-

brava tra fine ottobre e inizio novembre e segnava il passaggio dal vecchio al nuovo anno, simboleggiando l’attimo in cui la stagione della nascita e del rigoglio della natura lasciava il posto a quello del letargo e della stasi. Ma era anche il momento in cui il giorno si faceva più corto e la notte più lunga assottigliava la linea teorica di separazione tra il regno dei vivi e quello dei morti sino ad aprire una porta attraverso cui passavano le anime. Seduti intorno al fuoco si onoravano gli antenati tramandando le


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loro gesta proprio in quella notte in cui si pensava che lo spirito dei defunti avesse l’opportunità di tornare ai luoghi della loro vita terrena. Anche i Romani avevano una festa simile dedicata a Pomona, nella quale celebravano la fine della stagione del raccolto. Con la conquista e l’integrazione tra le due popolazioni, alla festa pagana fu affiancata la nuova ricorrenza cattolica dedicata a Tutti i Santi, All Hallows, che unito a -ene (vigilia) divenne nei secoli Halloween, vigilia di Ognissanti. Era un tentativo per ricondurre ad un significato religioso tutti i residui di paganesimo esistenti. La tradizione cristiana non riuscì però ad eliminare la credenza dei morti, così nel 835 Papa Gregorio Magno inserì, in quella stessa giornata, proprio la commemorazione dei defunti. Le assemblee degli anziani divennero riunioni familiari e i falò furono sostituiti dai lumini ad olio d’oliva, l’oro liquido delle campagne e prezioso dono per le anime, quale segnalazione di aiuto a ritrovare la strada di casa. In Sardegna Ognissanti ha origini antichissime, anche in epoca nuragica, la morte non era considerata la fine della vita ma solo di quella conosciuta, morire segnava il passaggio verso un’esistenza spirituale simile a quella precedente terrena ma in una sorta di dimensione parallela. Tuttora si crede che sas animas bonas e sas animas malas, in egual modo, dimorino l’etere dopo il trapasso e vengono per questo onorate entrambe secondo antica tradizione. Sono i giorni in cui le famiglie lasciano le città verso i paesi d’origine, in visita ai parenti con cui animano la festa in grandi tavolate che dopo il pasto rimangono apparecchiate per tutta la notte con i piatti fumanti di zuppe dai sapori dell’orto, cibo frugale ma dai profumi intensi, in modo che i defunti si possano nutrire della loro fragranza. Niente forchette né coltelli per evitare che sas animas malas possano ferire o uccidere qualcuno in uno scatto d’ira accidentale. Le case profumano di spezie e di frutta candita, nei giorni precedenti si preparano i dolci papassini con le mandorle e l’uva passa o le tilicche e il pane nero con la saba, il mosto cotto, scuro come la notte che cela i trapassati. Il pane di saba era l’antico omaggio che le famiglie benestanti donavano ai meno abbienti perché tutti pregassero per le anime della comunità, per questo noto anche come su pani ‘e s’anima.

Si accende la lantia, stoppino di stoffa imbevuto nell’olio e incastrato in un piccolo pezzo di sughero messo a galleggiare in una tazza d’acqua, una per ogni parente defunto. Restano accese sino alla mezzanotte del giorno dopo, proiettando figure inquietanti alle pareti delle camere. I bambini intagliano le arance per ricavare le lanterne da allineare sul caminetto o le latte da portare in giro per Is animeddas, Su mortu mortu o Su Prugadoriu, la questua per l’indulgenza delle anime, con nomi diversi a seconda della zona. Col viso sporco di carbone, i vestiti trasandati e qualcosa di bianco, a simboleggiare il vagare dei defunti, chiedono pro su ‘ene ‘e sas animas, un obolo per accorciare il loro tempo di permanenza nel Purgatorio. Hanno delle vecchie federe o dei sacchi vuoti di farina che riempiono di castagne, noci, dolci fatti in casa, caramelle e cioccolati man mano che bussano ai vari portoni. Sono regali, in realtà, destinati ai defunti, si crede infatti che le anime utilizzino proprio i bambini per cibarsi dei dolci fatti loro in dono. Non c’è bisogno di insistere sul vecchio battacchio perché le vecchine sono già pronte sull’uscio con la corbula, un cestino pieno di ogni ben di Dio. Alcuni ricevono le fave secche, i legumi dei morti, retaggio dell’augurio di un buon raccolto, oppure mandarini e fichi secchi. Nelle prime ore del mattino le madri fanno sparire le pietanze dalla tavola, prima del risveglio dei bambini che rimangono sempre stupiti del prodigio di quel pasto notturno. Poi ci si reca al camposanto e si celebrano le funzioni religiose al suono delle campane a morto. In genere per tutto il due novembre il loro rintocco riecheggia per i vicoli del paese contribuendo a rendere la giornata ancora più triste e cupa. La ricorrenza di Ognissanti in Sardegna si trasforma in magia.

Il pane nero con la saba


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di ERIKA GALLIZZI foto CLAUDIO ATZORI

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RAIMOND HANDBALL SASSARI: UN MESE IMPEGNATIVO ASPETTA LA SQUADRA DI COACH PASSINO GIOCA D’ANTICIPO

er la Raimond Handball Sassari si è appena concluso un periodo non troppo movimentato. La Serie A1 di pallamano, infatti, nello scorso mese di ottobre ha osservato due weekend di stop per consentire alla Nazionale di radunarsi in vista dell’impegno di gennaio nelle qualificazioni ai Campionati Mondiali di Egitto 2021. Non si sono fermati il miglior marcatore “sassarese” (e settimo dell’A1) Riccardo Stabellini e Allan Pereira, entrambi convocati per vestire la maglia azzurra dal tecnico Riccardo Trillini, così come il giovane, classe 2003, Cristian Guggino, chiamato nella Nazionale Under-18. Per gli altri c’è stato tempo per rifiatare e pensare ai successivi impegni di campionato. Prima della pausa, però, la Raimond aveva colto due vittorie importantissime: la prima contro quello che in quel momento era il fanalino di coda della classifica, la Sparer Eppan (ora ha scalato due posizioni, lasciando dietro di sé Trieste e Gaeta), reduce dal cambio di guida tecnica, la seconda colta sul campo del Trieste. Contro l’Eppan (31-27) si è assistito ad una gara quasi dal doppio volto, prima letteralmente dominata dalla Raimond, poi riportata quasi in parità dagli ospiti e, infine, conclusa dagli strappi prodotti dalle reti di Braz, Brzic, l’ottimo Taurian ed un indemoniato Nardin. A Trieste (29-25), invece, la gara è stata sostanzialmente combattuta, un po’ sofferta nella prima parte per gli isolani, e ha trovato risoluzione grazie ad una sfuriata di Taurian, autore di quattro reti (su sette dei sassaresi) al rientro in campo dopo la pausa, e ad alcune ottime parate di Voliuvach, con la ciliegina sulla torta di due importantissime reti messe a segno, nelle caldissime fasi di gara, dal “baby” Guggino. Dopo lo stop del campionato, invece, il calendario ha messo la Raimond di

