Bosnia: l'ultima frontiera | a cura di Gabriele Proglio

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A cura di GABRIELE PROGLIO

BOSNIA: L’ULTIMA FRONTIERA RACCONTI DALLA ROTTA BALCANICA



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A cura di GABRIELE PROGLIO

BOSNIA: L’ULTIMA FRONTIERA RACCONTI DALLA ROTTA BALCANICA


Questo libro è rilasciato con la licenza Creative Commons: "Attribuzione − Non commerciale − Non opere derivate, 3.0" consultabile in rete sul sito www.creativecommons.org. Tu sei libero di condividere e riprodurre questo libro, a condizione di citarne sempre la paternità, e non a scopi commerciali. Per trarne opere derivate, l’editore rimane a disposizione. Collana BookBlock Collana diretta da: Rachele Cinerari Cover design e grafica: Gabriele Munafò Redazione: Anna Matilde Sali, Sonny Partipilo, Francesca Bianchi © Copyright 2020, Eris (Ass. cult. Eris) © Gabriele Proglio, Silvia Maraone, Emanuela Zampa, Mariapaola Ciafardoni, Benedetta Zocchi, Gian Andrea Franchi, Lorena Fornasir Eris (Ass. cult. Eris) Piazza Crispi 60, 10155 Torino info@erisedizioni.org www.erisedizioni.org Prima edizione Giugno 2020 ISBN 9788898644988 Stampato presso Geca Industrie Grafiche Via Monferrato 54, S. Giuliano Milanese (MI)


Introduzione di Gabriele Proglio Il viaggio per la Bosnia è stato molto lungo. Il primo almeno, interminabile. Ore e ore di automobile, alcune delle quali, in Slovenia, sotto una tempesta di neve. Il tempo era riempito dai pensieri di cosa avrei trovato sul confine. Passata Rijeka procedo in direzione Karlovac, poi devio verso sud. Ormai è buio quando arrivo alla frontiera. Una colonna di auto attende in fila. I controlli, prima di uscire dall’Europa, sono doppi. Un cane si muove lento tra le automobili. Un altro, poco più in là, è sdraiato per terra e aspetta con me. È il mio turno. Allungo la mano per consegnare il passaporto rosso. Poco dopo un poliziotto bosniaco me lo ridà indietro. Tutto a posto, posso passare. A portarmi su questo confine, dopo aver lavorato a Ventimiglia, è il progetto che dirigo all’Università di Coimbra, al Centre for Social Studies. Si chiama Mobility of memory, memory of mobility. The Western Mediterranean Crossings in the XX and XXI centuries ed è stato finanziato dalla Fundação para a Ciência e a Tecnologia, dal 2017 al 2023. L’obiettivo è studiare, dal punto di vista della storia culturale e orale, i tanti confini del Mediterraneo concentrando l’attenzione sulla mobilità e sul ruolo delle memorie. 3


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Ovviamente la Bosnia non è solamente una frontiera interna ai Balcani, ma anche una tra le più importanti nel Mediterraneo. Due sono gli eventi che hanno determinato il cambiamento dei passaggi migratori: la formalizzazione del blocco della traiettoria centrale, dalla Libia/Tunisia verso la Sicilia, con gli accordi del Ministro Minniti poi ripresi da Salvini e il patto siglato dall’Europa con la Turchia di Erdogan nel 2016. Da quel momento, la via per arrivare in Europa – la più “sicura” – è la rotta Balcanica. Arrivato a Bihać scendo dall’auto e prendo lo zaino. Nevica un po’. Faccio alcuni passi e davanti a me trovo un muro grigio. È pieno di colpi, colpi di mortaio. È il segno indelebile delle violenze ancora vive nelle coscienze, tramandate di generazione in generazione, sottovoce, in un silenzio pieno di sofferenza e dolore, di rabbia e imbarazzo. Lasciate lì, visibili a tutti, sono le ferite di guerra. Ma non se ne può parlare, non se ne deve parlare. Quel muro lo ritrovo ovunque, sulle case e negli animi di chi incontro. A un trauma non risolto che ha generato migrazioni verso altri Paesi se ne sovrappone un secondo, di persone in fuga da guerre, instabilità politiche, crisi economiche, disastri ambientali, disoccupazione e mancanza di possibilità. L’Europa era ed è, per tantissimi, il luogo della salvezza, della pace. La sovrapposizione di tempi 4


