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Concorso nazionale Seconda edizione - Anno 2020

IL RISORGIMENTO ITALIANO NELLA MEMORIA


C OMITATO R EGIONALE E MILIA R OMAGNA

Gli elaborati giunti sono stati valutati dalla Commissione esaminatrice formata da:

Dott. OTELLO SANGIORGI Responsabile del Museo del Risorgimento di Bologna

Prof. SAURO MATTARELLI Scrittore e Storico ravennate

Prof.ssa ALESSANDRA CASANOVA Responsabile per il coordinamento attività culturali Endas Emilia Romagna e Promotrice del Concorso

Istituto per la storia del Risorgimento italiano Comitato di Ravenna

ASSOCIAZIONE MAZZINIANA ITALIANA


Sommario SAGGI IL COSTO DELLA LIBERTA’

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La scelta di voler essere liberi: un confronto tra i ribelli del moto di Savigno del 1843 e i partigiani della Resistenza italiana 1943-45

di Luciana Lucchi PIETRO PAOLO PARZANESE Un sacerdote meridionale, uomo e intellettuale del Risorgimento

di Pasquale Colucci DONNE NEL RISORGIMENTO FRA AMORE E RIVOLUZIONE JESSIE WHITE MARIO Intervista a Rossella Certini e Paolo Ciampi

a cura di Alessandra Ciotti e Maria Teresa Schiavino SASSUOLO, FIORANO E SPEZZANO Tra ricordi risorgimentali e necessità di recupero della villa Moreali-Menotti

di Vittorio Menotti

RACCONTI L’ATTESA di Valeria Magrini OBERDAN 1882 di Maurizio Mannoni L’ENIGMA DEL RITORNO Modena, 11 giugno 1859

di Roberto Vaccari

POESIE PRIMA DI PRIMAVERA di Lucia Baldini

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LAVORI SCOLASTICI DALLA STORIA ALLE STORIE: IL RISORGIMENTO IN CLASSE Alunni della Classe 3a A (a.s. 2019-2020) Scuola secondaria di I grado - Pennabilli I.C. "Padre Orazio Olivieri” - Pennabilli (RN)) (insegnante: prof.ssa Martina Brizzi)

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UN VIAGGIO NELLA STORIA DEL RISORGIMENTO ITALIANO PER NON DIMENTICARE a

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Alunni delle Classi 3 B e 3 G (a.s. 2019-2020) Scuola Secondaria di I grado - Villa Literno I.C. "Leonardo da Vinci" - Villa Literno (CE) (insegnante: prof.ssa Florinda Grassia) TRA LE PIAZZE E PER LE VIE… IL RISORGIMENTO A CHIETI Alunni della Classe 3a D (a.s. 2019-2020) Scuola Secondaria di I grado “G. Chiarini” - Chieti I.C. n. 1Chieti - (CH) (insegnante: prof. Angiolino De Sanctis)

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La giuria ritiene inoltre meritevoli di menzione due elaborati che (seppure fuori Concorso) si sono distinti per l’accuratezza delle ricerche svolte. Attribuisce quindi la Menzione d’Onore ai seguenti saggi:

LOTTE POLITICHE FRA UNIONISMO E FEDERALISMO IN EUROPA DOPO LA RESTAURAZIONE DEL 1815, presentato da Angelo Morini; GIUGNO 1859 - NAPOLEONE III A CALCIO, presentato dagli Alunni dell’ I.C. “Martiri della Resistenza” di Calcio (BG) - Classe 2a B e laboratorio di “giornalismo storico” (a.s. 2017-2018) Alessandro Cigognani, Alessandro Martinelli, Alessia Giacomazzi, Alex Castigliola, Alex Gritti, Andrea Viola, Angelica Lipani, Angelo Isopo, Asia Cosco, Aurora Vescovi, Blenda Plakaj, Blerta Kacorri, Clara Aglioni, Cristian Pelaj, Daniel Galli, Davide Cantù, Davide Maffi, Davide Ranghetti, Elisa Mombelli, Gaia Bramaschi, Giulia Scullino, Iacopo Seghezzi, Ikram Errami, Maria Rossella Mazzeo, Matteo Bertoli, Michele Macetti, Nicole Teodori, Noemi Balarini, Ornela Gashi, Rrahman Karpuzi, Rupinder Kaur, Sara Paneroni, Sergio Oriani, Walid Mojahdi, Yllka Krasniqi

Insegnante: prof. Stefano Gelsomini

Viene inoltre assegnato un Attestato di Merito ai seguenti elaborati: LA MEMORIA CONDIVISA saggio di Maurizio Alberani LORO CI GUARDANO saggio di Piera Alberani

ESORTAZIONE AL POPOLO ITALICO poesia di Luca Allegra

TRENODIA SU UN’ERMA DI GARIBALDI poesia di Luca Emanuele Zucchetti

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INTRODUZIONE Franco Zoffoli Presidente regionale Endas Emilia Romagna Endas Emilia Romagna, considerato il successo ottenuto dalla prima edizione del Concorso letterario nazionale sul Risorgimento italiano sia per l’alto numero dei partecipanti che per la qualità pregevole degli elaborati pervenuti e raccolti nel primo volume, ha deciso di valorizzare anche nel 2020 il Risorgimento italiano promuovendo, a livello nazionale, la seconda edizione del Concorso letterario. Un sentito ringraziamento va ai numerosi partecipanti che hanno fatto pervenire i loro elaborati ed un ringraziamento particolare va alla giuria presieduta dal dott. Otello Sangiorgi, responsabile del Museo civico del Risorgimento di Bologna e composta dal prof. Sauro Mattarelli, scrittore e storico ravennate e dalla prof.ssa Alessandra Casanova insegnante, regista e promotrice del Concorso. Ringrazio inoltre, per la collaborazione, l’Associazione nazionale Mazziniana, l’Istituto per la storia del Risorgimento italiano (Comitato di Ravenna) e il Museo civico del Risorgimento di Bologna Un ringraziamento doveroso va anche all’Endas nazionale che ha supportato, fin dalla prima edizione, la realizzazione di questo progetto. Leggendo gli elaborati che sono pervenuti in entrambe le edizioni del Concorso si può tranquillamente affermare che, a livello emotivo, siamo ancora legati a quel periodo storico ed ancora se ne condividono gli ideali. La partecipazione al Concorso di numerose scolaresche è un bellissimo segnale che ci indica che il Risorgimento italiano, analizzato in modo consono come periodo storico può rivelarsi, in quanto ad emozioni ed esperienze di vita, molto più vicino di quanto crediamo alla nostra vita contemporanea.

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Savigno, Piazza XV agosto 1843, obelisco inaugurato il 15 agosto 1893 “AI PATRIOTI eroicamente combattenti in Savigno per la libertà d’Italia nell’agosto dell’anno MDCCCXLIII – ricordo eretto cinquant’anni dopo”. Epigrafe di Enrico Panzacchi (1840-1904)

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Il costo della libertà La scelta di voler essere liberi: un confronto tra i ribelli del moto di Savigno del 1843 e i partigiani della Resistenza Italiana 1943-45

di Luciana Lucchi Nel corso degli avvenimenti che compongono la Storia accade che, quando un popolo si trova nella necessità di difendersi da un’aggressione nemica, solo alcuni componenti della comunità si spoglino della propria individualità e lottino per riconquistare la libertà, della quale però godranno tutti. Ciò avviene nonostante l’occupazione sia vissuta dall’intera popolazione con la medesima intensità. In questo breve saggio, seguendo il filo rosso che collega i valori del Risorgimento italiano a quelli della lotta di Liberazione, descrivo delle scelte personali diametralmente opposte, di fronte al medesimo accadimento storico, attraverso l’analisi delle analogie che accomunano l’azione dei ribelli del moto di Savigno del 1843 a quelle dei partigiani durante la guerra di Liberazione 1943-45. L’insurrezione inizia il 15 agosto 1843, con l’attacco all’osteria Stella di Savigno. All’interno vi è un manipolo di carabinieri pontifici provenienti da Bologna che da alcuni giorni conducono indagini sulla fondatezza delle voci che danno per imminente una rivoluzione. Spesso il moto è annoverato tra le sollevazioni mazziniane. In realtà esso è il compimento di un lavoro preparatorio durato anni ed è ordito da Nicola Fabrizi (1804-1885), addirittura avverso il parere di Giuseppe Mazzini (1805-1872). Fabrizi è un patriota esule per il suo coinvolgimento nei moti del 1831 che, nel 1837, prosegue l’esilio sull’isola di Malta. Egli reputa che una sollevazione ‘nazionale’ debba iniziare dalla Sicilia per poi risalire verso Nord. Idea strategica che si rivelerà corretta successivamente quando Giuseppe Garibaldi (1807-1882) deciderà di sbarcare a Marsala, l’undici maggio 1860, mentre gli Alleati, il 9 luglio 1943, sceglieranno Licata e Siracusa quale approdo. Fin dal 1838, durante l’esilio maltese, Fabrizi entra in contatto con Pasquale Muratori (1804-1861), medico, nativo di Tignano (BO), proprietario di alcuni terreni a Calderino (BO). In quel periodo Fabrizi sta maturando le proprie idee sulle modalità di condurre la lotta d’Indipendenza, in contrasto con il pensiero mazziniano: “L’immaginarsi che una nazione come l’Italia, divisa per forma di Governi differenti, pel modo e la forza che ne comprimono, ancorché unita nel pensiero della sua rigenerazione possa alzarsi come un monco ad un sol atto di volontà concorde e schiacciare tutto il peso che la opprime è immagine fuori di ogni possibilità, e l’attendersi sull’accordo della volontà e dell’ardire un patto di tal sorta è una fiducia a ciò che sta oltre ogni umana potenza”.1 Per tal motivo egli fonda la Legione Italica (1839) che considera solo ‘il braccio armato’ della Giovane Italia. Infatti quest’ultima avrebbe continuato ad adempiere al compito di diffusione del pensiero mazziniano, mentre la Legione Italica si sarebbe occupata dell’organizzazione militare delle sollevazioni. Nelle intenzioni di Fabrizi le due associazioni potevano coesistere ed agire in maniera sinergica ma, nei fatti, la difforme visione delle modalità di azione, crea divisioni tra gli affiliati alla Giovine Italia ed i seguaci della Legione Italica, determinando una frattura tra Fabrizi e 1

Lettera-documento inviata da Nicola Fabrizi a Pasquale Muratori, maggio 1838, Museo del Risorgimento di Roma, busta 513,7,1.

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Mazzini:2 “Giochi le speranze Italiane di otto o dieci anni: di tanto ci porterà indietro un tentativo fallito; e questo pure non importerebbe gran fatto se il portare indietro d’otto o dieci anni l’iniziativa italiana non distruggesse il nostro più bel pensiero, quello dell’iniziativa stessa”.3 La ratio che ha condotto Fabrizi a fondare la Legione Italica è la convinzione che solo attuando la tattica della guerra per bande sia possibile sostenere uno stato di rivolta permanente che logori le forze avversarie. Tale strategia è teorizzata da Carlo Bianco di Saint Jorioz (1795-1843) nel suo, Della guerra nazionale d’insurrezione per bande, applicata all’Italia, del 1830, ove egli sottolinea che, sfruttando la conformazione orografica del territorio italiano “ricco di catene montuose, solcato da valli remote e corsi d’acqua tortuosi, coperto di boschi e paludi” sia possibile compensare lo svantaggio di mezzi tra gli insorti e le truppe degli occupanti, sostenendo uno stato di guerriglia strisciante che logori gli eserciti regolari.4 LA GUERRIGLIA “Forma di lotta condotta da formazioni irregolari di armati che combattono un esercito regolare”5 Il partigiano Mario Musolesi (1914-1944), detto Lupo, comandante la brigata Stella Rossa, decide di stabilirsi a Monte Sole per organizzare atti di sabotaggio avverso i rifornimenti diretti all’esercito tedesco. Tale decisione riprende la teoria della guerra per bande di Saint-Jorioz sia per la scelta del territorio: montuoso e di difficile accesso; che per la conoscenza personale dei luoghi. Infatti Musolesi è nativo di Vado (BO), comune limitrofo all’area d’azione della sua unità: “La nascita, dopo l’8 settembre 1943, della brigata partigiana Stella Rossa nell’area di Monte Sole si fonda sulla precisa consapevolezza delle caratteristiche favorevoli che il territorio può offrire alla lotta partigiana e dell’importanza tattica e strategica di questo per la guerra in Italia. L’area soddisfa pienamente le esigenze della guerriglia, per la presenza di ostacoli naturali, rilievi impervi, ampie aree boscose, frane e calanchi che garantiscono la possibilità di trovare anfratti e rifugi difficilmente penetrabili per il nemico, nei quali per la brigata è, al contrario, più agevole difendersi.”6 Fabrizi, nel 1843, mette a punto il proprio progetto insurrezionale. Per attuarlo deve individuare un patriota fidato, che conosca i luoghi della rivolta sull’Appennino bolognese. Entra così in contatto con Pasquale Muratori. Il piano di Fabrizi è corretto, solo che egli non considera la presenza di spie all’interno della stessa Legione Italica.

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“Alla fine del 1839 lo ‘scisma’, come lo chiamavano i mazziniani, era ormai consumato poiché Fabrizi, di fronte alle richieste ultimative di Mazzini, decideva di continuare ‘cheto cheto’ per la sua strada, senza arrivare a una sfida aperta che sarebbe stata ‘quella del figlio contro il padre’, ma senza rinunciare a tenere la Legione Italica ben distinta e separata dalla Giovine Italia”. FRANCO DELLA PERUTA, Mazzini e i rivoluzionari italiani. Il partito d’azione: 1835-1845, Milano, Feltrinelli, 1974, p. 345. 3 Lettera di Mazzini a Fabrizi, Londra 24 luglio 1843, in Scritti editi ed inediti, Imola (BO), Galeati, 190640, vol. XXIV (epistolario vol. XII), p. 198. 4 “La controguerriglia [dei Tedeschi] si era dimostrata incapace di sradicare la presenza partigiana, non potendo e non volendo misurarsi integralmente, capillarmente sul terreno ‘nemico’ in quelle boscaglie scoscese in cui l’attaccante risultava svantaggiato”. La Resistenza, il fascismo, la memoria Bologna 19431945, a cura di Alberto de Bernardi - Alberto Preti, Bologna, Bononia University Press, 2017, p. 109. 5 Zingarelli 2014, Vocabolario della lingua italiana, Bologna, Zanichelli Editore, 2014, p. 1033. 6 Sito Storia e memoria: Scheda: la brigata partigiana Stella Rossa.

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Il tradimento di compagni vicini a Fabrizi comprometterà l’esito del moto e metterà in pericolo la vita degli affiliati all’associazione. IL TRADIMENTO “Consegnare, con l’inganno, qualcosa al nemico”7 A partire da Giuda Iscariota, il più celebre traditore della storia, nello studio dei moti risorgimentali e delle biografie dei partigiani, colpisce la costante presenza di confidenti e delatori prezzolati. Nel 1839, a Bologna, la prassi di ricorrere ad informatori viene istituzionalizzata per compensare la diminuzione del numero di carabinieri causata dalle misure di austerità varate dalle autorità pontificie. I Tedeschi, durante l’occupazione del biennio 1943-45, promettono: “A coloro che fornissero notizie sicure per l’arresto degli attentatori verrà corrisposto un premio di lire 100.000”.8 “La Stella Rossa fu il primo gruppo a dover affrontare il rischio reale delle spie oltre a quello dei ‘falsi partigiani’, avventurieri e banditi che cominciarono a mescolarsi, a infiltrarsi per trarre vantaggio dal parziale controllo del territorio”. 9 Lo stesso comandante, Mario Musolesi, viene tradito: “Olindo Sammarchi aveva fatto il doppio gioco fin dall’inizio. Era stato lui a presentargli la spia Amedeo Ancioni che cercherà di ucciderlo nel sonno”. 10 Il partigiano Francesco Sabatucci (1921-1944), nome di battaglia Cirillo, muore “il 19 dicembre 1944. Tradito da un suo intendente, che l’attira in una imboscata”. 11 Anche il partigiano Mario Bastia (1915-1944) cade in seguito ad una delazione: “Nelle prime ore del pomeriggio del 20 ottobre 1944 ingenti forze fasciste circondarono l'edificio [l’Istituto di Geografia dell’università di Bologna], nel quale Bastia si trovava con numerosi partigiani. Nello scontro a fuoco, che durò alcune ore, caddero sei partigiani compreso lo stesso Bastia.”12 Eppure il tradimento non lo si effettua solo per denaro. Talvolta ciò che muove verso tale vile atto sono aspettative disattese, dissidi interni insanabili, invidia, vendetta, desiderio di rivalsa... Nel caso del moto di Savigno la mancata sollevazione di Napoli è il risultato di un delatore che, con le sue confidenze consente l’arresto di un centinaio di patrioti sospetti. Anche l’azione di spia di Anselmo Carpi (1812-1874),13 influenza l’esito del moto di Savigno. Egli è l’intermediario tra Fabrizi e Muratori fin dal 1838 e li tradisce, non certamente per motivi economici, dato che è un: “ricco commerciante

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Dizionario Etimologico della lingua italiana, Bologna, Zanichelli, 2004, p. 1335. Manifesto bilingue affisso a Bologna il 16/12/1943 in seguito a due attentati effettuati il giorno 15/12/1943 contro due stabili a disposizione dell’Esercito Tedesco riprodotto in “La Resistenza a San Vitale” a cura di Luca Molinari, Comune di Bologna, 2005, p.40. 9 La Resistenza, il fascismo, la memoria Bologna 1943-1945, cit., p. 66. 10 REMO SENSONI - VINICIO CECCARINI, Marzabotto, un paese una strage, Milano, Nicola Teti Editore, 1981, p. 43. 11 LUIGI ARBIZZANI - ANTONIO SCIOLINO, sito: Storia e memoria di Bologna, scheda Sabatucci Francesco. 12 (Ezio Giaccone, i fratelli Leo e Luciano Pizzigotti, Stelio Ronzani e lo studente Antonio Scaravilli) NAZARIO SAURO ONOFRI, sito: Storia e memoria di Bologna, scheda Mario Bastia. 13 “Anselmo Carpi tristo soggetto e di dubbia fede…”. AUGUSTO AGLEBERT, Frammento di memorie autobiografiche, manoscritto conservato al Museo del Risorgimento di Bologna (d’ora in poi MRBo), p.a.: Aglebert, f.s.n. 8

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israelita, e dopo il moto di Savigno riparò in Francia e non rientrò più in Italia”.14 Altro delatore, che pregiudica il risultato del moto è Attilio Partesotti (1802-1844), membro del comitato parigino della Giovine Italia. Egli fin dal 1842 collabora con il governo austriaco e, sfruttando il ruolo che ricopre nell’associazione, apprende che sarà Pasquale Muratori a condurre il moto di Savigno e lo rivela agli austriaci. Solo la sua improvvisa morte consente agli affiliati di scoprire che percepiva duecento franchi al mese dall’ambasciata austriaca per l’attività di spia. Negli atti del processo ai partecipanti al moto sono trascritte diverse ‘informazioni confidenziali’. Una d’esse consente alle autorità di polizia di arrestare i ribelli che, dopo il fallimento del moto, si stanno nascondendo in attesa che si calmino le acque o perché feriti. È quanto capita a Giovanni Casolani: “la mattina del 16 corrente [agosto 1843] un confidente mi assicurò che in Savigno nella casa del vetturale Ferrari N… vi si trovava nascosto il facchino bolognese Giovanni Casolani detto il Curato rimasto ferito il giorno precedente … infatti lo trovammo e lo arrestammo”. Alcuni confidenti comunicano alla polizia che il ribelle Matteo Pranzini, detto Morotti, si è imboscato nella campagna circostante la parrocchia di San Nicolò di Villola (BO), insieme ad altri cinque compagni. Vengono individuati, vi è una sparatoria, Pranzini muore, i suoi compagni riescono a fuggire. Anche a Bologna, nell’agosto del 1843, l’opera delle spie ha agito. Le indicazioni sono talmente corrette che il colonnello dei carabinieri Stanislao Freddi invia a Savigno la squadra di circa una ventina di carabinieri pontifici comandata dal capitano Castelvetri col compito di raccogliere le prove ed arrestare coloro che siano implicati nell’attività sovversiva. I fratelli Muratori devono darsi alla macchia fin dall’otto agosto 1843 per sfuggire all’arresto e decidono l’assalto all’osteria Stella di Savigno per recuperare i verbali degli interrogatori in possesso del capitano pontificio. Il 15 agosto, durante gli scontri periscono quattro carabinieri. Il capitano è preso in ostaggio insieme a due commilitoni. Pasquale Muratori gli promette l’incolumità se non tenterà di fuggire ma, mentre i ribelli stanno lasciando Savigno, Giovanni Marzari detto il Romagnolo (18151866), anch’egli uno degli organizzatori del moto, spara a tradimento al capitano uccidendolo, insieme ad uno dei carabinieri prigionieri. Sorge un diverbio tra i due capi ma occorre continuare nel progetto insurrezionale, che prevede il mantenimento dello stato di guerriglia attorno ai colli che circondano Bologna nell’attesa che la città si sollevi. Bologna però non insorgerà. La ‘banda Muratori’ per dieci giorni tiene in scacco le truppe pontificie attuando la tattica della guerra per bande, dividendosi in gruppetti che si spostano velocemente per confondere le truppe inseguitrici ed ingannarle sul loro reale numero. Il 23 agosto avviene il primo scontro con gli inseguitori. Il giorno seguente, Pasquale Muratori, conscio che è la fine, scioglie la banda. Esattamente cento anni dopo, l’otto settembre 1943, Pietro Badoglio (1871-1956) annuncia l’armistizio con gli Alleati. I militari, di fronte allo sbandamento del Regio Esercito Italiano, devono scegliere: restare alleati ai Tedeschi, o entrare nella clandestinità e combatterli o … non fare nulla.

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ENRICO BOTTRIGRI, Cronaca di Bologna, Bologna, Zanichelli, 1960, vol. I, (1845-1848) a cura di Aldo Berselli, p. 6.

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IL COSTO DELLA SCELTA Il 26 agosto 1843 il cardinale Spinola, legato di Bologna, istituisce una Commissione Militare ad hoc per giudicare i partecipanti al moto. L’undici marzo 1844 è emesso il verdetto che sancisce la condanna a morte per 20 ribelli. La grazia è concessa solo a 14 d’essi che ottengono la commutazione della pena in galera a vita. L’esecuzione dei rimanenti sei avviene il 7 maggio 1844 al ‘Prato di Sant’Antonio’ mediante morte di esemplarità, cioè con la fucilazione alle spalle, in quanto traditori della Patria. Un altro rivoluzionario, all’epoca della prima sentenza contumace, verrà giustiziato con le medesime modalità il 16 luglio 1844.15 I due giudizi sono particolarmente ingiusti in quanto comminano le pene sulla base dei procedenti penali degli imputati e non per le loro reali responsabilità nell’uccisione dei carabinieri pontifici. Sulla testa dei partecipanti al moto che riescono ad espatriare viene posto “un premio di 300 scudi a chiunque consegnerà o farà conseguire alla giustizia uno dei designati individui”.16 Pasquale Muratori riuscirà a giungere in Francia ove vivrà esule fino al 1860. Nel 1843 è sposato, ha due figli: Primo di quattro anni ed Annalena di due. Nell’agosto del 1843, quando è già alla macchia, scrive alla moglie Rosalia: “il Primetto sta volentieri a Bologna? E l’Annalena pure? Mi dimandano sovente? Dille che li vedrò presto… Sii allegra e spera bene, ed a ragione…”17 Pasquale rivedrà i suoi figli e la moglie, nel 1860, diciassette anni dopo la sollevazione. Paolo Scorzoni, 32 anni, facchino, sposato con figli, lascia la famiglia per arruolarsi nelle fila dei ribelli. Il 29 agosto 1843 è arrestato e condannato alla morte di esemplarità. La pena è commutata in galera a vita. Muore a 77 anni, nel 1889, misero e solo. “Lo Scorzoni, già malato e affranto dagli anni, era sparito da diverso tempo; i suoi antichi compagni più non lo rivedevano: era morto di già alla vita comune. Infatti egli trascinava l’esistenza al Ricovero di mendicità, ove l’uomo, se non diventa un numero, come nei luoghi di pena, vede tuttavia scemare l’importanza della propria personalità; e il suo io si confonde tristemente nella folla dei cronici, degli impotenti della sua camerata.”18 L’odierna toponomastica di Bologna ricorda alcuni dei componenti e organizzatori del moto di Savigno, vi sono infatti le vie: Pasquale Muratori, Livio Zambeccari (18021862), Pietro Pietramellara (1804-1849), Oreste Biancoli (1806-1886), … Così come diverse strade della città sono dedicate ai tanti antifascisti imprigionati, torturati, uccisi a causa della loro scelta. Dovendo effettuare una cernita tra le vie intestate ai partigiani caduti ho optato per quelle del rione ‘La Cirenaica’. Ho trascorso i primi anni della mia vita in via Sante Vincenzi (1895-1945), fucilato insieme al compagno Giuseppe Bentivogli (1885-1945), entrambi, durante la notte del 20 aprile 1945, in circostanze oscure, vengono catturati, torturati e fucilati. Essi sono considerati gli ultimi partigiani caduti prima della Liberazione di Bologna, avvenuta all’alba del 21 aprile. Via Francesco Sabatucci è una laterale di via Bentivogli così come lo è via Mario Musolesi, il comandante perito durante i giorni dell’eccidio di Monte Sole e della 15

Nel luogo della fucilazione dei sette ribelli, attuale via Castelfidardo (BO), già Prato di Sant’Antonio, il 20 settembre 1888, venne collocata una lapide con un’epigrafe redatta da Enrico Panzacchi (1840-1904). 16 Circolare n.1493, prot. Ris. 27/08/1843. MRBo, p.a. Savigno, 17 Lettera di Pasquale Muratori alla moglie inserita nei verbali del processo, Archivio di Stato di Bologna, filza, I, tomo II, p. 561. 18 Articolo del 1889 ove non appare la testata giornalistica MRBo, p.a. Savigno.

