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MARIANGELA CAMOCARDI

Un segreto tra noi


Un segreto tra noi © 2013 Mariangela Camocardi Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2013 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Romanzi Storici Special luglio 2013 Questo volume è stato stampato nel giugno 2013 presso ELCOGRAF S.p.A. stabilimento di Cles (TN) I GRANDI ROMANZI STORICI SPECIAL ISSN 1124 - 5379 Periodico mensile n. 178 del 17/07/2013 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 368 del 25/06/1994 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - Via Trentacoste, 7 - 20134 Milano Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


Dedica

Questo romanzo è dedicato alle care Alessandra Bazardi e June Ross che da anni mi onorano della loro amicizia. Mi sento davvero privilegiata nell'avere incontrato due signore così speciali. Lo dedico altresì a una persona per me altrettanto unica: Matteo Grieco. Non solo per essere il mio primo, amatissimo nipote, ma soprattutto perché, oltre a esserne la fiera nonna, sono anche una sua scatenata fan. Come futura star del rock, quando lui suona la chitarra riesce a incantarci tutti.


Prologo Dannazione! Dannazione! Dannazione! Kilian von Metz si sporse dalla balaustra del balcone, ma scartò d'acchito la discesa come possibilità di fuga. Era nudo, a parte il mantello che Marlene gli aveva lanciato al volo prima di chiudere con deleteria rapidità i vetri dietro di lui, lasciandolo esposto al gelido vento di una notte di gennaio. Ora, se non si toglieva alla svelta da lì rischiava di assiderare prima ancora che avesse il tempo di dire amen, pensò con un principio di panico. Per l'inferno! Come accidenti era passato da un amplesso bollente e appagante alla concreta possibilità di morire assiderato nella gelida aria di quella notte da lupi? La nevicata si stava intensificando e il freddo pungente era così insopportabile da fargli battere i denti come nacchere. Si avvolse meglio nel mantello nel tentativo di ripararsi. Le membra avevano assunto una sfumatura bluastra poco rassicurante e le estremità cominciavano a diventare insensibili. «Se non mi levo da qui sono spacciato» borbottò al nulla, rabbrividendo convulsamente quando il vento si rafforzò, accanendosi con raffiche che fecero turbinare i fiocchi ghiacciati intorno a lui. Era una sofferenza anche respirare con una simile temperatura. In compenso l'erezione resisteva imperterrita, esigendo di essere placata da una soddisfazione fisica che ormai Marlene non poteva più offrirgli. Marlene era l'ultima delle sue amanti e tra loro due le 7


cose funzionavano a meraviglia, sessualmente. Quella sera, approfittando di una temporanea assenza del consorte, lei lo aveva invitato a trascorrere la notte a casa sua e Kilian aveva acconsentito con entusiasmo. La serata stava procedendo in modo perfetto quando, maledizione a lui, Franz Keiber, il consorte assente, era venuto a rompere le uova nel paniere. Diamine, i mariti avrebbero dovuto mostrare il buongusto di non essere così intempestivi da tornare da un viaggio con molto anticipo sul previsto, si disse Kilian, seccato. Per evitare che Franz scoprisse l'adulterio, Marlene non aveva escogitato di meglio che ficcargli sbrigativamente in mano la sua roba e cacciarlo fuori sul balcone. Forse, pressata dall'ansia di far sparire ogni traccia della sua presenza prima che Franz irrompesse sulla scena, la donna non si era resa conto di aver disseminato con il restante vestiario il tragitto che dal profumato boudoir di lei conduceva al terrazzo su cui adesso era confinato, e che si affacciava sull'ampia piazza di Freyung, a Vienna. Sporgendosi, sacramentò di nuovo. Tagliare la corda da lì scivolando lungo il tubo bagnato della grondaia equivaleva a un suicidio. Per fortuna, se di fortuna si poteva parlare, tranne qualche carrozza in giro non si scorgeva anima viva e quindi non c'era pericolo che qualche nottambulo lo notasse. Comunque era anche colpa sua poiché, preso dalla concitazione di sottrarsi alle legittime rappresaglie del marito tradito, non aveva affatto controllato il fagotto degli indumenti. Sicché, cappa a parte, mancava tutto il resto. Gli sfuggì una bassa imprecazione. Tra gli altri capi di vestiario erano andati perduti gli stivali appena acquistati, che gli erano costati un occhio. E tuttavia, a dispetto della situazione grottesca, Kilian sogghignò divertito figurandosi la reazione di Franz, eventualmente avesse mangiato la foglia. Poi, consapevole che il gelo poteva risultargli fatale 8


se avesse indugiato all'aperto ancora a lungo, la voglia di ridere si dileguò. «Mein Gott. E ora?!» La sua voce risuonò fievole nel silenzio notturno. Tornare nella camera da letto, suscitando uno scandalo e di conseguenza un duello in cui poteva rimetterci la pelle, era un'alternativa da scartare. Preferiva congelare come un baccalà. Tese l'orecchio udendo provenire dall'interno dell'abitazione un rumore di porte che sbattevano, seguito dalla voce di Marlene: gli parve che stesse miagolando qualcosa di carino al marito. La spudoratezza di quella civetta irriverente era incredibile, ammise con aperta ammirazione. Era pronto a giurare che avrebbe trascinato Franz tra le lenzuola in un battibaleno. Sensuale com'era, avrebbe stornato dalla mente del marito qualsiasi sospetto fosse scaturito in lui nel sorprenderla con nient'altro addosso che un negligé, già calda e disponibile a fare l'amore. Kilian si distolse a fatica dalle immagini lubriche del bel corpo di lei che gli ballavano davanti agli occhi, rinfocolando l'eccitazione. Concentrò l'attenzione sul balcone dell'appartamento limitrofo. Poteva farcela a saltare al di là del parapetto o si sarebbe sfracellato al suolo? Le imposte erano aperte e gli sembrò che anche il battente della portafinestra fosse socchiuso. Calcolò tra sé lo slancio necessario a superare indenne lo spazio che lo divideva tra la precarietà attuale e la relativa sicurezza che gli si prospettava se fosse riuscito a balzare sull'altro terrazzo. Suo malgrado sospirò di apprensione gettando uno sguardo al vuoto sottostante. Pure, era l'unico espediente a disposizione. Doveva anzitutto liberarsi del mantello. Gli sarebbe stato solo d'intralcio mentre spiccava il salto. Irrigidì le mascelle quando, fattosi scivolare di dosso l'indumento, il gelo tornò a mordergli le carni, paralizzandolo quasi. Cercando di resistere, ebbe cura di annodarlo più volte prima di 9


