H.P. Lovecraft - Da altrove e altri racconti - Nuova Edizione | Erik Kriek

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Collana Kina Collana diretta da: Gabriele Munafò, Sonny Partipilo Grafica: Gabriele Munafò, Sonny Partipilo Redazione: Anna Matilde Sali Traduzione dall’olandese a cura di Alexander Tegelaars

Titolo originale: H.P. Lovecraft – Het Onzienbare en Andere Verhalen © Copyright 2010, Erik Kriek. Originariamente pubblicato da Oog & Blik, Amsterdam. Per questa edizione © 2019 Scratch Books © Copyright 2014, Eris (Ass. cult. Eris) per l'edizione italiana Per questa edizione © 2020 Eris (Ass. cult. Eris) Eris (Ass. cult. Eris) Piazza Crispi 60, 10155 Torino info@erisedizioni.org www.erisedizioni.org L’autore ringrazia specialmente: Hansje e Mara Joustra, Gerard Soeteman, Gert Jan Pos, Milan Hulsing, Jan Doense, i miei compagni dello studio De Ruympte e, per ultima ma non per questo meno importante, Stans, mia carissima lettrice di prova. Prima edizione Febbraio 2014 Nuova edizione Aprile 2020 ISBN 9788898644735



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INDICE

7 Prefazione di Gerard Soeteman 11 L'estraneo 19 Il colore venuto dallo spazio 45 Dagon 53 Da altrove 63 La maschera di Innsmouth 107 Da altrove, di Milan Hulsing

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Erik Kriek

è stato molto audace: ha saputo catturare nei suoi disegni ciò che sarebbe meglio lasciare, poiché più efficace, all’immaginazione del lettore. Chi legge una storia di H.P. Lovecraft, il maestro dell’orrore della East Coast americana, si crea la propria rappresentazione dei mostri. Per quello che mi riguarda, feci conoscenza con le storie di Lovecraft da ragazzino, quando mio padre mi regalò una grossa antologia di storie d’orrore inglesi e americane: Before and after midnight. Le rare illustrazioni erano di Eppo Doeve, e ora, sessant’anni dopo quel regalo, il libro è ancora nella mia libreria, le storie sono rimaste nella mia memoria e le immagini impresse sulla mia retina. Disegni strani, frammentari, eseguiti con parsimonia e così come dev’essere: in bianco e nero. Rimasi affascinato, per il resto della mia vita: continuo tuttora a comprare storie horror. Ogni volta che viene pubblicata una ristampa di Ambrose Bierce o di Roald Dahl corro a vedere se per caso ci trovo qualche minuscola novità. Il racconto di Lovecraft La Cosa sulla Soglia mi affascinò e continua ad affascinarmi a tal punto che – quando un produttore cinematografico di Hollywood mi chiese di scrivere un thriller politico – lo adattai a sceneggiatura. Per renderla contemporanea, secondo la richiesta, immaginai la vicenda di un consigliere molto importante del neoeletto Presidente degli Stati Uniti, che si ritrova in una di quelle cittadine dello stato del New England descritte da Lovecraft. La storia descrive il modo in cui, per via di una metempsicosi, la

pazzia si impossessa a poco a poco di lui, facendolo cominciare a credere che – se la fine del mondo non è già vicina – sarà compito suo avvicinarla. Completamente in preda alla follia fa ritorno a Washington, dove in quanto capo del Consiglio Nazionale di Sicurezza, propina perfidi consigli al Presidente… La mia sceneggiatura fu respinta dal produttore: «Persone così folli non finiranno mai in tali posizioni a Washington». Eppure fu poco dopo che Oliver North giunse al servizio di Rea-