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strage di Marzabotto. Massacro perpetuato dal 29 settembre al 5 ottobre quando un reggimento di SS, agli ordini del maggiore Walter Reder (1915-1991), uccise indistintamente circa 1800 civili tra donne, vecchi, bambini, compresi cinque sacerdoti. CONCLUSIONI Nei momenti ‘storici forti’, quelli contrassegnati da avvenimenti che esulano dalla nostra capacità di controllo, accade che le persone si aggreghino spontaneamente per un reciproco aiuto. Cessata l’emergenza si spezza il legame di coesione solidale. Durante questi accadimenti vi è chi si mette in gioco, e chi potrebbe agire ma non lo fa. Eppure, i risultati ottenuti dall’unione delle forze sono per tutti e duraturi nel tempo. Per tal motivo, reputo che, quando si percorrono le strade della propria città, sia utile ricordare che i nomi sulle targhe affisse ai muri appartengono a persone che hanno sacrificato la propria vita per il nostro attuale comune benessere. Oggi noi fruiamo della libertà ricevuta in eredità da coloro che ci hanno preceduto. Il ricordarli significa mantenere vivi i valori che li spinsero a lasciare le famiglie, gli studi, il lavoro per un futuro incerto ma che essi erano convinti sarebbe stato migliore, perché all’insegna della libertà. Nella sentenza di condanna dei partecipanti al moto di Savigno essi sono definiti ‘plebaglia’, ‘canaglie’. Per i Tedeschi i partigiani sono ‘banditi’. Raggiunta l’Unità d’Italia i ribelli del moto di Savigno si trasformano in eroi, come recita sia l’epigrafe alla base dell’obelisco che li commemora nella piazza di Savigno, che la lapide collocata del luogo della fucilazione. Altrettanto accade ai partigiani che da “banditi” sono ora eroi nelle lapidi a loro memoria. La trasformazione da briganti ad eroi significa riconoscere che il costo della nostra libertà è stato la perdita della loro vita.

Lapide in memoria dei 33 partigiani bolognesi caduti tra il 1943-45 ~ 16 ~


Pietro Paolo Parzanese Un sacerdote meridionale, uomo e intellettuale del Risorgimento

di Pasquale Colucci Pietro Paolo Parzanese nacque ad Ariano di Puglia (oggi Ariano Irpino, in provincia di Avellino), l’11 novembre 1809 da Giuseppe, modesto commerciante di «panni alla minuta» che poi egli definirà «uomo di poco cervello, ma leale, onesto e religioso»19 e da Giovanna Faretra «donna d’ingegno pronto e sottile, spedita parlatrice, e di belle e fiere sembianze»20. Terzo di undici figli, nel novembre del 1820, «più per convenienza di famiglia che per vocazione»21, Pietro Paolo entrò nel seminario del paese natio, dove incontrò, però, un ambiente che egli non pensava minimamente di trovare, che lo segnerà per tutta la vita e del quale darà poi questa cruda descrizione che, ancora oggi, per certi versi, fa accapponare la pelle: Sozzo e barbaramente condotto era quel luogo; a me riuscì sopra ogni modo tetro e pauroso; e quel ch’è peggio, entratovi con l’anima pura e candidissima, in poco tempo l’ebbi per l’esempio e le parole dei compagni irreparabilmente guasta. […] I maestri venivano qual da’ boschi di Roseto e qual dai più disperati casali di Puglia, tutti gente scostumata ed ignorante. I servi sudici e feroci; i desinari grossolani e copiosi; da per tutto un lezzo da recere le budelle.22 aggiungendo, a mo’ di significativo giudizio complessivo: Fino a tanto che la Chiesa non avrà Vescovi che bastino a rialzare le cadute condizioni del clero, e che proveggano discretamente all’educazione de’ giovinetti, griderò sempre a’ padri di famiglia che si guardino di gittare in que’ fetidi bordelli, che si chiamano seminari, i loro innocenti figlioli.23 Nonostante questo degradato ambiente umano nel quale, suo malgrado, si ritrovò catapultato, grazie alla sua viva intelligenza, al suo amore per il sapere e alla sua innata predisposizione allo studio, il giovane Pietro Paolo presto primeggiò tra i suoi compagni, tanto che «stupiva tutti per la prontezza dell’ingegno, e per la forma poetica tanto spontanea e fervida, che faceva rimanere incantati coloro che lo ascoltavano, mentre spesso ricorreva all’estemporaneo»24 e, qualche anno dopo, appena ventenne, pur non avendo ancora iniziato gli studi di teologia, «disimpegnando i nove sermoni 19

P. P. PARZANESE, Memorie della mia vita, in Opere complete edite ed inedite, vol. II, Ariano, Stabilimento tipografico Appulo-Irpino, 1893, p. 3. 20 Ivi, pp. 4-5. 21 F. BARRA, Pietro Paolo Parzanese. Una biografia politica, Avellino, Il Terebinto Edizioni (Collana biografie e personaggi, 1), 2011, p. 39. 22 P. P. PARZANESE, Memorie… cit., pp. 17-18. 23 Ibidem. 24 F. CICCONE, Memorie patrie, in «Il Gazzettino di Ariano», 28 agosto 1881. ~ 17 ~


sacri si addimostrò tanto valente, che stordì canonici, maestri del Seminario, ed anche i secolari della città»25. Dopo due soggiorni a Napoli (fra il 1824 e il 1825 e nel 1829), nel 1830 Parzanese rientrò definitivamente ad Ariano, dove, ordinato sacerdote, assunse l’incarico di insegnante di grammatica, teologia ed eloquenza nel seminario in cui anch’egli si era formato (nel frattempo riorganizzato e risollevato dal vescovo Domenico Russo), ricevendo successivamente la nomina a canonico teologo della cattedrale (nel 1834) e a vicario della diocesi (nel 1837). Nel corso della sua non lunga esistenza, conclusasi a Napoli nel 1852, Pietro Paolo Parzanese fu autore di numerose opere poetiche e letterarie26, sulle quali non è mancata – sia nell’Ottocento che nel Novecento – una consistente, anche se ondivaga, analisi critica27, ma – ed è questo l’aspetto della sua personalità che in questa sede si intende focalizzare – fu «soprattutto patriota, sincero sostenitore della causa unitaria [… e] può annoverarsi nell’accolita degli autori risorgimentali; o meglio degli uomini del Risorgimento»28. Benché avviato alla carriera ecclesiastica – come si è detto – più per convenienza di famiglia che per vocazione, Pietro Paolo Parzanese attraverso «un percorso tormentato e una conquista continua»29 raggiunse una profonda conversione intima e una vivida spiritualità, dalle quali scaturì una predicazione religiosa «ispirata ad alti sensi morali, religiosi, catechetici, educativi, […] costantemente ispirata alla Bibbia, e specie al Vecchio Testamento»30. una conversione che, tuttavia, non gli impedì, da un lato, di mettere il dito nelle piaghe della Chiesa del suo tempo e, dall’altro, di aderire, sul piano politico, alle tesi del giobertismo e del cattolicesimo liberale, nonostante gli orientamenti apertamente reazionari della gerarchia episcopale meridionale, ampiamente favoriti dalla cosiddetta «politica del trono e dell’altare», posta in essere nel regno delle Due Sicilie a seguito del Concordato del 1818 che aveva statuito, sostanzialmente, l’incontro tra Stato e Chiesa in funzione controrivoluzionaria «valorizzando le gerarchie ecclesiastiche, orgogliose del proprio ruolo nella società e nella storia del regno»31. Una prima, significativa testimonianza di tale adesione – dopo un paio di precedenti testi poetici del 1832 e del 1839 – fu il volume Armonie Italiane che, non a caso, pur indicando come luogo di stampa Lugano, fu stampato clandestinamente a Napoli nel

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Ibidem. Per un quadro generale sugli scritti di P. P. Parzanese, si veda V. CAMAROTTO, PARZANESE, Pietro Paolo, in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 81 (2014), http://www.treccani.it/enciclopedia/pietro-paolo-parzanese (Dizionario-Biografico). 27 Su questo tema, che esula dall’argomento del presente lavoro, rinvio all’esauriente indagine di F. BARRA, Pietro Paolo Parzanese… cit., pp. 9-18 e passim. 28 O. ZECCHINO, Prefazione a Risorgimento e Mezzogiorno romantico. La scrittura cristiana e civile di Pietro Paolo Parzanese, a cura di M. Palinuro e P. Villani, Soveria Mannelli, Rubbettino Editore (Varia), 2012. 29 F. BARRA, Pietro Paolo Parzanese… cit., p. 39. 30 Ibidem. 31 C. PINTO, La guerra per il Mezzogiorno. Italiani, borbonici e briganti 1860-1870, Bari-Roma, Editori Laterza (Cultura storica), 2019, p. 8. 26

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1841 e nella cui prefazione il Parzanese parlava apertamente di «una patria imbavagliata e aspettante e forti desideri e generose speranze»32. Fu, comunque, in tre saggi della seconda metà degli anni ’40 che il Parzanese delineò in maniera esauriente la sua visione politica. Nel primo di essi, intitolato Patria e rimasto purtroppo inedito (per cui ne conosciamo solo alcuni frammenti), il Parzanese sostenne che il concetto di patria non si coniuga necessariamente con quello di rivoluzione e che esiste una piena convergenza tra cristianesimo e amor di patria: Or via, non vi turbate a questa parola, o seguaci della invecchiata filosofia del XVIII secolo, o parteggianti per le irreligiose astrazioni di Alemagna; non state a predicarmi che il cristianesimo sia religione da schiavi e nemica d’ogni patrio affetto: io non so se tale debba giudicarsi la superstizione venduta, che si ammanta della sacra veste del cristianesimo; ma so ben certo che all’amore della patria non fu mai che si oppose la Croce. E, per questo, verrò dichiarando che non trovo morale più santamente socievole che quella dell’Evangelo: né religione più altamente civile che la religione di Cristo.33 Altro importante lavoro di quel periodo fu un saggio su Pio IX, che il Parzanese pubblicò con lo pseudonimo «X.X.» su tre numeri consecutivi del «Poliorama Pittoresco» tra il 28 febbraio e l’11 marzo 1848 e nel quale, sposando in pieno la visione giobertiana, egli evidenziò tra l’altro: Alcuni filosofi, tra’ quali Vincenzo Gioberti, con profonda dottrina presero a dimostrare, che la salute d’Italia non poteva altrimenti venire che dalle idee cristiane; e quindi dal Papa, il quale, colla sua parola santifica e benedice tali idee, ed è lo spiritual Padre de’ popoli, tenuto a difenderli da ogni oppressione. Eppure questa dottrina, tutta cristiana ed italiana, ebbe assai oppugnatori, i quali, nel Papa, avvisavano piuttosto un impedimento a libertà civile ed un istrumento della tirannide altrui; nemico lo chiamavano della sapienza, e tale che avrebbe voluto mettere in ceppi la parola ed il pensiero; aborrente da qualsiasi venditore di fole e di paure, per tenersi schiave le anime de’ cristiani; lui, dicevano, doversi spogliare di ogni secolare potestà, e mandare a salmodiare co’ preti e nulla più; lui dover tornare al povero mendico stato del pescatore. E così, lui rimosso, l’Italia sarebbe sorta a nuovi destini; sarebbe divenuta rigogliosa di pensiero e di vita; gli altri ostacoli sarebbero vinti a poco a poco: insomma, tolto il Papa, dopo qualche lustro, l’avremmo rigenerata. [… Invece] Pio IX mostrò che l’innovamento di Italia non sarebbe stato né al presto, né sì pieno, senza l’autorevole parola del Papa, che vuol dire senza il visibile concorso della Provvidenza; e le speranze, che ponevano i sapienti ed i popoli nel futuro

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P. P. PARZANESE, Armonie Italiane, Lugano [ma Napoli], 1841, p. III. P. P. PARZANESE, Prose educative inedite e disperse. Religione e Morale, Arte e Patria, prefazione e note di F. Lo Parco, Napoli, P. Federico & G. Ardia, 1924, p. 318. 33

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compimento degl’italici destini, chi sa per quanti anni sarebbero state soffocate, indebolite, o spente, senza il miracolo che tutti vedemmo!34 Nei primi mesi del 1848 Parzanese si dedicò, inoltre, alla stesura di un ambizioso saggio intitolato L’Italia nel 1848, anch’esso rimasto purtroppo incompiuto ed inedito ma estremamente importante e significativo per comprendere la sua visione politica – comune, peraltro, a gran parte del movimento liberale meridionale – basata essenzialmente sul raggiungimento di due obiettivi: l’adozione di sistemi politici rappresentativi e costituzionali nei vari stati della Penisola e la realizzazione dell’indipendenza dallo straniero della patria italiana, che egli, molto chiaramente, definisce L’Italia, circondata dal mare e chiusa dalle Alpi, parve fatta da Dio per contenere una grande nazione, indipendente da ogni straniera potenza; e, più che i monti ed il mare, la guardavano i suoi popoli, i quali, per la felicità del clima ridentissimo e per le tradizioni de’ loro antenati, come erano solenni maestri nelle opere di pace, così riuscivano indomabili ne’ fatti di guerra.35 Una patria della quale il Parzanese si sentiva pienamente e profondamente parte, come si evince chiaramente da un altro passo del saggio nel quale il poeta, citando come qualcosa di suo non Ariano o il Meridione, ma addirittura il castello di Ferrara e la pianura lombarda, getta un vivido fascio di luce sulla visione culturale e politica dalla quale il Risorgimento prese le mosse: Poteva starsene il popolo italiano, quasi che solo in mezzo all’Europa, spogliato della sua nazionalità, e non venir maturando il tempo ed i modi di affrancarsi dalla vergognosa tutela austriaca? Qual profondo sonno, o quanta rassegnazione poteva tenere niente più che un quarto di secolo imbrigliare le ire delle italiche province, le quali di siciliane, napoletane, piemontesi, liguri, toscane e romane non avevano che il nome, in tutto poi austriache, anzi schiave dell’Austria? Ci credettero adunque in tutto morti e sotterrati que’ ministri del dispotismo, i quali pensarono che noi, ventitré milioni di uomini, avremmo per sempre tollerato di tenerci in casa il tedesco, sia nel castello di Ferrara a minacciarci, sia a rubarci nelle pianure di Lombardia? Nessuno adunque aveva occhi per vedere che il desiderio dell’indipendenza era negl’Italiani impeto generoso d’ira repressa, che, presto o tardi, sarebbe scoppiato minaccevole e tremendo, perché ne’ popoli non si distrugge il natural pendio, che conduce ad esser liberi, né la memoria delle passate grandezze?36 Dello stesso anno va, inoltre, ricordata la lirica L’Italia e Napoli, nella cui prima strofa il Parzanese inserisce uno dei famosi versi dell’Inno di Mameli (notoriamente di ispirazione repubblicana e giacobina) collocandolo, però, in una visione di carattere religioso e trascendente: 34

Ivi, pp. 264-265. Ivi, pp. 294-295. 36 Ivi, p. 302. 35

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Dio lo volle! L’Italia si è desta E dal fango solleva la testa. Ahi! Tanti anni tradita, percossa Le catene piangendo portò! Dio lo volle! L’Italia si è scossa, E le infami catene spezzò.37 Assertore di siffatte idee ed idealità, il Parzanese non poteva non essere coinvolto in prima persona negli avvenimenti del 1848 e difatti – a seguito della concessione della Costituzione da parte di Ferdinando II – come leader del movimento liberale arianese fu candidato alle elezioni per il Parlamento napoletano, svoltesi, in due turni, il 18 aprile e il 2 maggio 1848. Nel contesto della provincia di Principato Ultra (che all’epoca comprendeva – grosso modo – le attuali province di Avellino e Benevento), eletto al primo turno il solo Paolo Anania De Luca (per il distretto di Avellino), Pietro Paolo Parzanese, nonostante un considerevole consenso, risultò – al secondo turno – il primo dei non eletti del distretto di Ariano Irpino, ma rimase, in ogni caso, uno dei punti di riferimento di quello che oggi definiremmo il “quadro politico” locale, soprattutto durante i fatti di Ariano del 16-18 maggio 1848, animati, sostanzialmente, da due “partiti”: da un lato l’ala radicale, rappresentata da un «triumvirato rivoluzionario» e dall’altro il gruppo dei moderati, del quale anche il Parzanese faceva parte, con un programma riformatore, gradualista e realista. La prima a muoversi fu – com’era prevedibile – l’ala radicale che, tramite la Guardia Nazionale, nella notte fra il 16 e il 17 maggio, bloccò e pose sotto sequestro la vettura postale (il cosiddetto procaccio) che dalla Puglia portava alla capitale 20.000 ducati delle casse pubbliche, facendo sospendere, poche ore dopo, anche le comunicazioni telegrafiche. Queste azioni posero in allarme i moderati i quali, prima che la situazione precipitasse irrimediabilmente, decisero di costituire un Comitato provvisorio di undici componenti eletti a scrutinio segreto, uno dei quali fu Pietro Paolo Parzanese, con l’evidente scopo di frenare l’egemonia dell’ala radicale e scongiurare la possibilità di un eccidio. Nonostante qualche ulteriore iniziativa dei “triumviri”, l’obiettivo fu pienamente raggiunto, tanto che il 19 maggio, la città riprese il suo normale corso di vita anche per il ruolo non secondario «ricoperto proprio da Parzanese, che non aveva esitato ad opporsi a viso aperto ai “triumviri” e che, con l’abbandono del Comitato, aveva dettato il via alla ripresa del sopravvento della linea moderata e il conseguente scioglimento dell’organismo rivoluzionario»38. Questa decisa opposizione ad iniziative violente e rivoluzionarie e a «qualsiasi intemperanza, – come scrisse lo stesso poeta – che potrebbe di leggieri la libertà convertire in licenza e sfrenatezza»39, peraltro pienamente riconosciuta dalle autorità, non valse tuttavia a renderlo completamente immune dalla pesante “attenzione” della reazione borbonica, alla quale riuscì in qualche modo a sfuggire solo per il 37

P. P. PARZANESE, Opere complete edite ed inedite, vol. IV, Ariano, Stabilimento Tipografico Appulo-Irpino, 1897, p. 94. 38 F. BARRA, Pietro Paolo Parzanese… cit., p. 94. 39 P. P. PARZANESE, Prose educative… cit., p. 331. ~ 21 ~


provvidenziale intervento del magistrato Pietro Calà Ulloa 40. Quest’ultimo, infatti – secondo una notizia raccolta oralmente dallo storico Antonio Mellusi agli inizi del Novecento – dopo aver convocato segretamente il Parzanese «lo salvò strappando alcune pagine, le più rischiose, del processo. Poi disse, sorridendo: Bisognerà aggiustarla col Cancelliere!...»41. Purtroppo il Parzanese non uscì dalla vicenda completamente indenne, in quanto il suo nome fu inserito nella lista degli “attendibili” politici come elemento sospetto da sorvegliare e da escludere da ogni carica pubblica, con serie conseguenze anche sulla sua salute giacché, come scrisse il canonico Ciccone, «dopo il malaugurato 1848, il Parzanese ebbe a soffrire di molto, e come attendibile, che voleva dire guardato dalla Polizia, si era molto ipocondrito, e dovette per salute nel 1852 recarsi a Napoli»42. Unico conforto, in quel buio periodo della sua vita, fu per il Parzanese un progetto culturale al quale fu invitato a partecipare, vale a dire l’opera enciclopedica intitolata Il regno delle Due Sicilie descritto ed illustrato, nel cui ambito si sarebbe dovuto occupare del distretto di Ariano Irpino. A causa della prematura morte, sopraggiunta improvvisa il 29 agosto 1852, il poeta non riuscì a scrivere neppure una pagina ma, fortunatamente, ci è pervenuto un suo articolo, pubblicato sul «Poliorama Pittoresco», nel quale egli chiarì le motivazioni dell’opera, scrivendo tra l’altro: Ma come potrebbe amarsi quella cara contrada che ci vide nascere, e studiarsi di farla ognora più grande e gloriosa, se accade, il più delle volte, d’ignorarne la naturale postura, l’indole del cielo e del terreno, il costume degli abitanti, le memorie de’ tempi andati, le presenti condizioni degli studi, delle arti, delle industrie, del commercio, dell’agricoltura, e di quanto può rendere un popolo forte, ricco e glorioso? Non si ama già il suo paese solo con l’essere animosi e pronti a difenderlo e propugnarlo strenuamente, contro i suoi nemici, e fargli scudo de’ propri petti. […] Può del pari, e con più certezza di venire a buon fine, esercitarsi la carità cittadina, indagando e considerando, con pacato animo e studi lunghi e pazienti, a che furono naturalmente sortite le contrade, che noi abitiamo; a qual grado di civiltà vogliono essere condotte; come possono e fino a che segno rievocarsi i nostri costumi e ritemprarli nelle usanze degli antichi; in che ad essi sovrastiamo ed in che studi siamo scaduti; per quali vie possano farsi rifiorire tra noi le scienze, le lettere, le ricchezze e le arti.43 Miglior testamento ideale, davvero, non poteva lasciarci. 40

Sulla figura di Pietro Calà Ulloa, giornalista, letterato, avvocato, magistrato ed, infine, ministro di Francesco II durante l’assedio di Gaeta e presidente del consiglio dei ministri del governo borbonico in esilio a Roma, oltre all’esauriente profilo bio-bibliografico tracciato da A. SCIROCCO in Dizionario Biografico degli Italiani, vol. 16 (1973), si veda anche l’interessante analisi, estesa all’intera famiglia Calà Ulloa, condotta da R. DE LORENZO, Borbonia felix. Il regno delle due Sicilie alla vigilia del crollo, Roma, Salerno editrice (Aculei, 13), 2013, pp. 7485 (V.1. Patrioti si è, patrioti si diventa: i Calà Ulloa). 41 A. MELLUSI, Ulloa e Parzanese, in «Rivista Storica del Sannio», a. IV, n. V, 1918, p. 117. 42 F. CICCONE, Memorie patrie, in «Il Gazzettino di Ariano», 28 agosto 1881. 43 «Poliorama Pittoresco», a. XIV, n. 17, pp. 130-132, poi in Prose educative… cit., pp. 273274. ~ 22 ~


Pietro Paolo Parzanese

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Donne nel Risorgimento fra amore e rivoluzione

Jessie White Mario Intervista a Rossella Certini e Paolo Ciampi

a cura di Alessandra Ciotti e Maria Teresa Schiavino Nel 150° dell’Unità d’Italia decidemmo di realizzare un documentario per raccontare tre protagoniste del Risorgimento: Jessie White, Antonietta de Pace e Enrichetta di Lorenzo. Perciò elaborammo alcune domande e le proponemmo a due storiche, un giornalista e una scrittrice che le avevano studiate e, a loro volta, raccontate. La nostra idea era non di farne agiografia, ma di calarle nel loro tempo, nell’età che avevano all’epoca dei fatti, vederle vivere, amare, incontrarsi, soffrire. È così che abbiamo scoperto un Risorgimento di giovani, una generazione politicamente impegnata in un grande progetto. Abbiamo imparato a guardare al Risorgimento con occhi diversi. Presentiamo qui l’intervista dedicata alla giornalista Jessie White. L’abbiamo scelta per dare un’idea di quanto il Risorgimento fosse importante anche fuori dell’Italia, tanto da destare l’attenzione dei principali giornali del tempo e richiedere inviati speciali come Louise Colet, Marx, Engels. Vi siete interessati entrambi di Jessie White, anche se con strumenti letterari diversi: un saggio critico e un romanzo. Potreste raccontarci cosa vi ha affascinato, cosa vi ha appassionato di lei? R. C.: Il mio incontro con Jessie è stato casuale. Nei miei anni universitari il mio professore, Franco Cambi, mi consigliò uno studio su di lei. Leggendo la sua vita e le sue opere ho trovato un personaggio straordinario, fuori dagli schemi dell'epoca. Emancipata intellettualmente e culturalmente visse in maniera indipendente, liberandosi dagli stereotipi che volevano la donna passiva, chiusa tra le mura domestiche, lontana dalla vita pubblica della nazione. Fu una grande giornalista, formatasi a fianco degli uomini che hanno fatto e pensato il nostro Risorgimento. P. C.: Anche per me la scoperta di Jessie è stata casuale. Non sono uno studioso, uno storico, ma un giornalista. Un giorno, cercando lavori di giornalisti di altre epoche, ho scoperto questa donna e mi sono stupito, perché è un fatto raro trovare donne giornaliste all'epoca di cui ci occupiamo. Poi ho letto i suoi articoli e ho scoperto una scrittura straordinaria, capace di dare qualche dritta professionale anche a noi giornalisti di oggi, pur impegnati in un mondo così diverso e complicato. Quali sono stati i punti di riferimento politici di Jessie, i suoi maestri? A chi è ispirata la sua azione politica e sociale? R. C.: Negli anni della giovinezza (Jessie White è nata nel 1832 in Inghilterra) i suoi maestri, Doson e Morrel, la introducono al pensiero di John Stuart Mill e le fanno conoscere il pensiero di Giuseppe Mazzini. È così che lei entra per la prima volta in contatto con la cultura italiana. Per Jessie il pensiero di Mazzini fu sicuramente un riferimento continuo: democrazia, unità e libertà.

