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MARGUERITE KAYE

L'amante del libertino


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Rake with a Frozen Heart Harlequin Mills & Boon Historical Romance © 2012 Marguerite Kaye Traduzione di Marianna Mattei Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Storici Seduction febbraio 2013 Questo volume è stato stampato nel gennaio 2013 presso la Rotolito Lombarda - Milano I GRANDI STORICI SEDUCTION ISSN 2240 - 1644 Periodico mensile n. 13 del 13/02/2013 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 556 del 18/11/2011 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


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Sussex, maggio 1824 La foschia mattutina stava appena iniziando ad alzarsi quando l'uomo spronò verso casa Thor, il suo splendido stallone nero, imboccando la scorciatoia che costeggiava i giardini di Woodfield Manor. La luce del sole che preannunciava una tipica giornata estiva inglese filtrava tra le fronde degli alberi, facendo luccicare la rugiada sull'erba come un tappeto di diamanti. L'odore della terra smossa dagli zoccoli si mescolava al profumo inebriante del caprifoglio avvinto ai tronchi dei tassi lungo il sentiero. Era una mattinata perfetta, e di sicuro anche le ore successive si sarebbero rivelate stupende. Rafe St Alban, Conte di Pentland, Barone Gyle e padrone di tutto quanto gli stava attorno in quel momento era, tuttavia, incurante delle bellezze della natura. Mentalmente stremato per via dell'ennesima notte insonne e fisicamente spossato dalla vigorosa cavalcata mattutina, non desiderava altro che poter finalmente piombare tra le braccia di Morfeo. 5


Cavaliere e cavallo formavano una coppia affascinante, perché erano entrambi dei magnifici esemplari delle loro rispettive specie di appartenenza, modelli di prestanza fisica senza pari. L'uomo era alto e perfettamente proporzionato e aveva una pelle tonica e lucente. I suoi capelli corvini splendevano alla luce del sole e il taglio semplice e quasi austero metteva in risalto il profilo impeccabile e gli zigomi arrossati dalla galoppata a rotta di collo attraverso i Downs. L'ombra di barba scura, dai riflessi quasi blu, evidenziava una mascella decisa e denti candidi. Byroniano, era così che l'aveva descritto un giorno una fanciulla infatuata, un complimento che lui aveva accolto con una delle sue risate sardoniche. Sebbene il suo aspetto avvenente e il suo cospicuo patrimonio lo rendessero uno degli scapoli più ambiti della bella società, perfino le corteggiatrici più intraprendenti restavano scoraggiate dal suo atteggiamento scostante e dal suo spirito sagace e tagliente. Rafe non aveva, infatti, alcuna intenzione di cadere in trappola una seconda volta. Il suo primo matrimonio era bastato a scoraggiarlo per il resto della vita. Dopo aver tirato le redini, smontò di sella per aprire il cancello di ferro battuto che immetteva sul sentiero ghiaioso diretto alle scuderie. «Siamo quasi arrivati, vecchio mio» mormorò, accarezzando il fianco sudato del cavallo, che scrollò il capo ed e6


mise dalle narici una nuvola di vapore caldo, ansioso tanto quanto il padrone di concedersi un po' di riposo. Decidendo di percorrere a piedi la breve distanza che lo separava da casa, Rafe si tolse la giacca da cavallerizzo e se la gettò sulla spalla con fare incurante. Non prevedendo di fare incontri era uscito senza indossare il cappello, né il panciotto e la cravatta. Le pieghe candide della camicia di lino gli aderivano alla schiena per via del sudore, mentre il colletto sbottonato rivelava la sottile peluria che ricopriva il suo petto muscoloso. Al momento di avanzare oltre il cancello, però, Thor s'impuntò, rifiutando di muoversi anche dopo la seconda, energica tirata alle redini. «Che cosa ti ha spaventato?» gli chiese Rafe. Si guardò attorno, aspettandosi di scorgere un coniglio o una volpe sbucare dal ciglio del fosso che correva parallelo al sentiero. Invece vide una scarpa. Una scarpa da donna. Una pantofolina di pelle, leggermente consumata sulla punta, calzata da un piede piccolo e armonioso che proseguiva in una caviglia ben tornita e fasciata da una pratica calza di lana. Mormorando un improperio che esprimeva più fastidio che preoccupazione, legò le redini a un paletto e si avvicinò al fossato. Riverso in posizione supina, privo di vita o di sensi, giaceva il corpo di una giovane donna, la quale indossava un semplice vestito di lana marrone 7


abbottonato fino al collo. Non portava cappellino o mantello, e i suoi capelli castani erano sfuggiti alle forcine spargendosi tutt'attorno e formando, intrisi di acqua e fango, una sorta di aureola bruna. Le braccia cingevano il busto in un gesto protettivo. Se non fosse stato per quel piede scompostamente allungato la si sarebbe potuta paragonare alla statua di una stoica martire. Rafe gettò da parte la giacca e s'inginocchio sul ciglio, accorgendosi con una certa irritazione che l'acqua gli aveva bagnato il pantaloni. Non notò alcun movimento, nemmeno un palpito sotto quelle palpebre abbassate. Sporgendosi di più, chinò il capo per avvicinarlo al volto e un accenno di respiro gli accarezzò la guancia, confermandogli che la sconosciuta era ancora viva. Sollevandone l'esile polso, scoprì un battito lieve ma regolare. Da dove arrivava? E, soprattutto, che diavolo ci faceva nel suo fosso? Si rialzò, notando distrattamente sui pantaloni chiazze d'erba che non avrebbero mancato di suscitare la disapprovazione del suo valletto. Passò poi a considerare le opzioni che gli si presentavano. Quella più semplice sarebbe stata lasciare lì la sconosciuta, tornare a casa e mandare un paio di garzoni di stalla a recuperarla. Tornò a fissare lo sguardo sulla dormiente, mentre una ruga corrucciata gli si formava sulla fronte. No, non poteva andarsene e abbandonarla in quello stato, simile a una tragica 8


