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DELILAH MARVELLE

Il visconte senza nome


Titolo originale dell'edizione in lingua inglese: Forever And A Day HQN Books © 2012 Delilah Marvelle Traduzione di Maria Latorre Tutti i diritti sono riservati incluso il diritto di riproduzione integrale o parziale in qualsiasi forma. Questa edizione è pubblicata per accordo con Harlequin Enterprises II B.V. / S.à.r.l Luxembourg. Questa è un'opera di fantasia. Qualsiasi riferimento a fatti o persone della vita reale è puramente casuale. © 2012 Harlequin Mondadori S.p.A., Milano Prima edizione I Grandi Romanzi Storici Special settembre 2012 Questo volume è stato stampato nell'agosto 2012 presso la Mondadori Printing S.p.A. stabilimento Nuova Stampa Mondadori - Cles (Tn) I GRANDI ROMANZI STORICI SPECIAL ISSN 1124 - 5379 Periodico mensile n. 164 del 12/09/2012 Direttore responsabile: Alessandra Bazardi Registrazione Tribunale di Milano n. 368 del 25/06/1994 Spedizione in abbonamento postale a tariffa editoriale Aut. n. 21470/2LL del 30/10/1981 DIRPOSTEL VERONA Distributore per l'Italia e per l'Estero: Press-Di Distribuzione Stampa & Multimedia S.r.l. - 20090 Segrate (MI) Gli arretrati possono essere richiesti contattando il Servizio Arretrati al numero: 199 162171 Harlequin Mondadori S.p.A. Via Marco D'Aviano 2 - 20131 Milano


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PARTE PRIMA

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Romanzo


1 Fare in modo di dimenticare qualcuno è il modo migliore per non pensare ad altro. da Les Caractères (1688) – Jean de La Bruyère

6 luglio, 1830, primo pomeriggio, New York City Georgia Emily Milton non si curava quasi mai di prestare attenzione ai signori abbienti che si affaccendavano lungo Broadway. Da molto tempo aveva adottato la regola di non desiderare mai niente che non potesse avere o di cui non avesse bisogno. Mentre camminava di buon passo lungo quel tratto rispettabile di Broadway, diretta verso i vicoli di gran lunga meno rispettabili di Five Points, però, un gentiluomo sorprendentemente alto e ben curato si diresse verso di lei con passo flemmatico, costringendola non soltanto a rallentare, ma anche a desiderare di essere una gran signora. Superando altri pedoni per garantirsi una vista migliore, riuscì a cogliere singhiozzanti occhiate di quell'uomo muscoloso, della sua giacca da mattino grigia, del panciotto ricamato a doppio petto. Le mani guantate reggevano il cappello a cilindro in modo da fare ombra sugli occhi. Soltanto quel cappello doveva costare due mesi del 7


suo stipendio come lavandaia, rifletté Georgia. Mentre superava con agilità diversi passanti per attraversare la strada verso il marciapiede su cui camminava lei, gli occhi grigi e scintillanti dell'uomo incrociarono e trattennero i suoi da sotto la tesa del cappello a cilindro. L'intensità pulsante di quello sguardo crudo, rovente, bastò da sola a toglierle il fiato. Serrando le labbra, lo sconosciuto si spostò direttamente sulla traiettoria di Georgia, colmando a ogni passo il divario che ancora li separava. Quei passi decisi, cadenzati, dei piedi calzati da stivali di pelle nera rallentarono quando giunsero vicino a lei. La testa elegante si inchinò con fare formale e greve verso di lei, in un segno di pubblico riconoscimento che gli uomini come lui non le riservavano mai nel corso della giornata. Si comportava come se di fronte a sé non avesse una sempliciotta con indosso un abituccio di cotonina slavata, bensì una giovane dama a passeggio con la madre con un ombrellino di pizzo tra le mani. La faceva sentire così attraente, che per un attimo Georgia prese in considerazione l'idea di soffiargli un bacio con la mano. Per fortuna si trattenne. Sapeva bene come tenersi fuori dai guai. Distolse lo sguardo, inclinò il mento come avrebbe fatto qualsiasi donna rispettabile e passò oltre quella sagoma imponente, lasciando però che il suo braccio sfiorasse quello di lui. Un attimo dopo, tuttavia, inciampò nelle gonne sbrindellate di una sguattera che le aveva maleducatamente tagliato la strada. Oh, la faccia tosta di quella donna! La mano larga di lui schizzò fuori per afferrarle la vita e raddrizzarla con un gesto brusco. Georgia raggelò mentre la borsetta a rete che portava al polso scivolava via e andava a urtare contro il braccio 8