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P. C.: Sicuramente Mazzini è stato un riferimento insostituibile nello sviluppo intellettuale e nel percorso politico di Jessie. Penso anche che in lei ci sia una cultura tipicamente anglosassone, un pragmatismo, una capacità di mettere insieme pezzi di pensiero diversi, identità appartenenti a diverse scuole. Mi piace la sua capacità di essere eroina romantica che lancia il cuore al di là dell'ostacolo, e nello stesso tempo persona concreta, capace di farsi ponte tra identità diverse, quali sono state per un lungo periodo della storia italiana gli stessi Garibaldi e Mazzini. Ci piace pensare che la sua vita sia fatta di 'verità e bellezza', per usare le parole di Keats: come se il “letterario” si trasformi, con lei, in realtà: l'avventura rivoluzionaria, la scelta di autonomia, la necessità di liberarsi delle sovrastrutture sociali, la battaglia per il riscatto dei popoli. In che modo Jessie ha incarnato queste caratteristiche? R. C.: Ha incarnato l'idea di verità, e già nell'idea di verità c'è il concetto chiave di bellezza come armonia, rispetto, solidarietà. La Verità - sociale, politica, culturale - per Jessie era prioritaria. Nelle sue inchieste, negli articoli, nelle biografie, aspetto importante della sua attività, Jessie mette sempre al centro la questione sociale, le problematiche nascenti, la crisi del paese, del popolo, l'istruzione. È sicuramente una giornalista che denuncia le mancanze della politica italiana, e fa di questa attività critica, sociale e politica, il suo cavallo di battaglia. La sua verità sta nell’idea di portare avanti un sistema di valori a favore di tutti, soprattutto degli ultimi: le popolazioni della zona di Napoli e della Sicilia diventano oggetto di grosse inchieste sulla condizione del popolo e degli operai. Per lei è fondamentale fare emergere la verità, chiave di salvezza per tutti i popoli. P. C.: Penso anche io che verità e bellezza siano parole giuste per la vita di Jessie, anche oltre lo stesso lavoro di giornalista al servizio della verità. Parlare di verità a proposito di Jessie White significa in primo luogo richiamare una vita di testimonianza e di impegno, di presenza nel mondo, di volontà di cambiamento, di relazione con l’altro. In questo senso è una chiave di lettura importante per chiunque voglia avvicinarsi in maniera un po' meno scontata al Risorgimento. Io stesso ho avuto problemi ad affrontare il Risorgimento nei miei studi, come immagino sarà capitato a tutti coloro che lo hanno studiato sui libri di scuola. Il Risorgimento ci è sempre stato inflitto come un momento austero, fatto da padri della patria, ovviamente uomini e quasi tutti di una certa età, adatti a stare su un piedistallo. In realtà non siamo riusciti a cogliere ciò che il Risorgimento è stato: appunto verità e bellezza, incarnato da persone che hanno testimoniato e portato qualcosa di importante nella loro vita. Quindi parlare di Jessie vuol dire affermare che il Risorgimento è stato un grande movimento di giovani - qual era Jessie nel momento in cui ha scelto di dedicarvisi - che ad un certo punto hanno deciso di prendere parte, impegnarsi, dare la vita a una causa che oggi ci appare lontana e astratta. Sarà romantico ma nasconde un patrimonio di generosità, un modo di guardare il mondo e sentirsene parte, che sarebbe auspicabile riuscire a ritrovare oggi. Anche l'amore ha un ruolo importante nella storia di Jessie. Come funzionava il rapporto uomo donna nell'Ottocento e come è stato il rapporto che lei ha vissuto con Alberto Mario? ~ 25 ~


R. C.: il rapporto con Alberto Mario è vissuto con pienezza di sentimenti e nel totale rispetto reciproco. Il loro incontro avviene in Italia nel 1850. Ci sono sommosse a Genova, vengono entrambi arrestati. Si conoscono in carcere e la loro conoscenza va avanti, oltre il carcere (la White vi rimase quattro mesi). All’incontro seguono scambi epistolari, c'è un grosso struggimento da parte di Jessie che scrive a conoscenti ed amici, persino a Mazzini, il tormento di questo amore per Alberto, le difficoltà, i momenti inquieti. Però la loro storia d'amore si conclude felicemente, con un matrimonio civile celebrato in Inghilterra, e per molto tempo gli avversari politici, sia di Jessie sia di Alberto, la definiscono una concubina perché il loro matrimonio è civile e non religioso. Questo è un altro punto cruciale: siamo alla metà dell'Ottocento, e questa coppia riesce a vivere il proprio rapporto come una civile libertà. In seguito la loro vita si riempie delle campagne garibaldine ma anche di altro: il viaggio di Jessie a Napoli, per l’inchiesta sulla miseria. Lei parte, presa da passione per le vicende sociali italiane, per tutte le questioni meridionali, e Alberto la lascia andare. Alberto si dimostra sempre uomo illuminato, rispettoso delle attività della moglie, ma soprattutto un democratico, scevro da pregiudizi nei confronti dell’universo femminile. Jessie, pur non condividendo il suo federalismo cattaneano, lo definirà sempre il cavaliere della democrazia. Alberto Mario la lascia libera o è lei a rendersi libera? P. C.: Secondo me ha il carattere per rendersi libera in una situazione culturale, politica e civile che certo non aiuta la libertà delle donne. Anche in questo Jessie è un'avanguardia. Partiamo dalla nostra percezione del Risorgimento, da cui in genere mancano le donne, lato nascosto della costruzione della Patria. L’iconografia del Risorgimento va in questo senso. Penso ai quadri dei Macchiaioli (ma anche a Hayez, n.d.r.) in cui le donne spesso ci sono ma solo perché cuciono il tricolore oppure salutano il volontario che parte per il fronte. La donna rimane a casa in quanto madre o moglie. Qui siamo invece in presenza di una donna che davvero fa l'Italia, pur non rinunciando ai suoi affetti, ai suoi sentimenti. Considero la storia di Jessie e Alberto come forse la più bella storia d'amore del Risorgimento italiano, documentata anche dalle lettere che a lungo si sono scambiati per anni e anni. Proprio quelle lettere tra l'altro ci dimostrano che spesso e volentieri vivevano lontani per motivi legati all'impegno politico dei due. O meglio, era Jessie che spesso partiva. Se fra i due c'era un pantofolaio, era Alberto. Per me l'episodio più bello da questo punto di vista è quello relativo alla spedizione di Mentana, forse la più sciagurata delle imprese di Garibaldi, un'impresa già, nella percezione stessa di molti volontari, votata all'insuccesso. Jessie, per fedeltà alla causa e a Garibaldi, decise di andare. Alberto rimase a casa con il suo scetticismo e le sue più fosche previsioni. Quando però vide che Jessie era partita, che aveva addirittura varcato il confine dello Stato Pontificio, la seguì per aderire anch’egli a questa impresa. E i rapporti di Jessie con Mazzini e con Garibaldi? R. C.: Garibaldi e Mazzini, pensiero e azione del Risorgimento. Per Jessie, Mazzini è stato il grande ispiratore da un punto di vista teorico e intellettuale. Ma Garibaldi fu sicuramente colui che più la influenzò nelle sue scelte di tutta la vita. Lei, divenuta poi ~ 26 ~


infermiera dei Mille, amica e quasi consigliera di Garibaldi, era scesa in Italia, insieme alla famiglia Roberts, proprio per seguirlo. Erano gli anni in cui si stava appassionando e innamorando della causa italiana, e in particolar modo vedeva in Garibaldi l'elemento risolutore, l'uomo che con la sua grinta e le sue capacità, il desiderio di rendere giustizia agli oppressi - si pensi alle imprese in Sud America - avrebbe potuto regalare all'Italia e agli italiani la libertà, l’indipendenza dai Borbone, dagli Austriaci, da tutte le dominazioni straniere. Jessie lo descrisse in una biografia memorabile, Garibaldi e i suoi tempi, dove i tempi storici e sociali dell'Italia preunitaria e postunitaria sono temi centrali della narrazione. Una delle particolarità di questa biografia è che la White alterna narrazione in terza persona e narrazione in prima persona. In alcuni passaggi il racconto si fa autobiografia, avendo vissuto le vicende di Garibaldi e dei garibaldini in prima persona. È la storia che i nostri ragazzi non conoscono, la storia di prima mano che non troviamo nella letteratura ufficiale e che invece potrebbe essere strumento di rinnovato interesse verso il Risorgimento. La storia di chi ha partecipato ad eventi che sono dei vissuti pregni di intenti, realizzati con coscienza e con estrema convinzione. P. C.: Nell'uno e nell'altro caso il rapporto è stato bello, ricco di aspetti emotivi e di sentimenti. Questo in particolare con Mazzini, perché Jessie considerava Mazzini il Maestro con la 'M' maiuscola, ma aveva con lui un rapporto quasi familiare, capace di superare i momenti di difficoltà e le tensioni pur presenti. Mi colpisce il periodo londinese di Jessie e Mazzini. Meriterebbe un libro, l'ambiente degli esuli italiani nella Londra dell'Ottocento, e degli inglesi che insieme agli esuli guardavano all'Italia. Mazzini scrive spesso a Jessie per darle suggerimenti, per chiederle cose, ma anche per una sollecitudine del tutto personale. Le dice 'stai attenta col freddo di Londra', 'non ti stancare troppo', oppure le suggerisce qualche libro, le dà un consiglio. Questo rapporto mette in luce anche un Mazzini diverso rispetto all'immagine che solitamente abbiamo di lui. Con Garibaldi il rapporto è forse differente, nel senso che c'è ammirazione, sentimento nei confronti dell'Eroe dei due Mondi, ma non la consuetudine ritmata dalla corrispondenza, dal ricercarsi, dal ritrovarsi sempre, anche se poi Jessie è sempre presente in tutte le spedizioni di Garibaldi, compresa l'ultima, quella - fuori tempo massimo mi verrebbe da dire - in soccorso della Francia invasa dai prussiani. La cosa ancora più bella è che mentre l'Italia della democrazia e del partito d'azione si trovava a dover scegliere tra Mazzini “o” Garibaldi, Jessie metteva sempre la congiunzione “e”: diceva Mazzini “e” Garibaldi. Fu fedele a entrambi per tutta la vita, sopportò anche le rispettive gelosie, perché tutti e due avrebbero voluto averla in esclusiva. Lei invece riuscì a essere il ponte che unì queste due personalità molto forti. E questo non era facile. Jessie White ha incontrato anche Pisacane... P. C.: La storia di Jessie si incrocia anche con la storia della spedizione di Sapri, che negli intenti di Mazzini doveva essere sostenuta e rafforzata da una insurrezione a Genova. Jessie è una delle persone che entra nel percorso di preparazione di questa cospirazione. Sottolineo il termine cospirazione, perché in realtà siamo ancora in una fase completamente diversa rispetto a quella delle grandi campagne garibaldine. Jessie arriva a Genova come giornalista. Si può discutere se si tratti più o meno di una copertura, rispetto a quello che lei viene a fare veramente in Italia, comunque arriva ~ 27 ~


come corrispondente del Daily News, e va sottolineato che il suo non è un arrivo anonimo da cospiratrice, è un arrivo salutato dagli operai e dai portuali di Genova, che l'accompagnano al suo albergo e le fanno dono di fiori e di canzoni: questo dà il senso dell'atmosfera del tempo e del sentimento del popolo italiano, pur in una situazione in cui si stava andando verso il fallimento della cospirazione. Dunque c'è Pisacane, c'è Jessie, ci sono i giorni drammatici che preparano la vera tragedia, quella della spedizione. Jessie è sul molo nel giorno in cui Pisacane e i suoi uomini partono. Non so bene perché Pisacane affidi proprio a lei quel documento che passerà alla storia come il suo “testamento politico”, documento di rigore morale e di tale visione del futuro dell'Italia e di tutti i popoli che sarebbe bene studiare nelle scuole. Immagino che Pisacane, oltre alla fiducia nei confronti di Jessie, abbia messo in conto anche il lavoro della giornalista che in Inghilterra aveva fatto un giro di conferenze pubbliche per sostenere la causa italiana. In fondo quel che Carlo chiede a Jessie è: racconta la nostra verità, se noi saremo vinti. R. C.: Jessie White è stato un personaggio che ha saputo conciliare l’attività di scrittura con un giornalismo vissuto come professione e come missione - nel senso di portare avanti un discorso a favore delle idee di libertà e di democrazia. Nello stesso tempo la sua predisposizione all'azione non è mai venuta meno. Seguendo Garibaldi nelle sue spedizioni, operando come infermiera dei Mille, ha perseguito l’idea della Santa Causa, come era denominato il Risorgimento. È stata infermiera non potendo essere medico, perché, in quanto donna, le università inglesi e italiane non l'hanno mai accettata. Questo è stato uno dei suoi rimpianti. Fu però molto vicina ad Agostino Bertani, il medico di tutte le spedizioni garibaldine, con il quale ha un dialogo e uno scambio di idee continuo. Bertani è per Jessie figura di riferimento, vivendo insieme la morte, la sofferenza, le sconfitte perché non tutte le spedizioni di Garibaldi hanno avuto un esito positivo. E anche di Agostino Bertani è stata biografa illuminata e anche in questo caso, in Agostino Bertani e i suoi tempi troviamo che per Jessie la dimensione storica è fondamentale perché sinonimo di dimensione sociale. I tempi che vivono insieme sono il filo conduttore di tutta la sua opera. In quanto giornalista e scrittrice continua a parlare dei tempi, della storia d'Italia (the Birth of modern Italy uno dei suoi libri non ancora tradotto in italiano, n.d.r.). Solo per The Nation scrisse 143 articoli in cui racconta ciò che sta avvenendo in Italia. Abbiamo la sensazione di una grande modernità del Risorgimento, non soltanto tempo di battaglie di diplomazie ma periodo di grande effervescenza di idee, in cui tutto sembra possibile: trasformare l'Italia in repubblica, cambiare i rapporti di forze all'interno della società e anche le regole della relazione amorosa e del matrimonio. È azzardato fare un paragone con un periodo più recente della nostra storia, il '68? P. C.: Cambiando tutto quello che c'è da cambiare, qualche sintonia, qualche corrispondenza, qualche paragone è possibile. Sono due epoche di grande effervescenza, di mobilitazione, di impegno civile, dove c’era qualcosa che oggi forse manca: il senso e la prospettiva del futuro. In entrambi vi è l’idea di un domani da costruire a partire dall'oggi; ovviamente con strumenti e percorsi diversi, e anche con ~ 28 ~


un contesto della comunicazione diverso, cosa che non trascurerei: il Sessantotto è stato molto più diffuso e capace di parlare a realtà molto eterogenee. Pensando al fatto che Jessie White non era italiana di nascita, azzardo un paragone con altri periodi storici che hanno visto grande partecipazione e solidarietà, quella che un tempo si chiamava 'internazionalismo'. Momenti in cui altri paesi sono diventati patrimonio comune e scelta di vita di giovani generazioni, occasione di adesione a una causa importante. L'accostamento più semplice potrebbe essere il Vietnam, e di lì si ritorna magari al Sessantotto. Ma mi viene in mente, scorrendo la storia del nostro '900, che gli inglesi, i polacchi, gli ungheresi che parteciparono alle imprese garibaldine, non sono troppo lontani dalle Brigate Internazionali, giovani provenienti da tutte le parti del mondo, che durante la guerra di Spagna si mobilitarono per la Spagna democratica (e infatti una delle brigate si chiamava appunto Garibaldi, n.d.r). Sono paragoni azzardati, ma vi percepisco lo stesso sostrato di generosità e la stessa capacità di guardare alle cose del mondo e di farle proprie. R. C.: Io mi occupo di educazione e formazione e quindi leggerei il ‘68 e il Risorgimento sotto una luce diversa. Due i punti fondamentali, principalmente questa idea di trasformazione. Il 68 è stato un grande momento di trasformazione, soprattutto per quanto riguarda la mentalità legata a istituzioni e apparati ideologi di Stato, come li definiva Althusser: la mobilitazione a livello generale di uno spirito critico forte, la nascita di un pensiero divergente alla base di una rivoluzione generale nei costumi, negli stereotipi familiari, in quel concetto di autorità e autoritarismo, come definito dalla Scuola di Francoforte. Non dimentichiamo che il ‘68 è stato un movimento culturale e politico con al centro proprio una idea di cultura in quanto sostegno all'idea di educazione, formazione e trasformazione. Tutto viene rimesso in discussione e riletto sotto una luce nuova, e possiamo dire che anche il Risorgimento ha causato una trasformazione in questo senso. Una trasformazione, e questo è il secondo punto sul quale volevo soffermarmi, che non si è ancora chiusa, che non si è ancora compiuta: noi siamo ancora dentro una fase risorgimentale. La nostra storia ci propone tanti episodi che fanno a tutt'oggi parte del Risorgimento: perché se il Risorgimento ha voluto rappresentare l'unificazione di un Paese da un punto politico e culturale - anche se qui dovremmo fare delle riflessioni diverse - questa idea di unità è un'idea che va mantenuta, sostenuta, sulla quale dobbiamo ancora lavorare, perché non sia un'idea vuota, e non vada a frantumarsi sotto le spinte più incerte di una politica contemporanea spicciola che ci racconta delle cose molto diverse e sinceramente non condivisibili. Su questa idea di unità e di Risorgimento - contemporanea, attuale, complessa - stiamo ancora riflettendo, e sarebbe opportuno e necessario lavorarci anche tra i giovani affinché queste memorie ci facciano capire l'origine della nostra storia attuale e come muoverci tutti insieme per promuoverle e renderle sempre più vive, più efficaci. Non sono parole di carta. Dietro di esse ci sono persone, pensatori, uomini che si sono sacrificati per degli ideali concreti, e ai quali noi dobbiamo guardare non solo con ammirazione ma con interesse, chiederci il perché delle loro scelte. Perché siamo ancora dentro a questo Risorgimento. La nostra Italia unita si muove e affonda le proprie fondamenta in questo periodo storico. Anche il '68 è un suo frutto. ~ 29 ~


La giornalista francese Louise Colet, in Italia al seguito di Garibaldi, scrisse: non c'è che una giovinezza oggi in Europa, ed è la giovinezza italiana. Che ne è stato di quella giovinezza dopo l'Unità? P. C.: Per dirla con Giosuè Carducci, dopo gli anni della poesia e dell'azione iniziano i lunghi anni della prosa dell'Italia fatta, che probabilmente si rivelava diversa da quanto era stato auspicato. L'Italia sognata certo non fu l'Italia che poi quei giovani cresciuti si trovarono sotto gli occhi. La storia di questi giovani non si conclude con l'impresa dei Mille, deve essere vista anche nella prospettiva di quel che è successo dopo. E come è stato quasi un miracolo arrivare in fondo a quell'impresa – iniziata sin dagli anni ’20 dell’Ottocento, n.d.r - così bisogna avere il coraggio di dire che non era quella l'Italia che ci si attendeva, l'Italia che volevano Mazzini e Garibaldi. Sicuramente non era l'Italia sognata da Jessie White. Poi le scelte di quei giovani furono diverse. Chi, da camicia rossa, divenne ufficiale dell'esercito regio chi divenne ministro o primo ministro (come Crispi e Nicotera). Ci fu chi invece continuò con coerenza a difendere e a promuovere gli stessi ideali. Jessie White fu un esempio di coerenza, perché ebbe la capacità e la sensibilità di capire il mondo che aveva sotto gli occhi, senza nascondersi dietro i paraocchi del passato eroico. Da donna delle imprese seppe trasformarsi in un'altra figura di militante, una giornalista che usava la forza delle parole raccontando, denunciando, tracciando le prospettive per il futuro. In lei, come in tanti altri, c'è delusione, ma c'è anche questa coerenza che arriva fino in fondo e che fa parte del patrimonio della Meglio gioventù di allora. R. C.: Negli ultimi anni della sua vita Jessie si dedicò all'insegnamento senza mai tralasciare l’attività di giornalista e scrittrice. Per lei era importante continuare a testimoniare e stimolare le nuove generazioni affinché il patrimonio del Risorgimento non andasse perduto. Desiderava che fosse portata avanti questa idea di Patria e di unità nella maniera migliore possibile. Si dedicò all'insegnamento anche per motivi economici, non volendo mai trarre guadagno dalla sua attività di giornalista e scrittrice. Insegnò a Firenze, presso l'Istituto superiore di studi femminili, poi facoltà di Magistero e oggi Facoltà di Scienze della Formazione, dove noi in questo momento, e dove io insegno. In questa attività fu sempre molto attenta a denunciare le cose che non andavano, e che dovevano essere cambiate per seguire i tempi, perché anche alle ragazze fosse dato un insegnamento adeguato. C'è qualche episodio della vita di Jessie che ci vuole raccontare? P. C.: La scelta è difficile perché in questa vita c'è tutto: l'avventura, la passione, l'amore, le imprese, il carcere. Ricorderei brevemente due episodi. Il primo è quello che ci riconduce alla ferita più famosa di tutto il Risorgimento, la ferita di Garibaldi all'Aspromonte. Le vicissitudini di questa ferita furono tante. Medici, operazioni, discorsi e interventi sui giornali di tutto il mondo. Garibaldi alla fine fu operato a Pisa, in un albergo, non da un luminare inglese ma da un onesto medico fiorentino dell'ospedale di S. Maria Nuova. A tenere la mano di Garibaldi, a curarlo, c'era Jessie, che però per questo non è mai stata ricordata. Immaginatevi, è come se in un quadro uno dei protagonisti della scena rappresentata venga fatto sparire. ~ 30 ~


Nel secondo una Jessie ormai anziana, vedova, povera, riceve la visita di due funzionari inviati da Crispi, l'amico di un tempo - da cui la separa ormai una divergenza politica insanabile - che vuole aiutarla procurandole un vitalizio. Ma lei rifiuta. Forse per l'ultima volta è Miss Uragano. Dallo Stato non accetterà nulla. Quel che ha fatto non lo ha fatto per avere un giorno un compenso. R. C.: Mi soffermo sugli ultimi momenti di vita di Alberto Mario, assistito da Jessie. È il 2 giugno del 1883, un anno esatto dalla morte di Garibaldi. Alberto chiede a Jessie di uscire sul balcone per mettere il tricolore. Quando rientra, Alberto è spirato. Lei lo ricorda sempre nei suoi scritti, nelle sue lettere, ricorda questo momento e questa coincidenza storica, ricca di sentimento e di passione: anche nella morte c'è comunione con l'epopea risorgimentale. Entrambi sono sepolti nel cimitero di Lendinara.

Jessie White Mario

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Sassuolo, Fiorano e Spezzano Tra ricordi risorgimentali e necessità di recupero della villa Moreali-Menotti

di Vittorio Menotti Fiorano modenese è posto sulla linea pedemontana che prelude all’alto Appennino. La storia di questi territori è antichissima e si può fare risalire alla preistoria. Il toponimo deriva dal latino Florianus, derivato dal nome personale Florius anus (podere di Florio). Il territorio fioranese fu un possedimento di Matilde di Canossa a partire dal 1076, passando poi a varie signorie che si succedettero per l’intero medioevo. Dopo alterne vicende, il 30 giugno 1609 il duca di Modena Cesare d’Este pagò 215.000 scudi romani a Enea Pio ponendo fine di fatto al dominio dei Pio su Fiorano che ritornava definitivamente sotto il governo estense. Fiorano rimase aggregata a Sassuolo come podesteria fino al 1651. Il duca Francesco I d’Este infeudò il territorio di Fiorano al marchese Alfonso Coccapani il 27 maggio 1651. Quest’ultimo già deteneva il feudo di Spezzano. Il 27 luglio 1629 infatti, la rocca e la terra di Spezzano erano diventati feudo del marchese Guido Coccapani, padre di Alfonso. Veniva così riunito il territorio fioranese, distaccandolo da Sassuolo che restava sotto il diretto dominio ducale. Villa Coccapani, situata in una delle zone più suggestive della collina fioranese, venne edificata ai primi anni del Seicento per volere del conte Ludovico Ronchi e nel 1686 divenne patrimonio del marchese Coccapani. Nel 1634, su commissione del duca Francesco I d’Este e su progetto dell’architetto Bartolomeo Avanzini, iniziarono i lavori di costruzione del Santuario della Beata Vergine. Il Santuario, in stile barocco, fu edificato sui ruderi del castello che domina tutt’ora Fiorano. Con la Restaurazione, estinta la dinastia Estense con Ercole III, a Modena salì al trono Francesco IV d’Asburgo-Este. Infine, nel 1859 con decreto dittatoriale di Luigi Carlo Farini, Fiorano riacquistò la propria autonomia comunale rispetto a Sassuolo. L’amenità del paesaggio delle ubertose colline di Fiorano Modenese e di Spezzano, una delle frazioni più rinomate di Fiorano, accanto al quale v’è il parco naturale delle Salse di Nirano, facilitarono, nei primi decenni del Settecento e dell’Ottocento, il radicamento di alcune famiglie signorili che vi edificarono notevoli dimore presenti e ancora in buono stato sul territorio. Tra le ondulazioni del territorio e la salubre campagna pedemontana importanti famiglie della nobiltà e dell’alta borghesia modenese trascorrevano le estati al riparo dall’afa e dal fetore cittadino o magari per allontanarsi dall’insalubre clima modenese. Fra i tanti personaggi che villeggiavano a Spezzano e a Fiorano possiamo citare due celebri intellettuali modenesi: Muratori e Tiraboschi. Muratori fu spesso ospite a Spezzano del marchese Coccapani. Tiraboschi era solitamente ospitato da Lodovico Coccapani nel suo palazzo di Fiorano. Villa Guastalla, venne edificata nel 1659 sul colle vicino al monte della Madonna, in prossimità del Santuario della Beata Vergine del castello di Fiorano. La villa fu progettata dall’architetto reggiano Gaspare Vigarani (1588-1663), notissimo architetto al servizio dei duchi estensi per i quali realizzò la palazzina dei giardini ducali nonché numerose chiese della capitale estense e a Reggio Emilia. Costruita in origine dal Vigarani per sé e per la sua famiglia, con la morte del canonico Gianbattista Cantelli Vigarani nel 1808 la villa venne acquisita da Benetto Malmusi, come residenza signorile e luogo di villeggiatura. La famiglia Malmusi si ~ 32 ~


allargò con i figli Carlo e il fratello Giuseppe, presidente del governo provvisorio di Modena nel 1848. Nel territorio fioranese, oltre a villa Coccapani, sono presenti altre residenze nobiliari risalenti ai secoli XVII e XVIII. Citerò brevemente villa Cuoghi, villa Messori, e villa Pace, tutte collocate lungo i principali tracciati viari che collegano il centro di Fiorano con Sassuolo e la pianura. In particolare, nel territorio di Spezzano possiamo ricordare villa Rossi, villa Campori Magiera, villa Cavallini. L’edificazione di villa Campori risale al tardo Seicento. Costruita in una zona ricoperta di querce e altre piante ad alto fusto, è un tipico esempio di residenza sobria e comoda, posta a poca distanza dalla città, ma in un luogo verdeggiante e lontana dai miasmi cittadini, a due passi dal parco naturale delle Salse di Nirano. Cesare Campori, stabilitosi a Spezzano per trascorrere la stagione estiva ed autunnale, dopo l’Unità d’Italia e con il ricostituirsi nel 1860 del Comune di Fiorano, entrò a far parte del Consiglio comunale dove svolse la carica di consigliere per diversi anni. Morto Cesare, gli successe il figlio Pietro con la moglie Margherita Ricotti-Magnani. Ministro della guerra del governo Lanza tra il 1870 e il 1873, il generale Cesare Francesco RicottiMagnani (1822-1917), tra i fondatori del CAI, aveva approvato i piani per la conquista di Roma nel 1870. Il generale soggiornava spesso a Spezzano ospite della figlia. Villa Campori, circondata da un immenso parco, confinava con villa Paradisino di proprietà del generale Massimiliano Menotti. Data la vicinanza, è logico immaginare che tra i due fossero frequenti incontri di cortesia e comunanza. Villa Moreali, insieme ad alcuni possedimenti terrieri di Spezzano, faceva parte del ricco patrimonio della nota famiglia modenese dei Moreali che aveva dato notevoli personaggi alla città di Modena. Francesca Moreali, moglie di Ciro Menotti, ne deteneva la proprietà, e l’aveva trasformata nella residenza estiva della famiglia Menotti. Lo stesso Ciro vi risiedeva spesso con la famiglia. Dopo l’esecuzione del marito nel 1831, Francesca Moreali continuò ad abitarvi con i figli Achille, Polissena, Adolfo e Massimiliano. La vicenda di Massimiliano Menotti si intreccia naturalmente con quella dei genitori e ne trae notevole ispirazione. Il padre, Ciro Menotti, nacque a Migliarina di Carpi nel 1798 da una notevole famiglia di commercianti e imprenditori. Lui stesso imprenditore come il padre nell’industria allora molto in voga del truciolo, aveva maturato ben presto un orientamento liberale e nazionale. Impegnato nell’attività cospirativa di opposizione al sistema politico vigente, si batteva contro l’assolutismo dispotico, arbitrario ed incontrollato degli Austro-d’Este. Dopo un lungo mercanteggiamento con Menotti e Misley, Francesco IV, duca di Modena, nella notte del 3 febbraio decise di stringere i tempi per reprimere la cospirazione liberale, facendo irruzione nella casa del Menotti, dove arrestò tutti i congiurati compreso Menotti. Sconfitta la rivoluzione che aveva comunque cacciato il duca da Modena, dopo un mese grazie alle armi austriache Francesco IV tornò al suo posto, stroncando ogni sussulto carbonaro. La commissione militare incaricata di giudicare Menotti si pronunciò per la pena capitale mediante impiccagione. La lettera che Menotti indirizzò alla moglie la notte prima di morire resta una delle pagine più toccanti della letteratura risorgimentale. Francesca rimase sola con i quattro figli; Achille, Adolfo, Polissena, e Massimiliano di poco più di quattro anni. Francesca Moreali fu poi costretta a lasciare la villa di Spezzano per l’esilio in Toscana. Solo nel ~ 33 ~