Ofelia. C'era qualcosa, nella posizione di quel piedino, che la faceva sembrare terribilmente vulnerabile. Dopo tutto era una creaturina talmente magra che non sarebbe neanche valsa la pena di convocare i domestici, dal momento che aveva a disposizione un cavallo su cui trasportarla. Con aria rassegnata si accinse a prenderla in braccio. «È tutto, Mrs. Peters. Vi chiamerò se dovessi avere bisogno di voi.» Quelle parole, talmente attutite che sembrarono giungere da oltre una lunga galleria, si fecero faticosamente largo nella nebbia che avvolgeva la mente di Henrietta, la quale emise un gemito. Era come se qualcuno le avesse serrato il capo nella morsa di uno strumento di tortura medievale. Tentò di portarsi una mano alla fronte, ma il braccio non volle obbedirle, preferendo rimanere adagiato sul petto. Fitte di dolore lancinante la costrinsero ad aprire gli occhi, ma il vortice di colori che le aggredì la vista la costrinse a richiuderli di scatto. Adesso le sembrava che un fabbro le stesse percuotendo la testa con un martello. Quel pulsare doloroso era assolutamente insopportabile. All'improvviso una gradita frescura le lambì la fronte e il dolore si stemperò un poco. Lavanda... sentì profumo di lavanda. Grazie al cielo, il suo braccio decise di cooperare, così lei riuscì a premer9


si l'impacco freddo sulla fronte. Quando riaprì gli occhi, il mondo si inclinò e la stanza le ondeggiò attorno. Li richiuse, respirò a fondo, contò fino a cinque e li aprì con decisione, ignorando l'allettante richiamo dell'oscurità e dell'oblio. Lenzuola inamidate. Guanciali di piume. Uno scaldaletto ai piedi. Sopra di lei, un baldacchino di damasco. Era a letto, ma la camera in cui si trovava le era del tutto sconosciuta. Nel camino ardeva un gioioso fuocherello e la luce filtrava da una fessura tra le tende chiuse. La stanza era arredata con gusto ed eleganza, le pareti dipinte di giallo pallido contrastavano con i tendaggi color oro brunito. Un'ondata di nausea la travolse. Non poteva rimettere in quella raffinata, linda ambientazione. Compiendo un eroico sforzo di volontà, deglutì e si costrinse a mettersi seduta. «Siete sveglia.» Henrietta sussultò. La voce aveva un timbro profondo, corposo. Seducente e inequivocabilmente virile. Complici i tendaggi del baldacchino, non aveva notato la presenza di un uomo nella stanza. Si appiattì contro i cuscini e si tirò le coltri fino sotto il mento, rendendosi conto in quel momento di indossare solo la biancheria intima. L'impacco freddo le cadde dalla fronte, atterrando sul copriletto di seta. Lo avrebbe macchiato, pensò distrattamente. «Non avvicinatevi o grido.» «Fate pure» fu la laconica risposta. «Per quanto 10


ne sapete, il peggio potrebbe già essere accaduto.» «Oh!» Il tono non era stato minaccioso, bensì divertito. Henrietta batté le palpebre, sconcertata. Poi, mentre la vista diventava più chiara, rimase senza fiato: davanti a lei stava l'uomo più bello che avesse mai visto. Alto, bruno e vergognosamente affascinante, un vero e proprio adone. Il taglio impietosamente corto dei suoi capelli neri come l'inchiostro rivelava lineamenti dalla simmetria impeccabile. Sopracciglia ad ala di gabbiano. Occhi magnetici di una particolare tonalità d'azzurro... o forse di grigio?, simile al cielo in una notte tempestosa. Lo sconosciuto era in maniche di camicia e non si era rasato, ma quelle lievi mancanze non facevano che accentuare la sua perfezione fisica. Lei sapeva che lo stava fissando assai poco educatamente, ma non riusciva a farne a meno. «Chi siete? Che cosa ci fate in questa stanza... con me?» Rafe lasciò vagare lo sguardo sulla giovane che aveva appena salvato, che si stringeva al lenzuolo come se fosse stato uno scudo e lo fissava come se fosse stato nudo. Portava chiaramente impresso sul viso ciò che le passava per la mente e lui non seppe resistere alla tentazione di stuzzicarla. «Non riesco proprio a immaginarlo. E voi?» Henrietta deglutì. La risposta sottintesa a quella domanda risultò per lei scandalosamente intrigante. Indossava ben poco, mentre lui era mezzo vestito... 11


o mezzo svestito? Aveva parlato sul serio? Era davvero successo l'impensabile? Un fremito accaldato la percorse, facendole chiudere gli occhi. No! Era impossibile: se fosse accaduto davvero se lo sarebbe ricordato. Non che avesse ben chiaro che cosa esattamente... ma era comunque sicura che l'avrebbe ricordato. Un uomo del genere era indimenticabile. Dunque si stava prendendo gioco di lei? Gli scoccò un'occhiata sospettosa da sotto le ciglia. I loro sguardi si incontrarono, costringendola a distogliere il proprio in tutta fretta. No, si ripeté. Un dio greco non sarebbe mai sceso dall'Olimpo per sedurre una ragazza insignificante, scarmigliata e... Henrietta fiutò tutt'attorno a sé... e odorosa di acqua di fosso. Certo che no! Quando lo sguardo di lui si fissò nel punto in cui il lenzuolo era fermamente infilato sotto il mento di lei, Henrietta sentì che le guance avvampavano e rischiarono di prendere fuoco quando i loro sguardi s'incrociarono. Le parve di non aver superato un importante esame, e quel pensiero l'avvilì. Ciononostante sollevò il mento con aria fiera. «Chi siete?» «Non dovrei essere io a chiedervelo? Dopo tutto, sebbene priva di invito, siete pur sempre ospite in casa mia.» «Casa vostra?» «Esatto. Casa mia. Nella mia camera da letto. Nel mio letto.» Rafe attese, ma la giovane sembrava per il momento rimasta a corto di parole. «A Woodfield 12