scagliarlo verso l'altro balcone con tutte le sue forze. L'involto saettò nell'oscurità che si addensava intorno a lui, arrivando a destinazione con un tonfo lieve che stranamente lo rincuorò. Ora toccava a lui. Issandosi sul parapetto, si esortò disperatamente a non guardare nel vuoto che si apriva a pochi centimetri dai suoi piedi, e di mantenere l'equilibrio. Non che soffrisse di vertigini, ma era in bilico a un'altezza che gli appariva smisurata da quel punto, da non sottovalutare. Anche il marito di Marlene non era da sottovalutare. Era uno spadaccino provetto ed era così innamorato di lei da non esitare a passare da parte a parte eventuali rivali. Scacciando quelle inopportune considerazioni, Kilian si impose la calma, si fece il segno della croce e, prima che il coraggio gli venisse meno, volò attraverso la distanza che si spalancava tra i due balconi, atterrando vicino alla cappa. Barcollò e un gemito di esultanza gli proruppe dalla gola. Il cuore che gli batteva convulsamente nel petto, gli arti che gli battevano dolorosamente per il freddo, sospinse dolcemente la porta. Infine, trattenendo il respiro, si insinuò nella stanza. Il calore che subito lo avvolse gli parve fantastico. Senza produrre il minimo fruscio rimase immobile tra gli spessi tendaggi mentre il sangue riprendeva gagliardo a circolare nelle sue vene. Fu a quel punto che udì qualcuno bisbigliare una qualche litania religiosa. Facendosi animo, Kilian sbirciò al di là delle cortine. L'ambiente, una camera da letto arredata in modo spartano, era in contrasto con quella lussuosa di Marlene dalla quale, a causa di sopraggiunte complicazioni, era appena emerso. Sulle pareti, rischiarati dalle tremolanti fiammelle delle candele accese, c'erano dei ritratti a tema mistico che rappresentavano santi e beati, nonché Dio, Gesù e la Ma10


donna e chissà quale altro esponente del paradiso. Adagiata contro i guanciali di un enorme letto a baldacchino, una vecchina esile era immersa nella preghiera e sgranava un rosario a occhi chiusi. Era così totalmente assorbita dalle orazioni che con ogni probabilità Kilian poteva transitarle davanti indisturbato, sgattaiolando fuori dalla stanza. Il sollievo che lo invase sfociò in un recupero della propria ammosciata baldanza. Ecco che la sua sfacciata fortuna tornava a baciarlo in fronte, dopo avergli voltato le terga nell'ultima mezz'ora. Sorrise compiaciuto mentre, messa al bando la cautela, usciva allo scoperto. Non avrebbe sprecato minuti preziosi a indossare il mantello, pensò avanzando a passi felpati. Era giusto davanti al letto quando la vecchia alzò le palpebre e lo vide. Per alcuni istanti si fissarono a vicenda: lei esterrefatta e lui terrorizzato alla prospettiva che la donna, impaurita dall'intrusione di uno sconosciuto in casa sua, incominciasse a urlare a squarciagola chiedendo aiuto ai vicini, tra i quali, appunto, il sanguigno Franz Keiber. Poi accadde qualcosa di impensabile: sul viso raggrinzito di lei comparve un'espressione estatica, come se fosse abituata a trovarsi in camera da letto un uomo nudo come un verme, per di più ancora eccitato. Lui, incapace di muovere un solo muscolo, si chiese allibito che diavolo fosse preso, a costei, per guardarlo a bocca aperta, strabuzzando gli occhi. «Chi siete?» Aprendo gli occhi, Helena Schrat aveva creduto per un attimo di sognare vedendo a meno di due metri da sé il bellissimo uomo dal corpo atletico e folti riccioli biondi. No, non un uomo, bensì quella che doveva essere una creatura angelica: riconosceva, nel volto cesellato che la fissava, la perfezione sovrumana di un cherubino. Pervasa da una sconvolgente emozione, lasciò vagare lo 11


sguardo su di lui, incantata dalla figura soprannaturale le cui linee statuarie sembravano forgiate dalla stessa mano dell'Onnipotente. La stupì, essendo un'entità immateriale, che avesse un sesso reattivo... e che sesso. Inoltre, vicino all'inguine, aveva una grossa voglia a forma di cuore. «Chi siete?» ripeté. «Sono il tuo angelo custode» mentì Kilian. «Allora è vero che i miracoli esistono.» «Ne avevi forse dubitato?» «In realtà no, anche se da tanto tempo ero in cerca della misericordia di Dio» mormorò umilmente Helena in risposta, congiungendo le mani in un gesto reverente. Per tutti i diavoli dell'inferno, ci era cascata!, esultò lui mentre inalava una boccata di ossigeno e riprendeva a respirare normalmente dopo aver trattenuto il fiato per quei lunghi, eterni istanti. La vecchia riabbassò le palpebre e parve riprendere a pregare, poi con voce sommessa aggiunse quasi tra sé: «Grazie Signore! Aspettavo un segno divino che potesse confermarmi che mi sono comportata da buona cristiana in questa vita e Tu me lo hai mandato». Sentì lacrime di commozione salire alle ciglia e assaporò quella gioia che non aveva uguali. Quando infine riaprì gli occhi, la sublime creatura celeste, così come era apparsa, era già svanita nel nulla.