1843 vi poté fare ritorno con la figlia Polissena. Tre anni dopo Francesca fu colpita da un ictus cerebrale che le paralizzò la parte sinistra del corpo. Achille Menotti, il figlio primogenito, dopo aver vissuto con i nonni a Parigi, completò gli studi umanistici si stabilì a Genova dove fondò e diresse il giornale La stampa. L’anno successivo fu nominato segretario generale del ministero della Pubblica Istruzione a Torino e in seguito direttore delle Poste. Fu poi deputato al Parlamento per il collegio di Sassuolo e di Carpi. Stabilì la sua residenza a Torino dove si spense nel giugno 1878 e, su sua espressa volontà, fu sepolto in quella città. Adolfo Menotti frequentò il liceo a Lucca, ospite della zia Virginia che lo prediligeva perché le ricordava il padre. Nel 1842 visse per un certo periodo con i nonni paterni a Parigi per completare gli studi. Nel 1847 fece poi ritorno a Spezzano per aiutare la sorella Polissena nella assistenza alla madre colpita da paralisi. Dopo aver combattuto nella Seconda guerra di Indipendenza come volontario a Governolo, fu in seguito eletto deputato nel collegio di Carpi. Si stabilì nella villa materna a Spezzano occupandosi dei beni famigliari. Lì visse si spense nell’aprile 1888. Polissena Menotti trascorse gli anni della sua fanciullezza nella casa di Modena e nella villa di Spezzano. Al compimento dell’undicesimo anno, la tragica fine del padre la segnò profondamente, tanto da lasciarle una piaga insanabile. Notevole figura di intellettuale, fu costretta dalle circostanze a vivere confinata vicina alla madre gravemente ammalata, sacrificando in tal modo le sue doti e la sua indiscutibile genialità. Si spense a Modena a soli quarant’anni nel febbraio 1860 per una grave forma di tubercolosi. La madre Francesca la seguì nella tomba solo un anno dopo, nell’agosto del 1861. Massimiliano Menotti ultimogenito di Ciro, dopo la laurea in giurisprudenza si dedicò alla carriera militare, diventando ben presto aiutante di campo del generale Manfredo Fanti. Per il coraggio dimostrato in battaglia, fu promosso maggiore in giovanissima età. Con il grado di generale divenne aiutante di campo di Vittorio Emanuele II. Nel 1885 fu eletto deputato in parlamento per due legislature. Si ritirò nella villa il Paradisino di Spezzano dove visse fino al giugno del 1889. Nel 1928 si costituì a Fiorano un comitato che promuovesse la costruzione di un mausoleo in cui dare degna sepoltura a Ciro Menotti e ai suoi famigliari. Il 26 maggio 1929 fu completato il monumento eretto nella chiesa parrocchiale di S. Giovanni Evangelista di Spezzano. Il Comune di Fiorano Modenese si occupò della traslazione dei resti di Ciro dal cimitero di Spezzano nella cappella eretta nella chiesa. Le spoglie di Ciro Menotti e dei suoi congiunti furono collocate in due cassette di zinco avvolte in un drappo tricolore nel loculo a pavimento della cappella. Spezzano ha quindi rivestito una importanza cruciale nella storia risorgimentale. Tuttavia, tra i tanti ricordi storici che le ville signorili di quelle zone ricordano ancora, solo una tra quelle dimore non esiste praticamente più: proprio quella appartenuta alla famiglia Moreali-Menotti. Mentre la memoria civile dei cittadini di Carpi si è preoccupata di porre una lapide sulla casa natale di Menotti a Migliarina, così come la comunità modenese ha voluto rimarcare la presenza di Ciro sulla facciata della residenza modenese di corso Canalgrande con la posa di una targa commemorativa, la società contemporanea pare avere dimenticato che Ciro Menotti, in uno dei periodi più intensi della sua vita ha vissuto nella villa di Spezzano con la moglie Francesca e i figli. ~ 34 ~


Da anni la villa sembra abbandonata al proprio destino e sta velocemente trasformandosi in un rudere. Di fronte al vergognoso degrado in cui versa, con i muri che crollano, gli intonaci sbiaditi, i tetti pericolanti, ci si chiede la ragione di tale dimenticanza. La villa dovrebbe essere salvata anche solo per il suo grande valore storico e culturale, oltre per i legami con le vicende risorgimentali. Lo stabile è un bene storico da tutelare e da preservare a beneficio delle generazioni future e dell’intera Nazione. La soprintendenza dovrebbe intervenire con i poteri che le competono. Il cammino per il suo salvataggio è ancora lungo e ricco di insidie. Il sovrintendete del F. A. I. Luigi Malnati, ora sostituito da Cristina Ambrosini, ha scritto, riconoscendo il valore d’interesse culturale di villa Moreali: «Il bene, seppur da tempo privo di manutenzione, presenta nei suoi aspetti materiali e formali elementi caratterizzanti del villino di campagna di pregevole fattura tipico di questo territorio e contestualmente il manufatto risulta di particolare importanza dal punto di vista storico per l’intero patrimonio nazionale, poiché qui era solito trascorrere i periodi estivi con la famiglia il patriota Ciro Menotti, le cui spoglie giacciono nella vicina chiesa parrocchiale di Spezzano». Negli ultimi anni l’Amministrazione comunale di Fiorano sta tentando di trovare una soluzione al grave problema dell’abbandono della villa. Maggiore si fa la sensibilizzazione nella opinione pubblica anche attraverso l’interesse manifestato dalla stampa locale che ne ha segnalato il degrado. Purtroppo, va segnalato che la villa appartiene a un’azienda privata che non pare intenzionata a investirvi risorse per un recupero funzionale. Alcuni anni fa un progetto del comune aveva tentato di recuperare l’edificio attraverso l’accordo con l’impresa che ne detiene la proprietà, ma senza risultati. A questo punto il rischio dell’abbandono diventa sempre più concreto. Basta osservarla dalla strada per accorgersi di quanto l’edificio sia degradato e rischi la distruzione totale. Al di là delle polemiche di parte e del rischio che posizioni pregiudiziali ritardino ancor più la soluzione del problema, l’unico modo per tentarne il recupero è il coinvolgimento di imprenditori del comprensorio ceramico che possano contribuire al finanziamento dell’opera insieme a Fondazioni ed enti pubblici che si facciano carico del vulnus che si otterrebbe con la perdita di una così importante testimonianza del nostro recente passato.

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Ciro Menotti

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L’attesa di Valeria Magrini “Mi ha preso la mano con i denti … io ho provato a resistere ma non riuscivo a muovermi, non usciva nessun suono dalla sua bocca, ma sentivo i canini rodermi la mano e tutta quella terra che mi copriva, tanta terra su di me ma senza proteggermi, furioso e affamato mi scavava attorno con le sue zampe schifose di escrementi e orina, ringhiava sommesso, eccitato, poi riprese a rodermi la mano, la scuote, strappa i lembi cenciosi dell'avambraccio, vuole di più, sa che oltre quel braccio può pretendere assai di più, io non posso reagire perché sono morta. Poi decide di andarsene la sua battaglia da scorribanda notturna finisce così ... guaisce un poco e mi abbandona al caso, con la mano manducata rivolta ad oriente ed un braccio che fuoriesce in mezzo al campo. Quella sono io. Io sono finita in un campo, sopra di me la notte estiva, sotto di me il nero della terra. Ma … non sono sola. Mia figlia è dentro di me, i nostri corpi si stanno fondendo ora dopo ora, ora dopo ora, lei è la stella più bella di quella immensa notte e il mio corpo per lei è un falso riparo. Il destino del mio corpo, col suo scomodo peso, era già stato annunciato con la morte della nostra piccola Rosita e tutto ne parlava in modo confuso, le scarpette di raso che non erano mie, la mia data di nascita sconosciuta, le forbicine, il mio ritratto occultato. José non abbandonarmi, José tu vuoi lasciarmi, tu vuoi lasciarmi - ti avevo implorato di tenermi vicina a te. José, mi hai stregata, con la tua voce, col tuo sguardo di miele, i tuoi magici capelli, il tuo fare gentile un po' effeminato e la tua sfrontatezza beffarda. Tutti hanno scritto di me e di te, di te e di me, ma nessuno saprà com'eri veramente, cosa hai detto veramente quel giorno a casa mia, con l'uomo dei cani presente di fronte a noi, ma che non sentiva: era un terremoto che, in quel preciso istante, stava attraversando le nostre vite. Dicevi che mi avevi già conosciuta in sogno, tra i girasoli sììììì ... con una blusa rossa ed i capelli sparsi: io ero per te la più perfetta delle creature. Avevi bisogno di una donna che ti amasse subito, sì una donna, Anita la più perfetta delle creature e da quel giorno - dicevi - non ho desiderato più niente il suo viso come il viso del sole era sfiorato dal mio sguardo, che era come una pioggia leggera calma sul mare, Anita era il mio ideale, il mio sogno pensiero che si fa donna, il mondo vero - la tua vita e la mia morte. Qualcuno ha detto che il mio José mi abbia strangolata, trovarono dei segni neri sul mio collo grida - José non mi ha strangolata ... mai mai mai.... eppure anche se lo avesse fatto? Forse avrebbe mai potuto lasciarmi ai nostri aguzzini? Che cosa avrebbero fatto di questo corpo già macinato? Molto tempo prima, in qualche luogo altro, si era pattuito uno scambio, il cui nodo d'amore era stato stretto attorno a me. Proprio qui mentre ormai sfinita trattenevo, col mio sguardo, l'ultimo ricordo dei suoi capelli biondi nei miei occhi e ritornavano in me le sue parole, i ricordi dei suoi viaggi, Taganrog, quei versi che sapeva a memoria, i pensieri più belli, l'entusiasmo verso i suoi maestri ... il Credente gli aveva insegnato molte cose.

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Garibaldi enigma vivente, sotto un'apparenza modesta e pacifica celava un genio ardente, una mente popolata di sogni grandiosi ed io ero con lui la sua Annita. Eppure tutto era volato via velocemente: Laguna, la Pampa, Rio Grande do Sul, il nostro Rio Pardo, Montevideo, San Simon e poi venne il 1848 e poi il 49 ed infine Roma: volti, lettere, proclami, folle urlanti, la fame, gli assalti con le baionette, il sangue e poi … il sogno della Repubblica Romana si spense. Ce ne andammo col proposito di non arrenderci e raggiungere Venezia, cose che già sapete, quelle lunghe marce ben presto presero un tono notturno, ho barlumi di ricordi, spesso sensazioni opposte: le nausee, il ristoro dei bivacchi nei boschi, la paura di affrontare il monte Titano e la bellezza di quei paesaggi, l'arsura ed il rosso di un cocomero o l'odore di carne arrostita sugli stecchi acerbi. Mi passano in fila davanti anche i volti di molte donne, tante preziose amiche complici del mio stato: rammento una bella veste di seta verde scuro cucita amorevolmente per me per togliermi di dosso la poltiglia di stracci in cui mi trovavo. In quel tempo José aveva una faccia orribile, scavata sotto gli occhi, infuocata e umidiccia per la mancanza totale di sonno e la mia malattia cresceva così grandemente che, di lì a poco, non avrei neanche più potuto camminare. José con la sua forza mi teneva in braccio: non era una ritirata era il mio corteo funebre che pian piano aveva preso tutto lo spazio. Mi strinsi a Lui come mai. Giorno dopo giorno, le mie speranze si annebbiavano e non bastò l'arrivo di un angelo salvatore in quel campo di melica, tornammo a nasconderci nella palude, sempre braccati, in fuga, sgusciando silenziosi coi bragozzi, ora dopo ora, gli stenti, il terrore e la febbre mi avevano divorata d e f i n i t i v a m e n t e … José, disperato, strinse forte il mio pugno, si mangiava le parole di quei momenti, la madre dei miei figli, mia moglie, la compagna della vita ... Ecco me ne ero andata, avevo liberato il suo collo dal mio laccio, da un bel doloroso impiccio. Ci separammo qui. Qui cominciò la mia attesa. Dopo morta mi caricarono su un biroccio, niente di nuovo, José non c'era già più, dovevano fare presto e sotterrarmi, così trovarono uno spiazzo a qualche minuto da qui, fu scavata una fossa e con grande ansia e terrore fui ricoperta sotto la sabbia … ho passato lì, alla mercè di tutto, sette giorni e sei notti … poi il 10 agosto mi ritrovarono degli innocenti che portavano al pascolo gli animali; fui riesumata e ricomposta, stesero un testo in cui si diceva di me quello che già sapete, donna sconosciuta di età approssimativa anni 30, il parroco ebbe pena di me, mi avvolse in una stuoia di canna di palude e mi depose in terra, tra la Chiesa ed il Cimitero. La mia seconda sepoltura sì … ma non fatevi illusioni, la trafila del mio povero corpo non avrebbe avuto tregua e il mio nuovo terrore era che José non potesse più trovarmi. Alcuni anni dopo, qualcuno venne nuovamente a dissotterrarmi, esumò le mie ossa, scavarono voracemente e per l'ennesima volta con trepidazione e malcelato odio per chi mi conservava. Nascosero il macabro tesoro in una casa a Sant'Alberto e lì stetti, finché il parroco infuriato ottenne la restituzione di me medesima … o di ciò che ne restava dopo dieci anni dalla morte! I miei resti ricomposti in una nuova cassa tornarono alle sue vecchie cure. Buona buona rimasi in attesa sempre in attesa che lui tornasse e finalmente Lui tornò. ~ 38 ~


Tornò qui in settembre, il suo fu un giro trionfale: molte cose erano accadute. Ma lui era lì per me e quando entrò in chiesa, per prima cosa vide la coperta di fiori freschi che abbelliva la mia cassa. Ero pronta per essere portata via ancora, ma questa volta era lui che decideva, assieme ai miei figli, così ripresi a vagare. Nizza mi accolse per l'ultima volta e lì restai per molti molti molti anni ... Tutti temevano che altri volessero trafugare a loro piacere le mie reliquie, per rubarle, disperderle, perché vedete dal mio corpo benché ormai consunto, emanava prepotente quel che nessuno potrà mai descrivere: la verità del nostro mistero in vita ... come siamo riusciti noi ad essere quello che siamo stati, essendo umani e drammaticamente disumani. Questo Tempio era stato il corpo da lui più amato, ero la donna che con maggior ardore era transitata nei suoi sogni, urna benedetta, uniti fianco a fianco nelle battaglie, nel pensiero e nell'azione, il suo coltello il mio coltello, il mio galoppo il suo galoppo, il mio riposo il suo riposo. Eppure, qualcuno ha scritto che non sono mai stata all'altezza della leggenda creata su di me; forse non ero stata abbastanza eroica per guadagnarmi quel posto nella leggenda: ero manchevole di qualcosa? ero debole di cultura? di istruzione? ero troppo selvaggia, oppure troppo ... libera … l'ennesima Rosalia dimenticata e da far dimenticare: impossibile! Ma il mio corpo non ha ancora il giusto posto, in nessun luogo né cimitero ... figuriamoci la mia storia addormentata in una leggenda, certo non avrei mai pensato a quel colle di Roma come mia ultima dimora e doveva essere solo per un breve periodo, perché forse leggendomi attraverso, seppero che desideravo ritornare a lui e terminare la mia trafila riallacciandomi come rovo ai suoi capelli ed alla sua barba folle …Chissà… SAPPIATE tutti che ancora aspetto la mia ultima destinazione e nell'attesa il mio cuore Vero resta qui con voi: tra le due croci. Anita Garibaldi Presente

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Oberdan 1882 di Maurizio Mannoni I La sera dell’8 agosto 1882 Guglielmo faceva rientro a Roma. Sospirava. Grazie al cielo aveva passato indenne la frontiera. Si riprometteva di tornare a Trieste più avanti, quando tutto quel trambusto si fosse placato. Si recò al caffè di Trastevere dove si era fermato l’ultima volta, estrasse il giornale dalla tasca del paltò e lo aprì sul primo tavolino libero. Cercò la cronaca dall’estero e di botto spalancò gli occhi. Ordinò un gin, lo tracannò d’un fiato, pagò e s’incamminò pensieroso verso casa con passo svelto. “Quindici anni…un ragazzino…”, mormorò tra sé in preda all’inquietudine. Girò la chiave, entrò nella sala appena illuminata da una piccola lanterna. Si lasciò cadere sul divano e si prese la testa fra le mani. «Guglielmo, sei tu! Finalmente sei arrivato!», esclamò Riccardo dal corridoio, avvicinandosi con il camice sporco di tempera. Guglielmo rimase in silenzio. «Che hai? È successo qualcosa?» «È accaduto quel che non doveva accadere…», sospirò Guglielmo sollevando lievemente il capo. «È morto qualcuno dei nostri?» «Macché, noi stiamo bene…», borbottò Guglielmo fissando un punto indefinito tra il tappeto e il tavolino di noce. «La nostra dannata bomba ha ucciso un innocente! Un ragazzo di appena quindici anni!». Si alzò di scatto, in preda alla rabbia e alla frustrazione. «Tu lo sai, li avrei sterminati tutti quei maledetti austriaci!», gridò fuori di sé, stringendo e agitando i pugni come a un comizio. Riccardo, poggiandogli una mano sulla spalla, cercò di calmarlo, ma lui continuò: «Nessun civile doveva morire, l’avevamo detto con forza alla riunione!» II Guglielmo Oberdan viveva con Riccardo Zampieri da quattro anni, da quando era stato costretto a rifugiarsi fuori Trieste per aver disatteso agli ordini dell’esercito austroungarico. I due, nella prima giovinezza, avevano frequentato il corso di ginnastica nella palestra di Via della Valle a Trieste. Dopo dieci mesi di esperienza all’Accademia delle Belle Arti di Venezia, Riccardo si era trasferito a Roma per seguire un corso di pittura. I due amici si erano rincontrati una sera in una taverna di patrioti. Oberdan gli aveva subito raccontato la terribile vicenda della diserzione: il mattino del 12 luglio 1878 in cui gli giunse l’ordine di presentarsi in caserma; l’assurdità della dichiarazione di guerra alla Bosnia adottata dal Governo per mire puramente espansionistiche; l’uniforme scagliata a terra davanti agli occhi increduli della madre; le sue grida contro il governo che risuonarono in tutto il palazzo… Proprio lui che nelle infiammate riunioni con i patrioti italiani, inneggiava all’unità e alla libertà, doveva imbracciare un fucile per uccidere un fratello bosniaco con gli stessi suoi ideali… «Meglio la morte! Se morirò lo farò per la mia patria: l’Italia!», aveva gridato quella sera suscitando il ~ 40 ~


clamore e l’applauso dei commensali. Gli confidò con occhi lucidi il tenero abbraccio alla madre, l’addio agli amici di tante lotte patriottiche e le infinite speranze che riponeva nel Regno d’Italia. Riccardo si era mostrato lieto di accogliere in casa quel suo vecchio amico vestito sempre di nero e con il cuore traboccante d’ideali. III Guglielmo si avviò lungo il Tevere. Doveva meditare, riordinare i pensieri, mettere insieme i cocci di quelle convulse giornate d’estate. Gli tornava alla mente la sua Adelia, le sue ultime parole: «Non possiamo stare insieme». E poi le lacrime, l’addio, la brezza umida della sera. Adelia era la sorella di Menotti, il suo amico tenore. Aveva sempre avuto un debole per lei, sin da ragazzino, da quando frequentava casa Delfino. Quante volte si erano ritrovati attorno al camino per sentire mamma Aita decantare le gesta del suo conterraneo friulano Antonio Andreuzzi! La contemplava mentre seguiva con i suoi occhioni neri quelle azioni eroiche e si sentiva felice. Vi era in lei uno sguardo fiero che raramente aveva intravisto in altre giovani ragazze. Sembrava che le rivoluzioni e le lotte per la libertà le accendessero il fuoco nell’animo. “Chissà”, pensava, “magari un giorno i nostri cuori si incontreranno…”. Adelia, nonostante una certa sua severità politica e morale, era in fondo una buona persona, capace di gesti d’insospettabile tenerezza. Come in quel freddo mattino di gennaio in cui lui le aveva confidato di aver fondato una società di mutuo soccorso per gli studenti poveri e lei si era subito offerta di aiutarlo dando a uno di quei ragazzini delle lezioni di canto. Quando più avanti aveva saputo che i gendarmi avevano bloccato la sala studio, era scoppiata a piangere. Dallo scorso mese in cui l’aveva rincontrata, dopo il lungo soggiorno a Roma, se n’era invaghito perdutamente. Era divenuta una donna giovane e sensuale. I lunghi capelli neri raccolti in uno chignon, le conferivano eleganza e raffinatezza. Nel viso allungato spiccavano gli occhi luminosi e profondi. IV Guglielmo tornò con la mente a sei giorni prima, al fatidico 2 agosto, quando a Trieste fervevano i preparativi per l’anniversario dei cinquecento anni dall’affiliazione all’Austria. Il corteo dell’arciduca Carlo Ludovico e del suo entourage si sarebbe svolto verso mezzogiorno, come annunciato dai giornali. Ripensò alla sera precedente, agli occhi fiammeggianti del compagno Leopoldo, eccitati quasi come quelli di un folle. Se l’era visto di fronte nello scantinato di casa Delfino con un ingombrante borsone nero e il respiro affannoso. «Eccole: due bombe all’Orsini appena confezionate! Guardate qua!» Era rimasto in silenzio, come se in un angolo inconfessabile del suo animo si fosse augurato che i preparativi dell’attentato finissero in un nulla di fatto. Adelia aveva sbottato: «Bene! Questa volta avranno quel che meritano questi maledetti!» Guglielmo ricordò di aver nervosamente frugato le tasche per agguantare la chiave ricevuta un’ora prima dall’anziano locandiere. A furia di toccarla si era graffiato il pollice destro. Il cuore aveva preso a battergli all’impazzata. All’alba dovevano procedere verso la locanda prima che la polizia perlustrasse il quartiere. ~ 41 ~


Ripercorse le scene di quel concitato mattino: lui che filava via nascondendo il volto nel cappello; Adelia che a ogni passo si voltava indietro come un’assassina in fuga; Leopoldo con i cordoni del borsone sulle spalle, che puntava gli occhi a terra per non inciampare sui tombini. Avevano attraversato i vicoli del centro storico e raggiunto il palazzetto di Via San Spiridione. Si erano fermati nel cortile, spalle al muro, per un lungo sospiro di sollievo. Nessuno li aveva notati. Rivide la penombra delle scale, l’imponente portone di larice, il pavimento a rombi. Tra due tende viola penetrava un affilato raggio di sole. Si erano affacciati al balcone. Dovevano soltanto attendere il passaggio del corteo e la bomba sarebbe volata giù nello spazio di un secondo. La carrozza dell’arciduca Carlo Ludovico sarebbe stata cenere. Il compagno Leopoldo si era subito allontanato per raccogliere quante più informazioni possibili su orari, tappe e altri particolari della processione. Guglielmo era rimasto solo con Adelia e il suo inebriante profumo. Quando l’aveva vista chinarsi verso il comò per sistemare il borsone, la sottoveste di pizzo nero gli aveva fatto scordare perché si trovasse lì. Gli era venuto spontaneo scherzare. Con una posa da attore, la mano levata al cielo, si era messo a declamarle dei versi: Se l’alma tua risponde al tuo sembiante Tu degna sei delle celesti sfere E labbro uman non puote a te dinante Frenar in sen per te lodi sincere, Il volto tuo rifulge e parla al core D’un raggio celestial, raggio d’amore. Adelia si era voltata con un sorriso: «Li ricordi ancora? Son trascorsi quattro anni da quando me li scrivesti!» «Come potrei mai dimenticare?» Adelia era scoppiata a ridere. D’un tratto le si era avvicinato, le aveva carezzato il viso e l’aveva baciata. L’incantesimo di quei minuti non era durato che pochi minuti. D’un tratto avevano sentito battere bruscamente il portone. Irrompeva precipitosamente Leopoldo: «Tutto fallito! Quel maledetto è passato a visitare l’esposizione e poi è ripartito con i suoi leccapiedi dall’uscita posteriore della città!» Gli occhi di Adelia avevano di colpo perso la brillantezza di pochi istanti prima. «Cosa? Eh no! Adesso pigliamo un calesse e lo inseguiamo sino in capo al mondo!», aveva sbottato fuori di sé. Guglielmo le si era avvicinato tenendole i polsi. «No, Adelia, lasciamo perdere. Ormai è inutile correre rischi, tutto è andato a monte. Ci rifaremo al prossimo corteo, ne faranno sicuramente degli altri, vedrete, hanno i giorni contati…» «Guglielmo ha ragione», aveva mormorato Leopoldo, «Andiamocene». «E va bene…», aveva replicato Adelia ormai rassegnata, «ma ci sono troppe guardie tra i piedi. Andiamo via stanotte». Leopoldo indispettito si era defilato dal gruppo, Guglielmo, superato il momento di esitazione, aveva deciso di assecondarla.

