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~romanzo noir~

14,00 €

INVERNO ROSSO

Marco Martz è un “disegnante”. Ha collaborato al progetto The Magdalena Projet e con Teatro Lila come bozzettista di scena. Si concentra su temi sociali e li racconta tramite le tavole di un fumetto sulla rivista Polvere. A oggi mostra le sue opere in diverse personali: al Museo diffuso della Resistenza e all’associazione Bin11 di Torino. Collabora con diversi artisti alla creazione di cortometraggi animati e opere in 3D. www.lagalleriadimartz.blogspot.it

«In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista.» enrico pandiani

LUCA RINARELLI

Luca Rinarelli è nato nel 1975 a Torino, strana città in cui si ostina a vivere. Storia del Novecento, fotografia e cinema le passioni di sempre. Si è occupato per anni di persone senza fissa dimora. Ha pubblicato i romanzi In perfetto orario (Robin 2009) e La gabbia dei matti (Agenzia X 2011). È uno degli autori della biografia Dalla parte degli ultimi, (Edizioni Gruppo Abele). Ha pubblicato in e-book il racconto H, selezionato dal concorso Corpifreddi. I suoi racconti sono stati pubblicati in varie antologie come Un giorno a Torino - Calibro 9 (Novecento media). Inverno rosso è il suo terzo romanzo.

LUCA RINARELLI PREFAZIONE DI ENRICO PANDIANI

INVERNO ROSSO ILLUSTRATO DA MARCO MARTZ

I

n una Torino sepolta dalla neve, i senza fissa dimora stanno misteriosamente morendo. Sembrano banali decessi per assideramento, ma sono troppi in troppo poco tempo per una città di un milione di abitanti. Werner capisce subito che c’è qualcosa di strano. Immigrato dalla Germania Est con un oscuro passato, lui per le strade di Torino ci ha vissuto, lui quei barboni li conosceva ed erano suoi amici. Per le vie di una metropoli senza colore, tra periferie fatiscenti e quartieri post industriali, si aggira un killer. Werner si mette sulle sue tracce in cerca di vendetta. La città in piena crisi economica e sociale fa da sfondo a una ricerca disperata di giustizia che porterà Werner al centro di una ragnatela fittissima di intrighi, tra lobbies di potere e interessi occulti.


~atropo 路 romanzo~ 9


luca rinarelli prefazione di enrico pandiani

inverno rosso illustrato da marco martz


Questo libro è rilasciato con la licenza Creative Commons: "Attribuzione − Non commerciale − Non opere derivate, 3.0" consultabile in rete sul sito www.creativecommons.org Tu sei libero di condividere e riprodurre questo libro, a condizione di citarne sempre la paternità, e non a scopi commerciali. Per trarne opere derivate, l’editore rimane a disposizione.

Collana Atropo Collana diretta da: Anna Matilde Sali Grafica: Gabriele Munafò, Sonny Partipilo Illustrazione di copertina: Marco Martz

© Copyright 2014, Ass. cult. Eris via Reggio 15, 10153 Torino info@erisedizioni.org www.erisedizioni.org Prima edizione aprile 2014 ISBN 9788898644025


Prefazione


Notti e nebbie per Werner

In una Torino simile a Berlino, con le stesse nebbie e la neve che copre anche i pensieri peggiori, dove il muro non divide l’est dall’ovest ma piuttosto il benessere dal malessere, Luca Rinarelli ambienta una storia secca e gelata come la vodka che beve il suo protagonista. Il 2009 non è ancora finito, la nuova linea della metropolitana è una ferita aperta che sembra impossibile da sanare. Crea spazi nuovi, piccole enclaves nelle quali vive un’umanità rifiutata che Rinarelli paragona ai soldati giapponesi abbandonati nella giungla dopo la guerra. E non sono molto dissimili da loro i senzatetto che si muovono in questo romanzo. Eternamente in guerra contro il freddo, la fame e l’indifferenza della gente. Tanto che all’inizio, nessuno fa caso alle loro morti, anche se, a un attento esame, potrebbero apparire strane. Si muovono in un mondo fatto di grigi, di angoli bui, di scale deserte, una città che appare e scompare, ma che a sprazzi mostra 7


