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TIZIANO VIGANÒ

Tiziano Viganò è nato a Biassono in Brianza. Laureato in Teoria e storia della storiografia, insegna Lettere ed è autore di antologie scolastiche (Sulle orme del testo, De Agostini; Il lettore creativo, Atlas). Ha collaborato con la Regione Lombardia e con Diesse per la pubblicazione di sussidi didattici su temi storici e ambientali. É appassionato di storia e letteratura medioevale. Per la casa editrice Mimep-Docete ha pubblicato il romanzo storico Bergius, l’ultimo longobardo (2015, seconda edizione) e La meravigliosa storia del Cavaliere blu (2016).

LA SCIMITARRA E LA SPADA

D

ue spade, due fedi, due mondi si confrontano nella vicenda di Benedetto Cevasco, prigioniero prima dei musulmani e poi dei cristiani. Davanti al tribunale ecclesiastico di Albenga deve dimostrare la sua vera fede per essere riammesso nella Chiesa. Supererà la prova? Al suo terzo romanzo storico, Tiziano Viganò si conferma profondo narratore di secoli e costumi, in cui vicende personali e sociali si mescolano nel grande flusso della Vita. Dove c’è posto anche per l’amore: riuscirà Benedetto a conquistare la bella Ines? Alfredo Tradigo

TIZIANO VIGANÒ

LA SCIMITARRA E LA SPADA

ROMANZO

La vicenda, ambientata al tempo delle scorrerie saracene sulle coste italiane prima della battaglia di Lepanto, ha come protagonista Benedetto, un cristiano catturato e reso schiavo dai saraceni e che, per opportunità, si converte all’islam. Con dovizia di particolari l’Autore descrive la vita concreta dei prigionieri rapiti dai musulmani. Di nuovo catturato in battaglia, ma stavolta dai genovesi, Benedetto chiede di essere riammesso alla comunione della Chiesa, ma per meritarsi il perdono dovrà farsi onore nella battaglia di Lepanto.

€ , 12 00


Illustrazione copertina www.fotolia.it

© Mimep-Docete, 2019

ISBN 978–88–8424–553–3

Impaginazione, stampa e legatoria: Mimep-Docete via Papa Giovanni XXIII, 2 20060 Pessano con Bornago (MI) tel.: 02– 95741935, 02– 95744647 internet: www.mimep.it www.mimepjunior.it info@mimep.it


Tiziano Viganò

LA SCIMITARRA E LA SPADA


Quando abbiamo paura, ci ritraiamo indietro dalla vita, ma la vita si restringe o si espande in proporzione al nostro coraggio.


Il prigioniero

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d un comando del prodiere i remi vennero acconigliati e nello stesso istante tutte le vele quadre dei due alberi vennero sciolte ed ecco, poco a poco presero a tendersi e a gonfiarsi e tra sinistri scricchiolii del legno, lo scafo lungo, affusolato e leggero della galea genovese parve torcersi poi, inclinandosi un poco, incominciò a fendere l’acqua, prese a scarrocciare di lato sotto l’azione del vento e finalmente, acquistando velocità, prese il mare. La sosta per l’acquata ad una delle isole di Ponza era stata breve, c’era poca acqua nella vecchia cisterna romana: gli uomini che erano scesi attraverso una scaletta scavata nel tufo avevano faticato a riempire uno solo dei quattro barili che si erano portati appresso. D’altra parte il capitano non vedeva il momento di abbandonare quella baia, bella e sinistra: la ripida e impressionante parete a forma di luna crescente che la cintava pareva sul punto di sbriciolarsi da un momento all’altro. In piedi sul castello della galea diede un’ultima occhiata ai boschi di lecci e fichi d’India che coloravano le tinte gialle di quell’isola sulfurea, poi sospirò soddisfatto. La fusta con le insegne della mezzaluna apparve all’improvviso. Ognuno di quelli che stava sulla galea la vide e fu percorso da un brivido. Con la prua rialzata, essa correva veloce verso di loro, solcando il mare agile come un delfino. Il capitano maledisse la sfortuna. Evidentemente la nave dei barbareschi se ne stava nascosta dietro un promontorio e presto


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sarebbe stata loro addosso. Gli uomini della galea si prepararono al peggio. Il cannone di prua della fusta sparò: con un sibilo, una palla da 15 libbre attraversò l’aria e si schiantò nell’acqua a poca distanza dalla prua della galea genovese, sollevando una fontana d’acqua. Era un avvertimento, i mori miravano ad arrembare la nave, non certo ad affondarla, ma il capitano non aveva nessuna intenzione di attaccare battaglia. La fusta, mossa dall’unica vela latina, pareva volasse sull’acqua, mentre ancora la galea faticava a raggiungere la sua massima andatura. Come un falco sulla preda la fusta tagliò la strada alla galea e in poco tempo le si accostò. I mori, accovacciati dietro le paratie di legno, erano già pronti ad abbordare con i rampini, mentre i genovesi si prepararono a respingere l’assalto issando le reti e caricando gli archibugi con palle e polveri. Approfittando della sua maggior agilità, la fusta turca rivolse la prua per cercare di impigliare il bompresso nel sartiame della nave genovese e usarlo come ponte, ma la galea cristiana con un’abile virata si scostò improvvisamente dal legno che la stava aggredendo e allontanò la prua prendendo il mare. I grappini lanciati dai mori non riuscirono a raggiungere le paratie e caddero in acqua o si impigliarono nei remi e a fatica vennero tirati su, in attesa di un altro assalto. Ma intanto la fusta pareva scivolare indietro. Poco prima però della virata, uno degli uomini della nave saracena era riuscito a lanciare la propria cima munita di falce e con un gran salto, con la scimitarra nella destra e tenendosi ben saldo con la sinistra, aveva abbordato la nave. Per un istante i genovesi sul ponte restarono sorpresi a osservare quel gran salto, ma quando l’uomo piombò sulla tolda in molti lo assalirono. Il moro era solo, nessuno dei suoi era riuscito a seguirlo, ma si vedeva che aveva intenzione di vendere cara la pelle. Senza por tempo in mezzo infatti, come non avesse altro per la testa, prese a correre deciso in direzione del castello. Al primo che gli si