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1 Le gramaglie non esaltavano granché l'aspetto di Emma. L'abito viola era così cupo da oscurare gli occhi e spegnere l'incarnato roseo del viso. Papà, guardandola, aveva commentato che appariva quanto meno insignificante e gli aveva sorriso con affetto, senza risentirsi. Ostentare una facciata scialba non la turbava affatto: non si era fatta ricevere in quella signorile dimora con il recondito intento di ammaliare un tipo indisponente come Alexander Lippi Monzani. Lui non era altro che un presuntuoso egoista e figurarsi se aveva la minima voglia di irretirlo usando subdole arti femminili. Supposto che la tattica funzionasse, e ne dubitava, civettare con lui era l'ultima delle intenzioni che le passavano nella testa. Piuttosto, doveva giudicarla idonea a prendersi cura di Markus, questo sì, senza sospettare che proporsi come zia-tata celava un secondo fine. Alexander era il genitore superstite di un bimbo rimasto orfano, cosa poteva eccepire sull'essere affiancato nel compito di educarlo da qualcuno della famiglia? Emma sarebbe stata lieta di contribuire in tal senso. Certo, farsi accettare da un nipotino che finora non l'aveva mai vista non le appariva per nulla facile, ma ce l'avrebbe messa tutta affinché le si affezionasse. Erano zia e nipote e il sangue non è acqua, dopotutto! Sempre se il visconte avesse accondisceso ad accoglierla in casa sua, naturalmente. 13


«Siete davvero l'ultima persona che avrei creduto di veder entrare in casa mia, cognata Emma. Anzi, un'estranea, più che una parente.» La sferzante voce maschile che echeggiò alle sue spalle la fece trasalire. Si girò di scatto e la replica pungente che già aveva sulla punta della lingua le restò conficcata in gola. Durante il viaggio in carrozza era stata certa che l'ostilità che nutriva per Alex si sarebbe rafforzata incontrandolo faccia a faccia. Invece fu spiazzata dall'improvviso contrarsi dello stomaco nel vederlo sulla soglia del salotto in cui la cameriera l'aveva accompagnata. Lui la fissava come una signora non avrebbe mai dovuto essere guardata. L'espressione dura e maschia era attenuata dalla curva generosa delle labbra. Deglutì. Quell'altero sguardo blu che la squadrava con l'arroganza di chi lo fa con chiunque le tolse di colpo la capacità di pensare. E il cuore fece una brusca capriola, prima di accelerare i battiti come se fosse reduce da una lunga, affannosa corsa. Avversione o no, nei recessi del suo corpo ci fu uno strano rimescolio che le inaridì la bocca, sfociando in un irrefrenabile brivido sulla pelle. Per alcuni istanti Emma cessò di respirare, semplicemente, scombussolata da quelle imprevedibili reazioni emotive e fisiche. «Sussiste l'eventualità che mi rispondiate? «Stavo... stavo pensando che se io sono l'ultima persona che avreste creduto di vedere entrare in casa vostra, da parte mia siete l'ultima persona che credevo di dover venire a cercare» riuscì infine a rispondergli Emma, sfidandolo apertamente come una sua pari. Lui si limitò a corrugare le sopracciglia scure in un'espressione che risultò espressiva al massimo circa quel che pensava a riguardo. «Potrà magari sembrare mancanza di rispetto, visconte» 14


proseguì lei con una compostezza che la stupì, «ma se mai c'è qualcuno che ha qualcosa da recriminare, quello non siete sicuramente voi!» Negli occhi di Alex, che erano di un'intensa sfumatura blu acquamarina, passò un lampo bellicoso. «E cosa avete da rinfacciarmi, se posso osare chiedervelo?» indagò con incisiva ironia, senza smettere di fissarla. «Tanto per cominciare, l'aver negato a mia sorella Loretta la gioia di frequentare la sua famiglia!» lo rimbeccò con veemenza. «Evidentemente imparentarsi con i Savoldi era qualcosa di degradante per qualcuno che si reputa superiore solo in virtù del proprio elevato rango.» «Giudicare superba una persona senza conoscerla non vi fa onore, cognata Emma. E anche se fosse, non devo giustificarmi con nessuno.» «Immagino di no, visconte, ciò non toglie che non siete certo voi quello che può impedirmi di dire ciò che penso» rimarcò. Lui le si era avvicinato e la fronteggiava corrucciato; ma Emma, in piedi davanti a quell'indisponente individuo, gli lanciò un'occhiata da cui si augurò trapelasse l'astio che aveva accumulato per il marito di Loretta nel corso di quegli anni. Un astio che non le impediva di fremere in modo assurdo in sua presenza, per altro. Essenzialmente era infastidita dall'inspiegabile subbuglio che imperversava sottopelle, incapace com'era di gestirlo in modo razionale. Perché era così agitata? Lei non andava soggetta a scompensi emozionali di quel genere e le capitava di rado di perdere il controllo. Forse dipendeva dai traumatici eventi delle ultime settimane? O forse era una conseguenza della tensione? Negare di essere stata terribilmente in ansia alla prospettiva di rompere il ghiaccio con l'antipatico cognato equivaleva a mentire. D'altra canto, c'era stata una qualunque possibilità di scelta per lei? Perché se solo 15


avesse avuto un'alternativa, piuttosto che avere a che fare con un uomo che disprezzava, sarebbe morta. Probabilmente gli era altrettanto invisa, ma che importava? Era lì per uno scopo preciso e non poteva permettersi di fallire, si esortò Emma a quel punto, padroneggiando il nervosismo, corrosivo e controproducente. «Se vi siete scomodata a farmi visita solo per potermi insultare, quella è la porta, cognata Emma!» «Oh, grazie, visconte! La vostra cordialità nei miei riguardi è quanto meno commovente.» Il sarcasmo con cui proferì la frase parve irritarlo, ma avergli rimproverato che il suo senso dell'ospitalità lasciava a desiderare produsse l'esito previsto e tra sé esultò quando finalmente lui le indicò con un ruvido cenno del mento una delle poltrone. «Bene, cosa mai vi conduce a Villa Allegra?» Alex non si perse in preamboli. «Mi meraviglia, sapete?» «Perché mai?» «Avete disertato perfino le esequie di vostra sorella e suppongo che abbiate avuto una valida ragione.» «Vi ho scritto un biglietto per porgervi le mie condoglianze.» Emma contrasse le dita sui manici della borsetta, inerme sotto l'esame di quegli occhi che scrutavano, ma che rivelavano poco della personalità che si celava al di là delle iridi blu. Che diamine le prendeva quel giorno, si domandò mentre lo sbirciava, incapace di farne a meno, da sotto le ciglia? Aveva visto un ritratto abbastanza somigliante, ma di persona Alexander era molto più intenso e le appariva diverso. Era alto e scarno, con il volto caratterizzato da linee nette e marcate. Le basette folte e nere erano come due pennellate di inchiostro che sottolineavano la mandibola forte e decisa. Era tutt'altro che attraente, eppure quelle fattezze mascoline dimostravano che la bellezza e il fasci16


