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MAISEY YATES

Il bacio del deserto


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: The Inherited Bride Harlequin Mills & Boon Modern Romance © 2011 Maisey Yates Traduzione di Edy Tassi Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. Harmony è un marchio registrato di proprietà Harlequin Mondadori S.p.A. All Rights Reserved. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione Collezione Harmony ottobre 2013 Questo volume è stato stampato nel settembre 2013 presso la Rotolito Lombarda - Milano COLLEZIONE HARMONY ISSN 1122 - 5450 Periodico bisettimanale n. 2834 del 15/10/2013 Direttore responsabile: Stefano Blaco Registrazione Tribunale di Milano n. 22 del 24/01/1981 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - Via Trentacoste, 7 - 20134 Milano Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


1 Era poco ma sicuro, quello non era l'addetto al servizio in camera. Isabella Rossi, principessa del Turan, sollevò lo sguardo sull'uomo alto e dall'aria torva che se ne stava sulla soglia della sua stanza d'albergo. La perfezione di quella figura muscolosa era messa in risalto dall'abito nero confezionato su misura. Con l'abito, però, finiva ogni parvenza di civiltà. La sua espressione era imperscrutabile, i suoi occhi vuoti, le labbra serrate in una linea sottile. La mascella contratta. Tutto in lui esprimeva tensione. La sua pelle dorata era segnata da cicatrici. Isabella deglutì. «A meno che non abbia la mia cena nascosta da qualche parte, mi dispiace, ma non posso farla entrare.» Lui allungò le braccia in avanti, i palmi delle mani rivolti verso l'alto come a mostrare che erano vuoti. «Spiacente.» «Aspettavo il servizio in camera.» Lui tamburellò sullo stipite della porta. «È sempre meglio controllare, prima di aprire. Gli spioncini servono a questo.» «Grazie, me ne ricorderò.» Isabella fece per chiudere la porta, ma il battente non si mosse. Lui lo teneva aperto con una spalla. Cercò di chiudere ancora, questa volta e5


sercitando una forza maggiore. Di nuovo, la porta non si mosse. E il tizio nemmeno. «Lei ha causato non pochi problemi a parecchie persone. Inclusa la sua scorta, che adesso si ritrova senza lavoro.» Il cuore le sprofondò nello stomaco. Quell'uomo conosceva la sua identità e lei non sapeva se esserne sollevata o irritata. Poteva dirsi sollevata che non fosse lì per farle del male, ma... la irritava che potesse riportarla indietro. Nell'Umarah. O nel Turan. E lei non voleva andarci. Non adesso. Non quando le mancava così poco per realizzare ciò che aveva sempre desiderato. «Lavora per mio padre?» «No.» «Per Hassan, allora?» A giudicare dal lieve accento che tingeva la sua voce profonda, Isabella avrebbe dovuto capire subito che la lingua madre dell'uomo era l'arabo. Avrebbe dovuto capire che era in combutta con il suo fidanzato. «Lei sta violando un accordo, amira. E sapeva che lo sceicco non glielo avrebbe permesso.» «Sapevo che non avrebbe fatto i salti di gioia, ma...» «Ha fatto una cosa molto sciocca, Isabella. I suoi genitori temevano che fosse stata rapita.» Il senso di colpa che aveva tenuto a bada nelle ultime ventiquattro ore le fece aggrovigliare lo stomaco. Ma allo stesso tempo Isabella avvertì uno strano palpito, che sembrava farsi più intenso ogni volta che fissava quegli occhi scuri e impenetrabili. Abbassò lo sguardo. «Non volevo spaventare nessuno.» «E cosa pensava sarebbe successo, quando è scomparsa? Che tutti avrebbero continuato a vivere come se nulla fosse? Non ha immaginato che i suoi genitori sarebbero impazziti dalla preoccupazione?» 6