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oppose spezzò la spada all’altezza del forte con un gran colpo del suo ferro, quindi lo percosse sul muso con la propria elsa mandandolo a sedere tra il sartiame e in mezzo al sangue che aveva preso a scorrere a fiotti dal naso; il secondo che gli fu addosso venne trafitto al braccio che reggeva la spada con un abile stocco di scimitarra, un colpo inusuale per una spada curva. Il terzo fu disarmato in un istante da una gran botta di taglio e questi corse a rifugiarsi dietro l’albero. Prima però che riuscisse a raggiungere la scaletta dove stava il capitano, il moro fu circondato, allora egli prese ad agitare la scimitarra davanti a sé tenendo a bada tutti, volgendo sguardi rabbiosi ora di qua ora di là, sempre sul punto di lanciarsi in avanti, addosso a questo o a quello. Al vedere il moro così furioso e abile i genovesi persero il loro slancio e si tennero a distanza, limitandosi a circondarlo e a minacciarlo con i loro ferri, anche perché nessuno osava farsi avanti per primo, tanto li intimidiva. Il moro guardò oltre la paratia. La fusta ora si allontanava dalla galea, pareva addirittura andare all’abbrivio. Oramai le vele della galea erano ben gonfie e la poppa lasciava dietro di sé una lunga scia bianca e schiumosa. Il moro si ricordò che poco prima la fusta aveva appena fatto acquata e cambusa sull’isola e di certo, esaurita l’azione della sorpresa, non avrebbe potuto tener dietro alla nave genovese. Allora, dopo aver gettato uno sguardo bieco all’indirizzo del capitano, rovesciò la punta della scimitarra verso il basso e, inginocchiandosi, la conficcò nel legno. – Sono cristiano, disse remissivo, chinando il capo e facendosi il segno della croce. Gli uomini si guardarono per un istante, indecisi e sorpresi: quello che avevano davanti vestiva alla turca, anche se non aveva il turbante, ma sapeva tenere la scimitarra come fosse una spada, era piuttosto giovane, una gentile peluria gli copriva le guance, gentili erano anche i lineamenti del volto e nobile lo sguardo, aveva la carnagione scura, certo, ma poteva essere


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anche per via del sole. Non mostrava segni di paura né rassegnazione e questo infastidiva quelli che erano lì. Il capitano, per tutto quel tempo, aveva osservato impassibile la scena dal castello, le braccia conserte. Rimase qualche istante immobile, senza dir nulla, poi, prima di voltarsi, fece un cenno ai suoi con la mano perché si sbarazzassero di lui. Allora decine di mani afferrarono il moro e lo misero in piedi. Una voce però li fermò. Sul castello era apparso il sovracomito in compagnia di altri due che presero a confabulare animatamente con il capitano. Essi presero a gesticolare per un po’, quindi il sovracomito ordinò che il prigioniero fosse rinchiuso di sotto. Il capitano sollevò le spalle un po’ indispettito e gli uomini della galea trascinarono il moro verso la grata e la sollevarono. Prima che lo gettassero di sotto, il giovane moro rivolse uno sguardo carico di disprezzo all’indirizzo del capitano. Un mese dopo, quando la galea tornò a Genova, il prigioniero fu sbarcato e rinchiuso nella torre della Grimaldina. Come era accaduto per molti cristiani che, catturati dai saraceni, avevano abiurato e messo il turbante, anch’egli chiese di essere riammesso alla fede cattolica ché quello, disse, era il suo più grande desiderio. Molti altri come lui, che erano stati rapiti da piccoli dai barbareschi e che avevano abbracciato la fede di Maometto, una volta sfuggiti ai pirati avevano chiesto di potersi di nuovo accostare ai sacramenti, ma poi si era scoperto che altro non erano che spie di questo o quel bey o pascià oppure chiedevano di essere riammessi alla fede cattolica per evitare il cappio della giustizia che tocca ai pirati e corsari barbareschi. Egli disse di chiamarsi Benedetto Cevasco e quando chiese di rivedere la madre e i fratelli, a fatica questi lo riconobbero perché gli anni di prigionia e schiavitù nelle terre dei Saraceni, la vita di mare, il sole, il vento, la sabbia del deserto lo avevano reso quasi irriconoscibile. Dietro consiglio del rettore Danilo Bonaventura, aveva presentato domanda di riammissione e l’undici maggio dell’anno


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1571 venne presentato davanti al vescovo di Ventimiglia e Albenga, Carlo Grimaldi, e agli Inquisitori preposti perché ascoltassero le sue ragioni. Il giovane, inginocchiatosi ai piedi del vescovo, incominciò a raccontargli le mille peripezie incorse durante la prigionia e le vicissitudini che ebbe come schiavo e poi come corsaro barbaresco, che erano così sorprendenti e commoventi che il vescovo impiegò parecchi giorni per istruire il processo canonico. Infatti egli era curioso, non tanto di conoscere quanto fosse ferma la volontà del giovane di rientrare “nel novero dei figli della Chiesa, per i meriti di Cristo e degli Apostoli Pietro e Paolo”, quanto piuttosto di conoscere cosa avveniva ai molti figli della Chiesa che, rapiti dai saraceni e fatti prigionieri e schiavi, decidevano presto o tardi di voltare le spalle a Cristo e diventare fedeli di Allah.