la sua bellezza austera. La città meno italiana d’Italia, come ben dice Werner, il protagonista di questo freddo romanzo invernale. Werner è un uomo duro, con un passato che è quasi riuscito a dimenticare. Un passato di cui non è fiero e che non vuole veder riaffiorare. C’è tutta la tragedia della Germania Est, nei suoi occhi, storie di morte e di sopraffazione dalle quali è riuscito, con fatica, ad allontanarsi e che adesso sembrano tornare per chiedergli una sorta di redenzione. È un eroe wagneriano al contrario, non riluce di acciaio e non porta una spada fatata. Un tempo lo è stato, Werner, un tempo faceva parte degli dei, ma erano dei cattivi, pagani, violenti, dei nei quali la pietà che ogni dio dovrebbe avere non esisteva. Ora è fuggito da tutto questo. Come un moderno Ulisse è riuscito a tornare a casa dopo aver vagato per l’Europa nella più totale umiltà. La sua nave di legno si è arenata nelle vie di Torino, la città che lo ha adottato e gli ha dato una nuova vita. Conduce un’esistenza invisibile, lavapiatti di giorno ed eremita di notte. Ma il destino è sceso nella sua stessa città e adesso gli presenta il conto. Ulisse deve trasformarsi in Sigfrido e deve combattere il suo drago. Deve lavarsi nel suo sangue per diventare immortale, ma quella piccola foglia che si deposita sulla sua schiena trattiene dentro di lui l’umanità. 8


L’amicizia, l’amore per la bella Ilenia – il cui nome evoca ancora una volta il passato – un nuovo senso di giustizia e la voglia di sapere. Sono queste le ragioni che fanno uscire Werner allo scoperto, che lo riportano sul campo dal quale era fuggito. La sua nemesi si muove attraverso le vie di Torino, uccide i suoi amici e, in qualche maniera, lo sfida alla battaglia. Martin è l’antieroe, è il male che ha cambiato padrone ma non la propria indole né la propria cattiveria. Lui è il maestro, Werner è l’allievo. Un tempo era così. Ma la venerazione che l’allievo provava per il maestro si è mutata in odio. Maestro e allievo hanno un’origine comune di violenza, hanno versato sangue assieme, si sono protetti e aiutati, tra loro, come per i grandi eroi dell’epica cavalleresca, c’è stata una sorta d’amicizia che è più un legame profondo. Che come ogni legame, però, può essere reciso. Hanno preso strade diverse; uno è spietato, indifferente, crudele, l’altro burbero, solitario, ma gentile. Ed è proprio questo a metterli l’uno contro l’altro in una lotta senza quartiere che tinge di rosso l’inverno torinese. L’inquietante entità per la quale lavora Martin, contro l’umanità indifesa per la quale combatte Werner. La fredda logica contro il calore del sentimento. Una volta di più il bene contro il male. Ma come a volte accade il male è solo, 9


mentre il bene ha forti alleati. È una partita a scacchi, che Rinarelli fa muovere a Torino, una partita dapprima lenta, confusa, esitante, ma che diventa più veloce e disperata man mano che la storia procede. E lo fa con un linguaggio asciutto, misurato, che poco regala all’enfasi facile e alla sciocca spettacolarità di tanti romanzi noir. I personaggi sono credibili, umani e la città li avvolge come una grande madre austera che a tratti li esalta e a tratti li nasconde. A volte li protegge, altre volte li espone ma, come dopo una nevicata pesante o dopo un acquazzone soffocante, per loro ci sarà di nuovo la tranquillità. Werner potrà provare a scrollarsi il passato di dosso, potrà tentare di posare il suo Dragunov per affrontare la nuova vita che si ritrova tra le mani, però non potrà sfuggire ai ricordi che continuano a girare nella sua testa. Ma non è più solo. Enrico Pandiani

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inverno rosso


«Il male non cresce mai così bene come quando ha un ideale davanti a sé.» Karl Kraus «Poteva essere l'uomo a un tempo possente, virtuoso e magnifico, eppure così vizioso e vile? [...] Per lungo tempo non riuscii a concepire come un uomo potesse spingersi ad assassinare il suo amico, o anche perché ci fossero leggi e governi [...]. Sentii parlare di divisione di proprietà, di ricchezze immense e di squallida miseria, di ceto, di discendenza e di nobiltà. [...] Ed io che ero? [...] Ero dotato di un aspetto spaventosamente deforme e ripugnante; non ero neppure della stessa natura dell'uomo.» Mary Shelley, Frankenstein o il moderno Prometeo


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Torino, 10 dicembre 2009 Il professore raggiunse il piazzale sotto casa in una decina di minuti. Aveva deciso di camminare, evitando di svegliare tassisti svogliati. Era l’una di notte. Nel tratto di strada percorso, tra la stazione di Porta Nuova e il monumento ai Fanti d’Italia, non aveva avuto contatti con esseri umani. La statua, al centro dello slargo pedonale, aveva l’elmo ricoperto di neve. Come le spalle. L’illuminazione pubblica, mischiata con la nebbia spessa, confondeva i contorni degli edifici e degli alberi. Oltre ai suoi passi, solo altri due rumori. Un cane in un giardino e un’auto che sfrecciava in corso Duca degli Abruzzi. Il motore attirò l’attenzione dello psichiatra che si fermò. Si voltò in quella direzione e prese a osservare l’edificio del Politecnico. L’insieme di parallelepipedi, che di giorno ospitava migliaia di studenti di Ingegneria, non aveva nulla del suo abituale candore. A quell’ora si mostrava come un’oscura fortezza di pietra, so15