di lui. E il cuore le fece un balzo nel petto quando si rese conto che il suo didietro era andato a finire contro una solida, muscolosa gamba maschile. La sua solida, muscolosa gamba maschile. La testa dell'uomo si piegava appena su di lei, gli avambracci gli si tesero mentre la stringeva con fare possessivo contro di sé. Una mano l'agganciò per la vita. «State bene, signora?» Aveva una voce profonda e raffinata, una voce in cui si avvertiva un regale accento britannico. Quanto bastava perché la ragazza irlandese in lei fosse immediatamente sulla difensiva. «Penso di sì, vi ringrazio, signore.» Per interrompere l'intimità di quella presa, Georgia cercò con garbo di staccarsi. E lui la lasciò andare, ma lo fece lasciandole scivolare la mano dalla vita sottile fino alla schiena, facendole fremere la pelle sotto lo strato sottile dei vestiti. Georgia spalancò gli occhi mentre quella mano tornava ad accarezzarle il fianco, intenta a tracciare il contorno di tutto il suo corpo. E mentre lei tentava ancora di arretrare, lui rafforzò la presa sul suo braccio e la attirò nuovamente con fermezza verso di sé. «Signora.» Trattenendo il fiato, lei balzò indietro e gli dette uno spintone tanto forte da farlo incespicare. «Non mi starete mica palpeggiando?» «Il cappellino» fece lui per tutta risposta, sollevando entrambe le mani in cenno di resa, per poi indicare il copricapo. «Si è sciolto uno dei nastri, ecco tutto.» «Oh!» Un profondo rossore le imporporò le guance quando sollevò una mano verso la cima del cappello alla ricerca del nastro sciolto. Che tremenda umiliazione. «Sono costernata, signore. Non volevo...» «Non vi preoccupate. Lasciate fare a me.» Appog9


giandole di nuovo una mano sulla schiena, la guidò con decisione verso la vetrina del negozio accanto a loro, sottraendola in quel modo alla calca dei pedoni. Rendendosi conto che aveva l'intenzione di sistemare di persona il nastro, Georgia lo fissò a occhi sbarrati. «Ma no! Non c'è alcun bisogno che ve ne occupiate voi.» «Oh sì, invece, altrimenti finirete col perdere il nastro. Vi prego, adesso, state ferma un momento.» Poi si sistemò di fronte a lei e si chinò più vicino, sollevando tra le mani il nastro logoro che in quel momento ondeggiava a lato della cuffietta. Georgia restò immobile con una certa goffaggine davanti a lui, mentre le metteva a posto il nastro. Avrebbe voluto fuggire, ben sapendo che quel cappellino era un'atrocità che certo non valeva tanta attenzione. Eppure talvolta una ragazza aveva bisogno di sollevare gli occhi e guardare le stelle che brillavano in cielo, anche se quelle stelle erano troppo distanti per essere a portata di mano di qualcuno povero in canna come lei. Mentre le dita di lui sfioravano il cappellino per sistemare il nastro, dovette resistere alla tentazione di sollevare lo sguardo adorante verso quel viso ben sbarbato. Oh! Cosa avrebbe provato nell'appartenere a un uomo come quello? Soltanto allora si rese conto che portava una fascia nera intorno alla manica della giacca grigia. Il cuore le si serrò nel petto. Era in lutto! «È quasi fatto» commentò lui in quel momento per fare conversazione, gli occhi ancora fissi sul cappellino. «Ho preso un altro spillo per tenerlo fermo.» «Vi sono grata» mormorò Georgia abbassando lo sguardo. La giacca di lui odorava di spezie e cedro. Era divina10


