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sommario

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Il futuro, da 50 anni

storia 50 ANNI DI PROGRESSO ITALIANO

di Giorgio Napolitano

12 Fra le scoperte scientifiche, l’energia elettrica è quella che ha maggiormente trasformato la quotidianità e la storia. In Italia questa forte influenza è stata dimostrata dal coincidere dello sviluppo economico con la nascita e i primi 50 anni di Enel: 18.250 giorni in cui l’energia è stata il motore dei cambiamenti storici, sociali, tecnologici. Un percorso che continua, anche al di fuori del nostro Paese: l’energia, giorno dopo giorno, si appresta a essere vettore protagonista del futuro e delle sue sfide, a partire da quella ambientale.

editoriale Enel 50: l’elettricità tra passato, presente e futuro

di Paolo Andrea Colombo

14 editoriale un'avventura ambiziosa

di Fulvio Conti

17 scenari I protagonisti raccontano…

18.250 giorni insieme — 50 anni di energia

Cinque decenni, sei presidenti: sfide, traguardi, cambiamenti di rotta della via italiana all’elettrificazione raccontati da coloro che in prima persona hanno fatto la storia di Enel. La testimonianza diretta di Francesco Corbellini, Chicco Testa e Piero Gnudi, e il ricordo di Vito Antonio Di Cagno, Arnaldo Maria Angelini e Franco Viezzoli da parte di chi, con loro, ha vissuto anni importanti: Gennaro De Michele, Vittorio Vinci e Alessandro Ortis.

24 timeline 18.250 giorni insieme

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scenari La rivoLuzione siLenziosa

scenari La crisi come metamorfosi

passepartout eLettricità è prosperità

di Valerio Castronovo

di Aldo Bonomi

di Elena Comelli

Il contributo di Enel all’elettrificazione e allo sviluppo economico e sociale del Paese: dalla nazionalizzazione, 50 anni di investimenti e progetti che s’intrecciano con la storia d’Italia.

36 contesti eLettricità e meDia: acceLeratori DeLLa società

di Aldo Grasso Il legame tra elettricità, velocità e comunicazione si è fatto nella storia recente sempre più consistente e complesso. Ormai imprescindibili gli uni dagli altri e parte della quotidianità, questi elementi sono la scintilla di continui cambiamenti sociali.

«Secondo un celebre aforisma baconiano, tre invenzioni hanno cambiato la faccia del mondo: l’arte della stampa, la polvere da sparo e la bussola; l’elettricità è dunque, insieme, comunicazione, arsenale, orientamento»

40 intervista a ettore bernabei «quanDo “accenDemmo” L’itaLia»

di Daniela Mecenate «Vi racconto una storia di binari paralleli, quelli su cui marciammo insieme, RAI ed Enel, per lo sviluppo del Paese». Colloquio con Ettore Bernabei, ex direttore generale della RAI dal 1961 al 1974. Un testimone d’eccezione che racconta l’Italia in bianco e nero di quegli anni, come «ce l’abbiamo fatta» e come possiamo ancora farcela.

«Sarebbe stato impossibile consolidare la democrazia e il miracolo italiano senza la nascita di Enel. Perché solo un’azienda “di Stato” poteva in quel momento portare l’elettricità dovunque servisse, anche nei luoghi più remoti di un’Italia ancora contadina e povera»

«La crisi non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro. Per agguantare il bandolo della matassa occorre fare chiarezza sulle culture che dentro la crisi stanno imponendosi nelle società occidentali. Culture intese come vere e proprie ideologie in formazione che costituiscono la materia da passare al setaccio per enucleare possibili proposte di futuro».

50 approfondimento iL management che fa La Differenza

di Massimo Bergami, Pier Luigi Celli e Giuseppe Soda

«La mano visibile delle decisioni manageriali teorizzata da Alfred Chandler nella vicenda Enel ha trasformato in possibile ciò che era solo poco probabile»

58 scenari mercati eLettrici: evoLuzione e nuove sfiDe

di Ignacio J. Pérez-Arriaga Non c’è dubbio che il settore elettrico stia affrontando quella che è forse la sfida più difficile della sua storia, lunga ormai quasi 150 anni. Tutto questo dovrà avvenire nel mezzo di un processo di riforma dei regolamenti, inteso a introdurre una maggiore concorrenza e più scelta per il consumatore e a ridurre l’interferenza governativa in questo settore industriale.

Una storia industriale italiana che vale la pena raccontare. La storia di una trasformazione strategica, culturale e organizzativa che ha consentito di governare cambiamenti tumultuosi e di renderli opportunità di crescita.

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oxygen | 16 — 06.2012

86 intervista a licia troisi Il lume dell’immaginazione

di Luca Morena

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contesti La nazionalizzazione dell’energia elettrica

intervista a paul saffo Tecnologie, media, elettricità: quale futuro?

di Vanni Nisticò

di Nicola Nosengo

La nazionalizzazione dell’energia elettrica, nel 1962, costituisce il più importante avvenimento di svolta nella storia economica dell’Italia repubblicana, destinato, come fu, a rompere il più forte monopolio economico e, insieme, il più formidabile potere di condizionamento della politica nazionale.

Oxygen ha chiesto a Paul Saffo – docente a Stanford e tra i pochi futurologi credibili in circolazione – di prevedere quali tecnologie saranno determinanti per il futuro sviluppo economico e industriale. A cominciare da quella elettrica ed elettronica, che è a sua volta alla base dello sviluppo dei media.

72 approfondimento CO2: il coraggio di cambiare rotta

80 visioni Senza luce

di Gianni Riotta di Danielle Fong Uno sguardo nella storia del buio, per rivelare che in ogni epoca, in ogni forma artistica e nella religione così come nella filosofia, la luce è stata per l’uomo verità, chiarezza e benessere, e l’oscurità menzogna, incertezza, povertà.

«Negli ultimi 20 anni la produzione mondiale di elettricità è raddoppiata. Nei prossimi 20 raddoppierà di nuovo. Se costruiremo le prossime centrali come quelle esistenti, e le faremo lavorare per tutti i 50 anni della loro vita attesa, duplicheremo quasi la quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera rispetto alla nascita della civiltà umana. […] Non possiamo pretendere che sia la natura a risolvere questo pasticcio. Ci occorre qualcosa di più di una strategia basata sull’ottimismo. Dobbiamo chiederci se abbiamo il coraggio di cambiare rotta».

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«Preferire le tenebre alla luce è il torto supremo, vuol dire rifiutarsi di capire la verità: e, nel “mito della caverna”, Platone immaginerà che il filosofo, visto alla luce il mondo, non riflesso attraverso le ombre sotterranee, tenti di riportare gli uomini alla verità»

«Spero che un gesto ordinario come accendere la luce in futuro sia accompagnato da un maggior senso di responsabilità: attualmente è qualcosa che facciamo molto a cuor leggero, senza pensare quanto c’è dietro la luce che illumina le nostre case» Oxygen sperimenta con Licia Troisi una sorta di piccolo esercizio di fantasia, in forma di domande e risposte. Il fine: l’abbozzo di un toy world, un piccolo mondo giocattolo, che non sia soltanto lo schizzo di un remoto mondo possibile dove mettere alla prova intuizioni e speranze, ma anche e soprattutto la visione di un mondo futuribile.

sommario

| oxygen

96 contesti Energia italiana per un design internazionale

di Gilda Bojardi Il design ha accompagnato nella storia la diffusione dell’elettricità e degli oggetti elettronici che popolano le nostre case. Dalle centrali idroelettriche agli elettrodomestici, dai tralicci ai computer portatili, fino ad arrivare, oggi, al coinvolgimento nel risparmio energetico.

106 contesti La scossa green alla mobilità

di Roberto Rizzo

92 scenari energia 3.0

di Simone Arcagni L’energia si muove e muove la società italiana, la sua storia e la sua economia. Spinta del boom economico e della società del consumo e poi linfa dell’economia post-industriale, ora l’energia vive una nuova sfida: innovarsi per soddisfare le esigenze di un futuro, in apparenza un po’ utopico, che non tarderà ad arrivare.

100 contesti Internet of things: in casa comanda lo smartphone

di Luca Salvioli La parola “domotica” ancora non è di conoscenza universale e la tecnologia tutt’oggi spaventa in parte i consumatori. Ma siamo più vicini di quanto non si creda a una casa intelligente, più sicura, più accogliente e più a risparmio energetico. Controllata dal nostro smarthphone.

«In cinquant’anni è cambiato l’utilizzo dell’energia, ma probabilmente cambierà l’energia stessa. Un panorama nuovo sta di fronte a noi, che muta con una velocità sempre più vorticosa»

Dopo tanto parlare, stanno arrivando sul mercato diversi modelli di auto puramente elettriche, una tecnologia che grazie alle sperimentazioni in corso anche in Italia ha dimostrato di essere ampiamente affidabile e di garantire la piena sicurezza su strada. Per accrescere la competitività dell’elettrico sarà comunque necessario abbattere i costi delle batterie, che dovrebbero dimezzarsi entro la fine del decennio, e costruire un sistema adeguato di colonnine di ricarica veloce.

110 future tech Le batterie di domani

112 la scienza dal giocattolaio Su Marte, con i LEGO

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data visualization Obiettivo 2015

english version

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contributors 5 2 1 massimo bergami — Ha insegnato in diverse università ed è fra gli ideatori di Startcup, business plan competition dell’Università di Bologna. Consigliere economico del Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport, è co-autore di Enel. Da monopolista nazionale a leader globale.

2 ettore bernabei — Direttore generale della Rai dal 1960 al 1974, in precedenza è stato giornalista e direttore del “Giornale del Mattino” e del “Popolo”. Nel 1974 è stato direttore dell’Italstat e dal 1991 è presidente della società di produzione televisiva Lux Vide.

3 gilda bojardi — Dagli anni Ottanta si occupa di design e dal 1994 è direttrice di “Interni”, rivista di punta e di lancio di nuovi trend. Ha curato varie pubblicazioni, tra le quali le “Guide” edite in occasione dei saloni del design di Milano, Parigi e New York.

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4 aldo bonomi — Direttore dell’Istituto di ricerca A.A.S.TER. – orientato allo studio delle dinamiche antropologiche dello sviluppo locale e territoriale – e consulente del Cnel. Fa parte del “gruppo di Lisbona”.

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5 valerio castronovo — Insegna storia contemporanea all’Università di Torino ed è direttore della rivista di scienze e storia “Prometeo”. Ha curato l’edizione italiana della Cambridge Economic History e ha pubblicato, tra gli altri, L’eredità del Novecento e Storia economica d’Italia.

6 pier Luigi celli — Direttore dell’Università Luiss Guido Carli e presidente dell’Enit, è stato coinvolto nella gestione di importanti aziende italiane come Enel, Eni e Olivetti. È stato direttore generale della Rai.

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7 paolo andrea colombo — Presidente di Enel dal 2011, insegna contabilità e bilancio alla Bocconi. È nei CdA di Mediaset, Interbanca, Eni ed è presidente del collegio sindacale di Aviva Vita, Sirti, Moratti Sapa e Credit Agricole Assicurazioni Italia.

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8 fulvio conti — Amministratore delegato e direttore generale di Enel dal 2005, è nel CdA di Barclays plc e di AON Corporation. È vicepresidente di Eurelectric ed Endesa e consigliere dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia.

9 gennaro De michele — È stato responsabile Politiche di ricerca e sviluppo Enel ingegneria e innovazione, oltre che membro dell’Advisory Council della Technology Platform for the Zero Emission Fossil Fuel Power Plants dell’UE, del Clean Coal Science Group dell’IEA e General Secretary della IFRF. All’inizio del 2011 ha fondato la società di consulenza ejase.

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13 alessandro ortis — Presidente dell’Autorità per l’energia elettrica e il gas dal 2003, vicepresidente del Consiglio europeo dei Regolatori per l’energia e presidente di MEDREG. È stato vicepresidente dell’ENEL e membro del Governing Board dell’AIE.

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17 giuseppe soda — È stato professore di organizzazione aziendale in diverse università, in Italia e all’estero. È coautore del testo Enel. Da monopolista nazionale a leader globale (2011).

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José ignacio pérez arriaga

Licia troisi — Laureata in fisica e dottoranda in astronomia, ha pubblicato le trilogie Cronache del mondo emerso, Guerre del Mondo Emerso e Leggende del Mondo Emerso, diventando una delle autrici fantasy più vendute al mondo.

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paul saffo — Esperto in previsioni economiche, è professore di economia all’Università di Stanford. Collabora con la Long Now Foundation e scrive per “Fortune”, “Wired”, “Los Angeles Times”, “New York Times” e “Washington Post”.

Direttore del Dipartimento in sviluppo sostenibile, professore di ingegneria elettrica all’Università Comillas di Madrid e al MIT di Boston. È direttore del Training Program for European Energy Regulators all’European University di Firenze. È stato consulente sull’energia di governi e istituzioni in oltre 30 paesi.

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Danielle fong — Co-fondatrice di Light Sail Energy, studia l’efficienza dell’accumulazione dell’energia come risposta alle esigenze energetiche del Pianeta. A soli 24 anni è stata inserita da “Forbes” nella lista dei 30 “under 30” che stanno cambiando il mondo.

aldo grasso — Critico televisivo per il “Corriere della Sera”, lettore di Teoria e tecnica delle comunicazioni di massa presso la Cattolica di Milano e lettore di Semiotica dell’audiovisivo presso l’Università Cattolica di Brescia. È autore di diversi programmi radiotelevisivi.

vanni nisticò — Dal 1971 ha alternato il giornalismo e la politica: è stato addetto stampa del PSI sotto la segreteria di Craxi, ha scritto per l’“Avanti!”, “l’Espresso” e “La Gazzetta del Mezzogiorno” e condotto trasmissioni per Rai Radio 2 e Radio 3. Attualmente collabora alla struttura editoriale dell’Associazione delle Banche Popolari.

gianni riotta — Giornalista e autore di diversi libri è stato corrispondente dagli Stati Uniti per “La Stampa”, “l’Espresso” e “Il Corriere della Sera” (di cui è stato anche vicedirettore). Dal 2006 al 2009 ha diretto il TG1 e dal 2009 al 2011 “Il Sole 24 Ore”.

vittorio vinci — Ingegnere elettronico, ha lavorato alla Società Meridionale di Elettricità. Trasferito all’Enel nel 1963 è stato assistente dei presidenti Di Cagno, Angelini e Corbellini e direttore della segreteria tecnica del direttore generale.

illustrazioni: Elena La Rovere

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50 anni di energia, milioni di attimi insieme. e molti 50.enel.com

Quanta energia c’è in un attimo?

altri ancora da condividere. 009

Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, uno dei principali sostenitori della nazionalizzazione dell’industria elettrica italiana, ha scritto un contributo per il numero speciale di Oxygen dedicato alla celebrazione dei 50 anni di Enel. Lo riportiamo di seguito integralmente.

Ed

editoriale

Enel 50: l’elettricità tra passato, presente e futuro di Paolo Andrea Colombo

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l 2012 è un anno particolarmente im- produttivi, offrendo opportunità di crescita e di miportante per tutti noi “cittadini Enel”: glioramento delle condizioni di vita dei cittadini. proprio 50 anni fa, con la nazionaliz- Inizia così l’avventura della nostra azienda, che avzazione dell’industria elettrica, è iniziata l’avven- via la sua opera di ammodernamento e di sviluppo tura del nostro Gruppo al fianco degli italiani. della rete di distribuzione, la realizzazione dei colleUna storia di ambizione e di eccellenza che ha gamenti elettrici con le isole, delle reti che dovranno accompagnato lo sviluppo, la crescita e il costu- trasportare l’energia lungo tutta la penisola e conme del nostro Paese nell’ultimo mezzo secolo. netterla con l’estero. Neanche un anno dopo l’apÈ il 27 novembre 1962 quando la Camera dei Depu- provazione della legge di costituzione viene creato il tati approva in via definitiva, dopo un lungo dibattito Centro Nazionale di Dispacciamento di Roma, per parlamentare, il provvedimento di nazionalizza- assicurare la gestione degli impianti di produzione, zione del sistema elettrico, che accorpa ben 1270 della rete di trasmissione nonché l’interconnessioaziende presenti sul territorio nazionale, con l’obiet- ne con l’estero; si tratta del cuore dell’intero sistema tivo di dare loro un’organizzazione amministrativa, elettrico italiano, un sistema che da quel momento in poi non smetterà più di crescere. tecnica e operativa comune e Siamo nel 1966 quando per la soddisfare la crescente domanda di energia. Il 6 dicembre del- L’Enel è oggi presente prima volta nella storia italiana la produzione idroelettrica lo stesso anno il provvedimento in 40 Paesi, dove copre meno del 50% della prodiventa legge: «È istituito l’Ente porta elettricità duzione complessiva a testimonazionale per l’energia elettrica – a 61 milioni di nianza del continuo e sostenuEnel – al quale è riservato il comto aumento della richiesta di pito di esercitare nel territorio clienti grazie energia, che rende sempre più nazionale le attività di produzioal lavoro di più di necessario il ricorso alla prone, importazione ed esportazio75.000 dipendenti duzione termoelettrica. Sono ne, trasporto, trasformazione, gli anni in cui Enel diventa la distribuzione e vendita dell’energia elettrica da qualsiasi fonte prodotta». seconda industria italiana per fatturato, e in cui si Si tratta di una delle più significative riforme econo- completa l’opera di realizzazione di una rete di tramiche del Dopoguerra: l’Italia si trova in pieno boom smissione adeguata alle necessità di sviluppo di economico, protagonista di una crescita senza pre- un Paese che inizia ad affacciarsi, come realtà incedenti ma allo stesso tempo caratterizzata da forti dustriale, in un mondo che a sua volta comincia ad disparità sul territorio nazionale. Alla data della na- ampliare i suoi confini; è la notte del 21 luglio 1969 zionalizzazione 1.700.000 persone vivono in case pri- quando il Centro Nazionale di Dispacciamento ve di energia; peraltro il divario nei consumi elettrici, rileva una richiesta di energia elettrica molto supeancora al di sotto della media europea, è particolar- riore alla media per poter soddisfare la richiesta di mente accentuato tra nord e sud, segno del grande energia degli italiani che, in diretta televisiva, semalessere che affligge il Mezzogiorno. La realizza- guono lo sbarco sulla luna di Armstrong e Aldrin. zione di una capillare rete di trasmissione e distribu- Dall’entusiasmo del boom economico arrivano gli zione dell’elettricità in tutto il Paese diventa l’obiet- anni della crisi petrolifera scatenata nel 1973 dal tivo prioritario dell’azienda elettrica nazionale che conflitto arabo-israeliano dello Yom Kippur; sono consentirà al Paese la diffusione degli insediamenti gli anni dell’austerity e delle “domeniche a piedi”. 012

Per ridurre i consumi elettrici viene quasi dimezza- calore della terra è oggi in grado di soddisfare i consuta l’illuminazione pubblica, viene ridotto l’orario di mi di oltre 8 milioni di famiglie e di evitare ogni anno apertura dei negozi, le trasmissioni televisive termi- più di 16 milioni di tonnellate di emissioni di CO2. nano alle 22.45. Il 20 dicembre 1973 la Camera dei Nel frattempo negli anni Novanta il camDeputati approva un ordine del giorno che, «consi- mino che dalle direttive europee porta all’aderata la grave crisi che ha colpito il Paese nel set- pertura del mercato dell’energia segna una tore energetico», impegna il Governo «allo sviluppo nuova svolta per la nostra azienda che, con la pridi una decisa politica di ricerca e di realizzazione di vatizzazione, si accinge a divenire una multinaziofonti alternative al petrolio, particolarmente nuclea- nale e inizia a guardare fuori dai confini nazionali, ri». E sarà l’Enel ad accogliere, al fianco delle istitu- in un’Italia che oramai è Paese di rilievo del G8. zioni, tali nuove e importanti sfide avviandosi a una L’Enel apre dunque i suoi confini ed è oggi presendiversificazione delle fonti energetiche e verso una te in 40 Paesi, dove porta elettricità a 61 milioni di maggiore attenzione al risparmio energetico; ven- clienti grazie al lavoro di più di 75.000 dipendenti. gono ridefinite le strategie aziendali pianificando la E al contesto nazionale e globale che si evolve la nostra azienda risponde di anno in realizzazione di nuovi impianti anno con nuovi impegni per minucleari e di impianti idroeletCiò che siamo oggi gliorare la qualità dell’ambiente trici di pompaggio, oltre a un attraverso lo sviluppo di un’enermaggiore sfruttamento delle è frutto del lavoro e gia sempre più pulita e rinnovafonti geotermiche sul territorio. della passione di coloro bile, per l’accesso all’elettricità atE alle sfide della diversificazione, che hanno fatto traverso il programma “Enabling dell’indipendenza energetica e della sicurezza degli approv- diventare Enel una delle Electricity”, nella Corporate Social Responsibility, nell’innovavigionamenti s’affiancano nel più grandi aziende zione e nell’eccellenza tecnologidecennio a seguire quelle della elettriche al mondo ca. Impegni che la nostra azienda difesa dell’ambiente: il Rapporha affrontato e affronterà accanto Brundtland mette davanti agli occhi del mondo la necessità di coniugare la to ai cittadini, alle istituzioni, ai suoi clienti con la crescita economica e la difesa dell’ambiente. Il dedizione e la passione che ci hanno caratterizzato Summit della Terra di Rio, di cui quest’anno ci ac- in questo primo mezzo secolo di vita e consentito cingiamo a celebrare il ventennale, consacrerà tali di diventare la “One Company” che siamo oggi. principi a livello mondiale cambiando per sem- Quello che siamo oggi, ma soprattutto quello che pre il corso dello sviluppo energetico mondiale. saremo domani, è frutto del lavoro, del sacrificio, Iniziano dunque a prendere corpo i progetti sulle della passione di tutte quelle donne e quegli uomienergie rinnovabili; il programma di sperimentazio- ni che in questi 50 anni hanno fatto diventare l’Enel ne e intensificazione dell’uso delle fonti rinnovabili una delle più grandi aziende elettriche al mondo. È avviato in quegli anni costituirà la forma embriona- a tutte le colleghe e i colleghi di ieri, di oggi e di dole di quella che – 30 anni dopo – diventerà una delle mani che con orgoglio desidero dedicare questo aziende leader a livello mondiale nel settore della ge- importante anniversario, grato fin d’ora per l’impenerazione da fonti rinnovabili: Enel Green Power, che gno che continueranno a dedicare alla crescita di con una produzione su base annuale di circa 22 mi- questa azienda. Un impegno sentito da ognuno di liardi di chilowattora prodotti da acqua, sole, vento e voi. Un impegno personale, per un’azienda di tutti. 013

Ed

editoriale

un'avventura ambiziosa di Fulvio Conti

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ll’inizio degli anni Sessanta l’Italia è in to su larga scala presso tutti i clienti, compiendo il pieno “boom” economico. Sono gli anni primo passo dell’evoluzione della rete elettrica di in cui il benessere si costruisce con la- distribuzione in una smart grid, col risultato di renvoro e passione e l'elettricità diventa per il Paese dere il consumatore un protagonista attivo e prouno strumento di emancipazione e sviluppo so- motore di un uso consapevole dell’energia elettrica. ciale, nonché il motore della crescita economica. Sono stati 50 anni costellati da grandi sfide vinte e Portare l’elettricità in tutta Italia, garantendo l’ener- da traguardi ambiziosi raggiunti, che hanno consogia necessaria alla crescita e allo sviluppo industriale, lidato la nostra posizione di grande multinazionale diventa un obiettivo fondamentale del Paese. È per dell’energia. Sono convinto che il modo migliore di questo che nel 1962, dall’unificazione e nazionaliz- celebrare questa ricorrenza non sia solo ricordare zazione di 1270 aziende nasce Enel, Ente nazionale questi successi, ma sottolineare il senso di vicinanza per l’energia elettrica. L’inizio di un’avventura che ci a tutti i nostri stakeholder e declinare la visione del fuha visto, a fianco degli italiani, realizzare un progetto turo che ci accompagnerà nei prossimi 50 anni. Una ambizioso di eccellenza che ha trainato lo sviluppo storia che ci incoraggia a guardare al nostro lavoro del Paese a cavallo di un secolo, accompagnando l’in- quotidiano in una prospettiva più lunga, che affonda gresso nell’era del benessere di milioni di persone. le proprie radici nel passato, estendendosi e alimentando una pianta rigogliosa fatta di Enel ha altresì favorito la creainiziative e idee che, zione di un mercato elettrico Un’avventura che ha innovazione, insieme, disegneranno il futuro. altamente competitivo che, a partire dal Decreto Bersani trainato lo sviluppo del Futuro che oggi è già realtà per del 1999, si è aperto a un cenPaese a cavallo di un Enel: un grande gruppo internazionale, presente in 40 Paesi di tinaio di concorrenti italiani e stranieri. Un mercato nel quale secolo, accompagnando quattro continenti che partecipa l’ingresso nell’era con lo stesso impegno che ha gaogni cliente è libero di sceglierantito in 50 anni di storia italiana re il proprio fornitore e, grazie del benessere di a una delle grandi sfide dell’umaalle nuove tecnologie, scegliere milioni di persone nità, quella di produrre energia come meglio consumare l’eabbondante, competitiva e sostenergia. Il settore elettrico rappresenta inoltre un importante volano di sviluppo nibile per soddisfare i bisogni di una domanda in per l’economia italiana, come dimostrano i circa 110 continuo aumento, soprattutto nei Paesi emergenti miliardi di euro investiti in nuovi impianti di produ- e in via di sviluppo. Una multinazionale efficiente e zione e reti di distribuzione, dalla liberalizzazione affidabile, solida e salda sui propri valori condivisi, a oggi, di cui quasi 40 miliardi da Enel. Questo pro- che opera in uno scenario economico, sociale e pocesso virtuoso ha consentito così al settore elettrico litico globale che sta subendo profondi mutamenti. di raggiungere dei livelli fra i più efficienti al mondo. Tutti i paradigmi consolidati a cui siamo stati abituati Il percorso di Enel si è basato sull’innovazione fino a oggi, infatti, sembrano essersi ribaltati. L’econocontinua e ha risposto con enormi investimenti e mia mondiale sta vivendo una trasformazione permanuove tecnologie alle esigenze socio-economiche nente e generalizzata che vede segnali positivi in aree e industriali prima dell’Italia e oggi di tutti gli altri geografiche che, solo in un recente passato, erano ai Paesi in cui opera, portando alla realizzazione di margini dell’economia globale e fenomeni di stagnaprogetti rivoluzionari come quello del contatore zione nelle economie mature. I ritmi di crescita dei elettronico, del quale siamo stati i pionieri. A partire Paesi asiatici sono ormai un fenomeno consolidato e dai primi anni di questo secolo, per la prima volta a quest’area si affianca oggi anche l’America Latina e al mondo, il contatore elettronico viene installa- presto vedremo l’emergere delle economie africane. 014

Questo impetuoso sviluppo dei Paesi emer- pianti e la ricerca continua dell’eccellenza operativa. genti è accompagnato da una forte crescita de- Per Enel la parola chiave resta “responsabilità”, ovvemografica, che porterà con sé una ridistribu- ro la capacità di creare valore condiviso con le comuzione più bilanciata della ricchezza. Un nuovo nità con cui ci si confronta, esibendo il passaporto concetto di globalizzazione, si va delineando: il po- della trasparenza. Siamo anche leader nella crescita tere economico non è più incentrato su pochi Stati, e nello sviluppo sostenibile, come dimostrato dalla bensì viene a crearsi una sempre crescente intercon- nostra presenza nel Global Compact Lead, nel Dow nessione fra blocchi geografici, in cui ognuno con- Jones Sustainability World Index e nel FTSE 4 Good. tribuisce a una parte fondamentale dell’economia. Responsabilità che si affianca ai grandi progetti per la Le grandi corporation operano in questo scenario realizzazione di infrastrutture energetiche che sostencon un peso istituzionale sempre crescente, per via gono la crescita dei Paesi in cui operiamo, assicurandella loro dimensione sovranazionale e per la loro do il benessere e lo sviluppo delle popolazioni locali. capacità di offrire soluzioni concrete alle istanze della Molto è già stato fatto, mettendo in campo propopolazione. Lo conferma un recente studio della ri- getti concreti che dimostrano l’attenzione verso vista “Fortune”, che individua, fra le prime 100 entità le comunità in cui lavoriamo, focalizzati a ridureconomiche mondiali, 40 aziende. In questa nuova re un gap che ancora esiste in molte parti del mondo: l’accesso all’elettricità. veste, sempre più spesso, le corRipercorrendo questi 50 anni di poration siedono al tavolo dei Per Enel la parola storia, tanti sono i successi congrandi leader politici mondiali seguiti e i traguardi raggiunti, ma discutendo, alla pari con loro, i chiave resta Enel continuerà a guardare al futuproblemi del Pianeta. Non solo “responsabilità”: ro affrontando le nuove sfide che protagonisti credibili ed efficala capacità di creare ci attendono. Un’era in cui l’elettrici per sostenere la crescita nel cità è presente in ogni momento medio-lungo periodo, dunque, valore condiviso con della vita delle persone, diventa ma veri e propri interlocutori le comunità con cui cultura e costume, e raccoglie in del dialogo con le comunità e ci si confronta pieno la sfida della sostenibilità gli stakeholder di riferimento. ambientale. In cui la generazione Enel è protagonista di questo nuovo modello di governance globale. Siamo stati sarà priva di emissioni e più diffusa sul territorio, le coinvolti, come interlocutore attivo, negli ultimi tre emissioni di CO2 saranno azzerate dalla tecnologia, G20 (Seul, Cannes e Los Cabos), nel Global Com- e la mobilità elettrica renderà più efficienti i trasporpact delle Nazioni Unite, alle Conferenze di Cancún ti e più respirabile l’aria delle città. Un’era in cui le e Durban sul clima e al Summit della Terra “RIO reti elettriche intelligenti, proprio come internet, +20”. L’accresciuta importanza di Enel è valsa la convoglieranno informazioni sul consumo e rennomina a Presidente di turno di Eurelectric, l’as- deranno i cittadini protagonisti della sostenibilità. sociazione che riunisce le aziende elettriche d’Eu- Enel continuerà sempre a essere un buon cittadino ropa e dialoga alla pari con le istituzioni europee. nelle comunità in cui opera, favorendo una crescita Restiamo dei protagonisti soprattutto perché sap- economica sostenibile e continuando ad adottare un piamo fare bene il nostro lavoro, quello di produrre, modello di comportamento trasparente e di ampia distribuire e vendere l’energia elettrica e il gas, at- condivisione e dialogo con tutti i nostri stakeholder. traverso una presenza integrata in numerosi mer- Perché, come attesta la nostra missione, «Enel opera cati, un management sempre più internazionale, al servizio delle comunità, nel rispetto dell’ambiente e il know-how tecnico abbinato a una forte tensione della sicurezza delle persone, con l’impegno di assicual miglioramento delle performance dei nostri im- rare alle prossime generazioni un mondo migliore». 015

comitato scientifico Enrico Alleva (presidente) Giulio Ballio Roberto Cingolani Paolo Andrea Colombo fulvio Conti Derrick De kerckhove Niles Eldredge Paola Girdinio helga Nowotny Telmo Pievani francesco Profumo Carlo Rizzuto Robert Stavins Umberto veronesi

art direction e progetto grafico undesign ricerca iconografica e photoediting white distribuzione esclusiva per l’italia messaggerie Libri spa t 800 804 900 promozione Istituto Geografico DeAgostini spa

direttore responsabile Gianluca Comin direttore editoriale vittorio Bo coordinamento editoriale Pino Buongiorno Luca Di Nardo Giorgio Gianotto Paolo Iammatteo Dina Zanieri managing editor Stefano milano collaboratori Simone Arcagni Davide Coero Borga Elena Comelli Daniela mecenate Luca morena Nicola Nosengo Roberto Rizzo Luca Salvioli Giorgia Scaturro Cecilia Toso

rivista trimestrale edita da Codice Edizioni

via Giuseppe Pomba 17 10123 Torino t +39 011 19700579 oxygen@codiceedizioni.it www.codiceedizioni.it/ oxygen www.enel.com/oxygen

© Codice Edizioni Tutti i diritti di riproduzione e traduzione degli articoli pubblicati sono riservati

traduzioni Susanna Bourlot Laura Culver Gail mcDowell illustrazioni Elena La Rovere Seltz

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oxygen nasce da un’idea di Enel, per promuovere la diffusione del pensiero e del dialogo scientifico.

Te

testimonianze

I protagonisti raccontano‌ Cinque decenni, sei presidenti: sfide, traguardi, cambiamenti di rotta della via italiana all’elettrificazione raccontati da coloro che in prima persona hanno fatto la storia di Enel. La testimonianza diretta di Francesco Corbellini, Chicco Testa e Piero Gnudi, e il ricordo di Vito Antonio Di Cagno, Arnaldo Maria Angelini e Franco Viezzoli da parte di chi, con loro, ha vissuto anni importanti: Gennaro De Michele, Vittorio Vinci e Alessandro Ortis.

017

Di Cagno aveva un’umanità, un rispetto per gli altri e uno stile che, come la poesia, resiste al tempo

1963

Vito Antonio Di Cagno ricordo di Gennaro De Michele Nel famoso film L’attimo fuggente uno straordinario Robin Williams, interpretando l’incredibile professor John Keating, recita una stupenda poesia di Walt Whitman che parte con la domanda «Ohimè! O vita! Cosa c’è di buono in tutto questo?» e si conclude con la risposta «Che tu sei qui, che la vita esiste e l’identità, che il potente spettacolo continua, e che tu puoi contribuire con un verso». È una risposta che consacra il poeta come un uomo senza tempo. Tale era Antonio Vito Di Cagno, il primo presidente di Enel. Oltre a essere un grande manager e un fine politico, De Gasperi disse di lui, quando era sindaco di Bari, che era il miglior sindaco italiano che avesse mai incontrato e che era un appassionato poeta. Non voglio ricordarlo con una sua poesia, che ne mostrerebbe un lato intimo e poco rappresentativo in questo contesto, ma con una testimonianza professionale 018

che ho trovato nell’archivio storico Enel di Napoli, che raccoglie tra migliaia di metri di scaffali, gran parte della documentazione della segreteria di Di Cagno. Tra queste carte si possono trovare perfettamente conservate centinaia di domande di assunzione alla SME, la società di cui Di Cagno era presidente prima di assumere lo stesso incarico all’Enel. È un carteggio sorprendente che nasconde le ansie e le paure degli aspiranti operai, fuochisti, macchinisti, elettricisti che desideravano entrare alla SME. Molte lettere sono scritte dalle mamme dei ragazzi, che promuovono le doti dei figli, la loro forza, la loro voglia di lavorare, la loro mansuetudine anche politica. Scritte a mano con calligrafia incerta, sono spesso delle vere e proprie suppliche in cui, rivolgendosi al direttore rigorosamente con il “Voi”, si raccontano i guai di famiglia e si spiega l’importanza che avrebbe per tutti se il proprio

ragazzo avesse preso quel “posto”. Ebbene: si rimane sorpresi vedendo che Di Cagno rispondeva a tutte le istanze personalmente, con garbo, chiarezza e inserendo non di rado un incoraggiamento ad andare avanti. Tutte le lettere pur simili nella struttura erano personalizzate e firmate di suo pugno. Non è poco in un’epoca in cui non esistevano la scrittura elettronica, il “copia e incolla” e lo scanner, ed è il segno di un’umanità, un rispetto per gli altri e uno stile che, come la poesia, resiste al tempo. Dirigente industriale è stato presidente della Società meridionale di elettricità, della Finelettrica. E di Enel, dal 1963 al 1973. È stato nominato cavaliere del lavoro nel 1967.

Arnaldo Maria Angelini ricordo di Vittorio Vinci Per l’esperienza di vita professionale al suo fianco, sono convinto che il Prof. Angelini non avrebbe gradito un ricordo che coinvolgesse direttamente la sua persona, ma ne avrebbe preferito uno connesso ai risultati concreti della sua attività manageriale presso l’Enel: a questi farò riferimento. Alla costituzione del nuovo Ente Elettrico di Stato, Angelini, direttore generale, profuse a pieno tutta la sua “scienza” per l’immediato coordinamento su base nazionale dei vari impianti trasferiti, ponendo al contempo le basi programmatiche per il successivo sviluppo del futuro sistema integrato produzione/trasmissione/distribuzione, superando le frammentazioni preesistenti tra le 1270 aziende nazionalizzate: in altri termini, disegnò l’architettura dell’Enel. È in quest’ottica che nasce subito il Centro Nazionale di Controllo di Roma per l’esercizio ottimale e coordinato delle centrali di produzione e della rete primaria, centro che, dalla prima realizzazione, è stato poi ampliato con l’impiego delle più moderne tecnologie teleinformatiche, tanto da divenire uno dei più avanzati a livello mondiale; e fu proprio questa eccezionale azione di coordinamento che, nei primi mesi del 1963, consentì la migliore utilizzazione delle disponibilità energetiche italiane e di evitare le restrizioni dei consumi che si resero invece necessarie in altri Paesi europei colpiti, come il nostro, dalla riduzione delle disponibilità idroelettriche, dal freddo intenso e da un forte incremento della richiesta di elettricità. Il “professore” era orgoglioso di questa sua creatura, anche per le informazioni che poteva fornire, in tempo reale, sulla richiesta di elettricità e sulla sua compenetrazione nella vita e nei costumi del Paese. Una delle più attese aspettative della nazionalizzazione era poi l’elettrificazione rurale. Oggi si parla di “qualità” del servizio offerto ai clienti, ma 50 anni fa quasi due milioni di italiani non erano in grado di usufruire per niente dell’elettricità. Mancavano però dati certi e quindi l’Enel avviò un’indagine capillare sul territorio. Questa fu lo strumento

programmatorio per tutti i piani d’intervento nel settore che portarono, già nel 1971, a dimezzare il problema e quindi alla totale elettrificazione del Paese. Nel frattempo, l’opinione pubblica guardava con sempre maggiore attenzione all’ambiente, una nuova sfida che l’Enel affrontò con vari provvedimenti di carattere impiantistico e con la creazione di appositi laboratori di ricerca ambientale: un tema, quello della ricerca e dei laboratori, caro al Prof. Angelini, che aveva iniziato la sua attività lavorativa nel 1931 come capo del laboratorio misure e prove elettriche della Soc. TERNI. Nella visione del Prof. Angelini, come disposto dalla legge di nazionalizzazione, le azioni dell’Enel dovevano proseguire i minimi costi di gestione compatibili con la dovuta efficienza del servizio. E, in effetti, le economie di scala rese possibili dalle dimensioni e dall’unitarietà dell’ente, l’esercizio coordinato e l’ammodernamento degli impianti, le unificazioni, la diffusione delle automazioni, la riduzione del consumo di combustibile per kWh prodotto e delle perdite di energia, hanno contribuito a ridurre, in misura sostanziale, il costo del kWh. L’Enel, quindi, come rileva il Prof. Castronovo nella sua prefazione al volume Cinquant’anni di industria elettrica in Italia, nonostante molte difficoltà «è riuscito tuttavia a far fronte ai compiti che gli erano stati attribuiti e a legittimare così la sua ragion d’essere». Sono certo che il Prof. Angelini sarebbe stato molto compiaciuto di questo giudizio. Il C.d.A. dell’Enel, il 16 febbraio 1979, nominò Angelini presidente onorario dell’ente. Anche in questa sua nuova veste continuava a osservare gli stessi orari di lavoro di sempre; non di rado mi chiedeva un commento, un parere, su pubblicazioni, rapporti, convegni, e queste richieste, così come quando era “in servizio”, secondo il suo stile erano sempre perfettamente articolate e scritte di suo pugno. Ho conservato qualcuna delle sue lettere tra i miei ricordi professionali più cari.

1973 Alla costituzione del nuovo Ente Elettrico di Stato, Angelini pose le basi per il coordinamento dei vari impianti trasferiti, superando le frammentazioni preesistenti tra le 1270 aziende nazionalizzate: in altri termini, disegnò l’architettura dell’Enel.

Ingegnere e professore di elettrotecnica generale nell’Università di Cagliari e a Roma, è stato presidente di Enel dal 1973 al 1979, direttore generale della Terni e vicepresidente del CNEN.

019

Francesco Corbellini

In vent’anni avevamo disseminato in giro per i Paesi in via di sviluppo una serie di centrali elettriche con macchinari italiani per una potenza pari a quella del parco Enel

1981 La proposta di assumere la presidenza dell’Enel mi giunse nel dicembre del 1978 mentre stavo facendo tutt’altro. In vent’anni, con un gruppo di giovani ingegneri, avevamo disseminato in giro per i Paesi in via di sviluppo una serie di centrali elettriche con macchinari italiani per una potenza complessiva comparabile a quella del parco Enel. Prodi mi spiegò che la ratio della sua scelta era che forse avevo le doti per realizzare anche quelle necessarie in Italia. Tra infinite difficoltà iniziammo a realizzare il nostro piano energetico e nucleare. Cominciammo rimettendo a posto Caorso. Scatenammo i nostri migliori tecnici nucleari a spiegare al Paese le nostre ragioni e costituimmo un gruppo di 020

giovani entusiasti per tenere i rapporti con i comuni dei futuri insediamenti. Verso la fine del mandato, il piano nucleare aveva preso consistenza. Il primo gruppo di Montalto era pronto per la carica del combustibile; la costruzione del secondo proseguiva regolarmente. Avevamo localizzato Trino Vercellese. Il tutto per 5000 MW e con il consenso delle autorità locali. Ricordo di essere entrato con grande soddisfazione attraverso il passo d’uomo nel vessel del primo gruppo di Montalto. Il professor Angelini, per questioni di stazza, dovette aspettarmi fuori. Pochi giorni dopo successe il disastro di Chernobyl che travolse il programma nucleare italiano. Il combustibile non fu mai caricato.

Ingegnere, ha costruito nel mondo centrali elettriche con macchinari italiani. È stato presidente di Enel dal 1981 al 1987. Autore, con Fraco Velonà, di Maledetta Chernobyl. La vera storia del nucleare in Italia.

Franco Viezzoli ricordo di Alessandro Ortis Capodanno in centrale: così Viezzoli, alla mezzanotte di ogni 31 dicembre della sua presidenza Enel, brindava all’anno nuovo con il personale di turno in una delle varie centrali elettriche sparse sul territorio. Un gesto simbolico cui fare riferimento per un ricordo della sua presidenza.I Capodanno in centrale, in “sala macchine”, sono emblematici della prioritaria attenzione che Viezzoli dedicava alle “risorse umane”, il pilastro patrimoniale portante della sua visione aziendale. Perciò la professionalità e lo spirito di appartenenza di tutti i suoi collaboratori, di ogni livello, furono alla base del suo promuovere una cultura di gestione del personale che, attenta anche a una costruttiva interlocuzione con le rappresentanze sindacali, muovesse verso: meccanismi di selezione trasparenti; programmi di formazione e aggiornamento professionale aperti alla massima partecipazione; carriere legate al merito; strumenti di assistenza sociale avanzati; contesti motivazionali individuali e corali coinvolgenti e competitivi, a livello nazionale e internazionale.I Capodanno in centrale evocano consuntivi sul passato e programmi per il futuro. Quanto ai consuntivi, valgono i commendevoli risultati ottenuti da Viezzoli; quanto al futuro, valgono l’attenzione e la creatività da lui dedicate alle strategie di sviluppo. Egli sentiva la “sua” Enel come una delle locomotive portanti dello sviluppo economico-industriale-sociale dell’intero Paese: investimenti, miglioramento continuo della qualità dei servizi per aziende e famiglie, attenuarsi degli squilibri esistenti fra Nord e Sud dell’Italia. Del pregevole lascito manageriale di Viezzoli vanno ricordati anche: la ristrutturazione finanziaria dell’Enel; l’assorbimento dell’improvvisa “cancellazione nucleare”, rilanciando tempestivamente con nuova produzione sostitutiva; il rafforzamento delle reti interne e transfrontaliere; l’abbattimento di costi e inefficienze

aziendali; le convenienti politiche per la diversificazione degli approvvigionamenti internazionali dei combustibili; il progressivo miglioramento degli indici di bilancio.Quanto alle strategie per il futuro, costante è stata la propensione di Viezzoli per scelte innovative e avanzate, concretamente sostenute da significativi investimenti in ricerca, sviluppo tecnologico e di sistema, con soluzioni tecniche sempre più attente alla tutela ambientale: depurazione dei fumi e più avanzate efficienze per le centrali termoelettriche; logistiche nuove e rispettose dell’ambiente per i combustibili, carbone e gas liquefatto compresi; studiati inserimenti paesaggistici per centrali e linee; impulso al settore geotermico e per gli impianti fotovoltaici ed eolici; comunicazione potenziata per promuovere un utilizzo sempre più efficiente dell’energia; lancio di studi per centrali off-shore e per importazioni di energia elettrica dall’Africa verso l’Europa, con rafforzamento dei collegamenti mediterranei.Con questa visione, tesa a favorire proattive collaborazioni internazionali, promosse decine di accordi di cooperazione con altri Paesi, ponendo così utili premesse per i successivi sviluppi aziendali internazionali; contribuì ad assecondare i processi d’integrazione energetica europea, favorendo la fondazione a Roma dell’Associazione delle aziende elettriche europee, Eurelectric; incoraggiò l’attività di questa come interlocutore essenziale delle istituzioni europee nel cammino verso il “mercato unico” interno, la comunità energetica del Sud-Est Europa e le intese per il Mediterraneo.Dunque, i Capodanno in centrale, con i “suoi” dell’Enel, così orgogliosamente sentiti, possono aiutarci a ricordare Viezzoli come un manager e un uomo che ha saputo mirabilmente associare capacità di gestione e visione strategica nel compimento di un mandato presidenziale di cui ancora beneficia e beneficerà il nostro Paese.

1987 Sentiva la “sua” Enel come una delle locomotive portanti dello sviluppo economicoindustriale-sociale dell’intero Paese

Presidente e amministratore delegato di Finmeccanica (1976-86) e presidente di Enel dal 1987 al 1996, è stato consigliere di Finsider, Italsider, Italcantieri, Banco di Santo Spirito, Credito Italiano, Alfa Romeo, Assonime, Abi e Finanziaria regionale Friulia.

021

Enel è una delle grandi risorse di questo Paese. Ne conservo un ricordo splendido, per la capacità di fare fronte in modo compatto alle emergenze che affollano un lavoro così complesso.

1996

Chicco Testa Le prime lettere che ricevetti da Presidente di Enel portavano due firme importanti: quella di Carlo Azeglio Ciampi, allora Ministro del Tesoro del primo governo Prodi, e quella di Pier Luigi Bersani, allora Ministro dell’Industria. Ambedue brevi e stringate. «Preparate l’Enel per la privatizzazione», diceva la prima. «Preparate l’Enel per la liberalizzazione del mercato elettrico», diceva la seconda. Cominciava così la “seconda vita” di Enel. La prima, con l’azienda di proprietà interamente dello Stato e in regime di monopolio, iniziata nel 1962, aveva raggiunto i suoi obiettivi. Tutti gli italiani erano stati allacciati alla rete elettrica e il servizio erogato era di buona qualità. Cominciava quindi la seconda parte della sua vita, che avrebbe visto Enel trasformarsi in una società aperta al capitale privato e in concorrenza, in Italia e nel mondo, con altre imprese elettriche, grandi e piccole. Fase che è tuttora in corso. La reazione di tutta l’Enel a questo cambiamento di pelle fu straordinaria. Ambedue gli obiettivi furono raggiunti nel corso di un triennio, con l’intera azienda, i suoi diri022

genti e i suoi dipendenti impegnati in questa trasformazione. Né derivò un’azienda che combinava, com’è ancora oggi, elevate competenze tecniche e ingegneristiche con nuove capacità manageriali e finanziarie. Enel è una delle grandi risorse di questo Paese. Ne conservo un ricordo splendido. Per la qualità dei suoi collaboratori, il senso di appartenenza e di disciplina. La capacità di fare fronte in modo compatto alle tante emergenze che inevitabilmente affollano un lavoro così complesso. Sono lieto di averne fatto parte. Tra i fondatori di Legambiente è stato presidente di Enel dal 1996 al 2002. È autore di Tornare al nucleare? L’Italia, l’energia, l’ambiente. Ha creato il blog newclear.it e dal 2010 è presidente del Forum Nucleare Italiano.

Piero Gnudi Sono stati anni di grande cambiamento: il processo di globalizzazione dell’economia e della finanza si andava affermando in tutte le regioni del Pianeta.

2002 Ho vissuto e lavorato in Enel dal 2002 al 2011. Sono stati anni di grande cambiamento: lo shock dell’attentato alle torri gemelle era ancora vivo e il processo di globalizzazione dell’economia e della finanza si andava affermando in tutte le regioni del Pianeta.Il management che ha governato l’Enel in questi anni ha dovuto interpretare i processi di cambiamento e fare scelte che hanno modificato radicalmente la struttura della società. Enel sino al 2002 era una grande azienda energetica che operava quasi esclusivamente in Italia. Pianificava il proprio sviluppo diversificando le attività in settori estranei al core business, come la telefonia e i servizi idrici.Dal 2002 il nuovo vertice decise di cambiare strategia concentrandosi sull’energia elettrica e il gas, e iniziando a puntare sui mercati esteri per dare prospettive di crescita all’azienda. Trasformare una grande realtà nazionale in

una multinazionale comporta una profonda metamorfosi dei processi, ma soprattutto di coloro che vi lavorano, per la necessità di confrontarsi con modelli, mentalità, lingue, mercati e sistemi regolatori molto diversi tra loro.Questo difficile passaggio ha fornito una prova indubbia della qualità delle figure professionali e delle persone che lavorano in Enel. Senza spirito di sacrificio e un forte orgoglio di appartenenza non sarebbe stato possibile costruire uno dei più importanti “campioni nazionali”, in grado di competere oggi sul mercato mondiale.Enel è ormai presente in 40 paesi, più della metà del suo margine operativo lordo è generato fuori dai confini nazionali ed è una delle più importanti aziende elettriche a livello mondiale. Vi sono ancora importanti sfide che Enel deve affrontare ma il lavoro avviato in quegli anni ha posto le basi per una crescita duratura e sostenibile.

