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Titoli originali delle edizioni in lingua inglese: Second Nature Nightshade The Right Path Silhouette Special Edition Silhouette Intimate Moments Silhouette Intimate Moments © 1986 Nora Roberts © 1993 Nora Roberts © 1985 Nora Roberts Traduzioni di Claudia Cavallaro, Tiziana Tursi e Clemente Peluso Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 1991 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Harmony Romanzi Americani luglio 1991 Prima edizione Harmony Pack gennaio 1999 Prima edizione Harmony Jolly Tour giugno 2002 Questa edizione Harmony Special Edition aprile 2010 HARMONY SPECIAL EDITION ISSN 1722 - 067X Periodico trimestrale n. 75 del 28/4/2010 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 102 del 24/2/2003 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


ATTIMI SOSPESI


Prologo

... La luna piena splendeva bianca e fredda. Lui vide le ombre muoversi e rabbrividire come esseri viventi sulla neve gelata. Nero su bianco. Cielo nero, luna bianca, ombre nere, neve bianca. Nient'altro. Un vuoto e una totale assenza di colori. L'unico suono percepibile, il fruscio degli alberi battuti dal vento. Ma lui sapeva di essere senza scampo e avvertì un brivido di paura. Sul terreno ghiacciato improvvisamente si materializzò un'ombra nera. Nessuna speranza di fuga... Hunter tirò una boccata di fumo, lo sguardo fisso sullo schermo del computer. Michael Trent era morto. Lo aveva creato soltanto per quell'atto finale, freddo e pietoso, al chiarore della luna piena. Provò soddisfazione, piuttosto che rimorso, per avere finalmente distrutto quel personaggio che ormai gli sembrava di conoscere meglio di se stesso. Volutamente trascurò di fornire i dettagli di quell'assassinio per lasciare campo libero all'immaginazione dei lettori, consapevole che quell'abitudine di narrare misteri senza poi svelarli del tutto deludeva e allo stesso tempo affascinava il suo pubblico. Poiché proprio quello era il risultato che si proponeva di conseguire, 7


ne provò compiacimento. Non era una cosa che gli capitava spesso. Creava storie di orrore, esplorava gli incubi più cupi della mente umana e con fredda precisione li rendeva tangibili. L'impossibile diventava plausibile e il soprannaturale consueto. Da cinque anni ormai veniva considerato un maestro in quel genere di letteratura e di quattro dei suoi bestseller era stata realizzata la riduzione cinematografica. I critici l'osannavano, le vendite aumentavano vertiginosamente e i fan gli scrivevano da tutto il mondo. Tutto ciò, però, lo lasciava indifferente. Scriveva soprattutto per se stesso, perché raccontare una storia era ciò che sapeva fare meglio e, anche se non avesse avuto successo, avrebbe comunque continuato a scrivere. Il lavoro e la privacy erano le due cose fondamentali della sua vita. Non si considerava un recluso, né un asociale. Si limitava a vivere come preferiva, senza lasciarsi condizionare dalla fama e dal denaro. Ascoltava solo ciò che voleva sentire, vedeva solo ciò che sceglieva di vedere e non scordava mai nulla. Si accinse a scrivere il capitolo successivo. Ecco che cosa veramente contava per lui: creare nuove parole, nuovi capitoli, nuovi libri. Quel giorno stava lavorando già da sei ore, ma intendeva proseguire per almeno altre due. Le sue storie erano narrate sempre con sufficiente realismo da rendere l'orrore un evento comune e plausibile. Un'entità aleggiava nei suoi romanzi e incarnava la paura inconscia e radicata saldamente nel cuore di ogni essere umano. Schiacciò l'ennesimo mozzicone nel portacenere. 8