Manor» aggiunse poi come precisazione. «Woodfield Manor!» Era l'enorme tenuta che confinava con quella della sua datrice di lavoro. L'enorme tenuta di proprietà di... «Santi numi, siete il conte?» «In persona. Rafe St Alban, Conte di Pentland, al vostro servizio.» Eseguì un ironico inchino. Il conte! Era in una stanza con il famigerato conte! Ora che si trovava al suo cospetto, Henrietta capì perché la sua reputazione fosse diventata leggendaria. Si aggrappò alle coltri come se si fosse trovata su una zattera in balia della corrente, e lottò contro l'impulso di gettarsele sopra il capo per nascondersi. «Lieta di fare la vostra conoscenza, milord. Sono Henrietta Markham.» Nel dirlo, si avvide dell'assurdità della situazione ed ebbe voglia di ridere. «Siete sicuro di essere il conte? Certo, se lo affermate, ovviamente dovete esserlo...» Le labbra di Rafe fremettero. «So bene come mi chiamo. Cosa vi spinge a dubitare della mia parola?» «Nulla. Solamente... be', non mi aspettavo... La vostra reputazione...» farfugliò arrossendo. «Quale reputazione?» Rafe lo sapeva benissimo, ma era curioso di vedere come la giovane si sarebbe spiegata. C'era qualcosa in lei che lo incitava a provocarla. Forse erano i suoi occhi, limpidi e ben distanziati l'uno dall'altro, del colore della cannella. O del caffè? No, nemmeno di quello. Del cioccolato? 13


Con fare disinvolto, andò a sedersi sulla sponda del letto, lasciandola stupita, anche se non tanto da farla ritrarre, come invece si era aspettato. Tra di loro c'era una distanza sufficiente a consentirgli di osservarla con attenzione pur senza cadere in un eccesso d'intimità. Anche se l'alzarsi e l'abbassarsi affannoso dei seni sotto il lenzuolo era perfettamente visibile. Non era bella nel senso convenzionale del termine. Non era abbastanza alta, tanto per incominciare, e di certo non la si sarebbe potuta descrivere flessuosa. Sebbene la sua pelle fosse perfetta, la bocca era troppo carnosa. Le sopracciglia erano troppo dritte mentre il naso non lo era abbastanza. Eppure, adesso che le guance avevano ripreso colore, facendole perdere l'aspetto di una statua marmorea, appariva... No, non bella, tuttavia dotata di un fascino conturbante. «Ebbene, Miss Markham, siete ammutolita?» Henrietta si inumidì le labbra, sentendosi come il topo tra le grinfie del gatto. No, si corresse, non un gatto, ma una fiera assai più pericolosa. Notò che il conte aveva accavallato le gambe. Gambe lunghe, possenti. Se lei fosse stata seduta sulla sponda del letto, nella stessa posizione, non sarebbe nemmeno riuscita ad appoggiare i piedi per terra. Non era abituata a star seduta così vicino a un uomo, tanto meno su di un letto! Faticava a respirare. Non era spaventata, bensì intimidita. Che cosa 14


aveva in mente lui? Raddrizzò la schiena, turbata dall'impulso di avvicinarsi. La vicinanza era pericolosa, si ricordò, e lei non desiderava certo conferirgli un ulteriore vantaggio. «Sapete benissimo di essere famoso» gli disse, compiacendosi di scoprire una nota ferma nella propria voce. «Famoso per cosa, esattamente?» «Ebbene, dicono che...» Henrietta s'interruppe, ritrovandosi a corto di parole, un'occorrenza per lei alquanto inconsueta. Vide che i suoi pantaloni erano macchiati d'erba e si soffermò a fissarlo in quel punto, domandandosi se si fosse sporcato per colpa sua. Quando lui intercettò la traiettoria del suo sguardo arrossì, ma si costrinse a proseguire. «In tutta franchezza, signore, dicono che voi siate... Sono sicura che siano falsità, perché è impossibile che voi siate così... In ogni caso, non siete affatto come vi immaginavo» concluse frettolosamente e sempre più impacciata. «E come mi immaginavate?» la incalzò, sforzandosi di contenere l'ilarità. Henrietta deglutì. Il modo in cui lui la scrutava non le piaceva affatto. La stava valutando, soppesando. Di nuovo, temette di non superare l'esame e subito dopo si rimproverò della propria infantile reazione. Purtroppo era inevitabile, perché sentiva la presenza di lui, così virile, come una minaccia, che le dava il desiderio di respingerlo fisicamente. O non si sarebbe piuttosto trattato di una semplice 15


scusa per toccarlo? Come sarebbe stato sfiorare quei capelli così corti? Li immaginò soffici, in contrasto con la barba che senz'altro era ispida. «Come un libertino» si lasciò sfuggire, totalmente confusa dalle proprie reazioni. Rafe scattò in piedi. «Prego?» Henrietta batté le palpebre, sentendo già la mancanza del calore della sua presenza, ma anche sollevata per la lontananza che si era creata. L'espressione di lui era impercettibilmente mutata, era diventata più fredda, più distante, come se un muro si fosse eretto tra di loro. Troppo tardi lei si rese conto che dare spudoratamente del libertino a qualcuno non era una grande prova di tatto, anche nel caso in cui quel qualcuno fosse effettivamente stato un libertino. Si sentì sprofondare. «Vi prego, Miss Markham, spiegatemi. Che aspetto ha, esattamente, un libertino?» «Ebbene, non lo so per certo... Tanto per incominciare, non dovrebbe essere così attraente» gli rispose, dicendogli, nell'ansia di rimediare alla propria scortesia, la prima cosa che le era passata per la mente. «E più vecchio di voi» continuò, incapace di fermarsi. «E senz'altro d'aspetto assai più immorale. Dissoluto. Anche se, a essere onesta, non ho idea di quale sia l'aspetto di un uomo dissoluto» concluse, mentre la sua voce si affievoliva sempre più sotto lo sguardo impietoso che la scrutava. «Mi sembrate una vera esperta in materia, Miss 16