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V Uscì di casa. Il Tevere gli parve stanco e sconfitto. Quei pensieri lo avevano scombussolato. Doveva fumare. Estrasse un sigaro dal taschino interno del paltò, lo accese e si sedette su una panchina. Posò il giornale e rilesse l’articolo. Strinse i pugni: “Dannazione! Se solo fossimo andati via da quella casa…Dovevamo mollare tutto e scappare senza pensarci un minuto!” Ma Adelia lo aveva trattenuto e lui non era riuscito a opporsi. Ai suoi grandi occhi ardenti non aveva mai saputo dir di no. Quel pomeriggio si erano baciati come nei loro sogni più nascosti... Ma il piacere silenzioso dei sensi era stato spazzato via dai tormenti del presente. Mentre si rassettava la camicia, Adelia si era nuovamente incupita: aveva cominciato a discutere delle difficoltà del loro legame, dell’ansia di doversi sempre guardare alle spalle, del rischio che i gendarmi potessero arrestarli o persino fucilarli. Guglielmo la seguiva senza interromperla anche quando cominciò a inveire contro il governo e l’imperatore. «Hai visto la fortuna dei maledetti! Quel viscido del duca non si è fatto neanche un graffio!» D’un tratto udirono il suono impastato e martellante della banda musicale. La musica si faceva ogni secondo più alta e distinta. Evidentemente i veterani dell’esercito austroungarico avevano deciso comunque di sfilare in corteo in Via San Spiridione. Adelia rimase in piedi davanti alla finestra proiettando un’ombra sul viso di Guglielmo, rimasto rigido sul divano, infastidito da quel frastuono che sperava passasse quanto prima. D’un tratto il suo viso fu colpito da un raggio di sole. Si voltò. Adelia era balzata come un felino dalla finestra al comò. Quando Guglielmo capì che stava innescando la bomba, ebbe un attimo di esitazione, come se una parte di lui volesse attendere il seguito di quella scena in fondo desiderata. Diede un colpo di reni per fermare il braccio di Adelia soltanto quando lei aprì la finestra. Troppo tardi. VI Stava percorrendo un viale alberato che culminava alla statua di Giuseppe Garibaldi. Si fermò qualche minuto a meditare. Sembrava ieri che il Generale gli chiedeva di pazientare. Per Trieste l’ora della liberazione sarebbe presto arrivata, una scintilla di guerra da qualche parte in Europa e il Regno d’Italia si sarebbe lanciato a capofitto per combattere, come aveva già fatto per il Veneto sedici anni prima… Fece un lungo sospiro. La sua morte aveva spezzato le ultime speranze per i triestini e gli istriani, calato il sipario sui loro sogni. Rimaneva la strada disperata della sovversione armata. Ripensò al suo funerale. Con la bandiera di Trieste al collo in segno di lutto, terminato il corteo, si era recato con i compagni davanti all’ambasciata austriaca. Il tripudio di cori e proteste aveva scatenato l’intervento delle guardie e dovettero scappare. D’un tratto una voce lo fece rinvenire dai pensieri: «Signore, signore!» Si voltò. Un ragazzino con un berretto nero malconcio gli chiedeva una moneta per un panino. Un brivido gli percorse la schiena. Aveva sì e no l’età di Angelo Stocchi, il ragazzino colpito dalla scheggia quel maledetto pomeriggio. Corrugò la fronte e il cuore cominciò a battergli forte. Doveva fargliela pagare a quei bastardi. Non gli importava di venire arrestato, di finire rinchiuso in una cella gelida a patire fame e freddo, doveva ~ 43 ~


lasciarsi trascinare da quell’onda irrefrenabile di rabbia senza timore di nulla. Nel peggiore dei casi avrebbe fatto anche lui la fine di quel ragazzino, ed era giusto così. VII Incontrò Matteo Renato Imbriani, leader del movimento irredentista e prese la sua decisione: il martirio. Soltanto con un morto per la Patria, Trieste avrebbe finalmente spezzato la catena del dominio austro-ungarico. Il momento cruciale era arrivato: l’imperatore Francesco Giuseppe, in occasione dei cinquecento anni di dedizione della città all’Austria, stava per arrivare a Trieste. Si procurò due bombe all’Orsini e si mise in marcia con il suo compagno Ragosa, verso Ronchi di Monfalcone. Giunto a destinazione, venne immediatamente arrestato ma il suo viso rimase sereno. Neanche quella volta era riuscito a scagliare la sua bomba. Sapeva che presto lo avrebbero condannato a morte. Non importava. Da qualche parte nel cielo avrebbe contemplato Trieste libera e chissà, forse avrebbe incontrato il povero Angelo Stocchi per domandargli perdono. Perdono per quella donna che amava e che non aveva saputo o voluto fermare. All’alba del 20 dicembre 1882 la sua giovane vita finì, stroncata da un cappio nel cortile della caserma.

Guglielmo Oberdan ~ 44 ~


L’enigma del ritorno Modena, 11 giugno 1859

di Roberto Vaccari Osserviamolo, dunque, l’uomo che alle cinque del mattino esce livido di rabbia dalla porta spalancata del Palazzo: un ossesso sconvolto da una tragica concatenazione di eventi; un pallido fantasma che stenta a riconoscere il corpo che sopporta la sua anima. Indossa quella che dovrebbe essere, se non andiamo errati, la divisa da ufficiale dei Cacciatori, cappello e piuma compresi nel prezzo, colori sgargianti che ricordano un passato rutilante di balli e dragoni lanciati alla carica. Già nel decidersi cosa indossare si sarà guardato allo specchio chiedendosi se gli convenga passare inosservato – come nel ’48 –, o se convenga mostrare un’attitudine spavalda. Il senso del ridicolo non lo sfiora, né chi lo circonda si premura di avvisarlo che le piume ricordano un uccello da impallinare. La modestia è un’arte che s’impara da bambini e a costui non l’hanno insegnata. A passo rapido, lui che è abituato a gesti trattenuti, il corpo molliccio, faccia sbiancata e baffi spioventi, naso appiccicato sopra una faccia imbronciata, sempre pronto a patteggiare con un mondo che non lo vuol più seguire, lui che da Dio ha avuto ricchezza e potere, quest’oggi si appresta non per la prima volta a fuggire. Spada nuda, la fretta che prende chi scappa, siano re o semplici duchi come Francesco, l’importante è sfuggire a un pericolo tanto immanente da mettere il pepe al culo. Gli occhi lampeggianti bramerebbero esprimere furore, invece del timore che stamattina, alzandosi, l’ha attanagliato, dubitando di non essere all’altezza. Davanti alla Piazza colma di truppe schierate tentenna e il sogno che quella notte l’ha visitato torna a farsi vivido. In quel sogno, suo Padre lo ha visitato nella monumentale camera da letto dove dormiva solo. La moglie l’ha spedita al colmo della crisi. A corte c’è chi giura che il popolo le è devoto, ma che ne sa il popolo della nostra vita? Il popolino osserva con distacco lo scorrere del tempo: un principe muore un altro prende il suo posto, ma la sua esistenza non muta, sicché una duchessa o un’altra non fa differenza. La tenera Adelgonda, una Wittelsbach, figlia del re di Baviera Ludovico, amore a prima vista, sposata nel ’42 per ragion di stato. Com’è possibile che non sia qui a tenergli compagnia? Francesco V ha sognato di partire. E passi, la partenza era nei piani, raccomandata dal comandante austriaco che sostiene che il Sardo stia scendendo dall’Abetone, un contingente già in marcia e nessuno che gli sbarri la strada. Il rischio di restare tagliati fuori è tanto elevato che l’unica linea sicura sarà il Po. Quando l’austriaco gli ordina di fuggire, Francesco vorrebbe ricordargli che l’imperatore Francesco I, padre del ragazzo che regna ora, al suo quindicesimo anno di vita lo nominò Proprietario del 32° Reggimento di fanteria ungherese; suo Padre, Francesco IV, gli aveva regalato un battaglione. Basterebbe una domanda per mettere in crisi gli sproloqui da stratega della ritirata: perché, invece di partire, non si rimane a difendere Modena? La domanda gli si strozza in gola. Partire, fuggire. Ma per tornare più forte di prima, tale è l’imperativo. In quel sogno, dunque, il Padre gli è comparso: mascella prominente, ciuffo scuro, labbroni da fabbro ferraio e lo sguardo da boia. Quel massacratore di facinorosi, quel campione della fede, fulgido esempio di reazionario di questo e dell’altro mondo lo ~ 45 ~


sveglia nel sonno. Dormiva nel buio di questo palazzo incompiuto, frutto di una schiatta di megalomani, incerti persino sul grado della propria follia; i soldi finirono e cos’è rimasto? Una colossale metafora della potenza in una terra povera, umido in inverno e torrido in estate, parafrasi dello scialo a cui si è costretti per mostrare una faccia imponente quando non si hanno eserciti altrettanto poderosi. Nella notte sente una mano che lo scuote. Pensa: è mio Padre, il gran duca che torna dalla tomba per ricordarmi il dovere. Nel sogno sogna di svegliarsi e di vederlo quale lo si può vedere nei ritratti di Malatesta, con quello sguardo fosco che sembra trapassarti, che più che ispirare fedeltà istilla terrore. La sua missione: conservare il mondo nello stato in cui fu creato. Mio Dio, che faccia indisponente avevi, Padre! Inducevi tuo figlio a nascondere qualsiasi mancanza come il peggior reato di Stato. Insomma, un tripudio, perché almeno tu un erede lo creasti, mentre io, che porto un numero più alto nella categoria dei Franceschi, ho avuto una figlioletta morta in tenera età. Qualcuno insinuò che a un morto di troppo volesti tirare il collo, quel Menotti che ti era stato amico, lo stesso che per due volte ti salvò la vita in tempi non sospetti, quando vantava la tua conoscenza. E tu lo ripagasti con una frase rimasta celebre, sia pure nella clandestinità del palazzo: Amico, voi mi avete salvata la vita. Io me ne ricorderò. Te ne ricordasti ponendogli il cappio attorno al collo. Sicché quel povero impiccione confidò al boia parole dal sapore profetico che, riferite, ti colpirono al cuore: … Prego che il mio sangue non cada su di lui e sui suoi figli. Una maledizione! Guarda cos’è accaduto a me: una figlia perduta e nessuna speranza di un erede! Non divaghiamo, ti udii dire nel sogno. Padre, che vuoi? chiede Francesco nel sogno, osservando il viso terreo. Te ne fuggi, dice lo spettro, ma non tornerai. Come, come? chiede il duchino. Tornerò come sei tornato tu, come sono tornato io nel ’31 e nel ’48: noi torniamo sempre, sono questi massoni che non tornano, è il Sardo che sarà scornato come nel ’49! E l’altro: non stavolta, perché il mondo si è rovesciato. Vedrai Modena domani per l’ultima volta. Non vi metterai più piede. Così sia. Francesco rabbrividisce, vorrebbe avere lumi sul destino che lo attende. Ma quel cane, invece di consolarlo, digrigna i denti come sa far lui, imprescindibile mossa dei bari e dei gradassi per farsi temere senza dire. Scompare. Il duca si sveglia sudato. Chiama il servo di camera. È destino che a ogni generazione nasca un Napoleone a intralciare la strada degli Este. Costui è un servo, uomo del popolo, che porta la sua origine stampata addosso, che annusa l’aria come un bottegaio per anticipare il desiderio del cliente. Chiunque tu sia! borbotta il duca trovandosi davanti il servitore mentre ancora pensa al padre. Comandi, Altezza, dice il valletto, occhio vispo del Giuda che sceglierà sua sponte il giorno del tradimento, ma fino a quel momento sarà il più fedele. Ho fatto un brutto sogno. Mio padre mi diceva che stavolta non tornerò, borbotta il duca, scoprendo le flebili gambe avvolte in una camiciola. Il borbottio non si traduce in parole, né il servitore desidera carpirne il senso. Francesco va alla finestra che dà sulla Piazza. Dietro le imposte intravede il deserto che riempie il vasto spazio. Saranno le tre, non un cristiano in strada, poi gli sovviene del coprifuoco che lui stesso, gli pare, ha ordinato. Questa città, cos’è? Muta e prostrata o solo un tizzone ardente? Un altro Menotti aspetta nell’ombra per colpirlo alle spalle o il popolo gli resterà fedele davanti all’invasore che forse domani porrà piede sull’acciottolato di Piazza Ducale? Sarà ~ 46 ~


capace di far puntare ancora il cannone per intimare la resa ai rivoltosi come fece il Padre? Tu ci credi che tornerò? chiede senza voltarsi. Il servo non risponde. Quando Francesco si volge se n’è andato, chissà se c’è mai stato. La solitudine lo coglie alla gola. Eppure, si era addormentato sereno, sapendo di avere la coscienza pulita, senza cadaveri a tormentarlo. I più vicini collaboratori, generaluzzi e conticini, fannulloni di corte vestiti da principi ereditari, pretonzoli a caccia di prebende lo considerano un tentenna incapace di decidersi. Ha tentato di conciliarsi il popolo concedendo benefici, costruendo palazzi, allargando strade e graziando condannati, mettendo mano a una riforma del diritto che è esempio di moderazione e di pietà verso chi sbaglia! Non è colpa sua se il Consiglio di Stato e il comando della piazza gli ha ingiunto la fuga! Resistere si doveva! Quanti ne porterà il Sardo davanti ai bastioni, se si sa che è altrove che si prepara la battaglia delle battaglie contro l’esercito imperiale, e quella non sarà uno scherzo! Non che il suo esercito lo sia davvero, ma piuttosto una raccogliticcia armata buona al più per servire in casa, mostrando i denti a chiunque intenda la legge alla sua maniera. Padre, pensa incespicando nella fodera della sciabola e sui ciottoli di fiume mentre raggiunge la carrozza, non so se sarò all’altezza. Pensa a Cristo e alla sua ultima invocazione sulla croce: Padre, perché mi hai abbandonato! «Ha detto qualcosa, Altezza?» chiede il Ciambellano, tutto un luccicore. «Torneremo anche stavolta?» ripetono le labbra di Francesco, ansiose di una rassicurazione. Le guardie d’onore, stendardi, qualche curioso, meno di quanti Francesco si aspettasse, gli aristocratici palazzi di quel particolare colore tra l’arancio e il mattone cotto che qualcuno chiama Rosso Modena, lampi di baionette, lo spazio vasto, incline a riempirsi di folle esultanti o bercianti a seconda della circostanza, quando poi non accada, come nel ’96, che quei massoni innalzino in faccia al palazzo uno di quegli alberi della libertà quali possono vedersi nelle illustrazioni antiche, e quell’immondo tricolore che sembra una maledizione. Un diniego, risposta tardiva al Ciambellano, un vecchio inutile come lo sono tanti del suo seguito. Un sorriso si apre alla vista di un gruppo di giovani nobili che sventola la bandiera ducale, due fasce rosse con barre blu, al centro lo stemma di famiglia, giallo dorato e un bel blu cielo. I giovani inneggiano agli Este, tanto che, commosso, fa il gesto d’avvicinarli, ma il Ciambellano lo distoglie verso la carrozza. Troppo pericoloso, già già. Tutto è stato ordinato, i quadri imballati, anche gli Holbein e un putto del Correggio, i manoscritti rari, la Bibbia di Borso, i pezzi della collezione paterna, le monete, le medaglie, i gioielli della duchessa; tutto è già in viaggio verso Mantova con una scorta austriaca. Più sicuri di così! In fondo, chi si dorrà se qualche quadro abbandona Modena per un mese, intanto che ogni cosa sia chiarita? Se lo ripete, a scanso di confondersi: la sua non è una fuga, si vuole evitare che tali preziosità divengano merce di scambio nel caso in cui Modena sia occupata dal nemico. Questi nemici nuovi non sono come gli antichi. Spagnoli, francesi, tedeschi pari erano: si prendevano una città, saccheggiavano, depredavano conventi, ma non intendevano mutare alcunché del mondo che trovavano. Tutto predisposto perché nulla vada perduto, ma tutto sia pronto per la ricollocazione. Ci si è ricordati anche del Velasquez, il ritratto del primo Francesco? Si saranno rammentati del busto del Bernini? È al primo Francesco che vorrebbe ~ 47 ~


somigliare, sebbene poco sia il sangue in comune, perché questo Francesco ha solo un nome appiccicato al proprio – Asburgo, per un intreccio dinastico a cui l’Austria doveva dare risposta per non lasciare un Ducato senza una dinastia. Una questione di forma, che si sa assumere sostanza. Ora la gloria sta tutta nella rigatura dei cannoni, nella gittata dei moschetti e nell’abilità di manovra d’un battaglione. Chi vince piglia tutto. Pare che il Sardo porti seco fucili con canne rigate e pallottole Minié, nonché cannoni rigati più precisi e potenti. Be’, Padre, ecco spiegato perché me ne vado: ai tuoi tempi bastava digrignare i denti. Poi li prendevi e gli torcevi le budella. Nel mio tempo un bastardo di francese con i baffi alla spadaccina è capace che m’impali se non mi sbrigo a battermela. «Dica, Ciambellano, che ne pensa di tutto questo?» chiede all’uomo in redingote che gli siede accanto. Il Ministro lo guarda, non capisce. Forse finge. La carrozza sfila davanti al reggimento di linea, baionette lucidate, cappelli alti, pantaloni a tubo: sembrano soldatini di stagno, se non fossero di carne che si avaria in fretta, cambia di colore con il volgere d’una banderuola. «Duca, non penso niente,» risponde flemmatico il sottoposto. «Intendo: se la sentirebbe di garantirmi il ritorno?» «Siamo sempre tornati, no?» risponde l’altro, con aria saputa. Di questi personaggi troppi ne ha avuti attorno, necessari per evitare di dover decidere tutto da sé. Suo Padre era più pratico: prima impiccava, poi faceva i processi. «Eppure,» insiste il Duca, «mi sembra che questo demonio…» Non nomina Luigi Napoleone, l’infingardo che si è proclamato imperatore. Passata la buriana, tra noi coronati si deciderà che quel cognome sia vietato. Ma quanti cognomi, oggi, dovrebbero essere negati? Mezza Italia non si salverebbe. «Che dicono i militari?» chiede, mentre svoltano sulla Darsena che collega Modena al mondo. «I militari?» chiede il Ciambellano. Già, i militari, par proprio che di pareri ne abbiano alquanti, ma non sappiano che pesci pigliare. L’acqua del Naviglio sembra di ghiaccio. Non un cavallo, non un operaio addetto allo scarico, non un modenese che aspetti il suo passaggio. Alle spalle il ducale palazzo che sbarra la strada. «I militari dicono che sarà dura,» dice il Ciambellano, lasciandosi scappare la verità. Così Francesco capisce che il sogno si avvererà. «Non si può andare più in fretta?» chiede, ora che vede comparire lo slargo di Piazza d’Armi. Da un lato si notano gli scavi, oggi interrotti, per la tratta Bologna Piacenza della ferrovia. Di recente era venuto a vederli, novità imprescindibile secondo alcuni, ma lui su un treno non ci salirà, anche se la Prussia ne fa un vanto. I treni portano progresso, il progresso porta cattive idee, ed ecco i risultati. Quando la guerra finirà i principi si dovranno convincere che le cose andavano meglio quando tali diavolerie non esistevano: viaggiavano papi e imperatori, duchi e spose che li raggiungevano, un viaggio durava settimane, come quando una Este divenne regina d’Inghilterra, e mi si dice che un suo ritratto stia appeso nella Reale quadreria, e che il re la volle affiancare alla corona. «Quanto avrà impiegato Maria d’Este a raggiungere l’Inghilterra?» chiede seguendo i suoi pensieri. ~ 48 ~


Il Ciambellano tituba. «Non saprei, Altezza» risponde. Francesco ha l’impressione che non sappia neppure di cosa diavolo stia parlando. Capisce invece che la mancata risposta del Ministro ha un senso preciso. Anche Maria fu una fuggitiva! A suo figlio il parlamento offrì il trono a condizione che si convertisse al protestantesimo, ma egli rifiutò con sdegno. Maria Beatrice morì nel 1718 e fu sepolta accanto al marito senza far mai ritorno a Modena né a Londra. Lui seguirà quel fulgido esempio? Che pensiero infausto! Rabbrividisce, si convince che è solo la guerra, con le sue alterne vicende, a trascinare le vite in giro per il mondo. Entrano in Piazza d’Armi dove attende l’armata. Verso la pianura lombardo-veneta convergono le avanguardie contrapposte, dopo le batoste di Montebello, Palestro e Magenta. Adesso si deve far argine a qualsiasi costo, si dice Francesco, come accadde nel ’49. Chissà se le mie truppe avranno l’onore di partecipare agli scontri! Ha l’impressione che gli austriaci preferiscano non averle tra i piedi in una battaglia manovrata. Voci non ancora confermate riportano che l’imperatore voglia prendere in mano l’esercito dopo gli scorni recenti. Bisogna aver fede, gli diceva sua madre quando il Padre malediceva uomini che fino a qualche giorno prima erano stati suoi amici. Però in guerra non vincono i migliori, ma i più attrezzati che portano le armi più moderne, muovono cavallerie con l’estro di un architetto. S’irrigidisce, assumendo la sua faccia da parata. Com’è la faccia da parata? La stessa di sempre, baffi spioventi, viso tirato all’ingiù, corpo appesantito dalla noia, spalle cadenti e pallore circonfuso da un’aura di martirio. Orsù, ti senti dire con voce appena udibile, valorosi, ci ritiriamo solo per prendere respiro. Torneremo vittoriosi, ve lo giuro. La tua voce si perde sotto i bastioni della Cittadella – uno dei quali sostenne il peso di Menotti. Dietro, svettante come un fuso, la Ghirlandina colorata di rosa dal sole mattutino. Ritorneremo più forti di prima, dici, e la commozione si impossessa del tuo cuore. Avanti miei valorosi, non smarriamo la strada, ora che l’obiettivo è vicino. Gli uomini ti rispondono con un boato, scandendo il tuo nome: Francesco! Poi si avvicinano gli ufficiali, sgargianti divise, pompose onorificenze che tu hai infuso, denaro, terre, promesse, ordine superiore, l’ordine che viene dal cielo e non dagli uomini. Ti circondano: puzzano di sudore e tabacco, tutto tintinna, armi, finimenti, spade, rumoreggia la truppa, nitriscono i cavalli, la polvere riempie gli occhi impastandosi di lacrime. Un colpo di cannone pone fine alla festa. Si parte, signori. A rivederci presto, la battaglia incombe e noi la vinceremo. Escono dalla città. Francesco non è tranquillo perché sente scorrere la strada, né le molle ottundono la sensazione che ogni metro percorso lo allontani dal ritorno. Finché una salita suggerisce che quel passo sarà l’ultimo prima dell’esilio. Scosta la tendina per avere conferma che la sua sensazione era giusta. Hanno raggiunto il ponte Alto che scavalca, tra due alti argini di terra, il fiume Secchia. «Ferma» ordina, preso da un improvviso conato di malinconia. «Come vuole, duca» risponde la guardia nobile che lo affianca. Così, alla sommità del ponte, tocca di nuovo il suolo patrio. Il verde della campagna s’è fatto più intenso, un affresco di toni diversi, questa terra che è sua e non lo è, che respira se lui vuole, che dà frutti e onori, che sfama e affama solo perché lui decide. I dragoni osservano sotto la calura che sta crescendo. Il Ciambellano lo segue, forse intuendo il gesto del principe. Accanto, sfilano drappelli, guardano nella sua direzione, salutano alla voce, ~ 49 ~


spensierati. Una batteria a cavallo fa tremare il ponte, segue uno squadrone di cavalleria. Signore aiutami a non deflettere dal dovere, pensa, con l’afa che gli toglie il respiro. Compiuto un breve tratto dell’argine, un ampio panorama mostra torri e palazzi, guglie e altane, saranno due leghe al massimo: si potrebbe udire il tramestio delle strade. L’aria tremula confonde i dettagli, ma ogni tetto è visibile come in quelle antiche mappe a volo d’uccello. Modena, la sua. Si distinguono le mura, dall’alto di questi argini colossali che dovrebbero proteggere la città dalla furia del fiume. L’aria tersa consente di scorgere le guglie del palazzo incompiuto; guarda, il campanile di San Domenico e quella è la guglia con l’angelo del palazzo municipale, lo slargo di Piazza Grande, via Emilia, le porte e il verdeggiare dei Giardini Ducali! Nuvole sbuffano contro il sole, imprimendo un’ombra sul terreno fatta apposta per onorare la città. Fanno bene a dirsi che torneranno, perbacco! «Dobbiamo tornare» proferisce. «Certo che torneremo, e da vincitori» conferma il Ciambellano. «Sa, Ministro,» aggiunge Francesco in tono da conversazione, «perché prima le avevo espresso i miei dubbi? Perché non è la prima volta che gli Este abbandonano la Capitale. Confido che torneremo anche in questa occasione.» «Altezza, non possiamo restare indietro,» dice il Ciambellano, stanco della tiritera. «La strada è stretta e potremmo restare intrappolati.» «Avete ragione, ma lasciate che dia un ultimo sguardo alla Ghirlandina, niente di più sacro ai nostri occhi.» In quel momento una nube getta un’ombra sulla città. Il duca rabbrividisce, vorrebbe aggiungere qualcosa, ma la frase che sarà ricordata dalla Storia non gli sovviene. L’esilio è cominciato, l’importante è che abbia termine. Trema dal dubbio. Anche suo padre, nel sogno glielo ha pronosticato. Dai campi si avvicinano due bambini sudici e moccolosi. Due modenesi. Che guardano? Cosa vogliono! Sorridono! Che sia un sorriso di scherno? Italiani! Il Ciambellano li scaccia con un gesto, ma quelli non si muovono. Arroganti! Il duca torna sui suoi passi. Non tornerà, ora lo sa per certo, sta scritto negli occhi di quei bambini.

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Duca Francesco V d’Asburgo-Este

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Prima di primavera di Lucia Baldini La pioggia lieve di marzo lava lo sguardo senza domani. Cospiratori, politici, pensatori, hanno vissuto tenebre, sconforto, illusioni. Ma il seme cerca la parola che unisce. Non perde il vizio di credere, il vizio di sperare. La coltre bianca ha ceduto all’erba nuova, il rosso vigoroso celebra la primavera. Penisola colonizzata da ideali, soffia il profumo libero della tua unità , in un abbraccio regale eternamente fiorito.