I pirati barbareschi

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corsari barbareschi scorrazzavano da decenni sulle acque del Mediterraneo: forniti della patente di corsa del Sultano, erano “gli occhi, le orecchie e la punta della spada1” della Sublime porta, del “Signore dell’Oriente dalla terra di Cina all’estremità dell’Africa”; agli occhi dell’Islam essi erano la prosecuzione sul mare della Jihad. Essi non si sentivano predoni sanguinari, ma valorosi soldati di Allah. Approfittando delle numerose guerre tra i signori europei, partendo dalle loro basi di Tunisi, Tripoli, Algeri, Salé, questi abili marinai e audaci predatori mussulmani, nord-africani e ottomani, risalivano le coste mediterranee e attaccavano i borghi, saccheggiandoli e devastandoli, massacrando le popolazioni che si opponevano e facevano resistenza o trascinando via in catene giovani, donne, bambini e poppanti con i quali rifornire il lucroso mercato degli schiavi. Nascosti negli anfratti delle coste rocciose della Liguria, della Toscana, della Calabria e della Corsica, facevano cambusa e acquata ed erano subito pronti a depredare, come andando a caccia di lepri, le ricche e lente navi che costeggiavano per raggiungere Genova o Marsiglia o Civitavecchia o i porti della Spagna. Ora era una nave carica di oro e argento proveniente dall’India, ora un mercantile che dalle Fiandre era pronto a scaricare lana, seta e merletti a Tolone, ora era una nave portoghese carica di otri di 1

A. Petacco, La croce e la mezzaluna, 2005.


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buon vino oppure grano, tinture, caffè, zucchero e schiavi, ora una galea veneziana carica di spezie, ambra, legname, porpora o allume. “Il Mediterraneo divenne un luogo di sparizioni, dove la gente che viveva e lavorava lungo le coste semplicemente svaniva: il pescatore solitario sulla sua barca, il pastore col suo gregge sulla battigia, contadini intenti al raccolto o alla potatura delle viti nell’entroterra, marinai in navigazione tra le isole con una piccola nave da carico2”. I rifugi sicuri dei barbareschi erano le isole di Pantelleria, Linosa e Lampedusa, al largo dell’Africa settentrionale oppure Lipari e Stromboli, nei pressi della Sicilia e della Calabria. Lì trovavano fresche sorgenti d’acqua e ricca legna da ardere e comodi porticcioli e anse dove nascondersi. Essi se ne stavano in ozio per settimane facendo baldoria, in attesa che qualche convoglio cristiano arrivasse nei pressi, quasi non desiderasse altro che di consegnarsi spontaneamente nelle loro mani rapaci. Infatti tutto il traffico diretto al nord e al sud passava attraverso le stretto di Messina ed era facile per i pirati scorgerlo stando su uno dei numerosi picchi che sovrastano lo stretto. Assieme a loro, numerosi erano gli italiani rinnegati3 che si convertivano, più o meno spontaneamente, alla religione islamica: o perché rapiti da piccoli dai loro villaggi sulle coste e educati alla fede coranica e istruiti come marinai o perché accusati di delitti nei loro paesi oppure perché, catturati in mare, avevano deciso di farsi turchi piuttosto che continuare la vita dello schiavo al remo. D’altronde, se il ricco che veniva catturato poteva aspettarsi di essere riscattato, per il povero debitore o criminale che era stato condannato ai remi su una galera era certo più conveniente “passare dall’altra parte”. Come musulmano avrebbe potuto godere di tutti i vantaggi che gli poteva 2

R. Crowley, Imperi del mare, 2009. Ad Algeri alla fine del Cinquecento erano 6000 i cristiani che erano diventati mussulmani, e ben 10.000 cinquant’anni dopo. A Tunisi nello stesso periodo si contavano tra i rinnegati 4.000 uomini e 7.000 donne. 3


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offrire una città come Algeri o Tunisi, anche perché la società islamica non riconosceva l’aristocrazia per nascita. Alcuni di questi rinnegati che avevano abbracciato la nuova fede divennero tristemente famosi per la ferocia nei confronti delle popolazioni. Il sardo Hassan Agà 4 divenne terzo re di Algeri, il calabrese Ulug Alì5, arrivò alla carica di Grande Ammiraglio della flotta ottomana, il ligure Osto Morato diventò Bey di Tunisi, il veneziano Alì Piccinino il vero padrone di Algeri. Pirati e corsari si sentivano talmente padroni del mare e delle coste che spesso accadeva che dopo una scorreria si fermassero su una spiaggia vicina per offrire la possibilità di riscattare gli abitanti appena catturati, prima di essere venduti nel Nord Africa. Il podestà, le altre autorità e gran parte della popolazione accorrevano allora sul posto: chi aveva denaro sufficiente poteva immediatamente comprare il rilascio dei propri familiari; altri invece erano costretti a rivolgersi ai mercanti che, fiutando l’affare, si precipitavano sulla spiaggia e ipotecando 4 Si diceva che Hassan Agà fosse un pastorello che pascolava capre, pecore e maiali all’Asinara. Quando aveva appena dieci anni fu rapito da Kheir ed– Dinn, il famoso pirata Barbarossa, e condotto in Africa. A differenza di tanti altri prigionieri, per la sua intelligenza venne istruito dal Barbarossa stesso e si legò sempre di più al nuovo padre. Nonostante avesse rinnegato il cristianesimo per sposare l’Islam, fu castrato per non poter procreare, e gli fu dato il nome di Hassan Agà il Sardo, in onore della sua rara bellezza (hassan, in arabo, significa bello). Superbo e arrogante della sua forza, Hassan Agà da Costantinopoli ordinava le devastazioni delle terre cristiane, e soprattutto delle spiagge della Sardegna, sua terra natale, con tanta più violenza in quanto voleva testimoniare ai musulmani “la sua inesorabile spietatezza nel combattere i cristiani”. 5 Uluch Alì, conosciuto anche come Occhiali o Uccialì, imperversava a quel tempo le acque del Mediterraneo e il suo nome suonava sinistro in lungo e in largo. Era nato a Le Castella in Calabria, col nome di Luca Galeni. Mentre era novizio dei frati domenicani, andando per mare nei pressi di Napoli fu catturato anch’egli dal Barbarossa e condotto in Barberia. Messo ai remi, divenne presto rabbioso contro l’umanità non avendo trovato nessuno che lo riscattasse. Non sopportando la durissima vita da schiavo, rinnegò la religione cristiana e si fece musulmano, per poter uccidere un marinaio napoletano che lo aveva schiaffeggiato e non essere così condannato per legge. Intelligente e scaltro, fu notato da Dragut che lo arruolò tra i suoi uomini, finché diventò uno dei più fedeli e temibili pirati. Divenne dapprima comandante della flotta di Alessandria, poi pascià di Tripoli, ed infine bey di Algeri.