Markham» l'apostrofò con sarcasmo, mentre la fronte corrugata gli conferiva un'aria ancor più minacciosa. «Parlate per esperienza?» Si era appoggiato con le spalle a una colonna del baldacchino. Erano spalle ampie. Possenti. Henrietta si domandò se praticasse il pugilato. In tal caso doveva essere un temibile avversario, perché il suo viso non recava traccia di colpi. E il petto, poi... Era possente quanto le spalle, perlomeno così sembrava sotto la camicia bianca. L'addome era piatto e muscoloso. Non ci aveva mai pensato prima di allora, ma il fisico maschile era completamente diverso da quello femminile. Solido, duro. O almeno così era quello dell'uomo che le stava davanti. Si mordicchiò il labbro sforzandosi di non mostrarsi intimorita. Non volendo rivolgersi al petto, che si trovava proprio all'altezza del suo sguardo, dovette inclinare il capo all'indietro per fissarlo negli occhi, che in quel momento erano grigio pietra, non azzurri. Deglutì di nuovo, cercando di ricordarsi che cosa lui le avesse chiesto. Ah, sì... stavano parlando di libertini. «Se parlo per esperienza? Sì... volevo dire... no. Non ho mai incontrato un libertino di persona, o almeno non che io sappia. Ma mia madre dice...» Di nuovo si impose il silenzio, rendendosi conto che sua madre avrebbe preferito non vedere il proprio passato sbandierato davanti a uno sconosciuto. «Ho constatato con i miei occhi i risul17


tati di una condotta dissoluta» si corresse. Aveva parlato in tono difensivo, ma era comprensibile visto il modo in cui il conte svettava su di lei, simile a un angelo vendicatore. S'irrigidì. «Nell'ospizio per i poveri della mia parrocchia.» L'espressione del conte divenne assai più demoniaca che angelica. «Se state insinuando che ho popolato la contea di piccoli bastardi, vi sbagliate di grosso.» Henrietta esitò. Non aveva udito alcuna insinuazione sul conto del suo interlocutore, anche se ciò non equivaleva ad assolverlo dalla colpa. Ma la reazione furiosa di lui sembrava avvallarne la sincerità. «Se lo dite voi» ribatté. «Non volevo insinuare...» «Invece l'avete fatto, Miss Markham. E me ne risento.» «È più che legittimo giungere a una simile conclusione, vista la vostra fama» gli tenne testa con una fermezza di cui fu la prima a stupirsi. «Al contrario. Non bisognerebbe mai giungere a conclusioni finché non si conoscono interamente i fatti.» «Quali fatti?» «Vi trovate nel mio letto, mezza svestita, eppure non ho approfittato di voi.» «No? Be'... certo che no. E questo varrebbe a dimostrare che non siete un libertino?» «Miss Markham, non sono abituato a dovermi difendere davanti a nessuno, tanto meno davanti a 18


voi» dichiarò Rafe, ora ben lungi dall'essere divertito. Era, anzi, furibondo. Poteva anche essere stato un libertino, per quanto odioso gli risultasse quel termine, ma non si considerava affatto un tipo dissoluto. In particolare lo disgustava l'idea di generare figli bastardi solamente come conseguenza del piacere fisico. Andava fiero del proprio codice di condotta: le sue attenzioni venivano rigorosamente elargite a donne esperte e consenzienti, che non si aspettavano nulla da lui. Si trattava di un semplice congiungimento di corpi, non di anime. Le verginelle, anche quando giacevano seminude nel suo letto, erano del tutto al sicuro con lui. Tuttavia non aveva intenzione di impartire tale informazione a quella particolare verginella. Henrietta si appiattì contro il cuscino, colta alla sprovvista da quell'improvviso cambiamento di umore. Se il conte era davvero il libertino che tutti andavano dicendo, perché si era offeso? Era risaputo che simili persone fossero prive di principi, dissolute, irresponsabili... A quel punto i suoi pensieri si arrestarono, perché erano tornati al loro esatto punto di partenza. Pur essendo definito da molti un libertino, il conte non aveva approfittato di lei. Forse perché non la trovava abbastanza attraente? Il pensiero era stranamente avvilente. E assurdo! Cosa le importava dell'opinione che quel depravato aveva di lei? A proposito... «E come sono finita nel vostro... in questo let19


to?» gli chiese, lieta dell'occasione di cambiare discorso. «Vi ho trovata priva di sensi. Dapprima ho pensato che foste morta. Nonostante ciò che andate immaginando, Miss Markham, preferisco conquistare donne in pieno possesso delle loro facoltà mentali. Quindi state certa che non ho nemmeno provato a molestarvi. Se l'avessi fatto non vi sareste dimenticata l'esperienza tanto facilmente. Un altro aspetto di cui vado fiero» concluse Rafe in tono sarcastico. Henrietta rabbrividì. Quelle non erano vanterie infondate, era ovvio. Dal modo in cui lui la guardò, capì che era riuscito a intuire i suoi pensieri. Di nuovo abbassò gli occhi, fissando intensamente il bordo con smerli del lenzuolo. «Dove mi avete trovata?» «In un fosso. Vi ho tirata fuori.» Quella notizia la sorprese a tal punto da spingerla a far cadere le coltri che fino a quel momento avevano preservato la sua modestia. «Santi numi! Davvero?» Si levò a sedere, dimenticandosi per un attimo del mal di testa, ma quando una fitta le trapassò il cranio come un dardo si lasciò ricadere all'indietro con un gemito. «E dove si trova quel fosso?» «Nella mia tenuta.» «E io come sono finita laggiù?» «Speravo che me lo diceste voi.» «Non so se mi sarà possibile.» Henrietta si tastò la nuca, dove si stava formando un grosso bernoc20


