Intelligenze per la vita...in classe

Page 1


Fare amicizia con le EMOZIONI alla SCUOLA PRIMARIA

A voi che vi prendete cura, con amore ed empatia, del cuore ferito dei “nostri bambini” e delle “nostre bambine”.

Intelligenze per la vita Fare amicizia con le emozioni alla Scuola Primaria

Introduzione

Caro e cara docente, insegnare e condurre le effervescenti classi del nuovo millennio è una sfida che ogni giorno si fa più complicata.

Se davvero vuoi andare al cuore del problema, il lavoro sugli apprendimenti cognitivi non è sufficiente.

Non è sufficiente, né per condurre davvero la classe né per preparare alla vita i bambini e le bambine che ogni giorno incontri nella tua aula.

In questo manuale ti propongo un percorso per abbracciare la tua classe con l’intelligenza per la vita per antonomasia: l’intelligenza del cuore.

Come ripeto spesso anche ai genitori, quando il cuore di bambini e bambine (e adolescenti) si riempie di sassi, questi sassi verranno scagliati contro il mondo o contro sé stessi.

Nel giro di pochi anni nel nostro Paese sono raddoppiati i disturbi d’ansia e i sintomi depressivi in bambini, bambine e adolescenti.

Un’emergenza di cui non si parla abbastanza, ma che tu, i tuoi colleghi e colleghe insegnanti conoscete molto bene.

I bambini e le bambine che sfidano l’autorità, come quelli che sono sempre con la testa altrove, ci stanno chiedendo aiuto.

Ci stanno chiedendo di aiutarli a fare amicizia con emozioni travolgenti che non sanno dove mettere.

In questo libro, dopo una introduzione teorica sul valore dell’educazione emotiva a scuola, ti propongo 15 attività con cui potrai prenderti cura del cuore dei bambini e delle bambine.

Ogni attività sarà accompagnata anche da una scheda riflessiva sulla tua educazione emotiva.

Perché in fondo siamo tutti allievi/e nella grande disciplina dell’educazione del cuore.

CAPITOLO 1

Il cuore di chi insegna

Obiettivi di questo capitolo

Diventa consapevole delle paure che si nascondono nella gestione della classe

Scopri come funziona il tuo cervello

Conosci e riconosci la tua modalità attacco quando insegni

Conosci e riconosci la tua modalità fuga quando insegni

Scopri come e perché essere autorevole

Educare in una società che cambia

1.1 La paura della classe

La mia esperienza didattica risale a una ventina di anni fa. Mi trovavo in uno dei quartieri più duri di Milano.

La mia classe era “multi-multi”: multietnica, multiculturale, multiproblematica. I miei studenti erano un folto gruppo di ragazzini in messa alla prova che avevano già compiuto atti delinquenziali dentro e fuori le loro rispettive scuole d’origine. Alcuni di loro, ancora giovanissimi, avevano compiuto crimini importanti e partecipare alle mie lezioni, cercando poi di sostenere con successo l’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione, rientrava nel percorso rieducativo stabilito dal giudice e dai servizi sociali.

Come potrai immaginare, non erano (almeno all’inizio) particolarmente felici di venire nell’aula scalcinata della cooperativa sociale per cui lavoravo per seguire le lezioni.

Le prime settimane in particolare sono state molto difficili. Il gruppo dei ragazzi nordafricani si era coalizzato contro il gruppo dei ragazzi dell’Est Europa, che a loro volta erano costantemente in lotta con gli italiani. C’erano poi diverse “schegge impazzite” che non parlavano con nessuno, ma amavano minacciare verbalmente un po’ tutti.

Per usare un eufemismo, la mia prima classe (come quelle che seguirono negli anni e nei progetti successivi) era una classe “spettinata”.

I vissuti che circolavano erano rabbia, sfiducia, ostilità, ira, ma anche apatia, depressione e disperazione.