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le proprietà dei prigionieri ottenevano le somme necessarie. Anche i beni, le barche o i loro carichi appena depredati lungo la costa, venivano rivenduti a commercianti cristiani senza scrupoli, che li ottenevano a prezzi stracciati. La miseria delle popolazioni costiere era così diffusa che pochi riuscivano a riprendersi quanto era stato loro tolto e poi offerto a pochi passi da casa. Per difendersi dalle incursioni improvvise e fulminee dei berberi, dalle torri di guardia e da ogni promontorio vedette insonni scrutavano il mare e avvertivano le popolazioni se all’orizzonte si mostravano i riconoscibili profili delle fuste e delle galeotte berbere. Le popolazioni, atterrite al solo vedere le mezze lune sventolanti sui pennoni delle navi che si profilavano all’orizzonte, avevano spesso solo due soluzioni: o patteggiare con i corsari una cospicua somma di danaro o una equivalente quantità di prodotti perché risparmiassero il borgo oppure fuggire e trascinarsi sulle aspre montagne dell’interno, salvando così la propria vita, ma abbandonando ogni bene alla avidità e ferocia dei predoni. Accadeva però che pirati e corsari, senza alcun ritegno e in pieno giorno, sbarcassero e si addentrassero all’interno per dieci o venti chilometri e piombassero sugli abitanti che si credevano al sicuro, prendendoli alla sprovvista. Quindi li catturavano e li trascinavano legati alle catene sulle navi. Moltissimi venivano impiegati come vogatori sulle navi, non pochi erano destinati alle miniere, alle cave o all’attività edilizia, altri ancora erano adibiti alle fatiche dei campi. I barbareschi però consideravano i prigionieri cristiani soprattutto come una merce da cui trarre il massimo profitto, offrendo la liberazione in cambio di un riscatto, per questo nacquero numerose compagnie dette “del riscatto” con lo scopo di raccogliere denaro da utilizzare per la liberazione dei “prigionieri del Turco infedele”. Si chiamavano la confraternita di Santa Maria del Gesù della


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Redenzione dei Cattivi6, a Napoli; a Roma l’Arciconfraternita del Gonfalone; in Sicilia l’Arciconfraternita per la Redenzione dei Poveri Captivi. Le Confraternite raccoglievano denaro, offerte, elemosine. Spesso davanti alle chiese si mettevano delle cassette con la scritta «per il recupero dei poveri schiavi», e il clero invitava i cristiani ricchi a lasciare soldi per l’esaudimento dei loro voti. Le Confraternite raccoglievano anche informazioni, tutte le suppliche, le lettere spedite dagli stessi rapiti, le narrazioni della loro cattura e queste informazioni se le scambiavano fra di loro. Contro i corsari e gli ammiragli della potente flotta ottomana, le marinerie e le fanterie di marina degli stati cristiani fino a quel momento avevano tentato invano di opporsi: navi spagnole, veneziane, dei cavalieri di Malta, genovesi e pontificie perlustravano i mari e a più riprese assalivano le città del nord Africa da cui si sapeva partivano le spedizioni barbaresche, ciò nonostante pirati e ladroni d’ogni risma e provenienza sciamavano in continuazione per tutto il Mediterraneo e saccheggiavano e depredavano i litorali dalla Sicilia alla Liguria, dalla Sardegna alla Spagna, trovando poi sempre rifugio presso la Sublime Porta di Bisanzio, sotto la protezione del Sultano. Le loro navi, le galeotte come le chiamavano, erano veloci e più adatte alla corsa e all’abbordaggio. Erano più piccole come tonnellaggio delle galee, erano spinte dalla forza dei remi, manovrati ognuno da non più di due o tre uomini, ma erano anche dotate di vele ausiliarie. Le navi a vela dei cristiani erano più veloci, ma durante le lunghe estati mediterranee spesso il mare restava implacabilmente calmo per settimane, così la galeotta poteva piombare sulla preda come uno sparviero. Le più temibili erano quelle che non utilizzavano schiavi come rematori, perché una volta abbordata una nave nemica, gli uomini ai remi potevano lasciarli e dare man forte a quelli che stavano combattendo 6

“Cattivi”, dal latino captivi, si intende prigionieri, schiavi


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sui ponti. Inoltre gli schiavi non erano certo inclini a far forza sui remi quando si trattava di attaccare navi di altri cristiani, obbedivano solo perché convinti a farlo dalla temibile frusta dei sorveglianti. In più le navi turche sfruttavano in modo efficace il sistema di zavorra, costituita soprattutto da ghiaia e pietre. Il materiale veniva disposto nelle sentine ed era trattenuto da apposite tavole incastrate con puntelli. Le tavole potevano essere rimosse con facilità, così, quando si trattava di speronare un’altra nave, spostavano la zavorra dalla prora alla poppa, riuscendo così a rialzare la prua e l’attacco diventava micidiale. Quel giorno dunque Benedetto si apprestò a raccontare la sua avventura. Per metterlo a suo agio, il vescovo lo invitò a sollevarsi. Questi obbedì, ringraziando con un gesto gentile del capo, quindi parlò ed ecco, tutti udirono quanto graziosa e ferma fosse la sua voce e quanto dignitoso il suo portamento, cosicché molti si disposero di buon grado ad ascoltare. – Vostra Grazia, monsignore, eccellentissimo padre, disse Benedetto. Quando nelle notti ventose guardiamo in alto, vediamo la nera volta del cielo trapunta di infinite stelle, al mattino però esse scompaiono. Forse che non ci sono più? Lo sappiamo bene che non è così, anche se i nostri occhi non le scorgono. Il mio buon precettore mi insegnava che così è la mano di nostro Signore, che mai si ritira dal nostro capo. Egli non inorridisce, non allontana la sua mano e mai rifiuta la sua carezza sui nostri peccati, anche se non la vediamo. Egli non dice: Cosa hai fatto? E quando l’hai fatto? E come lo hai fatto e con chi lo hai fatto? Egli non ci vuole umiliare, perché ben conosce l’umiliazione che il suo unico Figlio ha sopportato per noi. E questa è la misericordia del Signore. Ma la misericordia di Dio non cancella i peccati. Quello che cancella i peccati è il perdono di Dio. Perciò, eccomi qui, davanti a Voi, eccellentissimo padre, e a questo Tribunale e davanti a questa assemblea, a pregarvi e invocarvi e supplicarvi