vrastante il soldatino di piombo che gli faceva da guardia. Il luminare schiacciò sulla testa la coppola con i copri orecchie di lana e riprese il passo. Le ville primo ’900 che si affacciavano sulla piazza dormivano nel pulviscolo umido. Archi austeri di pietra, qualche colonna tortile, cupole appuntite. Alcuni di questi gioielli dell’architettura lo facevano pensare alla casa della famiglia Addams dopo un restauro completo. Le linee rette dei giardini, curati alla perfezione, trasmettevano un senso di ordine maniacale. In quella parte della città aveva sempre abitato l’alta borghesia industriale e intellettuale. Il professore era tutto sommato soddisfatto di farne parte. Non raggiunse il fante innevato, ma prese una via laterale. La massa bianca e gelida era stata rimossa dal centro strada per essere ammucchiata sui marciapiedi. Il professore imprecò tra sé e sé, ma poi rise dell’assurdità della cosa. In un’area pedonale, avevano liberato la carreggiata e sepolto i marciapiedi. Giunto a destinazione, aprì il cancelletto di ferro battuto. Lungo la stradicciola di ghiaietto che lo conduceva al portone di casa, si fermò per chiamare Basaglia. Non gli corse incontro come al solito e la cosa lo preoccupò. Salutò Giuseppe e Gianni, i due poliziotti privati che aveva assunto per garan16


tirsi una maggior sicurezza personale. Psicologica, più che altro. «Buonasera, professor Di Mino. Ha fatto buon viaggio?» «Sì, ragazzi. Grazie. Che fine ha fatto Basaglia?» I due pezzi d’uomo in giacca e cravatta si scambiarono un’occhiata. «È nella cuccia che dorme. Gli abbiamo dato un’occhiata e sembra che stia benone. Strano, però. Magari ha preso qualche influenzella di passaggio. Mica capita solo a noi bipedi, no? Comunque non si è fatto vivo nessuno, niente telefonate. Tutto tranquillo.» Il professore ringraziò il più corpulento dei due, salutò e raggiunse il retro del giardino. La casetta di legno era riempita dal gigantesco mastino napoletano che dormiva profondamente. Angelo Di Mino lo accarezzò sulla sommità del cranio e lo coprì bene, aggiungendo una coperta che stava dietro l’animale. Era molto affezionato a Basaglia e di sicuro, in caso di pericolo, quella bestia stupenda l’avrebbe difeso molto di più dei due energumeni eleganti che stavano di fronte all’uscio di casa sua. Certo, quando non ronfava. Entrato in casa, spense l’allarme digitando il codice sulla tastiera alla sinistra dello stipite. Sbuffò e gettò il cappotto e la valigetta sul divano Luigi XVI 17


che troneggiava nell’ingresso. Salì immediatamente al piano superiore, dopo aver acceso i faretti a muro che seguivano la scala in marmo. Fece un rapido giro delle stanze. Come sperava, la moglie e i due figli adolescenti non lo avevano atteso svegli. Silvana, con cui era sposato da trentadue anni, russava con leggerezza. Quel suono delicato lo rilassò del tutto. Prima di spogliarsi e affiancarla nel letto, decise di fare un salto nello studio. Mi sono preoccupato troppo. Nessuno vuole farmi del male. Son pur sempre il responsabile operativo del progetto. Ogni incomprensione si può chiarire, con la buona volontà. Accese la luce e l’arredamento di mogano lo accolse con tutto il suo calore. Qualcosa di freddo e duro gli si appoggiò alla nuca. «Fai silenzio. Cammina in avanti verso la poltrona alla tua destra, senza movimenti bruschi.» Il professore fu aggredito da un giramento di testa, ma si impose di non perdere l’equilibrio. Il raffreddamento delle tempie contrastava con l’assurdo calore che aveva iniziato a fargli colare le ascelle. Mise un passo dopo l’altro come se si trovasse su una fune da circo. Raggiunse la poltrona e si fermò. «Voltati lentamente.» 18


Lo psichiatra eseguì l’ordine senza fiatare. Si trovò di fronte un tizio piuttosto alto. Intuì un corpo snello e robusto allo stesso tempo sotto l’abbigliamento invernale nero. Il passamontagna lo turbò. «Siediti.» Di Mino si lasciò andare all’indietro, dopo aver appoggiato i polpacci alla poltrona. La sensazione soffice di pelle e imbottitura gli trasmise quel poco di sicurezza necessaria per non pisciarsi addosso. Aveva un silenziatore puntato in faccia. In quel momento il terrore gli schiacciò i polmoni. Non si trattava di un topo d’appartamento che sarebbe tornato al suo campo nomadi. «Prendi un bel respiro. Dovrai rialzarti in piedi e stare tranquillo. Cercherai tutti i documenti che riguardano il tuo bell’esperimento e me li consegnerai. Senza fiatare. Se urli, sei morto. Se fai una mossa sbagliata, idem. I tuoi cari e il tuo cane dormiranno a lungo, perciò non ti sentiranno. Se attiri i due pivelli all’ingresso, otterrai l’unico stupido risultato di morire e di ucciderli. Sono stato chiaro?» «Sì.» «Bene. Inizia a rovistare e a tirar fuori. Rapido e silenzioso.» Il professore si asciugò la fronte. Avrebbe voluto bere due litri d’acqua a garganella, tanto la gola era secca. Ritenne che non era il caso di porre richieste di alcun genere. 19