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Da sinistra: Riccardo Stabellini, Giovanni Nardin e Felipe Roberto Braz

fronte ad un avversario proibitivo, autore di un inizio di stagione incredibile: l’Ego Siena. Percorso netto, fino a quel momento, per la formazione toscana, con sei vittorie su altrettante partite disputate. E tale è rimasto anche dopo il “passaggio” a Sassari. Gara che sembrava già chiusa al 37’, con gli ospiti avanti 2115, ma che è poi stata ripresa dai sassaresi, tornati sotto di due sole reti con Nardin: 30-32 a 1’45” dalla fine, ma la folle rimonta si è stoppata lì e si è chiuso il match. Ora la Raimond Handball Sassari, ottava

a quota 7 punti, è attesa da un autentico tour de force, con un percorso irto di ostacoli, contro squadre della parte alta e medio-alta della classifica. Il team di coach Luigi Passino farà visita alla Brixen Bressanone, attualmente quinta in graduatoria a quota 10 punti, poi ospiterà la “compagna di classifica” Pressano. Il turno successivo vedrà Mbaye e compagni impegnati a Bolzano (sesta con 8 punti) ed il mese di novembre si chiuderà tra le mura amiche del PalaSantoru di fronte al Cassano Magnago, ora vicecapolista, a quota 11 punti.


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CHIARA VIGO Il bisso tra passato e futuro

di ANNALISA MURRU foto LUCA BONACCORSI

«Non ti chiedi come mai sia tutto a portata di bambino? Perché nascono così i nuovi maestri.»

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ai a trovare Chiara Vigo e ti ritrovi a disquisire di valore dell’arte, società e futuro dei giovani. Ma forse è proprio quello che “su maistu” vuole. Riceve per appuntamento a Sant’Antioco nel suo laboratorio, luogo in cui, mentre lavora con minuzia quell’apparente disordine di fili, ti spiega perché c’è così tanto bisogno di stanze come la sua e di scambio di opinioni faccia a faccia. È invitata a conferenze e meeting internazionali, ha vinto premi, esposto opere nei più importanti musei, tessuto gli stemmi di diverse città, creato opere

per personaggi influenti e si adopera per la tutela dell’ambiente marino, eppure il timore di sentirsi in soggezione in sua presenza svanisce lasciando il posto a una sensazione di accoglimento. Non ci sono regole e prassi da museo anche se Chiara un museo lo creò e lo fece brulicare di genti e iniziative dal 2006 al 2016, anno in cui il Comune la invitò allo sgombero con la motivazione di problematiche dovute all’impianto elettrico. Come delinea in un’amara riflessione, a Sant’Antioco sono scomparsi i teatri, i cinema e le botteghe in cui gli abitanti si incontravano per confrontarsi, e ora si rischia di perdere anche quell’inestimabile tesoro che è il racconto orale della tradizione e delle arti, in un contatto diretto col maestro e l’osservazione delle sue mani che creano qualcosa partendo da una materia prima in origine amorfa. È il caso del filamento secreto dalla

Pinna nobilis, che a contatto con l’acqua si solidifica diventando un batuffolo grezzo e incolto. Solo la sapiente lavorazione lo renderà bisso, un filo dorato sottile e leggero quanto resistente, perfetto per tessere con le unghie preziosi ricami che brillano al sole. L’animale, un mollusco bivalve che può superare il metro di altezza, è presente solo nelle acque del Mar Mediterraneo e rischia l’estinzione, per questo è specie protetta dal 1992. Il suo bisso apparteneva alla nonna materna e ne possiede per tantissimi anni ancora. Leonilde Mereu si immergeva circa cento volte per ricavare 300 grammi di grezzo che divenivano 30 grammi di bisso e infine 21 metri di filo. Piccolissima, Chiara decise di andare a vivere con lei dopo la morte del papà e


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da allora non esiste più un prima e dopo il bisso, ma solo una quotidiana simbiosi con le arti, la forte spiritualità e il legame con il mare che la nonna le trasmise. A quattro anni filava e a dodici tesseva e fu naturale e doveroso farsi portavoce di tutto ciò che apprese: a ventisette anni, con il giuramento dell’acqua, la nonna le cedette il posto e Chiara, che fino a quel momento camminò simbolicamente dietro il maestro, iniziò la sua personale strada nel mondo del bisso. Decise di far conoscere il filo del mare e la terra di Sardegna oltre i suoi confini perché tessere “non deve avere solo fini pratici, ma anche divulgativi, scientifici e interpretativi”. Conservare e salvaguardare le arti dovrebbe essere un dovere civile, dice appassionata, e un maestro è proprio colui che crea per tramandare e donare, le sue opere non sono in vendita. Chiara incarna un’idea di museo para-

dossalmente innovativa perché eco di un passato in cui gli spazi, gli antichi gesti e i racconti del maestro erano a disposizione di tutti senza pagare il biglietto. Il suo è un turismo emozionale e andando a trovarla scopri che, all’età di 64 anni, si alza ogni mattina alle tre e prega per la pace nel mondo; passa la giornata all’interno del laboratorio e riceve le persone per spiegare come può un ammasso di fibra diventare un ricamo su lino che ritrae soggetti della tradizione antiochense quali l’albero della vita, cervi e asfodeli, per citarne alcuni. Questa fibra viene dissalata per venticinque giorni cambiando l’acqua dolce ogni tre ore e successivamente può essere conservata oppure utilizzata e quindi sottoposta alla cardatura (per eliminare le impurità e pettinarla) e all’immersione in un formulario naturale composto da alghe, succo di limone e cedro che la rendono color dell’oro. Con la filatura e infine la torsione tramite l’ausilio del fuso in ginepro, il bisso è finalmente filo, pronto per la lavorazione sul telaio manuale.

Sul suo tavolo da lavoro ci sono un cardo a spilli celeste e una pinzetta a forma di donna che appartengono alla nipotina Alessia, di cinque anni, colei alla quale la tradizione si sta nuovamente trasmettendo per discendenza familiare. “Nonna andiamo a fare bisso”, le dice, e lei la lascia fare. Vado via pensierosa perché i soldi raccolti col crowdfunding per l’acquisto del locale non sono sufficienti e Chiara, che vive di donazioni, non saprebbe come andare avanti. “Dov’erano le donne di Sardegna quando hanno chiuso il mio museo?”, tuona lei che de “Il leone delle donne”, disegno donatole da Eugenio Tavolara, ha fatto la sua opera distintiva. Mentre scrivo queste parole ripenso a quando, durante la nostra chiacchierata, un gruppo di turisti francesi ha invaso la stanza costellandola di espressioni stupite. Nonostante la sua controversa e dibattuta personalità, forse sarebbe un peccato perdere ciò che ha costruito e quello spazio comune in cui imparare l’arte e parlare sì di bisso, ma soprattutto di vita.