mente calda e invitante, anche in una giornata d'estate. Le due file di bottoni del panciotto ricamato si sollevarono appena inspirò, una volta finito di sistemare il nastro. A giudicare dal loro riverbero, c'era da giurare che non fossero di ottone dipinto per sembrare argento, ma di argento vero! Solo un ristretto gruppo di uomini a New York poteva permettersi bottoni di argento, ed era un gruppo che Georgia sapeva non sarebbe mai riuscita a sfiorare. «Ecco fatto.» Incrociando il suo sguardo, l'uomo ritrasse la mano guantata e, con una meravigliosa voce baritonale, le chiese: «Come state quest'oggi, signora?». Sbattendo le palpebre, lei notò quanto si fosse ammorbidito il suo sguardo, conferendogli un aspetto di giovanile vulnerabilità che certo non si adattava all'altezza imponente. Cercò di sedare lo sfarfallio nervoso che le titillava la bocca dello stomaco. Non riusciva a credere che quell'uomo stupendo volesse fare qualche chiacchiera con lei. «Sto molto bene, signore, grazie.» Si trattenne dal chiedergli come stesse lui, ma solo come segno di rispetto per la fascia nera che portava al braccio, e invece gli offrì un sorriso civettuolo mentre indicava il cappellino. «Stupefacente» commentò. «Avete mai pensato di diventare merciaio?» Lui sorrise lentamente, quei begli occhi grigi scintillarono mentre la bocca carnosa si sollevava agli angoli. «No, non ci ho mai pensato.» Si capisce che non ci aveva pensato! Portava bottoni d'argento al panciotto! Con tutta probabilità era il proprietario di tutte le mercerie della città. O della città da cui proveniva. Lui si spostò, bloccandole la vista di tutto ciò che accadeva per strada. «Siete di queste parti?» Ci mancò poco che le salisse un brontolio alle labbra. 11


«Voi siete troppo gentile, ma direi di no, considerando le condizioni in cui versa il mio cappellino. Soltanto le vere piume di pavone possono permettersi questa zona della città. Io sono solo di passaggio.» «Piume di pavone?» Un cipiglio corrucciato gli fece aggrottare la fronte mentre si stringeva le mani dietro la schiena. «È così che definite la gente ricca?» Lei arricciò il naso. «No, non proprio. Cercavo soltanto di essere educata, visto che anche voi mi sembrate ricco. Ho smussato gli spigoli, per così dire.» Una risata gli sfuggì dalle labbra a quelle parole. «Tranquillizzatevi, ci sono abituato» replicò, continuando a incatenarle lo sguardo. «Ho dovuto già sopportare sufficiente dileggio da parte dei vostri concittadini, visto che sono inglese. Troppi americani ricordano ancora l'incendio di Washington, eppure giuro che non è dipeso da me.» Georgia scoppiò a ridere, colpita da quell'umorismo asciutto. «E potete biasimarli? Voi inglesi non siete altro che seccatori ammantati da un buffo accento.» Lui fece una pausa, si chinò a guardarla con intensità senza più tentare di mascherare il grande interesse che provava. «Posso smettere di essere educato per un breve istante e chiedervi se vi piacerebbe prendere un caffè insieme a me nel mio albergo? È da tempo che non mi concedo un momento di piacere. Vi prego, accordatemi l'onore.» L'integrità assorta che ancora aleggiava su quel viso era così eccitante, che le fece scorrere un tremito lungo tutto il corpo. Sebbene tentata di dare un'occhiata a come viveva l'altra metà del mondo, capì che non era saggio intrattenersi con un uomo che portava bottoni d'argento. Non sarebbe mai durata più di una notte, il tempo necessario a sfilarle le gonne. 12


Adocchiò la folla che continuava a passarle accanto. «Lungi da me essere scortese, signore, soprattutto con un uomo che è stato assai gentile, ma adesso devo proprio andare. Mi aspetta una lunga giornata.» E indicò il marciapiede, quasi quel gesto spiegasse tutto. L'espressione colma di speranza di lui si tramutò in delusione. «Comprendo e non vi tratterrò più» disse inclinando la testa, poi si portò due dita alla falda di raso del cappello. «Vi auguro una buona giornata, signora.» Possedeva modi divini, come ogni cosa di lui. «Una buonissima giornata anche a voi, signore. Ho molto apprezzato il servigio che avete reso al mio cappellino.» La bocca dell'uomo si tese in un sorriso. «È stato un onore essere utile. Buona giornata.» Muovendo un passo indietro, si lasciò superare da una coppia che passava accanto a loro. Poi, con un ultimo sguardo, sorrise e scomparve nella marea di corpi che lo circondava. Georgia emise un sospiro assorto, sapendo bene di avere appena avuto un brevissimo assaggio di come sarebbe stata la sua vita se fosse stata una signora, nata nell'alta società. Ah, il denaro! Se solo avesse potuto comprare a una donna il vero amore, la felicità. Sarebbe stata lei la prima a infilarsi in una banca e puntare la pistola contro gli impiegati, chiedendo di consegnarle bigliettoni da dieci e da venti. Piroettando verso la direzione opposta, Georgia riprese il cammino verso casa. Le ci sarebbero voluti ancora almeno quaranta minuti. Per quale motivo un gentiluomo tanto raffinato non poteva esistere nel suo quartiere? Non era giusto che gli unici uomini tra cui le era dato scegliere fossero quelli che sculacciavano il sedere delle ragazze che passavano loro accanto o fischiavano infilandosi due dita tra i denti cariati. Non per molto, comunque. Le mancavano ancora sei dollari per trasferirsi 13