no erano sfaccettature dell'esteriorità assolutamente distinte. La bellezza poteva a volte rivelarsi stucchevole e lasciare indifferenti, il fascino era il non riuscire a smettere di guardare qualcuno, esattamente come stava succedendo a lei. L'esserne conscia la mortificò, accentuando il disagio che già provava da che era entrata nella tana di quel mostro. Inoltre Emma detestava sentirsi succube in un qualsiasi modo di qualcosa e di chicchessia. La faceva sentire vulnerabile. «Sì, certo, avete improvvisato due righe formali e doverose per sgravarvi la coscienza, del tutto incurante della nostra tragedia» ritorse lui con la condiscendenza di chi ha ricevuto un'offesa morale. «L'ho trovato poco consono e persino oltraggioso da parte di colei che è mia cognata.» «E io trovo oltraggioso il vostro biasimo immeritato per me.» «Immeritato?! Loretta era vostra sorella, per Dio!» Lui si era proteso verso di lei, gli occhi che scintillavano di animosità a fatica repressa. «Ero inchiodata al capezzale di mia madre...» «Nessuno poteva sostituirvi per un pomeriggio?» La frecciata acuì il senso di colpa che in effetti Emma sentiva da allora. Si morse l'interno della guancia e stornò l'attenzione da lui. Disperava di poter imbastire un discorso coerente atto a convincerlo che le sue non erano state scuse formali ma motivate. Mamma delirava e aveva temuto che spirasse entro breve. Si accinse a dirglielo ma in quel momento le invase le narici una fresca essenza di colonia amara mista a un buon aroma di sigaro. La fragranza del cognato sembrò saturare la stanza, così acutamente virile che il sangue le formicolò sotto pelle. Istintivamente si appiattì contro lo schienale nell'assurdo, patetico tentativo di ampliare l'esigua distanza tra loro. Ignorava da co17


sa esattamente fossero originate le sensazioni che facevano scempio del suo autocontrollo, ma era fisicamente sopraffatta dal magnetismo sprigionato da un uomo che si era ripromessa di smascherare quale colpevole della tragica morte di Loretta, la sua cara, solare sorella. Perché non poteva trattarsi di suicidio, si disse. No! Loretta aveva l'intera esistenza davanti a sé ed era troppo entusiasta della vita per compiere un gesto del genere, quindi doveva esistere un'altra plausibile spiegazione per quell'annegamento che l'aveva crudelmente strappata ai suoi familiari. Una perdita incommensurabile e la loro madre, affranta dall'accaduto, aveva seguito la primogenita nella tomba. Anche perché sulla tragica fine di Loretta aleggiava tuttora il mistero. «Come potete chiedermi una cosa simile? Chi più di una figlia aveva il dovere di starle accanto? Probabilmente vi sembrerò patetica, ma mi si sarebbe spezzato il cuore se l'avessi lasciata anche per poche ore.» «Insistete ad attribuirmi intenzioni che io non...» «Ma ovviamente ne siete sprovvisto» lo interruppe. «Alludo al cuore, il che vi consente di mostrarvi sgarbato con una cognata.» «Neppure voi siete un modello di cortesia, se posso muovervi tale appunto. Mi siete piombata in casa senza neppure preannunciare la vostra visita, potevo avere ospiti o altri impegni, non vi pare?» Emma represse un sospiro. Alex aveva ragione. «Lo so che non mi giustifica affatto, ma temevo di non essere ricevuta. Dopotutto non è che vi siate fatto scrupolo di nascondere che la famiglia di vostra moglie era poco adeguata ai Lippi Monzani.» Benché fossero parenti acquisiti, era la prima volta che si trovava a tu per tu con lui. Emma non aveva partecipato alle nozze della sorella con il visconte. Allieva in un collegio femminile, in quel periodo 18


era convalescente da una brutta pleurite che l'aveva così debilitata da dover necessariamente evitare ogni strapazzo. «Mi credete una specie di cavernicolo, insomma.» «No, io...» Lei si strinse nelle spalle e si rifiutò di incrociare gli occhi di Alex. «Mi è enormemente dispiaciuto mancare alle esequie di Loretta, ma le condizioni di mamma si erano aggravate la notte precedete al funerale. Con che coraggio avrei potuto abbandonarla? Vi assicuro che non è dipeso da null'altro che questo, visconte, e sicuramente la prima a rammaricarsene sono stata io.» «Davvero?» «Sì, perché si sono frapposte circostanze indipendenti dalla mia volontà, come vi sto appunto dicendo.» Alex abbozzò una parvenza di sorriso che non addolcì affatto i lineamenti volitivi. «Vostro padre sta bene, almeno?» «Compatibilmente con gli eventi che si sono susseguiti, direi che la fase peggiore è superata.» «Ne sono lieto.» Lei ne dubitò ma si astenne da qualsiasi commento. Loretta, assecondando la volontà del marito, funzionario diplomatico austriaco, si era assoggettata a vivere nella tenuta di lui, ubicata nei dintorni di Vienna. L'unica visita fatta ai genitori dopo il matrimonio era stata breve e frettolosa e la loro madre ne aveva sofferto. La sorella aveva scaricato la colpa sul marito, il quale, spalleggiato dall'altezzosa madre, sembrava refrattario a una più assidua frequentazione coi suoceri. L'estrazione sociale dei Savoldi era ritenuta inferiore da Sabine von Metz, suocera di Loretta. Papà era uno stimato e benestante antiquario, ma per Sabine non era altro che un rigattiere il cui ceto era agli antipodi dallo status dell'altolocato figlio Alex. Alla nasci19