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affinché Voi me lo concediate, dopo che avrete sentito la storia che sto per raccontarvi. Il vescovo ammirò le parole di Benedetto, benché pensasse che fossero state ispirate dal rettore Bonaventura per mezzo del quale era stata portata la causa, si compiacque inoltre dei bei modi del giovane e del suo bel parlare, pure tra sé non poteva non dubitare della sincerità della sua richiesta, vista la circostanza in cui era stato fatto prigioniero, che in tutta verità pareva condannarlo al di là di ogni dubbio. Ad ogni modo, senza aggiungere nulla e fatto un leggero cenno con la mano, invitò Benedetto a proseguire nel racconto. Benedetto chinò il capo in segno di riverenza, ma non di soggezione, quindi egli riprese la parola, raccontando di essere di nobile famiglia ligure, come potevano testimoniare la madre e i fratelli e di essere stato fatto paggio del nobile Flaminio Orsini, per essere educato ai servizi della corte e in seguito avviato alla cavalleria. Al suo signore, il principe di Stabia, già castellano di Civitavecchia, era stato dato il comando della flotta pontificia. Al comando di 15 galee egli sorvegliava i litorali laziali proteggendoli dalle incursioni barbaresche, sosteneva l’approvvigionamento di Roma e si apprestava a combattere la flotta di Piali Pascià, il grande ammiraglio del sultano Solimano il Magnifico e dello spietato Dragut. Quando fu fatto prigioniero dai mori, alcuni anni prima, egli si trovava all’isola di Djerba dove era ancorata la maggior parte della flotta spagnola e papale. Al sentire quel nome, Djerba, subito dalla folla dei presenti che riempiva la navata salì un mormorio che presto montò in alto e divenne un frastuono così forte che il vescovo dovette faticare molto per riportare il silenzio. Quel nome infatti si portava dietro la fama dell’immane sciagura e del terribile disastro che aveva colpito la flotta cristiana. Perciò, una volta ottenuto il silenzio, tutti prestarono ascolto a quanto Benedetto stava per dire, ché ognuno voleva sapere come erano andate le cose.


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– Vostra Grazia, eccellentissimo padre, disse Benedetto, ben comprendo il vostro sgomento al solo pronunciare quel nome, non già per la fama che quest’isola si trascina da tempo, ella infatti era la triste patria dei Lotofagi che tante disgrazie portarono ad Ulisse e ai suoi al ritorno da Troia, né per il suo territorio ostile: essa infatti è bassa, senza montagne, senza fiumi, in gran parte arenosa, bruciata dal sole; essa però ha la fortuna di trovarsi a poche miglia dalla costa e a metà del cammino tra Tunisi e Tripoli. Lì, dopo quattro giorni di scirocco carico di tempesta, una volta calmatisi il mare e il vento, la flotta del duca di Medina Celi, dei Doria e del mio signore il conte Flaminio entrò in rada e fu messa all’ancora. Sbarcarono in tutto almeno 10.000 uomini e pezzi d’artiglieria. – Era marzo e fino a maggio ci adoperammo per realizzare una base da cui attaccare Tripoli, da cui sapevamo salpavano le galeotte turche, che infestavano il mare. Il conte Medina volle far costruire una fortezza e poiché lo sceicco del posto non volle fornire i suoi mori neppure dietro pagamento, si risolse di farla costruire ai soldati. Facemmo venire una gran quantità di cammelli perché portassero la terra rossa per impastare, perché attorno al castello non vi era che rena, e bisognava andare a prenderla lontano più di due miglia. C’era una gran comodità di palme e di olivi e con quei tronchi, interi e spaccati, furono costruite le incavicchiature per ogni lato. Sottoterra la pietra era tenera e fu facile estrarla con il piccone. – Ahimè!, quando i lavori erano quasi terminati, il 10 maggio di quell’anno7, giunse da Malta una veloce galeotta che avvertì il duca e il principe Doria che una agguerrita flotta, al comando di Pialì pascià, forte di 80 galere, cariche di armati insieme con altri legni barbareschi era stata vista sulla rotta verso l’isola. Qualunque comandante avrebbe preso la decisione di andarsene dall’isola per non farsi sorprendere con le navi in rada da 7

Era il 1561.


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quella sventura imminente e che assomigliava ad un uragano. Scipione Doria invece propose all’istante di serrare insieme le galee con i galeoni e accogliere il nemico a cannonate. Invece il conte Gian Andrea Doria, che era uomo di mare esperto, non aveva dubbi in proposito e consigliò il comandante di Djerba, il duca di Medina, di salpare quella sera stessa. Anche il mio signore, il capitano Orsini cercava di convincere i compagni, persuadendoli della necessità di mettersi al largo all’istante, “perché pareva l’unica soluzione per salvare l’armata navale e quanta più gente si poteva, poiché il forte sarebbe stato in grado di sostenersi da sé e di ricevere anche gli aiuti se fosse stato necessario8”. Ma il Medina, invece di ringraziare Iddio per la segnalazione della nave galeotta che pareva giungere dalla Provvidenza, diede ascolto al parere di molti altri, ché sembrava loro impossibile che i Turchi potessero giungere già il giorno dopo, e pensavano di aver sempre tempo per ritirarsi. Gian Andrea Doria allora, che non era di quella partita, chiese il permesso di uscire la notte con le sue galere, così da chiudere in una morsa la flotta turca una volta che fosse entrata in rada: davanti si sarebbe trovata il forte ben munito e dall’altra, all’imboccatura le navi genovesi, armate di cannoni. Ma anche di questo consiglio il duca non volle tenere conto. Per non scontentare tutti, adottò la soluzione che la partenza sarebbe avvenuta il giorno dopo, sabato 11 maggio, dando così tempo alla popolazione di prepararsi. Senza istruzioni concordi a tutti i capitani, l’avviso fu presto diramato. La brutta notizia corse in fretta per il forte e la cittadella, c’era chi lodava la decisione, chi la biasimava, chi non voleva restare indietro, chi chiamava lo schifo9 per raggiungere il proprio legno, chi cercava di mettersi al sicuro dentro la fortezza. Subito crebbe paura, la paura divenne terrore, il terrore divenne panico, il panico confusione. E 8