Ministro per gli affari regionali, il turismo e lo sport è stato presidente di Enel dal 2002 al 2011, consigliere d’amministrazione e vicepresidente di Unicredit, presidente, membro del CdA e del comitato direttivo di Confindustria. È membro del Consiglio per le Relazioni tra Italia e Stati Uniti.

023

Rb

rubriche

| timeline

1962

18.250 giorni insieme a cura di Oxygen fotografie di White

L’energia elettrica, fra le scoperte scientifiche, è quella che ha maggiormente modificato la quotidianità e la crescita industriale: in Italia questa forte influenza è stata dimostrata dal coincidere dello sviluppo economico con la nascita e i primi 50 anni di Enel. L’energia è stata sostegno al boom del Paese, strumento di unificazione nazionale prima e di internazionalizzazione poi. Ha accompagnato la tecnologia portando in tutte le case gli elettrodomestici, la televisione e i computer, aiutando la diffusione dei telefoni cellulari e del concetto di rete. Ha contribuito a rivedere i confini in un’ottica globale e si appresta a essere vettore protagonista del futuro. 18.250 giorni di partecipazione di Enel ai cambiamenti storici e sociali, in un percorso a volte parallelo, altre intrecciato.

1963

1964

1965

1966

ENEL

DIRITTI

IL SoRPASSo

“La Camera ha approvato la legge che nazionalizza l’energia elettrica”. Il 6 dicembre, con queste parole, il giornalista Jader Jacobelli annuncia al telegiornale la nascita di Enel, l’Ente Nazionale Energia Elettrica, dalla nazionalizzazione di 1270 aziende private

viene approvata negli Stati Uniti la legge sui diritti civili

Il miracolo economico ha fame di energia e la produzione vive un sorpasso epocale: le fonti fossili superano l’idroelettrico. L’Italia è il primo paese europeo con impianti termoelettrici industriali e il terzo al mondo per potenza nucleare istallata

SCUoLA In Italia viene istituita la scuola media unificata con l’obbligo fino ai 14 anni MartIn LUtHEr KIng E JoHn F. KEnnEDY mlK tiene il celebre discorso I have a dream e JfK viene assassinato

SCENE ALL’ITALIANA Il cinema italiano vive un periodo d’oro: premi e riconoscimenti rendono celebri Otto e mezzo di fellini, Divorzio all’italiana di Pietro Germi e Ieri Oggi e Domani di De Sica.

UNDERGRoUND viene inaugurata a milano la metropolitana con funzionamento elettrico: il primo tratto, di 12 km, è Lotto-Sesto marelli

BRIoNvEGA Il televisore Algol 11 riceve la medaglia d’oro alla Biennale del Disegno Industriale di Lubiana

InDIa indira Gandhi diventa primo ministro in india tHE BEatLEs con il primo singolo Love me do inizia il successo mondiale dei beatles. nello stile controcorrente del gruppo britannico, si intravedono gli albori delle proteste che presto contrapporranno generazioni e stili di vita

1962 —

nasce enel

start

CRESCE L’ENERGIA Nasce il Centro Nazionale di Dispacciamento di Roma; Enel ha 13 milioni di utenti e produce il 67% dell’energia

ISTANTENEE Polaroid presenta la pellicola per le istantanee a colori. Il logo Enel dedicato ai 50 anni riprende quell’icona

LIBRETTo RoSSo Inizia la rivoluzione culturale cinese

PERSoNAL, NoT PoRTABLE L’olivetti costruisce il primo personal computer al mondo, il P101. Pesa più di 35 chili

CASALINGhE RILASSATE

ImmAGINI ChE UNISCoNo

Boom delle lavatrici e dei frigoriferi venduti in Italia. Le donne hanno più tempo per stare fuori casa

In Italia sono censiti 5.480.000 televisori: da Nord a Sud si parla la stessa lingua e si vedono le stesse immagini

365

730

1.095

1.465

1967

1968

1969

1970

1971

1972

1973

1974

1975

1976

STUDENTI IN LoTTA

NUovo CoRSo

INTERCETTATI

ILLUmINATI

fINE DI UN’ERA

Con l’occupazione della Sorbona di Parigi il movimento degli studenti dilaga in tutta Europa, portando a grandi cambiamenti culturali e sociali

Salvador Allende è eletto presidente del Cile

Scoppia lo scandalo Watergate

va in onda la prima puntata di Milleluci, la trasmissione che utilizza le lampadine per misurare il gradimento da parte del pubblico

va in onda l’ultima puntata di Carosello

PEACE & LovE

4A3 30 milioni di italiani seguono in televisione la partita di calcio del secolo: l’Italia batte in messico la Germania ovest 4 a 3

rIcHarD nIXon richard nixon rassegna le sue dimissioni da presidente degli stati uniti

Negli Stati Uniti si diffonde il fenomeno hippy. Le coscienze sono ormai alla ricerca di un nuovo benessere non solo economico, che presto coinvolgerà l’ambiente e quindi l’energia

ENERGIA IN CRISI

380

a metà degli anni sessanta prende avvio il progetto di ampliamento e razionalizzazione della rete di trasmissione e interconnessione a 380 kv

L’UNIoNE fA LA foRZA Corsica, Sardegna, Ischia e Isola d’Elba vengono collegate alla rete elettrica della penisola con cavi sottomarini nel Tirreno

1.825

2.190

UNITI E CoNNESSI L’elettrodotto sugli Appennini collega Nord e Sud Italia

vERSo L’INfINITo Il 20 luglio l’uomo mette piede sulla luna. Gli italiani seguono l’evento in Tv, provocando un picco di richiesta energetica

WooDSToCk Si tiene il più grande concerto di tutti i tempi

2.555

2.920

tWIggY LaWson cambia l'immagine delle modelle: spopolano giovani donne, magre e rigorosamente in minigonna

TUTTI IN RETE Grazie a Enel il 99% del paese è elettrificato

@ L’informatico Ray Tomlinson inventa orave, un codice capace di trasferire documenti da un computer all’altro

3.285

3.650

Inizia la guerra dello Yom kippur: aumenta il prezzo del petrolio e scoppia la crisi energetica. In Italia si svolge la prima “domenica a piedi”, parte del programma di austerity, e si cominciano a studiare a livello industriale soluzioni alternative

PACE Armistizio tra Stati Uniti e vietnam del Nord

SENTImENTo GREEN Si diffondono le prime manifestazioni di coscienza ambientale

4.015

4.380

oTTICA DI RISPARmIo viene varato il Piano Energetico Nazionale e il 30 aprile dell’anno successivo il Parlamento italiano promuove il primo intervento legislativo in materia di risparmio energetico

SPAGNA DEmoCRATICA muore francisco franco e inizia il processo di democratizzazione della Spagna

4.745

5.110

1977

1978

1979

1980

NUovE CENTRALI

La FEBBrE DEL saBato sEra il film di John badham La febbre del sabato sera accompagna la nascita della disco music

Entrano in servizio le centrali termoelettriche di Porto Tolle, Torrevaldaligia Nord, fiumesanto e quella idroelettrica a pompaggio di Entracque

Prime elezioni del Parlamento Europeo

LADY DI fERRo

Tv A CoLoRI

IN oGNI LUoGo

La Rai dà ufficialmente inizio alle trasmissioni a colori

La Sony mette in commercio il walkman nello stesso anno in cui, insieme a Philips, inventa il compact disc. Due strumenti che porteranno la musica ovunque

Steve Jobs e Steve Wozniak presentano una versione rielaborata del loro Apple I

5.475

5.840

1983

1984

6.570

1986

vENTo DI SARDEGNA

ENERGIA E AmBIENTE

Scoppia la guerra delle falkland e inizia la crisi del regime argentino

Comincia la sperimentazione nel settore eolico, con il progetto vele, nell'Alta Nurra in Sardegna

Il piano energetico Enel presenta per la prima volta un paragrafo dedicato all’ambiente e alla sicurezza

mAC

ChERNoBYL

La Apple presenta il primo computer della serie macintosh

Il 26 aprile un incidente nella centrale nucleare di Chernobyl provoca la fuoriuscita di nubi radioattive

CAmPIoNI DEL moNDo

23,82

INCUBI D’INChIoSTRo In Italia esce il primo Dylan Dog

fIUmI DI ELETTRICITÀ La produzione netta di energia idroelettrica Enel a serbatoio cresce fino a 6.034 GW

Gli utenti Enel sono 23,82 milioni

margareth Thatcher è eletta Primo ministro del Regno Unito

6.205

1985

ISoLE DELLA DISCoRDIA

E.t. L’EXtratErrEstrE spielberg dà vita all'alieno più “umano” del grande schermo

La produzione di energia termonucleare è pari a 3200 GWh, gli utenti Enel sono 22 milioni

LA PRImA mELA

1982

La nazionale italiana vince il mondiale di calcio in Spagna

NUovE ISTITUZIoNI GRANDI NUmERI

1981

EURoPA APERTA BRILLANTE ComE IL SoLE Nasce Eurelios, la prima centrale solare a concentrazione al mondo e la prima a immettere in rete energia elettrica prodotta dal sole

6.935

7.300

L’ACQUA CALDA Continua lo sforzo verso le rinnovabili con la promozione dello scalda acqua solare

viene firmato l'accordo di Schengen che 12 anni dopo porterà alla libera circolazione dei cittadini fra i paesi firmatari

kILL ’Em ALL

fINESTRE ELETTRoNIChE

Esce il primo album dei metallica

viene inaugurato il sistema operativo Windows

7.665

8.030

8.395

8.760

1987

1988

STILE LIBERo Il 5 agosto nasce federica Pellegrini, la prima donna italiana ad aver vinto una medaglia d’oro nel nuoto ai Giochi olimpici, a Pechino nel 2008, nei 200 metri stile libero. In carriera ha vinto anche quattro titoli mondiali ed è detentrice dei primati mondiali dei 200 e 400 metri stile libero

1989

1990

SoDDISfARE LA DomANDA Enel potenzia la rete elettrica portandola a oltre 61.000 km per soddisfare la richiesta di energia del Paese, anche per seguire i mondiali di calcio

LIBERI DI… mandela viene liberato e l’apartheid giunge formalmente alla fine. Entra in vigore l'accordo Schengen

1991

1992

1993

1994

ERA CLINToN

DEmoCRAZIA

Inizia la guerra in Bosnia e Bill Clinton è eletto Presidente degli Stati Uniti

Si svolgono le prime elezioni multirazziali in Sudafrica

UE

ImPRENDIToRI PoLITICI

viene firmato il trattato di maastricht: la Comunità Europea diventerà a breve Unione Europea

ha inizio la carriera politica del magnate delle comunicazioni Silvio Berlusconi

fUTURo IN ARRIvo

1995

1996

1270

si conclude il processo di acquisizione da parte di Enel delle 1270 imprese elettriche

Negli Stati Uniti Amazon viene registrata come azienda

NoTTI mAGIChE Cominciano i mondiali di calcio Italia ’90 che vedranno trionfare la Germania ovest

vIA LIBERA

DIEgo arManDo MaraDona il fenomeno del calcio argentino regala il primo scudetto al napoli

Il Parlamento italiano dà il via alla liberalizzazione del settore dell’energia elettrica. Enel si avvia verso la privatizzazione

kUWAIT LIBERo Si conclude la guerra del Golfo

WWW NUovo INIZIo GUERRA SANTA ha inizio l’Intifada

9.125

9.490

Con la caduta del muro di Berlino si apre una nuova era mondiale

9.855

10.220

L’informatico Tim BernersLee pubblica il primo sito web della storia. Nasce il World Wide Web

10.585

10.950

TRA I GRANDI viene costruita la centrale fotovoltaica più grande al mondo a Serre Persano ed Enel partecipa al summit degli E7, il gruppo delle sette maggiori imprese elettriche mondiali

RICoNoSCImENTI federico fellini ritira l’oscar alla carriera

11.315

11.680

GUERRA E PACE Cominciano i negoziati che porteranno la pace in Bosnia, Rabin è assassinato a Tel Aviv

LET’S PLAY La Sony lancia la Play Station

12.045

12.410

1997

1998

1999

2000

2001

2002

2003

2004

2005

2006

NUovA ImmAGINE

ANNo SANTo

moNETA UNICA

NUovI AmICI

DI NUovo CAmPIoNI

L’Enel è rappresentata da un nuovo logo, l’albero, che sottolinea il legame con la natura, le energie rinnovabili e la ramificazione dell’azienda

Si tiene a Roma il Giubileo del 2000

Entra in circolazione l’euro

Enel aderisce al Global Compact, l’iniziativa dell’onu che riunisce le migliori aziende del mondo impegnate a sviluppare un modello globale sostenibile

La Nazionale italiana di calcio vince i mondiali in Germania battendo la francia

ChI CERCA TRovA

IntErnaZIonaLIZZaZIonE Enel comincia il processo di internazionalizzazione in spagna, stati uniti e canada

EURoPA CoN kYoTo L'Unione Europea ratifica il protocollo di kyoto

NUovI AmICI

Nasce Google: Internet diventa uno strumento di ricerca delle informazioni fondamentale

Nasce facebook e negli Stati Uniti viene trasmessa la prima puntata di Lost

PRoNTo ChI PARLA?

CoNTAToRI CRESCoNo

Nasce Wind, la compagnia telefonica di proprietà di Enel, france Télécom e Deutsche Telekom

CoNfINI L'Italia entra nel sistema Schengen e hong kong diventa una Regione Amministrativa Speciale della Cina

CoSCIENZA Il mondo comincia a rivedere il suo atteggiamento verso l’ambiente con il protocollo di kyoto

12.775

13.140

SoTTo UNA NUovA LUCE Il decreto Bersani stabilisce la liberalizzazione del settore elettrico italiano ed Enel debutta in borsa con quasi 4 miliardi di azioni sul mercato

UN Po’ DI PIÙ La popolazione mondiale raggiunge i 6 miliardi

13.505

13.870

Enel inizia a installare i contatori elettronici: si rivoluziona il rapporto tra produttore e consumatore e si va verso le reti elettriche intelligenti

NUovE CENTRALI L’architetto michele De Lucchi disegna le centrali Enel di Porto Corsini e Priolo Gargallo

11 SETTEmBRE Attacco alle Torri gemelle

14.235

14.600

La tErra DI MEZZo Esce il primo film della trilogia Il Signore degli Anelli

fRA I PRImI 50 Enel viene ammessa nel gruppo delle prime 50 aziende europee che coniugano il business con piani e principi di sostenibilità sociale e ambientale, ed è l’unica impresa di pubblica utilità presente

14.965

15.330

MarK ZUcKErBErg Dopo la nascita di facebook, mark viene dichiarato il più giovane miliardario al mondo

ZERo EmISSIoNI Enel partecipa al programma europeo “Zero Emission Platform” e lancia tariffe multi-orarie che avviano le offerte personalizzabili

NUovo fUTURo? Entra in vigore il protocollo di kyoto e Abu mazen succede ad Arafat

PAPA mEDIATICo muore Papa Giovanni Paolo II; il funerale viene trasmesso in tutto il mondo

15.695

16.060

2007

2008

mENo EmISSIoNI Dal 1990 al 2008 Enel riduce le emissioni specifiche di Co2 da 618 g/ kWh e 462 g/kWh

GREEN PoWER Nasce Enel Green Power, la società del Gruppo che opera nel campo delle energie rinnovabili

YES WE CAN

2009

2010

moBILITÀ INTELLIGENTE Progetto E-mobility a Roma, milano e Pisa che prevede la diffusione di centinaia di punti di ricarica per le auto elettriche in luoghi pubblici e privati. Inaugurazione della centrale solare termodinamica Archimede

RIvoLUZIoNI Inizia la Primavera araba

viene eletto obama, il primo presidente afroamericano degli Stati Uniti

GIoChI CINESI fra molte contestazioni si svolgono le olimpiadi a Pechino

IL QUADERNo ToUChSCREEN

2011

2012

Dal 2012 al futuro

DIRITTo ALLA LUCE Enel Green Power sigla un accordo con l’ong indiana Barefoot College per garantire il diritto alla luce alle comunità rurali del Sudamerica

50 ANNI E NoN SENTIRLI L’Enel festeggia i suoi primi 50 anni con la presenza in 40 paesi, 4 continenti, 61 milioni di clienti, oltre 97.000 mW di potenza installata e quasi 2 milioni di km di linee elettriche

ENERGIA AL fUTURo In futuro, l’elettricità sarà il filo che metterà in comunicazione le persone fra di loro, con i luoghi in cui si muovono e con le tecnologie che usano, rivoluzionando molti aspetti della quotidianità:

TECNoLoGIA

LaDY gaga agli mtv music awards del 2010 lady Gaga vince otto statuette su tredici nomination

Tutte le tecnologie, fino a oggi industriali, acquisteranno una dimensione “personale”

Steve Jobs presenta l’iPad e Amazon inizia la sua attività in Italia

CoNfINI I confini geografici perderanno la loro rigidità diventando più flessibili

TRASPoRTI La mobilità elettrica sarà diffusa ed efficiente, la ricarica sarà veloce e la batteria durerà a lungo

PRoDUZIoNE ENERGETICA Grazie alle energie rinnovabili, si affermerà la generazione distribuita dell’energia

LAvoRo

50

anni di energia

LA foRZA DEL SoLE Prima centrale fotovoltaica e a idrogeno (Enel Diamante) a firenze

ARChILEDE Enel Sole lancia il progetto di illuminazione stradale con tecnologia LED

ENEL IBERoAmERICANA Enel allarga la sua presenza internazionale nella penisola iberica e in America Latina con l’acquisizione di Endesa

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16.790

UN moNDo 3D Esce Avatar

A BASSo CoNSUmo Nell’UE la lampadina a incandescenza è sostituita da quella fluorescente compatta

17.155

17.520

ENERGIA A TUTTI Enel e oNU insieme contro la povertà energetica: Enabling Electricity è un progetto per facilitare l’accesso all’energia elettrica per milioni di persone

Lo sviluppo tecnologico, elettrico e i cambiamenti sociali renderanno il lavoro da casa una pratica comune

CASA La domotica sarà realtà, i device svilupperanno un’interazione intelligente con le persone e ogni abitazione diventerà una piccola “astronave” autosufficiente

95%

il 95% dei contatori in italia è diventato elettronico

SEmPRE PIÙ STRETTI La popolazione mondiale raggiunge i 7 miliardi

17.885

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contInUa

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scenari

La rivoluzione silenziosa articolo di Valerio Castronovo

Il contributo di Enel all’elettrificazione e allo sviluppo economico e sociale del Paese: dalla nazionalizzazione, 50 anni di investimenti e progetti che s’intrecciano con la storia d’Italia.

Era stato un giornale inglese, il “Daily Mail”, a utilitarie, l’era della motorizzazione di massa. definire col termine “miracolo economico” il Alle “quattro ruote” s’erano poi affiancati alprocesso di sviluppo che, all’inizio degli anni tri beni di consumo durevoli, con in testa una Sessanta, aveva trasformato l’Italia in un Paese congerie di elettrodomestici, nuovi di zecca, acindustriale. Tanto appariva sorprendente il fatto quistabili anch’essi a comode rate. Certo, s’era che il tasso di crescita della nostra industria fos- trattato di un fenomeno meno appariscente di se giunto a tallonare da vicino quello della “loco- quello rombante delle auto che avevano preso a motiva tedesca”, già allora proiettata verso le vet- correre per le strade. Ma l’ingresso nelle case degli italiani di frigoriferi, lavate dell’economia europea. stoviglie e lavatrici aveva seA tirar la volata era stato il gnato l’affrancamento di un forte incremento dell’export La disponibilità di un numero crescente di donne di alcuni prodotti di largo adeguato volume di dalle fatiche quotidiane del consumo, per la loro qualità energia elettrica per tanta lavoro domestico. Così non e i loro prezzi competitivi. Intanto, da qualche tempo gente del Mezzogiorno erano più costrette a fare la spesa ogni santo giorno per anche la domanda interna, significava non solo disporre di generi alimentagrazie al fatto che gli italiani disponevano per le loro l’acquisizione di condizioni ri freschi, né dovevano più spese di un po’ più di reddi vita più decorose ma dedicarsi per tante ore a lapiatti e panni. Inoltre, diti da lavoro e di qualche anche nuove prospettive vare al posto delle vecchie stufe, sudato risparmio, aveva di lavoro e occupazione potevano adesso servirsi di dato segnali tangibili di una una batteria di lucenti cucimaggiore vivacità e consistenza. A imprimere questa svolta era stata la ne con fornelli a quattro piastre. E per le nuove comparsa alla ribalta, dopo l’irruzione in prece- famiglie che s’andavano formando, gli alloggi codenza di un gran sciame di motoscooter, di una struiti negli ultimi anni erano dotati sia di nuovi flotta di vetture di piccola cilindrata, poste in impianti di riscaldamento sia di scaldabagni. vendita per la prima volta attraverso il sistema Insomma, una sorta di “rivoluzione silenziorateale, che avevamo mutuato nel secondo do- sa” stava migliorando sensibilmente, anche poguerra dagli Stati Uniti. Era cominciata così per questi aspetti più minuti del vissuto quotianche da noi, con il successo della 600 e di altre diano, le condizioni materiali di esistenza de030

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gli italiani. In questo scenario in cui, grazie al boom economico, spirava un’incipiente ventata di benessere, nel 1963 aveva esordito l’Enel, l’ente economico pubblico sorto dalla nazionalizzazione dell’industria elettrica. Ma solo una parte delle famiglie italiane era emersa da un lungo periodo di privazioni e ristrettezze.

In questo scenario in cui, grazie al boom economico, spirava un’incipiente ventata di benessere, nel 1963 aveva esordito l’Enel Molte altre stavano arrancando non riuscendo sempre a far quadrare i conti alla fine del mese, e altre ancora vivevano per lo più in uno stato avvilente di povertà e degrado, soprattutto nel Sud e nelle isole. Tant’è che in queste contrade del Paese numerose famiglie abitavano in case ancora del tutto prive di energia elettrica. Il principale compito assegnato dal governo 032

all’Enel era stato perciò quello di ampliare la propria rete di trasporto e distribuzione per fornire luce e forza motrice a quanti, ed erano più di due milioni e mezzo, risiedevano in alcuni piccolissimi comuni e nelle località più sperdute, dove in passato le imprese non avevano ritenuto conveniente estendere il servizio elettrico. Di fatto, l’elettrificazione integrale del territorio nazionale era l’ultimo tassello che ancora mancava per il completamento di un’effettiva unificazione dopo oltre un secolo dalla nascita dello Stato italiano. E dire che fin dal 1902 un eminente meridionalista come Francesco Saverio Nitti aveva auspicato, in un suo scritto che recava il titolo emblematico La conquista della forza, che la diffusione dell’elettricità segnasse l’inizio di una nuova epoca, più prospera, per un Paese come l’Italia, carente di combustibili e materie prime. La disponibilità di un adeguato volume di energia elettrica per tanta gente del Mezzogiorno che, a metà del Novecento, non ne disponeva a sufficienza o non l’aveva per nulla, significava non solo l’acquisizione di condizioni di vita più decorose ma anche nuove prospettive di lavoro e occupazione. Grazie a un sistema elettrico

la rivoluzione silenziosa

efficiente e capillare si sarebbero potute infatti avviare proficue attività industriali e terziarie: ciò che avrebbe contribuito a determinare il riscatto delle “aree depresse” da una situazione endemica di arretratezza economica e disagio sociale. Queste aspettative non andarono deluse dopo l’insediamento dell’Enel. Dagli anni Sessanta in poi, la larga forbice preesistente fra i consumi elettrici pro capite del Nord e quelli del Sud venne man mano restringendosi, in seguito al potenziamento degli impianti nel Mezzogiorno e a una politica di basse tariffe per l’utenza domestica. Anche se l’elettrificazione non poteva naturalmente colmare tutti gli altri divari del Sud rispetto alle regioni più avanzate del Nord e del Centro Italia, essa valse quantomeno a renderli meno stridenti e ad agire da fattore propulsivo per sospingere il Mezzogiorno, nel corso degli anni Settanta, sulla strada della modernizzazione. Oggi che siamo abituati a vivere in uno scenario contrassegnato da uno sfavillio abbondante di luci, persino molte fra le persone che sono più avanti negli anni hanno finito per scordare quale fosse, cinquant’anni fa, la fisionomia delle nostre città, anche di quelle principali. A parte

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alcuni quartieri centrali, le strade e le piazze della periferia erano infatti scarsamente illuminate da pochi lampioni pubblici; e soltanto le vetrine dei negozi più lussuosi erano illuminate a giorno. Per non parlare di tante cittadine di provincia, dove, al calare del sole e con le prime tenebre, entrava in vigore una sorta di coprifuoco. La possibilità di avvalersi di energia elettrica più abbondante e a minor costo (poiché all’Enel venne prescritto di abbassare del 40% le tariffe praticate in passato dalle compagnie private) mutò pertanto l’aspetto complessivo di numerosi centri abitati, rendendoli più luminosi; i vecchi tram furono sostituiti dai filobus più capienti e veloci; e si allungò considerevolmente la vita notturna per l’apertura di nuovi luoghi di spettacolo e d’intrattenimento. Di fatto da quel periodo la dinamica della domanda di energia elettrica assunse cadenze sostanzialmente analoghe a quella in corso nei principali Paesi europei. E negli anni Ottanta e Novanta divenne sempre più stretta la correlazione fra l’incremento dei consumi elettrici e il miglioramento del tenore di vita degli italiani. L’impiego di elettricità andò infatti allargan033

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La possibilità di avvalersi di energia elettrica più abbondante e a minor costo mutò l’aspetto complessivo di numerosi centri abitati, rendendoli più luminosi; i vecchi tram furono sostituiti dai filobus; si allungò considerevolmente la vita

dosi a una gamma sempre più ampia e svariata non solo di macchine utensili, ma di apparecchi televisivi e telefonici, di elettrodomestici, di nuovi strumenti di calcolo e di scrittura. Questa seconda ondata di elettrificazione coincise con la formazione di una cosiddetta “società affluente”, caratterizzata da nuovi modelli di comportamento e di consumo più specifici e meno uniformi, a seconda non solo del livello dei redditi ma anche delle aspettative e degli orientamenti personali dei singoli utenti. Su un altro versante, la crescente richiesta di elettricità rese indispensabile, per coprire il fabbisogno, l’attuazione di investimenti sempre più ragguardevoli, destinati al potenziamento degli impianti di nuova generazione e con un grado più elevato di automazione industriale. Di conseguenza, vennero ampliandosi i flussi produttivi e i servizi complementari con effetti indotti a raggiera, a vantaggio dell’evoluzione economica e sociale del Paese. D’altra parte, se una forza motrice come l’elettricità aveva inaugurato la seconda rivoluzione industriale, quella scaturita tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento ha seguitato poi a costituire il fil rouge per eccellenza della crescita economica. A partire dagli ultimi due decenni del XX secolo, essa venne infatti alimentando gli eccezionali sviluppi manifestatisi con il binomio fra elettronica e informatica, con l’avvento del computer: così da dar vita alla terza rivoluzione industriale – quella che stia034

mo vivendo oggi, in un’epoca contrassegnata dalle applicazioni sempre più incisive e polivalenti dalla tecnoscienza e dalla diffusione planetaria di Internet – della multimedialità. L’Italia ha tenuto il passo con questi mutamenti di scenario e di prospettiva da cui è emerso, in seguito alla globalizzazione del mercato e all’espansione in ogni dove della Rete, un mondo multipolare e sempre più interdipendente, proiettato dalle nuove frontiere delle telecomunicazioni e della micro-ingegneria. Per Enel si è aperto così un nuovo capitolo estremamente impegnativo. Raggiunti ormai da molto tempo gli obiettivi di pubblica utilità che erano in cima al suo statuto originario, e operando dal 1993 in un mercato elettrico liberalizzato a livello nazionale ed europeo, ha provveduto non solo a rendere più diversificata e flessibile la struttura delle sue fonti energetiche. Oggi si trova anche in una fase di riorganizzazione delle sue strutture e di elaborazione progettuale, dovendo misurarsi con le sfide imposte dalla globalizzazione e con l’esigenza altrettanto cruciale di una riqualificazione ambientale. Tutto ciò richiede infatti una cultura d’impresa aperta al cambiamento, all’internazionalizzazione, alla ricerca e alla sperimentazione. Solo così sarà possibile valorizzare il proprio potenziale e accrescere il proprio know-how, ma soprattutto porre le premesse di un modello di sviluppo sostenibile e responsabile.

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scenari

Elettricità e media: acceleratori della società articolo di Aldo Grasso

Il legame tra elettricità, velocità e comunicazione si è fatto nella storia recente sempre più consistente e complesso. Ormai imprescindibili gli uni dagli altri e parte della quotidianità, questi elementi sono la scintilla di continui cambiamenti sociali.

Anni fa ero rimasto molto colpito da una campagna pubblicitaria dell’Enel basata sulla consapevolezza nell’utilizzo delle risorse energetiche. Si trattava, in realtà, di conferire valore ai gesti d’ogni giorno: per esempio, come inserire una spina nella presa o accendere un fornello del gas e scoprire che dietro quel gesto assunto come naturale si celava invece un rilevante sforzo organizzativo. In uno spot si vedevano due ragazze che per far funzionare il loro stereo portatile disegnavano tre puntini e vi attaccavano la spina. In un altro un escursionista incideva delle tacche su una pietra e, girandola a mo’ di manopola, otteneva una fiammella. Un altro ancora vedeva invece protagonista un operaio, con le dita sporche di grasso, mentre lasciava tre piccole impronte su un palo, al quale collegava un piccolo fornello per scaldarsi una bevanda. C’era anche, se 036

non ricordo male, un bambino su una spiaggia, in compagnia del padre e del nonno, intento a giocare con un trenino elettrico, alimentato da una presa disegnata sulla sabbia con un legnetto. Ebbene, una delle caratteristiche peculiari della tecnologia contemporanea è la produzione di oggetti in cui la tecnologia stessa ama nascondersi e con essa tutto il lavoro teorico che l’ha prodotta. È un paradosso già descritto dal filosofo José Ortega y Gasset: la civiltà industriale soffre di una ingratitudine profonda nei confronti dei suoi stessi miracolosi ritrovati. Una volta che li ha inventati – il telefono, il telefonino, la radio, la televisione, il computer – li assimila come fossero naturali. Quando guidiamo la macchina o accendiamo una lampadina non stiamo più a interrogarci sul motore a scoppio o sull’incandescenza. Poi basta un nulla, un piccolo blackout,

una lampada che non si accende, perché lo sconcerto ci agiti. È appunto il paradosso della lampadina. Nel 1881, quando il ballo Excelsior andò in scena per la prima volta al Teatro alla Scala, riscuotendo peraltro un grande successo, quel pubblico dell’alta borghesia milanese sapeva benissimo cosa si stava festeggiando: la celebrazione del progresso, del trionfo della scienza e della lampadina. Si festeggiava la crescita e non la decrescita, le “magnifiche sorti e progressive” e non la cultura del N.I.M.B.Y. (Not In My Back Yard). Quel “gran ballo all’italiana” era uno spettacolo colossale, con una scenografia rutilante, faraonica e imponente, 450 persone in scena. Narrava con enfasi entusiastica i prodigi della modernità ottocentesca, come la luce elettrica, il piroscafo, il telegrafo, il canale di Suez, il tunnel del Moncenisio. Celebrava la

gloria della splendente Luce che liberava il povero Schiavo dalle tenebre del malvagio Oscurantismo. L’elettricità ha letteralmente accelerato ogni fase dello sviluppo sociale. I media, in particolare la TV, possono perciò essere paragonati ai mezzi di trasporto veloce: come nell’Ottocento il treno aveva rivoluzionato la società, permettendo di coprire lunghe distanze in tempi relativamente brevi, come la macchina ha velocizzato i trasporti nel secolo passato, così la TV (forse la protesi più prestigiosa dell’elettricità) ha contribuito ad aumentare la velocità della vita sociale, rendendo più rapidi i cambiamenti, rimpicciolendo, anzi annullando, le distanze geografiche. Quella della velocità è la vera esperienza della modernità, che i mezzi di trasporto hanno attuato solo parzialmente. Sono stati proprio i mass media a

massificare l’esperienza della velocità: telegrafo, radio e poi, soprattutto, TV. «Miei cari amici vicini e lontani, buonasera ovunque voi siate».

Una delle caratteristiche peculiari della tecnologia contemporanea è la produzione di oggetti in cui la tecnologia stessa ama nascondersi e con essa tutto il lavoro teorico che l’ha prodotta Con queste parole di benvenuto Nunzio Filogamo era solito inaugurare le prime edizioni del Festival di Sanremo trasmesse dalla Rai delle origini, negli

anni Cinquanta. E in queste parole, in questo suo richiamo agli spettatori vicini e lontani è racchiuso tutto il legame che s’instaura tra velocità, mezzi di comunicazione e modernità. I media infatti hanno come specifico tecnologico la capacità di annullare il tempo di trasmissione di immagini e suoni, rendendola quindi immediata, permettendo l’annullamento della distanza spaziale e la possibilità per spettatori dispersi in tutto il mondo (vicini e lontani) di vivere in simultanea grandi eventi mediali. Tornano alla mente le riflessioni del filosofo Paul Virilio che, in Velocità di liberazione, riflette proprio sulla dinamica di “vicino-lontano” generata dal consumo della TV: «I paradossi dell’accelerazione sono numerosi, sconcertanti, in particolare il primo fra questi: avvicinare al “lontano” allontana proporzionalmente dal “vicino”, dall’amico, dal con037

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giunto... Questa inversione di pratiche sociali già manifeste nell’ordinamento dei mezzi di comunicazione (porto, stazione ferroviaria, aeroporto) è ancora rafforzata, radicalizzata dai nuovi mezzi di telecomunicazione». L’articolata campagna Enel “Power the People” insisteva ancora sui gesti dimenticati per farci capire la “velocità di liberazione”. Prima usavamo la manovella per alzare il finestrino in auto. Prima ci alzavamo continuamente dal divano per cambiare canale alla TV. Prima il nastro delle cassette s’impigliava sempre tra le testine del registratore mentre cercavamo l’inizio della canzone. Prima sventolavamo le foto istantanee in attesa che comparisse l’immagine immortalata. Ora tutto è cambiato, e quelli descritti sono gesti dimenticati. Fra questi ci sarà anche l’attesa della bolletta dell’energia in forma cartacea, nella cassetta della posta, perché ora tutto è online. E a questo punto la campagna si faceva interattiva sfruttando le enormi potenzialità del web. 038

Insomma, in una decina di lustri si è compiuta la più grande rivoluzione del mondo della comunicazione, ma anche della vita intellettuale e spirituale (secondo un celebre aforisma baconiano, tre invenzioni hanno cambiato la faccia del mondo: l’arte della stampa, la polvere da sparo e la bussola; l’elettricità è dunque, insieme, comunicazione, arsenale, orientamento). Non si può considerare l’elettricità solo come uno dei tanti elementi dell’innovazione tecnologica in un nesso causale complesso, perché il cambiamento operato dalla sua forza ha trasformato la natura stessa del rapporto di causa ed effetto. Nella “campagna dell’aeroplanino”, un piccolo velivolo di carta è il protagonista che attraversa, di stagione in stagione, le tappe della storia recente. Il racconto adottava la retorica della circolarità: all’inizio un bambino degli anni Sessanta disegna su un foglio di carta un’automobile e trasforma poi la carta in aeroplano. Quest’ultimo attraversa paesaggi ed epoche, e arriva oggi a un bambino

del nuovo Millennio. I motivi d’interesse di questo spot Enel sono molti. Quel che più colpisce è il lavoro di remix sui materiali audiovisivi: una storia inedita raccontata attingendo a parti dell’archivio storico di Enel. Vediamo così l’illuminazione di San Marco a Venezia, l’elettrificazione del territorio nazionale, la posa dei cavi marini che collegavano le isole alla terraferma, e tanti altri eventi di diversa portata. L’intento non è, in questo caso, nostalgico. L’aeroplanino che fluttua nel cielo trasmette, invece, il senso della storia: una storia che avanza, orgogliosa del progresso che la tecnica e l’energia portano con sé. Un racconto semplice, evidente, che può essere diversamente declinato sulle piattaforme mediali (altro motivo d’interesse della campagna). E su YouTube, condivisibile in Facebook, c’era una versione speciale, più lunga, del film visibile in TV. Il mondo della comunicazione è al centro di un profondo e radicale cambiamento, qualcosa che ricorda l’enfasi del ballo Excelsior: il telefono, così come l’abbia-

elettricità e media: acceleratori della società

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luci bianchissime Manifesti pubblicitari di lampade Osram, Zeta, Tungsram, Westinghouse e dell’Azienda elettrica per il Governatorato, anni Venti e Trenta (Fonte: Archivio Storico Enel).

Secondo un celebre aforisma baconiano, tre invenzioni hanno cambiato la faccia del mondo: l’arte della stampa, la polvere da sparo e la bussola; l’elettricità è dunque, insieme, comunicazione, arsenale, orientamento

mo conosciuto e usato per anni, non è più il telefono; i giornali non sono solo più giornali, stanno mutando pelle e contenuti; la TV non è più la TV; persino il computer presto non sarà più il computer. Motore di questa evoluzione è il fenomeno della convergenza. Che cos’è? Tecnicamente, la convergenza è l’unione di più strumenti del comunicare, una fusione resa possibile dalla tecnologia digitale. Ciascun medium non è più destinato a svolgere un singolo tipo di prestazione, ma è in grado di diffondere diversi contenuti (fotografia, radio, conversazioni telefoniche, TV, musica). Convergenza significa utilizzare una sola interfaccia (il computer, per esempio) per molti servizi informativi, passare cioè dalla visione di una serie TV a un’operazione bancaria, dalla lettura di un quotidiano alla sorveglianza di un angolo della casa. Ma convergenza significa anche che il futuro della comunicazione è qualcosa che va ben oltre la comunicazione e coinvolge categorie antropologiche. Convergenza è la voce

del molteplice, dell’indiscernibile e dell’ibridato. Grazie alla facilità di spostamento, ai flussi migratori, alla globalizzazione, tutto il mondo converge, si mescola, tende al meticciato. Ma noi come ci attrezziamo per affrontare un simile rivolgimento? Consideriamo la tecnologia come un gadget prezioso di cui non si può fare a meno? Ci comportiamo come nei confronti dell’elettricità? La verità è che oggi, nel mondo della comunicazione, si compiono operazioni così vertiginose da essere state vagheggiate solo da qualche scrittore di fantascienza: il primo Macintosh è del 1984, la nascita ufficiale del web risale al 1991. Convergenza significa anche che da una cultura di tipo verticale (ordinata secondo una gerarchia valoriale) siamo passati a una orizzontale (ogni contenuto è immediatamente disponibile) basata più sulle associazioni, sui link, sui liberi collegamenti che sulla tradizionale trasmissione del sapere. Peggio di una scossa elettrica, molto peggio. 039

In

intervista a ettore bernabei

«Quando “accendemmo” l’Italia» articolo di Daniela Mecenate

«Vi racconto una storia di binari paralleli, quelli su cui marciammo insieme, RAI ed Enel, per lo sviluppo del Paese». Colloquio con Ettore Bernabei, ex direttore generale della RAI dal 1961 al 1974. Un testimone d’eccezione che racconta l’Italia in bianco e nero di quegli anni, come «ce l’abbiamo fatta» e come possiamo ancora farcela. Sulla sua scrivania c’è un libro azzurro ancora in bozza. Il suo libro. Di che parla? Ettore Bernabei, 91 anni, risponde senza esitare: «Del futuro». Sorride, guarda da sotto gli occhiali: sa bene che da un uomo della sua età non ci si aspetterebbe un libro sul futuro, ma semmai uno sul passato. Un passato intenso, quello che siamo venuti a farci raccontare dall’ex direttore generale della RAI, dominus della TV di Stato dal 1961 al 1974. Un periodo che ha visto l’Italia cambiare a velocità impressionante, passando in poco tempo dal “miracolo economico” all’austerity, dai dolci anni Sessanta alle prime fredde pallottole del terrorismo. Anni di TV in bianco e nero, quella del Carosello, di Canzonissima, di Corrado e Pippo Baudo. Quella delle grandi inchieste, di Ruggero Orlando. «All’inizio erano soprattutto anni di sviluppo travolgente – racconta Bernabei – e ricordo bene il cammino fatto con tutti gli altri protagonisti di questa crescita: dall’elettricità alle reti telefoniche. Ricordo bene, nel 1963, la nascita dell’Enel, anzi ricordo non solo il parto, ma anche la gestazione». E sorride ancora, l’anziano manager, ex giornalista, nel suo studio d’angolo dove la scrivania di legno chiaro è so040

vrastata dai premi ricevuti negli anni appesi alle pareti. Svariati per la cultura cattolica. «Sarebbe stato impossibile – prosegue – consolidare la democrazia e il miracolo italiano senza la nascita di Enel. Perché? Perché fino a quel momento esisteva un sistema di aziende elettriche private, consorziate tra loro, che pensavano a portare l’elettricità dove era più conveniente. La logica era quella industriale, del profitto, e così si provvedeva a illuminare le città e i centri più importanti: nel 1963 appena il 60% del Paese aveva il servizio elettrico. Solo un’azienda “di Stato”, guidata da altre logiche, poteva in quel momento portare l’elettricità dovunque servisse, anche nei luoghi più remoti di un’Italia ancora contadina e povera, ancora fatta di minuscoli centri abitati su sperduti cucuzzoli. Grazie a questo, fu possibile portare sviluppo economico al Paese e sviluppo sociale alla popolazione, un sistema equo di ripartizione delle possibilità. Non a caso, nel giro di pochissimo tempo, l’Italia fu dichiarata il quarto tra i Paesi più industrializzati del mondo». E, grazie a questo, anche radio e TV ebbero uno sviluppo impressionante, conquistando mano a mano sempre più case, sempre più famiglie: «All’inizio

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degli anni Sessanta gli abbonati erano meno di quattro milioni; quando andai via dalla RAI, nel 1974, erano oltre 12 milioni». Una crescita a braccetto, dunque, quella tra l’azienda elettrica e la società televisiva. «È vero, RAI ed Enel camminarono su binari paralleli, crescendo insieme ma soprattutto favorendo insieme lo sviluppo del Paese. Un intreccio che fu capace di portare benessere economico e di trasmettere valori, di uniformare la lingua e di dare conoscenza su temi fino a quel momento poco conosciuti, come la condizione di popolazioni poverissime delle zone più remote del Paese». E se l’elettricità aiutò la TV, anche la TV aiutò l’elettricità: «Facemmo grandi inchieste sui luoghi ancora senza luce e sulla necessità di nazionalizzare l’elettricità, per spiegarne i motivi agli italiani. E poi… Beh, ricordo anche episodi divertenti! Come quella volta in cui l’Enel notò con preoccupazione un picco impressionante di consumo di elettricità in una sola notte. Sapete cosa era successo? Era il 20 luglio 1969, lo sbarco dell’uomo sulla Luna: gli italiani erano rimasti svegli a guardare la TV fino a notte fonda!». Si riappoggia sullo schienale della poltrona, Ettore Bernabei. Sembra pensare “Che tempi, quei tempi!”. «Erano anni – riprende – in cui lo sviluppo del Paese fu guidato da un modello ben preciso, quello dell’economia mista di aziende pubbliche che aiutavano aziende private. Attraverso le aziende della galassia IRI e attraverso le società “di Stato”, come Enel, fu possibile fornire a costi bassissimi semilavorati, energia, luce, autostrade, servizi telefonici, a tutte le aziende private che altrimenti non sarebbero potute crescere. Solo così ce l’abbiamo fatta. Con un impegno generale». E per l’anziano manager è questo il modello che, a dispetto delle analisi contemporanee, andrebbe bene anche per la situazione attuale. «È l’unico modo. Solo così potremmo farcela ancora: siamo un Paese scivolato in serie C2, possiamo tornare in serie A solo con un modello di impegno collettivo». Ma ammette che nella situazione attuale di mercato prevalgono modelli diversi, «prevalgono le privatizzazioni e la logica del mercato globalizzato». Poi il pensiero torna al passato, a quel viaggio sui binari della crescita. «Le grandi aziende come Enel e RAI, in quegli anni, ebbero un altro merito, spesso poco ricordato: assicurarono 042

sviluppo anche al potere d’acquisto di moltissimi italiani. Nei primi anni Sessanta, infatti, le aziende a partecipazione statale accordarono aumenti salariali del 21-22%, pur in assenza di inflazione, e furono via via seguite da tutte le altre. E pensare che i sindacati avevano chiesto un aumento del 15%! Fu una svolta per il potere d’acquisto di migliaia di famiglie, che iniziarono da quel momento a potersi permettere un televisore, un giradischi e persino una 500, o altri autentici lussi come… una lavatrice!». Beni che sembrano normali, oggi, ma che non lo erano in quel momento se pensiamo che solo il 2% della popolazione, nel 1963, possedeva l’elettrodomestico più ambito dalle casalinghe di tutta Italia. Da quei tempi sono passati molti anni. Per l’ex direttore generale della RAI si sono succedute altre esperienze professionali, è arrivato il novantesimo compleanno (festeggiato con una puntata su di lui de La Storia siamo noi) e in questi giorni è arrivato il novantunesimo.

Sarebbe stato impossibile consolidare la democrazia e il miracolo italiano senza la nascita di Enel. Perché solo un’azienda “di Stato” poteva in quel momento portare l’elettricità dovunque servisse, anche nei luoghi più remoti di un’Italia ancora contadina e povera Ettore Bernabei, intanto, è tornato alla TV ed è proprio la luce, la Lux, a far parte della sua vita: nel 1992 ha fondato la Lux Vide, una società di produzione di fiction televisive e film per la TV guidata oggi dalla figlia Matilde e della quale è presidente: «Presidente onorario», ci tiene a sottolineare. «A una certa età bisogna pur accontentarsi!». In questi anni, la Lux Vide ha prodotto serie e film di successo, come Don Matteo, Pinocchio, Coco Chanel, per citarne solo alcuni. E quando gli chiediamo cosa pensa della televisione di oggi, allora sì, per la prima volta esita. Si ferma a pensare. «Non è tutto da criticare, ma certo non è tutto da salvare. Si fanno anche oggi le grandi inchieste giornalistiche, si dà spazio alle fiction che hanno qualcosa da insegnare al pub-

«quando “accendemmo” l’italia» | oxygen

Rai TV Le scenografie di Solletico (programma televisivo per ragazzi andato in onda negli anni Novanta su Rai Uno) e Piazza Grande (trasmissione di Rai Due in programmazione dal 2003 al 2008).

blico. Alcuni programmi invece sono banali, inutilmente trasgressivi e violenti, privi di contenuto. Quelli che mi fanno irritare sono i reality: sono una truffa, un imbroglio, non è vero che c’è improvvisazione, ma solo infimi copioni da quattro soldi recitati da pessimi attorucoli falliti». Certo sembra passato un secolo dalla “sua” TV, quella senza colore ma non per questo scolorita, quella senza reality dove il realismo c’era eccome, la televisione delle prime pubblicità quando non esisteva ancora la “TV commerciale”, quella un po’ bacchettona in cui il massimo della trasgressione erano le gambe delle gemelle Kessler. E a proposito del colore, Bernabei non ci sta a sentirsi dire che in Italia la TV a colori è arrivata solo nel 1977, tre anni dopo la sua uscita dalla RAI: «Eravamo pronti già nel 1972, – racconta – ma alcuni partiti frenarono dicendo che in Italia non avevamo alcun bisogno della TV a colori. Lo facevano per non scontentare gli interessi di quelle società straniere che non erano ancora pronte. Il risultato fu che intanto le aziende italiane che fabbricavano televisori, pronte da un pezzo, fallirono. Tra queste la Marelli e

la Brionvega». Non risparmia nessuno, l’anziano “leone”, nemmeno i politici attuali. E se la prende con chi ha poco spirito di collaborazione, con chi non crede nell’Italia e «vuole smembrare il Paese in tanti piccoli molluschi regionali». Ma ora che il colloquio con questo pezzo di storia italiana è finito, ora che questo testimone d’eccezione ci ha portato indietro nel tempo tra nostalgia e analisi socio-economiche, ora che abbiamo esplorato i binari paralleli che le due aziende hanno percorso insieme sul treno della crescita del Paese, una curiosità ancora rimane: in pratica, il suo libro, quello azzurro ancora in bozza, lì, sulla scrivania, di che parla? «L’ho già detto: del futuro. Parte da un’analisi del secolo scorso, eccezionale per le scoperte scientifiche e per i progressi umani, ma tremendo per le guerre e le dittature che l’hanno segnato. E poi passa a parlare di come potremmo costruire il nostro futuro prossimo, gli anni che ci aspettano. Sono ottimista. Ma il messaggio è sempre lo stesso: possiamo farlo solo insieme, collaborando in un approccio di sistema, unendo risorse, forze, energie». Ancora binari paralleli? «Assolutamente». 043

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scenari

La crisi come metamorfosi articolo di Aldo Bonomi

«La crisi non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro. Per agguantare il bandolo della matassa occorre fare chiarezza sulle culture che dentro la crisi stanno imponendosi nelle società occidentali. Culture intese come vere e proprie ideologie in formazione che costituiscono la materia da passare al setaccio per enucleare possibili proposte di futuro».

