Sergio Bocchini - Guido Fontanella

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Sergio Bocchini - Guido Fontanella

Testo per L’INSEGNAMENTO
NELLA SCUOLA SECONDARIA di 2°grado
Sergio Bocchini - Guido Fontanella

se stai sfogliando questo libro vuol dire che sei nella scuola superiore e hai scelto di fare religione; quindi non hai più bisogno di essere seguita/o e guidata/o passo passo, ma da adolescente hai voglia di crescere in modo autonomo e non ti accontenti più di risposte troppo semplici o scontate su ciò che stai vivendo e sentendo dentro di te. Sicuramente le domande che ti stai ponendo sulla religione non sono poche, e probabilmente molte delle tue idee e dei tuoi comportamenti su questo argomento sono cambiati nel corso del tempo.
Il percorso che ti proponiamo di fare insieme parte da te: dai tuoi interrogativi, dalle tue perplessità, dai tuoi sogni e dalle tue speranze. Parleremo di cielo e di terra, di mani che s’incontrano e di strade che s’intersecano; ti offriremo mappe (maps) per orientarti e varie indicazioni che potrebbero rivelarsi molto utili e interessanti. Siamo convinti che nella vita le cose che contano sono proprio l’incontro, la ricerca e la curiosità, senza essere vittime di paure e pregiudizi; nell’appendice in fondo al testo troverai un Atlante delle religioni che ti porterà ad esplorare conquiste interessanti, cariche di fascino e di saggezza, delle varie tradizioni religiose dei popoli: sarà come andare a lezione dal TEMPO, dalla storia vissuta lungo i secoli e di cui facciamo parte e consegnarla a quelli dopo di noi. In fondo, il nostro mondo è sempre più un villaggio e conoscere l’altro, le sue tradizioni, culture e anche religioni, è indispensabile. Le nostre città sono oggi espressione della multiculturalità e della varietà delle fedi in cui viviamo e le religioni non hanno più una rigida collocazione geografica: abitano le nostre strade, hanno il cuore e i colori variopinti delle tante persone e dei gruppi umani che vivono, lavorano e si divertono accanto a noi. Paure e pregiudizi – spesso volutamente alimentati dall’esterno – cercano di scoraggiarci dall’incontro con l’altro da noi e di bloccare ogni forma di dialogo e di collaborazione; invece, conoscere le radici proprie e altrui, comprese quelle religiose, ci svela quel segreto
« La gente ha paura di ciò che non conosce».
(Dal film The Elephant Man)
nascosto da sempre nelle pieghe della storia: la “differenza”, più che un ostacolo, è una ricchezza che ci fa crescere tutti in umanità.
Se per caso ti stavi chiedendo cosa vuol dire fare Irc (Insegnamento della religione cattolica) a scuola, crediamo, almeno in parte, di averti già risposto. Senza nulla togliere a tutte le altre materie, che sono fondamentali per il tuo cammino di conoscenza e di crescita, l’ora di religione, nel suo piccolo, oltre a farti conoscere la cultura religiosa, vuole insegnarti due cose in particolare: prima di tutto, ad affinare la tua intelligenza (da intus-legere “leggere dentro”) per capire meglio te stessa/o, gli altri, il mondo e l’ambiente che ci circonda; in secondo luogo, a “mettere il cuore” nelle cose che vivi con quel brivido di passione che possono trasmetterti i colori della fede. Non solo la fede cattolica (che è comunque parte integrante del patrimonio storico, artistico e letterario italiano), ma anche quella di tanti popoli che ci testimoniano che c’è qualcuno o qualcosa sopra di noi e che nel rapporto con questo “oltre” possiamo amplificare il senso di ciò che viviamo o cerchiamo. Ovviamente, siamo contenti che tu abbia “scelto” di avvalerti dell’Irc perché “scegliere” nella vita è un verbo importante, che esprime maturità e interesse, ed è essenziale per crescere come persone e cittadini responsabili. Noi – per scelta – non ti chiederemo se sei credente, atea/o, incerta/o perché a noi interessa sapere se sei curiosa/o, se hai il coraggio di farti domande anche scomode, se hai tante realtà che ti stanno a cuore. Se niente ti sarà indifferente, se imparerai ad utilizzare bene il tuo cervello, così come l’intelligenza del cuore, vedrai che il tuo sguardo si farà penetrante e nuovi orizzonti si apriranno dentro e attorno a te, senza paure e preclusioni. E questo è già un successo, per te e per noi. Buon lavoro!
Gli autori
Sergio e Guido


Introduzione: Tutto nasce dalla meraviglia
La vita secondo le religioni
1 La ricerca di senso
2 Vivere secondo il dharma
3 La via buddhista
4 La visione ebraica
5 Il senso cristiano della vita
6 Islam, fedeltà a Dio
7 In dialogo con chi non crede
IL PUNTO • Sintesi inclusiva • PRATICA#MENTE
Con testa e cuore
1 In modo “respons-abile”
2 L’etica cos’è?
3 Un’etica non vale l’altra
4 L’etica religiosa 170
5 I valori cristiani 172
6 Un’etica della vita 174
7 L’ingegneria genetica 176
8 Il rispetto della vita 178
9 La morte è un diritto?
Riflessioni in parallelo
per l’amore
12 Tra sesso e affettività
Algor-etica, cioè?
Un pianeta interconnesso 189
Dossier Dieci parole ancora valide 191
PUNTO
Alla scoperta delle radici
5 La struttura della Bibbia
6 Due racconti delle origini
7 Il secondo racconto
8 Dov’è tuo fratello?
libro della libertà

Visti in parallelo
1 Il confronto arricchisce
2 Scegliere tra bene e male
3 La forza del perdono 4 Oltre la morte 5 L’etica della vita
6 Fine vita e religioni 7 Giocare a fare Dio 8 Questioni di coppia
Omosessualità e religioni
Religioni e sessualità
Contro l’odio
Rispetto del creato
Parte finale -Il punto
Mappa finale inclusiva
Perché si cerca Dio?
Cosa è credere?
crede è un cretino?
Perché il male?
Religione e violenza
Outing: e i credenti?
3
5 Fratellanza, cioè?
6 Libertà di credere
7 Non in nome di Dio
8 Una società più giusta
9 Mai più discriminazioni
10 Il virus dell’indifferenza
11 Tutti diversi e stranieri





Ogni Tema si compone di una pagina iniziale (nella foto), di più Schede didattiche (il cui numero varia in base al tema), di varie attività, proposte e spunti operativi.



sviluppo della civiltà umana, in dialogo con altre tradizioni culturali e religiose. Valutare la dimensione religiosa della vita umana a partire dal messaggio cristiano. Riconoscere il senso e il significato del linguaggio religioso. contenuti digitali speciali PER CONCLUDERE • Il punto • Sintesi inclusiva • Pratica#mente
Il libro si suddivide in due grandi parti: 1. Cultura religiosa di base (caratterizzata dal colore azzurro) (destinata in particolare al 1° biennio);


etica
“morale” – vengono in genere utilizzati come sinonimi, anche se in realtà una differenza c’è, come vedremo.
Un’etica per l’amore
• Tra sesso e affettività Algor-etica, cioè? Troppa comunicazione? • Un pianeta interconnesso D/Dieci parole ancora valide? PER CONCLUDERE Il punto Sintesi inclusiva
2. Tematiche di approfondimento (caratterizzata dal colore verde) (per il 2° BiennioUltimo anno) 5

Conoscenze
Riconoscere il valore etico della vita umana e gli orientamenti della Chiesa sull’etica personale e sociale. Sapere gli orientamenti della Chiesa cattolica sull’etica personale e sociale.
ABILITÀ
Riflettere
Le Schede didattiche sono la struttura portante del testo e sviluppano il Tema proposto.




Oltre a quello che si può trovare nella versione digitale del testo – richiamata da un apposito logo – ci sono molti altri materiali che si possono consultare nel sito dell’editore.
I contenuti digitali speciali


In Appendice troverete un dettagliato Atlante delle religioni, che potrà arricchire e ampliare l’offerta formativa e didattica di questa nuova edizione de Il cielo tra le mani.
L’Atlante ci sembra uno strumento efficace per orientarsi tra le varie tradizioni religiose, a volte complesse e non facili da comprendere.
Una delle caratteristiche peculiari delle fedi religiose di oggi, che ci sembra opportuno sottolineare, è il fatto che esse non hanno più quella rigida collocazione geografica che avevano solo qualche decennio fa. Le religioni abitano le nostre strade, impregnano il cuore e le abitudini di persone che vengono da luoghi diversi, vivono le une accanto alle altre, lavorano e s’incontrano, imparando faticosamente che la diversità non per forza si trasforma in pericolo, ma – con uno sguardo nuovo e una disponibilità amichevole – può diventare opportunità e ricchezza.







« Guai all’uso della religione per giustificare la guerra e la violenza, come ogni forma di fondamentalismo e di fanatismo. Le vie da seguire sono quelle dell’incontro fraterno, del dialogo e della collaborazione»
(Leone XIV, nel suo primo viaggio apostolico per i 1700 anni dal Concilio di Nicea, Turchia, 29 settembre 2025)
Non potrà mai esserci pace nel mondo, senza pace anche tra le religioni! Ma il cammino per trasformarsi da «muri» a «ponti» richiede ancora molto dialogo nelle religioni e tra le religioni, senza arroganze e pregiudizi. Il rischio che il nome di Dio venga sfruttato per scopi che non hanno nulla a che fare con Lui o con la fede non ci sembra affatto superato. Sono molti quelli che lo invocano solo per “tirarlo dalla loro parte” contro i cosiddetti “nemici”. Educare ad una corretta conoscenza della religione dell’altro e al rispetto reciproco tra esseri umani – senza paura di nascondere le diversità o i modi differenti di riferirsi a Dio − è lo scopo principale di questo sussidio, che evita accuratamente ogni strumentalizzazione e mette in guardia contro ogni fondamentalismo e fanatismo, ritrovandosi pienamente nelle parole citate sopra.

Il racconto illustrato, con cui iniziamo il nostro cammino insieme, ci ricorda quanto sia importante nella vita avere il coraggio di volare alto. Siamo chiamati ad essere aquile e non polli che volano basso confondendo l’azzurro del cielo con le dimensioni raso terra in cui, a volte, ci accontentiamo di vivere. Il conformismo, che molto spesso condiziona i nostri comportamenti, ci fa pensare e agire «come fanno tutti», accontentandoci di ruspare per terra come tanti polli e dimenticando l’aquila che è in noi, senza sollevare lo sguardo e guardare più lontano. Spesso l’omologazione può sembrare la scelta più facile e tranquilla, ma non lo è: ci lascia dentro l’amarezza e l’insoddisfazione di chi rinuncia a vivere, accontentandosi di vegetare. E allora coraggio: guardiamo in alto e iniziamo la scuola «per aquile» o perlomeno proviamo a essere sempre «il meglio di noi stessi». Non ve ne pentirete, anche se vi costerà un po’ di fatica, come tutto ciò che conta davvero.
Se non potete essere…
«Se non potete essere il pino sulla vetta del monte, siate un cespuglio nella valle, ma siate il miglior piccolo cespuglio sulla sponda del ruscello. Siate un cespuglio se non potere essere albero. Se non potere essere una via maestra siate solo un sentiero. Se non potete essere il sole, siate una stella; non con la mole vincete o fallite. Siate il meglio di qualunque cosa siate. Cercate ardentemente di scoprire a che cosa siete chiamati, e poi mettetevi a farlo appassionatamente.»
(Martin Luther King, La forza di amare)



• La forza più potente
• IRC e cultura
• Cos’è essenziale?
• Mettiamoci cuore!
• Quanto contano i selfie?
• Generazione on o off?
• Gli interrogativi universali dell’essere umano.
• Le relazioni umane e sociali alla luce della rivelazione cristiana e delle istanze della società contemporanea.
• Le questioni di senso legate alle più rilevanti esperienze della vita umana.
Il titolo di questo primo tema esprime lo spirito con cui vogliamo iniziare questo cammino di ricerca che sarà fruttuoso per tutti. L’idea è di fare un cammino per scoprire insieme il valore della cultura religiosa, rispettando le quattro indicazioni suggerite nella vignetta. A differenza di quanto accade nelle altre discipline scolastiche – che sono tutt’altro che “opzionali” – nell’ora di Religione cattolica (o IRC) siete voi a scegliere se “avvalervi” o meno di questo insegnamento. Quindi, se ora siete qui, significa che avete scelto di frequentare quest’ora e, quindi, possiamo impostare bene il nostro lavoro. Faremo un percorso di “cultura religiosa”, cercando di capire l’importanza che la religione ha avuto – ed ha tuttora – nella vita dei popoli e delle loro culture, così come nella dimensione spirituale e religiosa di tutti.
• Il punto
• Sintesi inclusiva
• Pratica#
I contenuti digitali speciali

• Riflettere sulle proprie esperienze personali e sulle relazione con gli altri.
• Porsi domande di senso confrontandosi con le risposte del cristianesimo.
• Riconoscere il valore del linguaggio religioso, utilizzandolo in modo appropriato.
• Costruire un’identità libera e responsabile, ponendosi domande di senso.
• Sviluppare una capacità di senso critico maturo.
• Elaborare un personale progetto di vita.
«La scuola è la forza più potente per cambiare il mondo», amava ripetere un vecchio funzionario dell’Unesco, l’organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura che, nonostante fosse già in pensione, continuava a dedicare il suo tempo alla scuola. La frase, in realtà, era di Nelson Mandela, il leader della lotta contro l’apartheid e presidente sudafricano, ma il funzionario l’aveva fatta sua, colpito dalla verità e profondità del messaggio.
Infatti da sempre era convinto che solo attraverso la scuola si può operare nel mondo un vero cambiamento, garantendo una vita dignitosa a molte persone, in particolare a quelle minoranze etniche di cui si era occupato durante il suo mandato internazionale.
Per questo, anche se ormai senza più incarichi ufficiali, continuava ad impegnarsi per trovare finanziamenti e aiuti per aprire nuove scuole nei posti più sperduti della Terra. Condivideva in pieno l’antica saggezza cinese: «Se dai un pesce a un uomo, lo nutrirai per un giorno, ma se gli insegni a pescare lo nutrirai per tutta la vita». E aveva perfettamente ragione.
Investire nella scuola è il modo migliore per rendere le persone autonome e garantire un futuro a tutte quelle minoranze etniche sparse per il mondo che stavano a cuore al funzionario dell’Unesco.
La scuola garantisce la libertà e aiuta a scoprire la ricchezza delle culture, liberando dall’ignoranza.
Apartheid
Nella lingua afrikaans diffusa in Sudafrica significa “separazione” e indica la politica di discriminazione razziale che fu in atto in quella zona del mondo tra il 1948 e il 1991.

Anche noi pensiamo che l’istruzione e la conoscenza siano capaci di rendere liberi. Ed è per questo che crediamo che lo scopo primario della scuola sia quello di iniziare al sapere “accendendo fuochi” e non limitandosi a “riempire teste”. Purtroppo la scuola non sempre è vissuta dai diretti protagonisti (alunni e docenti) con questo spirito. A volte fallisce proprio nel suo scopo principale che è quello di “invogliare al sapere”. Per questo – all’inizio del nostro cammino – ci soffermeremo su alcuni punti che consideriamo essenziali per vivere bene la scuola.
Più che un dovere, la scuola è un diritto. Se si guarda alla scuola solo come un dovere, è facile alzarsi alla mattina sospirando: «Uffa, anche oggi devo an-
« Il Maestro apre la porta, ma tu devi entrare da solo». (Proverbio cinese)
Studiare è evadere dall’ignoranza
Ricordo ancora la domanda che ci fece il professore di Filosofia il primo giorno di liceo: «A che serve studiare? Chi sa rispondere?». Qualcuno osò rispostine educate («A crescere bene…», «A diventare brave persone…»). Niente, scuoteva la testa. Finché disse: «Ad evadere dal carcere». Ci guardammo stupiti. «L’ignoranza è un carcere. – aggiunse – Perché là dentro non capisci e non sai che fare. In questi cinque anni dobbiamo organizzare la più grande evasione del secolo. Non sarà facile, vi vogliono stupidi ma se scavalcate il muro dell’ignoranza poi capirete senza dover chiedere aiuto. E sarà difficile ingannarvi. Chi ci sta?».
(Da Lettere al quotidiano de La Repubblica, 6 dicembre 2019)
dare a scuola!». Sì, certo, come tutti i doveri costa sacrificio, ma è bene non dimenticare che è la tua grande occasione per essere libero e crescere, in tutte le tue componenti fondamentali. Ci vengono in mente i tre agitos o simboli delle paraolimpiadi. Agito in latino vuol dire “io mi muovo”. Questi elementi vengono rappresentati con tre gocce (dette pa) di colore rosso, verde e blu che simboleggiano la mente, lo spirito e il corpo. Anche la scuola può essere ben rappresentata da queste tre gocce che lavorano all’unisono. Ogni tanto, nei momenti di noia o di scoraggiamento (che comunque ci sono e fanno parte del “pacchetto”), vale la pena di ricordarsi che frequentare una scuola è co munque un “privilegio” di fronte ai milioni di analfabeti che ancora esistono nel mondo.
« Insegnare non significa riempire un vaso, ma accendere un fuoco».

Non si studia solo per il voto. Spesso la scuola è vissuta con angoscia da molti studenti perché essi la considerano in maniera distorta, così come era accaduto a un gruppo di ragazzi prima di frequentare la Scuola di Barbiana, fondata da don Lorenzo Milani. Osservava uno di loro in una lettera collettiva, pubblicata diversi anni fa ma per certi aspetti sempre attuale: «Dopo un mese della vostra scuola, l’infezione aveva preso anche me. A scuola durante le interrogazioni sentivo il cuore fermarsi. Auguravo agli altri quello che per me non volevo. Durante la lezione non ascoltavo più. Pensavo già all’interrogazione dell’ora seguente. Le materie più belle e diverse tutte finalizzate lì. Come se non appartenessero a un mondo più vasto che non quel metro quadro tra la lavagna e la cattedra... I vostri ragazzi giorno per giorno studiano per il registro, per la pagella, per il diploma. E intanto si distraggono dalle cose belle che studiano» (Da Lettera ad una professoressa).
Il problema degli altri è uguale al mio. Sempre nella lettera citata, i ragazzi di Barbiana scrivono: «Poi insegnando ai più piccoli (in quella scuola i ragazzi più grandi insegnavano a quelli più piccoli) ho imparato tante cose. Per esempio che il problema degli altri è uguale al mio. Sortirne tutti insieme è la politica. Sortirne da soli è l’avarizia». Con poche e sagge parole viene messo a fuoco un grande compito della scuola, quello di insegnare ad essere cittadini. I problemi non si risolvono da soli, ma insieme agli altri.
Formare degli esseri umani. Alla base di tutto c’è il grande compito della scuola di aiutare gli alunni e le alunne a diventare esseri umani e non “mostri istruiti”, come ci ricorda l’interessante testimonianza di Annick Cojean, giornalista di Le Monde, che puoi leggere qui accanto.
• Adolf Eichmann, militare tedesco considerato tra i più crudeli criminali di guerra nello sterminio degli ebrei in epoca nazista, dichiarò di «avere solo eseguito gli ordini». Che ne pensate di questa sua giustificazione? Approfondite l’argomento e discutetene in classe con i compagni e l’insegnante.
(Michel de Montaigne)

Lorenzo Milani (1923-1967) è un educatore e un testimone scomodo dell’Italia degli anni Sessanta. Dedicò la sua vita alla scuola per dare dignità ai più poveri. Tra i suoi scritti Lettera ad una professoressa (1967), L’obbedienza non è più una virtù (1965) sull’obiezione di coscienza e il testo intitolato Esperienze Pastorali (1958).
«Aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani!»
Il preside di un liceo americano aveva l’abitudine di scrivere, ad ogni inizio di anno scolastico, una lettera ai suoi insegnanti in cui riportava questa testimonianza: «Caro professore, sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuola superiore e università.
Perciò diffido dell’educazione e vi chiedo: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani!
I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti. La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».
Dopo aver dedicato i nostri primi incontri alla scuola in generale, ora vogliamo approfondire i motivi per cui abbiamo intrapreso questo cammino di cultura religiosa che ci fa incontrare – almeno nella maggioranza delle regioni italiane – una volta a settimana in classe. La motivazione del nostro ritrovo la troviamo già nella sigla riportata nel titolo di questa pagina, che crediamo sia bene spiegare brevemente. IRC sta per Insegnamento della Religione cattolica, una disciplina scolastica presente nel nostro ordinamento nazionale che prevede l’insegnamento della religione cristiano-cattolica nelle scuole di ogni ordine e grado. Senza dilungarci eccessivamente sui suoi vari e complessi aspetti giuridici, vediamo brevemente il significato e il compito di questa disciplina nel mondo della scuola.
Quel che generalmente viene denominato “IRC” o “Ora di religione” è un insegnamento impartito nella scuola, quindi chiamato – come tutte le altre materie – a rispettare le finalità della scuola (leggi, obiettivi, orari, metodologie e quant’altro) ma con una specificità: è una materia opzionale. Questo significa che la scuola ha l’obbligo di assicurare l’IRC nel normale orario scolastico, ma viene scelto dagli studenti nella scuola superiore (o dai genitori degli alunni nelle scuole dei livelli precedenti) che decidono liberamente se avvalersene o meno, senza – come prevede il legislatore – dare luogo ad alcuna forma di discriminazione.
Questo è quanto prevede l’accordo del 18 febbraio 1984 tra la Santa Sede del Vaticano e la Repubblica italiana, che ha modificato il Concordato – questo il nome di tale accordo – stipulato nel 1929.

L’Accordo del 1984, riportato in parte anche in questa pagina, spiega perché l’IRC è presente nella scuola. Afferma che la Repubblica italiana riconosce «il valore della cultura religiosa» e aggiunge che «i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano». Due affermazioni che sono da considerarsi alla base di questo insegnamento scolastico.
La Repubblica italiana, riconoscendo il valore della cultura religiosa e tenendo conto che i principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano, continuerà ad assicurare, nel quadro delle finalità della scuola, l’insegnamento della religione cattolica nelle scuole pubbliche non universitarie di ogni ordine e grado. Nel rispetto della libertà di coscienza e della responsabilità educativa dei genitori, è garantito a ciascuno il diritto di scegliere se avvalersi o non avvalersi di detto insegnamento.
All’atto dell’iscrizione gli studenti o i loro genitori eserciteranno tale diritto, su richiesta dell’autorità scolastica, senza che la loro scelta possa dar luogo ad alcuna forma di discriminazione.
(Accordo del 1984 tra la Santa Sede e la Repubblica Italiana, art. 9.2)
Questo accordo modifica in modo sostanziale il Concordato stipulato all’interno dei Patti lateranensi del 1929. Ricordiamo che i Patti del 1929 furono inglobati, con l’art. 7, nella Costituzione italiana del 1948. L’accordo di revisione del 1984 prevedeva delle Intese tra il Ministero dell’Istruzione e i vescovi italiani per regolamentare l’IRC e altri aspetti. Fino ad oggi ne sono state fatte tre: la prima Intesa nel 1985, la seconda nel 1990 e l’ultima nel 2012, tuttora in vigore.
«Sosteniamo una scuola che sappia accogliere e trasmettere preparazione e cultura, come complesso dei valori e dei principi che fondano le ragioni del nostro stare insieme; volta ad assicurare parità di condizioni e di opportunità».
(Sergio Mattarella, discorso al Parlamento dopo l’elezione per il secondo mandato come Presidente della Repubblica italiana, 3 febbraio 2022)
La cultura religiosa è un valore. Certo, stiamo parlando di cultura, non di catechismo o di fede. Il nostro approccio al discorso religioso sarà quello culturale; nessuno vuole convertirvi o obbligarvi a credere. Non bisogna infatti essere per forza credenti per riconoscere che anche la cultura religiosa è un “sapere” e ci può aiutare a comprendere il mondo. Basta non avere pregiudizi e conservare una mente aperta per trovarsi d’accordo con chi afferma che «nessuno può pretendere di conoscere l’umanità senza conoscere le sue fedi» (Ninian Smart).
I principi del cattolicesimo fanno parte del patrimonio storico del popolo italiano. Anche questa seconda affermazione ci sembra coerente. Siamo in Italia e i principi del cattolicesimo fanno certamente parte del nostro patrimonio. Se fossimo in India avremmo dei principi differenti ma, vivendo in Italia e in un contesto europeo, perché non studiare e conoscere anche le nostre radici cristiano-cattoliche? È deprimente per qualsiasi docente – e non solo di religione – entrare in un museo e sentirsi chiedere da uno o più allievi: «Ma perché tutte queste babysitter, prof?», indicando delle opere artistiche raffiguranti la Madonna con il Bambino Gesù. Nessuno vi chiede di essere credenti ma di non essere ignoranti: questo sì che vi viene chiesto! È quindi vostro dovere avere una buona preparazione culturale anche in materia religiosa.
Sintetizzando, possiamo affermare che gli obiettivi e le finalità generali che ci proponiamo di raggiungere nel nostro incontro settimanale sono le seguenti.
1. Offrire una buona conoscenza generale di cultura religiosa, in particolare di quella cristiano-cattolica
2. Educare (dal latino e-ducere, “condurre fuori”), così da raggiungere non solo la maturità scolastica, ma anche quella umana, aiutando a formare donne e uomini responsabili di sé, degli altri e dell’ambiente.
3. Valorizzare la dimensione spirituale, presente in ogni persona. Non è importante solo l’educazione fisica e quella intellettuale, ma anche quella “spirituale”. Pensiamo quindi che non debba essere trascurata a scuola.
4. Conoscere e rispettare le varie diversità culturali e religiose presenti, per conoscerci e rispettarci meglio l’un l’altro.
5. Imparare a riconoscere e comunicare le paure, i sogni e le speranze che ci portiamo dentro e scoprire così che sono le paure, i sogni e le speranze anche degli altri.

Ninian Smart (1927-2001), scrittore scozzese, pioniere nel campo degli studi religiosi con metodi scientifici.
La religione accompagna da sempre il cammino dell’uomo.
La scuola si interessa di tutte le forme di conoscenza, compresa quindi anche quella religiosa.
Conoscere il fenomeno religioso è conoscere una parte importante della ricerca umana.
Per questo si può essere, volendo, anche atei ma non ignoranti.
L’IRC (Insegnamento della Religione cattolica):
• è una disciplina scolastica che aiuta a conoscere il complesso e affascinante mondo delle religioni;
• approfondisce in particolare la religione cristiano-cattolica, che fa parte del patrimonio storico-culturale italiano.
• è un’importante occasione di confronto, di riflessione e di crescita.

• Qual è finora la vostra esperienza scolastica dell’ora di religione? Cosa vi aspettate?
• In che senso la cultura religiosa è un valore? Discutetene in classe.
Leggiamo insieme (nel riquadro in basso) il brano tratto dal Piccolo principe, un libro che è molto di più di una “favola”: è un grande insegnamento di vita che non ha età.
Questo brano, anche se molto citato, resta bello e profondo. Il protagonista della favola è a colloquio con la volpe, trasformata in “maestra di vita”; il piccolo principe, per non dimenticarselo, non fa che ripetere il segreto appena scoperto.
Ci vengono in mente le parole di due genitori, che chiedevano come introdurre alla conoscenza religiosa il loro figlio, giunto al primo anno delle superiori, pur non aderendo loro ad alcun Credo o Chiesa: come potevano offrirgli questa opportunità?
Anche se non erano credenti, questi genitori comprendevano il valore dell’esperienza religiosa ed erano consapevoli che una chiusura ideologica e pregiudiziale poteva impedire al ragazzo di avere accesso ad una dimensione importante dell’esistenza. Dopo qualche colloquio, avevano capito che frequentare l’ora di religione non significava affatto aderire ad una fede, ma imparare a far tesoro del segreto del piccolo principe: «L’essenziale è invisibile agli occhi».

L’essenziale nella vita non possiamo misurarlo né quantificarlo; non lo vediamo con gli occhi né possiamo fabbricarcelo su misura o ordinarlo on-line: sperimentiamo la stessa cosa ogni giorno per ciò che riguarda la verità, la libertà, l’amicizia, l’amore… Nulla di tutto questo è acquistabile con il denaro e nemmeno è facile da conquistare. Quel che ci serve veramente nella vita è “andare oltre” ciò che appare, che spesso ci abbaglia senza essere “essenziale”.
(Disse la volpe al piccolo principe:) «Va’ a rivedere le rose. Capirai che la tua è unica al mondo. Quando ritornerai a dirmi addio, ti regalerò un segreto». Il piccolo principe se ne andò a rivedere le rose: «Voi non siete per niente simili alla mia rosa. […] Voi siete belle, ma siete vuote», disse ancora. «Addio», disse, «Non si può morire per voi. Certamente un qualsiasi passante crederebbe che la mia rosa vi rassomigli, ma lei, lei sola, è più importante di tutte voi, perché è lei che ho innaffiato. Perché ho messo lei sotto la campana di vetro. […] Perché è la mia rosa». E ritornò dalla volpe. «Addio», disse; «Addio», disse la volpe: «Ecco il mio segreto. È molto semplice: non si vede bene che col cuore. L’essenziale è invisibile agli occhi». «L’essenziale è invisibile agli occhi», ripeté il piccolo principe, per ricordarselo. «È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante». « È il tempo che ho perduto per la mia rosa…» sussurrò il piccolo principe per ricordarselo.
(Antoine de Saint-Exupéry, Il piccolo principe)

Antoine de Saint-Exupéry (1900-1944) è stato uno scrittore e aviatore francese, nato a Lione da una famiglia cattolica di nobili origini. La sua opera più famosa è Il piccolo principe (1943), tradotto in più di trecento lingue e dialetti.
Con “L’essenziale” di Marco Mengoni
• Cos’è “essenziale” nella vita? Fate questa domanda a tre adulti di cui avete stima e raccogliete le risposte da condividere in classe.
Così scrive una studentessa stanca di vivere gli anni di scuola superiore senza passione. Il professore a cui scrive è Alessandro D’Avenia, appassionato docente di lettere alle superiori e scrittore di successo. Anche D’Avenia è convinto che l’unica strategia didattica veramente necessaria sia la passione. Leggi nel riquadro cosa scrive.
Formare dei “cuori pensanti” è la vera finalità della scuola: cuori capaci non solo di apprendere, ma anche di sognare, di scoprire la bellezza nascosta ovunque, anche in tanti testi della letteratura, compresi i Salmi e altre pagine della Bibbia. Perché no?
Ma per formare “cuori pensanti”, come giustamente sottolinea D’Avenia, c’è bisogno di testimoni: di insegnanti capaci di appassionarsi e meravigliarsi per trasmettere passione e meraviglia
In tutto questo, anche le tradizioni religiose dell’umanità e la ricerca del “mistero di Dio” nelle profondità del cuore umano sono assolutamente capaci di “fascino”.
Riguardo queste considerazioni sull’intelligenza del cuore, a cui è chiamata anche la scuola, proponiamo un pensiero di Annalena Tonelli, una testimone del nostro tempo che ha dedicato trent’anni della sua vita a fondare ospedali e centri di istruzione sanitaria in Africa, prima di essere uccisa in Somalia nel 2003. Scriveva nel dicembre del 2001: «La vita ha senso solo se si ama. Nulla ha senso al di fuori dell’amore. Nella vita ho conosciuto tanti pericoli: ho rischiato la morte tante tante volte e sono stata per anni nel mezzo della guerra. Ho sperimentato nella carne dei miei, di quelli che amavo, e dunque nella mia carne, la cattiveria dell’uomo, la sua perversità, la sua crudeltà, la sua iniquità. E ne sono uscita con una convinzione incrollabile: ciò che conta è solo amare Se anche Dio non ci fosse, solo l’amore ha un senso, solo l’amore libera l’uomo da tutto ciò che lo rende schiavo, in particolare solo l’amore fa respirare, crescere, fiorire, solo l’amore fa sì che noi non abbiamo più paura di nulla».
Il comandamento più grande
• Provate anche voi a scrivere una lettera ai vostri docenti degli anni passati. C’era qualcosa che vi mancava?
• A scuola vi capita di “metterci cuore”? In quali occasioni, in particolare?
«Noi ragazzi abbiamo bisogno di appassionarci a qualcosa, allo studio in particolare. Non vogliamo quella stramaledetta lezione da imparare a memoria, per poi rimuoverla una volta interrogati. Vogliamo fare nostro quello che studiamo; vogliamo che ci entri nelle vene, nel sangue, in ogni più piccola cellula del nostro corpo».
(Lettera di una studentessa)

«Solo la passione incanta, perché solo la vita incanta. Lo pro vano gli occhi. La bellezza è l’innesco dell’esplosione che dilata le pupille: riscalda il cuore che spinge gli occhi ad aprirsi di più, per bere di più. Se la bellezza si nasconde, il cuore si gela. […] Certi ragazzi cercano di ammorbidire il ghiaccio del cuore surriscaldandolo con artifici virtuali o alcolici, “stupefacendosi” invece di stupirsi. Diventano incapaci di sperimentare il calore buono della vita quotidiana, gravida di estasi appaganti in una pagina, in un volto, in un panorama, in una sfida, in un’amicizia. I professori – si chiamano così perché “professano”, come una fede, la loro materia – possono invertire i poli, riportando il calore nel cuore dei ragazzi e la freddezza nelle loro teste. Come? Con la passione per la loro materia, per la vita propria e dei ragazzi. […]La nostra è un’epoca iper-sentimentale, ma senza passione; è fredda ed ha bisogno di sovreccitarsi artificialmente. Solo una cultura dal cuore caldo può restituire ai ragazzi lo stupore del quotidiano. Prima viene la meraviglia, poi la conoscenza: lo dicevano già i greci e nulla è cambiato». (Alessandro D’Avenia, Lettera di un genitore, in Avvenire, 25 aprile 2010)
« Si impara solo ciò che si ama». (W. Goèthe)
Rispetto alla domanda “Cos’è essenziale?” e alla significativa testimonianza di Sara presentata nella scheda precedente, quella che vi proponiamo ora sembra tutt’altra musica, ma in realtà il messaggio non è poi così diverso. Nella vita è “essenziale” anche questo: non girarsi dall’altra parte e far finta di non vedere. Ci sono persone che spesso, dinanzi a certi fatti, chiudono gli occhi per non essere coinvolte. Ma non è così che si fa! Come illustra la vignetta qui accanto, anche a scuola possono capitare episodi che non si devono sottovalutare.
La ragazza descritta nella vignetta è vittima di bullismo, una violenza vigliacca esercitata da qualcuno – spesso insieme ad altre persone –su chi viene considerato più debole, approfittando dell’indifferenza e della superficialità di tanti. Come avrai notato, nel fumetto avviene una cosa paradossale: invece di indignarsi per la violenza subita dalla ragazza, ci si chiede cosa mai abbia combinato per “meritarsi” una punizione simile. Si rischia così di minimizzare tutto con la scusa che è stata “un’impicciona”, o la “solita sfortunata”. Invece, come spiega bene l’insegnante virtuale che ci accompagna in questo testo, «non si possono giustificare certi comportamenti pensando che in fondo “se l’è andata a cercare!”».

Bullismo
Forma di violenza che viene perpetrata nel tempo in vari modi, con lo scopo specifico di denigrare, umiliare e far soffrire una persona.
Si tratta di una persona – il più delle volte debole o, meglio, più sensi bile – che viene fatta oggetto di violenza psicologica e fisica da parte di un gruppo di prepotenti (non importa se maschi o femmine) che si accaniscono su di lei. Chi fa del bullismo e, aggiungiamo, del cyberbullismo, pensa di essere più simpatico e più forte degli altri e, per questo, se la prende con quelli che considera più deboli. In realtà bulli sono solo dei vigliacchi che si fanno for za nascondendosi nel gruppo.

Per combattere il bullismo e tutte le diverse situazioni in cui è facile essere vittime o carnefici, bisognerebbe fare un buon lavoro su se stessi, come ha insegnato una volta un ragazzo che ha tenuto a tutti una lezione un po’ speciale. Tempo fa, alcune classi erano andate a visitare un centro di recupero per ragazzi e ragazze che avevano alle spalle problemi di dipendenza e alcuni guai con la giustizia. Uno di loro ha raccontato ai visitatori: «Anch’ io ero un bullo, ma prima o poi arriva sempre il tempo in cui bisogna fare i conti con se stessi… E nel carcere, dietro le sbarre si capiscono tante cose. I bulli non sono affatto più furbi o più forti! Anzi, certi fatti avvengono, in classe come nella vita, solo perché c’è troppa gente che fa finta di niente, rimanendo indifferente...». La ragazza di cui si parlava nella vignetta, ad esempio, è stata picchiata al punto da finire in ospedale perché tanti, iniziando dai suoi stessi compagni di scuola, hanno fatto finta di non vedere… Nella vita non ci si può nascondere dietro il dito, con la scusa che “così fanno tutti” o perché “io non posso farci niente…”. Non è vero. Ognuno di noi può fare qualcosa! È sempre sbagliato sottovalutare certi comportamenti, più o meno trasgressivi, facendoli passare per “normali”, o pensare che tocchi ad altri fare qualcosa. «Dietro le sbarre – concludeva il ragazzo incontrato in comunità – ho capito che la solitudine è molto brutta, ma ti fa pensare; soprattutto ti fa incontrare tante altre solitudini e comprendi che la vita non è un insieme di selfie momentanei o di passaggi saltuari su un palcoscenico improvvisato. La vita te la devi costruire giorno per giorno, usando anche le pietre che ti sono state lanciate contro, come anche i vari momenti di sfortuna che ti capitano, perché anche queste cose fanno parte di te. Ma devi avere il coraggio di farti accompagnare da gente fidata, che ti vuole bene sul serio e non si limita a fare con te solo i selfie di un momento. È il video completo della vita che conta!».
«La sconfitta fa parte dello sport, del calcio, della vita. Bisogna imparare a gestirla. E devi essere di esempio per i bambini piccoli: quando perdi non devi piangere, ma rialzarti».
Così Luis Enrique, l’allenatore della nazionale spagnola, ai suoi giocatori in lacrime per aver perso ai rigori contro l’Italia (Europei 2021).
Una vita “onlife”
• Perché nella scheda si chiede se davvero conta poi così tanto un selfie? Cosa si vuole far capire?
• Da 1 a 10, quanto vi sentite accompagnati da “gente fidata” che non si limita a fare con voi dei selfie momentanei?

Anche se gli adolescenti sembrano tutti interconnessi e sempre “on-line” – soprattutto agli occhi degli adulti – in realtà tra loro c’è anche chi è “off”, spento, chiuso in se stesso, alle prese con problemi più grandi di quelli solitamente legati all’adolescenza.
L’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma ha richiamato per primo l’attenzione su questo fenomeno, rendendo noto che nel reparto di neuropsichiatria c’è stato un aumento dei ricoveri del 30% subito dopo la pandemia di Covid19 (2020-2023). Dai 12 ricoveri per gravi forme di autolesionismo registrati nel 2011, si è passati ad oltre 300, quasi uno al giorno, nel 2021. «Mai come in questi mesi, da novembre a oggi, abbiamo avuto il reparto occupato al 100% dei posti disponibili, negli altri anni le percentuali erano molto più basse», ha dichiarato ai mass-media il responsabile di neuropsichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza, Stefano Vicari, nell’aprile 2021.1 Ma anche nel 2022, quando finalmente le scuole sono tornate alla quasi normalità, grazie soprattutto alle campagne di vaccinazione, la pressione nelle strutture di neuropsichiatria italiane non è affatto calata. Insieme agli aumenti dei casi più gravi, si sono moltiplicate problematiche quali insonnia, irritabilità, crisi d’ansia, attacchi di panico, depressione, oltre ai casi di ritiro sociale. Un quadro di sofferenza psicologica ad ampio raggio che tocca soprattutto gli adolescenti.

Appiattiti sul presente?
L’Amico Charly ONLUS è un’associazione milanese sorta agli inizi del 2000 che si occupa di prevenzione del disagio giovanile. Accoglie giovani che manifestano l’insorgere di sintomi di sofferenza, prima che degenerino. A questa associazione non arrivano i casi più gravi (perché vengono curati negli ospedali), ma durante e dopo la pandemia (come anche allo scoppio della guerra in Ucraina2)
Al primo posto...
«Come i loro coetanei dieci-venti anni fa, gli adolescenti intervistati oggi mettono la famiglia, l’amicizia, l’amore, lo star bene con se stessi tra le cose più importanti nella vita. Carriera, successo, soldi, vengono dopo. Ma molto dopo vengono anche la scuola e l’istruzione, oltre che l’impegno sociale, un campanello d’allarme, specie per quanto riguarda la scuola. (...) Il desiderio di stare bene con sé e nelle relazioni più prossime, inoltre, è accompagnato da un forte senso di insicurezza, se non di disagio. Emerge un diffuso sentimento di malessere, con un forte divario tra ragazze e ragazzi: sono le prime a sentirsi peggio, a patire di più il senso di inadeguatezza legato alle proprie e altrui aspettative, anche rispetto al proprio corpo».
(Chiara Saraceno, sociologa, in La Stampa 21.11.2025)
Tra i ragazzi sono aumentati i casi di ansia, depressione e dipendenze comportamentali, come da videogiochi e da pornografia. Molti i giovani ammalati, e non per le solite crisi esistenziali tipiche della giovinezza, ma perché vittime di ospiti inquietanti che si aggirano tra loro, come l’indifferenza e il nulla, che penetrano nei loro sentimenti, cancellano prospettive e orizzonti, indebolendo la loro anima… Le famiglie si allarmano, la scuola non sa più cosa fare, solo il mercato si interessa di loro… ma per sfruttarli, senza offrire prospettive. Il presente diventa un assoluto da vivere con la massima intensità… ma è fine a se stesso, senza futuro. (Insieme, marzo 2022)
1 Si fa riferimento al dossier pubblicato sulla rivista Scarp de’ tenis, aprile 2021, pp. 22-29.
2 Ci si riferisce all’aggressione armata della Russia che il 24 febbraio 2022 ha invaso l’Ucraina, uno Stato indipendente limitrofo, causando molte migliaia di morti tra i soldati e i civili, la distruzione di intere città e costringendo milioni di persone a fuggire dal loro paese.
c’è stato un aumento considerevole di difficoltà di attenzione e concentrazione, disturbi alimentari, frustrazione, stress e nervosismo, tutte forme legate all’ansia e dovute a un eccesso di informazione.
Molti di questi ragazzi e ragazze, infatti, sono perennemente connessi, ma fanno fatica a gestire i vari flussi dell’informazione. Spiegano all’associazione: «È proprio un aspetto dell’adolescenza di oggi quello di essere iperconnessi e sovraesposti a quello che circola in rete. Ma se un adulto, arrivato a un certo punto, è in grado di spegnere la tv e smettere di ascoltare i telegiornali perché si rende conto che l’incessante comunicazione sulla pandemia o sulla guerra è ansiogena, un ragazzo non sa né può semplicemente spegnere il telefono. Anche perché questo è l’unico strumento che gli resta per rimanere in contatto con il suo mondo, i suoi amici. Paradossalmente, quindi, è proprio questo essere sempre connessi che ha determinato la loro disconnessione dentro».
Se la scuola chiude…
La DAD, la cosiddetta “Didattica A Distanza” (poi trasformata in DDI, “Didattica Digitale Integrata”) ha purtroppo contribuito a questo disagio, anche se gli strumenti tecnologici non sono del tutto negativi, anzi! Grazie alla DAD la didattica è stata portata avanti anche quando le scuole erano state chiuse, ma sacrificando gran parte dell’aspetto relazionale. Sono mancati i legami fisici con i compagni, generando sentimenti di grande solitudine e disorientamento. La scuola per gli adolescenti non è solo istruzione e cultura, ma anche un luogo di incontro, di crescita, di confronto, di sperimentazione... Il lungo periodo di chiusura per molti è stato un vero dramma. Ma l’importante è comunque aver potuto ricominciare a vivere.
Il lungo periodo di lockdown causato dalla pandemia ha insegnato a tutti noi che la tecnologia non basta per farci sentire vivi. Abbiamo bisogno di dare importanza e coordinare bene tutte le componenti del nostro io, senza sottovalutare il corpo, ma nemmeno il cuore e lo spirito. Sono proprio queste due ultime componenti che ci consentono di sopravvivere a prove dolorose, che toccano le nostre paure più profonde e possono bloccarci interiormente. Il confronto genuino con il nostro animo, con la ricerca delle attese e speranze più intime, l’incontro con le persone che ci sono più vicine sono ciò che ci aiuta a rialzarci. Nella vita bisogna accettare i rischi, le sfide, come ci invita a fare questo vecchio manifesto che abbiamo ripescato nei nostri archivi, che ci sembra però tuttora valido e attuale.
• Secondo diversi esperti il disagio che si è manifestato in molti giovani non è colpa della pandemia, ma di uno stile educativo caratterizzato da iperprotezione che impedisce la crescita di figli maturi e autonomi. Che cosa ne pensate? Un giudizio pesante ed eccessivo, oppure contiene un fondo di verità?
Quanto mi mancava fare sport!
«La pallavolo durante il lockdown mi è mancata terribilmente. Mi sentivo aggressivo, continuavo a litigare con mia madre e con i miei fratelli. Non mi piacevo e non riuscivo a capire da dove mi arrivava tutta questa rabbia».