Lei scosse la testa, ammutolita. In realtà i suoi avrebbero dato fuori di matto per la rabbia, non certo per la preoccupazione nei suoi confronti. Avrebbero temuto che lo sceicco annullasse l'accordo appena siglato, se lei fosse rimasta nell'orribile mondo esterno abbastanza a lungo da diventare merce avariata, o qualcosa di simile. «Io... no, non immaginavo che si sarebbero preoccupati.» L'uomo spostò l'attenzione sul corridoio, dove una giovane coppia si stava baciando appassionatamente contro la parete un paio di porte più in là. «Non ho intenzione di continuare questa conversazione qui.» Lei lanciò una rapida occhiata ai due e il suo viso cominciò ad ardere per l'imbarazzo. «Be', non posso farla entrare!» Lui la oltrepassò con lo sguardo per osservare l'interno della stanza. «Entrerò qui dentro, con o senza il suo permesso, principessa. Una cosa che imparerà in fretta di me è che non prendo ordini.» «Mancano due mesi e dieci giorni al matrimonio» obiettò lei, disperata. «Ho bisogno... ho bisogno di questo tempo.» «Avrebbe dovuto pensarci prima di scappare.» «Così mi fa sembrare una bambina ribelle. Io non sono scappata!» «E allora lei come si definirebbe?» L'uomo guardò di nuovo il corridoio, dove l'attività della giovane coppia si era surriscaldata, e poi tornò a concentrarsi su Isabella. «Sto aspettando che mi faccia entrare.» Un suono che poteva solo definirsi estatico giunse dalla coppia nel corridoio e lei sobbalzò impercettibilmente, lasciando la presa sulla maniglia della porta. «Saggia decisione.» Lui la superò ed entrò nella piccola stanza. Poi rimase immobile, rigido, l'espressione neutra. Era attraente. Estremamente attraente. Isabella se ne 7


accorse solo in quel momento. Era rimasta così colpita della sua forza, dall'energia che emanava, da non aver avuto occasione di osservarlo davvero. Ma adesso si stava prendendo tutto il tempo per farlo. Adesso che la sua bocca era rilassata, lei notò che aveva le labbra piene e ben disegnate, nonostante la piccola cicatrice che ne deturpava un angolo. Aveva gli occhi più scuri che avesse mai visto, quasi neri e così intensi da darle l'impressione che potesse vedere attraverso le cose e le persone. Era il genere d'uomo capace di suscitare reazioni viscerali impossibili da combattere e da ignorare. Il genere d'uomo che lei non comprendeva e con il quale non voleva aver nulla a che fare. «Non la stavo lasciando entrare, ero solo sorpresa» gli disse, sperando che il proprio tono di voce gli comunicasse una certa imperiosità. Era una principessa, dopotutto. «E io le ho detto che sarei entrato, con o senza il suo permesso.» Isabella si schiarì la voce e si concentrò su un punto lontano. Quando lo guardava, le sembrava che tutto rallentasse. Perfino l'aria sembrava farsi più densa, rendendo il suo respiro più affannoso. «Sì, be', ormai è entrato.» «Esatto. E adesso noi due ce ne andiamo.» Lei arretrò di un passo. «Non andrò da nessuna parte con lei.» Un sopracciglio scuro scattò verso l'alto. «Ah, no?» «Ha intenzione di trascinarmi fuori di peso?» Lui scrollò le spalle. «Se sarà necessario.» Isabella arretrò ancora, cercando di mettere un po' di distanza fra loro. «Non credo che lo farebbe davvero.» «Non dubiti, principessa, lo farò eccome. Lei ha firmato un contratto con il Grande Sceicco dell'Umarah e io ho il compito di riportarla da lui. Il che significa che verrà con me. Anche se dovessi trascinarla per le vie di Parigi.» 8