È fuor di dubbio che la macina della grande trasformazione da cui origina la crisi stia arrivando a un punto di svolta. Vengono al pettine i nodi di un lungo ciclo di trasformazioni economiche e politiche che hanno scardinato gli equilibri consolidati tra le sfere del politico, del sociale e dell’economico. Quello che si è chiuso con lo scossone del 2008 è stato un lungo ciclo di sviluppo, certo a velocità diverse, nel quale i pesi geoeconomici tra le grandi nazioni del mondo sono progressivamente mutati. Una grande trasformazione, per riprendere le parole di K. Polanyi, che scuote i fondamenti etici e politici oltre che economici del modo di produzione capitalistico. Non basta più domandarsi che cosa produrre e per chi, per quale mercato. La crisi delle economie fondate sul debito e il limite ambientale allo sviluppo fanno sì che le merci debbano sempre più incorporare la domanda “Per quale uso?”. Uno spostamento d’ottica che vale in primo luogo per quella particolare merce che ormai è l’energia. Dobbiamo dunque capire che la crisi non può essere interpretata nei termini dell’attraversamento, della carovana nel deserto, quanto della metamorfosi: il sistema sta diventando altro. Per agguantare il bandolo della matassa occorre allora fare chiarezza sulle culture che dentro la crisi stanno imponendosi nelle società occidentali. Culture intese come vere e proprie ideologie in formazione che costituiscono la materia da passare al setaccio per enucleare possibili proposte di futuro. Dunque iniziamo con il dire che proprio sulla crisi e

sulle sue possibili uscite mi sembrano all’opera oggi almeno tre ideologie di cui tenere conto. La prima ideologia sostiene che siamo di fronte a una vera e propria crisi di sistema, a un deragliamento generale che ha alla sua radice il rapporto ormai insostenibile tra civilizzazione e natura. La crisi è sistemica e, dunque, scorciatoie che ripropongano tale quale l’architettura del welfare novecentesco oggi sono difficilmente praticabili. L’uscita “ideologica” è il paradigma della “decrescita felice” dell’economista Serge Latouche, una sorta di “pedagogia della catastrofe” in cui il limite ambientale costituisce il muro contro cui il bolide impazzito del capitalismo sta correndo. Paradigma ancora molto interno a élite e circoli intellettuali metropolitani, ma la cui possibile presa non è da sottovalutare nel momento in cui il probabile affermarsi di fenomeni di disoccupazione strutturale di medio periodo costringeranno le società occidentali a una “decrescita” dei consumi tanto reale quanto “infelice”. Tangente è anche la posizione dei movimenti giovanili cresciuti dentro e a ridosso della crisi, quelli del “99% contro l’1%”, sorta di interclassismo della moltitudine che mostra come la crisi odierna non tocchi solo i ceti proletari del Novecento ma anche i ceti medi schiacciati nella morsa delle politiche di austerità pubblica e di una finanza che non fa più “sgocciolare” in basso i frutti dei mercati. Una posizione che mette direttamente in discussione anche l’emergere di un moderno capitalismo delle reti visto come alternativa al carattere pubblico 045

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di beni come energia, mobilità, acqua, ecc. La seconda posizione è propria dei circuiti delle élite tecnocratiche che oggi si pongono come direttamente governanti, sostenendo l’esigenza di soli “aggiustamenti strutturali” dei mercati, per accompagnare il sistema al suo nuovo equilibrio di mercato. Per breve tempo a inizio secolo è stata anche un’ipotesi credibile con una finanza che si presentava come canale di integrazione in mercati aperti a tutti. Il tutto dentro la crisi di una politica che non ha saputo cogliere l’occasione di ridisegnare il proprio ruolo in modo non ancillare rispetto all’economia. Dando l’impressione di cedere il passo al mito del governo degli ottimati. Un passaggio su cui bisognerebbe riflettere anche in termini di equilibri interni alle borghesie di questo paese, perché è evidente che l’ascesa di élite centrali e metropolitane come quelle che costituiscono l’attuale governo nazionale segna per molti versi il tramonto dell’egemonia di una neoborghesia diffusa del capitalismo molecolare e dei distretti. Mettendo in tensione come mai dalla nascita delle liberaldemocrazie di massa il rapporto tra mercato e democrazia. Tensione che porta con sé il tema della “costituzione abortita” nel senso della Costituzione europea. Una posizione le cui aporie difficilmente si superano se non si abbraccia pienamente una prospettiva di democrazia europea. E dunque, tra questi due poli non ci può essere lo spazio di una faticosa “terza via”? Penso che 046

Enel e le farfalle Are you really sure that a floor can't be a ceiling? è una citazione di Maurits Cornelius Escher che è diventata il titolo dell'opera di Liesbeth Bik e Jos Van der Pol, vincitrice dell'edizione 2010 di Enel Contemporanea. «Questo modello – spiegano i due artisti – è una casa provvisoria per le farfalle, viste come gli attori ultimi di idee idealiste di trasformazione, cambiamento e riciclo, caratteristiche insite nel loro ciclo di vita».

la crisi come metamorfosi

dentro la metamorfosi di un capitalismo che si ridisegna si può ragionare su una prospettiva del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy”. Concetto a volte molto abusato con forti margini di sovrapposizione anche rispetto alle due ideologie alternative appena accennate. Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo. È un discorso che incorpora il tema della sobrietà dei consumi e di una nuova strategia keynesiana di nuovi investimenti. Sono questi i due punti di partenza sui quali necessariamente va posta l’attenzione. L’idea di green economy, se situata nelle condizioni reali del ciclo capitalistico che stiamo vivendo, può aiutarci a ricostruire su basi nuove un progetto di sviluppo che coniughi un’idea di progresso con l’idea di limite. Per evitare equivoci il concetto va però “spacchettato”, smontato dall’interno. Perché a ben vedere ne possiamo identificare almeno tre versioni, le quali assumono significati ed esiti politici opposti tra loro. In primo luogo, green economy sul piano delle economie mondiali è anche una grande bolla finanziaria (la prossima?) con la finanziarizzazione delle commodities alimentari e l’accaparramento delle terre agricole in Africa e in America Latina per produrre combustibili alternativi al petrolio in via di esaurimento. Al polo opposto esiste anche una seconda declinazione di green

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economy, legata all’idea di una diversità dei modelli di capitalismo e, nel caso dell’Italia, alla radice territoriale e localistica del nostro apparato produttivo. Una green economy territoriale, dal basso, che segue tre canali. Il primo è l’evoluzione del capitalismo molecolare, come adattamento delle economie produttive di piccola e media impresa sul lato della compatibilità ambientale delle produzioni, di un’innovazione leggera dei processi produttivi e del design dei prodotti.

Dentro la metamorfosi di un capitalismo che si ridisegna si può ragionare su una prospettiva del dopodomani utilizzando il concetto di “green economy” Il secondo, più culturale, l’evoluzione di una tendenza al vivere “borghigiano”, la propensione a una migliore qualità localistica della vita tipica dello spleen metropolitano di ampi segmenti di ceto medio riflessivo protagonista a partire dagli anni Novanta di un’evoluzione postmaterialista degli stili di vita e di consumo. Che fa da base sociale e culturale a fenomenologie come Slow Food, Eataly, reti e accademie del gusto proliferate sul territorio, ecc. Un fenomeno che riattiva e incanala sul mercato tradizioni locali, a 047

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Green economy è in primo luogo il capitalismo che incorpora il limite ambientale nel suo processo di accumulazione. Ne fa motore di un nuovo ciclo

cavallo tra economia e rappresentazione sociale che organizza filiere produttive e nel medesimo tempo ha sbocchi partecipativi e democratici importanti. Terzo, green economy dal basso è anche nuovo lavoro, inteso sia come problema di una nuova qualità del lavoro che come nuova composizione sociale e nuovi bisogni. È l’emersione di pratiche di mutualismo che affrontino l’impatto della crisi del debito sulla vita quotidiana, riguarda domande di tutela e gestione partecipata dei beni comuni, delle reti, dello stesso credito, organizzandola a livello locale dentro le città e nei territori. Tuttavia, ciò che veramente occorre in questa fase è la capacità di portare a sintesi queste tendenze trasformandole in un’ipotesi di nuovo sviluppo compatibile. Compito difficile da svolgere seguendo le consuete logiche della proliferazione imprenditoriale. Occorre invece una via intermedia non riducibile al “piccolo è bello”, assunta da soggetti che abbiano struttura e risorse per affrontarla accettando la sfida tecnologica, e che abbiano gruppi dirigenti e organizzazione per “pensare lungo” facendo da motori trainanti a una nuova politica industriale. In mezzo tra finanza e territorio si colloca dunque una visione della green economy che, in mancanza di etichette più adeguate, definisco neo-keynesiana e che per quanto mi riguarda rappresenta la vera sfida se si vuole rimettere con i piedi per terra il rapporto tra economia e sviluppo. Si tratta di pensare a una terza rivoluzione industriale che abbia come scopo quello di spingere in avanti la frontiera della discontinuità tecnologica, ad esempio sul piano della questione energetica per sostituire un’era del combustibile fossile e della chimica derivata. Ma per farlo occorre la costituzione di infrastrutture e poli che abbiano la massa d’urto adeguata. Una prospettiva che interroga direttamente un 048

soggetto come Enel: perché sincreticamente esso oggi incarna sia una tradizione di funzione nazionale, sia un’evoluzione da big player del capitalismo delle reti. Poi perché l’energia è il primo dei beni che in un’ottica di nuovo sviluppo incorpora una doppia natura di merce ormai finanziarizzata e di bene comune che svolge funzioni di sistema. È chiaro che tutto ciò significa però ripensare il ruolo del pubblico, fuori sia dai vecchi schemi dell’Iri sia dalle retoriche neoliberiste. Un ruolo che va declinato a cavallo tra centro e periferia del sistema. In Italia abbiamo poli di eccellenza su questo fronte, non siamo all’anno zero. Al centro oltre a Enel vi sono altre grandi aziende come Eni la cui funzione deve essere discussa; sul territorio la rete delle multiutilities eredi delle vecchie municipalizzate rappresentano punti di possibile ancoraggio. Un neo-keynesismo che dovrebbe avere due condizioni necessarie: uno, la de-finanziarizzazione della finanza riportando le banche a reinvestire il denaro per produrre merci oltre che altro denaro. Tutti questi ragionamenti sono possibili se la politica e la società, mettendosi in mezzo tra flussi e luoghi, riescono a far (ri)atterrare la finanza dentro una logica di credito allo sviluppo. Due, la definizione di un patto tra il capitalismo di territorio e i big player dell’energia; un patto che dovrebbe costituire il reale motore di una nuova politica industriale. Ciò significa avere la capacità di immaginare un neo-keynesismo non come accentramento nelle mani dello stato-nazione quanto come capacità dei poli d’eccellenza di fungere da fertilizzatori della green economy territoriale (lavoro, beni comuni, città) con un nuovo rapporto centro-periferia. Una sfida che riguarda in primo luogo chi, come Enel, per storia, dimensioni e funzione collettiva può decidere se giocare la partita della globalizzazione come perno di una nuova strategia di sistema.

la crisi come metamorfosi

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Effetto farfalla Si dice che il minimo battito d’ali di una farfalla sia in grado di provocare un uragano dall’altra parte del mondo. È l’“effetto farfalla”, ma – per quanto riguarda l’opera di Enel Contemporanea 2010 – va ripensato in termini di sostenibilità: una piccola azione quotidiana può portare a grandi cambiamenti nel sistema.

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approfondimento

Il management che fa la differenza articolo di Massimo Bergami, Pier Luigi Celli e Giuseppe Soda

Una storia industriale italiana che vale la pena raccontare. La storia di una trasformazione strategica, culturale e organizzativa che ha consentito di governare cambiamenti tumultuosi e di renderli opportunità di crescita.

Meno di 15 anni fa Enel era un operatore domestico monopolista. Oggi, sebbene si chiami ancora Ente Nazionale per l’Energia Elettrica, la sua identità è profondamente cambiata. Dal 1998 a oggi la più importante azienda nazionale dell’energia elet-

La mano visibile delle decisioni manageriali teorizzata da Alfred Chandler nella vicenda Enel ha trasformato in possibile ciò che era solo poco probabile trica è riuscita a compiere una metamorfosi straordinaria. I volti, gli investimenti, le tecnologie, le storie che si sono succeduti in questi anni hanno contribuito a trasformare un ente pubblico strutturato in un’impresa 050

globale, leader nel settore. Che Enel riuscisse a compiere questa evoluzione non era affatto scontato: la storia delle privatizzazioni e delle grandi trasformazioni industriali, in Italia e nel mondo, è costellata di fallimenti o di transizioni incomplete. Come spiegare dunque il successo di Enel? Com’è riuscita un’azienda monopolista a far fronte alle sfide cruciali della deregulation? Molte evidenze suggeriscono che si tratti di un caso le cui dinamiche evolutive vanno ben oltre le spiegazioni settoriali, un caso dal quale si possono trarre molte lezioni sul management e sul cambiamento delle imprese in condizioni di forte incertezza e dinamismo ambientale. Una storia industriale che ci permette di tracciare un “manuale minimo” di che cosa significhi guidare un’impresa in trasformazione, senza perdere per strada le sue radici. Proprio la ricostruzione di questa vicenda offre una prospettiva che contraddice l’idea di un management pu-

ramente “adattivo” o passivo rispetto alle pressioni esogene, così come descritto da molti economisti. Proprio perché incastonato all’interno di profonde trasformazioni in larga parte esterne al controllo dell’impresa, il caso Enel frantuma un’interpretazione deterministica e riduzionista del management strategico. In esso si esalta una prospettiva dell’impresa e dell’azione manageriale come attori proattivi, in grado di attuare strategie che contribuiscono largamente a determinare i contesti di mercato, senza doversi necessariamente solo adattare o subirne passivamente le dinamiche. In altri termini, la mano visibile delle decisioni manageriali teorizzata da Alfred Chandler, nella vicenda Enel esplica chiaramente i suoi effetti contro-intuitivi, trasformando in possibile ciò che era solo poco probabile. A questa prima lettura s’aggiunge però un’altra e più interessante spiegazione. L’azienda non è stata solo capace di trasformare proattivamente

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le spinte di un ambiente ostile, ma ha superato abilmente tutti gli stati di tensione e i momenti critici della sua storia sviluppando capacità adattive di ordine superiore che le hanno permesso di continuare a produrre competenze e conoscenze sempre nuove, strumentali all’anticipazione delle dinamiche e delle sfide nei contesti in cui si è trovata a operare. L’esempio più evidente di questa capacità d’impresa è la combinazione di decisioni e azioni che precedono e seguono il processo di liberalizzazione del settore energetico avviato nel 1999 con il decreto Bersani. Il provvedimento del governo impone a Enel la separazione societaria per le attività di produzione, trasmissione, distribuzione e vendita, nonché l’obbligo di ridurre la propria capacità produttiva. In linea con il decreto, l’azienda deve avviare e completare rapidamente un processo di “disgregazione organizzativa” che porta alla nascita di Enel Produzione, Terna ed Enel Distribuzione. L’aspetto più dirompente per Enel è però l’obbligo di ridurre la propria capacità produttiva: l’impresa deve rinunciare in un tempo relativamente breve a una capacità di produzione di energia pari a quella prodotta in Belgio e in Olanda. La sua quota nel mercato domestico dell’elettricità passa dal 77% del 1996 al 26% del 2008. Gli 052

effetti di questo processo esterno di ridimensionamento sono drammatici: in quattro anni, dal 1998 al 2002, il ROI (Return On Investment) passa dal 15,4% al 5,9%, in una situazione di mercato domestico senza alcuna possibile opzione di crescita futura. Di fronte alla “tempesta perfetta” scatenata da fattori per lo più esogeni, lo scenario più verosimile che si presenta è quello di un’“involuzione domestica”: il management avrebbe potuto riorganizzare l’impresa su scala minore invocando nelle scelte la non responsabilità dell’inevitabile declino, l’imposizione dall’esterno di un destino di ridimensionamento e marginalizzazione nel gioco competitivo internazionale che la globalizzazione sta generando. La logica manageriale invece opera nel segno opposto. Contrariamente a molte aspettative, Enel riesce a cavalcare le dinamiche esogene con un processo di trasformazione di tipo organizzativo, di business e tecnologico che la rende velocemente uno dei player globali più attivi nel settore dell’energia. E solo quattro anni dopo il crollo della redditività degli investimenti il ROI torna ai livelli pre-liberalizzazione. Enel dunque ce l’ha fatta. Ma com’è riuscita a sfuggire alla trappola dell’“involuzione domestica”? Una delle chiavi del successo è stata la trasfor-

il management che fa la differenza

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Il management ha compreso che il contesto e il flusso della storia chiedevano all’“ente” di farsi “impresa”: un cambiamento culturale epocale che ha trasformato Enel in un’organizzazione in grado di navigare autonomamente nel mare aperto del mercato

mazione culturale iniziata a metà degli anni Novanta, che ancora oggi proietta i suoi effetti positivi. L’azienda infatti si prepara in anticipo all’impatto della liberalizzazione abbandonando le logiche operative dell’ente pubblico e mutando il proprio assetto organizzativo secondo dinamiche di mercato. Ad esempio, tra il 1996 e il 1999 viene dimezzato il numero dei dirigenti e si decidono le carriere interne in base a criteri di redditività ed efficienza, piuttosto che di anzianità di servizio. Negli anni della liberalizzazione, poi, Enel cerca di bilanciare la riduzione delle propria quota sul mercato elettrico andando a caccia di nuove opportunità di business e diventa una multi-utility. Quando lo scenario multi-utility tramonta, il management riesce rapidamente a rifocalizzare le proprie attività sul core business energetico lanciando un grande piano di espansione internazionale, per recuperare all’estero le quote di mercato abbandonate forzatamente in Italia. Nella seconda metà dello scorso decennio Enel si afferma come player globale attraverso l’acquisizione di importantissime società estere. Il management di Enel ha insomma compreso che il contesto e il flusso della storia chiedevano all’“ente” di farsi “impresa”: un cambiamento culturale epocale che ha trasforma-

to Enel in un’organizzazione in grado di navigare autonomamente nel mare aperto del mercato. La storia di Enel è emblematica: un contesto di potenziale crisi è stato trasformato in un’opportunità di evoluzione e di crescita globale. Accanto alle capacità dinamiche e alla trasformazione culturale, Enel ha sempre cercato un equilibrio efficace tra il dinamismo, l’esplorazione (di mercato e tecnologica) e la continuità, l’eccellenza e l’affidabilità del servizio attraverso il potenziamento e il consolidamento del know-how tecnico che sta al cuore della sua capacità operativa. I tre gruppi di leader al vertice di Enel in questi 15 anni hanno, in modo diverso e rispetto ad agende strategiche non sovrapponibili, alterato e guidato le modalità con cui tutta l’organizzazione interpretava il contesto, il mercato, il mondo. La leadership aziendale ha operato non tanto per razionalizzare gli eventi così come apparivano. Piuttosto ha privilegiato il “come potrebbero essere”. Ciò che era percepito come minaccia è divenuto opportunità, quello che appariva improbabile è divenuto possibile. Il sense-making del management è emerso con particolare evidenza nei momenti più critici e negli snodi più incerti legati alle sfide che l’azienda si è trovata di volta in vol-

ta ad affrontare. I leader non si sono però limitati a “dare un senso” ma, fattore cruciale in organizzazioni complesse, a trasmettere questo senso e la direzione intrapresa a tutta l’azienda. In altri termini, hanno operato come “fornitori di senso e di direzione”, favorendo così la velocità e l’efficacia della trasformazione. Cruciale e strategica è stata anche la capacità di Enel di ottenere una forte legittimazione dagli interlocutori istituzionali, spesso rappresentati dai governi degli Stati nazionali in cui un produttore di energia va a operare, ma che nel caso Enel comprendono anche la comunità e i mercati finanziari. Naturalmente, ogni punto di arrivo è un punto di inizio. Nel contesto della globalizzazione e nel quadro degli scenari geopolitici che stano emergendo, la partita dell’energia, insieme a quella del cibo, segna forse il campo di sfida dei popoli e delle nazioni degli anni a venire. Oggi Enel ha compiuto il suo primo passo per essere protagonista in una sfida che è ancora tutta da giocare, che si può vincere come perdere. L’ambizione c’è, le energie interne pure. Le risorse finanziarie vanno equilibrate in fretta, le strategie raffinate ma, soprattutto, sarà l’implementazione di queste a fare la differenza, sapendo che il contesto può cambiare nuovamente in modo velocissimo. 053

Elettricità è prosperità: crescita del pIL e dei consumi elettrici pro capite dal 1962 ad oggi 2012

2002

1992

1982

1972

1962

infografica undesign

norD aMErIca 196%

175% 120%

177% 144%

76%

166%

96% 61%

37%

aMErIca LatIna

246% 182% 117%

100% 55%

71%

51%

47%

15% 0%

EUropa 236% 204% 157%

160% 135% 114% 69%

80% 48%

69%

crescita consumi elettrici

2012

2002

1992

1982

1972

1962

crescita pil

355%

asIa

319%

205%

129%

113% 60%

37% 35%

33% 0%

ocEanIa

327%

329%

261%

177% 134%

114%

93% 64%

46%

29%

aFrIca 203% 144%

107%

82%

69%

64%

32%

39% 0%

consumi elettrici: statistical review of World Energy bp (kWh per capita) pil: maddison Historical statistics (international dollars per capita)

34%

Ap

approfondimento

Elettricità è prosperità articolo di Elena Comelli

per l'italia, il segnale peggiore è arrivato nel 2009. Era la prima volta, dalla nascita della repubblica, che i consumi elettrici calavano per due anni di seguito. andando a spulciare la serie storica, a partire dal 1883, quando inizia l'impiego dell'energia elettrica in italia, si scopre che nemmeno la prima guerra mondiale o la Grande depressione del 1929 fermarono i consumi elettrici per due anni consecutivi. solo la seconda guerra mondiale riuscì a causare un regresso così prolungato. Quest’ultima e la crisi del 2008-2009. con una prevedibile ricaduta nel 2012, che sta inanellando una serie di mesi in negativo: marzo –5,2%, aprile –6,2%, maggio –4,1%. Da questi dati si può dedurre quanto i consumi elettrici siano correlati con la crescita economica. se calano i consumi vuol dire che è calata la produzione industriale: in un paese manifatturiero come il nostro è un segno certo di recessione e infatti le previsioni per l'economia italiana convergono su una crescita negativa almeno dell’1,5% nel 2012. È una relazione strettissima, che negli ultimi anni si va progressivamente modificando in un processo di

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trasformazione tecnologica mondiale, ma resta ancora molto salda. Del resto non va dimenticato che il lavoro è da sempre legato all'energia: l'unità di misura dell'energia è il lavoro e non c'è lavoro senza energia. Dopo averla ricavata per millenni dai muscoli degli uomini e degli animali, dalla forza delle cascate e del vento capace di muovere i mulini, dalla potenza del fuoco e del vapore, finalmente siamo riusciti a imbrigliarla in maniera efficiente con la produzione meccanica di energia elettrica, che poco più di un secolo fa diede avvio alla seconda rivoluzione industriale. Da lì, nuove macchine e nuove fonti. Dal carbone al petrolio e al gas. in pochi anni, l'energia elettrica fece balzare in alto la produzione di beni e servizi, a un ritmo del tutto inimmaginabile. considerando che il lavoro di un uomo non può superare la potenza di 50 watt per più di 12 ore al giorno e calcolando quindi un'erogazione giornaliera di 0,6 kilowattora, per rimpiazzare con il lavoro umano tutta l'energia elettrica che si produce oggi in italia, ogni cittadino di questo paese dovrebbe avere a disposizione almeno 20 schiavi.

le fonti energetiche da idrocarburi fossili furono per molti paesi – quelli che le possedevano – una soluzione innovativa al problema dei vincoli derivanti dalla bilancia dei pagamenti. le grandi potenze industriali si costruirono prima con il ricorso al carbone, poi con la sostituzione del carbone con l'idroelettrico, sfuggendo alla dipendenza dall'estero per rifornirsi dell'energia necessaria allo sviluppo. ma la vera rivoluzione elettrica, per i paesi industrializzati, arrivò nel secondo dopoguerra. i compiti erano enormi e le riserve idroelettriche insufficienti a fornire tutta l'energia necessaria alla produzione industriale. la soluzione fu trovata facendo ricorso alle dotazioni di gas e alla decisione di rifornirsi di petrolio sui mercati mondiali o di produrne di più in casa propria: gli stati uniti sono il paese modello a questo proposito. ma anche l'italia, che nel 1950 produceva 22.000 dei 25.000 gigawattora richiesti all'anno con l'idroelettrico, nel 1980 era costretta a usare altre fonti per soddisfare una domanda moltiplicata per sette, a quasi 180.000 gigawattora, mentre la

producibilità idroelettrica era già arrivata quasi al suo limite, con 45.000 gigawattora generati quell'anno. la produzione termoelettrica, che nel 1950 non arrivava a 2000 gigawattora l'anno, nel 1970 era balzata a 130.000, generati soprattutto da petrolio. a questa, si aggiungevano oltre 6000 gigawattora nucleari, di cui l'italia fu un pioniere. per la prima volta, in quegli anni, la produzione di energia elettrica diventa abbondante e tutto sembra più facile. un tempo si era condizionati dalla natura: la si produceva dove c'erano cadute d'acqua e poi la si trasportava lontano. ora le centrali si costruiscono ovunque ci siano siti disponibili e possibilmente vicino ai centri di consumo. un barile di petrolio contiene in uno spazio compatto 1,7 megawattora di elettricità: un potere energetico enorme, abbastanza facile da trasportare e da sfruttare là dove serve, basta bruciarlo. per il momento, è ancora una fonte che non ha paragoni, dal punto di vista della praticità di utilizzo. il sistema italiano di generazione elettrica, come quello degli altri paesi industrializzati, è stato in larga misura

realizzato in quei 30 anni. Gli stessi che ci hanno regalato un boom economico senza precedenti nella storia dell'umanità. ma anche la prima grave crisi petrolifera, nel 1979-80. Da allora in poi, nulla sarà più come prima. l'era del petrolio facile è conclusa e si può dire, con buona approssimazione, che l'ubriacatura di quei 30 anni sia da considerarsi finita. la dinamica delle aspettative sociali e culturali ha profondamente complicato lo scenario di riferimento, soprattutto in quei paesi che fino agli anni ottanta sembravano fermi al sottosviluppo e che ora si stanno invece avviando in modo tumultuoso verso la crescita. Questa dinamica delle aspettative è un potente meccanismo d'innovazione: anche il coltivatore indigeno delle ande, il contadino del Guangdong o dell'anatolia oggi vogliono vivere secondo uno standard un tempo inimmaginabile e che ora invece ricercano incessantemente, insieme ai cittadini delle nazioni precocemente industrializzate. anche per loro l'energia elettrica sarà un elemento fondamentale per raggiungere nuovi livelli

di benessere. ma si dovrà passare da una nuova rivoluzione tecnologica per rispondere in modo articolato a queste nuove esigenze. si tratta di un processo mondiale, che nei paesi industrializzati comincia già a emergere dalle statistiche: lo sviluppo sociale e politico estende la capacità di scelta fra le fonti energetiche, a favore di quelle più proficue per l'innalzamento della qualità della vita. la progressiva decarbonizzazione dell'economia, grazie alle nuove tecnologie di produzione energetica da fonti rinnovabili come il sole e il vento, grazie alle nuove reti elettriche più efficienti e allo sviluppo del terziario, sta progressivamente disaccoppiando l'andamento dei consumi elettrici da quello della crescita economica. un primo accenno di questo trend si osserva nel grafico (nelle pagine precedenti) relativo agli stati uniti. un fenomeno analogo si potrà osservare fra breve in Europa e in prospettiva anche in asia e nel resto del mondo. ora la sfida è accelerare i tempi di questa rivoluzione, per accompagnare senza scosse l'umanità fuori dall'era del petrolio.

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scenari

Mercati elettrici: evoluzioni e nuove sfide articolo di Ignacio J. Pérez-Arriaga

Non c’è dubbio che il settore elettrico stia affrontando quella che è forse la sfida più difficile della sua storia, lunga ormai quasi 150 anni. Secondo l’International Energy Agency e la Commissione Europea – nella sua Energy Roadmap 2050 –, l’industria dell’elettricità dovrà passare entro il 2050 da una produzione mista basata soprattutto sui combustibili fossili a un settore praticamente de-carbonizzato, sostenendo al contempo l’elettrificazione del trasporto e del riscaldamento. Tutto questo dovrà avvenire nel mezzo di un processo di riforma dei regolamenti, inteso a introdurre una maggiore concorrenza e più scelta per il consumatore e a ridurre l’interferenza governativa in questo settore industriale.

Non è la prima volta che l’industria elettrica è sottoposta a drastici cambiamenti strutturali e normativi. Il primo sviluppo del settore, a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, fu dovuto soprattutto all’iniziativa privata e alla concorrenza. Tuttavia, una volta compresa l’indispensabilità dell’energia elettrica, il bisogno di volumi sempre crescenti di investimento e la necessità di proteggere le aziende da interventi illegittimi e i consumatori da tariffe eccessive e scarsa qualità, la maggior parte dei Paesi decise di sostituire il modello di libera concorrenza con un forte intervento governativo; le aziende furono così o acquisite dallo Stato o trattate come monopoli regolamentati, di proprietà pubblica o privata. Per la maggior parte del Novecento e fino agli anni Novanta, la regolamentazione dell’industria dell’energia elettrica si basava in tutto il mondo su un approccio normativo pressoché standard, che implicava una forte pianificazione e un pesante intervento dello 058

Stato, dove quest’ultimo era l’unica autorità di controllo. In questo sistema tradizionale i prezzi sono regolamentati così da coprire i costi sostenuti dalle utility elettriche, mentre gli investimenti richiedono un’autorizzazione normativa oppure sono pianificati direttamente dallo Stato. Un approccio di questo tipo, dove le transazioni si svolgono secondo le norme stabilite dall’autorità di controllo, esclude un vero e proprio mercato dell’energia. Di conseguenza, la struttura verticale e orizzontale che prevale nel settore ha scarsa importanza, e questo ha spesso portato all’esistenza di una sola utility, un monopolio a integrazione verticale con un’esclusiva territoriale. In Europa per esempio, prima del processo di liberalizzazione degli anni Novanta, la maggior parte dei Paesi più importanti (con l’eccezione di Germania e Spagna) aveva un’unica utility elettrica, di proprietà statale. Questo assetto normativo funzionava bene per diversi motivi. L’investi-

mento nelle infrastrutture elettriche era un’attività a basso rischio, data la natura monopolistica dell’industria e la sua integrazione verticale. Le utility prevedevano un aumento della domanda, elaboravano un piano d’investimento a costo minimo e lo presentavano all’autorità di controllo chiedendo fondi per metterlo in pratica. Il prestito di capitale necessario per finanziare i piani era concesso alle utility a bassi tassi d’interesse, poiché c’era una garanzia normativa ad assicurare che i futuri ricavi avrebbero coperto i costi dell’investimento. Oggi in molti Paesi questo sistema di regolamentazione è cambiato. Il Cile ha avviato il processo nel 1981, seguito da Inghilterra e Galles (1990), Norvegia (1991), Argentina (1992) e da molti altri Paesi di tutti i continenti. La componente principale di questo cambiamento è la creazione di mercati dell’energia elettrica che forniscano la piattaforma per commerciare e fissare i prezzi. Il primo passo verso la crea-

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zione di questi mercati è l’eliminazione dei limiti alla concorrenza che caratterizzano lo scenario tradizionale. L’abolizione di tali limiti è sufficiente a creare mercati per molti prodotti manifatturieri e agricoli come tessiture o cereali, dove i produttori abbondano e possono farsi concorrenza senza il bisogno di altre strutture specializzate. Invece nell’industria dell’elettricità la riforma normativa comprende un elemento aggiuntivo, e cioè la ristrutturazione verticale e orizzontale e l’assoluta necessità di usare delle reti per distribuire il prodotto. La graduale esposizione alla concorrenza delle tradizionali utility integrate verticalmente trae origine dalle preoccupazioni per la sicurezza e la dipendenza energetica da fonti straniere, sorte durante la crisi petrolifera degli anni Settanta. Queste e altre considerazioni portarono gli Stati Uniti e altri Paesi sviluppati ad adottare leggi che favorivano lo sviluppo dell’energia rinnovabile e della cogenerazione. Anche 060

se il volume produttivo era molto piccolo in confronto a quello delle utility a integrazione verticale, questi nuovi attori introdussero uno scenario del tutto nuovo nell’industria dell’elettricità. Quello che per molti anni era stato un settore chiuso, aprì le porte alla produzione elettrica indipendente, seppure con caratteristiche molto specifiche. Altri fattori favorirono l’avvento della produzione elettrica indipendente, che non riguardava solo le rinnovabili o la cogenerazione. Sotto la regolamentazione tradizionale, i prezzi dell’energia elettrica erano costantemente diminuiti negli anni, grazie ai progressi tecnologici e al fatto che le economie di scala non erano state ancora del tutto sfruttate. Anche questo cambiò tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli Ottanta, portando a valutazioni dei costi delle utility più stringenti, facendo alzare il rischio di quelle verticalmente integrate e incoraggiandole a cercare alternative per coprire l’investimento necessario alla produzione. Quando ci

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fu bisogno di nuovi investimenti, queste utility cominciarono a comprare energia da terzi usando una varietà di strumenti, denominati power purchase agreement (“accordi a lungo termine per l’acquisto di elettricità”) soggetti all’approvazione delle autorità di controllo. I costi coinvolti venivano addossati ai consumatori, senza alcun rischio per la utility interessata. Questa produzione indipendente di energia diventò una prassi standard negli Stati Uniti finché, nel 1922, l’Electricity Act permise ai “produttori indipendenti di energia” di commerciare liberamente nel sistema e di vendere elettricità all’ingrosso dovunque, a tutte le utility verticalmente integrate e le aziende distributrici. Questo comportò il libero accesso alla rete di trasmissione; tuttavia non era permesso vendere ai consumatori finali (la cosiddetta retail competition, concorrenza sul mercato al dettaglio); questa parte del mercato fu liberalizzata anni dopo, a discrezione delle singole autorità statali. Alcuni

Paesi, come Regno Unito, Argentina, Nuova Zelanda e Australia, partirono in ritardo ma portarono a termine la liberalizzazione molto più in fretta.

Vent’anni di liberalizzazione e riorganizzazione ci hanno insegnato che creare mercati all’ingrosso e al dettaglio concorrenziali e ben funzionanti è molto difficile, sia dal punto di vista tecnico che politico, e che non può essere fatto dovunque Nei Paesi in via di sviluppo queste trasformazioni furono sollecitate da una serie di fattori. Dopo anni di grandi progetti d’investimento e di tassi agevolati, che spesso erano insufficienti a ricoprire i costi, in molti Paesi le azien-

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de elettriche statali non avevano più le risorse per continuare a investire. Di conseguenza, fecero ricorso a produttori indipendenti, aziende private ben felici di entrare nel business della produzione. Spesso veniva offerta in pagamento la costruzione e la gestione degli impianti. Oggi diversi sistemi di energia elettrica sono organizzati secondo questo tipo di accordi. Il massiccio ingresso di produttori indipendenti nell’industria dell’elettricità tra la fine del Novecento e l’inizio del Duemila è stato favorito dal calo dei tassi d’interesse, dall’inflazione controllata, dalla liberalizzazione dei movimenti di capitale e dallo sviluppo dei mercati finanziari. L’attuale prevalenza di investitori privati nel settore elettrico, prima controllato soprattutto da aziende statali, ha cambiato radicalmente la percezione del rischio e le priorità d’investimento. Il nuovo paradigma normativo preannunciato dalla riforma cilena del 1981 ha ripreso quota all’inizio degli anni 061

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Novanta e ha finito per diffondersi in tutto il mondo. Ancora non è chiaro quanto la liberalizzazione abbia favorito i consumatori o i produttori. L’obiettivo della riforma era creare nuovi accordi di governance che potessero fornire ai consumatori dei benefici a lungo termine. Le utility elettriche vennero riorganizzate; le attività di produzione e vendita al dettaglio, potenzialmente concorrenziali, furono scorporate dalle attività di trasmissione e distribuzione, che rimasero sotto il controllo statale pur offrendo libero accesso. Agli operatori indipendenti fu affidata la responsabilità di gestire il sistema energetico garantendo la sicurezza e la fornitura di servizi collaterali. Furono creati mercati all’ingrosso e al dettaglio per migliorare l’efficienza e la sensibilità alle preferenze del consumatore. I consumatori avevano la libertà di scegliere il fornitore. Fu introdotta una regolamentazione che incentivasse le attività delle reti per migliorarne l’ef062

ficienza. Furono create agenzie di monitoraggio indipendenti affinché controllassero l’andamento del mercato e l’applicazione delle regole per le diverse attività. E vennero ridotti il ruolo e l’influenza politica dei governi. Vent’anni di liberalizzazione e riorganizzazione ci hanno insegnato che creare mercati all’ingrosso e al dettaglio concorrenziali e ben funzionanti è molto difficile, sia dal punto di vista tecnico sia politico, e che non può essere fatto dovunque. Dove sono stati realizzati nel giusto modo, i mercati all’ingrosso hanno portato a una migliore performance e hanno attratto investimenti significativi. Malgrado alcuni fallimenti e difficoltà di attuazione, la tendenza generale nei settori energetici più liberalizzati è di proseguire il processo di riforma. L’esperienza ha mostrato che la riforma porta al consumatore dei vantaggi e più efficienza solo se la regolamentazione è ben fatta. E per avere una regolamentazione ortodossa serve una ferma de-

dizione politica alla riforma. I numerosi fallimenti hanno avuto molteplici cause. Il più delle volte sono dovuti alla struttura del settore elettrico, non adeguata ad accogliere la concorrenza a livello di ingrosso o dettaglio, per via dell’eccessiva concentrazione orizzontale nelle attività concorrenti e dell’insufficiente scorporazione di attività concorrenti e regolamentate, oppure a causa di volumi insufficienti per reggere la concorrenza e dell’assenza di una struttura istituzionale adatta. In altri casi il problema è stato un’allocazione non corretta dei rischi nel piano di regolamentazione, che ha esposto alcune delle parti a livelli di rischio inaccettabili, com’è successo in California. Tariffe predefinite mal concepite possono uccidere il mercato al dettaglio. E regole sbagliate per stabilire i prezzi di mercato, o l’assenza di adeguati meccanismi di compensazione, possono portare a una remunerazione insufficiente e alla mancanza di investimenti nella produzione elettri-

mercati elettrici: evoluzioni e nuove sfide

ca. Spesso l’assenza di business model chiari e di regole cristalline per l’allocazione dei costi, così come l’assenza di rapide procedure di localizzazione hanno impedito che gli investimenti nella trasmissione andassero di pari passo con la crescita della domanda e l’espansione della produzione. Perché le riforme regolamentari abbiano successo, ci vuole un approccio normativo ortodosso. In ogni caso, le riforme non avranno successo se la struttura portante e le condizioni istituzionali non sono adeguate o se non c’è una ferma dedizione politica alla riforma. Non è facile trasferire i modelli normativi da un Paese con certe caratteristiche a un altro in condizioni diverse. Infine, le politiche energetiche nazionalistiche possono rovinare i migliori sforzi volti a ottenere mercati dell’elettricità sovranazionali ed efficienti, e persino mercati interni concorrenziali. Il modello liberalizzato non ha ancora avuto il tempo di consolidarsi (per esempio, l’Unione Europea ha posto

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l’obiettivo del 2014 per il completamento del suo Internal Electricity Market) e già stiamo assistendo a un nuovo cambio di paradigma che dovrà portare a un sistema energetico molto diverso dall’attuale. La seria e giustificata preoccupazione per il cambiamento climatico sta influendo profondamente sulla politica energetica e sugli investimenti nel settore elettrico. È già in atto una rigida sorveglianza e interferenza politica, e se ne prevede ancora di più. La sicurezza e la sostenibilità avranno perlomeno la stessa priorità dell’efficienza nella definizione delle regole. Senza voler dare un giudizio affrettato sul futuro, sembra però chiaro che il settore elettrico sarà contraddistinto da certe caratteristiche. In primo luogo, possiamo prevedere una forte presenza della produzione di rinnovabili – in larga misura intermittente e distribuita – in molti sistemi energetici. In secondo luogo, la disponibilità di tecnologie per la comunicazione e 063

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il controllo, oltre alle attuali tendenze nella regolamentazione e nel comportamento dei consumatori, preannunciano una forte partecipazione dei clienti alla Domanda Attiva. In assenza di un’opzione per l’immagazzinamento diffuso, tecnicamente ed economicamente fattibile, e in presenza di una penetrazione massiccia della produzione intermittente, è difficile esagerare l’importanza del demand-response. In terzo luogo, gli sviluppi economici, la razionalità economica e i rafforzamenti delle reti portano inesorabilmente a un accorpamento in entità più grandi dei sistemi e dei mercati elettrici esistenti. Infine, si prevede che nel frattempo nei Paesi in via di sviluppo l’accesso all’elettricità sarà finalmente universale e il suo consumo crescerà fino a raggiungere gli standard minimi di qualità della vita. A questo punto le domande sono tre. Gli attuali mercati dell’energia elettrica, le strutture dei settori energetici e il quadro normativo sono pronti ad affrontare le difficoltà che ostacolano una fornitura efficiente, sicura e pulita? Nel prevedibile contesto di forti misure politiche orientate alla sostenibilità e alla sicurezza, come si può migliorare o ripensare la regolamentazione del sistema energetico così che queste politiche realizzino in modo efficiente i loro obiettivi? Come rendere compatibili queste misure politiche con il funzionamento dei mercati dell’energia elettrica? Esaminiamo prima i mercati e poi le reti. I vantaggi dei mercati sono ben noti. Se la struttura del settore è quella giusta e se non ci sono interferenze, i mercati hanno successo, anche se quelli dell’elettricità sono complessi e possono andare a rotoli in molti modi. In ogni caso, hanno dei limiti: infatti i mercati possono ignorare i timori legati alla sostenibilità, come la disponibilità a lungo termine delle fonti energetiche attuali, la dipendenza energetica, la diversificazione dei combustibili e dei fornitori o la necessità di supportare promettenti tecnologie adatte agli obiettivi di sostenibilità a lungo termine. Perché? Perché gli attuali prezzi dell’energia non “interiorizzano” questi timori. La maggior parte dei decision maker ritiene che i prezzi dell’energia che ne deriverebbero non sarebbero politicamente accettabili, e manca un impegno normativo verso queste politiche, in parte a causa dell’assenza di un consenso internazionale su come procedere. Occorre 064

perciò dotare il settore energetico di ogni Paese o regione, e i mercati elettrici in particolare, della visione a lungo termine che possono dare solo la pianificazione indicativa e gli obiettivi strategici a lungo termine. L’espressione “pianificazione indicativa” probabilmente è fuorviante, perché più che un’analisi previsionale (scoprire cosa potrebbe succedere) dovrebbe possedere un carattere normativo (identificare cosa bisogna fare per avere un futuro con certe caratteristiche desiderabili). La pianificazione indicativa rende esplicite le alternative energetiche future e pone gli obiettivi per ciò che dev’essere regolamentato. Molti aspetti dei mercati dell’elettricit�� potrebbero essere regolamentati, anche se forse non dovrebbero: gli obiettivi per la penetrazione delle rinnovabili o di altre energie pulite, gli obiettivi per l’efficienza e il risparmio energetico, progetti di supporto per migliorare la sicurezza della fornitura, obiettivi per le emissioni settoriali di carbonio e la priorità e le risorse da riservare alla ricerca e allo sviluppo. I governi dovrebbero limitarsi a fornire la regolamentazione dei mercati dell’energia necessaria a rendere possibili le politiche a lungo termine concordate. In questo modo, i mercati e la regolamentazione dovrebbero essere visti non come due forze opposte, ma complementari. Le reti elettriche sollevano degli interrogativi diversi. L’attuale regolamentazione della trasmissione è adatta a supportare il previsto aumento della produzione intermittente delle rinnovabili? Le difficoltà poste dalla dimensione dei sistemi elettrici interconnessi e la forte presenza prevista della produzione intermittente richiederà un’attenta analisi, e un’eventuale revisione, degli attuali criteri di pianificazione della trasmissione, nonché la definizione di istituzioni responsabili della pianificazione ad ampia interconnessione, di metodi di allocazione dei costi, di business model per chi si occupa della trasmissione e di procedure di localizzazione. Anche il funzionamento del sistema dev’essere sottoposto a un radicale rinnovamento. Contrariamente alla trasmissione, le reti di distribuzione non sono progettate per soddisfare la produzione. Tuttavia la progettazione, il funzionamento, il controllo e la regolamentazione delle reti dovranno essere adattati così da consentire un utilizzo potenzialmente massiccio della generazio-

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Portare l’elettricità nelle campagne dev’essere considerato esplicitamente un obiettivo chiave della politica energetica dei Paesi in via di sviluppo, con specifici strumenti di supporto, finanziamenti e business model che riescano ad attrarre grandi volumi di investimenti privati

ne distribuita (DG) di energia. In una gestione passiva delle reti, di solito la capillarità della DG si traduce in costi aggiuntivi di investimenti nella rete e in perdite, un effetto che aumenta con il livello di capillarità. Perciò le utility della distribuzione in genere non vedono di buon occhio la DG e possono creare delle barriere al suo impiego. La maggioranza degli attuali meccanismi normativi si concentra sulla riduzione dei costi ed è privo di incentivi “naturali” all’innovazione. Risolvere la mancanza o l’insufficienza di accesso all’elettricità di una percentuale significativa della popolazione mondiale è fondamentale per il futuro modello di sistema energetico sostenibile. A questo scopo, portare l’elettricità nelle campagne dev’essere considerato esplicitamente un obiettivo chiave della politica energetica dei Paesi in via

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di sviluppo, con specifici strumenti di supporto, finanziamenti e business model che riescano ad attrarre grandi volumi di investimenti privati, dato che si tratta di un impegno formidabile in termini di dimensioni e organizzazione. Le nuove tecnologie pulite avranno un ruolo essenziale per arrivare a un modello di sistema energetico sostenibile, ma il loro sviluppo e il loro sfruttamento commerciale avranno bisogno di un supporto normativo. Dato che il mercato dell’energia pulita è perlopiù mosso dalla politica, in questo mercato la regolamentazione stessa è uno dei principali fattori di rischio. Per sbloccare i finanziamenti alle tecnologie pulite occorre regolamentare il grado di investimento. Ciò significa una visione convincente, sostenuta da una politica chiara, stabile e precisa. 065

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La nazionalizzazione dell’energia elettrica articolo di Vanni Nisticò

La nazionalizzazione dell’energia elettrica, nel 1962, costituisce il più importante avvenimento di svolta nella storia economica dell’Italia repubblicana, destinato, come fu, a rompere il più forte monopolio economico e, insieme, il più formidabile potere di condizionamento della politica nazionale.

Dalla ricostruzione postbellica in poi, le compagnie elettriche costituivano il fortino dell’interesse capitalistico del Paese. Un capitalismo di stampo arcaico, chiuso al processo di apertura che stava avvenendo nella società italiana, tanto sul piano economico generale quanto, e soprattutto, su quello sociale. Erano, quelli, gli anni dell’espansione della base produttiva, dell’industrializzazione che usciva dal vecchio triangolo Milano-Torino-Genova e investiva aree nuove, come il Nord-Est, le regioni centrali, affacciandosi perfino sul Mezzogiorno. Un processo che richiedeva, tra l’altro, la disponibilità di un quantitativo crescente di energia a condizioni di fornitura certe e a un prezzo che non fosse quello imposto da un cartello di rapina. Le grandi compagnie elettriche private erano asserragliate in un ridotto economico che nessuno era riuscito a scalfire nel decennio precedente, durante il quale vi erano stati dei tentativi di metterlo in discussione: disponendo, infatti, di straordinari mezzi finanziari e di conseguenti strumenti di persuasione, avevano sempre tenuto lontano il “pericolo”. Il discorso si riaprì – o per meglio dire: si aprì – nel corso della terza legislatura, con il governo presieduto da Amintore Fanfani, uno dei “cavalli di razza” della Democrazia Cristiana, allorché scorse il problema dell’apertura verso il Partito Socialista Italiano come passo necessario ed essenziale per ampliare la base della democrazia italiana, consolidandola con l’apporto determinante di una forza riformatrice e progressista di sinistra. In un certo senso, per il significato che essa assunse sul 066

piano generale, la nazionalizzazione dell’energia elettrica accompagnò e segnò la più grande svolta politica mai realizzata dopo la Costituzione, e la fine dei governi del CLN (Comitato di Liberazione Nazionale) sorti come esito della Resistenza. Il perché di questo carattere significativamente politico assunto dalla nazionalizzazione elettrica si spiega semplicemente ricordando che la “condizione” determinante posta dal PSI per garantire l’appoggio parlamentare esterno al governo Fanfani, costituito nel febbraio del 1962, fu esattamente quella nazionalizzazione. Fu un elemento propedeutico all’avvio di un processo di riforme strutturali del sistema italiano che doveva prendere corpo mediante la “programmazione”, vale a dire l’intervento pubblico come pilota dell’intero sistema economico che già aveva carattere misto, con la presenza delle imprese a partecipazione statale accanto, in concorrenza e a sostegno delle imprese private. Va ricordato che le partecipazioni statali avevano assunto il ruolo di motore trainante dell’economia, con una distinzione dal privato marcata con l’uscita dalla Confindustria. Insomma, coesistevano due sistemi paralleli, dove più che la competitività contava il fatto certo e rassicurante della presenza e, all’occorrenza, dell’intervento pubblico. Il disegno di legge per l’istituzione dell’Ente nazionale per l’energia elettrica, che avrebbe dato vita all’Enel, venne presentato il 26 giugno del 1962 dal governo presieduto da Fanfani, insieme ai ministri dell’industria Emilio Colombo, democristiano, del bilancio Ugo la Malfa, repub-

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Il vero padre della nazionalizzazione dell’energia elettrica fu Riccardo Lombardi, ma anche Giorgio Napolitano la sostenne con forza, pur non condividendo la “bolla chimica” e quanto pagato per l’esproprio delle 1270 aziende del settore elettrico

blicano, e del tesoro Tremelloni, socialdemocratico: tutti esponenti dei precedenti governi centristi, rispetto ai quali spicca l’assenza del Partito Liberale Italiano, ostile alla nazionalizzazione. La presentazione del DDL in questione non fu pacifica. Forze contrarie operavano sia all’interno delle formazioni politiche firmatarie, in particolar modo nella DC, sia in campo economicofinanziario. Esse si manifestarono con feroci attacchi condotti sulla stampa controllata dal potere economico, a partire da “Il Sole 24 Ore” e “Il Globo”, e dalla destra politica, versante sul quale il trust elettrico, guidato in modo particolare dalla Edison dell’ingegner Valerio, era schierato. Il proposito di nazionalizzazione fu oggetto di una vera a propria aggressione. L’operazione era partita in anticipo, sotto l’egida di un Comitato per la difesa del risparmio azionario e obbligazionario che, dietro il paravento di voler difendere i “piccoli risparmiatori”, di fatto costituiva il braccio operativo del cartello delle grandi compagnie elettriche. Nel maggio del 1962, dunque prima della presentazione del DDL governativo, quel comitato raccolse in un pamphlet Nazionalizzazione – Mito e realtà, una serie di interventi di economisti e personaggi di primo piano, tutti contrari alla nazionalizzazione. «È ormai noto – si sosteneva nella presentazione della raccolta – che le nazionalizzazioni hanno dato cattivi risultati, che s’identificano nella burocratizzazione del servizio, nella perdita di autonomia finanziaria, nella creazione di centri di potere difficilmente controllabili dal Parlamento. La miglior risposta al fallimento di questi esperimenti di controllo pubblico di settori chiave è che ormai da molti anni solo alcuni piccoli dittatori di Paesi sottosviluppati vi ricorrono, come mezzo rapido per consolidare il proprio potere ai danni dei loro avversari politici». Giudizio ardito e sprezzante, se si tiene conto della connotazione e della storia politica delle forze impegnate nel cambiamento che militavano da sempre nel campo avverso alle dittature. A scorrere l’elenco degli interventi raccolti dal comitato non si hanno sorprese, mentre spicca l’importanza dei nomi che compaiono. La pubblicazione è aperta da uno scritto di Luigi Einaudi, ripreso da “Il Resto del Carlino” del 4 aprile 1962. «Le riforme di struttura – sosteneva l’ex Presidente 068

della Repubblica – sono principalmente richieste da coloro i quali vogliono andare a sinistra. […] Amministrare le imprese pubbliche, al pari delle private, con criteri economici, agili, alieni alle lentezze burocratiche e ai defatiganti controlli delle ragionerie e delle corti dei conti – concludeva – son fole». È qui d’obbligo riconoscere che gli avvenimenti successivi, non tanto e non solo quelli riferiti alla gestione dell’Enel, ma in genere all’universo delle imprese pubbliche, finiranno per dare più di una ragione al vecchio professore liberale. Altro economista, allora per la maggiore, Cesare Bresciani Turrone, su “Il Corriere della Sera” dell’8 aprile 1962, vedeva nell’intervento pubblico una «espropriazione degli azionisti» contraria ai principi della Costituzione. Egli negava un’evidenza palese: lo sfruttamento da parte delle imprese elettriche di una situazione di monopolio, arrivando all’assurdo di sostenere che, da alcuni anni, grazie alle compagnie, il consumo dell’energia elettrica nelle regioni centro-meridionali era aumentato più che in quelle settentrionali, dimenticando che, in quelle regioni, si erano accese assai più candele che lampadine. A suonare la grancassa non potevano mancare grandi giornalisti dell’epoca, come Mario Missiroli, che su “Epoca”, nell’aprile del 1962, dava esagerate lezioni di economia industriale e finanziaria. Partendo dalla considerazione che il fabbisogno di energia raddoppia ogni 10 anni, Missiroli affermava che «gli impianti elettrici valgono 3500 miliardi», così da chiedersi se lo Stato fosse «in condizioni di assumersi questo carico finanziario, oltre quello derivante dall’indennizzo per gli impianti espropriati». Né potevano mancare “La Stampa” e “Il Giornale d’Italia”. Il quotidiano della Fiat, che rimaneva distaccata guardando dalla finestra un avvenimento che non la riguardava direttamente, univa al coro la sua voce, sottolineando che in «Europa occidentale è superata la tendenza alle nazionalizzazioni». Il giornale romano, perso prestigio con la fine della monarchia, schierato tutto a destra, dichiarava apoditticamente che «la realtà dice no» alla nazionalizzazione. Preoccupazioni erano espresse, nemmeno timidamente, anche in ambito democristiano, tanto che la rivista ufficiale della DC, “La Discussione”, nel n.

la nazionalizzazione dell’energia elettrica

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1962 L'Enel fu istituito dal governo Fanfani IV, con la delibera della Camera dei Deputati del 27 novembre 1962, diventata poi legge il 6 dicembre dello stesso anno su proposta dell'onorevole Aldo Moro. Tale legge prevedeva la nazionalizzazione delle aziende e delle imprese operanti nel settore della produzione, commercializzazione, distribuzione, trasporto di energia elettrica, nonché di tutte quelle operanti in settori funzionalmente e tecnicamente connessi.