ta di Markus i nonni si erano illusi che i rapporti con il genero assumessero una piega differente, ma tutto era rimasto immutato. Benché Giacomo e Amelia Savoldi avessero scritto a Loretta di struggersi per il desiderio di trascorrere anche solo un paio di settimane l'anno con lei e con il nipotino, la figlia si era limitata a rispondere di non essere riuscita a convincere il marito a farla partire per l'Italia con il bambino. I genitori non avevano insistito per evitare di metterla in difficoltà. L'autunno precedente, tramite una lettera che ne taceva i motivi, Loretta, Alex e Markus si erano repentinamente trasferiti a Villa Allegra, incastonata nella verde campagna lombarda, per risiedervi in modo stabile. Purtroppo i rapporti parentali, nonostante la vicinanza ora fosse irrisoria, erano rimasti gli stessi, ossia inesistenti, con disappunto dei Savoldi. Uno stato di cose che rendeva Emma ancor più risentita nei confronti del cognato, così arido di sentimenti da obbligare la moglie a disertare i propri congiunti. Un esempio eclatante di tale incresciosa situazione consisteva nel fatto che, tranne una miniatura che Loretta aveva inviato loro quando Markus aveva compiuto tre anni, il suo nipotino era uno sconosciuto. «Mi fissate come se avessi proferito una corbelleria» aggiunse Alex con una smorfia. «Leggo scetticismo sul vostro viso, cognata, e intuisco che Loretta si era evidentemente astenuta dall'informarvi che Markus era cagionevole di salute, e che il medico ci aveva tassativamente proibito di farlo viaggiare da Vienna a Milano, e viceversa.» «Non ci ha mai detto nulla, in effetti.» Emma fece una pausa e spostò l'attenzione sui vetri mentre con la mente scartabellava tra i ricordi. Lui era insincero, si disse dopo quel rapido riordino dei pensieri. Indubbiamente il bambino poteva essere delicato di costituzione, niente da eccepi20


re, ma Alex ne aveva approfittato per mantenere le distanze con i suoceri. Non bastasse, aveva sfruttato l'ingenuità della sua giovane moglie per imporle il proprio egoistico dispotismo di marito, magari spalleggiato da Sabine, c'era da scommetterci. Represse un ulteriore sospiro. Oltre i pesanti tendaggi che la servitù aveva aperto per consentire alla luce diurna di illuminare quel salotto arredato fastosamente nei toni dell'avorio e dell'oro, leggeri fiocchi di neve danzavano nella gelida aria di un gennaio inclemente. «E secondo voi per quale ragione?» «Presumo ce lo abbia taciuto per non farci angustiare.» «Sì, potrebbe darsi» convenne lui. «Per che altro, sennò?» ribadì Emma. «Quanto alla mia povera sorella, per chiarire ogni fraintendimento sulla mia assenza ai funerali, ho pianto di dolore per la sua prematura scomparsa, ma non potevo fare più nulla per lei e mamma aveva disperatamente bisogno di me.» Lui annuì con riluttanza e il suo sguardo saettò fino al camino, sopra cui faceva bella mostra di sé un ritratto della consorte, poi lo riportò sulla cognata. Osservandolo rifletté che Emma non sembrava neppure sorella di Loretta, così bionda e seducente da farsi sposare in un battibaleno, al contrario della petulante Emma, secca come un manico di scopa che lo giudicava un mostro e gli teneva testa. Dove diavolo aveva preso quel ridicolo cappellino? Lei era senz'altro quel tipo di donna il cui aspetto era l'ultima delle sue preoccupazioni. Suscitava l'impressione di essere intrisa di pudore e perbenismo dai piedi ai capelli e non si sarebbe stupito se avesse constatato che lei era proprio così. Probabilmente nessuno le aveva mai fatto la corte: quale uomo poteva essere attratto da quella insipida bisbetica? Proprio in quell'istante il battente si spalancò e Markus irruppe nel salotto, tallonato dall'arcigna governante. Frau 21


Hofer era una donna bassa e robusta, con una cuffia grigia annodata sotto il mento che le nascondeva i capelli chiari. Portava spesse lenti da vista e la fronte alta era il solo tratto non banale del viso comune. Come di consueto appariva ancora più austera con il sobrio abito nero, ravvivato da un colletto bianco inamidato. Il suo cipiglio era poco rassicurante, il che significava che Markus ne aveva combinata un'altra delle sue, indisponendola. «Ti sembra il modo di introdurti in una stanza, Markus?» Alex gli si rivolse in tono severo, squadrandolo con aperta disapprovazione. «Non è colpa mia, papà, ma di Frau...» «Zitto tu!» s'intromise l'istitutrice con un deferente cenno del capo al visconte. «Stavo sgridando vostro figlio per l'ennesima birichinata e lui, invece di darmi ascolto e obbedire, si è precipitato da voi.» «Male, Frau Hofer. Markus è affidato a voi e siete pagata lautamente per badare a lui con maggiore attenzione di quella mostrata di recente.» «Ebbene, da oggi non più, visconte!» Indispettita per essere stata ripresa, lei indietreggiò, scoccandogli un'occhiata sprezzante. «Cosa significa da oggi non più?» «Che mi licenzio. Scusate la franchezza se vi dico che un lauto stipendio non compensa la maleducazione di questo screanzato, e neppure essere poco apprezzata. Me ne vado immediatamente, e con immenso sollievo, da una casa dove evidentemente sono di troppo.» Alex non batté ciglio. «Come volete, Frau Hofer. Quando sarete pronta a partire venite nel mio studio e vi darò quanto vi spetta.» La donna abbozzò un freddo assenso e si allontanò impettita, fornendo un pessimo esempio riguardo all'impeccabile educazione che pretendeva di insegnare: si eclissò 22