A. Guglielmotti, cit. È una piccola imbarcazione a vela o a remi che permetteva di raggiungere da terra la propria nave all’ancora. 9


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come se ciò non bastasse il vento cambiò, invece dello scirocco favorevole alla partenza, prese a soffiare un vento di tramontana, che rendeva difficile alle navi in rada di allontanarsi. Un brigantino infatti fece per uscire dalla rada, ma per la fretta e lo scarso consiglio si arenò sul lido sabbioso, altri che gli venivano dietro si urtarono e presero ad ammucchiarsi. Il mattino dopo, tra le nebbie che quasi sempre al mattino velano le spiagge basse delle regioni africane, a qualcuno parve di scorgere all’orizzonte una moltitudine di vele con la mezzaluna. Il panico dilagò come fuoco. Scipione Doria, visto il pericolo, fu il primo a fuggir via verso Malta, riuscendo così solo a salvar se stesso. Le poche navi che stavano ancora fuori dalla rada diedero di remi e bordeggiando l’isola presero il largo. Gian Andrea fece accostare la Reale, vi salì e fece vela poggiando al vento, ma si arenò anch’essa sul lido. Il Doria allora pensò bene di andarsi a rifugiare nella fortezza, ché non c’era altra soluzione. Tutti i legni in rada volevano togliersi di là, ma non facevano altro che dare addosso gli uni gli altri e le navi, cariche di fanti, si ritrovarono immobilizzate al centro della rada. Luccialì, capo dell’avanguardia turca, non poteva credere ai suoi occhi. La confusione regnava nel porto. Dalle bocche dei “cani Nazzareni” non uscivano che urla e pianti e lamenti e ordini che nessuno eseguiva. Così, entrato in rada, fece sparare alcuni cannoni rovesciando ferro e fuoco sulle navi nemiche, poi ordinò ai suoi di scendere a terra e questi sciamarono e d’un sol colpo catturarono più di 30 galere di Sicilia, Napoli, Firenze, Roma e Genova, tra cui la Reale, con tutti gli uomini ancora a bordo. Giunse infine la flotta di Pialì Pascià. Ebbri per la facile vittoria, gli uomini di Pascià si rovesciarono a terra e diedero la caccia ai fuggiaschi dando così inizio alla carneficina. – Sulla torre della fortezza vidi il Doria, il conte e gli altri che vi si erano rifugiati, che contemplavano inermi e inorriditi lo scempio che si stava consumando: “navi e galere in mano ai Turchi, soldati e capitani cinti di catene, bastimenti grossi e


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sottili infranti sulla riva, ovunque rottami e gente che usciva a nuoto dalle onde o sostenuta da rottami, chi avvolto di miseri cenci, chi tutto nudo e lunghe file di fuggitivi che correvano a ripararsi nel forte. La guarnigione, fattasi sugli spalti e sui ponti, accoglieva gli infelici, ma impietriti nel dolore si guardavano in faccia l’un l’altro senza dirsi una parola, dimostrando però nell’aspetto somma pietà verso i compagni e profonda indignazione contro chi era in colpa d’aver condotto le armi cristiane a tanta vergogna e a tanto strazio10”. – Pure, in mezzo a quello sconquasso, gioii, anche se per un solo istante, perché vidi alcuni legni cristiani, che non erano ancora stati assaliti dal nemico, cercare scampo con un’abile manovra. Presero infatti a orzare, avvicinando la prua alla direzione del vento poi, a forza di remi, presero l’abbrivio e deviando a più riprese dalla rotta per via del vento a tutto palamento finalmente presero il mare aperto. Erano una galera di Malta, due Capitane, quella di Roma, guidata proprio dal mio nobile signore, il conte Flaminio e quella di Firenze, oltre ad alcune galeotte tra cui quella dello spagnolo Gil d’Andrade. Sfruttando il vento di tramontana, anche se un po’ scarrocciando, cazzata la scorta, i navigli fuggitivi presero il largo, sollevandosi e ricadendo come i cavalli nel salto delle barriere. Al vederle, i Turchi, che si sentivano giocati, si diedero al loro inseguimento. La nave del conte Flaminio, bellissima di forme e ricca d’ori, era la più veloce e navigava in testa a tutte: le vele erano gonfie, fin quasi a lacerarsi e costringevano la nave a correre così inclinata che pareva dovesse rovesciarsi su un fianco da un momento all’altro. Tra me presi allora a ringraziare la Provvidenza che non aveva distolto del tutto il suo sguardo su quanto stava accadendo; di certo, pensai, sarà la prima a trovare scampo in Sicilia. Non feci in tempo a dirlo che ecco, all’improvviso, con uno schianto, l’albero di maestra, 10