412 del 12 novembre 1961, poneva in evidenza «la difficoltà, in certi casi la dannosità, dell’impiego delle imprese pubbliche a certi fini dell’economia», riscontrata nell’esperienza francese e inglese. Il timore, vivo nell’ambito della destra democristiana, manifestava una contraddizione in termini sorvolando sulla «presa di potere» che il partito esercitava senza mezzi termini sulle imprese pubbliche a partecipazione statale, feudo indiscusso della DC. Tale era il “clima” nel quale veniva a cadere il processo della nazionalizzazione elettrica. Le compagnie arrivavano all’appuntamento bene armate; l’anno precedente, nel 1961, si erano mosse contro il provvedimento di unificazione delle tariffe elettriche (adottato su iniziativa dei parlamentari socialisti Lombardi e Anderlini), che introduceva anche la “fornitura obbligatoria” dell’energia, intaccando per la prima volta il potere dispotico delle compagnie dalle quali soltanto, in precedenza, dipendeva la decisione di “allaccio”. Accanto alla campagna orchestrata, con inusitata abbondanza di mezzi, dal trust elettrico, si andava sviluppando un’azione parallela condotta dai sostenitori di quello che venne definito l’“oligopolio collusivo”, mirante a cancellare l’idea stessa della nazionalizzazione sostituendola con un progetto di “irizzazione” diretto a mantenere

le compagnie elettriche come imprese di diritto privato, ma aprendo il loro azionariato a una partecipazione pubblica. A sostegno di questa proposta si collocavano gli artefici dell’intesa sotterranea che le imprese elettriche dell’IRI, SME (Società Elettrica Meridionale) e SIP (Società Idroelettrica Piemontese), avevano stretto con il settore privato sulla base di “garanzie compensatrici”. Personaggio di spicco e protagonista indiscusso della nazionalizzazione elettrica fu il deputato socialista Riccardo Lombardi. Nel suo intervento alla Camera dei Deputati, in sede di dibattito per l’approvazione della legge, il 1° agosto del 1962, Lombardi sottolineava che il progetto «non ha e non vuole avere alcun carattere punitivo», avendo come obiettivo una «razionale utilizzazione di un patrimonio collettivo a fini collettivi». Lo scopo, disse, era quello di «disporre di una potenzialità tale da garantire la disponibilità di energia non in confronto alle previsioni congiunturali, ma alle previsioni di una domanda valutata nel quadro di una programmazione cosciente», eliminando «l’influenza negativa di qualsiasi limitazione di carattere contrattuale e privatistico». Nella posizione assunta dai socialisti si affacciava e affermava un concetto più generale, quello della “programmazione” intesa come politica di indiriz069

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zo dell’economia italiana nella prospettiva del suo rafforzamento e della sua crescita che, al tempo, già viaggiava a tassi da primato. Quel proposito era lontano mille miglia dal sistema di dirigismo autoritario sovietico con il quale venne tuttavia rappresentato dalla destra e dai conservatori, che poi, lavorando all’interno del governo, finirono per avere partita vinta snaturandolo fino all’annullamento pratico. L’evoluzione industriale ed energetica batteva alle porte. Nel 1961, nel comparto energetico nazionale, la forza idroelettrica copriva l’82% del fabbisogno, solo il 18% arrivava dall’energia termica prodotta, soprattutto dalle industrie utilizzatrici, al costo di due terzi rispetto all’idroelettrica. Il rapporto era destinato a rovesciarsi rapidamente, sia in termini quantitativi sia di costo. Lo sfruttamento idroelettrico aveva raggiunto un punto prossimo alla saturazione, mentre gli impianti erano largamente obsoleti e richiedevano capitali enormi per il rinnovamento. Si andava speditamente verso l’energia termica, nel mentre si affacciava la prospettiva del nucleare i cui costi venivano valutati in rapida riduzione. Si prevedeva una competitività economica tra termico e nucleare nell’arco del decennio successivo. Si è visto in precedenza come le compagnie elettriche si opponessero alla nazionalizzazione, trincerate dietro la difesa dei “piccoli risparmiatori”. 070

Di questi piccoli risparmiatori, affermò Lombardi nel suo intervento parlamentare, si servono «i grandi risparmiatori e i grandi speculatori, allo stesso modo che nei film americani i gangster si servono delle donne e dei bambini per proteggersi». Nel corso del dibattito parlamentare, le posizioni politiche emersero con chiarezza. I partiti di governo (DC, PRI, PSDI) sostennero il DDL che avevano presentato. Con forza lo fece il Partito Socialista, che lo aveva messo al centro della propria battaglia politica. Il Partito Liberale, fermo a difesa delle compagnie, fu contrario. Nel PCI, dopo l’iniziale manifestazione di scetticismo, che aveva portato il partito di Togliatti a condividere solo «l’intenzione del provvedimento», si produsse un sostanziale mutamento di rotta: nei loro interventi Aldo Natoli e Giorgio Napolitano, pur «esprimendosi con moderazione» – come chiosò Lombardi – diedero un giudizio positivo, mostrando di apprezzare la legge. Il disegno di legge venne approvato a larga maggioranza della Camera dei Deputati nella seduta del 21 settembre. Con il successivo voto del Senato, e la promulgazione sulla Gazzetta Ufficiale del 12 dicembre di quell’anno, divenne legge della Repubblica (la n. 1643/1962). La sua approvazione determinò una grande svolta politica, spianando la strada dell’accesso dei socialisti al governo della Repubblica. Un passo indietro riporta alle conseguenze che

la nazionalizzazione dell’energia elettrica

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Napolitano vide la nazionalizzazione dell’energia elettrica come una profonda riforma dell’apparato produttivo del nostro Paese e intuì la portata del rinnovamento che ne sarebbe conseguito, anche dal punto di vista dell’occupazione: lavoro di qualità e prospettive per le nuove generazioni

ne sarebbero derivate per la finanza e l’economia nazionale e, contemporaneamente, allo scontro avvenuto tra i protagonisti della fase preparatoria. I due aspetti riguardano l’assetto che si doveva dare al settore elettrico e l’esito che attendeva le compagnie sul punto di essere espropriate degli impianti produttivi. In primo luogo si doveva decidere se intervenire con una sorta di “irizzazione”, oppure mediante la costituzione di un nuovo ente autonomo. La posizione “IRI”, di natura conservatrice, patrocinata da ampi settori democristiani e dai repubblicani, si contrapponeva alla costituzione di un ente diverso e autonomo, come sosteneva il PSI. I socialisti riuscirono a spuntarla; e nacque l’Enel. Il secondo punto riguardava la necessità o meno di conservare la struttura delle vecchie società e quali dovevano essere i destinatari delle ingenti risorse finanziarie derivanti dalla nazionalizzazione. Su quest’ultimo tema si confrontarono duramente Riccardo Lombardi e l’allora governatore della Banca d’Italia, Guido Carli, che aveva assunto e mantenne negli anni successivi un ruolo determinante nella situazione italiana, esuberando dal piano economico su quello politico. Lombardi era per lo scioglimento delle compagnie e la liquidazione finanziaria dei loro azionisti. Carli optava per il salvataggio delle società elettriche, sostenendo che solo in quel modo l’imponente flusso

di capitali derivante dalla nazionalizzazione sarebbe rimasto nel circuito economico finanziario producendo nuovi investimenti. Prevalse la tesi di Carli e 1500 miliardi di lire, come credito verso lo Stato, andarono a impinguare i bilanci delle compagnie, tutte sopravvissute. Si rivelò una vittoria di Pirro: quell’enorme ricchezza fu poi dilapidata in operazioni fallimentari, bruciando la più grande possibilità mai avuta dal capitalismo italiano. Quello che seguì è bene illustrato su Razza Padrona, di Eugenio Scalfari e Giuseppe Turani, edito nel 1974 da Feltrinelli. «La nazionalizzazione – rileva Cappon  – ebbe come risultato l’immettere un enorme capitale liquido nelle mani di una classe ritenuta imprenditoriale. Era un’occasione storica e ritengo che quelli che si batterono allora per mantenere in piedi le società ex elettriche e farle destinatarie degli indennizzi pensassero a giusto titolo di aver fatto una scelta in favore dell’imprenditorialità. Purtroppo si vide ben presto che, tra i gruppi ex elettrici, d’imprenditori non ce n’era neppure uno; o i capitali che gli furono affidati furono dissipati al vento in iniziative sbagliate e non produssero per l’economia italiana nessun beneficio che fosse lontanamente paragonabile, per esempio, a quanto era avvenuto agli inizi del secolo, con la nascita dell’industria elettrica dalla nazionalizzazione delle ferrovie». 071

Ap

approfondimento

CO2: il coraggio di cambiare rotta articolo di Danielle Fong

«Negli ultimi 20 anni la produzione mondiale di elettricità è raddoppiata. Nei prossimi 20 raddoppierà di nuovo. Se costruiremo le prossime centrali come quelle esistenti, e le faremo lavorare per tutti i 50 anni della loro vita attesa, duplicheremo quasi la quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera rispetto alla nascita della civiltà umana. […] Non possiamo pretendere che sia la natura a risolvere questo pasticcio. Ci occorre qualcosa di più di una strategia basata sull’ottimismo. Dobbiamo chiederci se abbiamo il coraggio di cambiare rotta».

Le centrali elettriche che costruiamo oggi determineranno la biosfera del nostro Pianeta per i prossimi 5000 anni. Le cifre parlano chiaro. Il biossido di carbonio permane nell’atmosfera per molto, molto tempo. Ci vogliono quasi 5000 anni perché le rocce calcaree e la pioggia ripuliscano l’aria dal carbonio, fino ad avere delle concentrazioni accettabili. E ne servono 500.000 perché le rocce ignee portino l’atmosfera a concentrazioni più moderate. Una centrale a carbone costruita oggi ha una vita attesa di 50 anni o più; ogni anno, una centrale a carbone da 1 GW emette otto milioni di tonnellate di CO2 nell’atmosfera – una massa superiore alla Grande Piramide di Giza. E il peggio deve ancora venire. Oggi è in funzione l’equivalente di un migliaio di centrali a carbone da 1 GW; tutte insieme, nel giro di un decennio, spareranno nell’atmosfera 80 072

miliardi di tonnellate (10 ppm) di CO2, l’equivalente, o quasi, del peso di tutti gli esseri viventi della Terra. Se non cambierà niente, questi impianti sprigioneranno più carbonio di quanto farebbe un colossale incendio che bruciasse tutte le creature del Pianeta. Non possiamo pretendere che sia la natura a risolvere questo pasticcio. Negli ultimi 20 anni la produzione mondiale di elettricità è raddoppiata. Nei prossimi 20 raddoppierà di nuovo. Se costruiremo le prossime centrali come quelle esistenti, e le faremo lavorare per tutti i 50 anni della loro vita attesa, duplicheremo quasi la quantità di biossido di carbonio nell’atmosfera rispetto alla nascita della civiltà umana, portandola da 275 ppm a 500 ppm e oltre. Alcuni policy maker sostengono che una concentrazione di 450 ppm non costituirebbe un problema per la Terra. Alcuni scienziati (ad esempio

Noi esseri umani abbiamo ricoperto il 3% della superficie terrestre e manipolato il 90% della biosfera, consumandone un quarto delle risorse, lavorando tre quarti delle terre fertili, crescendo e riproducendoci finché noi, il nostro bestiame e i nostri animali da compagnia abbiamo superato gli animali selvatici della Terra e del cielo per 50 a 1

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quelli del movimento 350.org, vedi http://350.org) temono invece che il limite sia 350 ppm –  ben inferiore agli attuali 396 ppm. Comunque, come evidenziano sempre più chiaramente i nostri modelli climatici, raggiungere o superare i 500 ppm sarebbe un grosso rischio. Ci occorre qualcosa di più di una strategia basata sull’ottimismo. Dobbiamo chiederci cosa comporterebbe tutto questo per noi. Nelle ultime centinaia di milioni di anni si sono susseguiti tre tipi di clima. C’è la Terra rovente, la Terra-serra. Il ghiaccio si scioglie e la materia organica marcisce rilasciando metano – un potente gas serra – e CO2. Sulla superficie degli oceani si formano strati d’acqua caldi e poveri di nutrienti, che impediscono all’ossigeno di raggiungere gli strati sottostanti. Le creature marine muoiono rapidamente, e la vita si ripara sulla terraferma. Le regioni temperate si tramutano in paesaggi vasti e aridi, e incendi e uragani si diffondono 074

sulla massa continentale. Poi c’è la Terra gelata, la Terra-igloo. I ghiacciai ricoprono e plasmano il paesaggio, riflettono la luce solare e raffreddano il terreno. La vita, fuggita dalla terraferma, trova la sua maggiore vitalità sui fondali marini. Gli oceani si ritirano ed emergono lembi di terra. La megafauna si sparpaglia sui continenti. Nei periodi più freddi, crescono e dominano ghiacciai imponenti, in quelli più caldi, si creano delle “nicchie ambientali” adatte alla vita delle nuove specie in ascesa, come il genere umano. Noi esseri umani siamo emersi in un periodo più mite della Terraigloo. Abbiamo occupato le pianure alluvionali di ogni angolo di questo Pianeta, costruito villaggi, strade e città, ricoprendo il 3% della superficie terrestre, e manipolato il 90% della biosfera, consumandone un quarto delle risorse, lavorando tre quarti delle terre fertili, crescendo e riproducendoci finché noi, il nostro bestiame e i nostri animali da

Light Sail Energy L’aria è il mezzo di immagazzinamento dell’energia più pulito ed economico del mondo e trovare una tecnologia che lo sfrutti potrebbe essere rivoluzionario. Circa 30 persone – ingegneri e scienziati, tra i quali Danielle Fong – lo stanno facendo alla Light Sail Energy, studiando l’aria compressa (lightsailenergy.com).

co2: il coraggio di cambiare rotta

Oggi è in funzione l’equivalente di un migliaio di centrali a carbone da 1 GW; tutte insieme, nel giro di un decennio, spareranno nell’atmosfera 80 miliardi di tonnellate di CO2, l’equivalente, o quasi, del peso di tutti gli esseri viventi della Terra

compagnia abbiamo superato gli animali selvatici della Terra e del cielo per 50 a 1. Il che ci porta a oggi. Questa terza era, l’antropocene – l’era fatta dall’uomo – non ha precedenti. Senza l’intervento umano, ci sarebbe stata un’altra era glaciale. I dati atmosferici e climatici permettono di descrivere più di 1000 anni di sviluppo tecnologico e sociale della civiltà. Consumiamo più energia di quanto le onde e le maree potrebbero mai fornirci; usiamo più acqua di quanta gli acquiferi possano sostenere e consumiamo direttamente gli organismi della catena alimentare più di qualsiasi altra specie. Siamo una forza della natura, con cui può competere, forse, solo la potenza del sole e del vento, della terra, del mare e del tempo. Gli scienziati temono che il nostro clima si stia allontanando dalla sua zona di stabilità temperata, quel bel clima confortevole a cui ci siamo adattati. I pesci nuotano nel mare;

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le malattie tropicali sono contenute; l’agricoltura tropicale è possibile; le grandi siccità e le super-alluvioni e i mega-incendi sono evitati. Se le cose non cambieranno, il nostro destino sarà la Terra-serra. Se non agiremo, e in fretta, se non affronteremo questi problemi, se non inventeremo soluzioni e non le applicheremo su larga scala più di quanto non abbia mai fatto qualsiasi industria, allora ci ritroveremo a vivere su quella Terra-serra. Come sarà? Forse ci adatteremo. La vita sopravvivrà; del resto il nostro Pianeta è stato per gran parte della sua storia un luogo arroventato. Ma una cosa è sicura, non ci sentiremo molto a nostro agio: la Terra-serra è fatta per i coccodrilli. Noi esseri umani dobbiamo renderci conto che oggi siamo al posto di comando; dobbiamo capire dove stiamo andando e discutere sulla direzione da prendere, e dobbiamo chiedere a noi stessi se abbiamo il coraggio di cambiare rotta. 075

In

intervista a paul saffo

Tecnologie, media, elettricità: quale futuro? articolo di Nicola Nosengo

Oxygen ha chiesto a Paul Saffo – docente a Stanford e tra i pochi futurologi credibili in circolazione – di prevedere quali tecnologie saranno determinanti per il futuro sviluppo economico e industriale. A cominciare da quella elettrica ed elettronica, che è a sua volta alla base dello sviluppo dei media.

La qualifica di “futurologo” non va più di moda come un tempo. Con il ritmo a cui ci ha abituati lo sviluppo scientifico e tecnologico negli ultimi decenni, è già abbastanza difficile immaginare cosa succederà tra due o tre anni, figuriamoci avventurarsi in previsioni su che aspetto avrà il mondo tra mezzo secolo. Tra i pochi che hanno il coraggio e la credibilità per farlo c’è Paul Saffo, saggista e docente statunitense che si fregia con orgoglio del titolo di futurist. Docente alla Stanford University, membro di diverse fondazioni di ricerca, tra cui la Long Now Foundation e il Bay Area Council Economic Institute, scrive regolarmente su “The Harvard Business Review”, “Fortune”, “Wired”, “The Los Angeles Times”, “Newsweek”, “The New York Times”, “Washington Post”. Da quest’osservatorio descrive i cambiamenti in atto nei più diversi settori della tecnologia e ha 076

spesso dimostrato di saper anticipare la loro direzione. La scoperta e il controllo dell’elettricità sono stati a suo tempo forse l’innovazione che ha più cambiato il mondo nell’ultimo secolo e mezzo. Praticamente tutto il resto è venuto da lì. Ora l’intero sistema di produzione e distribuzione dell’elettricità si sta reinventando. Sarà una rivoluzione altrettanto importante? È una grande sfida, ma è inevitabile che succederà. Se guardiamo agli inizi della storia dell’elettricità, tornando a 100 e più anni fa, ci accorgiamo che all’inizio la usavamo essenzialmente per compiti meccanici. L’elettricità serviva a muovere macchine, che spesso a loro volta facevano altre macchine. Era la fase degli elettroni “stupidi”. La fase successiva è iniziata negli anni Quaranta con l’invenzione del transistor. Lì abbiamo iniziato a usare gli

elettroni per scopi intelligenti, cioè l’elaborazione dell’informazione. Dall’amplificazione dei muscoli all’amplificazione dei sensi. Con la successiva evoluzione, i computer hanno iniziato ad amplificare lo stesso cervello umano e questa tendenza continua tuttora. Ora stiamo per trasformare definitivamente gli elettroni stupidi della prima ora in elettroni intelligenti. Sarebbe interessante, e credo che nessuno lo abbia fatto, disegnare un grafico di com’è cambiato negli ultimi 50 anni il rapporto numerico tra elettroni stupidi (quelli usati per scopi meccanici) e quelli intelligenti (quelli per l’elaborazione dell’informazione) in circolazione. Con le cosiddette smart grids vediamo che tutti gli elettroni diventano intelligenti. Naturalmente, l’altra grande rivoluzione sarà vedere come si riuscirà a spezzare il legame a filo doppio tra produzione e distribuzione dell’energia. Ma facciamo un passo per volta.

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Lei ha spesso scritto, anche recentemente, che l’era dell’elettronica sta per finire. Cosa intende? Non certo che i computer stiano per estinguersi. Il fatto è che più o meno ogni 30 anni, la scienza scopre e spiega qualche fenomeno completamente nuovo, che a sua volta si trasforma in tecnologia e cambia tutto. Quest’ultima ha una certa curva di crescita, finché la sua spinta propulsiva non si esaurisce. All’inizio del secolo scorso era la chimica a essere al centro dell’attenzione e ha portato al processo HaberBosch per la fissazione dell’azoto, che ha poi permesso di produrre fertilizzanti ed esplosivi, rivoluzionando l’agricoltura e, purtroppo, la guerra. Poi negli anni Trenta toccò alla fisica, con le scoperte sulla struttura dell’atomo che portarono, ancora una volta alla bomba atomica. Negli anni Cinquanta, grazie all’incontro tra fisica e cibernetica, iniziò l’era dell’elettronica e dei computer. Ora la spinta innovativa dell’elettronica c’è ancora, ma si sta esaurendo. Mentre siamo solo all’inizio 078

di quella della biologia. D’altronde, è un fatto che 50 anni fa essere un ingegnere della NASA era la cosa più cool che si potesse immaginare e negli anni Ottanta quelli che rimorchiavano di più alle feste erano i geni dell’informatica. Oggi per avere un appuntamento con una ragazza è molto meglio dire che sei un genetista. È importante notare che ogni rivoluzione si costruisce su quelle precedenti, non le annulla. La genomica è stata resa possibile dalle tecnologie sviluppate nella Silicon Valley, che hanno permesso di sequenziare il genoma molto rapidamente. A che stadio di sviluppo si trova Internet oggi e come continuerà il suo sviluppo? A volte è difficile capire se sia una tecnologia ancora nella sua infanzia o già matura. La rivoluzione della rete è un po’ al punto in cui era quella televisiva negli anni Cinquanta. Internet è molte cose, che si trovano a livelli di maturità diversi, per questo è difficile dire quanto

matura sia nel suo complesso. Tutte le tecnologie hanno uno sviluppo che segue una curva a forma di S. Iniziano a crescere dolcemente, poi c’è un momento di crescita precipitosa, infine un’ultima fase in cui la curva continua a salire ma in modo più pigro. La curva a S di internet iniziò negli anni Cinquanta con la nascita di Arpanet, per impennarsi solo negli anni Ottanta. Ora cresce ancora, ma è fatta di tante curve più piccole. L’e-mail per esempio, che negli anni Ottanta era la parte che cresceva di più, sta forse per essere rimpiazzata dai social network. Il sistema dei nomi di dominio potrebbe diventare sempre meno importante con l’evoluzione continua dei motori di ricerca: non è davvero importante che io possieda paulsaffo.com se i motori di ricerca sono in grado di trovarmi comunque. Insomma: alcune cose che sembravano molto importanti pochi anni fa diventeranno meno importanti e saranno rimpiazzate da altre, ma nel

tecnologie, media, elettricità: quale futuro?

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Una vera rivoluzione tecnologica a cui non si sta prestando abbastanza attenzione è la stampa 3D. Sta trasformando la produzione industriale portandola oltre l’era della produzione di massa. Nel giro di 20 anni questa tecnologia trasformerà completamente il modo in cui produciamo gli oggetti

complesso la fase più impetuosa della crescita di Internet sta finendo. Ma la rete finirà per divorare tutti gli altri media? Si realizzerà quella convergenza dei mezzi di comunicazione di cui per tanti anni ci hanno parlato tutti gli analisti? Non ho mai creduto all’idea della convergenza. Se fosse vero, AT&T e gli Studios cinematografici possederebbero tutto. Invece non è così, anzi nessuno dei due se la passa troppo bene. A livello tecnologico può esserci convergenza, nel senso che la stessa infrastruttura di rete fa molte cose diverse. Ma non sul modo in cui i media vengono usati, sul prodotto finale. I nuovi prodotti e le esperienze del consumatore tendono a divergere e a restare separate. Ci sono innovazioni magari meno eclatanti e meno celebrate che saranno fondamentali per il modo di domani? Una vera rivoluzione tecnologica a cui

non si sta prestando abbastanza attenzione è la stampa 3D. Sta trasformando la produzione industriale portandola oltre l’era della produzione di massa. Ci sono già aerei militari i cui pezzi di ricambio sono fatti interamente con stampanti 3D, perché in questo modo i militari evitano di tenere pezzi di ricambio in magazzino, abbattendo enormemente i costi. Anche su grandi aerei di linea ci sono ormai parti fatte in questo modo. Esistono già aziende che producono su commissione pezzi disegnati dagli utenti – basta inviare loro uno schema fatto al computer – nel numero di esemplari desiderato. Questo significa la fine della catena di montaggio, significa che diventa conveniente produrre un oggetto anche in pochi esemplari, e non solo se se ne vendono milioni di pezzi. Nel giro di 20 anni, questa tecnologia trasformerà completamente il modo in cui produciamo gli oggetti. Chiudiamo con una tecnologia che, agli occhi del grande pubblico, non ha man-

tenuto le promesse che ha fatto per decenni: la robotica. Il suo tempo deve ancora venire? La robotica è già una realtà. Sono i droni, gli aerei senza pilota che sono a tutti gli effetti dei robot autonomi, e che sono ormai più importanti dei piloti di caccia. Presto saranno autorizzati anche per il volo civile, per la sorveglianza o le operazioni di soccorso. Poi ci sono le auto che guidano da sole, come quelle sperimentate da Google in California, dove vivo. Sono già una realtà, magari non sono pronte a circolare sulle strade, ma funzionano alla perfezione nei siti industriali, dove possono muoversi seguendo poche regole fondamentali e senza rischiare di far male a nessuno. La robotica sta mantenendo le sue promesse e andrà molto oltre, il problema è che la gente continua ad avere un’immagine sbagliata dei robot. Non sono e non saranno quelli umanoidi a cui ci ha abituati la fantascienza. 079

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Vi

visioni

Senza luce articolo di Gianni Riotta

Uno sguardo nella storia del buio, per rivelare che in ogni epoca, in ogni forma artistica e nella religione così come nella filosofia, la luce è stata per l’uomo verità, chiarezza e benessere, e l’oscurità menzogna, incertezza, povertà.

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Preferire le tenebre alla luce è il torto supremo, vuol dire rifiutarsi di capire la verità: e, nel “mito della caverna”, Platone immaginerà che il filosofo, visto alla luce il mondo, non riflesso attraverso le ombre sotterranee, tenti di riportare gli uomini alla verità

I quadri di Georges de la Tour (15931652) e Michelangelo Merisi, detto “il Caravaggio” (1571-1610) sono spesso accostati nei manuali di storia dell’arte per l’intelligente uso della luce dei due maestri. Una candela che illumina i volti di familiari intenti a guardare un bambino, un fascio di luce da una fiaccola che illustra un augusto santo martirizzato, o Cristo che benedice l’umile tavola della cena a Emmaus. Da secoli affascinano chi li guarda, con profondità, calore, dettagli, sentimenti. Ai contemporanei del XVI e XVII secolo i capolavori di de la Tour e Caravaggio davano una sensazione che noi moderni non riusciamo a cogliere, se non con l’ausilio della memoria storica. La luce notturna era allora rarissima. Stelle fioche, luna piena, all’estremo nord le notti bianche: altrimenti buio. Dentro le case dei pochi ricchi, le sale erano sì illuminate, ma solo nelle grandi oc082

casioni, altrimenti una candela o una torcia bastavano appena a dar luce a un tavolo, un cantone, un letto. Nei corridoi era già buio pesto, negli angoli dei grandi ambienti, dove il poco fuoco non arrivava, ancora oscurità. Alla fine del Settecento, il Castello di Fratta che il bambino Carlino ricorda ne Le confessioni di un italiano del grande Nievo è, fondamentalmente, un luogo oscuro. Per i poveri il tramonto era l’inizio di un buio che solo l’alba avrebbe interrotto. E quando potevano vedere, in Chiesa per lo più, un quadro in cui il buio domestico era cancellato –  pur solo dai colori  –, dovevano commuoversi profondamente: dunque era possibile che la condanna alla cecità notturna non fosse perenne, dunque la luce poteva cancellare la notte. Ecco perché, pur tra tanti grandi artisti, de la Tour e Caravaggio ci ipnotizzano: per il loro esorcismo contro il buio.

Basta una scorsa alla Bibbia per confermare che il buio sembra una condanna per noi esseri umani; «Gli uomini preferirono le tenebre alla luce», dice il Vangelo secondo Giovanni III 19, nel verso che Giacomo Leopardi metterà come esergo alla più filosofica delle sue poesie, La ginestra: «Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς». Preferire le tenebre alla luce è il torto supremo, vuol dire rifiutarsi di capire la verità: e, nel “mito della caverna”, Platone immaginerà che il filosofo, visto alla luce il mondo, non riflesso attraverso le ombre sotterranee, tenti di riportare gli uomini alla verità. Prometeo ha regalato il fuoco all’umanità ed è stato per questo condannato, l’oscurità deve restare un ergastolo. Nell’Ade, l’Inferno dei pagani, la sofferenza è il buio. A Odisseo che lo rincuora («Sei pur Re tra le Ombre»), Achille risponderà dolente («Preferirei essere l’ultimo dei servi, ma alla luce»).

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Rapporto Enea Secondo il rapporto del 2010 Enea sull’efficienza energetica, l’Italia ha un consumo inferiore alla media europea: 2,4 tep/ pro capite contro i 2,7 dell’UE. Inoltre il Piano d’azione per l’efficienza energetica (PAEE) ha portato nel 2010 a un risparmio di 47.711 GWh/ anno, mentre quello atteso era di 35.658 GWh/anno. Dati incoraggianti.

Le parole che aprono il Libro di Genesi, nella Bibbia, restano il più forte lead della letteratura di ogni tempo: «In principio Dio creò il cielo e la terra. La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque». Le note all’edizione de La Bibbia di Gerusalemme (EDB, 2009) ci spiegano però che «il racconto comincia solo nel v(erso) 2: il v(erso) 1 è un titolo». Vale a dire che Genesi comincia con «La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano l’abisso» e che Dio non creerebbe «ex nihilo», dal nulla, ma avrebbe almeno davanti a sé l’Abisso, la Terra e le Tenebre, perché – chiosa La Bibbia di Gerusalemme – «la luce è una creazione di Dio, le tenebre non lo sono: esse sono negazione». Se questa interpretazione è giusta – non sono biblista, ahimè, ma la sento meravigliosa  –, allora le Tenebre, il Buio, coprivano già l’Abisso ancora prima della Creazione, sorvolate dallo “Spirito di Dio” che deci-

de di romperle per sempre formando la Luce, primo elemento del Creato. Di tutte le straordinarie materie e specie viventi che la Creazione offrirà, la Luce è dunque prima: e resterà sempre, perfino nelle ragioni laiche dell’Illuminismo critico, icona razionale, visione, strategia di vita.

Ecco perché, pur tra tanti grandi artisti, de la Tour e Caravaggio ci ipnotizzano: per il loro esorcismo contro il buio Caravaggio e de la Tour stregano noi, come i contadini che potevano appena di sguincio ammirarne le opere, perché nella creazione artistica ripetono il gesto primordiale di Dio e portano luce nel nostro buio quotidiano.

Se considerate ormai come lontano, fugato, il mondo buio che ci ha preceduto, guardate l’immagine notturna pubblicata dal sito http://ricochet.com/mainfeed/A-Photo-of-Kim-Jong-Il-s-Legacy. È una foto aerea delle due Coree, nei giorni di Natale 2011. Le luci fittissime coprono la Corea del Sud sviluppata e si allargano oltre il confine con la Cina. L’area della Corea del Nord, povera e oppressa dalla dittatura, è nera, come l’intero Pianeta doveva apparire nel Medioevo. La foto è frutto delle ricerche del professore Brian Min dell’University of Michigan, che collega la diffusione delle istituzioni democratiche con la diffusione dei beni di pubblica utilità, energia elettrica per prima. Lenin diceva che il comunismo era «Soviet più elettrificazione», ma la Corea del Nord, ultimo regno comunista senza mercato dopo la svolta cinese di Deng, è il Paese più oscuro del Pianeta. Ma, purtroppo, non è il solo. Ancora 083

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nel 2011 il World Energy Outlook calcolava che 1.317.000.000 esseri umani non avevano, del tutto o parzialmente, accesso all’energia elettrica. L’80.5% dei fortunati ha di fronte un 19,5% che ancora sogna di poter accendere una lampadina, una stufa, una ghiacciaia elettrica sia pur primordiale, un fornellino. Nelle città la percentuale sale al 93,7%, ma pensate alla vita di chi, pur accampato in una megalopoli in Africa, Asia o America Latina, non può girare un interruttore per vedere, scaldarsi, cucinare, lavorare. Nelle campagne il dato peggiora: il 32% degli abitanti vive di notte tra le tenebre totali. In Africa (dati 2009), 587 milioni di persone resta al buio dal tramonto, due milioni nel Nord Africa, 585 nell’Africa subsahariana. Un dato, quando noi europei ci lagniamo delle ondate di migrazione come fossero un fastidio e non un movimento epocale, da non dimenticare. Nelle campagne africane solo un agricoltore su quattro ha accesso all’energia elettrica, ma sotto il Sahara la percentuale precipita al 14,2%, come in Europa generazioni fa, e l’85% delle famiglie vive, lavora, stenta al buio. In Cina e nel Sudest Asiatico non hanno luce in 182 milioni, nel resto dell’Asia 084

493, in America Latina 31, nel Medio Oriente 21. Nell’Asia meridionale le campagne sono buie al 30%, nell’America Latina del boom al 40%. Qualcuno da noi, nella moda di dare addosso allo sviluppo e al PIL come se ci fossero alternative contro la povertà alla crescita, ricorda Pier Paolo Pasolini, la sua nostalgia delle campagne del Friuli, buie di luce ma colme di calore umano, il «linguaggio dei bambini di sera» («lengas dai frus di sera»). Tanti parlano di “decrescita”, come se quella che ci infligge la crisi non bastasse, e immaginano (chi in ingenua buona fede, chi in scaltra manovra) un rustico villaggio alla Disney, con le torte di mele sul davanzale, le mamme in grembiule a rigovernare e i papà che fischiettando, col fazzoletto a quattro cocche annodato in testa, mietono il grano o vendemmiano l’uva. Non sarà così; Virgilio immaginò le sue Bucoliche e Georgiche ma, romantico realista com’era, a Titiro che suonava il suo flauto accompagnò la peste del Norico, che in una sola stagione rende impossibile la vita agli uomini, agli armenti, alle piante. Il mondo buio e impoverito non è un mondo felice. Scrivendo della mia

Fiat Lux «Fiat Lux resta l’apertura del nostro mondo e della nostra storia, e il dono pagano di Prometeo è il più caro agli umani. Perché vite senza luci sono vite senza vita».

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Di tutte le straordinarie materie e specie viventi che la Creazione offrirà, la Luce è dunque prima: e resterà sempre, perfino nelle ragioni laiche dell’Illuminismo critico, icona razionale, visione, strategia di vita

isola, la Sicilia, in un diario tra XX e XXI secolo, Le cose che ho imparato, ho ricordato i poveri, nelle città e nelle campagne, negli anni Cinquanta. Non erano forti e felici, erano infelici e macilenti. Dai loro tuguri, dai “catoi” (come con parola greca si definivano i seminterrati di città), vivevano un’esistenza di bisogno e sottomissione, cui era impossibile sottrarsi. Mendicavano tutto, una lametta usata, una giacca dismessa, scarpe usate. E una sola lampadina appesa al soffitto senza lampadario, come quella che Picasso impone nel suo capolavoro Guernica sulle distruzioni di Spagna, era la risorsa disponibile. Come studiare, leggere, conversare, lavorare a quella fioca fonte? Impossibile. Ho ricordato le notti del primo dopoguerra a Baghdad, dopo l’invasione americana e la caduta di Saddam Hussein. Il Paese ricchissimo di petrolio non produceva più energia, il ghetto della capitale, il grande quartiere sciita di Sadr City, era senza luce. Dai pianterreni, i “catoi” della Mesopotamia, s’individuavano i bracieri, ampi vassoi di rame riempiti di tizzoni, metà cucina e metà lampadario da terra. I Rangers dell’US Army che mi portavano in pattuglia, teenager impauriti

dai cecchini, finivano per impietosirsi a quella notte perenne e regalavano, come i loro nonni in Italia nel 1944, cioccolata e chewing gum ai bambini. Il fotografo e documentarista Peter DiCampo ha realizzato un progetto di immagini uniche, Life Without Lights (lifewithoutlights.com): non ci sono scene di gioia perché è ritornato il passato e non c’è finalmente più luce. Se le City Lights del film di Chaplin che il poeta beat Ferlinghetti ha voluto come simbolo della sua casa editrice-libreria di San Francisco si oscurano, c’è dolore non serenità. Nel villaggio filmato da DiCampo l’elettricità non arriva, si combatte il buio con ogni umile mezzo, un modesto gruppo elettrogeno, i fari delle automobili, qualche torcia, candele sgocciolanti. “Vite senza luci” racconta del freddo, dell’umiliazione, del rallentamento del tempo che la notte infinita impone alle famiglie, agli anziani, ai giovani. Tenebre di povertà, in cui perfino lo Spirito di Dio sembra perdersi fra le Tenebre. Per questo Fiat Lux, “la Luce Sia”, resta l’apertura del nostro mondo e della nostra storia, e per questo il dono pagano di Prometeo è il più caro agli umani. Perché vite senza luci sono vite senza vita. 085

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intervista a licia troisi

Il lume dell’ immaginazione articolo di Luca Morena

Oxygen sperimenta con Licia Troisi una sorta di piccolo esercizio di fantasia, in forma di domande e risposte. Il fine: l’abbozzo di un toy world, un piccolo mondo giocattolo, che non sia soltanto lo schizzo di un remoto mondo possibile dove mettere alla prova intuizioni e speranze, ma anche e soprattutto la visione di un mondo futuribile.

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Passato futuristico In apertura, un’immagine tratta da un film satirico australiano del 1952, che immaginava la politica nel 2000. A sinistra, il robot telecomandato Mobot Mark II del 1964. A destra, un bambino, nel 1952, si prepara a un improbabile viaggio su Saturno e Urano; un cappello da sposa al Boston Fashion Show del 1956, con le antenne per tenere in contatto sposa e famiglia durante la luna di miele.

Reti di energia auto-organizzate e intelligenti, oggetti parlanti, oggetti volanti, tavole mnemoniche, saperi arcani in grado di trasferire tutto lo scibile umano in “nuvole”, mezzi di trasporto semoventi. Sembra la descrizione di uno scenario fantasy ma in realtà si tratta di tecnologie piuttosto diffuse o di prossima diffusione (nell’ordine: smart grids, smartphones, aeromobili, tablet, cloud computing, auto intelligenti). Una delle intuizioni più celebri e citate dello scrittore di fantascienza William Gibson è quella secondo cui «Il futuro è già qui. Semplicemente non è distribuito uniformemente». Ci sarebbero dunque pezzi di futuro sparsi per il Pianeta che annunciano scenari più o meno rosei per l’umanità. Sono tecnologie agli esordi, esperimenti su piccola scala di modelli sociali ed economici alternativi, oggetti dal design innovativo e rivoluzionario. Ti è capitato di trovarti di fronte a oggetti, persone, situazioni che ti hanno fatto pensare che si trattasse di chiare anticipazioni del futuro nel presente? Viceversa, quali sono gli ingredienti del presente che ritieni irrinunciabili in un mondo futuribile? 088

Sto leggendo in questo periodo un libro, Reinventing Discovery di Michael Nielsen, che parla di come il web possa modificare il modo di fare scienza. In qualche modo mi sembra, o forse semplicemente spero, che sia un’anticipazione di un futuro nel quale la rete venga sfruttata al meglio delle proprie possibilità. Per quel che riguarda l’oggi, più che altro spero nell’evoluzione di elementi già presenti, ma non ampiamente diffusi o condivisi: la tutela dei diritti dell’uomo, la diffusione della democrazia, le tecnologie verdi. Qual è, se c’è, l’elemento dominante – nel senso di un materiale particolarmente importante e conteso, una pratica sociale particolarmente diffusa, un motivo estetico ricorrente – nel mondo futuro che immagini? La connettività. Credo che vivremo in un mondo sempre più interconnesso, in cui tutti potranno, almeno in potenza, comunicare con tutti. Se questo poi aumenterà o diminuirà la nostra solitudine, è tutto da vedere. Una gran parte della tradizione fantasy si nutre di immaginari – all’apparenza “antimoderni” – che attingono a un ge-

Mi piacerebbero città nelle quali si trovi un nuovo equilibrio con la natura, in cui la tecnologia permetta l’ecosostenibilità. Peraltro, la tecnologia già ci offre questa possibilità, ma non la stiamo sfruttando al meglio

il lume dell’ immaginazione

nerico passato medievale, in cui sono poteri naturali e soprannaturali a dominare l’uomo e non viceversa. Pensi che una sorta di “fuga narrativa” da un futuro fatto di imprevedibile sviluppo tecnologico, incertezze economiche ed ecologiche possa rappresentare anche un modo di esercitare l’immaginazione su modelli di società più sostenibili e solo apparentemente meno “moderne”? Come immagini ad esempio le città del futuro? Non saprei se è questo il motivo principale per cui si legge – e si scrive – fantasy. Sicuramente, per quel che mi riguarda, un peso ce l’ha l’ambientazione in una società “diversamente tecnologica”; mi è sempre mancato l’elemento naturale, visto che sono nata e vissuta in città. Mi piacerebbero città nelle quali si trovi un nuovo equilibrio con la natura, in cui la tecnologia permetta l’ecosostenibilità. Peraltro, la tecnologia già ci offre questa possibilità, ma non la stiamo sfruttando al meglio. Accendere la luce. Che cosa significherà un gesto così ordinario nel futuro? Spero sia accompagnato da un maggior senso di responsabilità: attualmente è qualcosa che facciamo molto a cuor leg-

gero, senza pensare quanto c’è dietro la luce che illumina le nostre case. La capacità di immaginare scenari alternativi e concepire possibilità sono fondamentali nella scienza almeno quanto nella letteratura. M’incuriosisce la tua formazione in astrofisica, sia per questa continuità (nella differenza di contesto) con l’esercizio dell’immaginazione, sia per il contrasto con ingredienti narrativi classicamente antiscientifici tipici del genere, come ad esempio il ricorso alla magia. Come immagini il futuro energetico dell’umanità? Troveremo l’energia di cui avremo bisogno su altri pianeti? E come vivi queste continuità e discontinuità tra il tuo lavoro narrativo e il tuo background scientifico? Innanzitutto occorre modificare i comportamenti. Occorre ripensare il nostro rapporto col Pianeta, diventando consapevoli che le risorse non sono infinite e che bisogna farne un uso parco e oculato. Per il resto, la mia speranza è che si punti sempre più sulle energie rinnovabili. Penso invece che non abbia granché senso andare a cercare altre fonti di energia in giro per lo spazio: non si fa altro che perpetuare quel concetto di sviluppo

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come rapina che ci sta portando alla rovina. Non percepisco alcuna discontinuità tra i miei due lavori: ognuno di noi è definito da una molteplicità di interessi e passioni che è impossibile ridurre in unità. D’altronde, io credo che la conoscenza sia una, e sia artificioso fare una divisione netta tra cultura umanistica e scientifica. Sono una persona curiosa, mi piace cercare di capire com’è fatto il mondo e al contempo crearne io di nuovi. Il tema della mutazione caratterizza da sempre la letteratura fantastica. Quali pensi saranno le trasformazioni più significative cui andremo incontro come specie? A giudicare da discussioni come quelle sul post-humanism e sull’integrazione di tecnologie nel corpo umano al fine di aumentarne prestazioni mentali e fisiche, non siamo distanti da scenari che la letteratura fantasy ha esplorato in lungo e in largo… Trovavo molto suggestiva un’ipotesi che credo di aver letto in qualche libro, o in un articolo di fantascienza: l’idea che l’evoluzione renderà pian piano i nostri corpi sempre meno importanti, e ci evolveremo verso uno stato di pura energia, puro spirito, se vogliamo. Concretamente, penso 089

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che sarà la tecnologia a ridefinire il concetto di corpo, e sarà sempre più facile costruire “pezzi di ricambio” per gli organi che non funzionano. Certo, questo porrà molti interrogativi circa cosa sia l’uomo, e quale sia il confine tra essere umano e macchina, ma direi che sull’argomento la fantascienza ha iniziato già a esercitarsi. Un aspetto importante delle epopee fantasy è la forza identitaria che sono in grado di sprigionare nelle rispettive comunità di appassionati e l’estrema facilità con cui tali comunità tendono a costituirsi intorno a personaggi e autori. Tu hai un blog molto seguito e mi sembra di poter dire che la capacità di generare identità e comunità tipica del fantasy in combinazione con la facilità di aggregazione e condivisione dei social media costituiscano una miscela dall’enorme potenziale commerciale e creativo. Hai mai pensato di sperimentare forme collaborative e partecipative di scrittura insieme ai tuoi lettori? No, percepisco la scrittura come un lavoro solitario. Ricerco la solitudine quando scrivo, addirittura preferisco non ci sia nessuno in stanza con me mentre racconto le mie storie. È che sono tirannica coi miei personaggi e i miei mondi, pre090

Spero che un gesto ordinario come accendere la luce in futuro sia accompagnato da un maggior senso di responsabilità: attualmente è qualcosa che facciamo molto a cuor leggero, senza pensare quanto c’è dietro la luce che illumina le nostre case

il lume dell’ immaginazione

Case e trasporti del “futuro” A sinistra, turisti a Disneyland nel 1958 visitano la “casa del futuro” di plastica, costruita dalla Monsanto Chemical Company. A destra, un disegno del 1956 dell’autobus di plastica chiamato “Golden Dolphin”, azionato da una turbina a gas e rappresentato nella versione a 32 posti.

ferisco avere completamente il controllo della situazione. Però mi piace molto quando poi i lettori traggono spunto dalle mie storie per nutrire la loro creatività: mi piace che facciano disegni, che scrivano fan fiction, che riproducano armi e oggetti. Ecco, preferisco dare il La iniziale e lasciare che poi ognuno, in base a quel che ho raccontato, espanda il mondo e la storia a suo piacimento. Il fantasy è inoltre una fonte inesauribile di scenari e immaginari per il videogaming, come lo era già per i giochi di ruolo. Pensi che in futuro lo storytelling si realizzerà sostanzialmente in tecnologie immersive e di simulazione? Gioco, fantasia e realtà saranno perfettamente integrati e indistinguibili? No, non credo. Il bello dei libri è che richiedono una partecipazione attiva da parte del lettore, che deve immaginare quel che è soltanto scritto. Per questo credo che la parola, scritta o parlata, manterrà inalterati il suo potere e il suo fascino. Però credo che dal punto di vista dei videogame si vada effettivamente verso un futuro in cui l’esperienza di gioco sarà sempre più immersiva e indistinguibile dalla realtà. È del resto il sogno di ogni videogiocatore, o almeno il mio.