Lei si irrigidì, cercando di apparire composta e di nascondere il nervosismo che le faceva tremare le mani. «Non credo che farebbe nemmeno questo.» Lui la fissò. «Continui a sfidarmi e lo vedrà di persona cosa sono disposto a fare.» La scrutò lentamente, lo sguardo che indugiava sulle curve di Isabella. Qualcosa nel modo in cui la guardava, nel modo in cui i suoi occhi scintillavano alla luce tenue, la fece sentire esposta, nuda. Il cuore prese a galopparle nel petto. Qualcosa di sconosciuto e bollente le scorse nelle vene, facendole accelerare il battito. Il martellio era così forte che probabilmente doveva sentirlo anche lui. Isabella inspirò a fondo per calmarsi e rallentare la corsa del cuore. Distolse lo sguardo, ma i suoi occhi si posarono sul grande letto in un angolo della stanza. Ripensò agli amanti in corridoio. Il sangue le salì al volto, facendole martellare le tempie, le guance così calde da bruciare. Concentrati! Doveva radunare i pensieri, trovare il modo di liberarsi di quell'uomo e tornare a vivere la propria vita prima di sacrificarla nel nome del dovere. Il grosso diamante che portava al dito, arrivato per corriere sei mesi prima, rappresentava un costante promemoria del fatto che la sua libertà aveva i minuti contati. Isabella desiderava avere una vita propria, anche se soltanto per due mesi. Non chiedeva molto, eppure tutti sembravano determinati a negarle quell'opportunità. Quando aveva chiesto a suo padre un po' di tempo, lui l'aveva guardata con disprezzo e le aveva fatto capire chiaro e tondo che poteva scordarselo. Così lei aveva deciso di arrangiarsi. Ecco perché non poteva andare con quell'uomo. Non adesso. Doveva pur esserci un modo per tirarlo dalla sua parte, 9


per volgere la sorte a proprio vantaggio. Ma lei non ne sapeva niente di uomini. L'unico che conosceva era suo fratello maggiore, Max, e lei aveva visto come si comportava sua cognata con lui, come riusciva ad approfittare dei suoi lati deboli. Anche se Isabella dubitava che il tizio nella sua camera avesse un lato debole. Ma ci avrebbe provato comunque. Prese fiato, avanzò e gli sfiorò il braccio con una mano. I loro occhi si incontrarono e una sensazione potente le saettò nello stomaco, costringendola ad arretrare di scatto, i polpastrelli che formicolavano. «Non sono pronta per tornare. Mancano due mesi al matrimonio e voglio davvero prendermi questo tempo per... per me.» Adham al bin Sudar combatté contro il lampo di rabbia che gli si era acceso dentro. Quella piccola bisbetica stava cercando di sedurlo pur di averla vinta. Il suo tocco sul braccio non era stato un gesto innocente, ma uno stratagemma calcolato per fargli ribollire il sangue nelle vene e farlo scorrere più velocemente. Be', quando la donna in questione era la principessa Isabella Rossi, come poteva essere altrimenti? Suo fratello era stato davvero fortunato a essersela accalappiata come futura sposa. Fosse stato al suo posto, però, Adham si sarebbe accontentato di averla come amante. Era bella, il corpo reso sinuoso da curve seducenti, il viso perfetto. La sua bellezza non era soggettiva ma universale. I suo zigomi alti, il nasino all'insù e le labbra voluttuose sembravano essere stati pensati per far voltare la gente ovunque andasse. Non era snella come una top model, ma lui aveva sempre preferito le donne vere. E Isabella Rossi di certo aveva le forme di una donna. Adham si concesse di indugiare con lo sguardo su di lei per apprezzare la pienezza del suo seno. Un seno che a10