Vivere è rischiare
«Ridere è rischiare di sembrare idioti. Piangere è rischiare di sembrare sentimentali. Soccorrere qualcuno è rischiare d’impegnarsi. Manifestare i propri sentimenti è rischiare di essere incompresi. Amare è rischiare di non essere corrisposti. Sperare è rischiare d’illudersi. Provare è rischiare di fallire. Chi non rischia niente, non fa niente, non ha niente».
(manifesto dell’Azione Cattolica, 2003)
Ecco una serie di parole-chiave che ci faranno da guida in questo nostro incontro settimanale e che – soprattutto – dovremo cercare di mettere in pratica:
● Scuola del sapere, ma soprattutto scuola di vita: puntiamo non solo sull’essere istruiti, ma sull’essere umani per crescere come persone e cittadini responsabili.
● Essere se stessi: senza indossare maschere e ricorrere a sotterfugi; ascoltando gli altri senza farsi condizionare da mode e pregiudizi.
● Intelligenti: come indica l’etimologia (intus-legere, «leggere dentro»), non è intelligente chi si ferma alla superficie delle persone e delle cose, ma chi sa andare in profondità e vede oltre.
● Sapienti: sapiente è chi sa conciliare mente e cuore: un sapere tutt’altro che facile da acquisire nella vita.
● Empatici: capacità di mettersi nei panni degli altri; di gioire e soffrire insieme a quanti ci sono più vicini (“prossimi”, secondo il linguaggio evangelico).
● Respons-abili: “abili” nel dare risposte, capaci di crescere in modo maturo, nel rispetto di se stessi, degli altri e dell’ambiente.
« Vi auguro felicità, vi auguro inquietudine, sonni agitati e sete di futuro…»
(Victor Sklovskij, letterato russo)
C’è bisogno di un’educazione spirituale
«C’è bisogno dell’insegnamento della religione per capire il mondo dove siamo, le nostre radici. Continuo spesso a dire: come si può capire veramente Manzoni, o Dante, o la storia dell’arte, o buona parte della filosofia, senza avere una formazione culturale (non catechetica) religiosa di base?».
(Card. Matteo Zuppi, in L’Osservatore Romano, 3 settembre 2022)

Alcuni buoni motivi per scegliere l’IRC
• Un’ora in cui si fa cultura e ci si interroga sul valore e l’importanza che ha avuto, e continua ad avere, la religione nel mondo.
• Un’opportunità per conoscere e approfondire le religioni, in modo specifico quella cristiano-cattolica, parte integrante della nostra storia, arte e letteratura.
• Un’occasione di confronto, di incontro e di crescita, riflettendo insieme sui grandi interrogativi dell’essere umano.
• Un’opportunità di dialogo e di insegnamento di vita per crescere come cittadini maturi e responsabili.
• Indicate con un punteggio da 1 (molto poco) a 10 (moltissimo) se le espressioni elencate in rosso fanno parte di voi; poi confrontatevi con gli altri.
• Siete d’accordo con quanto afferma il cardinale Zuppi che a scuola è carente l’educazione spirituale?
Forse anche tu ti chiedi “ Perché fare religione? ”. Le risposte possono essere tante…
È un’occasione per riflettere sulle grandi domande esistenziali. 1
È un’occasione per confrontarsi con gli altri. 2
Ci fa conoscere tutte le religioni, non solo quella cristiano-cattolica. 3
È un’occasione per scoprire un ambito fondamentale della ricerca umana. 4
La religione fa parte del nostro patrimonio culturale, in particolare quella cristiano-cattolica. 5
La scuola s’interessa di tutte le forme di conoscenza, e quindi anche di quella religiosa. 6
«A che serve? Se non ci fermiamo solo a quello che ci sembra utile a prima vista, scopriremo che sono proprio le cose che “non servono” quelle che danno senso e valore alla vita».
Dopo aver formato due gruppi, uno a favore e l’altro contro, discutete tra voi la seguente affermazione: «Frequentare l’ora di religione a scuola è importante per tutti, non importa se credenti o meno». Ogni gruppo porterà le proprie argomentazioni per la discussione in classe.
Individua quali affermazioni sono vere (V) e quali false (F).
1. Non è possibile comprendere la società contemporanea senza tener conto della religione.
V F
2. Conoscere la religione è una competenza che spetta solo ai credenti. V F
3. L’IRC non è una disciplina scolastica. V F
4. La religione fa parte della storia dell’umanità. V F
5 La religione cattolica non fa parte del patrimonio culturale italiano. V F
6. Anche l’intelligenza del cuore è importante. V F

« La religione e la scienza nelle mie analisi sono due grandi forze sorelle che hanno tirato, e stanno tirando, l’umanità verso l’alto.»
(Robert Andrews Millikan, premio Nobel per la fisica 1923)
Che ne pensate di questa affermazione? Condividete le parole dello scienziato che parla di «forze sorelle»?
Motivazioni PRO
Il Tema 1 parla di scuola, un argomento trasversale a tutte le discipline. Scrivi liberamente:
• Per me la scuola è
• In questo nuovo anno scolastico mi aspetto .....................
• Una cosa che detesto è
Ecco una voce laica che vede nella religione un importante contributo per realizzare una società più solidale e umana. Siete d’accordo con quello che afferma la cantante Noa? In ogni caso, motivate brevemente per iscritto la vostra opinione.
Les Choristes. I ragazzi del coro, di Christophe Barratier, Francia 2004, 97’: meno conosciuto rispetto al più famoso L’attimo fuggente (1989), questo film mette bene in risalto l’importanza di materie considerate “marginali” nella scuola, ma che possono suscitare passione ed entusiasmo tra i giovani, anche tra quelli più difficili. Il film narra di un direttore d’orchestra, famoso in tutto il mondo, che ricorda la sua infanzia trascorsa in un collegio retto da un direttore estremamente severo, e del suo assistente che accetta di lottare contro il suo superiore in nome di metodi di insegnamento basati sul dialogo e sulla comprensione.
BOKO HALAL contro BOKO ARAM I ragazzi del nord del Camerun si sono inventati un contro-slogan: «La scuola (boko, letteralmente “il libro”) è cosa buona (halal) e non è peccato (haram)»; così resistono alla distruzione e all’ignoranza rappresentate da Boko Haram (letteralmente: «La scuola – occidentale – è peccato, quindi “proibita”». Boko Haram è un’organizzazione integralista islamica, nata in Nigeria nel 2002, ma diffusa in molti paesi africani. I giovani cristiani del Camerun settentrionale, gridando che la scuola è buona, rispondono alla violenza e all’oscurantismo degli integralisti con le “armi” dell’istruzione e della solidarietà. E per voi la scuola che cos’è?

Ho trovato questo Tema:




Non sono religiosa...
«Io non sono religiosa, però la religione è nella vita di tanti. Quindi ben vengano leader che diano valore all’umanità e alla generosità, alla compassione e all’inclusività: valori che dovrebbero essere il centro di qualsivoglia credo. Ecco, papa Francesco lo fa: è umano, umile, aperto, giusto.»

(Noa, cantante di origine israeliana, inScarp de’ tenis, aprile 2021)

imparato:


• A che cosa serve?
• Dove nasce la religione?
• Non tutto si capisce
• Le prime testimonianze
• Miti, riti e simboli
• Una presenza costante
• Gli interrogativi universali dell’essere umano: origine e futuro del mondo e dell’uomo, il senso della vita e della morte, le speranze e le paure…
• Le risposte che dà il cristianesimo, anche a confronto con le altre religioni.
Con il 2° Tema entriamo nell’argomento della cultura religiosa a scuola, partendo da una provocazione: a che cosa serve la religione?
La risposta ci aiuterà a capire quali sono le basi conoscitive dell’esperienza religiosa e perché è importante conoscerla.
Come indica la stessa etimologia di “religione”, si tratta di un legame (in latino religio) tra la terra e il cielo, e questa sorta di ponte accompagna la storia dell’umanità fin dalle sue più remote origini.
• Non è un’illusione
• Cosa non è “religione”
• Il punto
• Sintesi inclusiva
• Pratica#mente
• Riconoscere il valore culturale del linguaggio religioso, in particolare quello cristianocattolico nell’interpretazione della realtà.
• Riflettere sulle proprie esperienze personali e di relazione con gli altri; porsi domande di senso nel confronto con l’esperienza religiosa.
I contenuti digitali speciali

• Costruire un’identità libera e responsabile, ponendosi domande di senso.
• Sviluppare un maturo senso critico e un personale progetto di vita.
• Valutare la dimensione religiosa della vita umana.
Lo sappiamo. Quando parliamo di cose che non hanno una loro immediata materialità, ci poniamo la stessa domanda di Giada, l’alunna della vignetta: «Ma a che cosa serve?».
La religione non c’entra tanto, ad esempio, con l’ultimo modello di cellulare o con un abito firmato, ma sappiamo molto bene che nella vita ci sono cose che, anche se non appaiono in modo eclatante o che sembrano non servire, sono comunque importanti.
Giada non è la prima a porre questo genere di domande. Già nell’antichità un grande filosofo e scienziato greco, Aristotele (vissuto tra il 384 e il 322 a.C.), ritenuto una delle menti più universali e innovative, a chi lo interrogava sull’utilità della filosofia rispondeva dicendo: «Non serve a nulla!», ma aggiungeva: «Proprio perché non ha interessi immediati, è il sapere più nobile».
Non soltanto per la filosofia ma anche per la poesia, la musica, l’arte, la religione, ci si può chiedere a che cosa servano. Se ci fermiamo un attimo a riflettere, potremo scoprire che proprio le cose che apparentemente “non servono” sono quelle che danno valore e senso alla vita.
Il filosofo e scrittore Umberto Galimberti scrive: «Il linguaggio della religione fa parte di quella “stupenda storia emotiva dell’uomo”, che nessuna tecnica potrà sopprimere. Come la poesia, la musica, l’arte, fa parte del linguaggio intuitivo/simbolico, quello che parla soprattutto al cuore».
L’osservazione di Galimberti (che si dichiara non credente) ci permette di sottolineare che il nostro modo di conoscere non si basa soltanto sulla ragione, sulla scienza e sulla tecnica, ma anche sull’intuizione.
Questi due sistemi di conoscenza –ragione e intuizione – (pur nelle loro differenze) dovrebbero richiamarsi reciprocamente ed essere in costante equilibrio tra loro, come suggerisce il disegno a pagina seguente.


Come più volte avremo modo di sottolineare in questo libro, la religione – attraverso le sue molteplici espressioni (ovvero le diverse religioni presenti nel mondo) – ci ricorda che la vita umana è qualcosa di unico e di prezioso, e va affrontata e vissuta pienamente.
Matteo Gamerro, un giovane ingegnere a cui diagnosticarono la sclerosi multipla all’età di 20 anni, non si è mai perso d’animo. Con la sua speciale sedia a rotelle, trainata dai suoi “angeli custodi”, Matteo cammina per ricordarci che la nostra vita è una continua scoperta che dobbiamo utilizzare al meglio, conservando dentro di noi la capacità di sognare, nonostante tutto.
In una famosa raccolta di poesie, Antologia di Spoon River, l’autore prende spunto da ciò che è scritto sulle lapidi di un piccolo cimitero di un paesino immaginario (Spoon River, appunto) per raccontare la vita delle persone che vi sono sepolte, smascherando debolezze e ipocrisie. In una di queste, dedicata ad un bottaio, ironizza sulla vita di chi, chiuso in se stesso, è incapace di vedere oltre la propria botte. Leggiamo insieme la poesia. Effettivamente è facile confondere la botte di se stessi, fatta spesso di tante regole fittizie e di apparenze, con la vita stessa. La religione “serve” proprio per uscire fuori da un orizzonte limitato e vedere oltre, trovando un senso e una speranza, senza limiti. Le ragioni che ci offre sono soprattutto quelle “del cuore”, quelle che nella nostra bilancia abbiamo chiamato la “conoscenza per intuizione attraverso i simboli”.
Come ricorda lo scrittore Alessandro Baricco: «A volte le parole non bastano. E allora servono i colori, le forme, le note. E le emozioni».
« Una mente tutta logica è come un coltello tutto lama. Fa sanguinare la mano che lo usa».
(Rabindranath Tagore, poeta bengalese)


d’infinito
• Che ne pensate del sistema di conoscenza che mette in risalto la nostra bilancia? Vi convince?
• Provate anche voi a dare, in modo sintetico, la risposta alla domanda: a che cosa serve la religione?
Griffy il bottaio Il bottaio deve intendersi di botti. Ma io conoscevo anche la vita, e voi che gironzolate fra queste tombe credete di conoscere la vita. Credete che il vostro occhio abbracci un vasto orizzonte, forse, in realtà vedete solo l’interno della botte. Non riuscite a innalzarvi fino all’orlo e vedere il mondo di cose al di là, e a un tempo vedere voi stessi. Siete sommersi nella botte di voi stessi – tabù e regole e apparenze sono le doghe della botte. Spezzatele e rompete la magia di credere che la botte sia la vita, e che voi conosciate la vita!
(E.L. Masters, Antologia di Spoon River)

Edgar Lee Masters (1868-1950) è stato un avvocato e poeta statunitense, noto soprattutto per aver scritto l’Antologia di Spoon River (1915).
Il poeta Ovidio, vissuto tra il 43 a.C. e il 18 d.C., scriveva: «Ha dato all’uomo un viso sublime e volle che guardasse il cielo e che sollevasse lo sguardo in alto, verso le stelle (... os homini sublime dedit caelumque videre iussit et erectos ad sidera tollere vultus)» La citazione, tratta dalle Metamorfosi, sta ad indicare che l’essere umano, a differenza degli animali, non è fatto per guardare in basso, ma per sollevare lo sguardo verso il cielo. In questo senso si parla di “viso sublime”, perché ogni individuo è chiamato a non fermarsi alla terra preoccupandosi solo delle cose terrene, ma a sollevare lo sguardo verso l’alto, superando se stesso. La religione quindi è una delle attività più elevate e importanti nella storia dell’uomo. Infatti, tra le varie etimologie di “religione”, quella che ha prevalso parla di “legame” (re-ligio): una sorta di ponte o di filo che collega la terra al cielo, e il cielo alla terra. Per questo, fin dai tempi più remoti, sono molte le testimonianze che ci richiamano ad una forma, più o meno rudimentale, di religiosità. Oggi, come nel più lontano passato, c’è qualcosa dentro l’essere umano che lo spinge a non fermarsi a ciò che vede o percepisce con i sensi e che lo invita a «guardare lontano», «oltre» se stesso. Questa spinta interiore non riguarda ovviamente solo la ricerca religiosa, interessa vari campi (tra cui la filosofia, la poesia, la musica, l’arte…), ma è indubbio che ha trovato nella religione (e nelle sue varie manifestazioni storiche, che sono le religioni) una delle espressioni più complete.


Vincent van Gogh (1853-1890), pittore olandese, è considerato uno dei più grandi artisti di sempre. Fu autore di quasi 900 dipinti e di altrettanti disegni, ma la sua vita è stata segnata da difficoltà e povertà. Si racconta che, pur avendo realizzato tante opere, ne abbia venduta in vita soltanto una. La grande fama artistica di van Gogh arrivò soltanto dopo la sua morte.
«In principio Dio creò il cielo e la terra»: con queste parole inizia la Bibbia, il libro sacro della tradizione ebraico-cristiana, descrivendo l’azione creatrice di Dio. Sono parole semplici ma dense di poesia e di suggestione, che soltanto l’arte riesce in qualche modo ad uguagliare. Ci vengono in mente le immagini iniziali del film Genesi. La creazione e il diluvio, del regista Ermanno Olmi (1994). Immagini poetiche e toccanti, che conservano ancora oggi il fascino e la forza di stupirci. Si parla di un anziano pastore nomade che racconta la creazione al proprio nipotino. Questi, accoccolato sulle ginocchia del nonno, partecipa meravigliato e stupefatto al suo racconto. Davanti agli occhi del bambino scorrono le immagini di una natura incontaminata, dai colori forti e contrastanti, indimenticabili per simbologia e bellezza. Quelle immagini, a commento del racconto del vecchio, esprimono lo stupore e il fascino di chi, con occhi semplici e meravigliati, sta di fronte alla grandezza e alla maestosità del creato. Un sentimento che non ha età, e che ancora oggi è capace di emozionare chiunque si fermi a osservare con Vincent Van Gogh, Notte stellata, 1889, New York, Museum of

attenzione (cioè a “contemplare”) ad esempio la bellezza di un tramonto o le variopinte sfumature dei colori della natura.
Per capire ciò che chiamiamo “religione” bisogna partire dal senso di stupore e di ammirazione che scaturisce in noi ogni volta che, liberi da pregiudizi, ci interroghiamo sull’origine delle cose o contempliamo la bellezza che ci circonda. Già gli antichi greci dicevano che dalla meraviglia nascono le esperienze più profonde e più vere dell’uomo. Ciò riguarda la religione, ma anche l’arte, la musica, la filosofia.
Come esprime bene il pittore Vincent Van Gogh, commentando il suo celebre dipinto Notte stellata, l’esperienza religiosa nasce da quel bisogno di uscire di notte per dipingere le stelle. L’artista scriveva ad Arles, in Francia, nel 1883: «Con un quadro vorrei poter esprimere qualcosa di commovente come una musica. Vorrei dipingere uomini e donne con un non so che di eterno, di cui un tempo era simbolo l’aureola, e che noi cerchiamo di rendere con lo stesso raggiare, con la vibrazione dei colori». La religione esprime il bisogno di infinito che interroga e trasforma la vita. Nel dipinto, Van Gogh non si limita a riprodurre semplicemente la realtà così com’è, ma va “oltre”, interiorizzando e trasformando ogni cosa. Si tratta del suo «viaggio dell’anima»: ecco perché il grande cipresso, in primo piano nel dipinto – come ci suggerisce lo stesso pittore – è un «obelisco egiziano che si staglia contro il cielo notturno», una specie di intermediario tra la terra e il cielo, tra la vita e la morte. Più che a un albero, infatti, assomiglia a una fiamma scura che si erge al cielo alla ricerca dell’infinito. La religione è la capacità di meravigliarci per quello che accade dentro e attorno a noi. È un invito a riflettere sulla presenza di una forza superiore che è all’origine di tutto. Chi ha una fede religiosa chiama questa forza Dio, o comunque Qualcosa o Qualcuno che è superiore all’essere umano e alla natura. Chi, invece, pensa che non esista nessun Dio (e non si preoccupa più di tanto di interrogarsi sulle origini della vita e del mondo) si affida alla ragione (al destino o al caso), ritenendo che queste siano spiegazioni più che sufficienti. Noi crediamo che la religione ci sarà sempre perché la ragione, da sola, non riuscirà mai a dare risposte soddisfacenti alla sete di assoluto presente nell’uomo e alle domande più intime che lo accompagnano in tutto l’arco della sua vita
« È da ammirare chi sa commuoversi di fronte a un sole che tramonta, alla fragilità di un bambino, alla bellezza di un fiore che sboccia, alla sincerità di un sorriso».
(Anonimo)

Fede dal latino fides, «fiducia». Atteggiamento interiore di chi ripone la sua fiducia in Dio o in qualcosa di superiore all’uomo; indica anche l’adesione, personale e libera, ad una religione.
• Cercate il film di Olmi Genesi. La creazione e il diluvio e guardate le scene iniziali.
• Raccontate in quali occasioni provate «meraviglia».
Etimologia di religione
La parola “religione” deriva dal latino religio, ma non c’è accordo tra gli antichi sul suo significato. Per Macrobio, vissuto tra il IV e il V secolo d.C., il termine ha origine da relinquere («abbandonare»), in quanto la religione privilegia il «sacro» sul «profano». Per Cicerone (106-43 a.C.) la parola deriva da relegere («rileggere»), con il significato di «considerare diligentemente le cose che concernono il culto degli dèi»: sottolinea l’importanza che hanno i riti e i doveri religiosi.
Per Lattanzio (260-330 d.C.), scrittore cristiano, ha origine da re-ligare («legare insieme» o «unire»), indicando «il vincolo di pietà che unisce a Dio».
Quest’ultima definizione fu quella che ebbe più successo, arrivando fino ai nostri giorni.
Ci sono tante persone che non credono in Dio e non aderiscono a nessuna religione. La libertà è uno dei più importanti valori dell’essere umano, da salvaguardare e difendere sempre, anche da questo punto di vista. Ma quando si parla di “bisogno di eterno” non s’intende una scelta “pro o contro” Dio; in ogni persona c’è una ricchezza interiore, che chiamiamo “dimensione spirituale”, indipendentemente dall’adesione a una visione religiosa della vita. Solo in quest’ultimo caso si parla di “dimensione religiosa”. Cerchiamo di capire bene questa distinzione.
La spiritualità è una dimensione essenziale dell’esistenza umana. Tutti hanno la possibilità di coltivare una propria spiritualità e fare esperienza di eterno, di assoluto. In questo senso dichiararsi “ateo” non significa affatto negare una propria ricerca interiore, porsi degli interrogativi e mettere alla base della propria vita validi principi etici. In questo senso la “dimensione spirituale” è un grande valore umano che deve essere coltivato e custodito da tutti, indipendentemente dalle scelte strettamente religiose.

La religione, invece, più che una domanda è una risposta. Alla domanda di senso – che è universale – la religione dà una propria risposta che, dal punto di vista storico e culturale, si trova nelle varie tradizioni religiose. Quindi la dimensione religiosa è un insieme di credenze organizzate, di pratiche cultuali e comportamenti etici, finalizzati ad instaurare un rapporto con il Trascendente, vissuto dal credente come un legame (re-ligio).
Quando noi parliamo – come nella scheda precedente – di stupore e timore di fronte al mistero, siamo ancora nella sfera della dimensione spirituale. Infatti, di fronte alla bellezza o a qualcosa che ci colpisce nel profondo, ci chiediamo se tutto è frutto del caso o se è opera di un progetto intelligente. Ci sono momenti della vita in cui alcuni interrogativi esistenziali (Chi sono? Qual è il senso della vita? Con la morte termina tutto?) si fanno più acuti ed esigono delle risposte: queste possono essere molteplici, ma può capitare che ci si sottragga – più o meno volontariamente – ad esse, banalizzando un po’ tutto. Però non si può sfuggire per sempre davanti a certi interrogativi. Le risposte alle grandi domande, in ultima analisi, si riducono comunque a due, anche se con sfumature e articolazioni differenti:

Trascendente
proprio dell’essere divino, la cui realtà ed esistenza vanno oltre il mondo, l’esperienza e la conoscenza umana. Si oppone a immanente (dal latino in-maneo, “rimango in”), che indica una realtà interna a ciò che è umano.
« Non essere credenti non significa rinunciare alla spiritualità».
(André Comte-Sponville, Lo spirito dell’ateismo)
1. All’origine di tutto c’è Dio, o comunque una forza superiore all’uomo e alla natura (scelta religiosa);
2. Non c’è alcun Dio o forza superiore, ovvero è sufficiente il ragionamento umano per dare una spiegazione alle cose (scelta non religiosa o laica). Quest’ultima risposta, che nega l’esistenza di Dio o di una realtà superiore, conferma che la dimensione religiosa – a differenza di quella spirituale – non è scelta da tutti; ci sono molte persone che non credono in nessun “legame” tra la terra e il cielo. Anche la scelta “non religiosa”, come tutte le scelte importanti fatte con responsabilità, esige rispetto e comprensione da parte del credente. Le persone che non credono hanno spesso, alla base della loro vita, valori importanti quali la giustizia, la solidarietà, la ricerca della verità.
Le due scelte, quella religiosa e quella laica, portano ovviamente a posizioni opposte. Secondo un antico detto, attribuito a Confucio, «ci vuole tutta una vita per capire che non si può capire tutto». Chi crede in Dio, o comunque in una forza superiore, ha la convinzione che la ragione umana non può comprendere tutto: è il punto di partenza per aprirsi al discorso religioso. Infatti, tutti coloro che si riconoscono nella dimensione religiosa – anche se appartenenti a fedi differenti – hanno in comune queste convinzioni: «L’ultimo passo della ragione è riconoscere che vi è un’infinità di cose che la superano» (Blaise Pascal). Questa ammissione è alla base della dimensione religiosa, per la quale nulla è frutto del caso. Se una persona è convinta che la ragione umana possa comprendere ogni cosa, difficilmente si aprirà alla dimensione religiosa.
«La scienza non riesce a dare una risposta totale. Quindi il mistero c’è certamente» (Margherita Hack). Per chi crede, la vita dell’uomo trova il suo pieno significato solo aprendosi alla trascendenza, cioè andando al di là di tutto quello che è umano. Infatti – come sostiene l’astrofisica – la scienza, da sola, non può spiegare tutto. La ragione non riuscirà mai a dare risposte soddisfacenti alla sete di assoluto presente nell’uomo.
«Si diventa credenti come si diventa innamorati. La fede coglie dei segni che non si toccano, ma è certa di essi» (Graham Greene). Come non si chiede all’innamorato la dimostrazione razionale del suo amore, così non si possono chiedere al credente le prove scientifiche della sua fede; «il cuore ha le sue ragioni, che la ragione non conosce», diceva ancora Pascal. La religione sostiene che non si conosce solo tramite il metodo logico-matematico, a torto considerato troppo spesso come l’unico valido, ma anche con il sistema intuitivo-simbolico, quello della conoscenza attraverso il cuore.
Laica/o dal greco laikós, «uno del popolo». Il termine ha assunto molteplici significati, tra cui “chi non fa parte del clero”. In genere sta ad indicare qualcosa o qualcuno non legato ad un riferimento religioso, col significato equivalente di agnostico o ateo.
Ai confini della ragione

Margherita Hack (1922-2013) è stata un’astronoma italiana di fama mondiale. Costantemente impegnata nella divulgazione scientifica, ha studiato in particolare l’evoluzione stellare. È stata la prima donna a dirigere l’Osservatorio astronomico di Trieste dal 1964 al 1987.

«
Il cuore è una finestra aperta sull’infinito».
(Benedetto XVI)
E per voi cosa significa credere? Dopo averci riflettuto, provate a rispondere con una frase, un’immagine o una parola. Poi discutetene in classe.

CPaleolitico
dal greco palaios («antico») e lithos («pietra»), indica l’età della «pietra antica», lo stadio più antico della presenza umana sulla terra.
La nascita dei riti funerari
Gli uomini di Neanderthal (omìnidi originari dell’Europa centrale e meridionale, considerati una sottospecie dell’Homo sapiens) costituirono delle società complesse, con forti legami tra i loro membri: per esempio, è stato provato che curavano i feriti. D’altra parte, furono i primi esseri umani che seppellirono i propri defunti. Le sepolture venivano eseguite in fosse protette da lastre di pietra, scavate quasi sempre nelle stesse caverne o anfratti che servivano da abitazione. Queste ancestrali sepolture sono venute alla luce sia in Europa, soprattutto in Francia, sia in Medio Oriente. Per esempio, a Shanidar (Iraq) è stata scoperta una fossa circondata da pietre che conteneva nove scheletri di uomini di Neanderthal, due adulti e sette bambini; questi corpi, a quanto pare, sarebbero stati deposti su un letto di fiori.
(Da Storia universale, vol. 1: Preistoria e prima civiltà, Torino 2013).
ome esplicita la vignetta, non sappiamo con precisione quando la religione è comparsa sulla terra, ma sappiamo che la religiosità accompagna i pensieri e le azioni dell’uomo fin dai tempi più remoti. La paleoantropologia, scienza che studia l’evoluzione dell’uomo attraverso lo studio dei resti fossili degli ominidi, ci dimostra la presenza di tracce che si ricollegano a forme di religiosità, fin dai periodi più arcaici.
Non abbiamo testimonianze certe sulla religiosità nella preistoria, ma già nel Paleolitico inferiore è possibile riscontrare delle rudimentali attenzioni nei confronti del defunto: per esempio, il corpo viene sepolto con accanto armi e cibo, il che fa ipotizzare una primitiva credenza nella vita dopo la morte.
Ma le testimonianze più evidenti di tipo religioso, anche se piuttosto confuse con le pratiche magiche, risalgono al Paleolitico medio (inizia tra i 300.000 e i 120.000 anni fa e termina circa 40.000-35.000 anni fa). Molti ritrovamenti confermano che l’uomo primitivo credeva in forze misteriose, capaci di modificare la realtà a proprio favore. Arte rupestre risalente al Paleolitico superiore, Altamira, Spagna.

In questa fase preistorica è però praticamente impossibile distinguere le pratiche magiche da quelle religiose, perché la magia, pur essendo diversa dalla religione, spesso si confonde con essa. Comunque, almeno a livello teorico, la distinzione è chiara: la religione è sottomissione dell’uomo al divino, la magia pretende di impadronirsi del divino e adoperarlo a suo favore. Ecco perché la maggior parte dei reperti che ci vengono dalla preistoria sono più magici che religiosi; rappresentano per lo più battute di caccia che si concludono sempre in modo positivo o riti legati alla fertilità: si trattava di veri e propri riti propiziatori, cioè finalizzati a ottenere l’aiuto di potenze sopran naturali per la buona riuscita delle imprese raffigurate. Il Paleolitico superiore (dal 40.000-35.000 a.C. al 10.000 circa a.C.) è do minato dalla figura dell’homo sapiens: i defunti venivano accompagnati da una sorta di corredo funebre (lame di selce, pendagli, collane di conchiglie, denti di cervo). Il corpo del defunto era inoltre ricoperto di ocra rossa, un colore che aveva probabilmente un significato simbolico, essendo il rosso segno della vita e della salute. Queste pratiche fanno pensare alla credenza dell’uomo preistorico in un’anima che sopravviva alla morte. Sono più di 120 le caverne in tutto il mondo che conservano sulle pareti delle raffigurazioni di animali risalenti al Paleolitico superiore. Questi siti sono stati rinvenuti per lo più in Francia e nella Spagna del Nord. Testimonianze di arte rupestre sono state scoperte anche in Italia, in Valcamonica, un’area alpina della Lombardia orientale che si estende per circa 70 chilometri. Le sue grotte, ricche di incisioni, sono state dichiarate Patrimonio mondiale dell’Unesco nel 1979.
Il periodo del Neolitico (8000-5000 a.C. circa) dal punto di vista religioso si caratterizza per l’adorazione degli animali (uccelli, serpenti e coccodrilli), l’edificazione di rudimentali luoghi di culto e la presenza delle prime figure di sacerdoti a servizio della comunità. Ma anche in questo periodo il fenomeno religioso principale sono i riti funerari. Il defunto viene sepolto con le gambe piegate nella posizione del sonno. Spesso i teschi umani sono rimodellati in argilla, talvolta dipinti di rosso, come se fossero oggetto di culto. Anche queste usanze fanno supporre una qualche forma di culto degli antenati.
Con l’invenzione dell’agricoltura, si passa dal culto della Dea Madre, simbolo di fecondità e procreazione, a quello della Madre Terra che rappresenta la fertilità. La natura è sempre al centro di tutto, ma l’attenzione si sposta sulla terra che diventa oggetto di venerazione. C’è una somiglianza
Anima
Termine di origine latina che indica la componente non materiale della vita, all’origine delle attività spirituali e della coscienza umana: per molte religioni è separabile dal corpo e immortale.

Neolitico significa età della «pietra nuova», il periodo più recente, a partire dal IX millennio a.C.

Tema 2 UN ponte tra terra e cielo
simbolica tra la fecondità femminile e quella della terra, anch’essa considerata “madre” perché tutto nasce dalla terra e ogni vivente trae da essa il sostentamento. Anche i sacrifici e le offerte – seppure in parte già conosciuti nel Paleolitico – assumono nel Neolitico grande importanza. Le vittime dei sacrifici sono animali, spesso caprette e agnelli, le offerte consistono nelle primizie, cioè i frutti della terra appena maturati. Offerte e sacrifici sono il contraccambio per ingraziarsi la Dea Terra e garantirsi la sopravvivenza.
Con il formarsi delle prime comunità e città vengono costruiti degli edifici con funzioni di culto. Nella pianura mesopotamica, a Tell es-Sawwan, tra gli anni Sessanta e Settanta, in uno di questi edifici sono state rinvenute numerose statuette femminili che ricordano le dee madri del Paleolitico. Ma il ritrovamento più famoso è avvenuto in Anatolia, a Catal Huyuk. All’interno dei resti di quello che era il centro abitato, sono stati riportati alla luce alcuni locali usati per funzioni rituali, con le pareti decorate da bassorilievi raffiguranti corpi femminili e bovini.
I dolmen (letteralmente «tavole di pietra») sono tra le testimonianze più note dell’età neolitica. Si tratta di monumenti megalitici, cioè costituiti da “grandi pietre”, in cui una lastra di enormi dimensioni veniva appoggiata orizzontalmente su pilastri infitti nella terra. Veniva a formarsi così una sorta di camera che serviva come tomba e forse anche per celebrare il culto. Altri monumenti della civiltà megalitica, probabilmente con funzione astronomica, sono il cromlech (come a Stonehenge in Gran Bretagna) e il menhir («pietra lunga»), gli antenati degli obelischi egizi. I più antichi dolmen sono stati edificati in Portogallo e in Bretagna verso la metà del V millennio a.C.
Ipotesi sull’origine del sentimento religioso
Gli studiosi hanno elaborato varie ipotesi sulle prime manifestazioni religiose. Queste le principali:
• Il totemismo: viene considerato la prima forma di religione primitiva. Il totem è un oggetto materiale che rappresenta elementi del regno vegetale o animale adorati come divinità in cui certi gruppi umani si identificano.
• Il feticismo: è il culto reso direttamente a degli oggetti (feticci) considerati di natura magica. Di varia forma e materia (figurine di legno, cordicelle, capelli...) si credeva fossero dotati di una forza speciale o uno spirito. Per alcuni studiosi è la religione delle origini, trasformatasi poi in politeismo e infine monoteismo.
• La divinizzazione della natura: le divinità primitive non sono altro che la personificazione di elementi naturali quali il sole, la luna, il fulmine... L’uomo preistorico li divinizzò perché misteriosi e inspiegabili. Secondo questa teoria, la religione nasce dal timore nei confronti della natura.
• L’idea dell’infinito: secondo altri studiosi, le cose che non è possibile toccare, come il sole e il cielo, hanno fatto nascere nell’uomo l’idea dell’infinito, base della credenza in un Essere supremo.
• L’animismo: è la credenza che tutte le cose abbiano un principio vitale, o anima. Da qui nasce l’idea di una grande anima, o essere superiore, e la credenza in una vita dopo la morte.
• Il manismo: è la teoria che spiega le origini della religione partendo dal culto delle anime dei morti. Gli dèi sono gli antenati o gli eroi che continuano ad influire sull’esistenza dei vivi; devono essere onorati con offerte e sacrifici.


Fin dai tempi più antichi gli esseri umani alzavano spontaneamente le mani verso l’alto quando sentivano il bisogno di mettersi in contatto con il cielo; ovvero di creare un legame (re-ligio) con una realtà considerata “oltre” o superiore.
Molte sono le immagini di “oranti” che ritroviamo nella storia dell’umanità. Anche perché il gesto del pregare con le mani rivolte verso l’alto è antecedente al cristianesimo e si ritrova in molte tradizioni e culture.
In Val Camonica, nella provincia di Brescia, sono state ritrovate molte incisioni rupestri del periodo neolitico (4000 anni a.C.), appartenenti all’antica popolazione dei Camuni. Raffigurano varie situazioni di vita, ma ciò che attrae l’attenzione sono soprattutto alcune figure umane stilizzate, dette appunto “oranti” perché raffigurate in posizione eretta e con le mani alzate verso il cielo. Come spiegano gli studiosi, non si conosce con certezza il loro significato o utilizzo, ma è plausibile che la loro funzione sia da ricondurre a riti celebrativi, iniziatici o propiziatori, e quindi a un significato religioso.
La religione, con i suoi miti, riti e simboli accompagna da sempre il cammino dell’uomo sulla terra.
Miti (dal greco mýthos): sono storie sacre, che nascono e si sviluppano all’interno di una comunità, per spiegare fenomeni fisici, istituzioni, tradizioni e usi di un gruppo o di una comunità. Il loro fine è dare una risposta alle domande esistenziali, cioè ai grandi perché che l’essere umano si pone, come per esempio l’origine del mondo, l’enigma del male, la drammaticità della morte, la presenza della sofferenza e molto altro. Da non confondere con la favola o la leggenda.
Riti sono cerimonie religiose eseguite ripetendo parole, movimenti e azioni simboliche prestabilite. I riti possono comportare la rappresentazione drammatica di antichi miti relativi a eroi e divinità, allo scopo di garantire il benessere della comunità.
Simboli (dal greco sýmbolon, che significa “emblema, insegna”, ma anche “mettere insieme”): nell’antica Grecia designavano le due parti che si ottengono spezzando un oggetto a metà, e servivano come mezzo di riconoscimento o di controllo. Nella religione sono “segni di riconoscimento” che rimandano a una realtà superiore, collegando la terra con il cielo. Tra di essi citiamo ad esempio: l’acqua, il fuoco, il vento, l’arcobaleno, la colomba, l’ulivo, il pane e il vino ecc.
Si suggeriscono degli approfondimenti sulla Dea Madre o sui primi edifici sacri della storia dell’umanità
Oltre che cacciatore, agricoltore, fabbro, artista, poeta… l’homo sapiens si manifesta anche – seppure in forme ancora piuttosto rudimentali e confuse – proiettato verso qualcosa o qualcuno che oltrepassa la sua natura e alla ricerca continua di un modo per mettersi in contatto con ciò che percepisce superiore o trascendente.

«Percorrendo la terra voi potrete trovare città prive di mura, di palazzi, di scuole, di teatri, di leggi, di arti e di monete (...) ma una città priva di templi, una nazione senza dèi, un popolo che non preghi (...) nessuno l’ha veduto mai».
Questa capacità dell’essere umano, fin dalle fasi più antiche della sua presenza sulla terra, di sollevare lo sguardo e scrutare il cielo, come ci ricordava Ovidio nel brano delle Metamorfosi citato in precedenza (v. scheda 2), rende la religione una delle attività più sublimi della storia dell’uomo. «Non c’è cultura nella storia, sistema sociale o tradizione d’arte – scriveva Piero Rossano, biblista e convinto assertore di un dialogo continuo tra le religioni –che non rechi visibile o addirittura macroscopico l’impronta di un’ispirazione religiosa. Dalle piramidi dei faraoni e dalla Ziqqurat della Mesopotamia al Partenone, dal Taj Mahal alle basiliche di Roma, dalla cupola di San Pietro a quella di Santa Sofia di Costantinopoli e della moschea di Omar; e poi il tempio-montagna di Borobudur, gli stupa di Pagan nella Birmania, il tempio del Sole a Cuzco e sul Machu Pichu, i templi di Madurai e di Cidambaram nell’India del Sud, i santuari di Nicco e di Ise nel Giappone, le pagode di Lhasa e di Bangkok, il tempio della Porta del cielo a Pechino, come i monasteri di Zagorsk e di Kyoto sono creazioni dell’anima religiosa dei loro popoli e ne hanno costituito l’ispirazione per intere generazioni» (L’uomo e la religione, San Paolo-Jesus, p. 100). È sufficiente questo elenco di monumenti religiosi del La Sfinge e una delle

(Plutarco, storico greco, I d.C.)


mondo, di epoche e culture religiose differenti nel tempo, collegate però tra loro dallo speciale legame che si chiama religiosità, per dimostrare l’importanza che la dimensione spirituale e religiosa ha avuto nella storia dell’umanità. Conoscere questo mondo, passato e presente, è conoscere le nostre radici e la nostra storia.
Tra i vari segni e reperti archeologici che ci documentano la presenza di forme di religiosità nella preistoria, quelli riguardanti le sepolture sono ancora più interessanti perché ci testimoniamo come l’essere umano avesse ipotizzato, dopo la morte, la possibilità di un aldilà, fin dai tempi più remoti. Fin dalla preistoria le tombe e i riti ci testimoniamo di un rapporto dell’uomo con il divino, quasi un bisogno inscindibile che continua fino ai nostri giorni. Riconoscere con umiltà questo “bisogno” di un qualcuno o qualcosa di più grande di tutto ciò che è umano si chiama fede religiosa. Milioni e milioni di persone in tutto il mondo intuiscono che la religione è ciò che aiuta a dare un senso alla propria vita.
« La religione, nell’uno o nell’altro dei suoi numerosi aspetti, è un fenomeno universale, in pratica sembra essere antico quanto la stessa razza umana».
(E.O. James, studioso inglese di storia delle religioni)

• Che riflessioni vi suggeriscono le immagini riportate?
• Qual è il monumento religioso più importante della vostra zona?