a Ovest e non vedeva l'ora di salire su una diligenza e lasciarsi alle spalle quello schifo di vita. Un uomo imponente comparve all'improvviso accanto a lei e le sbarrò il passo, spaventandola. «Signora.» Spalancò gli occhi! C'era da non crederci, era il suo inglese. Rallentando il passo, gli offrì un rapido: «Sì?». Lui le si parò davanti, facendola fermare di colpo. Georgia gettò un gridolino mentre frenava bruscamente, tentando di non finire dritta contro di lui. «Posso soltanto scusarmi per tanta insolita audacia, ma devo conoscere il vostro nome.» Lei lo guardò stupita. «E cosa vorreste farvene del mio nome, signore?» Un sopracciglio si sollevò. «Forse potremmo parlarne mentre prendiamo un caffè? Magari potreste trovare il tempo per una tazza piccola? Soltanto una? Sarei lieto di offrirvela.» Ma cosa gli era venuto in mente? Davvero pensava che fosse una di quelle? «Apprezzo la proposta, signore, ma non bevo caffè. E nemmeno uomini. Farò a meno di entrambi finché non mi sarò trasferita a Ovest.» Un lampo oscuro gli passò negli occhi. «Non vi sto chiedendo di bermi» protestò. Nonostante il calore della giornata, un altro brivido di consapevolezza le scorse lungo tutto il corpo. «No, non ancora, ma mi avete invitata a bere un caffè al vostro albergo. Sarò anche un'irlandese di terza generazione, ma questo non fa di me una stupida.» Lui abbassò il viso. «Il caffè era soltanto un suggerimento.» «Oh, so benissimo cosa stavate suggerendo, signore. Io, invece, suggerisco a voi di levarvi di torno. Ho forse l'aria di desiderare con tanta disperazione un caffè? Oppure qualcos'altro?» 14


Un sorriso gli distese le labbra. «Abbiate pietà di un uomo innamorato. Come vi chiamate?» Era in occasioni del genere che detestava la vita. Un uomo tanto attraente, dotato di ricchezza e di stato sociale, avrebbe potuto considerarla soltanto la merce di una notte. Anche se sapeva bene che sarebbe stato inutile desiderare di più, visto che era soltanto una povera vedova, il suo caro Raymond le aveva insegnato che aveva tutto il diritto di desiderare l'universo e che, per Dio, in un modo o nell'altro lo avrebbe ottenuto. C'era solo un modo per proteggere il poco onore che possedeva. Gli avrebbe dato il nome della migliore prostituta del quartiere. In quel modo, tutti quanti avrebbero ammirato la sua genialità, se lui avesse deciso di cercarla in giro. «Mi chiamo Mrs. Elizabeth Heyer, signore. E l'accento va sul Mrs. Mi spiace, ma non posso accompagnarmi a voi. Mio marito non ne sarebbe felice.» Detto questo, cercò di superarlo. «E adesso, se volete scusarmi...» Ma lui le tagliò di nuovo la strada, impedendole di proseguire. «Vi chiedo di dirmi il vostro vero nome.» «È quello che ho appena fatto.» Ma lui scosse la testa senza mai staccare gli occhi dai suoi. «Vi ci è voluto un attimo più del normale, per rispondermi, e mentre lo facevate, non mi avete neppure guardato negli occhi. Per quale motivo? Vi metto a disagio?» Lei lo fissò apertamente. «Qualora non lo aveste notato, sto cercando di andarmene.» «Se voi foste sposata, lo avreste detto subito» obiettò lui scoccandole uno sguardo di rimprovero. «Cosa significa? Che siete il tipo di donna a cui piace scherzare per la strada con gli uomini quando il marito non c'è? Dovreste vergognarvene, se fosse vero. E dovreste vergo15