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GENTE DI SARDEGNA

Foto Roberto Cifarelli

Da questo mese partiremo per un viaggio tra le anime che hanno contribuito alla storia artistica, sportiva, sociale e culturale della Sardegna. Una serie di cammei di donne e uomini nati in Terra Sarda che hanno portato il loro animo isolano nel mondo, alternando gli illustri personaggi del passato a quelli dei giorni nostri.

FRESU, BERCHIDDA E LE NOTE DI JAZZ di ANTONIO TARALLO

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erchidda, dal nome latino “Virgilla”, o dal diminutivo “Quercus” (“Querquilla”) che significherebbe “piccola quercia”. Si adagia sulle pendici meridionali della catena del Limbara, protetto dalle sue granitiche alture collinari. Ha la forma di una mezzaluna, Berchidda. Distese di verde incontaminato, dove la luce del sole sembra – al tramonto – cullarsi con dolcezza tra le dure e rupestri rocce dal carattere saldo e fiero. Brezza marina, si confonde con quella montana. I rumori, i fruscii della

incontaminata natura, sono una partitura ricca e festosa, A volte, silenziosa, con la grande luna che splende su questo paesaggio, colmo di bruni colori, di echi lontani, e di nuove stelle. E una di queste, si chiama PAOLO FRESU. È una stella italiana, ma ormai adottata dall’Europa, dal Mondo. Paolo e la sua vocazione per la tromba. Un binomio che fiorisce presto, prestissimo nella vita del musicista sardo. Complice la banda del suo paese natale, che acquisisce il nome da un famoso tenore (di Tempio Pausania) dei primi del No-

vecento, “Bernardo De Muro”. Ha soli undici anni e l’amore è tutto racchiuso in quello strumento di ottone. Con Berchidda, il legame è forte. E tutt’ora continua con la stessa passione del primo giorno. Ed è proprio nella sua terra natale che nasce una “visione” – la parola “progetto” potrebbe sembrare alquanto riduttiva – musicale, una kermesse che non è solo evento, ma qualcosa di più. Time In Jazz è un respiro, piuttosto. E nasceva, per caso, nel 1988, quando dopo un concerto con il suo quintetto storico, Paolo Fresu viene coinvolto dal sindaco dell’epoca per “pensare qualcosa per il paese”, disse proprio così. Ed è in questa occasione che a Paolo viene in mente quello che ancora oggi coinvolge artisti internazionale dell’Arte del Jazz. Perché il jazz è un’arte, non c’è che dire. All’inizio, qualche centinaio di coraggiosi, incurabili jazzofili e molte perplessità nel paese. È stata una conquista graduale, a piccoli passi, nota dopo nota. Negli anni la piazza principale di Berchidda, il cuore pulsante del paese, e quindi del festival, è divenuta una cassa armonica del jazz internazionale: oggi sono una quindicina i paesi che partecipano al progetto. E la parola d’ordine è condivisione – per questo motivo, non è certo sbagliato definirlo “un respiro” – visto che ogni anno le stelle del jazz, volontari, sponsor, amministratori, convivono assieme, annaffiando le cene con un buon vino Vermentino, sempre fresco. Come fresca è la musica del jazz che porta Fresu ogni anno.


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Paolo Fresu tra le vigne, Time in Jazz 2011 | Foto Massimo Schuster. Sopra un concerto a Berchidda

Ma un’altra città, per il giovanissimo Fresu, diviene “porta del cielo”. È Sassari con il suo conservatorio. La cattedra di contrabbasso classico è tenuta da Bruno Tommaso, uno dei maggiori specialisti del jazz del panorama internazionale. Nel 1980, Bruno Tommaso consiglia al giovane studente di frequentare i Seminari Senesi di Jazz, nati solo un paio d’anni prima. Non sono ancora i corsi “ufficiali” di Siena Jazz, la scuola d’eccellenza ormai conosciuta in tutto il mondo, ma ne costituiscono l’embrione primo. Fresu lascia per la prima volta la sua Isola e nell’estate del 1980 approda nella terra toscana. Altri paesaggi, altri colori, ma sempre un “denominatore comune”: il jazz, l’immancabile e intramontabile jazz. È questo senese, un altro tassello per la vita di Paolo, perché il mosaico di note comincia a essere davvero interessante. Tanto che nel 1982 arriva alla prima registrazione per Radio3. È sempre il suo maestro Bruno Tommaso a essere decisivo. Lo chiama, infatti, per la trasmissione radiofonica “Un certo discorso”. Il maestro Tommaso è anche compositore e così prepara un repertorio per la trasmissione con una neonata orchestra. Tutto nuovo, insomma. Musica, strumenti, persone, anime e cuori. Fra questi, c’è quello di Fresu che viene a contatto con la realtà della radio. È il primo ingaggio fuori dalla sua amata Sardegna. E proprio al suo maestro, deve una regola fondamentale per l’arte,

per il jazz, a cui Fresu continua ancora a rifarsi: dare importanza ai rapporti umani, prima di tutto, perché l’arte non è altro che dialogo fra Uomini. Enumerare i successi, i percorsi umani e artistici di questo grande nome che ha portato la Sardegna nel cuore, e continua a portarla, sui palcoscenici internazionali, sarebbe una impresa non certo semplice. Proviamo tuttavia, in chiusura, a ripercorrere il cammino stellato della sua carriera. Nel 1990 vince il premio indetto dalla rivista Musica Jazz come miglior musicista italiano, miglior gruppo (Paolo Fresu Quintet) e miglior disco per il suo “Live in Montpellier”. Nel 1996 vince il premio di miglior musicista europeo con la sua opera presso l’Académie du Jazz di Parigi, ed il prestigioso Django d’Or, come miglior musicista di jazz europeo. Anno 2000, la nomination come miglior musicista internazionale. Ha registrato oltre quattrocento dischi. Novanta a proprio nome o in leadership, gli altri con collaborazioni internazionali. È stato più volte ospite in grandi organici quali la G.O.N. - Grande Orchestra Italiana, l’ONJ - Orchestra Nazionale di Jazz francese, la NDR - orchestra della Radio tedesca di Amburgo. Insomma, di strada, quel giovane venuto da quel paese prima sconosciuto, dal nome così strano, ne ha fatta molta. E tanta ne farà. Di questo, ne siamo certi.