Spinse con le mani sui braccioli e rimase eretto per due secondi. Giusto per accertarsi del suo equilibrio. Si diresse verso il Kandinskij appeso alla parete. Un quadro a cui teneva molto e che gli era costato una fortuna. «Non sei molto originale: il quadro che nasconde la cassaforte…» Il luminare trattenne la stizza: non era né il momento né il luogo adatto per ribattere. Si stupì nel provare soddisfazione mentre si abbassava accosciato e piazzava tre bei colpetti su un listello ben preciso del parquet. Un quadrato di legno di quaranta per quaranta prese a infossarsi nel pavimento con un leggero ronzio. Un clic di stop e poi il quadrato si mosse lateralmente. Emerse quindi una scatola d’acciaio delle stesse dimensioni. Angelo Di Mino avrebbe dato qualsiasi cosa per vedere l’espressione stupita del bastardo, ma pensò ancora una volta che non fosse il caso di voltarsi. «Però! Complimenti! Ora muoviti. Apri e consegna.» Lo psichiatra eseguì alla lettera. «Chiudi tutto e porta il pavimento com’era prima. Poi torna sulla poltrona.» Una volta accomodato sul morbido, il professore percepì l’arsura aumentare con prepotenza. 20


«Hai sete?» Annuì. L’intruso prese la bottiglia d’acqua sulla scrivania di vetro formato portaerei e riempì una coppa di cristallo prelevata sopra il mobile bar in radica di noce. Poi prese qualcosa dal giubbotto nero che indossava. Lo spezzò e ne versò il contenuto nel bicchiere. «Bevi.» «La prego… Ho fatto tutto quello che mi ha ordinato… Cos’ha messo, nell’acqua?» L’estremità silenziata della canna si appoggiò alla sua fronte. «Bevi.» Angelo Di Mino esaudì la richiesta, ancora una volta. Sopraggiunse un torpore immediato. Potente. Ritenne che si trattasse di un potente sonnifero. Non aveva senso pensare a qualsiasi altra cosa. Le immagini e le idee presero a sovrapporsi. La scrivania di vetro e il minibar si confusero col mogano del resto. L’ultima cosa che gli passò per la testa fu Basaglia che dormiva placido nella sua casetta di legno. Buio.

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Il gelo umido lo costrinse a spingere i palmi delle mani dentro le tasche dei jeans. Si ingobbì ancora di più, ma la postura e la testa incassata tra le spalle non lo aiutarono a star meglio. La ghiaia nera circondava i binari. L’odore di metallo gli fece perdere per un attimo l’equilibrio. Mihail riuscì a rimanere in piedi, con uno sforzo della colonna vertebrale. Avanzò, rasente al cono di luce arancio che scendeva da un lampione. In quel tratto di ferrovia, a metà strada tra le stazioni di Porta Nuova e del Lingotto, le due ombre della sua sagoma erano proiettate a terra. Formavano sulla massicciata un angolo acuto, come lancette di un orologio. Attraversò tre coppie di rotaie luccicanti. Di fronte a lui, una serie di vagoni bui, forse in attesa di essere puliti. Il suo era il terzo della seconda fila. Avvicinandosi, gli occhi di Mihail si piantarono sui graffiti verdi e viola che ricoprivano la fiancata. Iscrizioni per lui incomprensibili. 22


L’aria era ferma. Neppure un alito di vento. Il pulviscolo bagnato gli entrava nelle ossa, indifferente al giubbotto di pelle marrone. Gli ricordò il suo paese, in Moldova. Per il clima, mica per altro. Giunse alla carrozza. Il bianco della fiancata si era tramutato in beige. Si confondeva con le strisce orizzontali della scritta Trenitalia, un tempo verdi e azzurre. Un fruscio. Si fermò e rimase in ascolto. Lo scricchiolio delle pietre gli penetrò nelle orecchie e ne fuoriuscì subito. Silenzio. Attese mezzo minuto, poi riprese a muoversi. Topi. Non poteva che trattarsi di topi. Lui e gli altri abitanti del vagone combattevano una guerra quotidiana, per tenerli lontani. La porta della carrozza era socchiusa. Strano. Adrian era sempre attento a non fare uscire il calore. Mihail salì sul predellino. Dentro l’angusto corridoio dominava l’oscurità, tagliata da fasci di luce fioca che penetravano dai finestrini. Tutti addormentati. Accasciati sui sedili, storti. Mihail fu assalito dal forte odore di alcol. Troppo silenzio. Razvan non russava come al solito. 23