Fumava troppo e ciò, forse, costituiva l'unico segno esteriore della tensione che lo pervadeva nell'atto creativo. Si era imposto di finire il libro entro la fine del mese. Seguendo uno dei suoi rari impulsi di disponibilità verso l'esterno, aveva acconsentito a partecipare a un convegno di scrittori che si sarebbe tenuto a Flagstaff nella prima settimana di giugno. In genere non amava quel tipo di manifestazione, ma questa volta, chissà perché, aveva accettato di essere il relatore davanti a un uditorio di duecento scrittori, professionisti e aspiranti tali. Era pomeriggio inoltrato quando il cane accucciato ai suoi piedi alzò la testa. «È ora, Santana?» gli chiese Hunter, accarezzandolo. Soddisfatto di sé e già deciso a riprendere il lavoro più tardi, spense il computer. Passò dal caos del suo studio all'ordinato soggiorno dalle grandi vetrate e dal soffitto a travi. Dopo avere aperto le porte che davano sul patio, guardò i boschi circostanti. Lo proteggevano dal resto del mondo. Aveva bisogno di pace, di mistero e di bellezza, nonché del rifugio delle alte pareti rocciose del canyon che si ergevano intorno alla casa. Fu allora che la vide camminare lungo il sentiero. Il cane cominciò a dimenare la coda. A volte, guardandola come in quel momento, Hunter riteneva quasi impossibile che una creatura così bella potesse appartenergli. Il suo aspetto era fragile, i tratti delicati, ma si muoveva con sicurezza e spontaneità. Era Sarah, la sua vita. Per lei valeva la pena di lottare e di soffrire. Per lei avrebbe fatto qualsiasi follia. Notandolo, lei gli sorrise. «Ciao, papà!» 9


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Durante la settimana in cui una rivista come Celebrity veniva impaginata, il caos regnava sovrano. In quasi tutti gli uffici della redazione la luce restava accesa fino a notte fonda e l'odore di caffè e tabacco era onnipresente. Dopo cinque anni, Lee considerava quel momento di panico mensile un evento inevitabile. Celebrity, le cui vendite garantivano un fatturato annuo di milioni di dollari, pubblicava servizi sul bel mondo, articoli di eminenti giornalisti e psicologi, interviste rilasciate da grandi personaggi, fossero essi statisti o stelle del rock. L'apparato fotografico era all'altezza di quello testuale: i critici della rivista parlavano di pettegolezzo, ma sempre di qualità. Insomma, si trattava di uno dei mensili più prestigiosi del paese e Lee Radcliffe non si sarebbe accontentata di meno. «Com'è andato il pezzo sulle sculture?» Lee alzò lo sguardo su Bryan Mitchell, una delle migliori fotografe della West Coast. Accettò con gratitudine la tazza di caffè che le porgeva. Negli ultimi quattro giorni aveva potuto dormire non più di venti ore in tutto. «Bene» rispose. Bryan scosse il capo. «Quando mi hanno detto di 11


fotografare quel groviglio di fili rossi e neri, sono stata tentata di andarmene all'istante... Mi devi credere.» «Lo hai reso quasi mistico.» «Potrei rendere mistico anche un deposito di robivecchi con l'illuminazione giusta» ribatté Bryan, sedendosi sul bordo della scrivania per sorseggiare il caffè. «Come vanno le tue ricerche su Hunter Brown?» Lee si accigliò. Hunter Brown stava diventando per lei quasi un'ossessione. Forse proprio perché lo scrittore si mostrava apparentemente inaccessibile, lei era ben determinata a essere la prima a svelarne il mistero. La sua tenacia era nota a tutti e in un modo o nell'altro sarebbe riuscita a portare a termine l'impresa. «Per ora ho soltanto il nome del suo agente e il numero telefonico dell'editore. Non ho mai conosciuto persone così reticenti nel fornire informazioni banali.» «Il suo ultimo libro è in testa alle classifiche di vendita della settimana scorsa.» Con fare distratto, Bryan raccolse un foglio da una pila di incartamenti. «Lo hai già letto?» «Non ne ho avuto ancora il tempo.» «Non scegliere una notte senza luna per farlo» le consigliò Bryan, gettando all'indietro la lunga treccia bionda. Terminò il suo caffè e rise. «Mio Dio, sono stata costretta a dormire con tutte le luci accese. Non so come ci riesca.» Lee alzò di nuovo lo sguardo dall'espressione calma e fiduciosa. «È proprio una delle cose che intendo scoprire.» Bryan annuì. Conosceva Lee da tre anni e non dubitava delle sue capacità. «Perché?» 12