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COME SE NON CI FOSSE UN DOMANI PINO E GLI ANTICORPI TORNANO AL CINEMA di DANIELE DETTORI foto VALERIA BRANDANO

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ono passati alcuni anni dall’ultimo incontro con Stefano Manca. Quella volta ci raccontò la genesi del suo professor Rocco Bilaccio. Poi è seguito il debutto cinematografico con Bianco di Bab­ budoiu. Oggi lo ritroviamo per un altro gradito evento: l’uscita di Come se non ci fosse un domani, secondo film di Pino e gli Anticorpi dal 14 novembre nelle sale e dal 13 (un giorno in anticipo) a Sassari, in anteprima e con quattro proiezioni per l’occasione: ore 16, 18, 20 e 22. Per non rischiare di perdere i posti potete prenotare attraverso il sito o la App del Cityplex Moderno. Ma intanto cerchiamo di capire di più su quest’ultima fatica dei celebri artisti. «Si tratta di un film a episodi», racconta Stefano. «Abbiamo preso spunto dai film classici del cinema italiano, come I Mostri, I Nuovi Mostri

o Sessomatto. Come in quei casi, le storie hanno un tema che fa da filo conduttore e alcuni attori interpretano parti diverse nei vari episodi. Inoltre, volendo raccontare lo spaccato sociale della nostra epoca, abbiamo scelto il titolo di Come se non ci fosse un domani, proprio perché l’assenza di futuro è un sentire comunemente diffuso. Noi lo raccontiamo dal punto di vista dell’isola e di ciò che succede in questo nostro mondo, in particolare il nord Sardegna con epicentro Sassari. Siamo partiti scrivendo parecchie storie, tra le quali abbiamo poi fatto una selezione delle più interessanti.» Va da sé che il cast sia particolarmente ricco in termini di ospiti locali, nazionali e internazionali. Tra i tanti nomi di colleghi e amici che Stefano ci snocciola ricordiamo qui soltanto Benito Urgu, Chicca Zara, Massimiliano Medda, Antonello Grimaldi; ma anche Rossella Brescia, Giovanni Cacioppo, Rita

Pelusio, Gianluca Impastato, il produttore e attore di cinema hard Francesco Malcom e perfino due nomi esteri: l’inglese Tim Daish e la russa Marina Kazankova. «Abbiamo girato in centro città: Corso Vittorio Emanuele e Piazza Tola, per esempio, ma anche Porto Torres, Alghero e l’Asinara. Mostriamo luoghi diversi rispetto al precedente film e poi una chicca: un episodio in cui la Sardegna si vede da molto in alto perché è completamente ambientato nello spazio. Lo abbiamo girato in studio, in croma key con lo sfondo verde. Abbiamo riprodotto l’interno di una navicella spaziale, realizzata dagli scenografi coadiuvati dagli stagisti dell’Accademia delle Belle Arti di Sassari; un bellissimo lavoro al quale è seguita tutta la post produzione.» In sala si vede, naturalmente, il risultato finale di un lavoro duro e che dura anche parecchio. «Il nostro è un film dal

budget molto basso. Nonostante ciò, muovere una troupe base di una quarantina di persone più gli attori richiede organizzazione negli spostamenti e nella tabella di marcia. In questo siamo stati molto bravi perché abbiamo terminato tutti i giorni di riprese, tranne uno, in anticipo di mezzora. Abbiamo fatto fronte ai vari problemi meteorologici senza perdere una giornata. C’è da dire che l’esperienza precedente è stata utilissima e, anche per questo, parte della squadra è la stessa.» A proposito, quali sono state le sorti di Bianco di babbudoiu? «Ha avuto un’accoglienza tiepida, al limite della debacle, ma poi si è ripreso bene tanto che è rimasto nelle sale sarde per un tempo superiore alla media. La sua vera vita è cominciata però dopo. Intanto ci siamo incaponiti nel seguirlo con la distribuzione; poi lo ha voluto Sky in esclusiva per nove mesi. Quindi ha partecipato a numerosi festival e,


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Stefano e Michele Manca in diverse scene del film, sopra con Massimiliano Medda e in basso a sinistra con Rossella Brescia

da uno all’altro, siamo arrivati in Russia dove ha trovato una buona distribuzione tanto che, la scorsa estate, è stato trasmesso anche in chiaro, in TV. Grazie ad Amazon Prime è stato poi distribuito in America, in Inghilterra e in altri ottanta Paesi, tra cui in Italia un paio di mesi fa. Ricordo, per quel film, una grande fatica e un montaggio molto sofferto. Il premontato durava due ore e mezza: al produttore scese un crasto, come si dice a Hollywood. Per Come se non

ci fosse un domani, invece, abbiamo avuto soltanto un quarto d’ora circa da tagliare. Meno male non c’è più la pellicola, che si pagava un tot al minuto.» Un altro successo, contrariamente alle aspettative generali, è stata quell’anno (era il 2016) la partecipazione al Festival di Sanremo. «Abbiamo ricevuto pressioni negative per tutti i tre giorni precedenti alla nostra esibizione», ricorda divertito Stefano. «Il mantra

era: “Tanto a Sanremo i comici vanno male”. Lo stesso Carlo Conti ci fece convocare nel suo camerino facendoci recitare lo sketch a bruciapelo e dicendoci solo dopo che, se avessimo esitato appena, ci avrebbe tagliati dalla scaletta. Noi eravamo invece molto zen, forse perché non sentivamo di avere da perdere chissà cosa. Sul palco, nei pochi secondi di silenzio che precedono l’inizio delle nostre gag, potevo vedere Carlo sudare freddo. Poi i primi apprezzamenti in

sala; anche lui rideva e abbiamo fatto il picco di share.» Siamo in chiusura. Forse non tutti sanno che, dopo lunghi studi, Michele Manca (il famoso Pino La Lavatrice) insegna a Sassari, nel quartiere Carbonazzi, all’interno dello Spazio Studio Totonna, luogo adibito a sala prove e formazione per lo spettacolo. È infatti l’unico italiano autorizzato a insegnare il metodo Philippe Gaulier, mostro sacro nell’arte del clown.