gnarvene se non lo fosse. In un modo o nell'altro, sembra che voi siate una bugiarda, signora.» Maledizione a lui e alla sua attenzione per i particolari. L'uomo si chinò verso di lei. «Non negate, signora. State civettando con me nello stesso modo in cui io faccio il galletto con voi.» Lei spalancò gli occhi, arretrò di un passo. «Se stessi civettando ve ne accorgereste subito, perché vi porterei a casa, anziché accettare l'offerta di un caffè. E non sono neppure il tipo che scherza per la strada, signore. Se faccio qualcosa, mi piace farla bene.» «Allora fate qualcosa.» Le labbra serrate, l'espressione seria, lui continuò a fissarla. «Non sono sposato e non vi chiedo altro che un pomeriggio di conversazione. Per il momento» soggiunse. Il tono calmo ma predatorio con cui pronunciò quelle parole la fece arretrare di istinto. Anche se non era più sposata, era ovvio che per quello sconosciuto la santità del matrimonio non significasse niente. «E cosa dovrei dire a mio marito, signore, se dovesse chiedermi come ho trascorso il pomeriggio?» Lui continuò a guardarla intento, controllando ogni sua reazione. «Se siete davvero sposata, non solo desisterò, ma fuggirò via da voi. Non voglio mettervi nei guai. Stavo solo cercando di conoscere una donna che mi incuriosisce davvero. Vi sembra tanto sbagliato?» Incominciavano a sudarle le mani. Era molto tentata di sperimentare l'avventura eccitante di strappare tutti i vestiti di dosso all'esemplare maschile più provocante che avesse mai conosciuto, ma sapeva che la cosa non sarebbe finita bene, se solo Matthew e i ragazzi lo avessero scoperto. Con tutta probabilità gli avrebbero dato la caccia fino ad ammazzarlo. Dopo averlo derubato di tut16


to ciò che possedeva, si intende. In un modo o nell'altro, sarebbe stato un disastro. Si guardò intorno per assicurarsi di non scorgere visi conosciuti. «A differenza di voi, signore, io cerco marito, non un solo ballo. Una donna di scarsi mezzi come me ha bisogno di un rapporto affidabile, di quello che si definisce per sempre e un giorno, non della vostra versione di un giorno e una notte. Credo che questo metta fine alla nostra conversazione. Vi auguro una buona giornata.» Ed evitando di incrociare il suo sguardo, riprese il cammino per passargli oltre. Senza una parola, lui si fece da parte, lasciandola andar via. Georgia affrettò il passo e si rimproverò per averlo incoraggiato. Avrebbe dovuto recitare rosari su rosari per centocinquanta anni, affinché la sua anima peccaminosa fosse riammessa in paradiso. E centocinquanta anni di rosari non avrebbero incluso nemmeno i peccati che Matthew aveva commesso soltanto in quella settimana, e per i quali lei doveva ancora incominciare a pregare. Per quell'uomo serviva un rosario a parte, per quante ne combinava. Non che Matthew credesse in Dio, bene inteso. Lui credeva soltanto nel denaro, denaro e ancora denaro. Georgia sostò sul marciapiede e istintivamente serrò la mano intorno alla borsetta a rete, lasciando che altri pedoni le passassero oltre. Per qualche strana ragione, aveva la sensazione fastidiosa di essere seguita dall'inglese, che invece pensava di essersi lasciato alle spalle. Serrando le labbra, piroettò sui tacchi e raggelò nel vederlo a pochi passi di distanza da lei. La borsetta a rete le scivolò intorno al polso, segno evidente dello sgomento che provava. «Mi state seguendo?» Gli occhi grigi di lui catturarono i suoi mentre si fer17


mava. «Invece del caffè, che ne direste se facessimo una passeggiata insieme? Avremmo modo di conoscerci.» Le sorrise, annunciando in maniera piuttosto cerimoniosa che era capace di comportarsi in modo rispettabile e che adesso la decisione spettava solo a lei. Georgia trasse un profondo sospiro. Il cuore le batteva a martello. Pensava davvero di farle cambiare idea soltanto con uno sguardo rovente di quegli occhi di acciaio? Non aveva tempo neppure per un'avventura, lei. Non con tutto il bucato che aveva ancora da lavare. Un movimento improvviso al suo fianco attrasse la sua attenzione mentre un ragazzino le si avvicinava di corsa, le strattonava il polso strappandole la borsetta e poi si ritirava. Il lampo di una lama le scintillò sotto il naso. Un sussulto le salì alle labbra mentre sgranava gli occhi e si girava di colpo, rendendosi conto soltanto in quel momento che il ladruncolo le stava sottraendo la borsa. «Ehi!» gridò, cercando di trattenere ciò che era suo, ma il ragazzino balzò all'indietro e in un attimo sparì tra la folla. Il cuore le sussultò nel petto. Era stata derubata da un bambino! Raccogliendosi le gonne sopra le caviglie, prese la rincorsa per precipitarsi dietro a quel dannato figlio di donna perduta, facendosi strada a gomitate tra quelli che la circondavano. «Farai bene a correre» gridava intanto al ragazzino, «perché sto per aprirti come un'ostrica.» «Lo prendo io» le gridò dietro l'inglese. Un attimo dopo, il suo corpo possente le schizzò oltre, facendosi strada tra i passanti, e alla fine scomparve nel trambusto di Broadway. Avendo perso di vista sia lui sia il ragazzo, Georgia si 18