La domanda di Filippo è certamente piuttosto diretta, ma coerente con il tema che stiamo trattando. E poi questo interrogativo non riguarda probabilmente solo Filippo, ma anche altri. Vediamo dunque di rispondere in modo schietto.
Il punto centrale della domanda è l’uomo, con i suoi bisogni, il suo modo di pensare, di comunicare, di sentirsi contemporaneamente libero e bisognoso di entrare in relazione con un “altro”. Pensate al bisogno di affetto, di amicizia, di amare e di essere amati... La religione – nelle sue molteplici forme e modalità – afferma da sempre che questo bisogno di “relazionarsi” è insito in ognuno di noi perché nessuno può bastare a se stesso. Per chi crede c’è nel profondo di ciascuno una scintilla divina che richiama a una realtà più grande, per la quale in qualche modo si prova una forte attrazione. Certo, qualcuno ha pensato di chiamare tutto questo “droga”, un modo illusorio per non assumersi le proprie responsabilità, oppure l’incosciente scelta di un eterno Peter Pan che ha paura di crescere. Difficile per un credente non fare i conti con queste domande. Sono interrogativi forti che mettono alla prova la coerenza della propria fede.
Scusi prof?
Prof, le chiedo scusa in anticipo per questa domanda che potrebbe sembrare provocatoria o fatta per mettere in imbarazzo… ma le assicuro che non è così. Da quando un mio amico mi ha detto che «le religioni sono la droga dei popoli, servono solo a far guadagnare gli “spacciatori”, cioè i preti!», confesso che mi capita spesso di ripensare a questa frase.
La religione non può essere un modo per “drogare” l’essere umano, cioè lasciarlo sempre un po’ bambino e sottomesso? A volte, leggendo i giornali o guardando la televisione, mi viene da pensare che sia proprio così. Quante schifezze, violenze e abusi si compiono nel mondo in nome di Dio o della religione! Mi perdoni la schiettezza, ma so che in classe si può discutere con libertà.
(Filippo, 17 anni)

Noi pensiamo che anche per un non credente sia importante confrontarsi con chi crede che l’uomo non sia solo, sotto un cielo vuoto. Basta girare lo sguardo per accorgersi di quante “droghe” illusorie circondano l’uomo che crede di bastare a se stesso: ricerca spasmodica del potere, bisogno di apparire, attaccamento alle cose, paura di invecchiare…
Come già aveva intuito lo scrittore russo Fëdor Dostoevskij (1821-1881): «L’uomo non può vivere senza inginocchiarsi davanti a qualcosa. Se l’uomo rifiuta Dio, si inginocchierà davanti a un idolo. Noi siamo idolatri, non atei».
Tutto questo suggerisce che il desiderio di credere è così forte che Dio è sostituito con degli “idoli”: il proprio “io”, il denaro, il potere, la fama, il bisogno ossessivo di “like”.
Le religioni – ecco il punto – ci dicono che l’essere umano non può trovare né in se stesso né nelle cose di cui si circonda il senso della propria esistenza
Tutto questo vuol dire che il bisogno di credere è tutt’altro che estraneo all’essere umano. Come afferma il noto psichiatra Vittorino Andreoli: «Dev’essere chiaro che il credere, prima che un’esigenza indotta da una religione, è un bisogno dell’uomo. Il bisogno di credere è umano, è di questa terra».
Per questo, fin dai tempi più remoti, l’essere umano ha creduto in una realtà superiore, percepita come misteriosa, differente e “oltre” tutto ciò che è umano. Ed è per questo che noi pensiamo che la religione accompagni da sempre il cammino dell’uomo sulla terra, e che continuerà a farlo.
« NESSUNO PUÒ CAPIRE L’UMANITÀ SENZA CAPIRE LE SUE
(Claude Lévi-Strauss)

Tra bisogno e realtà
Dio non è morto
«Dio non è morto. Ci crediate o no, il mondo è più religioso che mai!», sostiene Rodney Stark, sociologo statunitense. Approfondisci il risultato delle sue ricerche nell’espansione online.
• Quali sono le “droghe” o illusioni che – a vostro avviso – caratterizzano l’uomo contemporaneo? Provate a farne un breve elenco.
• Parlando di “idoli”, la prima “Parola” del Decalogo ebraico, «Non avrai altro Dio all’infuori di me», svela oggi un’attualità insospettata? Quale?
«Dio va vissuto, non spiegato»
Non ti dà nessun vantaggio cercare spiegazioni su Dio. Puoi sentire dei bellissimi discorsi, ma sono sostanzialmente vuoti. Proprio come puoi leggere un’intera enciclopedia sull’amore senza conoscere come amare. Nessuno proverà che Dio esiste. Certe cose nella vita devono semplicemente essere vissute e mai spiegate. L’amore è una di queste.
Dio – che è Amore è inspiegabile. La fede è un’esperienza infantile, nel magico senso che Gesù ci ha insegnato: «I bambini sono il regno di Dio». Dio non entrerà mai nella tua testa. La porta che egli usa è il tuo cuore.
(Paulo Coelho, Maktub, 2004, Editions Anne Carrière)
Spesso sotto il nome di “religione” si fanno rientrare alcune realtà che con essa non c’entrano molto. Ci sono in giro numerose sette e santoni, talora imbroglioni o mitomani, che spacciano per religione solo della paccottiglia assurda, che sfrutta quel bisogno di religiosità e di sacro che fa parte della natura più profonda dell’uomo.
Accade spesso che il dolore e le sofferenze della vita portino le persone a credere a venditori di miracoli pronti a sfruttare la loro buona fede e il loro bisogno di soluzioni.
Sull’argomento magia e religione, fede e superstizione può esserci grande confusione. Eppure con un minimo di buonsenso e volontà di approfondimento è facile intuire che la religiosità autentica non ha niente a che fare con la magia, né con atteggiamenti superstiziosi o irrazionali. Una fede adulta, infatti, non è mai “irrazionale”, cioè opposta alla ragione. Il credente afferma che la ragione non può dare una spiegazione a tutto, ma non è “contro” la ragione.

Lo scrittore cattolico inglese Gilbert K. Chesterton, inventore del personaggio di padre Brown, il famoso prete detective, in uno dei suoi vari racconti fa smascherare al suo protagonista un ladro che si era travestito da sacerdote, e questo perché lo sente dire stupidaggini contro la ragione. Capisce proprio per questo che non può essere un vero prete. Il vero “mistero” religioso, spiega Chesterton, è formulato con chiarezza, pur nella sua complessità; mette in luce i limiti della ragione, ma non va contro di essa, indagando con semplicità e schiettezza tutto ciò che fa parte della realtà umana. Ecco perché la religione non deve essere confusa con la superstizione, né con la magia e nemmeno con la creduloneria, ovvero la facilità a prendere tutto per vero.

Da “super stare”, ciò che “sta sopra, oltre” la ragione: credenze basate quindi su irrazionalità e ignoranza.
Insieme di parole e pratiche che pretendono di padroneggiare forze divine o presunti poteri occulti, per determinare automaticamente un effetto (buono = magia bianca o malefico = magia nera) sulla natura o sulle persone.
Quando la religione non usa la ragione…
La religione senza l’uso della ragione diventa facilmente magia o fanatismo. Come ha detto Benedetto XVI, «l’Illuminismo è stato un grande dono perché, dando il primato alla ragione, ha liberato la religione dal fanatismo e dalla magia». (Enzo Bianchi)
Leggende, simboli e racconti fantastici nella
Con onestà si deve però ammettere che – pur operando una netta distinzione tra magia, superstizione e religione come abbiamo fatto – i confini tra queste varie realtà non sempre sono chiari e definiti. Tradizioni popolari antichissime, racconti leggendari, e folclore sono a volte legati ad alcune realtà religiose che arrivano fino a noi. Si pensi, per esempio, alla vita di molti santi, dove è oggettivamente difficile distinguere tra i vari passaggi reali o leggendari. Ci viene in mente l’immagine di San Giorgio e il drago, le cui gesta sono molto conosciute e tramandate anche fuori dal contesto cristiano. Il santo, che si festeggia il 23 aprile, data della sua morte avvenuta nel 303 d.C. nell’attuale Turchia, è noto per essere raffigurato sempre insieme ad un drago.
Ecco perciò che leggende, miti e racconti fantastici trovano spesso nella storia dei santi strane mescolanze. Queste storie leggendarie – che, per l’appunto, sono tali – offrono una modalità letteraria “narrativa” finalizzata alla semplificazione di messaggi più difficili, una strategia la cui conoscenza permette al credente di distinguere bene tra dato della fede e modalità comunicativa. Nel loro messaggio non si tratta solo di storie del passato: queste “leggende” hanno anche un importante collegamento con l’attualità. Esse proiettano un fascio di luce che illumina il presente in cui viviamo, allontanando paure e angosce che sappiamo possono essere sconfitte, proprio come fa San Giorgio con il drago. Giustamente il poeta Khalil Gibran (1883-1931) ha affermato che «ogni drago genera un San Giorgio che lo uccide».
Come più volte abbiamo avuto modo di mettere in risalto nel testo, il simbolismo è molto importante nella vita dell’essere umano. È anche una caratteristica fondamentale della dimensione spirituale e religiosa, ma non si devono confondere i segni e i simboli con la realtà che indicano. Si cadrebbe nell’irrazionalità che, come abbiamo qui sottolineato, non fa parte della religiosità autentica. Il credente supera la ragione, non la rinnega.

L’intuizione popolare delle genti

il
• Conoscete atteggiamenti superstiziosi o magici presenti tra i vostri coetanei? Se sì, come si manifestano?
• Vi capita mai di leggere l’oroscopo? Che ne pensate?
• Qual è, in sintesi, la differenza tra magia e fede? Discutetene in classe.
L’arte di saper vedere
La cosa più nobile che lo spirito umano possa fare a questo mondo è vedere qualcosa, e dire in modo diretto quello che ha visto. Ci sono centinaia di persone che sanno parlare per una sola che sa pensare; ma migliaia sanno pensare per una che sa vedere. Vedere chiaramente è al contempo poesia, profezia, religione.
(John Ruskin, pittore inglese)
Come Punto conclusivo del tema proponiamo due brani, tra loro piuttosto diversi. Il primo è un invito ad avvicinarsi alle religioni con molto rispetto, “camminando in punta di piedi”, perché abbiamo a che fare con gli aspetti più delicati di tanti esseri umani. Il secondo testo è una poesia del grande mistico e martire dell’islam Al-Hallaj. Ad una prima lettura, il brano potrebbe sembrare “relativistico”, cioè un “ramo” potrebbe apparire uguale all’altro. Ma non è così. La poesia sottintende che abbandonare il proprio ramo significherebbe inaridire l’unico canale che permette di collegarsi alla linfa del tronco. I rami non sono intercambiabili. Ogni ramo è unico e indispensabile, ma ciò che conta è la linfa (Dio), che è più grande delle religioni.

John Vernon Taylor (1914-2001) è stato un vescovo e teologo inglese che si è interessato di missioni e religioni dei popoli.

Al-Hallaj (858 -922 d.C.) è stato una grande figura di mistico persiano, tra le più controverse e discusse del mondo islamico e del sufismo.
Fu giudicato eretico e per questo condannato a morte.
Tanti rami diversi di un unico tronco
«Ho riflettuto sulle religioni, cercando di comprenderle. Ho trovato che sono rami diversi di un solo tronco. Non chiedere a nessuno di abbracciare una certa religione. Lo allontaneresti così dal suo Principio. Lui, il Principio, è alla sua ricerca, in Lui si rendono chiari tutti i simboli o sensi. Egli allora comprenderà».
(Al-Hallaj, mistico islamico)
• Qual è il vostro approccio alla religione? Confrontatevi in classe su questo tema.
• Quali sono, secondo voi, i modi sbagliati di avvicinarsi alla religione o alle religioni?
Cammina con rispetto
«II primo sentimento quando si avviciniamo ad un altro popolo, ad un’altra cultura, ad un’altra religione si deve manifestare nel fatto che ci leviamo le scarpe; perché il luogo a cui ci avviciniamo è santo.
Altrimenti potrebbe accadere che noi disturbiamo i sogni delicati di altri uomini, o – peggio ancora –che noi dimentichiamo che Dio lì ci ha preceduti».
(John Vernon Taylor)

Non possiamo rispondere alla domanda “quando è nata la religione?” con una data precisa, ma sappiamo che la religione si è evoluta con l’uomo stesso.
• testimonianze funerarie; • incisioni rupestri.
Fin dai tempi più remoti troviamo
Uomini e donne si aprono allo stupore e alla meraviglia.
• simboli di divinità; • resti di luoghi di culto.
che l’essere umano non smette di interrogarsi sull’origine delle cose.
Uomini e donne scoprono la ricchezza della dimensione spirituale e religiosa.
«L’ultimo passo della ragione sta nel riconoscere che c’è un’infinità di cose che la superano. Essa, la ragione, è debole se non arriva a capire questo» (Pascal, Pensiero 267).
Discutete tra voi sulla seguente affermazione: «La religione è solo un’invenzione dell’essere umano: è frutto della paura e della debolezza». Ognuno porti argomenti pro o contro.
1. La religione è nata solo recentemente. V F
2. La religione può dare un senso all’esistenza di ogni essere umano. V F
Individua le due affermazioni errate, barrandone la frase.
1. Non vi sono testimonianze religiose nell’antichità.
2. I simboli non sono importanti per la religione.
3. È dalla meraviglia e dallo stupore che nascono le esperienze più profonde.
4. L’ebraismo, il cristianesimo e l’islam sono religioni rivelate.
« L’ULTIMO PASSO DELLA RAGIONE STA NEL RICONOSCERE CHE C’È UN’INFINITÀ DI COSE CHE LA SUPERANO. ESSA (LA RAGIONE) È DEBOLE SE NON ARRIVA A CAPIRE QUESTO».
(Blaise Pascal, Pensiero 267
)
Condividete questo “Pensiero” del filosofo e matematico francese?
Motivazioni PRO
Motivazioni CONTRO
Questo tema è dedicato all’origine della religione. Si consiglia un lavoro, a gruppi, sulle più antiche testimonianze religiose presenti nella propria zona, magari coinvolgendo anche altre materie interessate a questo lavoro. Un gruppo potrà realizzare una ricerca cartacea, un altro un breve video, un altro potrà realizzare una documentazione fotografica con dettagliate didascalie di riferimento.
Osservate di più le stelle
«Osservate più spesso le stelle. La vostra anima troverà quiete. Ho trovato questo pensiero di Pavel Florenskij, scrittore e teologo russo, scritto nel gulag in cui era prigioniero. Ho provato a metterlo in pratica; mi ha fatto bene all’anima».

(Dal post in un social di un giovane)
E a voi cosa ha fatto bene all’anima? Provate a condividere con altri una vostra esperienza.

Basta guardare il cielo, di Peter Chelsom, Stati Uniti 1998, 100’: una storia di amicizia e di aiuto reciproco tra ragazzi. Kevin – superdotato ma con un grave handicap fisico – fa amicizia con Maxwell, un po’ tonto ma fortissimo. Tra i due nasce una simbiosi, in cui l’uno è complementare all’altro. Tra i due ragazzi si instaura un rapporto di aiuto reciproco, per superare le proprie paure e non sentirsi più soli. Non è un film “religioso”, ma aiuta a capire l’importanza di saper conciliare nella vita testa e cuore.
Una ragazza italiana, Giovanna Iorio, ha dato vita a Londra ad una mappa sonora mondiale della poesia. Il sogno di Giovanna era quello di «ascoltare tutte le voci poetiche del mondo del presente e del passato, togliere il fruscio della carta dalle parole, restituire ai versi la purezza della voce» E così, ha cominciato a costruire la mappa della poesia.
Nella sua mappa si possono trovare le informazioni sui vari autori presenti e anche ascoltare la lettura dei versi nella lingua madre, e una breve biografia. Ci sono poeti immortali, come Alda Merini, Eugenio Montale, ma anche autori semisconosciuti, di terre lontane.

Ho trovato questo Tema:







• Quante sono le religioni?
• I simboli delle religioni
• Una bussola per orientarsi
• Diverse ma non distanti
• Tanta violenza, perché?
• Non sono tutte uguali
• Rendersi conto, alla luce della rivelazione cristiana, del valore della religiosità, nel contesto delle istanze della società contemporanea.
• Conoscere le domande universali dell’uomo e le risposte che dà il cristianesimo, anche a confronto con le altre religioni.
In questo terzo tema presenteremo fornendo una prima informazione generale sulla complessa e variegata realtà delle religioni. Una breve guida orientativa per conoscere ciò che le tradizioni religiose hanno in comune e cosa invece è differente. L’invito è comunque quello di non fermarsi alla superficie delle cose e di andare oltre i luoghi comuni e i pregiudizi.
• Il punto
• Sintesi inclusiva
• Pratica#ment
I contenuti digitali speciali

• Riflettere sulle proprie esperienze personali e di relazione con gli altri; riconoscere il valore del linguaggio religioso.
• Dialogare con posizioni religiose e culturali diverse dalla propria in un clima di rispetto, confronto e arricchimento reciproco.
• Costruire un’identità libera e responsabile, ponendosi domande di senso.
• Sviluppare un maturo senso critico e un personale progetto di vita.
• Valutare la dimensione religiosa della vita umana.

SHINTOISMO
100 milioni
ALTRE RELIGIONI 200 milioni

BUDDHISMO 500 milioni

RELIGIONE TRADIZIONALE CINESE 750 milioni

INDUISMO 1,2 miliardo

ISLAM 1,9 miliardi

SIKHISMO 25 milioni

RELIGIONI ANIMISTE
milioni

CRISTIANESIMO 2,4 miliardi

EBRAISMO 14,15 milioni
Anche se in Occidente si registra un rapido processo di laicizzazione, la fede rimane parte integrante della vita di molte persone e in molte parti del mondo è tornata a crescere. Ma prima di parlare di cifre è bene sottolineare che è molto difficile sapere con esattezza il numero di fedeli che appartengono alle singole religioni del mondo. Secondo quanto riportato da più fonti, in particolare dal Sole 24 ore1 che si basa sulle stime di Pew Research Center – un centro di analisi statunitense che mappa le varie fedi del mondo – l’84% della popolazione mondiale si identifica con un gruppo religioso. Se le tendenze attuali continueranno, entro il 2060 i cristiani rimarranno il gruppo religioso più numeroso (32% della popolazione mondiale), ma l’Islam sperimenterà la crescita più rapida, con un aumento previsto dal 24% al 31% della popolazione mondiale nei prossimi quattro decenni. Le proiezioni ci dicono che entro il 2060 il numero dei musulmani sarà infatti quasi uguale al numero dei cristiani nel mondo.
1 I dati si riferiscono al 2025 cfr. https://www.infodata.ilsole24ore.com/ topic/religione/
I motivi sono i più svariati, ma in particolare perché:
● In molte zone del mondo i censimenti non vengono fatti o sono svolti senza dei criteri affidabili dal punto di vista scientifico. Quindi non si hanno dati certi da utilizzare.
● Spesso i dati o vengono gonfiati per motivi propagandistici o, al contrario, diminuiti per screditare o minimizzare l’importanza di una religione o movimento.
● Inoltre ci sono delle difficoltà oggettive, facilmente spiegabili. Per esempio, in genere si considerano cristiani (senza distinguere tra cattolico, ortodossi, protestanti) le nazioni dell’Europa o delle Americhe. Ma non è affatto vero che in questi vasti continenti tutti siano “cristiani”; anzi spesso il numero degli agnostici, degli atei o di chi si dichiara “indifferente” ad ogni discorso religioso, è piuttosto elevato. Questo vale anche per la Mappa delle religioni riportata nell’Atlante delle religioni in appendice. Vaste zone geografiche sono indicate come “cristiane”, ma non è così in realtà. Lo stesso vale per le aree indicate come induiste, buddhiste ecc. È chiaro che si tratta di un’approssimazione, con lo scopo di fornire un’idea o un “colpo d’occhio” generale sulle varie religioni del mondo.

È in crescita il numero di coloro che si dichiarano atei (ovvero che rifiutano espressamente Dio e la religione): sono stimati dal 2% al 13% della popolazione mondiale; mentre la percentuale delle persone che non si riconoscono in una fede religiosa (agnostici) o si dichiarano indifferenti va da un ulteriore 10% al 23% della popolazione mondiale, oltre 1 miliardo di persone.
Osservando il grafico, cosa colpisce di più la vostra attenzione?
Vediamo insieme il significato dei più importanti simboli delle religioni, che avete già osservato nella mappa.



La CROCE è il simbolo principale del cristianesimo: ricorda il sacrificio di Gesù e sintetizza bene il suo messaggio. Il braccio verticale indica l’amore del cristiano nei confronti di Dio, mentre quello orizzontale richiama l’abbraccio a tutti gli esseri umani, considerati fratelli. La croce, comune a tutte le Chiese cristiane, è qui raffigurata senza il Crocifisso per far risaltare la risurrezione.
La MENORAH, candelabro a sette bracci, insieme alla Stella di David, è il simbolo dell’ebraismo. Ricorda i grandi candelabri che erano nel Tempio di Gerusalemme e i sette giorni della creazione. Al centro il sabato, il giorno del riposo.
La MEZZALUNA, o HILAL, è diventata il simbolo universalmente accettato dell’islam, ma la sua origine è incerta. Ricorda il calendario lunare (che regola la vita religiosa dei credenti), il deserto e l’orientamento (la stella).
L’OM, monosillabo mistico, è il simbolo sacro dell’antica religione dell’India e il principale mantra (formula rituale o preghiera). Il suo suono, semplice e solenne (composto dalle tre lettere: a, u, m) simboleggia la triplice manifestazione del divino: come Brahma (creatore), come Visnu (conservatore) e come Shiva (distruttore).
La RUOTA DELLA LEGGE rappresenta il buddhismo nelle sue varie espressioni e forme. Formata da otto raggi, la ruota ricorda l’insegnamento del Buddha, che ha indicato nell’ottuplice sentiero la via per superare la sofferenza e raggiungere il nirvana («non-sofferenza», stato di felicità suprema).
Un CERCHIO, diviso in due parti uguali e contrapposte (yang e yin), indica la tradizione religiosa cinese (confuciana e taoista). Lo yang è associato alla luce, all’azione, al principio maschile; lo yin al buio, alla non-azione, al principio femminile.

Il TORII, simbolo della religione tradizionale giapponese, è il portale di ingresso ai santuari shintoisti. È formato da due pilastri sormontati da due travi orizzontali: separa l’area sacra del santuario dal mondo esterno.
« Il mondo è una interminabile sfilata di simboli»
(John Gardner) Immagini dell’invisibile



Il simbolo tradizionale del Jainismo, una delle antiche religioni dell’India, era la svastica. A causa però del travisamento nazista, nel 1975, in occasione dei 2500 anni dall’entrata nel nirvāna del fondatore, la comunità jainista lo ha sostituito con una MANO APERTA, segno di pace e di non-violenza.


Il FARAVAHAR fa parte dello zoroastrismo, l’antica religione dell’impero persiano, oggi rappresentata dal parsismo. Raffigura un angelo guardiano, che ricorda la presenza di Dio tra la gente e anche il «sé spirituale» o Ahura Mazda.
La KHANDA è il simbolo del sikhismo, un’altra delle religioni dell’India, nata nel XV secolo d.C. La spada centrale, a doppio taglio, simbolizza la fede nell’unico Dio, come anche la protezione della comunità. Le due lance esterne rappresentano il potere spirituale e quello temporale.
La fede baha’i è nata solo nel XIX secolo, ha come simbolo una STELLA A NOVE PUNTE, o anche il fior di loto a nove petali. Infatti ogni tempio baha’i (famoso quello di New Delhi) ha nove lati, con nove ingressi: un numero che indica la perfezione e l’apertura verso tutti.

Le religioni etniche o primarie, dette anche arcaiche o animiste, traggono ispirazione dal mondo naturale. Per questo il SOLE, riconosciuto da sempre come fonte di vita, è il loro simbolo.
Le religioni tradizionali dell’Africa a sud del Sahara sono tradizioni religiose autoctone di tipo naturistico, con una forte caratterizzazione magica per padroneggiare le forze della natura. In queste religioni l’aspetto trascendente e immanente è di fatto inscindibile.
Il termine spiritismo è apparso in Francia nel 1857 e sta ad indicare tutte quelle intelligenze incorporee (spiriti), evocate da un mediatore (medium) in una seduta spiritica. Ammettendo quindi l’esistenza di realtà non umane e di un aldilà, anche lo spiritismo viene annoverato tra le religioni. È diffuso in vari paesi del mondo, soprattutto in Brasile.

• I simboli che abbiamo presentato vi erano già tutti noti?
• Scegliete un simbolo da approfondire in classe o con delle ricerche personali.



Non è facile, come abbiamo accennato, orientarsi nell’ampio e articolato mondo delle religioni. Ma alcune indicazioni ci aiuteranno a comprendere meglio la complessa realtà delle tradizioni religiose, che suddividiamo in quattro grandi gruppi – per conoscerle in modo più approfondito e dettagliato rispetto alla Mappa delle fedi già presentata:
● Hanno origini semitiche.
● Comprendono l’ebraismo, il cristianesimo, l’islam, insieme ai movimenti da loro derivati.
● Si caratterizzano come religioni rivelate e profetiche, in cui Dio si manifesta (o “si rivela”) agli uomini attraverso i profeti (uomini che parlano in suo nome). Infatti, tutte e tre si richiamano ad una realtà “trascendente” o superiore.
● Viene dato più valore all’aspetto comunitario che a quello individuale, attribuendo grande importanza all’etica, alle norme sia individuali che sociali.
● A differenza di altre tradizioni religiose, la realtà terrena non è affatto considerata negativa; è importante impegnarsi per la trasformazione positiva delle persone e del mondo.
● La maggior parte di queste tradizioni religiose sono originarie dell’India.
● Ne fanno parte l’induismo, il buddhismo, le religioni della Cina e del Giappone e i movimenti derivati.

● Si caratterizzano per essere movimenti filosofico-religiosi, in cui viene data grande importanza al misticismo: la scoperta dell’assoluto, presente nell’interiorità di ogni essere umano, attraverso tecniche e pratiche di meditazione.
● Viene valorizzato più l’aspetto individuale che quello comunitario e sociale.
● Più che degli aspetti materiali e mondani, ci si preoccupa maggiormente delle realtà spirituali, come la liberazione dal ciclo delle rinascite o reincarnazioni
● Vengono chiamate “primarie” perché “arrivate per prime”; sono infatti religioni arcaiche (o etniche) che, in passato, venivano anche dette “primitive” (con significato per lo più negativo). Si tratta di tradizioni religiose, praticate da vari popoli del mondo, che sono alla base dello sviluppo delle religioni moderne.
● Si caratterizzano per l’importanza data all’anima. Infatti queste antiche tradizioni sostengono che “tutto ha un’anima”, testimoniando che il mondo naturale è collegato con quello soprannaturale. Gli animali, le piante, gli oggetti, come tutte le forze della natura, possiedono uno spirito vitale, proprio come l’essere umano (animismo).
● La presenza delle forze invisibili è ovunque: «L’uccello Tempesta soffia vento nel petto di uomini e animali e senza tale vento non potremmo respirare», racconta una favola africana… Ma queste forze invisibili incutono timore agli uomini e quindi devono essere propiziate (atteggiamento magico).
● Vengono raggruppati sotto la sigla NMR (Nuovi Movimenti Religiosi) tutti quei gruppi religiosi (per lo più nati in epoche relativamente recenti, in genere gli ultimi tre secoli dell’era moderna) che convivono accanto – più spesso in contrapposizione – alle religioni tradizionali o storiche.
● Questi movimenti – conosciuti anche come “sette” – si caratterizzano per la grande varietà di forme in cui si presentano, ma anche per un atteggiamento di “segretezza” che rende difficile avere dati certi e trasparenti sul numero dei loro adepti, conoscere i contenuti delle loro dottrine, le regole di vita e i comportamenti interni... e altro ancora.
● In maggioranza questi movimenti provengono da chiese o confessioni cristiane, come anche da religioni orientali e movimenti politico-sociali.
• Dei quattro gruppi in cui abbiamo suddiviso le religioni, qual è quello che attira maggiormente la vostra curiosità?
• Conoscete qualche movimento religioso presente nella vostra zona?
Caratteristiche comuni ai Nuovi movimenti religiosi
1. La maggior parte di questi gruppi o movimenti si sono formati per distacco dalle religioni tradizionali (come forme di eresia), in particolare dal mondo cristiano-protestante o da nuove forme di spiritualità, come la New Age.
2. Gran parte di questi gruppi si caratterizzano per forme di sincretismo (mescolanza di aspetti religiosi di diversa origine) o, al contrario, per l’esclusivismo (atteggiamento di chi è convinto che solo il proprio gruppo o religione siano gli unici “veri”).
3. Un’importanza tutta particolare viene data alla figura del fondatore o del leader carismatico, nei confronti del quale si manifesta molto spesso una forma di obbedienza cieca e acritica, se non di sottomissione.
4. Anche l’assoluta segretezza che si esige dai membri è spesso una caratteristica dominante di questi gruppi. Sono vietati i rapporti con il mondo esterno, eccetto che per fare proselitismo.
Il Centro Studi sulle Nuove Religioni


Pur essendo molte e diverse tra loro, tutte le religioni del mondo hanno in comune questi punti:
1. Esiste «Qualcuno» (come nel caso delle religioni monoteiste) o «Qualcosa» (come nella maggioranza delle religioni orientali) che dà senso e significato alla vita.
2. È possibile – attraverso i riti, i simboli, i miti – entrare in relazione con questa realtà superiore e raggiungere una forma di felicità suprema.
3. Tutte le tradizioni religiose, pur nella diversità delle formulazioni e delle dottrine, testimoniano che è possibile una via di salvezza, intesa come liberazione definitiva dalla sofferenza, dal male e dalla morte stessa.
4. Ogni via o esperienza religiosa richiede un atteggiamento di fedeltà ai propri principi dottrinali, come anche l’osservanza dei precetti e delle norme etiche prescritte, sempre in vista del raggiungimento della salvezza.
Come emerge in modo evidente da questi quattro punti, pur con modalità e formulazioni differenti, tutte le religioni testimoniamo che c’è “qualcuno” o “qualcosa” di più grande e misterioso dell’essere umano stesso, di cui non si può dire nulla: non si può pretendere di definirlo, rappresentarlo, spiegarlo, possederlo, adoperarlo.
A partire da questa consapevolezza del “mistero” è possibile un confronto, una comunicazione, un dialogo tra le varie esperienze religiose differenti, purché ci si apra alla ricerca della verità con gli altri. Scrive Claudio Magris: «Spesso,

Claudio Magris è uno scrittore e accademico italiano, nato a Trieste nel 1939. Tra le sue numerose opere: Danubio (2015), L’infinito viaggiare (2018).
Popoli e religioni
«Tutti i popoli costituiscono una sola comunità, hanno una sola origine, poiché Dio ha fatto abitare l’intero genere umano su tutta la faccia della terra, hanno anche un solo fine ultimo, Dio, la cui Provvidenza, testimonianza di bontà e il disegno di salvezza si estendono a tutti, finché gli eletti saranno riuniti nella città santa, che la gloria di Dio illuminerà e dove i popoli cammineranno nella sua luce. Gli uomini attendono dalle varie religioni la risposta circa gli oscuri enigmi della condizione umana che, anche oggi come una volta, turbano profondamente i cuori degli uomini».
(Dichiarazione del Concilio Vaticano II Nostra aetate n.1 , 28 ottobre 1965)
come testimonia la Bibbia, si è più idolatri che credenti. Se si è succubi di falsi e oscuri idoli, di ordini, divieti, poteri, convenzioni e fantasmi che si proclamano assoluti, e si è incapaci di amare, perché non liberi. L’idolatria nasce quando valori o realtà finiti – anche apprezzabili, come la nazione o un’idea politica, ma sempre limitati e relativi – vengono ciecamente adorati e assolutizzati come se fossero l’infinito […]. Si può dire che “quando l’appuntamento è col mistero, il dialogo diventa possibile, quando l’appuntamento è con un idolo, il dialogo muore”. Nella Bibbia e nella storia, la comunicazione tra le religioni è stata possibile quando la ricerca religiosa si è posta come ricerca del mistero». E continuando nella sua riflessione, lo scrittore triestino conclude: «L’attuale situazione multiculturale stimola ciascuno di noi a non temere l’incontro con l’altro – con ogni altro – e a cercare, proprio a partire da una tale sempre rinnovata apertura, nuovi linguaggi e nuove parole per dire ancora oggi l’identità cristiana. È infatti proprio nell’esodo, nell’uscire da sé per incontrare l’altro, che diventa possibile riappropriarsi delle proprie radici, «perché senza uscire da se stessi, dalle proprie origini, da ciò che si è ricevuto come un dato di partenza, non c’è crescita né maturazione né libertà e non c’è possibilità di ritornare liberamente, creativamente, alle proprie origini e alla propria casa natale, non più passivamente subite con forzati legami viscerali, bensì riconosciute come proprie e amate con quell’amore che è vivificante solo se è libero di ogni idolatria, pure nei confronti di se stessi».

• «Se fossi nato in Marocco sarei musulmano» dice Elio, un ragazzo della vostra età. Che ne pensate della sua riflessione?
• Magris afferma che «senza uscire da noi stessi, dalle proprie origini, non c’è crescita né maturazione né libertà». Spiegate i motivi.
Se fossi nato in Marocco sarei musulmano?
«La necessità di ogni epoca storica e regione geografica di dare delle risposte ad interrogativi fondamentali è una prerogativa del genere umano. Le risposte però sono state diverse, come diverse sono le culture e le tradizioni dei popoli che abitano il mondo.
In quanto figlio della civiltà occidentale, possiedo idee e un immaginario tipici di questa cultura: il mio modo di pensare, i miei valori e il mio immaginario sono imbevuti di una storia millenaria, che affonda le proprie radici nella classicità greco-romana e nel successivo inserirsi della religione cristiana in questo tessuto. Se appartenessi ad un altro contesto storico-geografico, sarei probabilmente musulmano, o buddhista, o induista, perché figlio di un’altra storia pervasa da una cultura diversa. È vero però che come credenti condividiamo tutti l’esistenza di un principio superiore, che ci rende fratelli». (Elio, studente di liceo scientifico)
Una “regola aurea”
«Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani».
(dal Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, Abu Dhabi, 4 febbraio 2019)
La scuola, come ci capita di dire sovente, è una “palestra per allenare il cervello e valorizzare la dimensione spirituale”. Ognuno ha diritto di pensarla come vuole sulle religioni, anche di ritenere che sia meglio abolirle (come dice un personaggio della vignetta), ma prima è bene ragionarci, senza trarre conclusioni affrettate e usando tutta la nostra capacità critica.
Certo, il fatto a cui si accenna nella vignetta è grave e le cronache di questo terzo millennio ci hanno abituato a notizie sempre più terribili, coinvolgendo in pieno –ahimè! – proprio le religioni. Voi siete molto giovani, ma se parlate con i vostri genitori o fate una veloce ricerca scoprirete che il Duemila era iniziato all’insegna di una grande speranza. In molti erano convinti di trovarsi davanti a “un’era nuova”, completamente diversa da quella precedente, che poteva assicurare a tutto il mondo pace, prosperità e progresso. Ma proprio all’inizio del nuovo millennio, l’11 settembre 2001, i due grattacieli simbolo di New York, le Torri Gemelle, divennero bersaglio di due aerei dirottati da terroristi e crollarono, provocando la morte di circa 3.000 persone. Purtroppo questo fu solo l’inizio di una serie di


attentati che hanno terrorizzato il mondo occidentale. L’elenco è lungo, ma tra quelli più vicini a noi ricordiamo la strage durante un concerto al teatro Bataclan di Parigi (13 novembre 2015) e quella sul lungomare di Nizza mentre una folla di persone attendeva i fuochi d’artificio in occasione della festa nazionale (14 luglio 2016).
Riprendendo la nostra vignetta iniziale, è vero che tutti questi attentati sono stati fatti tirando in ballo il nome di Dio; ma siamo sicuri che sia proprio colpa delle religioni o è solo quello che vogliono farci credere?
Il Grande Imam di Al-Azhar, la più antica università islamica, alla presenza di papa Francesco ha affermato: «Dietro il terrorismo ci sono grandi interessi di parte, ma non c’è la religione islamica in quanto tale, perché i musulmani moderati sono le prime vittime del terrorismo». Ahmed al-Tayeb ha poi concluso: «Le guerre combattute in nome della religione hanno una sola cosa in comune: la strumentalizzazione della religione a fini politici» (Conferenza internazionale per la pace, 28 aprile 2017, Il Cairo).
Per approfondire ulteriormente questo discorso sulla strumentalizzazione della religione e fare maggiore chiarezza, vi proponiamo di analizzare insieme tre concetti:
1. Fede: è il rapporto personale fra il credente e una realtà considerata superiore o trascendente
2. Religione: è la modalità con cui gli esseri umani strutturano i loro rapporti con il trascendente, attraverso miti, riti, simboli… Storicamente si esteriorizza e prende forma nelle varie religioni del mondo.
3. Patologie del religioso: sono gli aspetti deformati, come dei virus che affliggono – oggi come ieri – la religione. Più le religioni si irrigidiscono in chiusure ideologiche, tanto più le patologie religiose si manifestano con maggiore evidenza, trasformando Dio in un idolo, in un “manufatto” creato dagli uomini per legittimare i loro istinti peggiori, prima di tutto quello della violenza e del dominio. Purtroppo la religione si presta a molte strumentalizzazioni, sia individuali che di massa: può diventare un mantello usato per coprire nevrosi, psicosi, isterie, istrionismi, idolatrie, pregiudizi. A livello geopolitico non di rado è stata utilizzata come strumento per l’accaparramento di risorse petrolifere, o per legittimare i più atroci crimini. Il terrorismo di matrice religiosa rientra esattamente in questa terza categoria: quella delle patologie, ovvero forme pseudo-religiose che sono – quelle sì – da abolire.
Dio
Dal latino deus, deriva dalla parola indoeuropea div, deiv, che significa «luminoso», «celeste». Indica la divinità, un essere trascendente o superiore all’essere umano.
Spirituale/Spiritualità
Ricchezza interiore, capacità di ogni essere umano di dare importanza allo spirito. Non necessariamente si identifica con la religione.
• Portate degli esempi che, a vostro giudizio, non hanno niente a che fare con la religione ma sono soltanto “patologie del religioso”.
• Ricercate il significato di queste gravi deformazioni della religione: il fondamentalismo, l’integralismo e il terrorismo.
“Viviamo in un mondo in cui troppo spesso la religione è usata per giustificare guerre e atrocità. Rifiutiamo qualsiasi uso della religione e del nome di Dio per giustificare la violenza.”
(Papa Leone XIV durante il viaggio in Turchia, 29.11.2025)
« «La religione è quando fai Dio a tua misura; la fede è quando fai te stesso a misura di Dio.»
(David Maria Turoldo)
David Maria Turoldo

(1916-1992) è stato un sacerdote, poeta e scrittore italiano, molto impegnato nel sociale.


Non sono pochi quelli che pensano che “non importa in chi o in che cosa si crede perché in fondo tutte le religioni sono uguali”.
Pensiamo che questo modo di affrontare il discorso non sia corretto.
Prima di tutto, quando si parla di questi argomenti è importante evitare due estremismi:
● il relativismo, che afferma la sostanziale equivalenza di tutte le religioni, banalizzandole e minimizzando la portata e le peculiarità di ognuna;
● l’etnocentrismo secondo cui “solo la propria idea, etnia o religione è l’unica vera e valida”.
Questi atteggiamenti sono estremistici e da evitare.
In secondo luogo, non è affatto vero che tutte le religioni siano uguali, si tratta di una banalità dettata dall’ignoranza, nel senso letterale di “non conoscenza”. Non bisogna essere degli specialisti di storia delle religioni per rendersi conto che tra un musulmano, un buddhista o un cristiano sono molte le differenze sostanziali: sarebbe come dire a un tifoso di calcio che tutte le squadre di serie A sono uguali, a chi segue la moda che una influencer vale l’altra, a un appassionato di motori che non c’è differenza tra due moto o auto di scuderie diverse, e così via.
Le diversità tra le religioni sono importanti perché mettono in risalto le loro specificità, rivelandoci le peculiari ricchezze di ciascuna.
Le religioni possono essere diverse da molti punti di vista:
● culturale, ci sono religioni monoteiste e politeiste, quelle che si richiamano alle tradizioni primarie o arcaiche e quelle orientali;
● dottrinale, per esempio il concetto di Dio è molto differente tra le fedi: alcune religioni contemplano la possibilità di conoscerlo, di entrare in relazione con Lui, altre no;
● morale, i principi religiosi sono assai diversi gli uni dagli altri: predicare la non-violenza o prevedere l’uso della violenza per imporre il proprio credo –anche solo in determinate occasioni – non sono la stessa cosa; come non è affatto lo stesso sostenere l’uguaglianza e il rispetto per ogni essere vivente, un principio alla base di alcune tradizioni religiose, o teorizzare la divisione in caste e la non uguaglianza tra gli esseri umani, come sostengono altre.
Per questi motivi non è vero che una religione vale l’altra. Ognuna ha le proprie caratteristiche e deve essere rispettata, ma affermare che tutte le religioni siano equivalenti e sostenere che ciò che conta sia soltanto credere, questo non possiamo sottoscriverlo. “Credere” dipende anche dalla fiducia che viene accordata a qualcuno o a qualcosa che si rende “credibile”. Non si crede a tutto e a tutti, indifferentemente. Si dà fiducia a qualcosa o a qualcuno che la merita. Lo stesso accade per la fede religiosa. Se si considera la fede solo un sentimento interiore, indipendentemente dal suo contenuto, allora in chi e in che cosa credere è un fatto secondario. Ma questo modo di pensare porta ad una forma di relativismo, in cui tutto è messo sullo stesso piano, fino a teorizzare l’incapacità di scegliere.
Nella vita ognuno di noi, prima di fidarsi di una persona, cerca di conoscerla. Lo stesso avviene anche per la fede religiosa. In genere si è portati a seguire la religione che la nostra famiglia ci ha trasmesso, ma si può anche decidere di aderire a una fede diversa da quella ricevuta. In ogni caso, per arrivare a credere davvero, non è sbagliato interrogarsi e porsi domande: solo così è possibile una fede autentica e consapevole

• Condividete ciò che è scritto nella scheda o avete dei dubbi? Sottolineate ciò che non vi convince o su cui siete in disaccordo e discutetene con il docente.
• Quando si parla di religioni capita di sentire frasi del tipo: “Le religioni, alla fin fine, sono tutte uguali. Predicano le stesse cose...”. Indipendentemente dal fatto di essere credenti o meno, qual è la vostra opinione in proposito?
Ecco la frase di un noto storico delle religioni italiano che può fare il punto della situazione sui temi trattati e, al contempo, fungere da “bussola” per la nostra riflessione e atteggiamento dinanzi alle diverse religioni.
« Nella straordinaria varietà di miti, simboli, forme... in cui trova espressione il sentimento religioso, il nucleo fondamentale comune è sempre lo stesso: il rapporto dell’uomo con il cosmo e con le sue forze potenti, misteriose e ingovernabili (...). La visione religiosa del mondo garantisce ai credenti un punto di vista unitario e complessivo sulla realtà, una bussola che consente di orientarsi nel grande mare della vita».
(Giovanni Filoramo, Il Grande racconto delle religioni, Il Mulino, 2018)
Giovanni Filoramo

Giovanni Filoramo docente di Storia delle religioni e del cristianesimo all’università di Torino e in altre università italiane, è autore di importanti pubblicazioni del settore.
« L’ATTUALE PLURALITÀ DI FEDI RELIGIOSE, DI CREDENZE E DI VISIONI SPIRITUALI PUÒ APPARIRE AI CREDENTI LA VITTORIA DELLA CONFUSIONE. INVECE ESSA È UNA
BENEDIZIONE CHE RISPONDE A UN MISTERIOSO E SAPIENTE DISEGNO DI DIO».
(Claude Geffré, teologo cattolico francese)
• La citazione parla di religione come “bussola per i credenti che consente di orientarsi nel mare della vita”. E per i non credenti qual è secondo voi la bussola?
• Perché la pluralità delle fedi è “una benedizione”, secondo l’esperto citato?