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I Magnifici 3 Viaggio nel mistero: tre luoghi alchemici in Italia di DANIELE DETTORI

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ompiremo, questo mese, tre passi nel mistero. Ci muoveremo lungo la penisola seguendo un itinerario molto particolare che ha per filo conduttore l’alchimia. Antesignana dell’odierna chimica secondo alcuni, scienza dei folli per altri, l’alchimia ha lasciato dietro di sé, nei secoli, luoghi enigmatici e ricchi di fascino capaci di rendere edotti su un altrove forse non troppo distante e non solo orientato – almeno letteralmente – a trasformare il piombo in oro. Se passate da Napoli consigliamo di spendere il giusto tempo per una visita al Museo Cappella Sansevero (foto 1), un piccolo gioiello racchiuso nella città antica che custodisce oggi l’eccezionale lascito del suo eclettico proprietario, Raimondo di Sangro, settimo principe di Sansevero. Molto versato nell’Arte Regia, il principe

conosceva formule e composti chimici oggi perduti che regalavano particolare qualità ai colori e ai materiali impiegati per la realizzazione di opere d’arte di grande suggestione giunte fino a noi. All’interno del museo sono incantevoli le statue, i dipinti e le simbologie che circondano il visitatore. Tra le opere più note ricordiamo il Cristo velato – realizzato nel 1753 dallo scultore Giuseppe Sanmartino – famoso per il velo trasparente, anch’esso scolpito, che avvolge la statua; e le Macchine anatomiche. Su queste, ancora oggi si discute come sia stato possibile realizzarle: sono, infatti, una riproduzione dettagliata fin nei minimi particolari del sistema cardiocircolatorio di due individui, uomo e donna. Una conoscenza per l’epoca impensabile. Siamo nella seconda parte del 1600, invece, quando a Roma viene realizzata la Porta Alchemica (foto 2). Pare, in realtà, che fossero cinque, tutte situate all’interno della Villa Palombara purtroppo demolita sul finire del 1800. Quella visitabile oggi presso i giardini di Piazza Vittorio è quindi l’unica sopravvissuta. Si tratta di una finta porta incastonata su un blocco roccioso e recante, sugli stipiti, simboli e scritte utili all’iniziato per progredire nel suo percorso di ascesi. In effetti, tutta la villa

rappresentava un itinerario ricco di simboli e massime filosofali di cui la porta costituisce oggi una ridottissima summa. Tra le leggende sorte intorno a questo luogo ricordiamo quella di un ospite del marchese Palombara che, adepto della scienza misteriosa, una mattina attraversò la porta sparendo per sempre. Approdiamo infine al nord, in una città definita magica per tradizione: Torino (foto 3). Al centro di svariate correnti esoteriche, e ricca di monumenti dalla simbologia massonica e occulta, si può dire che questo luogo mantenga fede a un’importante massima dell’alchimia: “come in alto, così in basso”. Non solo in superficie sono infatti custoditi i tesori e i misteri di Torino, ma anche nel sottosuolo. Le Grotte Alchemiche, tra mito e reali ambienti sotterranei, sono da tempo oggetto di indagine e speculazione tra gli appassionati. Si tratta, in pratica, di tre luoghi che permetterebbero il passaggio da questo piano dell’esistenza a uno superiore. Qui sarebbe nascosta la pietra filosofale, vero oggetto di ricerca da parte di tutti gli alchimisti, capace di donare l’immortalità. A Torino i passaggi sotterranei non mancano, realizzati attraverso i secoli per i fini più diversi, e una parte di questi è aperta al pubblico per la visita.


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LO SULLE GIARE: GENO O V NI IN di ALESSANDRO LIGAS

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milioni di anni fa il mare invase buona parte della Sardegna. Ricci, conchiglie, lumache di mare fino ad arrivare al gigantesco squalo Megalodonte (che poteva superare i 15 metri di lunghezza) sono soltanto alcuni degli organismi che nel Miocene abitavano l’isola. Oggi sono reperti fossili che possiamo ancora ammirare nella cava Duidduru, di Genoni, e raccontano di una Sardegna diversa da quella odierna. Un territorio che si trova a circa 500 metri sul livello del mare e che un tempo era il suo fondale. “Fossili seppelliti da decine di metri di sabbia – racconta Michele Zucca, presidente della Giunone Società Cooperativa che gestisce il sito – ma anche fossili che sono nello strato più superficiale. Tra questi è stato trovato, tra Genoni e Nureci, anche un raro crinoide, il pezzo più antico del museo, che ha 250 milioni di anni e un dente di coccodrillo”. Un’immagine di un’isola inedita che si discosta molto da ciò che oggi è. “Agli inizi del miocene la Sardegna e la Cor-

sica – sottolinea Michele Zucca - non si trovavano al centro del mediterraneo occidentale ma erano di fronte alle coste della Provenza, in Francia. Dopo circa 6 milioni di anni il blocco sardo corso si è spostato lentamente nella posizione odierna”. Per poter capire meglio com’era l’isola a quell’epoca può aiutarci un’immagine di un attuale mare tropicale: un fondale marino limpido e poco profondo abitato da grossi ricci, grossi squali, barriere coralline e tante altre forme di vita. La maggior parte dei reperti fossili ritrovati sono presenti al PARC, il Paleo Archeo Centro, museo situato a Genoni, nato nel 2009, che ha l’obiettivo di valorizzare le ricchezze geologiche, paleontologiche e archeologiche di questo pezzo di Sardegna. Un sito unico in Sardegna che si trova a cavallo tra il Sarcidano e la Marmilla ed alle porte della Barbagia. La giara di Genoni non è solo questo. 16 chilometri quadrati di territorio che si estendono su un altopiano basaltico pliocenico con una storia ricca e variegata impreziosita da suggestivi panorami. Età nuragica, età punica, età

romana oltre a un ex convento del 1600 sono soltanto alcune tappe di un più articolato itinerario che ci permette di viaggiare nel tempo arrivando ai giorni nostri passando per la ricostruzione geologica dell’isola e le scoperte del territorio. Il colle di Santu Antine a Genoni conserva i resti di un insediamento punico realizzato sopra un preesistente abitato d’età nuragica, di cui è attualmente visibile un recinto megalitico, un nuraghe riadattato e inserito in un tracciato murario, e un pozzo profondo 39 metri, che ha restituito una notevole quantità di materiali provenienti da diversi periodi storici. Grazie ad un plastico, presente nel centro, è possibile avere una visione complessiva dell’area. Si può ammirare la sommità del colle, la ricostruzione della chiesa, delle fortificazioni puniche, del nuraghe e del pozzo. Un viaggio che si può fare anche da prospettive inedite e innovative grazie a nuovi strumenti tesi ad offrire una visione con immagini aeree a 360° mediante l’utilizzo di visori per realtà immersiva. Video e immagini rendono fruibile il pozzo e permettono