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Infine, come funziona il tuo processo creativo? L’impressione è che, a differenza di altri generi narrativi, il fantasy ambisca a costruire interi mondi, spesso in narrazioni lunghe e “monumentali” infinitamente più complesse di quella in cui ci siamo appena esercitati. Questo implica un certo grado di sistematicità e di monitoraggio costante della coerenza delle storie, dei personaggi, dei loro destini. Come organizzi la tua personale navigazione creativa di architetture narrative così lunghe e complesse? Sì, è proprio così ed è questa la ragione per cui il fantasy in genere si sviluppa per saghe. I mondi creati semplicemente “non ci stanno” nello spazio di un unico volume. Io cerco di mantenere il filo innanzitutto con l’aiuto degli editor, che mi soccorrono quando la memoria falla, e poi facendo molti schemi a monte, al momento della costruzione del mondo e della progettazione della trama. Inoltre, ho sempre sottomano, quando scrivo, i capitoli precedenti della saga in versione elettronica, in modo da poter cercare agevolmente quel particolare che non ricordo o quell’episodio di cui non sono sicura. 091

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scenari

Energia 3.0 articolo di Simone Arcagni

L’energia si muove e muove la società italiana, la sua storia e la sua economia. Spinta del boom economico e della società del consumo prima e poi linfa dell’economia post-industriale, ora l’energia vive una nuova sfida: innovarsi per soddisfare le esigenze di un futuro, in apparenza un po’ utopico, che non tarderà ad arrivare.

Negli anni Sessanta è in pieno corso la fase del boom economico e l’Italia entra ufficialmente nel novero dei Paesi industrializzati. Nelle strade, nelle case, nei bar e negli uffici l’energia elettrica irrompe con una forza mai vista prima nel nostro Paese: la luce elettrica, gli elettrodomestici, la televisione quasi in ogni casa, l’automobile e la Vespa sono tutti simboli di un nuovo status e di nuovi consumi. Le città si popolano mentre le campagne si svuotano, per la generazione di quegli anni – sia pure con notevoli difficoltà e traumi (si pensi al fenomeno dell’immigrazione interna ed esterna)  – sono finalmente alle spalle la guerra e il terribile dopoguerra. Gli elettrodomestici sono forse il simbolo più evidente di una nuova ricchezza e società: le massaie italiane si confrontano con il frigorifero e i fornelli a gas, i giovani con i giradischi e nei salotti fa capolino la televisione. L’energia elettrica è la spinta verso quella libertà che viene individuata nel consumo. Non si tratta di una storia solo positiva, luci e ombre attraversano questo cambiamento epocale del 092

Paese, ma il segno evidente è la trasformazione nella direzione dell’industria e del consumo. E l’energia elettrica è il motore e la base di questa mutazione.

“Smart” e intelligenza collettiva sono l’utopia di un futuro migliore: un’anima che ha bisogno di idee e di energia per funzionare. E allora l’altra utopia da inseguire sarà l’energia nuova, pulita, sostenibile ed efficace A metà del guado di questi ultimi cinquant’anni qualcos’altro si muove: in linea con le altre nazioni industrializzate, un nuovo cambiamento modifica la società italiana trasformando l’economia del Paese da industriale a terziaria, dei servizi e dei media. L’energia elettrica è fondamentale nella

corsa ai consumi e la pubblicità e l’informazione segnano il cambiamento: la televisione (prima) e i nuovi media (in seguito) sono i mezzi attraverso cui pubblicità, informazione e spettacolo “colonizzano” la nostra società. L’Italia vende brand nel mondo, sono gli anni Ottanta, quelli della cosiddetta “Milano da bere”, la capitale dell’economia, del commercio e dei media. “Made in Italy” significa moda, pubblicità, design e televisione. Alta qualità e servizi per la comunicazione e l’informazione. In questo decennio, dagli elettrodomestici si passa alla televisione che dai salotti si sposta nelle cucine, nelle camere e camerette. I canali si moltiplicano e la fruizione televisiva è agevolata prima dal telecomando e in seguito dagli apparecchi di registrazione come il lettore VHS e il DVD. E accanto a questo fenomeno appare un altro schermo nelle case e negli uffici: il computer, che da gigante e lento calcolatore elettronico, buono per i film e le serie di fantascienza, diviene oggetto comune. Con il computer e il web 2.0, il digitale

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entra nelle nostre vite e cambia non solo le nostre abitudini, ma anche la nostra cultura, proiettandoci definitivamente in un’economia post-industriale, fatta di servizi, comunicazione e informazione. Il computer, la rete e i cellulari sbalzano la nostra società nell’era della comunicazione e dell’informazione avanzata. L’energia elettrica non è più solo la linfa vitale per il funzionamento di pesanti elettrodomestici, ma diventa l’etereo filo che tiene in comunicazione le persone. Una comunicazione sempre più agevole, veloce, individuale. Il passaggio dall’hardware al software non è solo una questione tecnologica, ma anche un modo di pensare, agire, informare. Da una società “hard” degli apparecchi pesanti a una “soft” della smaterializzazione dei device. Ora, nel 2012, stiamo per entrare in un’ulteriore fase di iper-comunicazione, dove passeremo da pochi miliardi di connessioni a forse centinaia di miliardi, secondo i dati dell’Ue. Anche la Rete cambia: da Internet 2.0 al 3.0, dove ogni 094

apparecchio, elettrodomestico, device si trasforma in un computer in grado di dialogare con noi utenti e con altri apparecchi. Si tratta del cosiddetto “Internet delle cose” (all’Università di Tokyo c’è il più importante centro di ricerca, ma un osservatorio è presente anche al Politecnico di Milano). Una rivoluzione fatta di chip e sensori; e così dal computer, per quanto piccolo e portatile, si passa a un’ulteriore fase di smaterializzazione. I cellulari sono diventati veri e propri computer tascabili, in grado di essere connessi e di fornire funzioni in precedenza appannaggio solo di altri apparecchi: uno smartphone è un telefono, un televisore, un computer, una macchina fotografica, una videocamera e tanto altro ancora. Un’incessante evoluzione che lo stretto legame tra scienza, tecnologia e industria offre ai cittadini fattisi utenti. Tutti i grandi player di IT mondiali lavorano in questo senso e aprono le porte a un futuro prossimo che ci porterà al wearable computing, per esempio: computer indossabili come fossero

estensioni del nostro corpo, dopo essere passati attraverso il clouding, la “nuvola” di dati fuori dall’hardware sempre a disposizione dell’utente. Un futuro vagamente fantascientifico in cui l’immagine olografica renderà obsoleti gli schermi dei nostri apparecchi.  In cinquant’anni è cambiato l’utilizzo dell’energia, ma probabilmente cambierà l’energia stessa. Un panorama nuovo, quindi, sta di fronte a noi, e soprattutto un panorama che muta con una velocità sempre più vorticosa. Guardando gli ultimi 50 anni e cercando di capire i prossimi 10 sulla scorta dei processi avviati, si prospetta un mondo di energia dinamica, anche invasiva, con ancora alcune incognite e problematiche da risolvere: il problema del copyright, e quindi della gestione dei dati nel rispetto dei diritti d’autore, che sta alla base della possibile espansione di Internet; quello di uno standard unico per le tecnologie, che permetterà la vera sincronizzazione del mondo connesso; quello dei Paesi emergenti e gli interrogativi che essi pongono, ad esempio:

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In cinquant’anni è cambiato l’utilizzo dell’energia, ma probabilmente cambierà l’energia stessa. Un panorama nuovo sta di fronte a noi, e soprattutto un panorama che muta con una velocità sempre più vorticosa

quanto inciderà il loro definitivo ingresso nel mercato globale, e quanto porteranno di originale nel modello di comunicazione che l’Occidente ha definito. E, infine, anche il problema delle fonti di approvvigionamento: la sfida principale sembra proprio questa, una nuova energia per un fabbisogno energetico mutato, per una società ancora una volta in trasformazione e con i tempi di questo mutamento che si fanno sempre più accelerati. Una sfida alle fonti di energia e all’approvvigionamento, ma anche all’utilizzo. Una sfida che sembra prospettarsi come la realizzazione di un mix di energie e fonti diverse e diversificate. Fotovoltaico, eolico e ogni altra forma di energia rinnovabile sono chiamate tutte a partecipare alla costruzione di un sistema energetico innovativo. Ma anche il cittadino è chiamato a un uso più oculato dell’energia e a saper scegliere, pensare, partecipare. La svolta sembra andare nella direzione dei consumi, privilegiando modelli che sfidano lo spreco e che permettano lo storage di energia e gli ambienti a zero di-

spersione. Quindi costruire in maniera intelligente (smart è la parola d’ordine di questi anni), rendere autonomi palazzi, rioni, quartieri, città, costruire una diffusione di energia capillare sul modello della Rete. Un sistema che veda insieme progettisti e grandi imprese, pubblico e privato, locale e globale. I progetti di Smart City indicano la via di un consumo intelligente e di approvvigionamenti differenziati che guardino con particolare attenzione anche il problema dell’inquinamento. I nostri comportamenti e le nostre abitudini divengono fondamentali e così i piani che li accompagnano e li facilitano, e dunque l’Europa si attesta sempre più come il motore in grado di trainare e il network capace di esaltare i migliori risultati e metterli in condivisione. Per esempio con il progetto “Smart Cities & Communities”, che mira a creare un patto europeo della sostenibilità, creando una rete di città “intelligenti”. In Italia, Milano, Bari, Torino, Genova e la Sardegna si sono già mosse per concorrere ai bandi per un percorso

per la gestione intelligente dell’energia. Un modello nuovo di utilizzo dell’energia emerge da questi bandi. Un modello strutturale che riguarda diversi aspetti: l’edilizia, per esempio, per rendere efficienti e intelligenti i processi di riscaldamento e raffreddamento, pensando al fotovoltaico, all’uso di materiali che impediscano la dispersione e quindi l’efficienza energetica con studi sullo storage. E inoltre: mappare le reti, renderle efficienti e mettere i dati a disposizione dei cittadini per aumentare la partecipazione all’intero ciclo energetico, e formare quindi una cittadinanza responsabile, democratica. “Smart” e intelligenza collettiva significano l’utopia di un futuro migliore: “Internet delle cose” può diventare la vera anima del Pianeta, un’intelligenza collettiva e partecipata che metta in relazione e in comunicazione cose e persone, un’anima che, ancora una volta, ha bisogno di idee e di energia per funzionare. E allora l’altra utopia da inseguire sarà l’energia che la sosterrà e che dovrà essere nuova, pulita, sostenibile ed efficace. 095

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contesti

Energia italiana per un design internazionale articolo di Gilda Bojardi

Il design ha accompagnato nella storia la diffusione dell’elettricità e degli oggetti elettronici che popolano le nostre case. Dalle centrali idroelettriche agli elettrodomestici, dai tralicci ai computer portatili fino ad arrivare, oggi, al coinvolgimento nel risparmio energetico.

Percorrere cinquant’anni di storia dell’energia italiana, affiancandola alle vicende dello sviluppo di una grande azienda come Enel, significa necessariamente rapportare modalità e distribuzione dell’energia elettrica nel nostro Paese allo sviluppo economico e sociale, nonché ai cambiamenti dei comportamenti degli italiani in casa, nell’ufficio e negli spazi di lavoro. Significa allora capire il legame che l’energia elettrica ha e ha avuto con la vita di ogni giorno e con gli oggetti che ci circondano, “strumenti necessari” che usiamo nel nostro quotidiano sotto molteplici aspetti: dall’impegno nel lavoro alle pause del tempo libero, dai momenti riservati alla cura del corpo a quelli per il relax. È chiaro come la quasi totalità delle azioni compiute nell’arco di una giornata, vincolate all’uso di oggetti, di apparecchiature, siano legate sia al mondo del design sia, di riflesso, all’energia in grado di “attivarli”, di renderli operativi e utilizzabili, “strumenti” complementari della nostra giornata. Ma prima di coinvolgere il nostro privato e il mondo degli oggetti, la produzione di energia elettrica investe in modo diretto anche il paesaggio che ci circonda, le città, le architetture. Basta pensare alla stagione di sviluppo delle centrali idroelettriche della prima metà del Novecento, ideate come architetture rappresentative e figurativamente caratterizzate – di cui un felice esempio di riferimento è costituito da quelle progettate nell’Italia settentrionale dall’architetto milanese Piero Portaluppi – sino a giungere a moderni edifici funzionali e didattici come i progetti per Enel curati da Michele De Lucchi con diverse soluzioni compositive, rapportate ai diversi contesti e funzionalità. Un ulteriore “segno ambientale” distribuito su 096

tutto il territorio nazionale, dal Nord al Sud, isole comprese, è composto dalla serie pressoché infinita di tralicci dell’alta tensione, allineati a perdita d’occhio. Anche in questo caso la cultura del design e del progetto in senso lato si è espressa in occasione del Concorso internazionale, “Sostegni per l’ambiente”, bandito da Enel nel 1999 con l’obiettivo di progettare sostegni di linee aeree di elettricità ad alta tensione, da installare nelle campagne e nelle zone urbanizzate, che avessero una più armonica interazione con il paesaggio italiano.

Il legame tra progetto di design e classe di efficienza energetica appare in crescita anche per ogni apparecchiatura elettronica che esca dal mondo della casa per arrivare al luogo di lavoro Un’esperienza significativa che, nonostante non abbia conosciuto uno sviluppo concreto “a sistema”, ha però avuto il merito di richiamare l’attenzione internazionale verso un manufatto considerato comunemente solo per la sua “funzionalità” e assunto invece in questo modo come occasione di contributo alla qualità del paesaggio costruito; i risultati del concorso, di cui risultò vincitore Norman Foster e che ha visto impegnati progettisti come Aldo Aymonino, Achille Castiglioni e Michele De Lucchi, Giorgetto Giugiaro, Corrado Terzi e Michel Wilmotte, appaiono oggi, a distanza di più di un decennio, ancora di grande attualità.

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È tuttavia il paesaggio domestico, e più nello specifico il mondo degli interni, la scena di riferimento per meglio comprendere il rapporto tra energia elettrica e design, e per cogliere i mutamenti d’uso e le interazioni tra forma e prestazione, e poi tra valore estetico e progetto sostenibile, sviluppatesi in cinquant’anni di storia non solo italiana. Tra gli oggetti del quotidiano che hanno segnato e caratterizzato l’evoluzione degli scenari domestici, gli elettrodomestici assumono un ruolo primario. Entrati nelle case degli italiani negli anni cinquanta come espressione di status symbol di una borghesia emergente, come “oggetti del desiderio” per il cittadino comune uscito con poche risorse dal dramma bellico, l’elettrodomestico e oggi, per estensione, il televisore e gli apparecchi hi-fi, sono protagonisti indispensabili della nostra vita. Anche gli elettrodomestici hanno conosciuto l’estetica del consumo, dove oltre alla funzionalità e alle innovazioni tecnologiche, al fine del successo di un prodotto concorrono aspetti di comunicazione dell’oggetto e soprattutto il grado di emozionalità e di seduzione che l’oggetto è in 098

grado di produrre. Il caso degli elettrodomestici aggiunge però specifiche importanti che legano il valore della forma e del design all’alta tecnologia, al comfort e alla sicurezza e, sempre di più, alla prestazione offerta, che significa soprattutto “consumo di energia”. Ecco che l’energia entra a far parte del progetto di design assumendo un ruolo primario negli showroom, come negli spazi della grande distribuzione; accanto alla soluzione formale e alle caratteristiche tecniche delle mansioni svolte dall’elettrodomestico e di ogni “robot” casalingo di varia natura compare l’etichettatura che riporta le classi di efficienza energetica secondo la norma EN 153 maggio 1990, direttiva 94/2/CE. Criteri che consentono – sulla base di dati omogenei forniti dai diversi produttori – di valutare con immediatezza i consumi di energia su una scala che va da “A” (efficienza massima) a “G” (quella minima); si tratta di scale di rendimento prestazionale che oggi sono utilizzate anche per il mercato immobiliare. Considerate per la loro obsolescenza come tra le responsabili dell’inquinamento ambientale, le “macchine domestiche” hanno concretizzato un

energia italiana per un design internazionale

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Prima di coinvolgere il nostro privato e il mondo degli oggetti, la produzione di energia elettrica investe in modo diretto anche il paesaggio che ci circonda, le città, le architetture

Design che illumina Arco, Taccia e Parentesi – celebri lampade di Achille Castiglioni – portano la luce dall’alto formando un arco delicato, dal basso riflettendola su uno schermo di lamiera, attaccate a un cavo di acciaio in tensione fra il soffitto e il pavimento. Lampade leggere, ma saldamente ancorate, che fanno luce fin dagli anni Sessanta.

primo momento di energy saving in una maggiore durata del prodotto nel tempo, per poi spostarsi verso comportamenti più etici, tesi al raggiungimento di una maggiore responsabilità verso l’ambiente. Possiamo affermare che proprio la categoria delle “macchine elettroniche” per la casa, in relazione al loro impiego e uso di energia, abbia sviluppato la figura del green consumer. Quel nuovo tipo di consumatore, ormai affermatosi nei Paesi a economia avanzata, che valuta il prodotto nell’ottica di un acquisto “giusto e consapevole”, che oltre ai valori formali ed emozionali dell’oggetto estende i criteri di scelta agli aspetti tecnologici, letti però in stretto rapporto alle questioni ambientali, e in relazione a valori di tipo immateriale, come il fatto che l’oggetto assuma il ruolo di catalizzatore di informazioni e contenuti innovativi e avanzati dal punto di vista culturale. Un criterio, quello che lega il progetto di design alla classe di efficienza energetica che, se è ormai fondamentale per il mercato degli elettrodomestici, appare per estensione in crescita anche per ogni apparecchiatura elettronica che insieme a televisori e apparecchiature hi-fi esca dal mondo della casa per arrivare all’ufficio e al

luogo di lavoro in senso lato. Dalla macchina da scrivere elettronica al computer su ogni scrivania, dall’ufficio stanziale a quello “nomade” (che ognuno di noi può crearsi con un computer portatile) si configura uno scenario che lega design ed energia in modo sinergico e parallelo. Senza dubbio gli oggetti elettronici hanno cambiato il modo di vivere e il tempo libero anche degli italiani; e l’energia elettrica alimenta oggi nel nostro Paese oggetti prodotti da un design internazionale che in Italia trova una felice palestra creativa e un sistema di produzione flessibile e avanzato che permette sperimentazioni altrove impensabili. Ma accanto alle classi di efficienza, alle innovazioni tecnologiche e alle performance offerte, permane l’aspetto ludico ed emozionale dell’oggetto elettronico. A questo proposito, Umberto Eco scriveva: «Le forme postmoderne sono possibili non perché si oppongono al design moderno, né perché si sono assoggettate a un’idea deteriore di design, ma perché il design “buono”, in cui la forma segue e comunica la funzione, è morto. […] Anche se sono un apocalittico cinico, la radio alla Mazinga, che sta suonando Beethoven mentre scrivo, mi piace moltissimo». 099

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Internet of things: in casa comanda lo smartphone articolo di Luca Salvioli illustrazioni di Seltz

La parola “domotica” ancora non è di conoscenza universale e la tecnologia tutt’oggi spaventa in parte i consumatori. Ma siamo più vicini di quanto non si creda a una casa intelligente, più sicura, più accogliente e più a risparmio energetico. Controllata dal nostro smarthphone.

Ora che il software per gestire le nostre giornate è racchiuso in un oggetto che tiriamo fuori dalle tasche decine di volte al giorno, e soltanto qualche volta per telefonare, la nostra vita è cambiata per sempre e si apre verso un universo di nuove applicazioni. Gli esperti parlano da tempo di Internet of things, rivolgendosi alla pervasività di Internet che presto avvolgerà oggetti di ogni tipo collegandoli in una “nuvola” pronta a dialogare con centinaia di altri oggetti. Il telecomando un tempo serviva per cambiare canale alla TV, oggi può essere il pannello di controllo della nostra abitazione. Può gestire la temperatura dei diversi locali, accendere gli elettrodomestici, ricevere le segnalazioni per eventuali intrusioni, ricordare la data di scadenza degli elementi in frigo. Anche a distanza. Le tecnologie che abilitano il controllo dell’edificio oggi assumono la loro rilevanza nella loro capacità di dialogare ed essere gestite via internet. Oggi il telecomando può essere uno smartphone o un tablet. Non serve solo a inviare segnali, ma anche a ricevere il risultato del lavoro silenzioso che il digitale svolge nelle diverse aree dell’edificio con la promessa di moltiplicare la nostra produttività, ridur-

re gli sprechi, aumentare la sicurezza. A patto che tutto questo risulti semplice per l’individuo. «Abbiamo fatto alcuni focus group dai quali è emerso che la tecnologia in sé per sé spaventa ancora i consumatori. Prevale l’aspetto del controllo, la “sindrome del Grande Fratello”», spiega Angela Tumino, responsabile della ricerca dell’Osservatorio Internet of Things del Politecnico di Milano. «La risposta cambia completamente quando ci si sposta sui servizi. La prossimità alle esigenze la rende familiare». È la grande lezione di Apple, che ha costruito il suo straordinario successo degli ultimi anni sulla realizzazione di prodotti con un’interfaccia molto semplice che introduce l’utente a una miriade di applicazioni. La tecnologia c’è ma non si fa vedere. La domotica, sul fronte dei prodotti, è già una realtà. Meno su quello delle applicazioni e soprattutto degli standard in grado di rendere gli oggetti comunicanti gli uni con gli altri. Quali sono i servizi già diffusi? «Tra le soluzioni tradizionali ci sono gli antifurti, in alcuni casi gestiti con il cellulare. Si va dall’sms che avverte l’utente che è in corso un’intrusione fino alle applicazioni connesse con una telecamera che fa

L’Italia è ancora all’avanguardia nell’ambito del risparmio energetico. Questa è una grande opportunità, per le imprese italiane che lavorano nei prodotti che riguardano la casa, di condividere la ricerca per l’integrazione degli impianti domestici e l’abbattimento dei consumi energetici

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microsoft HomE of tHE futurE non solo un salone hi-tech, ma un luogo dove ha libero spazio la filosofia microsoft: mettere la persona al centro dell’esperienza tecnologica, non il dispositivo. pad biometrico che riconosce il proprietario dalla mano, sensori che ricordano le necessità delle piante e citofoni collegati allo smartphone sono solo alcune delle caratteristiche della casa del futuro recentemente presentata da microsoft.

vedere in tempo reale che cosa sta succedendo in casa», continua Angela Tumino. La ricerca del Politecnico, diffusa da poche settimane, dedica un intero capitolo alle applicazioni domestiche dell’Internet of things. Sempre restando al presente, esiste la possibilità di gestire a distanza accensione e spegnimento delle caldaie, funzione particolarmente richiesta per le seconde case. «Poi la gestione di diversi scenari di illuminazione, per la verità ancora poco diffusa, e servizi per gli anziani e i disabili, che cercano di aiutarli nel vivere il più possibile autonomamente. L’energy management, ovvero le soluzioni che permettono di monitorare i carichi per ridurre i consumi, è un capitolo particolarmente rilevante. Le applicazioni vanno dalle mura domestiche agli edifici industriali. Intesa San Paolo ha ottenuto una riduzione superiore al 3% dei consumi elettrici delle sue principali filiali grazie a un monitoraggio puntuale dell’utilizzo di energia. Tra le 140 applicazioni individuate in Italia e all’estero e avviate negli ultimi cinque anni, una su tre si pone l’obiettivo di gestire le risorse energetiche. 102

L’Italia, in questo campo, detiene un primato. A fine 2011 quasi tutti i contatori elettrici installati in Italia erano “smart”, tanto che la rete più diffusa di oggetti connessi nel nostro Paese è certamente quella dei contatori elettrici, con oltre 34 milioni di unità installate.

le tecnologie che abilitano il controllo dell’edificio oggi assumono la loro rilevanza nella loro capacità di dialogare ed essere gestite via internet Gli smart meter sono il primo passo verso le smart grids, le reti intelligenti che consentiranno la corretta fatturazione dei consumi con una maggiore trasparenza nei confronti del consumatore, l’introduzione di politiche di risparmio energetico grazie a nuovi schemi di tariffazione, la riduzione dei costi operativi e una maggiore efficienza del

sistema distributivo. A livello europeo si sta cercando di definire uno standard di comunicazione valido per tutti. Intanto prosegue la ricerca. Il consorzio Energy@home è una piattaforma di domotica sulla quale sta lavorando da due anni un consorzio formato da Enel, Electrolux, Indesit e Telecom Italia. L’obiettivo è lo sviluppo della casa intelligente, capace di autoregolare i consumi elettrici, con elettrodomestici che partono scaglionati nelle ore serali e si coordinano tra loro, con la possibilità di essere gestiti, anche da remoto, con lo smartphone. E poi illuminazione, antifurto, forno a microonde. Il 2012 è un anno decisivo: si uscirà dal laboratorio per le prime sperimentazioni sul campo. Ogni prodotto connesso ha al suo interno microprocessore e chip che dialogano con gli altri attraverso lo standard zigbee, della famiglia del wi-fi. I risparmi stimati sono tra il 10 e il 30% dei consumi. Altro progetto italiano è Home Lab, messo in piedi da Indesit, Ariston Thermo, Gruppo Elica, Loccioni, MR&D Institute, Spes, Teuco-Guzzini e Universi-

internet of things: in casa comanda lo smartphone |

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L’obiettivo è lo sviluppo della casa intelligente capace di autoregolare i consumi elettrici con elettrodomestici che partono scaglionati e si coordinano tra loro, con la possibilità di essere gestiti anche con lo smartphone

tà Politecnica delle Marche. Il consorzio vuole definire lo standard di comunicazione e inter-operatività tra prodotti e servizi all’interno della casa e si pone come “abilitatore tecnologico” per le aziende italiane, mettendo a disposizione un network di aziende, centri di ricerca, tecnologia e strutture. Andrea Merloni, presidente di Indesit e del consorzio Home Lab, durante l’inaugurazione del progetto lo scorso aprile a Fabriano, nelle Marche, ha infatti sottolineato: «L’Italia è ancora all’avanguardia nell’ambito del risparmio energetico. Questa è una grande opportunità, per le imprese italiane che lavorano nei prodotti che riguardano la casa, di condividere la ricerca per l’integrazione degli impianti domestici e l’abbattimento dei consumi energetici». All’estero sono già attivi alcuni progetti pilota della natura di quelli che prenderanno piede anche da noi nei prossimi mesi. Un esempio è la sperimentazione avviata sei mesi fa da General Electric e Louisville Gas&Electric Company negli Stati Uniti, in cui si utilizzano elettrodomestici smart che

regolano il loro funzionamento sulla base del prezzo dinamico dell’energia. «Quello degli elettrodomestici intelligenti è uno spazio da esplorare, una delle prossime frontiere della domotica», afferma Angela Tumino. «Si collega alla smart grid e prende il prezzo dell’energia in quel preciso momento. Agisce così in maniera dinamica e consente di gestire i cicli di lavaggio in modo che non si superi una certa soglia di consumi e così via». In ambito industriale invece lo sviluppo della tecnologia integrata negli ambienti è legata alla sicurezza: incrociare i dati sulla presenza delle persone con le aree di potenziale pericolo (fuga di gas, pericolo d’incendio, ecc.). Gli elettrodomestici intelligenti stanno arrivando sul mercato. Al CES di Las Vegas di gennaio, la più grande fiera di elettronica di consumo al mondo, Lg e Samsung hanno presentato una vasta gamma di oggetti domestici connessi a internet: lavatrici, condizionatori, frigoriferi provvisti di funzioni che permettono la gestione dalla TV o dallo smartphone. Il frigorifero di LG comu-

nica all’utente dal suo pannello LCD o via cellulare, ricordando anche quando un alimento si avvicina alla scadenza (un lettore vede la data una volta inserito nel congelatore). A questo si possono aggiungere ricette, consigli di ottimizzazione dei consumi, e così via. Easydom, Microsoft e Samsung hanno invece dato vita a un progetto di casa digitale dove alla gestione di elettrodomestici e illuminazione vanno aggiunti musica, console di videogiochi, regolazione delle tapparelle. Tutto quello che può venire in mente di fare all’interno della casa può essere gestito da smartphone con sistema operativo Windows Mobile. L’apposito software che introduce alla casa del futuro si chiama Next. Sistemi di domotica controllati da Next sono già stati installati in alcuni appartamenti dimostrativi del progetto Eurosky Tower di Roma, il grattacielo più alto della capitale. La porta si apre con la chiave, le luci si accendono scrollando su e giù lo smartphone. E così si entra nell’ultima frontiera della rivoluzione digitale.

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rubriche

| data visualization

Obiettivo 2015 a cura di Oxygen fotografie di white

Secondo un recente studio effettuato dall’IHS Business Supplier Automotive, entro il 2015 ci saranno in circolazione tra 700.000 e un milione di veicoli elettrici. Questo sarà il business del settore veicoli nei prossimi anni per 45 case automobilistiche, con oltre 75 modelli di auto elettriche. Invece, secondo un altro studio (Plug-in electric vehicles) realizzato dalla società Pike Research, le auto elettriche e i veicoli elettrici leggeri cresceranno a un sostenuto ritmo annuale fino a raggiungere la notevole quota dei tre milioni di veicoli nel 2015. In ogni caso, le diverse stime non fanno che confermare la tendenza del settore verso la mobilità sostenibile ed elettrica. Il boom dei veicoli elettrici vedrà fronteggiarsi diversi mercati occidentali e cinesi perché, anche in questo settore, la Cina detta legge per le tecnologie verdi e per gli investimenti nella green economy degli ultimi anni; cosa che non hanno invece fatto con la medesima accortezza i mercati occidentali. Per quanto riguarda il nostro Paese, le stime dicono che se da qui al 2020 per ogni cinque nuove auto ce ne fosse una elettrica, l’Italia si troverebbe con una flotta composta per il 10% da vetture che non emettono smog o gas serra, ottenendo un risparmio di oltre 5 miliardi di litri di benzina (oggi il consumo annuale si aggira attorno ai 13 miliardi di litri). Inoltre, se la nuova flotta di auto elettriche fosse alimentata con le energie rinnovabili, il nostro Paese abbatterebbe le emissioni di gas serra di quasi 6 milioni di tonnellate (l’1,1% del totale nazionale). 104

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75

diversi modelli di auto elettriche in commercio nel 2015, prodotti da 45 differenti case automobilistiche.

20.000 Leaf

vendute in un anno in tre diversi continenti dalla Nissan. Leaf è l’auto elettrica più diffusa nel mondo (in arrivo in commercio anche in Italia ad aprile 2012).

77 km/h

è la velocità raggiunta il 17 marzo – sul lago Ukonjärvi ad Inari, in Lapponia – dalla Metropolia E-RA, la GT elettrica realizzata dall’Università di Helsinki: è l’auto elettrica più veloce del mondo su ghiaccio.

Un milione di veicoli elettrici —

in circolazione entro il 2015, secondo uno studio dell’IHS Business Supplier Automotive. Per la società Pike Research saranno addirittura tre milioni

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SMART ELETTRICHE a Milano, Bologna, Pisa e Roma: le usano i pionieri del trasporto elettrico che hanno sottoscritto un contratto quadriennale da 400 euro al mese più Iva nell’ambito di un progetto sostenuto anche da Enel.

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contesti

La scossa green alla mobilità articolo di Roberto Rizzo fotografie di white

Dopo tanto parlare, stanno arrivando sul mercato diversi modelli di auto puramente elettriche, una tecnologia che grazie alle sperimentazioni in corso anche in Italia ha dimostrato di essere ampiamente affidabile e di garantire la piena sicurezza su strada. Per accrescere la competitività dell’elettrico sarà comunque necessario abbattere i costi delle batterie, che dovrebbero dimezzarsi entro la fine del decennio, e costruire un sistema adeguato di colonnine di ricarica veloce.

Se a Firenze dal 2016 i non residenti potranno circolare solo al volante di un’auto elettrica, a Milano questi veicoli sono già esentati dal pagamento del ticket d’ingresso nel centro cittadino, e a Parigi, dallo scorso ottobre, sono a disposizione in car sharing 250 auto elettriche progettate dal gruppo francese Bolloré, con design Pininfarina (saranno 1740 entro giugno). Mai come negli ultimissimi anni l’auto elettrica ha suscitato un così forte interesse da parte del pubblico, della politica e dei grossi costruttori: da Renault-Nissan a PSA Peugeot-Citroën, da Toyota (è in arrivo sul mercato la prima Prius ibrida plug-in) a Smart-Daimler (Enel e Mercedes hanno promosso il progetto e-mobility in varie città italiane, con oltre 100 Smart ForTwo Electric Drive e 400 colonnine di ricarica). Senza dimenticare la 500 elettrica di Fiat, la cui produzione in serie per il mercato statunitense partirà nel 2012 negli stabilimenti americani di Chrysler. Il grande pregio dell’elettrico è consentire anche nella mobilità l’utilizzo di energie pulite come solare, eolico e idroelettrico: in tal caso, le emissioni al chilometro percorso sono praticamente nulle. Ma, in base ai dati di CIVES (Com106

missione Italiana Veicoli Elettrici Stradali), anche caricando le batterie con il mix elettrico italiano, costituito per più dell’80% da fonti a basso contenuto di carbonio (gas e rinnovabili), le emissioni sarebbero di circa 80 grammi di CO2 al chilometro. Emissioni quindi inferiori a quelle della Prius ibrida (circa 90 gr. CO2/ km). Anche usando l’energia prodotta dalle più inquinanti centrali a carbone dell’Est Europa, le emissioni sarebbero piuttosto limitate, attestandosi intorno ai 110 grammi al chilometro. Tanto per avere un raffronto, nella classifica 2010 delle auto in vendita in Europa le case automobilistiche più virtuose sono state Fiat, Toyota e PSA Peugeot-Citroën con una media rispettivamente di 126, 130 e 131 grammi di CO2 per chilometro. Quello che abbiamo appena descritto non è comunque l’unico vantaggio dell’auto elettrica. Si tratta infatti di veicoli con una meccanica semplificata rispetto a quelli tradizionali: le auto elettriche montano meno parti meccaniche in movimento per cui il mezzo risulta più silenzioso, è più facile da guidare (la trasmissione avviene a rapporto fisso e le auto sono monomarcia) e la manutenzione è meno complessa.

La batteria di un’auto elettrica costa 7000-8000 euro; se ci mettiamo la mancanza delle economie di scala, arriviamo a spiegare perché le auto elettriche costino due o tre volte in più di quelle a combustione interna

BATTERIE —

Le auto elettriche in commercio oggi montano tipicamente batterie tra 15 e 35 kWh

Le batterie e i sistemi di ricarica

La recente riscoperta dell’elettrico nasce, da un lato, dall’urgenza di trovare alternative al petrolio, fonte inquinante le cui riserve accertate, secondo il rapporto statistico 2011 di BP, ai ritmi attuali di consumo basteranno solo per una quarantina d’anni. Dall’altro, l’elettrico ha trovato un grosso impulso a partire dallo sviluppo delle batterie agli ioni di litio, introdotte sul mercato, da Sony, all’inizio degli anni Novanta e oggi divenute lo standard per le applicazioni portable, come i telefoni cellulari e i computer laptop. Ben più efficienti di quelle nichel-metallo idruro e di quelle a piombo acido, le batterie agli ioni di litio non soffrono dell’effetto memoria (non perdono in capacità se caricate quando non completamente scariche) e il litio è un elemento discretamente disponibile sulla superficie terrestre. In base a una recente ricerca della Yale University, le riserve mondiali di questo metallo sono infatti stimate in circa 39 milioni di tonnellate (di cui 19 estraibili con sicurezza: i Paesi dove si concentra più della metà delle riserve di litio sono Bolivia, Cile e Stati Uniti), mentre da qui alla fine del secolo, anche ipotizzando

un grosso sviluppo della mobilità elettrica, la domanda complessiva di litio non dovrebbe superare i 20 milioni di tonnellate. Mancherebbe quindi all’appello un milione di tonnellate, ma le ipotesi di partenza degli scienziati americani sono molto conservative e con tutta probabilità i giacimenti più grandi mostreranno dei livelli di sfruttamento più elevati di quanto preventivato. Tutto bene allora? Purtroppo no: sulla strada della mobilità al litio rimangono alcuni ostacoli. I costi e le colonnine di ricarica

Il primo fra tutti è il costo di queste batterie, che è di circa 450-500 euro al kWh. Le auto elettriche in commercio oggi montano tipicamente batterie tra 15 e 35 kWh e ciò significa che da sola una batteria costa almeno 7000-8000 euro. Se ci mettiamo la mancanza delle economie di scala, arriviamo a spiegare perché le auto elettriche costino in media due o tre volte rispetto alle corrispondenti a combustione interna (basti pensare alla Peugeot iOn a quattro posti che costa circa 30.400 euro chiavi in mano, mentre la Smart ForTwo Electric Drive a due posti costa 19.900 euro IVA esclusa). Il prezzo iniziale più elevato viene però cal-

mierato dal costo al chilometro: grazie al motore più efficiente, percorrere un chilometro con un’auto elettrica costa in media cinque volte meno rispetto a una, equivalente, a combustione interna. La competitività dell’elettrico è destinata a migliorare a breve, poiché l’obiettivo dei costruttori è di dimezzare i costi e i pesi delle batterie entro la fine del decennio. Questo a parità di autonomia, che già oggi va dai 100 ai 160 km, distanze ben al di sopra di quanto si percorre in media nelle città italiane in un giorno solo in auto, cioè meno di 40 km. Anche il tempo di ricarica sembra ormai un problema superato. Ricaricare completamente una batteria di media capacità (20-30 kWh) a 220 Volt (la tensione tipica di casa) richiede 6-8 ore, ma le colonnine possono essere adibite alla ricarica alla tensione delle applicazioni industriali, cioè a 380 Volt in modalità trifase. In questo caso per caricare 30 kWh serve circa un’ora. Permane un secondo ostacolo: la mancanza di una rete di colonnine di ricarica adatta a sostenere un mercato destinato, si spera, a crescere assai rapidamente: su un totale di circa 100 milioni di veicoli di nuova produzione nel 2020, Bosch stima in circa tre 107

oxygen | 16 — 06.2012

Mi muovo elettrico

Oggi le ricerche scientifiche sono orientate verso l’ottimizzazione dei tempi di ricarica e dell’autonomia delle batterie a ioni di litio. Ma sono in corso ricerche per testare nuove tipologie di elettroliti

milioni quelli elettrici e ibridi plug-in. «Una colonnina di ricarica per auto elettriche costa circa 5000 euro, quindi molto meno rispetto alle classiche pompe di benzina –  spiega Pietro Menga, presidente di CIVES  – e le sperimentazioni che vengono portate avanti in varie città italiane hanno mostrato finora che la tecnologia è affidabile. Si stanno raccogliendo informazioni utili anche sul comportamento degli utenti. Nelle prime fasi della sperimentazione l’incertezza che derivava dalla paura di rimanere a secco spingeva gli utenti a caricare l’auto quasi ogni giorno, ma in seguito, dopo aver verificato quali erano le performance effettive, l’auto veniva ricaricata di meno, fino ad arrivare a una media di una volta la settimana. Ne possiamo concludere che una rete capillare di colonnine di ricarica non è una condizione indispensabile per la nascita 108

I progetti di mobilità elettrica di Enel continuano a fare passi avanti. Aumenta il numero delle colonnine, in Emilia Romagna in tutti i punti di ricarica è stato installato lo stesso software, è nata la tessera di rifornimento collegata al contratto di vendita. E se si è fuori dalla propria zona, un’app gratuita (Enel Drive) trova la colonnina più vicina.

di un forte mercato dell’elettrico». Per chi non avrà un facile accesso alle colonnine di ricarica o non avrà voglia di lasciare per tempi medio-lunghi le auto in ricarica, Renault-Nissan ha sviluppato una tecnologia alternativa in collaborazione con l’azienda californiana Better Place. Si tratta di un sistema di cambio veloce delle batterie scariche tramite robot che impiegheranno 40 secondi a eseguire l’operazione. Renault-Nissan propone un’offerta commerciale particolare: i clienti avranno la possibilità non solo di acquistare ma anche di noleggiare l’auto elettrica e sottoscriveranno un abbonamento che comprenderà il noleggio della batteria e i servizi di mobilità. In tal modo, il veicolo è proposto a un prezzo paragonabile a quello di un veicolo termico con motore diesel, equivalente per dimensioni e livello di equipaggiamento.

La sicurezza dei veicoli

Il veicolo elettrico rientra nel mondo automotive, nel quale esistono normative e sono obbligatori i test che fanno capo all’ente internazionale ISO (International Organization for Standardization): i crash test, la prova dell’alce, la misura dei consumi e delle prestazioni, ecc. Questi veicoli hanno però a bordo componenti elettriche le cui normative rientrano nelle competenze dell’IEC (International Electrotechnical Commission). «I due enti stanno collaborando per creare delle normative uniche valide per i veicoli elettrici –  spiega l’Ing. Ferdinando Mapelli del Politecnico di Milano – e in questa fase un ruolo fondamentale è giocato dai costruttori che partecipano ai tavoli tecnici internazionali nei quali si definiscono test e norme. Dal punto di vista della sicurezza, l’elemento cruciale è la verifica tramite crash test frontali e laterali che la batteria in caso di urto riman-

la scossa green alla mobilità

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FLOW —

Il Fraunhofer Institute for Chemical Technology di Pfinztal ha sviluppato un accumulatore che si ricarica in pochi minuti, proprio come avviene nei distributori di benzina tradizionali

ga dov’è alloggiata e non entri nell’abitacolo. In secondo luogo, si verifica che la culla che contiene la batteria in caso di urto si deformi ed eventualmente danneggi la batteria stessa, ma senza la fuoriuscita dell’elettrolita. Questo anche nel caso di urto con un oggetto acuminato». Nelle auto elettriche le batterie sono posizionate generalmente sotto i sedili, in una posizione centrale e protetta del veicolo. Importante è anche il grado di protezione IP contro l’acqua: le auto devono superare la cosiddetta “prova del guado”, con cui si verifica che non avvenga nessun tipo di infiltrazione nelle singole componenti. «Di rilievo è anche la compatibilità elettromagnetica», prosegue Mapelli. «A bordo del veicolo circolano grosse correnti elettriche e si generano quindi dei campi elettromagnetici che non devono superare i limiti di legge relativi ai danni alla salute. Anche i cavi devono avere un isolamento adeguato e

non si devono danneggiare nel tempo. Inoltre, si controlla che i sistemi elettronici non siano soggetti all’inquinamento elettromagnetico, cioè non deve accadere che se si accende il cellulare si spenga il motore. Ulteriore fattore di sicurezza è la presenza del sensore inerziale, un dispositivo che in caso di incidente nei veicoli attuali va a spegnere il motore, mentre in quelli elettrici apre l’interruttore più vicino alla batteria». Le batterie di nuova generazione

Oggi le ricerche scientifiche sono orientate soprattutto verso l’ottimizzazione dei tempi di ricarica e dell’autonomia garantita delle batterie a ioni di litio, ma sono in corso ulteriori ricerche per testare nuove tipologie di elettroliti. Ne segnaliamo due, fra le più rilevanti. Nell’ambito del progetto europeo “Storage” si stanno sviluppando dei materiali ibridi a base di fibre di carbonio

e ioni di litio che possono costituire la carrozzeria dell’auto ma anche fungere da accumulatori di energia. I materiali costituiti da carbonio hanno il pregio di essere solidi e, allo stesso tempo, leggeri, ma sono particolarmente costosi. Se però coniugassero le due cose (accumulazione e carrozzeria), rappresenterebbero una soluzione vantaggiosa. Un altro progetto di ricerca di interesse è condotto dal gruppo del Fraunhofer Institute for Chemical Technology di Pfinztal (Germania), che ha sviluppato un accumulatore detto flow che si ricarica in pochi minuti, proprio come avviene per le auto a benzina nei distributori tradizionali. Nelle batterie flow l’energia è conservata nell’elettrolita, cioè nel liquido in cui gli elettrodi sono immersi: quando l’elettrolita è scarico, lo si estrae dalla batteria e lo sostituisce con un nuovo elettrolita carico; un’operazione che richiede pochi minuti. 109

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| future tech

Le batterie di domani articolo di Giorgia Scaturro

Sono molte le tecnologie chiamate in causa per risolvere il problema dello stoccaggio dell’energia. Lo studio è ancora aperto, ma per ora ecco alcune proposte: le batterie del futuro saranno nano, wireless, zinco-aria e a metallo liquido.

Chiamarle “batterie” è forse riduttivo. Un concentrato di tecnologia, speranze ecologiste, idee futuribili e, sì, elettricità è forse il modo migliore per definirle oggi. Occhi puntati quindi su Nanoholdings di Justin Hall, ad esempio: il futuro dell’energia – è il suo mantra – è nano. Hall ha girato il mondo per mettere insieme una squadra di scienziati, oltre ad aver stabilito collaborazioni con importanti università. Sei anni e mezzo dopo, sono arrivati i primi risultati in campo di generazione, trasmissione, stoccaggio e conservazione dell’energia, o meglio della “nano-energia”, creata a partire dagli elettroni. In futuro, secondo lui, le nanotecnologie potranno sostituire anche i carburanti fossili e nucleari.

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La base è Versafilm™, una pellicola conduttrice, sottile e trasparente, fatta con nanotubi di carbonio. Alcuni esempi sono i transistor a pellicola sottile che emettono luce e producono energia efficiente per schermi, televisioni, computer e touch screen. «Per la prima volta abbiamo l’abilità di prendere un atomo e usarlo come vogliamo. Possono quindi succedere cose molto potenti. La griglia di domani sarà una “non griglia”, perché l’efficienza energetica sarà libera», dice Hall. Intanto c’è chi – Bill Gates – punta molto sulle rivoluzionarie batterie a metallo liquido che ha ideato Donald Sadoway, professore di chimica dei materiali presso il MIT di Boston. Una soluzione per rendere

Aire — È una speciale maschera a minuscole turbine eoliche che converte il respiro in energia, permettendo di ricaricare mp3 e cellulari. Più si respira, più energia si produce. È un’idea dell’inventore brasiliano Joco Paulo Lammoglia

lo stoccaggio di energia più economico. L’idea di Sadoway è di usare il processo di fusione dell’alluminio per create batterie giganti che siano fatte di metallo liquido. Il prototipo esistente è una batteria grande quanto una scatola della pizza in grado di produrre 1 kWh di energia. La prossima tappa sarà una batteria a metallo liquido delle dimensioni di un tavolino di 90 cm di diametro, silenziosa, a emissione zero e controllata a distanza, che dovrebbe arrivare a coprire il fabbisogno giornaliero di 200 famiglie. Dall’alluminio allo zinco di “Eos Aurora”, le nuove pile zinco-aria che «durano trent’anni» sviluppate dalla Eos Energy Storage pensando a veicoli elettrici e industrie commerciali. Secondo la compagnia americana queste batterie avrebbero il potenziale per essere la tecnologia in assoluto più economica, rispetto anche a quelle a ioni di litio o solfuro di sodio ora usate per le griglie di stoccaggio dell’energia. Lo zinco è considerato sicuro, molto abbondante ed economico, e se finora ricaricare pile di questo tipo è stato difficile e non efficiente, perché l’aria può causare danni durante il processo di ricarica, la Eos dovrebbe avere risolto il problema usando un tipo diverso di elettroliti. L’obiettivo è produrre batterie che, rispetto ad altre pile zinco-aria, si ricarichino fino a 10.000 volte senza degradarsi. Mentre al momento la Eos è arrivata a poco più di 2000 ricariche e non ha ancora iniziato a concentrarsi sul trasporto elettrico, a celebrare una “rivoluzione” per i veicoli a elettricità è il MIT, che ha lanciato

batterie semisolide a ricarica rapida. Queste sono più leggere ed economiche e uniscono la tecnologia delle “batterie di flusso” (composte da sostanze liquide) a quella delle normali batterie solide a ioni di litio. Il risultato è una batteria di flusso semisolida, che ha una densità energetica 10 volte maggiore, si ricarica facilmente perché basta sostituire i liquidi e può essere impiegata non solo per ricaricare le auto elettriche, ma anche per immagazzinare energia prodotta da fonti rinnovabili. E come sarebbe invece se per ricaricare la nostra vettura elettrica bastasse parcheggiarla in garage, e lasciar far tutto a lei? Audi è già al lavoro su quest’idea, e lo fa sfruttando WiTricity, la tecnologia di ricarica a wi-fi messa a punto dal MIT. In pratica questo meccanismo di ricarica senza fili, attraverso campi magnetici, si aziona grazie a due bobine di metallo, una posta all’interno del garage o del parcheggio e l’altra integrata nella vettura, che trasferendo corrente ricaricano la batteria. Il principio della trasmissione elettrica senza fili risale al celebre scienziato Nikola Tesla ed è stato rispolverato dai ricercatori della Stanford University (in particolare dal Center for Automotive Research – CARS), che usando i campi magnetici sono riusciti a trasmettere 10 KW di energia elettrica tra due bobine, poste a una certa distanza, lungo un percorso di due metri. L’obiettivo finale è quello di avere un giorno intere autostrade elettriche in cui le auto possano ricaricarsi, direttamente mentre sono in viaggio, grazie a fonti wireless.

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| la scienza dal giocattolaio

Su Marte, con i LEGO articolo di Davide Coero Borga

Amanti del pianeta rosso, giovani astronauti in erba, Spirit e Opportunity possono essere vostri. I due Rover spediti dalla Nasa su Marte atterrano nel vostro salotto grazie a un progetto di LEGO: Mindstorms. Fine evoluzione di LEGO Technic, Mindstorms ci fa dimenticare i cari e vecchi mattoncini utilizzati da generazioni per costruire edifici, macchine e mezzi di trasporto. I giocattoli che si trovano sugli scaffali dei toy center non sono più quelli di una volta. E i LEGO non fanno eccezione. Anzi. Segnano il passo dell’avanguardia tecnologica.

Il robot me lo faccio da me Con Mindstorms si può costruire e programmare un vero e proprio robot, per farne ciò che si vuole. E con l’acquisto di un kit di mattoncini LEGO si riceve tutto ciò che serve a costruire e programmare un robot unico e intelligente. Fargli eseguire incarichi e diverse operazioni è compito del bambino programmatore. Lo studio e l’applicazione della robotica sviluppano nei ragazzi un atteggiamento particolarmente attivo nei confronti delle nuove tecnologie: i robot, essendo oggetti reali tridimensionali, simulano perfettamente il comportamento umano/animale. Il giocattolo compie un salto tecnologico e abbandona le più tradizionali costruzioni per abbracciare informatica e robotica.