Le religioni del mondo sono tante, ognuna con proprie caratteristiche.
Religioni primarie o arcaiche.
Religioni monoteiste del Mediterraneo.
Religioni orientali.
Nuovi movimenti religiosi.
delle norme etiche e dei precetti.
l’esistenza di Qualcuno o Qualcosa di superiore.
la possibilità di una salvezza o liberazione.
una realtà “altra” con cui è possibile entrare in contratto.
Ogni religione ha in comune
«Potete trovare una città senza mura, senza leggi, senza uso di moneta, ma nessuno ha mai visto un popolo senza Dio» (Plutarco, I secolo d.C.).
Discutete tra voi e con l’insegnante sulla seguente affermazione: «Le religioni alla fine portano solo odio e violenza. Meglio abolirle tutte!». Ognuno porti argomenti pro o contro.
1. La religione e la magia sono la stessa cosa. V F
2. I musulmani sono tutti terroristi. V F
Individua le due affermazioni errate, barrandone la frase.
1. Il cristianesimo è una religione monoteista.
2. Gli agnostici sono dei gruppi religiosi orientali.
3. Il buddhismo storicamente nasce dopo il cristianesimo.
4. La fede autentica non fa a pugni con la ragione, rinnegandola.
« LA RELIGIONE È UN UNICO ALBERO CON MOLTI RAMI. IN QUANTO RAMI, SI PUÒ DIRE CHE LE RELIGIONI SONO MOLTE, MA IN QUANTO ALBERO, LA RELIGIONE È UNA SOLA».

(Gandhi, leader indiano della non-violenza)
«Un unico albero, con tanti rami differenti»: ti piace questa immagine della religione che ci offre Gandhi o trovi che si può prestare a delle ambiguità?
Motivazioni PRO
Motivazioni CONTRO
Altro
Organizzate all’interno della vostra scuola un’inchiesta sui valori dei giovani su classi parallele alla vostra e preparate un questionario con una serie di domande, chiedendo di rispondere in base all’importanza loro attribuita (ad esempio, Mettete in ordine di importanza questi valori: avere una cultura; curare la salute; frequentare la chiesa o l’oratorio; avere del tempo libero; studiare; dare importanza alla famiglia; impegnarsi in politica; dedicare tempo agli amici; impegnarsi in attività di volontariato; fare sport; avere momenti di riflessione… ecc.). Potete coinvolgere altre materie e docenti in questo lavoro.
«Ti potranno dire che non può esistere niente che non si tocca o si conta o si compra perché chi è deserto non vuol che qualcosa fiorisca in te…».
(Max Pezzali, Ci sono anch’io)
Che ne pensate? Condividete quanto viene affermato?

#AnneFrank. Vite parallele, di Fedeli-Migotto, Italia 2019, 92’: la storia di Anne Frank, ebrea costretta a nascondersi dalla furia nazista, s’intreccia nella ricostruzione con quella di altre cinque bambine e adolescenti sopravvissute alla Shoah, anch’esse cariche di voglia di vivere e di coraggio. Scrive Anne nel suo Diario: «È un grande miracolo che io non abbia rinunciato a tutte le mie speranze… Le conservo ancora, nonostante tutto, perché continuo a credere nell’intima bontà dell’uomo che può sempre emergere...» . Il Diario di Anne ha fatto diventare adulti milioni di adolescenti.
Ogni caso ogni atleta ci testimonia quanto impegno e costanza, rinunce e sacrifici ci sono dietro ognuno di loro e quanto è importante guardare in alto per raggiungere il traguardo. Questo è ancora più evidente negli atleti paralimpici che ammiriamo per il loro impegno e coraggio. Nella foto le tre atlete italiane: Ambra Sabatini (oro), Martina Caironi (argento) e Monica Graziana Contrafatto (bronzo) nella eccezionale tripletta nei 100 metri femminili a Tokyo 2021.

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• All’origine dei monoteismi
• Ebraismo: origini e storia
• «Io sono il Signore tuo Dio»
• Ebraismo: caratteristiche
• Ebraismo: “Va’ e studia”
• Ebraismo: precetti e valori
• Dialogo cristiano-ebraico
• Contro ogni pregiudizio
• Gli aspetti comuni che legano tra loro le religioni che si riconoscono in Abramo come padre della loro fede, cogliendo l’intreccio tra la dimensione religiosa e quella culturale.
• La radice ebraica del cristianesimo e la specificità della proposta cristianocattolica, nella singolarità della rivelazione di Dio Uno e Trino, distinta da quella di altre religioni e sistemi di significato.
I tre monoteismi del Mediterraneo –ebraismo, cristianesimo e islam – si riconoscono in Abramo come padre comune della loro fede. In questo tema presenteremo – seppur in modo sintetico ed essenziale – tutti e tre i monoteismi, dando un po’ più di spazio all’ebraismo e all’islam, perché al cristianesimo-cattolicesimo, parte integrante della nostra storia e cultura, sarà dato ampio spazio negli altri temi che seguiranno.
• Cristianesimo: caratteristiche
• Cristianesimo: pilastri
• Islam: origini e storia
• Islam: caratteristiche e valori
• In dialogo
• Il punto
• Sintesi inclusiva
• Pratica#mente
• Riconoscere il valore del linguaggio religioso nell’interpretare il contesto storico-culturale in cui vivono e operano le tre religioni monoteiste del Mediterraneo.
• Dialogare con posizioni religiose e culturali diverse dalla propria in un clima di rispetto, confronto e arricchimento reciproco.
I contenuti digitali speciali

• Costruire un’identità libera e responsabile, ponendosi domande di senso.
• Sviluppare un maturo senso critico.
• Valutare la dimensione religiosa nella vita umana a partire dalla conoscenza della Bibbia.
Anche se dalla storia non appare così evidente e nemmeno dall’attualità, i tre monoteismi del Mediterraneo (ebraismo, cristianesimo e islam) hanno in Abramo un’importante radice comune Infatti, nonostante le divisioni storiche, le guerre e le varie incomprensioni reciproche, tutte e tre le tradizioni religiose riconoscono Abramo come il padre della loro fede
Siamo convinti che questa radice comune dovrebbe essere oggi sottolineata con più forza, proprio per ritrovare una forte unità fra le tre religioni. Spesso, infatti, un fondamentalismo frutto soprattutto di paura e di ignoranza nei confronti dell’altro provoca chiusure e violenze che sembrano prevalere sulle radici comuni. È sufficiente osservare l’immagine riportata accanto per comprendere che una maggiore collaborazione e rispetto tra i monoteismi è sempre possibile. Rappresenta Abramo mentre protegge amorevolmente tutte e tre le religioni monoteiste nel suo grembo.
In questo tema daremo spazio alla presentazione dei figli di Abramo privilegiando la conoscenza dell’ebraismo e dell’islam, dato che dedicheremo ampio spazio al cristianesimo più avanti.

In questa parte iniziale metteremo in risalto gli aspetti comuni ai tre monoteismi, pur non trascurando le profonde differenze che esistono di fatto tra loro. In particolare, il diverso modo di interpretare Gesù: riconosciuto dall’ebraismo come un grande maestro, ma non come il Messia atteso; dal mondo islamico visto come un grande profeta, ma meno importante di Muhammad (Maometto), il solo che porta a compimento la rivelazione di Dio.
Fondamentalismo
Modalità conservatrice e intransigente di concepire e vivere la religione, talora con forme violente di azione.
Cosa hanno in comune i tre monoteismi?
Pur essendo molte e importanti le differenze tra loro, i tre monoteismi condividono:
• la fede in un unico Dio: come creatore, misericordioso e giusto, che si è manifestato (rivelato) agli uomini;
• la fedeltà e l’importanza attribuita al libro sacro, anch’esso rivelato;
• la figura di Abramo e dei profeti;
• la concezione di una vita ispirata all’osservanza di norme etiche indicate da Dio;
• la fede e l’attesa in un aldilà
Perché tanto odio e violenza fra le tre tradizioni?
La domanda è più che giustificata perché non solo nel passato, ma anche nel presente, la storia e la cronaca ci confermano che guerre, violenze e incomprensioni fra i tre monoteismi si sono a volte manifestate, anche se spesso con motivazioni più politiche che religiose.
Si pensi, ad esempio, all’ancora non risolta questione palestinese. Per quanto riguarda le incomprensioni storiche tra le tre fedi forse sono proprio le affinità e gli aspetti comuni a determinare i contrasti. Come capita anche nella nostra vita di tutti i giorni, le incomprensioni più grandi sono spesso tra persone vicine, in particolare quando ognuno pretende di avere ragione sugli altri o crede di possedere la verità assoluta.
In questo senso è urgente un cambiamento di rotta, come auspicato da papa Francesco, nell’appello lanciato da Gerusalemme, nel 2014, di fronte ai rappresentanti delle tre religioni: «Musulmani, cristiani ed ebrei riconoscono che Abramo si fece pellegrino per intraprendere quell’avventura spirituale che lo portava verso il mistero di Dio. [...] Da questo luogo santo lancio un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo: rispettiamoci e amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace!».

Eravate già a conoscenza di Abramo come padre comune dei tre monoteismi? Perché è importante riscoprire oggi questo legame?
Rispetto all’obiezione “perché tanto odio e violenza fra le tre tradizioni?” qual è invece la vostra opinione?
« Dobbiamo allontanare dalle religioni la tentazione di diventare strumento per alimentare nazionalismi, etnicismi, populismi. Guai a chi cerca di trascinare Dio nel prendere parte alle guerre!».
(Messaggio che il card. Robert F. Prevost ha inviato all’incontro internazionale “Immaginare la pace”, Parigi, 22-24 settembre 2024)
Un’origine comune
Il mondo ha sete di pace «I conflitti sono presenti ovunque ci sia vita, ma non è la guerra che aiuta ad affrontarli, né a risolverli. La pace è un cammino permanente di riconciliazione». Papa Leone XIV saluta così alcuni rappresentanti delle diverse religioni riuniti a Roma per pregare per la pace. «Il mondo ha sete di pace; ha bisogno di una vera e solida epoca di riconciliazione, che ponga fine alla prevaricazione, all’esibizione della forza e all’indifferenza per il diritto. L’evento di oggi è la manifestazione della ferma volontà di pace, ma anche della consapevolezza che la preghiera è una grande forza di riconciliazione.»
(Leone XIV ai leader religiosi riuniti al Colosseo per l’incontro internazionale “Osare la pace”, Roma, 28 ottobre 2025)
Dopo aver introdotto a grandi linee il tema dedicato ai “figli di Abramo” in relazione ai tre monoteismi del Mediterraneo, passiamo ora a presentare gli aspetti più importanti della tradizione ebraica. Dal punto di vista cronologico e rilevanza culturale l’ebraismo è infatti la prima delle tre grandi religioni.
L’ebraismo è considerato come la più antica fede monoteista tutt’ora esistente, cioè la prima a essere storicamente documentata. Probabilmente all’inizio si trattava di una forma di enoteismo, con cioè una divinità preminente sulle altre, sviluppatosi poi in un monoteismo assoluto. Comunque, a differenza di altre forme religiose presenti nella zona della Palestina, la religione ebraica si caratterizza per la forte fede in Dio, il Signore, il cui nome santo nessun ebreo può pronunciare. Oltre alla credenza nel Dio unico, l’ebraismo si caratterizza per un patto speciale o alleanza che lega il popolo ebraico al suo Signore, e viceversa.
Il capostipite del popolo ebraico è dunque Abramo, che, secondo il racconto della Bibbia, è stato invitato direttamente da Dio a lasciare la zona in cui viveva, Ur dei Caldei (nel nord della Mesopotamia), per andare verso la terra di Canaan, promessagli da Dio. Dal libro biblico della Genesi sappiamo che il Signore suggellò un patto con Abramo, cambiandogli il nome da Abram, “padre eccelso”, in Abrahmam, “padre di una moltitudine” (Genesi 17,5).
La terra che gli è stata promessa, Canaan, è piuttosto ambita; è infatti considerata fertile e strategicamente importante, in quanto zona di passaggio tra l’Egitto e la Mesopotamia.
Proprio per questo è stata oggetto di contese e di guerre ed è finita di vol-

La Menorah Insieme alla Stella di David, la Menorah, il candelabro a sette bracci, è uno dei principali simboli dell’ebraismo. Ricorda i 6 giorni della creazione più il sabato, al centro.

Il nome di dio
Y-H-W-H è il tetragramma (una sequenza di quattro lettere) che sta ad indicare il nome santo di Dio. Secondo Esodo 3,14, quando Mosè chiese a Dio il suo nome, si sentì rispondere: Ehyeh asher ehyeh. San Girolamo, autore della Vulgata, tradusse questa espressione ebraica con «Io sono colui che sono», anche se l’originale ebraico conteneva un futuro «Sarò chi sarò». Il tetragramma biblico nasce da una declinazione alla terza persona di quanto affermato nell’Esodo. Y-H-W-H è Colui che è stato, è e sarà. Gli ebrei non pronunciano il tetragramma perché nelle Scritture non sono riportate le vocali, quindi la corretta pronuncia non è certa. Già dall’epoca pre-cristiana, durante la lettura delle Scritture e nella liturgia del Tempio di Gerusalemme, il nome veniva pronunciato A-donay, in scrupoloso ossequio al comandamento: «Non pronuncerai invano il nome del Signore, tuo Dio» (Es 20,7; Dt 5,11). Anche nel mondo cristiano-cattolico, per rispetto alla tradizione ebraica, si evita l’uso e la pronuncia del tetragramma sacro. Quest’ultimo nelle Scritture ebraiche ricorre 5372 volte e manca solo nel Cantico dei Cantici, in Ester e in Qohelet. (Da 16 Schede per conoscere l’ebraismo, a cura della CEI e UCEI, Roma 2023)
ta in volta sotto il dominio dei diversi imperi presenti nella zona. Questo determinò varie influenze culturali e religiose sull’ebraismo originario, senza però alterare gli elementi distintivi della forte fede monoteistica.
Da questo contesto religioso e culturale ebraico nascerà, dopo circa 2000 anni, il cristianesimo e, ancora più tardi, l’islam (622 d.C.), religioni che, come abbiamo visto, si riconoscono in Abramo come padre comune. La storia e la cultura dell’Occidente saranno infatti significativamente influenzate dalla vicenda religiosa ebraica.
Il tema delle origini del monoteismo ha sempre appassionato gli studiosi. Sulla scia di Freud, il fondatore della psicanalisi che agli inizi del ’900 aveva pubblicato il saggio Mosè e il monoteismo, diversi autori hanno collegato l’origine del monoteismo biblico con il culto di Aton, il dio del Sole, imposto in Egitto dal faraone Amenofi (1372-1354 ca. a.C.). Questo sovrano, che si faceva chiamare Akhenaton (dal nome del dio unico Aton), aveva operato una rivoluzione culturale e religiosa in senso monoteista, distruggendo tutte le altre divinità.

Alla morte di Akhenaton – secondo la tesi di Freud – l’ebreo Mosè (educato alla corte egiziana), dopo il periodo di servitù trascorso in Egitto, portò con sé anche l’idea egizia del monoteismo.
Secondo questa ipotesi, il monoteismo ebraico risalirebbe all’epoca di Mosè (e non di Abramo) e proverrebbe dal mondo egizio, ma altri prospettano invece che il monoteismo ebraico sia una derivazione della religione di Zoroastro (VI secolo a.C.).
L’opinione che oggi sembrerebbe però più accreditata tra gli studiosi è che la fede monoteista sia l’esito di un lungo e complesso processo storico all’interno dell’ebraismo, con influssi delle altre culture del Medio Oriente. Il periodo storico più interessato a questo processo sarebbe quello del periodo post-esilio babilonese. Fu allora che Giosia (regnante dal 640 al 609 a.C.) “riscoprì” la Legge (Torah), fece una nuova alleanza con il Signore, il Dio di Israele, e fu in questo periodo che venne fatta la prima redazione scritta del libro del Deuteronomio.
Un’alleanza mai revocata «La comunità cristiana si afferma nel contesto culturale ebraico, ma non lo sostituisce. L’alleanza con il popolo ebraico non è stata mai revocata; rappresenta una specifica testimonianza di Dio, in una storia che non finisce con la distruzione romana di Gerusalemme nel 70 d.C., ma continua fino ai giorni nostri». (Comunità monastiche cristiane di Gerusalemme)
• Si suggeriscono ricerche interdisciplinari sull’origine dell’ebraismo nel contesto delle altre religioni dell’area mesopotamica.
• Si vedano nella parte multimediale e nella Guida per il docente le varie proposte di approfondimento.
Contrariamente a quanto spesso si pensa, il Dio del Primo o Antico Testamento non è affatto burbero e autoritario, e tanto meno geloso della libertà dei suoi figli. Anzi è il fondamento e l’origine stessa della continua ricerca di libertà che caratterizza il popolo ebraico: una ricerca che inizia con la partenza di Abramo verso una terra a lui ignota e solo promessa; che continua con la faticosa uscita (esodo) dalla servitù dell’Egitto, sotto la guida di Mosè, fidandosi sempre e solo della promessa fatta da Dio ai loro padri: Abramo, Isacco e Giacobbe.
Il senso e il fondamento della ricerca di libertà che guida il popolo ebraico si trova nel patto o alleanza speciale che Dio ha stipulato con esso. Mosè, nella sua funzione di mediatore, spiega così a Israele l’alleanza fatta: «Prendo oggi a testimoni contro di voi il cielo e la terra (ossia tutto l’universo è chiamato ad essere testimone n.d.r.) : io ti ho posto davanti la vita e la morte, la benedizione e la maledizione; scegli dunque la vita, perché viva tu e la tua discendenza, amando il Signore tuo Dio, obbedendo alla sua voce e tenendoti unito a lui, poiché è lui la tua vita e la tua longevità, per poter abitare sulla terra che il Signore ha giurato di dare ai tuoi padri, Abramo, Isacco e Giacobbe» (Dt 30, 19-20).
Tra i grandi patriarchi citati da Mosè (a cui dobbiamo aggiungere lui stesso) Abramo è il primo tra tutti, riconosciuto come capostipite non solo dal popolo ebraico, ma anche da quello islamico (per via di Ismaele, il figlio della schiava). Ad Abramo Dio aveva promesso una discendenza numerosa come le stelle del cielo, anche se sia lui che la moglie Sara erano avanti negli anni e non avevano figli. Per questo Abramo, secondo l’uso del tempo e su invito della stessa Sara, pensò di avere un figlio da una loro schiava di nome Agar. Questa rimase incinta, ma da allora – come osserva il libro della Genesi – «la sua padrona non contò più nulla per lei» (16,4). La convivenza tra le due donne è sempre più conflittuale, tanto che Abramo concede a Sara di «trattare la schiava come crede». Agar, maltrattata, scappa nel deserto con il bimbo in grembo. «La trovò l’angelo del Signore presso una sorgente», invitandola «a ritornare dalla sua padrona e di restare sottomessa», promettendole che avrebbe avuto una discendenza «così numerosa da non potersi contare. Partorirai un figlio e si chiamerà Ismaele, perché il Signore ha udito il tuo lamento» (16,7-11). Ismaele diventerà il capostipite di un grande e fiero popolo del deserto: quello islamico, anch’esso proveniente da Abramo. Racconta il libro della Genesi che Agar ritornò da Abramo e partorì Ismaele. Ma anche Sara, pur essendo ormai avanti negli anni, secondo la promessa partorirà un figlio ad Abramo: Isacco, “il figlio del riso” (perché Sara aveva sorriso incredula quando il Signore aveva promesso loro un figlio). Sarà quindi Isacco, il figlio tanto atteso e amato, il diretto discendente di Abramo. Agar e Ismaele
«Io sono il Signore, tuo Dio, che ti ho fatto uscire dalla terra di Egitto, dalla condizione servile» (Es 20,2; Dt 5,6).
Perché Dio chiede ad Abramo di sacrificare Isacco?
È scritto nel libro della Genesi: «Dio mise alla prova Abramo e gli disse: “Abramo!”. Rispose: “Eccomi!”. Riprese: “Prendi tuo figlio, il tuo unigenito che ami, Isacco, va’ nel territorio di Mòria e offrilo in olocausto su di un monte che io ti indicherò» (Gen 22,1-2) Ma come è possibile – ci si chiederà - che il Signore domandi ad Abramo una cosa così terribile?
In realtà nella Bibbia non sono ammessi i sacrifici umani; anzi vengono condannati esplicitamente, pur essendo diffusi tra i vari popoli con cui gli ebrei, all’epoca, venivamo in contatto. Infatti nel momento in cui Abramo si accinge a posare il coltello sul collo di Isacco, l’angelo inviato da Dio lo chiama e gli ordina: «Non stendere la mano contro il ragazzo e non fargli niente!» (22, 12). È quindi la Bibbia stessa a dirci che il messaggio del racconto è che non si devono fare sacrifici umani e che tutto l’episodio è da interpretare come una prova a cui Dio sottopone Abramo, la cui fede risulterà incondizionata e fedele, senza limiti.
saranno costretti ad allontanarsi definitivamente dalla casa di Abramo, ma con la promessa divina che avrebbero dato origine ad un grande popolo (Gen 21,8-21).
Nella Bibbia è sempre così, solo uno tra i due (Ismaele e Isacco, Giacobbe e Esaù e tanti altri) sarà il prescelto, con dei criteri umanamente forse poco comprensibili, ma coerenti con il piano (o mistero) della salvezza. Ad Abramo stesso verrà richiesta da Dio una prova per noi assurda: il sacrificio del figlio Isacco (Gen 22,1-19). Superata la prova, sarà Isacco il secondo patriarca del popolo ebraico, che sposerà Rebecca e dalla loro unione nasceranno due gemelli: Esaù e Giacobbe. Tra i due sarà Giacobbe, con vari sotterfugi e imbrogli, che diventerà il terzo patriarca
Giacobbe

La storia di Giacobbe non è proprio esemplare, anche se poi Dio trasformerà la sua smania di protagonismo e i suoi vari abusi in una storia di salvezza. Giacobbe, figlio di Isacco e Rebecca, fratello gemello del rossiccio Esaù (il nome sta ad indicare che è “rosso e folto di pelo”) riuscirà ad ingannare il vecchio padre ormai cieco, facendosi passare per Esaù e ricevendo – grazie anche alla complicità della mamma – la benedizione della primogenitura al posto del fratello. Giacobbe poi si spostò nella Siria Mesopotamica, presso lo zio Labano, in cerca di una moglie, ma vivendo tutta l’amarezza del suo comportamento sleale nei confronti del padre e del Signore. Dopo aver fatto soffrire gli altri, Giacobbe dovrà sperimentare sulla propria pelle il dolore dell’inganno: prima da parte dello zio; poi con la guerra e l’odio scoppiato tra i suoi stessi 12 figli, con il dramma dell’esilio e la fatica della riconciliazione con il fratello Esaù. Giacobbe morirà in Egitto, in terra straniera, dove si era recato per raggiungere il suo amato figlio Giuseppe che, venduto schiavo dai suoi stessi fratelli, aveva fatto fortuna presso il faraone. Questa, in estrema sintesi, la storia di Giacobbe, fatta di miserie e di grandezza, ma da cui sono nate le 12 tribù di Israele.
Tra i grandi personaggi dell’ebraismo non si può dimenticare Mosè, l’uomo che liberò il popolo dalla schiavitù dell’Egitto e che ricevette da Dio le tavole della Legge. La sua figura è di fondamentale importanza non solo per la religione ebraica, ma anche per quella cristiana e islamica. Nella Bibbia ebraica è citato migliaia di volte, ma compare anche 80 volte nel Nuovo Testamento e in 36 delle 114 Sure del Corano. Egli rappresenta un punto di incontro per le tre grandi religioni monoteiste e il Decalogo, ricevuto sul monte Sinai, sarà alla base della morale civile di tutto l’Occidente.
Attività: Leggete nella Bibbia la storia di Esaù e Giacobbe: Genesi 25,19-34.
I figli delle schiave
Nell’antichità era previsto che in caso di sterilità della moglie ufficiale, il capo-clan potesse ricorrere ad altre mogli del suo harem per avere un figlio. Infatti nel Codice babilonese di Hammurabi, del XIII secolo a.C., si trovano due articoli - il 144 e il 146 - che legiferano sui figli avuti in questo modo, prevedendo anche che se la schiava, mettendo al mondo un figlio, si fosse eguagliata alla sua padrona, quest’ultima poteva rivalersi su di lei e punirla. Proprio come fa Sara nei confronti di Agar.
Approfondiamo ora alcuni punti caratterizzanti la tradizione ebraica che ogni buon ebreo praticante si sforza di osservare e di vivere ogni giorno. I capisaldi, ovvero le colonne su cui poggia l’ebraismo sono tre: 1. la fedeltà a Dio; 2. la fedeltà alla Torah; 3. la fedeltà al popolo e alla terra.

Dio, considerato unico e il cui nome santo non viene mai pronunciato, richiede una fedeltà testimoniata con l’osservanza di precetti, che non sono pochi. Infatti la tradizione ebraica elenca ben 613 precetti (o mitzvòt): 248 positivi e 365 negativi). I precetti “positivi” obbligano l’ebreo a compiere una determinata azione, mentre quelli “negativi” la vietano. I numeri hanno un significato simbolico: 248 sono, secondo la tradizione, le ossa del corpo umano e 365 i giorni dell’anno, ma anche i legamenti delle ossa. Un invito quindi a vivere i precetti con tutto il corpo, il cuore e la mente.
La fedeltà ai testi sacri della tradizione ebraica e ai commenti su di essi è essenziale. La parola toràh ha un duplice significato: a) insegnamento: esposizione della concezione ebraica del mondo, dell’uomo e della storia; b) direzione da seguire: esposizione dettagliata dei principi che devono guidare l’uomo nei suoi rapporti con Dio e il prossimo.

Essere fedeli al popolo e alla terra implica rispetto del patto o alleanza che Dio ha fatto con il popolo ebraico, nonché fedeltà alle sue tradizioni e attaccamento alla propria terra. Questo spiega la grande importanza data alle tradizioni, gelosamente tramandate di padre in figlio.
• Per l’approfondimento, si vedano alcuni siti internet specifici, come quello dell’UCEI (Unione Comunità Ebraiche in Italia).
Shemà Israel
Il brano biblico che segue descrive bene l’importanza che viene data alla ritualità nella vita quotidiana ebraica. Si tratta di una preghiera che è molto sentita e recitata spesso.
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
(Deuteronomio 6,4-9)
Il popolo del Libro
Cibi kasher
La tradizione ebraica considera kasher (o kosher) i cibi permessi. Le regole che riguardano il cibo formano la kasherut e sono piuttosto dettagliate. Anche se agli occhi di un non ebreo tutte queste norme possono sembrare eccessive, è bene non dimenticare che è proprio l’osservanza delle regole che ha permesso all’ebraismo di sopravvivere.

Ciò che conta nell’ebraismo è vivere e studiare la Legge (Torah), testimoniando i due aspetti inseparabili di Dio: la giustizia e la misericordia. Nel libro biblico dell’Esodo Dio è descritto come «misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà» (Es 34,6).
Tra i pilastri della vita religiosa ebraica:
1. L’osservanza rituale: è al primo posto perché l’ebraismo non è solo una religione, ma una pratica di vita. «Tutto quel che il Signore ha detto, faremo e ascolteremo» (Es 24,7), promette solennemente il popolo. Ecco perché l’osservanza scrupolosa di regole e precetti, apparentemente esagerate e fuori dal tempo, è per l’ebreo importante. Si racconta di un padre che chiese al figlio perché aveva smesso di andare da un determinato maestro. «Quando ci vado – rispose il figlio – sento parlare sempre e solo di cose di questo mondo. Parla della funzione degli organi, della digestione, di altre funzioni puramente fisiche». Ma il padre gli replicò: «Il maestro parla delle cose create da Dio e tu dici che parla di cose di questo mondo! Va’ e ascoltalo!».1

2. La memoria: il ricordo costante della promessa di Dio («tu sei il mio popolo»), ma anche dell’Alleanza sancita con Dio da parte di Israele. Fare memoria vuol dire: “non dimenticare”.
3. Lo studio della Torah, ma anche dei commenti e della tradizione. La conclusione di Hillel: «Va’ e studia!» non è una battuta ad effetto; è la forza di reagire, anche alle situazioni più tragiche, con humor e capacità critica perché questa è la volontà divina.
4. Il Sabato: Shabbàt, il giorno sacro, il settimo giorno dall’inizio della creazione, in cui il Signore si è riposato. Inizia al tramonto del venerdì ed è dedicato alla meditazione e alla preghiera soprattutto in famiglia.
5. L’attesa messianica: l’ebraismo si è sempre preoccupato più dell’aldiquà che dell’aldilà, mantenendo però viva l’attesa di un’era di felicità e di pace.
• Attività: Si suggerisce di approfondire alcuni dei punti presentati con una visita in sinagoga o, se non è possibile, con ricerche mirate.
• È consigliato un approfondimento sul ruolo del libro e dello studio nell’ebraismo. Nessuna famiglia ebrea, anche se poverissima, sottovaluta l’importanza della scuola.
Un’importanza
1 Tratto da Piero Stefani, Introduzione all’ebraismo, Queriniana, Brescia 1995.
Alla base dell’ebraismo c’è questo aforisma tratto dalle Massime dei Padri: «Non la ricerca teorica, non le disquisizioni filosofiche o erudite sono quelle che contano, ma l’azione, la traduzione in atti concreti dei principi a cui si dice di aderire».1 I presupposti di fede – come l’esistenza e l’onnipotenza di Dio e l’origine divina della Torah – non vengono imposti come dogmi da accettare acriticamente, ma piuttosto come elementi che l’individuo arriva a fare propri attraverso l’educazione, basata soprattutto sulla pratica dei precetti, detti mitswot. Si tratta di 613 precetti composti da 365 divieti e 248 doveri. Questi numeri non sono casuali ma riguardano la condizione umana: 365 quanti i giorni dell’anno, e 248 quante sono le parti del corpo umano. Ciò significa che, per tutti coloro che si riconoscono nella tradizione ebraica, ogni parte del corpo e ogni momento dell’anno devono essere tesi all’osservanza dei precetti.
L’azione dell’ebreo è focalizzata su questo mondo e – anche se la tradizione accetta l’idea che esista un altro mondo, in cui gli individui saranno retribuiti a seconda delle loro azioni – il primo obiettivo dell’ebreo, più che la vita futura, è quello di vivere da giusto su questa terra, godendo la vita come dono divino.

Si potrebbe pensare che le motivazioni di questo numero così elevato di precetti siano solo sociali o igienico sanitari, oppure una forma di deresponsabilizzazione, per non assumersi la responsabilità diretta delle proprie azioni. L’accettazione dei precetti è la conseguenza di un patto con il Signore, in cui si è accolto un principio originario, quello della qedushah (“santità come distinzione”), sulla base di quanto scritto nel libro del Levitico (19,1-2): «Il Signore parlò a Mosè e disse: “Parla a tutta la comunità degli Israeliti dicendo loro: Siate santi, perché Io, il Signore, vostro Dio, sono santo”». In questo consiste l’imitazione di Dio: nell’accettazione libera dei precetti e nella loro osservanza al preciso e unico scopo di essere distinti e consacrare ogni atto della propria giornata. Ne consegue che per l’ebreo lo studio, il rapporto con i maestri, il lavorare per il bene della comunità, sono tutti modi per rinnovare ogni giorno il rapporto con Dio.2
In questo senso lo studio è uno strumento primario dell’educazione ebraica che ha il duplice fine di conoscere la Torah e i suoi insegnamenti e, nel contempo, di diffondere ciò che si impara, perché la conoscenza non sia un privilegio di pochi e perché con l’istruzione generale si cresca nel
rispetto. L’imperativo contenuto nello Shemah (Dt 6,7 e 11,19) di ripetere e insegnare tutti i precetti è seguito in ambedue i passi dall’espressione “e ne parlerai con loro” (wedibartà bam) che, se pone l’accento su un insegnamento mnemonico (ripetere per ricordare), si caratterizza anche per «fornire ai figli un’istruzione aperta agli interrogativi». In questo senso lo studio non deve «trasmettere solo informazioni e nozioni, ma dare strumenti per la comprensione attraverso il dialogo, stimolando l’elaborazione autonoma di ciò che viene trasmesso.4 Alla base di tutto c’è, infatti, il confronto, come punto di partenza e sollecitazione alla ricerca di nuovi significati. Tutto questo spiega perché la secolare tradizione ebraica ha sempre dato molta importanza alla scuola, tanto che Maimonide (1138-1204), uno dei più importanti maestri ebraici, aveva sentenziato: «Una comunità dove non c’è una scuola sarà scomunicata». Il posto privilegiato dato allo studio ha favorito la nascita di grandi personalità, anche tra le classi più povere, come ricorda un antico detto: «Nella casa ebraica più povera, troverai sempre un vecchio che insegna a leggere a un bambino».

Grande risalto viene dato anche alla giustizia sociale e alla solidarietà
Come la maggior parte dei precetti, anche quelli che riguardano la solidarietà non sono equiparati a semplici consigli moralistici, ma attualizzati in norme che con grande precisione prescrivono i comportamenti da seguire.
L’ebraismo insegna, in modo dettagliato, il rispetto verso gli anziani, la sensibilità nei confronti della sofferenza, l’amore per la natura, l’ospitalità, la propensione alla giustizia sociale, la tutela di chi è indifeso, l’avversione alla discriminazione e al razzismo, il sostegno delle famiglie colpite da un lutto, l’assistenza ai malati, agli anziani e ai bisognosi.
Quando la Torah cerca di educare ai doveri della solidarietà per coloro che sono oppressi nella società, rammenta l’analoga situazione vissuta dagli ebrei durante la schiavitù in Egitto. I soggetti più deboli di cui parla la Bibbia sono gli stranieri, gli orfani e le vedove perché privi di supporto familiare o di chi interceda in loro favore.
Aiutare chi ne ha bisogno non è un atto di pietà, ma piuttosto un obbligo legale, un atto di giustizia (tzedaqah) che prescinde dall’amore o dalla simpatia che proviamo per le persone destinatarie del nostro aiuto. La Torah indica l’obbligo di essere caritatevoli e aiutare anche gli avversari.
• Qual è, secondo voi, il vero spirito della scuola ebraica?
• Possiamo imparare anche noi qualcosa dal metodo di studio ebraico? Se sì, cosa?
Cosa significa “popolo eletto”?
L’insieme dei precetti (mitswot) ha lo scopo di fare di Israele il popolo eletto, non nel senso che abbia degli speciali privilegi ma che abbia doveri molto più gravosi e responsabilità molto più pesanti degli altri, allo scopo di costituire una società modello, in cui le idee di uguaglianza e fratellanza di tutti gli uomini, di giustizia, di amore si traducano in atti concreti nella vita di ogni giorno.
(da Schede per conoscere l’ebraismo, p.30)
1 La citazione è tratta da Schede per capire l’ebraismo, a cura della Cei (Conferenza episcopale italiana) e Ucei (Unione comunità ebraiche italiane) 2025, p.29.
2 Schede per conoscere l’ebraismo, op.cit. p.30
3 Idem, p.30
4 Idem, p.30
La storia dei rapporti tra i cristiani e gli ebrei non è facile da sintetizzare in poche righe. La pietra miliare dell’incontro tra cattolicesimo e ebraismo, dopo secoli di rapporti non buoni, è il 13 giugno 1960 quando Jules Isaac (1877-1963), storico francese ebreo grande sostenitore dell’amicizia ebraico-cristiana, e Giovanni XXIII (1881-1963), il papa del Concilio Vaticano II (1962-1965), si incontrarono: lo studioso affidò al papa un dossier su cui si lavorò fino all’approvazione della Dichiarazione conciliare Nostra Aetate (1965), un documento innovativo che cambiò i rapporti tra la Chiesa cattolica e le religioni non cristiane.1 Il Concilio Vaticano II ha indicato la via da seguire per promuovere una profonda fraternità tra ebrei e cristiani. Ma un lungo cammino resta ancora da percorrere. Il primo documento della Pontificia Commissione per le Relazioni Religiose con l’Ebraismo (1974) afferma: «Il problema dei rapporti tra ebrei e cristiani riguarda la chiesa come tale, poiché è “scrutando il suo proprio mistero” che essa è posta di fronte al mistero di Israele. (…) Inoltre ha una implicazione ecumenica: il ritorno dei cristiani alle sorgenti e alle origini della loro fede, innestata sull’antica alleanza, contribuisce alla ricerca dell’unità in Cristo, pietra angolare».2 A livello di Chiesa universale, la Commissione per le relazioni con l’ebraismo, collegata al Segretariato per l’Unità dei cristiani (oggi Dicastero per la Promozione dell’Unità dei Cristiani), aveva lo scopo di promuovere il dialogo con le altre Chiese cristiane attraverso iniziative e incontri ecumenici, coinvolgendo in questo cammino anche le chiese locali, ma anche di stimolare e promuovere, secondo gli orientamenti del Concilio, rapporti interreligiosi in particolare con l’Ebraismo.

Quando un papa chiede perdono
«Dio dei nostri padri, Tu hai scelto Abramo e la sua discendenza perché il tuo Nome fosse portato alle genti: noi siamo profondamente addolorati per il comportamento di quanti nel corso della storia hanno fatto soffrire questi tuoi figli, e chiedendoti perdono vogliamo impegnarci in un’autentica fraternità con il popolo dell’alleanza».
Nel 1964 papa Paolo VI (1897-1978) si recò in pellegrinaggio in Terra Santa; fu il primo storico viaggio di un pontefice nei luoghi biblici. A partire da quegli anni vi fu un cambiamento di atteggiamento e visione nei confronti dell’ebraismo3 e da entrambe le parti furono pubblicati molti documenti per promuovere il dialogo ebraico-cristiano. Si rimane dolorosamente colpiti dalla perdurante diffusione delle varie forme di antisemitismo/antigiudaismo
È chiaro che secoli di incomprensioni, pregiudizi e rivalità reciproche non si possono cancellare in poco tempo. Ma occorre continuare a credere nel dialogo e lavorare insieme in nome di quel rapporto unico che lega il cristianesimo all’ebraismo. Il cammino continua.
Per approfondire i vari documenti citati si veda: http://www.christianunity.va/content/unitacristiani/it/commissione-per-irapporti-religiosi-con-l-ebraismo.html, www.ccjr.us.
(Preghiera che Giovanni Paolo II ha deposto tra le pietre del Muro del Pianto a Gerusalemme, 26 marzo 2000)
Dialogo e impegno
«Dobbiamo conoscerci a vicenda molto di più e molto meglio. Perciò incoraggio un dialogo sincero e fiducioso tra ebrei e cristiani: solo così sarà possibile giungere ad un’interpretazione condivisa di questioni storiche ancora da discutere e, soprattutto, fare passi avanti nella valutazione, dal punto di vista teologico, del rapporto tra ebraismo e cristianesimo.»
(Benedetto XVI, Colonia, 19 agosto 2005)
1 Cf. Schede per conoscere l’ebraismo, op. cit., p.91.
2 Idem, p.91
3 Idem, p.91
«Mai più» sono le parole di Primo Levi, scritte nella lapide all’ingresso del block italiano del campo di Auschwitz, triste emblema dei frutti nefasti dell’antisemitismo e di ogni forma di pregiudizio e intolleranza. L’antisemitismo, come il razzismo, la xenofobia, la paura del diverso sono tanti mostri, sempre pronti a rinascere, magari proprio quando si pensa che siano stati sconfitti per sempre. Invece sono sempre dietro l’angolo, nelle pieghe più nascoste di noi stessi, pronti a ripresentarsi con il loro tragico seguito di segregazioni, lutti e morti, come la storia ci ha insegnato. Purtroppo sono sempre vivi e attuali, alimentati dalla paura nei confronti dell’altro, dello “straniero”, del “diverso da me… Una paura frutto soprattutto di ignoranza e insicurezza che sono dentro ognuno di noi e – se non riconosciute e tenute a bada – sono sempre pericolose. Spesso vengono camuffate dietro belle parole o dichiarazioni solenni, che a volte nascondono un problema non risolto, potenzialmente pericoloso. Anche il linguaggio è spesso un chiaro segnale di questo pericolo: certe espressioni sono socialmente pericolose. Quando dal capo di una nazione potente, con in mano i destini di interi popoli, si sente etichettare come rubbish (“spazzatura”) una persona o un intero popolo, vengono i brividi perché si capisce al volo che certi mostri del passato non sono affatto sconfitti e certe pericolose forme di intolleranza e discriminazione possono sempre ripresentarsi. Eppure, la scritta “Mai più” campeggia all’ingresso di un campo di sterminio, Auschwitz, teatro del massacro di tantissime persone innocenti, colpevoli di essere ritenute di una “razza inferiore”. Gli ebrei, più di altri, hanno vissuto sulla propria pelle in modo tragico come pregiudizi secolari, accuse storicamente

« MAI PIÙ! Visitatore, osserva le vestigia di questo campo e medita; da qualunque paese tu venga, tu non sei un estraneo. Fa’ che il tuo viaggio non sia stato inutile, che non sia stata inutile la nostra morte. Per te e per i tuoi figli, le ceneri di Auschwitz valgono di ammonimento: fa’ che il frutto orrendo dell’odio di cui hai visto qui le tracce, non dia nuovo seme, né domani né mai».
(Primo Levi, lapide posta nel block italiano ad Auschwitz)
L’ingresso del
di concentramento di
infondate ma diffamanti, luoghi comuni possono innescare forme di antisemitismo e addirittura portare alla Shoah, quella tragedia immane che ha insanguinato il XX secolo. Ma non si deve mai dimenticare che prima di arrivare a questa tragedia assurda erano stati tanti i segnali – e quasi sempre nell’indifferenza generale – che annunciavano queste stragi, come le leggi razziali (in Italia promulgate nel 1938 dal governo fascista di Mussolini). Anche allora ai più sembrò che tanta assurdità e cattiveria nei confronti degli ebrei e dei tanti considerati “diversi” (handicappati, nomadi, omosessuali, pacifisti cristiani, avversari politici…) fosse impossibile da mettere in atto. Eppure la Shoah, pur nella sua unicità immane, fa parte della nostra storia moderna e ci avverte che qualcosa di altrettanto terribile potrebbe ancora accadere, basta avere la capacità critica di leggere il presente con occhi e cuore attenti. Purtroppo non è vero che la storia è maestra. Altri stermini di massa, altri crimini contro l’umanità accadono ancora e continuano a essere perpetrati nel mondo a danno di popolazioni innocenti.