Introduzione

verbali – per chi lo era ieri e per chi oggi – non genera più empatia. Forse una volta sì, all’inizio di quella che fu chiamata “emergenza umanitaria”. Adesso invece si dimentica per non ricordare che, in qualche modo, c’è qualcosa di simile tra l’essere stati profughi dal 1992 al 1995 e la condizione di chi arriva oggi in Bosnia. Perché anche se le vicende storiche sono diverse, i vissuti di chi scappa sembrano costruire una medesima geografia delle emozioni: la perdita definitiva di ciò che era casa e con lo spiazzamento perenne nel luogo d’arrivo. Si è continuamente fuori posto, non c’è tregua. E, dopo aver fatto il primo passo, indietro non si può tornare. Quando il viaggio fisico ha consumato tutti i chilometri inizia a divorare le ore. Giorno dopo giorno, mese dopo mese, quello spostamento di significati – rispetto a come si era – riguarda un equilibrio precario, mai definito. È un’immagine di sé allo specchio che non convince, un gioco di appartenenze in cui il mosaico non è mai finito, è perennemente incompleto. Chi giunge fin qui, sulla soglia d’Europa, non ha ancora potuto e forse voluto ricordare il viaggio. E se lo ha fatto, confrontandosi con chi incontra nei campi oim (Organizzazione Internazionale per le Migrazioni) o per la strada, è stato per parlare dei confini superati, delle città in cui ha dormito, degli amici incontrati nel tra5


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gitto. Ma si guarda avanti, e mai indietro. La nostalgia è una malattia dell’Europa. Nel momento del viaggio tutte le energie servono per superare quei monti così alti, per fuggire al controllo della polizia croata, per resistere settimane nei boschi. Fino a Trieste. Solo quando si avranno entrambi i piedi nell’Unione, solamente allora si potrà ripensare al futuro, al da farsi, talvolta senza riuscirci. Non è un caso che tante persone, superate tutte le frontiere, siano preda di vere e proprie crisi di panico, di ansie e fobie, dell’urgenza di agire subito prima che qualcuno, con una divisa qualsiasi, li rispedisca indietro. La Storia scritta e raccontata è parte di quel confine. Infatti negli archivi non vi è segno di chi è riuscito ad attraversare illegalmente le frontiere, ieri come oggi. Le tracce, le uniche, riguardano i verbali delle polizie di coloro che sono stati fermati, oppure le voci delle persone arrivate a destinazione e, solo alcune volte, di quelle ancora in viaggio. La produzione del sapere, più in generale, è fatta della stessa materia dei dispositivi di controllo della mobilità. Strutture di produzione della conoscenza che vanno decostruite e decolonizzate. Parlando della storia ci sono racconti di migrazioni in cui il soggetto è chi legge, non certamente chi è entrato in Europa; c’è una storia senza soggetti che è simbolo del privilegio bianco. E poi c’è la non-storia, ossia tutte quelle vi6


Introduzione

cende, personali e di gruppo, che affollano l’ombra della storia d’Europa. In questo volume si parlerà della Bosnia come ultima frontiera, ossia il passaggio forse più difficile e importante che le persone migranti attraversano per entrare in Europa. Le autrici e gli autori di questo lavoro sono stati coinvolti, in modi diversi, nel mio progetto di ricerca. Di qui l’idea di far parlare loro, con la potenza evocativa di immagini che stravolgano lo sguardo. Silvia Maraone, della Ong ipsia, racconterà la storia di questa frontiera, di come è cambiata nel tempo. Emanuela Zampa, fotografa specializzata in migrazioni e confini, pone attenzione al potere del passaporto, del viaggio nei campi di Borići, Bira e Sedra. Mariapaola Ciafardoni, presidente dell’Associazione Almaterra, propone una riflessione sulle contraddizioni della Bosnia, tra campi oim e responsabilità individuali e collettive. Benedetta Zocchi, dottoranda alla Queen Mary University, analizzerà il game, il gioco – questo il termine usato da chi lo intraprende – per giungere oltre frontiera senza essere fermati dalle polizie. Gian Andrea Franchi, ex professore e attivista, affronterà i temi dei corpi delle persone migranti, tra dolore ed evocazione della verità. La riflessione di Lorena Fornasir, psicologa ed attivista, riguarda il trauma di violenze continue, di pushback e torture.

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Krajina di Silvia Maraone La frontiera. Una regione geografica militarizzata che per cinque secoli è stata spartiacque tra l’impero austro-ungarico e quello ottomano. Amministrata dagli austriaci, abitata principalmente dalle popolazioni serbe meridionali in fuga dall’avanzata turca a partire dalla fine del XV secolo, è una lingua di terra al confine tra la Bosnia occidentale e la Croazia. Territorio aspro e montagnoso, il suo limite fisico è la catena montuosa della Plješevica con le cime che superano i 1600 metri di altitudine. Dal lato croato i parchi di Plitvice, dal lato bosniaco il Parco della Una, ampie zone spopolate con boschi abitati da cervi, lupi, volpi e orsi. Fu una delle regioni in cui si combatté più duramente durante le guerre degli anni ’90, fino alla conclusione militare del conflitto con le operazioni Lampo e Tempesta del luglio e agosto ’95. A stare da queste parti si percepisce ancora la tensione, si vedono i segni di quello che è capitato; ferite, fisiche e politiche, mai sanate. Della gente della Krajina si dice che sia operosa e dalla testa dura: terminata la guerra, chi è tornato si è messo all’opera per ricostruire le case e far ripartire l’agricoltura, importante risorsa locale. 8