senza salutare i presenti, incluso Markus. «Sono molto scontento di te, Markus, e sappi che sarai punito per queste tue intemperanze.» Alex si era espresso in tono asciutto. Il bambino, il viso contratto dalla collera, ricambiò lo sguardo del padre con un'animosità che parve non turbare il genitore più di tanto. Era chiaro che si attendeva qualcosa del genere dal figlio, oppure quelle erano scene abituali che si stavano ripetendo da chissà quanto. «Frau Hofer è cattiva e parla male della mia mamma» proruppe Markus con foga, esternando la sua infantile indignazione. «Agli adulti si deve in ogni caso rispetto» sottolineò Alex. «Ci ho provato, ma continuava a dire brutte cose sulla mamma e allora le ho sferrato un calcio.» «Qualsiasi cosa abbia detto non è un'attenuante per agire da villani con una persona di una certa età, per di più al nostro servizio» lo redarguì lui con autorevolezza. «Frau Hofer è stata selezionata dalla nonna Sabine ed è stata istitutrice nelle più prestigiose famiglie di Vienna, Markus. Inoltre stai abusando della mia pazienza e sai che non transigo su quello che mi aspetto da te. Per esempio, quante volte ancora dovrò ripeterti di bussare prima di entrare in una stanza dove le persone stanno parlando?» «Scusate se interferisco, visconte, ma mi pare di essere capitata a fagiolo, e che ci sia un'emergenza da affrontare» interloquì Emma. «Che cosa volete dire?» «Potrei sostituire io l'istitutrice e darvi una mano con Markus...» «Ma come vi permettete?! E cosa vi autorizza a pensare che non sono in grado di occuparmi di mio figlio?» La voce di lui suonò aspra. 23


«Avete equivocato.» Emma lo fissò con disappunto. «Più che reputarvi un genitore inadeguato, volevo solo coadiuvarvi come zia.» Lui scosse il capo. «Non giudicatemi ingrato, cognata Emma, ma a Markus serve la disciplina dei gesuiti a questo punto.» «Gesuiti?» gli fece eco lei, costernata. «Volete mandarlo via?» «In collegio imparerà le buone maniere.» «Posso insegnargliele io, se me lo permetterete.» «Mio figlio partirà per il collegio quando ne avrò individuato uno adatto all'indole ribelle che già manifesta, come voi stessa avete constatato. Mi si rivolta contro con un'aggressività che rende vano qualunque mio tentativo di farne un uomo...» Alex tacque un istante e la fissò con freddezza. «Non che non vi sia grato per la disponibilità, ma una zia non è precisamente il genere di educatrice che fa per lui.» Incongruamente, mentre pronunciava quel rifiuto si accorse che gli occhi di lei erano di un caldo colore ambrato, e che spiccavano, come la carnosa bocca rosea, sul suo viso pallidissimo e infuriato. Infatti la sua compostezza si sbriciolò. «Mi chiedo come abbia potuto volervi bene mia sorella! Siete insensibile e spietato e questo povero bambino ne farà le spese» sibilò all'indirizzo di Alex, balzando in piedi come una molla. La sua espressione bellicosa lasciò trasparire inequivocabilmente che avrebbe voluto colpirlo con uno schiaffo. «Non soltanto siete poco ospitale, ma scopro sgomenta di avere di fronte un uomo che spadroneggia peggio di un despota. Markus ha solo cinque anni ed è reduce da un trauma affettivo che...» Tacque e, distogliendo lo sguardo da Alex, fissò con fare impotente il biondo e insofferente nipote. «Non andrò mai in collegio e siete cattivo come Frau 24


Hofer!» strillò Markus con la sua vocetta acuta, i piccoli pugni serrati convulsamente sui fianchi. «Tu obbedirai a tuo padre, giovanotto!» «Non andrò in collegio» ribatté il bambino. «Ti ci condurrò io stesso, Markus, e comportati come si deve davanti a un'ospite. Questa signorina è tua zia Emma. Che impressione potrà farsi di un monello disobbediente che sfida apertamente il proprio genitore?» La voce adesso era calma e controllata. «Non ci voglio parlare» rifiutò Markus. «Porgi i tuoi omaggi alla sorella di tua madre o sarai punito ancor più severamente, ti avverto» lo minacciò. «No!» Markus lo fissò con sguardo tempestoso, poi indietreggiò e, senza gettare una sola, fuggevole occhiata alla zia, che assisteva alla scena ammutolita, oltre che palesemente mortificata dall'ostilità del nipote, sparì rapido al di là della porta. I suoi passi echeggiarono nel corridoio per alcuni minuti, prima che subentrasse il silenzio. «Chiedo venia per quella peste, cognata Emma.» Alex era esacerbato. «Mi sta dando parecchio filo da torcere, quasi incolpasse me della morte di sua madre... Vi renderete conto anche voi che solo un istitutore dotato di polso può tenere a freno Markus.» «Sono unicamente conscia che qualsiasi cosa io vi dicessi, visconte, nulla vi smuoverebbe dalla decisione di confinare il bambino in un collegio. Per cui non insisto oltre nel tentare di dissuadervi in proposito.» «Volete già prendere congedo?» le chiese sardonico. «Come potete constatare, fuori sta nevicando fitto e indugiare oltre qui significherebbe procurare non poche difficoltà al cocchiere durante il rientro.» Il tono di Emma risultò pungente. «Allora non vi trattengo. Portate i miei saluti a vostro padre, cognata.» 25


«Sarà fatto, visconte.» Mentre la carrozza procedeva lentamente nella neve che imbiancava la carreggiata, Emma ammise con se stessa che il morale le era sceso sotto i piedi: come aveva potuto illudersi di venire accolta da zia in quella tetra casa? Più che Villa Allegra avrebbero dovuto chiamarla Villa Tristezza, considerata l'atmosfera che vi regnava. Doveva riflettere sulle opportune contromosse, supposto che esistesse qualcosa capace di ammorbidire quel tiranno, inducendolo a riconsiderare quella drastica presa di posizione verso Markus. Al momento non le veniva in mente alcunché, ma Emma avrebbe presto escogitato un altro espediente per scoprire se Alex Lippi Monzani era coinvolto nell'annegamento di Loretta. Si chiese anche avvilita se esisteva un mezzo che le consentisse di risalire alla verità, quale che fosse. «Christine, tu sei la figlia della mia migliore amica, Stefanie, oltre che la mia pupilla. Grazie ai nobili natali di tua madre discendi da un ramo dei Wittelsbach di Baviera, devo essere io a dirtelo?» «Alexander non è mai stato attirato da me come donna» mormorò afflitta la giovane, torcendosi le mani. «Mio figlio Alex è solo un idiota» affermò Sabine von Metz, che aggiunse con disprezzo: «Si è lasciato abbagliare dalla chiassosa bellezza di Loretta, senza però scorgerne la frivolezza. Altrimenti si sarebbe ben guardato dal portare in famiglia una tale scostumata, per giunta italiana». «Era incantevole» puntualizzò Christine, conscia che il proprio aspetto mediocre non poteva certo rivaleggiare con quello della defunta Loretta. 26