colo. «Qualcuno mi ha colpito.» Al ricordo fece una smorfia. «Con forza. Perché avrebbe dovuto?» «Non ne ho la minima idea» rispose Rafe. «Forse il colpevole si era infastidito per la vostra propensione a giudicare senza conoscere i fatti.» L'espressione ferita sul viso di lei mancò di arrecargli la soddisfazione che era solito provare quando una delle sue stoccate verbali andava a segno. In quel frangente, infatti, provò più che altro senso di colpa. La ragazza era davvero molto pallida. Forse Mrs. Peters aveva ragione: avrebbero dovuto convocare il medico del villaggio. «Come vi sentite, a parte il colpo in testa?» s'informò. La risposta alla domanda sarebbe stata malissimo, ma era evidente che non era quella che il conte si augurava di ricevere. «Abbastanza bene» mentì dunque Henrietta, cercando di mantenere la voce calma senza però riuscirci. «Non avete di che preoccuparvi.» Rafe sapeva di essere stato scortese. Di norma non se ne sarebbe neppure accorto, ma lei non aveva perso l'occasione di farglielo notare. Forse quella Miss Markham era un tantino troppo schietta, ma di certo non era svenevole e schizzinosa come molte fanciulle della sua età. La sua franchezza era, a onor del vero, alquanto stimolante. Il ricordo del contatto con le sue dolci forme, quando l'aveva sollevata dal fosso, gli si insinuò 21


nella mente senza esservi stato invitato. Un ricordo talmente vivido da sorprenderlo e turbarlo. Perché mai? «Avete tutto il tempo che volete per riprendervi» aggiunse. «Ciò che voglio sapere subito, però, è chi vi ha colpito e, soprattutto, perché vi ha abbandonato proprio sulle mie terre.» «In pratica volete sapere perché non ha scelto un altro posto per liberarsi di me, così da non arrecarvi questa seccatura?» ribatté Henrietta. Troppo tardi si rese conto di essere stata sfacciata, e ansimò portandosi una mano sulla bocca. La situazione era grottesca, ma anche buffa, così Rafe non riuscì a trattenersi e scoppiò in una risata, che suonò strana perfino alle sue orecchie: non la udiva da molto, molto tempo. «Avete ragione» convenne. «Avrei di gran lunga preferito se vi avessero abbandonata direttamente davanti ai cancelli dell'Ade. Ma ora eccovi qui.» La risata di lui era gradevole. E, per quanto la sua risposta non fosse stata affatto diplomatica, perlomeno era stata sincera. In segno di apprezzamento Henrietta gli rivolse un timido sorriso. «Non volevo sembrarvi sfrontata.» «Siete una pessima bugiarda, Miss Markham.» «Lo so. Voglio dire... Oh, cielo!» Il dolore al capo si accentuò, strappandole una smorfia. «Ho capito, milord. Volete che me ne vada e immagino che siate molto occupato. Se mi concederete 22


qualche momento per ricompormi, mi rivestirò e toglierò il disturbo quanto prima.» Era diventata ancora più pallida. Rafe provò una fitta di compassione. Lei aveva omesso di precisarlo, ma in fondo non aveva colpa di quella situazione tanto quanto non ne aveva lui. «Non c'è fretta. Forse se mangiaste qualcosa vi sentireste meglio. Dopodiché magari riuscirete a ricordare che cosa vi è capitato.» «Non desidero arrecarvi ulteriore disturbo» mormorò Henrietta senza troppa convinzione. Di nuovo, gli venne voglia di ridere. «Siete pessima nel convincere tanto quanto lo siete nel mentire. Ve la sentite di alzarvi dal letto?» Non le stava esattamente sorridendo, ma la sua espressione aveva perso gran parte della gravità iniziale, come se il sorriso non fosse più stato del tutto al di fuori della sua portata. Si meritava delle risposte... se solo lei fosse stata in grado di dargliele. Così disse che si sarebbe alzata, per quanto la sola idea le provocasse la nausea. «Milord, vi prego, aspettate!» lo richiamò, visto che si era già diretto alla porta. «Sì?» Nella fretta di trattenerlo, lei aveva lasciato cadere il lenzuolo, così lunghe ciocche ricciute di capelli castani le ricadevano sulle spalle candide. Indossava una camiciola di semplice cotone bianco, sotto la quale lui distinse chiaramente la curva dei seni 23


liberi dalla costrizione del corsetto. Si obbligò con riluttanza a distogliere lo sguardo. «Dov'è il mio vestito?» Accortasi di aver abbassato il lenzuolo, lo sollevò di nuovo fino al collo, cercando di convincersi che non c'era nulla di vergognoso nell'indossare una semplice camiciola di cotone bianco che, pur non essendo raffinata, era comunque pulita. «Vi ha svestito la mia governante» disse il conte in risposta alla domanda che lei non aveva osato porgli. «Il vostro abito era inzuppato e non volevamo farvi prendere un'infreddatura. Vi presterò qualcosa fino a quando sarà di nuovo asciutto.» Tornò pochi istanti dopo con una enorme vestaglia da uomo e le comunicò che la colazione sarebbe stata servita di lì a un'ora. Poi se ne andò. Henrietta rimase a fissare la porta che si era chiuso alle spalle. Quell'uomo era imperscrutabile. Voleva che lei restasse o che se ne andasse? La trovava divertente o irritante? Interessante o fastidiosa? Non ne aveva la minima idea. Non avrebbe dovuto tirare in ballo la sua reputazione. Sebbene lui non l'avesse esplicitamente smentita, era evidente che sapeva esercitare un grande fascino sulle donne, vista l'irresistibile combinazione tra il suo aspetto fisico e un certo non so che, una dote indefinibile ma capace comunque di far fremere anche lei. Una sorta di promessa illecita e incredibilmente allettante che soltanto lui sarebbe 24