fermò un istante per chiedere ansiosa se altri li avessero visti. Molti le indicarono la strada da seguire, così lei andò avanti, sempre dritto, sempre più in là. Di tanto in tanto si fermava a riprendere fiato, poi ricominciava a camminare più in fretta possibile. E mentre andava avanti, i negozi che fiancheggiavano Broadway venivano sostituiti da file bianche di case italiane. Se non fosse riuscita a recuperare la borsa, le sarebbe toccato attingere alla sua piccola riserva segreta per pagare l'affitto. Di nuovo. Delle urla provenienti da un capannello di gente attrassero la sua attenzione e la fecero arrestare di colpo. Un polverone si era sollevato per strada. Un cappello a cilindro grigio giaceva sul selciato. Trasse un sospiro, osservò gli uomini che si accalcavano, gridando alle donne di tenersi alla larga. Ma cosa diamine succedeva? Il conducente di un omnibus, che aveva già fermato i cavalli, balzò a terra dal suo sedile e si precipitò verso la piccola folla, mentre i passeggeri dell'omnibus si affacciavano incuriositi alle finestre per guardare la scena. «Oh, Dio!» Il cuore le balzò nel petto mentre si precipitava in avanti. L'inglese era stato colpito dall'omnibus e giaceva esanime per la strada, all'angolo tra Howard Street e Broadway. La luce penetrò nell'oscurità ondeggiante, premendogli contro le palpebre. Socchiuse lentamente gli occhi, li serrò di nuovo per riparare lo sguardo dal chiarore accecante del sole. Trasse un respiro tremante, poi un altro, incapace di sollevare la testa dalla strada. Decine di piedi si muovevano intorno a lui, decine di 19


volti si chinavano a guardarlo, impedendogli la vista dei palazzi che sorgevano lungo una strada che non riconosceva. La gente gridava e l'aria polverosa e umida gli impediva di respirare. Un uomo con la barba e un berretto sulle ventitré si chinò su di lui. «Mi fa piacere vedere che siete ancora con noi, signore. Ce la fate ad alzarvi?» Ma per quale motivo c'era tanta gente attorno? Cosa succedeva? Rotolò sulla schiena, serrando gli occhi mentre un dolore lancinante gli penetrava tutto il corpo. Si sforzò di tirarsi a sedere, ma si sentì girare la testa e tornò ad abbandonarsi contro il selciato polveroso. L'impronta profonda di una scarpa lì accanto attrasse la sua attenzione. Un giorno, mentre tornavo alla mia barca, mi capitò di vedere l'orma del piede nudo di un uomo sulla spiaggia, molto evidente, con le dita, il tallone e ogni altra parte impressa sulla sabbia. Rabbrividì, cercando di scacciare il suono di quella voce fuori luogo che gli risuonava nella mente. Gli si annebbiò la vista mentre il sapore dolciastro del sangue gli riempiva la bocca. Qualcosa gli bagnava il viso, scivolandogli verso l'orecchio. Cercò di asciugarsi con una mano tremante, ma quando la ritrasse e la guardò, la scoprì sporca di sangue. «Sollevatelo» gridò una voce femminile dal capannello che gli si era formato intorno. Una pausa. «Oh, Signore, aiutaci.» Quella donna sembrava davvero in preda al panico. «Dobbiamo portarlo in ospedale.» Deglutì, guardò in direzione di quella voce. Si trovava per caso in Irlanda? Nonostante il tentativo di individuare da chi provenisse, non riusciva a scorgere altro che un'interminabile, sfocata massa di visi maschili. Molte mani gli scivolarono sotto la schiena e le cosce 20