«Perché nessun altro ha avuto successo come lui» rispose lei prima di finire il caffè. A prima vista, si sarebbe detta una conversazione casuale fra due donne attraenti in un ufficio moderno e raffinato. Osservando meglio, sarebbero però apparsi i contrasti. Bryan, in jeans e maglietta attillata, appariva completamente rilassata. Lee, invece, portava un completo blu molto elegante e il suo nervosismo era tradito dal continuo movimento delle mani. I capelli biondi con calde sfumature tizianesche mettevano in risalto la carnagione chiara. Quella mattina si era truccata con cura per nascondere i segni della stanchezza. I tratti delicati del viso contrastavano con la bocca piena e ben disegnata. Le due donne avevano stili e gusti del tutto diversi, ma, stranamente, erano diventate amiche fin dal primo momento in cui si erano conosciute. Bryan non approvava sempre la tattica aggressiva di Lee mentre quest'ultima le rimproverava sovente l'eccessiva disinvoltura, tuttavia, il loro rapporto era solido. «Allora, qual è il tuo piano?» domandò Bryan, mordicchiando una barretta di cioccolato. «Continuare a scavare» rispose lei, sorridendo. «Ho delle conoscenze alla Horizon, la sua casa editrice.» Senza rendersene conto, cominciò a tamburellare con le dita sulla scrivania. «Accidenti, pare che quell'uomo non esista. Non so nemmeno dove viva.» «Secondo le voci che circolano, abita in una specie di caverna piena di pipistrelli. È probabile che scriva i manoscritti originali intingendo la penna in sangue di pecora.» «E immoli delle vergini a ogni luna piena.» 13


«Non mi stupirebbe» disse Bryan, dondolando i piedi. «Comunque è un uomo strano.» «Urlo silenzioso ha avuto critiche entusiastiche.» «Non ho detto che non sia bravo» ribatté l'amica. «Ma che è un tipo strano.» Scosse il capo. «Ti giuro che ieri sera, mentre cercavo invano di addormentarmi, ho imprecato contro Hunter Brown.» Lee si alzò e si avvicinò alla finestra: la vista di Los Angeles non la interessava affatto, aveva solo bisogno di muoversi. «Che tipo di mente potrà mai avere? Che genere di vita condurrà? Sarà sposato? Avrà sessanta o vent'anni?» Si voltò. «Perché hai letto il suo libro?» «Perché era avvincente» rispose Bryan senza esitazione. «Dopo aver letto le prime pagine, ero già così coinvolta nella storia che non saresti riuscita a strapparmi il libro di mano nemmeno minacciandomi con una pistola.» «Eppure sei una donna intelligente.» «E che significa?» domandò Bryan, sorridendo. «Perché le persone intelligenti leggono storie che le terrorizzano?» «Sbaglio o colgo una nota di disapprovazione?» «Può darsi. Hunter è eccezionale: se descrive la stanza di una vecchia casa riesce a fartene sentire l'odore di stantio. Le sue caratterizzazioni sono così reali da indurti a credere di avere già conosciuto i suoi personaggi. Eppure impiega il suo talento per scrivere racconti che tolgono il sonno. Voglio scoprire perché.» Bryan gettò via la carta di un cioccolatino. «Conosco una donna che ha una mente con eccezionali capacità analitiche: riesce a trasformare fatti oscuri in storie interessanti che suscitano curiosità. È ambizio14


sa, sa scrivere, ma lavora per una rivista e lascia i suoi romanzi incompiuti in un cassetto. È bella, ma esce di rado con gli uomini, se non per ragioni di lavoro. Come mai si comporta così?» Lee la guardò e sorrise. «Tu come giornalista non vali molto.» Poiché non era sua abitudine seguire i consigli, Lee si sistemò nel letto, accese l'abat-jour sul comodino e aprì l'ultimo romanzo di Hunter Brown. Si era ripromessa di sfogliarne soltanto un paio di capitoli e di addormentarsi presto. La sua camera da letto era arredata nei toni del beige e dell'azzurro. Aveva acquistato e disposto sapientemente alcuni morbidi cuscini ben rigonfi, un grande tappeto persiano e un mobiletto antico con un'urna piena di piume di pavone. L'ultimo tocco di classe lo conferiva il grande ficus vicino alla finestra. Nel tranquillo tepore della sua camera, Lee si rifugiava ogni notte per rilassarsi e per essere pronta a riprendere l'indomani la lotta per il successo. Dopo mezz'ora di lettura, si sentì turbata, a disagio, ma completamente coinvolta: se la sarebbe presa con l'autore se non fosse stata troppo ansiosa di voltare a pagina successiva. La prosa fluiva senza artifici o difficoltà e il dialogo era così naturale da far quasi evocare le voci dei personaggi. Era consapevole che la storia le avrebbe procurato non poche difficoltà quando si sarebbe trovata sola al buio, ma non riusciva a smettere di leggere. Quella era la magia di un grande romanziere. Quando improvvisamente il telefono squillò sul comodino, la tensione che provava fu tale che il libro 15