Prima pagina del Corriere della Sera che annuncia l’approvazione delle leggi razziali in Italia durante il fascismo, 11 novembre 1938.
A questa domanda così rispondeva – con molta lungimiranza – Tullia Zevi, prima donna presidente dell’Unione delle Comunità ebraiche in Italia, alla vigilia del nuovo millennio, in cui si riponeva tanta speranza di pace: «Una società civile deve difendersi, insegnando il rispetto e investendo molto sulla scuola. Non basta parlare di tolleranza, occorre educare al rispetto di tutti. Far capire che è rosso sia il sangue d’un bianco che quello di un nero; educare ad apprezzare l’uguaglianza della razza umana, della nostra specie. Oggi bisogna insegnare e difendere l’etica della vita. E poi anche punire quanti vìolano i principi fondamentali di una società. Ma questo oggi è forse più complicato: infatti, in una società complessa come la nostra, qualsiasi angolo può nascondere un focolaio di violenza; anzi, ogni angolo può anche perfino diventare tale». Molto del lavoro per combattere il mostro ricorrente dell’antisemitismo e di ogni forma di intolleranza passa proprio per la scuola. Perché certi mostri si combattono solo nel profondo della coscienza, educando le persone ad essere umane.
PAROLE DA CONOSCERE
• Israeliano: Il termine indica esclusivamente un cittadino dello Stato d’Israele, la cui fondazione risale al 1948. Non tutti gli ebrei sono perciò israeliani, né tutti gli israeliani sono ebrei. I cittadini israeliani sono circa il 73,9% della popolazione (dati del 2021).
• Antigiudaismo: ostilità di matrice soprattutto religiosa cristiana che vede nell’ebreo il deicida e l’ostinato negatore del Messia. Un fenomeno che ha il suo apice nel Medioevo e nella prima parte dell’epoca moderna.
• Antisemitismo: avversione nei confronti dell’ebreo, più di stampo sociale che religiosa. Teorizza un comportamento di disprezzo, discriminazione e persecuzione contro tutti gli ebrei, in alcuni casi violento, come nella Shoah. L’antisemitismo è sempre basato su stereotipi e pregiudizi.
• Fate una ricerca sui principali luoghi comuni (espressioni proverbiali, detti, barzellette o altro) che hanno come riferimento gli ebrei, o coloro che in qualche modo sono considerati diversi dalla società.
• A vostro avviso, quali gruppi di persone (o popoli) oggi sono oggetto di atteggiamenti persecutori?
• Antisionismo: il termine non richiama necessariamente l’antisemitismo e non può essere applicato a tutti quelli che criticano l’operato politico dello Stato d’Israele. Ma può essere usato in modo ambiguo, con significato spregiativo e generalizzato.
Dopo l’ebraismo presentiamo anche il cristianesimo e l’islam, così da dare una visione unitaria dei tre monoteismi del Mediterraneo. Del cristianesimo però – che fa parte integrante del patrimonio storico-culturale dell’Italia – avremo occasione di parlare in modo ampio più avanti.
La tradizione cristiana che affonda le proprie radici nell’ebraismo si differenzia da esso fin dai primi decenni, assumendo una propria autonomia. Ma è indubbio che la radice ebraica rimarrà sempre nel DNA del cristianesimo, legame questo sempre più riconosciuto e rivalutato.
Il cristianesimo è storicamente il secondo monoteismo del Mediterraneo, anche se è la prima religione al mondo per numero di fedeli. Si fonda sul messaggio dell’ebreo Gesù di Nazaret, riconosciuto dai suoi seguaci come il Cristo, cioè il Messia atteso e come il Signore, il Figlio di Dio, secondo la dottrina cristiana della Trinità (un Dio unico in tre Persone uguali e distinte), così come proclamato nel credo o simbolo cristiano.
Il centro del messaggio cristiano non consiste in una serie di verità astratte, né in una forma di morale o di filosofia di vita. Il centro è una persona: Gesù Cristo, crocifisso e risorto. È questo il cuore del messaggio, come insegnano i Vangeli, le comunità ecclesiali e i tanti testimoni cristiani di ieri e di oggi.
Secondo la fede cristiana, Gesù in quanto “Cristo” ha fatto conoscere (ha “rivelato” o “tolto il velo”, nel linguaggio teologico) il mistero di Dio, mostrandolo come “comunità d’amore” (Trinità) e invitando a lavorare insieme per realizzare un mondo di giustizia e di pace È difficile pensare alla storia del pensiero umano e alla nostra civiltà occidentale senza il cristianesimo. Parole fondanti come “fratellanza”, “solidarietà”, “impegno”, “futuro”, “speranza” e “risurrezione” sarebbero incomprensibili senza il riferimento al Cristo e al suo messaggio.
Sotto il segno della Croce
« Cristo non appartiene solo al cristianesimo, ma al mondo intero».
(Mahatma Gandhi)
• Un importante autore cristiano, Arturo Paoli, scriveva: «Cristo non ci ha lasciato una religione, ma la sua persona». Cosa intendeva dire?
• Perché il pensiero umano, filosofico e letterario in generale, e lo stesso Occidente non possono ignorare l’insegnamento cristiano?

Questione di un... incontro
«L’incontro con Gesù risorto e il suo messaggio è il cuore della fede; per questo il cristianesimo non può essere considerato soltanto un’istituzione, un’etica e nemmeno un’organizzazione benefica o assistenziale. Al centro di tutto c’è la fede in Gesù Cristo: colui che ha fatto conoscere (rivelato) agli uomini il vero volto di Dio che – secondo i Vangeli – si identifica con il volto dei fratelli più disagiati e messi ai margini».
(Piero Ottaviano, I fondamenti del cristianesimo, Leumann, 2005)

Il cristianesimo, nelle sue varie manifestazioni storiche (Cattolicesimo, Chiese ortodosse, mondo protestante), si caratterizza per tre punti basilari che lo differenziano da tutte le altre religioni: Vediamoli brevemente.
1. La Trinità è un concetto difficile da spiegare e comprendere razionalmente, per questo considerato un mistero. Il «Credo» professa che Dio è uno, ma in tre Persone, uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo, che insieme danno vita ad un’unica «comunità d’amore». Per la teologia cristiana, Dio non solo è un grande mistero di fede, ma anche l’immagine stessa dell’amore: le tre Persone divine sono infatti legate da un amore che circola ininterrottamente – per l’eternità – tra il Padre, il Figlio e lo Spirito, donandosi e accogliendosi a vicenda. Nella prospettiva del credente, l’amore è una qualità divina che deve essere accolta e vissuta, pur con tutti i limiti umani.
2. L’incarnazione è il secondo pilastro del cristianesimo, non meno importante. Scrive Giovanni all’inizio del suo Vangelo che «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1,14). Il “Verbo”(cioè la “Parola” eterna e infinita; logos in greco e Verbum in latino) è Gesù Cristo, il Figlio di Dio, che si è «incarnato» nel grembo della Vergine Maria. Il mistero dell’«incarnazione» spiega anche perché il cristianesimo è molto attento a tutto ciò che è umano, in particolare alle persone più povere e deboli.
Trinità
La formulazione del dogma (o verità di fede) della Trinità divina (Dio unico in tre persone) è avvenuta in modo graduale nei primi secoli della cristianità, definita dai concili di Nicea (325) e Costantinopoli (381). Insieme alla fede in Gesù Cristo fatto uomo, morto e risorto, il concetto trinitario fa parte del “Credo” cristiano, condizione essenziale per essere parte delle Chiese cristiane (ecumenismo).


3. La risurrezione: se entrate in una qualsiasi chiesa cristiana dove si sta celebrando l’eucaristia, subito dopo la consacrazione del pane e del vino sentirete proclamare: «Annunciamo la tua morte, Signore; proclamiamo la tua risurrezione, nell’attesa della tua venuta». Questa formula sintetizza il messaggio cristiano che pone al centro la fede nella risurrezione del Cristo. La morte di Gesù, un fatto storicamente avvenuto («patì sotto Ponzio Pilato»), non ha posto fine alla sua vita e alla sua predicazione: infatti, «è risorto il terzo giorno», come anticipato dai profeti e come Gesù stesso aveva promesso ai suoi discepoli. La risurrezione è talmente centrale nel cristianesimo che san Paolo, il grande “missionario” del Vangelo, scrive ai Corinzi: «Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede. Invece, Cristo è risorto dai morti. In lui tutti riceveranno la vita» (Prima lettera ai Corinzi 15,17.20.22). Il cristianesimo ha introdotto un grande cambiamento non solo nella storia delle religioni, ma anche in quella dell’umanità, tanto da divi-
Il “Dio con noi”
«Oggi siamo seduti, alla vigilia di Natale, noi, gente misera, in una gelida stanzetta, il vento corre fuori, il vento entra. Vieni, buon Signore Gesù, da noi, volgi lo sguardo: perché tu ci sei davvero necessario». (Bertolt Brecht)
dere le epoche storiche in due parti: prima e dopo Cristo. Non solo per i cristiani, ma per la stessa società civile il messaggio di Gesù ha inciso in profondità, nonostante i limiti e le contraddizioni di coloro che lo testimoniavano. Infatti, l’annuncio che Dio si è fatto uomo in Gesù Cristo, che la Trinità divina è “comunità d’amore”, che tutti gli esseri umani sono fratelli e sorelle tra loro perché figli e figlie dello stesso Padre (concetto di fratellanza universale) e che persino la morte – grazie alla risurrezione di Cristo – non avrà l’ultima parola, tutto questo ha rivoluzionato non solo la vita dei credenti, ma anche la cultura e la civiltà degli ambienti in cui si è diffuso. Gran parte dell’arte, dell’architettura, della musica e delle espressioni culturali dell’Occidente sono state ispirate da questo messaggio. Non c’è città o zona dell’Italia, ma anche dell’Europa e non solo, che non ricordi questa presenza, con i tanti monumenti artistici e le numerose testimonianze storiche e culturali, di ieri e di oggi. La carità cristiana ha dato forma e spessore alla nostra vita civile, costruendo ospedali per gli ammalati e ospizi per i pellegrini e i poveri, e ancora oggi, attraverso le varie organizzazioni caritative e di volontariato, ci testimonia questo impegno e attenzione costante nei confronti di chi fa più fatica a vivere.
Simbologia cristiana
Il monogramma di Cristo è tra i più antichi simboli cristiani. È formato dalle iniziali greche di Cristo: X (chi) e P (rho). È frequente trovarlo circondato da una ghirlanda e, al posto delle colombe, la prima (α) e l’ultima lettera (ω) dell’alfabeto greco.
Il pesce è un acronimo usato dai primi cristiani per indicare Gesù Cristo. Nella grafia greca del tempo ichthùs è la traslitterazione in caratteri latini della parola greca ΙΧΘΥΣ («pesce») che sta per: I (Jesus, Gesù), Ch (Christòs, Cristo), Th (Theoù, di Dio), U (Uiòs, Figlio), S (Sotér, Salvatore), ovvero Gesù Cristo Figlio di Dio Salvatore



Il più antico annuncio cristiano
Il brano riportato accanto è forse il più antico annuncio cristiano (in greco kerygma) che troviamo nella Bibbia, nella Prima lettera ai Corinzi, scritta da san Paolo nel 56 o 57 d.C. utilizzando probabilmente un’antica formula catechistica preesistente.
• Conoscete monumenti che testimoniano la presenza cristiana nella zona in cui vivete? Sceglietene uno e raccogliete informazioni.
• San Paolo scrive che “senza la risurrezione sarebbe vana la fede cristiana”: che cosa intende dire?
«A voi ho trasmesso, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto, cioè che Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture e che fu sepolto e che è risorto il terzo giorno secondo le Scritture e che apparve a Cefa (Pietro) e quindi ai Dodici. In seguito apparve a più di cinquecento fratelli in una sola volta: la maggior parte di essi vive ancora, mentre alcuni sono morti. Inoltre apparve a Giacomo, e quindi a tutti gli apostoli. Ultimo fra tutti apparve anche a me come a un aborto».
(1Cor 15,3-8)
Dopo l’ebraismo e il cristianesimo, presentiamo brevemente l’islam, l’ultimo in ordine cronologico dei grandi monoteismi del Mediterraneo, la cui importanza tra le religioni come numero di aderenti nel mondo è in crescita. L’espressione araba Allāh akbar («Allah è grande!») sintetizza bene l’islam perché sottolinea la fede assoluta nell’unico Dio (Allah). Il termine che indica «Dio» in arabo è composto dalla parola Ilah («Dio») e dall’articolo al («il»): quindi «il Dio», che corrisponderebbe al nostro «Iddio». Si tratta della traduzione di un termine che comunemente viene utilizzato per indicare l’Assoluto, il Trascendente o il «Totalmente altro», non diverso dalla traduzione inglese God o francese Dieu.
Purtroppo l’uso distorto che il terrorismo islamista ha fatto di questa bella espressione di fede (Allāh akbar) l’ha resa odiosa, soprattutto in Occidente, dove viene assimilata troppo spesso all’idea di terrore e di morte. Le numerose stragi rivendicate dai terroristi «in nome di Allah» causano a molti la difficoltà ad abbinare l’espressione al nome santo di Dio. È però bene ricordare che si tratta di un abuso, come rivendica il grande imam del Cairo: «Non si può tirare in ballo Dio a sproposito! Il nome di Dio è pace e non morte e terrore».

L’islam nasce nel VII sec. d.C. quando il profeta Muhammad (Maometto) riceve da Allah per mezzo dell’angelo Gabriele la rivelazione divina, contenuta nel Corano. Il temine islam significa «abbandono, sottomissione a Dio». L’islam si è diffuso molto rapidamente; già alla morte del Profeta (632 d.C.) il territorio
islamista
L’aggettivo “islamico” è neutro e non ha connotati violenti: indica chi aderisce all’islam come fede religiosa.
“Islamista”, invece, si riferisce a chi fa un uso politico dell’islam, compresi quei gruppi che si appellano alla religione per compiere azioni terroristiche.
L’Hilal, simbolo dell’islam
La mezzaluna (o Hilal) è il simbolo dell’islam. Ricorda il calendario lunare (che regola la vita religiosa dei credenti), il deserto e le stelle (per orientarsi).

Un libro dettato
islamico comprendeva la Penisola Arabica, con i centri della Mecca e Medina; nei decenni successivi, sotto i primi califfi elettivi (Abu Bakr, Omar, Othman, Ali) iniziò una rapida espansione, conquistando vasti territori in Medio Oriente, Nord Africa e Spagna, ponendo le basi per l’impero islamico.
Tra gli aspetti più importanti e caratterizzanti dell’islam è bene mettere in risalto il valore dato alla comunità (umma) e all’osservanza delle regole: la legge rituale (shar’ia) rappresenta infatti la volontà di Dio, in quanto basata sul Corano e la Sunna («la tradizione»), le parole e i detti del Profeta.
La sintesi dell’insegnamento e dei doveri previsti per il fedele islamico è racchiusa in quelli che tradizionalmente vengono chiamati i cinque pilastri dell’islam:
1. La professione di fede (shahada): «Non c’è Dio all’infuori di Allah, e Muhammad è il suo Profeta». Questa professione è il tawhid, il punto di osservazione islamico sulla vita e l’universo.
2. La preghiera rituale (salah): viene fatta cinque volte al giorno e indica, anche visivamente, che la fede significa «sottomettersi» (islam) e prostrarsi davanti a Dio.
3. Il digiuno (sawm): quello rituale, più noto e praticato, è nel mese di Ramadan. Consiste nell’astenersi da ogni cibo e bevanda e anche dai piaceri (tabacco, profumi, sesso ecc.) dall’alba fino al tramonto; vi è obbligato ogni musulmano che abbia raggiunto la pubertà. Sono previste eccezioni in caso di malattia, maternità e altro. Si interrompe il digiuno con un pasto abbondante alla sera, vissuto come momento di gioia. Il Ramadan è il mese in cui ogni musulmano è particolarmente invitato a praticare la preghiera, a sopportare le avversità, a recitare il Corano, a impegnarsi per i più bisognosi. Per tutti i musulmani che si trovano in un paese straniero è anche un’occasione per valorizzare e ritrovare le proprie tradizioni e identità.
4. L’elemosina legale (zakat): non deve essere confusa con l’elemosina, fatta volontariamente e per generosità. In realtà è un sistema di tassazione rituale, considerato un dovere e un obbligo sociale. Infatti per ogni buon musulmano tutto ciò che si possiede appartiene a Dio, e i poveri partecipano della proprietà e dei guadagni degli altri, avendo il diritto di esigerne una parte. L’elemosina è il segno esteriore, concreto, della benevolenza, della misericordia e della compassione che ogni credente dell’islam deve dimostrare verso i propri fratelli.
5. Il pellegrinaggio (hajj): per chi ne ha la possibilità, è prescritto un pellegrinaggio alla città santa de La Mecca, almeno una volta nella vita. Questo è un grande momento di unità per l’islam e si svolge nell’ultimo mese lunare. I pellegrini si rivestono di un lungo abito bianco, senza cuciture (che simboleggia l’abolizione delle differenze di razza e di condizione sociale), e poi compiono i vari riti previsti nel pellegrinaggio.
• Dei Cinque Pilastri quale colpisce di più la vostra attenzione? Secondo voi qual è quello più difficile da mettere in pratica?
• Confrontate le vostre risposte con persone di religione islamica (coetanei, ma anche adulti).
Perché il Ramadan è importante?
Nella tradizione islamica il Ramadan è il mese della rivelazione, della sapienza, della formazione spirituale e anche del digiuno. Attraverso l’astinenza il credente è chiamato a purificare il corpo e l’anima e a dare più importanza agli aspetti spirituali. In questo mese – il nono del calendario lunare – è stato rivelato il Corano e quindi tutti i musulmani del mondo sono invitati a ricordarsi di Dio e dei fratelli più bisognosi.

Una visione distorta
«All’islam si attribuiscono una moltitudine di caratteristiche negative, con l’utilizzo di concetti spesso deviati, se non del tutto falsi. È il caso del termine Jihad, collegato alla guerra santa, ma che invece indica lo sforzo dell’individuo contro se stesso, contro la negatività, per tendere verso il rispetto delle regole. Emblematico anche l’esempio della violenza sulle donne, con cui l’islam viene stigmatizzato, ma che non rappresenta affatto la visione del credente. L’islam ritiene che le donne siano nate dalla stessa anima dell’uomo e ha favorito una visione decisamente più paritaria, prevedendo per loro l’uguaglianza di fronte agli obblighi religiosi e una lunga serie di diritti non previsti in altre religioni, fra i quali quelli sull’indipendenza economica, l’istruzione, la libertà di scegliere il marito, l’eredità ecc.».
(Mohammad Khalil, cittadino italiano di origine palestinese)
Dopo aver presentato i cinque pilastri, vediamo ora i sei articoli del Credo islamico che caratterizzano
l’islam:
1. Credere in Dio (in arabo Allah). Dio è unico, creatore e giudice, guida e sostegno, conservatore e distruttore, «clemente e misericordioso», come indica il Corano all’inizio delle sure (o capitoli). Allah è invocato con i 99 «bei nomi divini» sgranando il rosario islamico (subha). Muhammad (Maometto) è il suo grande Profeta.
2. Credere nell’esistenza degli angeli, dei demoni e dei ginn. Gli angeli sono i messaggeri di Dio, esseri soprannaturali fatti di luce, intermediari tra Dio e gli uomini. Tra i loro compiti c’è quello di registrare tutte le azioni buone e cattive, che saranno svelate al momento della morte. I demoni sono esseri che tentano i malvagi e tormentano chi non crede: il loro capo è al-Shaytan (Satana) o Iblis, un angelo decaduto che inganna l’uomo. I ginn sono spiriti sottili, delle forze –buone o cattive – che l’essere umano non può controllare e che influenzano la sua vita.


3. Credere nei libri indicati nel Corano come provenienti da Allah (la Toràh, i Salmi, il Vangelo): ma solo il Corano contiene in forma integrale la parola di Dio.
4. Credere nella missione profetica affidata a Maometto e ai messaggeri di Allah inviati prima di lui, tra i quali sono riconosciuti: Adamo, Noè, Abramo, Ismaele, Isacco, Giacobbe, Mosè, Salomone, David, Gesù. Maometto è però ritenuto il sigillo definitivo e universale, l’ultimo dei profeti
5. Credere nell’esistenza di una vita dopo la morte: ogni essere umano sarà giudicato e premiato con il paradiso o condannato all’inferno. Già al momento della morte, ogni defunto subirà il giudizio degli angeli Nakir e Munkar, che gli manifesteranno tutte le azioni buone o malvagie compiute in

« L’inchiostro dei sapienti vale più del sangue dei martiri».
(Detto o hadith del profeta Maometto)
vita. Dopo la risurrezione finale e il giudizio universale, ciascuno sarà definitivamente condannato o salvato.
6. Credere nella predestinazione: tutto ciò che avviene di bene e di male è conosciuto e voluto da Dio (Allah), senza che ciò escluda la responsabilità dell’uomo.
Tra gli aspetti principali dell’islam ricordiamo la grande rilevanza data da sempre al sapere e quindi anche alla scuola. Un Detto del Profeta afferma: «La ricerca della conoscenza è un dovere sacro imposto ad ogni musulmano. Va’ alla ricerca della conoscenza, fosse anche in Cina!». Non dimentichiamo che grazie alle traduzioni in arabo sono arrivate fino a noi le opere dei grandi filosofi greci e dei massimi sapienti dell’antichità; inoltre sappiamo che provengono dal mondo islamico tante scoperte scientifiche, astronomiche, matematiche, mediche, ingegneristiche di fondamentale importanza per l’umanità.
«I credenti sono
Questo versetto del Corano esprime bene il forte senso di appartenenza alla comunità (Umma) che è espressa da ogni musulmano: concetto fondamentale nell’islam è l’unità e la solidarietà tra i musulmani, al di là di razza, lingua o cultura. L’Umma ha una dimensione sia religiosa sia sociale, volta a garantire armonia tra i suoi membri. Esiste inoltre una fratellanza universale che include tutta l’umanità.
La moschea è il luogo sacro dell’islam. Il nome deriva da masğid, che significa «il luogo in cui ci si prostra». La prima moschea fu fondata dal profeta Muhammad quando giunse a Medina. Ogni moschea ha questi elementi indispensabili:
● fontane per le abluzioni;
● nicchia (mihrāb) che indica la direzione della Ka‘ba (qibla), un’antica costruzione cubica situata all’interno della più sacra moschea dell’islam, quella della città santa de La Mecca;

Il velo e la donna
Il Corano raccomanda alle donne di vestire in modo adeguato e di indossare il velo (hijab) per distinguersi (v. 33,59), ma non prevede l’obbligo di coprirsi totalmente il volto e il corpo.
Tuttavia questa usanza, piuttosto diffusa nel mondo islamico, che presenta varie forme di velo, si deve ad antiche abitudini locali che sono state codificate dalla sunna («tradizione») e ufficializzate in alcune scuole islamiche. Soprattutto l’uso del velo integrale (burqa e niqab) è «un’abitudine che non ha nulla a che fare con la religione», come dichiara il grande imam dell’università del Cairo.
● pulpito (minbar) è utilizzato nelle moschee durante la preghiera del venerdì o in altre occasioni speciali. È una piattaforma elevata da cui l’imām pronuncia il sermone (hutba) prima della preghiera. Solitamente, è situato vicino alla mihrāb. Il minbar simboleggia l’autorità spirituale e l’importanza della predica nella comunità musulmana;
● minareto (manāra) da cui viene “lanciato” il richiamo alla preghiera (adān), ed è caratteristico ma non indispensabile.
● La zāwiya è un luogo di culto e insegnamento religioso particolarmente associato al sufismo, la corrente mistica dell’Islam. È spesso una piccola struttura o un complesso utilizzato dai sufi come centro spirituale per pratiche religiose, insegnamento e meditazione. . . .
• Nei sei punti del Credo islamico illustrati vi sono aspetti che vi sembrano comuni ai cristiani? Quali differenze invece notate?
È comunque vero che, in alcune zone geografiche del mondo islamico, la donna è vittima di una società maschilista, che tende a renderla invisibile anche da un punto di vista sociale, politico ed economico.
Essere donna nell’Islam
Non è affatto facile sintetizzare in poche righe il dialogo tra cristiani e musulmani perché sono molti i fattori (religiosi, sociali, culturali, politici, economici, storici) che lo condizionano.
Alterne vicende hanno caratterizzato il confronto tra queste due grandi tradizioni religiose lungo la storia: numerosi momenti di positiva convivenza si sono succeduti ad altrettanti di scontro aspro e violento, dove ciascuno considerava “verità” solo quella presente nella propria religione, ritenendo pregiudizialmente “falsa” quella dell’altro.
Dal punto di vista religioso entrambe:
1. si considerano religioni universali, non limitate a una zona geografica o cultura;
2. fanno riferimento a rivelazioni precedenti;
3. rivendicano una rivelazione definitiva: per i cristiani Gesù Cristo come Parola incarnata di Dio, per i musulmani il Corano come parola di Dio e Muhammad come ultimo dei profeti;
4. pongono alla base della rispettiva rivelazione l’unico Dio: per i cristiani unità di comunione nella Trinità, incarnato nel Figlio, per i musulmani un Dio trascendente assoluto, che non ha niente a che fare con la corporeità;
5. possiedono un “libro” sacro: per i cristiani la Bibbia (Antico e Nuovo Testamento), “ispirata” da Dio a scrittori umani, per i musulmani il Corano, parola diretta di Dio “rivelata” al Profeta.

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) segna una svolta decisiva dal punto di vista cattolico, anche per quanto riguarda il rapporto con le altre religioni. La Chiesa si apre al mondo con un atteggiamento di fiducia, scoprendosi parte di un progetto di salvezza. Le altre religioni non sono più viste come antagoniste ma come parte di questa salvezza divina. Tra i documenti del Concilio rimangono fondamentali quelli sulla libertà religiosa (Dignitatis humanae) e sulle religioni non cristiane (Nostra aetate). Per quanto riguarda i musulmani, il Vaticano II ne parla esplicitamente in due contesti: nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa Lumen gentium, (al n.16) e nella Nostra aetate (al n.3).
Per attuare le indicazioni del Concilio, nel 1964 papa Paolo VI istituì il Segretariato per i non cristiani, che nel 1988 divenne Pontificio consiglio per il dialogo interreligioso e nel 2022 Dicastero per il dialogo interreligioso
Un importante contribuito al dialogo cristiano-musulmano è stato dato dal magistero dei pontefici negli ultimi decenni: la convocazione del Concilio Vaticano II da parte di Giovanni XXIII; l’opera del successore Paolo VI, che ha portato avanti lo spirito conciliare; i numerosi viaggi pastorali di Giovanni Paolo II; le convinzioni di Benedetto XVI sul dialogo interreligioso; la sincera amicizia per il mondo musulmano dimostrata da Francesco, fino alle prime dichiarazioni di Leone XIV. La linea seguita dai pontefici che si sono succeduti dalla seconda metà del Novecento è stata sempre quella tracciata dai documenti del Concilio Vaticano II.
Di recente, il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune, firmato ad Abu Dhabi da papa Francesco e dal Grande Imam di al-Azhar Ahmad al-Tayyib il 4 febbraio 2019, è da ritenersi assai importante, sia per il metodo sia per i contenuti, nella promozione del dialogo interreligioso, in particolare tra musulmani e cristiani. Con esso le due personalità dichiarano di impegnarsi a nome dei rispettivi fedeli «a lavorare “insieme” e a proporre passi concreti per raggiungere la pace e la convivenza», in base alla comune fede in Dio che rende tutti gli esseri umani uguali di fronte al Creatore e quindi fratelli tra loro.
Il fondamentalismo non è solo islamico
Il termine “fondamentalismo” nasce nel contesto del cristianesimo protestante americano nei secoli XIX-XX: «La Bibbia è verbalmente ispirata e quindi non contiene errori» si legge in The Fundamentals pubblicato nel 1909. Oggi il termine indica il prendere alla lettera e applicare a tutti i campi (politico, sociale, scientifico) i testi sacri della propria fede, rifiutando ogni forma di interpretazione critica: il fondamentalismo dunque impone la propria visione religiosa, giudicando quella degli altri come blasfema. Purtroppo in questi ultimi periodi storici il fondamentalismo islamico ha catalizzato l’attenzione, prendendo a volte il sopravvento sull’islam più moderato; ma il virus estremamente pericoloso di una visione integralista della fede è purtroppo presente anche in altre tradizioni religiose in tutto il mondo.

• Si consiglia di approfondire in classe il discorso sul dialogo chiedendo agli alunni di esplicitare ciò che pensano magari con la tecnica del brainstorming, scrivendo alla lavagna la parola “islam”. Sarà poi compito dell’insegnante riprendere alcune delle tematiche emerse. Pensiamo che sia molto importante chiarire bene il termine “fondamentalismo” e “terrorismo”.
« La Casa della famiglia abramitica vuole essere un faro di comprensione e coesistenza pacifica tra le tre religioni monoteiste. È un progetto che prevede una sinagoga, una chiesa e una moschea riunite in un unico complesso: un ponte tra le civiltà umane e i messaggi divini».
(dal Progetto originario del 2020 firmato dell’architetto David Adjaye)
«Tutta la famiglia umana deve radunarsi attorno al bene comune, e a maggior ragione le tre religioni rivelate devono testimoniare la solidarietà e la fratellanza universale».
(Shahrzad Houshmand, teologa musulmana, in L’Osservatore Romano, 8 aprile 2020)

Il progetto denominato la “Casa della Famiglia Abramitica” è stato realizzato a Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, e inaugurato nel febbraio 2023. La struttura rappresenta il frutto più tangibile del Documento sulla Fratellanza Umana per la Pace Mondiale e la Convivenza Comune, firmato nel 2019 da Papa Francesco e dal Grande Imam di Al-Azhar, Ahmed Al-Tayyib. Essa raccoglie in un unico spazio una Chiesa, una Moschea e una Sinagoga, costruite con eguale dignità e statura, a testimonianza di una fraternità che supera le barriere religiose e culturali. Al centro, un giardino unisce i tre edifici, richiamando il valore simbolico del paradiso e del creato, comune alle tradizioni abramitiche. Oltre ai tre luoghi di culto, il sito include un centro culturale che mira a incoraggiare la fraternità umana e la solidarietà, nel rispetto di ogni singola fede. La Moschea è orientata verso la Mecca, la Chiesa verso l’Est e la Sinagoga verso Gerusalemme. A collegare il tutto, il motto posto all’ingresso della struttura: “Diversi nella fede, uniti nell’umanità”.
• Che ne pensate del progetto della Casa della famiglia abramitica?
• Perché è importante che le religioni testimonino la solidarietà e la fratellanza universale?
Abramo, padre della fede per i tre monoteismi del Mediterraneo
EBRAISMO Il più antico dei tre monoteismi; speciale alleanza tra Dio e popolo
CRISTIANESIMO
Gesù di Nazaret riconosciuto come il Cristo (Messia) e il Signore (Figlio di Dio)
Fedeltà a Dio, alla Torah, al Popolo.
ISLAM
Fede nell’unico Dio (Allah) e nella missione del Profeta (Maometto).
Trinità, incarnazione, risurrezione
Cinque pilastri
HANNO IN COMUNE
La fede nell’unico Dio; la rivelazione; Abramo e i profeti; l’importanza data all’etica; la credenza nell’aldilà
«I tre monoteismi (ebraismo, cristianesimo e islam) hanno una radice comune in Abramo. Questo va sottolineato con forza per cercare maggiore comunione».
Discutete tra voi la seguente affermazione: «Le tre religioni monoteiste sono destinate a combattersi tra di loro proprio perché parenti. Le incomprensioni più grandi sono spesso tra familiari!». Ognuno porti affermazioni pro o contro.
1. Solo l’ebraismo e l’islam credono in un unico Dio. V F
2. Il termine arabo “Allah” significa “Il Dio”. V F
Individua le due affermazioni errate, barrandone la frase.
1. L’ebraismo è la più antica delle tre religioni monoteiste del Mediterraneo.
2. L’islam non ha un libro sacro.
3. “Kasher” è il cibo permesso nell’ebraismo.
4. “Islamico” e “islamista” sono sinonimi.
« Le religioni hanno oggi un grande compito: possono promuovere, animare ed entusiasmare il dialogo tra gli uomini e le donne, credenti e non credenti, di ogni paese, età e cultura».
(Alberto Quattrucci, Comunità di Sant’Egidio)

Che ne pensate dell’affermazione riportata sopra? La condividete?
Motivazioni PRO
Motivazioni CONTRO
« Il pluralismo e le diversità di religione, di colore, di sesso, di razza e di lingua sono una sapiente volontà divina, con la quale Dio ha creato gli esseri umani».
(dal Documento sulla Fratellanza umana, 2019)
Il Tema si presta bene per un discorso più ampio sull’ebraismo, ieri e oggi, e le difficoltà – per le tre religioni di Abramo – di convivere insieme, in modo pacifico e costruttivo. Si consiglia di approfondire l’argomento con ricerche mirate – evitando pregiudizi e discorsi ideologici –sul ruolo che potrebbero avere le tre religioni monoteiste nel risolvere il problema medio-orientale, o anche la loro responsabilità nel favorire, direttamente o indirettamente, le varie forme di fondamentalismo che si manifestano in modo sempre più preoccupante tra i “Figli di Abramo”.
Sul blog a firma di Marco è scritto: «Pluralismo e differenze sono comunque un dono da rispettare». Quali ostacoli - secondo voi - si oppongono a questa visione?
Non sposate le mie figlie, di Philippe de Chauveron, Francia 2014, 97’: si tratta di una commedia che mette in risalto con ironia le difficoltà anche interreligiose di una coppia cattolica benestante con quattro figlie, tutte sposate con persone molto diverse tra loro (un musulmano, un ebreo, un cinese, un cattolico della Costa d’Avorio). Il messaggio del film è che sul dialogo è possibile costruire una sana convivenza.

Sul tema dei tre monoteismi si consigliano anche due film di genere drammatico, dallo spessore più profondo: Il figlio dell’altra, di Lorraine Lévy, Francia 2012, 110’; Viaggio alla Mecca, di Ismaël Ferroukhi, Marocco-Francia 2004, 93’.
Wahat as-Salam - Nevé Shalom (“Oasi di Pace” in ebraico e arabo) è un villaggio creato nel 1972 da padre Bruno Hussar per offrire un esempio di convivenza tra ebrei e palestinesi. I membri del villaggio si impegnano per l’educazione alla pace, l’uguaglianza e la comprensione fra le due popolazioni. Situato su una collina a circa 30 km da Gerusalemme, il villaggio comprende circa 70 famiglie. Fiore all’occhiello di questa esperienza è la scuola frequentata anche da ragazzi di villaggi vicini. La filosofia di fondo è che una condivisione della terra e delle responsabilità è sempre possibile. Le difficoltà non mancano, ma da oltre 50 anni il villaggio continua a portare avanti la sua testimonianza.

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La storia dell’umanità è un libro aperto che tutti possono leggere: le fedi religiose sono state, e possono essere ancora oggi, un formidabile motivo di unione e di solidarietà tra le persone e i popoli o trasformarsi – purtroppo – in uno strumento di divisione, di violenza e di morte. Affinché le religioni siano dei “ponti” e non dei “muri”, è necessario che imparino sempre più a dialogare tra di loro, senza arroganze e pregiudizi. Educare ad una corretta conoscenza della religione dell’altro e al dialogo – senza paura di nascondere le diversità o i modi differenti di pensare − è lo scopo principale di questo Atlante delle religioni
Addentrarsi nella cultura ma soprattutto nella testa e nel cuore dell’altro è il miglior antidoto ad ogni forma di intolleranza e fanatismo: ci si apre così ad una vera educazione alla cittadinanza e alla pace. È questo l’obiettivo che ci siamo proposti con l’Atlante, che è dedicato a voi giovani: il futuro è vostro e sta a voi costruire un mondo migliore di quello che noi adulti vi stiamo lasciando. E allora, iniziamo questo avvincente e affascinante cammino di scoperta dell’altro, attraverso le tradizioni religiose del mondo, ricordando una frase attribuita ad Albert Einstein: «La mente è come il paracadute: funziona solo se si apre».
Gli autori
«La
(Papa Leone XIV, 7 dicembre 2025)
• La mappa delle religioni del mondo
• Le aree geografiche delle religioni
• Tavola comparativa delle religioni
• Tavola sinottica delle religioni
1. Le religioni dell’antichità
2. Le religioni orientali
3. I tre monoteismi
4. Il colorato mondo cristiano
5. Cibo e religioni
6. Religione e religioni oggi




























1. Nell’area mediterranea, nella zona del Vicino e Medio Oriente, troviamo civiltà fiorenti già molti secoli prima di Cristo, come evidenziato nella cartina. L’Ebraismo, che si era stabilito nella piccola terra di Canaan tra l’Egitto e la Mesopotamia, si caratterizzò per la forte idea monoteista e per un senso della storia proiettata verso il futuro. Più tardi, in seno all’ebraismo, nascerà Gesù di Nazaret, da cui è derivato il Cristianesimo. Nel VII sec. d.C. con la rivelazione che il profeta Maometto riceve direttamente da Allah e nel contesto religioso ebraico-cristiano nasce l’islam, che in breve tempo riuscirà a conquistare e riunire tutte le popolazioni ad est e a sud del Mediterraneo.
Tutte e tre le religioni del Mediterraneo si considerano monoteiste (credono in un solo Dio), si riconoscono in Abramo, padre comune della loro fede, e fanno riferimento a Gerusalemme come “città Santa”.

1 Per approfondimenti si veda il Piccolo Atlante Biblico, Edizioni Piemme.
2. Quasi in contemporanea con la civiltà del Vicino e Medio Oriente si sviluppò anche quella del bacino del fiume Indo fino alle rive del Gange. Fu la culla della profonda e multiforme religione tradizionale indiana (conosciuta come Induismo, anche se il nome esatto è Sanathana Dharma), da cui poi derivò il Buddhismo: una via filosofico-religiosa che mira ad eliminare il dolore sopprimendo il desiderio, finalizzata a raggiungere il nirvana, cioè lo stato definitivo in cui si è liberi dalla sofferenza e dal ciclo delle rinascite, con la pratica della meditazione e l’autodisciplina.

3. Tra le antichissime tradizioni filosofico-religiose del mondo un posto importante spetta alla Cina, la cui civiltà si è sviluppata lungo il Fiume Giallo. Il Taoismo è la dottrina cinese più antica e raffinata, che insegna a raggiungere la felicità seguendo la «Via (Tao) della natura, la Via del cielo e la Via della terra». Nel VI sec. a.C. Confucio propagò poi un modo di vivere più attivo, saggio e virtuoso, attraverso l'adesione a uno stretto codice morale. Nel I sec. d.C. il Buddismo, importato dall’India, cominciò a diffondersi in Cina e trovò un grande numero di proseliti. Dalla Cina furono introdotti in Giappone, nel XIII sec. d.C., gli insegnamenti buddhisti della scuola Ch’an, conosciuta come Zen, diversificatasi nelle scuole Rinzai e Soto. Più che una religione o una filosofia, lo Zen è un vero stile di vita: chi infatti segue la meditazione zen, riduce la sua vita all’essenziale, prediligendo ciò che fa stare bene.

4. Nel continente americano troviamo la civiltà Maya, che si sviluppa soprattutto nel Centro America. Questa antica civiltà, nata intorno al 1500 a.C., è nota per l’arte, per l’architettura, per i raffinati sistemi matematici e astronomici e per la scrittura, l’unica – che si sappia – pienamente sviluppata nelle Americhe precolombiane. Il suo periodo più fiorente va dal 317 a.C. al 987 d.C. Più tardi, dal XIV al XVI sec. d.C., troviamo, nella zona geografica del Messico, la civiltà Mexica o Tenochca (nota in Occidente con il nome di Azteca). Nel suo massimo sviluppo, questa civiltà si caratterizzava per le ricche e complesse tradizioni mitologiche e religiose, accompagnate da possenti costruzioni architettoniche e artistiche (le piramidi). Nel XIII secolo (intorno al 1200 d.C.), fiorisce in Perù la civiltà degli Inca. Purtroppo, tutte queste civiltà subirono la distruzione da parte dei colonizzatori europei, dopo la scoperta dell’America.

• Possiamo affermare che nessuna civiltà, in qualsiasi angolo del mondo, è nata senza un radicamento religioso?
• Quali osservazioni o domande suscita in voi questa scheda?
–2.000
Abramo
Egiziani
Babilonesi
Mosè
–1.000
Greci Romani
Fondatori

Non si conoscono fondatori particolari.

Buddha, principe indiano, 500 anni ca. a.C.
Sono molti, suddivisi in due gruppi: Sruti e Smirti. I libri più antichi sono i Veda
Si diventa membro al momento della nascita.

Abramo, vissuto circa 4000 anni fa. Mosè guidò l’esodo dall’Egitto.
Tripitaka (Tre Canestri): i libri sono suddivisi in tre parti, in base ai contenuti.
Non c’è un rito particolare.
Maturità religiosa
Preghiera
I ragazzi fanno una cerimonia a 12 anni. I giovani vivono in monastero come monaci per alcuni mesi.
I riti devozionali indù si chiamano Puja, con preghiere rivolte alle divinità. Si prega non solo nei templi, ma anche nelle case. Il Buddha è un maestro e non un Dio, quindi non ci sono preghiere rivolte a lui, ma non è così nel buddhismo popolare.
Diverse in onore alle divinità:
Feste
Saraswati Puja, Holi, Durga Puja, Divali (anno nuovo).
Wesak è la festa più importante, dedicata al Buddha; altre sono la Festa del dente e quella dell’Acqua.
La Bibbia (Tanakh), suddivisa in Torah, Neviim e Ketuvim: 39 libri (o 24).
La circoncisione, segno dell’alleanza tra Dio e il popolo.
A 13 anni il rito della Mitzvah: impegno nello studio della Torah.
Per pregare si usa indossare una sorta di scialle (tallit) e degli astucci legati al braccio e alla fronte con brani della Torah (Dt 6,4-9).
Pasqua (Pesach), Purim Shavuot, Rosh Hashanah, Yom Kippur, Hanukkah

Gesù, nato in Palestina nell'anno 6-5 a.C.

Il Profeta Maometto, nato alla Mecca verso il 570 d.C.
La Bibbia, suddivisa in Antico e Nuovo Testamento: 73 libri.
Il battesimo, come immersione nella vita di Dio, segna l’entrata nella comunità.
Cresima o Confermazione degli impegni battesimali.
Il Corano, suddiviso in 114 sure (capitoli).
Con la circoncisione si diventa membri della comunità alla nascita.
La formazione continua con la scuola coranica.
Il «Padre Nostro» è la più importante, ma è considerata preghiera ogni azione di lode, di ringraziamento o di richiesta a Dio. Si prega cinque volte al giorno, sempre rivolti verso la città santa della Mecca.
Pasqua, Pentecoste, Natale, Epifania, Ascensione. Per i cattolici anche alcune feste dedicate alla Madonna. Festa della fine del Ramadan (Eìd al-fitr), Grande festa del Sacrificio (nel mese del pellegrinaggio alla Mecca).
Fede/obblighi
Vivere rispettando il Dharma e ottenere l’unione con l’Assoluto. Alcuni rinunciano a tutto, vivendo di ascesi (sadhu).
Cinque precetti per i laici, dieci per i monaci. Vivere gli insegnamenti del Buddha; raggiungere il nirvana.
Decalogo (Le dieci parole); i mitzvòt (613 precetti); «Siate santi perché io sono santo» (Lev 19,1ss).
Credere in Gesù Cristo e nella Trinità; vivere il Vangelo e il comandamento dell’amore (verso Dio e il prossimo). I cinque Pilastri (Professione di fede, preghiera, elemosina, digiuno, pellegrinaggio). Il ramadan è il mese di digiuno.
Pellegrinaggio
Vita dopo la morte
Molte sono le mete di pellegrinaggio legate al fiume Gange. Il più famoso è quello a Varanasi (Benares).
Crede nella catena delle rinascite, guidata dal karma, ma l’obiettivo finale è la liberazione (moksha) dal ciclo stesso.
Sono praticati i pellegrinaggi verso i vari luoghi legati alla vita e alla predicazione del Buddha.
La salvezza è liberarsi dalle rinascite (samsara) e raggiungere il nirvana
Nessun obbligo. Nell’antichità era prescritto quello al tempio di Gerusalemme.
Crede nella vita oltre la morte, ma dà più importanza all’aldiquà che all’aldilà.
Nessun obbligo; i pellegrinaggi più noti sono verso Gerusalemme, Roma (via Francigena), Santiago. Obbligo di recarsi almeno una volta nella vita alla Mecca. Il pellegrinaggio è chiamato hajj.
Crede nella risurrezione del Cristo. La morte è l’inizio di una nuova vita, non la fine di tutto.
Crede nella risurrezione finale e nel giudizio. Pratica l’inumazione.