Sulla carta, però, il mio compito non era emozionale. Questi giovani ribelli che già erano stati espulsi dalle rispettive scuole di provenienza dovevano apprendere Italiano, Storia, Geografia, Matematica, Inglese, Scienze: a fine anno avrebbero sostenuto, senza sconti, l’esame conclusivo del primo ciclo di istruzione.

Nel mio cuore di giovanissimo educatore di strada emersero subito due paure che purtroppo si alimentavano a vicenda.

La prima era gestionale: come posso condurre un gruppo così fortemente antisociale? Come contenere la loro aggressività? Come posso impedire che si facciano e mi facciano del male?

La seconda era squisitamente didattica: come posso portarli ad acquisire almeno quei requisiti minimi affinché possano apprendere e superare l’esame?

La paura della classe

Anche se nel mio battesimo pedagogico la mia classe era composta da preadolescenti e tu ti confronti con bambini e bambine della Scuola Primaria, le sfide emotive, relazionali, educative sono le stesse.

Gli strumenti che troverai nelle prossime pagine saranno calibrati per i bambini e le bambine della Scuola Primaria, ma, sul fronte emozionale, dopo aver condotto più di 800 corsi di formazione in scuole di tutti gli ordini, posso assicurarti che la fatica è la stessa. E se non comprendiamo come fare amicizia con le nostre emozioni, difficilmente saremo in grado di far fronte ai maremoti che quotidianamente viviamo in classe.

Le cosiddette classi difficili, oggi, non sono presenti solo nelle grandi città e nelle loro periferie, sono ovunque.

Le ragioni sono molteplici, ma, non è un caso che, insieme al desiderio di aiutare i miei ragazzi, la prima emozione faticosa con cui mi sono confrontato è stata la paura.

Ogni classe porta con sé una quota di imprevedibilità.

Per la mente umana ciò che è imprevedibile è fonte di angoscia.

Il nostro viaggio inizia quindi dalla più antica delle emozioni: la paura che, se non regolata, può trasformarsi in ansia e persino angoscia.

Per difendersi dalle minacce, il nostro cervello è predisposto a reagire con tre meccanismi ancestrali: fight, flight e freeze (attacco, fuga, congelamento). Esploriamoli e pensiamoli insieme.

La

SCHEDA 1.1

Le tue paure

Quale aspetto della gestione della classe ti destabilizza e ti mette più in difficoltà?

Quali pensieri ed emozioni scatena in te? Sia a scuola sia fuori da scuola.

Quali strategie hai adottato per regolare queste emozioni?

Sia a scuola sia fuori da scuola. Hanno funzionato o paradossalmente stanno alimentando la tua ansia?

1.2 Sai come funziona il tuo cervello?

Attacco, fuga e congelamento sono tre meccanismi di difesa reattivi.

Per comprenderli è importante che tu capisca come funziona sia il tuo cervello sia il cervello dei tuoi studenti.

Come ho descritto nel mio saggio Mio figlio è un casino, il nostro cervello è paragonabile a un bellissimo veliero.

Il cervello veliero si compone di tre parti: il timoniere, le vele e lo scafo. Ogni parte corrisponde a un cervello nel cervello.

Il timoniere che guida il veliero governando le vele delle emozioni corrisponde al “cervello che pensa”: la corteccia prefrontale.

La corteccia prefrontale è ciò che rende Sapiens noi Sapiens. Da buon timoniere, governa funzioni essenziali per la vita e l’apprendimento: concentrazione, pianificazione, tolleranza alla frustrazione, riflessività, empatia, gestione degli impulsi sono solo alcune delle funzioni superiori del nostro timoniere.

Sotto la corteccia, nel sistema limbico, troviamo i circuiti delle nostre emozioni che, nel nostro modello, corrispondono alle vele del veliero.

Mentre il timoniere della corteccia “ama pensare il mondo”, le vele dei circuiti emotivi “amano sentire il mondo”.

Una persona equilibrata sa attingere nella propria vita a entrambe queste intelligenze.

Le persone iper-razionali hanno paura delle proprie emozioni e le vivono come qualcosa di negativo da controllare, domare, persino sedare.