le volò via dalle mani. Sempre imprecando, ma contro se stessa, Lee alzò il ricevitore. Il disappunto svanì subito: afferrò una matita e cominciò a scarabocchiare sul blocco degli appunti vicino al telefono, poi depose la matita e sorrise. Non sarebbe mancata l'occasione per ricambiare il favore enorme fattole dalla sua conoscenza di New York. Per il momento, doveva pensare a organizzare un viaggio a Flagstaff, in Arizona, dove avrebbe partecipato a un convegno di scrittori. Indubbiamente la bellezza del paesaggio era tale da incantare. Come sua abitudine, Lee aveva lavorato durante il volo da Los Angeles a Phoenix, tuttavia, una volta presa la coincidenza per Flagstaff, si era lasciata conquistare dallo splendido panorama. Aveva ammirato le cime e i declivi dell'Oak Creek Canyon, provando un'eccitazione piuttosto insolita per una donna non facile agli entusiasmi. Se avesse avuto più tempo... Lee sospirò scendendo dall'aereo. Il tempo non bastava mai. Fuori del piccolo aeroporto non trovò nemmeno un taxi. Mettendosi la sacca da viaggio a tracolla, imprecò fra sé: la pazienza non era mai stata una sua virtù. Stanca e affamata, si avvicinò a uno dei banchi delle informazioni. «Dovrei raggiungere la città» si limitò a dire. L'uomo in maniche di camicia e cravatta allentata smise di digitare sul suo computer. Notando la sua espressione irritata, raddrizzò le spalle automaticamente. «Desidera noleggiare un'auto?» Lei rifletté per un attimo, poi decise di no. «Voglio 16


solo essere accompagnata a Flagstaff.» Gli diede quindi il recapito del suo albergo. «Hanno per caso un servizio dall'aeroporto?» «Certo. Telefoni a quell'apparecchio laggiù e manderanno qualcuno a prenderla.» L'uomo la guardò raggiungere la cabina telefonica con aperta ammirazione prima di riprendere il proprio lavoro. Lee compose il numero dell'albergo e le venne assicurato l'arrivo di un'auto entro venti minuti. Soddisfatta, si comprò un hot-dog e si sedette a sbocconcellarlo nella sala d'attesa. Avrebbe raggiunto lo scopo che si era prefissa, si disse guardando le montagne in lontananza. Dopo tre mesi di insuccessi, avrebbe finalmente incontrato personalmente Hunter Brown. Non le era stato facile far approvare quel viaggio dal suo direttore, ma infine lo aveva convinto che ne sarebbe valsa la pena. Ripassò mentalmente le domande con cui intendeva mettere alle corde Hunter Brown. Le sarebbe bastato trascorrere un'oretta con lui e gli avrebbe strappato informazioni sufficienti per un'esclusiva eccezionale. Aveva agito allo stesso modo con il riluttante vincitore dell'Oscar di quell'anno e con un candidato alla presidenza decisamente a lei ostile. Era probabile che ambedue gli aggettivi si adattassero anche a Brown, si disse accennando un sorriso. Se avesse voluto una vita semplice, si sarebbe sposata con Jonathan e in quel preciso momento, forse, si sarebbe trovata a un garden party invece di essere in procinto di tendere un agguato a un famoso scrittore. Lee fu sul punto di scoppiare a ridere. Feste, canaste 17