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Ma cosa c’è nella scatola oltre ai mattoncini? Oltre 600 pezzi: dagli elementi per costruire la struttura principale agli ingranaggi, alle ruote, ai binari e ai pneumatici. Un microcomputer agisce da cervello per il robot. Due sensori tattili lo aiutano a percepire lo spazio in cui si muove. Un sensore a ultrasuoni permette al robot di vedere e rilevare il movimento degli altri oggetti nello spazio. Un sensore colore è in grado di riconoscere colori diversi e monitorare l’intensità della luce. Tre servomotori interattivi, con sensori incorporati in rotazione (la precisione è a +/– un grado) facilitano gli spostamenti del robot. Mentre una serie di cavi di collegamento fa dialogare motori e sensori via computer. LEGO Mindstorms Nxt è la seconda generazione di prodotti di robotica di LEGO Group, che aveva

I robot, essendo oggetti reali tridimensionali, simulano perfettamente il comportamento umano/ animale. Il giocattolo compie un salto tecnologico e abbandona le più tradizionali costruzioni per abbracciare informatica e robotica

lanciato la prima nel 1998 con il sistema robotico Invention. Nxt 1.0 ha avuto un successo enorme: intuitivo, basato su icone dragand-drop, è un software sufficientemente semplice per la nuova utenza e abbastanza elastico da garantire potenza agli utenti esperti. Scegliendo blocchi di programma che lavorano con motori e sensori è possibile creare programmi che vanno dal semplice al complesso. E on-line c’è tutto quello che altri hanno già costruito. È possibile condividere con loro le proprie invenzioni: una comunità di nerd, appassionati e bimbi entusiasti che si ritrova anche nella real life con eventi e competizioni dedicati. Se il kit base viene fornito con le istruzioni per la costruzione di quattro modelli, qui siamo già oltre il sistema solare.

Robot da brevetto Affascina l’idea di un robot veicolo, giocattolo, capace di proteggere la cameretta di un bambino e sparare palle agli intrusi. Una macchina da ordinamento robot che riconosce diversi oggetti colorati e li ripone come più ti piace

e può dare una mano a chi è più disordinato. Fermo restando che il sistema color sorter può sempre essere modificato con un meccanismo catapulta in grado di sparare con precisione palle di colore diverso, a seconda della cromia che uno preferisce. Altri ancora sono robot umanoidi, facili da assemblare e con più funzioni: camminano, girano, ballano, parlano con un sintetizzatore vocale, vedono ed evitano gli ostacoli sul loro percorso, afferrano, saltano, reagiscono in modo intelligente… Se ben programmati. In occasione dell’Engineers Week, un programma per la diffusione della cultura scientifica nelle scuole sostenuto da IBM, è stato lanciato un laboratorio didattico intitolato “Missione su Marte” che consiste nella progettazione e programmazione di un Rover atterrato virtualmente sul pianeta rosso per compiere una specifica operazione: recuperare un campione di roccia dal suolo e trasportarlo sulla navicella spaziale. Un’attività ripresa anche da musei e festival scientifici. Perché il gioco resta una chiave di accesso privilegiata alla scienza.

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oxygen | 16 — 06.2012

Maggio 2012

Giugno 2012 Jeffrey D. Sachs Il prezzo della civiltà. La crisi del capitalismo e la nuova strada verso la prosperità

Michael O’Shea Il cervello

pp. 312, euro 21,00

Nel tentativo di scoprire come la coscienza possa nascere dal cervello, potremmo ritrovarci a fronteggiare la più complessa delle sfide scientifiche.

Questo è l’ultimo dell’ondata di libri ispirati dalla crisi economica mondiale. Ed è uno dei migliori. “The Guardian”

pp. 176, euro 15,00

Lisa Signorile L’orologiaio miope. Tutto quello che avreste sempre voluto sapere sugli animali… che nessuno conosce

Stephen Blundell Superconduttività

pp. 232, euro 19,00

La superconduttività potrebbe essere uno degli elementi fondamentali di una nuova tecnologia e di un nuovo sguardo sulla realtà. “Astronomy”

Cos’hanno in comune Alien e una larva di crostaceo? o i polpi con i replicanti di Blade Runner? L’evoluzione e la biodiversità come non le avete mai lette.

S. Macknik e S. Martinez Conde I trucchi della mente. Scienziati e illusionisti a confronto

pp. 192, euro 15,00

Graham Priest Logica pp. 192, euro 15,00

pp. 288, euro 25,00

magia e neuroscienze: una combinazione perfetta. Sembra proprio il libro che tutti noi stavamo aspettando. Steven Pinker

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Il fascino del ragionamento puro, e la sua invisibile e pervasiva presenza nel mondo d’oggi.

16 06.2012 science for everyone Co cover

18,250 DaYs of Life 50 Years of energY “The best thing about the future is that it comes one day at a time.” (Abraham Lincoln)

Of all scientific discoveries, electricity is the one that has transformed daily life and history the most. In Italy, this strong influence has been proven by the economic development that coincides with the founding and the first 50 years of Enel: 18,250 days in which energy has been driving historical, social and technological changes. A course that continues, even outside of our country: energy, day after day, is going to be the leading vector of the future and its challenges, starting with the environment.

Ed editorial

eneL 50: eLectricitY of the past, present anD future by Paolo Andrea Colombo

2012 is an especially important year for all of us “Enel citizens”: just 50 years ago, with the nationalization of the electricity industry, our group's adventure alongside the Italians began. A story of ambition and excellence that has accompanied Italy’s development, growth and customs in the last half century. It was on November 27, 1962 that, after a long parliamentary debate, the Chamber of Deputies passed final approval of the nationalization of the electricity system, bringing together a good 1,270 companies throughout the country with the aim of giving them a common administrative, technical and operational organization and to meet the growing demand for energy. On December 6th of that same year, the measure became law:

“Enel – the national agency for electrical energy – has been instituted; its duty is to exercise, on national soil, activities involving the production, importation and exportation, transportation, transformation, distribution and sale of electrical energy, from any source producing it.” This was one of the most significant economic reforms of the postwar period: Italy’s economy was booming, which led to unprecedented growth but at the same time was characterized by great disparities within the country. At the time of the nationalization, 1,700,000 people were living in homes without electricity; moreover, the difference in electricity consumption, still below the European average, was particularly pronounced between

the North and the South, the sign of the great malaise afflicting the South. The creation of a network of transmission and distribution of electricity throughout the country became the priority of the national electricity company that would enable the spreading of production facilities nationwide, providing opportunities for growth and improvement of the living conditions of the citizens. Thus began the adventure of our company, which initiated its work of the modernization and development of the distribution network, the creation of electrical connections with the islands and networks that could carry energy throughout the peninsula and connect it with foreign countries. Not even a year after the approval of the consti-

tution of the law, the National Dispatching Center of Rome was created to ensure the management of the production facilities and transmission network, as well as the interconnection with other countries, and it had become the core of the entire Italian energy system, a system that, from that moment on, would never stop growing. In 1966, hydroelectric production covered less than 50% of the total production for the first time in Italian history, as evidence of the continuous and sustained increase in the demand for energy, which made it increasingly necessary to resort to thermoelectric production. These were the years in which Enel became the second Italian industry regarding its sales figures, and work was completed on

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the construction of a transmission network adequate for the developing needs of a country that was beginning to be seen as an industrial hub in a world which, in turn, was beginning to expand its borders; on the night of July 21, 1969, the National Dispatching Center detected a demand for electricity far above average in order to meet the energy demands of the Italians who were watching, broadcast live on television, Armstrong and Aldrin landing on the moon. Following the enthusiasm of the economic boom came the years of the oil crisis, triggered by the Arab-Israeli conflict on Yom Kippur in 1973; these were years of austerity and “Sundays on foot.” To reduce electricity consumption of public lighting by almost half, the opening hours of stores were reduced and television broadcasts ended at 10:45 p.m. On December 20, 1973, the Chamber of Deputies approved an agenda that, “given the serious crisis that has hit the country in the energy sector,” committed the Government “to develop a firm policy of research and the development of alternatives to oil, particularly nuclear energy.” And it was Enel, alongside the institutions, which took up these new and important challenges and set out toward a diversification of energy sources and a greater attention to energy conservation; corporate strategy planning the construction of new nuclear plants and hydroelectric pumping plants was redefined, as well as a greater use of geothermal sources in the country. And in the following decade, the challenges of the diversification, energy independence and safety of the supply went hand-in-hand with those of the defense of the environment: the Brundtland Report placed the need to combine economic growth and environmental protection before the eyes of the world. The Earth Summit in Rio, the twentieth anniversary of which we will be celebrating this year, consecrated these principles worldwide,

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forever changing the course of world energy development. Therefore, renewable energy projects began to take shape; the program of experimentation and intensification of the use of renewable sources begun in those years was the embryonic form of what – 30 years later – has become one of the leading companies worldwide in the field of generation from renewable sources: Enel Green Power which, with an annual production of about 22 billion kilowatt hours generated from water, sun, wind and geothermal sources, is now able to meet the needs of over 8 million households each year and to prevent more than 16 million tons of CO2 emissions. Meanwhile, following the European directives, in the Nineties, the path leading to the opening of the energy market marked a new turning point for our company which, with privatization, was about to become a multinational and was beginning to look beyond national borders, in an Italy which had now become a major country of the G8. So Enel has opened its borders and therefore is now present in 40 countries, bringing electricity to 61 million customers thanks to the work of more than 75,000 employees. Con-

cerning the evolving national and global context, our company responds every year with new commitments to improve environmental quality through the development of more and more clean renewable energy, to provide access to electricity through the "Enabling Electricity" program, to its Corporate Social Responsibility, technological innovation and excellence. Commitments that our company, alongside the citizens, institutions and customers, has faced and will continue to face with the dedication and passion that have characterized us in this first half century of life and allowed us to become the “One Company” that we are today. What we are today, but above all, what we will be tomorrow, is the result of the work, sacrifice and passion of all those women and men in these 50 years who have made Enel one of the largest electricity companies in the world. It is to all the co-workers and colleagues of yesterday, today and tomorrow that we proudly wish to dedicate this important anniversary, a thank you in advance for the effort that they continue to devote to the growth of this company. A commitment felt by everyone. A personal commitment, for a company and for everyone.

english version

Ed editorial

An ambitious adventure by Fulvio Conti

In the early Sixties, Italy was in the midst of its economic “boom.” These were the years in which well-being was being constructed with work and passion, and electricity became an instrument of emancipation and social development for the country, as well as the engine of economic growth. To bring electricity to all of Italy, providing the energy for growth and industrial development, had become a key objective of the country. That is why, in 1962, Enel, the National Board for electricity, was founded through the unification and nationalization of 1,270 enterprises. This was the beginning of an adventure that has seen us, alongside our fellow citizens, achieve an ambitious project of excellence that drove the development of the country at the turn of the century, accompanying the era of the well-being of millions of people. Enel also fostered the creation of a competitive electricity market that, starting from the Bersani Decree of 1999, has opened up to a hundred Italian and foreign competitors. A market where every customer is free to choose their supplier and, thanks to new technologies, can choose how best to consume energy. The electricity sector is also an important driver of development for the Italian economy, as evidenced by the approximately 110 billion euros invested in new production facilities and distribution networks, from the liberalization to date, of which almost 40 billion euros were invested by Enel. This virtuous process has thus allowed the electricity industry to achieve the level of one of the most efficient in the world. Enel's path is based on continuous innovation and it has responded to the socioeconomic and industrial needs presently facing Italy, and in all the other countries where it operates, with huge investments and

new technologies, leading to the creation of revolutionary projects such as the electronic meter, which we pioneered. At the start of this century, for the first time in the world, the electronic meter was installed on a large scale for all customers, taking the first step in the evolution of turning the electricity distribution network into a smart grid, turning the consumer into an active participant and promoter of a conscious use of electricity. These 50 years have been punctuated by challenges met and ambitious goals achieved, and have consolidated our position as a major multinational energy company. I am convinced that the best way to celebrate this anniversary is not only to remember these successes, but to emphasize our sense of proximity to all our stakeholders and express our vision of what the future will bring over the next 50 years. A story that encourages us to look at our daily work in a longer perspective which has its roots in the past, spreading and nourishing a thriving plant made of innovation, ideas, and initiatives that, together, will shape the future. A future that is already a reality for Enel today: a large international group, present in 40 countries on four continents, participating with the same commitment that it has guaranteed in 50 years of Italian history, concerning one of the great challenges facing humanity: to produce abundant, competitive, and sustainable energy to meet the needs of a growing demand, especially in emerging and developing countries. An efficient and reliable multinational company, solid and steadfast with regard to its shared values​​, which operates in a global economic, social, and political scenario that is undergoing profound changes. All the paradigms to which we were accustomed up to now, in fact, seem to have been reversed. The world economy is experiencing a generalized and permanent transformation that is seeing positive signs in geographic areas that were on the margins of the global economy until just lately, and the phenomena of stagnation in mature economies. The growth

rates of Asian countries are now an established phenomenon, and are also joined now by Latin America, and we will soon see the emergence of African economies. This rapid development of emerging countries is accompanied by strong population growth, which will bring about a more balanced redistribution of wealth. A new concept of globalization is emerging: economic power is no longer focused on just a few nations, but instead, ever-increasing interdependence between geographical blocks is being created, in which everyone contributes to a fundamental part of the economy. Large corporations are operating in this scenario with an increasing institutional weight, because of their supranational dimension and for their ability to offer concrete solutions to the needs of the population. This has been confirmed by a recent study by “Fortune” magazine, which identifies 40 companies among the world's top 100 economic entities. In this new role, corporations are increasingly sitting at the table of the great world leaders, discussing, on a par with them, the problems of the planet. So they are not just credible and effective protagonists to sustain growth over the medium to long term, but real partners in the dialog with the communities and stakeholders. Enel is the protagonist of this new model of global governance. We have been involved as an active partner in the last three G20 summits (Seoul, Cannes, and Los Cabos), the United Nations Global Compact, the conferences in Cancun and Durban on the climate, and the Earth Summit "Rio+20." The increased importance of Enel has led to its nomination for President of Eurelectric, the association of electricity companies in Europe, and to dialog on a par with other European institutions. In particular, we continue to be a protagonist because we are experts at our job: producing, distributing, and selling electricity and gas, through an integrated presence in many markets, an increasingly international management, know-how combined with a strong wish to improve the performance of our

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systems, and our continuous endeavor for operational excellence. For Enel, the key word is “responsibility,” namely, the ability to create shared value with the communities in which we are involved by showing a passport of transparency. We are also a leader in sustainable growth and development, as demonstrated by our presence in the Global Compact Lead, the Dow Jones Sustainability World Index, and the FTSE 4 Good. Responsibility that goes along with big plans for the construction of energy infrastructures that can support the growth of the countries where we operate, ensuring the well-being and development of local populations. Much has already been done, putting into act concrete projects that demonstrate our attention to the communities where we work, focused on reducing a gap that still exists in many parts of the world: access to electricity. Looking back on these 50 years of history, many are the successes and achievements, but Enel will continue to look to the future by addressing the new challenges that lie ahead. An era in which electricity is present in every moment of people’s lives, becoming culture and custom, and fully rising to the challenge of environmental sustainability. Where the generation will be emissionfree and more geographically dispersed, CO2 emissions will be eliminated by technology, and electric mobility will make transport more efficient and the air of our cities better. An era in which the smart grids, just like the Internet, are able to convey information about the consumer, making citizens the protagonists of sustainability. Enel will always continue to be a good citizen in the communities where it operates, promoting sustainable economic growth and continuing to adopt a clear pattern of widelyshared behavior and to dialog with all our stakeholders. Because, as evidenced by our mission, “Enel is a service to the community, respecting the environment and the safety of persons, with a commitment to ensuring a better world for the next generations.”

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Antonio Vito Di Cagno

Arnaldo Maria Angelini

A memory of Gennaro De Michele

A memory of Vittorio Vinci

1963

1973

St stories

the protagonists recount...

Five decades, six presidents: challenges, goals, changes of direction on the Italian road to electrification, as told by those who personally made Enel's history. The direct testimony of Francesco Corbellini, Chicco Testa, and Piero Gnudi, and memories of Vito Antonio Di Cagno, Arnaldo Maria Angelini, and Franco Viezzoli by those who lived important years alongside them: Gennaro De Michele, Vittorio Vinci, and Alessandro Ortis.

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In the famous film Dead Poets Society, an extraordinary Robin Williams, playing the incredible professor John Keating, recites a beautiful poem by Walt Whitman that starts with the question, “O me! O life! What good amid these?” and ends with the answer, “That you are here, that life exists and identity, that the powerful play goes on, and you may contribute a verse.” It is a response which celebrates the poet as a timeless man. Such was Vito Antonio Di Cagno, the first president of Enel. Besides being a great manager and a fine politician, when he was the mayor of Bari, De Gasperi said of him that he was the best Italian mayor he had ever met and that he was a passionate poet. I do not wish to remember him with one of his poems, which would show an intimate side that is not very representative of him in this context, but instead, with a professional testimony that I found in the historical archives of Enel in Naples where, amid thousands of meters of shelves, many of the papers of Di Cagno's secretariat have been collected. Perfectly preserved among these papers were hundreds of job applications to the

SME, the company of which Di Cagno was president before taking the same position at Enel. It is a surprising correspondence that reveals the anxieties and fears of prospective workers, firemen, machinists and electricians wishing to join the SME. Many letters are written by the mothers of boys, promoting the talents of their children, their strength, their willingness to work and also their political docility. Handwritten in uncertain calligraphy, there are often real pleas in which, rigorously addressing the director with the formal “You,” they tell of family troubles and explain the importance it would have for everyone if their boy were to have that “position.” Well: it is surprising to see that Di Cagno responded personally to all the requests with grace, clarity and, not infrequently, by inserting an encouragement to move forward. All the letters were personalized yet similar in structure and signed in his own hand. That is no small matter at a time when there was no electronic writing, no “copy and paste" and no scanners, and it is the sign of a humanity, a respect for others and a style that, like poetry, resists time.

From my experience of professional life at his side, I am convinced that Professor Angelini would not have liked a memory that directly involved his person, but rather, that he would have preferred a connection to the concrete results of his management activities at Enel: I will refer to these. With the establishment of the new State Electricity Board, Angelini, the Director General, fully utilized all of his “science” for the immediate national coordination of the various transferred power plants and simultaneously laid the programmatic foundation for the subsequent development of the future integrated production/ transmission/ distribution system, overcoming the existing fragmentation among the 1,270 nationalized companies: in other words, he designed the architecture of Enel. This is the context in which the National Control Center of Rome for the optimal and coordinated operation of power plants and the primary network soon came into being, a center that, since its first creation, has been expanded with the use of modern telecommunications technologies, so as to become one of the most advanced in the world. And it was this extraordinary action of coordination that, in the early months of 1963, allowed for the best use of the available energy in Italy. It also avoided restrictions on consumption

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Francesco Corbellini

1981 that had become necessary in the other European countries affected, like Italy, by the reduction in hydropower availability due to the intense cold and a strong increase in the demand for electricity. The “Professor” was proud of his creation, for the information it could provide, in real time, on the demand for electricity and its penetration into the life and customs of the country. Back then, one of the most anticipated expectations of nationalization was rural electrification. Today, we speak of the “quality” of customer service, but 50 years ago, nearly two million Italians were not able to use any electricity at all. However, certain data was lacking, so Enel started a thorough investigation throughout the country. This was the programming tool for all the intervention plans in the sector which, already in 1971, led to halving the problem and then, the total electrification of the country. Meanwhile, public opinion’s preoccupation for the environment increased, a new challenge that Enel faced with various measures regarding the power plants and the creation of special environmental research laboratories: research and laboratories, a theme that was dear to Professor Angelini, who had started his career in 1931 as the head of the laboratory of measurements and electrical tests at the company TERNI.

In Prof. Angelini's vision, as provided by the nationalization law, the shares of Enel were to maintain the minimum operating costs consistent with the required efficiency of the service. And, in fact, economies of scale made possible by the size and by the unity of the institution, the coordinated operation and modernization of equipment, the unifications, the diffusion of automation, the reduction in fuel consumption per kWh and in energy losses, helped to substantially reduce the cost per kWh. Therefore, Enel, as noted by Prof. Castronovo in his preface of the book Fifty years of electricity industry in Italy, despite many difficulties, “has managed to carry out the tasks that were assigned to it, and thus legitimize its raison d'être.” I am sure that Professor Angelini would have been very pleased with this judgment. On February 16, 1979, the Enel Board of Directors named Angelini honorary president of the institution. Even in this new capacity, he continued to observe the same number of work hours as ever; not infrequently, he would ask me for a comment, an opinion, about publications, reports, conferences; these requests, just as when he was “in service” and in keeping with his style, were always perfectly structured and in his own handwriting.

The proposal to take the chair of the presidency of Enel was made to me in December of 1978, while I was doing something completely different. Over the course of twenty years, with the help of a group of young engineers and using Italian equipment, we had set up a series of power plants scattered throughout developing countries, with a total capacity comparable to that of Enel. Prodi explained to me that the rationale behind his choice was that I most likely had the talent to construct the power plants that were required in Italy, as well. Among endless difficulties, we began to create our nuclear energy plan. We started by putting the Caorso Nuclear Power Plant in order. We prevailed upon our best nuclear engineers to explain our reasons to the country and brought together a group of enthusiastic young people to maintain relations with the municipalities of the future sites. Toward the end of my term of office, the nuclear program had taken shape. The first group at Montalto was ready for the fuel to be loaded; construction of the second plant was going smoothly. We had determined

the location for the plant in Trino Vercellese. All this for 5,000 MW and with the consent of the local authorities. I remember having slowly entered the vessel of the first group at Montalto with great satisfaction. For lack of room, Professor Angelini had to wait outside for me. A few days later, the Chernobyl disaster occurred, sweeping away the Italian nuclear program. The fuel was never loaded.

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Franco Viezzoli A memory of Alessandro Ortis

1987 New Year's Day at the plant: this is how Viezzoli, at midnight of every December 31st during his presidency of Enel, toasted the new year with the staff on duty in one of the several electric power plants around the country. A symbolic gesture to refer to for a memory of his presidency. The New Year’s Days at the plant, in the “engine room,” are emblematic of the priority attention that Viezzoli devoted to the “human resources,” the proprietary supporting pillar of his corporate vision. Therefore, the professionalism and spirit of belonging of all his collaborators, at every level, were the basis of his fostering a culture of personnel management that, while also paying attention to constructive dialog with trade union representatives, moved toward: transparent selection mechanisms; training programs and refresher courses open to the maximum participation; careers related to merit; advanced tools of social assistance; individual and collective motivational contexts that were exciting and competitive at a national and international level. The New Year’s Days evoke the final balance statements

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of the past and plans for the future. As to the balance sheets, these reflect Viezzoli's commendable achievements; as to the future, it will reflect the attention and creativity that he has dedicated to development strategies. He felt “his” Enel to be one of the main engines of progress for the social, economic and industrial development of the whole country: investments, continuous improvement of the quality of services for businesses and families, lessening the disparity between the North and the South of Italy. Also worth mentioning in regard to the valuable managerial legacy of Viezzoli: the financial restructuring of Enel; the absorption of the sudden “nuclear cancellation;” the timely relaunching with new replacement production; the strengthening of internal and cross-border networks; the reduction of business costs and inefficiencies; the suitable policies for the diversification of international supplies of fuel; the gradual improvement in financial ratios. With regard to strategies for the future, the propensity of Viezzoli was constantly for innovative and advanced choices concretely supported by significant

investments in research, technological development and system, with technical solutions increasingly attuned to environmental protection: gas cleaning and more advanced efficiency for the thermoelectric power plants; logistics for new and environmentally-friendly fuels, including coal and liquefied gas; the designing of landscaping for the plant premises and lines; the boosting of the geothermal sector and the solar and wind power plants; enhancing communication to promote a more efficient use of energy; initiation of studies for off-shore plants and for electricity imports from Africa to Europe, while strengthening the Mediterranean links. With this vision to promote pro-active international collaboration, he promoted dozens of cooperation agreements with other countries, thus laying the foundations that have been useful for subsequent international business developments; he contributed to supporting the European energy integration processes, favoring the establishment in Rome of the Association of European electricity companies, Eurelectric; he encouraged the activities of the latter as a key interlocutor of the European

institutions on the path toward an internal “single market,” the Energy Community of Southeast Europe and the agreements for the Mediterranean. Therefore, the New Year's Days at the Enel power plant with “his people,” so proudly felt, can help us to remember Viezzoli as a manager and a man who admirably succeeded in combining management skills and strategic vision in the fulfillment of a presidential term that still benefits and will continue to benefit our country.

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Chicco Testa

Pietro Gnudi

1996

2002

The first important letters I received as the President of Enel bore two signatures: that of Carlo Azeglio Ciampi, who at the time was the Minister of the Treasury of the first Prodi government, and that of Pier Luigi Bersani, then the Minister of Industry. Both letters were short and to the point. “Prepare Enel for privatization,” said the first. “Prepare Enel for the liberalization of the electricity market,” said the second. Thus began Enel's “second life.” The first, with the company completely owned by the State as a monopoly and which began in 1962, had achieved its objectives. All the Italians had been connected to the electricity network and the service provided was of good quality. Then began the second part of its life, which would see Enel become a company open to private capital and in competition, in Italy and around the world, with other electricity companies both large and small. A phase that is still ongoing. The reaction of all those at Enel to this change was extraordinary. Both goals were achieved over a three-year period, with the entire company, its executives and its employees engaged in this tran-

sformation. The result was a company that combined, as it still does today, high technical know-how and engineering capabilities with new managerial and financial expertise. Enel is one of the great resources of this country. I cherish a wonderful memory of it. For the quality of its employees, its sense of belonging and discipline. Its ability to cope in a compact way to the many emergencies that inevitably flock to such a complex work. I am pleased to be a part of it.

I lived and worked at Enel from 2002 to 2011. These were years of great change: the shock of the attack on the Twin Towers was still strong and the process of the globalization of the economy and finance was developing in every region of the planet. The management that has governed Enel in recent years has had to interpret the processes of change and make choices that have radically changed the structure of the company. Until 2002, Enel was a major energy company that operated almost exclusively in Italy. It was planning its development by diversifying its activities in areas outside its core business, such as telephone and water services. In 2002, the new management decided to change strategy by focusing on electricity and gas, and started to focus on foreign markets to create growth prospects for the company. Turning a large corporation into a national reality involves a profound process of transformation, especially for those who work there, due to the need to confront models, attitudes, languages, markets and regulatory systems that are very different from one another. This difficult transition has

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provided indisputable evidence of the quality of the professionals and the people who work at Enel. Without their spirit of sacrifice and a strong sense of pride in belonging, it would not have been possible to build one of the most important “national champions,” able to compete on the global market today. Enel is now present in 40 countries: more than half of its EBITDA is generated outside the country and it is one of the largest electricity companies in the world. There are still major challenges that Enel must face but the work begun in those years laid the foundations for long-lasting and sustainable growth.

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Sc scenarios

the siLent revoLution Enel's contribution to the electrification and the social and economic development of the country: since its nationalization, 50 years of investments and projects that have been interwoven with the history of Italy. by Valerio Castronovo

It was an English newspaper, the “Daily Mail,” that coined the term “economic miracle” to define the process of development which had transformed Italy into an industrial country in the early Sixties. That is how surprising the rate of growth of our industry seemed, hot on the heels of the “German locomotive,” even then projected toward the summits of the European economy. What was driving it was the strong increase in exports of some consumer products, thanks to their high quality and competitive prices. Meanwhile, due to the fact that Italians possessed a little more job income and even some hardearned savings for their expenses, the domestic demand had also for some time given tangible signs of greater vitality and substance. This turning point, after the precedent influx of motor-scooters, was marked by a fleet of small cars that took the spotlight and which were placed on sale for the first time through the installment system borrowed from the United States after World War II. Thus, the era of mass motorization began also in Italy, with the success of the 600 model and other cars. The “four wheels” were then joined by other durable consumer items, led by a lot of brand new appliances also purchased through easy installments. Of course, this phenomenon was less striking than the roaring of the cars that were filling the streets. But the entrance of refrigerators, dishwashers, and washing machines into the homes of Italians marked the liberation of a growing number of women

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from the daily toil of housework. They were no longer forced to go shopping every single day to have fresh food; they no longer had to devote so many hours to washing dishes and clothes. Furthermore, instead of the old stoves, they could now use a set of four burners on their bright and shiny new stoves. And for new families that were forming, the housing built in recent years had both new heating systems and water heaters. In short, a “silent revolution” was considerably improving the material conditions of existence of Italians, even concerning these very minute aspects of daily life. It was in this scenario, where people were buoyed up by an incipient wave of well-being due to the economic boom, that Enel – the public business entity arising from the nationalization of the electricity industry – made its debut in 1963. But only a part of Italian families had emerged from a long period of privation and hardship. Many others were struggling, not always managing to make ends meet at the end of the month, and still others lived mostly in a state of humiliating poverty and degradation, especially in the South and on the Islands. So much so, that in these parts of the country, many families lived in houses that were still entirely without electricity. The main task assigned to Enel by the government was, therefore, to expand their network of transportation and distribution, to provide lighting and power to those people – more than two and a half million of them – living in tiny municipalities and the most remote locations where, in the past, companies had not considered it appropriate to extend their electrical service. In fact, the electrification of the whole country was the last piece that was missing for the completion of a genuine unification after more than a century since the birth of the Italian State. And to say that, ever since 1902, Francesco Saverio Nitti, an eminent expert on conditions in the South, in a paper which bore the emblematic title The Conquest of Power,

the possibility of being able to use electricity that was more abundant and cheaper changed the overall appearance of numerous towns, making them brighter; the old trams were replaced by trolleybuses; and it substantially lengthened the nightlife

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hoped that the expansion of electricity would mark the beginning of a new era of prosperity for a country like Italy, lacking in fuels and raw materials. The availability of an adequate volume of electricity for many people of the South who, in the mid-twentieth century, were not provided with enough or had none at all, meant not only the acquisition of decent living conditions but also new jobs and employment opportunities. Thanks to a widespread, efficient electrical system, profitable industrial and service activities were able to be initiated: this would help to determine the redemption of the “depressed areas” from an endemic situation of economic backwardness and social hardship. These expectations were not disappointed after the establishment of Enel. From the Sixties onward, the wide gap existing between the electricity consumption per capita in the North and the South was slowly shrinking, following the expansion of facilities in the South and a policy of low tariffs for household consumers. Of course, even though the electrification could not fill all the other gaps of the South compared to other more advanced regions of northern and central Italy, at least it helped to make these less jarring and acted as a driving force to push the South, during the Seventies, along the road to modernization. Now that we are accustomed to living in a scenario marked by an abundance of shining lights, even many of the more elderly people have forgotten how our towns, even the major ones, appeared fifty years ago. Apart from a few central neighborhoods, the streets and squares of the outskirts were, in fact, poorly lit by a few public streetlights; and only the most luxurious shop windows were brilliantly illuminated. Not to mention the many provincial towns, where, at sunset and the first darkness, a kind of curfew went into effect. The possibility of being able to use electricity that was more abundant and cheaper (because Enel had been required to lower

the rates charged in the past by private companies by 40%) changed the overall appearance of numerous towns, making them brighter; the old trams were replaced by more capacious and faster trolleybuses; and it substantially lengthened the nightlife, allowing for the opening of new places for shows and entertainment. In fact, since then, the dynamics of electricity have assumed rates that are substantially similar to those of the major European countries. And in the Eighties and Nineties, the correlation became tighter and tighter between the increase in electricity consumption and the improvement of the living standards of Italians. The use of electricity spread in an ever broader and varied range of machine tools, as well as television sets and telephones, appliances, and new computational and writing instruments. This second wave of electrification coincided with the formation of a so-called “affluent society,” characterized by new models of behavior and consumption patterns that were more specific and less uniform, depending not only on the level of income but also on the expectations and personal orientation of the individual users. On another front, the growing demand for electricity was making it imperative to cover requirements, to implement more substantial investments, and to expand facilities for the next generation with a higher degree of automation. Consequently, the production flows and services were expanding, with the radiating of complementary effects for the economic and social benefit of the country. Thus, if a driving force like electricity had inaugurated the second industrial revolution, the one that arose in the late nineteenth and early twentieth centuries has continued to be the leitmotif for excellence in economic growth. Starting from the last two decades of the twentieth century, it has, in fact, been fueling the remarkable developments that have appeared with the combination of electronics and computer

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science, with the advent of the computer. This has created the third industrial revolution, the one we are experiencing today, in an era marked by the increasingly influential and versatile applications by techno-science and the global spreading of the Internet and multimedia. Italy has kept pace with these changes of scenario and perspective from which, in the wake of globalization and the Network’s capillary market expansion, a multipolar and increasingly interdependent world has emerged, projected by the new frontiers of telecommunications and micro-engineering. So for Enel, a new and extremely challenging chapter has begun. Since the goals of public utilities that were the priorities of the original statute have long been achieved, and it has been operating since 1993 in a liberalized electricity market at the national and European level, Enel has arranged to do more than just make its energy resources more diversified and flexible. Today, it is also undergoing a phase of reorganization of its structures and of project development that must meet the challenges posed by globalization and the equally crucial need for environmental regeneration. All of this, in fact, requires a corporate culture that embraces change, internationalization, research and experimentation. This is the only way in which it will be possible to not only enhance their potential and increase their know-how, but also to lay the foundation for a model of sustainable and responsible development.

the availability of an adequate volume of electricity for many people of the south meant not only the acquisition of decent living conditions but also new jobs and employment opportunities

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Sc scenarios

eLectricitY anD meDia: acceLerators of societY The link between electricity, speed, and communications has become increasingly significant and complex in recent history. By now indispensable to one another and part of daily life, these elements are the spark of continuous social change. by Aldo Grasso

Years ago, I was very impressed by an advertising campaign by Enel based on the awareness of the use of energy resources. Actually, it was about giving value to everyday gestures: for example, how to put a plug in a socket or turn on a gas burner and discovering that, concealed behind this seemingly natural gesture, there was a rather significant organizational effort. In one commercial, two girls draw three dots into which they then plug in their portable stereo to make it work. In another, a hiker carves notches on a stone and, turning it as if it were a knob, a flame appears. Instead, in yet another commercial, there is a workman whose greasy fingers leave three small fingerprints on a pole, into which he connects a small stove to warm a beverage. There was also, if

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I remember correctly, one of a child on a beach with his father and grandfather, playing with an electric train powered by a socket drawn in the sand with a stick. So, one of the characteristics of contemporary technology is the production of objects in which the technology itself likes to stay hidden and with it, all the theoretical work that produced it. It is a paradox described by the philosopher José Ortega y Gasset: industrial civilization is suffering from a deep ingratitude toward its own miraculous discoveries. Once they have been invented – the telephone, mobile phone, radio, television, the computer – they are assimilated as if they were natural. When we are driving a car or turning on a light bulb, we are not asking ourselves about the internal combustion engine or incandescence. Then it only takes some triviality – a small blackout, a lamp that does not turn on – for the discouragement to upset us. This is precisely the paradox of the light bulb. In 1881, when the ballet Excelsior was staged for the first time at La Scala, and was also highly successful, the Milanese bourgeoisie in the audience knew very well what was being celebrated: the celebration of progress, the triumph of science and the light bulb. They were celebrating the growth and not the decline, the “magnificent and progressive

according to a baconian aphorism, three inventions have changed the face of the world: the art of printing, gunpowder, and the compass; so then electricity is jointly communication, arsenal, orientation future” and not the culture of N.I.M.B.Y. (Not In My Back Yard). That “great Italian ballet” was a huge spectacle, with an impressive, pharaonic and sumptuous stage set and 450 people onstage. With enthusiastic emphasis, it told of the modern wonders of the nineteenth century, such as the electric light, the steamship, the telegraph, the Suez canal, and the Mont Cenis tunnel. It celebrated the glory of the shining light that freed the poor Slave from the darkness of the evil Dark Times. Electricity has literally accelerated every phase of social development. The media, especially TV, can therefore be compared to the fastest means of transportation: just like the train revolutionized society in the nineteenth century, allowing long distances to be covered in a relatively short time, and like the automobile accelerated transport in the past

century, so has the TV (perhaps electricity's most prestigious appliance) helped to increase the speed of social life, making the changes more rapid, and shrinking or actually eliminating the geographical distances. Speed is the true experience of modernity, and the means of transport have only partially implemented it. It was precisely the mass media to standardize the experience of speed: the telegraph, radio, and then, above all, television. “My dear friends near and far, good evening, wherever you are.” With these words of welcome, Nuncio Filogamo used to inaugurate the first editions of the Sanremo Festival, broadcast by Rai right from the start, in the Fifties. In this appeal of his to viewers near and far, these words summed up the bond that had developed between speed, the media, and modernity. In fact, the specific technology of the media has the ability to eliminate the transmission time of images and sounds, thereby making it immediate, allowing for the cancellation of spatial distance and the possibility for spectators scattered around the world (near and far) to simultaneously experience large media events. Thoughts of the philosopher Paul Virilio come to mind, who, in his Speed of liberation, reflects on the dynamics of “near-far” generated by the consumption of TV: “The

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Electricity has literally accelerated every phase of social development. the media and tv (perhaps electricity's most prestigious appliance) have helped increase the speed of social life, making the changes more rapid, and shrinking or actually eliminating the geographical distances

paradoxes of acceleration are numerous and disconcerting, in particular the first of these: drawing closer to the ‘far’ proportionally distances from the ‘near,’ from the friend, the relative... This inversion of social practices which is already manifest in the media (ports, railway stations, airports) has been further strengthened, radicalized by the new means of telecommunications.” Enel's “Power to the People” campaign still insisted on forgotten gestures to help us understand the “speed of liberation.” Before, we used a handle to raise the car window. Before, we rose continuously from the couch to change channels on the TV set. Before, the tape in the cassette would always get tangled in the heads of the recorder while we tried to find the beginning of the song. Before, we would wave the instant snapshot around, waiting for the immortalized image to appear. Now, everything has changed and those I have just described are forgotten gestures. Among these, there is also the expectation of receiving the energy bill in paper form in the mailbox, because now everything is online. And so, at this point, the campaign has become interactive by exploiting the enormous potential of the Internet. In short, in just a few decades, the greatest revolution in the world of communications has been

achieved, and has also affected our intellectual and spiritual life (according to a Baconian aphorism, three inventions have changed the face of the world: the art of printing, gunpowder, and the compass; so then electricity is jointly communication, arsenal, orientation). Electricity cannot be considered as just one of many elements of technological innovation in a complex causal relationship, because the change wrought by its power transformed the very nature of the relationship of cause and effect. In the “little airplane” campaign, a small paper airplane is the protagonist that, season after season, passes through the phases of recent history. The story adopted the rhetoric of circularity: at the beginning of the Sixties, a child draws a car on a sheet of paper and then turns it into a paper airplane. The latter crosses landscapes and eras, arriving today to a child of the new millennium. There are many reasons why this Enel commercial is interesting. What is most striking is the remix work on the audiovisual materials: an unpublished story narrated by tapping into Enel's historical archive. Thus, we see the lights of San Marco in Venice, the electrification of the country, the laying of sea cables for connecting the islands to the mainland, and many other events of different

scales. The intent, in this case, is not nostalgic. The airplane floating in the sky, however, conveys the sense of history: history that is moving forward, proud of the progress that technology and energy bring with them. A simple story, obviously, that may be presented differently on the media platforms (another reason for interest in the campaign). And on YouTube, shared on Facebook, there was a special, longer version of the film shown on TV. The world of communications is at the center of a deep and radical change, something that recalls the emphasis of the ballet Excelsior: the telephone, as we have known it and used it for years, is no longer the phone; newspapers are no longer just newspapers; they are changing their very skin and content, the TV is no longer the TV, even the computer will soon no longer be the computer. Driving this evolution is the phenomenon of convergence. What exactly is it? Technically, convergence is the combination of several tools of communication, a fusion made possible by digital technology. Each medium is no longer intended to carry a single type of service, but is capable of delivering different contents (photography, radio, telephone conversations, TV, music). Convergence means using a single interface (the computer, for

example) for many information services, i.e., to go from watching a TV series to enacting a banking transaction, from reading a newspaper to the supervision of a part of one's house. But convergence also means that the future of communication is something that goes far beyond communication and involves anthropological categories. Convergence is the voice of the manifold, of the indiscernible, and of the hybridized. Thanks to the ease of travel, migration, and globalization, the whole world converges, is mixed, tending toward hybridization. But how do we equip ourselves to address such an upheaval? Do we consider technology as a valuable gadget we cannot do without? Do we act as we did toward electricity? The truth is that in the communications world today, dizzying operations are being performed that could only ever have been imagined by a few writers of science fiction: the first Macintosh came out in 1984, the official birth of the Internet was in 1991. Convergence also means that we have gone from a vertical type of culture (ordered according to a hierarchy of values) to a horizontal one (all content is immediately available), based more on associations, links, and free connections than on the traditional transmission of knowledge. Worse than an electric shock, much worse.

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“When We ‘Lit up’ itaLY” “Let me tell you a story about parallel tracks, the ones we - Rai and Enel - traveled together for the development of the country.” An interview with Ettore Bernabei, former director general of Rai from 1961 to 1974, an exceptional witness who tells us about Italy in those “black and white” years, how "we did it" and how we can still do it. by Daniela Mecenate

There is a blue book still in draft form on his desk. His book. What is it about? Ettore Bernabei, 91, replies without hesitation: “It's about the future.” He smiles, peering from under his glasses: he knows that you would not expect a book about the future from a man his age, but rather, one about the past. An intense past, one we have come here to have told to us by the former director general of Rai, dominus of the State TV from 1961 to 1974. A period which saw Italy changing at breakneck speed, quickly passing from the “economic miracle” to austerity, from the sweet Sixties to the first cold bullets of terrorism. The years of black and white TV, of Carosello, Canzonissima, Corrado and Pippo Baudo. And the great journalistic investigations by Ruggero Orlando. "At first, they were mainly years of overwhelming development,” Bernabei says, “and I remember the route taken by all the other players in this growth very well: from electricity to the telephone networks. I clearly remember the birth of Enel in 1963, in fact, I remember not only its birth, but also the pregnancy." And he smiles again, this elderly manager, a former journalist, in his study corner where the wooden desk is clearly dominated by the awards he has received over the years and which are hanging on his wall. Various awards pertaining to Catholic culture. “It would have been impossible,” he continues, “to consolidate democracy and the Italian miracle without the creation of Enel. Why? Because

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up to that time, there had been a system of private electric companies, associated with one another, which thought of bringing electricity to where it was cheapest. The logic was that of industrial profit, thus supplying illumination for the cities and the most important centers: in 1963, only 60% of the country had electrical service. Only a ‘State’ company, led by other logics, could bring electricity to wherever it was needed at that time; even to the most remote regions of an Italy that was still rural and poor, still made up of small villages on isolated hilltops. Thanks to this, it was possible to bring economic development to the country and social development to the people, as well as a fair distribution of opportunities. Not surprisingly, within a very short time, Italy was declared to be ranked fourth among the world's most industrialized countries.” And, thanks to this, radio and TV also experienced impressive development, gradually arriving in more and more homes, for more and more families: “At the beginning of the Sixties, there were less than four million subscribers, and when I left Rai in 1974, there were more than 12 million.” Growth that, thus, went hand in hand with that of the electricity company and the TV company. “It's true, Rai and Enel were going along parallel tracks and growing together, but above all, helping the development of the country together. An interweaving that was capable of bringing economic prosperity and transmitting values, to standardize the language and di-

spense knowledge on subjects that were hitherto little known, such as the condition of the poorer populations in the most remote areas of the country.” And if electricity helped TV, in like manner, TV also helped electricity: “We made inquiries concerning large areas still without electricity and the need to nationalize energy, explaining the reasons to the Italians. And then... Well, I also remember funny episodes! Like the time when Enel noted with concern that there was an impressive peak consumption of electricity in a single night. You know what had happened? It was July 20, 1969, the landing on the Moon: the Italians were still awake watching TV until late at night.” Ettore Bernabei leans back in his armchair. He seems to be thinking “Those were the days!” “Those were years,” he continues, “when the country's development was guided by a very precise model, the mixed economy of public companies that helped private companies. Through the galaxy of IRI companies and through the 'State' companies such as Enel, it was possible to provide low-cost, semi-finished energy, electricity, highways and telephone service to all the private companies that wouldn't have been able to grow otherwise. That's the only way we could have ever done it. With a general commitment.” And for the senior manager, this is the model that, in spite of contemporary analyses, should be good enough for the present situation. “It is the only

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way. That's the only way we will be able to do it again: we are a country that has slipped into the C2 Series; we can return to the A Series only with a model of collective commitment.” But he concedes that different models prevail in the current market conditions, “privatizations and the logic of the globalized market prevail.” Then his thoughts go back to the past, to that journey along the tracks of growth. “In those years, big companies such as Enel and Rai had another merit, hardly remembered at all: the development also assured the purchasing power of many Italians. In the early Sixties, in fact, the Stateowned companies agreed on wage increases of 21-22%, even in the absence of inflation, and were gradually followed by all the others. And to think that the unions had asked for a 15% increase! It was a turning point for the purchasing power of thousands of families, who from that time on, began to be able to afford a television, a record player, and even a ‘500’ car, or other genuine luxuries like... a washing machine!” Goods that seem normal now, but which were not at that time, if we think that, in 1963, only 2% of the population owned that household appliance which was the most coveted by housewives in Italy. Many years have passed since then. For the former director general of Rai, other professional experiences have followed; he turned ninety (celebrated with his TV appearance on La Storia siamo noi - History is us) and recently celebrated his ninety-first birthday.

Ettore Bernabei, meanwhile, has gone back to TV and once again, light – Lux – is part of his life: in 1992, he founded Lux Vide, a company producing television dramas and films for TV, headed today by his daughter Matilda, and of which he is president: “Honorary President”, he is keen to stress. “At a certain age, one has to be satisfied!” In recent years, Lux Vide has produced TV series and successful movies, such as Don Matteo, Pinocchio and Coco Chanel, to name a few. And when asked what he thinks of television today, then yes, he hesitates for the first time. He stops to think. “Not all of it is to be criticized but certainly not everything deserves to be saved, either. Even today, great investigative journalism is being done, space is given to series that have something to teach the viewers. Some programs are rather trite, needlessly violent and transgressive, devoid of content. Those that really irritate me are the reality shows: they are a scam, a fraud, it's not true that there's improvisation, but just lousy two-bit

“it is the only way. that's the only way we will be able to do it again: we are a country that has slipped into the c2 series; we can return to the a series only with a model of collective commitment.”

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scripts performed by wretchedly bad actors.” It seems like a century has surely gone by since “his” TV, the kind of TV without color but not at all colorless; without reality shows but where there truly was realism; TV with the first advertising when “commercial TV” did not even exist yet; the slightly prudish kind, in which the height of transgression were the legs of the Kessler twins. And speaking of color, Bernabei will have no truck with the story that color TV only came to Italy in 1977, three years after its use by Rai. He says, “We were already ready in 1972 but some parties applied the brakes, saying that there was no need for color TV in Italy. They did so because they didn't want to disappoint the interests of those foreign companies that were not yet ready. The result was that, in the meantime, the Italian companies that manufactured television sets, which had been ready and waiting for a long time, failed. These included Marelli and Brionvega.” No one was spared, not the old “Lion,” not even the current politicians. And he takes issue with those who have little spirit of cooperation, who do not believe in Italy and “want to divide the country into many small regional clams.” But now that the interview with this bit of Italian history is over, now that this exceptional witness has taken us back in time amid nostalgia and socio-economic analyses, now that we have explored the parallel tracks that the two companies have traveled together on the train of the country's growth, one curiosity still remains: what does his book, that blue book still in draft form there on his desk, talk about? “I already told you: the future. Starting from an analysis of the last century, which was exceptional with regard to scientific discoveries and human progress, but terrible for the wars and dictatorships that have marred it. Then it proceeds to talk about how we could build our near future, the years ahead. I am optimistic. But the message is always the same: we can only do it together, working in a systems approach, combining resources, strengths and energies.” Still parallel tracks? “Absolutely.” 127

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the crisis as a metamorphosis “The crisis cannot be interpreted in terms of crossing through it, such as a caravan in the desert, but rather as a metamorphosis; the system is becoming something else. In order to find the key to the problem, there is a need to clarify the cultures that, within the crisis, are being imposed upon Western societies. Cultures intended as outand-out ideologies concerning training, that constitute the matter to be sifted so as to single out possible proposals for the future.”