Si avvicinò. Intuiva i contorni della giacca a vento. «Razvan! Sveglia!» Nessuna risposta. Gli fece pressione sulla spalla. Niente. La vista si stava abituando al buio. La posizione del collo era innaturale. Il pomo d’Adamo sporgeva, offuscato dalla penombra. Grande quasi come un pugno. Continuò a spingere, e il corpo pesante finì ad appoggiarsi su quello minuto seduto accanto. L’occhio sinistro era stato raggiunto da un triangolo di luce che penetrava dall’esterno. L’iride cerulea splendeva, immobile. Niente. Nessuna risposta. Si guardò meglio attorno. Ormai riusciva a cogliere ogni linea che disegnava l’ambiente. I sedili consunti, le maniglie di plastica attaccate ai poggiatesta. Le tende sdrucite di cui non distingueva il colore, ma solo il lezzo stantio tipico dei treni regionali. Esseri umani immobili. Immortalati dai flash dei suoi occhi. Una faccia schiacciata sul vetro gelido, ormai privo di aloni d’umidità. Un corpo prono, nel corridoio. Riconobbe Daniel. Si abbassò e gli appoggiò le mani attorno al collo. Gonfio e duro. Qualcuno lo aveva spezzato. Senza pensarci, Mihail ritrasse le mani. 24


Si voltò. Adrian, seduto con la testa reclinata in avanti a formare uno strato di doppio mento. La giacca a vento gialla. Sembrava composta di tante salsicce gonfie d’aria. Una grossa chiazza scura all’altezza del petto. Mihail sentì il respiro morirgli in gola. Come se qualcuno gli stesse spegnendo i polmoni. Quattro morti. Uccisi. Ansimante e ormai in preda al panico, si girò per raggiungere la porta della carrozza. Non ci riuscì. Un colpo fortissimo alla base del cranio. Una fitta di dolore potente. Poi nebbia calda che gli invase il cervello. Buio.

Lasciò cadere in avanti il ragazzo. Inerte come un cencio inzuppato. Lo rivoltò. Tirò il collo elastico del maglione, allargandolo. Una piastra metallica color argento, spessa circa mezzo centimetro, era assicurata al collo da una catenina della stessa tinta. La strappò, ficcandola in tasca assieme alle quattro degli altri occupanti del vagone. Un bagliore lontano, alle sue spalle. Ne colse la replica su un finestrino sporco. Sferragliare d’acciaio in avvicinamento. 25


Un locomotore trascinava a passo d’uomo due vagoni spenti. Gli parve un corteo funebre. Estrasse dallo zaino di pelle scura una bottiglia di vodka di infima qualità. L’aprì e versò il liquido sulla patta del primo tipo che aveva abbattuto. Una chiazza si allargò sui jeans. Abbandonò il vuoto lì, a una ventina di centimetri. Prese un’altra bottiglia. E poi un’altra, e un’altra ancora. Ritornò in posizione eretta. Rapida occhiata intorno. Si concentrò sul fornelletto da campeggio verde che stava in mezzo al corridoio. Un mezzo sorriso. «Perfetto.» Aprì la bombola del gas collegata con un tubo di gomma. Tirò fuori l’accendino dalla tasca sinistra dei jeans. Lo osservò per un momento, socchiudendo gli occhi. Lo avvicinò acceso alla cerniera dei pantaloni dell’ultimo uomo che aveva steso. Poi tutti gli altri. Uno a uno. Qualcuno si accese a partire dal maglione, qualcun altro dalle calze. Uscì. Acquattato, scivolò via fra i vagoni abbandonati. Al suo passaggio, un ratto scomparve nel pietrisco. Metallo e piscio gli solleticarono le narici. Evitò i punti più illuminati e raggiunse la base del ponte che passava sopra la ferrovia. Scavalcò la staccionata. Frecce grigie di cemento screpola26


to. Si arrampicò per raggiungere il piano stradale. Sotto, le vetture ferroviarie dormivano in attesa. Di essere demolite, di essere lavate. Di bruciare. Quella da cui era appena uscito cominciava a trasmettere qualche bagliore arancione attraverso i finestrini sporchi. Gli parve di udire una specie di grido. Gracchiante, senza forza.