e circolo della vela. Quella sarebbe stata la vita che la sua famiglia avrebbe tanto desiderato per lei, ma voleva di più. Diede un'occhiata all'orologio e, lasciando il bagaglio vicino alla sedia, si diresse alla toilette. Si era appena chiusa la porta alle spalle, quando l'uomo che tanto ambiva incontrare fece il suo ingresso nell'atrio. Lui non compiva spesso buone azioni e, quando avveniva, riguardavano solo persone che godevano del suo affetto. Hunter si era recato infatti all'aeroporto a prendere la responsabile della sua casa editrice. Si avvicinò allo stesso impiegato a cui si era rivolta Lee poco prima. «Il volo 471 è in orario?» «Sissignore, è atterrato dieci minuti fa.» «Ne è scesa una donna?» Hunter guardò la sala quasi deserta. «Attraente, sulla trentina...» «Sissignore» lo interruppe l'impiegato. «È appena andata alla toilette. Il suo bagaglio è laggiù.» «Grazie.» Soddisfatto, Hunter si avvicinò alla sedia occupata dalla sacca di Lee. Lee lo notò non appena rientrò nell'atrio. Le voltava le spalle, così ebbe soltanto l'immagine di un uomo alto e snello, con lunghi capelli mossi sul collo. Puntuale, pensò, raggiungendolo. «Sono Lee Radcliffe.» Quando lui si voltò, Lee rimase di sasso e il sorriso le si raggelò in volto. Sul momento non ne capiva la ragione. L'uomo era attraente... forse troppo. Un viso scarno, ma non duro: il naso era diritto e aristocratico, mentre la bocca era delicata e sensibile come quella di un poeta. Era spettinato, come se avesse guidato per 18


ore con il finestrino abbassato. Ma non furono quei dettagli che la impressionarono, bensì l'espressione degli occhi. Non ne aveva mai visti di tanto scuri e inquietanti. Sembravano trafiggerla. In pochi secondi parevano aver scoperto tutto di lei. Lui vide un viso stupendo: la pelle chiara metteva in risalto gli occhi scuri sgranati per lo stupore. La bocca era morbida e femminile. Vide forza, testardaggine e capelli ramati lucenti come seta. Vide una donna apparentemente padrona di sé, in realtà tesa e ansiosa che profumava come una serata di primavera e che non avrebbe sfigurato sulla copertina di Vogue. «Sì?» «Be', io...» Costretta a deglutire, Lee si interruppe. Si infuriò con se stessa, non si sarebbe certo lasciata intimidire da un autista. «Se è venuto a prendermi, quello è il mio bagaglio.» Perplesso, lui non disse nulla. Il malinteso era evidente. Avrebbe potuto chiarirlo subito, ma aveva sempre creduto di più agli impulsi irrazionali che alle spiegazioni logiche. Chinandosi, raccolse la sacca e se la mise a tracolla. «La macchina è qui fuori.» E, così dicendo, si incamminò. Lee si sentì molto più padrona di sé quando lui le voltò le spalle. Attribuì la propria reazione alla stanchezza per il lungo viaggio. Gli uomini non la stupivano mai, né la facevano balbettare. Le ci voleva un bagno e qualcosa di più sostanzioso di un panino. La macchina risultò essere una jeep. Non lo trovò strano, dato il brutto fondo stradale e gli inverni rigidi della zona. 19


Si muoveva bene, pensò lui, e il vestito era impeccabile. Notò tuttavia che si rosicchiava le unghie. «È di queste parti?» le chiese mentre salivano. «No. Sono qui per il convegno degli scrittori.» Hunter richiuse la portiera. «Scrive anche lei?» Lee pensò ai due capitoli del manoscritto che aveva portato con sé nel caso le servisse una copertura. «Sì.» Uscito dal parcheggio, lui infilò la strada che portava alla tangenziale. «Che cosa scrive?» «Articoli e qualche racconto» rispose Lee con sincerità. Poi aggiunse ciò che aveva confidato soltanto a pochi: «Ho iniziato anche un romanzo». Lui teneva una velocità piuttosto alta, ma Lee non vi fece caso. «Intende terminarlo?» le domandò. «Dipenderà da molti fattori.» Lui le diede un'altra occhiata. «Per esempio?» Lee si sforzò di restare immobile sul sedile malgrado la sensazione crescente di disagio. «Dalla qualità di ciò che ho scritto finora.» Lui trovò assai ragionevole quella risposta infastidita. «Partecipa spesso a questo tipo di convegni?» «No, è la prima volta.» Ciò poteva spiegare il suo nervosismo, rifletté Hunter, senza però essere certo di avere trovato la giusta spiegazione. «Spero che sia per me un'esperienza utile» proseguì lei, sorridendo. «Ho prenotato all'ultimo momento quando ho saputo della presenza di Hunter Brown. Non ho saputo resistere.» Lui si accigliò. Aveva accettato di esporre una relazione solo a condizione che non fosse pubblicizzata. Nemmeno gli iscritti al convegno avrebbero dovuto 20