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gan e che – un po' più tardi – i consiglieri di Bush fecero in modo che gli Stati Uniti affondassero in debiti colossali, destinati a finanziare guerre disastrose… Già. Secondo me, Lovecraft è un darwinista: nessuno sfugge alla propria sorte, nessuno può deviare dal percorso di vita che i nostri geni, la nostra eredità, ci comandano di seguire. Erik Kriek ha dato forma a questo concetto, in modo molto intelligente, in La maschera di Innsmouth. Nella quarta vignetta, a piè della prima pagina, si intravede già come andrà a finire, e questa premonizione pervade tutta la storia. Il lettore forse non si rende conto dell’atmosfera, dell’epoca in cui si svolge il racconto, a metà degli anni ’20 del secolo scorso. Quei vestiti, quella cittadina, quelle macchine, quel vuoto! Se faccio astrazione dei colori nei dipinti di Edward Hopper,

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Erik Kriek si avvicina molto a quel maestro. Fin dalla prima vignetta: l’uomo solitario, seduto sopra il letto, nella sua terribile camera d’albergo. Molto espliciti, i dettagliatissimi disegni di Kriek mostrano cose che mi fanno sempre venire i brividi. Voglio uscire da quella realtà! Voglio fuggire! L’horror è profondamente collegato al nostro primordiale istinto di fuga. Solo con la fuga noi, homo sapiens, siamo riusciti a sopravvivere. Una volta scesi dagli alberi infatti, i nostri antenati cominciarono a disseminarsi nelle pianure, e l’unico modo di sopravvivere contro animali più grandi e aggressivi di loro era la fuga. Fuggire però non è più necessario: niente e nessuno è così aggressivo e possiede armi così sviluppate come gli esseri umani. Eppure, perfino dopo centinaia di generazioni, l’i-


stinto di fuga permane e il suo detentore prova piacere nel sentirsi solleticare quel punto preciso: l’epicentro della paura nel suo cervello. Proprio quel piacevole solletico spiega l’antica popolarità delle storie dell’orrore, il recente successo dei film horror e – si spera – quello dei fumetti che si ispirano a questo genere. Ma non è tutto: c’è più di quell’istinto di fuga. Viviamo in un mondo – a prima vista – conoscibile. Ma sarà vero? È tutto chiaro come il sole? Supponiamo, supponiamo un momento, che ci sia un altro mondo. Non conoscibile! Enigmatico e oscuro. Supponiamo che da quell’altro mondo si estendano incessantemente dei tentacoli che vogliono trascinarci verso la follia! O se non verso la follia, verso le profondità da cui noi, come tutti gli animali, ab-

biamo cominciato a evolverci un miliardo di anni fa. Verso le tenebre dell’acqua, con la sua oscurità, le sue alghe e i tentacoli minacciosi. Verso un posto soffocante, che ci toglie l’aria, talmente morbido e vischioso che non ci permette di scappare. Dove soccombiamo annegando nelle nostre angoscie. L’orrore è paura, certo. Però in un certo senso consiste anche nel realizzare che siamo emersi da un brodo primordiale per calcare la terra in cerca di un progresso, e che ci vuole poco per scivolare indietro e affondare irrazionalmente nel non-essere, nella condizione assurda di un’origine umida, soffocante e mai dimenticata. La paura del ritorno. Gerard Soeteman, Rotterdam, 30 dicembre 2011

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Non so dove sono nato. So solo che il castello era tremendamente antico, pieno di corridoi bui, ombre e ragnatele. Regnava dappertutto un odore terribile...

Non c'era mai luce, il sole non superava gli alberi alti...

Una torre nera raggiungeva il cielo‌

Era possibile raggiungerne la cima solo con una scalata impossibile, aggrappandosi al muro‌

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Devo aver vissuto per anni nel castello, qualcuno ha dovuto prendersi cura di me... ma non mi ricordo di nessuno, solo di me stesso.

Mi raffiguravo una persona viva come qualcuno di simile a mE, ma raggrinzita e vecchia come il castello.

Per me non c'era nulla di inquietante nelle ossa sparse qua e là .