vrebbe condotto alla perdizione qualsiasi uomo. Si sentì riempire di disgusto per la direzione che avevano preso i suoi pensieri e cercò di bloccare il desiderio che gli faceva indurire il corpo e galoppare il cuore. Quella donna era off limits. Accidenti, era la fidanzata di suo fratello! Hassan gli aveva chiesto di riportare a casa la sua futura sposa prima che il suo onore venisse compromesso. Ecco qual era il compito di Adham, anche se lui cominciava a nutrire qualche dubbio su Isabella e sul ruolo di principessa che le spettava. Una ragazzina egoista e viziata, senza il minimo senso del dovere, non sarebbe stata la regina giusta per il suo paese. Ma Isabella Rossi aveva alle spalle la fedeltà di un'intera nazione , un accordo commerciale e militare che nessun'altra sposa poteva garantire. Il che la rendeva essenziale e insostituibile. «Andarsene è stato un gesto estremamente sciocco» sbottò lui, facendo ricorso a tutta la forza di volontà che possedeva per soffocare il desiderio. «Avrebbe potuto succederle qualsiasi cosa.» «Ero al sicuro. E continuerò a esserlo. Io...» «Perché lei verrà con me, amira. Pensa davvero che la lascerei a se stessa solo perché mi ha fatto qualche sorrisino e me lo ha chiesto con gentilezza?» Le labbra turgide di Isabella si schiusero per lo stupore. «Io speravo che...» «Che nessuno la obbligasse a mantenere la parola? Se gli abitanti dell'Umarah scoprissero che la sposa dello sceicco lo ha abbandonato, il suo onore sarebbe compromesso. Senza contare che lei potrebbe essere giudicata una scelta inadeguata. E, se ciò accadesse, che ne sarebbe dell'alleanza? Lavoro, denaro, sicurezza... tutti gli sforzi fatti per il bene della nostra gente diventerebbero vani.» Lei si morse con forza il labbro, gli occhi azzurri che 11


scintillavano. E lui avvertì un certo fastidio. Un gradita alternativa all'improvvisa attrazione che lo aveva colto non appena l'aveva vista. Adham non era abbastanza paziente per gestire l'emotività delle donne. Le emozioni erano inutili a suo parere. Anche se aveva la sensazione che Isabella le stesse usando per manipolarlo. «Non avrei disertato il matrimonio. Volevo solo un po' di tempo.» «Spiacente, il tempo è scaduto.» La desolazione nello sguardo di Isabella avrebbe colpito chiunque, ma a lui non fece il benché minimo effetto. Riuscì solo ad accrescere il suo disprezzo per quella donna. Conosceva troppo il mondo per farsi condizionare dalle lacrime di una povera ragazzina ricca. «Non ho visto la Tour Eiffel...» mormorò lei, piano. «Cosa?» «Non sono riuscita a vedere nemmeno la Tour Eiffel. Ho preso il treno dall'Italia e sono arrivata solo questa sera. Non avevo intenzione di andarmene in giro di notte e così non ho visto niente di quello che avrei voluto vedere.» «Non ha mai visto la Tour Eiffel?» Lei arrossì, le guance baciate dal sole si fecero di un rosa intenso. «Certo che l'ho vista. Ma scorgerla da lontano durante un corteo ufficiale non è la stessa cosa che vederla da vicino.» «Questa non è una vacanza e io non sono una guida turistica. La riporterò nell'Umarah il prima possibile.» «Per favore, mi lasci almeno vedere la Tour Eiffel.» Era una richiesta semplice che poteva essere facilmente accolta. E, anche se i problemi di Isabella non lo commuovevano affatto, lui non era un uomo crudele. Senza contare che sarebbe stato molto più facile allontanarla da quell'albergo, se lei si fosse mossa di sua spontanea volontà. 12