stato in grado di trasformare in realtà. Henrietta era più confusa che mai. I libertini in teoria erano anche delle canaglie, ma Rafe St Alban non lo sembrava affatto. I libertini non erano brave persone, mentre lui non poteva essere malvagio, visto che l'aveva salvata. Probabilmente era proprio quello il punto: le canaglie erano tali perché ingannavano la gente facendosi passare per persone dabbene. Quindi era un bene o un male che lui l'avesse salvata? Era davvero impossibile deciderlo. L'unica cosa certa era che non vedeva l'ora di liberarsi di lei. Cercò di non sentirsene troppo offesa. Forse, invece, lui voleva semplicemente sapere come fosse finita sulle sue terre. Avrebbe voluto saperlo anche lei, rifletté, toccandosi cautamente il bernoccolo sulla nuca. La notte precedente... Che cosa ricordava della notte precedente? Il maledetto cagnolino di Lady Ipswich era fuggito e per cercarlo Henrietta aveva saltato la cena, dunque ecco spiegato perché adesso aveva tanta fame. Aggrottò la fronte e strinse gli occhi, ignorando il palpito dolorante che le percuoteva il cranio e sforzandosi di ripercorrere mentalmente i propri passi. Era uscita da una porta laterale. Nell'orto. Aveva aggirato la casa e poi... Il ladro! «Oh, mio Dio, il ladro!» La sua mente si schiarì, come la superficie di un lago che si placa di colpo, e le rivelò una nitida immagine. «Santi numi! 25


Lady Ipswich si starà chiedendo che diamine mi sia capitato.» A fatica uscì dal letto e guardò l'orologio sulla mensola. I numeri le apparvero sfuocati. Erano da poco trascorse le otto. Aprì le tende e batté gli occhi feriti dalla luce del sole. Era mattina. Dunque era stata fuori casa per tutta la notte. Il suo soccorritore doveva essere uscito assai di buon'ora. Anzi, adesso che ci pensava, il conte aveva avuto tutta l'aria di non essere neppure andato a letto. Probabilmente era stato in giro a far bagordi. Eppure le ombre scure attorno ai suoi occhi tradivano una stanchezza che andava ben oltre un semplice affaticamento fisico. Rafe St Alban aveva l'aspetto di un uomo che non riusciva a dormire. Ecco perché era tanto irascibile, considerò poi, sentendosi subito più comprensiva. Essere esausto e trovarsi davanti una sconosciuta priva di sensi doveva averlo messo a dura prova, soprattutto dal momento che la sconosciuta in questione aveva l'aspetto di... Oh, cielo, che razza di aspetto aveva? Henrietta corse a guardarsi nello specchio posto sopra una cassettiera finemente intagliata. Aveva la guancia sporca di terra, era più pallida del solito e aveva un bernoccolo grande come un uovo sulla nuca, ma a parte ciò era la stessa di sempre. La sua bocca non era certo un bocciolo di rosa e le sue sopracciglia non mostravano la minima propensione a creare un arco armonioso. I capelli erano troppo ric26


ci e ribelli, gli occhi marroni e anonimi come il resto della sua vita. Emise un sospiro affranto. Tutta la sua esistenza era un infinito alternarsi di sfumature di marrone. Per quanto cercasse di convincersi che, come le ripeteva spesso suo padre, ci fossero parecchie persone messe peggio di lei, quel pensiero le era di scarsa consolazione. Non era una persona infelice, eppure a volte non poteva fare a meno di chiedersi se la vita fosse davvero tutta lì. Doveva pur esserci dell'altro, anche se non aveva la minima idea di che cosa esattamente quell'altro potesse essere. «Ricevere un colpo in testa, venir abbandonata in un fosso e poi essere salvata da un affascinante conte è pur sempre un eccitante diversivo» meditò rivolgendosi alla propria immagine riflessa. «Sebbene il conte sia un soccorritore alquanto riluttante, dotato di un pessimo carattere e di una dubbia reputazione.» L'orologio sulla mensola batté le otto e un quarto, facendola sussultare. Era meglio non peggiorare l'umore del padrone di casa costringendolo a ritardare la colazione, così Henrietta versò dell'acqua in una graziosa bacinella di porcellana a fiori e si lavò via il fango dal viso. Quasi puntuale, Henrietta entrò nella sala della colazione con i capelli spazzolati e legati, avvolta nell'elegante vestaglia di seta verde e oro che le a27


veva imprestato il conte. Perfino con le maniche rimboccate e la cintura annodata stretta in vita l'indumento le era enorme, e formava un lungo strascico. L'idea che la stoffa che si trovava a contatto con la sua pelle avesse accarezzato anche il corpo nudo del conte la turbava non poco. Cercò di non pensarci, ma era impossibile. Era nervosa e vedere la tavola apparecchiata solo per due acuì la sua agitazione. Non aveva mai fatto colazione da sola con un uomo, tranne che con il suo caro papà, che non contava. Senz'altro non si era mai seduta a tavola con un uomo indossando soltanto una vestaglia. Dapprima lui parve non notarla nemmeno. Teneva lo sguardo fisso nel vuoto, un'espressione malinconica sul viso. Era assorto, accigliato. Ma sempre incredibilmente attraente. Si era rasato e aveva indossato una camicia pulita e una cravatta che era perfettamente annodata, un'aderente giacca da giorno blu, pantaloni color nocciola e stivali lucidi. In quella tenuta aveva un'aria ancor più aristocratica e altera. E ancor più affascinante. Henrietta si impresse un sorriso stentato sul volto e sprofondò in un inchino non particolarmente elegante, mentre il cuore le batteva a mille. «Milord, debbo scusarmi per la mia scortesia. Non vi ho ancora ringraziato per avermi salvato. Vi sono debitrice.» La sua voce strappò Rafe ai pensieri su cui era 28