Le persone eccessivamente impulsive, invece, sono costantemente in balia del proprio sentire che, senza la mediazione della corteccia, le porta a schiantarsi ripetutamente contro gli scogli.

Anche gli studenti cosiddetti difficili presentano uno di questi sbilanciamenti. Quelli troppo razionali rischiano di essere gelidi, duri, distanzianti a livello relazionale. Fanno fatica a entrare in contatto con gli altri compagni e fanno fatica a sentire sia ciò che provano in prima persona sia che cosa provano gli altri. Dietro questo irrigidimento emotivo spesso ci sono ferite emotive significative, da cui cercano di distanziarsi e “salvarsi” diventando duri, oppositivi e respingenti. Gli studenti con diagnosi di

ADHD, invece, sono spesso in balia della propria reattività: il timoniere fatica a governare le gigantesche vele del veliero. Al nostro appello, però, manca ancora un “cervello”: lo scafo del cervello di sopravvivenza. Si tratta della parte più antica della nostra evoluzione, quella che custodisce molte funzioni fisiologiche automatiche che bypassano la regia della coscienza. Sul fronte relazionale il nostro scafo nasconde proprio i tre meccanismi di attacco, difesa, congelamento di cui ti ho parlato. Queste tre reazioni di difesa in realtà hanno lo scopo di proteggerci. Quando non eravamo in cima alla catena alimentare, ma al contrario eravamo facili prede di animali ben più minacciosi, queste tre reazioni ci hanno permesso di salvarci la vita. Decisiva su questo fronte è l’amigdala: la vedetta del veliero che, in caso di minacce, ci predispone all’attacco (aggredire l’altro), alla fuga e al congelamento (fingersi morti).

Quando la nostra amigdala scatta con troppo vigore, può anche bypassare il timoniere portandoci a reagire fuori misura. Quando questo avviene, si parla di “sequestro neurale” e, senza la razionale mediazione della corteccia, finiamo tutti per dire o fare cose di cui poi arriviamo a pentirci.

Perciò, prima di dedicarci al lavoro sulle intelligenze per la vita dei bambini, dobbiamo passare dal lavoro sulla nostra intelligenza emotiva.

Come possiamo pretendere di educarli se noi per primi finiamo frequentemente sequestrati dalla potente reattività dell’amigdala?

Sai come funziona il tuo cervello?

SCHEDA 1.2

Il tuo cervello da combattimento

Quando si spegne la tua corteccia, tendi a reagire in modalità attacco (ira) o in modalità fuga (paura)?

Quale impatto ha questa modalità reattiva nelle tue relazioni?

Hai trovato qualche strategia per evitare di “attaccare o fuggire”?

1.3 L’insegnante che attacca

Riconoscere la propria “modalità di difesa” è essenziale per diventare l’insegnante di cui hanno davvero bisogno i tuoi bambini: soprattutto quelli più spettinati, impulsivi e reattivi.

Nelle prime settimane del mio lavoro di educatore/insegnante di strada con il mio gruppo di ragazzi a rischio ero mosso da buone intenzioni, ma, non riuscendo a trovare una quadra, ho “risposto al fuoco con il fuoco”. Loro mi provocavano, mi sfidavano e facevano di tutto per sabotare le mie lezioni, così la mia amigdala ha preso il sopravvento e ho iniziato ad alzare la voce.

Non mi fraintendere. Non mi sono di certo messo a insultarli, ma ho iniziato a usare un codice più autoritario. Sono passato immediatamente dal “Desidero creare un clima di fiducia” al “Adesso mi dovete ascoltare!” con tanti punti esclamativi.

In un primo momento la mia reazione dura li ha sorpresi ma è durata un battito di ciglia. Ricordo ancora la frase di Amir: “Hai usato tante belle parole, ma alla fine sei esattamente come tutti gli altri”.

Ho colto subito molta amarezza nelle sue parole e, quando gli ho chiesto di spiegarsi meglio, si è limitato a dirmi questa frase che non ho più dimenticato: “Sei come tutti gli altri. Sei qui solo per comandare”.