«È per lei, vero? È per quella ragazza che ci fate questo?» Esaurita l’ultima goccia di forza che aveva nei polmoni e nelle corde vocali, Mihail dischiuse a fatica le palpebre. Tutto offuscato. La nausea gli stava prendendo a pugni testa e stomaco. Era l’unico essere ancora vivente sulla carrozza. Mentre ansimava, spossato dalla fatica che richiedeva procurarsi dell’ossigeno ormai inesistente, non riusciva a togliersi dalla testa il volto di quella donna giovane, bella. Quell’espressione disperata che può avere solo chi non ha mai visto la disperazione prima. Che era stata felice di essere viva. E che era morta, diciotto mesi prima. Perché l’avevano uccisa lui e i suoi amici. Caldo. Un caldo feroce. In pochi secondi si trasformò in luce abbagliante. Fiamme ovunque. 27


Tentò di sollevarsi in piedi. Non ci riuscì. Respirare. Impossibile. Polmoni ostruiti, come pieni di gelatina. Il calore sembrò affievolirsi. Mihail non sentiva più niente. Il suo corpo, il dolore. Niente. Anche la luce svanì. Sì, è per lei che ci uccidono. Buio.

La sopraelevata scendeva, trasformandosi in viale. Incrocio illuminato di giallo, città. Vita. Del fumo iniziava a spingere e a uscire dai due finestrini, che aveva lasciato aperti apposta. Dovevano bruciare bene. Si accese una sigaretta. La boccata profonda lo rilassò. Gli occhi deviarono per un attimo dalla scena, attratti dal tizzone rossastro davanti al suo naso. Era un posto di merda dove vivere. Ora è un posto di merda dove morire. La scarsa tensione sparì con la prima boccata. Si incamminò. Gettò il mozzicone acceso in una pozzanghera, spaccata in triangoli di ghiaccio lucido. Si tolse i guanti di pelle nera e li ripose nella tasca del giubbotto. L’orologio d’oro al polso sinistro. Le tre e quindici del mattino. Cominciava a essere stanco. 28


Sventolò le braccia, all’avvicinarsi di un taxi. Una fiat Stilo Station Wagon bianca. Si arrestò davanti a lui, con delicatezza. Dietro il finestrino di vetro che si abbassava comparvero due occhiali a specchio, ridicoli a quell’ora. Radi capelli brizzolati, costretti in una coda smunta che cascava sulla nuca. «Hotel Nazionale, per favore.» Silenzio. Salito a bordo, Martin fece scivolare i glutei in avanti, per rilassare i muscoli della schiena. «Le dispiace se metto un po’ di radio?» Fece un cenno con la mano al tassista allampanato e pallido. Venne interpretato come una richiesta di non essere disturbato. Con il pollice e l’indice della destra prese a pizzicare e a strappare la pelle che circondava l’unghia dell’indice sinistro. Fino a raggiungere il sangue. Sbuffò e staccò le mani una dall’altra. L’autista si lanciò lungo la via, deserta. Portici a sinistra, muro di mattoni scuri a destra. L’insegna rossa di un hotel, con la O spenta. Dopo intermittenti suoni che uscivano dalle casse, il conducente si attaccò a una frequenza che trasmetteva un pezzo ska. La dj aveva una voce che squillava. Uno strumento musicale dai toni acuti, che avrebbe potuto essere usato in occasione di una festa. Gli trasmi29


se un inizio di buonumore e rafforzò la fiducia che aveva in se stesso. In quel che stava facendo. Martin conosceva l’italiano, ma dovette fare uno sforzo d’attenzione per comprendere ciò che gli entrava nelle orecchie. Raggiunsero l’incrocio con il viale che costeggiava la facciata della stazione. Fiocchi di neve avevano cominciato a venire addosso all’auto, illuminati dai fanali. Sagome di alberi più scure della notte erano ordinate in due file. Martin li trovò rilassanti e chiuse gli occhi. Sicuro di non addormentarsi, percepì le curve a novanta gradi. Destra-sinistra, poi una più leggera. La mano del tassista sulla spalla lo svegliò. «Siamo arrivati. Hotel Nazionale. Lei è tedesco? Dall’accento mi è sembrato. Sa che dal 1943 al 1945 questo albergo fu la sede della Gestapo?» «Sono danese. Grazie per la lezione di storia. Quanto le devo?» Martin rimase in piedi fuori dal taxi. Il porticato alto, razionalista. Marmo gelido. Le due statue sdraiate e simmetriche. Bianche. Gettavano acqua in due vasche che emettevano riflessi. Quasi lo ipnotizzarono. … Un uomo e una donna… Le finestre dell’hotel erano rettangoli tagliati nella pietra che dava sul bianco. Ringhiere di me30