scivolato per l'ennesima volta. Al diavolo il suo prezioso titolo e l'obbligo di mettere al mondo un erede! A chi sarebbe importato, se non a sua nonna, se il contado fosse stato ereditato da un lontano cugino? Se solo l'anziana dama avesse saputo quanti sacrifici lui aveva già fatto, senz'altro avrebbe smesso di dargli il tormento. Spostò lo sguardo su Henrietta, che lo fissava con aria titubante. Le tese la mano per aiutarla a rialzarsi. «Spero vi sentiate meglio, Miss Markham. Devo dire che la mia vestaglia vi dona molto.» «Sto benone, date le circostanze» rispose lei, lieta del sostegno che lui le aveva offerto per rialzarsi, visto che l'inchino le fatto venire il capogiro. «E per quanto riguarda la vestaglia, siete gentile a mentire. So di avere un aspetto spaventoso.» «Spaventosamente grazioso, direi. E dovete credermi, visto che sono un esperto in materia.» Lo sguardo angustiato di poco prima era sparito e aveva lasciato il posto a un sorriso. Non era un sorriso vero e proprio, o perlomeno non un sorriso che gli raggiungesse anche lo sguardo, tuttavia gli angoli della bocca erano rivolti verso l'alto. «Credo di essermi finalmente ricordata che cosa è accaduto» gli annunciò. «Sì?» Rafe scosse il capo per scacciare i fantasmi che si erano dati appuntamento nella sua mente. «Me lo direte dopo. Prima avete bisogno di mangiare.» 29


«In effetti ho fame, visto che ho saltato la cena per colpa di un cane.» Per la seconda volta quella mattina Rafe rise di gusto, e quella seconda volta la risata risuonò più spontanea, meno arrugginita. «Sono lieto di informarvi che in questa casa non ci sono cani che rischino di farvi saltare la colazione» le disse. La vestaglia conferiva un certo fascino alla ragazza. Infatti, poiché era aperta sul collo, rivelava una generosa porzione di petto e le conferiva l'aria di una donna che è appena uscita dal letto di un uomo, cosa che, in senso strettamente letterale, era vera. Rafe si rese conto di fissarla fin troppo intensamente, stupito dal moto di eccitazione che lo aveva involontariamente travolto. In genere era abituato a dominare gli istinti, non certo a soggiacervi. Dopo averla accompagnata a sedersi, andò a occupare il posto di fronte a lei, imponendosi di tenere lo sguardo fisso sul cibo. L'avrebbe sfamata, avrebbe scoperto da dove arrivava e l'avrebbe riaccompagnata a casa senza indugio. Poi avrebbe dormito. E dopo sarebbe tornato in città. Non poteva rimandare all'infinito l'incontro con sua nonna. Il solo pensiero gli causò un senso di oppressione incombente come il cielo a novembre. Non voleva pensarci. Per il momento non doveva, almeno finché ci sarebbe stata l'adorabile Henrietta Markham a distrarlo con il resoconto delle sue disavventure. 30


Le versò il tè e le riempì abbondantemente il piatto di uova, prosciutto, pane e burro, passando poi a servirsi una porzione altrettanto lauta. «Mangiate, prima di svenire per la fame.» «Sembra tutto delizioso» commentò lei scrutando il piatto colmo con evidente bramosia. «È una semplice colazione.» «Non ho mai mangiato una colazione così ricca» osservò Henrietta con una voce garrula di cui si rimproverò all'istante. Dovevano essere i nervi a darle quel tono così fastidioso. Ed era il conte a metterle agitazione, lui e la strana situazione in cui si trovavano. Il modo in cui la guardava, come per dirle che, se non avesse smesso di blaterare, quella ricca colazione sarebbe presto diventata fredda... Prese la forchetta, chiedendosi se lui la stesse soltanto provocando o se la considerasse un'idiota. Di certo riusciva a farla sentire tale. Mentre masticava le uova cotte a puntino, lo studiò da sotto le ciglia semi abbassate. Alla luce del sole che entrava copiosa dalle finestre, le ombre sul viso di lui erano meno pronunciate. Ma la sua bocca aveva una piega tesa, affaticata. Henrietta gustò qualche altra forchettata di uova e prosciutto. Anche quando sorrideva, rifletté, lui sembrava semplicemente compiere un atto meccanico. Chiaramente non era un uomo felice. Perché no, dal momento che aveva tutto ciò che si potesse desi31


derare? Avrebbe voluto chiederglielo, ma la sua espressione torva la dissuase. Ecco, decise, la parola migliore per descrivere Rafe St Alban era opaco. Era del tutto impossibile capire che cosa stesse pensando. Eppure, quell'impenetrabilità la rendeva ancora più curiosa di conoscerlo meglio. Un fremito d'eccitazione misto a timore le percorse la pelle, facendogliela leggermente accapponare. Ma che cosa si nascondeva in quell'uomo che la faceva sentire in quel modo? Intrigata e al contempo spaventata, come un coniglio inesorabilmente attratto verso il ghiotto boccone che lo condurrà nella trappola. Era sempre più convinta che la famigerata reputazione di Rafe St Alban fosse ben meritata. Se lui desiderava una cosa, resistergli doveva essere quasi impossibile. Rabbrividì di nuovo e si ordinò di non essere così sciocca. Di certo non avrebbe mai desiderato lei! E se anche l'avesse fatto, resistergli non sarebbe poi stato così difficile, sapendo di avere a che fare con un uomo del tutto privo di moralità. Fino a quel momento lui non le aveva rivolto la benché minima avance, dunque era alquanto improbabile che lo facesse in seguito. Che senso aveva perdersi in quei pensieri inutili?, si rimproverò. Aveva questioni ben più importanti di cui occuparsi, ora che aveva ricordato gli sconvolgenti eventi della sera precedente. Ma prima di 32


tutto doveva saziare il suo stomaco vuoto, altrimenti sarebbe davvero svenuta, coprendosi definitivamente di ridicolo. Giunta a quella conclusione, da quel momento in poi si concentrò esclusivamente su quanto aveva nel piatto.