Nei giorni successivi ho riflettuto a lungo sul verbo usato da Amir.

Tra me e me provavo a dirmi che non volevo comandare, ma volevo semplicemente gestire la classe.

Anche la parola “gestire,” però, mi sembrava priva di quell’affettività e di quel sentimento che volevo trasmettere alla mia classe.

Senza scavare in lontane etimologie, converrai che “si gestiscono i problemi, le emergenze, le rotture di scatole”, non le persone, soprattutto se sono bambini e ragazzi. Si può gestire un evento, ma non l’anima della psiche altrui. La mia amigdala mi stava portando nella direzione sbagliata. Per difendermi dalle parti di attacco, fuga e congelamento dei miei studenti mi stava portando a reagire nello stesso modo.

Questo fenomeno si chiama “contagio emotivo”.

Immagina di essere in treno. È una bella giornata e sei di buonumore. Improvvisamente senti dal fondo della carrozza due persone che litigano pesantemente. La loro rabbia ti colpisce e ti entra dentro. In un secondo

la serenità che provavi è stata inquinata e avvelenata. Le emozioni degli studenti, piccoli o grandi che siano, non ci lasciano mai indifferenti. Il nostro cervello emotivo è aperto al mondo e, come un diapason, risuona e inizia a vibrare sulla stessa lunghezza d’onda (emotiva) di ciò che ti circonda. La rabbia altrui ci innervosisce. Il dolore altrui ci commuove. L’ansia altrui ci rende nervosi e sull’attenti. Anche l’euforia, la gioia e l’affetto sono contagiosi. Quando reagiamo al fuoco con il fuoco, senza rendercene conto, veniamo contagiati dalla rabbia dei nostri studenti. Usare un tono di voce altrettanto deciso, ai limiti del minaccioso, non fa altro che alimentare la disregolazione emotiva. Gli studenti che sono naturalmente portati all’attacco, per contagio emotivo, reagiranno con ancora più vigore. Gli studenti portati invece alla fuga rimarranno paralizzati, però, occhio a questo passaggio, il loro discontrollo emotivo sarà invisibile ma non meno problematico. Come ci insegnano le neuroscienze delle emozioni, amigdala e corteccia funzionano come due piatti di una stessa bilancia neurale.

Quando mettiamo il carico (con la nostra parte di attacco) sul piatto dell’amigdala (ON), il piatto della corteccia andrà automaticamente su OFF. Ricordati che l’amigdala è potentemente connessa con due vele delle emozioni: la vela della rabbia e la vela della paura.

Quando siamo spaventati, terrorizzati, preoccupati non riusciamo a riflettere con lucidità. L’ansia spegne la corteccia e uccide l’apprendimento. Al contrario riusciamo ad apprendere e riflettere in modo profondo quando siamo sereni e il nostro cervello è sereno quando non ci sono “minacce” all’orizzonte.

L’insegnante che reagisce in modalità attacco e pretende di gestire la classe con un codice autoritario ottiene il silenzio, ma uccide l’apprendimento.

Un bambino spaventato non può imparare. Si congela. Si immobilizza. Si blocca o fugge con i pensieri altrove.

L’attivazione dell’amigdala spegne la corteccia e, senza corteccia, non c’è apprendimento.

L’insegnante che attacca

SCHEDA 1.3

L’insegnante che attaccava

Ti è capitato di avere un o una insegnante (a scuola, nello sport, a casa o in ambito musicale) che manteneva la disciplina con la sua “parte di attacco”?

Descrivi un episodio che ricordi.

Durante e dopo la sua sfuriata, riuscivi ad apprendere con lucidità?

Che cosa provavi mentre urlava contro di te?

Turn static files into dynamic content formats.

Create a flipbook
Issuu converts static files into: digital portfolios, online yearbooks, online catalogs, digital photo albums and more. Sign up and create your flipbook.
Intelligenze per la vita...in classe by ELI Publishing - Issuu