venirne a conoscenza fino all'indomani. Come aveva fatto quella ragazza dai capelli rossi e con le scarpe italiane a scoprirlo? Superò un camion. «Chi?» «Hunter Brown» ripeté lei. «Il romanziere.» Di nuovo Hunter lasciò che l'istinto avesse la meglio. «È bravo?» Sorpresa, lei si voltò a studiare il suo profilo. «Non ne ha mai sentito parlare?» «Temo di no.» «Scrive storie di orrore. Forse a lei non piace leggere con tutte le luci accese e le porte chiuse a chiave.» «Demoni e serpenti?» «Non proprio» disse Lee dopo un momento. «Non è così semplice. Riesce a esprimere a parole le paure più recondite dell'animo umano.» Lui rise, compiaciuto. «Così, a lei piace essere spaventata?» «No.» «Allora perché lo legge?» «Me lo chiedo sempre anch'io alle tre del mattino mentre sto terminando uno dei suoi libri.» Lee scrollò le spalle mentre la macchina rallentava prima di lasciare la tangenziale. «È irresistibile. Secondo me, dev'essere un tipo molto strano» mormorò quasi fra sé. «Diverso dagli altri.» «Davvero?» chiese lui, parcheggiando di fronte all'albergo. «Ma per scrivere non basta possedere una fervida immaginazione e sapere usare le parole giuste?» Di nuovo lei scrollò le spalle. «Non credo sia molto piacevole vivere con un'immaginazione come quella di Brown. Vorrei tanto conoscere la sua opinione.» 21


Divertito, Hunter scese dalla jeep per prenderle il bagaglio. «Gliela chiederà?» «Sì» rispose lei, scendendo a sua volta. Per un attimo rimasero fermi e in silenzio sul marciapiede. Dal modo in cui lui la guardava, Lee percepì qualcosa di diverso dall'ovvio interessamento di un autista conosciuto da dieci minuti. Hunter si diresse verso l'albergo con la borsa in mano. Lei lo seguì, rendendosi conto solo allora di avere conversato senza interruzione di argomenti che esulavano dalle solite facezie da turisti. Osservandolo avvicinarsi alla reception, sentì che emanava un'aura di fredda sicurezza di sé non scevra di tracce di arroganza. Perché mai un uomo così faceva l'autista?, si chiese. In fondo, non erano affari suoi, concluse. Aveva ben altro a cui pensare. «Lenore Radcliffe» disse al portiere. «Sì, signorina Radcliffe.» Le passò una scheda da compilare e, dopo avere preso nota della sua carta di credito, le consegnò la chiave. Fu Hunter a prenderla, dandole così modo di notare il suo strano anello al mignolo, quattro sottili lamine d'oro e d'argento intrecciate. «L'accompagno» si offrì lui. Attraversò l'atrio con Lee al suo seguito e infilò un corridoio sulla sinistra fino a raggiungere la porta della camera assegnatale. La stanza dava sul giardino, notò subito lei con piacere. Mentre si guardava intorno, Hunter accese il televisore e controllò il condizionatore. «Nel caso le serva qualcosa, chiami la reception» le disse, sistemandole il bagaglio. «D'accordo.» Lee frugò nella borsetta e ne estrasse 22


una banconota da cinque dollari. «Grazie» disse, tendendola all'uomo. I loro sguardi si incrociarono e lei provò la stessa indescrivibile sensazione che l'aveva raggelata all'aeroporto. Poi lui sorrise in modo affascinante. «Grazie a lei, signorina Radcliffe.» Senza batter ciglio, Hunter prese la banconota e uscì dalla stanza.

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Questo volume è stato stampato nel marzo 2010 da Grafica Veneta S.p.A. - Trebaseleghe (Pd)

SE75 EMOZIONI PERICOLOSE  

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