• Conoscete già alcune religioni dell’antichità? Se sì, quali? In quale contesto ne siete venuti a conoscenza?
• In quale zona geografica sono nate le prime religioni dell’antichità?
«Percorrendo la terra voi potrete trovare città
prive di mura, di palazzi, di scuole, di teatri, di leggi, di arti e di monete (...) ma una città priva di templi, una nazione senza dèi, un popolo che non preghi (...) nessuno l’ha veduto mai».
(Plutarco, storico greco, I secolo d.C.)
Dalla religiosità preistorica, ancora confusa e con molti aspetti magici, emerge gradualmente, con le prime civiltà della storia, una religiosità più chiara e strutturata. Nei popoli dell’antichità la religione ha un ruolo importante, come ci testimoniano le numerose scoperte archeologiche, i documenti storici, letterari e artistici che sono giunti fino a noi. Non ci dilungheremo troppo sulle religioni del passato – perché, in parte, le avete già conosciute e studiate a scuola – ma cercheremo di mettere in risalto alcuni aspetti caratterizzanti e ciò che li distingue dalle religioni viventi.
• Tra le religioni antiche che presenteremo in questa Unità secondo voi qualcuna è sopravvissuta fino ai nostri giorni?
1.1 Le religioni della mezzaluna fertile
1.2 La religione dell’antico Egitto
1.3 La religione dei greci


Prehistoric religion was vague and had a sort of magical background. The following ones, on the contrary, developed in a clearer and more structured way. Religion was important to ancient peoples, we can deduct this from several archeological discoveries and from some historic and artistic documents.
Since you already know something about past religions, we’ll just put in evidence some of their main features and the differences between them and present religions.
1.4 La religione dell'antica Roma
1.5 Dossier: Una torre verso il cielo
1.6 Feedback: un primo riscontro
L’epopea di Gilgamesh
Un mito babilonese racconta che le divinità inferiori, costrette a servire quelle maggiori, un giorno si ribellarono, costringendo il capo degli dèi a creare un essere vivente che servisse tutte le divinità. A differenza di esse, l’uomo era però destinato a morire. Da qui la ricerca continua dell’immortalità, come racconta l’epopea di Gilgamesh. Gilgamesh è un personaggio della mitologia babilonese che regnò a Uruk, nell’odierno Iraq. Le sue vicende sono narrate nel primo poema epico della storia dell’umanità, denominato «Epopea di Gilgamesh», ritrovato incompleto a Ninive su dodici tavolette. L’opera risale al VII secolo a.C. Gilgamesh, per due terzi divino e per un terzo umano, è un sovrano tirannico che però cambia dopo aver incontrato Enkidu. Gilgamesh ed Enkidu stringono una forte amicizia, grazie a molte imprese eroiche compiute insieme. Quando l’amico muore a seguito di una malattia, Gilgamesh, sconvolto dal dolore, va alla ricerca dell’unico uomo che conosce il segreto dell’immortalità: Utnapishtim, un suo avo sopravvissuto al diluvio. Questo «Noè babilonese» racconta a Gilgamesh dell’erba dell’eterna giovinezza che cresce in fondo al mare. Dopo molte peripezie, l’eroe riesce a prenderla, ma un serpente gliela ruba. Triste, Gilgamesh ritorna verso la città di Uruk, ma il signore degli inferi (Nergal) gli permette di parlare con lo spirito dell’amico, che gli racconta la sua esperienza nell’aldilà. Il poema è incompleto e termina così.

le prime religioni dell’antichità si sono sviluppate nella regione conosciuta come Mezzaluna Fertile e intorno al mar Mediterraneo. Tra di esse: le religioni della Mesopotamia, quella dell’antico Egitto, la religione greca e quella romana. Il Medio Oriente è considerato la «culla dell’umanità» perché, in questa zona del mondo, si sono sviluppate le prime grandi civiltà e le prime religioni dell’antichità. Nell’area geografica che va dalla sponda meridionale del mar Mediterraneo fino al Golfo Persico, sorsero imperi potenti che si susseguirono nel controllo del territorio: Sumeri, Assiri, Babilonesi, Accadi e Persiani. Tra questi popoli nacquero le prime grandi religioni politeiste. Pur essendo civiltà tra loro differenti, avevano in comune diversi aspetti, che possiamo così sintetizzare:
● Divinità: erano molto numerose, anche perché ogni città aveva i propri dèi, a cui si aggiungevano quelli dei vincitori. A capo di tutti vi erano le triadi divine, come quella cosmica, composta da Anu (dio del cielo), Enlil (signore del vento e dell’aria), Ea (dio delle acque del profondo), o quella astrale, composta da Samash (dio del sole e della giustizia), Sin (dio della luna), Ishtar (stella di Venere, la dea dell’amore e della guerra.
● Libri sacri: la scrittura nacque a Uruk, una delle città-stato dei Sumeri, intorno al 3300 a.C., quando i sacerdoti iniziarono ad avvertire la necessità di contare le grandi quantità di merci che venivano immagazzinate nei templi. Scrivevano con uno stilo appuntito su tavolette di argilla fresca, che poi venivano cotte o fatte essiccare al sole. Gradualmente questa invenzione fu usata anche per fissare tutto ciò che riguardava la fede e il culto; così, molta letteratura religiosa mesopotamica è giunta fino a noi, comprendente inni, preghiere, formule magiche, scritti legati all’arte della divinazione, miti ed epopee.
● Luoghi e personaggi del culto: gli dèi venivano adorati in grandi templi, che erano il centro della vita pubblica e commerciale. Facevano parte del tempio anche i magazzini dove venivano stivati i raccolti che i sacerdotifunzionari ridistribuivano alla popolazione. Un esempio caratteristico di architettura religiosa è la ziggurat (v. Dossier), trascritta anche come ziqqurath, ziggurath, una torre a piani sovrapposti (o piramide a gradoni), quasi a significare la volontà dell’uomo di avvicinarsi sempre più al cielo. Composta da cinque o sette piani, corrispondenti ai cinque pianeti o alle sette luci del cielo, attraverso delle rampe laterali si raggiungeva la sommità, dove c’era la cella del dio e dove i sacerdoti officiavano le cerimonie e scrutavano i corpi celesti per trarne auspici. Pur avendo forti analogie con le piramidi egizie e quelle mesoamericane, le ziggurat furono destinate solo al culto e non a scopi funerari.
• Approfondimenti: per ulteriori aspetti sulla religiosità mesopotamica vedi: http://percorsoirc.blogspot.it/2014/08/la-religione-mesopotamica.html.

● Riti e tradizioni: le numerose divinità dei popoli della Mezzaluna Fertile, suddivise in dèi maggiori e minori (questi ultimi a servizio dei primi), erano in genere raffigurate con aspetto umano e venivano loro attribuiti i pregi e i vizi propri degli uomini. Insieme alle molteplici divinità, vi era poi la credenza in numerosi spiriti buoni o cattivi. Il culto era riservato alle divinità, attraverso la recita di inni e preghiere e l’offerta di sacrifici animali e delle primizie della natura. Le principali festività erano legate al ciclo della natura. È importante sottolineare che, essendo i rapporti tra i vari popoli della zona piuttosto stretti, anche le tradizioni religiose passavano con facilità da un popolo all’altro, così come le divinità dei vincitori venivano imposte ai popoli sottomessi. Quando, nel corso del II millennio, i Babilonesi ebbero la meglio sui Sumeri, anche il loro dio Marduk aumentò la sua importanza. Presso questi popoli era diffusa la credenza in una vita dopo la morte, che prevedeva un premio per i buoni e un castigo per i malvagi.

Divinazione
L’arte di prevedere il futuro attraverso l’interpretazione di segni e fenomeni naturali, ritenuti manifestazione del divino.
Epopea
Un testo letterario che narra gesta eroiche, in modo celebrativo e spesso leggendario.

Sono molti i miti dei popoli antichi in cui si narra che la morte non è affatto un qualcosa di naturale per l’uomo, ma che è entrata nella storia umana in seguito a un errore o a una trasgressione dell’uomo stesso, o anche per opera di un personaggio malvagio che ha stravolto la creazione.
Faraone
In origine indicava la «casa grande», il palazzo del re. Dal 1500 a.C. sta anche a indicare la persona del sovrano.
Zoomorfo/zoomorfismo
Dal greco zoe («vita») e morfè («forma»): rappresentazione di un essere divino o umano sotto forma di animale.
Zoolatria
Da zoe («vita») e latrìa («adorazione»): adorazione di animali perché ritenuti di natura divina.
Con l’insediamento di gruppi di agricoltori nella vallata in cui scorre il fiume Nilo ha inizio la storia degli Egizi. La presenza umana in questo territorio si riscontra già nell’ultima fase del Neolitico, nel periodo che va dal 5000 al 3800 a.C., ma è solo a partire dal 3100 a.C. che la primitiva società si trasforma in uno Stato organizzato, con l’unificazione dei regni del Basso e dell’Alto Egitto. Una delle caratteristiche essenziali della società e della religiosità egizia è proprio la natura divina del faraone. Considerato l’autorità suprema, aveva il compito di mantenere l’ordine nel mondo, che esercitava in due modi: promulgando le leggi per gli uomini e assicurando che il culto divino venisse svolto regolarmente.
● Divinità: fin dall’età più antica la religione egizia si caratterizza per la presenza di molte divinità, rappresentate non solo in forma umana, ma anche come animali (zoomorfismo). I culti più antichi sono rivolti agli animali, un fenomeno che gli studiosi chiamano zoolatria. Particolarmente diffuso il culto della vacca Hator e del coccodrillo, anche se l’animale più adorato in tutto il Paese era il bue Api
Tra le divinità principali spicca il dio-sole Ra, considerato il padre del faraone, spesso raffigurato con la testa di falco, oppure accostato al disco solare. Anche Osiride era molto popolare in Egitto perché era il dio dell’aldilà, a cui spettava il giudizio finale sulla vita del defunto. Già a partire dall’inizio del II millennio a.C. l’idea di un giudizio finale si trova espressa nell’arte con la «bilancia della giustizia», sulla quale viene pesato il cuore del defunto (psicostasia).
● Libri sacri: i testi religiosi egizi più antichi risalgono al III millennio a.C. Tra i più conosciuti il Libro dei Morti: una raccolta di testi funerari, formule magiche, inni e preghiere con lo scopo di proteggere e guidare il de-

funto nel suo viaggio verso l’aldilà. I testi funerari erano scritti sulle bende utilizzate per avvolgere il corpo del defunto o incisi direttamente sul legno del sarcofago o sulle maschere posate sul volto. La maggior parte, però, sono papiri ricoperti di geroglifici e immagini, che venivano arrotolati e messi nella tomba o nel sarcofago per accompagnare il morto nel suo viaggio, assieme a gioielli, maschere, tesori, amuleti e suppellettili utili nel percorso dopo la vita terrena.
Diversi i libri dei morti che sono arrivati a noi in buono stato, come quelli conservati nel Museo Egizio di Torino.
● Luoghi e personaggi del culto: il tempio era la «casa del dio» e doveva garantire alla divinità, ma anche a tutti quelli che si occupavano del suo culto, il necessario per vivere. Perciò ogni santuario possedeva terre che venivano coltivate per fornire gli alimenti necessari ai sacerdoti e le offerte per il dio. Solitamente il tempio era diviso in tre sezioni: un cortile aperto al pubblico, una sala con numerose colonne, dove potevano entrare solo i sacerdoti, e il santuario, cioè il luogo riservato al dio. I sacerdoti erano delegati dal faraone – l’unico che aveva l’autorità di celebrare il culto – a servire il dio, che era rappresentato in genere per mezzo di una statua presente nel tempio. I ministri del culto, al sorgere del sole, aprivano la cella del dio, cantavano l’inno del mattino e poi accudivano la statua. Tra i loro compiti c’era anche quello di mantenere la statua nelle migliori condizioni, perché il dio era considerato un essere vivente, con gli stessi bisogni degli uomini.
● Riti e tradizioni: gli antichi Egizi davano molta importanza all’aldilà, ma non si deve pensare che fossero ossessionati dalla morte, anzi, erano così interessati alla vita che desideravano che continuasse anche dopo la morte. Pensavano che tre fossero le cose necessarie per garantirsi la sopravvivenza nell’altro mondo:
1. il nome del morto doveva essere tramandato: per questo veniva scritto ovunque, su tombe e statue;
2. il corpo doveva essere integro: per questo la tecnica della mummificazione aveva assunto grande importanza;
3. i cibi e le bevande dovevano essere lasciati nella tomba: solo così il ka del defunto, cioè la sua forza vitale, poteva sostenersi. Questo spiega perché presso gli antichi Egizi i rituali che riguardano la morte fossero particolarmente ricchi e molto curati. L’aldilà era visto come un vero e proprio trasloco, e al defunto non doveva mancare nulla, per questo nelle tombe si mettevano gioielli, cibarie, profumi e unguenti. Con la stessa motivazione sono state costruite le piramidi, maestose tombe per i faraoni e gli alti dignitari di corte. In origine, il privilegio di continuare a vivere dopo la morte spettava solo al faraone, che per questo veniva sepolto nella piramide; in seguito il privilegio venne esteso a tutti coloro che erano in grado di farsi costruire una tomba.
• Quali aspetti della antica religiosità egizia vi hanno più colpiti?
• Per approfondire il discorso sulla mummificazione si veda il video: https://www.youtube.com/watch?v=hzmKCrh1fX4.
Verso il 3500 gli egizi inventarono la scrittura geroglifica (v. l’alfabeto nella immagine sotto) così che i funzionari del sovrano potessero registrare la riscossione delle tasse e le spese dello Stato. Ma questa scrittura era difficile e più adatta a essere incisa sulla pietra, così inventarono una seconda scrittura, chiamata ieratica, cioè «dei sacerdoti», molto più semplice e veloce da scrivere soprattutto sulla carta di papiro. Molto più tardi inventarono un terzo tipo di scrittura, detta demotica, cioè del popolo, utilizzata soprattutto dai funzionari dello Stato e dai notai.

Misteri
Dal greco mystérion, «cosa da tacere», evento di cui non si deve parlare in pubblico perché riservato agli iniziati.
Iniziati
Coloro che sono ammessi ai culti segreti.
Oracolo
Forma di divinazione che consiste in un responso dato dalla divinità, per mezzo di un intermediario che entrava in trance. Oracolo era anche chiamato il luogo del responso e l’intermediario stesso.
Trance
Stato di semicoscienza in cui l’intermediario entrava in contatto con il dio.
Il pancrazio è un antico sport che consisteva in un misto di lotta e pugilato. Erano permessi tutti i colpi della lotta, i colpi di piede, di pugno e la torsione delle membra. Era vietato, però, infilare le dita negli occhi degli avversari. I pancrazisti si rotolavano nel fango perché il terreno sul quale combattevano era dissodato. Il combattimento aveva termine quando uno dei contendenti alzava le braccia per indicare che si arrendeva.


iGreci, a differenza di altri popoli antichi, non avevano un termine specifico per designare la propria religione e nemmeno i sacerdoti o le persone incaricate ufficialmente del culto. Nonostante questo, però, l’antica Grecia ha dato sempre molta importanza alla religione, in relazione soprattutto alla polis («città»). Questi gli aspetti principali della loro religiosità:
● Divinità: la religione greca era politeista, con dodici divinità che facevano capo a Zeus, padrone e sovrano. Gli dèi risiedevano tutti insieme sul monte Olimpo, formando una sorta di grande famiglia, legata da saldi vincoli di parentela. Facevano parte del pantheon olimpico: Era (dea del matrimonio), Afrodite (dea dell’amore), Apollo (dio delle arti e della scienza), Atena (dea della guerra), Ermes (messaggero degli dèi), Artemide (dea della caccia), Ares (dio della guerra e della lotta, assetato di sangue) e molti altri. Agli dèi olimpici furono aggiunti in seguito altre divinità locali, appartenenti ad altri popoli.
• Approfondimenti: si veda: http://percorsoirc.blogspot.it/2014/09/la-religione-greca.html
Tutti gli dèi dell’Olimpo erano immortali, ma presentavano anche tratti decisamente umani, con amori, gelosie, vendette... (erano infatti concepiti in modo antropomorfico) anche se la loro vita era indipendente da quella degli uomini. Non mancano comunque le eccezioni, perché alcuni eroi della mitologia greca sono frutto dell’unione tra un essere divino e un essere umano. Nel mondo greco emersero due correnti religiose, con culti contrapposti: quello di Apollo e quello di Dioniso. Apollo era il dio della saggezza, della prudenza, della misura e il suo santuario principale era a Delfi: i seguaci di Apollo praticavano una religiosità in cui dominava l’equilibrio e il controllo delle passioni. Al contrario, quelli di Dioniso, il dio del vino e della fecondità, celebravano l’entusiasmo per la vita, senza imporsi limiti al piacere, esaltando l’istinto: i loro riti vengono chiamati «misteri», perché avevano un carattere di segretezza ed erano destinati ai solo iniziati, che avevano l’obbligo di non parlarne. Oltre ai misteri dionisiaci si conoscono quelli eleusini, da Eleusi, l’antica città greca dove si celebravano i riti in onore di Demetra e Persefone, dee della fecondità.
● Libri sacri: non ci sono pervenuti testi sacri dal mondo greco, ma nella letteratura greca il pensiero religioso è fortemente presente. Un punto di riferimento importante è costituito dalle opere attribuite a Omero, l’Iliade e l’Odissea, e quelle di Esiodo, risalenti all’VIII e VII secolo circa a.C.
● Luoghi e personaggi del culto: il culto veniva celebrato nei templi, celebri per le loro colonne slanciate e di ricchi fregi, come ancora oggi ci testimoniano i numerosi reperti archeologici (si pensi al Partenone di Atene) e alcune località in cui venivano venerate divinità particolari (Delfi e Delo, dedicate entrambe al dio Apollo). In Grecia i sacerdoti e le sacerdotesse non facevano parte di una classe a sé stante e anche funzionari pubblici provvedevano ai riti sacri. Un ruolo importante era quello svolto dagli oracoli: molti erano i luoghi a loro dedicati, dove la divinità si offriva alla consultazione dei mortali per mezzo di intermediari, che entravano in trance e comunicavano con il dio fornendo risposte ai vari quesiti. Il più famoso era l’oracolo di Delfi, che richiamava gente da tutta la Grecia.
● Riti e tradizioni: gli dèi venivano onorati con le preghiere, il canto e la danza, e si offrivano loro sacrifici. I doni o gli animali offerti alle divinità venivano in genere posti su altari collocati fuori dal tempio. L’animale sacrificale per eccellenza era il bue, ma anche capre e maiali erano graditi.
Le olimpiadi
Secondo la tradizione, i primi giochi olimpici si svolsero nel 776 a.C. a Olimpia, in Grecia. Si trattava di giochi che si celebravano ogni quattro anni in onore di Zeus, che in questa città aveva il suo santuario. Durante lo svolgimento dei giochi ogni eventuale guerra o ostilità tra le città greche veniva sospesa e si beneficiava di una tregua sacra. I giochi si effettuavano un mese prima del solstizio estivo e duravano cinque giorni. Il primo giorno era dedicato ai riti religiosi in onore degli dèi. Nel secondo si svolgevano le gare dei fanciulli (corsa, lotta, pugilato). Nel terzo gareggiavano gli adulti nella corsa, suddivisa in tre prove (due di velocità e una di fondo); la lotta, in cui vinceva chi atterrava tre volte l’avversario; il pugilato e il pancrazio (v. Lo sapevate?). Nel quarto le gare erano dedicate alle corse dei cavalli e dei carri. Il quinto giorno si chiudevano i giochi con la proclamazione dei vincitori, ai quali veniva assegnata come premio una corona di foglie di ulivo selvatico.

la religione romana era basata sugli atti di culto, sulle festività e sui sacrifici: una religiosità attenta all’organizzazione pubblica, più esteriore che spirituale. La finalità principale era, infatti, ottenere il favore degli dèi e tutta la vita sociale era regolata attorno al calendario religioso. L’anno era diviso in giorni fasti (in cui era permesso trattare gli affari) e nefasti (nei quali era proibita l’attività pubblica), ed erano previsti dei periodi da dedicare alla guerra e altri da dedicare all’agricoltura.
• Divinità: le divinità primitive dei Romani erano i numina, che indicavano, in modo generico, la potenza divina diffusa negli elementi naturali come il tuono o il fulmine, ma anche nei laghi e nelle foreste. A questo sistema di divinità indefinite appartenevano i Penati e i Lari, che si invocavano nell’ambito della casa e nella famiglia: i Penati proteggevano le provviste, i Lari i confini della casa. Elemento essenziale della religiosità romana era il timore della divinità, ritenuta incontrollabile dall’uomo. Ciò spiega la finalità protettiva affidata ai riti religiosi, che consisteva nell’assicurarsi la benevolenza degli dèi. Ed era sempre il «timore» che induceva i romani a non offendere gli dèi delle città straniere con cui venivano in contatto o con cui erano in guerra, ma ad accoglierli tra i culti cittadini, con una particolare cerimonia. In nome di questo principio, i Romani inglobarono la maggior parte delle divinità greche. Giove è il corrispondente del dio greco Zeus; Venere viene identificata con Afrodite, la dea greca dell’amore, e così molti altri. Tra le poche divinità di origine locale ricordiamo Fauno, lo spirito delle foreste, e gli spiriti protettori della famiglia

Nella foto in alto vediamo un larario, un tempietto proveniente da Pompei, con le figure dei Lari, «spiriti dei campi», associati agli antenati e ai defunti. La loro funzione era proteggere la casa e i suoi abitanti, e venivano invocati nelle varie ricorrenze della vita familiare e nelle feste in onore dei defunti (Parentalia). Il serpente, messo in primo piano nell’immagine, è simbolo della morte. I Penati, invece, erano gli spiriti che dovevano tutelare l’economia familiare.
● Libri sacri: nella religione romana, come in quella greca, non esistevano testi sacri. La tradizione ci parla soltanto dei Libri sibillini, un insieme di profezie che venivano consultate da un collegio di quindici membri per stabilire il comportamento da tenere in situazioni difficili o pericolose.
● Luoghi e personaggi del culto: compito fondamentale dei sacerdoti nell’an tica Roma era quello di compiere fedelmente i riti prescritti, così da propi ziarsi gli dèi e preservare la comunità dalla loro collera. Vi erano vari gruppi (o collegi) di sacerdoti, alcuni incaricati per il servizio nei templi, altri per singole cerimonie o anche per prevedere il futuro. Particolarmente impor tante era il collegio dei flamini (flamines), sacerdoti preposti al culto delle singole divinità locali. A capo dei sacerdoti c’era il simo, che presiedeva alle cerimonie sacre, organizzava il calendario delle festività e annotava i principali fatti storici della città negli Annali. Questo spiega perché gran parte delle cronache dell’età monarchica e dei primi anni repubblicani sono più simili a delle leggende che a resoconti storici veri e propri.
Un ruolo particolare nella religiosità romana era quello ricoperto dalle vestali, le sacerdotesse consacrate alla dea Vesta, con l’incari co di mantenere sempre acceso il fuoco sacro. Altre figure di rilievo erano gli àuguri, che avevano il compito di trarre auspici ( osservando il volo degli uccelli. Già conosciuti dagli etruschi, gli àuguri dovevano garantire che le azioni compiute dagli uomini fossero approvate dalle divinità, ed è per questo che ebbero una grande rilevanza sociale e politica. Infatti, in base al loro responso, venivano prese sia le decisioni private delle singole famiglie che quelle pubbliche, da tenere un comizio a partire per la guerra.

● Riti e tradizioni: i sacerdoti presiedevano alla religiosità pubblica, ma molti riti venivano svolti anche nelle case, e chi lo presiedeva era il capofamiglia (pater familias). Accanto però alla religiosità più tradizionale e a quella ufficiale, a Roma erano molto diffusi, in particolare dal I secolo a.C. al IV d.C., anche i culti misterici, legati alla salvezza del singolo individuo. Uno dei più diffusi era il culto del dio Mithra, rappresentato nella foto. Mithra, che ritroviamo nell’induismo come nel mondo persiano, è spesso raffigurato nell’atto di sgozzare il toro sacro: un serpente e un cane sembrano bere dalla ferita del toro, mentre uno scorpione lo attacca da sotto. Il culto di Mithra, piuttosto diffuso a Roma, in particolare tra i militari, coincide con l’affermazione del cristianesimo, e spesso le due religioni vengono confuse per via di alcuni aspetti comuni. Per esempio, il 25 dicembre, che solo dal IV secolo è assunto come la data della nascita di Gesù, era in origine la festa della nascita del dio Mithra, legata al solstizio d’inverno.
● Festività: i Saturnalia, in onore del dio Saturno, si celebravano dal 17 al 23 dicembre e precedevano il giorno del Sol Invictus (divenuta poi la festa del Natale cristiano). In questa occasione si scambiavano piccoli doni, dette strenne («regali di buon augurio»); i Consualia in onore del dio Conso, protettore dei granai e degli approvvigionamenti, si festeggiavano il 21 agosto e il 15 dicembre con le corse dei muli; i Lupercalia avevano luogo dal 13 al 15 febbraio, in onore del dio Fauno, venerato come Luperco, protettore del bestiame ovino e caprino dall’attacco dei lupi. Le festività romane vennero abolite dall’imperatore Teodosio (Editto di Tessalonica del 380 d.C.), ma alcune furono trasformate in feste cristiane.
Statua raffigurante il dio Mithra, Londra, British Museum.
• Approfondite con l’aiuto dell'insegnante gli aspetti peculiari della religiosità romana e il culto dei Lari e dei Penati.
Si trovava sulla terrazza più alta, era ricoperto da una cupola.
TEMPIETTO
CENTRALE
Le tre scalinate di ingresso comunicavano con il tempietto centrale, che serviva per controllare la situazione in ingresso e distinguere tra i sacerdoti e i civili.
PRINCIPALE
Più lunga e imponente delle scalinate laterali, conduceva alla parte frontale della ziggurat e poteva essere utilizzata solo dai sacerdoti.

Durante la III dinastia di Ur (2111-2103 a.C.), le città della bassa Mesopotamia costruirono dei monumentali edifici (le ziggurat) per riaffermare le loro credenze religiose. Non conosciamo bene la funzione e l’uso di questi edifici, anche se la moderna archeologia ci ha fornito varie interpretazioni. Tre le principali:
1. le ziggurat erano concepite come un ponte che univa il cielo e la terra, un modo per favorire l’incontro con gli dèi;
2. avevano la funzione di sostituire per le nuove popolazioni mesopotamiche gli antichi templi costruiti un tempo sulle montagne; 3. avevano un carattere simbolico: ricordavano la montagna primordiale che faceva parte dei miti della creazione. Probabilmente queste tre teorie sono tutte valide, anche se parzialmente.

Per passare da una piattaforma a quella superiore era necessario salire delle scale minori e fare il giro di tutta la piattaforma fino alla rampa di scale successiva.
Lungo i fianchi della prima piattaforma vi era un canale di scolo per l’acqua piovana e numerose finestrelle per l’evaporazione dell’interno.
Permettevano ai civili l’accesso al tempietto centrale.
Nella foto, la ziggurat di Ur, che si trova a Tell Muqqayar (Iraq), fatta erigere dal re sumero Umammu (2100 a.C.) in onore della dea-luna Nanar. Sia questo edificio che quelli a esso posteriori sono stati costruiti con dei mattoni a secco, uniti da un impasto di malta e di canne, per cui non hanno retto all’erosione del tempo, riducendosi a un ammasso di colline di polvere.

È probabile che la ziggurat di Marduk (Babilonia), conosciuta come Etemenanki («Casa fondamento del Cielo e della Terra»), corrisponda alla Torre di Babele descritta nella Bibbia (Genesi 11,1-9). Sulla cosiddetta Tavoletta dell’Esaglia, rinvenuta ad Uruk, si riporta che era stata eretta su un terrapieno rettangolare di 46×412 metri, aveva 91 metri di base e d’altezza ed era formata da mattoni a secco.

1. Il Medio-Oriente è considerato la culla della civiltà
2. Gli antichi Egizi credevano che l’anima morisse insieme al corpo
3. La scrittura nasce presso i greci
4. Gilgamesh è un personaggio della mitologia romana
5. Gli antichi egizi veneravano anche gli animali
6. La religione greca era monoteista
7. L’oracolo è un libro sacro
Gli àuguri sono (tra le varie risposte scegli quella esatta)
1. Animali sacri
2. Dei condottieri
3. Una sorta di sacerdoti
4. Senatori romani
Ziggurat, Gilgamesh , bue Api, pantheon, Trimurti, Apollo 1 2 3 4 5
1. Artemide
2. Psicostasia
3. Culti misterici
4. Collegio dei flamini
5. Triade divina
a. Mesopotamia
b. Sacerdoti
c. Pesatura del cuore
d. Caccia
e. Mithra
(alcune non c’entrano con il contesto)
Oracolo • Minerva • immortalità • orsi • argilla • piramidi • sacerdoti • ziggurat • senatori • animali • triade • olimpici
1. A capo delle divinità mesopotamiche vi erano le ............................................................ divine
2. Il poema di Gilgamesh ha come tema centrale la ricerca dell’ ............................................................
3. Nella religione egizia si adoravano molti ...........................................................................................................
4. Nella religione romana i ............................................................ avevano un ruolo importante
5. Delfi era la sede di un importante ......................................................................................................................
6. Gli antichi giochi ............................................................ erano in onore di Zeus
7. I sumeri scrivevano su tavolette di ............................................................fresca
Tra queste parole una non c’entra niente con gli argomenti trattati:


«Bisogna andare in Oriente per capire cos’è la religione. Ho inteso veramente il sentimento religioso solo laggiù; la vera sede delle religioni è l’Oriente».
(Eugenio Montale, scrittore)
In questa seconda Unità presenteremo le principali religioni orientali viventi, quelle che per numero di fedeli e per importanza culturale sono considerate rilevanti nella variegata mappa delle fedi. Senza alcun dubbio, l’Oriente ha sempre dimostrato grande interesse sia per la religione in senso stretto che per i numerosi cammini filosofico-spirituali, tanto da essere la culla di molte esperienze spirituali presenti ancora oggi nel mondo. Un particolare riconoscimento va dato all’India, patria di antiche e importanti tradizioni religiose.
• Tra le varie religioni e tradizioni orientali qual è quella che conoscete meglio?
• E quella di cui avete meno notizie? Sapete spiegarne il perché?
• Molti affermano che il buddhismo non può essere considerato una religione. Secondo voi, per quale motivo?
2.1 La complessa realtà chiamata «induismo»
2.2 La dottrina del Buddha
2.3 Le religioni tradizionali cinesi
2.4 Lo shintoismo
2.5 Le altre religioni dell'India


This Unit deals with the main existing eastern religions, according to the number of believers they have and to their cultural importance. Eastern cultures always showed big interest both in religions and in philosophic-spiritual paths, big enough to give birth to many spiritual experiences which are still alive. A special mention goes to India, birthplace of ancient and important religious traditions.
2.6 Dossier: Lo stupa simbolo del buddhismo
2.7 Feedback: un primo riscontro
i libri sacri
Le scritture sacre induiste si suddividono in due gruppi: 1. sruti (i libri rivelati) e 2. smrti (libri della tradizione)
Tra i libri rivelati (sruti): i Veda, «Conoscenza», una serie di opere, scritte in varie epoche; i Brahmana (1000-800 a.C.), e le Upanishad (800-300 a.C.) o Vedanta, elaborazioni mistiche e filosofiche.
Tra i libri della tradizione (smirti) vi sono i grandi poemi epici, come il Ramayana e il Mahabharata, un’immensa opera con 110 mila strofe (quattro volte la Bibbia e sette volte l’Iliade e l’Odissea messe insieme), che contiene la Bhagavadgita («Il canto del beato»).

Le mucche sono oggetto di particolare rispetto in India perché danno il latte, simbolo della vita. Per questo possono vagare dove vogliono e nessuno le infastidisce. Chi ferisce o uccide una mucca può anche essere messo in prigione.



Anche se solitamente l’antica religione dell’India viene chiamata «induismo», il termine non è corretto; meglio indicare questa antica tradizione religiosa come Sanātana Dharma, «Legge primordiale» o «Eterna legge», come fanno in India.
Originariamente, quello che viene indicato come induismo era la religione degli indo-ariani che immigrarono in India verso il secondo millennio a.C. Prima dell’invasione degli arii esisteva in India una civiltà e una religione che conosciamo in modo molto sommario, paragonabile a quelle dell’Antico Egitto e della Mesopotamia.
Dell’antica religiosità dell’India non si conosce un fondatore, né un’autorità centrale e nemmeno una filosofia e una teologia ben definite. Insomma, ciò che viene chiamato «induismo» è un indefinibile complesso religiososociale, che in più di quattromila anni di evoluzione ha inglobato tutto quello che trovava sul suo cammino, fino a perdere la sua identità iniziale. Da un punto di vista cronologico, si usa suddividere la tradizione religiosa indù in varie fasi: vedismo, brahmanesino, vedantismo (o Upanishad), che sono le più antiche, e poi induismo religioso e neo-induismo (XIX sec. d.C.)
L’induismo può essere paragonato a un grande fiume che lungo il suo scorrere secolare ha raccolto filosofie, credenze religiose, pratiche devozionali e molto altro ancora.
Alla base di tutto c’è però la fede in una forza o sorgente primordiale (Brahman), che si manifesta in milioni di modi, ma soprattutto in una triplice forma, detta Trimurti: Brahma (creatore), Vishnu (conservatore) e Shiva (distruttore).
In questa antica tradizione religiosa sono così tante le avatāra o «incarnazioni» delle divinità (le più importanti quelle di Krishna e Rāma, incarnazioni di Vishnu) da farla sembrare una grande forma di politeismo. Ma non è così perché l’«induismo» conserva l’idea di un’unica forza primordiale che sta alla base di tutto, pur esprimendosi in una molteplicità di modi e di forme differenti. Nelle scritture sacre si legge infatti che «La Realtà è una, che i dotti chiamano con nomi diversi» (Rig-veda 1,164,46).
Queste le credenze principali alla base dell’antica religione dell’India:
● L’anima (ātman), il sé individuale, è l’elemento spirituale più importante, composto della stessa essenza dell’Assoluto (Bráhman). Il fine ultimo dell’ātman è proprio quello di identificarsi con il Bráhman, il che significa che l’anima è una sola cosa con il divino. Le anime sono considerate eterne e si suddividono in tre categorie: 1. quelle libere da sempre, senza aver subito periodi di prova; 2. le anime ancora legate, in uno stato di prova o trasmigrazione; 3. quelle liberate (moksha) che hanno raggiunto uno stato di beatificazione definitivo.
● Nella concezione induista tutto è regolato dalla legge del Dharma, che è alla base dell’ordine cosmico, sociale e individuale, e determina la stessa reincarnazione (karma-samsāra). Ma la meta finale a cui aspira il fedele indù è liberarsi dalla schiavitù dell’evolversi circolare del tempo e anche dalla legge delle rinascite (moksha). Infatti – secondo questa dottrina − le anime passano di esistenza in esistenza, reincarnandosi nelle varie caste e realtà, in base alla legge della retribuzione, determinato dal proprio karman, ovvero delle proprie azioni, positive o negative.
● È chiaro che nella visione induista il ciclo delle rinascite è considerato qualcosa di negativo (e non positivo, come a volte si crede in Occidente) e il fine ultimo è proprio raggiungere la liberazione (moksha), in unione con l’Assoluto o Bráhman. Per realizzare questo obiettivo l’«induismo» indica tre vie (dette mārga o yoga): 1. Jñāna (conoscenza, sapienza), attraverso la pratica della conoscenza e della meditazione sui Veda, i libri sacri; 2. Karman (azione), una via accessibile a tutte le persone, attraverso il compimento del proprio dovere e un modo corretto di comportarsi; 3. Bhakti (devozione amorevole), la via che prevede un rapporto intenso tra la divinità e il devoto, un amore disinteressato per l’Assoluto, tale da distruggere il proprio karman negativo. Come abbiamo accennato, lo scopo ultimo della vita umana – che tradizionalmente viene suddivisa in quattro fasi (1. il periodo degli studi sacri; 2. la vita di famiglia; matrimonio e lavoro; 3. la vita nella selva: ci si ritira ritiro nella foresta per meditare; 4. la vita della perfetta rinuncia, in cui ci si prepara alla morte) – è quello di raggiungere la liberazione finale o felicità eterna (moksha), fuori dal faticoso ciclo delle rinascite (samsāra). Ma siccome l’essere
Ātman
«Anima», il sé supremo, che si deve unire con il Bráhman.
Avatāra
«Discese» o incarnazioni delle divinità, in forme umane o subumane a scopo salvifico.
Bráhman
La forza che fa esistere e funzionare l’universo, l’origine e la base di ogni esistenza. Si manifesta in varie molteplici forme.
Karman
«Azione»; secondo la legge della retribuzione ognuno raccoglie il frutto dei propri atti, sia buoni che cattivi.
Moksha
La liberazione definitiva dell’anima dal ciclo delle reincarnazioni; stato di felicità e di unione con l’assoluto (Bráhman).
Samsāra
«Flusso dell’esistenza», cerchio della nascita e della rinascita che coinvolge gli individui e l’intero universo.
Trimurti
La triplice manifestazione (Brahma, Vishnu e Shiva) dell’Assoluto (Bráhman).
Yoga
«Congiunzione», metodo, devozione verso Dio. Vi sono diversi tipi di yoga, ma il fine è sempre quello di raggiungere l’unione con il Bráhman.

umano è un insieme di realtà materiali e spirituali, nessuno può giungere alla felicità finale trascurando il corpo e le altre realtà umane. Ambedue gli aspetti (materiale e spirituale) sono infatti importanti, come insegnano queste quattro parole:
1. Dharma: è alla base di tutto perché sorregge e mantiene l’uomo e la società. Sta a indicare la scelta fondamentale di vita, i principi ispiratori delle azioni (etica) e tutto ciò che conduce l’individuo e la società alla prosperità fisica, psichica, economica, sociale e spirituale.
2. Artha: indica i beni materiali, necessari per una vita umana dignitosa, mentre la povertà è considerata una maledizione. Comunque, il fine ultimo non sono i beni materiali, ma rispettare il Dharma.
3. Kāma: significa «piacere» o «godimento». I saggi lo definiscono così: «il godimento di cose specifiche, attraverso i cinque sensi guidati dalla mente e dall’anima». Il piacere è, per gli indù, tutto ciò che concerne l’emotività, la sensibilità, il sentimento, il desiderio. Anche la sessualità è una realtà buona e desiderabile (è questo il vero significato del famoso manuale d’amore, il Kama-sutra).
4. Moksha: significa la liberazione definitiva dell’anima, non più soggetta alla ferrea legge della reincarnazione, e quindi capace di raggiungere la salvezza. È il sommo bene dell’uomo, la felicità assoluta.

Le principali tappe della vita indù sono segnate da cerimonie o riti speciali, detti samskara: il momento della nascita, la cerimonia del filo sacro, che segna per i ragazzi l’entrata nel mondo degli adulti, il matrimonio, in cui il sari della sposa e la camicia dello sposo vengono legati insieme e la coppia gira attorno al fuoco sacro per sette volte. Ma sono i riti funebri ad assumere maggiore importanza nella vita delle persone, desiderose di rinascere in una vita positiva o di raggiungere il moksha, la liberazione finale. Il rito funebre deve essere celebrato secondo norme ben definite, per favorire il passaggio dell’anima a una nuova esistenza, senza che questa sia costretta a errare come fantasma o spirito malevolo (preta, bhūta). Nella tradizione induista è prevista la cremazione e molti sono i fedeli che sognano di morire a Benares, la citta sacra dove scorre il fiume Gange, per assicurarsi una migliore vita futura.
• Per ulteriori informazioni e approfondimenti sull’induismo si veda: http://www.hinduism.it http://induismo.puntodipartenza.it
Non c’è villaggio indù in cui non ci sia un tempio (mandir) o un luogo considerato sacro. I templi più antichi risalgono al IV-V secolo a.C. A iniziare da questa epoca vennero costruiti templi sempre più ampi, a volte delle vere e proprie città sacre. Anche molti luoghi naturali, come grotte, sorgenti e fiumi sono considerati sacri e sono mete di pellegrinaggi. La casta dei brahmini è quella incaricata ufficialmente del culto, ma di fatto molti di loro non esercitano un ruolo religioso. Numerosi guru o maestri religiosi sono i sadhu o asceti, che vivono di elemosine e godono di molta reputazione tra il popolo.
Ogni tempio celebra la propria divinità e molte sono le feste che riguardano il ciclo agricolo, come anche i pellegrinaggi ai vari luoghi santi. Tra le festività principali:
Holi: all’inizio della primavera (marzo-aprile), legata alla fertilità: si spruzza acqua e polveri colorate.
Durga Puja: una grande festa popolare che dura dieci giorni e ha luogo in settembre-ottobre.
Diwali (Deepavali): è la festa di inizio anno.
Un’altra festa molto popolare, che attira un gran numero di pellegrni nei quattro luoghi dell’India settentrionale dove viene celebrata ogni tre anni a rotazione, è il Kumbha Melā.

Le caste
La società indù è organizzata in caste (varna), un sistema molto rigido e separatista, abolito per legge nel 1947, ma ancora presente nella mentalità della gente. Le 4 caste principali: Brahmani: sacerdoti e intellettuali.
Kshatriya: guerrieri e nobili.
Vaisva: mercanti e artigiani.
Shudra: servitori, sono sottoposti alle alte tre caste.
Infine i Dalit o Paria, gli «oppressi», sono al di fuori del sistema delle caste e svolgono mestieri ritenuti impuri.
Induismo popolare
L’induismo popolare si caratterizza per il culto di Vishnu, Shiva o Shakti. Vishnu viene adorato nelle sue dieci avatara o incarnazioni, di cui la più conosciuta è l’ottava, come Krishna, una divinità molto popolare e venerata, la cui consorte è Lakshmi.
Anche Shiva è una delle più importanti e complesse divinità indiane. Nella foto sotto il dio Shiva Nataraja (danzante) raffigurato con quattro braccia, circondato da un cerchio di fuoco.


i libri sacri
I Tripitaka («tre canestri»), dal nome delle tre ceste (pitaka) che dividevano i libri in base ai contenuti:
1. Vinaia-pitaka, codice della disciplina;
2. Sutta-pitaka (o Sutra), i discorsi; 3. Abhidhamma-pitaka, la dottrina superiore, filosofia e psicologia. Il libro più conosciuto è il Dhammapada, una sorta di sintesi del pensiero buddhista.