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Dalla storia alle storie: il Risorgimento in classe Classe 3a A - Scuola secondaria di I grado - Pennabilli IC "Padre Orazio Olivieri" Pennabilli (RN) - a.s. 2019-2020 insegnante: prof.ssa Martina Brizzi

Una vita per il sogno dell’Italia unita di Luca Agostini Eravamo partiti nella notte del 5 e del 6 Maggio da Quarto, presso Genova, eravamo 1070 volontari più io. C’era una confusione quel giorno… Si ascoltava lo sguainare delle sciabole che si esercitavano quando comparve lui, l’eroe dei due mondi, Garibaldi, Giuseppe Garibaldi. Era la prima volta che avevo la possibilità di vederlo. Era proprio come me lo immaginavo. Era appena arrivato e già era ora di partire. “Tutti al porto” disse lui con voce calma e soave, come se fosse stato tranquillo, come se sapesse già di avere la vittoria in pugno. Eravamo giunti al porto, io camminavo adagio a fianco dei Mille per non farmi scoprire, sapete avevo tredici anni. Appena lo vidi, il Lombardo, il piroscafo nel quale dovevamo imbarcarci, mi misi a correre verso di esso, e prima che l’esercito potesse arrivare mi imbarcai e mi nascosi dentro ad un barile. Dalla parte opposta si ergeva il Piemonte, l’altro piroscafo. Non passarono neanche due minuti che già li sentii arrivare e in altri due minuti eravamo già pronti a salpare. Quando successe sentii un terremoto: il movimento tra le onde mi dava la nausea e rischiava di farmi saltare la copertura a causa del continuo oscillare del barile. Sudavo freddo. Pensavo continuamente di essere finito, che mi avrebbero scoperto e giustiziato, anche se mio padre non l’avrebbe mai permesso. Nel mentre sentii una botta brusca. Avevamo appena attraccato. Non ebbi il coraggio di muovermi ed infatti aspettai lì ore ed ore mentre l’esercito era fuori. L’ambiente iniziava a fare un tanfo da paura. Cominciai a pensare che la mia vita fosse finita. Contemporaneamente ritornarono. Non capivo cosa dicessero, però oltre ad altre centinaia di urla riuscii riuscivo ad udire la voce di mio padre. Riuscivo a scandire soltanto poche parole le quali: Sicilia, Palermo, Marsala… Dopo che tutti furono saliti, ripartimmo all’arrembaggio. Poche ore dopo udii scandire dall’equipaggio le parole che annunciavano la vista della terra. Successivamente riuscii a sentire dove ci trovavamo. Stavamo per attraccare a Marsala, una città Siciliana. Era l’11 Maggio, io ero stato all’interno di quel baule cinque giorni, i quali mi parevano tre come massimo. In quel momento provavo una felicità immensa al contrario dei cosiddetti Mille. Loro erano tesi e speravano di fare ritorno al più presto. Attraccato il piroscafo alzai il coperchio e intravidi i soldati scendere pronti al combattimento. Appena tutti furono scesi, saltai fuori dal barile. Provavo una gioia immensa. Prima di scendere impugnai una sciabola pure io. Li stavo seguendo quando guidati da Garibaldi, i garibaldini dalla loro velocità sopraffecero il nemico. Io li osservavo da lontano, lo scontro fu breve e sanguinoso. Calatafimi, mi pareva si chiamasse quel posto. Seguii l’esercito marciando e marciando, sentivo che le forze stavano per cedere ma continuai… Arrivati a Palermo erano i primi di Giugno e l’esercito in poco tempo lo conquistò. Erano fortissimi. Ad ogni mossa che facevano io apprendevo, erano dei veri e propri idoli per me. Inoltre i Mille non ci misero tanto a conquistare quasi l’intera regione. Il 20 Agosto passavamo lo stretto di Messina. Proseguimmo via terra fino ad arrivare a ~ 53 ~


Napoli. Nel tragitto avevo la possibilità di testare quello che apprendevo sulle arti del combattimento su alberi o addirittura sull’aria. Quando entrammo a Napoli era il 7 Settembre. Combatterono fino all’1 Ottobre circa. In quei giorni ci furono tantissimi morti e scontri continui, giorno per giorno. Infatti l’1 Ottobre iniziò l’ultima e decisiva battaglia sulle rive del fiume Volturno, sempre in Campania. Garibaldi vinse anch’essa. Tuttavia quel giorno rischiai la morte. Ero troppo vicino all’area di azione e fui scoperto da un nemico. Un garibaldino mi salvò. E dopo avermi salvato mi nascose per poi tornarmi a prendere finita la battaglia. Quando gli scontri terminarono non tornò. Qualche giorno dopo arrivò incontro ai Mille l’esercito Piemontese scendendo verso sud per ragioni ignote. Ora le ho comprese, ma prima ne era a conoscenza soltanto Garibaldi, il quale era l’unico ad aver parlato ai rinforzi. Ci erano venuti incontro perché era troppo grande il pericolo che Garibaldi accogliesse l’invito proveniente dai mazziniani per proclamare nel sud Italia la repubblica; l’esercito Francese sarebbe inoltre intervenuto a favore dello Stato della Chiesa se Garibaldi avesse puntato verso Roma e tale situazione rappresentava per i piemontesi l’occasione buona per annettere Umbria e Marche e così era stato. A quel punto ero libero di farmi scoprire. Non c’era più pericolo. Infatti andai da mio padre e con lui oltre ai suoi rimproveri tornai a casa. Due settimane dopo esserci tornato… sentii parlare di un fatto: Garibaldi aveva consegnato tutti i territori da lui conquistati il 27 Ottobre, sempre nel 1860, a Teano, a Vittorio Emanuele II per poi ritirarsi a Caprera. Pensai a lungo a lui, alla sua vita, una vita dominata dal pericolo e donata al sogno dell’unità d’Italia.

Nonostante di Martina Agostini Anche io ero li, anche io ero uno dei mille. Nonostante l’età, nonostante non fossi bravo a combattere, nonostante tutto, io ero lì! Riuscii ad entrare nell’esercito di Garibaldi, pur avendo tredici anni già vedevo nel mio futuro un futuro glorioso, un futuro da generale! Dopo aver fatto qualche ora di viaggio arrivai a Genova, oltre a me c’erano molte altre persone, precisamente 1069. Io ero piccolo, c’erano tanti adulti e poi lui, Garibaldi, non sapevo che dire, che fare! Così mi limitai a chinare il capo e ad aspettare che se ne andasse per poterlo rialzare. Era arrivata l’ora, l’ora della partenza, era buio, non so bene che ore erano, ma penso tardi. Salutai mia madre, lei piangeva, ma la tranquillizzai e col sorriso le dissi:” Io tornerò da te.” E così partimmo, il 6 maggio, un giorno che ricorderò per sempre! Ci divisero in due gruppi da 535 persone l’uno. Io salii sul piroscafo “Lombardo” mentre Garibaldi e gli altri sul “Piemonte”. Ci distribuirono fucili antiquati con poche munizioni, e ai più fortunati delle spade, e capitò proprio a me! Più la guardavo più mi veniva voglia di toccarla, era tagliente come una lima e perforante come un proiettile, la riposi subito all’interno del fodero, che era anch’esso meraviglioso, lucido, in ferro e segnato dallo stemma Sabaudo. Arrivammo in un paesino, Talamone, dove i miei compagni presero nuovi fucili e tante munizioni. L’11 maggio arrivammo a Marsala e in seguito a Calatafimi dove per la prima volta ebbi paura, ero terrorizzato, ero immobilizzato dal timore, quando vidi i miei compagni tirare fuori i fucili e iniziare a sparare, quasi stavo per svenire. Ma poi pensai a mia madre, alle sue lacrime, al suo sorriso e a quanto volessi riuscire a rivederla, allora mi feci forza, sguainai la spada , ed ero pronto, pronto a qualsiasi cosa, sorrisi con orgoglio e con la testa ~ 54 ~


alta mi misi al pari dei miei compagni e riuscimmo a sconfiggerlo, a sconfiggere il nemico. Con l’adrenalina ancora nel sangue e con qualche ferita qua e là, mi diressi verso l’accampamento dove mi curarono le ferite, mi potevo considerare fortunato, visto che ero ancora in vita. Dopo un po’ di giorni partimmo per Palermo dove un altro esercito ci stava aspettando. Nonostante tutto, nonostante la morte di alcuni miei compagni, riuscimmo a vincere anche questa sfida. Perché tutti si battevano contro di noi? Sarei riuscito a tornare da mia madre? Sarei riuscito a non crollare sul campo di battaglia? A tutte queste domande risposi solo al ritorno. Prima di arrivare a Napoli, a Milazzo affrontammo un'altra battaglia che vincemmo. Il 7 settembre arrivammo finalmente a Napoli, dove molti dei miei compagni decisero di tornare a casa, ma io no, volevo restare, capire come sarei diventato da grande, perché mollare, perché proprio quando si inizia ad assaporare il brivido della speranza? Così rimasi e dopo circa un mese, il primo ottobre, sulle rive del Volturno, compimmo la battaglia finale, quella decisiva, che avrebbe segnato il destino di tutti noi, la vita o la morte, la vittoria o la sconfitta più totale. Ci scontrammo con lui, contro l’avversario più pericoloso, l’esercito borbonico: fortunatamente dopo una lunga e sanguinosa battaglia ne uscimmo vincitori, e fu così che tornai da mia madre, la riabbracciai dopo tanto tempo. Qualche settimana dopo lessi sul giornale che le terre conquistate da noi erano state cedute a Vittorio Emanuele II, quando si incontro con Garibaldi il 26 ottobre a Teano, ma penso che sia stata la scelta migliore. Il 27 settembre fu incoronato Vittorio Emanuele II primo Re d’Italia. Non voglio che con il passare del tempo mi dimentichi di tutto quello che ho vissuto e per questo sono qui a trascrivere i miei ricordi, i ricordi del passato, i ricordi che spero di non dimenticare mai, non importa se la paura è più forte, se il timore ti blocca bisogna provare ad andare avanti, superare tutto e tutti, nonostante l’appoggio di pochi, nonostante la voglia di vivere, nonostante la mancanza di casa, io sono andato avanti con la forza del cuore, con la forza della volontà.

Oltre la linea dell’orizzonte di Giuseppina Castaldo “Talvolta la storia ci lascia dei punti interrogativi e la civiltà resta indifferente, perché è più semplice rimanere nell’incertezza piuttosto che guardare indietro e scoprire di aver sbagliato.” Era questo che mio fratello mi ripeteva, ma non sono mai riuscita a carpire fino in fondo le sue parole, ogni frase riusciva a smontare le mie certezze. Mio fratello è Luigi Corvina, grande sostenitore di Giuseppe Garibaldi, “l’eroe dei due mondi”, chi non ha mai sentito parlare di lui? Un uomo coraggioso, dall’animo nobile e con un grande segreto nascosto nel cuore. Ricordo che una mattina vidi Luigi alzarsi alle prime luci dell’alba salutando in lacrime i nostri genitori, per poi prendere alcune armi e uscire di casa. Provai a chiedergli informazioni ma l’unica risposta che ricevetti fu: “Abbi coraggio… sempre!” Lo presi per un braccio e finalmente mi spiegò il motivo della sua imminente partenza: avrebbe partecipato alla spedizione dei Mille guidata da Garibaldi. “Se non facciamo qualcosa continueremo a gridare senza avere la voce per farlo: è giunto il momento di farsi sentire!” Ripeteva Luigi. In quel momento i nostri sguardi si incrociarono e riuscii a vedere l’immagine nitida di Garibaldi riflessa nei suoi occhi, doveva provare una grande stima per quell’uomo. Stava per andarsene quando: “Vengo con te!” Esclamai. I miei genitori non volevano sentir ragione, ma mio fratello è sempre stato un ottimo adulatore, così partimmo verso la conquista della nostra libertà. Non so dirvi con precisione quanto durò quel ~ 55 ~


viaggio, eppure ricordo con chiarezza l’emozione intensa che mi accompagnò e la determinazione cresceva poco a poco nel mio animo, rendendomi ancora più convinta della mia decisione. Quando finalmente incontrai Garibaldi tutto attorno a me pareva essersi fermato, come per mettere a fuoco quel momento unico e indimenticabile che ancora oggi è impresso nella mia mente. Il mio cuore batteva a mille ed ero così emozionata che le parole facevano fatica a uscirmi di bocca, insomma non capita certo tutti i giorni di ritrovarsi faccia a faccia con un eroe. L’incontro mi segnò dentro, fin da subito carpii l’essenza del suo animo: puro, umile, coraggioso, un po’ mi rivedevo in lui. Tappa dopo tappa, secondo dopo secondo, socializzai sempre più con Garibaldi, fino a diventare il suo fedele braccio destro. Non mi insegnò a combattere, ma capii il vero significato della parola “lealtà”. Ricordo una sua frase in particolare, quest’ultima era un po’ il suo rito scaramantico: “Sempre e con coraggio… oltre la linea dell’orizzonte!” E pronunciandola stringeva forte la sua spada, con la quale scrisse la storia d’Italia. Sembrava fatta proprio per lui: l’impugnatura era decorata in modo particolare, il metallo con cui era stata costruita ha resistito anche alle battaglie più sanguinose, la punta affilata e la lama tagliente contribuivano a regalarle splendore, ma ciò che la contraddistingueva era il cinturino rosso ad essa legato, il suo simbolo per eccellenza. Ricordate la frase che mio fratello mi ripeteva? “La storia ci lascia dei punti interrogativi”… ecco ne capii davvero il significato una sera; dopo una delle solite battaglie distrutti, ci fermammo in un villaggio che si trovava sulla cima di una collina, celato tra le fronde dei grandi alberi che si ergevano su di esso. Il popolo fu molto accogliente nei nostri confronti, infatti una signora del posto fu disposta persino a cedere la sua dimora a Garibaldi affinché potesse trascorrere la notte in tranquillità. Purtroppo così non fu. Gironzolavo per i sinuosi sentieri del villaggio, quando sentii delle urla provenire dalla casa. Sguainai la spada ed entrai. Ciò che trovai fu ripugnante: Garibaldi era disteso sul pavimento dolorante, eppure non sembrava ferito “Impostore! Maledetto!” Gridava con la poca voce che gli era rimasta. A quanto pare una spia aveva fatto irruzione, ma lui l’aveva fermata in tempo. Non esitai e con un colpo di spada uccisi l’impostore. Intanto Garibaldi, incapace di reagire provò ad alzarsi ma non aveva la forza per farlo, inoltre respirava a fatica e sembrava stesse per svenire. Lo soccorsi e gli portai da bere, infine, quando si riprese, iniziò a parlarmi: “Immagino tu voglia delle spiegazioni”. Annuii incerta, non avevo il coraggio di rivolgerli la parola. “Sapevo che prima o poi sarebbe arrivato questo momento.” Esitò. “Devi sapere che ti ho mentito. Beh… ti ho raccontato che a Teano dovetti consegnare le mie conquiste perché Cavour mi fermò dopo la spedizione.” Lo fissavo perplessa “In questi giorni volevate riprendervi ciò per cui avevamo duramente lottato: la libertà.” Annuii ancora, mi sembrava la soluzione migliore. “Non fu Cavour a fermare la mia marcia, ma decisi io di lasciar perdere tutto” D’improvviso la rabbia si fece spazio in me, così mi alzai infuriata: “E i nostri ideali di coraggio? Tutte le persone che sono morte perché confidavano in te? La verità è che non sei l’eroe che tutti credono. Vuoi rispondermi almeno oppure…” Mi interruppe bruscamente: “Sono malato! Il mio cuore può fermarsi da un momento all’altro. Un secondo sono vivo quello dopo potrei morire. Per questo ho deciso di fermarmi, avevo paura di deludere il mio esercito, l’Italia, me stesso.” Lo guardai per un istante, poi gli sorrisi e mi gettai tra le sue braccia; un uomo così è speciale. Ora che tutto è finito sono qui, con la sua spada stretta tra le mani, a raccontarvi una storia di coraggio, di onore e di emozioni. Perché lassù, c’è ancora il disegno del sorriso di quell’uomo impresso nelle stelle, che non dimenticherò mai. Io e lui, lui ed io… oltre la linea dell’orizzonte!

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Il diritto di essere liberi di Eleonora Cedrini Tutto iniziò nel 1820 quando la protesta contro la Restaurazione sfociò in moti rivoluzionari. Tali insurrezioni esplosero nel popolo, le persone volevano una Costituzione e per ottenerla erano pronti a combattere. La Costituzione infatti era un piccolo segno dei loro diritti, un modo per affermare la loro voglia di cambiamento. Queste lotte, feroci e violente costrinsero i vari sovrani a concedere le carte costituzionali, ma non bastò questo gesto, infatti Venezia , poi seguita da Milano provò a cacciare gli Austriaci ovvero il dominatore straniero dalla città, a questo punto tutti attendevano un intervento da parte di Carlo Alberto. Quest’ultimo infatti dichiarò di lì a poco guerra all’Austria, dando inizio alla prima guerra d’indipendenza. Purtroppo però la battaglia cominciata dal sovrano del regno di Sardegna, non si concluse come sperato, il suo esercito infatti perse a Custoza e successivamente a Novara. Carlo Alberto deluso, lasciò posto al figlio Vittorio Emanuele II. Tutte le Costituzioni concesse vennero ritirate, ad eccezione dello Statuto Albertino. Apparentemente il bilancio di tutte queste guerre può sembrare negativo, in realtà per la prima volta permise di diffondere ideali come la libertà, l’indipendenza , la democrazia e l’unità. L’Italia si ritrovò comunque divisa in tanti piccoli pezzi . Tutti questi frammenti di regni e paesi iniziarono ad accorgersi però di avere tante cose in comune , gli stessi interessi per esempio, sia economici che nazionali, tutti infatti desideravano l’ unità. Lo spirito del popolo cominciò a nutrire un vero e proprio desiderio di vedere unificato il proprio Stato e in tanti uomini nacque la voglia di ricercare un regime politico perfetto per l’Italia. C’era chi pensava ad una Repubblica democratica fondata appunto sulla Repubblica, la democrazia e l’unità, come il grande Giuseppe Mazzini. Era della stessa opinione l’uomo d’azione più celebre del Risorgimento, Garibaldi. Credeva in un’ipotesi federalista Cattaneo che desiderava dotare di propria autonomia ogni Stato. Il sacerdote Vincenzo Gioberti si rivolgeva invece ad una confederazione di stati che avesse a capo il Papa. Infine c’era l’idea di Cavour, Camillo Benso Conte di Cavour fu uno degli uomini più importanti di questo periodo, lui pensava che l’unificazione spettasse al Regno di Sardegna poiché l’unico stato davvero libero e non sottomesso al dominio straniero. Cavour fu un personaggio molto abile, con le sue strategie riuscì a rendere il problema dell’unità nazionale italiana un problema europeo. Grazie alla Guerra di Crimea infatti riuscì a sedere al tavolo dei vincitori durante il Congresso di Parigi. Cavour inoltre strinse una forte alleanza con Napoleone III, con il quale stabilì anche un accordo, l’accordo di Plombiers che prevedeva l’aiuto della Francia contro l’Austria solo se questa avesse attaccato per prima. Ancora una volta l’astuzia e la furbizia di Camillo Benso Conte riuscirono a fargli ottenere ciò che serviva a completare i suoi piani. L’Austria infastidita dalle truppe del Regno di Sardegna sui propri confini inviò un ultimatum all’Italia che però venne respinto dando vita alla seconda guerra d’indipendenza. Gran parte dei territori erano quindi conquistati, ne mancavano solo alcuni e ad acquisirli definitivamente fu la Spedizione dei Mille formata da 1070 volontari che nella notte fra il 5 e il 6 maggio 1860 partirono per Marsala in Sicilia , guidati da Giuseppe Garibaldi. Quando Garibaldi a Teano incontrò Vittorio Emanuele II dovette cedergli tutti i territori da lui conquistati. Il 17 settembre 1861 Vittorio Emanuele II venne proclamato primo re d’Italia. A questo punto l’unico tassello mancante agli obiettivi del Risorgimento era la democrazia. Tutti i valori che però scaturirono da questa serie di eventi e battaglie avrebbero portato poi alla democrazia , un processo lungo e molto faticoso, le cui fondamenta con il Risorgimento erano già salde. L’attuale Costituzione dello stato italiano è stata raggiunta ~ 57 ~


solo nel 1948. L’articolo 13 dichiara inviolabile la libertà personale dell’uomo, vieta qualsiasi genere di restrizione verso la libertà. L’articolo 49 tutela il diritto di tutti i cittadini di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale. Tutti hanno il diritto di esprimere liberamente il proprio pensiero, articolo 21. Questi articoli della Costituzione del nostro Paese oggi democratico, riportano gli stessi principi e gli stessi valori che nacquero nel Risorgimento: la democrazia ma soprattutto il diritto di essere liberi.

Il giorno in cui riunimmo l’Italia di Reidi Meta Salve, io sono Reidi Meta. Sono qui perché vorrei raccontarvi una storia un po’ particolare. Vorrei raccontarvi la storia di un ragazzino che prese parte alla spedizione dei mille, la mia storia. Me lo ricordo come se fosse ieri. Era una tranquilla serata di febbraio, quando vidi ritornare a casa mio padre, dopo esser dovuto rimanere fuori diverse settimane per via delle diverse rivoluzioni. Ricordo che mi si avvicinò e mi strinse forte a se dicendomi: ”Figliolo, presto dovrò partire per un’importantissima missione che ha come unico scopo quello di riunire l’Italia. Lo so che ancora è presto e che non sei pronto, ma vorrei chiederti solo una cosa. Vorrei soltanto che tu venissi con me. Ti prometto che non ti accadrà nulla, ti proteggerò ad ogni costo.” Inizialmente fui molto disorientato ma allo stesso tempo mi sentii incredibilmente entusiasta. I giorni passarono in fretta e finalmente presi la mia decisione: avrei accompagnato mio padre. Il tempo passò senza che me ne rendessi conto e in men che non si dica il fatidico giorno arrivò. Partimmo da Quarto tra i primi giorni di maggio. Ricordo che faceva molto freddo ma tutto sommato la spedizione procedeva tranquillamente, nonostante la fame e la stanchezza. Dovemmo però fare scalo a Talamone, per via del nostro scarso arsenale. Credo che quelli fossero stati i giorni più belli dell’intera spedizione. Io e mio padre ci rifugiammo in un locale nel quale trovammo gente molto gentile e accogliente che ci offrì del cibo e un caldo letto in cui dormire o riposarci. Dovemmo riprendere il viaggio circa due giorni dopo. Ricordo che prima di partire, a ognuno di noi distribuirono delle armi con le quali combattere. A me diedero una fantastica sciabola di ferro puro con un manico ricoperto da una pregiata pelle di coccodrillo. Me ne innamorai sin da subito. Finalmente ripartimmo. Ricordo che ero entusiasta ed ottimista, ma, purtroppo, dovetti ricredermi fin da subito. Il viaggio era estremamente frustrante, al punto di non sentirmi più i piedi, ma il solo pensiero di lottare per il mio paese mi diede la forza di proseguire. Trascorsero circa tre mesi e finalmente arrivammo in Sicilia, dove a Marsala, Palermo e Milazzo arrivarono i primi problemi. Iniziarono una serie di piccole battaglie che durarono circa un mesetto(da settembre a ottobre) da cui uscimmo vittoriosi. Anche se non furono molto impegnative, persi mio padre. Mi sentii come se mi avessero trafitto il cuore. Ero devastato da un senso di angoscia. Decisi però di continuare solo per vendicare mio padre. Arrivò finalmente l’ultima battaglia. Fu estremamente faticosa ma riuscimmo comunque a vincerla sulle coste di Volturno. Mi sentii molto orgoglioso sapendo che ero riuscito a non morire e a riunire il mio paese.

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Il mio grande generale di Francesca Pieralisi Era la notte prima della partenza da Quarto e il mio generale era ancora nella tenda ad organizzare la strategia con i suoi uomini. Io avrei voluto tanto sapere il giorno seguente su quale delle due navi sarei stata imbarcata. Eravamo più di mille, noi donne eravamo meno. Quando scappai di casa per seguire quel famoso generale che stava passando di lì, con il suo cavallo bianco e la sua camicia rossa, io raccolsi le poche cose che avevo, baciai i miei fratellini che stavano dormendo e partii a piedi, con le scarpe rotte. Finalmente prima dell’alba mi imbarcai sul Lombardo e salpammo verso la Sicilia. Il generale mi sorrise appena mi vide e si accorse che ero l’unica ragazza su quella nave, tutte le altre erano sul Piemonte. Così mi volle vicino a lui nella battaglia. C’erano poche armi e Garibaldi ne volle dare una a me con l’ordine di proteggerlo in battaglia. Lui era il mio eroe e lo avrei protetto a costo della morte. In Sicilia combattemmo contro il regno dei Borbone. Io ero alle destra di Garibaldi, quando una sciabola mi ferì al braccio destro. Garibaldi si fermò, si tolse il fazzoletto scuro dal collo e lo legò intorno alla mia ferita per fermare il sangue, poi mi aiutò a salire con lui sul suo cavallo. Alla fine sul campo di battaglia c’era tanto sangue, ma avevamo vinto. Ero felice, avevo aiutato il mio eroe a conquistare l’Unità d’Italia. Per una ragazza di tredici anni non è cosa da poco. Quando tornammo a casa Garibaldi mi accompagnò davanti alla porta, mi fece salutare i miei familiari, poi però mi disse che sarei dovuta andare con lui a vivere insieme nuove avventure.

All’ombra del grande eroe di Carlotta Serena Riglietti E’ come quando da piccola ti mettevi a fissare il sole e la mamma diceva di smetterla. Tu continuavi e lei: “Ma lo sai che fa male?” Allora tu abbassavi lo sguardo e c’era ancora la luce accecante negli occhi, sulla strada, nelle punte delle scarpe, sulle insegne che provavi a leggere, non vedevi più niente, solo sole. E succede così: ti metti a fissare il passato “Ma lo sai che fa male?” e ti riempi gli occhi di ricordi e non vedi più niente. Mi presento sono Giacomo, sono un ragazzo di tredici anni e sono il figlio di uno dei più illustri personaggi del Risorgimento, Giuseppe Garibaldi. Egli nacque il 4 luglio 1807 a Nizza. Eravamo una famiglia felice fino a quando, una sera del 1860, mio padre tornò a casa mentre eravamo a tavola a cenare e il silenzio dominava la stanza. Proprio quel silenzio che sembrava perfetto fu spezzato e rovinato da mio babbo che iniziò a parlare con mia mamma di una certa spedizione dei mille, non capii esattamente quello di cui stavano discutendo, ma capii che era stata organizzata da alcuni democratici che stavano aspettando il momento giusto per fare un’insurrezione. Furono loro a convincere mio padre a organizzare una spedizione militare in Sicilia. Tra il cinque e il sei maggio 1860 mio padre partì da Genova con 1070 volontari con due piroscafi : il Piemonte e il Lombardo. Io però non potevo permettere che partisse da solo, con uomini che per lui erano come estranei; decisi allora di nascondermi nelle loro scorte di cibo, nessuno si accorse di niente. Il viaggio per arrivare a Calatafimi, dove avevo sentito si sarebbe tenuta la prima battaglia, fu lungo e noioso. Il cinque di giugno ~ 59 ~


conquistarono Palermo. L’ esercito di mio padre fu appoggiato da molti siciliani che volevano ribellarsi, fra di loro vi erano nobili, borghesi ma soprattutto contadini. L’intenzione dei garibaldini era l’unità d’Italia. Il viaggio continuò ed io ero pieno di emozioni che non riuscivo a decifrare. Il sette settembre entrarono a Napoli e l’uno di ottobre ci fu l’ultima vera battaglia vinta da mio babbo in Campania. Per aiutare mio padre intervenne l’esercito piemontese che si diresse a sud e con la battaglia di Castelfidardo vennero sottratte al papa l’Umbria e le Marche. Il ventisei Ottobre 1860 Vittorio Emanuele Secondo incontrò mia babbo a Teano e a lui non rimase che consegnare al re i territori conquistati. Mio padre decise successivamente di rifugiarsi a Caprera. Qualche anno dopo morì… La sua morte fu per me uno shock. Quante volte mia madre da bambino mi ha chiesto di dare un voto da uno a dieci al dolore che avevo, io le ho sempre fatto vedere nove dita e lei mi diceva che ero un combattente perché valutavo con un nove quello che in realtà era un dieci. Io non lo facevo per coraggio, ma perché volevo tenere da parte il mio dieci e la morte di mio padre è stato un terribile dolorosissimo dieci. Il suo funerale fu terribile, vederlo morire davanti ai miei occhi e io incapace di poterlo aiutare: questa è la cosa per la quale mi do la colpa. Io non sono fiero di mio babbo perché fu un condottiero della spedizione dei mille ma perché per me fu un insegnante di vita infatti mi ha dimostrato che il tempo è relativo il suo unico valore è dato da ciò che noi facciamo mentre passa. Ogni azione da noi compiuta ha il proprio tempo, la cosa difficile è solo aspettare .