A. Guglielmotti, cit.


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a causa dello sforzo violento e continuo, cedette e si spezzò di netto, come colpito da un’accetta; cadendo sulla fiancata sottovento andò a sbattere contro i remi falciandoli quasi tutti, lo strascico della vela si impigliò nel timone e la galera rimase immobilizzata. Attonito, lasciai cadere le braccia. Ma il conte non si fece prendere dal panico, non ammainò la bandiera, non pensò di lasciarsi catturare, sapendo di essere successivamente liberato tramite un riscatto, ma pensò ai compagni e a come coprire la loro ritirata. Conscio del sacrificio che stava per compiere, si lasciò superare dagli altri legni cristiani, poi ordinò di por mano ai cannoni e aprì il fuoco contro i Turchi. E subito i cannoni della Capitana vomitarono fiamme e ferro sulle navi corsare che come feroci mastini stavano dietro. A quel punto i Turchi, accecati dalla cupidigia di saccheggiare la facile preda, non videro altro che la capitana del conte e le diedero addosso investendola con le palle roventi dei loro cannoni. La Capitana di Roma, ancora tutta ornata di sculture e rilucente d’ori, prese a difendersi disperatamente. Gli uomini presero a far fuoco con tutte le armi che avevano a bordo, ma presto gli altri alberi, le scotte, la barra, fracassati dalle cannonate, caddero sul ponte. Ma il conte non badava a quello sconquasso, in piedi sul cassero, volgeva con soddisfazione lo sguardo verso le vele amiche che si allontanavano sempre più all’orizzonte, salve. Poi avvenne l’arrembaggio: come lupi famelici i Turchi si rovesciarono sul ponte e vennero accolti con picche, spiedi, spade, coltellacci, fruste e mazze di ferro, ma nulla potevano gli uomini del conte Flaminio, perché il numero dei corsari era superiore e uno dopo l’altro furono colpiti a morte e trucidati. L’ultimo a cadere sul ponte insanguinato fu il nobile conte Orsini che a lungo si era difeso sul cassero dalle scimitarre dei Circassi. Poi, con orrore, ecco, da lontano, io stesso vidi spiccare la sua testa dal busto dalla scimitarra di un turco; tenuta per i capelli, essa venne mostrata come dileggio ai vincitori che, sollevando le loro spade ricurve, lan-


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ciavano in alto orrende grida. “Ma anche in quell’ultimo palpito di vita, battendo le ciglia, il buon Flaminio pareva minacciare i nemici11”. Quando la voce di Benedetto si spense, un vuoto silenzio calò su quelli che stavano lì. Egli allora si guardò attorno e vide l’effetto delle sue parole perché molti tenevano il volto in basso e non osavano sollevarlo per via degli occhi umidi, e anche il vescovo, che sedeva sulla cattedra, stava chino perché la cattedra su cui sedeva aveva la spalliera, ma non i braccioli. A lungo durò il silenzio finché il vescovo si scosse e rivolto a Benedetto disse: – Inutile dissimulare la compassione e il pianto per quanto ci hai raccontato. Molti dei fatti di Djerba ci erano noti, ma l’udirli più di una volta non ci ha resi, per Grazia di Dio, duri e insensibili come roccia. Attraverso di essi il Signore Nostro Gesù Cristo ci ricorda che a noi tocca partecipare al suo sacrificio, ché Egli non è venuto per togliere fatica e dolore, ma per santificarli. Ma dimmi ora, a te che accadde quel giorno? – Niente di peggio per me che ricordare quei momenti, mio buon Padre. Io mi trovavo dietro i bandini sul mare, dove mi ero acquattato per un bisogno impellente e stando lì, nascosto alquanto, potei vedere lo scempio che i Turchi avevano fatto del mio amatissimo signore e di tutti gli altri, che furono fatti a pezzi; trascorso del tempo, pensai bene di cercare un luogo dove rifugiarmi, ma appena uscii da quel bugliolo improvvisato, uno di quelli che teneva alla catena un gruppo di cristiani mi vide e mi gridò contro sghignazzando perché ormai mi aveva in suo potere. Mi voltai da ogni lato ma non vedevo altro che uomini fatti schiavi e nemici, allora, impaurito e preso dallo sgomento mi gettai tra i gorghi e subito affondai. Rimasi sott’acqua a lungo, fin quasi a farmi scoppiare i polmoni e quando emersi non c’era più nessuno sui bandini, né 11

A. Guglielmotti, cit.


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nemici né cattivi. Così pensai che mi avessero dato per morto12. Nascosto tra le rocce, con solo il capo che affiorava dall’acqua, vidi che i Turchi conducevano in porto a rimorchio la capitana di Roma. Con le lacrime agli occhi feci un voto a Nostro Signore e giurai a me stesso che se Dio mi avesse dato l’occasione di scamparla quel giorno, a Lui piacendo l’avrei ripresa e strappata dalle mani di quegli infedeli, che avevano vilmente insozzato il corpo del mio devoto signore. Ma ecco, con mia grande sorpresa, all’improvviso mi sentii afferrare per i capelli e, nonostante mi dibattessi molto, fui trascinato come Mosè fuori dalle acque. Mani robuste mi tolsero il giubbetto e strapparono la camicia, mi legarono le mani dietro la schiena, misero una corda attorno al collo e tirandomi per quella mi trascinarono via. Sbigottito e con negli occhi ancora l’orrenda scena della testa decollata del mio signore agitata in aria a mo’ di scherno e dileggio, decisi in cuor mio che non avrei mostrato a chi mi aveva preso alcun cedimento né avrei più pianto o chinato il capo, ma ben dritto avrei guardato i miei aguzzini in pieno volto, perché vedessero di che tempra ero fatto. Mi aspettavo di essere condotto presso gli altri che erano stati presi, invece lasciammo su un lato il forte e fui trascinato attraverso le vie strette del bazar. L’uomo che mi conduceva per la cavezza come fossi un mulo portava i segni evidenti del vaiolo, che neppure la barba scurissima e i mustacchi alla turca riuscivano a nascondere, e l’unica volta che rise mostrò una bocca quasi del tutto sdentata; era di statura notevole ed accompagnato da altri due sgherri, pirati come lui, armati di tutto punto, con le scimitarre ancora insanguinate appese ai fianchi. Ad una svolta ci imbattemmo in una squa12

Le cronache raccontano di un paggio del conte Flaminio che “sbigottito dalla morte crudele del suo Signore, piangeva a dirotto afflitto di vedersi schiavo, quando fu scosso dalla nota voce di un malvagio di catena pensò nella sua semplicità se non al Signore nel mare e si gittò capovolto tra i gorghi e non fu più riveduto” (Mambrino Roseo, Storie del mondo, 1598). Il romanzo prende lo spunto da questo episodio.