tallo altrettanto chiare rafforzavano l’atmosfera cupa del luogo. Alla metà esatta della distanza tra ogni finestra, dei bracci scuri d’acciaio reggevano degli strani lampioni cilindrici che diffondevano una luce fredda. Martin s’accorse che anche il resto della piazza era scandito da quegli stessi bossoli luminosi. Alla reception non una parola di troppo. Il ragazzo che lo registrò gli rimase impresso per le mani affusolate e per l’aria indifferente. Nella stanza, Martin provò un certo disagio. Lo stile richiamava quello della hall. Marmo, velluto granata, legno scuro della mobilia. Alzò la cornetta del telefono grigiastro che stava sul comodino di radica. «Pronto. Ti chiamo dall’albergo.» «Tutto bene?» «Le cose sono andate come dovevano andare.» «Perfetto. Domani pomeriggio potrai prendere ciò che avevi chiesto, dove sai.» «Pensavo a stanotte. Hai qualcosa per me?» «Bionda o scura?» «Scura. Preferisco il sapore.» «Ne basta una?» «Sì.» «Ok. Tra un’oretta sarà da te.» Riattaccò.

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Il telefono squillò emettendo un suono monocorde. Martin rispose, sentendosi dire che era la sveglia e che l’aveva chiesta lui. Le nove. Si girò sul fianco sinistro, scostando le lenzuola di raso color oro. Era ancora immerso nel ricordo della serata appena trascorsa. In bocca aveva l’aroma salmastro della mulatta, mescolato a quello dello champagne. Socchiuse gli occhi. Una lama di luce penetrò dalla finestra e lo svegliò del tutto. Accanto a lui, un avvallamento sul materasso appena percettibile. La ragazza. Non ne ricordava il nome, né si era accorto di quando se ne fosse andata. Una scopata memorabile. Da tempo non incontrava una donna così intraprendente, a letto. Fantasiosa, piena di vita. Gli diede l’idea che amasse il suo mestiere. Un’altra doccia. Jeans, maglione scuro girocollo e scarponi pesanti. Appena fuori dall’hotel, venne schiaffeggiato da una folata di aria fredda. La piazza con la statua equestre. Cielo bianco latte sopra. Una moltitudine urlante sotto. D’un tratto si sentì oppresso, schiacciato. Migliaia di esseri umani. Urla, canzoni. Cori che ballavano nelle sue orecchie a ritmi diversi e sovrapposti. 32


Tanto rosso. Prendeva differenti forme e dimensioni. Altri colori che qua e là lo rallegravano o lo rendevano più aggressivo. Caratteri gialli, dorati, bianchi. Neri. Martin prese a osservare con attenzione la manifestazione. Sigle e simboli sindacali non erano molto differenti da quelle che aveva dovuto studiare negli anni ’80. Poteva dire di conoscere a memoria tutti i gruppi e le associazioni vagamente assimilabili alla sinistra dei paesi dell’Europa mediterranea di quell’epoca. Le finestre bianco panna dei palazzi seicenteschi. Sbarrate. Il “salotto buono” rifiutava gli intrusi. Inspirò a pieni polmoni e si diresse verso il cavaliere di metallo. Immortalato sul destriero, mentre estraeva la spada. O la rinfoderava. Il cavallo e il re guerriero in mezzo alla folla. Scuri. Sbeffeggiati da drappi e facce multicolori. Dietro il monumento, il palco. Voci microfonate che gracchiavano, pugni alzati. Qualche insulto e qualche oggetto partiva dall’umanità sottostante per raggiungere gli oratori. L’uomo davanti a lui scoppiò a piangere. Sulla cinquantina, occhi fissi sul palco. «Bastardi! Traditori! Ci hanno usato, buttato nel cesso e voi non ci avete mai difeso!» Si lasciò la gente alle spalle. Camminò lungo 33


una via grigia che si chiamava XX Settembre. Riservata al trasporto pubblico, fatta di sedi di banche e fondazioni. Raggiunse una zona di vicoli allegri e ricchi di botteghe. Antiquari, bigiotterie, pizza al taglio. Ogni strada si intersecava a novanta gradi e ciò diede a Martin un piacevole senso di ordine. Stratificazioni di differenti epoche architettoniche, con netto predominio del ’600-’700. Senza rendersene conto, si ritrovò nella grande piazza del mercato. Piazza della Repubblica, diceva la guida. Rosso, giallo e verde dominanti. Frutti e verdure d’ogni genere sbordavano dalle bancarelle. Odori invadenti, richiami urlati in varie lingue. Una massa di formiche indaffarate si affollava intorno alla merce. La guida diceva che più avanti c’era il Balôn, dietro piazza della Repubblica. Il mercato dove tutti possono trovare tutto. Lo raggiunse. Lo spettacolo lo impressionò. Banchi, ma anche lenzuola stese a terra, pieni di oggetti che cercavano di passare a una seconda vita. Grammofoni arrugginiti, telefoni in bachelite della prima metà del ’900, abat jour in stile liberty. Lo vide. Un arabo di mezza età, col berretto rosso di lana. Era lui, non c’era dubbio. Martin si concentrò sul suo obiettivo. Cercò di avvicinarsi, facendosi largo tra la folla vociante. 34