Nirvāna, la suprema felicità
Il nirvāna è lo stato di pace e serenità di chi ha raggiunto la perfezione, anche nella vita terrena. Questa realtà è così sottile e immateriale da sfuggire a ogni descrizione. Lo stesso Buddha spiega il nirvāna elencando ciò che non è, senza darne una vera e propria definizione. Ecco che cosa risponde a chi lo interroga sulla natura del nirvāna: «L’estinzione dal desiderio, l’estinzione dal rancore, l’estinzione dall’illusione, ecco, amico mio, ciò che si chiama nirvāna» (Samyutta-Nikaya XXXVII,1). Delle descrizioni più dettagliate si possono trovare nella letteratura buddhista, ma rimane sempre questo alone di mistero. Il nirvāna è la suprema felicità o estasi di cui gode l’illuminato, libero ormai da ogni forma di sofferenza e attaccamento.


Il buddhismo prende il nome dal Buddha, un titolo che sta a indicare «Colui che si è risvegliato» o «l’Illuminato» ed è attribuito a un personaggio che, diversi secoli prima del cristianesimo, ha proclamato un messaggio universale il cui scopo è quello di aiutare gli essere viventi a liberarsi da ogni forma di dolore e di sofferenza.
Siddhārtha Gautama, detto «il Buddha», nasce nel nord dell’India (VI secolo a.C.) da una famiglia principesca. Secondo il racconto leggendario che ci è stato tramandato, Siddhārtha non è felice della vita che conduce nello sfarzo e nell’agiatezza e, incuriosito dall’incontro con la sofferenza e con la morte che ha fatto casualmente, decide di mettersi seriamente alla ricerca di una risposta al dolore umano. Dopo aver tentato varie strade, anche quella del più completo ascetismo e del rifiuto totale della vita, il futuro «Buddha» intuisce quella che lui stesso chiamerà la «via di mezzo»: un atteggiamento esistenziale che rifiuta i piaceri e il godimento, ma anche l’eccessiva penitenza e le forme di autopunizione. La salvezza finale (nirvāna), intuisce il «Risvegliato», si raggiunge attraverso la soppressione del desiderio (causa di ogni male) e seguendo la via che chiamerà dell’«Ottuplice sentiero». La nuova dottrina del Buddha si estese al di fuori dell’India; contestava infatti la religiosità tradizionale del suo Paese di origine, predicando un messaggio universale e non accettando la divisione in caste. Diede anche molto valore alla vita comunitaria, dando impulso a quel monachesimo che ancora oggi contraddistingue i Paesi buddhisti.
Il messaggio del Buddha si è diffuso in Asia attraverso due scuole principali: quella Mahayana (del Grande Veicolo), presente in Tibet, in Cina, in Corea e in Giappone, che ha reinterpretato più ampiamente il pensiero del fondatore, e quella Hinayana o Theravada (del Piccolo Veicolo), la forma più antica e classica del Buddhismo, che conquistò il Sud-Est asiatico.
Il Buddha, che si è sempre proclamato solo «uno che indica la via» e non un Dio, ha riassunto la sua dottrina nelle «quattro nobili verità», che si rifanno alla prassi medica del suo tempo. Queste le «Quattro verità»:
1. tutto è dolore: dolore mentale, emozionale e fisico (riconoscimento della malattia);
2. origine del dolore è la sete o desiderio: di esistenza, di piacere, di prosperità, che ci fa ricercare le cose sbagliate, oppure le cose giuste in modo sbagliato. Niente nella vita è degno di essere assolutizzato o messo a fondamento della propria esistenza (causa e diagnosi);
3. è possibile sopprimere il dolore: si può porre fine alla sofferenza (giudizio sul metodo terapeutico);
4. questa è la via che conduce alla soppressione del dolore: seguendo il nobile «ottuplice sentiero» (prescrizione del rimedio) che viene così spiegato dal Buddha:
1. retta fede: retta conoscenza delle «quattro nobili verità»;
2. retta decisione: retto proposito;
3. retta parola: «astenersi da parola falsa, calunniosa, aspra, frivola»;
4. retta azione: il karma (azione) è la legge assoluta della sofferenza (rinascita) o della salvezza (nirvāna). Comporta la pratica dei cinque precetti;
5. retta vita: retto mestiere. Alcune attività pratiche sono contrarie alla via del Buddha; occorre impostare una vita coerente con i principi morali del buddhismo;
6. retto sforzo: retto esercizio o applicazione costante; è lo sforzo di eliminare le tendenze cattive e di sviluppare le qualità positive;
7. retto ricordo: retta consapevolezza. Non solo la capacità di richiamare alla mente i principi del buddhismo, ma anche di affrontare nel giusto modo le situazioni più diverse e di conservare il dominio di se stessi;
8. retta concentrazione: attenzione vigile per prendere coscienza delle attività del corpo, come anche delle sensazioni e dei pensieri…Questo costante esercizio mentale conduce alla «cessazione della coscienza e della sensibilità», attraverso vari stadi di meditazione (dhyana). Equivale al raggiungimento del nirvāna visibile, realizzabile in questo mondo.
Secondo le indicazioni date dal Buddha, nelle Quattro Nobili Verità e nell’Ottuplice sentiero è possibile liberarsi gradualmente dalla causa stessa del dolore, cioè quel desiderio o «sete» che produce attaccamento all’esistenza e quindi è causa di continue rinascite (vedi Ruota della vita nel multimediale), impedendo di raggiungere la liberazione finale o nirvāna. Il buddhismo, almeno quello ufficiale, è più attento al cammino interiore della singola persona che agli aspetti sociali e pubblici. Per esempio, non sono previsti
PRECETTI DEI LAICI (uomini e donne che vivono nel mondo)
1. Non fare violenza agli esseri viventi (nemmeno a se stessi).
2. Non rubare.
3. Non avere una condotta sessuale scorretta.
4. Non mentire.
5. Non prendere sostanze che alterino la mente.
I DIECI PRECETTI DEI NOVIZI (coloro che vivono in monastero, ma non sono ordinati)
Oltre ai primi cinque precetti i novizi devono:
6. Digiunare nel pomeriggio.
7. Astenersi da danze e divertimenti.
8. Astenersi da ornamenti e profumi.
9. Evitare alti seggi e onori.
10. Non toccare denaro.
I PRECETTI DEI MONACI (che hanno ricevuto l’ordinazione monacale)
I monaci, oltre ai dieci precetti comuni con i novizi, devono rispettare 227 regole, mentre per le monache sono 311, questo almeno per la scuola Theravada, che segue il Canone pāli.

Le quattro virtù del buddhismo
1. Mettā, amorevolezza: consiste nell’amare e rispettare tutti gli esseri.
2. Karunā, compassione: solidarietà con tutti gli esseri; il mezzo più efficace per liberarsi della sofferenza è dedicarsi ad allontanarla dagli altri.
3. Muditā, gioia partecipe: trovare la propria gioia in quella degli altri; un mezzo efficace per dimenticare se stessi.
4. Upekkhā, equità d’animo: consiste nel non operare distinzioni fra gli esseri; nel trattarli con la medesima benevolenza e generosità.
Dharma
La legge insegnata dal Buddha. È il principio che regola tutto, la via che conduce alla salvezza finale (nirvāna).
Karma
Significa «azione». Come nell’induismo, è la legge che premia o punisce i singoli atti. Applicata alla sfera morale, è la legge della causa e dell’effetto per cui l’uomo «raccoglie ciò che semina». L’estinzione del karma si raggiunge con il nirvāna
Nirvāna
Letteralmente «soffiare via», «estinzione». Non un luogo, ma uno stato di «non sofferenza», oltre la forma di esistenza conosciuta e immaginata. È uno stato di pace e di serenità definitivo.
Lama
Religioso tibetano; il Dalai Lama è il leader religioso del Tibet e capo dei Lama. Vive in esilio in India.
Mantra
Versi sacri, tra cui il suono simbolico OM.
riti religiosi per accompagnare la vita quotidiana, nemmeno in quegli eventi o tappe che segnano il ciclo della vita, come la nascita, il matrimonio e la morte. Anche per diventare buddhista non sono previste particolari cerimonie, è sufficiente porre la propria fiducia nel «Triplice gioiello»: cioè nel Buddha, nel Dharma (la Legge), nel Sangha (la comunità dei monaci), aderendo poi agli insegnamenti buddhisti con la pratica delle «Quattro virtù» e il rispetto dei Precetti, compreso l’obbligo di provvedere alle necessità dei monaci e delle monache.
Essendo la preoccupazione maggiore della via buddhista insegnare la liberazione dalle rinascite e raggiungere la «non sofferenza finale», o nirvāna, i riti funerari assumono un ruolo molto importante, tanto che vi partecipano i monaci, in genere estranei agli altri eventi importanti della vita, come la nascita e il matrimonio. I riti funebri variano secondo le tradizioni locali e le regioni geografiche dove il buddhismo è diffuso.
Nella tradizione buddhista hanno un ruolo molto importante sia il monastero che la comunità stessa dei monaci (Sangha). Ogni monastero è caratterizzato da questi elementi: la sala principale per il culto, che in pali e sanscrito è detta vihara, dove in genere c’è l’altare con la statua del Buddha; l’albero della Bodhi, una pianta (ficus religiosa) sotto cui il Buddha − secondo la tradizione − raggiunse l’illuminazione; lo Stupa, un monumento in origine costruito sulle reliquie del Buddha o di santi monaci, simbolo della mente risvegliata; infine gli alloggi per i monaci
Il ruolo di questi ultimi è certamente centrale nel buddhismo. Sono infatti i monaci che devono dare ai laici l’esempio di una vita coerente ai principi indicati dal Buddha, rispettando e aiutando tutti gli esseri sofferenti. Ma non si deve equiparare il monachesimo buddhista (Sangha) con quello cristiano, che ha caratteristiche piuttosto differenti. Mentre quello cristiano-occidentale si basa sul principio ora et labora (preghiera e lavoro), quello buddhista è centrato sull’elemosina e sulla meditazione. Inoltre la scelta monacale buddhista può essere temporanea, e non necessariamente per tutta la vita, come nel cristianesimo. Nella tradizione theravada (quella più vicina all’insegnamento originario del Buddha) passare un periodo della propria vita in monastero è una forma di iniziazione (segna il passaggio all’età adulta), ma la durata di questa esperienza è lasciata all’individuo. Comunque, anche se la scelta di diventare monaci non è vincolante per la vita, finché si rimane nel monastero si è obbligati alla castità
• Per l’approfondimento si veda: http://www.buddhismo.it/ (il sito ufficiale dell’UBI - Unione buddhista italiana); http://it.wikipedia.org/wiki/Portale:Buddhismo.
e alla povertà complete. Il cibo deve essere elemosinato ogni giorno e raccolto nell’unica ciotola; tre soltanto devono essere gli indumenti monacali, di color zafferano, e i capelli devono essere rasati ogni mese, in segno di rinuncia e umiltà.
Le festività buddhiste sono numerose e si differenziano tra le varie scuole e tradizioni. Una festa comune è Vesak, che ricorda i tre momenti fondamentali della vita del Buddha: la nascita, l’illuminazione e la morte (o l’entrata nel nirvāna definitivo). Conosciuta anche come Vesakha Puja o Giorno del Buddha, la festa cade nel plenilunio del mese lunare di Vesakha, che solitamente corrisponde al mese di maggio. In questa occasione i fedeli puliscono le case e le decorano con fiori e candele, visitano i templi e offrono cibo ai monaci. Talvolta liberano uccelli in gabbia per acquistare meriti e versano acqua sulle statue del Buddha, in segno di ringraziamento per la sua vita e il suo insegnamento. In Italia questa è l’unica festività buddhista ufficialmente riconosciuta dall’Intesa con lo Stato italiano dell’11 dicembre 2012.


I libri confuciani
Il nucleo più importante è costituito dai cosiddetti Cinque Classici o Jing (Ching), attribuiti a Confucio, ma probabilmente di epoca più tarda:
1. Il libro dei mutamenti (I Ching);
2. Il libro delle Odi (Shi jing);
3. Il libro dei Documenti Storici (Shu jing);
4. Il libro dei Riti (Li ji jing);
5. Gli Annali del regno di Lu o dell’epoca delle Primavere e Autunni (Chun qiu jing).
Gli insegnamenti di Confucio sono raccolti nei Dialoghi o Anacleta

«lLeggere e studiare senza pensare è fatica inutile. Pensare senza leggere e studiare è pericoloso».
(Massima confuciana - Lunyu, 2,15)

e religioni tradizionali della Cina sono il confucianesimo e il taoismo (o daoismo), rappresentati da due personaggi piuttosto diversi tra loro: Kung Fuzi o Kung fu-tzu (Confucio) e Lao Tzu (conosciuto anche come LaoTze o Laozi), entrambi presunti contemporanei del Buddha. Queste due vie filosofico-religiose provengono dalla diversificazione, avvenuta verso il VI secolo a.C., dell’antica religiosità cinese, incentrata sull’armonia che pervade l’universo. Una terza via religiosa si è poi inserita nella tradizione cinese: è quella buddhista, anch’essa presente nel Paese da lungo tempo. L’antica tradizione religiosa è rimasta comunque sempre in sottofondo, e le tre «vie» si sono intrecciate e fuse tra loro, pur conservando ognuna la propria caratteristica. Il confucianesimo ha dato nuovo impulso all’antico culto degli antenati; il taoismo ha fornito un’interpretazione mistica del mondo, e il buddhismo mahayana ha offerto a tutti la possibilità di salvarsi, attraverso la fede, il culto e la pratica di vita. Nei secoli più recenti anche il cristianesimo e l’islam hanno fatto la loro comparsa in Cina, ma è stato il marxismo quello che recentemente ha inciso di più sulle religioni tradizionali cinesi. Dal 1949, anno della rivoluzione, il confucianesino è stato fortemente limitato perché accusato di ostacolare il progresso, il taoismo controllato, il buddhismo tollerato, il cristianesimo, in particolare il cattolicesimo, assoggettato al governo o perseguitato. Ma anche il marxismo cinese ha subito profondi cambiamenti e attualmente la situazione religiosa è in profonda evoluzione.
Il confucianesimo è legato al nome e alla dottrina del maestro Kung Fuzi, conosciuto in Occidente come Confucio.

Origine e storia
Nato nella città di Lu, nella Cina settentrionale nel 551 a.C., Confucio più che un capo religioso è da considerarsi un maestro di buona condotta, di buone leggi e di buon governo. Dopo la sua morte (479 a.C.), i princìpi confuciani furono dichiarati dottrina ufficiale dello Stato.
Princìpi dottrinali
Il confucianesimo, più che porsi il problema della salvezza in un’altra vita, è attento sopratutto al presente e insegna a vivere su questa terra nel rispetto dei valori antichi e dei principi etici. Pur non avendo il concetto di un Dio personale, Confucio crede nel Cielo come principio e causa del bene. Si può quindi sostenere che tutta la sua vita sia stata ispirata da un profondo senso religioso, anche se più
in chiave filosofica ed etica. Nei libri a lui attribuiti, Confucio insegna la «correttezza», cioè un giusto stile di vita, cercando l’armonia tra la mente e le emozioni (Chung-yung). Secondo i principi morali confuciani, l’uomo migliore è quello «superiore» che conosce i doveri della vita e li mette in pratica, sia verso i superiori che gli inferiori.
Concezione di vita
Secondo il confucianesimo una vita retta è basata sulla pratica dei riti e il rispetto di due virtù: la rettitudine (li) e l’umanità (ren). La rettitudine sta nell’osservanza dei doveri derivanti dalla propria posizione sociale; l’umanità nella sensibilità e attenzione verso il prossimo, al quale non si deve mai fare nulla che non si vorrebbe fosse fatto a se stessi.
Tra le virtù principali è indicata la riverenza filiale (xiao): il modello della società è la famiglia, come forma primitiva e spontanea di associazione tra esseri umani. Lo stesso Stato viene concepito dal confucianesimo come una grande famiglia: il sovrano è «padre e madre» (fu mu) per i propri sudditi e questi dovranno ricambiarlo con affetto, amore e obbedienza filiale. Nessuno può sottrarsi ai doveri della propria condizione, e tanto meno trarre un profitto personale dal proprio ruolo.
Il taoismo (o daoismo) è legato alla figura di Lao Tzu, il «Vecchio Maestro» che, tradizionalmente, si sostiene essere nato nel 604 a.C. anche se oggi la sua esistenza storica sembra essere messa in dubbio. Il taoismo insegna a raggiungere la felicità attraverso la «Via della natura, del cielo e della terra».
Origine e storia Nato nella città di Lu, nLa via del Tao (o del Dao) è una dottrina antica e raffinata che ancora oggi esercita grande fascino e influenza non solo in Cina. Si usa distinguere tra il taoismo filosofico, definito Daojia («scuola del Dao») e la religione taoista, chiamata Daojiao («insegnamento del Dao»); in ogni caso si tratta di un grande insegnamento di vita che aiuta a vivere in armonia con l’universo, pur accettando la diversità e l’opposizione.
Matteo Ricci, missionario e scienziato italiano
Il gesuita italiano Matteo Ricci (15521610, rappresentato nell’immagine qui sotto), oltre che grande missionario, è stato un importante letterato e scienziato, riconosciuto ufficialmente tra i «padri della storia cinese». Soltanto due stranieri, e ambedue italiani, hanno avuto questo onore: l’altro è Marco Polo.
Il «Saggio d’Occidente», come i cinesi chiamavano Matteo Ricci, studiò bene la lingua cinese e scrisse un breve testo sull’amicizia che lo fece conoscere. Il gesuita introdusse alla corte imperiale la geometria euclidea e realizzò un grande «mappamondo» su carta (metri 3,75×1,80), che ebbe tante ristampe. Con grande intuito comprese l’importanza di inserire il cristianesimo nella cultura cinese, adattando i riti e la liturgia alla mentalità della gente. Ma questa intuizione non fu condivisa ed è alla base della «controversia sui riti» che ostacolò la conoscenza e la diffusione del cristianesimo non solo in Cina ma in tutto l’Oriente.

• Approfondimenti: sul confucianesimo si veda: http://www.corsodireligione. it/religioni/confucianesimo/confu_1.html; sul taoismo http://www.ilpaesedeibambinichesorridono.it/taoismo.htm.
il libro sacro
Il Daodejing, conosciuto anche come Tao-te-ching, è il libro fondamentale del taoismo. Il concetto di Dao (la Via) che vi è descritto è molto vicino a quello indiano del Brahman, o Assoluto. Il Dao (o Tao) è il potere sacro, la forza che muove tutto l’universo. Nella traduzione cinese della Bibbia il termine cristiano «Verbo» («Logos» in greco) viene tradotto con Dao: «In principio era il Dao».
Il pino e il salice
Un pino alto e robusto diceva al salice suo vicino: «Io sono forte e non mi piego, come invece fai sempre tu». Venne l’inverno e la neve si posò abbondantemente sui loro rami.
Quelli del pino si spezzarono sotto il suo peso, mentre il salice piegandosi se la scrollò di dosso, rimanendo integro.
«Se ti pieghi, ti conservi. Se ti curvi, ti raddrizzi. Se ti incavi, ti riempi. Se ti logori, ti rinnovi. Se miri al poco, ottieni. Se miri al molto, resti deluso» (Daodejing, 22)

Princìpi dottrinali
Il taoismo insegna che all’inizio di tutto c’è solo il Tao (o Dao), il principio di vita e la legge eterna, che si scinde però in due principi originari, tra loro opposti: yang, la forza, e yin, l’inerzia. È dai molteplici rapporti tra questi due principi opposti (ma complementari tra loro) che si crea il tutto e nasce l’armonia dell’universo. Il saggio taoista è colui che sa entrare in questa armonia di opposti, distaccandosi dall’ambizione personale per immergersi totalmente nel Tao e sciogliersi in esso. Non è prevista nel taoismo una fede in un Dio personale, ma il Dao si richiama espressamente a un qualcosa di trascendente o superiore all’uomo stesso, indicato come principio di tutto.
Concezione di vita
L’ideale taoista è raggiungere l’immortalità (hsien); per questo motivo viene data molta importanza alla salute personale e al raggiungimento della longevità, come anche a tutte quelle tecniche per mantenere in forma il corpo, come il Tai chi ch’uan. Scopo del taoista è raggiungere il Tao, attraverso il wu-wei («non operare»), che non significa passività, ma non opporsi al corso delle cose, come l’acqua dei grandi fiumi che scorrono (solo in apparenza immobili) verso il mare.

Lo yin e lo yang sono i due principi naturali opposti ma complementari, comunemente rappresentati da un cerchio diviso in due parti uguali; ma possono essere espressi anche con una linea spezzata (yin) e una intera (yang) e le differenti combinazioni di tre di queste linee formano gli otto trigrammi, che sono usati per la divinazione insieme al Libro dei Mutamenti (I Ching).



Shintoismo è il nome attribuito a un complesso di pratiche religiose le cui radici affondano nel Giappone preistorico. Sappiamo poco della religione giapponese prima dell’emergere di uno Stato unificato nel periodo Yamato (dal IV al VII secolo d.C), ma nelle sue forme più semplici era in gran parte animista: credeva che una forza vivente soprannaturale abitasse la natura, in particolare le montagne, gli alberi e gli animali. Questa antica credenza si ritrova ancora oggi nei Kami, entità spirituali, presenti un po’ dappertutto, che potremmo tradurre con «divinità». In Giappone i Kami stanno a indicare delle presenze divine, come anche gli spiriti degli antenati che sono a protezione della natura e della nazione. Esistono Kami della nazione, delle famiglie, delle comunità locali, ma anche delle fabbriche e dei vari luoghi di lavoro; essi vengono venerati nei templi (circa centomila) o anche in santuari naturali (come il Monte Fuji).
Il termine shinto non è un vocabolo giapponese. È stato coniato con le parole cinesi shen (dèi) e Dao (Via) quando il buddhismo arrivò in Giappone per distinguere la religione tradizionale già presente dal buddhismo stesso.
Le origini si perdono nella notte dei tempi e non c’è un fondatore specifico a cui fare riferimento.
Lo shintoismo non possiede una raccolta di scritture; si ha invece una mitologia trascritta in due testi dell’VIII secolo d.C., il Kojiki e il Nihongi, inoltre un manuale di preghiere rituali, l’Engi-shiki, che risale al 927 d.C.
Il buddhismo mahayana entrò in Giappone tra il 550 e il 600 d.C., e si sovrappose alla religione tradizionale, reinterpretando le credenze shintoiste, senza modificarle eccessivamente. Numerose sono le correnti del buddhismo giapponese, tutt’ora presenti, tra cui: Tendai, Shingon, Zen, Nichiren
Tra queste lo Zen è tra le più conosciute, sviluppatosi in Giappone in due scuole: la Rinzai, del XII secolo d.C., che come tecnica meditativa pone l’accento sul koan brevi parabole o sentenze, con lo scopo di creare una stato di vuoto mentale; l’altra scuola è la Soto, giunta in Giappone nel XIII secolo d.C., che privilegia le tecniche di postura (zazen) durante la meditazione. Il Rinzai si diffuse tra le classi agiate e istruite dei samurai; mentre il Soto si diffuse tra il popolo. Ma per ambedue le scuole la pratica fondamentale rimane la meditazione e l’attenzione alla quotidianità. Questo spiega la grande attenzione posta nel giardinaggio e nell’arte dei fiori (ikebana), nella produzione artistica, nella poesia haiku, nella calligrafia, nel tiro con l’arco, nella scherma, e molti altri aspetti.

I samurai appartenevano alla casta ereditaria dei guerrieri del Giappone e nel XIII secolo d.C. erano al servizio dei potenti principi terrieri. Il loro codice di onore Bushido («via del guerriero») era molo severo e basato sulle tradizioni religiose. Sostennero lo Stato giapponese fino alla fine del XIX secolo.
Le arti marziali
Le arti marziali o le varie forme di combattimento a mani nude sorsero in ere remote in Cina e si svilupparono in seguito in Giappone, verso la fine del XIV secolo. Si rifanno, secondo alcune leggende, all’osservazione delle tecniche e mosse di combattimento di alcuni animali, tra cui la tigre, l’orso, il cervo, la scimmia, la gru, la mantide, il cavallo e via dicendo.
Haiku
Componimenti di pochissimi versi e di estrema semplicità, ispirati alla tradizione giapponese del buddhismo zen.
Ikebana
Arte giapponese della composizione floreale e vegetale, in uso dal VI secolo.
Koan
Termine della tecnica meditativa del buddhismo zen. Indica una parola o una frase priva di senso che non può essere «risolta» dall’intelletto. Viene usata come esercizio per infrangere i limiti del pensiero e raggiungere il satori (o illuminazione).

La religiosità tradizionale giapponese si basa sui Kami, di derivazione animista. Il Kami più importante è quello del sole, Amaterasu-Oomikami.
Lo shintoismo non prevede un codice morale preciso a cui attenersi nella vita. Il principio ispiratore è l’autocoscienza. Ogni uomo sa come agire, rispettando chi è più grande, più potente, più buono.
Il culto giapponese si può riassumere nella parola matsuri: «servire i Kami», una «persona autorevole» o le «anime dei trapassati». Il matsuri implica quindi un atteggiamento di rispetto e di obbedienza. I riti costituiscono l’ossatura della tradizione religiosa shinto: esistono rituali di ogni tipo, sia pubblici che privati, durante i quali si recitano i norito, antiche preghiere (risalenti circa all’VIII secolo d.C.) che nella loro ripetitività e semplicità rappresentato la fedeltà alla tradizione, di cui lo shinto è di fatto custode. Diffusi sono anche pellegrinaggi ai santuari, il cui ingresso è contrassegnato dai Torii, le porte simboliche. Questo caratteristico portale segnala un posto sacro o un luogo a cui si attribuisce un particolare significato religioso.
• Per approfondire alcuni aspetti dello shintoismo: http://shintoismo.com/
• Per le arti marziali: http://www.japancoolture.com/it/le_principali_arti_marziali_giapponesi.
• Sulle nuove religioni giapponesi: http://www.cesnur.com/le-nuove-religioni-giapponesi/.




LIndia è stata non solo la culla dell’antica tradizione religiosa conosciuta come «induismo», ma anche la patria di molte altre esperienze religiose che presenteremo brevemente con delle schede sintetiche, rimandando per gli approfondimenti al multimediale.
I parsi sono i seguaci dell’antica religione persiana di Zarathustra, fondata più di 3000 anni fa, che a partire dal X secolo d.C. − quando l’islam conquistò la loro regione − emigrarono in India. Pur essendosi spostati radicalmente dalla loro regione di origine, i parsi riuscirono a conservare i riti e le tradizioni della loro antica religione, senza contaminarsi con l’induismo.
L’attuale comunità parsi, anche se rimane l’erede legittima dello Zoroastrismo, ha risentito comunque di numerose riforme e scissioni avvenute nel tempo. Ma nel secolo XIX d.C., grazie a studiosi occidentali e locali, il parsismo ha conosciuto una vera rinascita, riscoprendo la propria antica tradizione religiosa. Questi, in sintesi, i dati essenziali della religione parsi:
Nome: dagli antichi abitanti della Persia («Pars»). Il parsismo viene anche detto mazdeismo, dal nome del dio Ahura Mazda, divinità del bene.
Fondatore: Zarathustra (o Zoroastro), sulla cui origine e datazione storica si hanno notizie incerte. È vissuto probabilmente tra il 1400 e il 1200 a.C.
Libri sacri: l’Avesta, arrivato fino a noi in forma incompleta e codificato solo in epoca sassanide (III-VII secolo d.C.). Su questo testo si basa tutta la liturgia dei parsi, in particolare sui Gatha («Inni»), che sono la parte più antica.
Princìpi dottrinali: al centro c’è la figura di Ahura Mazda, principio della luce e del bene, e il suo antagonista Angra Mainyu, principio delle tenebre e del male. Angeli di diversa potenza si scontrano con altrettanti demoni e spiriti del
La religione del profeta Zarathustra o Zoroastro, fondata più di 3000 anni fa, è considerata tra i più antichi credo monoteisti (se non il più antico) della storia delle religioni. Crede in un unico dio, Ahura Mazda (o Ormazd), nella venuta di un messia o salvatore, nella risurrezione dei morti e nel conseguente giudizio con un Paradiso o un Inferno per le anime. Religione ufficiale dei grandi imperi persiani, lo zoroastrismo ha probabilmente avuto una grande influenza sulle religioni monoteiste del mediterraneo (ebraismo, cristianesimo e islam).
Il parsismo usa esporre i cadaveri nei dakhma («torri del silenzio») per non inquinare la terra.
male. Questa guerra durerà 12 mila anni. Nell’ultima era un salvatore o messia (madi) apparirà, il mondo verrà rigenerato, e ci saranno la risurrezione dei corpi e il giudizio finale. Le anime buone entreranno in cielo e quelle cattive scenderanno all’Inferno.
Concezione di vita: l’etica parsi prevede la lotta contro il male e la prosecuzione della vita in un mondo ultraterreno. Tra i valori fondamentali: il retto pensare (humata), il retto parlare (huxta) e il retto agire (hravashta).
Feste e riti: le festività principali, tra cui il Capodanno, sono legate alle stagioni; altre feste sono invece legate al ricordo dei defunti (Farvardega) o a ricorrenze in onore di Zoroastro. Tra i riti il più importante è quello del sacrificio, che si svolge davanti al fuoco. Molto particolari i riti della morte che non prevedono l’inumazione del cadavere (per non contaminare la terra): i corpi dei defunti vengono deposti sopra a torri di forma circolare (nella foto).
Diffusione: i parsi attualmente risiedono soprattutto a Bombay (India). Altre piccole comunità sono a Teheran, in Pakistan, in Iran, nello Sri Lanka, in Inghilterra e negli Stati Uniti.

Il jainismo (o giainismo) è una religione nata in India, verso la fine del VI secolo a.C., per opera di un asceta che è passato alla storia come Mahavira («grande eroe») o Jina («il vincitore»). Contemporaneo del Buddha, è considerato uno dei grandi «maestri spirituali».
Se si considera il numero dei fedeli, il jainismo è certamente una religione minoritaria, ma ha comunque avuto una grande influenza nel mondo moderno, soprattutto per opera di Gandhi. Questo grande profeta dell’India moderna, pur non essendo jainista, si è ispirato a Mahavira (come anche al discorso di Gesù sulle Beatitudini) per la sua azione non violenta (ahimsa). Questi i punti fondamentali del jainismo: Nome: da jina («vincitore»), titolo dato ai ventiquattro tithankara («maestri spirituali»), di cui Mahavira è l’ultimo.
Fondatore: Vardhamana, detto Mahavira, nato in India nello stesso periodo del Buddha (VI secolo a.C.) e come lui allontanatosi dalla religione tradizionale ma predicando una via ascetica più radicale rispetto al buddhismo.
Libri sacri: sono molti i testi considerati sacri, quelli più antichi sono gli āgama o «Cesto delle dodici membra. Princìpi dottrinali: la salvezza può essere raggiunta solo attraverso la vita monastica, basata sulla rinuncia totale al mondo e l’osservanza dei cinque voti: 1. non ucidere e non recare alcun danno alla vita in tutte le sue forme (ahimsa); 2. proferire la verità (satya); 3. astenersi dall’attività sessuale (brahmacharya); 4. non prendere niente che non sia offerto (asteya); 5. distacco da persone, cose e luoghi (aparigraha). La religione jainista non riconosce alcun Dio, ma pratica forme di preghiera e di culto, soprattutto di contemplazione. Concezione di vita: il rispetto e l’osservanza dei «cinque grandi voti» sono fondamentali per raggiungere la salvezza, cioè la liberazione finale dell’anima, e godere quindi la beatitudine del nirvana jainista.

Feste e riti: tra le feste più importanti Mahavir Jayanti, il giorno natale di Mahavira.
Rami o suddivisioni: nel 79 d.C. la comunità si divise in due rami principali: Digambara («vestiti d’aria») e Shvetambara («vestiti di bianco»), che adottano un semplice abito monacale.
Diffusione: attualmente il jainismo è diffuso soprattutto nell’India nord-occidentale, con poco più di quattro milioni di fedeli.
La religione dei sikh è nata nel nord dell’India, nel Punjab, solo nel XV secolo d.C.; è quindi la più recente delle grandi religioni indiane. Nasce come una forma di mediazione tra la religione islamica, già molto diffusa in India, e la religiosità tradizionale indù. Questi gli aspetti più importanti:
Nome: il termine sikh deriva dal sanscrito shishya, in pali sikka («discepolo»).
Fondatore: Nanak, un saggio indiano, vissuto dal 1469 al 1539 d.C., che essendo attratto sia dall’induismo che dall’islam cercò di mettere insieme gli aspetti giudicati migliori delle due religioni. Alla sua morte gli successero dieci guru.
Libri sacri: il Granth, detto anche Guru Granth Sahib, il «libro del Guru», è una raccolta di insegnamenti di vari autori, datata 1604. Il libro sacro, custodito nel Tempio d’Oro, è al centro di ogni rito e attività sikh.
Princìpi dottrinali: la religione sikh è monoteista. Tre sono gli aspetti caratteristici della fede: 1. l’amore di Dio; 2. il superamento delle divisioni sociali e religiose; 3. il superamento dell’orgoglio e dell’egoismo
Concezione di vita: a differenza del Buddha e di Mahavira, Nanak non solo condannò il digiuno e l’ascetismo eccessivo, ma anche l’abbandono della famiglia. Ciò che si chiede a un fedele sikh è un amore concreto e servizievole nei confronti di Dio e dei fratelli.
Feste e riti: le festività sikh sono in gran parte degli adattamenti delle feste indù, come Baisakhi, la festa del raccolto d’inizio d’anno e di primavera, Divali, la festa di Capodanno e Hola Mohallam, caratterizzata da fiere e sfilate di tipo carnevalesco.
Diffusione: i sikh sono circa 23 milioni nel mondo, la stragrande maggioranza in India. In Italia sono circa 100 mila.
• Sul Parsismo v. approfondimenti sulle «Torri del silenzio»: http:// bizzarrobazar.com/tag/torri-delsilenzio/.
• Sul Jainismo v. l’infusso del concetto di ahimsa (non violenza).
• Per il Sikhismo v. le 5 simboli della Khalsa e il Tempio d’Oro di Amristar.
Sostenuti da un pilastro e ricoperti originariamente d’oro, questi tre dischi sovrapposti sono il simbolo dei «tre rifugi» che offre il buddhismo.
Il recinto quadrato nella parte superiore dello stupa simboleggia il recinto del cielo. Come le altre parti delle balaustra era in origine dipinto in rosso laccato.

Balaustra in pietra, con traverse circolari, che assicurava il raccoglimento durante le processioni dei fedeli.
Lo stupa rappresenta la mente del Buddha ed è il simbolo del buddhismo stesso e dei suoi praticanti (sangha). Per questo piccoli stupa vengono posti anche sugli altari, insieme a rappresentazioni del Buddha e del Dharma. Questi «tre gioielli» – Buddha, Dharma e Sangha – costituiscono infatti il rifugio buddhista. La foto e il disegno centrale rappresentano il grande stupa di Sanchi, eretto tra il II secolo a.C. e il I d.C. nel complesso architettonico di Sanchi, nell’attuale Stato indiano di Madhya Pradesh: è uno dei monumenti più spettacolari eretti in onore del Buddha.
MONTE MERU
Gli stupa rappresentavano la montagna del mondo nella mitologia buddhista.
Inoltre si differenziavano dai templi indù di forma rettangolare.

Cupola di pietra massiccia di 16,5 metri d’altezza, originariamente rivestita di calce bianca. Al suo interno è conservata la cupola in mattoni del primo stupa costruito dall’imperatore Asoka (270-232 a.C.).

PATHA
È il viale lastricato per le processioni dei fedeli all’interno dello stupa in direzione del sole.
Porta cerimoniale; aggiunte in un secondo tempo, alte 5 metri, sono ubicate in corrispondenza dei quattro punti cardinali.
La forma a campana tipica degli stupa proviene dagli otto tumoli sotto i quali vennero sepolte le ceneri del Buddha. Inizialmente usati come sepolcri, gli stupa si diffusero rapidamente come monumenti del buddhismo. La costruzione di uno stupa non è lasciata al caso. Le fondamenta dello stupa devono contenere materiali significativi, come le reliquie di santi monaci e oggetti di un certo valore per il buddhismo. In ogni caso il riempimento di uno stupa è molto importante, tanto che l’intera procedura deve essere gestita e controllata da maestri qualificati. In genere lo stupa viene riempito con statue a forma di Buddha prodotte a calco in terracotta, testi sacri e altri oggetti che simboleggiano il corpo, la parola, e la mente di tutti i Buddha. Anticamente gli stupa più grandi venivano riempiti anche con copie degli insegnamenti del Buddha e i commentari dei vari maestri.


1 2 3 4 5
1. L’induismo è una realtà semplice, non complessa.
2. Il Bràhman si manifesta in tanti modi, ma soprattutto sotto una triplice forma.
3. Shiva è una divinità shintoista.
4. Il nirvāna significa «stato di sofferenza».
5. Kung Fuzi (Confucio) è il fondatore del taoismo.
6. I parsi sono i seguaci dell’antica religione persiana.
7. Il jainismo è una religione nata in Cina.
Qual è per l’induismo il fine ultimo dell’ātman? (tra le varie risposte scegli quella esatta)
1. Raggiungere Shiva
2. Vivere in modo pacifico
3. Mettere in pratica i precetti
4. Diventare un tutt’uno con il Bràhman
1. Veda
2. Gautama
3. Avatāra
4. Siddhārta
5. Kami
a. Gautama
b. Shintoismo
c. Libri sacri
d. Discese, incarnazioni
e. Sentiero
(alcune non cʼentrano con il contesto)
Induista • buddhismo • Avesta • sapiente • caste • cinque • illuminato • tre • quattro • monoteista • politeista
1. La Trimurti appartiene alla religione ............................................................
2. Le ............................................................ in India sono state abolite nel 1947
3. Buddha significa «colui che è ............................................................ »
4. Le Quattro Nobili Verità appartengo al ............................................................
5. L’ ............................................................ è il libro sacro dei parsi
6. I jain osservano i ............................................................ grandi voti
7. La religione dei sikh è ............................................................
Quando avrai risorto l’anagramma conoscerai l’ideale taoista (11 +1 + 11)
EREGNUIGGAR ’L ÀTILATROMMI


«Ebrei, cristiani e musulmani devono percorrere la via della pace, una strada tutta in salita, costellata di pregiudizi, di storie intrise di dolore, di sangue e persecuzioni, ma possono, anzi devono, percorrerla insieme riconoscendosi fratelli, figli dell’unico Dio».
(Servizio Informazione Religiosa - 17 gennaio 2016)
L’Unità è dedicata ai monoteismi del Mediterraneo: ebraismo, cristianesimo e islam; tutti e tre si riconoscono in Abramo come padre comune della fede. Di ogni monoteismo presenteremo gli aspetti fondamentali, mettendo in risalto che tutti e tre si definiscono religioni «rivelate», in quanto sostengono che Dio si è manifestato loro, seppure in modo differente.
• «I tre monoteismi hanno causato in passato − e causano purtroppo ancora oggi − guerre e violenze. Bisognerebbe avere il coraggio di abolirli tutti e tre». Che ne pensate di questa e altre affermazioni simili?
• «Ebrei, cristiani e musulmani sono parenti tra loro, per questo è importante riscoprire ciò che li unisce piuttosto che quello che li divide». Che ne pensate di questa affermazione? È condivisibile?
3.1 L’ebraismo
3.2 Il cristianesimo
3.3 L’islam


This Unit is dedicated to the monotheisms of the Mediterranean: Judaism, Christianity, and Islam; all three recognize Abraham as the common father of faith. For each monotheism, we will present the fundamental aspects, highlighting that all three define themselves as "revealed" religions, as they maintain that God has manifested himself to them, although in different ways.
3.4 Dossier: Gerusalemme la città santa
3.5 Feedback: un primo riscontro
Libri sacri
La Bibbia ebraica è suddivisa in tre parti:
1. Torah («la Legge»): composta dai primi cinque libri: 1. Bereshith (Genesi); 2. Shemot (Esodo); 3. Wajiqrah (Levitico); 4. Bemidbar (Numeri); 5. Devarim (Deuteronomio).
2. Neviim (Profeti): i libri che vanno dalla morte di Mosè al ritorno dell’esilio a Babilonia (536 a.C.).
3. Ketuvim (Scritti sacri): i Salmi, le Cronache, i Proverbi ecc.
La Bibbia ebraica, detta anche TaNaKh (dalle iniziali delle tre parti), è composta da 39 libri
Altro libro considerato importante nella tradizione ebraica è il Talmud, una raccolta di commenti alla Torah, di leggi, la sapienza ebraica.