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dra di altri Turchi, carichi di mercanzia, razziata da qualche parte. Ci fissarono, poi presero a litigare con i miei aguzzini, indicando spesso me. Evidentemente stavano considerando di strapparmi a loro, ma l’uomo che mi teneva per la corda non si scomponeva in alcun modo e questo faceva crescere la rabbia dei nuovi arrivati, tanto che ad un certo punto uno di quelli fece per strappargli la corda di mano. Io mi sentii strattonato e stavo quasi per cadere quando all’improvviso, veloce come il vento, il Vaioloso estrasse una lama corta e l’affondò fino al manico nella pancia dell’altro. Questi, con una smorfia, ma senza un grido, si accasciò a terra piegato. Gli altri che erano con lui, presi alla sprovvista, diedero mano alle scimitarre, ma non furono troppo lesti, perché i due che erano col Vaioloso furono loro addosso e squarciarono loro il collo con un sol colpo della loro lama. Io osservai impietrito tutta quanta la scena. Lo scontro finì subito, perché gli altri che componevano la squadra dei Turchi, vista la mal parata e la freddezza dei miei aguzzini, fuggirono a rotta di collo per la via. Il Vaioloso si disinteressò a quelli, e anche ai tre che erano stesi a terra coperti di sangue, e fece segno agli altri di muoversi, sempre trascinandomi con sé. Finalmente sbucammo sull’arenile dall’altra parte dell’isola. A largo stava una galeotta con una sola vela, mentre una scialuppa pareva attenderci sulla riva. Dentro vi stavano assiepati altri disgraziati come me. Gli uomini della scialuppa diedero voce al Vaioloso, ma questi non affrettò il passo, neppure quando gli altri presero a sbracciarsi e a quanto potevo capire a maledirlo. Giunto alla scialuppa, il Vaioloso mi spinse dentro e io caddi addosso a un altro povero disgraziato che stava lì. Dopodiché, quelli che mi avevano rapito spinsero la scialuppa in mare in direzione della galeotta. Quando mi voltai verso l’isola, il Vaioloso stava ritto e immobile sulla spiaggia deserta.


Indice

Il prigioniero . . . . . . . . 9 I pirati barbareschi . . . . . . . 14 La cattura a Djerba . . . . . . . 29 Venduto . . . . . . . . . 45 Storia di Fiammetta . . . . . . . 58 La resina del terebinto . . . . . . 72 Il battiloro . . . . . . . . . 82 La bella Zulfa . . . . . . . . 92 Il nuovo sovrintendente . . . . . . 101 Le due piastre . . . . . . . . 116 L’isola e la fanciulla . . . . . . . 129 Il Vaioloso . . . . . . . . . 143 Naufragio . . . . . . . . . 157 Ferro, fuoco e veleno . . . . . . . 169 Gli uscocchi . . . . . . . . 177 L’isola di Candia . . . . . . . 186 Il tesoro . . . . . . . . . 203


Il ricordo di Inès . . . . . . . 217 Non dite che non vi ho avvertito .

.

.

.

. 223

Benedetto e il comito . . . . . . . 232 Il rostro dorato . . . . . . . . 242 Un pessimo mercante . . . . . . . 254 Quattrocento staia di grano . . . . . . 267 Lisina . . . . . . . . . 276 Il principe ragazzo . . . . . . . 285 La virtĂš del marito innamorato .

.

.

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. 300

L’Armata cristiana in Sicilia . . . . . 309 Una flotta mai vista . . . . . . . 315 La battaglia di Lepanto . . . . . . 325 Il coraggio di Benedetto . . . . . . 338 Dopo la battaglia . . . . . . . 348


TIZIANO VIGANÒ

Tiziano Viganò è nato a Biassono in Brianza. Laureato in Teoria e storia della storiografia, insegna Lettere ed è autore di antologie scolastiche (Sulle orme del testo, De Agostini; Il lettore creativo, Atlas). Ha collaborato con la Regione Lombardia e con Diesse per la pubblicazione di sussidi didattici su temi storici e ambientali. É appassionato di storia e letteratura medioevale. Per la casa editrice Mimep-Docete ha pubblicato il romanzo storico Bergius, l’ultimo longobardo (2015, seconda edizione) e La meravigliosa storia del Cavaliere blu (2016).

LA SCIMITARRA E LA SPADA

D

ue spade, due fedi, due mondi si confrontano nella vicenda di Benedetto Cevasco, prigioniero prima dei musulmani e poi dei cristiani. Davanti al tribunale ecclesiastico di Albenga deve dimostrare la sua vera fede per essere riammesso nella Chiesa. Supererà la prova? Al suo terzo romanzo storico, Tiziano Viganò si conferma profondo narratore di secoli e costumi, in cui vicende personali e sociali si mescolano nel grande flusso della Vita. Dove c’è posto anche per l’amore: riuscirà Benedetto a conquistare la bella Ines? Alfredo Tradigo

TIZIANO VIGANÒ

LA SCIMITARRA E LA SPADA

ROMANZO

La vicenda, ambientata al tempo delle scorrerie saracene sulle coste italiane prima della battaglia di Lepanto, ha come protagonista Benedetto, un cristiano catturato e reso schiavo dai saraceni e che, per opportunità, si converte all’islam. Con dovizia di particolari l’Autore descrive la vita concreta dei prigionieri rapiti dai musulmani. Di nuovo catturato in battaglia, ma stavolta dai genovesi, Benedetto chiede di essere riammesso alla comunione della Chiesa, ma per meritarsi il perdono dovrà farsi onore nella battaglia di Lepanto.

€ , 12 00

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