«Buongiorno. Un amico mi ha detto che lei ha una medicina miracolosa per me.» Quello gli aprì il sorriso. Denti in pessimo stato. Martin seguì l’uomo attraverso la massa umana. Se non fosse stato per la temperatura, avrebbe detto di trovarsi al gran bazar del Cairo. L’acciottolato della via gli infastidiva le piante dei piedi. Perse per un attimo il contatto visivo col magrebino, per notare gli abbaini color caffelatte che davano sulla via. Edifici ottocenteschi ristrutturati a nuovo, altri mostravano l’intonaco che boccheggiava per rimanere attaccato ai mattoni. Entrarono in uno di questi. Una bottega stretta e lunga, male illuminata. Muri interni scrostati, come quelli fuori. Si ritrovò in una caverna senza fondo. Vi erano oggetti di ogni tipo accatastati alla rinfusa. Teiere semi arrugginite, bicchieri di vetro incrostati. Sedie vecchie, sedie antiche. Sedie rotte. L’arabo gli fece cenno di seguirlo. Martin provò disgusto per il sorriso mellifluo e marrone. Il retrobottega era al limite dell’oscurità. Un anziano in piedi, chino dietro a un tavolo da lavoro. Martellava un pezzo di metallo. Dal colore poteva essere bronzo. Barba bianca e fez multicolore sulla testa lucida. Una mummia rinsecchita. Non alzò lo sguardo. Cominciò a parlare, come se stesse recitando tra sé e sé una litania. 35


Martin si accorse di essere circondato. Non ci aveva fatto caso, fino a quell’attimo. Almeno cinque uomini, di cui avvertiva la presenza alle sua spalle. Davanti a sé il vecchio e l’altro col berretto rosso. «Un amico mi ha detto che lei ha una penna a sfera degli anni ’60, dal valore inestimabile. Sono qua per lei.» «È bello avere degli amici in comune.» Si voltò mostrando le spalle ricurve. Le abbassò ancora di più e riemerse con una scatoletta intarsiata di legno. Poteva essere mogano. Gliela porse, fissandolo con lo sguardo febbrile. «Come si dice? Ne ferisce più la penna della spada.» Nessuna risposta. Martin aprì. Corpo in ebanite, nera come il velluto interno della confezione. Punta e fermaglio in oro. Vicino, un cilindretto d’acciaio grande come un rullino da macchina fotografica. Il bagno caldo lo aveva rinfrancato. Erano ormai le due di notte. Le due tra la domenica e il lunedì. Non c’era nessuno in giro. Solo edifici e luci. Martin aveva già fatto un bel po’ di strada, attorno alla stazione di Porta Nuova. Un circuito di vie e incroci, anche queste ortogonali. Quello scorcio di città gli parve un enorme te36


atro di posa. La temperatura era scesa. L’aria era quasi zuppa di nebbia. Sempre gli stessi quattro disgraziati, agli stessi quattro angoli. Un sacco a pelo, separato dalla pietra con uno strato di cartone. Un cumulo di bottiglie di birra con due tipi addormentati sulla scalinata marmorea. L’ingresso di un palazzo di mattoni rossi degli anni ’20. Udì in lontananza una sirena. Il rumore si fece più intenso. Stridore di gomme. Una volante biancazzurra della polizia. Colorò per un attimo tutto di blu intermittente. Martin riprese a passeggiare. Fece un altro giro dell’isolato. Passò un’altra volta davanti a uno dei sacchi a pelo che dormivano sul marciapiede. Il più riparato, in un angolo sotto i portici. Russava. Gli si avvicinò. Lo osservò bene. Gli dava la schiena, rannicchiato in posizione fetale. Vicino allo stomaco, spuntavano gli acini d’uva violacei impressi sul cartoccio di vino. Lo abbracciava come se fosse suo figlio. Doveva essere lui. Il cappotto militare, le mostrine consunte. Corrispondeva alla descrizione. Nessun altro essere vivente, in qualunque direzione guardasse. Martin si accovacciò sopra di lui. Due spinte leggere con la mano. «Aldo! Ehi, Aldo!» 37


Il fagotto umano fece spuntare due dita, seguite da uno scorcio di barba grigia e sporca. «Chi sei? Cazzo vuoi?» Prese dalla tasca del giubbotto la penna. Piantò la punta nel collo. Pressione sul pulsante della coda. Nessuna reazione. Scavò dentro la giacca a vento di una sudicia tinta indefinita. Odore di vomito non ancora espulso mescolato a miasmi di toscanello e sudore cristallizzato. Bagliore di luce attorno alla pelle ruvida. La piastrina metallica che stava cercando. La staccò. «Buonanotte.»

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Inverno rosso - Luca Rinarelli  

In una Torino sepolta dalla neve, i senza fissa dimora stanno misteriosamente morendo. Sembrano banali decessi per assideramento, ma sono tr...

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