Spesso mi sdraiavo fuori sotto gli alberi scuri e sognavo per ore delle cose che avevo visto nei libri.

Per me erano più normali delle immagini di persone vive che mi capitava di trovare…

in quella solitudine oscura il mio desiderio di ` intenso luce diventava cosi che non riuscivo a stare fermo più a lungo.

Mi vedevo allora in mezzo a una folla allegra, ballando sotto il sole...

Una volta ho provato a fuggire dalla foresta, ma più avanzavo e più oscure diventavano le ombre. Angosciato, sono tornato indietro di corsa...

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Dopo molte esitazioni, decisi di intraprendere la scalata della torre nera e malandata. Volevo vedere la luce del giorno.


Dopo una lunga scalata sulla fiancata di quel profondo abisso, all’improvviso la mia testa ` qualcosa colpi di duro e capii che avevo raggiunto il tetto, o almeno un solaio...

... nella penombra umida mi inerpicai per la vecchia scala di pietre consumate, fino al punto in cui gli scalini si interrompevano improvvisamente...

La superficie sopra di me cedette. Mi resi conto che la scalata era finita, almeno per il momento…

… al buio, in pericolo di vita, mi arrampicai appigliandomi faticosamente al muro…

Si trattava infatti di una botola…

Strisciai attraverso l'apertura...

e mi distesi esausto sul pavimento di pietra.

Mi rialzai e cominciai a cercare una finestra. Pensavo infatti di trovarmi a una grande altezza. Però trovai solo delle lastre di marmo, su cui giacevano lunghe casse...

Trovai anche una porta dal telaio di pietra, decorato con strane sculture...

Con un forte strattone riuscii ad aprire la porta verso l'interno.

Caddi in estasi: vedevo la luna splendente che conoscevo solo dai miei sogni...

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Pensai di aver raggiunto la cima del castello, e corsi verso la recinzione. Ma la luce della luna fu intercettata da una nuvola passeggera, e dovetti muovermi a tentoni. Il cancello non era chiuso. Ebbi paura di precipitare. Poi riapparve la luna.

Ero esterrefatto... Non mi trovavo sul bordo di un precipizio, dall’altra parte del cancello c’era solamente un terreno compatto, coperto da una varietà di lastre di marmo e colonne, ombreggiate da un'antica chiesa semidistrutta illuminata spettralmente dal chiaro di luna...

Spinsi la porta del cancello, feci un passo sul sentiero di ghiaia bianca. Ero risoluto a scoprire meraviglie e allegria...

Passando sotto un arco di pietra, mi allontanai dal campo di lapidi e colonne, vagando in aperta campagna...

‌ a volte seguivo la strada visibile, in altri momenti la lasciavo e camminavo attraverso i campi...

Dopo due ore raggiunsi un castello circondato dagli alberi, coperto di edera. Mi pareva incredibilmente familiare... Guardai le finestre aperte, piene di luce brillante... ne uscivano i rumori di una festa...

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Guardai attraverso una finestra... Vidi un gruppo di persone stranamente vestite, che parlavano allegramente.

Certe facce avevano dei lineamenti che mi ricordavano un passato lontano...

Scavalcai il davanzale, affacciandomi sulla sala splendidamente illuminata, quando la mia speranza si trasformò in disgrazia… Entrando nella sala accadde la cosa più paurosa che avessi mai vissuto…

Mi resi conto che, prima di allora, non avevo mai sentito parlare delle persone…

Rimasi solo, sbalordito, nella stanza illuminata. La sala sembrava deserta, ma mi parve di cogliere un guizzo in una nicchia accanto alla porta...

Tutta la comitiva fu improvvisamente assalita dal panico... Tutte le facce si contorsero dalla paura, gridando a squarciagola...

` in La gente fuggi massa, rovesciando mobili e sbattendo contro le pareti prima di riuscire a raggiungere una delle porte...

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