«Sì, mia nuora, cui riconosco unicamente il buongusto di essersi tolta dai piedi alla svelta, lo era. E lo ha circuito servendosi di subdole arti femminili perché lui glielo ha permesso, per poi rammaricarsi della scelta deleteria.» «Alex ne era molto innamorato.» «Il termine più calzante è infatuato» la corresse Sabine. «Non che Alex si sia mai sfogato con me, ovviamente. È troppo orgoglioso per riconoscere i suoi errori e torti. Bah, suppongo che lui abbia rimpianto mille volte di aver portato nella nostra famiglia quella sgualdrina.» Sabine agitò con irritazione il ventaglio di avorio e merletto veneziano. Una nuora che l'aveva umiliata con deliberata protervia al cospetto dell'alta società viennese. Inutilmente Sabine aveva tentato di persuadere Alexander, essendo reduce lei stessa da un'unione sconsiderata, che Loretta era la moglie sbagliata. Nobildonna di antico lignaggio, nella giovinezza era caduta nella trappola dei sentimenti incapricciandosi dell'aristocratico Ottavio Lippi Monzani, che per lo meno era di ineccepibile sangue blu. Si erano sposati dopo un breve fidanzamento, esattamente come Alex, e al ritorno dalla luna di miele erano già ai ferri corti. Ottavio, da cui aveva vissuto felicemente separata prima di restare vedova, si era sistemato a Milano, lei a Vienna. L'amore non era bastato a far superare i dissapori scaturiti da mentalità e tradizioni troppo agli antipodi e quindi assolutamente inconciliabili. Né erano riusciti a far coincidere le reciproche esigenze, benché ci avessero provato. Di comune accordo avevano dunque stabilito di salvare l'apparenza di un matrimonio naufragato quasi subito, facendo ciascuno la propria vita. Per ciò che concerneva la nuora, più che come suocera gelosa del figlio, aveva esecrato Loretta per la sottile scaltrezza con cui aveva manipolato il debole che Alex nutri27


va per lei. Sabine ammetteva di essere una madre autoritaria, eppure Loretta si era dimostrata una stratega migliore e aveva vinto. Astuta arrampicatrice sociale, era stata abilissima a manipolare un uomo che aveva perso la testa per lei, senza lasciarsi frenare dagli scrupoli. A un certo punto Sabine era stata costretta a sottostare alla volontà del figlio, subendo, era il caso di dirlo, le nozze abbastanza precipitose dei due. Non solo, Alex l'anno precedente se n'era andato da Vienna per esaudire i capricci della consorte, la quale, tra i tanti demeriti, non sopportava le rigide regole dell'etichetta. Testarda e infantile, Loretta si era resa invisa agli esponenti della loro cerchia e, non bastassero i suoi atteggiamenti stravaganti, viziava in modo vergognoso il bambino. Markus aveva adorato la madre, naturalmente, che per fortuna era annegata prima di rovinare del tutto il ragazzo con un'educazione deplorevole. Il nipote doveva invece seguire le orme del bisnonno e del padre formandosi all'Accademia Diplomatica di Vienna. Fondata dalla grande e lungimirante Maria Teresa d'Austria, era una delle più prestigiose d'Europa. La donna strinse le labbra con determinazione. Aveva invitato a cena Christine, della quale era madrina di battesimo, per parlarle in modo esplicito della situazione, prima di uscire insieme per andare al Burgtheater di Vienna. Non voleva rischiare che Alex, vedovo molto appetibile per le fanciulle da accasare, diventasse il futuro marito di un'altra indegna smorfiosa. Sabine era disposta a tutto per impedire che il figlio si impegolasse in un secondo matrimonio con un'epigone di Loretta. Christine non era di eccelsa beltà, ma era l'erede del nobile Graf Sigfrid Thun ed era la moglie giusta per Alex, oltre che la nuora perfetta che ogni suocera si augura di avere. «Prepara i bagagli, cara» la sollecitò Sabine distoglien28


dosi dai pensieri e riportando l'attenzione sulla figlioccia. «Partiamo appena sarai pronta per il Lombardo-Veneto, e senza perdere altro tempo prezioso.» «Ma Alex è ancora in lutto...» obiettò Christine. «Nulla ci vieta di offrirgli la nostra compagnia e di... tenerlo d'occhio, mentre ti dai da fare per renderlo presto il tuo diletto sposo. Abbiamo il benestare di tua madre Stefanie, è implicito, e tuo padre non ha trovato alcunché da eccepire sul mio progetto di vedervi sposati.» «Non voglio sembrarvi pedantemente cavillosa, madrina Sabine, ma lui ci accoglierà in casa sua?» «Sono sua madre, vedova del nobile Ottavio Lippi Monzani, e mio figlio si dovrà adeguare. Dispongo anche di un palazzo elegante a Milano e al limite chi mai ci impedisce di installarci lì?» Sabine era compiaciuta alla prospettiva di avere una nuora remissiva e all'altezza delle caratteristiche del casato di cui sarebbe entrata a far parte. Christine era carina quanto bastava da attirare gli sguardi di un vedovo piuttosto amareggiato come Alex, a dispetto dei crespi capelli rossi, delle lentiggini e il naso un po' a patata tipico dei Thun. Oltretutto Alexander aveva un ragazzo ancora piccolo cui serviva una madre il prima possibile. Ci avrebbe pensato lei, Sabine, a far sì che le cose prendessero la piega dovuta: stavolta quel suo improvvido e avventato figlio avrebbe sposato la persona giusta. «Spero che Alexander non mandi all'aria i vostri piani, Sabine.» Lei chiuse il ventaglio con un abile scatto del polso e fissò la giovane con un sorriso carico di sottintesi. «Oh, non lo farà, figuriamoci!» Christine le lanciò un'occhiata dibattuta. Ammirava le donne risolute, ma Sabine esagerava. Ne osservò il profilo aquilino, la corona di trecce che le cingeva il capo come un diadema, gli occhi blu acquamarina come quelli di A29