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di simulare la discesa fino a toccare il fondo immerso in limpide acque. Il viaggio indietro nel tempo ci porta nell’epoca moderna Sarda entrando nell’ex convento dei Frati Minori Osservanti. Una struttura del 1600 appena restaurata che offre un panorama mozzafiato sul paese, sulla Marmilla e sulla Giara di Gesturi oltre che uno spaccato delle vicende dell’epoca. La giara di Genoni è inserita nella più vasta area chiamata “La Giara”. Un altopiano di basalto circondato da undici comuni, che si sviluppa per circa 45 chilometri quadrati, il cui nome si perde nel tempo. Il nome Giara, in sardo “Sa Jara”, deriva probabilmente dal latino glarea (ghiaia), con riferimento alla diffusa pietrosità che caratterizza la superficie dell’altopiano. La Giara iniziò la sua formazione nel miocene, 20-25 milioni di anni fa, quando nella zona ancora sommersa dal mare si formarono le rocce sedimentarie, ma la formazione vera e propria è da far risalire al pliocene, circa 3 milioni di anni fa, con le eruzioni vulcaniche di due piccoli crateri (Zepparadda e Zeppara Manna) che andarono a ricoprire una vasta area con le loro lave. Nei successivi milioni di anni, l’erosione attorno a questo tavolato di lava basal-

tica fece “emergere” la Giara i cui costoni sono contraddistinti da ripide falesie e in alcuni punti da rapide cascatelle. La parte centrale è piatta e interrotta da due rilievi, Zepparadda e Zeppara Manna, punti panoramici notevoli dai quali osservare le pozze d’acqua, is palulis, che costellano la verdeggiante macchia mediterranea. L’area è meglio nota soprattutto come il luogo dove trovano rifugio i Cavallini della Giara, tra i pochi cavalli selvatici d’Europa, e proprio a Genoni è presente il Museo del Cavallino della Giara. Un museo etnografico allestito in una suggestiva casa dei primi del 900, con un ampio giardino e una stalla, dove si può trovare uno spaccato delle epoche del passato, degli strumenti del lavoro dei campi, della falegnameria e della pastorizia oltre ad una sezione dedicata alla storia del cavallino. Il PARC e i siti sono aperti tutto l’anno, offrono percorsi adatti alle scuole, alle famiglie e a qualunque genere di visitatore. È possibile acquistare i biglietti singoli oppure quelli cumulativi per più attrazioni, con la possibilità di usufruire di offerte per le famiglie. Ulteriori informazioni sono reperibili sul sito parcgenoni.it.


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L’antica comunità del sale Alla scoperta delle Saline Conti Vecchi

di ALBA MARINI

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ontagne di sale bianco che si intervallano alle tinte rosa dei fenicotteri e al verde pacifico della natura circostante. Ci troviamo immersi nelle Saline Conti Vecchi, un’oasi naturalistica nel polo industriale di Assemini, dove l’attività antropica ha saputo integrarsi perfettamente con l’ambiente per quasi un secolo. È qui che, per 2700 ettari, sullo Stagno di Santa Gilla, si estendono le più longeve saline della Sardegna, per altro ancora in funzione. L’officina era il cuore di quella che è la seconda salina più grande d’Italia, capace di pro-

durre circa 250 mila tonnellate di sale all’anno. Più che del cuore, in realtà, si trattava di un vero e proprio cervello: era qui che si riparavano i grandi macchinari usati per l’estrazione del sale marino. La macchina del sale, insomma, non doveva interrompersi mai. Tant’è che, ancora oggi, questo ciclo continua, anche se in modo più moderno (ma non troppo!). La nascita delle saline di Assemini la dobbiamo a un lungimirante Luigi Conti Vecchi, un signore di Firenze, ex direttore delle Ferrovie Sarde. Trasferitosi con la famiglia nell’isola e progettate le ferrovie, si innamorò di questa terra, capace di essere contempo-

raneamente dolce e aspra in tutte le sue manifestazioni naturali. Andato in pensione nei suoi 70 anni, sul finire degli anni ’20, l’Ingegner Conti Vecchi decise di creare una salina di 2700 ettari in una zona depressa ai margini della città, avviando un processo di bonifica dello stagno. Le Saline di Conti Vecchi iniziarono ufficialmente la loro attività nel 1931, a fronte della concessione rilasciata con decreto regio dieci anni prima. Ma il progetto dell’ingegnere fiorentino non si limitò alla creazione di una realtà industriale florida e ben funzionante. Luigi Conti Vecchi, infatti, diede vita a una vera e propria comunità del sale,

dove tutti i lavoratori - dagli alti vertici (lui compreso) fino agli operai – vivevano in armonia e con non pochi comfort per l’epoca. Agli operai spettavano piccole casette, dotate di un bagno, di un pollaio e di un orticello. La vita in questo modo diventava subito più familiare e il lavoro di per sé duro dal punto di vista fisico veniva ripagato non solo con il denaro, ma anche con i frutti della terra: dall’uovo delle proprie galline, fino alle verdure dell’orto. La comunità era famiglia in tutti i sensi: i bambini, figli di operai e dirigenti e persino i parenti di Conti Vecchi, andavano tutti nello stesso asilo: quello creato all’interno del


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villaggio di Macchiareddu. Un pullmino portava i ragazzi a scuola a Cagliari e persino i matrimoni avvenivano in salina. L’impianto era anche ecosostenibile e autosufficiente: Conti Vecchi seguiva la filosofia del non buttare via niente. Gli scarti del processo di salinizzazione venivano riutilizzati, così come i materiali edili: un ottimo esempio di economia circolare direttamente dal passato. Nel maggio del 2017 le Saline Conti Vecchi sono state aperte al pubblico. Il merito è sicuramente della ristrutturazione del vecchio impianto operata da Syndial in collaborazione con il FAI - Fondo Ambiente Italiano, che ha reso accessibili le aree dove la comunità del sale creata da Conti Vecchi lavorava e viveva. La vicenda del Signor Conti Vecchi ha preso oggi la forma di una favola sul lavoro, un esempio di efficienza, umanità e rispetto della natura. Si tratta del primo sito archeologico aperto all’interno di un impianto ancora produttivo. Nelle Saline di Assemini è pos-

sibile camminare tra gli ambienti storici di Direzione, Uffici e Laboratorio chimico, ripristinati nel loro aspetto originale, esattamente come dovevano apparire negli anni ‘30. Il viaggio indietro nel tempo è facilitato dalle grandi ed evocative videoproiezioni nell’Officina e nell’ex-Falegnameria, dedicate alla storia e al funzionamento delle Saline. Per una visita immersiva nel mondo della lavorazione del sale in Sardegna, non può mancare uno sguardo attento al paesaggio: la natura è l’ultima protagonista della visita alle saline. I visitatori, infatti, percorrono a bordo di un trenino un itinerario che si snoda tra vasche salanti e candide montagne di sale, immersi in un magico mondo tinto di rosa popolato da centinaia di fenicotteri. Anche l’impianto moderno in funzione è visitabile. Così, insieme agli ambienti di inizio Novecento (diventati un vero e proprio monumento di archeologia industriale), è possibile vedere le vasche rosa in cui il sale sta “maturando” per la raccolta di fine ottobre e novembre.

Le Saline Conti Vecchi sono aperte dal martedì alla domenica. La visita ha una durata massima di due ore e comprende un’ora di visita libera all’interno degli uffici storici e un’ora di tour guidato in trenino. A causa della limitata capienza del trenino si consiglia la prenotazione. Il prezzo del biglietto è di 10 euro per gli adulti, mentre i bambini possono accedere gratuitamente al sito. Sono previsti sconti per i ragazzi, per gli studenti, per i gruppi e per i residenti nel comune di Assemini. È anche disponibile un servizio transfer.