Io e la spedizione dei mille di Manuel Sclamadori “Arrivo babbo!” Queste sono le parole che dissi prima di partire, mi preoccupava lasciare mia mamma Margherita, le mie sorelle Anita e Ginevra e soprattutto il mio piccolo fratellino Riccardo. Partimmo da casa nostra in Via Roma numero tre a Pennabilli e dovevamo arrivare verso Quarto, il luogo dove aveva inizio la spedizione dei Mille. Ero ansioso: proprio io, io, Enrico, che avevo solo tredici anni avrei partecipato alla spedizione. Non ero eccitato per la partenza, ma per la possibilità di vedere il mio idolo: Giuseppe Garibaldi. Io non ero adatto alla guerra, ero basso e magro sembravo un chiodo, non avevo braccia forti e come se non bastasse erano molli, avevo un paio di gambine misere che non avrebbero mai sopportato il lungo cammino, però ero partito e non potevo più tornare indietro. Dopo quindici giorni di intenso cammino arrivammo a Quarto. Dovevamo fare una lunga fila, per farci dare il numero e ci radunammo intorno a Garibaldi: finalmente vidi il mio idolo! Lui fece un lunghissimo discorso incoraggiante e una volta terminato noi ci scatenammo con un applauso. Alle nostre spalle c’erano tantissime navi, ci salimmo e prendemmo il largo. Finalmente attraccammo, non so quanto tempo era trascorso, però era stato infinito. Quando scendemmo ci diedero una spada a testa, era lunga, affilata, ricamata con disegni e con una punta in grado di infilarsi ovunque. Ci incamminammo verso Talomone, dove iniziò una battaglia che vincemmo facilmente. Una volta finita incontrai mio padre, gli dissi che ero riuscito a tenere testa ad un adulto e mi fece i complimenti. Risalimmo sulle navi e partimmo per la Sicilia, l’undici maggio sbarcammo a Marsala, iniziò subito la battaglia, fu una passeggiata conquistarla, come Palermo fu occupata ai primi di giugno; la tappa più difficile in Sicilia fu Messina, da una nave ci lanciavano frecce e i cannoni sparavano di continuo, noi da riva facevamo lo stesso cercavamo di bucargli lo scafo, finalmente ci riuscimmo e attraversammo lo stretto. Ci furono altre ~ 60 ~


battaglie prima di arrivare al centro-sud come Napoli, però non furono faticose. Il sette settembre arrivammo a Napoli, non sapevamo cosa ci potesse aspettare. Ad accoglierci un esercito di cinquecento uomini più uno dei Borbone. La battaglia fu dura, molto dura, ma quando proprio tutto sembrava perduto riuscimmo a vincere occupando anche Napoli e successivamente le altre cittadelle lì vicino. Stavamo fronteggiando la costa quando avvistammo una nave che attraccò al molo di Gaeta l’ultima città che avevamo conquistato, il marinaio ci disse che Cavour aveva mandato le sue truppe per bloccarci. Sentimmo dei passi pesanti; eravamo in pochi e l’ultimo tentativo era entrare nello Stato Pontificio, però era troppo tardi, l’esercito piemontese era davanti a noi. Il generale dell’esercito diceva queste parole: ”Il Conte Cavour e Vittorio Emanuele Secondo ordinano a Garibaldi e i suoi volontari di fermarsi immediatamente”, Garibaldi rispose: ”OK,io obbedisco a coloro che hanno scritto queste parole: per favore mandate una nave a prenderci?”. Il Generale disse: ”Va bene, riferirò quello che avete detto” e poi se ne andarono. Noi ci accampammo a Gaeta, l’ultimo luogo conquistato dalla Spedizione. Il giorno dopo arrivò la nave a prenderci, partimmo da Gaeta e tornammo a Quarto, il luogo da cui era iniziato tutto. Io avevo avuto molta cura della spada, non come quella di mio padre che era tutta graffiata. Quando arrivammo a Quarto ci rincamminammo verso casa, la forza era poca, ma la voglia di rivedere la mia famiglia era tanta. Finalmente arrivammo a casa, mia mamma, le mie sorelle ci corsero incontro piangendo e noi a loro volta le corremmo loro incontro sempre con le lacrime agli occhi. Dopo tanti baci, abbracci entrammo in casa, e mia mamma notò che ero ancora più magro di prima e si mise a cucinare. Io intanto facevo vedere la mia spada, il mio trofeo, il mio orgoglio e la mia partecipazione alla Spedizione e l’onore di essere un garibaldino. Ci sedemmo e iniziai a raccontare la Spedizione dei Mille, quella che avete appena letto.

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Un viaggio nella storia del Risorgimento italiano per non dimenticare Classi 3a B e 3a G Scuola Secondaria di I grado IC “Leonardo da Vinci” – Villa Literno (CE) - a.s. 2019-2020

Insegnante: prof.ssa Florinda Grassia

Convegno: “Speciale Risorgimento 2019” di Marco Di Fraia, Aurelio Di Dona, Christopher Iossa, Ilaria Della Corte, Matteo Diana, Assunta Ucciero e Luigi Di Fratta Mediatore: Marco Di Fraia Ospiti: Aurelio Di Dona, Christopher Iossa, Ilaria Della Corte, Matteo Diana, Assunta Ucciero e Luigi Di Fratta. MARCO : Gli studenti delle classi terze B e G della Scuola Secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo “ L. da Vinci” di Villa Literno (CE) hanno organizzato questo convegno per ricordare insieme il Risorgimento Italiano, un periodo storico importantissimo per il nostro Paese, durante il quale , attraverso la cospirazione, l’azione militare e la mobilitazione delle coscienze, si pervenne, il 17 marzo del 1861, all’Unità d’Italia. Gli ospiti sono alcuni alunni che hanno approfondito degli avvenimenti storici accaduti in località vicine a noi e personaggi significativi vissuti in quell’epoca nelle nostre vicinanze. Ve li presento : Aurelio Di Dona, Christopher Iossa, Ilaria Della Corte, Matteo Diana, Assunta Ucciero e Luigi Di Fratta. Ci aiuteranno a ripercorrere dal punto di vista storico questi lunghi anni offrendoci spunti di riflessione e conoscenze da loro stessi ricercate. Do subito la parola a Ilaria alla quale chiedo di illustrare brevemente che cosa s’intende per Risorgimento Italiano. ILARIA: Grazie Marco. Quando parliamo di Risorgimento ci riferiamo ad un periodo storico caratterizzato da movimenti che portarono all’indipendenza e all’Unità d’Italia. E’ un arco di tempo che va dal Congresso di Vienna (1814) fino alla presa di Roma (1870), passando per i moti del 20-21, del 30-31 e le tre guerre d’indipendenza. Un importante ruolo fu assunto dalle società segrete , prima fra tutte la Carboneria, che organizzò una serie di moti rivoluzionari per costringere i sovrani a concedere la Costituzione e per affrancarsi dal dominio straniero. Solo con la società segreta di Giuseppe Mazzini, la Giovine Italia, però si diffuse uno spirito patriottico e l’intero popolo si sentì coinvolto allo scopo di realizzare l’Italia Una, libera, indipendente e repubblicana. Grazie a Camillo Benso Conte di Cavour e alle sue alleanze internazionali la dinastia dei Savoia si pose alla testa del movimento di unificazione italiana. Nel 1860 tutta l’Italia centrale, con una serie di plebisciti si annetteva al Piemonte e Giuseppe Garibaldi, con la spedizione dei Mille liberava il Sud Italia dallo straniero così che nel 1861 , il 17 marzo , veniva proclamato il Regno d’Italia con il re Vittorio Emanuele II. ~ 62 ~


MARCO : E, invece, nei campi della letteratura, della musica e dell’arte in quali termini si espressero gli ideali romantici, di amore patriottico e di sacrificio per la propria patria? Ce ne parla Aurelio AURELIO: Grazie Marco. Durante il 1800 si diffuse il movimento letterario romantico che divenne interprete degli ideali del Risorgimento: la coscienza nazionale, l’amor di patria e la partecipazione agli eventi storici del tempo. Nel 1816 venne scritto da Giovanni Berchet il Manifesto del Romanticismo, in cui , appunto , si affermava che gli scrittori e i poeti dovevano collaborare all’Unificazione politica dell’Italia. Nacque il Conciliatore, una rivista in cui gli scrittori del tempo pubblicavano e confrontavano le loro idee, ma venne soppressa dagli Austriaci perché ritenuta rivoluzionaria. Pensate, anche la musica nel Risorgimento ebbe un potere “magico”, capace di commuovere e di incitare all’azione le masse popolari, una musica che, come diceva Mazzini, esprimeva i più nobili sentimenti della nazione e dell’amor patrio. Il coro divenne lo strumento più efficace per la fusione degli ideali di migliaia di persone al fine di spronarle a un agire comune. Cori celebri restano quelli di Verdi “Viva l’Italia! Un sacro patto”, “O Signor che dal tetto natio e “ Va pensiero sull’ali dorate”. Anche i pittori del Risorgimento furono tutti presi dal fuoco romantico e avventuroso; nei loro dipinti narravano, ritraevano e raffiguravano la realtà che vedevano, soprattutto soggetti militari e battaglie di prima linea. Ricordiamo in particolare: Giovanni Fattori e Telemaco Signorini in Toscana, i napoletani Michele Cammarano, che partecipò alla spedizione di Garibaldi nel 1860, Domenico Morelli e Francesco Saverio Altamura, insorti a Napoli nei moti del 1848. MARCO : Tante furono le battaglie combattute in quegli anni, battaglie culturali e militari. Vogliamo ricordarne qualcuna più vicina a noi, per esempio l’esperienza della Repubblica partenopea del 1799 a Napoli, un evento infelice per il suo esito ma certamente fondamentale per la storia del nostro Paese. Do la parola a Luigi LUIGI: Grazie Marco. Si, Napoli fu sconvolta da omicidi e saccheggi. Il re Ferdinando IV lasciò il regno nel mezzo di una guerra civile tra chi sperava nell’arrivo dei Francesi, portatori di “liberté, egalité, e fraternité”, e chi li considerava un nemico da combattere. Il 23 gennaio 1799 arrivarono le truppe dell’esercito francese e proclamarono la Repubblica Napoletana. Intanto, il cardinale Fabrizio Ruffo, con l’assenso regio, riuscì a costituire in poco tempo un’armata popolare, l’Esercito della Santa Fede, e a puntare su Napoli. I repubblicani tentarono di difendersi ma il 13 giugno la città fu raggiunta e venne riconquistata nell’ultima battaglia al Ponte della Maddalena, nonostante l’ultima strenua resistenza del Forte di Vigliena. Così i Borbone ritornavano e il sogno di una Napoli repubblicana finiva. Successivamente, una giunta nominata dal re Ferdinando IV processò circa 8.000 prigionieri repubblicani: pensate ci furono centinaia di condannati all’ergastolo, all’esilio, centinaia a morte. Tra le cause del fallimento vi fu senza dubbio la mancanza dell’appoggio popolare. Che dire! Furono troppo pochi quelli che compresero davvero il senso di quell’evento, troppo pochi per sostenere un cambiamento importante, quello della Repubblica, che garantisse la libertà del popolo.

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MARCO : E ancora credo sia fondamentale rievocare la Battaglia del Volturno del 1860, che avvenne proprio a pochi chilometri dalla nostra Villa Literno e che fu decisiva per la liberazione del Sud Italia. Ce la racconta brevemente Assunta ASSUNTA: Grazie Marco. La battaglia del Volturno fu una importante battaglia del Risorgimento Italiano, la più grande tra quelle combattute dall’esercito di Garibaldi per conquistare l’Italia Meridionale e annetterla al Regno d’Italia. L’esercito garibaldino contava circa 24000 uomini su un fronte di combattimento di oltre venti chilometri. La battaglia del Volturno si svolse nel 1860 iniziando dal ponte San Nicola nei pressi di Teano dove avvenne poi l’incontro fra Garibaldi e Vittorio Emanuele II) proseguendo per la Dogana Borbonica (che segnava il confine del Regno delle due Sicilie), l’Arco di Adriano (a Capua),l’ anfiteatro romano (di Santa Maria Capua Vetere), la Reggia di Caserta (che era la Dimora dei Borboni), l’Acquedotto Carolino (a Maddaloni), il Castello di Caiazzo, il Castello di Limatola, e infine l’Eremo di Monte Castello a Castel Morrone. In questo paese, a 10 chilometri da Caserta, un piccolo manipolo di soldati, circa duecento, capitanati da Bronzetti, combatterono fino alla morte contro quattromila borbonici. Difesa disperata ma gli ordini erano di resistere “fino all’ultimo soldato” e così avvenne. MARCO : Bene, ma è possibile parlare solo di un Risorgimento italiano al maschile, con Mazzini, Garibaldi, Cavour e altri ancora, o si può attribuire un ruolo decisivo anche alle donne? D’altra parte c’è un vecchio proverbio che recita ” Dietro un grande uomo c’è sempre una grande donna”. Lo si può ritenere valido nel periodo risorgimentale? Ce ne parla Matteo MATTEO : Grazie Marco. Numerose furono le donne d’azione, donne animate da coraggio, profonde idealità e sentimenti sinceri verso i “compagni combattenti”. Donne che si vestivano da uomo per partecipare alle imprese militari, donne che con coraggio scendevano in piazza per protestare, donne che, sfruttando la propria posizione sociale, aprivano le porte dei loro salotti, conosciuti col nome di “giardini”, per accogliere i pensatori e permettere ai patrioti di organizzare piani di liberazione. E rischiavano la vita passando il confine per portare in mezzo alle loro vaporose capigliature messaggi cifrati ,come la contessa Maria Gambarana Frecavalli, che tra i suoi capelli portava i messaggi che i congiurati lombardi si scambiavano con quelli del regno di Sardegna. Donne pronte a tutto, come Bianca Milesi, che arrivò addirittura ad inventare la cosiddetta carta stratagliata con cui i congiurati comunicavano secondo il sistema crittografato. Donne che offrirono la propria vita in nome della libertà e dell’indipendenza, come Anita Garibaldi. Donne educatrici, donne infermiere volontarie impegnate a soccorrere i feriti durante le guerre. Lottarono non poco e a lungo con la comune volontà di rimodellare il loro ruolo, relegato all’essere esclusivamente mogli e madri subordinate al capofamiglia, diventando protagoniste attive della nascita della nostra Italia. MARCO : Tra queste donne non possiamo dimenticare certamente Eleonora Fonseca Pimentel, alla quale, tra l’altro, è intestata la nostra scuola primaria. Vogliamo ricordare oggi questa eroina con Christopher CHRISTOPHER: Grazie Marco. Eleonora Fonseca Pimentel fu una donna coraggiosa, dedita all’esaltazione della causa rivoluzionaria, alla difesa dei diritti dell’uomo, alla tutela ~ 64 ~


dell’unico e vero bene nella vita di ciascuno: la libertà. La sua vita fu infatti un chiaro esempio di libertà di pensiero e azione, di libertà di vivere andando contro corrente, di libertà di amare intensamente un ideale. Nacque a Roma nel 1752 ma all’età di 4 anni si trasferì con la famiglia a Napoli nel quartiere di Santa Teresella degli Spagnoli . Studiosa di matematica, astronomia, chimica e greco, fu ammessa prima all’Accademia dei Filateti e poi all’Arcadia. Fu scrittrice di Sonetti e di vari componimenti celebrativi e commemorativi; creatrice del Monitore napoletano, sposò Pasquale Tria De Solis da cui si allontanò a causa di una vita coniugale infernale; perse poi l’unico figlio, per il quale scrisse uno struggente sonetto. Negli ultimi anni della sua vita coronò il sogno di donna intellettuale, realizzando un suo salotto di patrioti dove discutere del suo grande amore: la libertà, estesa a tutto un popolo oppresso. Il 20 agosto del 1799 , a Piazza Mercato, Eleonora salì al patibolo pronunciando “ Forsan et haec olim meminisse Juvabit” ( E forse un giorno gioverà ricordare tutto questo!). Infatti , oggi la ricordiamo come una grande donna che, attraverso l’impegno morale e l’azione politica fino al sacrificio supremo della vita, gettò un seme importante nel processo di edificazione della nostra Italia. MARCO : Un’altra donna da ricordare è anche la patriota Enrichetta Di Lorenzo, se non altro perché è stata una nostra conterranea. Sentiamo la sua storia da Assunta ASSUNTA: Grazie Marco. Enrichetta di Lorenzo fu la compagna di Carlo Pisacane. Nacque ad Orta di Atella da una famiglia di piccola nobiltà che, all’età di 17 anni, la spinse a sposare un uomo molto più anziano di lei, da cui ebbe tre figli. Enrichetta criticava molto la condizione delle donne del suo tempo, costrette ai matrimoni combinati a discapito dei veri sentimenti, all’obbedienza cieca e in alcuni casi alla schiavitù. All’età di 24 anni conobbe Carlo Pisacane, cugino di suo marito. I due si innamorarono e nel 1847 decisero di fuggire per raggiungere prima Londra e poi Parigi, Nel 1848 parteciparono all’insurrezione contro Luigi Filippo D’Orleans e nel 1849 alla difesa della Repubblica Romana; in quell’occasione Enrichetta si occupò di curare insieme ad altere patriote i feriti negli ospedali mobili tanto da essere soprannominata “Direttrice delle ambulanze”. Dopo la fine della repubblica romana i due si spostarono a Torino dove Carlo, nonostante il disaccordo di Enrichetta organizzò l’infelice spedizione antiborbonica di Sapri, nella quale morì nel 1857. A quell’avvenimento è inspirata la celebre poesia “La spigolatrice di Sapri” di Luigi Mercantini. MARCO : E i bambini nel Risorgimento? Pensate che siano stati messi da parte o che abbiano avuto anch’essi un ruolo importante nel processo di unificazione della nostra Italia? Ce ne parla Luigi LUIGI : Grazie Marco. Anche i bambini venivano educati agli ideali del Risorgimento: soprattutto il loro abbigliamento, i vestiti che indossavano, all’apparenza innocenti, in realtà erano presagio di ciò che sarebbero diventati da grandi, del loro futuro. Per esempio il re Vittorio Emanuele II, da bambino, era già vestito da militare, il suo futuro doveva realizzarsi sui campi di battaglia: sarebbe stato un futuro impegnativo a cui prepararsi fin dai primi anni, così per chi sarebbe dovuto diventare cardinale o per chi avrebbe dovuto ricoprire qualche altro incarico di potere. I “ bimbi d’Italia”, come li chiamava Goffredo Mameli, erano i “Balilla”, citati anche nell’ inno patriottico, perché in qualche modo dovevano partecipare alla riscossa del Paese.

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I loro giochi erano una preparazione alla vita militare e rientravano in un programma preciso, quello di preparare fin da piccoli le truppe necessarie alle guerre che ci sarebbero state. MARCO : Benissimo, abbiamo ascoltato con piacere gli interventi dei nostri ospiti che ringraziamo di cuore. Vogliamo porre un’ultima domanda, cosa ci ha insegnato il nostro Risorgimento e quali sono gli ideali che dobbiamo tutelare nel mondo di oggi, minacciato da innumerevoli problemi e che sembra aver smarrito i valori fondamentali della vita? Sentiamo le considerazioni conclusive di Ilaria ILARIA: Grazie Marco. Oggi viviamo , purtroppo, in società dominata dall’egoismo sfrenato dell’uomo, dalla sete di potere e di denaro a discapito dei più deboli; una società afflitta da fenomeni devastanti: femminicidi, suicidi, inquinamento, disoccupazione, corruzione, divisioni, politiche e non, fra il Nord e il Sud del Paese. In questo contesto difficile non dobbiamo mai dimenticare i sacrifici di chi ci ha preceduto, di chi ha combattuto con coraggio, di chi ha pagato anche con la vita, per unificare l’Italia e per garantire ad un’intera popolazione i diritti inviolabili sanciti dalla nostra Costituzione, primo fra tutti LA LIBERTA’. Quindi, indipendentemente dalla posizione geografica del luogo in cui viviamo e indipendentemente dal nostro modo di essere e di fare, siamo chiamati a far tesoro della memoria storica, che ci insegna a non ripetere più gli stessi errori, e ad essere , come dice Mameli “ Fratelli D’Italia”, uomini impegnati ogni giorno ad amare e a rispettare la propria Patria. MARCO : E con le riflessioni della nostra Ilaria salutiamo e ringraziamo per l’attenzione prestata. Mi permetto di sottolineare un’ultima cosa: “Ricordiamoci sempre che l’unione fa la forza, solo insieme possiamo costruire un mondo migliore nel quale vivere con dignità e serenità”. Buon lavoro!

Gli effetti del Risorgimento di Aurelio Di Dona Il Risorgimento è uno dei periodi più importanti della storia italiana e mondiale. Gli Italiani “risorsero” e si formò il Regno d’Italia, riunendo così sotto una sola corona i regni che comprendeva la penisola. Questi anni sono anche ricordati poiché le persone erano prese da un fortissimo desiderio di libertà, nei loro cuori bruciava una grande fiamma che li spingeva ad agire non pensando ai rischi a cui andavano incontro, come la morte, ma soltanto al traguardo da raggiungere: assemblare i pezzi del puzzle e rendere unito il proprio Paese. Muniti di determinazione, di coraggio,, di amore, grazie a molti sacrifici, il popolo italiano raggiunse l’obiettivo il 17 marzo del 1861. Oggi, questo evento rimane un esempio importante da seguire e utile per capire molte cosse della vita. Grazie a ciò che è accaduto nel periodo del Risorgimento apprezziamo quanto siamo fortunati a vivere in questo paese in cui godiamo di libertà, un bene diventato oramai come l’aria e senza il quale non si può stare. Tuttavia ci sono Stati in cui la libertà non esiste ancora, come l’Arabia Saudita, dove l’intero governo è basato sulla religione islamica che limita le possibilità dei propri cittadini, soprattutto delle donne. Quando critichiamo aspramente il nostro Parlamento, la formulazione di alcune leggi, dovremmo, invece , ricordare che tutto ~ 66 ~


ciò che abbiamo esiste solo grazie al sangue di milioni di persone che sono morte per noi e per le generazioni future. Pertanto, ogni volta che il nostro ricco stile di vita devia dai valori etici, si distrugge l’operato dei soldati risorgimentali e ciò non deve accadere. Inoltre, grazie al Risorgimento, abbiamo anche capito la forza del nostro popolo, che sta nell’aiutarsi a vicenda per arrivare ad un unico obiettivo, investire tutte le proprie forze per raggiungere traguardi straordinari. Per questo motivo quando noi incontriamo un nostro conterraneo, in qualsiasi luogo del mondo, ci sentiamo a casa, protetti: i nostri cuori sono legati da un legame indivisibile e mai potremo separarci. Il Risorgimento deve rappresentare per i cittadini italiani la prima pietra dalla quale si è costruita tutta l’era del popolo italiano, il punto da cui tutto è partito. Esso è, altresì, un biglietto da visita sul quale sono elencati i pregi del nostro Paese, una terra dove i bambini possono crescere e giocare felici, dove non c’è differenza, dove la Costituzione garantisce i diritti del singolo individuo, dove non ci sono barriere o conflitti. L’Italia è ancora un Paese pieno di speranza, di voglia di migliorare, la stessa speranza che ha animato i nostri patrioti nel processo di edificazione dell’Italia unita.

Cosa resta oggi del nostro Risorgimento? di Christopher Iossa Con il termine Risorgimento la storiografia identifica quel periodo della storia italiana durante il quale il nostro Paese, grazie alle fatiche e ai sacrifici di eroici patrioti, conseguì la propria unità nazionale. Bisognerebbe, però, chiedersi : oltre alla memoria di un fatto storico determinante per gli sviluppi futuri , cos’è che nella società odierna richiama alle menti il mito risorgimentale? Diversi sono stati , infatti , gli ideali e i valori nati nel Risorgimento e sopravvissuti negli anni. Tra questi l’orgoglio e l’amore per la patria che tuttora ci rendono fieri di essere Italiani, sentimenti che dovrebbero spingerci a “ rilucidare il nostro stivale”, purtroppo macchiato dall’egoismo e dalla corruzione. Con questo intendo dire che il nostro Paese è afflitto da numerosi problemi di natura economica, politica e civile: la Camorra, l’assenza del lavoro, la corruzione politica dello Stato e la non curanza per il patrimonio culturale e paesaggistico della nazione. Di fronte a questa situazione è nostro dovere fare dell’Italia un Paese per il quale valga la pena lottare. Ma come potremmo seguire le orme dei nostri predecessori senza trovare la forza di volontà e la speranza che il Risorgimento ci ha insegnato? Siamo padri, madri e figli dell’Italia e se ci limitiamo ad osservare e a la sciar correre gli eventi senza intervenire, i grandi valori risorgimentali finiranno nel dimenticatoio e il nostro futuro sarà perduto. Ecco perché ognuno di noi Italiani ha una grande responsabilità. Non possiamo non parlare, quando discorriamo del Risorgimento, del concetto di libertà. Non riesco a immaginare come sarebbe la vita di oggi se fossimo privi di libertà e vivessimo dominati da una potenza straniera. Eppure, più di una volta l’Italia si è vista strappare la libertà e più di una volta è riuscita a liberarsi dagli oppressori e a rinascere dalle ceneri come una fenice. E’ grazie al Risorgimento e alla nostra Costituzione che oggi godiamo del diritto di pensiero, di parola e di azione. Nessun popolo straniero potrà mai portarci via quel sentimento tutto italiano dell’unione . E’ l’unione che ci rende tutti fratelli, tutti uguali, tutti a bordo della stessa barca; è questo il principio del Risorgimento che le generazioni future dovrebbero custodire e preservare perché se non c’è unione non c’è forza e senza forza non c’è vita!

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L’Italia si rialza di Alessia Guaglione Un profondo desiderio di rinnovamento ha suscitato tanto turbamento. L’Italia è risorta col vento del cambiamento. Dalla Sicilia alla Brianza fu tutta un’adunanza. Tutto mutò ma l’oppressore lo ignorò. Gli Italiani cambiarono e la libertà guadagnarono abbattendo ogni muro per costruire un libero futuro. Finalmente lo straniero capì che il nostro tricolore Oramai potente, apriva il cuore e la mente. Lo Stivale italico reagì forte si innalzò il grido di aiuto che in ogni angolo d’Italia fu ricevuto. Soldati, uniti a volontari ,scacciarono lo straniero con battaglie sanguinose e sui campi dei morti piantarono tanti cespugli di rose .