mentre un gruppo di uomini lo sollevò da terra. Un dolore insostenibile gli saettò alla testa. Sussultò, cercando di trattenere l'urlo che gli era salito alle labbra. «Signori. Signori!» esclamò respirando a fatica. «Apprezzo il vostro aiuto, ma dubito che sia necessario un corteo.» «Che maniere eleganti, per uno che sta per crepare.» Gli uomini che lo trasportavano incominciarono a scherzare tra loro. «C'è da chiedersi di cosa sarà capace dopo avere tirato le cuoia.» Una mano rapida raggiunse la testa dell'uomo che aveva parlato, sfilandogli il berretto con uno scappellotto. «Meno lingua e più muscoli. Muovetevi!» «Ehi!» gridò quello. «Tieni a posto le mani, donna. Cercavo solo di divertirmi.» «E pensi che un uomo insanguinato sia divertente? Muoviti, va', prima che sia io a farti sanguinare.» Il viso lentigginoso di una giovane donna con gli occhi verdi più brillanti che avesse mai visto fece capolino all'improvviso tra le spalle larghe degli uomini che lo stavano trasportando. Le sopracciglia rosse si accigliarono mentre gli correva accanto, cercando di incrociare il suo sguardo attraverso quella massa di uomini in movimento. Una ciocca rossa di capelli le sfuggì al cappellino logoro e ondeggiò al vento. «Dove alloggiate?» gli chiese la ragazza ricacciandosi il ricciolo capriccioso dentro la cuffia. «Da queste parti? In un altro quartiere?» Lui serrò i denti, cerco di riflettere, ma non ci riuscì. «Siete di qui?» insistette lei, trotterellandogli ancora accanto. «Oppure siete in visita dall'estero? Avete parlato di un albergo. In quale albergo siete sceso?» «Albergo?» le fece eco lui, sentendosi serrare la gola. «Quando ho parlato di un albergo?» 21


Lei lo osservò per un attimo, interdetta. «Non ci fate caso. Dobbiamo avvertire la vostra famiglia. Ditemi il vostro nome, datemi un indirizzo, e correrò io ad avvisarli, dopo avervi lasciato in ospedale.» Famiglia? Lui sbatté le palpebre, cercando di concentrarsi sul cielo azzurro sopra di lui mentre lo trasportavano verso una carrozzella. Mille nomi e mille volti gli passarono nella mente come se stesse sfogliando le pagine di un libro interminabile. Strada. Ludovicus. Casparus. Bruyère. Orazio. Sloane. Lovelace. Shakespeare. Fielding. Pilkington. Delacroix. Non potevano essere tutti suoi parenti. Oppure sì? Mi chiamavo Robinson Kreutznaer, ma vista la difficoltà del pronunciare il mio nome in lingua inglese, mi conoscevano tutti più comunemente con il nome di Crusoe. Aspetta. Crusoe. Sì. Era un nome che ricordava bene. Robinson Crusoe di York. Che fosse il suo nome? Doveva esserlo, eppure non lo ricordava con certezza. Oh, Dio! Cosa gli stava succedendo? Perché non se lo ricordava? Aggrottò ancora la fronte per il dolore, rendendosi conto che lo stavano sistemando su una carrozza. Le mani che lo avevano sostenuto fino a quel momento, adesso lo abbandonavano a una a una, lasciandolo improvvisamente solo. Tutto ondeggiò intorno a lui mentre si accasciava sul sedile. Fu preso dal panico, incapace di controllare il proprio corpo, cercando di rimanere in posizione eretta sorreggendosi con le mani sul sedile La donna con gli occhi verdi superò gli altri e andò a sederglisi accanto, chiudendo la portiera. «Vi accompagno io e non vi lascerò un solo istante, ve lo prometto.» Il veicolo si mosse e lei gli finì accanto con il primo 22


sussulto. Si chinò verso di lui. «Venite.» Le sue braccia gli cinsero i fianchi mentre lo attirava dolcemente a sé, guidandogli la spalla e la testa sul grembo, al tempo stesso scivolando più in là lungo il sedile per lasciargli maggior spazio. Lui si lasciò andare nel tepore del suo grembo, grato di non doversi più mantenere in posizione eretta. Le appoggiò una mano tremante sul ginocchio, la seppellì tra le pieghe della gonna e si lasciò confortare dal pensiero di non essere solo. Dai suoi vestiti saliva il profumo di lisciva e sapone ad accarezzargli le guance e le tempie dolenti. Sarebbe potuto morire lì e conoscere la pace eterna. La mano di lei gli strofinò la spalla. «Voglio che parliate, così saprò che state bene. Coraggio.» Lui deglutì. Avrebbe voluto ringraziarla per tanta compassione, per avergli dato un barlume di speranza anche se incominciava a temere di non averne più. Che la morte non fosse altro che un interminabile sonno? La mano gli scivolò lentamente dal ginocchio di lei e gli parve che tutto il suo mondo sbiadisse. «Signore?» La donna gli si chinò addosso e incominciò a scuoterlo. «Signore?» Una nebbia biancastra scese a coprirgli la vista. Si sforzò di restare sveglio tra quelle braccia celestiali, ma tutto svanì, portandoselo via.