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L'amante del libertino MARGUERITE KAYE INGHILTERRA, 1824 - Quando soccorre una sconosciuta e la accoglie nella propria casa, Rafe St Alban non immagina che la sua vita cambierà drasticamente. Lui, infatti, che dopo il fallimento del precedente matrimonio è diventato freddo e scostante con le rappresentanti del gentil sesso, rimane travolto dal fascino genuino e dalla innocente sensualità della giovane, al punto che decide di aiutarla a scoprire chi l'ha aggredita. Così, più la loro conoscenza si approfondisce, i loro sguardi si incrociano e la loro pelle si sfiora, più Rafe capisce di essere rimasto invischiato in una ragnatela molto insidiosa.

Attrazione scandalosa HELEN DICKSON INGHILTERRA, 1810 - 1812 - A causa della propria generosità d'animo Miss Delphine Cameron si ritrova per caso in una casa di tolleranza. E qui, turbata dall’atmosfera sensuale che permea il locale e che suscita in lei una torbida eccitazione, finisce, senza quasi sapere come, tra le braccia del tenebroso e attraente Lord Stephen Fitzwaring. L'indimenticabile notte di passione che condividono apre a Delphine le porte di un mondo sconvolgente, ma l'alba del nuovo giorno squarcia il velo dell'incantesimo, lasciandola di fronte a una drammatica realtà: ormai è una donna rovinata...


Carezze selvagge AMANDA MCCABE INGHILTERRA, 1564 - Celia non può rifiutare l'offerta della Regina Elisabetta I di fare parte della delegazione in partenza per la Scozia, ma è molto turbata per la presenza di John Brandon. L'incontro tra loro riapre vecchie ferite e riporta Celia indietro di tre anni, a quando coltivava speranze e sogni d'amore. Durante il viaggio, tuttavia, l'astio si trasforma in una bruciante attrazione che la porta a dividere con il gentiluomo momenti di passione infuocata. E così, tra accesi litigi e baci incandescenti, tra parole rabbiose e fremiti della pelle, una debole luce si riaccende nel cuore di Celia. Ma...

Giochi di seduzione STEPHANIE LAURENS INGHILTERRA, 1816 - Gervase Tregarth, Conte di Crowhurst, è tornato in Cornovaglia per cercare moglie, come ha promesso alle sorelle, ma se non avrà successo entro tre mesi sarà libero di tornare a Londra. Decide di fingersi interessato alla loro vicina di casa, Madeline, della quale è certo che non si innamorerà mai. Lei però si rivela una donna affascinante e Gervase capisce ben presto di esserne inesorabilmente attratto. Così una sera, complici la luna e le stelle, cede alla passione e la bacia. Da quel momento un'unica idea gli occupa la mente: sedurla e iniziarla al piacere dei sensi. Prima però... Dal 10 aprile


Il silenzio del guerriero MICHELLE WILLINGHAM SCOZIA, 1305 - Marguerite è figlia di un duca, Callum uno scozzese ribelle che ha perduto la voce. Il sentimento che li unisce basterà a sfidare un destino che pare già segnato?

Vendetta per amore MARGARET MCPHEE LONDRA, 1810 - Quando Marianne scopre che dietro la maschera del brigante che l'ha rapita si nasconde l'attraente Sir Rafe, non lo denuncia. Anzi, decide addirittura di sposarlo!

Il ritorno di Lord Montague CAROLE MORTIMER INGILTERRA, 1816 - Tra Giles, l'arrogante primogenito dei Montague, e Lily, umile trovatella, scoccano scintille. Ma sotto le braci del risentimento, cova in realtà la passione...

Misteri a teatro AMANDA MCCABE LONDRA, 1589 - Affascinante e scanzonato, Robert è un mascalzone dallo spirito indomabile. Ed è colpa sua se la vita di Anna si trova in pericolo... così come il suo cuore!


L'amazzone e il cavaliere Elaine Knighton Inghilterra, 1237 - In un momento di rabbia Fulk ha tolto la vita al fratello e, da allora, si è ripromesso di non uccidere mai più. Quando però il suo nemico giurato, Grimald, ottiene con l'inganno la vittoria in un torneo e pretende che in cambio della libertà lui conquisti Windermere e ne sposi la castellana, Fulk non può esimersi dal prendere le armi. Dopo settimane di assedio Lady Jehanne, detta la Vergine di Ferro perché sotto gli abiti da donna indossa un'armatura, è costretta ad arrendersi. Fulk le propone di allearsi per sconfiggere il comune nemico. E Jehanne, sorprendentemente, accetta di sposarlo...

Il capitano Miranda Jarrett Inghilterra, 1803 - Lord George Claremont, capitano di lungo corso della Marina di Sua Maestà, è alla ricerca di una tenuta in cui ritirarsi a vivere, e Feversham Hall, un'antica dimora elisabettiana che ha visto tempi migliori, fa proprio al caso suo. Tanto più che la governante, Fan Winslow, è una giovane assai attraente che fin dal primo istante ha colpito la sua immaginazione. Attratto dalla brillante intelligenza della fanciulla non meno che dalla sua avvenenza, il capitano cerca di conquistarne anche la fiducia, ma ben presto si rende conto che Fan gli nasconde qualcosa...


Anche questo mese, le autrici più prestigiose firmano i

NICOLA CORNICK vi offre un nuovo romanzo della serie dedicata alle audaci donne e agli scandalosi uomini del ton. Che il gioco della seduzione abbia inizio! “Peccaminoso, ironico e sexy.” Booklist

Continua l’avvincente serie Al servizio di Sua Maestà di BRENDA JOYCE, un’autrice da oltre due milioni di copie vendute. Avevamo già imparato ad apprezzare i suoi setting storici e le vicende ricche di passione, ma qui va oltre: descrive in maniera esemplare la situazione politica della fine del XVIII secolo, in un romanzo completo, avvincente, coinvolgente. RT Book Reviews La gelida fiamma del tradimento non può nulla contro il fuoco vivo della passione…

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SED13_L'AMANTE DEL LIBERTINO  
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