Within the metamorphosis of a capitalism that is being revamped, one can think about a perspective for the future by using the concept of “green economy”

by Aldo Bonomi

There is no doubt that the mechanisms of the great transformation from which the crisis originates have reached a turning point. Push has come to shove after a long cycle of economic and political transformations that have disrupted the equilibrium established among the political, social and economic spheres. What closed with the shock of 2008 was a long cycle of development, naturally at differing speeds, in which the geoeconomic importance of the great nations of the world have gradually changed. A major transformation, in the words of K. Polanyi, that has shaken the ethical and political, as well as the economic, foundations of the capitalist production mode. It is no longer enough to ask what to produce and for whom, or for what market. The crisis of economies based on debt and the environmental limit to development ensure that the merchandise will have to increasingly incorporate the question “To what purpose?” A shift in viewpoint that, in the first place, applies to that particular commodity, which now is energy. We must therefore understand that the crisis cannot be interpreted in terms of crossing through it,

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such as a caravan in the desert, but rather as a metamorphosis: the system is becoming something else. In order to find the key to the problem, there is a need to clarify the cultures that, within the crisis, are being imposed upon Western societies. Cultures intended as out-and-out ideologies concerning training, that constitute the matter to be sifted so as to single out possible proposals for the future. So let us start by saying that, precisely concerning the crisis and its possible outcomes, it seems to me that there are at least three ideologies at work today that should be taken into account. The first ideology claims that we are facing a real crisis of the system, a general derailment that is rooted in the relationship between civilization and nature, and which is no longer sustainable. The crisis is systemic and, therefore, the shortcuts that once again propose the same structure of the twentieth century welfare system today are highly unworkable. The “ideological” output is the paradigm of the “happy decline,” according to the economist Serge Latouche, a kind of “pedagogic catastrophe” in which the environmental limit

itself is the wall that the crazed fireball of capitalism is running into. A paradigm that still exists within the elite and metropolitan intellectual circles, but whose influence cannot be underestimated when the likely emergence of phenomena of medium-term structural unemployment will force the Western societies toward a “decrease” in consumption, as real as it is “unfortunate.” Tangent to this, there is also the position of the youth movements that have grown up in and around the crisis, those of the “99% vs. 1%,” a sort of inter-classism of the multitudes, showing how the current crisis touches not only the proletarian classes of the twentieth century but also the middle class, crushed in the grip of policies of public austerity and of finance, which no longer allow the market results to “trickle down” in the markets. A position that directly raises even the question of the emergence of a modern capitalism of networks seen as an alternative to the public nature of goods such as energy, mobility, water, etc. The second position is typical to the circuits of the technocratic elite who propose themselves today to be directly governing, clai-

ming the need only for “structural adjustments” in the markets, to accompany the system to its new market equilibrium. For a short time, it was also a credible hypothesis at the beginning of the century, with a financial system that was presented as a channel of integration in markets open to everyone. All this within the crisis of a policy which has not been able to take this opportunity to redesign its role concerning the economy in a way that is not so secondary. To give the impression of giving way to the myth of the government of statesmen. A passage that we should also consider in terms of the balance within the bourgeoisie of this country, because it is evident that the rise of central and metropolitan elites, such as those that constitute the current national government, in many ways marks the decline of the hegemony of a widespread neo-bourgeoisie of molecular and territorial capitalism. Creating tension in the relationship between mass market and democracy, now greater than ever since the birth of the mass liberal democracies. Tension that brings up the issue of an “aborted constitution,”

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in the sense of the European Constitution. A position having paradoxes that can hardly be overcome unless it fully embraces the prospect of European democracy. And so, between these two poles, can there be any space for a laborious “third way”? I think that, in the metamorphosis of a capitalism that is being revamped, one can think about a perspective for the future by using the concept of “green economy.” An oft-abused concept with very strong margins of overlapping also concerning the two alternative ideologies just mentioned. A green economy is primarily capitalism that incorporates the environmental limit into its process of accumulation. It is the driving force of a new cycle. It is an issue that also incorporates the topic of consumption moderation and a new Keynesian strategy of new investments. These are the two starting points to which attention must necessarily be paid. The idea of green economy, if located in the actual conditions of the capitalist cycle that we are experiencing, can help us to rebuild a development project on new foundations that combine the idea of progress with the idea of li-

mit. However, to avoid misunderstandings, the concept should be “unwrapped,” disassembled from the inside. Because in hindsight, we can identify at least three versions which take on contradictory meanings and political outcomes. First of all, green economy in terms of world economies is also a huge financial bubble (the next one?) with the financialization of food commodities and the panic-buying of agricultural land in Africa and Latin America in order to produce fuels that are an alternative to oil, which is being depleted. On the other hand, there is a second variation of green economy, linked to the idea of a diversity of models of capitalism and, in the case of Italy, which is at the root of our territorial and localist production system. A territorial, grass-roots green economy that follows three channels. The first is the evolution of molecular capitalism, as an adaptation of the productive economies of small and medium enterprises concerning the environmental compatibility of their production, of a light innovation of the manufacturing processes and design of the products. The second, and more cultural one, the evolution of a tendency

toward “villager” living, the tendency to a better quality of life typical of the metropolitan spleen of large segments of the middle class, the reflective protagonist since the Nineties of a post-materialist evolution of lifestyles and consumption. And which creates the social and cultural basis for phenomena such as Slow Food, Eataly, the networks and academies of culinary taste proliferating in the territory, etc. A phenomenon that reactivates and channels the local market traditions, somewhere between economics and social representation, organizing production chains and that has important democratic and participatory opportunities at the same time. Third, grass-roots green economy is also a new kind of work, intended both as a problem of the new quality of work and as a new social composition with new needs. It is the emergence of mutualism practices that address the impact of the debt crisis on daily life concerning questions about protection and participatory management of the common resources, of networks, of credit itself, by organizing at a local level in the cities and territories. However, what is truly needed at this stage is the ability to synthesize these trends, transforming them into a hypothesis of new compatible development. A difficult task to be carried out according to the usual logic of the proliferation of business. Instead, what is needed is a middle way, one that is not reducible to “small is beautiful,” adopted by the subjects who have structures and resources to deal with it by accepting the technological challenge, and who have management teams and the organization to “think long-term” by becoming the driving forces in a new industrial policy. So a vision of the green economy, somewhere in the middle between finance and territory, that for lack of a more adequate label I would define as neo-Keynesian, and which, as far as I am concerned, is the real challenge if we want to get the relationship between economics and development with its feet back on the ground. This means thinking of a third industrial revolution, the purpose of which would be to push forward the fron-

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tier of technological discontinuity, for example in terms of the energy issue, to replace an era of fossil fuels and chemical derivatives. But to do so, there needs to be the establishment of infrastructures and poles that have the appropriate mass impact. A perspective that directly calls for a subject such as Enel: because today, it embodies both a tradition of national function and an evolution into a big player in the capitalism of networks. And because energy is the first good that, in view of new developments, incorporates a dual nature of being a good that is now financialized and a common good that has systemic functions. It is clear that all this means rethinking the public role, outside the box, of old patterns of the IRI and the neo-liberal rhetoric. A role that lies somewhere between the center and the periphery of the system. In Italy, we have centers of excellence on this front, we are not at year absolute-zero. At the center, there are other large companies as well as Enel, such as Eni, whose function should be discussed; in the territory, the network of multi-utilities inherited from the old municipal ones account for possible anchor points. A neo-Keynesianism should have two conditions: one is the de-financialization of finance, leading banks to reinvest money to produce goods as well as other money. All these arguments are possible if politics and society, placed in the midst of the flows and places, can manage to poleax finance in a logic of development loans. The second is the definition of a pact between territorial capitalism and the big players in the energy sector; a pact that should be the real engine of a new industrial policy. This means having the ability to imagine a neo-Keynesianism that is not centralized in the hands of the nation-state but rather, the ability of centers of excellence to act as fertilizer for the local green economy (labor, common goods, cities) with a new center-periphery relationship. A challenge that primarily affects those who, like Enel, as to history, size and collective function, can decide whether to play the game of globalization as a kingpin of a new system strategy.

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Id in-depth

When management maKes a Difference An Italian industrial history that is worth telling. The story of a strategic cultural and organizational transformation that allowed to govern tumultuous changes and turn them into growth opportunities. by Massimo Bergami, Pier Luigi Celli and Giuseppe Soda

Less than 15 years ago, Enel was a monopolist domestic operator. Today, although still called the National Agency for Electricity, its identity has changed dramatically. Since 1998, the most important national electricity company has managed to undergo an extraordinary metamorphosis. The faces, investments, technology and stories that have appeared in recent years have helped to turn a structured public body into a global enterprise and a leader in the field. The fact that Enel could manage this evolution is not something to be taken for granted: the history of privatization and major industrial changes is littered with failures or incomplete transitions, in Italy and worldwide. How can Enel's success be explained? How did a monopolist company manage to deal with the crucial challenges of deregulation? Much evidence indicates that this is one case where the evolutionary dynamics go well beyond the sectoral explanations, a case from which many lessons can be learned about management and the transformation of businesses in conditions of high uncertainty and environmental

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dynamism. An industrial history that allows us to draw up a “minimal manual” of what it means to lead a company through transformation, without losing its roots along the way. The reconstruction of this story offers a perspective that contradicts the idea of a purely “adaptive” or passive management with respect to the exogenous pressures, as described by many economists. Precisely because embedded inside the deep transformations largely beyond control of the company, the case of Enel shatters a deterministic and reductionist interpretation of strategic management. It exalts a perspective of the company and the management action as pro-active actors capable of implementing strategies which largely contribute to determining the market contexts, without necessarily having only to adapt to or passively suffer from the dynamics. In other words, the visible hand of the managerial decisions theorized by Alfred Chandler, in the case of Enel, has clearly expressed the counter-intuitive effects, transforming what was just unlikely into what is possible.

However, another and more interesting explanation can be added to this first reading. Not only has the company been able to proactively transform the pushing from a hostile environment; it has ably surpassed all the phases of tension and critical moments in its history by developing an adaptive capacity of a higher order that has allowed it to continue producing skills and greater knowledge, instrumental to the anticipation of the dynamics and challenges in the contexts in which they found themselves operating. The most obvious example of these business skills has been the combination of decisions and actions that preceded and followed the process of liberalizing the energy sector, which started in 1999 with the Bersani decree. This governmental measure required Enel to implement corporate separation for the production, transmission, distribution and sales activities, as well as the obligation to reduce its production capacity. In line with the decree, the company had to initiate and rapidly complete a process of “organizational breakdown” that led to the creation of Enel Production,

Terna and Enel Distribution. The most disruptive aspect for Enel, however, was the obligation to reduce its production capacity: in a relatively short time, the company had to renounce an ability to produce energy equivalent to that produced in Belgium and Holland. Its share in the domestic market for electricity went from 77% in 1996 to 26% in 2008. The effects of this external process of downsizing were dramatic: in four years, from 1998 to 2002, the ROI (Return On Investment) went from 15.4% to 5.9%, in a situation of a domestic market without any possible option for future growth. Faced with the “perfect storm” triggered for the most part by exogenous factors, the most likely scenario that arose was that of a “home involution”: the management could have reorganized the company on a smaller scale by invoking non-responsibility concerning the choices of the inevitable decline, the imposition from the outside of a fate of downsizing and marginalization in the competitive international game that globalization has been generating. The managerial logic, instead, has

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Enel's management has understood that the context and flow of history required the “body" to become an "enterprise": an epochal cultural change that has transformed Enel into an organization able to autonomously navigate the high seas of the market

worked in the opposite direction. Contrary to many expectations, Enel managed to ride the exogenous dynamics with a process of organizational, business and technology transformations that quickly made it one of the most active global players in the energy sector. And only four years after the collapse of the return on investments, the ROI was back to the pre-liberalization levels. So Enel has done it then. But how did it manage to escape from the trap of the “home involution”? One of the keys to its success was the cultural transformation that had begun in the mid-Nineties, and that still casts its positive effects. In fact, the company had been preparing in advance for the impact of liberalization by abandoning the logical operations of the public body and changing its organizational structure according to the dynamics of the market. For example, between 1996 and 1999, the number of managers was cut in half and internal careers were decided upon based on the criteria of profitability and efficiency rather than seniority. In the years of liberalization, then,

Enel tried to balance the reduction of its share of the electricity market by hunting for new business opportunities and becoming a multiutility. When the multi-utility scenario faded, management quickly succeeded in refocusing its activities on its core business of energy by launching a major international expansion plan to recover market shares abroad that had been forcibly abandoned in Italy. In the second half of the last decade, Enel established itself as a global player through the acquisition of important foreign companies. Enel's management, in fact, has understood that the context and flow of history required the “body” to become an “enterprise”: an epochal cultural change that has transformed Enel into an organization able to autonomously navigate the high seas of the market. The story of Enel is emblematic: a context of potential crisis has been turned into an opportunity for evolution and global growth. Alongside the dynamic capabilities and cultural transformation, Enel has always sought an effective balance between the dynamics, exploration (market and technological)

and continuity, and the excellence and reliability of service by strengthening and consolidating its technical know-how which is at the heart of its operational capacity. The three groups of leaders of the top management of Enel in the last 15 years have, in different ways and compared to non-overlapping agendas, altered and led the way in which the whole organization has construed the context, the market, the world. The corporate leadership acted not just to rationalize the events as they appeared. Instead, it favored the “how they could be.” What was perceived as a threat has become opportunity, what seemed improbable is now possible. The sense-making of the management, in particular, has clearly been shown in the most critical moments and at the most uncertain junctures related to the challenges that the company has had to deal with from time to time. The leaders, however, have not limited themselves only to “make sense of it,” a crucial factor in complex organizations, but rather to convey this meaning and the direction undertaken to the entire company. In other words, they have functioned

as “suppliers of meaning and direction,” thus aiding the speed and effectiveness of the transformation. Also crucial and strategic has been the ability of Enel to obtain a strong legitimacy from institutional stakeholders, often represented by the governments of nations in which an energy producer was operating, but which in the case of Enel, also included the community and financial markets. Naturally, every point of arrival is a starting point. In the context of globalization and in the context of the geo-political scenarios that are emerging, the game of energy, together with that of food, perhaps marks the field of challenge for people and nations in the years to come. Today, Enel has taken its first step toward becoming a protagonist in a challenge that is still to be played out, which it can either win or lose. The ambition is there, as are the internal energies, as well. Financial resources need to be balanced quickly, the strategies refined, but more importantly, it will be the implementation of these that can make a difference, knowing that the context may change again so very quickly.

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Sc scenarios

the evoLution of eLectricitY marKets anD the neW gLobaL outLooK There is no doubt that the power sector is facing what is perhaps its major challenge in its history of less than 150 years. According to the International Energy Agency or the European Commission in its Energy Roadmap 2050, the electricity industry will have to move from a generation mix that is mostly based on fossil fuels to a virtually decarbonized sector by 2050, while supporting the electrification of transportation and heating. And this will have to take place in the midst of an on-going process of regulatory reform meant to introduce more competition and consumer choice and less governmental interference in this industrial sector. by Ignacio J. Pérez-Arriaga

Drastic regulatory and structural changes are not new in the power industry. The early power sector developments at the end of the 19th century and beginning of the 20th century were mostly driven by private initiative and competition. However, the realization of the essential nature of electricity, the need for ever increasing volumes of investment and the necessity to protect both the companies against abusive intervention and the consumers from excessive tariffs and poor quality, led in most countries to the replacement of the free competitive model by strong governmental intervention in the form of public ownership or treatment of the electricity companies as regulated monopolies, either publicly or privately owned.

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During most of the past century and until the 1990s, worldwide, electricity industry regulation was based on a quasi-standard regulatory approach involving heavy State planning and intervention, with the State being the sole regulator. Under this traditional system, prices are regulated to cover the costs incurred by electric utilities, while investment either requires regulatory authorization or is State-planned. This approach precludes any electricity market per se and transactions are conducted according to the rules laid down by the regulator. Consequently, the vertical and horizontal structure prevailing in the industry is of scant importance, which often has led to the existence of a single utility, a vertically integrated monopoly with a territorial franchise. In Europe, for instance, prior to the 1990s’ liberalization process, most major countries (except for Germany and Spain) had just one single, publicly-owned electric utility. This regulatory framework worked well for several reasons. Investment in electricity infrastructure was a low-risk activity when the industry held a franchise monopoly and was vertically integrated. Utility companies forecasted demand growth, made a leastcost investment plan and submitted it to the regulator, requesting funds to implement it. Utilities could normally borrow capital to implement these plans at low interest rates, since there was a regulatory guarantee that future revenues would be adequate to cover investment costs. Today, this traditional regulatory paradigm has changed in many countries. Chile (1981) started the process, followed by England and Wales (1990), Norway (1991), Argentina (1992) and many others on all continents. The main component of this change is the creation of electricity markets that provide the platform for trading and establishing prices. The first step in creating such markets is the elimination of the limitations to competition that characterise the traditional scenario. Abolishing these limitations suffices to create markets for many manufactured or agriculture products

such as textiles or wheat, where suppliers abound and they can compete without the need for any other specialized infrastructure. In the electricity industry, however, regulatory reform must address an additional element, namely vertical and horizontal restructuring and the absolute need to use networks to deliver the product. The gradual exposure of traditional, vertically integrated utilities to competition was initiated in response to concerns about energy security and independence from foreign energy sources as a result of the 1970s’ oil crisis. This and other concerns led the United States and other developed countries to enact rules that favored the development of renewable energy and cogeneration. Although the volume of generation was very small compared to generation from vertically integrated utilities, these new participants introduced a completely new scenario in the electricity industry. What had been a closed shop for many years, opened its doors to independent power production, albeit with very specific characteristics. Other factors favored the advent of independent power production, which was not restricted to renewables or cogeneration only. Electricity prices under traditional regulation had consistently declined for many years, aided by technological developments and the fact that economies of scale had not yet been fully exploited. That also changed in the late 1970s and early ’80s, leading to more stringent regulatory reviews of utility costs, raising vertically integrated utilities’ risk, and encouraging them to seek alternatives to cover the investment needed in generation. When new investment was needed, these utilities began to buy the production required from third parties under a variety of instruments, typically known as “power purchase agreements,” subject to the approval of the regulatory authorities. The costs involved were then passed on to consumers with no risk to the incumbent utility. Such independent power production became standard practice in the USA, until the 1992 Electricity Act allo-

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twenty years of liberalization and restructuring have taught us that creating well-functioning, competitive wholesale and retail markets for electricity is very challenging, both technically and politically, and cannot be applied everywhere

wed “independent power producers” to trade freely in the power system and sell wholesale power anywhere to any vertically integrated utility or distribution company. This entailed open access to the transmission network. Selling to end consumers, or “retail competition,” was not allowed, however. This area of the market was liberalized years later, at the discretion of individual state regulators. Other countries such as the UK, Norway, Argentina, New Zealand or Australia got off to a later start but carried liberalization through to completion much more swiftly. Similar transformations in developing countries were driven by a number of factors. After years of large investment projects and subsidised rates, which were often insufficient to recover costs, state-owned electricity companies in many countries lacked the resources to continue investing. As a result, they resorted to independent producers, private companies keen on entering the generation business. Plant construction and operation was often tendered. Several electric power systems are presently organized around these arrangements today. The massive entry of independent power producers in the electricity industry in the 1990s and the early twenty-first century was favored by an environment of declining interest rates, controlled inflation, liberalization of capital movements and development of financial markets. The present prevalence of private investors in the electricity industry, hitherto mostly controlled by state-owned companies, has brought fundamental change to the perception of risk and investment priorities. Finally, the new regulatory paradigm, announced by the pioneer reform in Chile in 1981, restarted its implementation in the early 1990s and swept the world. The jury is still out regarding how beneficial the liberalization has been for consumers and electricity providers. The objective of the reform was to create new governance arrangements that could provide long-term benefits to consumers. Electric utilities were

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restructured; the potentially competitive activities of generation and retailing were unbundled from the network activities of transmission and distribution, which remained under regulatory control while offering open access. Independent system operators were given the responsibility of running the power system securely and guaranteeing the provision of ancillary services. Competitive wholesale and retail markets were created to improve efficiency and responsiveness to consumer preferences. Consumers had the freedom to choose suppliers. Incentive regulation was introduced in the network activities to improve their efficiency. Independent regulatory agencies were created to monitor market behavior and implement the regulation of the diverse activities. And the role and political influence of governments was reduced. Twenty years of liberalization and restructuring have taught us that creating well-functioning, competitive wholesale and retail markets for electricity is very challenging, both technically and politically, and cannot be applied everywhere. Where properly implemented, wholesale markets have led to improved performance and have attracted significant investments. Despite some failures and implementation difficulties, the general trend in most liberalized power sectors is to proceed with the process of reforms. Experience has shown that regulatory reform only delivers efficiency and benefits to consumers if the regulation is well designed. And that achieving an orthodox regulation requires a firm political commitment to the reform. The numerous failures have had multiple causes. Most of the time, failures happened because of inadequate structure of the power sector to accommodate competition at wholesale or retail levels, because of excessive horizontal concentration in the competitive activities, insufficient unbundling of competitive and regulated activities or lack of volume to hold competition, or lack of a suitable institutional framework. In other cases, the problem was an incorrect allocation of risk in the regu-

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latory design, exposing some parties to unacceptable risk levels, as happened in California. Poor design of default tariffs may kill the retail market. And flawed market pricing rules, or the absence of adequate compensatory mechanisms, may lead to insufficient remuneration and lack of generation investment. Frequently, the absence of clear business models and rules for cost allocation, as well as the absence of expeditious siting procedures, have hampered transmission investments from keeping up with demand growth and generation expansion. The success of regulatory reforms requires the adoption of an orthodox regulatory approach. However, the reforms will not succeed whenever the underlying structural and institutional conditions are not adequate or if there is no firm political commitment to the reform. Regulatory models are not easily transferred to countries facing different sets of conditions. Finally, nationalistic energy policies may ruin the best efforts in achieving effective supra-national electricity markets and even competitive domestic markets, as well. Before the liberalized model had the time to consolidate (the European Union has set the target of 2014 for the completion of its Internal Electricity Market, for instance), we are facing again a new change of paradigm that will have to lead to a future power system very different from the present one. The serious and justified global concern about climate change is profoundly affecting energy policy and power sector investments. Intense po-

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litical oversight and interference is already taking place and much more is anticipated. Security and sustainability will have at least the same priority as efficiency in the regulatory design. Without trying to prejudge the future, it seems clear that some features will characterize the power sector during the next decades. First, we can anticipate a strong presence of renewable generation – intermittent and distributed to a large extent – in many power systems. Second, the availability of communication and control technologies, plus the current trends in regulation and consumer behavior, announce strong, future, active demand participation. In the absence of a technically and economically viable and widespread storage option, and with massive penetration of intermittent generation, the future role of demand response cannot be over-emphasized. Third, political developments, economic rationality and network reinforcements inexorably lead to an integration of existing power systems and markets into larger entities. Finally, in developing countries, it is expected that during this period universal access will be finally achieved, and electricity consumption will grow to reach minimum standards of quality of life. And now the questions are: Are the current electricity markets, the structure of the power sectors and the regulatory frameworks ready to satisfactorily meet the challenges for an efficient, secure and clean supply? In the context that can be anticipated of strong sustainability- and security-oriented policy measures, how to improve or re-

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before the liberalized model had the time to consolidate, we are facing again a new change of paradigm that will have to lead to a future power system very different from the present one

design power system regulation to facilitate that these policies reach their objectives efficiently? How to make these policy measures compatible with the functioning of electricity markets? Let us consider markets first and the networks later. The advantages of markets are well known. They are successful if the structure of the industry is right and there are no interferences, although electricity markets are complex and may go wrong in many ways. But they have limitations. Markets may ignore sustainability concerns, such as the long-term availability of the present energy sources, energy dependence, diversification of fuels and suppliers or the need to support promising technologies that are suitable for long-term sustainability objectives. Why? Because current energy prices fail to internalize these concerns. Most decisionmakers consider that the resulting energy prices would not be politically acceptable, and a longterm regulatory commitment to these policies is lacking, partly because of the absence of an international consensus on how to proceed. Therefore, at the least, it is necessary to supply the energy sector in each country or region, and the electricity markets in particular, with the long-term vision that indicative planning and longterm strategic targets can provide. The name “indicative” planning is probably misleading, since it should be more than just a prospective analysis (find out what could happen) and rather have a normative character (identify what has to be done to make sure that a future with some desirable featu-

res happens). Indicative planning makes explicit the future energy alternatives and sets objectives for what has to be regulated. Many aspects of electricity markets could be regulated, although perhaps they should not: targets for penetration of renewable energies or other clean technologies, objectives for energy efficiency and savings, support schemes to improve the security of supply, goals for sectorial carbon emissions, and priorities and resources for research and development. Governments should be limited to providing any necessary regulation of energy markets to make the agreed long-term policies possible. Thus, markets and regulation should not be seen as opposite, but as complementary forces. Electricity networks pose a different set of questions. Is the present regulation of transmission adequate to support the anticipated large deployment of intermittent renewable generation? The challenges posed by the sheer size of the interconnected power systems and the anticipated large presence of intermittent generation will require careful consideration, and a possible overhaul, of the current transmission planning criteria, definition of the responsible institutions for interconnection-wide planning, cost allocation methods, business models for transmission developers and siting procedures. System operation also must undergo a major renovation. Contrary to transmission, distribution networks originally are not designed to accommodate generation. However, their design, operation, control and regulation

will have to be adapted to allow potential massive deployment of distributed generation (DG). Under passive network management, DG penetration generally results in additional costs of network investment and losses, an effect that increases with penetration levels. Therefore, distribution utilities in general will be biased against DG and may create barriers to its deployment. Most of the current regulatory mechanisms are focused on cost reduction and lack “natural” incentives for innovation. Solving the lack of access or insufficient access to electricity of a significant fraction of the world population is a key component of the future sustainable power system model. To this purpose, rural electrification has to be explicitly considered a key element of the energy policy in developing countries, with specific support instruments, financing and business models that are able to attract large volumes of private investment, since this is a formidable task in terms of volume and organization. New and emerging clean technologies will be crucial in attaining a sustainable power system model but their development and commercial deployment will need regulatory support. Since, for the most part, the market for clean electricity is policy driven, in this policy-driven market the regulation itself is a major risk factor. To unlock finance for the clean technologies, investmentgrade regulation is necessary. This means a compelling vision, supported by a precise, clear and stable policy.

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Co conteXts

the nationaLization of eLectricitY The nationalization of electricity, in 1962, is the most important event of change in the economic history of the Italian Republic, destined, as it was, to break the strongest economic monopoly and, also, the most formidable power influencing national policy. by Vanni Nisticò

From the post-war reconstruction on, power companies were the stronghold of the country's capitalist interests. An archaic style of capitalism, immune to the process of opening that was occurring in Italian society on both an economic level, in general, and the social level, in particular. Those were the years of the expansion of the production base, of the industrialization that was leaving the old Milan-Turin-Genoa triangle and investing in new areas, such as the North-East, the central regions, even venturing as far as the South. A process requiring, among other things, the availability of an increasing amount of energy with the conditions of an ensured supply and at a price that was not a highway robbery imposed by a cartel. The largest private power companies were barricaded in a small economy that no one had managed to touch in the previous decade, during which there had been attempts to challenge it: in fact, having extraordinary financial resources and the resulting instruments of persuasion at their disposal, they had always kept the “danger” at bay. The matter was re-opened – or better yet, it was addressed – during the third legislative term, with the government headed by Amintore Fanfani, one of the “thoroughbreds” of the Christian Democrat Party, when he viewed the issue of opening toward the Italian Socialist Party as an essential and necessary step toward broadening the base of Italian democracy, consolidating it with the decisive contribution of a leftist progressive force for reform. In

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a certain sense, for the meaning which it acquired in general terms, the nationalization of electricity accompanied and marked the biggest political change ever enacted after the Constitution, and the end of the governments of the CLN (National Liberation Committee) which had arisen as a result of the Resistance. The reason behind this significantly political character of the nationalizing of electricity can be explained simply by recalling that the determining “condition” imposed by the PSI (Italian Socialist Party) to ensure parliamen-

tary support outside the Fanfani government, formed in February 1962, was exactly that nationalization. It was an introductory element for starting a process of structural reforms of the Italian system, which was to take shape through “programming,” that is to say, government intervention to pilot the entire economic system that already had a mixed character, with the presence of state-owned enterprises alongside, in competition with, and in support of private enterprises. It should be noted that the state holdings had taken on the role of

the driving force of the economy, with a distinction of the private sector marked by their exit from Confindustria, the confederation of Italian industry. In short, there were two parallel systems, where more than competitiveness, what counted was the certain and reassuring fact of the presence of public intervention, if necessary. The bill of law for the establishment of the National Board for Electricity, which would lead to the creation of Enel, was submitted on June 26, 1962 by the government headed by Fanfani, together with the Minister of In-

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nationalization was an introductory element for starting a process of structural reforms of the italian system, which was to take shape through "programming," that is to say, government intervention to pilot the entire economic system.

dustry, a Christian Democrat, Emilio Colombo; the Budget Minister, Ugo la Malfa, a Republican; and the Treasury Minister, Tremelloni, a Social Democrat: all members of the previous centrist government, with the conspicuous absence of the Italian Liberal Party, hostile to nationalization. The presentation of the bill in question was not peaceful. Opposing forces were operating both within the signatory political parties, especially among the Christian Democrats, and in the economic-financial sector. Fier-

ce attacks were carried out in the press controlled by the economic power, starting with “Il Sole 24 Ore” and “Il Globo,” and by the political right, the side which the electricity trust supported, led especially by Giorgio Valerio of the electricity company, Edison. The aim of nationalization was subjected to a real attack. The operation had begun earlier, under the auspices of a committee for the defense of stock and bond savings that, behind the smokescreen of wanting to defend the “small savers,” was actually the operational arm of the cartel of the

large power companies. In May of 1962, and therefore before the presentation of the government bill, in a pamphlet entitled Nationalization – Myth and Reality, the committee had collected a series of actions by economists and prominent figures, all of whom were opposed to nationalization. The presentation of the collection declared, "It is known by now that nationalization interventions have obtained bad results, which have been identified in the bureaucratization of the service, the loss of financial autonomy and the creation of centers of power that are difficult for Parliament to control. The best response to the failure of these experiments of the public control of key sectors is that, for many years now, only a few minor dictators of underdeveloped countries have resorted to such, as a quick means to consolidate their power against their political opponents.” An audacious and disparaging judgment, if one takes into account the connotations and political history of the forces involved in the change that had always militated against dictatorships. There are no surprises when looking over the list of the actions compiled by the committee, whereas the importance of the names that do appear is striking. The publication opened with an essay by Luigi Einaudi, published in the newspaper “Il Resto del Carlino”on April 4, 1962. “The structural reforms,” stated the former President of the Republic, “are mostly requested by those who want to go toward the left. […] managing public enterprises, just like private ones, with economic criteria that is agile, alien to the bureaucratic delays and tiresome controls by accountants and the court of auditors is folly.” It must be said here that subsequent events, not so much and not only those related to the management of Enel, but the universe of public companies in general, will eventually prove that the old liberal professor was right on more than one count. Another economist, then quite renowned, Caesar Turrone Bresciani, in the newspaper “Il Corriere della Sera” on April 8, 1962, saw

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government intervention to be an “expropriation of the shareholders” contrary to the principles of the Constitution. He denied clear evidence, the exploitation of a monopolistic situation by the electricity companies, as he absurdly argued that for some years, thanks to these companies, the consumption of electricity in the central and southern regions had increased more than in northern ones, forgetting that far more candles were lit than light bulbs in those regions. Great journalists of the time could not pass up the chance to beat their drums, such as Mario Missiroli, writing in the magazine “Epoca,” in April of 1962, who gave exaggerated lessons in industrial economy and finance. Starting from the premise that the demand for energy doubles every 10 years, Missiroli said that “electricity power plants are worth 3.5 trillion,” so that one had to wonder if the State were "in any condition to take on this financial burden, in addition to the one arising from the compensation for the expropriated plants.” Nor did the newspapers “La Stampa” and “Il Giornale d’Italia” want to be left out. The newspaper of Fiat, which remained at the window detachedly watching an event that did not concern it directly, added its voice to the chorus, stressing that “Western Europe has overcome the tendency of nationalization.” The Roman newspaper, having lost prestige with the end of the monarchy and siding with the right, incontrovertibly declared that “reality says no” to nationalization. Concerns were also expressed among the Christian Democrats and not at all timidly, to the point that their official magazine, “La Discussione,” in its issue number 412 of November 12, 1961, highlighted “the difficulty, in some cases, the harmfulness of the use of public enterprises for certain economic purposes,” as evidenced by French and English experiences. The fear, vivid within the right-wing Christian Democrats, showed a contradiction in terms of overlooking the “seizure of power” that the party exercised in no uncertain terms on state-owned public enterprises,

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the undisputed stronghold of the Christian Democrats. This was the “climate” in which the process of the nationalization of electricity occurred. The companies came to the appointment well-armed; the previous year, 1961, moves had been made against the measure of the unification of electricity tariffs (adopted due to the initiative of the Socialist members of Parliament, Lombardi and Anderlini), which also introduced the “mandatory provision” of energy, and thus, for the first time eroded the despotic power of the companies on whom previously the decision of “connection” had solely depended. Alongside the campaign orchestrated with an unusual abundance of means by the electricity trust, a parallel action carried out by supporters of what was called the “collusive oligopoly” was developing, aimed at eliminating the very idea of nationalization, replacing it with a plan addressed to maintaining the electric power companies as private firms, but opening up their shareholding to public participation. Supporting this proposal was the cartel of the underground agreement that the electricity companies IRI, SME (Southern Electric Company) and the SIP (Hydroelectric Company of Piedmont) had clenched with the private sector on the basis of “compensatory guarantees.” A leading figure and undisputed protagonist of nationalized electricity was the Socialist deputy, Riccardo Lombardi. In his speech to the Chamber of Deputies during the debate to approve the law on August 1, 1962, Lombardi stressed that the project “has not and will not have any punitive nature,” with its objective of a “rational use of a collective patrimony for collective goals.” The goal, he said, was “to have a potentiality able to guarantee the availability of energy, not with regard to the economic forecasts, but to the predictions of an application assessed as part of a conscious programming, ‘eliminating’ the negative influence of any of contractual and private limitations.” In the stance taken by the Socialists, a more general concept was shown and stated, that of

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“programming” intended as a policy for addressing the Italian economy in the perspective of its strengthening and its growth, which at the time was speeding along at record-breaking rates. That proposition was light years away from the authoritarian Soviet system of interventionism which it was compared to, however, by the right; the conservatives, who were then working within the government, ended up winning the game by distorting it until it was effectively annulled. The industrial and energy evolution was knocking at the door. In 1961, in the national energy sector, hydroelectric power accounted for 82% of the requirements; only 18% came from thermal energy produced, especially by industrial users, at two-thirds of the cost compared to hydropower. The ratio was fated to rapidly turn upside-down, in terms of both quantity and cost. The exploitation of hydropower had reached a point close to satura-

tion, while the power plants were largely obsolete and required enormous capital for renewal. As things were quickly heading toward thermal energy, the prospect of nuclear power arose, the costs of which were assessed to be rapidly decreasing. Economic competitiveness between thermal and nuclear power was expected over the next decade. As seen previously, the power companies were opposed to nationalization, entrenched behind the defense of “small savers.” These small savers, Lombardi said in his parliamentary speech, were being used by “the big investors and speculators, just like the gangsters in American movies who use women and children to protect themselves.” During the parliamentary debate, policy positions emerged with clarity. The governing parties (DC, PRI, PSDI) supported the bill they had presented. The Socialist Party had made an effort to do so, having put it at the center of their

political struggle. The Liberal Party, subject to the defense of companies, was opposed. In the Communist Party, after the initial manifestation of skepticism which had led the party of Togliatti to share only “the intention of the measure,” a substantial change in direction occurred: in their speeches, Aldo Natoli and Giorgio Napolitano, while “speaking with moderation,” – as Lombardi commented – conferred a positive judgment, showing an appreciation of the law. The bill was approved by a large majority of the Chamber of Deputies in its session on September 21st. With the subsequent vote of the Senate, and the promulgation in the Official Gazette of December 12th of that year, it became the law of the Republic (# 1643/1962). Its adoption led to a major political breakthrough, paving the road of access for the Socialist government of the Republic. A step backward that led to the consequences that would ensue

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for the nation’s finances and economy and, simultaneously, the clash between the protagonists of the preparatory phase. There were two issues, one relating to the disposition that had to be given to the electricity sector and then the outcome that awaited companies about to be dispossessed of their production plants. Firstly, it had to be decided whether or not to operate with a sort of “IRI-zation” or else through the establishment of a new independent body. The position of the “IRI” (Institute for Industrial Reconstruction), by nature conservative, sponsored by large sectors of Democrats and Republicans, was opposed to the establishment of a different and independent body, as suggested by the PSI. But the Socialists got their way; and Enel was founded. The second point concerned whether or not it was necessary to preserve the structure of the old companies and who the recipients of the substantial financial resources resulting from the nationalization

should be. On the latter issue, Riccardo Lombardi harshly confronted the then Governor of the Bank of Italy, Guido Carli, who had played and, in subsequent years, maintained a decisive role in the Italian situation, exceeding on both an economical and political level. Lombardi was for the dismantling of the companies and the financial settlement of their shareholders. Carli opted for saving the electricity companies, arguing that only in that way would the massive flow of capital resulting from the nationalization remain in the economic-financial system, producing new investments. Carli's thesis prevailed and the 1,500 billion lire as credit toward the State went to fatten the balance sheets of the companies, all survivors. It turned out to be a Pyrrhic victory: that enormous wealth was then squandered in failed operations, killing the greatest opportunity Italian capitalism had ever received. What followed has been well illustrated in The Master Race, by

Eugenio Scalfari and Giuseppe Turani, published in 1974 by Feltrinelli. “The nationalization,” Cappon notes, “had resulted in the emission of a huge amount of liquid capital into the hands of what was considered an entrepreneurial class. It was a historic occasion and I think that those who then fought to keep the former electric companies operating and have them be the recipients of compensations, rightly thought to have made a choice in favor of entrepreneurship. Unfortunately, we soon saw that among the former electricity groups, there was not a single entrepreneur; or that funds which had been entrusted to them dissipated in the wind through erroneous initiatives and did not produce any benefits for the Italian economy that were even remotely comparable, for example, to what had happened at the beginning of the century with the creation of the electricity industry by the nationalization of the railways.”

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the nationalization of electricity accompanied and marked the biggest political change ever enacted after the constitution, and the end of the governments of the cln (national liberation committee) which had arisen as a result of the resistance

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Ap in-depth

Defusing the carbon bomb “In the past 20 years, electricity generation worldwide doubled. In the next 20 years, it will double again. If we build those plants the way we have been building them, and run them for the 50 years we expect them to last, we will nearly double the amount of carbon dioxide in the atmosphere from when civilization emerged. […] We cannot assume that nature will just take care of this mess. We need something more than a faith-based strategy. We need to ask ourselves if we have the courage to turn the wheel.” by Danielle Fong

The power plants we are building now will define the biosphere of our planet for the next 5000 years. The math is straightforward, and stark. Carbon dioxide stays in the atmosphere for a long, long time. It takes nearly 5000 years for limestone and rain to scrub the atmosphere of carbon down to plausibly manageable concentrations. It takes half a million years for igneous rock to scrub the atmosphere down to more temperate concentrations. A coal plant, built today, has an expected lifetime of 50 years or

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more. Every year, a 1 GW coal plant throws 8 million tons of CO2 into the atmosphere - more than the mass of the Great Pyramid of Giza. It gets worse. There are roughly the equivalent of a thousand 1 GW coal plants in service today. Collectively, in a decade, they blast 80 billion tons (10 ppm) of CO2 into the atmosphere -- approximately the weight of every single living thing on Earth. Business as usual for coal plants would make more of a carbon impact that a firestorm burning every living thing on the plant. We cannot assume that nature will just take care of this mess. In the past 20 years, electricity generation worldwide doubled. In the next 20 years, it will double again. If we build those plants the way we have been building them, and run them for the 50 years we expect them to last, we will nearly double the amount of carbon dioxide in the atmosphere from when, at 275 ppm, civilization emerged, to 500 ppm, and beyond. Some policy makers say that reaching 450 ppm would be stable for the Earth. Some scientists (350.org) fear that 350 ppm – much less than the current 396 ppm – is necessary. But as our climate models are making clearer and clearer, blasting to 500 ppm and beyond is not safe territory.

We need more than a faith-based strategy.  We need to ask ourselves, what does this mean for us? For the past many hundreds of millions of years, there have been three major Earth climates. There's hot Earth – greenhouse Earth. Ice thaws and organic matter rots, releasing methane, a potent greenhouse gas, and CO2. Oceans stratify, building hot, nutrient-poor layers of water atop the oceans, preventing oxygen from reaching the layers below. Ocean life dies off rapidly, and the focus of life escapes to land. Temperate regions

become vast, arid landscapes, and fires and megastorms spread throughout the landmass.  There's cold Earth -- icehouse Earth. Glaciers blanket and mold the landscape, reflect the sun and cool the land. Life, crowded out of the land, finds its greatest vitality on the sea shelf. Oceans recede – land bridges emerge. Megafauna dot the continents. In the colder periods, the imposing glaciers grow and dominate; in the warmer periods, environmental niches for life open up, for upward new species, like mankind.

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We humans have covered 3% of the planet surface and engineered 90% of the biosphere, consuming a quarter of its output, disrupting threequarters of the fertile land, growing and replicating until we, our livestock and our pets, collectively outweigh wild nature, land and air animals, by 50 to 1 We humans emerged in a warmer period of an icehouse Earth. We spilled out and filled the alluvial plains of every corner of this planet, built towns, roads and cities, covering 3% of the planet surface, and engineered the biosphere, consuming a quarter of its output, disrupting threequarters of the fertile land, and 90% of the biosphere, growing and replicating until we, our livestock and our pets, collectively outweigh wild nature, land and air animals, by 50 to 1. Which brings us to now. This third era, the anthropoce-

ne -- the manmade epoch, is without precedent. We would have had another ice age, had humans not intervened. The atmospheric record and the climate track the technological and social development of civilization for more than a thousand years. We consume more energy than the tides and waves could ever supply – coopt more water than our aquifers can sustain, consume more of the food chain directly than any other species. We are a force of nature, rivaled, perhaps, only by the powers of the sun, wind, earth, ocean and time.

Scientists fear that our climate is moving away from its zone of temperate stability, the nice, comfortable climate to which we have been adapted. Fish swim in the oceans. Tropical diseases are contained. Tropical agriculture is possible – megadroughts, ultrafloods and superfires are avoided. Business as usual is now heading toward greenhouse Earth. Unless we do something, and do something quickly, unless we face these problems, invent solutions, and scale them up faster, in an absolute sense,

than any industry has ever scaled up before, then we will live in that greenhouse Earth. What will it really feel like? Maybe we will adapt. Life will survive; much of the planet's history is of a greenhouse Earth. But one thing is for certain. We will not find comfort easily. Greenhouse Earth is for crocodiles.  Human beings must realize that we are now in the driver's seat. We need to know where we are going, we need to talk about where we want to go, and we need to ask ourselves if we have the courage to turn the wheel.

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In intervieW

technoLogY, meDia, eLectricitY: What future? Oxygen asked Paul Saffo – a Stanford professor and one of the few credible futurists in circulation – to predict what technology will be crucial to the future economic and industrial development. Beginning with electrical and electronic technology, which in turn is the basis for the development of the media. by Nicola Nosengo

The qualification of “futurist” is no longer in fashion the way it once was. The pace at which we have become accustomed to scientific and technological developments in recent decades already makes it difficult enough to imagine what will happen in two or three years, let alone venture to make predictions about what the world will look like in half a century. Among the few who have the courage and credibility to do so is Paul Saffo, an American essayist and teacher who proudly boasts the title of futurist. Professor at Stanford University, a member of several research foundations, including the Long Now Foundation and the Bay Area Council Economic Institute, he writes regularly for “The Harvard Business Review,” “Fortune,” “Wired,” “The Los Angeles Times,” “Newsweek,” “The New York Times” and the “Washington Post.” From this observatory, he describes the changes taking place in various areas of technology and has often demonstrated the ability to anticipate their direction.

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The discovery and control of electricity was perhaps, at the time, the innovation that changed the world the most in the last century and a half. Virtually everything else came from that. Now the whole system of production and distribution of electricity is being reinvented. Will this revolution be just as important? It is a great challenge, but it is inevitable that it will happen. If we look at the beginning of the history of electricity, going back to 100 years ago or more, we notice that, at first, it was used mainly for mechanical tasks. Electricity was needed to move machines which, in turn, often made other machines. It was the phase of “stupid” electrons. The next phase began in the Forties with the invention of the transistor. That was when we started using electrons for intelligent purposes, i.e., the processing of information. From the amplification of the muscles to the amplification of the senses. With the subsequent evolution, computers started to amplify the human brain itself and this trend is still continuing. Now we are about to permanently transform the earlier “stupid” electrons into smart electrons. It would be interesting, and I don't believe that anybody has done so, to draw a graph of how the ratio of stupid electrons (those used for mechanical purposes) and the smart ones (those for information processing) in circulation has changed over the past 50 years. With the socalled smart grids, we can see that all the electrons have become intelligent. Of course, the other great revolution will be in seeing how we manage to break the double bond between the production and distribution of energy. But let's take it one step at a time. You have often written, even recently, that the electronic era is ending. What do you mean? Certainly not that computers are going to become extinct. The fact is that, more or less every thirty years, science discovers and explains some

completely new phenomenon, which in turn is transformed into technology and changes everything. The latter has a certain growth curve, as long as its driving force is not exhausted. At the beginning of the last century, chemistry was at the center of attention and led to the Haber-Bosch process for nitrogen fixation, which allowed us to produce fertilizers and explosives, revolutionizing agriculture and, unfortunately, war. Then in the Thirties, it was physics’ turn, with the discoveries about the structure of the atom which, once again, led to the atomic bomb. In the Fifties, thanks to the encounter between physics and cybernetics, the era of electronics and computers began. Now the innovative drive of electronics is still there, but it is running out. Whereas we are only at the beginning of the biology era. Moreover, it is a fact that 50 years ago, to be a NASA engineer was the coo-

lest thing you could imagine and in the Eighties, those who scored the most at parties were the computer science geniuses. To get a date with a girl today, it's much better to say that you are a geneticist. It is important to note that every revolution is built on the previous ones, without canceling them. Genomics has been made possible by the technology developed in Silicon Valley, which has allowed for sequencing the genome very quickly. What stage of development is the Internet at today and how will its development continue? Sometimes it is hard to tell whether a technology is still in its infancy and or is already mature. The Internet revolution is a bit at the point where the television was in the Fifties. The Internet is many things, which are at different levels of maturity, so it is difficult to say how mature it is on the whole. All the technolo-

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gies have a development that follows a curve in the shape of an S. They begin to grow slowly, then there is a precipitous moment of growth, then a final phase in which the curve continues to rise but at a more sluggish rate. The S-curve of the Internet began in the Fifties with the birth of Arpanet, only to zoom up in the Eighties. Now it is still growing, but it is made up of many smaller curves. E-mail, for example, which in the Eighties was the part that grew the most, is perhaps about to be replaced by the social networks. With the constant evolution of the search engines, the domain name system could become less important: it is not really important that I possess “paulsaffo.com” if the search engines are able to find me anyway. In short: some things that seemed important a few years ago will become less important and will be replaced by others, but overall the most rapid phase of growth of the Internet is ending.