Le saline hanno superato la guerra, hanno resistito alle scelte non sempre lungimiranti della moderna politica industriale. Fuori dalle sale antiche, costruite con mattoni d’argilla, il sole sorge e tramonta, passano le stagioni e i fenicotteri passeggiano eleganti nell’acqua, in un quadro vivo dove tutti i colori si incastrano perfettamente. Nel frattempo, il complesso ingranaggio della produzione del sale continua a produrre e si rinnova, seguendo l’esempio del suo saggio fondatore. Foto Giorgio Gori e Andrea Mariniello © FAI

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IL PROGETTO AQUILA A-LIFE

di FRANCA FALCHI

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AQUILA DEL BONELLI

elmar vola nel cielo di Sardegna, nel suo primo anno nel nostro territorio ha attraversato l’Ogliastra per poi fare ritorno nel luogo di rilascio. Helmar (in onore di Schenk stimato studioso della fauna sarda) è una giovane Aquila del Bonelli e insieme a Posada, Tepilora e Abbalukente fa parte del primo gruppo di rilascio del Progetto Europeo Aquila aLife finalizzato all’incremento dell’areale di questa aquila nel Mediterraneo Occidentale e il recupero della specie oggi classificata, in

Italia, in pericolo critico di estinzione. L’Aquila fasciata, Abilastru in Sardo, si riconosce per l’evidente banda scura al termine della coda squadrata, è una specie termofila che frequenta gli ambienti mediterranei rocciosi ma non elevati, con praterie, pascoli o aree agricole. È sedentaria e abile cacciatrice in grado di catturare in volo corvidi e colombi o a terra piccole prede quali ratti e conigli selvatici, lucertole e serpenti. La sua presenza si è diradata in Sardegna a causa della lotta ai no-

civi, legale sino al ‘73, che unita al bracconaggio, al saccheggio dei nidi da parte di collezionisti, all’antropizzazione e alla conseguente riduzione delle prede hanno portato a supporre la sua estinzione tra gli anni 80 e 90. Il progetto, coordinato da GREFA, ONG spagnola che si occupa di conservazione della natura, con la col-


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laborazione dell’ISPRA, Area per l’avifauna migratrice e il supporto della Regione Sardegna con l’Agenzia Forestas, è una grande opportunità per la conservazione della specie e il ripristino della continuità territoriale nel Mediterraneo. Prevede il rilascio di 25 esemplari nell’arco di cinque anni. La prima fase, iniziata nel 2018, è stata interessata dall’individuazione dei siti di rilascio, infatti quest’aquila tende a nidificare nelle vicinanze di questi siti. La località scelta per maggior aderenza alle caratteristiche di habitat, presenza di prede e protezione è stata il Parco Naturale Regionale Oasi di Tepilora dove è stata allestita la prima voliera di ambientamento. I primi cinque pulli sono arrivati nel giugno 2018, provenienti da Spagna e Francia, il progetto prevede infatti il ri-

lascio tramite l’hacking, crescita in voliera e involo senza contatto diretto con l’uomo. Gli aquilotti dovranno sperimentare da soli le tecniche di caccia e a perlustrare il territorio, il primo anno di vita è proprio quello che registra il maggior tasso di mortalità. Aquila a-life prevede anche un’azione di tutela dalle maggiori cause di morte quali l’elettrocuzione, la caccia, i bocconi avvelenati e la West Nile, virus endemico capace di blocco nervoso e conseguente decesso. A questo scopo è stata attivata una rete di sensibilizzazione sia verso allevatori e cacciatori sia verso aziende responsabili dei cavi aerei. Questa estate altre 5 aquile sono state rilasciate e tra pochi anni saranno pronte per l’accoppiamento.


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BASKET: DINAMO SASSARI

LA SQUADRA DI COACH POZZECCO A PIENO REGIME TRA CAMPIONATO E BASKETBALL CHAMPIONS LEAGUE di ERIKA GALLIZZI

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rosegue il cammino della Dinamo Banco di Sardegna Sassari nella Serie A di basket ed è iniziato anche quello nella Fiba Basketball Champions League. Dopo un avvio di stagione roboante, con la vittoria della Supercoppa e un filotto di cinque successi, è arrivata qualche sconfitta, da cui, però, il Banco ha rialzato prontamente la testa. Le sconfitte sono state due e hanno mostrato una Dinamo lontana da quella vista fino a quel momento, ma anche successivamente. Poco concentrata, poco convinta e, di conseguenza, molto imprecisa. Il primo ko è arrivato, inaspettatamente, tra le mura amiche del PalaSerradimigni, per mano della Pallacanestro Trieste, nella quarta giornata di andata della Serie A. La seconda è maturata nel secondo turno di Fiba Basketball Champions League, in casa del Turk Telekom, dopo un match che ha visto una Dinamo per niente incisiva nella prima parte e con “sprazzi” di veemenza (in particolare di Evans, Pierre e Spissu) nella seconda che, però, non sono bastati per completare la rimonta. Ma ci sono state anche le vittorie. Prima, infatti, il Banco aveva espugnato il campo della Dolomiti Energia Trentino in campionato (76-73), con una tripla a fil di sirena di Curtis Jerrells, e poi aveva esordito positivamente in coppa battendo il Lietkabelis, di misura, 79-78, e “con brivido”, grazie alla freddezza di Pierre, autore di una prova personale eccellente,

dalla linea della carità. La quinta giornata di campionato ha visto la Dinamo riposare (la Serie A, con la defezione di Avellino, ha un numero di squadre partecipanti dispari), per poi riprendere con altri due successi piuttosto netti: sul parquet dell’Acqua S. Bernardo Cantù (87-70) e contro la Virtus Roma dell’ex Jerome Dyson (108-72). In Champions, invece, la seconda vittoria è arrivata al terzo turno, contro il Filou Ostenda (90-71) al termine di una gara sempre ampiamente condotta, in cui i biancoverdi hanno incontrato un momento di difficoltà soltanto nel terzo quarto. Per quanto riguarda i singoli, l’avvio di stagione ha messo in evidenza l’ottimo stato di forma di Pierre e Spissu, le buone doti e l’utilità di Evans, mentre sta faticando ad entrare in condizione McLean, Jerrells dovrebbe avere un atteggiamento più positivo e coinvolgere di più i compagni e Bilan, dopo qualche partita abbondantemente sottotono, sembra aver imboccato la via giusta. Il calendario del campionato ora prevede un trittico di gare dall’alto quoziente di difficoltà: trasferta sul campo dei Campioni d’Italia della Reyer Venezia, che riporta alla mente la fantastica finale playoff dello scorso anno, arrivo al PalaSerradimigni della Grissin Bon Reggio Emilia e sfida, in terreno nemico, all’Armani Exchange Milano. In coppa, invece, la Dinamo farà visita al Polski Cukier Torun, poi ospiterà lo Strasburgo e, infine, giocherà sul parquet dell’Holon.