Voglio libertà di Christopher Iossa Voglio libertà voglio il pane dell’umanità voglio che le mie ferite dall’odio e il disprezzo nutrite possano valere qualcosa per la nostra Italia coraggiosa. Voglio uno Stato voglio che non sia schiacciato voglio che lo straniero ci lasci in pace perché combattere più non mi piace. Come goccia nell’oceano, non sarò ricordato in questo mar di sangue , resto un semplice soldato. Voglio unità voglio un briciolo di felicità voglio tornare dalla mia famiglia riabbracciare mia moglie e mia figlia e sorridere finalmente dopo anni e anni passati orribilmente. Voglio… no… vorrei una nuova vita voglio che tu sappia che è per te se è già finita ~ 68 ~


Desiderio di unità’ di Aurelio Di Dona Una viva fiamma ardeva nei cuori di tutti gli occhi brillavano di determinazione per rendere unita questa Nazione. Gli Italiani erano distrutti dopo ogni conflitto ma nulla era già scritto: l’amore per la patria era più forte della paura per la morte. Uomini, donne e bambini si battevano vicini contro lo straniero per trovare della libertà il sentiero. Dopo battaglie e sacrifici sono caduti i nemici finalmente il desiderio si è realizzato: il Paese uno è diventato! In queste battaglie tanto sangue è stato versato facciamo in modo che non venga dimenticato Ricordiamoci per sempre gli eroi che hanno costruito la realtà intorno a noi Stampiamo gli eventi nella memoria e lasciamoci guidare dalla storia. Solo così non ripeteremo gli stessi errori ma saremo cittadini migliori!

Amor patrio di Assunta Ucciero Fratelli, non siamo più prigionieri né vittime di poteri stranieri. Finalmente siamo tutti uniti dopo essere stati ripetutamente colpiti. Il nostro amore ha vinto sul dolore. La speranza e la fede ci hanno aiutato anche se l’incertezza non ci ha mai abbandonato. Del coraggio avuto facciamo tesoro e non roviniamo il duro lavoro. Sorelle, voi che avete assaporato tanta sofferenza per porre fine a questa violenza. Voi, che travestite da uomini, avete combattuto fino a quanto avete potuto. Voi, che avete sempre rischiato e, pur avendo timore, mai rinunciato. ~ 69 ~


A voi tutti, che dell’Italia siete la famiglia nulla , oggi , vi faccia meraviglia. Il Risorgimento non venga mai dimenticato, essendo stato un percorso assai complicato. Ricordiamo coloro che son morti per la libertà , facendo salva la propria dignità.

Ferdinando IV di Napoli

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Tra le piazze e per le vie… il Risorgimento a Chieti Classe 3a D - Scuola Secondaria di I grado “G. Chiarini" - Chieti IC n. 1 – Chieti (CH) - a.s. 2019-2020

Insegnante: prof. Angiolino De Sanctis

Silvino Olivieri: anch’io dei due mondi di Luca Pellicciotta e Davide Moresco Mi chiamo Silvino Olivieri, sono nato a Caramanico il 21 Gennaio del 1829, ho occhi e capelli neri ed una folta barba, sono un militare e un patriota. Ho studiato nel collegio di Chieti, ma ho subito sentito dentro di me, quasi come un istinto, la passione per la futura Italia; così, dopo aver passato gli esami, sono entrato nell’esercito e nel 1848 ho combattuto contro gli Austriaci per liberare la terre della mia Patria. Durante questa guerra, grazie alle mie abilità e al mio coraggio, fui promosso sottotenente. Nonostante l’impegno e l’ardore sappiamo tutti che questa non fu proprio un’esperienza esaltante, quindi tornai a Chieti, mia città natale, dove mi unii a tutti quelli che si impegnavano per raggiungere l’obiettivo tanto desiderato: l’Unità italiana. Per tale ragione ripartii di nuovo, ma questa volta per la Sicilia, dove appoggiai la ribellione contro i Borbne… sì, lo devo ammettere, anche quest’avventura non fu coronata da grande successo, ma servì a sensibilizzare il popolo: c’erano uomini che facevano tanti chilometri per soccorrere e dare una mano alla causa della libertà. Non era facile spostarsi allora e io ho conosciuto la bellissima terra di Sicilia e la sua gente, che è rimasta meravigliata e ammirata per il nostro impegno e il nostro amore per una società più giusta. La polizia borbonica si mise sulle mie tracce e riparai in Francia, Inghilterra e Germania. Quindi viaggiai oltremare verso le terre del Continente americano, in Argentina; nel 1852 mi schierai con i patrioti di Buenos Aires nelle guerre civili, ma cercai anche di moderare le parti assumendo il ruolo di pacificatore... Non volevo altre guerre nella mia vita… Tuttavia, tra il dicembre e 1852 e il Luglio 1853, quando ero colonnello comandai la “Legione Italiana”, fatta da 300 fuoriusciti che difesero così bene la città che mi meritati il titolo di “Valiente”. Nel 1853 tornai in Italia per partecipare alle Guerre d'indipendenza, ma fui tradito da una spia a Roma; fu così che mi arrestarono e fui condannato a morte. Da quel momento credevo che la mia vita fosse finita, avevo molte cose che volevo vedere realizzate nel corso della mia esistenza. Grazie a un intervento politico da parte dell’Argentina tornai a Buenos Aires nel 1855 e fui accolto calorosamente. Il 22 Dicembre 1855 mi sono sposato con Leocadia Cambaceres, un'immigrata francese e nel 1856 nacque la mia unica figlia, Silvina, a cui voglio tanto bene e che ho protetto a costo della mia vita. Sempre in quell’anno a luglio fondai una colonia chiamata “Nueva Roma” in onore della famosa città dello stato pontificio in cui vive il papa. Oggi è il 29 settembre1856 e ci sono alcuni legionari che si vogliono ammutinare, vado a calmarli, speriamo che riesca a farli ragionare….

Pellicciotti: io, medico patriota e non solo… di Angelica D’Orazio, Sofia Di Giandomenico e Alessandra Di Lello Ciao a tutti! Mi chiamo Gian Vincenzo Pellicciotti e ho 199 anni. Oggi vi racconterò brevemente la mia vita, anche perché ci metterei ore e ore a raccontarvela tutta. Sono nato a Gessopalena, un paesino in provincia di Chieti e sono il più piccolo della mia famiglia, voglio molto bene ai miei cari. Iniziai studiare prima a Lanciano e poi ad Ortona. Nel 1839 mi trasferii a Napoli per l'università e mi laureai in medicina. ~ 71 ~


Dopo essermi laureato sono diventato un patriota, perché tengo molto alla patria. Con me c'erano anche Carlo Madonna, Marino Turchi, Bertrando Spaventa e Silvio Spaventa. Ho scritto su molti giornali riguardanti le scienze, le lettere e le arti: come “Omnibus letterario", “Giornale enciclopedico", “Album di letteratura e belle arti". Ho una passione per la letteratura, soprattutto per la poesia. Per questo pubblicai la mia prima raccolta di versi “Gli albori”: andarono a ruba!! Pochi anni dopo tornai in Abruzzo, a Chieti, dove continuai a collaborare con altri giornalisti e pubblicai un'altra raccolta di versi: “Pianti e speranze". Continuai anche a seguire la mia passione da patriota e feci parte di un gruppo patriottico con Giuseppe Mazzini, Massimo d'Azeglio, Vincenzo Gioberti e Carlo Cattaneo. Nel 848 con Ferdinando II di Borbone, partecipai al “Circolo Nazionale”. Con Andrea Cauro, scrivemmo su “La Majella”, un giornale che prende il nome dalla montagna più importante del nostro territorio, ora un importante parco nazionale. Il giornale per le sue idee non venne molto apprezzato dal re di Napoli; però continuammo a pubblicare altri giornali che diffondevano le nostre idee patriottiche. Io, Silvestro Petrini, Giovanni Moscone e Agapito Nobile venimmo arrestati a Chieti. Fu una prova molto dura perché il carcere di allora era veramente molto duro… il trattamento che ci riservavano era disumano e le guardie che ci controllavano non andavano certo per il sottile. Ma abbiamo sopportato con pazienza: nel nostro cuore c’era l’Italia e sapevamo che le nostre erano fatiche e sofferenze che avrebbero dato tanti frutti. Altri giovani sapevano che pativano il carcere persone per bene e questo era per loro motivo e spinta per continuare la loro battaglia di libertà. Il mio caro amico, Giuseppe Salvatore Pianell, mi salvò dal carcere e fui liberato. Dopo l'unità d'Italia ricominciai a fare il medico, ma la passione per la scrittura non l'abbandonai, anzi. Nel 1862 pubblicai “La gazzetta dei Comuni”, contro la “piemontizzazione" in Abruzzo. Con questo ho finito, credo di aver detto tutto. Sono molto vecchio quindi scusate se ho dimenticato qualcosa. Sono stato molto onorato nel raccontarvi la mia vita, alla prossima!

Pasquale De Virgilii: una vita per le libertà di Angelica Cavasinni e Marika Nardi Salve a tutti! Io sono Pasquale De Virgilii e oggi vi racconterò la storia della mia vita fino ad ora! Nacqui nel 1810 a Chieti e principalmente mi sono sempre dedicato alla poesia e alla politica. Studiai nella mia città natale sotto la guida del canonico De Vincentiis e poi dell’abate De Pamphiliis che mi introdusse, contro la mia volontà, alla filosofia, anche se la mia passione inizialmente era la letteratura. Mio padre invece mi spinse verso lo studio della giurisprudenza; infatti nel 1829 mi recai a Napoli e nel 1832 ottenni finalmente la laurea e cominciai ad esercitare la professione che fu purtroppo breve perché mi espulsero dal foro e dalla corte solo per aver difeso un imputato in modo “esagerato”… Mah.. non lo trovo affatto giusto.. Però continuando il racconto, oltre ad essere un avvocato, scrissi alcune poesie molto vicine al Romanticismo. Le mie preferite sono: “Una notte a Venezia”, “L’Americano”, “I Suliotti” e “Costantina”. Nelle mie poesie volevo parlare della potenza umana e della rivolta dell’uomo contro la società perché erano argomenti che mi toccavano molto e che ho sempre sentito in prima persona. Ho sempre lottato per i valori quali la libertà, l’indipendenza dall’oppressione esterna e noi italiani in quel periodo la subivamo parecchio! Nel 1835 mio padre mi costrinse a tornare a casa togliendomi ogni aiuto economico! Ma non mi lasciai abbattere e decisi di fondare e scrivere su un giornale: “L’Abruzzese”. Purtroppo litigai con la mia famiglia per un motivo che mi fa ancora un po’ arrabbiare: non erano d’accordo sul fatto che amavo moltissimo la cantante Caterina Miliotti! Assurdo ~ 72 ~


vero? Quindi decisi di tornare a Napoli dove lavorai come giornalista e finalmente riuscii a sposarla! Ero felicissimo! Ma la mia felicità non durò molto, visto che purtroppo mia moglie mi lasciò per sempre il 31 marzo 1841, dopo il parto della nostra bambina. Ero molto abbattuto nei primi tempi sapendo che avevo perso per sempre l’amore della mia vita, ma poco dopo mi ripresi dedicando più tempo a mia figlia, che riaccese la felicità nel mio cuore e che adesso è la persona più importante della mia vita e farei qualsiasi cosa per proteggerla dal mondo che ci circonda, basandomi proprio sulle mie esperienze.

Valorosi uomini del nostro Risorgimento di Silvia Parente Il buio era passato il risorgere è arrivato. L'Italia era frammentata unita è diventata. Sacrifici di molti sconosciuti e ignoti ma tutti i loro volti oggi a noi son noti. Noi abruzzesi ricordiamo un medico audace che sulle Costituzioni fu tenace. Una via porta la sua orma con onore, Gian Vincenzo Pellicciotti è il suo nome. Non dimentichiamo Federico Salomone che insieme ai Mille, controllando ogni situazione, conquistò con Garibaldi città e ville. Silvino Olivieri sottotenente coraggioso morì ignorando il momento pericoloso. Altri ancora sono presenti per le strade della mia città, tutti grandi combattenti, nell’animo pieni di nobiltà: Silvestro Petrini, Augusto Pierantoni, Pasquale De Virgilii. Con calore li ricordiamo e con un inchino li salutiamo.

Augusto Pierantoni, un patriota di… diritto di Aurora Panichi e Sara Tosoni Sono nato a Chieti il 24 Giugno 1840, da Enrico Pierantoni e Flavia De Sanctis, e provenivo da una famiglia abbastanza ricca e importante. Mi iscrissi prima del tempo al liceo della mia città, ma lo abbandonai per frequentare la scuola arcivescovile. Anche lì le cose non andarono bene: il rettore della scuola ispirava gli studenti all’odio e io non potevo non scontrarmi con lui; ho così continuato gli studi privatamente. Nel 1856 mi trasferii a Napoli con mio padre e lì ho finalmente finito la scuola superiore; tuttavia, dopo il diploma, non mi sono potuto iscrivere all'università, in quanto, per evitare ~ 73 ~


di essere espulso dalla città dopo l'attentato a Ferdinando II, ho dovuto dichiarare di non trovarmi lì per studio. Fin da giovane avevo una passione per la letteratura e per il teatro, ho anche composto l’opera teatrale “Anna da Messina” nel 1860; nello stesso anno mi arruolai nei garibaldini, per prendere parte alla spedizione dei Mille. Una volta finita la spedizione, rientrai a Napoli, dove, nel 1861, quando si raggiunse l'Unità di Italia, ottenni un posto come ufficiale di terza classe presso il ministero della pubblica istruzione. Promosso alla quarta classe fui trasferito a Torino, dove intrapresi gli studi giuridici presso lo studio di Pasquale Sanislao Mancini; presentai la domanda di laurea, ma non venne accettata perché non avevo frequentato i corsi. Tornai quindi a Napoli e sostenni ben diciassette esami in un mese, così conseguii la laurea in giurisprudenza. Che fatica!!! Non vi lamentate dei vostri professori… c’è di peggio, ve lo posso assicurare!!!! Feci stampare il mio primo libro sull'abolizione della pena di morte e le mie prime due pubblicazioni mi valsero la nomina a professore di diritto internazionale all'università di Modena, ma nel 1877 lasciai l'università per essere cannoniere nel nono reggimento di fanteria della campagna del Trentino, anche se mi congedai a Settembre nello stesso anno. Il 16 Gennaio 1868 sposai la figlia di Mancini, Grazia Sofia, incontrata per la prima volta a Napoli nel 1860; lei, in seguito, è diventata un'importante scrittrice. Insieme abbiamo avuto tre figli, Beatrice, Riccardo e Dora. Inaugurammo un vero e proprio sodalizio culturale: il nostro villino romano svolse le funzioni di un vivace centro cultura. In quegli anni scrissi “La storia degli studi del diritto internazionale”, che si presentava quasi come una ricostruzione della letteratura italiana. L’opera oltre che avere una seconda edizione interamente rivista, fu tradotta in tedesco. Fui vincitore nel 1870 a Modena del concorso per professore ordinario e venni trasferito all’Università di Napoli dove ottenni la cattedra di diritto costituzionale, della quale ero già incaricato. Questo nuovo impiego mi dette l’impulso alla scrittura del “Trattato di diritto costituzionale”. Detti però solo il primo volume alle stampe. Nella città partenopea composi anche il lavoro su “Gli arbitri internazionali” e il “Trattato di Washington”. Il 1873 segnò una delle tappe fondamentali della mia biografia: io e Mancini fummo fra i fondatori in Belgio dell’Institut de droit international, un vero e proprio laboratorio di pensiero per la pace tra le Nazioni. Nel 1874 fui eletto deputato della sinistra e mi fu rinnovato il mandato per tre legislature; nel 1882 fui il primo degli eletti di Caserta. Un anno prima pubblicai la mia opera più ambiziosa: il “Trattato di diritto internazionale”: pensato in quattro tomi, si proponeva di ricostruire la storia del diritto internazionale; l’opera si arresto però al primo volume. Il 25 novembre 1883 fui nominato senatore. Venni attaccato e nel 1899 contestato anche all’Università da alcuni studenti perché difesi le mie posizioni liberali. Il più spietato con me fu Pietro Sbarbaro, che nel 1884 sulle pagine delle sue “Forche caudine” mi accusò di dover tutta la mia carriera unicamente al mio potente suocero. Nel 1902 fui chiamato a dirigere La neoistituita scuola diplomatico- coloniale per la quale avevo già redatto il regolamento nel 1887. In più le università di Oxford e di Edimburgo mi conferirono la laurea honoris causa. All'inizio del nuovo secolo fui più volte all'estero impegnato in missioni diplomatiche. Nel 1910 insieme a Ugo Conti tenni a New York una conferenza sul principio di nazionalità nella Divina commedia. In quella stagione scrissi ”Gli avvocati di Roma antica”, che si segnalò anche per un'apertura all'emancipazione delle donne. Provato dalla sofferenza della prematura scomparsa di mia figlia Beatrice, dalla grave infermità che aveva colpito Riccardo, mi spensi a Roma il 12 marzo 1911. Fui accompagnato da una folla di 3000 persone, fra le quali tantissimi studenti, al cimitero del Verano, dove fui sepolto.

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Il Risorgimento a Chieti di Besa Ajdini Con le sue origini ben più antiche persino della Civiltà romana, la città di Chieti, l’antica Teate, si è ritrovata più e più volte davanti a grandi conflitti, prima essendo avversaria dei Romani stessi e poi partecipando a importanti battaglie come quella di Lepanto, quando venne fermata l’offensiva dei Turchi. Con l'arrivo del Periodo risorgimentale la città non si è tirata indietro ed ha offerto il suo contributo per realizzare la tanto desiderata Unità d'Italia. Partendo dalla fine della Rivoluzione Francese, con il Congresso di Vienna e l'inizio della Restaurazione, la penisola Italiana si ritrova politicamente divisa: sono solo il Regno di Piemonte e Sardegna e lo Stato pontificio ad essere davvero indipendenti, mentre buona parte del Nord Italia è sotto dominio austriaco insieme al Granducato di Toscana soggetto alla stessa dipendenza; il Sud invece è sottoposto ai Barbone. Tuttavia il Popolo italiano non si sente frammentato come lo è il territorio e si va formando un senso di appartenenza. Nascono così i primi moti risorgimentali, portati avanti dalla Carboneria e da altre associazioni segrete, che avvennero nel 1821 e nel 1831, ma purtroppo non ebbero effetti importanti, se non di portare gli italiani ad avere un desiderio più grande di libertà. Nello stesso periodo, a Chieti, Silvestro Petrini inizia ad interessarsi alla politica e vuole unirsi ai Carbonari fin da quando era un piccolo alunno della scuola elementare. Allora era troppo giovane, ma qualche anno dopo diventa imprenditore e riesce a mettersi in contatto addirittura con il Papa Pio IX, che, almeno in un primo tempo, manifestava le sue simpatie per le idee liberali. In seguito, nel 1846, due anni prima che scoppiasse la prima guerra d'Indipendenza guidata da Carlo Alberto, Petrini organizza nella città di Chieti diversi eventi pubblici per diffondere i valori e gli ideali del Risorgimento. È rimasta famosa la celebrazione per Garibaldi, in occasione dell’onomastico, il 19 marzo, quando commissionò un ritratto dell’eroe dei due mondi al pittore Raffaele Del Ponte e costrinse la banda della città, all’inizio recalcitrante; in quest’occasione il Petrini rischiò la prigione, condizione che purtroppo dovette pagare durante la I guerra di Indipendenza e dopo il fallimento della Repubblica romana, recluso insieme ad altri compagni tra cui Giovanni Moscone, Agapito Nobile, Gianvincenzo Pellicciotta. Nel frattempo altri patrioti di Chieti come Silvino Olivieri e Federico Salomone partecipavano attivamente alla I guerra di Indipendenza. Alla II guerra di Indipendenza prese parte lo stesso Federico Salomone, offrendo il suo valoroso contributo, raccogliendo i volontari delle regioni del centro Italia e organizzando le azioni dell’artiglieria. Il patriota, qualche anno più tardi, si unì alle camicie rosse di Giuseppe Garibaldi, insieme all’amico e patiota teatino Augusto Pierantoni, giurista di grande fama. I garibaldini partirono da Genova e nel febbraio del 1860 entrarono a Napoli, dove i Borboni furono costretti a concedere la Costituzione; dopo varie vittorie Garibaldi consegna a Vittorio Emanuele II i territori dell'Italia meridionale, che vengono annessi al Regno. Nel 1861, viene proclamato il regno d'Italia con capitale Torino, ma mancano ancora dei territori prima che venga raggiunta l'Unità. Il Veneto viene liberato nel 1866, quando il Regno d'Italia si allea con la Prussia contro l'Austria, e come ricompensa, al termine del conflitto viene restituito proprio quel territorio: questa è la terza guerra d'Indipendenza, alla quale parteciparono anche Petrini e Pierantoni. Un ultimo passaggio per arrivare all'Unità giunge durante la prima guerra mondiale, anche detta quarta guerra d'indipendenza, quando vengono annesse Trieste, la Venezia Giulia, e Trento, dove fu proprio il 123° Reggimento fanteria “Chieti” ad essere il primo ad entrare, contribuendo in modo significativo alla liberazione della città. Anche oggi rimangono molti i segni del Risorgimento nella città di Chieti, le varie memorie ai patrioti della città, come i citati Gianvincenzo Pellicciotti, Pasquale De ~ 75 ~


Virgilio, Silvestro Petrini e Augusto Pierantoni; le vie e i luoghi che ricordano avvenimenti e protagonisti, come Largo dei Carbonari, dove si ritrovavano i membri dell'omonima organizzazione, Piazza Vittorio Emanuele II e Piazza Trento e Trieste, o l'importante scultura dedicata ai Caduti della prima guerra mondiale. Questo monumento, sito nel “salotto” di Chieti, ovvero la Villa comunale, racconta nei bassorilievi le battaglie per l'Unità; anche se non sono visibili al primo sguardo fuggente, con un po' di attenzione tutta la città racconta l'importanza che Chieti ha avuto per questa stagione della storia italiana.

Il tour del Risorgimento Visitiamo i patrioti teatini

di Giulio Perri Salve, mi chiamo Silvestro Petrini e oggi vi guiderò in questa gita all’interno della mia Chieti, l’antica Teate. Sarà un tour alla ricerca di lapidi, luoghi famosi o di ritrovo dei patrioti del luogo. Vi presenterò anche altri patrioti come ad esempio Gianvincenzo Pellicciotti. So che il mio aspetto non è proprio rassicurante, ma ve lo prometto: non sarò pesante! Ed ora, senza ulteriore indugio, partiamo! Eccoci nei pressi della nostra prima tappa! Siamo nel largo Carbonara e… no, non la pasta, bensì il luogo in cui noi liberali ci riunivamo. Facevamo parte di una società segreta, la Carboneria, chiamata così perché usavamo un linguaggio in codice simile alle persone che lavoravano con il carbone! Nominata anche Piazza di Trento e Trieste, è in onore del ruolo di queste due città nella I guerra mondiale, altrimenti detta IV guerra d’indipendenza. Una piazza molto importante per tutti noi patrioti, nonché luogo di ritrovo per tutti anche oggi! Ed ecco il nostro primo ospite! Siamo in piazza Malta per Gianvincenzo Pellicciotti!

dare il benvenuto a

Grazie per avermi invitato! Grazie a te! Bene… parlaci un po’ di te! Fui sempre un grande studioso e ho sempre approvato le idee patriottiche. Ho collaborato con vari giornali cercando di diffondere le I valori della libertà. Fui anche poeta! Purtroppo mi arrestarono nel ’48, ma fortunatamente sono riuscito a vedere la mia amata Italia finalmente unita! Grazie per l’intervento! Arrivederci! Siamo nei pressi del Corso Marrucino per… parlare di me! È infatti presente la lapide in mio onore! Bene, da dove iniziare? Posso dirvi che come patriota liberale, durante i moti del 1848 mi recai prima a Napoli, su invito di Silvio Spaventa, a sostenere la costituzione che era stata concessa da Ferdinando II e poi ritirata; quindi a Roma per difendere la Repubblica romana

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e, dopo la fine dell’esperienza repubblicana, al mio ritorno in Abruzzo venni imprigionato dal governo borbonico e condannato a dieci anni di carcere. Però… ne è valsa la pena! Dirigiamoci verso la nostra terza meta! Qui incontreremo un altro personaggio molto importante quanto interessante! Ecco Federico Salomone Sì, grazie dell’invito! Ancora una volta… parlaci di te! Nell’ottobre 1848 partii per la prima guerra d’Indipendenza; in seguito ebbi l’incarico di organizzare l’artiglieria del II corpo dell’Italia centrale. Pensa che ho partecipato alla spedizione dei 1000 organizzata da Garibaldi! Insomma, un uomo importante! Beh, se lo dici tu… Siamo nei pressi di una caserma dedicata al nostro ultimo ospite, la Caserma Pierantoni! Eccoci qua! Sono onorato di esserci! Sin da giovane ho aderito ai moti liberali; il mio sogno si è avverato quando ho fatto parte della spedizione dei 1000! Garibaldi è un grand’uomo, sono sempre stato in sintonia con lui. A Italia compiuta, sono andato volontario nel 1866 nella campagna di guerra contro l’Austria… e non solo! Grazie mille! Siamo giunti alla fine del nostro viaggio. Spero vi sia piaciuto e ricordate: se voi siete lì, è anche merito nostro!

Augusto Pierantoni

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IMMAGINI CONTENUTE NEL LIBRO Copertina (in alto) - Domenica del Corriere - 1 gennaio 1961 (part.) Copertina (centrale) - Il maggiore Giacomo Pagliari ferito a morte Affresco raffigurante la breccia di Porta Pia di Raffaele Pontremoli (part.) Museo Torre di San Martino della Battaglia pag. 10 - Obelisco di Savigno - Foto di Giampaolo Vanneschi pag. 16 - Lapide in memoria dei 33 partigiani bolognesi caduti tra il 1943-45 collocata dall’ANPI il 3 ottobre 1988 in via Giuseppe Bentivogli n. 42 (BO) I nomi preceduti da una stella indicano coloro che hanno conseguito la medaglia d’oro al valore militare alla memoria - Foto di Luca Bisi

pag. 23 - Pietro Paolo Parzanese incisione pubblicata per il necrologio sul Poliorama Pittoresco, Napoli, 1852 (part.) pag. 31 - Jessie White Mario - Foto di pubblico dominio pag. 36 - Ciro Menotti al supplizio - litografia di Geminiano Vincenzi pag. 39 - Anita Garibaldi morente di Pietro Bouvier (1864-1865) Museo del Risorgimento di Brescia pag. 44 - Guglielmo Oberdan - da La Voce Repubblicana del 25 maggio 1955 Foto del 1878, rielaborata da Robin Project pag. 51 - Francesco V d’Asburgo-Este - Duca di Modena e Reggio di Luigi Manzini (part.) pag. 52 - La partenza dei coscritti del 1866 di Gerolamo Induno (1878) pag. 61 - La partenza da Quarto - Autore sconosciuto Museo nazionale del Risorgimento di Torino pag. 70 - Ritratto del 1760 di Ferdinando IV di Napoli di Anton Raphael Mengs Museo del Prado (part.) pag. 77 - Augusto Pierantoni - Immagine tratta da: Luigi Stefanoni “Storia d’Italia contemporanea” ed. E. Pierino, Roma, 1885 (part.) ~ 78 ~


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Il Risorgimento Italiano Nella Memoria pubblicazione del Concorso Nazionale Endas  

Il Risorgimento Italiano Nella Memoria pubblicazione del Concorso Nazionale Endas  

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