«Domani mattina. Le do la mia parola che faremo una sosta sotto la Tour Eiffel e poi andremo in aeroporto. Adesso, però, deve venire con me senza fare scenate.» «E lei manterrà la sua parola?» «Un'altra cosa che deve sapere di me, principessa, è che non sono una persona gentile e non sono particolarmente di compagnia, tutt'altro, ma sono un uomo di parola. Sempre. Ne va del mio onore.» «E l'onore per lei è importante?» «È l'unica cosa che non ti possono portare via.» «Lo prendo come un sì.» Lui chinò la testa in segno di assenso. «E, se non venissi con lei...» «Verrà con me, punto. Le scenate sono facoltative... come la visita alla Tour Eiffel.» «Questo significa che ho ben poca scelta.» Isabella si morse il labbro. «Ne ha una sola.» Lei sbatté le palpebre, le spalle curve in segno di sconfitta, lo sguardo rivolto altrove, come se non volesse fargli vedere l'intensità del suo dolore. Anche se Adham era certo che lei non desiderasse altro che renderlo testimone della sua angoscia. «Ci sarebbero i bagagli da fare. Li ho appena disfatti e...» osservò lei senza muoversi, l'aria afflitta. «Be', di certo non sarò io a farli» le rispose sardonico. «Mi scusi.» Isabella aveva gli occhi spalancati e guance rosse come petali di rosa. «Lavora per lo sceicco Hassan e pensavo...» «Che fossi un suo servitore?» Lei borbottò qualcosa e si avviò a grandi passi verso l'armadio, che aprì facendo scorrere le ante bianche. «Non so proprio come abbia potuto pensare di cavarsela nel mondo reale, principessa, quando si aspetta ancora che qualcun altro si occupi del suo guardaroba.» 13


Isabella irrigidì le spalle. «Non mi chiami più così» gli ordinò senza voltarsi. «Ma è quello che è, Isabella.» Dalle labbra le sfuggì una risatina. «E chi lo sa chi sono? Io no di certo.» Adham ignorò il commento. Non era compito suo psicanalizzare la futura moglie di suo fratello. Lui doveva riportarla indietro sana e salva, ed era proprio quello che intendeva fare. Aveva altro a cui pensare, lui. Una squadra di geochimici stavano cercando il luogo migliore per installare un nuovo impianto petrolifero nel bel mezzo del deserto dell'Umarah e lui ci teneva a essere presente, quando fosse stata presa la decisione finale. Non era assillante, sapeva di aver assunto gli uomini migliori, ma gli piaceva essere presente nei momenti importanti, nel caso fosse sorto qualche problema. Facilitare la crescita economica dell'Umarah rappresentava solo metà del suo compito. La sua preoccupazione maggiore era proteggere suo fratello e la sua gente. Avrebbe dato la vita per lui, senza esitare. E, quando Hassan lo aveva informato della scomparsa della sua sposa, lui si era offerto di ritrovarla. Un'offerta che adesso rimpiangeva. Isabella si voltò, una pigna di abiti gettata su un braccio. «Potrebbe anche aiutarmi.» Lui scosse la testa, osservandola mentre iniziava a ripiegare gli abiti e a infilarli in valigia. Al terzo indumento sembrava aver trovato un metodo tutto suo, anche se non molto convenzionale. «Chi le aveva fatto le valigie alla partenza?» Lei scrollò le spalle. «Una cameriera di mio fratello. Avrei dovuto partire questa mattina. Ma me ne sono andata un'ora prima.» 14


«Per raggiungere una destinazione nascosta.» Isabella socchiuse le palpebre, le labbra strette in un'espressione altezzosa. «Come ha detto che si chiama?» «Secondo il rapporto che ho letto, lei è una donna molto intelligente. Ha sempre avuto ottimi voti a scuola. Sa benissimo che non le ho mai detto il mio nome.» «Allora, visto che lei sembra sapere tutto di me – voti in pagella compresi – io dovrei almeno sapere il suo nome.» «Adham.» Omise il cognome e con esso anche il legame che lo univa ad Hassan. «Piacere di conoscerla.» Isabella ripiegò una camicetta di seta e la mise sul fondo di una valigia rosa. Poi si bloccò. «Anzi, no. Non so perché l'ho detto. Abitudine, forse. Buone maniere.» Sospirò. «Forse è solo quello che sono stata addestrata a fare.» Lo disse con disperazione. Le labbra curvate verso il basso. «Non è affatto un piacere conoscerla, Adham. E vorrei davvero che se ne andasse.» «Purtroppo non sempre si ottiene quello che si vuole.» «Alcuni non lo ottengono mai.» «Lei avrà la Tour Eiffel, se la faccia bastare.»

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