But will the Internet eventually devour all the other media? Will the convergence of the media, which analysts have talked about for many years, actually happen? I have never believed in the idea of this convergence. If it were true, AT&T and the movie studios would own everything. Instead, that's not how it is; in fact, neither one is doing too well. At a technological level, there may be convergence in the sense that the same network infrastructure does many different things. But not in the way in which the media are used, on the final product. The new products and the consumer's experiences tend to diverge and remain separate. Are there innovations, perhaps less striking and less celebrated, which will be fundamental for the future? A true technological revolution that we aren't paying enough attention to is that of 3D printing. It is transforming industrial

production, leading it beyond the era of mass production. There are already military aircraft whose parts are made entirely with 3D printers, because this way the military avoids having to keep spare parts in stock, greatly reducing costs. There are parts that are made in this way now even on large airliners. There are already companies that produce commissioned pieces designed by the users – who just send a diagram made on their computer – in the number of exemplars desired. This means the end of the assembly line, which means that it is becoming cheaper to produce an object, even just a few in number, and not only if you sell millions of pieces. In twenty years' time, this technology will have completely transformed the way in which we produce objects. Let us close with a technology that, in the eyes of the general public, has not kept the promi-

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ses it has made for decades: robotics. Is its time yet to come? Robotics is already a reality. They are the drones, unmanned aircraft that to all effects are autonomous robots, and which are now more important than fighter pilots. They will soon be authorized also for civil aviation, for surveillance or rescue operations. Then there are the cars that drive themselves, such as those that Google experimented with in California, where I live. They are already a reality, perhaps not ready to circulate on the roads, but they work perfectly in industrial sites where they can move following a few basic rules and without the risk of hurting anyone. Robotics is keeping its promises and will go much further; the problem is that people continue to have a mistaken image of the robot. They are not, and never will be, those humanoids to which we have been accustomed by science fiction.

a true technological revolution that we aren't paying enough attention to is that of 3D printing. it is transforming industrial production, leading it beyond the era of mass production. in twenty years' time, this technology will have completely transformed the way in which we produce objects

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Vi visions

Without Light A look into the history of the dark, to reveal that in every age, in every form of art and religion, as well as in philosophy, for mankind, light was truth, clarity and well-being, and darkness was lies, uncertainty and poverty. by Gianni Riotta

The paintings of Georges de la Tour (1593-1652) and Michelangelo Merisi, called “Caravaggio” (1571-1610) are often juxtaposed in art history books for the intelligent use of light by the two maestros. A candle that illuminates the faces of family members intent on watching a child, a beam of light from a torch that illustrates an august martyred saint, or Christ who blesses the humble supper table at Emmaus. For centuries, they have fascinated those who look at them for their depth, warmth, details and feelings. For the people living in the sixteenth and seventeenth centuries, the masterpieces by Caravaggio and de la Tour aroused a feeling that we modern people cannot manage to grasp, if not with the help of historical memory. Light at night was so very rare. Faint stars, a full moon, and in the far north, the northern lights: otherwise, darkness. Inside the homes of the wealthy few, yes, the rooms were illuminated, but only on special occasions, otherwise a candle or a torch: just enough to give light to a table, a corner or a bed. It was pitch dark in the corridors, in the corners of large rooms; wherever that small flame could not shed any light, more darkness. At the end of the eighteenth century, the Castle of Fratta that the little boy Carlino remembers in The Confessions of an Italian by the great author Nievo, is, basically, a dark place. For the poor, sunset was the beginning of a darkness that would be interrupted only at dawn. Whenever they could see a painting, for the most part in churches, in which the household darkness had been cancelled – even if only by colors – they must have been deeply moved: so,

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it was possible that being condemned to night’s blindness was not permanent, and thus, light could obliterate the night. That is why, despite so many great artists, de la Tour and Caravaggio hypnotize us: for their exorcism of darkness. A quick look at the Bible suffices to confirm that darkness seems to be a condemnation for us human beings; “Men took the darkness rather than light,” says the Gospel according to John: III, 19, in the verse that Giacomo Leopardi uses as an epigraph to the most philosophical of his poems, The Broom: “Καὶ ἠγάπησαν οἱ ἄνθρωποι μᾶλλον τὸ σκότος ἢ τὸ φῶς.” Preferring darkness to light is the ultimate wrong, it means refusing to understand the truth: in his “Allegory of the Cave,” Plato imagines that the philosopher, seen in the light of the world and not reflected in subterranean shadows, tries to bring men back to the truth. Prometheus gave fire to humanity and for this, was condemned, darkness must continue to be a life sentence. In Hades, the Hell of the Pagans, the suffering is the dark itself. To the heartening praise of Odysseus, “You are yet the King among the shadows,” a pained Achilles replies, “I'd rather be the lowest of servants, but yet in the light.” The words that open the Book of Genesis in the Bible are the strongest lead in the literature of all time: “In the beginning God created the heavens and the earth. The earth was a formless void and darkness covered the Abyss and the spirit of God hovered over the waters.” The notes of the edition of The Jerusalem Bible (EDB, 2009) explained, however, that “the story begins only in verse 2: verse 1 is just a title.” Which is to say that Genesis begins with “The earth was a formless void and darkness covered the abyss,” and that God would not create “ex nihilo,” out of nothing, but would at least have before him the Abyss, the Earth and the Darkness, because – states the Jerusalem Bible – “the light is a creation of God, darkness is not: it is negation.” If this interpretation is correct – alas I am no Bible scholar, but I feel it to be marvelous – then the Shadows, the Darkness, already covered the Abyss even before the Creation,

overseen by the “Spirit of God” who decides to break it forever by forming the Light, the first element of Creation. Of all the great material and species that the Creation will offer, the Light is, thus, the first: and it will always be the rational icon, vision and life strategy, even in the secular reasoning of the critical Enlightenment. Caravaggio and de la Tour bewitch us, just like the peasants who could just barely glimpse it in the paintings, because in their artistic creation they repeat the primordial gesture of God and bring light into our daily darkness. If the world of darkness that came before us is by now considered to be far off and dispelled, take a look at the nighttime picture on the website http://ricochet.com/ main-feed/A-Photo-of-Kim-JongIl-s-Legacy. It is an aerial photo of the two Koreas, on Christmas Day, 2011. Dense lights cover the developed nation of South Korea and spread beyond the border with China. The area of North Korea, poor and oppressed by its dictatorship, is black, just as the entire planet must have appeared in the Middle Ages. The photo comes from the research by Brian Min, Professor at the University of Michigan, that links the dissemination of democratic institutions with the spreading of public goods, first and foremost, electricity. Lenin said that Communism was “Soviet plus electrification,” but North Korea, the last Communist realm without a market after the turn taken by China under Deng, is the darkest country on the planet. But, unfortunately, it is not alone. Even in 2011, the World Energy Outlook estimated that 1,317,000,000 human beings did not, in whole or in part, have access to electricity. 80.5% of the lucky ones are facing 19.5% who still dream of being able to light a lamp, a stove, an electric icebox, albeit primitive, or a camp stove. In cities, the percentage rises to 93.7%, but think of the lives of those who, while encamped in a megalopolis in Africa, Asia or Latin America, cannot turn on a switch to see, keep warm, cook or work. In the countryside, the data gets worse: 32% of the people live in total darkness at night. In

preferring darkness to light is the ultimate wrong, it means refusing to understand the truth: and, in his "allegory of the cave," plato imagines that the philosopher, seen in the light of the world and not reflected in subterranean shadows, tries to bring men back to the truth

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that is why, despite so many great artists, de la tour and caravaggio hypnotize us: for their exorcism of darkness

Africa (2009 data), 587 million people remain in the dark after sunset, two million in North Africa and 585 million in sub-Saharan Africa. A fact that must not be forgotten, when we Europeans complain about the waves of migration as if they were a nuisance and not an epochal movement. In the African countryside, only one farmer out of four has access to electricity, but in the Sahara, the percentage falls to 14.2% (like in Europe generations ago) and 85% of the families are living, working and struggling in the dark. In China and Southeast Asia, 182 million people have no light; in the rest of Asia, 493 million; 31 million in Latin America; and in the Middle East, 21 million people. In South Asia, 30% of the countryside is in darkness; and in booming Latin America, it is 40%. Here, in the fashion of attacking development and the GDP as if there were alternatives to growth for fighting poverty, Pier Paolo Pasolini recalls his nostalgia for the Friuli countryside, dark as to light but full of human warmth, and the “language of the children at night” (“lengas dai frus di sera”). Many speak of “decrease,” as if that which the crisis is inflicting on us were not enough, and imagine (some naively in good faith, some in cunning maneuvers) a rustic village straight out of Disney, with apple pies on the windowsill, mothers in aprons washing the dishes and whistling fathers wearing knotted handkerchiefs on their heads, reaping the corn or harvesting the grapes. It won't be like that; Virgil imagined his Bucolics and Georgics but, romantic realist that he was, Tityrus playing his flute was accompanied by the plague of Noricum, which in a single season made life impossible for men, livestock and plants. The dark and impoverished world is not a happy world. Writing of my island, Sicily, in a diary between the 20th and 21st centuries, The things I've learned, I remembered the poor, in the cities and countryside, in the ‘50s. They were not strong and happy, they were miserable and emaciated. From their hovels, from the "catoi" (as this Greek word defined the basements of the city), they lived a life of need and submission from which escape was impossible. Everything had to

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be begged for: a used razor blade, a discarded jacket, used shoes. And the one resource available was a single light bulb hanging from the ceiling without a lamp-shade, like the one that Picasso places in his masterpiece Guernica, about the destruction of Spain. How could anyone be able to study, read, talk and work with just that one dim light source? Impossible. I remember the nights of the first post-war period in Baghdad after the U.S. invasion and the fall of Saddam Hussein. The country that is so rich in oil did not produce energy anymore; the ghetto of the capital, the largest Shiite neighborhood of Sadr City, was without any light. Visible from the basements, the “catoi” of Mesopotamia, were the braziers, large copper trays filled with coals acting as half cook-stove and half floor lamp. The U.S. Army Rangers who took me on patrol with them, teenagers scared by snipers, in the end took pity on that perpetual nighttime and, like their grandfathers did in Italy in 1944, they gave out chocolate and chewing gum to the children. The photographer and documentary filmmaker Peter DiCampo has created a project of unique images, Life Without Lights (lifewithoutlights.com): there are no scenes of joy because the past has come back and there finally is no longer any light. If the City Lights, Chaplin's film that the Beat poet Ferlinghetti wanted as the symbol of his publishing house-bookstore in San Francisco, were to go dark, there would be pain, not serenity. In the village filmed by DiCampo, there is no electricity, darkness is fought with every humble means: a small generator, car headlights, some flashlights and dripping candles. “Life without lights” tells of the cold, the humiliation, the slowing of time that the endless night imposes upon families, the elderly and young people. The darkness of poverty, where even the Spirit of God seems to get lost in the obscurity. That is why Fiat Lux, “let there be Light,” is the opening of our world and our history and the pagan gift of Prometheus is the one most cherished by mankind. Because lives without light are lives without life.

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In intervieW

insights of imagination Oxygen has experimented with a small exercise of the imagination in the form of questions and answers with Licia Troisi. The aim: the drafting of a toy world, a little toy world that is not only a sketch of a possible remote-control world where intuitions and aspirations can be put to the test, but also the vision of a futuristic world. by Luca Morena

i think we will be living in an increasingly interconnected world where everyone can, at least potentially, communicate with everyone else. Whether or not this will then increase or diminish our loneliness remains to be seen

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Energy networks that are self-organized and smart, talking objects, flying objects, mnemonic tables, arcane knowledge able to transfer all human knowledge into “clouds,” self-propelled vehicles. It seems like the description of a fantasy scenario, but in reality, these are quite common or soon-to-be widespread technologies (in order: smart grids, smartphones, aircrafts, tablets, cloud computing and smart cars). One of the most famous and quoted insights of the science fiction writer William Gibson is “The future is already here – it's just not very evenly distributed.” So there are pieces of the future scattered around the planet, more or less announcing rosy scenarios for humanity. These are technologies in their infancy, experiments on a small scale of alternative social and economic models, and objects of innovative and revolutionary design. Have you ever found yourself facing objects, people and situations that made you think that these were

clear anticipations in the present of the near future? Vice versa, what are the essential ingredients of the present that you believe to be indispensable in a futuristic world? I have been reading a book lately, Reinventing Discovery by Michael Nielsen, that is about how Internet can change the way science is done. Somehow, it seems to me, or maybe I am just hoping, that it is an anticipation of a future in which Internet is exploited to the utmost. As for today, more than anything else, I hope for the evolution of elements that are already present but not widely distributed or shared: the protection of human rights, the spreading of democracy and green technologies. What, if any, is the dominant element – in the sense of a material that is particularly important and contested, a particularly widespread social practice, a recurring aesthetic motif – in the future world that you imagine? Connectivity. I think we will be

living in an increasingly interconnected world where everyone can, at least potentially, communicate with everyone else. Whether or not this will then increase or diminish our loneliness remains to be seen. A large part of fantasy tradition feeds off the imaginary – only seemingly "anti-modern" – drawn from a generic medieval past, in which the natural and supernatural powers dominate mankind and not vice versa. Do you think that a sort of “narrative escape” from a future of unpredictable technological development and economic and ecological uncertainties may also represent a way of exercising the imagination of more sustainable and only seemingly less “modern” models of society? How do you imagine cities will be in the future? I don't know if that is the main reason for reading – and writing – fantasy. Certainly, as far as I am concerned, the setting in a “technologically different” society has a certain weight; I have always missed the

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natural element, seeing as I was born and raised in the city. I would love cities where a new balance with nature can be found, in which technology allows for environmental sustainability. Moreover, technology already offers us this possibility but we are not exploiting it to the fullest. Turning on the light. What will such an ordinary gesture mean in the future? Hopefully, it will be accompanied by a greater sense of responsibility: it is something we do very lightly, without thinking of what is behind the light that is illuminating our homes. The ability to imagine alternative scenarios and conceive of possibilities is at least as fundamental in science as it is in literature. Your background in astrophysics intrigues me, both for this continuity (in the difference in the context) with its exercise in imagination and for the contrast with the classically anti-scientific narrative ingredients typical of the genre, such as the use

of magic. How do you imagine energy in the future of humanity? Will we find the energy we need on other planets? And how do you experience the continuity and discontinuity between your narrative work and your scientific background? First of all, our behavior has to change. We have to rethink our relationship with the planet, becoming aware that its resources are not infinite and that we should make sparing and careful use of them. For the rest, my hope is that we aim more and more for renewable energy. However, I think that it doesn't make much sense to look for other sources of energy around in space: it would only be perpetuating that very concept of development as robbery that is leading us to ruin. I do not perceive any discontinuity between my two kinds of work: each of us is defined by a multiplicity of interests and passions that are impossible to reduce to units. Moreover, I believe that all knowledge is one, and it is artificial to make a clear distinction between humanistic and scientific

culture. I am a curious person, I like to try to understand what the world is all about and at the same time, create new ones. The theme of mutation has always characterized fantasy literature. What do you think will be the most significant changes that we as a species will face? Judging from discussions such as those on posthumanism and the integration of technology in the human body in order to increase mental and physical performance, we are not so far from scenarios that fantasy literature has explored far and wide ... I find a hypothesis that I read in some science fiction book or article to be very attractive: the idea that evolution will slowly make our bodies less and less important, and we will evolve toward a state of pure energy, pure spirit, if you will. Concretely, I think technology will redefine the concept of the body, and it will be easier and easier to build “spare parts” for organs that don't work anymore. Of course, this will pose many questions about what man is, and the boundary between man and machine, but I would say that science fiction has already started practice on the subject. An important aspect of epic fantasy is the strength of identity that the respective communities of fans are able to arouse and the ease with which these communities tend to build up around characters and authors. You have a blog with a large following, and I think we can say that the ability to create identity and community typical of fantasy, combined with the ease of aggregation and the sharing of the social media, are a mixture of enormous commercial and creative potential. Have you ever thought of experimenting with collaborative and participatory forms of writing with your readers? No, I perceive writing as solitary work. I seek solitude when I write, I'd rather not even have anyone in the room with me while I'm telling my stories. Since I am tyrannical with my characters and my worlds, I prefer to have complete control of the situation. But I really like it when the readers are inspired by my stories to nurture their own creativity: I like it that they make drawings, write fan fiction, and reproduce the

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weapons and items. In fact, I prefer to give the initial input and then let everyone, based on what I have recounted, expand the world and story to their liking. Fantasy is also a rich source of imaginary scenarios for video-gaming, just like it has been already for role-playing games. Do you think storytelling in the future will take place largely in immersive technologies and simulations? Will gaming, fantasy and reality be perfectly integrated and indistinguishable? No, I don't think so. The great thing about books is that they require active participation by the reader, who has to imagine what has merely been written. So I think the word, written or spoken, will keep its power and charm unchanged. However, I think that from the perspective of the videogame, we are actually going toward a future where the game experience will be increasingly immersive and indistinguishable from reality. Moreover, this is the dream of every gamer, or at least, mine. Finally, how does your creative process work? The impression is that, unlike other narrative genres, fantasy aspires to create entire worlds, often in lengthy and “monumental” narratives that are infinitely more complex than the one which we have just been experiencing ourselves. This implies a certain degree of being systematic and continuously monitoring the consistency of the stories, characters and their fates. How do you organize your personal creative navigation of such long and complex narrative architectures? Yes, that's exactly it and that's the reason why fantasy generally develops as a saga. The created worlds simply “won't fit” in the space of a single volume. I try to keep the thread foremost with the help of my editors, who come to my aid when my memory fails me, and also by making many outlines right from the outset when constructing the world and planning the plot. In addition, when I write, I always have the previous chapters of the saga in the electronic version at hand, in order to easily search for that particular detail I can't remember or some episode I am not sure of.

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Sc scenarios

energY 3.0 Energy moves and it moves the society of Italy, its history and its economy. First, the driver of the economic boom and consumer society and then, the lymph of the postindustrial economy, now energy is experiencing a new challenge: to become innovative in order to solve the problems and needs of a future that, even though it seems a bit utopian, should not be long in coming. by Simone Arcagni

appliances are perhaps the clearest symbol of wealth and a new society: italian housewives are presented with refrigerators and gas stoves, young people with record players, and living rooms feature a television set

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In the Sixties, the economic boom was in full swing and Italy officially joined the ranks of industrialized countries. In the streets, in homes, bars and offices, electricity erupted with a force never before seen in our country: electric lights, appliances, a television in almost every house, the car and the Vespa motorcycle are all symbols of a new status and new consumption. The cities fill up while the countryside empties out; for the generations of those years – albeit with considerable difficulty and trauma (for example, the phenomenon of migration, both internal and abroad) – the years of war and the terrible post-war years are a thing of the past. Appliances are perhaps the clearest symbol of wealth and a new society: Italian housewives are presented with refrigerators and gas stoves, young people with record players, and living rooms are arranged around the television set. Electricity allows for the push toward a freedom that can be found in consumption. It is not just a positive history; shadows and light play upon this epochal change in the country, but the obvious sign is the transformation in the direc-

tion of industry and consumption. And electrical power is the engine and the basis of this mutation. Over the course of these last fifty years, something else has been going on: in line with other industrialized nations, a new change has been modifying Italian society, transforming the country's economy from an industrial one to a tertiary one of services and media. Electricity is crucial in the race for consumption, and publicity and information mark the change: television (first) and the new media (afterward) are the means by which advertising, information and entertainment “colonize” our society. Italy sells its brands throughout the world during the Eighties, the years when the so-called “Milano da bere” (“Milan to drink”) is the capital of the economy, trade and media. “Made in Italy” means fashion, advertising, design and television. High quality and services for communication and information. In this decade, there is a shift from home appliances to the television, that moves from the living room into the kitchen, the master bedroom and the children’s bedrooms. There are more and more channels and television viewing is facilitated first, by the remote control and then, by recording devices such as VHS and DVD players. And alongside this phenomenon, another screen appears in homes and offices: the screen of the computer, that giant and slow electronic calculator, good only for movies and sci-fi series, has become a common object. With the computer and Internet 2.0, digital technology comes into our lives and not only changes our habits, but also our culture, projecting us decisively into a post-industrial economy made up of services for communication and information. The computer, Internet and cellular phones propel our society into the era of advanced communications and information. Electricity is no longer just the lifeblood for the operation of heavy appliances; it has become the ethereal thread holding people's communication together. Communication that is becoming easier and easier, faster and more personal. The shift from hardware to software is not only a technological issue, but also a way of thinking, acting and informing.

From a “hard” society of heavy appliances to a “soft” one of the dematerialization of the device. Now, in 2012, we are about to enter into another phase of hyper-communication, where we will go from a few billion connections to perhaps hundreds of billions of them, according to data from the EU. The Internet is also changing: from Internet 2.0 to Internet 3.0, where every apparatus, appliance and device turns into a computer able to communicate with the users and other devices. This is the “Internet of things” (the University of Tokyo is the most important research center, but there is also an observatory at the Polytechnic Institute of Milan). A revolution made up of chips and sensors, and thus, by the computer that, no matter how small and portable, moves into another phase of dematerialization. Mobile phones have become veritable pocket computers that can be connected and provide features that were previously only the prerogative of other devices: a smartphone is a phone, a television, a computer, a camera, a camcorder and much more. A continuous evolution that the interrela-

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in fifty years, the use of energy has changed, but energy itself will probably change, too. so a new panorama stands before us, and above all, a panorama that is changing with increasingly dizzying speed

tion between science, technology and industry offers to citizens who have become the users. All the big players in the IT world are working in that direction, to open doors in the near future which will lead us to wearable computing, for example: computers that can be worn as if they were extensions of our bodies, after passing through the clouding, or the “cloud” of data out of the hardware which is always available to the user. A future that is vaguely sci-fi, in which the holographic image will make the screens of our devices obsolete. In fifty years, the use of energy has changed but energy itself will probably change, too. So a new panorama stands before us, and above all, a panorama that is changing with increasingly dizzying speed. Looking at the past 50 years and trying to predict the next 10 on the basis of the processes undertaken, visions arise of a world of dynamic, and even invasive, energy still with some unknowns and problems to solve: the problem of copyright, and thus, data management concerning the copyright, which is the basis of the possible expansion of

Internet; that of a single standard for the technology that will enable the real synchronization of the connected world; that of the emerging countries and the questions they pose: to what extent will their eventual entry into the global market affect us? And how much will they bring to the original model of communications that the West has defined? And finally, there is the problem of supply sources; the main challenge seems to be precisely this: new energy for a changed energy requirement, for a society that is once again changing and at an increasingly accelerated rate. A challenge to the sources and supply of energy, but also to its use. A challenge that seems to be envisaged as the creation of a mix of energy and different, diversified sources. Photovoltaic, wind and other forms of renewable energy are all called upon to participate in the construction of an innovative energy system. But the citizen is also being called upon to use energy more wisely and to know how to choose, to think and participate. The turning point seems to be going in the direction of consumption, favoring models

that challenge wastage and allow for the storage of energy and environments with zero dispersion. Therefore, constructing in an intelligent manner (smart is the watchword of these years), making buildings, districts, neighborhoods and cities independent, creating a capillary diffusion of energy based on the model of the Internet. A comprehensive system that brings together designers and large businesses, both public and private, local and global. The Smart City projects show the way to smart consumption and differentiated supplies, while paying particular attention to the problem of pollution. Our behavior and our habits have become fundamental, as are the plans that accompany them and help them, and therefore, Europe has increasingly come to be the motor capable of propelling and the network that is able to give rise to the best results and to share them. For example, the “Smart Cities & Communities” project, which aims to create a European pact of sustainability, creating a network of "intelligent" cities. In Italy, Milan, Bari, Turin, Genoa and Sardinia

have already made moves concerning contract bids for an intelligent energy management system. A new model of energy use is apparent from these bids. A structural model that covers several aspects: construction, for example, for making processes of heating and cooling efficient and intelligent; photovoltaic energy; the use of materials that prevent dispersion and thus, energy efficiency with studies regarding its storage. And in addition: the mapping of the networks, to make them efficient and also make the data available to citizens to increase their participation in the entire energy cycle, thereby forming a responsible, democratic citizenry. “Smart” and collective intelligence means the utopia of a better future: the “Internet of things” can become the true soul of the planet, a collective and participatory intelligence putting things and people into contact and in communication; a soul that, once again, needs ideas and energy to function. And so the other utopia to aspire to concerns that of the energy to sustain it, which will have to be new, clean, sustainable and effective.

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Co conteXts

itaLian energY for internationaL Design Throughout history, design has accompanied the spreading use of electricity and electronic objects that populate our homes. From hydroelectric plants to household appliances, from pylons to laptop computers, up to the involvement today in energy savings. by Gilda Bojardi

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Looking over the fifty years of history of Italian energy, alongside the events of the development of a large company like Enel, it has meant necessarily relating the modality and distribution of electricity in our country to its economic and social development, as well as to the changes in the behavior of Italians at home, in the office and at the workplace. This means understanding the link that electricity has and has had with everyday life and with the objects that surround us, the “necessary tools” we use in many aspects of our daily lives: from the commitments of work to the intervals of leisure time, from the private moments dedicated to care of the body to those for relaxation. It is clear that almost all the deeds done in a day, restricted by the use of objects and equipment, are related to the world of design and, consequently, to the energy that can “activate” them, making them operational and useable, complementary “tools” of our daily life. But before involving our private lives and the world of objects, the pro-

duction of electricity directly affects the landscape around us, the cities and architecture. Just think of the period of the development of the hydroelectric plants in the first half of the twentieth century, designed as representative and figurativelycharacterized architecture – a good example of reference consists of those in northern Italy designed by the Milanese architect Piero Portaluppi – up to the modern, functional and educational buildings such as the projects for Enel curated by Michele De Lucchi with different solutions of composition, related to different contexts and functionality. Another “environmental sign” distributed throughout the country, from the North to the South and including the islands, is composed of the almost infinite number of electricity pylons, lined up as far as the eye can see. Also in this case, the culture of the design and project was broadly expressed at the International Competition, “Supports for the environment,” held in 1999 by Enel with the aim of designing supports for the aerial lines con-

veying high-voltage electricity to be installed in rural and urban areas that would have a more harmonious interaction with the Italian landscape. A significant experience that, even though there was no concrete development of a “system,” had the merit of drawing international attention to an artifact commonly seen only for its “functionality” and which instead, in this way, became an opportunity to contribute to the quality of the built-up landscape. The results of the competition, won by Norman Foster and which involved designers such as Aldo Aymonino, Achille Castiglioni, Michele De Lucchi, Giorgetto Giugiaro, Corrado Terzi and Michel Wilmotte, still appear very relevant today, more than a decade later. However, to better understand the relationship between electricity and design, the scene of reference is the household landscape – and more specifically, the world of interiors – to comprehend the changes of the use and related interactions between form and performance, and between aesthetics and sustainable

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the link between the design plan and the class of energy efficiency is also growing with regard to any electronic device that has left the household world to enter the office and the workplace

design, which has developed in fifty years of history, and not only in Italy. Among all the everyday objects that have marked and characterized the evolution of household scenarios, appliances have played a primary role. Having entered into the homes of Italians in the Fifties as status symbols, the expression of a rising bourgeoisie, “desirable objects” for ordinary citizens with few resources after a dramatic war, the appliance, and now by extension, the TV and hi-fi, have become essential players in our lives. Appliances have also had to deal with the aesthetics of consumption, where in addition to the features and technological innovations, the degree of emotion and seduction that the object is able to produce contribute to the success of a product in terms of its communicability. The case of home appliances, however, adds important specifics that link the value of the shape and the design to high technology, comfort and safety and, increasingly, to the service offered, meaning above all “energy consumption.” This is how energy becomes part

of the design plan, taking on a primary role in the showroom and in the retail spaces: alongside the formal solution and technical specifications of the tasks carried out by the appliance and all the various household “robots,” they are labeled showing the energy efficiency classes according to the regulation EN 153 of May 1990, Directive 94/2/ EC. These are criteria that allow consumers – on the basis of similar data from different manufacturers – to immediately assess the energy consumption on a scale ranging from “A” (the most efficient) to “G” (the least efficient); this is the performance scale that is also used today in the housing market. Considering their obsolescence as one of the factors responsible for environmental pollution, the “home machines” implemented a first moment of energy saving as a more durable product over time, to then move toward more ethical behavior aimed at achieving greater environmental responsibility. We can state that the very category of “electronic machines” for the home,

in relation to their use and energy consumption, has developed the figure of the green consumer. This is a new kind of consumer, emerging by now in countries with advanced economies, who evaluates the product with an eye toward “fair and informed” buying, and in addition to the formal and emotional values of the object, extends the selection criteria to the technological aspects, but viewed in close relation to environmental issues and in relation to values of an immaterial sort, such as the fact that the object takes on the role of catalyst of information and innovative and advanced content from a cultural point of view. A criterion, one that links the design plan to the class of energy efficiency, even if essential now for the appliance market, that is also growing with regard to any electronic device, along with television and hi-fi sets, that has left the household world to enter into the office and the workplace in general. From the electric typewriter to the computer on every desk, from the regular office to the “nomadic” one (which all of

us can make happen with a laptop computer), a scenario has been set up that links design and energy in a synergistic and parallel way. Without a doubt, electronic objects have changed the Italian way of life and leisure; and the electricity in our country today that supplies the international design objects produced in Italy has found a happy and creative playground, as well as a flexible and advanced manufacturing system that allows experimentation unthinkable elsewhere. But besides the classes of efficiency, technological innovation and performance offerings, the playful and emotional aspects of the electronic object remain. In this regard, Umberto Eco wrote: “The postmodern forms are possible not because they are opposed to modern design, nor because they are subject to an inferior idea of design, but because ‘good’ design, in which the form follows and communicates the function, is dead. […] Even though I am an apocalyptic cynic, as I write, on the radio there’s Mazinga playing Beethoven, which I really like.”

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the internet of things: When it's the smartphone that controLs the house The term "home automation" is not yet known universally and technology still frightens some consumers. But we are closer than you would think to having a smart home, one that is safer, more comfortable and more energy-efficient. All controlled by our smartphones. by Luca Salvioli

the objective is to develop the smart home, able to selfregulate its electricity consumption by staggering the starting of the electrical appliances in the evening hours and coordinating them with the possibility of managing them with the smartphone

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Now that the software for managing our days is contained in an object that we pull out of our pockets dozens of times a day, and only sometimes to call or answer the phone, our life has changed forever and opened up to a world of new applications. For some time now, experts have been speaking of the Internet of things, referring to the pervasiveness of Internet that will soon envelop objects of every kind, connecting them in a “cloud” that is ready to dialog with hundreds of other objects. The remote control once used to change TV channels can now be the control panel of our home. It can control the temperature of the various rooms, turn on appliances, receive warnings concerning possible intrusions and remember the expiration date of items in the fridge. Even at a distance. The technologies that enable controlling the building now assume importance because of their ability to interact and be managed via Internet. Today, the remote control can be a smartphone or a tablet. It is not just a matter of sending signals, but also of receiving the result of the silent work that digital technology does in different areas of the building, with the promise of increasing our productivity, reducing wastage and increasing safety. Provided that all of this is kept simple for the individual. "We created some focus groups which have demonstrated that technology in and of itself still scares consumers. The aspect of control, the ‘Big Brother syndrome,’ prevails,” explains Angela Tumino, research director of the Internet of Things Observatory at the Polytechnic University of Milan. “The response completely changes when shifted onto services. The proximity to the needs makes it familiar.” This is the great lesson of Apple, which has built its extraordinary success in recent years on the manufacture of products with a very simple interface that introduces the user to a myriad of applications. The technology is there but it doesn't show. Home automation, on the product front, is already a reality. Less so concerning the applications and, especially, the standards enabling objects to

communicate with one another. What services are already widespread? “Among the traditional solutions, there are car alarms, in some cases managed by the mobile phone. These range from the text message alerting the user that an intrusion is in progress to applications linked with a camera that shows what is happening at home in real time,” continues Angela Tumino. The Polytechnic’s research, which was published a few weeks ago, devotes an entire chapter to the home applications of the Internet of things. Still speaking of the present, it is possible to switch hot water boilers on and off by remote control, a function requested specifically for second houses. “Then there is the management of different lighting scenarios, still not very widespread actually, and services for the elderly and the disabled, helping them to try to live as independently as possible. Energy management, meaning the solutions which monitor the loads so as to reduce fuel consumption, is a particularly relevant chapter. The applications range from homes to industrial buildings. Intesa San Paolo Bank has achieved a more than 3% reduction of the electricity consumption in its main branches through precise monitoring of the energy use. Among the 140 applications identified in Italy and abroad that have started up in the last five years, one out of three is aimed at managing energy resources. Italy holds a record in this field. At the end of 2011, almost all electricity meters installed in Italy were “smart,” so that the most widespread network of connected objects in our country is certainly that of electricity meters, with over 34 million units installed. Smart meters are the first step toward smart grids, which will ensure the proper billing of consumption with a greater transparency for the consumer, the introduction of energy saving policies through new pricing schemes, the reduction of operating costs and greater efficiency in the distribution system. At the European level, a communication standard that applies to all is being established. Meanwhile,

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the research continues. The consortium Energy@home is a home automation platform that Enel, Electrolux, Indesit and Telecom Italia have been working on for two years. The objective is the development of the smart home able to self-regulate its electricity consumption by staggering the starting of electrical appliances in the evening hours and coordinating them with the possibility of managing them with the smartphone, even remotely. And then there is lighting, burglar alarms and microwave ovens. 2012 is a decisive year: the laboratory will be left in order to conduct the first field trials. Each connected product has its own internal microprocessor and chip that can communicate with others through the ZigBee standard of the wi-fi family. The estimated savings are between 10 and 30% of consumption. Another Italian project is Home Lab, set up by Indesit, Ariston Thermo, Gruppo Elica, Loccioni, MR&D Institute, Spes, Teuco-Guzzini and the Polytechnic University of the Marche. The consortium wants to set the standard for communication and inter-operability between products and services within the home and proposes itself as the “technology enabler” for Italian companies by providing a network of companies, research centers, technology and facilities. Andrea Merloni, President of Indesit and of the Home Lab consortium, during the inauguration of the project last April in Fabriano, in the Marche, in fact, pointed out that “Italy is still at the forefront of energy savings. This is a great opportunity for Italian companies working on products regarding the house to share research on the integration of home systems and the reduction of energy consumption.” Abroad, there are already some pilot projects of that nature, and they will take shape here in Italy in the coming months. An example is the pilot project launched six months ago by General Electric and the Louisville Gas&Electric Company in the United States, using smart appliances that regulate their operation on the basis

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of the price dynamic of energy. “Smart appliances is an area to be explored, one of the next frontiers of home automation,” states Angela Tumino. “You connect to the smart grid and take the price of the energy at that precise moment. Thus, it acts in a dynamic manner and allows for managing the washing cycles in such a way that they do not exceed a certain threshold of consumption, and so on.” Instead, in the industrial sector the development of integrated technology in the environment is linked to safety: cross-checking the data on the presence of people with data concerning potentially hazardous areas (a gas leak, fire hazard, etc.) Smart appliances are coming onto the market. In Las Vegas in January, at the CES, the largest consumer electronics fair in the world, LG and Samsung introduced a wide range of household items connected to the Internet: washing machines, air conditioners, refrigerators with functions that can be controlled by the TV remote control or by your smartphone. The LG refrigerator notifies you via its LCD panel or by mobile phone, reminding you when some food item is about to expire (a “reader” sees the date once it is placed in the freezer). In addition, there can be recipes, tips on consumption optimization, and so on. Easydom, Microsoft and Samsung, instead, have created a digital home project that manages the appliances and lighting, as well as music, videogame consoles and regulation of the blinds. Everything you can think of doing inside the house can be handled by the smartphone with the Windows Mobile operating system. The specific software introducing the house of the future is called Next. Home automation systems controlled by Next have already been installed in some demonstration apartments of the Eurosky Tower project in Rome, the tallest skyscraper in the Italian capital. The door opens with the key, the lights are turned on and off by scrolling up and down on the smartphone. And thus, we are entering the last frontier of the digital revolution.

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the green shocK to the automotive inDustrY After much talk, there are several models of purely electric cars now coming onto the market; a technology that, thanks to the experiments underway also in Italy, has proven to be widely reliable and fully ensures road safety. In order to increase the competitiveness of the electric car, it will be necessary to reduce the cost of the batteries, expected to be halved by the end of the decade, and to build an adequate system of fast charging stations. by Roberto Rizzo

If in Florence, starting in 2016, non-residents will be allowed to drive only behind the wheel of an electric car, in Milan, these vehicles have already been exempted from paying the entry ticket into the city center, and since last October, car sharing has become available in Paris with 250 electric cars made by the French group Bollore, designed by Pininfarina (the number will increase to 1,740 by June). Never before as in these last few years has the electric car generated such strong interest in the general public, policy-makers and major manufacturers: from Renault-Nissan to PSA PeugeotCitroen, from Toyota (the first Prius plug-in hybrid is about to be launched on the market) to SmartDaimler (Enel and Mercedes have promoted the e-mobility project in various Italian cities, with over 100 Smart ForTwo Electric Drive cars and 400 charging stations). Not to mention the electric Fiat 500, whose production in series for the U.S. market will start in 2012 at the Chrysler plants in America. The great advantage of the electric car is that it also permits mobility using clean energy such as solar, wind and hydro-electric power: in this case, there are practically no emissions per kilometer traveled. But according to the data of CIVES (Italian Commission for Electric Road Vehicles), even charging the batteries with the Italian electricity mix consisting of more than 80% from low carbon sources (gas and

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renewable sources), the emissions would be about 80 grams of CO2 per kilometer. Therefore, these emissions are lower than those of the Prius hybrid (about 90 gr. CO2/ km). Even using the energy produced by the most polluting coal plants in Eastern Europe, the emissions would still be quite limited, amounting to around 110 grams per kilometer. Just to make a comparison, in the 2010 ranking of cars sold in Europe, the most virtuous car-makers were Fiat, Toyota and PSA Peugeot-Citroen, with an average of 126, 130 and 131 grams of CO2 per kilometer, respectively. What we have just described is not the only advantage of the electric car. These are, in fact, vehicles whose mechanisms are simplified compared to traditional ones: electric cars are fitted with fewer moving mechanical parts, which is why the vehicle is quieter, easier to drive (the transmission takes place at a fixed ratio and the cars are single speed) and the maintenance is less complex.

Batteries and chargingsystems The recent rediscovery of the electric car has stemmed, on the one hand, from the urgency of finding alternatives to oil and polluting sources whose proven reserves, according to the BP Statistical Report 2011, will suffice for only forty more years if the present rate of consumption continues. On the other hand, the electric car has had a great boost from the development of lithium-ion batteries, introduced on the market by Sony in the early Nineties and which have now become the standard for portable applications, such as mobile phones and laptop computers. Much more efficient than nickel-metal hydride and lead-acid batteries, the lithium-ion batteries do not suffer from memory effect (they do not lose capacity if charged when not fully discharged), and lithium is an element that is reasonably available on the Earth's surface. According to a recent study at Yale University, the world's reserves of this metal are estimated at around 39 million tons (19 of which can be safely removed: the countries where more than half of the lithium reserves can be found are Bolivia,

Chile and the United States), whereas by the end of the century, even assuming a large development of electric mobility, the overall demand for lithium should not exceed 20 million tons. So, there is a lack of one million tons, but the hypotheses by the American scientists are very conservative and, in all probability, the largest deposits will show higher exploitation levels than those estimated previously. So, isn't everything all right? Unfortunately not: there are still some obstacles in the path of lithium-based mobility.

Costs and charging stations First and foremost, there is the cost of these batteries, which is about 450-500 euros per kWh. Electric cars on the market today typically mount batteries ranging between 15 and 35 kWh, which means that the battery alone costs at least 7,000-8,000 euros. If we add the lack of economies of scale, this explains why electric cars cost an average of two or three times more than the corresponding internal combustion ones (just think of the Peugeot iOn four-seater model that costs about 30,400 euros “keys-in-

hand,� while the Smart ForTwo Electric Drive for two people costs 19,900 euros excluding VAT). The price that is initially higher, however, is compensated by the cost per kilometer: thanks to a more efficient motor, traveling a mile with an electric car on average costs five times less than with an equivalent, internal combustion car. The competitiveness of the electric car is bound to improve soon, since the goal of manufacturers is to halve the cost and weight of batteries by the end of the decade. This equals an autonomy which today is between 100 and 160 km, distances well above what is covered by cars in Italian cities in one day on average, which is less than 40 km. The charging time problem now also seems to be resolved. Fully charging a battery of medium size (20-30 kW) at 220 volts (the voltage of a typical household) takes 6-8 hours, but the stations/columns can be made to recharge with the power of industrial applications, i.e., up to 380 volts in three-phase mode. In this case, charging 30 kWh takes about one hour. There remains a second obstacle: the lack of a suitable network of char-

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the battery of an electric car costs at least 7,000-8,000 euros; if we add the lack of economies of scale, this explains why electric cars cost an average of two or three times more than the corresponding ones with internal combustion motors

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“fording test,” which verifies that no kind of infiltration occurs in the individual components. “The electromagnetic compatibility is also important,” Mapelli continues. “Large electrical currents are circulating within the vehicle and, thus, electromagnetic fields are generated that must not exceed the limits of the law relating to human health damage. The cables must also have adequate insulation and must not become damaged over time. Furthermore, it is necessary to make sure that the electronic systems are not subject to electromagnetic pollution; in other words, turning on your mobile phone mustn’t turn off the engine. An additional safety factor is the presence of the inertial sensor, a device in current vehicles that, in the event of an accident, acts to turn off the engine while in electrical vehicles, it opens the switch closest to the battery.”

The new-generation batteries

ging stations to support a market that, hopefully, is bound to grow very rapidly; out of a total of about 100 million new vehicles in 2020, Bosch estimates that about three million will be electric and plug-in hybrids. “A column for charging electric cars costs around 5,000 euros, therefore much less than traditional gasoline pumps,” explains Pietro Menga, president of CIVES, “and experiments that have been carried out in several Italian cities have shown so far that the technology is reliable. We are also collecting information on user behavior. In the early stages of testing, the uncertainty stemming from the fear of running out of energy drove users to charge their car almost every day, but later, after having verified what the actual performance was, the car would be charged less often, until reaching an average of once a week. We can conclude from this that a network of charging stations is not a prerequisite for the emergence of a strong market for the electric car.” For those who do not have easy access to charging stations, or who will not want to leave their car

charging for a medium-long time, Renault-Nissan has developed an alternative technology in collaboration with the Californian company, Better Place. It is a matter of a fast-change system of the batteries by a robot which takes 40 seconds to perform the operation. RenaultNissan has proposed a special commercial offer that includes giving customers the opportunity not only to buy but to rent an electric car and undersign a subscription that will include the rental of the battery and mobility services. In this way, the vehicle is being proposed at a price comparable to that of a thermal vehicle with a diesel engine, which is equivalent in size and level of equipment.

The cars' safety The electric vehicle is part of the automotive world, where there are standards and required tests established by the international organization ISO (International Organization for Standardization): the crash tests, the elk test, measurement of fuel consumption and performance, etc. However, these vehicles have on-board electrical components whose regulation co-

mes under the responsibility of the IEC (International Electrotechnical Commission). “The two agencies are collaborating to create the regulations applying only to electric vehicles,” explains Eng. Ferdinand Mapelli of the Polytechnic Institute of Milan, “and at this stage, a fundamental role is being played by manufacturers participating in the international technical meetings where the tests and standards are defined. From the point of view of safety, the crucial element, assessed through the frontal and side crash tests, is that, in the event of a collision, the battery stays where it is and doesn't end up where the passengers are seated. Secondly, it is verified that the cradle holding the battery, in the event of a collision, becomes deformed and possibly damages the battery itself, but without spillage of the electrolyte. This, too, is in the case of a collision with a sharp object.” In electric cars, the batteries are generally positioned under the seats, in a central and protected position of the vehicle. The degree of IP protection against water is also important: cars must pass the

Today, scientific research is geared mainly toward optimizing the recharge time and guaranteeing the autonomy of the lithium-ion batteries, but further research is underway to test new types of electrolytes. Here are two of the most important ones. Within the European project “Storage,” hybrid materials are being developed based on fibers of carbon and lithium ions which can form the car body but also act as an energy accumulator. The materials made of carbon have the advantage of being solid and, at the same time, lightweight but they are particularly expensive. But if the two things were to be combined (accumulation and auto-body), it would be a win-win solution. Another research project is being led by the interest group of the Fraunhofer Institute for Chemical Technology in Pfinztal (Germany), which has developed a battery that recharges the flow in a few minutes, just like gasoline-powered cars at traditional distributors. In the flow batteries, the energy is conserved in the electrolyte, i.e., in the liquid in which the electrodes are immersed: when the electrolyte is discharged, it is removed from the battery and replaced with a new charged electrolyte; an operation that takes just a few minutes.

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DIffERENT moDELS

Dv data visualization

of electric cars on the market in 2015, produced by 45 different auto manufacturers.

2015 obJective

According to a recent study carried out by IHS Automotive Supplier Business, by 2015 there will be between 700,000 and one million electric vehicles in circulation. This will be the business sector of vehicles in the coming years for 45 car manufacturers, with over 75 models of electric cars. Instead, according to another study (Plug-in electric vehicles) carried out by Pike Research, electric cars and light electric vehicles will increase at a sustained annual rate until reaching the significant quota of three million vehicles by 2015. In any case, the various estimates are simply confirming the trend of the sector toward sustainable and electric mobility. The boom in electric vehicles will see a face-off in the various Western and Chinese markets because, in recent years and in this sector too, China has dictated the law for green technologies and investments in the green economy; something that Western markets, instead, have not heeded with the same shrewdness. As for Italy, estimates say that if between now and 2020, one out of every five new cars were electric, the country would have a fleet of about 10% of its cars with no emission of greenhouse gases or smog, resulting in a savings of over 5 billion gallons of gasoline (the annual consumption today is around 13 billion liters). Moreover, if the new fleet of electric cars were powered by renewable energy, Italy would cut down the emission of greenhouse gases by almost 6 million tons (1.1% of the national total).

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20.000 LEAf CARS

sold in one year in three different continents by Nissan. The LEAF is the world's most popular electric car (coming on the market in Italy in April 2012).

252 km/h

is the speed reached on March 17th – on Lake Ukonjärvi in Inari, Lapland - by the Metropolia E-RA, the electric GT made by the University of Helsinki: it is the world's fastest electric car on ice.

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SmART ELECTRIC CARS in Milan, Bologna, Pisa and Rome: used by the electric transportation pioneers who have signed a four-year contract of 400 euros per month plus VAT as part of a project, also supported by Enel.

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Ft future tech

batteries of the future There are many technologies being called upon to solve the problem of storing energy. The study is still open, but for now, here are some suggestions: the batteries of the future will be nano, wireless, zinc-air and liquid metal. by Giorgia Scaturro

To call them “batteries” is perhaps an understatement. A combination of technology, ecological hope, futuristic ideas and, of course, electricity is perhaps the best way to define them today. Take a look at Justin Hall's Nanoholdings, for example: his mantra is “nano is the future of energy.” Hall has traveled all over the world to put together a team of scientists, as well as establishing collaborations with leading universities. Six and a half years later, the first results have come in concerning the generation, transmission, storage and conservation of energy, or rather “nano-energy” created starting from electrons. According to Hall, in the future, nanotechnology will replace fossil fuels and nuclear energy. The basis is Versafilm™, a thin and transparent conductive film made of carbon nanotubes. Some examples are thin-film transistors that emit light and produce efficient energy for screens, televisions, computers and touch screens. “For the first time, we have the ability to take an atom and use it the way we want to. Therefore, very powerful things can happen. The grid of tomorrow will be a ‘non-grid,’ because energy efficiency will be free,” says Hall. Meanwhile, there are those – such as Bill Gates – who are concentrating on the revolutionary liquid-metal batteries that were conceived by Donald Sadoway, a professor of materials chemistry at MIT in Boston. A solution to make energy storage cheaper, Sadoway's idea consists of using the process of aluminum fusion for creating giant batteries that are made of liquid metal. The existing prototype is a battery as big as a pizza box that is capable of producing 1 kWh

of energy. The next stage will be a lithium liquid-metal battery the size of a table that is 90 cm in diameter, silent, has zero emissions and is controlled remotely, and which should be able to cover the daily needs of 200 families. From aluminum to the zinc of the “Eos Aurora,” the new zinc-air batteries “lasting thirty years,” developed by Eos Energy Storage, conceived for electric cars and commercial industries. According to this American company, these batteries have the potential to be absolutely the cheapest technology, also compared to those with ions of lithium or sodium sulphide, now used for the grids of energy storage. Zinc is considered safe, very abundant and cheap, and although recharging batteries of this type has been difficult so far and not efficient because air can cause damage during the charging process, Eos Energy Storage seems to have solved the problem by using a different type of electrolyte. The objective is to produce batteries that, compared to other zincair batteries, can recharge up to 10,000 times without degrading. Whereas for the time being, Eos

has managed to achieve just over 2,000 recharges and has not yet begun to focus on electrical transport, the celebration of a “revolution” in electric vehicles is going on at MIT, which has launched semi-solid quick-charge batteries. These are lighter and more economical, and combine the technology of “flow batteries” (composed of liquids) with that of normal solid lithium ion batteries. The result is a semi-solid flow battery with an energy density that is 10 times greater, which recharges easily because only the fluids need to be replaced, and which can be used not only to recharge electric cars, but also to store energy produced from renewable sources. And how would it be if, in order to recharge our electric car, all we would have to do is park it in the garage and let it do the rest on its own? Audi is already working on this idea, and in doing so, it uses WiTricity, the wi-fi recharge technology developed by MIT. In practice, this wireless recharging mechanism uses magnetic fields activated by two coils of metal – one that is located inside the garage or parking area and the other one within the car – to transfer current

to recharge the battery. The principle of transmitting electricity without wires originated with the famous scientist Nikola Tesla and was revived by researchers at Stanford University (in particular, by the Center for Automotive Research – CARS), using magnetic fields that are able to transmit 10 KW of electrical energy between two coils, placed at a certain distance along a path two meters in length. The ultimate goal is to one day have entirely electric highways where cars can recharge directly while traveling, thanks to wireless sources.

aire this is a special mask with tiny wind turbines that convert breath into energy, allowing you to recharge cell phones and ipods. the more you breathe, the more energy it produces. it is an idea of the brazilian inventor, Joco paulo lammoglia

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Ts science at the toY store

on mars, With Lego Lovers of the red planet, budding young astronauts, Spirit and Opportunity can be yours. The two Rovers sent by NASA to Mars are landing in your living room, thanks to a LEGO project: Mindstorms. The end evolution of LEGO Technic, Mindstorms makes us forget those dear old bricks used for generations to construct buildings, machinery and transport equipment. The toys now found on toy store shelves are no longer what they once were. And LEGO products are no exception. Quite the contrary. They are keeping up with avant-garde technology. by Davide Coero Borga

The make-it-yourself robot With Mindstorms, you can build and program a real robot and make it do whatever you want. And with the purchase of a kit of LEGO bricks, you get everything you need to build and program a unique and intelligent robot. Making it perform different ta-

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sks and operations is the responsibility of the child-programmer. The study and application of robotics by children develop a very active attitude toward new technologies: the robots, being real three-dimensional objects, perfectly simulate human/animal behavior. The toy makes a technological leap, abandoning the more traditional constructions and embracing information technology and robotics.

What is in the box besides the bricks? Over 600 pieces: the elements to build the main structure, including the gears, wheels, tracks and tires. A microcomputer acts as the robot's brain. Two touch sensors help it to feel the space in which it moves. An ultrasonic sensor allows the robot to see and detect the movement of other objects in space. A color sensor is able to recognize different colors and monitor the intensity of light. Three interactive servo motors with built-in rotation sensors (accuracy is +/- one degree) facilitate the movement of the robot. A series of cables connecting the motors and sensors allow for

dialog via computer. LEGO Mindstorms NXT is the second generation of robotic products by the LEGO Group, which was first launched in 1998 with the Robotic Invention System. NXT 1.0 has been a huge success: intuitive, icon-based dragand-drop, it is a software that is simple enough for new users and flexible enough to provide power for advanced users. By selecting blocks of the program working with motors and sensors, you can create programs that range from simple to complex. And everything others have already built can be seen online. You can share your own inventions with them: a community of nerds, passionate and enthusiastic children, who can also be found in real life at dedicated events and competitions. Although the basic kit comes with instructions for the construction of four models, here we are already beyond the solar system.

Robot to patent The idea is fascinating; that a robot vehicle, a toy, is capable of protecting a child's room and shooting balls at intruders. A

robot-like machine that recognizes different colored objects and picks up and puts them away as you like, and can lend a hand to those who are even messier. Provided that the color sorter system can always be changed with a catapult mechanism able to accurately shoot balls of different colors, depending on the colors that one prefers. Still others are humanoid robots, easy to assemble and with more features: they walk, run, dance, speak with a voice synthesizer, can see and avoid obstacles in their path, grab, jump, react in an intelligent way ... if programmed well. On the occasion of Engineers' Week, a program, supported by IBM, has been launched for the dissemination of scientific culture in schools, as well as an educational workshop entitled “Mission to Mars,� which consists of designing and planning a virtual Rover landing on Mars to perform a specific task: retrieve a rock sample from the ground and carry it onto the spacecraft. An activity also taken up by museums and science festivals. Because playing is always a privileged access key to science.

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oxygen 2007/2012 Andrio Abero Giuseppe Accorinti Zhores Alferov Enrico Alleva Colin Anderson martin Angioni Ignacio A. Antoñanzas Paola Antonelli Antonio Badini Roberto Bagnoli Andrea Bajani Pablo Balbontin Philip Ball Ugo Bardi Paolo Barelli vincenzo Balzani Roberto Battiston Enrico Bellone Carlo Bernardini Tobias Bernhard michael Bevan Piero Bevilacqua Nick Bilton Andrew Blum Borja Prado Eulate Albino Claudio Bosio Stewart Brand Luigino Bruni Giuseppe Bruzzaniti massimiano Bucchi Pino Buongiorno Tania Cagnotto michele Calcaterra Paola Capatano maurizio Caprara Carlo Carraro federico Casalegno Stefano Caserini valerio Castronovo Ilaria Catastini marco Cattaneo Silvia Ceriani Corrado Clini Co+Life/Stine Norden Søren Rud Elena Comelli Ashley Cooper Paolo Costa manlio f. Coviello George Coyne Paul Crutzen Brunello Cucinelli Partha Dasgupta mario De Caro Giulio De Leo michele De Lucchi Ron Dembo

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OXYGEN n. 16 - Enel. Il futuro, da 50 anni