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di HELEL FIORI

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’amore insegna, cura, azzera e regala. Il rock evolve, risuona, dà schiaffi e carezze. Ce lo racconta bene il primo progetto solista di Alessandro Azara Non eri qui, rilasciato nel giugno 2019. Palaese, classe 1973, imbraccia la chitarra a diciott’anni per non lasciarla più: passione che lo porterà a collaborare con vari artisti fino ad impegnarsi nel progetto tributo a Rino Gaetano che porta avanti dal 2011 con all’attivo più di cinquecento concerti. Formatosi tra il cantautorato di De André e il rock dei CSI (nel ’94 fu letteralmente folgorato dall’album In quiete) passando per Nick Cave, in questo album Alessandro non dimentica da dove viene e ci presenta nove delicate ballads dalle atmosfere cupe, in cui musica e parole si dispiegano lungo le emozioni fino ad arrivare a rabbiosi sfoghi strumentali. E seppur a tratti non sia difficile ritrovarvi anche rimandi al rock italiano di Renga, Mango, Negrita, questo album è comunque figlio di quel filone Indie che si rivela ancora il più appropriato per raccontare il disagio dei nostri tempi. Il lavoro di Azara è intimo, quasi autobiografico, un atto dovuto per

NON ERI QUI

ALESSANDRO AZARA SI RACCONTA IN ROCK chiudere un capitolo della propria vita e andare avanti nel proprio percorso. La prima traccia, che titola l’album, rappresenta un momento di sofferenza in cui tuttavia permane la speranza di riuscire a farcela, e la speranza è una delle lenti attraverso cui si può accogliere il disco nella sua interezza: una cronaca delle difficoltà profonde connesse ai legami umani (dell’individuo relato alla società, alla coppia, alle scelte, al tempo che passa, alle dipendenze) che però non preclude una loro risoluzione, o almeno sottintende aperture possibili che sì purtroppo non tutti seguono, ma che comunque esistono. Dice l’autore: “Non eri qui è un punto di vista personale, la ricerca di una luce, di una redenzione, di un appiglio al quale aggrapparsi per non sprofondare nello stesso baratro oscuro che ha inghiottito la nostra epoca, un conflitto interiore che culmina in una

disperata preghiera protesa verso un qualcosa di irraggiungibile, quello che, proprio quando la speranza sta per spegnersi, accade.” Per strutturare le musiche Alessandro ha goduto dell’apporto di un ensamble musicale di tutto rispetto (Paolo Erre, Marco Camedda, Massimo Cossu, Uccio Soro, Giovanni Pinna, Paolo Zannin, e l’ingegnere audio Alberto Erre) con cui ha costruito vere e proprie labirintiche ambientazioni sonore dalle quali si evade ristorati da assoli di sonorità dirette e senza fronzoli. Per restare aggiornati sui live e l’uscita del primo videoclip riportiamo alle piattaforme Facebook @alessandroazaramusic e Instagram @alessandro_azara, mentre l’album è disponibile su Spotify, Amazon, YouTube o in copia fisica: opzione che i nostalgici apprezzano parecchio. Ben fatto!

"Il benessere del tuo corpo inizia dalla cura dei tuoi denti"

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Il dentista risponde

Il Dott. Giuseppe Massaiu è un professionista di riferimento e opinion leader in tema di Odontoiatria Naturale e Biologica, insegna in corsi frontali e on-line argomenti clinici ed extra-clinici legati al mondo della Odontoiatria e della Medicina Naturale, Posturale e Olistica oltre che del Management e del Marketing Odontoiatrico.

L’IMPORTANZA DELLA SIGILLATURA DEI SOLCHI NEI DENTI DEL BAMBINO

I

molari e i premolari, ovvero quei denti che sono collocati nella parte più interna della nostra bocca, possono avere dei solchi – ovvero delle fossette, un po’ come delle gole o dei canyon su delle montagne – in cui si può lentamente insinuare la placca batterica soprattutto se i denti sono lavati poco. Più tali solchi sono profondi, più c’è accumulo e più si rischia che i batteri prosperino fino a creare una carie. I primi molari permanenti spuntano relativamente presto nella nostra vita, tanto da essere chiamati “denti dei sei anni”. A quell’età, in cui è molto alto il consumo di zuccheri ed è ancora bassa la consapevolezza (o l’abilità) nel gestire la propria igiene orale, il pericolo che si creino lesioni cariose aumenta di molto. Per tale motivo, sia io che i miei colleghi consigliamo sempre una strategia preventiva ai genitori dei nostri pazienti. La sigillatura dei solchi. In pratica si procede applicando nei solchi dei primi

morali permanenti una speciale resina che andrà a proteggere lo smalto di quelle zone nascoste e quindi di difficile pulizia, in cui si possono accumulare residui di cibo e batteri. Questa resina è sempre di tipo foto-polimerizzabile, ovvero indurisce rapidamente quando viene esposto ad una sorgente luminosa di lunghezza d’onda specifica. Una volta eseguita questa operazione, si procede con l’eliminazione di eventuali eccedenze, in modo da non lasciare rialzi occlusali che potrebbero creare fastidi alla masticazione. L’operazione è rapida, senza alcuna contro-indicazione e totalmente indolore, e non è necessaria né l’anestesia né l’utilizzo di strumenti invasivi come, ad esempio, il trapano. Le sigillature, in quanto composte da resina, durano per anni ma non per sempre. Le abitudini alimentari del bambino, la cura della propria igiene orale o altre cause possono allungare o ridurre il tempo della loro esistenza. Il

dentista e l’igienista, quindi, dovranno controllare il loro stato di usura, e nel caso intervenire nella loro sostituzione prima che perdano la loro efficacia protettiva. Per concludere dunque questi appunti da tenere a mente. Le sigillature vanno eseguite precocemente all’arrivo dei primi molari permanenti (tra i sei e i sette anni) e i bambini già a quella età verranno informati dall’igienista dell’importanza dell’avere la bocca sempre pulita e seguiti con

visite periodiche semestrali. Quindi le sigillature non possono essere una scusante per rilassarsi nel seguire i propri figli nella cura della propria igiene orale. Quest’ultima rimane la principale linea di difesa preventiva della nostra bocca, e garantisce la durata nel tempo di qualsiasi trattamento odontoiatrico. Ogni mese il Dott. Massaiu risponderà ad uno di voi. Inviate le vostre domande a: dott.massaiu@shmag.it.

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