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Il confine la gente di qui ce lo ha nel sangue. Abituati a spostamenti e passaggi di eserciti, a cambi di bandiera e di sovrani, così come alle infinite code alla frontiera per andare al lavoro in Slovenia. Croati e bosniaci, fratelli separati dai boschi e dalle nuove geografie politiche degli anni ’90. Quando nella primavera del 2018 le prime ondate di uomini e donne hanno cominciato ad arrivare dalle parti di Bihać in Bosnia Erzegovina, scalzi, affamati, coi fagotti e i bambini in braccio, questi contadini non ci hanno pensato due volte, si sono ricordati del loro passato di profughi e hanno aperto loro le porte di casa offrendo cibo, vestiti e riparo. I primi afghani, siriani, iraniani che provenivano dalla così detta rotta balcanica occidentale sono arrivati in Bosnia tra fine febbraio e inizio marzo, con il diminuire delle nevicate. Prima un numero più piccolo e poco visibile, poi sempre più massiccio e organizzato. Negli anni precedenti, quando la rotta passava per altre zone, si vedevano arrivare nel Paese piccoli gruppi che si fermavano per poco tempo in città come Sarajevo o Mostar, per poi sparire nel nulla in direzione dei confini dell’ue. Con il cambio della stagione e il miglioramento delle condizioni climatiche, le decine di persone che si mettevano in fila a Sarajevo per ottenere i documenti di richiedenti asilo sono diventate centinaia. Queste stesse persone 9


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si riversavano nella capitale, dormendo nei parchi e di fianco alla stazione dei bus, con due mete da raggiungere: Bihać e Velika Kladuša. Con l’aumento del flusso di persone, e i primi piccoli incidenti, la buona volontà ha lasciato man mano spazio a un movimento anti-migranti che – organizzato soprattutto attraverso gruppi Facebook – protestava insieme alle amministrazioni locali per opporsi a questa presenza sempre più sgradita. Ad aiutare i migranti nei primi mesi dell’estate 2018 erano rimasti solamente i volontari internazionali, più volte espulsi dal Paese per la mancanza di visti e permessi di soggiorno, insieme alla Croce Rossa locale e altre piccole organizzazioni del territorio. Nessun politico del governo uscente aveva intenzione di schierarsi a favore dei migranti e per diversi mesi centinaia di persone non ebbero alcun luogo in cui trovare riparo, se non scheletri di edifici abbandonati come l’ex studentato (Borići) o il pensionato sul fiume a Bihać. A Velika Kladuša la situazione era ancora più drammatica: i migranti dormivano in tende o all’aperto in un campo ai confini della città, vicino al canile, senza luce o acqua o bagni. L’allora Ministro della Sicurezza Mektić si trovò a mediare con il governo centrale della Bosnia e i governi dei Cantoni, in particolare quello di Una 10


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Sana, che accusavano Sarajevo di non fare nulla per fermare i migranti. Le soluzioni proposte dal ministro, trovatosi solo di fronte a un problema più grande di lui, spinsero il Governo di Bihać a decretare lo stato di emergenza a livello locale e dare vita a un organo di coordinamento per l’emergenza formato da diversi soggetti locali tra cui la polizia cantonale, l’ospedale, la Croce Rossa locale, le organizzazioni di volontariato e le Ong presenti. Lo “straordinario” fenomeno migratorio che stava interessando la Bosnia a partire dalla primavera non era una novità nella regione, si trattava dell’ennesimo mutamento della rotta balcanica occidentale, uno dei principali canali di accesso all’ue dalle regioni del Medio Oriente, lungo quella che è la rotta del traffico di eroina che dall’Afghanistan viene portata in Europa. Venne utilizzato in particolare a partire dal 2015, definito poi l’anno della crisi dei rifugiati, che vide passare dalla Turchia alla Grecia e poi verso Nord quasi 850.000 persone, perlopiù cittadini siriani, afghani e iracheni, in fuga da guerre e attentati, cui presto si sono unite migliaia di altre persone da ogni parte del mondo. Nel marzo del 2016 questa rotta è stata ufficialmente chiusa e, al momento della firma del discusso accordo tra Unione Europea e Turchia, oltre 140.000 persone sono rimaste intrappolate in Grecia e oltre 7.000 si sono trovate bloccate lungo 11