lexander. Sabine non era bella in senso classico. Possedeva quel piglio energico che in genere gli uomini rifuggono, ma questo non le aveva affatto impedito di accaparrarsi un marito affascinante qual era stato il Visconte Ottavio, e di essere tuttora molto corteggiata, nonostante il nero corvino dei capelli stesse pian piano sbiadendo nell'argento. Sposare Alex? Christine non chiedeva di meglio che esserne la moglie e di vivere al suo fianco. Non era esattamente entusiasta di accollarsi il figlio di Loretta, ma ogni cosa aveva un prezzo e Markus, che le piacesse o no, era incluso nell'accordo che Sabine le proponeva. Così si limitò a fare un assenso alla volitiva madrina. «Brava!» approvò lei. «Mio nipote Kilian ci accompagnerà a Milano e ti assicuro che sa esercitare un certo ascendente sul cugino Alex.» «Ne siete certa?» «Naturalmente. Kilian va preso per il verso giusto e nessuno sa farlo quanto me. Mi deve dei favori e non occorre che gli rinfreschi la memoria per indurlo a collaborare, credimi sulla parola» sottolineò con un sorrisetto allusivo che le increspò le labbra sottili. «Allora non ne dubito.» «Gli ho regalato di recente un magnifico stallone arabo cui teneva in modo particolare e la sua riconoscenza è stata tale da non doverlo pregare troppo affinché si adoperasse a tuo vantaggio con il cugino.» «A mio vantaggio?» «Intendo il favorire un eventuale fidanzamento con colei che è la mia insostituibile, carissima figlioccia.» «Insomma, gli avete suggerito di fare opera di persuasione con Alex a mio favore? Non è granché lusinghiero, non trovate? Voglio dire, una donna generalmente confida nel proprio fascino.» «Non sminuirti, Christine. Occorre un cervello oltre a 30


un'esteriorità più o meno appariscente, e quello che hai tu sopperisce all'avvenenza. Oltretutto qualcuno dovrà pure inculcare nell'individuo dissennato che ho messo al mondo che nessuna donna potrebbe essere più virtuosa e degna di diventare sua moglie di te.» A quelle parole, sorrise anche Christine.

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Orgoglio e sospetti KASEY MICHAELS Londra, 1810 - Gideon Redgrave, Conte di Saltwood, rifiuta categoricamente di sentirsi umiliato dallo scandalo che un tempo ha rischiato di distruggere la sua famiglia. L'affascinante aristocratico ha costruito la sua vita attorno a una semplice regola: non fidarsi di nessuno. Ma quando incontra la bellissima e audace Jessica Linden...

Consigli di fascino VICKY DREILING Londra, 1817 - Marc, Conte di Hawkfield, ha accettato di fare da tutore a Lady Julianne Gatewick durante una nuova Stagione londinese. Lei, che ha coltivato una dolce infatuazione per Marc, fin da bambina, pensa che finalmente sia arrivata l'ora tanto sospirata. Di fronte al disinteresse del conte, però, Julianne medita vendetta.

Un segreto tra noi MARIANGELA CAMOCARDI Regno Lombardo-Veneto, 1848 - Il mistero che aleggia sulla fine della sorella Loretta induce Emma Savoldi a presentarsi alla villa del cognato, il Visconte Alexander Lippi Monzani, per indagare con discrezione su di lui. Un turbine di scintille si sprigiona da subito tra loro, generato da un'attrazione irresistibile...

La vendetta del visconte DELILAH MARVELLE New York City - Londra, 1830 - 1831 - Chi è veramente il Visconte Nathaniel Atwood, un uomo dai modi degni di un furfante e il nome altisonante di un lord? Sottratto in tenera età alla famiglia, ha imparato a cavarsela nei sobborghi di New York prima di poter tornare, ormai adulto, in Inghilterra a reclamare il titolo che gli spetta di diritto.


L'educazione di una contessa NICOLA CORNICK Londra, 1817 - Come cameriera personale di alcune delle dame più note dell’alta società, Margery Mallon sa che deve tenersi alla larga dagli affascinanti gentiluomini: le avventure di quel tipo vanno bene solo nei romanzi che legge in segreto. Tuttavia, quando un attraente sconosciuto le offre un assaggio di passione, Margery non sa resistere. L'uomo è in realtà Lord Henry Wardeaux, deciso a ricongiungerla con il nonno, Lord Templemore: il vero nome di Margery è infatti Marguerite, scomparsa vent’anni prima durante una tragica rapina. Erede della nobile famiglia, viene trasformata di punto in bianco da cameriera in contessa, ma dovrà fare i conti con i pettegolezzi del ton, una fila di corteggiatori attirati dal suo ingente patrimonio e una serie di misteriosi incidenti. Per fortuna Henry è rimasto al suo fianco, a proteggerla...

Scandalo al ballo NICOLE JORDAN Inghilterra, 1816 - Quando la cugina lo sprona a corteggiare l'affascinante Sophie Fortin, Lord Jack Wilde si dimostra scettico. La fanciulla in questione è senza dubbio una bellezza, ma la famiglia a cui appartiene preferirebbe vederla morta che sposata a un Wilde, dato che una ruggine di vecchia data, apparentemente insanabile, divide le due casate. Jack, tuttavia, intrigato dalla sfida, decide di partecipare a un ballo in maschera e, non riconosciuto, ammalia Sophie con un bacio mozzafiato, rimanendone a sua volta stregato. Non appena l'identità del giovane lord viene svelata, volano scintille. Come ha osato Jack irretirla con false promesse e dolci parole, sapendo che un futuro insieme è per loro impossibile? Lui dovrà sfoderare le più sottili arti seduttive per dimostrare a Sophie che una simile passione non può essere osteggiata neppure dal destino.

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