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Il visconte senza nome DELILAH MARVELLE New York City - Londra, 1830 - Un naufrago su un'isola. Non deserta ma sconosciuta, popolata da personaggi loschi, monelli chiassosi e sirene dai capelli rossi. È così che si sente a New York City, dopo aver perso la memoria, Roderick Gideon Tremayne. Figlio del Duca di Wentworth, era venuto da Londra in cerca di qualcosa e ha perduto persino il ricordo del proprio nome. Si fa chiamare Robinson Crusoe dalla splendida irlandese che si prende cura di lui e gli insegna come sopravvivere nella metropoli americana. Georgia Milton si ritiene responsabile per l'enigmatico inglese, che si è ferito per aiutarla e, sebbene non sappia nulla di lui, i modi cortesi lo dipingono per quello che è: un nobile, e dunque ben al di là delle possibilità di una semplice lavandaia. Tuttavia, fino a quando la bruma dell'incertezza li avvolge, abbandonarsi alla passione sembra un sogno realizzabile.

Desideri e pregiudizi NICOLE JORDAN Inghilterra, 1816 - Grazie alla benevola invadenza della sorella, decisa a porre fine ai suoi giorni da scapolo, Ashton Wilde, Marchese di Beaufort, incontra una damigella in difficoltà durante un sontuoso ballo. Tuttavia, Maura Collyer non sta cercando un principe azzurro, bensì un Imperatore. Questo è infatti il nome del purosangue prediletto, ceduto con l'inganno dalla matrigna a un malvagio gentiluomo. Intrigato dalla bellezza e dall'intraprendenza di Maura, Ash acconsente ad aiutarla, nonostante la decisione di rubare il prezioso stallone li porti a una rocambolesca fuga tra le campagne inglesi. Ma una simile intimità non può che sfociare in una dolce seduzione e, quando il marchese le propone il fidanzamento, Maura non sa più se sta vivendo una favola a lieto fine o solo una magnifica illusione destinata ben presto a svanire.


Gli amanti d'inverno CANDACE CAMP Inghilterra, 1816 - Althea Bainbridge non è una donna facilmente impressionabile. Bella ma poco appariscente, si è rassegnata a una vita tranquilla. Tuttavia un'emozione incontrollabile la coglie quando scopre, nella chiesa parrocchiale che frequenta, un bambino. Come è arrivato lì, a pochi giorni dal Natale? La domanda sembra trovare una sconcertante risposta nel momento in cui Thea rinviene, tra le vesti del piccolo, una spilla con l'inconfondibile stemma dei Morecombe. Possibile che Lord Gabriel Morecombe, nobile di rango dai modi licenziosi e dal fascino letale, si sia macchiato di un'azione tanto riprovevole? Thea decide di scoprirlo di persona. Sono passati dieci anni dal loro primo incontro, e da un bacio appassionato rimasto indelebile nel cuore di lei. Come l'accoglierà ora Gabriel? Con fredda noncuranza o con una scintilla dell'antico ardore?

Innocenza e passione KASEY MICHAELS Londra, 1818 - Pericoloso come il diavolo e due volte più tentatore, Robin Puck Goodfellow si diverte a scandalizzare la buona società inglese. Figlio illegittimo del Marchese di Blackthorn, vive per cogliere l'attimo e il piacere del momento. E quale luogo migliore di un licenzioso ballo in maschera per dare sfogo ai propri istinti gaudenti? Qui infatti incontra una dama intrigante e misteriosa a cui riesce a rubare un ballo e un illecito abbraccio. Ma Regina Hackett è l'ultima donna che dovrebbe sedurre. Giovane e innocente, è alla disperata ricerca della cugina scomparsa. Invaghirsi del più celebrato libertino del ton non l'aiuterà certo a ritrovarla. Eppure è proprio Puck che le viene in aiuto. Insieme esploreranno i luoghi più oscuri di Londra, in un pericoloso viaggio verso scomode verità e scoperte sorprendenti.

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