Il talmud
L’ebraismo considera il Talmud (letteralmente “studio”, “discussione”) come il più importante testo sacro dopo la Bibbia. È detto anche Torah orale e consiste nella raccolta completa della sapienza e tradizione ebraica. Esso comprende la Mishnah (“ripetizione”), un testo del II secolo d.C. con gli insegnamenti relativi all’applicazione della Torah, e la Ghemarah (“supplemento” o “completamento”), che riassume gli ulteriori studi e commenti fatti sulla Mishnah. Esistono due versioni del Talmud: quella babilonese e quella palestinese

L’ebraismo, pur avendo un numero esiguo di fedeli, è tra le religioni più importanti per l’incidenza culturale e spirituale che ha avuto nella storia dell’umanità. Si tratta, infatti, della più antica religione monoteista del Mediterraneo, da cui derivano storicamente sia la religione cristiana che quella musulmana.
Il capostipite della religione ebraica è Abramo. Verso il 1850 prima dell’era volgare (o a.C.), secondo il racconto della Bibbia, il patriarca Abramo riceve da D-o (lo scriveremo così, in rispetto del popolo ebraico che non pronuncia il nome santo del Signore) l’invito perentorio a lasciare il luogo dove viveva (Ur di Caldea, in Mesopotamia, l’attuale Iraq) e di mettersi in cammino verso una terra che D-o stesso gli avrebbe fatto conoscere, promettendogli di farlo diventare capostipite di un grande popolo tra le nazioni (vedi Genesi 12,1ss). Fedele alla parola del Signore, Abramo arrivò a Canaan, la «Terra promessa», in seguito nota come Palestina.
Questa, secondo la tradizione biblica, è l’origine d’Israele (dal nome che Dio diede a Giacobbe) e dell’alleanza speciale («patto» o «testamento») che il Signore ha voluto fare con questo popolo.
Oltre ad Abramo, la Bibbia ci fa conoscere gli altri due patriarchi: Isacco e Giacobbe. Durante una carestia, i dodici figli di Giacobbe si rifugiarono in Egitto, dove vissero come schiavi per circa quattro secoli. Verso il 1250 a.C. i loro discendenti vennero liberati da Mosè, che li fece uscire da quella nazione e li guidò, attraverso un lungo «esodo», verso la terra che era stata promessa ad Abramo. Durante quel faticoso cammino, sul Monte Sinai Mosè ricevette da D-o le tavole della Legge (Torah). Le «Dieci Parole» o Comandamenti saranno la base etica del popolo ebraico, poi del cristianesimo e, come conseguenza, anche dell’Occidente.
Ma Mosè non entrò nella Terra promessa; come capo fu sostituito da Giosuè e poi dai Giudici. In seguito, il popolo volle un re e fu nominato Saul, a cui subentrò Davide e poi Salomone, famoso per la sua sapienza e per la costruzione del Tempio di Gerusalemme. Tra gli interlocutori privilegiati di D-o ci furono i profeti: Isaia, Geremia, Ezechiele, Amos, Osea… che avevano il compito di richiamare il popolo all’alleanza fatta con il Signore e di ricordare che il D-io d’Israele, più che i sacrifici, ama la giustizia e un cuore compassionevole e puro.
In molti periodi della sua storia, il popolo d’Israele ha conosciuto sofferenze e umiliazioni pesanti. Un evento particolarmente doloroso fu l’esilio a Babilonia, da cui però gli ebrei riuscirono a ritornare (tra il 538 e il 515 a.C.). Il periodo post-esilico, che va sotto il nome di giudaismo, è contrassegnato da esili e occupazioni: dopo i babilonesi, Israele fu invaso dai macedoni, dagli egiziani e infine dai romani che, nel 70 d.C., conquistarono Gerusalemme, obbligando di fatto il popolo alla grande diaspora (o «dispersione») in varie parti del mondo. Nei secoli successivi gli ebrei dovettero subire molte altre umiliazioni: furono scacciati, perseguitati, rinchiusi in ghetti, fino alla tragedia della Shoah («annientamento») nel XX secolo.
Principi dottrinali
Alla base di tutto c’è la forte fede in D-o creatore, unico ed eterno, e l’obbligo di servire e rispettare la Legge che il Signore ha rivelato a Mosè, codificata nella Torah. Una delle parole più significative nella tradizione ebraica è shemah, «ascolta!». A differenza di altre culture, dove l’attenzione principale è data alla «parola», al «discorso» e quindi anche al modo di pensare e di agire, quella ebraica privilegia l’«ascolto». Ascoltare per Israele significa imprimere nel cuore
Shemah
Shemah Israel, «Ascolta, Israel!» è considerata insieme al kaddish, la preghiera più importante dell’ebraismo. Si trova nella Torah e recitarla due volte al giorno è considerato un precetto (mitzvah).
«Ascolta, Israele: il Signore è il nostro Dio, unico è il Signore. Tu amerai il Signore, tuo Dio, con tutto il cuore, con tutta l’anima e con tutte le forze. Questi precetti che oggi ti do, ti stiano fissi nel cuore. Li ripeterai ai tuoi figli, ne parlerai quando ti troverai in casa tua, quando camminerai per via, quando ti coricherai e quando ti alzerai. Te li legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi e li scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte».
(Deuteronomio 6,4-9)
Il calendario ebraico
Si basa sui movimenti della luna: i mesi sono di 29 o 30 giorni, in tutto 354 giorni annuali. Periodicamente viene aggiunto un tredicesimo mese per mantenere l’anno ebraico al passo con quello solare di 365 giorni, ma anche così le date delle feste non coincidono con quelle del calendario occidentale. Secondo la tradizione ebraica, il mondo è stato creato nell’anno 3760 a.C. e calcola gli anni da quella data.
Yhwh
Il tetragramma sacro (parola di quattro lettere), che indica il nome santo di Dio (Jhwh = Egli è), non viene mai pronunciato, ma al suo posto si legge «Adonai» (mio Signore). Avendo la lingua ebraica solo le consonanti, quando agli inizi dell’era cristiana, per comodità del lettore, furono inseriti i segni vocalici, per la pronuncia del nome di Dio si usarono le vocali di «Adonai». Da qui deriva l’errata lettura di JeHoWaH, anzichè Jahwéh.
Alleanza
Parola ebraica (berit) dai molti significati: patto, promessa, testamento... tutti termini che indicano uno speciale legame stabilito tra D-o e il popolo d’Israele.
Mitzvòt
613 precetti religiosi (248 positivi e 365 negativi), che caratterizzano la vita dell’ebreo praticante. Questi 613 mitzvòt sono rappresentati dalle 613 frange dello scialle di preghiera (tallit) che l’ebreo mette sulla testa quando prega.
Kaddìsh
Il Kaddìsh è una breve preghiera composta da formule di lode a Dio in lingua aramaica, che viene usato per le preghiere giornaliere, è recitata alla fine di uno studio o in suffragio dell’anima di un parente.
le leggi date da D-o al suo popolo e quindi osservare scrupolosamente tutti i precetti stabiliti nella sua secolare tradizione. Per l’ebraismo la parola «fedeltà» (al Signore, alla sua legge –Torah – e al popolo, con cui Dio ha stretto una particolare alleanza) è fondamentale e alla base di tutto.
Nella cerimonia che segna il passaggio alla maturità religiosa (bar mitzvah) ogni ebreo rinnova l’alleanza fatta dai propri padri e se ne fa carico in prima persona. Tutto il resto, come l’osservanza dei precetti (mitzvòt), a volte anche piccoli e apparentemente senza senso, diventa la logica conseguenza della scelta di essere fedeli al Signore, come anche alla sua legge e al popolo. Chi cammina nella fedeltà – è scritto molte volte nella Bibbia – non si perde per le strade della vita.
I principi di vita a cui ogni ebreo è chiamato a ispirarsi sono sintetizzati nelle Dieci Parole (o Decalogo) e nelle 613 regole (mitzvòt). Molte di queste numerose regole riguardano l’alimentazione. Altri aspetti importanti della vita ebraica sono: lo studio della Torah e del Talmud, ma anche di tutto ciò che può arricchire la sapienza personale; la preghiera, soprattutto quella fatta in sinagoga, ma anche quella individuale; il sabato, giorno del riposo dedicato alla famiglia, alla riflessione e alla preghiera; l’attesa messianica e la memoria.
Tra i riti che sottolineano le tappe importanti della vita ebraica, si segnalano: 1. la circoncisione (brit milah), compiuta nell’ottavo giorno dalla nascita del bambino, è tra i riti ebraici più antichi e viene praticata ancora oggi. Sta a simboleggiare la speciale alleanza tra Dio e il popolo di Israele; 2. l’ingresso nella maggiore età: nel tredicesimo anno di età un ragazzo diventa «figlio del comandamento» (bar mitzvah), viene cioè riconosciuto adulto dal punto di vista religioso. Il rito prevede che il ragazzo legga in pubblico un brano della Torah, indossando la kippāh (copricapo), il manto della preghiera (tallit) e i tefìllin; 3. il matrimonio: data l’importanza che ha la famiglia e l’educazione dei figli, il matrimonio assume un significato particolare; 4. la vecchiaia e la morte: le persone anziane godono di molto rispetto, perché i figli sono chiamati a onorare i loro genitori. Al momento della morte è previsto un rituale molto preciso e il periodo del lutto è piuttosto rigido. Si recita il Kaddìsh, antica preghiera in aramaico con cui si santifica il nome di Dio.
« Perché molte grandi civiltà sono scomparse e invece la tradizione di una piccola religione è rimasta nel tempo? Perché – rispondono i saggi ebrei –in ogni casa ebraica troverete sempre un vecchio che insegna a un bambino su un antico libro».
(Paolo De Benedetti, studioso di ebraismo)

Nell’antichità il Tempio di Gerusalemme era il centro della religiosità ebraica, ma dopo la distruzione del Primo Tempio, la sinagoga (letteralmente «casa di riunione») rappresentò, nel periodo del post-esilio, un’innovazione importante, perché divenne il luogo di culto presente in ogni comunità sia piccola che grande. Ma nell’ebraismo anche la casa è considerata uno spazio sacro: infatti è proprio tra le mura domestiche che vengono celebrate molte feste, compresi il Sabato e la Pasqua. Una casa ebraica si può riconoscere dalla mezuzah, una custodia contenente un piccolo rotolo della Torah, che viene affissa agli stipiti delle porte (eccetto bagno e garage). Non esiste nell’ebraismo la figura del sacerdote, così come è conosciuta nel cristianesimo-cattolicesimo. Il rabbino è un «maestro», uno studioso della Torah, ed è per questa qualifica che viene chiamato a essere la guida spirituale della comunità e a risolvere le questioni giuridiche legate alla tradizione ebraica.
Oltre al Sabato (Shabbàt), il giorno sacro settimanale, le tre feste più importanti (dette del «pellegrinaggio» perché si saliva al Tempio di Gerusalemme) sono: Pesach (Pasqua) che ricorda l’esodo dall’Egitto, in cui si celebra il rito del Seder; Shavu’òt (Pentecoste o Festa delle Settimane) che celebra i primi frutti del raccolto e anche il dono della Legge a Mosé; Sukkot (Festa delle Capanne o dei Tabernacoli) che ricorda il cammino del popolo nel deserto sotto la protezione di D-o, e per questo si costruiscono delle capanne.
Rami o suddivisioni
Sono due i principali gruppi all’interno dell’ebraismo: i Sefarditi, provenienti dalla Spagna (in ebraico sefard) e sparsi sulle coste del Mediterraneo, e gli Aschenaziti, provenienti dalla Germania (in ebraico ashkenaz), spintisi nel Medioevo fino in Europa orientale (Polonia, Russia), che parlano lo jiddish, una lingua mista tra l’ebraico e il tedesco. Tra i vari gruppi si distinguono gli Haredim (letteralmente “coloro che tremano”) o Charedim) che vivono in comunità molto affiatate, in particolare in Israele e a New York: sono ebrei ultraortodossi, che osservano strettamente le leggi e le tradizioni ebraiche, si caratterizzano per uno stile di vita incentrato sullo studio della Torah e sulla devozione, vestono abiti scuri tradizionali e hanno molti figli.
Il primo Tempio di Gerusalemme, costruito da Salomone, fu distrutto dai Babilonesi nel 586 a.C. La ricostruzione iniziò verso il 520 a.C. Cinquecento anni dopo, il re Erode (lo stesso citato al tempo della nascita di Gesù) costruì un nuovo Tempio, conosciuto come «secondo» tempio o Tempio di Erode. Le sue dimensioni erano enormi, occupava un sesto della città. Questo tempio fu distrutto dai romani nel 70 d.C. e tutto quel che rimane è il Muro Occidentale, meglio conosciuto come il Muro del pianto.

Kasher
La tradizione ebraica considera kasher (o kosher) i cibi che sono «permessi». Le regole che riguardano il cibo e formano la kasherut sono molte e piuttosto dettagliate. Anche se agli occhi di un non ebreo tutte queste norme possono sembrare eccessive, è bene non dimenticare che è proprio l’osservanza delle regole che ha permesso all’ebraismo di sopravvivere.

• Usando la tecnica del brainstorming scrivete su un cartellone la parola «ebraismo» e tutto ciò che questo termine evoca.
• Per l’approfondimento, si vedano alcuni siti specifici delle comunità ebraiche http://www.ucei.it; http://www.ugei.it; http://www.morasha.it
Libri sacri
I cristiani riconoscono tutta la prima parte della Bibbia ebraica, che chiamano Antico Testamento (o Prima Alleanza), con delle diversità sul numero dei libri canonici: le Chiese protestanti conservano, in genere, lo schema ebraico (39 libri), mentre la Chiesa cattolica e anche quella ortodossa hanno 7 libri in più, che sono quelli redatti in greco e chiamati Deuterocanonici, o apocrifi dai protestanti. In tutto 47 libri. La seconda parte è costituita dal Nuovo Testamento (o Nuova Alleanza), composto da 27 libri, comuni a tutte le Chiese cristiane.



« Una città in cui un solo uomo soffre di meno è una città migliore».
(Don Luigi Di Liegro - Caritas)
« La riscoperta dell’ebraicità di Gesù è una delle grandi novità del dialogo ebraico-cristiano negli ultimi decenni. Gesù è ebreo e lo è per sempre»
(Schede per conoscere l’ebraismo, p. 74)
Subito dopo l’ebraismo, approfondiamo il cristianesimo; e questo non solo per una doverosa scelta cronologica, ma soprattutto per sottolineare la radice da cui il messaggio cristiano deriva. Gesù, infatti, è un ebreo, così come lo sono tutti i primi seguaci e la prima comunità (o Chiesa) nata a Gerusalemme. Il messaggio evangelico nasce e si sviluppa nella cultura e nella tradizione religiosa dell’ebraismo, anche se poi l’ambiente originario sarà in parte abbandonato per diffondersi soprattutto in quello greco-romano. Purtroppo la dimenticanza di questa radice creerà non pochi problemi nei secoli successivi, in gran parte ancora irrisolti.
Tutto ebbe inizio a Nazaret, una piccola cittadina nel nord della Palestina, nella regione della Galilea. Un rabbì (un maestro ebreo), Ben Joshua di Nazaret, aveva raccolto attorno a sé dei discepoli e predicava un messaggio innovativo e piuttosto rivoluzionario, che con il tempo iniziò a preoccupare sia le autorità religiose che quelle civili. Infatti, nel giro di qualche anno, la predicazione di Gesù fu considerata sempre più pericolosa da chi deteneva il potere, tanto da condannarlo alla morte di croce (un terribile supplizio in uso presso i romani che, all’epoca, dominavano la Palestina). Secondo quanto riportano i Vangeli, erano soprattutto le autorità religiose ebraiche del tempo a sospettare di Gesù, così fecero leva sui romani per togliere di mezzo un predicatore scomodo. Di fatto, però, la motivazione della condanna che era stata appesa alla croce indicava che il motivo ufficiale fu politico e non religioso.
Con la tragica morte di Gesù di Nazaret tutta la sua predicazione sembrò essere destinata a sparire nel nulla. Ma, con grande meraviglia di chi aveva assistito a tutta la vicenda, fu proprio da Gerusalemme, nella festività ebraica della Pentecoste, che i discepoli iniziarono a predicare che il loro Maestro era risorto, come lui stesso aveva promesso. E Pietro, alzandosi in piedi, disse a voce alta: «Uomini d’Israele, ascoltate queste parole: Gesù di Nazaret… Dio lo ha risuscitato… e noi tutti ne siamo testimoni» (Atti 2,22-32).
Fortificati dalla discesa dello Spirito Santo annunciavano a tutti il messaggio del Maestro, riconoscendolo poi come «Cristo» (il Messia atteso da Israele) e «Signore» (il Figlio di Dio).
Raccontano gli Atti degli apostoli che molti dei presenti a Gerusalemme, nel giorno di quella prima predicazione degli apostoli, si convertirono, diventando a loro volta testimoni della morte e risurrezione di Gesù. In breve, sorsero in Palestina tante piccole comunità dei seguaci del Nazareno, ma poi si diffusero soprattutto presso i non ebrei, grazie all’opera di Paolo, il grande missionario convertito al messaggio di Gesù sulla via di Damasco. Ma probabilmente qualcuno di voi si chiederà: perché il messaggio di Gesù si è diffuso in modo abbastanza rapido e ben oltre i confini della Palestina? Che cosa aveva di così importante?
Non è facile rispondere a simili domande, tuttavia possiamo dire che quel messaggio era testimoniato da persone certamente convincenti, pronte a pagare con la vita quello che annunciavano. La «buona notizia» che proclamavano in nome di Gesù era una grande speranza: si pensi alle Beatitudini, alla risurrezione dai morti, alla centralità data al comandamento dell’amore, più forte di ogni cosa, anche della legge e della ritualità. Questo annuncio era un messaggio innovativo e atteso nel profondo. Paolo di Tarso, l’intellettuale ebreo conquistato dal messaggio di Gesù, nelle sue Lettere alle prime comunità cristiane chiama «mistero» il piano imperscrutabile di Dio, a cui l’essere umano non può accedere con le sue solo forze: questo concetto non era così estraneo ai cosiddetti «culti misterici» presenti all’epoca tra i romani e i greci. È facile quindi pensare che la «buona novella», testimoniata dagli apostoli e dai discepoli di Gesù, andava dritta al cuore e alla coscienza delle persone, modificando radicalmente (“convertendo”) la loro vita. Non esigeva solo di amare Dio «con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente», ma anche «il prossimo come te stesso» (Mt 22,35-40), unendo di fatto i due comandamenti in uno solo.
Si tratta dell’iscrizione che fu affissa alla croce di Gesù in tre lingue (latino, greco, aramaico) e che motivava la sua condanna, come riferiscono i vangeli (Matteo 27,37 e Giovanni 19,19). L’esposizione del motivo della condanna era prescritta dal diritto romano. Nelle numerosissime rappresentazioni artistiche della crocifissione, il titulus è abbreviato con INRI: quattro lettere latine che significano Iesus Nazarenus Rex Iudaeorum (Gesù Nazareno Re dei Giudei).

Termine greco che traduce la parola semitica messia «unto con olio, consacrato». Gesù è riconosciuto come il Messia atteso dagli ebrei.
Signore
Gesù è il Figlio di Dio.
«Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati quelli che sono nel pianto, perché saranno consolati».
(Matteo 5,3-4ss)
«Avete inteso che fu detto: Amerai il tuo prossimo e odierai il tuo nemico. Ma io vi dico: amate i vostri nemici e pregate per quelli che vi perseguitano, affinché siate figli del Padre vostro che è nei cieli; egli fa sorgere il suo sole sui cattivi e sui buoni, e fa piovere sui giusti e sugli ingiusti».
(Matteo 5,43-45)
«In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi».
(Giovanni 1,1.14)
Chiesa
Questo termine ha diversi significati: 1. la comunità di tutti i cristiani, considerata il prolungamento di Cristo stesso; 2. una delle tante suddivisioni o confessioni cristiane; 3. edificio per il culto cristiano.
Credo
Raccolta delle principali verità di fede cristiane.
Dogma
Una verità rivelata da Dio e proposta dalla Chiesa cattolica come oggetto di fede.
Trinità
Esprime la fede in un unico Dio che si manifesta in tre persone uguali e distinte: Padre, Figlio e Spirito Santo.
Mistero
San Paolo, nella Lettera agli Efesini, (3,3-4), afferma che «il mistero non è stato manifestato agli uomini delle precedenti generazioni come ora è stato rivelato» (3,4-5). Prima c’era stata una rivelazione parziale della rivelazione divina, ora manifestata nel Cristo. Molti aspetti di questo progetto erano rimasti nascosti.
Tutti coloro che si riconoscono seguaci di Gesù accettano di credere in alcuni principi basilari che sono: Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio fatto uomo, morto e risorto; la Trinità (Dio è unico, ma si manifesta in tre persone: Padre, Figlio e Spirito Santo). Queste per i cristiani sono “verità di fede”, entrate a far parte del Credo (o Simbolo), una sintesi dei principi più importanti della fede cristiana, elaborata nei primi secoli e quindi antecedente alle grandi divisioni storiche tra le Chiese. Riprenderemo questo discorso, ma in sintesi possiamo dire che il cristianesimo, più che un insieme di verità di fede (dogmi) o di norme morali, è soprattutto un messaggio basato sulla persona di Gesù Cristo, una proposta di speranza aperta a tutti, in cui ogni essere umano è riconosciuto come fratello e sorella, senza confini di razza, cultura o religione.
Dio come Padre comune e quindi la fratellanza universale sono alla base della concezione della vita ispirata all’insegnamento di Gesù. L’amore nei confronti di Dio e del prossimo (agape in greco e caritas in latino) sono sintetizzati da Gesù in un unico comandamento, e proprio l’amore sarà il criterio ultimo su cui ognuno verrà giudicato da Dio: nella vita il cristiano non deve limitarsi all’osservanza dei dieci Comandamenti e al «non fare», ma è invitato ad «amare», cioè a fare agli altri quello che vorrebbe fosse fatto a sé, sull’esempio delle grandi parabole della misericordia raccontate da Gesù (come quella del Buon Samaritano e del Padre misericordioso). Dio, come viene indicato nel racconto del giudizio finale riportato nel Vangelo di Matteo (25,31-46), si identifica con le persone affamate e assetate che sono state aiutate, nello straniero accolto e nel carcerato visitato.
È molto probabile che la data in cui viene festeggiata la nascita di Gesù (25 dicembre) sia convenzionale. Nei Vangeli non si parla di date e, nei primissimi secoli del cristianesimo, più che il Natale si celebrava la morte e la risurrezione di Gesù (Pasqua). Secondo una tradizione piuttosto consolidata, il 25 dicembre è stato scelto nel IV secolo d.C. per sostituire la festa pagana del solstizio d’inverno, in cui si adorava il dio Mitra.

• Scrivete su un cartellone la parola “cristianesimo” e con la tecnica del brainstorming richiamate alla mente le associazioni di idee.
• Per approfondire si veda il sito: http://www.christianismus.it.
Pur essendo la realtà cristiana molto variegata e suddivisa in tante Chiese e movimenti, il culto e la pratica religiosa dei cristiani sono caratterizzati: 1. dalla Liturgia, il culto ufficiale cristiano che trova il suo centro nella celebrazione domenicale, in cui viene fatta memoria della morte e risurrezione di Gesù; 2. dalla celebrazione dei sacramenti, anche se il loro numero varia a seconda delle Chiese (sette per i cattolici e gli ortodossi; due o tre per le comunità protestanti). Per tutti è il battesimo il sacramento dell’iniziazione cristiana, anche se amministrato con modalità differenti; 3. dalla preghiera, sia individuale che comunitaria. La preghiera cristiana più importante è il Padre nostro, insegnato direttamente da Gesù ai discepoli, che assume un grande valore ecumenico come simbolo di unità tra le diverse chiese e comunità.
L’edificio specifico per il culto cristiano è la chiesa, che lungo i secoli ha assunto forme e stile architettonici spesso molto differenti. I ministri del culto cristiano sono i presbiteri (dal greco presbiteros, «più anziano»), da cui l’italiano «prete». Nella Chiesa cattolica, l’unica che conserva il celibato per i suoi preti, gli ordini sacri previsti sono: diaconato, presbiterato, episcopato
Oltre la Domenica, considerata la «Pasqua settimanale», le feste importanti per tutte le comunità cristiane sono: la Pasqua, in cui si celebra la morte e la risurrezione del Cristo; la Pentecoste, che segna inizio della Chiesa con la discesa dello Spirito Santo; il Natale, in ricordo della nascita di Gesù. Le altre feste cristiane sono: l’Epifania, la manifestazione di Gesù ai re Magi; Ascensione di Gesù al cielo, e quella della Santissima Trinità. La maggior parte delle feste cristiane, eccetto il Natale e l’Epifania, sono legate al calendario lunare e vengono determinate dalla Pasqua. In Italia la tradizione cattolica festeggia: il 1 novembre: festa di tutti i santi, con il 2 novembre dedicato al ricordo dei defunti; l’8 dicembre: Immacolata concezione (la madre di Gesù nata senza il peccato originale); Corpus Domini: la festa dell’Eucaristia; 15 agosto: festa dell’Assunzione di Maria Vergine
Rami o suddivisioni
Storicamente sono molte e variegate le suddivisioni nate nei secoli all’interno della fede cristiana. Nell’Unità successiva avremo modo di presentare la Mappa del cristianesimo, con le varie suddivisioni interne, di cui tre sono le principali: cattolica, ortodossa e protestante.
Chi Paolo?
Shaul (in ebraico), nato a Tarso in Cilicia fra il 5 e il 15 d.C., ebreo convinto, appartenente all’influente gruppo dei farisei, era un uomo di grande cultura e parlava correttamente più lingue. Agli inizi perseguitava i seguaci di Gesù, ma dopo una visione sulla strada di Damasco, si convertì totalmente al suo messaggio. Paolo è stato il più grande missionario del cristianesimo, colui che pur non essendo tra i 12 apostoli ha diffuso il messaggio di Gesù con le sue lettere, la predicazione, i viaggi nel mondo culturale di allora (Atene e Roma). Con i suoi scritti (le Lettere), anteriori cronologicamente agli stessi vangeli, ci fornisce notizie fondamentali sul messaggio di Gesù, la vita delle prime comunità e i principi dottrinali del cristianesimo.

CRISTIANESIMO
Il credo musulmano
Questi i punti principali:
• credere in Dio («Allāh» in arabo).
• credere nell’esistenza degli angeli, dei demoni e dei ginn.
• credere nei libri indicati nel Corano come provenienti da Allāh.
• credere nella missione profetica di Maometto e nei messaggeri di Alla–h prima di lui.
• credere nell’esistenza di una vita dopo la morte.
• credere nella predestinazione.
Libro sacro
Il Corano è stato rivelato al profeta Muhammad per mezzo dell’angelo Gabriele, nel corso di una ventina di anni (dal 610 al 632 d.C.). Agli inizi, il messaggio divino fu trasmesso oralmente dal Profeta; poi fu raccolto dai suoi compagni e trascritto su scapole di cammello, pelli di animali e pietre piatte. I testi furono definitivamente ordinati in capitoli (sure) e trascritti a mano su pergamena. Scritto in «lingua araba chiara», una prosa rimata sconosciuta a Maometto, il Corano contiene 114 capitoli o sure, per complessivi 6236 versetti



Dal punto di vista cronologico l’islam è l’ultima delle grandi religioni monoteiste del Mediterraneo e si caratterizza per una fede totale e assoluta in Dio (Allāh, in arabo). Islam significa «sottomissione» ad Allāh, «Il Dio» che ha manifestato la sua volontà per mezzo del profeta Muhammad (Maometto). Tutto ciò che Dio ha rivelato è raccolto nel Corano, il libro sacro del mondo islamico, e nella Sunnah, la tradizione autentica degli atti e dei detti del Profeta.
« Non vi sia costrizione alcuna nella religione».
(Corano 2,257)
« Va’ alla ricerca della conoscenza, fosse anche in Cina».
(Hadīt, o Detto del Profeta)
L’islam nasce nel VII secolo dell’era cristiana, nella penisola arabica, una terra in gran parte desertica e abitata da popolazioni locali. Dal punto di vista religioso si adoravano molte divinità (politeismo), ma tra queste alcune erano considerate superiori alle altre (enoteismo), tra cui anche Allāh, che veniva adorato in un santuario a La Mecca. Nella zona vi erano anche gruppi di ebrei, cristiani e mazdei che praticavano il monoteismo. Il profeta Muhammad entrò quasi certamente in contatto con questi gruppi, apprendendo delle rudimentali nozioni di Bibbia e di cristianesimo. Quando poi, verso i quarant’anni, il Profeta ebbe le prime rivelazioni (610 d.C.), la sua predicazione fu decisamente monoteista, affermando che Allāh è l’unico Dio e non possono esserci altri culti. Egli è misericordioso, benevolo, ma anche giudice imparziale. La predicazione del Profeta fu dapprima solo orale, poi trascritta e raccolta nel Corano (in arabo Qur’an, «recitazione»). Il messaggio di Muhammad ottenne un notevole successo tra le classi basse, ma gli procurò grandi nemici tra i mercanti, che vedevano compromessi i loro interessi legati ai santuari delle varie divinità. Ciò causò al Profeta sofferenze e persecuzioni, ma alla fine la sua azione religiosa, politica e militare ebbe la meglio sugli avversari e la nuova religione si diffuse molto rapidamente. Alla morte del Profeta (nel 632 d.C.), la sua opera fu portata avanti dai califfi, che ricoprivano un incarico politico e religioso insieme. In breve tempo, l’islam conquistò le regioni dell’India e dell’Indonesia, il nord Africa e arrivò in Europa attraverso la Spagna, minacciando di invaderla. .
Il credo musulmano è basato su una grande fede in Allāh, che ripagherà ciascuno secondo le proprie azioni, premiando chi si è comportato bene con il Paradiso e punendo il malvagio con l’Inferno. Fondamentale per la salvezza è l’osservanza scrupolosa dei cosiddetti «cinque pilastri» dell’islam:
1. la professione di fede (shahada): «Non c’è Dio all’infuori di Allāh, e Maometto è il suo Profeta». Questa proclamazione è recitata più volte al giorno ed è recitata in arabo da tutti i musulmani del mondo.
2. La preghiera rituale (salāt). Viene fatta cinque volte al giorno e indica, come simboleggiano i gesti rituali compiuti, che la fede è mettere al centro Dio, prostrandosi davanti a lui.Il digiuno (sawm). Il digiuno rituale più noto e praticato è quello del mese di Ramadan. Consiste nell’astenersi da ogni cibo e bevanda e anche dai piaceri (tabacco, profumi, sesso ecc.) dall’alba fino al tramonto; vi è obbligato ogni musulmano che abbia raggiunto la pubertà. Sono comunque previste eccezioni, come in caso di malattia, di maternità e in altre situazioni particolari. Si interrompe il digiuno con un pasto abbondante alla sera, che diventa un momento di gioia e di festa comune. Per i musulmani presenti in Europa è un’occasione per ritrovare e valorizzare le proprie tradizioni culturali.
3. L’elemosina legale (zakat) non deve essere confusa con quella che è l’offerta spontanea fatta a un povero. In realtà è una forma di tassazione, considerata come un dovere e un obbligo sociale per ogni buon musulmano.
4. Digiuno (sawm o siyām): la pratica del digiuno è coranica, ma esisteva già nel periodo preislamico, in cui gli arabi e gli ebrei osservavano un digiuno rituale. Consiste nell’astenersi dal mangiare, dal bere, dal fumare e dal compiere atti sessuali a partire dall’alba fino al tramonto per tutto il mese del Ramadan.
Chi partecipa al “Grande pellegrinaggio” alla Mecca, dall’8 al 12 del mese di Dū l-Hiğğa, indossa un indumento non cucito simile a un lenzuolo; la donna, invece, veste in modo semplice e sobrio. Tutti sono comunque tenuti ad osservare le regole e i riti previsti che iniziano con circumambulazione della Ka‘ba (tawāf) per sette volte, baciano la Pietra Nera. Poi i pellegrini trascorrono la notte dell’otto a Minā, il giorno nove sul monte ‘Arafa e la notte successiva a Muzdalifa. Ritornano poi a Minā, dove scagliano per sette volte ciascuno (per un totale di ventuno sassolini) contro il simulacro di Satana. Il pellegrinaggio si conclude con un’ultima circumambulazione.
5. Il pellegrinaggio (hajj). Per chi ne ha la possibilità, è prescritto un pellegrinaggio a La Mecca, almeno una volta nella vita. I pellegrini si rivestono di un lungo abito bianco, senza cuciture (che simboleggia l’abolizione di ogni differenza), e compiono poi una serie di riti, tra cui la «deambulazione» attorno alla Ka’ba.
La fede islamica si caratterizza non solo per la forte fede in Dio, ma anche per la non distinzione tra religione, società e stato (din, dunya, dawla). In questo senso non esiste nell’islām una separazione tra ciò che riguarda il culto, gli obblighi religiosi, la vita sociale e individuale. La religione è tutto: spiritualità, politica, cultura, società, famiglia, educazione, legge, e copre tutti gli aspetti della vita sociale, invitando i credenti a comportarsi in base alla Sunnah. Questa non distinzione tra religione e vita è un aspetto tipico dell’islām, fin dalle origini. Lo stesso Profeta Muhammad era allo stesso tempo capo religioso, politico e militare. E questo spiega anche perché in diversi Stati del mondo islamico è in vigore la sharī’a (legge divina), come unica fonte legislativa.
La vita di un musulmano è scandita da vari riti, che lo accompagnano dalla nascita alla morte. Dopo sette giorni dalla nascita si offre un sacrificio e viene an. .

Egira
«Emigrazione» o fuga del Profeta (622 d.C.) da La Mecca verso Medina. Segna l’inizio dell’anno islamico.
Ilam, Islamico, Islamista
I tre termini non sono sinonimi; «islam» indica più la religione e la tradizione; «islamico» descrive il fedele musulmano, i riti e le tradizioni dell’islam; e in questo senso non ha un significato negativo; «islamista», invece, dall’attentato alle Torri Gemelle (2001) viene per lo più usato con un significato negativo, come sinonimo di fondamentalista o sostenitore fanatico dell'islam politico.
Allāh
Dio nella lingua araba del Corano, dalla radice semitica El. La traduzione esatta è «Il Dio»
Musulmano
«Colui che si sottomette alla volontà di Dio».
Umma
La comunità dei credenti islamici.
Sunnah
È la “via”, il “modo di comportarsi”, è costituita dal complesso degli atti e detti (hadīt) del Profeta Muhammad. Insieme al Corano costituisce la base normativa. . ‐ .
Shari’a
È il complesso delle norme religiose, giuridiche e sociali direttamente fondate sulla dottrina coranica.
Significa letteralmente «la via da seguire», ma si può tradurre con «Legge divina». Infatti nell'islam, non essendoci una distinzione netta tra religione e società, non c’è nemmeno tra peccato e reato. Ma non tutti i paesi islamici applicano la Sharī’a come giurisdizione ordinaria.

che imposto il nome al bambino (tasmiya); in questa circostanza, a volte viene fatta la circoncisione, una pratica non richiesta dal Corano, ma comunque diffusa nel mondo islamico.
Tra i riti che segnano le tappe della vita dell’adulto, il matrimonio, anche se più che un rito religioso è un contratto tra lo sposo e il wali, il tutore o rappresentante legale della sposa. Nella tradizione islamica è ammessa la poligamia, ma il Corano – a differenza della società pre-islamica dove il numero era illimitato – fissa a quattro il numero delle mogli (sura 4,3), con l’obbligo per l’uomo di essere giusto verso ognuna di esse. Al momento della morte vengono recitati al morente dei versetti del Corano e la shahada, «la professione di fede». Secondo la tradizione, alla morte il corpo viene lavato e avvolto in drappi. Dopo le preghiere, il cadavere è sepolto nella terra, avvolto da un lenzuolo, con il corpo adagiato sul fianco destro e il viso rivolto verso la Mecca.
Nell’islam non sono previsti sacramenti e nemmeno una qualche forma di sacerdozio istituzionalizzato; così il centro vitale delle comunità è rappresentato dalla moschea. Letteralmente significa «il luogo dove ci si prostra» ma non è solo un luogo per pregare, ma anche dove si discutono problemi sociali e giuridici e si insegna il Corano. Il principale servizio assolto dalla moschea è la preghiera del venerdì, tra mezzogiorno e le tre pomeridiane, a cui sono chiamati a partecipare gli uomini; per le donne non c'è obbligo. Oltre all’imām che ha il compito di guidare la preghiera e tenere il sermone, altre figure importanti del mondo islamico sono l’Ālim, lo studioso esperto nelle scienze religiose, custode e interprete della tradizione; quella dell’Šayh, “anziano” o “capo”, titolo dato a leader locali o a rispettati studiosi e professori; Muftī: esperto in materia giuridica, autorizzato a emettere un responso (fatwā) basato sulla Legge coranica (šarī`a). Grande importanza assumono nell’islam le città sante, come la Mecca, considerata il centro dell’islam, ma anche Medina, la «città del Profeta» e Gerusalemme -
• Per un approccio più diretto al mondo musulmano si consiglia di leggere e ascoltare in italiano il Corano: http://ilcorano.net/il-sacro-corano/il-sacrocorano-audio/
Le festività comuni fra sunniti e sciiti sono:
● Festa del Sacrificio (‘īd al-adhā o al-qurbān): commemora il sacrificio di Ismaele, figlio di Abramo, in obbedienza a Dio.
● Festa della Rottura del Digiuno (‘īd al-fitr): si ringrazia Dio per aver superato il mese del digiuno e si indossa un vestito nuovo per andare in moschea a pregare.
● Notte del destino (Laylat al-qadr): è considerata la notte in cui il Corano è stato rivelato al Profeta Muhammad.
● Nascita del Profeta Muhammad (Mawlid al-nabawī): si ricorda la nascita del Profeta.
● Notte dell’Ascensione (Laylat al-mi‘rāg): commemora la visione notturna e l’ascensione al cielo del Profeta Muhammad.
● ‘Āšūrā: è una festività che ricorda tre eventi (Noè uscito dall’Arca, Mosè e gli ebrei che lasciarono l’Egitto, il martirio di Hussein il nipote del Profeta).
Rami o suddivisioni
Sono circa 2 miliardi i musulmani nel mondo e rappresentano circa un quarto della popolazione mondiale. I Paesi a maggioranza musulmana si trovano in Asia e nel Pacifico: tra questi l'Indonesia, con l'87%; il Pakistan, con il 96 %; il Bangladesh con l'88,7 %; l'Egitto con il 90 %). Anche in Europa la popolazione musulmana è in aumento. In Italia, secondo i dati più recenti (2024) della Fondazione ISMU (Iniziative e studi sulla multietnicità), i musulmani sono più di 1 milione e mezzo. All’interno del mondo islamico due sono i rami principali: sunniti (80% circa) e sciiti, con numerose sette e divisioni all’interno.
Il calendario
Il calendario musulmano si basa sulla luna ed è composto da circa 354 giorni (contro i 365 dell’anno solare), Si suddivide in dodici mesi: Muharram, Safar, Rabi`al_Auwal, Rabi`ath_ Thani, Giamada al_Ula, Giamada athThaniya, Rajab, Sha’ban, Ramadan, Shauwal, Dhul-Qa’dah e Dhu l_Hijjah. Il computo degli anni inizia dall’egira (16 luglio 622)
Cibo halal
Secondo la tradizione islamica si possono magiare solo alcuni tipi di animali, e comunque la carne deve essere halal, macellata secondo le regole rituali (tadhkiya) che prevede che l’animale sia sgozzato, così che il sangue fuoriesca velocemente dal suo corpo, senza procurare ulteriori sofferenze.
«Adorate dunque Iddio e non associateGli cosa alcuna, e ai genitori fate del bene, e ai parenti e agli orfani e ai poveri e al vicino che v’ è parente e al vicino che v’è estraneo e al compagno di viaggio e al viandante e allo schiavo, perché Dio non ama chi è superbo e vanitoso».
(Corano 4,36)
Gerusalemme è oggi la capitale contesa di Israele e Palestina, ma è anche la città considerata santa dai tre monoteismi del Mediterraneo: Ebraismo, Cristianesimo e Islam. Si trova sull’altopiano che separa la costa orientale del mar Mediterraneo dal mar Morto: a est di Tel Aviv, a sud di Ramallah, a ovest di Gerico e a nord di Betlemme. Una città piuttosto periferica nel mondo, ma che nel corso della sua storia è stata – ed è tuttora – al centro di complesse vicende storico-politiche, soprattutto per essere un importante punto di riferimento per le tre grandi religioni monoteiste.
Gerusalemme è santa perché è un punto di riferimento importante per i tre monoteismi.
Per l’ebraismo è la città santa per eccellenza, il luogo dove il re Salomone fece edificare il Tempio, sul monte Moria, sul quale Abramo doveva sacrificare il figlio Isacco. Il Muro del Pianto è l’unica parte rimasta ancora in piedi del Secondo Tempio, il luogo di preghiera più sacro per gli ebrei.
Per il cristianesimo a Gerusalemme è stato crocifisso, sepolto ed è risorto Gesù, tanto che il Santo Sepolcro è considerato il luogo cristiano più sacro e importante.
Per l’islam, dopo la Mecca e Medina, Gerusalemme è il luogo sacro più importante, legata al “Viaggio Notturno” di Maometto. La Cupola della Roccia, costruita sulla spianata del Tempio nel 688 d.C., è un luogo sacro per tutti i musulmani.

Gerusalemme nella storia dell’ebraismo è la “Città di Sion”, dal nome dell’antica collina dei Gebusei, che il re Davide conquistò verso il 1004 a.C., rendendola la sede del suo regno. Qui il re Salomone costruì il Primo Tempio, che custodiva l’Arca dell’Alleanza, distrutto da Nabuccodonosor nel 587 a.C. Nel I sec a.C. Erode il Grande ricostruì il Secondo Tempio, raso al suolo dai romani nel 70 d.C. Nel corso dei secoli questa città, considerata sempre importante nella storia dell’ebraismo, anche della diaspora, ha attraversato varie fasi: prima è stata conquistata dai Crociati nel 1099, poi dagli Ayyubidi (la dinastia curdo-musulmana fondata da Saladino) e poi dagli Ottomani (1517), fino al periodo moderno.
La parte orientale della città è chiamata Gerusalemme Est (in arabo
?, al-Quds; in ebraico םילשורי?) ed è stata annessa da Israele nel 1967, dopo la guerra dei sei giorni. Comprende la città vecchia con le sue mura, considerate patrimonio dell’umanità dall’Unesco, che racchiudono, in meno di un chilometro quadrato, molti luoghi di grande significato religioso come il Monte del Tempio, il Muro del pianto, la Basilica del Santo Sepolcro, la Cupola della Roccia e la Moschea al-Aqsa.

Sia nella visione escatologica ebraica che in quella cristiana, la salvezza finale verrà da questa città santa, che per tale motivo è detta la Gerusalemme celeste. Come è scritto in un importante documento del Concilio Vaticano II, che si richiama espressamente alla visione descritta nel libro dell’Apocalisse (Ap 21,23-24): «I vari popoli costituiscono una sola comunità e gli eletti saranno riuniti nella città santa di Gerusalemme, che la gloria di Dio illuminerà e dove le genti cammineranno nella sua luce» (Nostra aetate, 1).
Secondo il piano di spartizione dell’ONU del 1947, tutta Gerusalemme avrebbe dovuto costituire un territorio internazionalizzato, enclave all’interno dello Stato arabo. Israele firmò il piano di spartizione, ma gli arabi lo rifiutarono.
« Musulmani, cristiani ed ebrei riconoscono che Abramo si fece pellegrino per intraprendere quell’avventura spirituale che lo portava verso il mistero di Dio. (...) Da questo luogo santo di Gerusalemme lancio un accorato appello a tutte le persone e le comunità che si riconoscono in Abramo: rispettiamoci e amiamoci gli uni gli altri come fratelli e sorelle! Impariamo a comprendere il dolore dell’altro! Nessuno strumentalizzi per la violenza il nome di Dio! Lavoriamo insieme per la giustizia e per la pace!»
(Appello di papa Francesco da Gerusalemme, 26 maggio 2014)
Mosè, sura, Ismaele, nirvāna, Galilea 1 2 3 4 5
1. Mosé ha portato il popolo ebraico fuori dall’Egitto.
2. Giacobbe è il capostipite del popolo ebraico.
3. Il Kaddìsh è il primo libro della Bibbia
4. Secondo i Vangeli, Gesù è nato a Nazaret.
5. San Paolo era uno dei 12 apostoli.
6. Il cattolicesimo non fa parte del cristianesimo.
7. I musulmani adorano Maometto.
Che significa mitzvòt? (tra le varie risposte scegli quella esatta)
1. Pane consacrato
2. Comunità islamica
3. Regole o precetti dell’ebraismo
4. Festa ebraica
1. Figli di Giacobbe
2. Pilastri dell’islam
3. Sacramenti cristiano-cattolici
4. Sure
5. Libri del Nuovo testamento
27 b. 7
5
12 e. 114
(alcune non cʼentrano con il contesto)
Abramo • Giacobbe • Terra promessa
1. Ismaele è il figlio di ............................................................
2. Mosè condusse il popolo ebraico verso la ............................................................
3. La croce era il patibolo usato dai ............................................................
4. La prima predicazione degli apostoli avvenne a ............................................................
5. Il credo è la sintesi dei principi ............................................................
6. Per l’islam la rivelazione di Dio è raccolta nel ............................................................
7. La ............................................................ la comunità islamica
Tra queste parole, una non c’entra niente con gli argomenti trattati: sottolineala.